NON C’È MERCE PER LA NUOVA DIGA

Riccardo Degl’Innocenti

Gianluigi Aponte, a capo del Gruppo Msc, secondo armatore mondiale nel traffico dei contenitori, quarto in quello crocieristico e primario operatore logistico (nei terminal portuali italiani sotto il suo controllo si movimenta oltre il 40% dei contenitori), dixit (21 novembre 2017): «Se vogliamo che Genova faccia 4 o 5 milioni di contenitori bisogna spostare la diga foranea», che è l’opera esterna di difesa dal mare del tratto di porto di Sampierdarena. Sinora il porto genovese, compreso il bacino di Prà che dispone di una propria diga, ha movimentato al massimo 2,6 milioni di container all’anno. Spostare la diga più al largo ha l’obiettivo di permettere l’accesso alle navi di maggiori dimensioni verso cui si vanno concentrando i traffici intercontinentali dei contenitori». Paolo Emilio Signorini, presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Ligure occidentale (Adsp) che comprende i porti di Genova e Savona, gli ha fatto eco (8 ottobre 2018): «Dopo la frenata post crollo del ponte Morandi siamo pronti ad arrivare a Genova, grazie alla nuova diga e a tutto il resto che stiamo completando, a 5 milioni di contenitori nel 2026». 

Detto fatto. La costruzione della nuova diga sta per partire. Il capitale per finanziarla, pari a 1,3 miliardi di euro, interamente pubblico, è previsto con una prima tranche di 500 milioni nei fondi statali del Pnrr. Non si è attinto dal Recovery fund sia perché troppo restrittivo sull’ultimazione dell’opera entro quel 2026 azzardato da Signorini, sia perché l’Ue, secondo cui un porto anche pubblico è un libero mercato, non avrebbe probabilmente ammesso un tale “aiuto di Stato”. Dovranno aggiungersi 400 milioni per chiudere il primo lotto funzionale e altrettanti per il secondo. Intanto, i capitali privati, per lo più esteri, che beneficeranno direttamente dell’investimento pubblico hanno già ottenuto le concessioni pluridecennali sulle banchine che saranno protette dalla nuova diga. Per non affidarci alle sole promesse di Aponte e di Signorini, tenteremo quello che l’Adsp non ha fatto, neppure nel “Dibattito pubblico” che si è svolto a inizio anno come previsto dal Codice degli appalti riformato a questo scopo nel 2016, per esaminare la fattibilità tecnico-economica delle soluzioni prospettate. 

Alla luce del Dibattito, l’Adsp ha indicato la soluzione da sviluppare e completare sul piano progettuale per il successivo appalto dell’opera. Il maggiore limite del Dibattito pubblico sulla diga, oltre alla scarsa pubblicizzazione giustificata con la pandemia e alla brevissima durata dovuta all’urgenza di non perdere i finanziamenti europei, peraltro poi disattesi, è stata l’Analisi costi-benefici, cuore – secondo la legge – della fattibilità tecnico-economica di un’opera pubblica delle dimensioni e del costo della nuova diga. Un’analisi affidata consapevolmente alle competenze di un ingegnere civile, invece che di un economista, il quale è incorso in almeno quattro grossolani errori capitali, riassumibili nell’avere scambiato la domanda con l’offerta. 

Primo, ha rivolto lo sguardo al mare e non alla terra e con lo stesso strabismo economico ha fatto i conti sulle navi invece che sulle merci, mentre sono queste ultime lo scopo della portualità commerciale. Secondo, ha analizzato solo il traffico dei container come se il resto delle attività portuali non esistessero o non avessero più futuro. Terzo, ha considerato il porto di Sampierdarena come l’ombelico del mondo e il porto di Prà e di Savona-Vado come se non facessero parte dello stesso sistema portuale e come se gli altri porti tirrenici non appartenessero alla stessa nazione e non concorressero negli stessi bacini di utenza. Infine, ha considerato la città che cinge il porto solo sotto il profilo delle esternalità negative da neutralizzare e non per quelle positive da sfruttare o inventare. La problematicità di tale progetto riguarda infatti sì gli aspetti tecnici, ma le dighe si fanno in tutto il mondo e gli ingegneri sanno come costruire una buona opera. L’ingegneria poggia stabilmente sulle scienze fisiche. Invece, l’utilità sociale di un’opera, la sua sostenibilità economica e ambientale poggiano sulle scienze sociali (non disturbare i cetacei è una scelta culturale, aprire la diga a levante o a ponente ha a che fare con i venti, che non dipendono da noi). Non si vuole dire che sia più semplice il lavoro dell’ingegnere rispetto a quello dell’economista, ma il secondo progetta con delle incognite e deve mostrare altri benefici che vanno oltre quello di riparare un porto dalle mareggiate. Richiede quindi una committenza che abbia un progetto di porto, oltre che di diga. La prova in negativo è che per concepire la nuova diga ai progettisti è stato consegnato solo la “nave progetto”, equivalente a una portacontenitori gigante di nuova generazione, non il “porto progetto” dotato di un modello di sviluppo sostenibile a cui tendere. Non una parola è stata richiesta su quanto dell’enorme investimento pubblico andrà a remunerare i capitali e quanto a favore del lavoro e del reddito dei cittadini. Silenzio anche su quanto valore aggiunto dei milioni di container promessi sarà possibile trattenere nel territorio e su quanto e quale capitale professionale occorrerà, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica che sta investendo i porti. Silenzio anche su come, grazie allo sviluppo sostenibile del porto sotto il profilo ambientale, la città possa diventare più salubre, vivibile e accogliente. 

La differenza rispetto a un paio di secoli fa – al sorgere del capitalismo industriale e della teoria del trickle-down (o sgocciolamento), rieditata per l’occasione in salsa di pesto, per cui se ci guadagnano le imprese del porto ci guadagnano qualcosa tutti i cittadini – è che oggi nello Stato democratico sono i cittadini a metterci i soldi, senza i quali anche i profitti dei “grandi player della logistica” crollerebbero. Quanti sono i soldi che lo Stato ha già messo nel porto di Genova? Un conto che il Presidente Signorini, che dovrebbe rappresentare lo Stato, omette di fare, mentre non perde occasione per celebrare gli investimenti privati, senza dire perciò che il finanziamento della diga supera da solo il totale degli investimenti da 25 anni a questa parte delle 13 imprese terminaliste private che operano nel core business del porto, ossia nell’imbarco e sbarco di merci e passeggeri. Si dice che ci vorranno almeno dieci anni perché la nuova diga sia compiuta. Intanto, per prevedere come andrà il porto in futuro, siamo tornati a vedere come era il porto di Genova 13 anni fa, prima della grande crisi del 2008-2009, per avere un raffronto significativo con il 2019: l’anno in cui il porto di Genova era tornato quello di prima della crisi, anzi con nuovi record nei container e nelle crociere, per cui finalmente si sarebbe ricominciato crescere. Stanno davvero così le cose? Possiamo tornare a crescere, quanto? Per diventare cosa?

Si osservi il seguente grafico (dati Adsp):

Che cosa è successo in questi 13 anni al porto di Genova? Salvo i contenitori (+31%), le merci su rotabili (+3%) e i passeggeri crocieristi (+146%), gli altri traffici sono tutti diminuiti anche marcatamente, col risultato che è sceso del 9% il volume complessivo delle merci espresso in tonnellate, la principale unità di misura del trasporto. In verità tutta la portualità italiana ha visto diminuire i suoi traffici ma in media del 6%, quindi meno di Genova (dati Assoporti). Si può spiegare. Il petrolio è in declino, la merce varia è ormai quasi tutta containerizzata, le rinfuse solide soffrono la crisi dell’industria di trasformazione. Tuttavia, diminuiscono anche le rinfuse liquide a cominciare dal petrolio, e i traghetti delle “autostrade del mare” che crescono appena nelle merci, mentre declinano i servizi alla nave perché navi più grandi a parità di carico significano meno scali e meno rifornimenti (bunker). Le cose si spiegano, certo. Resta il fatto che la caratteristica di essere un porto “multispecialistico” che serve tutte le tipologie di merce, che accomuna Genova ai principali porti europei e ne costituisce la risorsa essenziale di resilienza ai cicli economici negativi e il valore aggiunto occupazionale e professionale, si mostra in declino. Questa è una cattiva notizia per il futuro, notizia assente però dal discorso pubblico sul porto. 

La tendenza del porto è verso la bidimensionalità: merci in contenitori da una parte e passeggeri in crociera dall’altro, entrambi su navi sempre più giganti. Lo si è visto anche nelle aree sottoutilizzate dalle rinfuse secche e dagli impianti industriali, riconvertite senza pensarci un attimo in banchine e in depositi per contenitori (anche vuoti). Dunque, è questa la visione di Adsp? Un porto a due dimensioni. Contenitori e crociere. Win-win per Aponte e soci. Lo stesso anche per il porto e per la città? Se poi si considera che nel trasporto contenitori si assiste a una concentrazione eccezionale dei vettori armatoriali e di riflesso dei fornitori di servizi, spesso integrati societariamente ai primi, mentre negli altri traffici marittimi e portuali persistono una maggiore varietà e indipendenza di attori e una molteplicità di relazioni commerciali, si comprende allora come accettare e anzi esaltare questa tendenza significhi contribuire apertamente al declino anche del cluster di industrie, servizi, forniture e professioni che orbita e gravita sul porto. Come se alla varietà di colture agricole di un terreno si sostituisse una qualche monocultura intensiva, e come se questo non significasse anche la perdita della varietà di culture e professioni marittime e portuali, operative e intellettuali. Non pensiamo solo ai mestieri dei “camalli”, ma anche agli agenti marittimi, agli spedizionieri, ai broker, agli avvocati, agli assicuratori, ai finanziatori, agli accademici ecc. Sono queste attività che da tempo sono diventate footloose, libere di situarsi anche lontano dai porti, ancora di più oggi grazie alle nuove tecnologie della comunicazione digitale. Per cui la riduzione ad unum della polivalenza del porto e delle specializzazioni di traffici favorirà l’impoverimento del tessuto occupazionale e professionale del cluster marittimo-portuale genovese. 

Per spiegare l’oggettiva crisi del sistema portuale genovese occorre guardare all’andamento del Pil italiano nello stesso periodo. Se l’economia nazionale non cresce, non si vede perché e come dovrebbero crescere i traffici del suo porto principale. Secondo gli studi economici, anche il proverbiale disaccoppiamento positivo del commercio internazionale dall’andamento del Pil dopo la crisi del 2008 non pare più funzionare. Si aggiunga che il commercio internazionale che passa con il trasporto marittimo per il porto di Genova resta pressoché tutto nei confini nazionali, o per origine nel caso dell’export o per destinazione nel caso dell’import, per cui giocoforza non sfugge alle sorti del Pil. Insomma, il porto di Genova è internazionale per i collegamenti marittimi con tutti i porti del mondo, ma resta meramente nazionale, anzi regionale, per il bacino di utenza della merce trasportata (la cosiddetta catchment area).

Destinazione/origine dei 2,6 milioni di Teu movimentati nel porto di Genova (dati Adsp)

Anche il positivo incremento del 31% in tonnellate di merce containerizzata, se analizzato criticamente, offre una interpretazione contraddittoria. Infatti, dal 2007 al 2019 il traffico di contenitori in Italia è aumentato solo dell’1,5%, questo significa che la quota di Genova è cresciuta a scapito di altri porti nazionali. Del resto nel periodo hanno cessato l’attività di trasbordo due porti (Taranto e Cagliari) che contavano 1,2 milioni di contenitori. La crescita di Genova non pare un successo da salutare con entusiasmo, visto che i contenitori movimentati nei porti italiani, che nel 2007 erano 10,6 milioni, nel 2019 sono saliti a meno di 10,8. 

Come possono pensare Aponte e Signorini di raggiungere una domanda di 5 milioni di container in pochi anni, che corrisponderebbe a una domanda aggiuntiva del 25% rispetto a quella attuale, che in 13 anni è cresciuta appena dell’1,5%? Pensano ovviamente al nuovo terminal Msc di Calata Bettolo, il cui potenziale di 800.000 contenitori sarà praticabile a regime solo con la nuova diga, ma non ci dicono che le navi Msc che oggi scalano il terminal di Prà lo abbandoneranno, ovviamente riducendo la quota relativa di traffico. Sperano che il Pil, magari con un bel rimbalzo dopo il Covid-19, generi un tale incremento di domanda oltre il mero recupero di quanto perso a causa della pandemia? Grazie alla nuova diga e alle navi giganti? Insieme a «tutto il resto che stiamo completando» a cui si riferisce Signorini? Ossia alla migliore accessibilità stradale e ferroviaria e ai collegamenti veloci con l’hinterland e con la rete dei retroporti e degli interporti. Tutti questi interventi, una volta completati, aumenteranno certo l’efficienza del sistema logistico che gravita sul porto migliorandone l’offerta, ma determinante resta ovviamente la domanda di trasporto che muove tutto il sistema. 

La domanda inoltre va considerata rispetto all’intero bacino di utenza che è conteso con altri porti nazionali, compreso quello di Savona-Vado Ligure incluso nella stessa Adsp. Per cui analoghi programmi e investimenti per lo sviluppo degli altri porti limitrofi, come La Spezia e Livorno, andrebbero messi nel conto. A Vado, in particolare sta partendo il terminal di Apl del Gruppo Maersk (primo armatore di navi contenitori del mondo) e di Cosco (la compagnia di stato della Cina Popolare), con un potenziale di 900.000 contenitori ma in aperta concorrenza con i terminal di Genova di cui si sono serviti sinora. Forse Signorini pensa ad Aponte che, avendo detto: «Comandiamo noi, perché comandano i volumi. Chi ha i volumi è quello che si può permettere di far vivere un terminal o di farlo morire se si sposta da quel terminal» (9 settembre 2017), sarà lui con le sue navi a portare i container a Genova, anche a costo di fare morire un altro terminal o un altro porto (forse La Spezia)? Quando Aponte si esprime con questi toni, considerata la scarsa lucentezza dell’accumulazione non solo originaria dei suoi capitali (notoriamente non pubblica i bilanci grazie al diritto dei Paesi in cui ha localizzato le sue società), fa davvero venire i brividi. Ma il saldo dei traffici del porto alla fine quale sarà? Oggi si parla di crescere in 5 anni del 100%, dopo che in 13 si è cresciuti del 30% a danno di altri porti nazionali. Sembra un calcolo razionale, se si contano i numeri dell’offerta senza porsi il problema della domanda, tantomeno da dove dovrebbe arrivare. Per esempio, quanta e quale nuova merce dal Nord Italia oppure dalla Svizzera, dal Baden-Württemberg, dalla Baviera? E in base a quali condizioni di vantaggio e di favore un esportatore di Zurigo o di Stoccarda dovrebbe preferire Genova ad Amburgo o Anversa o Rotterdam? Per la nuova diga che accoglierà le navi giganti che già scalano i porti del Nord Europa?

Veniamo infine all’impatto dei flussi di traffico dei milioni di contenitori su Genova, ossia alla voce principale delle esternalità negative che le città pagano ai porti e che costituiscono uno degli obiettivi degli “altri interventi” dell’Adsp, in particolare per spostare il peso dalla gomma sul ferro. Com’è oggi la suddivisione dell’impatto tra le due modalità trasporto? Nel 2019, anno record, nel porto di Genova sono stati movimentati, al netto del trasbordo tra nave e nave che non implica il trasporto terrestre, 1,4 milioni di contenitori, intesi come unità di carico o pezzi e non come “Teu” che ne è la misura convenzionale. Ognuno di questi pezzi ha compiuto un viaggio di arrivo o di partenza dal porto. Di questi ha viaggiato su treno solo il 13,4% del totale. Tra i motivi, le infrastrutture e i mezzi di trasporto, nonostante si parli solo di questi, non sono al primo posto. Semmai il problema risulta essere la loro accessibilità, ossia le connessioni, insieme all’efficienza operativa e convenienza economica che offrono agli utenti. Pertanto, non saranno determinanti né nuove linee ferroviarie (Terzo valico compreso), né maggiori frequenze dei treni merci sulle linee, tenuto conto che già oggi non sono pienamente utilizzate. La questione è invece di ordine sistemico, riguarda l’estensione territoriale del bacino di utenza sostenibile e le inadeguate strutture delle nostre imprese, sia industriali e commerciali che logistiche. I problemi sono le distanze medio-brevi (100 km) dei viaggi con le merci da e per il porto e la dispersione e l’irregolare frequenza dei carichi nelle aree di utenza, correlati alle piccole dimensioni medie del nostro apparato industriale, che nell’insieme rendono senza alternative e comunque più conveniente l’autotrasporto. Se non sulle lunghe distanze, oltre i confini nazionali, verso la Svizzera e la Germania. Ma per raggiungere queste mete con il treno occorre aggregare ordini e carichi per cui si richiedono una certa struttura di spedizione, volumi di merce e frequenza delle spedizioni adeguati a mantenere un servizio regolare ed efficiente. Allo stato attuale queste condizioni riguardano ancora una porzione molto ridotta dei traffici del porto di Genova a causa dei limiti oggettivi dei suoi mercati di riferimento. È pur vero che da qualche tempo si registra un certo attivismo, sia dal lato dell’amministrazione ferroviaria che da quello delle imprese impegnate a vario titolo lungo la filiera logistica, a provare a investire in servizi di trasporto delle merci su ferro. Certo gli interventi in corso da parte dell’Adsp serviranno a mitigare l’impatto sulla città. Soprattutto la separazione tra i flussi di ingresso e uscita porto-città, che nel caso delle merci mira a connettere direttamente i varchi autostradali con i varchi portuali, una sorta di pipeline per cui il contenitore, come fosse merce liquida in una tubazione, scende dalla nave più o meno direttamente sul camion, il quale parte più o meno all’istante dal porto e viceversa. Questo però comporta un fenomeno contraddittorio. Per un verso virtuoso, ossia l’abbattimento dell’esternalità negativa della congestione del traffico urbano, ma non di quello autostradale. Per l’altro, determina in maniera rilevante, nel caso dell’import, la convenienza a svolgere qualsiasi attività aggiuntiva sulla merce nell’inland presso il luogo di destinazione o il retroporto o l’interporto di passaggio, saltando letteralmente il territorio che ospita il porto e cancellando la possibilità che la sosta della merce offra in parte l’occasione per attività economiche a valore aggiunto per la sua manipolazione e conseguente occupazione. Nel caso di Genova il limite maggiore sta nella scarsità di aree di insediamento per tali attività, ma il modello unico pipeline esclude a priori qualsiasi progetto alternativo. Tramonta il sogno di rinverdire anche solo in parte l’epoca della rottura dei carichi e delle attività a valore aggiunto sulla merce nello stesso territorio. 

La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso

di Andrea Bottalico, Francesco Massimo, Alberto Violante

Un anno in cui le lotte non si sono fermate

Mobilitazioni e scioperi di varia intensità hanno investito l’intera filiera logistica nei mesi scorsi. 

Tra giugno e luglio 2020 il centro delle proteste è Peschiera Borromeo, ai margini di Milano, dove la multinazionale FedEx-Tnt ha deciso di licenziare una settantina di facchini sindacalizzati. Nonostante le cariche e gli scontri, lo sciopero va avanti e si espande in altre filiali. Nello stesso periodo al porto di Napoli il SiCobas sciopera bloccando l’accesso al varco. Alla fine del mese tocca al trasporto marittimo. Il fermo di ventiquattro ore è proclamato dai sindacati confederali. 

Nel settore delle consegne a domicilio si alternano mobilitazioni dal basso e manovre di palazzo. In settembre l’associazione datoriale Assodelivery e il sindacato Ugl, dalla dubbia rappresentanza, firmano un vero e proprio Ccnl, un accordo pirata subito sconfessato dalle confederazioni e dai collettivi di rider, nonché dal ministero del Lavoro. Le critiche piovute sull’accordo inducono la piattaforma JustEat a rompere il fronte padronale: in novembre l’azienda esce da Assodelivery e annuncia un piano di assunzione della manodopera nel quadro di rapporti di lavoro dipendente. A marzo arriva l’annuncio di un accordo con i sindacati confederali per l’inquadramento di quattromila fattorini. All’orizzonte potrebbe esserci però il modello, già visto nel Regno Unito, delle agenzie interinali. JustEat ha già un accordo globale con l’agenzia Randstad per la somministrazione di manodopera, che potrebbe essere utilizzato anche in Italia. 

Ai rider, prevede l’accordo, si applicherà il Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione, scaduto il 31 dicembre 2019, e il cui rinnovo rivela un percorso difficile. A tal proposito SiCobas e AdlCobas proclamano uno sciopero nazionale il 23 ottobre, riprendendo la mobilitazione per il rinnovo del contratto nazionale. «Nella logistica abbiamo lavorato, portandoci il contagio a casa in moltissimi magazzini, senza alcun riconoscimento a tutela del salario» si legge in una nota. Il sindacato di base rivendica tra le altre cose la partecipazione alla trattativa per il rinnovo del contratto, la clausola di salvaguardia anche per il personale viaggiante, il superamento definitivo del socio lavoratore nelle cooperative, l’estensione degli aspetti migliorativi ottenuti in alcune società all’intero comparto e gli aumenti salariali. Un altro sciopero nazionale viene proclamato il 18 dicembre. L’adesione è tra le più alte dall’inizio della pandemia. 

Un mese dopo, FedEx presenta il conto dell’assorbimento di Tnt: più di seimila posti di lavoro in meno in Europa. Si fermano le piattaforme FedEx-Tnt di Milano, Bologna, Parma, Piacenza, Roma, Fidenza, Modena e Napoli, per uno sciopero di due giorni dei lavoratori dell’intera filiera iniziato la notte del 18 gennaio 2021. Proteste anche a Liegi, in Belgio.

La mattina del 21 gennaio 2021 si svolge il primo incontro nazionale tra sindacati confederali e Amazon logistica Italia, assistita da Conftrasporto, per discutere delle questioni relative all’intera filiera logistica gestita dal colosso del commercio elettronico. Il 26 gennaio Giuseppe Conte rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato e si aprono le consultazioni.

Il 29 gennaio la filiera logistica subisce disagi e ritardi a causa dello sciopero generale nazionale proclamato dal SiCobas. Nello stesso giorno si svolge il secondo incontro a livello nazionale tra Amazon logistica Italia e i sindacati confederali. 

La tensione aumenta a Piacenza nei primi giorni di febbraio. Nel corso dello sciopero, dopo cinque giorni di picchetto la polizia lancia lacrimogeni sugli scioperanti per disperdere il presidio fuori dal magazzino di Piacenza allo scopo di far uscire una quarantina di veicoli industriali. 

Pochi giorni dopo l’annuncio del piano di ristrutturazione europeo, FedEx illustra alle sigle sindacali Cgil, Cisl, Uil e Ugl l’intenzione di voler tagliare in Italia almeno duecento posti di lavoro. La mobilitazione del SiCobas prosegue, in particolar modo a Piacenza e a Peschiera Borromeo. Il 9 febbraio i rappresentanti del SiCobas raggiungono un accordo con FedEx alla prefettura di Piacenza. Secondo fonti sindacali, la vertenza è costata a FedEx sette milioni in una settimana. L’accordo prevede il riconoscimento di una tantum di duecento euro, cui si aggiungono un buono pasto di sette euro e la disponibilità ad aprire una trattativa su malattia e infortunio. Durante i picchetti davanti all’ingresso della piattaforma avviene una contrapposizione tra facchini mobilitati dal SiCobas e autisti di una cooperativa mobilitati dalla Filt Cgil e dall’Ugl. 

Il 13 febbraio si insedia il governo Draghi: a sostenerlo ci sono Lega, Pd e M5s, oltre a Forza Italia, Italia viva e altre forze di centro. LeU si spacca e la sua delegazione al Senato entra nella nuova maggioranza. Nei giorni immediatamente successivi, a metà febbraio scioperano gli autisti che lavorano per cinque imprese di autotrasporto nella piattaforma Amazon di Vigonza, provincia di Padova. Indetto dalla Filt-Cgil contro i ritmi di lavoro intollerabili, lo sciopero dura per l’intero turno della distribuzione. Il volantino di rivendicazione titola: «Basta Ammazzarci!».

Verso la fine di febbraio i sindacati confederali organizzano uno sciopero degli autisti delle imprese di autotrasporto che lavorano per le piattaforme Amazon di Brandizzo, in provincia di Torino, e di Pisa. L’algoritmo che governa gli autisti li costringerebbe a compiere centoquaranta consegne all’ora. Oltre al problema del lavoro a chiamata per i driver, a Pisa i sindacati denunciano carichi di lavoro insostenibili, fino a duecento pacchi in dieci ore.

Nella tarda serata del 24 febbraio, i sindacati confederali firmano con le associazioni datoriali il rinnovo del Contratto nazionale dei lavoratori portuali. Una sfera di applicazione che interessa circa ventimila persone. Quasi contemporaneamente, i sindacati interrompono le trattative per il rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione, scaduto nel dicembre 2019. «Chiediamo l’immediato ritiro delle pretestuose e inaccettabili richieste delle parti datoriali e qualora l’atteggiamento non venisse modificato saremo costretti a mettere in campo ogni azione utile affinché si proceda al rinnovo del contratto scaduto.» Le associazioni datoriali richiedono la revisione dell’articolo 42 del contratto collettivo nazionale sulla clausola sociale, la riduzione del trattamento economico di malattia, l’ampliamento del lavoro a chiamata, interventi sul regolamento relativo al diritto di sciopero ecc. 

Il mese di marzo inizia con uno sciopero di ventiquattro ore al porto di Genova, dopo la lettera di diffida nei confronti della compagnia portuale Culmv che i terminalisti aderenti a Confindustria hanno presentato all’Autorità portuale. 

Mentre a Roma le trattative stagnano, Piacenza torna a essere l’epicentro del conflitto. La mattina del 10 marzo la polizia esegue perquisizioni nelle abitazioni di ventuno lavoratori e arresta i due coordinatori provinciali del SiCobas con l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, lesione personale aggravata e violenza privata. La polizia notifica anche sanzioni per violazioni della normativa anti Covid-19 per un totale di circa tredicimila euro e avvia cinque procedimenti per revoca del permesso di soggiorno. Le accuse risalgono allo sciopero contro la FedEx-Tnt tra gennaio e febbraio 2021 nella piattaforma di Piacenza. Lo stesso giorno la procuratrice capo di Piacenza Pradella, dichiara in conferenza stampa, affiancata dal questore e del dirigente locale della Digos: 

Siamo di fronte a condotte particolarmente violente che avevano un trend di pericolosità in crescita, quindi è stato opportuno l’intervento delle forze dell’ordine e anche la risposta sul fronte giudiziario a fronte di comportamenti violenti e privi di ogni valenza sindacale. Tanto è vero che i sindacati che hanno sempre mantenuto un dialogo aperto e leale con la Tnt, come la Cisl, hanno con forza stigmatizzato il comportamento di questi soggetti. 

In pochi condannano questa ingerenza della Procura nell’esercizio delle libertà sindacali. Nel frattempo Fedex-Tnt si prepara a sconfessare l’accordo siglato pochi giorni prima in prefettura e a chiudere l’hub piacentino, che si era “lealmente” impegnata a preservare. Lo stesso giorno i sindacati confederali proclamano uno sciopero nazionale di ventiquattro ore per il 22 marzo 2021 contro Amazon, coinvolgendo per la prima volta tutti i lavoratori della filiera distributiva del colosso americano, comprese tutte le società di fornitura di servizi di logistica, movimentazione e distribuzione delle merci che operano per Amazon logistica e Amazon transport. 

SiCobas e AdlCobas proclamano uno sciopero nazionale del trasporto e della logistica per il 26 marzo. Alla base della protesta, la richiesta di partecipare con una propria piattaforma al rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione. 

I sindacati confederali proclamano lo sciopero nazionale di ventiquattr’ore della logistica per il 29 marzo 2021. «Le associazioni datoriali hanno insistito nel presentare richieste non solo irricevibili ma addirittura mortificanti nei confronti di un mondo del lavoro che tanto ha dato in questi tempi duri di pandemia». La trattativa sul rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione è ancora in stallo. 

In un comunicato FedEx illustra la riorganizzazione della rete italiana, annunciando la chiusura dell’hub di Piacenza. I sindacati di base SiCobas e AdlCobas rilanciano la mobilitazione contro la multinazionale, dopo il lungo sciopero tra gennaio e febbraio 2021, la carica della polizia, e l’accordo in cui FedEx assicurava la salvaguardia dell’occupazione. Il 26 marzo, intanto, il Tribunale del Riesame di Bologna revoca le misure restrittive nei confronti dei due sindacalisti del SiCobas piacentino. 

Dopo l’annuncio della chiusura della piattaforma FedEx di Piacenza, il sindacato di base SiCobas in un incontro alla prefettura ricorda alla controparte l’impegno preso nell’accordo siglato a febbraio scorso. La mobilitazione riprende forma. Ondivago l’atteggiamento dei sindacati confederali. Il SiCobas il 1° aprile proclama uno sciopero nelle piattaforme di San Giuliano Milanese e Parma, con picchetti ai cancelli. La protesta prosegue con la formula dello sciopero a scacchiera. Il 3 aprile si fermano gli impianti di Bologna e di Peschiera Borromeo, poi a Teverola (Napoli) e Fiano Romano (Roma). 

Cresce la tensione tra SiCobas e Filt Cgil, tanto che il SiCobas di Piacenza annuncia una manifestazione davanti alla Camera del lavoro per il 12 aprile. I due schieramenti si fronteggiano davanti alla Camera del lavoro, separati da un cordone di polizia. 

Il prefetto di Piacenza chiede l’istituzione di un tavolo interministeriale sulla vicenda FedEx, che a marzo ha annunciato la chiusura della piattaforma logistica di Piacenza. La decisione della chiusura è irrevocabile. FedEx annuncia un nuovo piano di assunzioni, con l’internalizzazione di 800 lavoratori, di cui 200 nella regione. Non c’è possibilità di ricollocare i 280 lavoratori della piattaforma di Piacenza. Lo sciopero a scacchiera proclamato dal SiCobas contro il piano di ristrutturazione e la chiusura di Piacenza prosegue.

A Padova e Bologna la Filt Cgil firma un accordo con FedEx-Tnt per l’internalizzazione della manodopera. I sindacati di base contestano questi accordi. il 26 aprile il Si Cobas convoca a Bologna un presidio davanti alla Camera del Lavoro. 

Mentre in Italia la stagione delle lotte nella logistica continua, in Germania, malgrado la feroce opposizione delle organizzazioni imprenditoriali, il Parlamento approva il Lieferkettengesetz (“legge sulle catene di fornitura”) che ritiene responsabile l’azienda committente o capofila per qualunque violazione dei diritti umani che possa essere commessa da una delle aziende coinvolte nella filiera di fornitura.

Note a margine del conflitto 

Le contraddizioni che attraversano il settore, tuttavia, rimangono irrisolte. Proviamo ad analizzarle qui, come esito di un dialogo costante e di una riflessione in corso tra gli autori di questi appunti.

Le cronache degli avvenimenti sopra accennati hanno in comune l’appartenenza a ciò che viene convenzionalmente chiamato “logistica”, un comparto destinato alla spedizione e consegna di merci, nonché al loro relativo stoccaggio e manipolazione. La centralità acquisita della logistica è tale che ormai essa è diventata la lente con cui guardare all’intero mondo della produzione, ancor di più in tempo di pandemia. Noi preferiamo guardare la logistica come se fosse un gioco a incastro da montare e smontare, da assemblare e da decifrare con lenti che vanno aggiornate costantemente per poter leggere certi fenomeni eterogenei e in rapida evoluzione. 

Siamo di fronte a dimensioni che appaiono solo apparentemente separate, legate tra loro da molti vasi comunicanti e accomunate da fenomeni come l’internazionalizzazione, la concentrazione del capitale e la conseguente riorganizzazione produttiva. Qualche esempio a nostro avviso emblematico: la concentrazione dei vettori di trasporto navale e le relative pressioni sempre più insostenibili sui terminalisti e sul lavoro portuale (e retroportuale). L’oligopolio nella corrieristica, con pochi grandi vettori in America ed Europa (Ups, FedEx, Dhl, Gls, Depo), che hanno poi cominciato a confrontarsi con il crescente peso dell’aspirante monopolista del commercio online.

Se dalla parte del capitale internazionalizzazione vuol dire concentrazione, dalla parte del lavoro vuol dire estrema frammentazione. Troviamo la frammentazione del lavoro sul ciglio banchina dei porti, nei magazzini tra i facchini di movimentazione, tra gli autisti di consegna, tra i camionisti. 

Nella tradizione delle relazioni industriali, è la contrattazione il luogo di ricomposizione. Il Contratto collettivo nazionale dei porti è stato rinnovato di recente dopo un periodo di trattative estenuanti, mentre quello Logistica, trasporto merci e spedizione è in fase di stallo da tempo. Finora l’occasione del rinnovo contrattuale non è stata interpretata dai sindacati in una modalità “ambiziosa” di filiera, eppure il clima creato dalle mobilitazioni in corso aprirebbe opportunità a questa linea per imporsi. Senza il clima politico creato dalle mobilitazioni dei collettivi dei rider non si sarebbe mai giunti alla sentenza del Tribunale di Milano; senza il movimento dei facchini animato dal sindacalismo di base non si sarebbe mai giunti agli accordi migliorativi. Modalità di partecipazione e delega, pratiche, strutture organizzative, composizione degli iscritti: questi soggetti collettivi portano avanti da tempo strategie sindacali e di mobilitazione alternative a quelle dei sindacati titolari della contrattazione collettiva nazionale. Sarebbe opportuno iniziare a prendere seriamente in considerazione il contributo portato da queste esperienze sindacali in termini di conflitto, negoziazione e miglioramento delle condizioni di lavoro. 

È invece nella vicenda Amazon che il sindacalismo confederale tenta di assorbire l’esempio di quanto successo negli anni scorsi nella corrieristica, mettendo in campo un approccio “di filiera”. Tuttavia, per quanto ambiziosa e avanzata rispetto alle parallele esperienze europee (si vedano le difficoltà del sindacato tedesco Ver.Di), questa strategia mostra i suoi limiti, sia teorici che pratici. Il sindacato confederale, infatti, ma in realtà principalmente la Cgil, punta a una contrattazione di secondo livello che abbracci non solo i magazzinieri ma anche i driver. Il problema è che le filiere Amazon e di FedEx, così come quelle di Ups, Brt e Sda non sono isolate l’una dall’altra. Eppure, al momento sono in corso due lotte parallele che non convergono: quella in Amazon, che a tre mesi dagli scioperi sembra tornata dormiente, e quella in FedEx, che invece non cessa di inasprirsi. Lo sciopero “di filiera” di Amazon promosso dai confederali è sicuramente un avanzamento, un salto di qualità necessario per pretendere un’interlocuzione con la multinazionale di Seattle. E finora i sindacati italiani, diversamente dai colleghi tedeschi o francesi, sono stati gli unici a teorizzare e a mettere in pratica un approccio di filiera. Ma il perimetro indicato da quello sciopero è in realtà solo la punta dell’iceberg. Non esiste infatti solo la filiera diretta Amazon (grandi hub, come quelli di Piacenza, Rieti e Torino; centri di smistamento, come quello di Piacenza; delivery station, che al momento sono almeno venticinque; stazioni dell’ultimo miglio da dove partono i driver esternalizzati). Questa è la rete di ultima generazione che Amazon ha costruito solo a partire dal 2017. Parallelamente, Amazon si è sempre appoggiata alle reti dei grandi corrieri (Ups, Bartolini, Sda e FedEx-Tnt) che svolgono un numero imprecisato ma rilevante di consegne, e per finire alla rete di Poste italiane – che nel 2019 ha chiuso un accordo con i sindacati confederali per ristrutturare la propria rete e adattarla alle esigenze dell’e-commerce. L’accordo di Poste italiane implica l’aumento dei ritmi di lavoro e l’allungamento della giornata lavorativa. A questo si aggiunge un’ulteriore compressione dell’organico. In effetti, a fronte di quindicimila uscite volontarie o incentivate, si prevedono seimila assunzioni, ma queste unità non corrispondono a un aumento dell’occupazione: saranno in gran parte forme di stabilizzazione da tempo determinato a indeterminato o semplici trasformazioni orarie da tempo parziale a tempo pieno. Se i picchi di lavoro lo richiederanno, inoltre, Poste si rivolgerà alle agenzie di somministrazione. 

Nel gergo del settore questo ricorso alle reti postali da parte delle aziende di e-commerce viene chiamato “Postal injection” ed è una strategia utilizzata da Amazon per ampliare la propria rete anche alle zone più remote, che sono servite solo dalla rete pubblica dei servizi nazionali di posta, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Ma dall’alto della sua posizione monopolistica/monopsonistica Amazon può imporre le sue condizioni. Questa posizione di vantaggio cresce dal momento in cui l’azienda di Seattle punta a completare la sua rete estendendola all’ultimo miglio. A questo punto Amazon è allo stesso tempo maggior cliente e concorrente dei gruppi di corrieristica. L’impatto sulle condizioni di lavoro è al ribasso, perché Amazon fa dumping: trascina in giù i costi (e quindi il valore del lavoro) dell’insieme del settore delle consegne, come nel caso di Poste italiane.

Da un lato le grandi aziende di corrieristica, nonché Poste italiane, si ritrovano a essere fornitori di Amazon. Ma dall’altro Amazon ha anche la sua rete: l’azienda di Seattle ha scelto di internalizzare una parte delle consegne di ultimo miglio esattamente sulla considerazione che i costi di questo servizio dai corrieri non erano comprimibili all’infinito attraverso il sistema di appalti (di qui la scelta di un modello alternativo alle cooperative: quello delle agenzie interinali, dalla funzione disciplinante ancora più insidiosa rispetto alle cooperative). 

Da questa prospettiva, concentrare gli sforzi su Amazon per migliorare le condizioni di lavoro nella sua rete rischia di essere velleitario se nel frattempo si firmano accordi che deteriorano le condizioni di lavoro nel resto del settore. Inoltre, organizzare uno sciopero di filiera in Amazon (il 22 marzo) e una settimana dopo lo sciopero nazionale di settore (il 29 marzo) è una scelta difficile da comprendere se l’obiettivo è la ricomposizione e non il micro-corporativismo. Separando di fatto le lotte dei driver e dei magazzinieri Amazon da quelle più generali per il rinnovo del contratto della logistica, rende anche la vita più facile ad Amazon dal punto di vista organizzativo: è abbastanza evidente che con un preavviso di 12 giorni l’azienda abbia potuto dirottare gli ordini sui corrieri, così riducendo l’impatto dello sciopero del 22 marzo sulle consegne. 

L’obiettivo dello sciopero del 22 marzo è stato quello di riaprire la trattativa con l’azienda, e i sindacati hanno avuto soddisfazione: il tavolo, convocato dal ministro del Lavoro Orlando, è stato riaperto, ma i tempi sembrano essere lunghi e i contenuti incerti. Uno dei nodi cruciali su cui è maturato lo stallo nelle trattative è stata la condizione dei driver, sui quali Amazon ha un potere di controllo diretto attraverso i software di gestione e il potere di mercato (è Amazon che stabilisce le rotte, è Amazon che stabilisce standard e ritmi), ma verso i quali rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità negoziale, trattandosi di lavoratori in appalto. Il tavolo ministeriale si aggiornerà nei prossimi mesi, e nel frattempo delegazioni sindacali e aziendali sono invitate a trovare un compromesso. Ma intanto Amazon prosegue nella sua espansione e soprattutto nella strategia di “uberizzazione”: stop ai driver con contratti di lavoro dipendenti e via libera a driver reclutati come lavoratori autonomi, ma sempre eterodiretti via algoritmo. Di fronte alla velocità con cui Amazon ristruttura permanentemente la propria filiera, le organizzazioni dei lavoratori possono permettersi di attendere? Più in generale, la proposta dei sindacati confederali di una piattaforma contrattuale di secondo livello per tutta la filiera logistica targata Amazon (che non include i più di mille operatori del call center Amazon di Cagliari) lascia intravedere la volontà di negoziare con l’azienda parte del surplus da monopolio di Amazon, che andrebbe condivisa con i dipendenti, rischiando però di creare una sorta di aristocrazia operaia protetta dal monopolio e isolata rispetto al resto. 

Anche il sindacalismo di base si ritrova ad affrontare la questione delle alleanze e della ricomposizione. Una strategia di allargamento che forse poteva essere già messa in atto il mese scorso, durante lo sciopero Amazon. La questione non è tanto quella di aderire allo sciopero nella rete Amazon, dove il sindacato di base non ha una presenza significativa. Durante lo sciopero del Black friday del 2017 al magazzino Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza) il SiCobas, che è il principale sindacato nei magazzini della provincia (da Tnt a Leroy-Merlin, da Gls a Geodis) ha portato una sua corposa delegazione, che però è rimasta isolata dagli scioperanti di Amazon. Al contrario sarebbe forse più efficace portare in sciopero i lavoratori delle grandi aziende di corrieristica che consegnavano i pacchi per conto di Amazon, e in cui il sindacato di base ha una presenza maggioritaria. A distanza di cinque anni il sindacato di base non è riuscito a espugnare il fortino Amazon, malgrado il suo fantasma si aggiri nei suoi magazzini, ma la sua presenza nel resto del settore si è consolidata. Così il 22 marzo scorso avrebbe comunque potuto aderire allo sciopero dei confederali mobilitando i lavoratori di aziende come FedEx-Tnt, Gls, Brt o Sda, che movimentano una parte importante dei volumi di Amazon. Aprire un fronte nella filiera allargata potrebbe avere una portata politico-strategica di rottura: il sindacato di base potrebbe rendere più efficace lo sciopero in Amazon (che il 22 marzo ha con ogni probabilità dirottato parte dei volumi nella rete di queste aziende partner), mostrare la reale ampiezza della filiera Amazon allargata, contribuire alla sua ricomposizione e così posizionarsi all’avanguardia del movimento nella logistica. Questa occasione non è stata colta e il rischio ora è di scontare questo isolamento sul fronte della vertenza FedEx-Tnt. 

Dalla nostra prospettiva appaiono particolarmente problematici gli accordi stipulati in FedEx che da un lato prevedono l’internalizzazione dei dipendenti delle cooperative ma che dall’altro mettono in difficoltà il sindacato di base e con esso anni di lotte e di conquiste sociali. Tutto questo come se il sindacato di base e le sue pratiche di lotta, che si sono rivelate non solo efficaci ma anche in vari casi riconosciute come legittime dalla giurisprudenza, sorgessero dalla cospirazione di qualche militante di base o dall’indisciplina dei facchini immigrati, e non da un problema strutturale di rappresentanza del sindacato confederale alla periferia del mercato del lavoro. 

È banale ma forse necessario ricordarlo: se il sindacalismo alternativo si è imposto in un settore cruciale come quello della logistica è perché la politica concertativa dei sindacati confederali aveva lasciato uno spazio vuoto, in un assetto che ingabbia il conflitto e non riesce a contrastare precarietà e svalutazione salariale. Nella logistica questo assetto è saltato e non potrà essere ripristinato, se non al prezzo di licenziamenti di massa e repressione poliziesca. Il piano di FedEx è quello di liberarsi del sindacato di base e dei suoi lavoratori iscritti, di abrogare gli accordi migliorativi che il sindacato di base ha strappato in dieci anni di lotte; infine, di superare il sistema di appalti alle cooperative e internalizzare circa metà della manodopera, abbandonando il resto alle agenzie interinali. 

Il modello all’orizzonte è quindi quello di Amazon (un nucleo di manodopera stabile e un esercito di riserva a chiamata, condannato a precarietà e subordinazione e disciplinato dalla possibilità di un lavoro stabile in un’azienda monopolistica) che, a dieci anni dal suo arrivo in Italia, sembra poter indurre gli attori a ridisegnare a sua immagine l’intero comparto. Le altre aziende stanno alla finestra: se il piano di FedEx passa, non è detto che le altre non seguiranno. I costi sociali di questa battaglia saranno altissimi: migliaia di lavoratori verranno licenziati e i rimanenti dovranno accettare condizioni di lavoro peggiori delle attuali. Il rischio di questa strategia è quello di avere non solo costi sociali elevati ma anche effetti paradossali: da un lato il sindacato confederale lotta in Amazon contro il suo modello, e dall’altro promuove la sua estensione in FedEx e, in prospettiva, nel resto del settore. 

Proprio nel resto del settore procedono le trattative per il rinnovo del contratto nazionale e anche i settori di base del sindacato confederale (in particolare nella filiera Ups lombarda) stanno esprimendo insoddisfazione per il modo in cui i vertici stanno conducendo i negoziati. Le prospettive per una ricomposizione dal basso potrebbero quindi allargarsi.

D’altro canto il sindacalismo di base in un solo settore (qualunque esso sia) rischia di rivelarsi insufficiente a rendere durature ed espansive le conquiste ottenute. Se il pendolo continuerà a oscillare tra tentazioni di autosufficienza e progetti effimeri di restaurare una strategia sindacale riformista in assenza di riformismo, la ricomposizione resta lontana e l’azione sindacale rischierà di ritrovarsi in un’impasse, a scapito dei lavoratori. 

Post Scriptum

A un anno e mezzo dalla scadenza, il 18 maggio 2021 i sindacati confederali e ventitré associazioni datoriali hanno firmato la parte economica del rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione. L’accordo, per volontà di entrambe le parti, ha riguardato solo la parte economica. Voci insistenti parlavano del tentativo, da parte padronale, di provare a fare entrare l’intero settore del trasporto merci su strada all’interno dei servizi pubblici essenziali regolati dalla L. 146, ai fini del contenimento delle mobilitazioni che si sono concentrate nel settore. L’accordo economico prevede 230€ (all’incirca 10€ al mese netti) di una tantum, da corrispondere in tre rate, per colmare la vacanza contrattuale. L’aumento contrattuale sarà poco meno di 90€ lordi per un V livello (quello più comune nella movimentazione merci), poco più di 100€ per i livelli che prevedono le mansioni di personale viaggiante. A queste soglie di aumento ci si arriverà però solo per gradi dilazionati, l’ultimo scaglione di aumento è previsto solo nel 2024. Il rinnovo è giunto ad articolo già steso e non c’è la possibilità di soffermarci adeguatamente, come faremo in seguito, sul dibattito generato dalle assemblee di ratifica dell’accordo. È una chiusura di contratto che viene dopo quella del dicembre 2017, che era superiore di 70€ nell’una tantum, e di almeno una decina di euro nei minimi tabellari. Va detto che le cifre di aumento non sono insostenibili, dato che il trasporto merci (nello specifico il settore poste e corrieri) secondo le analisi sul fatturato dei servizi è l’unico settore (insieme all’It) che è continuato a crescere nel 2020.

Un aggiornamento ulteriore arriva ancora dalla Procura di Milano, dove i pubblici ministeri Giovanna Cavalleri e Paolo Storari hanno disposto un sequestro preventivo di venti milioni nei confronti di Dhl supply chain nell’ambito di un’indagine su frodi fiscali attuate da un consorzio e ventitré cooperative che hanno lavorato per la multinazionale tedesca. Il sequestro è avvenuto il 7 giugno ed è stato convalidato dal Gip il 21 giugno. Secondo gli inquirenti, la Dhl avrebbe usato i servizi di un consorzio di cooperative come schermo per evitare assunzioni o contratti di somministrazione di manodopera. I pubblici ministeri sostengono che tali contratti di esternalizzazione del lavoro nelle piattaforme logistiche avevano lo scopo di evadere imposte e contributi. Nel testo del verbale di sequestro, i magistrati hanno scritto che «la società committente, azienda leader nell’ambito della logistica abusa dei benefici offerti dal sistema illecito, neutralizzando il proprio cuneo fiscale mediante l’esternalizzazione della manodopera e di tutti gli oneri connessi». I magistrati aggiungono che dall’indagine è emersa «una complessa frode fiscale caratterizzata dall’utilizzo di fatture soggettivamente inesistenti, da parte della multinazionale, e dalla stipula di fittizi contratti di appalto per la somministrazione di manodopera, effettuata in violazione della normativa di settore». L’inchiesta della Procura conferma da un lato l’inquinamento del tessuto imprenditoriale nel settore della logistica e dall’altro la frammentazione e la capacità dei soggetti collettivi organizzati e istituzionalizzati di contrastare l’illegalità strutturale che caratterizza il mondo della logistica. 

Il 18 giugno Adil Belakhdim, sindacalista del Si Cobas, viene travolto da un camion e muore durante uno sciopero davanti a un centro di distribuzione alla Lidl di Biandrate, in provincia di Novara.

Sitografia

«FedEx-Tnt, i corrieri contro il picchetto: “Vogliamo lavorare”», Libertà, 5 febbraio 2021.

Impatto del Covid-19 sul lavoro femminile in Italia. Alcune riflessioni

Ariella Verrocchio

La categoria di genere ai tempi della pandemia

Se sulla scena pubblica e mediatica il tema donne/lavoro va sempre più acquistando spazio, interesse, attenzione, molto lo si deve agli studi che hanno indagato il mondo del lavoro con un’ottica di genere. Nel muovere da diversi approcci disciplinari – diversi ma unificati dalla condivisione di un medesimo punto di vista: il genere – questi studi hanno prodotto un ricco apparato analitico, generato complesse reti concettuali e interpretative, messo a disposizione una grande mole di dati, conoscenze, narrazioni. Senza questi apporti – è bene sottolinearlo – la nostra sarebbe una riflessione manchevole, incompiuta, non aderente alla realtà. Nel difficile e complicato momento storico che stiamo vivendo, la categoria di genere sta del resto mostrando una volta di più – e forse con rinnovata forza e incisività – di costituire una chiave di lettura fondamentale: per comprendere le diverse problematiche sociali, economiche, culturali generate e/o evidenziate dalla pandemia; per riconoscere la complessità e l’eterogeneità del suo impatto sulla vita delle persone. 

Oggi nel dibattito pubblico, l’aggravarsi delle problematiche dell’occupazione femminile nell’impatto con il Covid-19 ha costituito un potente fattore di ripresa di interesse sul tema donne/lavoro, una ripresa accresciuta e stimolata anche dallo spazio riservato alla parità di genere dal Pnrr. Nel guardare al tema delle diseguaglianze e delle strategie necessarie al loro superamento, in tale dibattito è possibile rintracciare, almeno in parte, il riflesso di analisi fondate su una prospettiva di genere – come per esempio in «Il femminismo dei dati», uscito sul blog ingenere. 

Nell’ambito delle più recenti indagini e riflessioni sul mondo del lavoro declinate sul genere, la prima cosa che possiamo osservare è come queste tendano a ruotare e a incentrarsi su due principali assi tematici. Uno è quello rappresentato dai processi di riorganizzazione del lavoro innescati e/o accelerati dalla pandemia (smart working, telelavoro, lavoro da remoto), sui quali sta sollecitando una diversa interrogazione e problematizzazione in termini di impatto e di ricadute sul lavoro delle donne e degli uomini. Il secondo asse tematico guarda alle problematiche pandemia/disuguaglianze, tema che nella declinazione genere e lavoro viene affrontato a partire dal riconoscimento delle disparità che l’emergenza sanitaria ha effettivamente prodotto e/o rischia di produrre e quelle disparità che non sono state create dall’evento pandemico ma che questo ha semmai esacerbato ed esasperato. 

La lettura del mondo del lavoro con una prospettiva storica e di genere ci consente di fare chiarezza su come l’emergenza sanitaria stia evidenziando gap strutturali e culturali di lungo periodo, in primo luogo riconducibili a nodi, fragilità, ritardi inerenti al mercato del lavoro e al sistema di welfare italiani. Allo stesso tempo, nel provare a valutare l’impatto che la pandemia sta avendo sul lavoro (e sulla vita) delle donne, la prospettiva di genere sta richiamando l’attenzione sulla necessità di mantenere vigile lo sguardo su quelle situazioni in cui la straordinarietà generata dal contesto emergenziale potrebbe trascinarle verso nuovi rischi e pericoli di arretramento. 

Questa specifica forma di sapere costituisce una risorsa culturale fondamentale per un deciso e forte cambio di passo su parità e questioni di genere, un cambio di passo che non può più essere rimandato. Offrire a questo sapere la possibilità di contribuire direttamente al cambiamento rappresenta una sfida, tra le molte che ci attendiamo siano finalmente accolte nel nostro paese. 

L’immagine della “mamma italiana”. Uno stereotipo tanto radicato quanto disatteso

Risale a dieci anni fa la pubblicazione di Italiane. Biografia del Novecento di Perry Willson, studiosa di storia delle donne e di genere presso la University of Dundee (Scozia). È un libro che desidero ricordare perché contiene un’indicazione di prospettiva a mio avviso importante: quella che per guardare alle trasformazioni dei ruoli e delle vite delle donne nel nostro paese è necessario non perdere mai di vista il ruolo giocato da un’immagine fortemente standardizzata e condivisa della figura della madre italiana. Lo stereotipo in questione è quello di una madre forte e generosa, che ama incondizionatamente i propri figli, sempre pronta a sacrificarsi per loro. Uno stereotipo potente e persistente, tanto radicato nella nostra società quanto disatteso nella realtà quotidiana della vita delle donne italiane. Messa su un piedistallo, celebrata per le sue virtù, la “mamma italiana” è stata e continua a essere una madre molto poco aiutata dallo Stato. Il persistere di marcati squilibri nella distribuzione familiare dei compiti domestici e di cura, nella conciliazione tra tempi di vita e di lavoro sono problemi che da tempo rientrano nell’ordinarietà delle esistenze femminili. Che l’Italia non sia un Paese per madri lavoratrici, per riprendere il titolo di un articolo di Chiara Saraceno, non è quindi certamente una novità. 

L’Italia si presenta come un Paese nel complesso ancora piuttosto riluttante ad abbattere uno dei principali cardini su cui si è storicamente retta la società patriarcale, la divisione sessuale del lavoro. Tra i diversi dati che attestano questa persistenza, vorrei richiamare l’attenzione su quelli contenuti nel report Conciliazione tra lavoro e famiglia dell’Istat inerenti alla percentuale di donne che nel nostro paese non hanno mai lavorato per occuparsi dei figli. A emergere rispetto a Ue-28 per l’anno 2018 è un’incidenza tutt’altro che trascurabile e sensibilmente più alta di quella riscontrabile in altri Stati europei – in Italia pari all’11,1 % a fronte del 3,7 % nel complesso dei paesi dell’Unione. Un dato che, collegato al fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici madri con figli nei primi tre anni di vita, appare sintomatico delle difficoltà che molte donne continuano a incontrare nel far coesistere nelle proprie vite esperienza materna ed esperienza di lavoro. Secondi i dati contenuti nel Rapporto 2020 dell’Ispettorato nazionale del lavoro, le donne che nel 2019 hanno volontariamente interrotto il rapporto di lavoro sono state 37.611, nella grande maggioranza di nazionalità italiana, mentre gli uomini 13.947, con un’incidenza sul totale rispettivamente del 73% e del 27%. Occorre precisare come il dato numerico registrato dall’Ispettorato sia un dato di non facile interpretazione, che va valutato in relazione alle informazioni che la normativa prevede siano fornite in caso di dimissioni da parte di genitori con figli sino ai tre anni (nel caso dei padri solo per quelli che hanno “sostituito” la donna nel congedo di maternità), ovvero avvenute nel periodo compreso tra il primo anno di vita del figlio, nel quale vige il divieto di licenziamento, e nei due anni successivi, durante i quali cessa il divieto ma perdurano problematiche legate alla cura e alla gestione dei figli (per un approfondimento si veda «Due cose sulle dimissioni volontarie»). 

Tuttavia ciò che fin da una prima lettura dei dati appare allarmante è il trend ininterrottamente negativo assunto dal fenomeno in poco meno di dieci anni. I dati numerici registrati dall’Ispettorato del lavoro nel periodo 2011-2019 indicano infatti un costante aumento di dimissioni volontarie, che dai 17.175 casi per le donne e i 506 per gli uomini registrati nel 2011 salgono nel 2019 ai già ricordati 37.611 per le prime e 13.947 per i secondi. Sono dati che confermano una volta di più come la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro costituisca nel nostro paese un’area di forte criticità, in particolare per i genitori con bambini piccoli. La scelta di fare un figlio rappresenta per le donne italiane una scelta particolarmente difficile e che continua a portare con sé rischi anche molto alti, dal ritornare al rimanere a casa, dall’uscita dal mercato del lavoro all’isolamento. I dati sulle nascite del resto parlano chiaro, mostrandoci un andamento della natalità annua che dal secondo dopoguerra in poi è contraddistinta da fasi di prolungata e forte pendenza negativa. Un trend di lungo periodo che negli ultimi sette anni, dopo qualche debole segnale di ripresa nel decennio a cavallo del secolo, è andato assestandosi in direzione di un costante e rapido peggioramento fino a registrare nel 2019 il tasso più basso dall’Unità d’Italia, record ulteriormente superato un anno dopo per effetto dell’impatto del Covid-19 sui progetti familiari ed esistenziali delle persone (si veda «Scenari sugli effetti demografici di Covid-19: il fronte della natalità»). L’andamento demografico italiano costituisce il fenomeno che forse ci mostra con maggior evidenza una delle più marcate contraddizioni della nostra società: nel paese della “mamma italiana” nascono pochissimi bambini, e la denatalità rappresenta un’emergenza. 

Non si porrà mai abbastanza l’accento su quanto gli stereotipi di genere contribuiscano a creare e a sostenere disuguaglianze. Riconoscere la loro funzione, capire le ragioni della loro forza e persistenza significa svelare processi che hanno il potere di influenzare i destini delle persone, di plasmarne le identità. Se insisto sull’immagine della madre italiana, su quella ambigua figura, per dirla con le parole di Lea Melandri, sospesa tra sacralità e determinismo biologico, è perché credo rappresenti uno degli stereotipi nazionali per eccellenza. Uno stereotipo funzionale al permanere di politiche tese a legittimare la divisione sessuale del lavoro, politiche che anziché investire in infrastrutture sociali preferiscono sostenere un welfare di tipo familiare di cui la donna è l’asse portante. Sovraccarico di lavoro domestico ed eccesso di responsabilizzazione verso la cura dei propri familiari sono questioni che da decenni penalizzano la vita delle donne italiane, pregiudicando la possibilità di crescita demografica, economica e sociale del nostro paese. 

La cura della casa e della famiglia ai tempi del Coronavirus. Quando a cambiare è la visibilità del lavoro femminile 

Ma che cosa è accaduto al lavoro delle donne nell’impatto con la pandemia? Per provare a rispondere a questa domanda dovremmo forse prima chiederci cosa sia accaduto nelle famiglie italiane. Se guardiamo al contesto familiare, possiamo constatare come l’emergenza sanitaria ne abbia profondamente scompaginato la vita, i tempi, le abitudini, l’organizzazione. La pandemia ha avuto la forza di ridefinire lo spazio domestico trasformandolo da luogo della sfera intima e privata in luogo dove far convergere le nostre attività extradomestiche. La casa, grazie agli strumenti tecnologici (per chi li possiede), è divenuta lo spazio in cui mantenere i contatti con le diverse sfere della vita (lavorativa, scolastica, sociale, fisica, culturale). Tutto ciò ha attivato nelle famiglie processi complessi, mutevoli, in continua trasformazione, riconducibili a una molteplicità di percorsi ed esperienze, tanto da rendere qualsiasi riflessione che voglia provare a valutarli provvisoria, incerta. Al contempo va osservato come la ricerca abbia saputo rispondere con grande prontezza e dinamismo alle esigenze di approfondimento poste da un evento tanto dirompente come quello pandemico, il più dirompente per i nati dopo la Seconda guerra mondiale, offrendo moltissimi spunti e stimoli di riflessione. Per quanto concerne l’ambito familiare, ciò è avvenuto in particolare in occasione di indagini condotte da gruppi di ricerca diversi su campioni indipendenti, volte a far luce sulle famiglie italiane nella situazione di straordinaria convergenza spazio-temporale delle attività creatasi durante il periodo del primo lockdown. Nel mettere a disposizione dati di recente rilevazione, analizzati nell’incrocio con quelli pre-pandemici e nel confronto con quelli dei Paesi Ue (natalità, istruzione, occupazione, ore dedicate al lavoro retribuito e a quello domestico e di cura), questi studi consentono di ri-misurare e di ri-problematizzare il tema delle disuguaglianze di genere nell’impatto con l’evento pandemico. 

L’impressione generale che se ne ricava è che la pandemia abbia sostanzialmente riconfermato squilibri (e stereotipi) di genere, a riprova del loro profondo radicamento nel nostro paese. L’indagine di Daniela Del Boca et al., condotta tra aprile e maggio 2020 su un campione rappresentativo di 1.250 donne occupate, rileva come durante il lockdown vi sia stato un aumento dell’impegno familiare sia per gli uomini che per le donne. Il dato emerso dall’indagine su cui porre l’accento non è tuttavia questo, bensì quello che evidenzia come tale incremento abbia riguardato molto di più i soggetti femminili, tanto da creare quella condizione di sovraccarico di lavoro domestico e di cura in cui, già nel primo mese di lockdown, Linda Laura Sabbadini, intervistata da Agenzia Dire, individuava una delle situazioni di maggior criticità create dall’emergenza sanitaria. In buona sostanza, se prima della pandemia le donne italiane dedicavano più ore al lavoro familiare rispetto ai loro partner, nel periodo del “Io resto a casa” al carico di lavoro ordinario si è aggiunto quello prodotto dalla straordinarietà creata della situazione emergenziale: riorganizzazione della casa e dei tempi di vita e di lavoro, aumento del lavoro domestico – più pasti, più pulizie, più attenzione all’igiene. A tali mansioni si sono aggiunti compiti straordinari di supporto e assistenza ai figli nei periodi di didattica a distanza e di sospensione delle loro attività fuori casa, ai quali si sono accompagnati sforzi di cura psicologica a bambini/e e adolescenti disorientati, spaventati, stressati dagli effetti della pandemia sulle loro vite. 

A confermare come il periodo di confinamento non abbia prodotto dei significativi cambiamenti nella distribuzione del lavoro familiare vi è l’indagine, promossa nell’ambito del progetto Counting Women’s Work, condotta da un gruppo di ricerca della Sapienza Università di Roma su un campione di 1.040 persone formato da uomini e donne di livello socio economico medio-alto. Nel misurare tempi di lavoro retribuito e tempi dedicati alla cura della casa e dei figli in un arco di tempo più lungo del lockdown (fino a giugno 2020), l’indagine evidenzia come il ritorno alla “normalità” abbia sostanzialmente ripristinato le condizioni precedenti: un carico di lavoro familiare di poco ridotto per le donne, una marcata diminuzione dell’impegno maschile nei compiti domestici e di cura. Nella condizione di straordinarietà creatasi con l’emergenza Coronavirus, gli stereotipi di genere sembrano dunque trovare conferma. Non solo. L’evoluzione della crisi sanitaria lascia intravedere scenari che potrebbero anche preludere a un loro processo di rivitalizzazione, sia come conseguenza del prolungamento del lavoro da casa, sia per le maggiori difficoltà che le donne in cerca di lavoro o che lo hanno perso (99.000 nel 2020 contro 2.000 uomini) potrebbero incontrare nell’accedere e/o rientrare nel mercato occupazionale. 

Come è noto, nel contesto di grave emergenza sanitaria creatosi nel marzo dello scorso anno, laddove le mansioni lo permettevano vi è stato un progressivo trasferimento dell’attività lavorativa nello spazio domestico. Un fenomeno nuovo per molti lavoratori e lavoratrici, spesso indicato con il termine smart working pur senza esserlo quasi mai stato veramente, che secondo i dati contenuti nel rapporto «Demografia e Covid-19» lo scorso anno ha interessato una quota di occupati e occupate che da valori nel 2019 inferiori al 5% è passata nel primo trimestre 2020 all’8,1% salendo nel secondo a più del 19%. Tra i dati di maggior rilievo sul piano delle differenze di genere vi è quello che indica percentuali significativamente più alte tra le donne con almeno un figlio tra 0 e 14 anni. 

Di particolare interesse sul piano delle implicazioni di genere derivanti dalle misure di contenimento pandemico, tra le quali rientrano appunto anche i trasferimenti delle attività di lavoro a casa, è il sondaggio condotto dopo il 4 maggio dall’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) nell’ambito del Gender Policies Report 2020, ovvero nel periodo della cosiddetta fase 2, caratterizzata dalla ripresa dell’attività produttiva e lavorativa ma anche dalla riorganizzazione dei tempi di vita e lavoro. Realizzata tra giugno e luglio 2020, l’indagine evidenzia come dopo il lockdown gli uomini siano stati i primi a rientrare al lavoro sia nel caso di lavoro dipendente che autonomo. Segnala anche come alcune donne abbiano continuato a lavorare a casa per motivi non riconducibili a normative o specifiche richieste del datore di lavoro bensì in virtù di accordi avvenuti in ambito familiare, nella grande maggioranza riguardanti coppie con figli. Nell’evidenziare il carattere non neutrale del processo di transizione dalla fase 1 alla fase 2, l’indagine stimola a problematizzare diversamente il lavoro femminile a distanza, in particolare in relazione al rischio che possa divenire una strategia di sostegno alla vita familiare. 

In questo quadro si colloca l’impegno di un gruppo di economiste femministe dell’Università di Valencia che nel rivendicare una regolamentazione di genere per il telelavoro ha evidenziato come questa tipologia di lavoro debba non solo fondarsi su una più agile e flessibile organizzazione spazio-temporale, ma debba anche avere un carattere spontaneo e reversibile, così da evitare nuovi rischi di discriminazione per le donne, come nel caso del lavoro part-time. Per quanto riguarda il lavoro a tempo parziale credo utile richiamare l’attenzione su come rappresenti una tipologia contrattuale ancora piuttosto diffusa nei paesi europei: i dati Eurostat 2019 registrano una percentuale del 29,9% di lavoratrici part-time (8,4% per i lavoratori) nel complesso dei paesi Ue-27, tra i quali l’Italia si colloca al sesto posto, con percentuali del 32,9% per le donne, e dell’8,2% per gli uomini. 

L’analisi di quanto avvenuto durante il primo lockdown e nella fase immediatamente successiva non sembra dunque registrare cambiamenti di portata significativa sul piano della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Tuttavia vi sono anche alcune novità rilevanti e che richiedono particolare attenzione. Per prima cosa va osservato come l’emergenza sanitaria abbia contribuito a rendere riconoscibile ciò che l’ottica di genere ha da molto tempo messo in discussione e ridefinito: la distinzione tra pubblico e privato, tra lavoro produttivo e riproduttivo. Per quanto riguarda la prima, le misure adottate per il contenimento della pandemia hanno creato una situazione di vero e proprio sconfinamento, la sfera intima e privata è stata invasa dalla sfera lavorativa ed extradomestica e viceversa, rispetto alla seconda hanno portato alla luce il rimosso del lavoro domestico e di cura non retribuito. Nell’esasperare il carico di lavoro familiare femminile, nell’inasprire gli squilibri nella distribuzione del tempo dedicato da uomini e donne al lavoro retribuito e non, la pandemia ha reso intollerabile quella fatica fisica e psicologica, subdola e imprendibile, che le difficoltà di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro da tempo hanno portato nelle esistenze femminili. Non c’è quindi da stupirsi se, come messo in luce dalla già citata indagine condotta dalla Sapienza Università di Roma, le sensazioni associate al lavoro di cura che donne e uomini hanno provato durante il primo lockdown siano state molto diverse: un aumento di stress e stanchezza per le prime, un aumento del sentirsi utili per i secondi. 

Se nell’attuale momento storico vogliamo cercare una trasformazione di segno positivo sul versante donne/lavoro, credo questa possa essere al momento individuata nella visibilità inedita, forte, pervasiva acquisita dal lavoro domestico e di cura. Un lavoro spesso confuso con l’amore materno e il suo mitico senso del sacrificio ma che ai tempi della pandemia sta mostrandosi per ciò che effettivamente è: un lavoro non retribuito. Le sue contraddizioni, i suoi nodi irrisolti rimbalzano di continuo sulla scena pubblica e mediatica. E in ciò possiamo scorgere un momento di snodo nella storia delle italiane, non ancora nel segno di un cambiamento strutturale ma che potrebbe preluderlo. La creazione di servizi educativi e scolastici per l’infanzia di qualità, accessibili a tutti, ben distribuiti sull’intero territorio italiano è una delle sfide che ci si attende siano a breve affrontate. 

Donne tra lavoro e non lavoro. Uno sguardo di genere al mercato occupazionale in Italia e in Europa

Nei paesi dell’Unione europea il mercato del lavoro ha cominciato a essere significativamente influenzato dalla crisi innescata dalla pandemia nel secondo trimestre 2020. Tra gli Stati membri dell’Unione europea, nel quarto trimestre 2020, l’Italia assieme alla Spagna e alla Grecia è tra i paesi che hanno registrato più elevati rallentamenti nel mercato del lavoro. Le persone con domanda di occupazione insoddisfatta in questi Stati hanno superato il 20% della forza lavoro: il 25,1% in Spagna, il 23,5% in Grecia e il 21,9% in Italia. Questi paesi hanno anche registrato i maggiori divari di genere osservati nel periodo di inattività: in Grecia il 29,6% per le donne contro il 18,4% per gli uomini , in Spagna il 30,4% per le donne contro il 20,4% per gli uomini, in Italia il 26,5% per le donne contro il 18,3% per gli uomini.

I dati destagionalizzati sui tassi di disoccupazione nel periodo compreso tra marzo 2020 e marzo 2021 forniti da Eurostat registrano nel complesso dei Paesi dell’Unione percentuali totali dal 6,4% al 7,3%, secondo la distribuzione per sesso un aumento per gli uomini dal 6,2% al 7 %, un tasso superiore per le donne che passa dal 6,6 % al 7,7%. Dal confronto tra gli Stati membri, emerge un peggioramento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro anche in paesi con bassi indici di disoccupazione femminile nel periodo prepandemico. Esemplare il caso della Germania, dove, secondo i dati contenuti nel Rapporto Openpolis Occupazione 2020, tra il 2008 e il 2017 si riscontra il maggior tasso di crescita dell’occupazione femminile tra i Paesi Ue del G7 (dal 67,8% al 75,2%), registrando in dieci anni ben 7,4 punti di differenza; nello stesso periodo l’Italia rileva un incremento di soli 2 punti (dal 50,6 % al 52,5 %), decisamente insufficiente per un paese con tassi di crescita molto al di sotto dell’obiettivo del 60% fissato dalla Strategia di Lisbona per il 2010. Secondo i dati Eurostat, la Germania passa da un tasso di disoccupazione femminile del 3,5% nel marzo 2020, percentuale peraltro inferiore a quella maschile (4 %), al 4,6 % nel marzo 2021, stabile rispetto a febbraio (per gli uomini 4,4%). 

Le cose sembrano andare un po’ meglio nei Paesi Ue con bassi tassi prepandemici di disoccupazione femminile e dove alle donne sono garantiti maggiori servizi per l’infanzia. In Francia nel marzo 2021 il tasso di disoccupazione femminile si presenta in controtendenza rispetto al dato registrato nel complesso dei Paesi Ue, mostrando un andamento di decrescita che la vede passare dal 7,5% al 7,3% (per gli uomini dal 7,4% all’8,4%). Nei Paesi Bassi il tasso di disoccupazione femminile presenta una crescita contenuta e passa dal 2,9% al 3,6 %. Questo però non avviene ovunque. Basterà al riguardo richiamare il caso della Svezia che nel 2017, secondo il già richiamato Rapporto Openpolis, è tra i membri dell’Ue con il più alto tasso di occupazione femminile (79,8%), ma che nel periodo pandemico risulta interessato da un sensibile aumento del tasso di disoccupazione tra le donne che dal 7,4% nel marzo 2020 sale nel marzo successivo al 9,3%, mantenendosi stabile rispetto a febbraio. 

Le situazioni più critiche si sono verificate tuttavia dove il mercato del lavoro femminile presentava significative debolezze già prima della pandemia. Così in Spagna, dove il tasso di disoccupazione tra le donne passa dal 16% al 17,4 % tra marzo 2020 e 2021, e anche in Italia cresce dall’8,2 all’11,4%, in aumento dall’11,3% di febbraio (dati provvisori). Nel confronto con i tassi di disoccupazione femminile presenti negli altri Paesi Ue, questi dati mostrano indici sensibilmente maggiori: il nostro Paese si colloca dopo la Spagna (segnaliamo che per la Grecia sono disponibili i dati per marzo e dicembre 2020, pari a 18,6 e 19,5%, mentre non lo sono per il periodo gennaio-marzo 2021). Il dato sulla disoccupazione femminile in Italia acquista ancor più significato se collegato al tasso di crescita dell’occupazione femminile, che dopo aver sfiorato nel dicembre 2019 il 50%, nel 2020 scende al 48,6 %. Un tasso molto basso se confrontato con il dato medio Ue-27 pari al 63%, e ancora molto distante dall’obiettivo della Strategia di Lisbona, pari al 60%.

Rivolgendo nuovamente lo sguardo allo scenario internazionale, l’impatto della pandemia sull’occupazione ci mostra una generale tendenza a produrre una significativa perdita di posti di lavoro tra le donne. Si tratta di uno scenario diverso rispetto a quello della crisi del 2008, che al contrario danneggiò molto di più il lavoro degli uomini investendo settori produttivi con una più forte presenza maschile come quello edilizio e manifatturiero. Da più parti si è evidenziato che la crisi pandemica ha colpito molto di più l’occupazione femminile, perché concentrata in settori relativamente stabili nei cicli economici tipici fortemente influenzati dalle misure di chiusura e di distanziamento sociale, quali commercio al dettaglio, ristorazione, turismo, cultura, servizi domestici. La pandemia ha avuto, inoltre, uno specifico impatto sull’occupazione femminile anche per aver portato molte lavoratrici in prima linea nella lotta contro il Coronavirus. Basterà dire che nel 2019 il 76% dei quarantanove milioni di persone impiegate nel servizio sanitario nei paesi Ue sono donne, come lo sono l’82% delle persone addette alle casse nei servizi commerciali, l’86% di quelle impiegate nei lavori dedicati alla cura della persona nel campo sanitario, il 95% di quelle impiegate nei lavori domestici e assistenziali. 

Il forte impatto che la crisi pandemica ha avuto sull’occupazione femminile trova una delle sue principali cause nella diversa distribuzione di uomini e donne nel mercato del lavoro, una distribuzione che nelle eccezionali circostanze storiche createsi con l’emergenza sanitaria Covid-19 ha visto le donne sovrarappresentate tanto nei settori in prima linea nella lotta contro il Coronavirus, quanto in quelli più colpiti dalla recessione innescata dalle misure di contenimento. L’Italia è stato il primo Paese europeo a essere colpito dall’emergenza sanitaria e ad aver adottato il confinamento e il distanziamento sociale. All’indomani della pubblicazione dei dati Istat sull’occupazione italiana per il mese di aprile 2020, Francesca Bettio e Paola Villa evidenziavano come la recessione innescata dalle misure di contenimento pandemico stesse avendo effetti negativi molto di più tra le donne che tra gli uomini. Effetti che, come previsto dalle due autrici, sono perdurati nei mesi successivi sia in termini di perdita di posti di lavoro che di impatto differenziato tra settori produttivi, e quindi tra uomini e donne. In un contesto come quello italiano, dove il vero e grande problema dell’occupazione femminile risiede nella scarsità di lavoro, la prospettiva di genere ha portato l’attenzione sulla necessità di riequilibrare l’occupazione favorendo l’accesso e l’inclusione delle donne in quei comparti che continuano a essere appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. Sono i settori al centro del processo di greening – agricoltura, edilizia, public utility e trasporti, con una partecipazione tradizionalmente prevalentemente maschile. Come evidenziato dal Manifesto di Donne per la Salvezza/Half of it, basterà dire che nell’ambito del settore delle costruzioni per il 92,4% delle assunzioni sono preferiti i maschi (rispetto al 1,4% di femmine e al 6,2% di indifferente), o guardare a settori come quello dei trasporti e della logistica dove pure si registrano marcate differenze di genere. Per quanto concerne il rapporto tra disparità occupazionale e livelli di istruzione femminile, la prospettiva di genere ha, inoltre, prestato particolare attenzione al permanere di un marcato svantaggio femminile nelle lauree tecnico-scientifiche, le cosiddette lauree Stem (Scienze, tecnologie, ingegneria e matematica), tra le quali si registra un 37,3% di maschi contro un 16,3% di femmine, che sul totale dei laureati/e rappresentano, nel 2019, il 22,6% contro il 16,8% degli uomini. 

Il grande impatto che l’attuale recessione sta avendo sul lavoro delle donne è un fenomeno che nei Paesi dell’Unione europea presenta andamenti e tratti comuni, tanto sul piano delle cause che degli effetti. Ma come per qualsiasi grande crisi, è un impatto che va misurato tenendo conto anche delle specificità nazionali. In Italia il mercato del lavoro presentava già prima della pandemia marcate diseguaglianze sul piano dell’accesso e della permanenza delle donne, e qui dunque si rendono necessarie misure alquanto efficaci e tempestive. Misure che contrastino le disparità di genere nel mondo produttivo e che incrementino l’occupazione femminile in tutti quei settori che più si espanderanno e ai quali saranno destinati il grosso delle risorse dei fondi del Next Generation Eu, a partire dai lavori cosiddetti green e digitali. Affrontare questi nodi rappresenta per l’Italia un’opportunità storica e insieme una necessità, l’opportunità di superare il gap occupazionale con l’Europa, la necessità di scongiurare che le conseguenze sociali, economiche e demografiche derivanti dall’impatto della recessione sul lavoro femminile sopravvivano alla pandemia. 

(maggio 2021)

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La digitalizzazione secondo il Recovery

Francesco Garibaldo

Matteo Gaddi ha analizzato l’insieme del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Data l’importanza della digitalizzazione, può essere utile un approfondimento specifico di tale strategia applicata alle imprese.

Nel Pnrr la digitalizzazione e l’innovazione sono uno dei tre assi strategici del piano che prevede sei missioni articolate in sedici componenti. Essa informa la Missione 1 dal titolo “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” che a sua volta registra tre componenti: la pubblica amministrazione, le imprese e il turismo. Mi concentrerò sulla seconda componente che viene classificata come “Transizione 4.0”.

Vale la pena riportare per intero la descrizione del compito di “Transizione 4.0”: 

La seconda componente riguarda l’innovazione e la digitalizzazione delle imprese (Transizione 4.0), ivi comprese quelle del comparto editoria e della filiera della stampa, la realizzazione di reti ultraveloci in fibra ottica, 5G ed investimenti per il monitoraggio satellitare. In quest’ottica, gli incentivi fiscali inseriti nel Pnrr sono riservati alle imprese che investono in beni strumentali, materiali e immateriali, necessari a un’effettiva trasformazione digitale dei processi produttivi, nonché alle attività di ricerca e sviluppo connesse a questi investimenti. Si prevedono inoltre progetti per sostenere lo sviluppo e l’innovazione del Made in Italy, delle catene del valore e delle filiere industriali strategiche, nonché la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione delle imprese, anche attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari a leva.

Sotto un’unica voce, quindi, sono ricompresi sia l’obiettivo della digitalizzazione, interpretato come processo innovativo, sia la realizzazione delle infrastrutture necessarie a sfruttare in modo efficace le potenzialità del digitale, avendo come platea tutte le imprese, ma con una particolare attenzione alle catene del valore e alle filiere strategiche. 

La sola componente riservata alle imprese vale 24,3 miliardi cioè quasi il 60% della Missione 1 che a sua volta rappresenta poco più del 21% del totale del Piano. Se si considerano sia i progetti nuovi che quelli in essere, risulta la seconda più rilevante in termini di risorse, dopo la “rivoluzione verde e la transizione ecologica”, delle sei missioni del Piano. D’altra parte, considerando solo i nuovi progetti le prime due risultano equivalenti. 

Questa componente prevede cinque interventi: la vera e propria “Transizione 4.0”, che impegna circa il 60% dei 24,3 miliardi previsti, e poi, in ordine di importanza: “reti ultraveloci”, “politiche industriali di filiera e internazionalizzazione”, “tecnologie satellitari ed economia spaziale”, “investimenti ad alto contenuto tecnologico” (cioè sostanzialmente l’industria dei microprocessori).

A parte vengono trattati gli interventi pubblici infrastrutturali per sviluppare, come viene sottolineato, azioni orizzontali e automatiche in una logica di neutralità tecnologica. Qui lo strumento principe è il credito di imposta, seguito da incentivi mirati, come nei casi delle filiere e dell’internazionalizzazione delle imprese.

Già dai titoli dei capitoli si comprende che il processo viene concepito come un adeguamento in itinere a un modello competitivo le cui caratteristiche fondamentali sono, tuttavia, di fatto già parte di uno standard definito: quello del progetto tedesco Industria 4.0 che, nella sua gestazione, risale al 2011.

Alla base c’è il concetto di sistemi cyber-fisici, che su scala macro sono costituiti da reti globali che incorporano macchinari, sistemi di stoccaggio e siti produttivi attraverso la cosiddetta “Internet delle cose” (Internet of Things, IoT), che collega “oggetti intelligenti” in grado di connettersi a una rete per elaborare dati e scambiare informazioni con altri oggetti. 

 Nella manifattura una delle idee chiave del nuovo standard è stata così riassunta da Hirsch-Kreinsen nel 2014: 

Raggiungere un nuovo livello di automazione che è basato sulla ottimizzazione continua di componenti di sistema decentrati e intelligenti e sulla loro capacità di autoregolarsi rispetto a condizioni esterne che cambiano dinamicamente, per esempio le condizioni dei mercati di sbocco, della produzione e delle catene logistiche, o a richieste in tempo reale dell’ambiente esterno [..], in altre parole i limiti attuali tecnologici ed economici dell’automazione stanno per essere spezzati ed estesi in risposta alle nuove domande poste dalla flessibilità.

Si tratta cioè di conquistare per via tecnologica una flessibilità estrema, in tempo reale, senza dover sacrificare i vantaggi storici della produzione di massa; di qui la teorizzazione del cosiddetto lotto zero o lotto uno, a seconda dei termini che vengono preferiti. 

Di cosa si tratta? La produzione di massa del Novecento si è basata sull’idea di ridurre i costi di produzione con la catena di montaggio e la riduzione di lavori complessi a lavori più semplici, dove possibile elementari. Questo ha funzionato benissimo finché si è trattato di produzione di beni uguali tra loro o con ridottissime differenze. La catena di montaggio, infatti, presuppone di potere programmare quantità significative di produzione per periodi definiti con notevole anticipo: nella programmazione entrano quindi un numero minimo di pezzi da realizzare e la dimensione dei lotti da produrre, che cambia a seconda dei prodotti. 

I pezzi necessari al processo produttivo, o le parti premontate utilizzate nell’assemblaggio finale, vengono fatti affluire alla catena con regolarità e precisione. Il limite di questo sistema produttivo è determinato dal fatto che a ogni cambio significativo di prodotto la catena va riorganizzata anche fisicamente: cambiano le distanze tra le singole postazioni, cambiano i componenti utilizzati, cambiano gli strumenti necessari. 

Questi cambiamenti per l’impresa comportano un doppio costo: da una parte quello costituito dal tempo perso per riattrezzare e risettare la catena, dall’altra la necessità di disporre di nuove attrezzature. Si pensi che nell’industria automobilistica ci sono 20.000 parti dettagliate con circa 1.000 componenti chiave da gestire, il che significa che le possibili configurazioni dei prodotti finali sono, in teoria, milioni; mentre nella realtà concreta della produzione si può comunque parlare di diverse migliaia di prodotti che vengono realizzati e che differiscono in base alle varianti e agli optional.

L’idea di personalizzare in maniera spinta il prodotto con questo modello era quindi irrealizzabile, al massimo la customizzazione poteva avvenire tramite attività di post produzione di tipo estetico o tramite l’aggiunta di parti non funzionali. La possibilità offerta della digitalizzazione consiste nel riuscire a gestire e processare, sulla stessa linea di montaggio, prodotti anche molto differenti tra loro, concepiti e progettati per soddisfare la richiesta di un singolo cliente, senza dovere riattrezzare la linea a ogni cambio di prodotto. Per esempio, una motocicletta personalizzata per un cliente specifico può essere prodotta sulla stessa linea di montaggio dove vengono alternati prodotti diversi, sino al caso estremo in cui vengono inseriti in essa prodotti tutti diversi, avviati alla produzione in modo casuale, cioè senza alcuna pianificazione preventiva, ma semplicemente sulla base degli ordini di produzione che vengono acquisiti.

Sostanzialmente la programmazione della produzione avviene in tempo reale, sulla base delle richieste che pervengono dai singoli clienti. Un esempio personale: ho comprato un’auto nuova e mi è stato comunicato che la “mia auto” con le “mie specifiche” era stata messa in produzione, ovviamente assieme ad altre diverse da essa, ma sulla stessa linea di montaggio. In questo modo il lotto che è possibile realizzare sia tecnicamente che economicamente è il lotto di un solo prodotto: quello che in precedenza è stato indicato come il “lotto uno” o, enfaticamente, il “lotto zero”. Questa riconfigurazione continua e flessibile dei processi produttivi, tramite le innovazioni tecnologiche della digitalizzazione, consente di combinare i vantaggi della produzione di massa, cioè di sfruttare le economie di scala derivanti dai grandi volumi, con quelli di una produzione di tipo “artigianale”, cioè in grado di garantire un prodotto personalizzato.

La seconda idea chiave è costituita dalla riorganizzazione delle catene di subfornitura che, tramite queste nuove tecnologie, verrebbero organicamente integrate nel modello flessibile delle imprese centrali, a costo ovviamente di una oggettiva subordinazione strutturale. Una conseguenza di tale processo è la possibilità di integrare organicamente anche attività geograficamente disperse, arrivando sino al singolo individuo: fenomeno al quale comunemente ci si riferisce con il termine di “economia delle piattaforme”. 

Cosa si intende quando, parlando di nuovo tipo di impresa, si utilizza il termine “piattaforma”? In sostanza si tratta di un’attività economica di intermediazione online; quando questa attività riguarda il lavoro vi è la possibilità di lavorare senza un orario predefinito e senza una sede specifica – come accade oggi per chi lavora da casa – e, cosa molto rilevante, la paga può essere calcolata sulla base di una retribuzione a pezzo per un singolo compito da svolgere o per il singolo bene da produrre. I giganti di questo nuovo settore sono Google, Apple, Facebook, Netflix e Amazon. Queste attività mediate dalla rete consentono alle imprese di esercitare dei livelli molto elevati di controllo sulle prestazioni di chi lavora, e anche sugli utenti, tanto che che questa possibilità ha dato origine ad una nuovo fenomeno definito da alcuni come “capitalismo della sorveglianza”.

La nuova forma di impresa, intesa come piattaforma, è importante perché non riguarda solo le aziende che dominano la rete, ma diventa il modello di riferimento trasversale a tutti i settori, da quelli industriali tradizionali a quelli puramente finanziari, attraversando anche i servizi e le attività commerciali tradizionali.

Infine, la terza idea chiave è costituita dalla valorizzazione estrema dei prodotti fisici attraverso l’integrazione diretta di servizi a richiesta, i cosiddetti “prodotti intelligenti”, resi tali dall’inserimento di tecnologie digitali ed Ict che consentono loro di ricevere, immagazzinare, elaborare e trasmettere dati e informazioni.

Il punto è che tale processo non è solo e principalmente tecnologico, infatti non è nemmeno omogeneo e lineare; più che di uno standard si tratta di obiettivi perseguiti e ottenuti con percorsi alternativi e da un punto di vista sociale con risultati opposti.

Vale la pena, inoltre, sottolineare che la formula di interventi automatici e orizzontali esclude, in teoria, un ruolo selettivo e di orientamento strategico da parte del potere pubblico, in modo coerente con l’idea di perseguire modelli e standard ben definiti.

Un’analisi anche superficiale di quanto già realizzato da aziende innovative non solo in Germania, ma anche in Italia, evidenzia come la situazione sia tutt’altra.

Il motore trainante non è la tecnologia ma una trasformazione radicale del rapporto tra produzione e mercato, con una preminenza della domanda in tempo reale come criterio fondante dei modelli di impresa e della loro organizzazione; la tecnologia è lo strumento per implementare questo modello. In assenza di condizionamenti sociali importanti, come per esempio i sindacati, la trasformazione è guidata dall’imperativo di eliminare ogni tempo morto e di disciplinare la forza lavoro in modi senza precedenti, grazie alla possibilità di un monitoraggio costante della prestazione lavorativa tramite, appunto, questi dispositivi e le tecnologie della rete. Parallelamente è stato costruito il mondo delle piattaforme logistiche, del crowd-working, dei lavoretti, di quei lavori cioè, legati alle piattaforme online in cui i committenti postano su una bacheca virtuale i lavori disponibili e si rivolgono a chiunque desideri candidarsi a svolgere quel lavoro.

Analogamente i rapporti tra imprese centrali e rete produttiva – specialmente di fornitura, in assenza di poteri pubblici interventisti – spostano il rapporto di potere in maniera radicale a favore delle aziende centrali; in una situazione di reti globali o, nella nuova versione post pandemia, di reti per grandi aree geo-economiche, questi sbilanciamenti di potere si traducono in sentieri di crescita industriale depauperati per i Paesi e le zone satellite.

Non si intende mettere in discussione la necessità di implementare processi di digitalizzazione dei processi produttivi, ma nel perseguirli occorre mettere al centro dei criteri sociali selettivi su come realizzarla, in particolare dal punto di vista del lavoro. Un conto, per esempio, è l’introduzione di strumenti che alleggeriscono, tramite interfacce intelligenti e robot connessi, il carico fisico e mentale di chi lavora, o la capacità di leggere in anticipo i segnali inerenti alla fatica della prestazione lavorativa e/o afferenti il rischio per la salute e sicurezza nelle attività svolte, tanto da individuare gli oggettivi elementi di pericolo. Completamente un altro conto è l’algoritmo che controlla i fattorini di Amazon, o che definisce il taglio dei tempi di lavoro e che viene realizzato grazie a un controllo diffuso e in tempo reale del processo produttivo, teso all’eliminazione di tutti i “tempi morti”, considerando tali anche i tempi fisiologici di recupero tra i compiti lavorativi. 

Ciò richiede un’iniziativa sindacale che non può essere ristretta, come sta accadendo, solo ai punti forti della presenza sindacale. Questo presuppone che vi siano delle linee guida pubbliche, che sia sancito il diritto all’informazione anche nelle aziende minori nel momento dell’introduzione di tali trasformazioni, e che si sviluppi una discussione pubblica nazionale sulle modalità e gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Analogamente serve un intervento di orientamento e sostegno attivo, da parte dei poteri pubblici, sulla riorganizzazione delle catene di fornitura con particolare attenzione alle Pmi e alle microimprese. Questi interventi, per ora insufficienti, hanno bisogno di trovare una spinta nei movimenti sociali, oltre alla sfera del sindacato.

Vi è infine il problema dell’occupazione. È troppo presto per riuscire a trarre conclusioni fondate sugli impatti occupazionali di un esteso processo di digitalizzazione. I risultati oggi disponibili sono inconcludenti e certamente fortemente differenziati da un settore all’altro, ma è certamente prevedibile che tali effetti dipenderanno anche da come si realizzerà il processo e ancora una volta il potere pubblico deve maturare delle opinioni fondate su cosa va incentivato e cosa no, e su un nuovo corso di politiche per la piena occupazione.

Per quanto riguarda gli aspetti infrastrutturali, gli obiettivi sono da raggiungere il più rapidamente possibile poiché costituiscono il presupposto materiale di ogni possibile scelta. Ma anche in questo caso si assiste a un grave ritardo, come nel caso delle rete a banda ultralarga, imputabile in gran parte alla dismissione di un ruolo attivo dello Stato. 

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Debito, finanza, spesa pubblica: il mondo dopo la pandemia

Lorenzo Esposito 

«Più hanno debiti meno i lavoratori possono scioperare» A. Greenspan

Già dalle prime settimane del 2020, è stato chiaro che la pandemia di Covid-19 avrebbe cambiato il corso della storia mondiale. Abbiamo assistito a un susseguirsi di fatti e reazioni mai sperimentati in decenni di evoluzione economica e sociale: un’incertezza macroeconomica sconosciuta nella storia contemporanea, una reazione senza precedenti da parte degli Stati, con molteplici strumenti che determineranno effetti a lungo termine sull’economia. L’emergenza ha anche provocato un rapido cambiamento delle agende politiche, con la revisione di priorità strategiche e il ripensamento di consolidate architetture istituzionali e politiche, a partire dall’Unione europea.

Fin dall’inizio l’emergenza ha imposto un nuovo modo di affrontare i problemi a livello mondiale; chi fino a ieri predicava austerity e mercato è rimasto senza punti di riferimento, ma ne mancano di nuovi. In questo articolo cercheremo di analizzare i profondi cambiamenti che la pandemia ha portato al dibattito sulla politica economica, e in particolare sul tema del debito pubblico e sul ruolo dello stato nell’economia.

Dal 2008 alla pandemia

La crisi finanziaria del 2007-2008 ha esposto le fragilità del modello di sviluppo basato sulla deregolamentazione dei mercati e l’iper-globalizzazione, costringendo a un precipitoso intervento delle banche centrali e dei governi per salvare il mondo dal crollo del sistema finanziario. Sebbene si siano susseguiti interventi considerati per decenni tabù, dalla nazionalizzazione delle banche a politiche fiscali espansive, la logica complessiva del modello di sviluppo non è mutata. Si sono riconosciuti gli eccessi della globalizzazione e le conseguenze nefaste che questa dinamica ha portato, ma non sono state avanzate politiche complessivamente alternative. La crisi dell’Eurozona del 2011-2012 ha costretto anche la Bce a una politica monetaria più espansiva “non convenzionale” (ossia basata sull’immissione di liquidità illimitata sui mercati finanziari) ma, di nuovo, senza eliminare l’idea di fondo, l’austerity, a cui i Paesi sono stati incatenati, con conseguenze disastrose, in modo particolarmente eclatante nel caso della Grecia.

La situazione paradossale degli anni precedenti la pandemia era dunque di una politica economica che aveva pragmaticamente fatto i conti con le debolezze della globalizzazione finanziarizzata, correndo se necessario ai ripari, ma senza che la politica o l’accademia riflettessero, nel profondo, su che cosa andasse cambiato, nell’analisi e nelle prognosi della situazione. La stella polare rimaneva quella di sempre: tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, deregolamentazione dei mercati, emarginazione dei sindacati, tagli fiscali ai ricchi compensati da aumento dell’età pensionabile e così via. L’idea era che la crisi fosse una specie di shock venuto da un impazzimento collettivo che sarebbe passato rapidamente. A che pro dunque ripensare decenni di deregulation? Questa visione, funzionale al mantenimento di una politica economica di redistribuzione verso l’alto, cozza con la semplice analisi dei dati, che mostrano tendenze di lungo periodo spesso definite “finanziarizzazione”. In estrema sintesi, la finanziarizzazione è il processo attraverso cui gli indicatori finanziari (del credito, del mercato dei capitali, ecc.) assumono un peso crescente rispetto al Pil e alla ricchezza complessiva di un Paese. Debito, pubblico e privato, dimensioni delle banche, turn-over dei mercati dei derivati e degli altri mercati finanziari, sono tutti indicatori del crescente peso della finanza. Si consideri, per esempio, che negli Stati Uniti il debito totale (pubblico e privato) tra il 1973 e il 2005 è salito dal 140% a quasi il 330% del Pil, con una crescita particolarmente sostenuta del debito del settore finanziario. Sintetizzando il tema, Crotty nel 2008 ha osservato:

Vari decenni di deregolamentazione e di innovazione hanno largamente gonfiato la dimensione dei mercati finanziari relativamente all’economia reale. Il valore di tutte le attività finanziarie negli Stati Uniti è cresciuto da quattro volte il Pil nel 1980 a dieci volte il Pil nel 2007. Nel 1981 l’indebitamento delle famiglie era il 48% del Pil, mentre nel 2007 il 100%. Il debito del settore privato era il 123% del Pil nel 1981 e il 290% a fine 2008. Il settore finanziario ha accresciuto freneticamente la leva: il debito è aumentato dal 22% del Pil nel 1981 al 117% a fine 2008. La quota dei profitti societari generati nel settore finanziario è aumentato dal 10% nei primi anni 1980 al 40% nel 2006, mentre la sua quota del valore del mercato azionario è cresciuta dal 6% al 23%.

Questi trend sono stati giustamente definiti, da Hein tra gli altri, un cambiamento fondamentale nella struttura e nella dinamica del capitalismo.

L’esplosione del debito e della finanza si sono accompagnate ad altre dinamiche. Citiamo innanzitutto la ri-articolazione mondiale dei processi produttivi, con lo sviluppo di catene produttive e logistiche mondiali, di solito definite global value chains che oggi costituiscono la componente decisiva del commercio mondiale. Dopo il 2008 vi è stato un certo ripiegamento del fenomeno, che caratterizza comunque un aspetto decisivo dell’economia mondiale. La globalizzazione-finanziarizzazione ha anche determinato un enorme aumento della disuguaglianza economica soprattutto attraverso il funzionamento del mercato del lavoro. L’aumento della concentrazione del reddito, con casi clamorosi di mega-miliardari a fronte della povertà di interi continenti, polarizzazione accentuata dalla pandemia, è stata favorita dalla concentrazione e centralizzazione del capitale, che ha aumentato il potere di mercato delle aziende in molti settori. Basta pensare allo strapotere delle “Big Tech” (Amazon, Apple, Google, ecc.) a cui corrisponde il loro exploit borsistico. Da una parte abbiamo l’aumento del potere di mercato delle grandi imprese, dall’altro un calo della quota dei redditi da lavoro. Questo avviene in un contesto di calo di lungo periodo della capacità utilizzata in diversi Paesi. La pervasiva sovracapacità (dunque la presenza di impianti produttivi sotto-utilizzati o del tutto fermi) spiega a sua volta la riduzione degli investimenti nei settori produttivi e il loro dirottamento sui mercati finanziari, con conseguente calo della dinamica della produttività.

La stagnazione degli investimenti produttivi e della produttività sono gli elementi alla radice della finanziarizzazione: gli investimenti sono meno redditizi e occorre dunque maggior debito, maggior finanza a parità di output produttivo. Particolarmente grave è stato il crollo degli investimenti (sia pubblici che privati) in Italia, con conseguente stagnazione economica ormai ultradecennale. Sotto questo profilo è importante osservare che le tendenze che abbiamo delineato sono state fortemente favorite da precise scelte politiche che, dalla fine degli anni Settanta, hanno impostato una politica economica proprio volta a recuperare profittabilità in ogni modo, privatizzando i servizi sociali e rendendo il lavoro precario, delocalizzando imprese e abbassando le tasse ai ricchi che in questo modo avrebbero avuto più convenienza a investire e innovare. La necessità di recupero della redditività aziendale spiega perché, contrariamente alla propaganda dell’era thatcheriana, arrivata sino a noi, nel complesso l’intervento pubblico non è diminuito, perché il capitalismo moderno ha esigenze di stabilizzazione superiori che in passato. Ne sono però mutate le finalità: non garantire servizi pubblici di qualità a tutti, non ridistribuire il reddito ma aiutare la razionalizzazione produttiva e il recupero della profittabilità. Era questo anche il senso della famosa “politica di riforme” che, in pratica, ha significato la frammentazione del mercato del lavoro e un calo delle prestazioni dello stato sociale. Ciò spiega sia le dimensioni generali dell’intervento pubblico sia il calo delle aliquote marginali: lo Stato spende come prima ma i ricchi contribuiscono sempre meno.

Da un punto di vista di politica monetaria, la finanziarizzazione ha reso necessario correre in soccorso di banche e investitori dei mercati finanziari ogni volta che una crisi colpiva i mercati, cosa che dagli anni Novanta è divenuta endemica. Per questo, l’aumento del debito avviene in concomitanza con un calo dei tassi d’interesse ben prima della crisi del 2008. Le banche centrali sono ormai ostaggio dei mercati finanziari. La pandemia ha confermato e accresciuto questa dinamica.

I primi effetti della pandemia

«Un microbo ha rovesciato tutta la nostra arroganza» M. Wolf

La pandemia ha prodotto effetti economici senza precedenti, determinando la più marcata incertezza macroeconomica di sempre. Non solo mai così tanti esseri umani sono stati forzati a rimanere a casa, ma gli effetti diretti sull’economia sono stati senza precedenti. Si pensi all’andamento delle richieste di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti nella fase iniziale della crisi:

(Sussidi settimanali di disoccupazione; dati: Federal Reserve)

L’Imf (Fondo monetario internazionale) è stato costretto a osservare: «Questa crisi non ha eguali… [e] dovrà essere affrontata in due fasi: una fase di contenimento e stabilizzazione seguita dalla fase di ripresa. In entrambe le fasi la salute pubblica e le politiche economiche hanno un ruolo cruciale da svolgere». Le proiezioni per la crescita e il commercio mondiali fatte nei primi mesi della pandemia (rispettivamente, -4,2% e -11%) si sono rivelate realistiche. Il congelamento improvviso dell’economia mondiale non ha precedenti nella storia recente, tuttavia, numerosi commentatori hanno sottolineato che alcune tendenze erano già presenti prima dell’emergenza. Abbiamo già citato il tema del debito (pubblico e privato), ma lo stesso vale per ambiti anche al di fuori delle variabili economiche. Per esempio, è emerso che le aree con un maggior livello di inquinamento, come il Nord Italia, hanno facilitato la diffusione del virus; anche la disuguaglianza sociale e la miseria sono un fattore di aggravamento dell’emergenza virale.

Questi grafici economici senza precedenti, come le immagini di medici cubani e cinesi accorsi ad aiutare nelle regioni del Nord Italia, marcheranno per sempre la situazione nel ricordo storico dell’emergenza. Altrettanto senza precedenti sono state le azioni dei policymaker. Il blocco totale di molti settori economici ha costretto gli Stati a intervenire per impedire licenziamenti di massa e fallimenti a cascata delle imprese. I flussi finanziari hanno rischiato un congelamento totale con l’inevitabile conseguenza del collasso delle banche. Anche i mercati finanziari sono crollati per diversi giorni. In particolare, il 23 marzo 2020 sulle borse si generò una terrificante distruzione di ricchezza finanziaria, 26 trilioni di dollari, che costrinse a un intervento pubblico, una conferma che oggi i mercati finanziari dipendono dalle banche centrali per sopravvivere. La situazione ha costretto il più grande e più rapido sostegno pubblico in tempo di pace sia dal lato fiscale che monetario. L’azione è stata simile negli obiettivi tra i vari Paesi, anche se poi si è declinata concretamente in base allo specifico funzionamento della sicurezza sociale di ognuno. Sono anche fiorite discussioni su misure fiscali universali ben oltre il dibattito italiano sul reddito di cittadinanza. Quanto alle banche centrali, anche loro hanno reagito prontamente, in particolare la Federal reserve. Il suo bilancio è cresciuto di trilioni in pochi giorni, dando alla banca centrale un ruolo nell’economia maggiore che durante la Grande depressione o la Seconda guerra mondiale. Quali sono gli effetti di medio e lungo periodo di queste politiche senza precedenti? Sono gli aspetti che diventeranno decisivi nel prossimo periodo.

Le prime settimane e le ultime resistenze

Sebbene nelle prime settimane della crisi pandemica non siano mancati i soldati giapponesi testardamente trincerati nella giungla del frugalismo, la situazione, almeno in linea generale, è mutata presto. Mentre negli Stati Uniti e altrove, governo e banca centrale hanno iniziato a mobilitarsi da subito per contrastare gli effetti economici della pandemia, in Europa non solo l’intervento era bloccato dalla vecchia impostazione austeritaria, ma persino il coordinamento sul piano sanitario appariva inesistente. L’aspetto eclatante della débâcle iniziale è che l’assenza di coordinamento delle misure sanitarie tra Paesi dell’Ue potrebbe essere stato voluto, nel senso che diversi Paesi europei hanno aspettato a chiudere le attività produttive per dare un vantaggio alle proprie aziende. Ancora oggi, a un anno di distanza, l’Unione europea, al di là dei proclami sui fondi comunitari, è il blocco politico-economico che ha fatto peggio, rimanendo indietro nei piani vaccinali rispetto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna.

Le istituzioni europee intergovernative, a partire dal Consiglio europeo, sono emerse come un esempio eclatante di cattiva cooperazione. Nel primo periodo, il peso dell’intervento a livello europeo è ricaduto dunque sulla Bce, che ha agito espandendo i suoi programmi di acquisto sui mercati, lanciandone anche di nuovi. Al contrario, per molte settimane le proposte sul fronte fiscale (eurobond, coronabond, titoli irredimibili) sono state considerate irricevibili soprattutto dalla Germania, il cui ministro dell’Economia osservò che si trattava di un «dibattito fantasma», nonostante queste proposte venissero anche da economisti non sospettabili di essere inclini a idee progressiste (per esempio, Giavazzi e Tabellini e Boitani e Tamborini). Nonostante l’istinto austeritario del Nord Europa, la gravità della crisi ha costretto a un cambiamento di posizione. Non solo il Consiglio europeo ha sospeso, temporaneamente certo, il quadro del Patto di stabilità, ma ha dato via libera agli aiuti di stato e al Recovery Fund. In altri articoli della rivista si analizza nello specifico questo strumento; qui ci interessa osservare che si tratta di un cambiamento importante perché determina un’effettiva messa in comune dei debiti dei Paesi europei, anche se è chiaro che il grosso della risposta alla pandemia deve comunque venire dagli stati nazionali.

A prescindere dalle modalità di finanziamento dell’intervento pubblico, è stato certo sin dall’inizio è che il debito pubblico sarebbe aumentato rapidamente. Innanzitutto, il crollo economico ha comportato un calo delle entrate fiscali; in secondo luogo gli stati hanno dovuto intervenire sovvenzionando aziende e famiglie. Come ha osservato Mario Draghi all’inizio della pandemia: «Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato». I governi, e non solo nei Paesi avanzati, stanno espandendo deficit e debiti e le banche centrali dovranno acquistarne una buona fetta.

(Rapporto debito pubblico/Pil; dati Imf)

Oggi la necessità dell’intervento pubblico appare persino scontata anche in ambienti economici conservatori, ma bisogna ricordare che, per decenni, la teoria economica ha postulato che la spesa pubblica è inefficace per il famoso effetto spiazzamento. In pratica, spendere 100 euro per investimenti pubblici ridurrebbe esattamente di 100 euro gli investimenti privati con un effetto netto nullo (la cosiddetta equivalenza Barro-Ricardo). La crisi ha mostrato che il senso di quelle posizioni non era l’inutilità della spesa pubblica per aiutare l’economia, ma il fatto che la natura originale del debito è irrilevante: in caso di crisi tutto il debito diventa pubblico, nel senso che le banche centrali devono intervenire per garantirne il ripagamento.

In questa nuova fase sono esplose le discussioni sulle teorie che giustificano la spesa pubblica. Inevitabilmente si è acceso anche il dibattito sulla monetizzazione del debito, ossia la pratica di pagare la spesa pubblica usando le banche centrali come un bancomat. In linea generale, le banche centrali possono aiutare il governo a indebitarsi in tre modi: possono prestare direttamente fondi allo Stato (appunto la monetizzazione), possono acquistare debito pubblico sul mercato primario e possono acquistarlo sul mercato secondario. Prima della pandemia, i primi due metodi erano vietati nell’Eurozona ed evitati praticamente ovunque, a causa delle inevitabili conseguenze inflazionistiche dell’irresponsabilità fiscale, almeno nella vulgata ortodossa. A parte le operazioni di mercato aperto legate alla politica monetaria, ciò che era ammissibile per le banche centrali era acquistare debito pubblico sui mercati come ogni altro investitore. Sebbene la differenza tra queste politiche sembrasse essenziale, non appena si è manifestata l’emergenza è diventato chiaro che, in realtà, sono più o meno la stessa cosa; sul Financial Times è stato osservato:

Non esiste una chiara distinzione tra quantitative easing e finanziamento monetario diretto. I banchieri centrali affermano che gli acquisti di asset durante il QE sono temporanei, il che significa che il denaro appena creato verrà un giorno rimosso dall’economia. Ma è difficile legare le mani ai loro successori, che potrebbero un giorno renderlo permanente. In ogni caso, l’effetto è quello di abbassare il costo dell’indebitamento pubblico […] La differenza tra il QE e il finanziamento monetario diretto è principalmente di presentazione.

Le modalità concrete di acquisto del debito pubblico da parte delle banche centrali non fanno pressoché nessuna differenza. Quanto al tema dell’inflazione, economisti e politici conservatori si servono da decenni dello spauracchio di un’inflazione significativa e, anche dopo l’enorme aumento della massa monetaria riversata dalle banche centrali sul sistema finanziario per evitarne il collasso nel 2008, in molti agitarono lo spettro dell’inflazione; Laffer, un noto economista conservatore scrisse: «Possiamo aspettarci un rapido aumento dei prezzi e tassi di interesse molto, molto più alti nei prossimi quattro o cinque anni». A oltre un anno dallo scoppio della pandemia, anche i commentatori più timorosi del pericolo inflattivo non ne vedono il sorgere dall’intervento pubblico ma dai consumi tenuti a freno dalla pandemia stessa, il che rende incerta la misurazione stessa dell’inflazione.

Trascurando l’eterna spada di Damocle dell’inflazione, comunque utile per giustificare politiche di austerità e anti-sindacali, rimane comunque un tema di sostenibilità del debito pubblico, che già dal 2008 tendeva a crescere e che è esploso con l’emergenza sanitaria. Mentre i parametri di Maastricht e tutta la politica economica di questi decenni sono stati improntati a un’analisi della dimensione del debito, la discussione sulla sostenibilità è oggi in termini di flussi: non conta la quantità ma il costo del servizio del debito, che è legato all’intervento delle banche centrali. Dopo le numerose crisi finanziarie, sino a quella mondiale del 2008, e dopo la pandemia, la situazione è che ora sia il sistema finanziario sia il governo sono dipendenti da un continuo stimolo monetario per sopravvivere. Siamo nella situazione paradossale in cui le bolle finanziarie sono la causa e insieme l’effetto di questo stimolo e la fragilità finanziaria è endemica.

La situazione di grande incertezza spinge a riflessioni su come gestire questa situazione senza precedenti. È inevitabile o comunque probabile l’esplosione dell’inflazione (e dunque il crollo del tenore di vita dei redditi fissi) con questo enorme aumento del debito degli aggregati monetari e della spesa pubblica? Ieri tutti gli economisti avrebbero risposto affermativamente, ma nel clima di oggi, dove solo l’intervento pubblico separa l’economia mondiale dal caos, dove assistiamo al ripensamento di tutti i dogmi del laissez faire, sono invece venute alla ribalta le posizioni più estreme in tema di moneta, come la Teoria monetaria moderna (Mmt), i cui suggerimenti sono ora avallati anche da economisti mainstream (come Blanchard e Pisani-Ferry) che si uniscono ai suoi sostenitori di lunga data (per esempio Nersisyan e Randall Wray). Ciò che la Mmt ha sempre sottolineato, ossia che la crescita economica è più importante di un bilancio in pareggio, appare ora ovvio a chiunque. Stampare denaro è necessario, ma non è sufficiente. Il Giappone è un esempio del fatto che anche un debito pubblico molto elevato è gestibile, ma è anche vero che la crescita economica giapponese è tutt’altro che brillante da molto tempo. 

Nello specifico caso italiano, dove un elevato debito pubblico è la norma da più o meno mezzo secolo, e l’economia ristagna da molti anni, il dibattito è stato particolarmente ampio, con proposte anche molto innovative (Villarosa sostiene l’idea di una banca d’investimento pubblico, Dominelli l’utilizzo di Cassa depositi e prestiti, mentre Mazzucchelli immagina una sorta di fondo sovrano, e persino un personaggio legato a Confindustria come Cipolletta ha proposto una sorta di swap tra debito e capitale per far affluire investimenti pubblici alle imprese). Si apre dunque una nuova fase nel dibattito sui rapporti tra Stato e mercato, dove all’ordine del giorno non possono più esserci i temi finanziari (quanto e come finanziare la spesa), un tema ormai assodato, ma la composizione e la qualità della spesa. Quanti autobus sono necessari nelle aree metropolitane europee (e italiane in particolare) per viaggiare in sicurezza senza far ripartire i contagi? Chi li costruirà? Quanti migliaia di chilometri di fibra ottica andranno posati per garantire una connessione di elevata qualità a tutti i lavoratori in smart working? Sono temi di politica industriale, non di equilibrio dei conti pubblici. Un ritorno molto atteso e ormai sdoganato in pieno anche oltre oceano, con i faraonici piani infrastrutturali della presidenza Biden.

Industria di Stato e deglobalizzazione

Sin dallo scoppio della pandemia, è emersa la necessità che lo Stato andasse molto oltre la semplice erogazione di fondi a imprese e famiglie per attutire i danni dell’emergenza, una profonda differenza con il 2008. Infatti, sebbene la crisi dell’epoca avesse radici profonde, come abbiamo provato rapidamente a spiegare, la sua forma immediata era costituita dal crollo della fiducia reciproca tra le banche. Un forte intervento delle banche centrali, che si sono sostituite agli investitori privati, fermò il panico. Il problema era essenzialmente di liquidità, almeno nell’immediato. In questo caso il problema è di organizzazione (della sanità, della produzione, dei trasporti, del piano vaccinale) e ha condotto a molte riflessioni sulla necessità che lo Stato prenda misure di organizzazione diretta della produzione. Per esempio, negli Stati Uniti, nelle prime settimane della pandemia, si è discusso della possibilità di usare il Defense production act per requisire le aziende, come il governo federale fece durante l’ultima guerra mondiale. La successiva vicenda dell’ideazione, produzione e distribuzione dei vaccini, come di altri farmaci, mostra che questo è in effetti il punto nodale di oggi e di domani. La produzione per il profitto ha trasformato la corsa ai vaccini in una battaglia tra multinazionali, che spingono i rispettivi stati a guerre commerciali con lo scopo di accaparrarsi quote di mercato e di profitti. Non è così che questa pandemia o future emergenze del genere possono essere affrontate.

Negli ultimi decenni lo Stato si è ritratto dalla produzione, riservandosi il ruolo di appaltante o autorità garante (del mercato, delle utenze, ecc.), ma ora emerge la necessità di organizzare direttamente la produzione e la distribuzione, a partire dal settore farmaceutico e sanitario. Si pensi alla distribuzione dei vaccini a opera dell’esercito, scelta fatta in molti Paesi. La pandemia ha anche evidenziato l’importanza del concetto di bene pubblico per la salute generale dell’economia. Debellare il virus, come sostiene Giraud, implica debellarlo per tutti:

La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la “grande peste” che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali.

Il ritorno (o la creazione dove non c’era) di un servizio pubblico sanitario universale e gratuito è il primo passo necessario per porre su basi solide la società e la stessa economia. Infatti, piegare il servizio sanitario, e lo stato sociale in genere, ai fini del profitto ha indebolito il welfare di fronte a emergenze come la pandemia e lo rende debole anche ora, come si vede nei ritardi dei piani vaccinali e nell’incapacità di trasformare il funzionamento dei trasporti, delle scuole per arginare la pandemia, lasciando come unica alternativa il lockdown. Ovviamente, non è facile ripensare interi settori economici, soprattutto perché, al di là dei discorsi sulla nuova fase e sulla solidarietà nazionale e internazionale, l’orientamento generale rimane lo stesso: la produzione per il profitto, dove le vittime dell’emergenza sanitaria sono solo danni collaterali.

La riorganizzazione produttiva non potrà avere solo un connotato nazionale. Infatti, appena è esplosa la pandemia, è emerso il rovescio della medaglia delle catene produttive mondiali. Nelle prime settimane della crisi la dipendenza dalla produzione internazionale di alcuni settori, come farmaci e dispositivi medicali, causò il panico, e la Fao mise addirittura in guardia da possibili rotture delle catene produttive nel settore alimentare. Non è pensabile un significativo cambiamento della situazione in questi settori senza un maggior coinvolgimento diretto degli Stati, soprattutto attraverso aziende pubbliche, che già negli ultimi anni avevano accresciuto il peso tra le più grandi imprese del mondo, arrivando al 20% del totale, con un attivo di bilancio complessivo di 45.000 miliardi di dollari. Il tema oggi non è combattere una battaglia di retroguardia contro i nemici dell’intervento statale, la cui necessità è ormai assodata, ma discutere di cosa fare con gli investimenti pubblici: come finanziarli, come utilizzarli, come controllarne l’impiego. I soldi pubblici possono servire a comprare aerei da guerra o a costruire scuole e ospedali. Oggi, ribadiamo, il tema è la composizione della spesa. Inoltre, più Stato non equivale a più democrazia o più benessere, come si vede dall’utilizzo che i governi dell’“uomo forte” hanno fatto della disperazione economica per ulteriori giri di vite antidemocratici. In questo senso, la ricerca di un capro espiatorio (la Cina, gli immigrati) a cui attribuire la colpa della pandemia, o la repressione del dissenso e dei media indipendenti, è un tentativo di nascondere le proprie politiche fallimentari. Non è questo, ovviamente, l’intervento dello Stato che può aprire una nuova stagione di crescita e di benessere.

Come pagare per la pandemia: per una spesa pubblica efficace

«La crisi è stata il fallimento di un sistema e delle idee su cui si fondava» M. King

La metafora della lotta alla pandemia come una guerra è già un cliché. In effetti le cifre in gioco sono imponenti: per il 2020 si parla di 14 mila miliardi di dollari di intervento fiscale a livello globale. Sebbene le pressioni per ridurre i deficit pubblici siano rimandate, passata la fase acuta dell’emergenza possiamo aspettarci un fiorire di commenti sulla necessità di rimettere a posto i conti pubblici. È facile prevedere i consigli che verranno dati: tagliare stipendi e pensioni, ridurre i dipendenti pubblici, e il solito contorno di “riforme”, una politica devastante, che ha indebolito le difese sociali prima della pandemia. Nel 1940 Keynes pubblicò un famoso pamphlet (How to pay for the war) in cui, tra le altre cose, formulava delle proposte per far fronte alla guerra che già si preannunciava lunga e dolorosa. Di questa istruttiva analisi ci interessa riprendere un interrogativo che si fece l’economista inglese: «Can the rich pay for the war?». La risposta che si diede è che sarebbe giusto, ma non basterebbe; proponeva dunque di accollare buona parte delle spese sulle classi abbienti ma di intervenire anche con il debito pubblico, e anche di usare l’inflazione contro la rendita finanziaria. Oggi, al di là del realismo, dietro le teorie che ritengono illimitata la capacità degli Stati di indebitarsi rimane un tema di distribuzione del reddito. La pandemia ha esasperato le disuguaglianze sociali ed economiche. Si consideri che i circa 650 miliardari statunitensi hanno ora una ricchezza complessiva di 4.300 miliardi di dollari, contro meno di 3.000 un anno fa. Alcune centinaia di persone hanno ammassato in un anno quasi la ricchezza che il governo federale americano ha distribuito per salvare la popolazione dalla miseria. Una situazione del genere non è semplicemente accettabile.

Quanto alla valenza della spesa pubblica, data l’emergenza, sono per ora superate vecchie polemiche sull’effettivo valore del moltiplicatore della spesa pubblica; tuttavia il richiamo all’ordine austeritario nello scenario post-pandemico si arricchirà sicuramente di narrazioni scandalistiche, del resto mai assenti, sullo sperpero di risorse pubbliche.

Pur respingendo questa propaganda che ha lo scopo di attaccare la spesa pubblica in generale, rimane un tema di qualità della spesa. L’efficienza si pone su due piani. C’è innanzitutto la finalità dell’intervento che può essere utile o meno ab origine. Per esempio, investire nella sanità territoriale è fondamentale ed efficiente, costruire il ponte sullo Stretto è marketing politico. Ma, oltre questo livello, c’è un aspetto di controllo quotidiano dell’utilizzo dei fondi. Occorrono numerose e convergenti iniziative. Solo per fare due osservazioni, il metodo degli appalti è chiaramente fallimentare e si presta a innumerevoli distorsioni, occasioni di corruzione, violazione dei diritti dei lavoratori. Lo Stato deve creare strutture proprie per intervenire nei settori chiave, come la manutenzione del sistema dei trasporti e la sanità, oggi affidati quasi integralmente al sistema degli appalti. In secondo luogo il controllo sull’utilizzo dei fondi pubblici non può essere rimesso solo al pur importante lavoro di organi quali i tribunali amministrativi e la Corte dei conti: occorre un controllo dal basso. Nella tradizione del movimento operaio, il controllo operaio è connesso alla produzione e alla pianificazione, a partire dai soviet del 1917 russo, sino ai consigli operai del biennio rosso e dell’autunno caldo; l’importanza di beni pubblici quali la sanità e l’istruzione richiede lo sviluppo di strutture di controllo attivo, che uniscano il lato produttivo alle comunità locali (gli utenti) che forniscono sia i lavoratori di questi settori (per esempio insegnanti, medici, infermieri) sia la domanda dei servizi erogati.

Concludendo, possiamo dire che la pandemia ha cambiato tutto, tutto tranne le sicurezze degli economisti, le cui convinzioni confermano la loro natura di «rappresentanti scientifici della ricchezza» (Marx) e paiono appena intaccate dal collasso pandemico. Tuttavia hanno almeno fatto un passo avanti verso il pragmatismo; come ha riconosciuto Trento: «Va messo da parte il tabù ideologico contrario tout court alla partecipazione pubblica nel capitale delle imprese. In situazioni eccezionali ogni strumento va valutato su un piano pragmatico e operativo». Ora, il pragmatismo è meglio delle follie austeritarie, ma non è ancora una spiegazione del mondo. Le trasformazioni epocali che la pandemia annuncia e già sviluppa richiedono altrettante trasformazioni epocali nella spiegazione del mondo.

(L’autore è parte del Direttivo Fisac Cgil Banca d’Italia. Le opinioni dell’autore sono personali e non impegnano la Banca d’Italia)

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Il Recovery è per le imprese, non per il lavoro

Matteo Gaddi

Recovery  plan: di cosa si tratta e di quali risorse parliamo

Sono occorsi quattro mesi alle istituzione comunitarie per arrivare, il 21 luglio 2020, a definire un documento di conclusioni che combina il futuro Quadro finanziario pluriennale (Qfp, sostanzialmente il “bilancio” europeo) con uno strumento per fronteggiare la crisi straordinaria provocata dalla pandemia da Covid-19, chiamato Next Generation Eu, cioè con quello che nel dibattito corrente è passato come Recovery plan.

Se il Qfp costituisce uno strumento ordinario, il Next Generation Eu dovrebbe essere inteso e progettato come un piano straordinario, in grado di fronteggiare la natura eccezionale della situazione economica e sociale dovuta alla crisi Covid-19: infatti, lo scopo di questo strumento è quello di definire un piano per la ripresa europea costituito da investimenti pubblici e privati a livello europeo; tuttavia, come vedremo, il rischio di fallire rispetto alle intenzioni dichiarate è molto elevato. Ancora una volta, quindi, le lungaggini delle trattative in sede comunitaria, ma soprattutto gli atteggiamenti profondamente diversi tra Paesi membri, hanno pesantemente segnato gli esiti della discussione. 

Per finanziare tale piano, la Commissione potrà contrarre prestiti sui mercati dei capitali: tali importi serviranno a sostenere i programmi dell’Unione in conformità al Next Generation Eu; si tratta, indubbiamente, di una novità di grande rilievo che rompe un tabù, ossia per la prima volta la Commissione europea accetta di finanziare un programma di spesa indebitandosi. Nonostante non si possa parlare di eurobond, questo aspetto rappresenta sicuramente un elemento molto importante, che se non altro consente di parlare di una rottura, almeno temporanea con l’approccio precedente. 

I prestiti da contrarre sul mercato dei capitali potranno arrivare a 750 miliardi di euro; la raccolta di queste risorse cesserà alla fine del 2026: 360 miliardi di euro saranno erogati come prestiti agli Stati membri, e mentre gli altri 390 miliardi come sovvenzioni. Quindi non tutte le risorse saranno concesse “a fondo perduto” agli Stati membri per realizzare gli investimenti e gli interventi previsti dai rispettivi Piani nazionali: i 360 miliardi, essendo prestiti, dovranno essere restituiti al livello comunitario dagli Stati che ne usufruiranno. 

Questo aspetto si presta a una riflessione, in quanto le risorse del Recovery europeo non saranno nemmeno “gratuite”: i piani nazionali devono essere approvati dalla Commissione europea, sia per quanto riguarda i progetti di investimento, sia per quanto riguarda le riforme da attuare, che sostanzialmente dovrebbero corrispondere alle Raccomandazioni che le istituzioni comunitarie rivolgono ai Paesi membri. 

Il governo italiano ha deciso di utilizzare l’intero ammontare di risorse previsto per il nostro Paese, ovvero sia i 68,9 miliardi di sovvenzioni, sia i 122,6 miliardi di prestiti: in questo senso l’utilizzo di tutti i 191,5 miliardi sarà assoggettato alle regole europee, cioè alle “condizionalità” (che poi vedremo). Questa è la probabile ragione per la quale alcuni Stati (Spagna e Portogallo) hanno manifestato perplessità, tanto che in un primo momento si sono detti non interessati a richiedere l’ammontare dei prestiti previsti per i loro Paesi. 

In effetti si accede a un prestito se le condizioni sono favorevoli, intese sia come la piena possibilità di decidere in merito all’utilizzo delle risorse ottenute, sia come costo del finanziamento. Da quest’ultimo punto di vista, che costituisce il vero tema del debito, è utile sottolineare che le ultime aste del Tesoro italiano, come si vede a titolo di esempio dalla tabella seguente, sono andate benissimo.

DataTitoloImporto collocatoImporto richiestoCedolaRendimento lordo
14 ottobre 2020Btp 7 anni225039490.95%0.34%
12-13 novembre 2020Btp 7 anni175027700.95%0.35%
10-11 dicembre 2020Btp 7 anni300041930.95%0.19%
14-15 gennaio 2021Btp 7 anni450064300.25%0.30%
11-12 febbraio 2021Btp 7 anni400058700.25%0.18%
11-12 marzo 2021Btp 7 anni300045790.25%0.31%
7 aprile 2021Btp 7 anni7000649320.25%0.36%

Per fare qualche ulteriore esempio, l’asta di aprile di Bot a 12 mesi ha consentito di collocare 7 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 9,599 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,436%; mentre quella di Bot a 6 mesi ha consentito di collocare 6,5 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 8,694 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,48%. Anche sulle scadenze più lunghe i risultati sono molto positivi. Il 3 marzo 2021 il Btp “Green” con scadenza al 30 aprile 2045 ha raccolto richieste per 83,309 miliardi di euro (8,5 miliardi assegnati) con un rendimento lordo dell’1,547%. Analoghi risultati positivi sono stati conseguiti con l’emissione del Btp “Futura”. 

Come si vede, l’importo collocato è stato sempre inferiore a quello richiesto, segno che vi è un’elevata domanda, con cedole decisamente basse, il che significa un basso costo di finanziamento del debito. Ovviamente, si dovrebbe monitorare l’andamento della domanda nei prossimi mesi e la composizione dei soggetti richiedenti (retail, investitori istituzionali, italiani o stranieri, ecc.). 

Sicuramente, al di là di questa verifica, è possibile affermare che non esiste (né è mai esistito) un problema di pagamento del debito italiano e della sua collocazione. Il sistema di collocamento dei titoli di debito dello Stato italiano ha sempre funzionato molto bene (anche dal punto di vista dell’utilizzo delle innovazioni tecnologiche: in Italia è dagli anni Novanta che viene pienamente utilizzato il Mercato telematico). La domanda di Btp è sempre stata piuttosto elevata: per le banche commerciali i Btp rappresentano un rendimento sicuro e privo di rischi (anche con cedole basse il guadagno per le banche è sempre piuttosto rilevante). Quando nel 2011-2012 diverse banche straniere, prese dal panico, iniziarono a vendere titoli di Stato italiani, questi vennero acquisiti dalle banche italiane realizzando rilevanti guadagni.

Difficile dire se lo Stato italiano possa emettere di più, ma sicuramente la sua velocità di emissione (e quindi di raccolta delle risorse) è molto più elevata dei meccanismi europei. Potrebbe essere interessante verificare se esistono tendenze in aumento del rapporto tra quantità offerta e quantità domandata, come sembrano indicare i dati da parecchio tempo a questa parte.

Indubbiamente a questi risultati ha contribuito la politica monetaria della Bce, in particolare mediante l’utilizzo del Pepp (Pandemic emergency purchase programme), cioè una misura di politica monetaria “non-standard” attivata dal marzo 2020 per fronteggiare gli effetti della pandemia sul piano monetario. Tramite questo programma la Bce acquista titoli emessi tanto dal settore pubblico quanto da quello privato: la dote iniziale di 750 miliardi di euro è stata aumentata di 600 miliardi nel giugno del 2020 e di ulteriori 500 nel dicembre del 2020 portando la disponibilità complessiva a 1850 miliardi di euro. 

La Bce non sembra affatto intenzionata a ridurre la portata di questo intervento. L’11 marzo il Consiglio direttivo della Bce, comunicando le decisioni di politica monetaria, ha sottolineato che «continuerà a condurre gli acquisti netti di attività nell’ambito del Pepp almeno sino alla fine di marzo 2022 e, in ogni caso, finché non riterrà conclusa la fase critica legata al Coronavirus»; sottolineando che nel prossimo trimestre gli acquisti nell’ambito del Pepp sarebbero stati condotti a un ritmo significativamente più elevato rispetto ai primi mesi del 2021, per preservare condizioni di finanziamento favorevoli che contribuiscono a contrastare lo shock negativo della pandemia sul profilo dell’inflazione. Inoltre, il capitale rimborsato sui titoli in scadenza verrà reinvestito almeno fino alla fine del 2023. 

Anche sui tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento e sui depositi presso la Bce, la stessa ha previsto livelli molto bassi (attorno allo 0%) e ha confermato la fornitura di abbondante liquidità attraverso le sue operazioni di rifinanziamento, tra cui la terza serie di operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Omrlt-III) dedicata alle banche, al fine di sostenere il credito alle imprese e alle famiglie. Tali decisioni sono state pienamente confermate dal Consiglio della Bce il 22 aprile con la Presidente Lagarde che in conferenza stampa ha definito come “prematura” una diversa strategia. Le politiche monetarie della Bce, quindi, possono essere considerate come espansive e nel medio periodo non dovrebbero esserci inversioni di rotta. 

Secondo le statistiche mensilmente diffuse dalla Banca d’Italia, il sistema Bce-Bankitalia a marzo 2021 deteneva oltre 580 miliardi di euro di debito italiano (cioè poco meno del 25% dell’ammontare complessivo, una quota incomparabilmente più elevata rispetto a 10 anni fa, quando si trattava di pochi punti percentuali), e secondo alcune proiezioni nei prossimi mesi questa cifra potrebbe arrivare a circa 800 miliardi. Insomma l’intervento della Banca centrale ha spuntato le armi di chi, da sempre, lancia allarmi sull’insostenibilità del debito pubblico.

L’austerità è definitivamente sconfitta?

L’ammontare dei debiti pubblici raggiunti da tutti i Paesi, nonché i piani di spesa che si stanno definendo (e in parte attuando), stanno indubbiamente segnando un cambiamento rispetto alle politiche di stretta austerità di qualche tempo fa. 

In Italia, oltre alle risorse del Recovery, nei mesi scorsi sono state messe in campo notevoli risorse da parte del governo con una serie di decreti (“Cura Italia”, “Rilancio”, “Ristori” ecc.) che si sono succeduti dal marzo 2020 a oggi per fronteggiare le conseguenze della crisi. Per esempio, nel documento dell’Ufficio parlamentare di bilancio viene evidenziato l’elenco dei provvedimenti assunti dal governo per far fronte alla crisi Covid-19 che, nel solo 2020, hanno comportato un saldo netto da finanziare pari 214,8 miliardi di euro, con oltre 108 miliardi di indebitamento: cifre che hanno determinato revisioni continue in rialzo del rapporto deficit/Pil.

Nel Documento di economia e finanza (Def) viene infatti riportato l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil nel 2020, attestatosi al 9,5%, con un incremento di quasi 8 punti percentuali rispetto al 2019 (1,6%), per effetto sia dell’eccezionale calo del Pil, sia delle misure di spesa adottate per mitigare l’impatto economico-sociale della crisi pandemica (in termini assoluti, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato di 156,9 miliardi, un livello superiore di 129 miliardi rispetto al 2019). Il rapporto debito/Pil nel 2020 ha raggiunto il 155,8%, a fronte del 134,6% del 2019. 

In aprile, presentando il Def, il governo ha chiesto al Parlamento di elevare il limite di indebitamento netto e di saldo netto da finanziare per il 2021, modificando il sentiero di rientro verso l’Obiettivo di medio termine (Omt) per i prossimi anni; per finanziare ulteriori spese a contrasto della crisi Covid è stato pertanto definito un ulteriore scostamento di 40 miliardi (parte dei quali destinati a costituire un fondo complementare a supporto delle risorse del Pnrr). 

In base all’entità di questa manovra, lo scenario programmatico, quello cioè che incorpora le decisioni prese dal governo, prevede un deficit più elevato del tendenziale nel 2021, pari all’11,8% (9,5% tendenziale) del Pil, mentre per quanto riguarda il rapporto fra debito della pubbliche amministrazioni e Pil, nello scenario viene previsto un ulteriore aumento di 4 punti percentuali al 159,8% (mentre il tendenziale colloca questo rapporto al 157,8%).

Aldilà delle differenze tra quadro tendenziale e programmatico, questi numeri indicano livelli importanti tanto nel rapporto deficit/Pil, quanto in quello debito/Pil: si tratta di conseguenze inevitabili dovute alla necessità di finanziare tramite spesa pubblica la risposta alla crisi Covid-19 (sul contenuto di queste misure il ventaglio di critiche è molto ampio, e in parte le esprimeremo in questo articolo; quello che qui rileva sottolineare è il ritorno a politiche di spesa pubblica di una certa importanza). E soprattutto si tratta di scelte che tutti i governi stanno assumendo. 

Detto questo, si impongono alcune considerazioni, che suggeriscono di mantenere alta la guardia contro i tentativi di ritornare a un quadro di finanza pubblica pesantemente condizionato dall’austerità. 

Nel Def, nella tavola degli indicatori di finanza pubblica viene indicato un percorso di riduzione tanto del rapporto deficit/Pil (dall’11,8% del 2021 al 3,4% del 2024) quanto del rapporto debito/Pil (dal 159,8% del 2021 al 152,7% del 2024). È vero che il miglioramento di questi rapporti può essere attribuito alla crescita del Pil (stimata in +4,5% nel 2021, +4,8% nel 2022, +2,6% nel 2023 e +1,8% nel 2024), ma non è detto che questa sia sufficiente a conseguire risultati sul piano occupazionale e sociale e che pertanto non si rendano necessari ulteriori interventi espansivi. Alcuni passaggi del Def, quindi, lasciano presagire alcune preoccupazioni rispetto alle quali potrebbero aprirsi conflitti di una certa portata. 

La Commissione europea ha attivato la Clausola di salvaguardia generale nel marzo 2020, poi confermata anche nel 2021: rispetto agli obiettivi del Patto di stabilità e crescita, questa clausola in sostanza prevede che «in caso di grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, gli Stati membri possono essere autorizzati ad allontanarsi temporaneamente dal percorso di aggiustamento all’obiettivo di bilancio a medio termine, a condizione che la sostenibilità di bilancio a medio termine non ne risulti compromessa».

Gli Stati membri sono quindi autorizzati a deviare temporaneamente, come testualmente dice il documento sul Recovery licenziato nel luglio scorso dal Consiglio europeo, dal percorso previsto dal Patto di stabilità e crescita, ma il richiamo a quelle che il livello comunitario considera come condizioni di sostenibilità delle finanze pubbliche è continuo. Per esempio, i piani nazionali sono soggetti al rispetto e all’implementazione delle raccomandazioni espresse dalla Commissione europea ai governi; si tratta delle raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate annualmente. Nel caso di piani nazionali di Recovery, questi devono rispettare le raccomandazioni espresse sia nel 2020 che nel 2019; mentre le prime sono abbastanza “leggere” essendo state definite in piena crisi pandemica, le seconde sono assai più severe. 

Per l’Italia, dal punto di vista dei conti pubblici viene prescritto di assicurare una riduzione nominale della spesa pubblica primaria dello 0,1% nel 2020, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuale dello 0,6% del Pil sulla base dei requisiti del Patto di stabilità e crescita. La Commissione ebbe modo di sottolineare che sulla base delle proprie previsioni per l’Italia sussiste il rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento, e che pertanto sarebbe stato necessario utilizzare eventuali spazi (windfall gains) per ridurre l’indebitamento. Analoghe preoccupanti raccomandazioni vennero espresse in riferimento alla spesa pensionistica, considerata come la più elevata dell’Unione europea: sostanzialmente venne indicata la necessità della piena implementazione della riforma Fornero. 

Ovviamente queste raccomandazioni saranno oggetto di negoziazione con l’Italia quando verrà preso in esame, per l’approvazione, il Pnrr (il Recovery plan italiano); il fatto che siano state espresse non rappresenta di per sé la certezza della loro piena implementazione, ma il loro tenore lascia trasparire come sulla vicenda della spesa pubblica si debba continuamente mantenere alta la guardia. 

Il grande assente: il lavoro

Per comprendere come il Pnrr guardi al lavoro sarebbe sufficiente leggere la parte dedicata a come il governo italiano intende rispondere alle Raccomandazioni della Commissione europea. Mentre buona parte di queste Raccomandazioni, come spiegato in questo articolo, hanno contenuti e caratteri molto preoccupanti, quella sul carico fiscale sul lavoro appare interessante: la Commissione, infatti, raccomanda all’Italia di «spostare la pressione dal lavoro». 

La risposta del Pnrr è disarmante: dopo aver richiamato, anche correttamente, la riduzione del cuneo fiscale (i famosi 80 euro, poi diventati 100), il governo non trova di meglio che rivendicare una serie di misure di sgravi fiscali per le imprese. Si tratta della fiscalità di vantaggio al Sud, che riduce del 30% i contributi sociali alle imprese del Mezzogiorno, e dell’azzeramento dei versamenti contributivi sulle nuove assunzioni di donne e giovani. 

Appare chiaro che non esiste nemmeno l’idea che lo Stato possa farsi creatore di nuova occupazione, ma che al contrario questa debba essere unicamente lasciata alle decisioni delle imprese, ovviamente dietro finanziamento pubblico. Lo Stato, in questa visione, non scompare, ma diventa funzionale a un progetto economico-sociale. Più in generale gli unici riferimenti al tema dell’occupazione vengono risolti con il classico schema neoliberale di creare opportunità di lavoro: in questo senso vanno letti gli «investimenti in attività di upskilling, reskilling e life-long learning di lavoratori e imprese, che mirano a far ripartire la crescita della produttività e migliorare la competitività delle Pmi e delle microimprese italiane».

Insomma, il problema di trovare lavoro sembra ridursi al tema di fornire ai lavoratori un’adeguata formazione in modo che il loro “capitale umano” (termine orribile, che ritorna continuamente nel Piano) possa essere speso sul mercato. Si tratterebbe, quindi, di fornire le giuste competenze, tramite appunto formazione e riqualificazione, in modo da sostenere “l’occupabilità” dei lavoratori: insomma si tratta, nella migliore tradizione neoliberale, di creare opportunità, non di garantire diritti (e il diritto al lavoro in Italia è sancito dalla Costituzione). 

Gli oltre sei miliardi previsti per questa parte verranno in sostanza impiegati in attività di formazione, riqualificazione, profilazione e presa in carico di chi cerca lavoro. Gli obiettivi strategici di questa missione sono due. Il primo è quello di favorire le transizioni lavorative dotando le persone di formazione adeguata. Il termine transizioni lavorative, inserito in sordina, lascia presagire come il governo si attenda un significativo incremento di licenziamenti nei prossimi mesi; in una versione precedente del Pnrr questo veniva detto a chiare lettere: «Alcuni posti di lavoro potrebbero essere definitivamente perduti – anche per il progredire della rivoluzione tecnologica digitale – e sarà necessario affrontare un processo di riallocazione tra settori e località. I servizi pubblici per l’impiego e il loro coordinamento con i servizi privati devono essere potenziati per facilitare questo processo».

Questo passaggio, evidentemente tolto per evitare che il Pnrr si prestasse a ulteriori critiche, è particolarmente grave: il governo sembra riconoscere che la rivoluzione tecnologica, i cui investimenti intende finanziare direttamente (vedasi il paragrafo successivo), avranno come effetto quello di una riduzione occupazionale, ma immagina di risolvere questo problema non facendosi carico della creazione di nuovi posti di lavoro, bensì demandando il tema ai servizi di collocamento, oltretutto in coordinamento con le agenzie private; come se la questione della disoccupazione fosse risolvibile facendo semplicemente incontrare l’offerta di lavoro – dei lavoratori – e la domanda di lavoro delle imprese (che evidentemente si colloca su livelli troppo bassi).

Ecco quindi il secondo obiettivo strategico: quello di ridurre il mismatch di competenze, come se il tema della disoccupazione fosse riducibile a un disallineamento tra le competenze richieste e quelle disponibili ai lavoratori. Il problema, invece, in presenza dei tassi di disoccupazione che conosciamo, è quello della mancanza di lavoro, che andrebbe creato. E allora, sostanzialmente gli unici interventi previsti riguardano il finanziamento del Programma nazionale per la garanzia occupabilità dei lavoratori (Gol) e l’adozione del Piano nazionale nuove competenze. 

La retorica sull’occupazione femminile si riduce a ben poca cosa nel Pnrr: la promozione dell’imprenditoria femminile, il sostegno a progetti aziendali innovativi (digitalizzazione, energia verde ecc.) per imprese già costituite a conduzione femminile, il Sistema di certificazione della parità di genere. Dulcis in fundo, con 650 milioni di euro verrà finanziato il Servizio civile universale: cioè, in buona parte dei casi, lo svolgimento di lavoro non pagato.

Un Piano a misura di impresa

Il Pnrr, come del resto i principali provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid da marzo in avanti, sono stati pensati avendo come unico riferimento le esigenze dell’impresa. 

Più in generale, l’impianto complessivo risponde alla classica definizione di politiche industriali neo-liberali di tipo “orizzontale”: cioè di politiche finalizzate a creare il miglior ambiente possibile (“improve the business environment”) per le attività delle imprese private, bandendo ogni intervento pubblico in quanto considerato distorsivo del mercato. All’interno di questo quadro teorico, i migliori strumenti di “politica industriale” riguardano la defiscalizzazione o comunque il vantaggio fiscale per le imprese, policy di concorrenza e anti-trust, incentivi per attrarre investimenti esteri, politiche di deregolazione (meglio, di diversa regolazione) di alcuni “mercati” tra i quali ovviamente quello del lavoro (formazione per i lavoratori, a carico del pubblico), nel finanziamento (pubblico) di attività di ricerca e sviluppo i cui risultati verranno poi utilizzati dalle imprese ecc. Le scelte strategiche e di investimento sono di stretta competenza delle imprese, senza nessun ruolo di programmazione o di indirizzo da parte del pubblico; di proprietà pubblica, quindi, neanche a parlarne. 

Questo impianto è chiaramente ravvisabile nel Pnrr. Addirittura la parte relativa alla ricerca viene significativamente titolata “Dalla ricerca all’impresa”: i principali progetti di ricerca previsti dovranno essere condotti da partenariati pubblico-privati, i cosiddetti “campioni nazionali di R&S” su alcune “Key Enabling Technologies” dovranno nascere attraverso università, centri di ricerca e imprese; gli “ecosistemi dell’innovazione” dovranno fornire attività formative condotte in sinergia dalle università e dalle imprese e finalizzate a ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e competenze fornite dalle università, nonché dottorati industriali; l’obiettivo assegnato ai Centri di trasferimento tecnologico è «quello di aumentare i servizi tecnologici avanzati a beneficio delle aziende». Gli esempi potrebbero continuare: quasi l’intera parte di Pnrr dedicata alla ricerca la declina come funzionale alle esigenze dell’impresa. 

Lo stesso approccio di funzionalità al mondo imprenditoriale viene assunto nelle parti del Pnrr dedicate alla riforma della Pubblica amministrazione e della Giustizia.

Il medesimo ragionamento potrebbe farsi a proposito di molti interventi infrastrutturali, si pensi per esempio al modo in cui si parla della connessione veloce e ultraveloce: si sottolinea che le imprese potrebbero «usufruire di diverse “tecnologie 4.0” (sensori, l’Internet of Things, stampanti tridimensionali, ecc.) che richiedono collegamenti veloci e con bassi tempi di latenza». Vengono cioè menzionate tecnologie in uso presso le imprese e finalizzate ad aumentare esclusivamente la redditività delle stesse, con effetti spesso critici sul mondo del lavoro.

Ancora più esplicito è il Pnrr quando si tratta di destinare contributi pubblici alle imprese per realizzare investimenti: le risorse pubbliche verranno concesse in maniera molto generosa e senza imporre nessun vincolo ai beneficiari. Si tratta dell’investimento “Transizione 4.0”, al quale sono destinati 13,97 miliardi di euro (a cui si aggiungono oltre 5 miliardi del Fondo complementare nazionale, cioè risorse con le quali il governo italiano ha integrato la portata del Recovery. In totale, quindi, 18,461 miliardi). Si tratta di risorse destinate a incentivi fiscali a favore delle imprese che decidono di investire in macchinari e impianti 4.0 «per aumentare la produttività, la competitività e la sostenibilità delle imprese italiane». 

Questo intervento, rispetto al precedente Piano “Industria 4.0” introdotto dall’allora ministro Calenda, conferma l’ampliamento (già in essere a partire dal 2020) dell’ambito di imprese potenzialmente beneficiarie grazie alla sostituzione dell’iper-ammortamento con il meccanismo del credito di imposta: mentre il primo determina vantaggi fiscali solo per le imprese con base imponibile positiva, il secondo vale indistintamente per tutte. Inoltre, in maniera assai generosa, il Pnrr amplia il ventaglio degli investimenti immateriali agevolabili e aumenta le percentuali di credito e dell’ammontare massimo di investimenti incentivati: cioè alzando tutti i massimali aumenta le risorse pubbliche a favore della singola impresa. 

Poiché nel Pnrr non ci sono ulteriori chiarimenti di come verranno utilizzate queste risorse, per comprendere meglio di cosa si tratta è necessario consultare un documento redatto dal Servizio studi della Camera e del Senato. Per il credito d’imposta per beni strumentali, che riguarda beni strumentali 4.0 e beni capitali immateriali (sia 4.0 che tradizionali), il Pnrr prevede un aumento delle aliquote e dei massimali di agevolazioni fiscali: entrambe misure vantaggiose per le imprese, in quanto l’incremento dell’aliquota significa un incremento del vantaggio fiscale (cioè del credito di imposta) e quello del massimale significa un incremento delle spese massime ammissibili all’agevolazione fiscale. Infatti, per i beni strumentali 4.0 sono previsti notevoli incrementi: a) per spese inferiori a 2,5 milioni di euro, è indicata una nuova aliquota al 50% nel 2021 e al 40% nel 2022; b) per spese superiori a 2,5 milioni di euro e fino a 10 milioni di euro, è indicata un’aliquota al 30% nel 2021 e al 20% nel 2022; c) per le spese superiori a 10 milioni di euro e fino a 20 milioni di euro, è evocato un nuovo massimale, con un’aliquota del 10% nel 2021 e nel 2022. Invece, per quanto riguarda i beni strumentali immateriali 4.0: a) il tasso aumenta dal 15% al 20%; b) l’aumento del tetto delle spese ammissibili passerebbe da 700.000 euro a 1 milione di euro; c) i crediti d’imposta sono estesi anche ai beni immateriali tradizionali, con il 10% per gli investimenti realizzati nel 2021 e del 6% per gli investimenti effettuati nel 2022. Per fare un esempio concreto, se un’impresa investe in un macchinario 4.0, la fruizione di un aliquota al 50% come credito di imposta significa che la metà dell’investimento realizzato produrrà un vantaggio all’impresa nei termini di una riduzione del carico fiscale; quindi un macchinario del valore di un milione di euro, di fatto, è come se venisse pagato mezzo milione di euro, il resto sarà coperto dalla fiscalità generale tramite credito d’imposta.

Analoghi vantaggi fiscali per le imprese sono previsti anche alle spese in ricerca, sviluppo e innovazione, le schede progettuali indicano azioni di sostegno per attività legate a innovazione 4.0, green economy e design. In particolare, prevedono la maggiorazione delle seguenti aliquote e dei seguenti massimali agevolabili: a) R&S: l’aliquota di agevolazione fiscale aumenterebbe dal 12% al 20% con un tetto di 4 milioni euro (in precedenza 3 milioni di euro); b) Innovazione tecnologica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un tetto di 2 milioni (precedentemente 1,5 milioni); c) Innovazione verde e digitale: il tasso aumenterebbe dal 10% al 15% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni); d) Design e concezione estetica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni). 

Come si nota, quindi, aumentano sia le percentuali di credito d’imposta (vantaggio fiscale) che i massimali di spesa. La prima tipologia di crediti è riconosciuta per l’investimento in tre tipi di beni capitali: i beni materiali e immateriali direttamente connessi alla trasformazione digitale dei processi produttivi (cosiddetti “beni 4.0”) nonché i beni immateriali di natura diversa, ma strumentali all’attività dell’impresa. Il Pnrr prevede che, nell’arco del triennio 2020-2022, il credito d’imposta per beni materiali e immateriali 4.0 venga utilizzato mediamente da circa 15.000 imprese ogni anno e che quello per ricerca, sviluppo e innovazione venga utilizzato mediamente da circa 10.000 imprese ogni anno. 

Nel primo numero di OPM abbiamo ampiamente descritto quali sono le conseguenze per i lavoratori derivanti dall’adozione di queste tecnologie da parte delle imprese in termini di intensificazione della prestazione lavorativa, di controllo ecc. In questa sede vale la pena sottolineare come queste risorse (in questo specifico caso si tratta di oltre 20 miliardi di euro) verranno elargite alle imprese senza imporre loro nessun vincolo di tipo sociale o industriale: per esempio il divieto di procedere con licenziamenti, di delocalizzare la produzione, di esternalizzare parti del ciclo e di appaltare ecc. O ancora si sarebbero potute introdurre altre condizionalità quali per esempio la necessità di garantire il pieno esercizio dei diritti sindacali (quante di queste imprese sono disponibili alla contrattazione di secondo livello?), di contrattare qualità e volumi degli investimenti, di garantire la rappresentanza democratica di tutti i lavoratori coinvolti nel processo produttivo (contrattazione inclusiva ecc.), di assicurare condizioni di salute e sicurezza tramite investimenti e interventi adeguati ecc.

Nulla di tutto questo è stato previsto: le imprese potranno così ricevere ingenti finanziamenti pubblici senza essere soggette ad alcun tipo di impegno sociale e industriale. Si tratta di un film già visto: anche l’ingente massa di finanziamenti pubblici alle imprese prevista dai vari decreti varati per fronteggiare la crisi era pressoché completamente scevra da qualsiasi condizionalità sociale; addirittura nel caso degli strumenti di patrimonializzazione (cioè i fondi istituiti per rafforzare il capitale delle imprese) è stato previsto che tale intervento avvenga tramite la sottoscrizione, da parte dello Stato, di titoli di debito delle imprese che non danno diritto di voto al pubblico, in modo da non alterare la governance delle stesse. 

Oltre a questi aspetti, è necessario sottolineare come l’ideologia neoliberista pervada ogni forma di intervento pubblico ammesso. Tutti i provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid-19 assumono come impianto quello definito dal quadro comunitario degli aiuti di Stato dai quali sono escluse le cosiddette “imprese in difficoltà”. 

Si tratta di tutte le imprese che, prima del 31 dicembre 2019, venivano classificate come “in difficoltà”. Per esempio si tratta di imprese che:

  • nel caso di una società a responsabilità limitata, quando più della metà del suo capitale sociale sottoscritto è venuto meno a causa delle perdite accumulate; 
  • quando l’impresa è sottoposta a una procedura collettiva d’insolvenza; 
  • qualora l’impresa abbia ricevuto un aiuto per il salvataggio e non abbia ancora rimborsato il prestito o cessato la garanzia, o abbia ricevuto un aiuto per la ristrutturazione e sia ancora soggetta a un piano di ristrutturazione;
  • nel caso di un’impresa che non sia una Pmi, se negli ultimi due anni (a) il rapporto tra debito contabile e capitale proprio dell’impresa è stato superiore a 7,5 e (b) l’indice di copertura degli interessi Ebidta dell’impresa è stato inferiore a 1,0. 

Come si è visto, l’elenco delle circostanze che permettono di classificare un’impresa come “in difficoltà” è molto ampio e, soprattutto, coinvolge anche imprese che possono essere in fase di ristrutturazione. Questa disposizione rischia di limitare molto la capacità di risolvere le crisi industriali dell’intervento pubblico, come ad esempio prevede la normativa italiana con procedure concorsuali espressamente finalizzate a evitare il fallimento (vedi il caso dell’amministrazione straordinaria). 

Ancora una volta prevalgono le logiche neo-neoliberiste, a prescindere da qualsiasi considerazione sociale e industriale: queste regole escludono dal regime degli aiuti di Stato le imprese che erano già in difficoltà al 31 dicembre 2019 (il 2019 non è stato un anno positivo per l’economia europea, quindi è possibile che molte imprese siano cadute in una situazione di difficoltà già in quell’anno; queste regole europee precludono loro di beneficiare degli aiuti del Quadro temporaneo per cercare di recuperare una situazione meno negativa).

Sembrerebbe un paradosso: gli aiuti di Stato, secondo queste regole, possono essere concessi solo ad aziende “sane”. Non si tratta di un paradosso, ma di una precisa scelta politica: l’intervento pubblico nella struttura industriale, compreso quello classificato come aiuto di Stato, è considerato di per sé dalla Commissione europea come una distorsione del mercato e della concorrenza, ed è quindi da impedire a ogni costo (anche di fronte a pesanti ricadute sociali). Se invece l’intervento pubblico è finalizzato a garantire l’agibilità, la profittabilità e la competitività dell’impresa privata, allora va bene.

In questo caso, le imprese in difficoltà sono in sostanza quelle che nel documento del G30, al tempo presieduto da Mario Draghi, vengono definite come “imprese zombie” («Zombie firms: The dangers of the walking dead»). Per queste ultime le uniche policy che andrebbero previste riguardano gli aggiustamenti del loro business o la chiusura: il termine di “imprese zombie” è stato coniato in Giappone e, a supporto della necessità di far fallire queste imprese, viene citato il fatto che diversi studi dimostrerebbero che queste aziende hanno contribuito alla stagnazione economica del Giappone distorcendo la concorrenza di mercato e deprimendo i profitti e gli investimenti nelle aziende sane. Il report del G30 teme che l’aumento dei debiti delle imprese, nella risposta alla crisi Covid-19, potrebbe creare una nuova ondata di aziende zombie, con conseguenze dannose per le prospettive di ripresa economica. Il rischio di una apocalisse (letterale!) di “imprese zombie” (la cui presenza abbasserebbe investimenti, produttività ecc.) è dovuto alle politiche di bassi tassi di interesse e di interventi governativi a supporto delle imprese in difficoltà. 

Secondo il G30, l’intervento dei governi attraverso programmi di credito nella fase iniziale di risposta della crisi, così come la pressione affinché le banche garantissero prestiti alle imprese, hanno ridotto i tradizionali approcci di valutazione del merito creditizio, compresi gli strumenti più complessi come quelli del pricing approach. In questo modo il debito verrebbe “caricato” su alcune imprese che non possono utilizzarlo al meglio o che possono diventare aziende zombie. Questo vincolerebbe le risorse senza generare un corrispondente valore economico, e creerebbe il potenziale problema delle imprese che falliranno in futuro: i programmi di credito dovrebbero focalizzarsi sulle imprese fondamentalmente sane, e per le quali un ulteriore debito sarebbe sostenibile; le scelte politiche, inoltre, dovrebbero migliorare l’equilibrio tra rischi e ritorni per i prestatori, e far uso delle competenze dei fondi privati e del settore privato per sottoscrivere e prezzare il credito laddove questo non verrebbe elargito senza un intervento a causa di un’eccessiva percezione del rischio.

Chiaramente un approccio di questo tipo preclude qualsiasi politica industriale pubblica degna di questo nome, a prescindere dalle conseguenze sociali e industriali delle dinamiche di “epurazione”, cioè di un “sano” mercato che espelle le imprese in difficoltà per “epurarsi”. Quanto siano “sane” le imprese che restano, il più delle volte generosamente sussidiate dal pubblico (tramite contributi, agevolazioni fiscali ecc.) ovviamente non è mai oggetto di discussione. 

In Italia stiamo vedendo le vittime di questo approccio: su tutte il progetto Italcomp, cioè il tentativo di costituire un polo italiano (che avrebbe potuto essere a maggioranza pubblica) per la produzione di compressori per elettrodomestici; operazione che, se realizzata, avrebbe potuto salvare gli stabilimenti Embraco di Torino e Acc di Belluno. Mentre il polo italiano (e parzialmente pubblico) del compressore per elettrodomestici viene ucciso nella culla, le politiche antitrust e sulla concorrenza dell’Unione europea si voltano dall’altra parte, consentendo alla multinazionale Nidec di condurre operazioni di concentrazione ed espansione.
Meglio togliere di mezzo il pubblico (tramite tonnellate di regolazioni e decisioni politiche), per lasciare spazio alle multinazionali private e al loro business. Anche in questo caso, quindi, lo Stato non scompare ma rinuncia a esercitare un suo ruolo autonomo di politica industriale, limitandosi al ruolo di finanziatore passivo delle imprese. 

La transizione verde e quella digitale: e la struttura industriale italiana?

La Commissione europea ha pubblicato il documento Guidance for Member States il 17 settembre 2020. Oltre all’insistenza sulla realizzazione delle riforme, intese come misure per il raggiungimento degli obiettivi del Recovery plan, sono previste indicazioni precise anche a proposito degli investimenti. Tra gli obiettivi stabiliti dal documento Guidance compare anche quello di rafforzare la resilienza economica e sociale, anche alla luce del fatto che la crisi Covid-19 ha esacerbato gli squilibri macroeconomici e il supporto alla transizione verde e digitale. Per queste due transizioni il documento della Commissione europea ha stabilito che i piani nazionali debbano spiegare la loro coerenza con il piano “European green deal” e con gli obiettivi stabiliti in “Shaping Europe’s digital future”, in particolare devono evidenziare come intendono sostenere iniziative nel pieno rispetto delle priorità climatiche, ambientali, sociali e digitali dell’Unione europea. Sostanzialmente la Commissione europea prescrive agli Stati membri che almeno il 37% delle risorse messe a disposizione con il Recovery fund nei piani nazionali vengano impiegate per il conseguimento di obiettivi climatici e ambientali (dimostrando la coerenza con i piani nazionali su clima ed energia), e che il 20% delle risorse venga impiegato sulla transizione digitale. 

Questo punto è molto importante in quanto è direttamente legato ai nuovi investimenti che il Recovery plan dovrebbe stimolare e finanziare: riduzione delle emissioni clima-alteranti, diffusione delle energie rinnovabili, efficienza energetica, nuove energie pulite, nuove tecnologie “pulite”, interconnessione dei sistemi energetici, nonché altri obiettivi ambientali quali la protezione e l’uso sostenibile delle risorse idriche, la transizione all’economia circolare, la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti, la protezione e il recupero degli ecosistemi ecc. La stessa cosa per quanto concerne la trasformazione digitale: il miglioramento della connettività, la diffusione di reti ultra-veloci, fibra ottica e 5G.

Nel Pnrr italiano questi due obiettivi sono chiaramente esplicitati nelle prime due missioni. La Missione 1 “Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura”, alla quale sono destinati 40,73 miliardi di euro di risorse, prevede interventi nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione, nella digitalizzazione e innovazione del sistema produttivo (sostanzialmente la ripresa del piano Industria 4.0) e turismo e cultura 4.0. La Missione 2, invece, “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, alla quale sono destinati 59,33 miliardi di euro, prevede interventi nell’economia circolare e agricoltura sostenibile, energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile, efficienza energetica degli edifici e tutela del territorio e della risorsa idrica. Aldilà di queste due missioni specifiche, gli obiettivi ambientali e digitali attraversano anche altre missioni, per esempio alcuni interventi nel settore delle infrastrutture e della sanità. La mole di risorse destinate a questi interventi, quindi, sarà significativa. 

La domanda che ci si deve porre è: questi investimenti saranno in grado di trainare attività produttiva nel nostro Paese, e quindi occupazione? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere qual è lo stato della nostra struttura produttiva in questi settori. Ci sono cioè aziende, localizzate in Italia, che producono impianti e tecnologie necessarie per le energie “pulite”? In maniera analoga: ci sono imprese localizzate in Italia che producono impianti, apparati e tecnologie Ict e Tlc necessari per la transizione digitale? Quali di queste produzioni sono localizzate, o sono state delocalizzate, all’estero? 

È evidente, infatti, che non è sufficiente che ci siano imprese capaci di fornire servizi energetici o digitali, ma è altrettanto necessario che ci siano imprese industriali in grado di produrre questi impianti (e loro parti e componenti) e queste tecnologie. Altri interrogativi riguardano la localizzazione in Europa di queste imprese: infatti qualora non esistesse una distribuzione più o meno equilibrata di queste produzione tra i Paesi membri è chiaro che si aggraverebbero ulteriormente gli squilibri all’interno dell’area Ue. E ancora ci si dovrebbe chiedere quali sono i poteri che lo Stato o le imprese pubbliche dispongono per realizzare, direttamente, questi obiettivi o se, al contrario, prevarrà la logica degli appalti pubblici, cioè dell’assegnazione mediante bandi di tali risorse; questo comporta il rischio che per determinate produzioni, qualora siano imprese multinazionali ad aggiudicarsele, possano poi decidere di allocare queste produzioni in altre aree geografiche, ovviamente caratterizzate dal basso costo del lavoro. 

Gli squilibri commerciali (industriali) in Europa

Per cercare di capire la capacità del sistema industriale italiano di realizzare questi prodotti abbiamo fatto un banale calcolo. Abbiamo utilizzato i dati del database Comtrade (Un comtrade database) e abbiamo aggregato i prodotti necessari per ciascuna delle due transizioni, utilizzando due strumenti di classificazione. La prima classificazione è tratta da UnctadStat (United nations conference on trade and development Statistics), sono “Ict goods categories and composition (Hs 2017)” che riguardano ovviamente la transizione digitale e includono quattro macro-tipi di prodotti:

  • Computer e periferiche, che comprende diciassette famiglie di prodotti: per esempio macchine per processare dati, unità di processo, unità input/output e di storage, altre macchine per ufficio, parti e accessori ecc.;
  • Impianti di comunicazione, che comprende dieci famiglie di prodotti: per esempio linee telefoniche, telefoni per reti cellulari, stazioni base, apparati di telecomunicazione (macchine per la ricezione, la conversione e la trasmissione o la rigenerazione di voce, immagini o altri dati, inclusi apparati di switching e routing), apparati di trasmissione per radio-broadcasting o televisione, apparati di segnalazione ecc.;
  • Impianti di elettronica di consumo, che comprende trentaquattro famiglie di prodotti tra cui microfoni, altoparlanti, cuffie e auricolari, apparecchi di registrazione sonora e video, ricevitori di radiodiffusione, monitor, proiettori, apparecchi di ricezione ecc.;
  • Componenti elettronici, che coinvolge ventisette famiglie di prodotti: per esempio, semiconduttori, circuiti stampati, transistor, tubi, valvole, circuiti elettronici integrati; processori e controllori, memorie, parti di circuiti elettronici integrati ecc; e Varie con altre sei famiglie.

La seconda classificazione deriva da un documento della Commissione europea (Jcr, Eu energy technology trade) e classifica i beni nel modo seguente (in questo caso includendo solo i beni relativi alle tecnologie “pulite”):

  • Energy storage (accumulatori);
  • Riscaldamento;
  • Impianti idroelettrici (turbine e ruote idrauliche);
  • Isolamento (articoli di isolamento termico, unità isolanti di vetro a pareti multiple ecc.);
  • Contatori intelligenti (contatori elettrici);
  • Solare fotovoltaico;
  • Solare termico;
  • Eolico (generazione e gruppi elettrici alimentati dal vento, torri e tralicci).

Per le merci che entrano nelle due transizioni abbiamo calcolato:

  • le esportazioni e le importazioni totali relative a ogni transizione; e la differenza tra queste (per mostrare se un Paese è un esportatore netto o un importatore netto di questi beni);
  • i volumi di importazione ed esportazione per ogni macrotipo/famiglia di prodotti; e la differenza (per mostrare se un Paese è un esportatore o un importatore di questi beni);
  • il rapporto tra esportazioni e importazioni.

Quest’ultimo rapporto è un indicatore (molto) grezzo che ci dice fino a che punto un Paese è sbilanciato verso le esportazioni o le importazioni. Questo indicatore ci può fornire comunque un’indicazione di massima.

Poiché il rapporto è calcolato come esportazioni/importazioni:

  • se il rapporto è uguale a 1, significa che c’è equilibrio tra esportazioni e importazioni (i due valori sono uguali);
  • se il rapporto è maggiore di 1, è presumibile che il Paese sia esportatore netto: ovviamente più alto è il rapporto, più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è esportatore netto;
  • se il rapporto è inferiore a 1, è presumibile che il Paese sia importatore netto: ovviamente più basso è il rapporto più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è importatore netto.

Guardando al totale dei beni necessari per la transizione digitale (come definito e classificato sopra), vediamo che l’intera Unione europea (calcolata ancora come Ue-28, cioè pre-Brexit) ha uno squilibrio di importazioni di 160,8 miliardi di euro e un rapporto esportazioni/importazioni pari a 0,38, quindi significativamente lontano da 1. Nel caso dell’Italia lo squilibrio a favore delle importazioni è pari a 12,8 miliardi di euro, con un rapporto pari a 0,44. La Germania, pur essendo importatore netto per 30,5 miliardi di euro, ha un rapporto meno negativo dell’Italia (0,7).

Se guardiamo più nel dettaglio la situazione dell’Italia dal punto di vista dei quattro macro-tipi di prodotti sopra descritti, otteniamo la seguente tabella che consente di evidenziare parecchi elementi di preoccupazione. 

Differenza esportazioni-importazioni(in euro)Rapporto esportazioni-importazioni
Computer e periferiche -4.314.872.6360,40
Impianti di comunicazione -5.634.034.9820,37
Impianti di elettronica di consumo-2.152.028.3600,33
Componenti elettronici e Varie-701.430.2720,81

Dal punto di vista della transizione verde abbiamo considerato i beni energetici (quindi il nostro calcolo non include altri settori importanti, come i trasporti e la mobilità in generale). Anche in questo caso l’Ue-28 si trova in una situazione di deficit con l’estero, anche se in misura meno rilevante rispetto ai beni Ict, dato che il rapporto complessivo è di 0,89.

Questa classificazione, tuttavia, include beni molto diversi, compresi alcuni molto tradizionali (per esempio i prodotti per l’isolamento termico ecc.). Quindi, se consideriamo solo le tecnologie energetiche alternative (idroelettrico, solare, eolico, contatori intelligenti), troviamo un quadro diverso, poiché il rapporto scende significativamente a 0,55 e in termini assoluti è pari a meno 44,6 miliardi di euro. 

In particolare il rapporto è molto basso per il solare fotovoltaico (che comprende prodotti come diodi, transistor e dispositivi simili a semiconduttori; dispositivi a semiconduttore fotosensibili, comprese le cellule fotovoltaiche anche assemblate in moduli o costituite in pannelli; diodi emettitori di luce; cristalli piezoelettrici montati ecc.). 

La situazione è piuttosto diversa tra Paesi. Mentre la Germania è esportatrice netta per oltre 1,3 miliardi di euro (le esportazioni tedesche sono superiori a 3,7 miliardi di euro) con un rapporto pari a 1,3, al contrario l’Italia è importatore netto per quasi mezzo miliardo di euro, con un rapporto pari a 0,6 (l’Italia importa oltre 1 miliardo di euro di questi prodotti).

Il Pnrr italiano prevede diversi interventi sul settore delle energie rinnovabili proponendosi, complessivamente, di aumentare la capacità produttiva di 6 GW: per esempio 1,5 miliardi sono destinati alla realizzazione del Parco agrisolare (sui tetti delle imprese agricole, zootecniche e agroindustriali, con potenza pari a 0,43 GW), altri 1,1 miliardi per lo sviluppo dell’agrovoltaico (capacità produttiva di 2 GW), 2,2 miliardi per la promozione di energie rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo, 680 milioni per la promozione di impianti innovativi inclusi quelli offshore (490 GWh annui di produzione) ecc. Altri interventi sono destinati a potenziare e digitalizzare le infrastrutture di rete (Smart Grid, 4,11 miliardi), a promuovere la produzione, la distribuzione e gli usi finali dell’idrogeno (3,19 miliardi), oltre a interventi sulla mobilità sostenibile che vedremo in seguito. 

Ma l’attenzione posta alla produzione industriale di questi impianti e prodotti è molto bassa: viene soltanto citata una generica volontà di sviluppare in Italia delle supply chain competitive che consentano di ridurre la dipendenza da importazioni tecnologiche nei seguenti settori: a) tecnologie per la generazione rinnovabile (es. moduli fotovoltaici innovativi, aerogeneratori di nuova generazione e taglia medio-grande) e per l’accumulo elettrochimico; b) tecnologie per la produzione di elettrolizzatori; c) mezzi per la mobilità sostenibile (es. bus elettrici); d) batterie per il settore dei trasporti.

Lasciando al momento in secondo piano gli ultimi due punti, che verranno ripresi nella parte dedicata alla mobilità, nell’ambito energetico si prevede che in Europa la capacità fotovoltaica installata passerà da 152 GW a 442 GW entro il 2030 e che l’incremento, per quanto riguarda l’Italia segnerà il passaggio dagli attuali 21 GW a oltre 52. Il Pnrr si limita a riconoscere che l’attuale mercato è dominato da produttori asiatici e cinesi con oltre il 70% della produzione, e l’Europa ridotta al 5% nella produzione di pannelli (tra i primi dieci produttori mondiali di pannelli ci sono sette società cinesi, una sudcoreana, una americana e una canadese).

Una precedente versione del Pnrr era ancor più esplicita nel riconoscere che la produzione nazionale di pannelli fotovoltaici era pari a circa 200 MW annui (cioè 0,2 GW) e si proponeva di portare tale produzione a 2 GW entro il 2025 e a 3 GW negli anni successivi. L’Italia, quindi, mettendo assieme i dati sulle importazioni e sulla capacità industriale installata, rischia – senza interventi sul proprio apparato produttivo – di utilizzare le risorse del Pnrr per incrementare la quota di importazioni dall’estero.

Questo aspetto, cioè la produzione industriale di questi prodotti e di queste tecnologie, dovrebbe essere centrale per fare in modo che la transizione ecologica consenta di creare capacità produttiva e occupazione.

Lo stesso ragionamento vale a proposito dell’eolico e dell’idrogeno o delle tecnologie eoliche, o per gli impianti energetici che dovrebbero essere a supporto delle rinnovabili. Si pensi per esempio alle centrali cosiddette “peakers” a gas, cioè quelle centrali in grado di coprire la domanda di picco sulla rete e che assumono un ruolo rilevante in presenza di parchi fotovoltaici o eolici la cui generazione di energia è soggetta alle condizioni climatiche (si tratta, infatti, di fonti non programmabili). Terna ha già emanato bandi per il 2022 e il 2023 per quasi 6 GW di potenza; molte società hanno presentato progetti in tal senso per complessivi 16 GW: dieci progetti di centrali da Enel, quattro da Ep Produzione, quattro da A2A e altri da Sorgenia, Engie, Arvedi ecc.

Le parti principali di questi impianti sono costituite da turbine, generatori, trasformatori set-up, sistemi di controllo e ausiliari: tra i principali produttori vi sono General Electric, Siemens, Mitsubishi, Abb, Schneider, Hyundai, Yokogawa ecc. Tra questi anche l’italiana Ansaldo per turbine con potenza superiore a 80 MW. La domanda da porsi è: dove verranno costruiti questi impianti? Alcune di queste imprese non hanno presenza produttiva in Italia, mentre altre (vedi per esempio Abb) essendo multinazionali possono localizzare in qualsiasi parte del mondo queste produzioni. Dopo la distruzione dell’elettromeccanica (Ercole Marelli, Breda Termomeccanica ecc.) sarebbe stato il caso, visti gli ingenti investimenti previsti nei prossimi anni, di pensare a un piano industriale per questo settore. 

Lo stesso ragionamento è facilmente estendibile ai progetti di digitalizzazione e di sviluppo di sistemi di telecomunicazione. Per esempio la digitalizzazione della Pubblica amministrazione prevede 6,14 miliardi di euro per realizzare, tra gli altri, infrastrutture digitali (razionalizzazione e consolidamento di molti data center), la realizzazione di un Polo strategico nazionale (una nuova infrastruttura cloud) verso la quale potranno migrare le amministrazioni centrali (in alternativa ai cloud di mercato), l’interoperabilità delle banche dati e la realizzazione della Piattaforma nazionale dati, progetti di cybersecurity e di digitalizzazione delle procedure e dei servizi ecc. 

Poco o nulla viene detto su quali saranno i soggetti realizzatori di questi interventi, e quando il Pnrr si esprime lo fa per garantire ambiti di intervento alle società private: per esempio per il delicatissimo processo di migrazione verso il cloud il governo definirà un elenco di provider certificati (cioè di imprese private) ai quali dovranno ricorrere le amministrazioni. Così nonostante la preoccupazione, fondata, che viene espressa a proposito di una crescente dipendenza dai servizi software, e quindi dagli sviluppatori/proprietari degli stessi, e dell’aumento della crescente interdipendenza delle “catene del valore digitali”, il Pnrr si limita a indicare uno strumento di mercato per digitalizzare la Pa con tutto il portato di banche dati, sensibilità e riservatezza degli stessi, rischi per privacy e sicurezza: una delle principali riforme in questo senso prevede di rinnovare le procedure di acquisto dei servizi Ict da parte della Pa, creando appunto la “white list” di fornitori certificati. Insomma: queste sono le risorse pubbliche che verranno spese, e queste sono le imprese private che vi potranno accedere. Nessuna proposta, come ovvio, di istituire un soggetto Ict pubblico, in grado di digitalizzare e guidare questa transizione per la Pa.

Per gli investimenti nel settore più propriamente Tlc, per quanto possa essere distinto dall’Ict, vanno segnalati i 6,31 miliardi di euro per realizzare reti ultraveloci (banda ultralarga e 5G) per garantire la connettività a 1 Gbps anche nelle aree grigie e nere (cioè quelle a fallimento di mercato), alle scuole, agli edifici del Servizio sanitario nazionale, alle isole minori e per incentivare la diffusione dell’infrastruttura 5G.

Anche in questo caso abbiamo visto quanto siano preoccupanti i dati relativi alle importazioni di questi prodotti: ancora una volta, dopo lo smantellamento dell’industria italiana che produceva impianti e apparati per le telecomunicazioni (si vedano gli esempi di Italtel, ormai ridotta a società di servizi, o di Telettra), l’Italia è rimasta in balia di produttori stranieri, con stabilimenti localizzati in altri Paesi. I principali produttori di impianti e apparati per telecomunicazione, infatti, sono i cinesi di Zte o Huawei, o le multinazionali Nokia, Ericsson e Cisco. Anche in questo caso, quindi, senza un apparato industriale nazionale, le risorse dedicate a questi investimenti non faranno altro che incrementare le importazioni; senza contare il fatto che non è ancora stata fatta chiarezza rispetto al progetto di rete, con la società in house Infratel che si limita a definire bandi di gara per la posa della rete, e Open fiber e Telecom impegnate in una contesa senza esclusione di colpi (a cui spesso si aggiungono anche altri operatori telefonici). I ritardi infrastrutturali del Paese non dovrebbero stupire più di tanto.

Anche il settore della mobilità sostenibile non sfugge a questa logica. Il Pnrr destina 3,64 miliardi per il rinnovo delle flotte di bus e treni verdi: per aumentare gli autobus a basso impatto ambientale viene previsto l’acquisto di 3360 autobus ecologici entro il 2026 e di 53 treni a propulsione elettrica e a idrogeno. Queste risorse si aggiungono a quelle previste dal Piano per la mobilità sostenibile e a quello del Fondo per il trasporto pubblico, sia su gomma che su ferro. 

Per ragioni di spazio ci limitiamo al settore degli autobus. Anche in questo caso ci si limita a indicare come obiettivo industriale quello di creare sufficiente capacità produttiva nel settore autobus e la trasformazione tecnologica della sua filiera. Ma andiamo a vedere come stanno veramente le cose. 

In Italia la produzione nazionale di autobus ha conosciuto un crollo drammatico nel corso degli anni, come è possibile constatare dalla seguente tabella (dati tratti dal database Anfia, Associazione nazionale filiera industria automobilistica):

Autobus prodotti in ItaliaAutobus immatricolati in ItaliaDi cui Autobus di linea (Tpl)
19806945
19906460
20003163
20101065
20157652381950
20166402869915
201739034271416
201813044952473
201914843572208

Le rilevanti differenze tra gli autobus prodotti e quelli immatricolati mettono in evidenza la quota di veicoli che viene importata; anche dal punto di vista degli autobus di linea (sia urbani che interurbani) utilizzati per il trasporto pubblico locale è evidente come in gran parte non siano prodotti su territorio nazionale.

Infatti, guardando alla marca di veicoli immatricolati per l’anno 2019, ci si rende conto di come la produzione nazionale giochi un ruolo molto marginale. Si assiste quindi a questo fenomeno paradossale: le risorse pubbliche che vengono investite per produrre autobus da dedicare al servizio di trasporto pubblico vanno a finanziare la produzione di stabilimenti esteri, tra i quali molti localizzati in Paesi a basso costo del lavoro (Repubblica ceca, Polonia, Turchia). Questo è dovuto sia alle regole europee sul public procurement, sia alla carenza di capacità produttiva in Italia.

I primi due costruttori che hanno realizzato gli autobus immatricolati in Italia sono Iveco (1651 mezzi, quota di mercato 37,9%) e Mercedes (901 mezzi, quota di mercato 20,7%); entrambi producono interamente all’estero. Tra i primi dieci costruttori di autobus immatricolati, l’unico con presenza italiana è quello a marchio Menarini, ma con volumi rilevanti realizzati in Turchia. 

Mercedes, Neoman, Setra (Evobus, di proprietà Daimler AG) e Volkswagen sono imprese tedesche, Otokar è un’azienda turca, Scania è svedese, Ford americana, Opel fa parte del gruppo Psa, Irizar è spagnola. Iveco, pur essendo italiana, produce autobus soltanto negli stabilimenti esteri in Repubblica ceca e Francia.

Questa situazione si trascina da anni e aveva raggiunto il culmine nel 2011, quando entrambi i principali produttori nazionali di autobus hanno deciso di cessare la produzione. 

Irisbus (del Gruppo Iveco/Fca-Cnh), il principale produttore italiano, nel 2011 decise di chiudere la produzione nel sito campano di Flumeri, ma questo non ha significato la fuoriuscita di Fiat dal settore degli autobus, avendo mantenuto la produzione in Francia e Repubblica Ceca. Inoltre negli anni successivi Fiat ha continuato a partecipare alle gare bandite dagli enti italiani vincendo importanti commesse (vedi i dati relativi alle immatricolazioni). Una decisione simile è stato preso anche dal secondo produttore nazionale di autobus, Breda Menarini (stabilimento localizzato a Bologna). 

Grazie a un progetto presentato dalla Fiom-Cgil nel 2012 – costituire un polo pubblico nazionale della produzione di autobus – e alle lotte dei lavoratori nel dicembre 2014 si riuscì a costituire Industria italiana autobus (Iia). Tuttavia, a capo di questo soggetto, emerse la figura di un imprenditore privato che aveva una natura più commerciale che industriale ed era partecipata dalla società turca Karsan. 

La presenza di Karsan anche nella nuova società Iia si rivelò decisiva per spostare volumi di produzione in Turchia: a fronte dei ritardi negli investimenti per riavviare le linee produttive degli stabilimenti di Flumeri e Bologna, i livelli di produzione crollarono al minimo in Italia e il grosso della produzione venne spostato negli stabilimenti turchi. Solo la riorganizzazione societaria di Iia, anche questa avvenuta a seguito delle lotte dei lavoratori, ha salvato la possibilità di mantenere un costruttore nazionale, la cui capacità produttiva però non eccede i 700 veicoli all’anno. È chiaro che senza un intervento sulla capacità produttiva dell’unico costruttore nazionale, buona parte delle risorse pubbliche messe a finanziamento del rinnovo del parco autobus finiranno per aumentare l’importazione di veicoli da altri Paesi, soprattutto da quelli a basso costo del lavoro.

Da ultimo, nemmeno una parola viene spesa a proposito del settore automobilistico che pure dovrebbe avere un ruolo centrale nella transizione ecologica, soprattutto dal punto di vista delle nuove propulsioni elettriche. Nulla di concreto viene previsto per il tema centrale delle batterie, i cui grandi stabilimenti di produzione in Europa si stanno concentrando soltanto in determinati Paesi, con l’esclusione dell’Italia. Viene soltanto menzionato il problema dello «sviluppo di una filiera europea delle batterie alla quale dovrebbe partecipare anche l’Italia insieme ad altri Paesi come Francia e Germania…». L’utilizzo del condizionale (“dovrebbe”) non è casuale: mentre il governo francese ha deciso di intervenire direttamente a sostegno di un progetto di produzione di batterie per auto elettriche e in Germania sono già stati confermati investimenti in questa direzione, in Italia siamo ben lontani da qualsiasi prospettiva concreta. Il miliardo di euro allocato nel Pnrr per sostenere filiere produttive nei settori delle batterie e delle rinnovabili rischia così di tradursi nei classici interventi di politica industriale orizzontale, finalizzati a creare le migliori condizioni per le imprese finanziando ricerca, formazione, innovazione, ma senza un intervento pubblico in grado di garantire anche la realizzazione di impianti produttivi. 

Questa situazione non è il risultato di un libero dispiegarsi delle dinamiche di mercato: si tratta del risultato di un processo di lunga lena che, guidato dal potere politico (Stati nazionali, Unione europea, organismi sovranazionali), ha determinato questa particolare configurazione della struttura industriale internazionale. 

E le filiere industriali?

Nel Pnrr, nella Missione “Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo” viene previsto un interessante investimento (il numero 5) dedicato a “Politiche Industriali di filiera e internazionalizzazione”, per il quale sono previsti 1,95 miliardi di euro.

Indubbiamente questo investimento potrebbe consentire di affrontare uno dei mali cronici che affliggono il sistema industriale italiano, cioè la piccola o piccolissima dimensione industriale che determina difficoltà di ottenere finanziamenti, di progettare e realizzare investimenti ecc. La dimensione della piccola e della micro-impresa, tanto incensata dal punto di vista della produzione flessibile, ha soltanto significato peggioramento delle condizioni di lavoro con bassi salari, orari di lavoro dilatabili, condizioni di salute e sicurezza in molti casi assai critiche, pesanti carichi e ritmi di lavoro, determinati in toto dalle imprese committenti.

La debolezza industriale e le criticità sociali sopra richiamate dovrebbero pertanto indurre a perseguire l’obiettivo di un superamento della piccola dimensione d’impresa, promuovendo vere e proprie aggregazioni, con soggetti pubblici che fungano da polo aggregante.

Questo obiettivo nel Pnrr viene indicato in maniera molto generica, anche se alcune indicazioni possono essere colte: «Rafforzare il Paese […] significa sostenere la crescita e la resilienza delle Pmi […]. Molti settori d’eccellenza del Made in Italy sono oggi caratterizzati da una forte incidenza di micro e piccole imprese. Queste ultime rappresentano quasi il 70 per cento del valore aggiunto industriale non finanziario e l’80 per cento della forza lavoro».

Giustamente viene sottolineato il potenziale impatto sulle filiere produttive, in quanto molti produttori dipendono da fornitori di piccole dimensioni. Tuttavia, nonostante queste importanti sottolineature che dovrebbero aprire una strada diversa rispetto a quella seguita da decenni, che ha visto moltiplicarsi le esternalizzazioni, gli appalti, la subfornitura e l’aumento della polverizzazione del sistema produttivo, nel Pnrr non vengono indicati strumenti utili. 

Sembra essere passato in secondo piano lo strumento del Fondo dei fondi, nell’ambito del quale si sarebbe potuto stabilire un Fondo espressamente dedicato all’aggregazione delle micro-imprese, con un soggetto pubblico che svolga funzione aggregante entrando nel capitale sociale della nuova società da costituire mediante l’aggregazione delle micro-imprese. 

Questo Fondo potrebbe essere integrato con altri strumenti, quali per esempio il Fondo di capitalizzazione delle Pmi già previsto nel Decreto rilancio e la cui gestione è stata affidata alla società pubblica Invitalia; sempre dal punto di vista del soggetto pubblico, si potrebbe pensare a qualche braccio operativo di Cassa depositi e prestiti. 

Per esempio all’interno del Fondo di investimento italiano (Cdp) opera il Fondo consolidamento e crescita che è dedicato all’acquisizione di partecipazioni dirette nel capitale di piccole e medie imprese italiane con l’obiettivo di favorire i processi di aggregazione all’interno delle rispettive filiere produttive, con focalizzazione prevalente nei settori agrifood, meccatronica/industria meccanica avanzata e italian design

In questo ambito, quindi, una politica industriale degna di questo nome dovrebbe individuare puntualmente quali sono le piccole e micro-imprese impegnate nella produzione di:

  • stesso prodotto (stessa tipologia);
  • prodotti complementari tra loro o parti di prodotti sequenziali tra loro;
  • prodotti destinati a uno stesso cliente (o a un gruppo ristretto di clienti).

Una volta individuate queste imprese si tratterebbe di costruire un progetto di aggregazione/crescita dimensionale che comprenda il supporto di politiche industriali di filiera, cioè che rafforzino il legame tra imprese clienti e aggregazioni/cluster di fornitura; meccanismi finalizzati a garantire, sul versante dei diritti dei lavoratori, la contrattazione inclusiva e di filiera; nonché misure di stabilizzazione, formazione e qualificazione di lavoratrici e lavoratori, di crescita occupazionale ecc.

Ben altra attenzione, invece, sempre in questo investimento, viene dedicata alla cosiddetta “internazionalizzazione” delle Pmi, un termine che sovente ha mascherato il finanziamento pubblico di processi di delocalizzazione. Viene infatti espressamente citato il fondo della Legge 394 del 1981, che prevede la concessione di finanziamenti alle imprese per realizzare interventi che prevedono, tra gli altri, anche studi di fattibilità per valutare l’ingresso in mercati esteri collegati a investimenti produttivi o commerciali, delle spese sostenute per la formazione del personale operativo nelle iniziative di investimento in altri Paesi Ue ecc. A questo si aggiungono anche i bandi di alcune Regioni, quali ad esempio la Lombardia, che con la linea “Internazionalizzazione Plus” spingono nella stessa direzione, lasciando aperti spiragli molto pericolosi alla possibilità che tali risorse vengano utilizzate per spostare all’estero volumi di produzione. 

Questa scarsa attenzione alle filiere non sembra cogliere almeno due aspetti.

Il primo è riferito alla sostanziale inesistenza di fenomeni di presunto reshoring che avrebbe portato le imprese ad accorciare le filiere, re-internalizzando o comunque riportando sul territorio fasi del processo produttivo in precedenza delocalizzate. Il reshoring, nonostante l’ampia retorica diffusasi in piena fase pandemica, non appare ancora un fenomeno diffuso, come dimostrano i dati della recente Nota della Banca d’Italia: «Lo shock pandemico ha rinnovato il dibattito sulla possibilità che il rimpatrio di attività produttive prima localizzate all’estero (reshoring) stia contribuendo a un più ampio processo di de-globalizzazione. I risultati del Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi, condotto dalla Banca d’Italia tra settembre e ottobre del 2020, suggeriscono che, in linea con quanto registrato in altri Paesi avanzati, anche in Italia non siano in atto diffusi fenomeni di reshoring».

Questo appare in linea con quanto accade a livello internazionale: nella Nota viene citata una indagine condotta da Allianz che ha coinvolto circa 1200 multinazionali, secondo la quale meno del 15% di queste starebbe considerando la possibilità del reshoring, mentre circa il 30% potrebbe rilocalizzare alcuni impianti in Paesi limitrofi (nearshoring). 

I dati raccolti dalla Banca d’Italia tramite interviste alle imprese condotte tra settembre e ottobre del 2020 indicano che oltre il 60% delle imprese con impianti all’estero non aveva ridotto la propria presenza internazionale negli ultimi tre anni, né intendeva ridurla in prospettiva; mentre il 78% delle imprese con fornitori esteri non intendeva diminuirne il numero. Per quanto riguarda la chiusura degli impianti all’estero, il 5,7% delle imprese ha dichiarato di voler prendere in considerazione questa strategia; ma negli ultimi tre anni solo l’1,9% ha fatto operazioni di reshoring. Il reshoring, quindi, è un’operazione che deve essere costruita concretamente tramite politiche industriali finalizzate a ricostruire i cicli produttivi sul territorio, e ovviamente non avverrà in base a meccanismi di mercato.

A fronte di questi aspetti ben altre dovrebbero essere le misure per affrontare anche il tema della mancanza di materiali, che sta interrompendo le catene di produzione determinando la sospensione di molte attività produttive. Uno dei casi più dibattuti a livello pubblico riguarda la mancanza di microchip per il settore automotive: si tratta di un prodotto sempre più necessario man mano che i nuovi modelli di auto diventano sempre più elettrificati e digitalizzati. Si tenga presente che ci sono più di cento tipi di microchip nelle automobili, utilizzati per una varietà di funzioni che vanno dal controllo della velocità alla comunicazione, dalla trasmissione di potenza ai sistemi di controllo, ecc.

Già nel dicembre 2020, i costruttori e i principali fornitori hanno lanciato il primo allarme sulla carenza di semiconduttori, annunciando che avrebbe avuto un forte impatto sulla produzione pianificata di veicoli. Durante il lockdown, le case automobilistiche hanno chiuso le loro fabbriche, la domanda di automobili è scesa, ma poi è ripresa molto più velocemente del previsto. La riduzione dei loro ordini di semiconduttori è stata significativa e così, quando la domanda automobilistica è ripartita, le case automobilistiche non disponevano dei volumi di microchip necessari per far fronte a una maggior produzione.

La crescente domanda di prodotti di elettronica personale, come tablet, computer e smartphone, ha assorbito una quota crescente di semiconduttori, rendendoli meno disponibili per l’industria automobilistica. Per esempio, durante il blocco aziende come Apple e Samsung hanno aumentato la domanda di microchip per produrre i loro smartphone. Inoltre, nell’ottobre 2020 un incendio alla fabbrica Asahi Kansei Microdevices nel sud del Giappone ha colpito la catena di approvvigionamento.

Diversi grandi stabilimenti automobilistici europei hanno così dovuto ridurre i volumi di produzione. Volkswagen ha dovuto ridurre i volumi di produzione nei suoi stabilimenti di Wolfsburg e Emden e in uno stabilimento di componenti a Brunswick, e ha anche richiamato i suoi principali fornitori Bosch e Continental perché, a suo dire, avrebbero ordinato volumi insufficienti di microchip nei mesi precedenti. Ford (stabilimento di Saarlouis, dove viene prodotta la Focus), Daimler (negli stabilimenti di Brema e Rastatt in Germania e Kecskemet in Ungheria) e Audi (che ha messo i lavoratori in orario ridotto a Ingolstadt e Neckarsulm) sono state anche costrette a tagliare la produzione. Anche Stellantis ha dichiarato di aver perso la produzione di almeno 190.000 veicoli. 

La catena di approvvigionamento dei microchip ha mostrato tutti i suoi elementi di fragilità, soprattutto quando si passa da un anello all’altro. Per esempio, uno dei fornitori di primo livello delle case automobilistiche è Continental, i cui principali fornitori di microchip sono Nxp, Infineon e Nvidia, che – a loro volta – sono forniti da una fonderia taiwanese chiamata Tsmc, che sta limitando le sue forniture.

I produttori di semiconduttori non sono integrati, e la produzione di elementi per l’elettronica è diffusa in tutto il mondo. La Bosch di Reutlingen, per esempio, ha una propria produzione di semiconduttori e sta aprendo una seconda fabbrica di chip a Dresda ma, come altri produttori, acquista sul mercato mondiale circuiti integrati di commutazione (Asics) e microcontrollori standardizzati.

L’Europa appare piuttosto esposta a queste fragilità, soprattutto se si considerano i principali produttori mondiali di microchip. Tra i primi 50 produttori 17 sono americani, 10 di Taiwan, 8 giapponesi, 2 coreani (ma di dimensioni molto rilevanti, trattandosi di Samsung e Sk Hynix, rispettivamente al secondo e al quarto posto) e 7 europei; ma la prima impresa europea – Infineon – si trova solo al decimo posto, e nelle prime 20 ne troviamo soltanto altre due (St al tredicesimo posto e Nxp al diciottesimo). Autoforecsat Solutions ha stimato l’impatto sulla produzione di veicoli a livello globale a causa di questa carenza di microchip. Più di 705.000 veicoli sono già stati persi, mentre l’impatto complessivo dovrebbe essere di 1,4 milioni di veicoli; questi sono i numeri raccolti ed elaborati da Automotive News:

PerdutiPrevisti
Nord America239.000402.000
Europa210.000520.000
Cina128.000247.000
Resto dell’Asia105.000192.000
Medio Oriente/Africa800016.000

A fronte di questi dati appare del tutto inadeguato l’intervento del Pnrr italiano (gli investimenti nella produzione di microchip in carburo di silicio, SiC, erano già stati previsti dalle imprese), così come il problema della carenza di altre materie prime non viene nemmeno affrontato.

 La situazione, infatti, è altrettanto preoccupante nel settore delle materie plastiche, come si evince dagli avvertimenti lanciati nel gennaio 2021 dalla Polymers for europe alliance, secondo la quale le aziende di trasformazione della plastica in tutta Europa stanno trovando grandi difficoltà nell’ottenere le materie prime necessarie. Infatti la domanda di polimeri è ripresa in Europa nella seconda metà del 2020 dopo un forte calo della produzione dovuto alla pandemia di Covid-19 e al blocco.

C’è una somiglianza con il settore automobilistico: anche i trasformatori di materie plastiche hanno aumentato nuovamente la loro produzione, ma l’offerta di materia prima non è stata in grado di farvi fronte. La situazione è particolarmente preoccupante per l’offerta di poliolefine e pvc. Stesse preoccupazioni anche per la gomma, con carenze di forniture e prezzi schizzati alle stelle: il prezzo dell’Sbr utilizzato per gli pneumatici è aumentato del 40%, per l’Epdm (per profilati e guarnizioni) del 25%, per la plastica Nbr (per guanti e tubi) del 16-17%.

Mentre accade tutto questo in Italia Versalis, la società chimica del Gruppo Eni, ha deciso di chiudere l’impianto di cracking di Marghera, che produce etilene e propilene, cioè le materie prime necessarie ad alimentare le fasi successive del ciclo chimico. L’analisi svolta dalla Filctem-Cgil di Venezia consente di comprendere la portata del problema: l’impianto di cracking di Porto Marghera, infatti, attraverso pipeline rifornisce i petrolchimici di Ferrara e Mantova delle materie prime utilizzate sia dagli stessi impianti di Versalis che delle altre multinazionali (come Basell); chiudendo questo impianto si creerebbe un problema di approvvigionamento. Ma non solo, oltre alla filiera dell’etilene e del propilene, la fermata degli impianti avrà ripercussioni in modo sostanziale sulla filiera del butadiene, venendo meno la produzione di miscela C4 normalmente inviata allo stabilimento di Ravenna, così come si dovrà ricorrere all’approvvigionamento sul mercato del benzene, necessario allo stabilimento di Mantova per il ciclo degli stirenici. 

Analoghi problemi riguardano la disponibilità siderurgica: in particolare alluminio (quello primario in Europa viene prevalentemente importato) e i laminati piani, coils e lamiere, con tempi di consegna allungati e quindi con volumi di produzione a rischio, complice la crisi dell’Ilva. 

Ma di queste filiere il Pnrr non si occupa affatto.

Conclusioni

Il Recovery  plan quindi, nonostante la retorica che lo accompagna, rischia di rivelarsi poca cosa rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno.

Innanzitutto la portata dello strumento appare ben lontana dalle reali necessità di una ripresa economica che metta al centro gli obiettivi di creazione di nuova occupazione, riduzione delle diseguaglianze sociali e degli squilibri industriali/produttivi fra gli Stati membri, e rafforzamento della capacità produttiva nei settori chiave del Piano. 

Lo Stato italiano, ancora una volta, rinuncia a mettere in campo una politica industriale degna di questo nome, preferendo mantenere il classico approccio neoliberale fatto di sussidi alle aziende, assenza di vincoli sociali e industriali al loro operato, riforme di ricerca, scuola e pubblica amministrazione (così come di politiche infrastrutturali) pienamente funzionali alle esigenze delle imprese. In questo modo si rinuncia a fare delle politiche industriali uno strumento di creazione di nuova occupazione e di intervento sulla struttura produttiva, segnata dalla polverizzazione in piccole e micro imprese, dalla dipendenza dall’estero di forniture essenziali, dalla mancanza di quella capacità produttiva necessaria alla transizione verde e digitale. 

Questa scelta non appare imputabile a una mancanza di visione; anzi semmai sembra rispondere a un disegno preciso: quello di confermare l’attuale struttura industriale europea, segnata dalla frammentazione geografica delle catene di produzione, con la parte “core” concentrata nell’orbita tedesca e con localizzazione delle fasi a maggior intensità di lavoro nei Paesi low cost, sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea. Mentre la Francia sembra maggiormente intenzionata a un intervento statale sulla struttura produttiva, quantomeno in alcuni settori (vedi il piano francese dell’automotive), l’Italia fa scelte completamente diverse, complice anche lo smantellamento dell’industria pubblica e del sistema di partecipazioni statali che nel tempo è stato scientemente perseguito.

Non è affatto vero che con il neoliberismo lo Stato scompare, come vuole una vulgata molto diffusa anche all’interno della cosiddetta sinistra radicale. Semmai cambia funzione: creando un certo tipo di regolazione (al servizio delle imprese), creando loro nuovi mercati e opportunità di business, modificando la disciplina dei rapporti di lavoro e delle relazioni commerciali ecc. In tutto questo, il ruolo dello Stato e delle istituzioni sovranazionali è determinante. Il neoliberismo non chiede meno Stato: i mercati dell’energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, per fare alcuni esempi, sono stati creati per mezzo di decisioni politiche e regolatorie, non esistevano in natura. Così come gli interventi di finanziamento, diretto o per via fiscale, alle imprese sono il risultato di decisioni politiche, di atti normativi e regolamentari che rispondono a un certo tipo di intervento statale. 

Ecco che in questo quadro si colloca il totale svilimento del lavoro, inteso come un costo da abbattere per le aziende, come un elemento da rendere flessibile e subalterno (vedi la trasformazione 4.0), e al massimo destinatario di qualche misura di formazione che sia comunque funzionale all’impresa. La vicenda della rimozione del blocco dei licenziamenti è esemplare.

Il quadro è sconfortante, ma sarebbe sbagliato pensare che sia immodificabile, condannandoci così all’impotenza. Anche sulle condizionalità imposte dal livello comunitario, per quanto possano apparire immodificabili, un atteggiamento confinato esclusivamente all’ennesima denuncia del carattere neoliberale dell’Europa rischierebbe di risultare paralizzante: ogni decisione politica è segnata da dinamiche, e in queste deve entrare il conflitto di classe. La critica deve accompagnarsi all’iniziativa, concreta, per cambiare lo stato di cose esistenti, dandosi degli obiettivi. Vanno messe in campo idee e proposte, ma soprattutto queste andranno fatte marciare sulle gambe del conflitto, l’unico strumento in grado di restituire protagonismo al mondo del lavoro.

Bibliografia

Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, maggio 2021.

European Commission, Commission Staff Working Document, Guidance To Member States. Recovery and Resilience Plans, Brussels, 17 settembre, 2020.

G30 Working Group on Corporate Sector Revitalization, Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, Designing Public Policy Interventions, 2020.

M. Mancini, Le catene del valore e la pandemia: evidenze sulle imprese italiane, Banca d’Italia, “Note Covid-19”, 17 febbraio 2021.

Servizio Studi della Camera e del Senato, Dossier del Parlamento relativo a note tecniche analitiche elaborate dal MEF, marzo 2021.

Ufficio Parlamentare di Bilancio, Rapporto sulla politica di Bilancio 2021, dicembre 2021.

Salute e ricerca scientifica a Cuba. Intervista a Rosella Franconi

Emanuele Caon

Rosella Franconi: è biologa e si occupa di biotecnologie, negli ultimi anni ha lavorato allo sviluppo di vaccini sperimentali con nuove piattaforme tecnologiche; per quest’ultimo motivo ha avuto modo di conoscere da vicino la ricerca scientifica cubana. L’intervista risale al 22 aprile 2021.

Come sei entrata in contatto con la ricerca scientifica cubana? Quali sono state le tue prime impressioni?

Per spiegarti le mie prime impressioni devo partire dal senso di frustrazione che spesso prova il ricercatore pubblico in Italia. Qualche anno fa, in collaborazione con ricercatori di un altro ente pubblico, abbiamo sviluppato un vaccino terapeutico contro i tumori causati dal papillomavirus umano (Hpv). Abbiamo fatto i test, abbiamo accertato che sugli animali il vaccino funzionava e poi lo abbiamo brevettato, questo era il massimo che potevamo fare. Il successivo sviluppo sarebbe stato fare i trial clinici e trovare un’industria interessata alla produzione. Noi abbiamo fatto mille presentazioni, ma arrivavamo sempre allo stesso punto morto, e cioè l’industria di turno ci chiedeva se avevamo fatto i trial clinici che ovviamente non potevamo aver fatto.

Perché no?

Per fare i test clinici avremmo dovuto trovare qualcuno che mettesse a disposizione qualche milione di euro, impossibile. Questo ha generato un senso di forte impotenza, mi sono chiesta, ma come? Abbiamo fatto i test, abbiamo accertato che sugli animali il vaccino funziona, ora si tratta di verificare se può andare bene per l’essere umano e proprio su questo arriva l’ostacolo del mercato. Io lì ho pensato di aver sbagliato tutto, avrei dovuto fare altro. Per dirti, sarebbe stato più facile e più remunerativo mettersi a sviluppare integratori alimentari. Proprio in quel momento conobbi Cuba. Era il 2004, durante un congresso in Francia incontrai alcuni ricercatori cubani. In seguito ho scoperto che a Cuba non c’è l’industria farmaceutica privata e il brevetto è statale (come quello da noi sviluppato), in questo senso lo intendono come collettivo. A Cuba infatti c’è un’impostazione sociale, ossia la scienza è finalizzata al bene pubblico; si parte sempre dalle esigenze sociali anche per fare ricerca. 

Credo che per mezzo mondo scoprire che Cuba stava approntando un suo vaccino sia stato quasi uno shock. Insomma, è un’isola con undici milioni di abitanti. E poi sono i Paesi sviluppati che producono conoscenza, no? 

Guarda io questo shock (molto positivo!) l’ho avuto anni fa, mi sono proprio chiesta: ma come fanno? Allora insieme ad Angelo Baracca ho ricostruito la storia e il ruolo della ricerca cubana. Tutto inizia con la Rivoluzione. I cubani hanno avuto un intellettuale importantissimo, José Marti (1853-1895), che spiegava che il presupposto per essere liberi è proprio quello di essere colti, nel senso che la conoscenza è un prerequisito fondamentale per rendersi indipendenti. Quindi con la Rivoluzione viene presa di petto la questione culturale, si combatte l’analfabetismo, le caserme vengono trasformate in scuole. Si intuisce che la scuola e la sanità pubbliche sono fondamentali, e si dà enfasi alla ricerca e allo sviluppo scientifico. Pensa che Fidel Castro dirà già nel 1960 che il futuro di Cuba dovrà essere un futuro di uomini (e donne!) di scienza. Il problema è che nel 1962 arriva l’embargo e diventa subito chiaro che Cuba deve essere indipendente, che poi significa che per avere una vera sanità pubblica è necessario dotarsi di una propria industria farmaceutica. 

Quindi l’educazione, la salute, la ricerca vengono messe insieme, coordinate perché siano al servizio dei bisogni del popolo cubano, e attorno a questo progetto si mobilita tutta la società. Nel primo decennio della Rivoluzione sostanzialmente si preparano le basi per costruire un popolo di pensatori e scienziati.

Nel campo della fisica Cuba ha avuto l’appoggio dell’Urss, lì andavano a formarsi gli studenti cubani; però l’Unione Sovietica era arretrata nel campo delle biotecnologie. Anche in questo caso i cubani sono originali, perché senza farsi troppi problemi iniziano a collaborare con altre nazioni, infatti tanti ricercatori andranno a studiare e a formarsi in Paesi come la Francia, l’Italia ecc. cioè nel campo avversario, quello del blocco capitalista.

Cuba quindi entra fin da subito nel settore delle biotecnologie grazie a un’intuizione di Fidel sull’interferone, che all’epoca era considerato una molecola antitumorale. Fidel prende contatto con Kari Cantell, colui che in Finlandia aveva sviluppato il modo di produrlo, e gli chiede di poter mandare lì un gruppo di ricercatori cubani. In soli due mesi i cubani riusciranno a riprodurre autonomamente il processo per la sintesi dell’interferone (era il 1981); in quel periodo a Cuba ci fu un’epidemia di dengue emorragica. I medici decidono di applicare questa molecola per controllare l’epidemia, mentre tutto il mondo la stava usando contro il cancro. Iniziarono successivamente a produrre interferone ricombinante con le tecniche dell’ingegneria genetica, e intorno a questa molecola i cubani fanno palestra, sia come farmaco sia come occasione di mettere in piedi un’impresa di Stato ad alta tecnologia. E mentre nel mondo le biotecnologie sono nate come occasione per fare profitto, a Cuba sono un modello alternativo. Ancora oggi i ricercatori cubani lavorano a ciclo chiuso, cioè il ricercatore ha l’idea, sviluppa la molecola e poi la si produce, anche a fini di esportazione.

Fammi un esempio concreto di come funziona l’intero ciclo.

Prendiamo il caso di un vaccino, innanzitutto si decide che tipo di vaccino sviluppare, lo si sperimenta per verificare che sugli animali funziona, poi bisogna produrlo su larga scala per fare i trial clinici con l’approvazione degli enti regolatori cubani. Prima però si brevettano le molecole, pure all’estero, mica solo a Cuba, questo per difendere le invenzioni cubane. Poi c’è la fase di esportazione, ma solo se le dosi non servono a Cuba. Perché per Cuba il mercato è quello esterno, non quello interno. Queste fasi negli ultimi anni sono state organizzate in una struttura superiore che è quella di BioCubaFarma, l’industria di Stato ad alta tecnologia, che è l’unione di istituti di ricerca (per esempio, il Centro di ingegneria genetica e biotecnologie, Cigb, con il suo impianto di produzione interna) e industria farmaceutica. Questa struttura è quella che cura tutti i rapporti commerciali con l’estero. Cuba punta quindi a sviluppare un’industria di Stato ad alta tecnologia anche con appoggi esterni, insomma poi ci sono le fabbriche pure in Cina e Vietnam. 

Tu mi descrivi un sistema molto coeso, gestito dallo Stato, in cui si studiano i bisogni, si stabiliscono degli obiettivi e poi si perseguono. La popolazione però alla fine ha veramente accesso a una sanità di qualità?

Ti do un po’ di numeri. Tieni a mente che Cuba ha una popolazione di undici milioni di abitanti. Dall’inizio della pandemia al 21 aprile 2021, se noi prendiamo i casi di Covid-19 confermati Cuba aveva 95.000 casi, l’Italia 3.891.000; i morti: Cuba 538, l’Italia 117.633. Guardiamo il tasso di mortalità, su 100 infetti l’Italia ha cinque volte più morti di Cuba. Oppure a Cuba i morti sono 4,75 su 100.000 abitanti contro i nostri 195,09, quindi abbiamo circa quarantuno volte i morti di Cuba. 

Come lo spieghi?

Per i dati che ti ho citato ancora non si vedevano gli effetti del vaccino, quindi lasciamo stare questo discorso, anche se in Italia non abbiamo pensato ad altro. Constatiamo che Cuba è tra i Paesi che meglio hanno difeso la popolazione, questo perché Cuba ha un medico ogni 122 abitanti, noi ne abbiamo uno ogni 1.132 abitanti. 

Il Sistema sanitario cubano si basa su tre livelli amministrativi e tre di servizio: nazionale, provinciale, municipale. Il livello di base, quello municipale, è costituito da consultori con medici e infermieri attivi 24h/24h che provvedono a circa l’80% dei problemi di salute. Poi al secondo livello abbiamo gli ospedali provinciali che coprono il 15% dei problemi di salute, quindi il loro bacino d’utenza è di qualche migliaio di persone. Avere una buona medicina del territorio significa che ci sono gli ambulatori che in qualsiasi ora del giorno ti accolgono con i loro medici e i loro infermieri. Inoltre, l’infermiere viene dalla comunità, si tratta di una persona che conosce la gente ed è il riferimento per tutti. Aggiungici pure che il medico vive spesso sopra l’ambulatorio. Inoltre, i medici fanno regolarmente visite a casa dei pazienti.

Durante la pandemia 28.000 studenti e studentesse di medicina hanno visitato la popolazione nelle case per capire se stava bene e se c’erano casi da segnalare. Quando riscontravano pazienti con episodi di febbre o infezioni respiratorie li segnalavano, li ricoveravano e poi iniziava subito il tracciamento. Insomma questo insieme di medici, infermieri, studenti ha il compito di sostenere un sistema di vigilanza attiva, la prevenzione è possibile proprio perché la medicina del territorio funziona.

Di nuovo vorrei tornare sul ruolo dello Stato. La medicina del territorio è efficiente, ma rispetto al piano locale che ruolo ha lo Stato?

Lo Stato è presente e organizzato, i medici sono stati avvisati e coordinati quando a Cuba ancora non c’era stato ancora il primo caso di Covid-19. I medici specialisti per ogni provincia sono stati selezionati e formati perché poi tornassero sul territorio a formare gli altri medici. Penso a come invece è andata da noi la comunicazione; io, che pure sono del campo, ho davvero dovuto faticare perché all’inizio non si capiva nulla. A Cuba invece anche la comunicazione è stata gestita con rigore, poi certo i cubani stessi sono un popolo abituato alle epidemie. La stessa BioCubaFarma si è riconvertita a produrre mascherine e a riparare ventilatori, c’è stato uno sforzo collettivo di riorganizzazione. Gli stessi dirigenti sono stati mandati negli ambulatori di base per supportare il territorio. 

In Italia fino a un certo punto sembrava che nessuno sapesse quel che si doveva fare, infatti arrivavano tantissime informazioni contrastanti. Cuba ha avuto gli stessi problemi?

A difesa dell’Italia potremmo dire che nemmeno l’Oms è riuscita a dare delle linee guida chiare. Cuba però ha avuto sicuramente un approccio originale. Innanzitutto l’industria biofarmaceutica cubana ha fatto sì che tutti farmaci di base fossero garantiti, infatti ha puntato a prevenire l’infezione nelle categorie deboli, per farlo sono stati distribuiti agli anziani e alle persone più sensibili degli integratori ad attività immunostimolante. Sappiamo che per contrastare il Covid-19 è fondamentale il buon funzionamento del sistema immunitario, qui Cuba si è giocata la sua grande esperienza. Cuba infatti ha un vaccino terapeutico contro il tumore al polmone che è basato proprio su l’immunoterapia, i cubani sono stati tra i primi a sviluppare questo approccio, e cioè di attivare la risposta immunitaria dell’organismo contro i tumori e contro le malattie infettive. 

Tornando al Covid-19, al di là della prevenzione, Cuba ha provato a utilizzare sostanze antivirali, somministrandole nella prima fase dell’infezione, qui ritorna in gioco l’interferone. Se l’infezione nel paziente proseguiva, i medici utilizzavano degli anticorpi, sempre di produzione nazionale. Non l’ho detto prima, ma tutto ciò si capisce meglio se si pensa che Cuba ha ricevuto diverse medaglie d’oro per i suoi prodotti farmaceutici, una l’ha presa nel 2015 per l’anticorpo monoclonale utilizzato nel trattamento della psoriasi che è una malattia autoimmune. Questo anticorpo è stato utilizzato anche per la tempesta di citochine che si ha nel Covid-19. Ci sarebbero poi tante altre molecole da citare, ma questo esempio è utile per riuscire a capire come è stata impostata la prevenzione. Si è lavorato molto sia sui meccanismi di contorno all’infezione del virus, sia nello stimolo della risposta del sistema immunitario, questa doppia azione ha sicuramente ridotto molto la mortalità. 

Veniamo ora ai vaccini.

I vaccini (o meglio, finché non approvati, sarebbe meglio dire: candidati vaccinali) sono stati sviluppati da due istituti, uno è l’Istituto Finlay che, storicamente, si occupa di vaccini tradizionali. Però collaborando con il centro di immunologia molecolare (Cim) ha fatto anche vaccini ricombinanti di nuova generazione, si è arrivati così allo sviluppo dei vaccini contro il Covid-19, si chiamano Soberana. Il Soberana II è in fase avanzata (fase 3). L’altro istituto è il Cigb, già citato in precedenza, che ha sviluppato i due candidati Abdala e Mambisa, di cui il primo anche in fase 3. Questi candidati vaccinali sono presenti sul sito dell’Organizzazione Mondiale della salute (Oms).

In modo più generale possiamo dire che Cuba sta approntando vaccini proteici, piattaforme che utilizza da decine di anni e che sono già state impiegate per altri vaccini. Sono quindi tecnologie collaudate, a differenza di quelle impiegate per alcuni dei vaccini attualmente disponibili contro il Covid-19, che sono utilizzate su larga scala per la prima volta. Un vaccino proteico è quello che sta alla base di tutti i vaccini moderni, per esempio il vaccino per il papillomavirus umano o quello contro l’epatite B si basano su tecnologie di questo tipo e sono vaccini a subunità proteica. Inoltre, Cuba ha riconvertito parte dei suoi impianti per produrre vaccini contro il Covid-19, si tratta di impianti di produzione statale del Cim, che fa parte anch’esso di BioCubaFarma e messi a disposizione dell’istituto Finlay. Si tratta quindi un complesso incastro di strutture e competenze differenti che collaborano tra di loro.

Senti, da decenni ci raccontano che l’intervento statale è troppo costoso e poco efficiente. Eppure, Cuba sembra dimostrare che lo Stato può darsi un ruolo di pianificazione, progettazione e coordinamento, impiegando risorse in modo virtuoso, che anzi forse è meno dispendioso delle logiche competitive del privato.

In Italia, in piena pandemia, lo Stato ha deciso di regalare i soldi all’industria: infatti anche se si parla di vaccino italiano nei fatti l’Italia ha regalato ottanta milioni alla Reithera che è un’impresa di biotecnologie svizzera, anche se con una sede in Lazio [successivamente il finanziamento è stato bloccato dalla Corte dei Conti, N.d.R.]. E per di più per sviluppare un vaccino basato su un adenovirus, la stessa tecnologia di Astrazeneca. Tutto ciò mentre i ricercatori pubblici non hanno avuto accesso a un singolo bando per sviluppare un vaccino contro il Covid-19. Questo dovrebbe farci arrabbiare, perché i ricercatori pubblici avrebbero potuto fare quello che hanno fatto Moderna o BioNTech o altro, saremmo stati benissimo capaci di sviluppare candidati vaccinali. Lo Stato avrebbe potuto sostenere un sistema pubblico di ricerca e poi semmai andare a negoziare con il privato la fase di produzione. Io mi chiedo a cosa serva la ricerca pubblica, forse tengono i ricercatori, così, per giocare. Perché ora che il gioco si è fatto serio lo Stato non ci ha chiesto nulla, ha completamente scavalcato i suoi ricercatori. Certo è molto più semplice appaltare all’esterno, ma quando faccio il paragone con Cuba, che appunto è un Paese piccolo e povero, non posso fare a meno di sentire che in Italia i ricercatori non hanno nessun ruolo sociale.

Voglio anche citare alcuni riconoscimenti ottenuti da Cuba, servono a contraddire la classica correlazione diretta tra Pil e indicatori di salute. Save the Children nel 2010 definì Cuba il miglior Paese dove essere madre; nel 2015 l’Oms nominò Cuba come esempio, primo Paese al mondo ad aver eliminato la trasmissione di Hiv e sifilide tra madre e figlio con farmaci prodotti a Cuba. Nel febbraio 2019 Bloomberg ha incluso Cuba tra i trenta Paesi più sani al mondo, più in alto di tutta l’America Latina, ma anche degli Stati Uniti e la lista potrebbe continuare. Cuba è proprio la dimostrazione del fatto che non servono risorse enormi, si tratta piuttosto di usarle bene.

Ti segnalo questi riconoscimenti anche per spiegarti che non sono invasata di Cuba, ma ci sono proprio dei dati oggettivi in grado di testimoniare il livello raggiunto dall’isola. Queste sono informazioni che sarebbe importante far conoscere alle persone, perché farsi un’idea meno artefatta di Cuba può essere uno stimolo per rivedere il nostro sistema, credo che la pandemia ce ne abbia mostrato le fragilità. Non si tratta infatti solo di riuscire a vaccinare tutta la popolazione, questa dovrebbe essere un’occasione per ripensare la nostra società, per recuperare la riforma del Sistema sanitario del 1978. 

Cuba è ben inserita in un sistema di scambi commerciali sud-sud, e lo fa soprattutto attraverso i farmaci. Come mai questa scelta? Anche alla luce del fatto che le principali case farmaceutiche mondiali sembrano poco interessate a direzionare la loro ricerca scientifica verso le urgenze dei Paesi meno ricchi, ci dicono infatti che quel mercato non è redditizio; in questo modo tante malattie restano senza una cura.

Penso che Cuba prima faccia le cose per sé e poi le venda. Per esempio, una delle cose più avanzate che hanno, un farmaco per il piede diabetico, prima ci curano i cubani poi lo vendono anche all’esterno. Anche a guardare il listino di BioCubaFarma si vede che partono dalle loro esigenze e non dal mercato. Va detto che nei Paesi ricchi non si muore più tanto per malattie infettive; abbiamo imparato a controllare l’Aids, ma non ci interessiamo più alla malaria o alla tubercolosi, sono malattie che non sembra ci riguardino. Invece Cuba ci deve fare i conti; per esempio, per l’Hiv produce i suoi biosimilari, quindi degli inibitori con cui per prima al mondo è riuscita a bloccare la trasmissione madre/figlio. Prodotti come questi in alcuni Paesi – penso a tanti stati africani – sono utilissimi, anche perché Cuba fa profitti ma direi in modo etico, vende a prezzi calmierati.

Mi dici qualcosa a proposito delle brigate mediche cubane? Tutta propaganda?

Cuba ha sviluppato la sua politica estera e parte della sua diplomazia attraverso la cooperazione medica con Paesi in via di sviluppo. Le missioni mediche internazionali sono attuate sulla base dell’art. 16 della nuova Costituzione dedicato alle relazioni internazionali basate su principi antimperialisti e in funzione dell’interesse del popolo; nella lettera g) si afferma l’impegno di Cuba nella difesa dei diritti umani. Cuba invia medici in tutto il mondo, negli ultimi 47 anni sono stati sviluppati diversi programmi. Tra questi ricordo almeno l’Operación Milagro, che ha assistito 600.000 persone con problemi di vista provenienti da 30 Paesi tra Caraibi, America Latina e Africa; tutto gratis. Un altro pilastro fondamentale della cooperazione è rappresentato dalla scuola latino americana di medicina (Escuela Latino Americana de Medicina, Elam) in cui si sono formati finora 35.000 medici provenienti da Paesi di tutto il mondo. Il patto poi è questo, che chi va a formarsi in questa scuola per diventare medico deve tornare nel proprio Paese povero a fare attività. Questa operazione è sotto attacco da tempo da parte degli Stati Uniti (e non solo), basti ricordare i tre milioni di dollari stanziati dall’agenzia dello sviluppo internazionale (la cosiddetta Usaid, US agency for international development) e destinati a progetti contro le brigate mediche di Cuba all’estero, si tratta di campagne facilmente riconoscibili come false e denigratorie. Ricordiamoci che i medici cubani sono venuti l’anno scorso in Italia, dalle testimonianze emerge l’aiuto e l’umanità che hanno portato, anche perché sapevano come affrontare una pandemia. Alcuni di loro infatti avevano lavorato in Africa contro l’ebola. Teniamo a mente che, alle regioni interessate (Piemonte e Lombardia) sono costati pochissimo, praticamente solo le spese di vitto e alloggio (circa 50 euro al giorno). Poi chiaramente è la loro diplomazia, Cuba esporta sia farmaci sia servizi medici. Per esempio Cuba dava medici al Venezuela in cambio del petrolio, ma non ne farei uno scandalo, diciamo che è un po’ il loro capitale, capitale umano però. Dopotutto non esportano bombe.

Cuba tra tensioni e sfide nuove: considerazioni per riflettere

Angelo Baracca

Lei lo sa quanti sono i diritti umani identificati dalle organizzazioni internazionali? 61. Lo sa quanti Paesi li rispettano tutti? Lo sa? Glielo dico io: nessuno. Cuba di questi 61 ne rispetta 47. Altri molti meno. Noi ad esempio rispettiamo i diritti umani del garantire la salute a tutti quanti, così come l’istruzione libera e gratuita. Lei trova giusto che una donna guadagni meno di un uomo? Non è anche questo un diritto umano? Potrei farle molti esempi di Paesi che non rispettano questi diritti. Venire qui a parlare di prigionieri politici e di diritti umani non è proprio giusto, è scorretto.

(Raúl Castro, 21 marzo 2016, davanti al presidente degli Stati Uniti Barack Obama)

In questa sede credo non sia necessario spendere molte parole per discutere le peculiarità delle innovazioni sociali e di politica internazionale introdotte dalla Rivoluzione cubana del 1959. Mi sforzerò pertanto di fare un bilancio proiettato verso le prospettive in un mondo in cui lo sconquasso della pandemia sta introducendo trasformazioni epocali che si cominciano appena a intravedere. Cuba naviga in mare aperto, e procelloso, senza “santi in paradiso” dopo la fine dell’Urss, contraddicendo tutte le predizioni dell’imminente crollo del proprio sistema, eppure il futuro riserva incognite impredicibili, per le quali Cuba ha forse carte nuove da giocare ma può incontrare scogli inattesi, se non addirittura cadere in trappole tese ad arte.

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Per un verso, ora come mai nel passato, Cuba conquista una visibilità nelle cronache mondiali, perché ci si accorge che ha realizzato ben cinque candidati vaccinali contro il Covid-19. Ovviamente molti dei “fulminati sulla via di Damasco” non si chiedono, o al più considerano superficialmente, come quest’isoletta (grossomodo un millesimo della popolazione mondiale) abbia potuto realizzare questo risultato, che per Cuba non è poi così eccezionale. I media mondiali dovrebbero indagare una realtà scomoda, poiché dovrebbero spiegare ai loro lettori perché altre potenze capitaliste per definizione “democratiche” non sono in grado di fare altrettanto.

Ovviamente la “democrazia” non è un tema che si possa liquidare in poche righe, né intendo farlo ripetendo semplicemente la convinzione che ho maturato negli scorsi anni, ossia che Fidel e il Pcc abbiano fatto benissimo a non ammettere la formazione di altri partiti politici, che nella loro forma attuale diventano canali di infiltrazioni (anche finanziarie) e di manovre che chiamare poco chiare è un eufemismo. Si potrebbe anche commentare che verosimilmente il gruppo dissidente di San Isidro in moltissimi Paesi “democratici” non sarebbe a piede libero. Ma non credo che si possa negare – anche con una conoscenza superficiale – che i sistemi di democrazia e controllo popolari creati con il trionfo della Rivoluzione abbiano subito un’involuzione burocratica, e che fenomeni di corruzione siano endemici, anche per le restrizioni proibitive e le conseguenti necessità materiali create dal bloqueo.

Il problema del rinnovamento a Cuba si pone, sul piano economico come su quelli politico e sociale, e lo ha riconosciuto anche Raúl Castro nel discorso di despedida al recente Congresso del Partito Comunista Cubano (Pcc). Il momento attuale potrebbe essere opportuno, pur se reso difficile dall’esasperato inasprimento del bloqueo (che disvela pienamente la sua ratio): infatti anche i dissidenti hanno le armi spuntate di fronte all’attesa salvifica di tutti i cubani per la prossima vaccinazione della popolazione. Anche i sostenitori di Cuba dovrebbero essere più attivi e chiari su questo piano: l’inflessibile sostegno su tutti i piani a Cuba potrebbe essere accompagnato al “fraterno” (si diceva così per i Paesi comunisti) stimolo a promuovere una riforma politica, tanto più complessa perché non può plagiare le forme più comuni, ma dovrebbe risvegliare l’afflato dei primordi della Rivoluzione. Vi è stato anche un modello recente, la discussione capillare della nuova Costituzione di Cuba, che a quanto sappiamo è stata sviscerata e riformulata da centinaia di assemblee a tutti i livelli per arrivare alla forma approvata il 28 febbraio 2019: anche questo un punto di partenza incoraggiante. Nell’isola i vaccini verranno commercializzati, ovviamente senza le speculazioni a cui siamo abituati nei nostri Paesi, e sarebbe opportuno che la popolazione potesse vedere un beneficio anche nella situazione materiale di penuria nelle forniture e nell’aumento dei prezzi dei generi essenziali. Ho l’impressione che le aspettative di molti cubani non considerino appieno le difficoltà che uno Stato bloqueado deve affrontare; e tanto meno le comprendiamo noi in Italia. Cuba non produce tanti generi di prima necessità, e non è autosufficiente neanche per i generi alimentari: le restrizioni per l’accesso a fonti di finanziamento trascina il resto delle materie prime e dei prodotti alimentari, rincara tutto ciò che il Paese acquista all’estero. Ma anche nel frangente eccezionale di affrontare la pandemia Cuba ha dovuto dedicare notevoli risorse per assicurare urgentemente le attrezzature e i materiali necessari per gli ospedali e l’assistenza sanitaria, dovendo ricorrere a mercati lontani e spesso indiretti per acquisire tecnologie soggette ai divieti del bloqueo, anche per l’industria biofarmaceutica.

Come inciso, chi si stupisca dell’accanimento di Washington nell’inasprire il bloqueo dovrebbe conoscere la storia passata, dalla “dottrina Monroe” e l’ideologia del “destino manifesto”, all’intervento degli Stati Uniti nel 1898 nella guerra ispano-cubana (che non a caso è nota come ispano-americana), che il grande patriota e intellettuale cubano José Marti aveva con straordinaria lucidità previsto (a lungo esule a New York, «Ho vissuto nelle viscere del Mostro»): se l’America Latina è per gli Stati Uniti il “giardino di casa”, Cuba è il balconcino, vi sono state forti correnti annessioniste, la Rivoluzione del 1959 è stata un affronto intollerabile!

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D’altra parte, se oggi indubbiamente la stessa situazione internazionale impone a Cuba trasformazioni profonde, anche noi dovremmo rivedere certi concetti. Uno di questi è il controllo statale dell’economia. Molti sono sorpresi, quando non scandalizzati, dal fatto che Cuba stia introducendo forme di imprenditorialità privata. Ma non era stata eccessiva, in qualche modo dogmatica, la statalizzazione di ogni aspetto dell’economia? (E in questo si deve osservare, a mio avviso, un limite di Fidel, senza sminuirne gli enormi meriti). Quando andai a Cuba per la prima volta nel 1995 vi erano ancora grandi empori o laboratori collettivi, per barba e capelli, o per la riparazione delle scarpe, dove non sempre la riparazione era soddisfacente. Il crollo dell’Urss determinò una drammatica caduta del Pil cubano, e Fidel proclamò un período especial in tempo di pace, la popolazione conobbe anni di grandi privazioni. Forse è necessario premettere che nei primi decenni della Rivoluzione Cuba era stata riconosciuta come uno dei Paesi più egualitari del mondo, ma nella nuova emergenza la popolazione cubana affrontò la crisi con grande dignità, sfoderando la sua proverbiale creatività. Nelle ristrettezze del período especial molti problemi vennero al pettine. Per dirne uno, nei ristoranti si mangiava malissimo, perché i condimenti venivano sottratti e venduti. Non si tratta in nessun modo di dire che «il privato è meglio». 

Ma al di là di criteri dogmatici, era stato davvero opportuno seguire alla lettera il modello sovietico? Il negozietto di barbiere, il piccolo ciabattino, tante piccole attività che non arricchivano il proprietario, dovevano per forza essere collettivizzate? Proprio nei primi anni delle mie visite la penuria dei generi di prima necessità rese indilazionabile l’apertura degli agromercati (che Fidel accettò obtorto collo), dei piccoli ristoranti privati chiamati paladar, dei meccanici di biciclette, dei ciabattini. Credo che nessuno di loro si sia arricchito, ma le differenze economiche hanno cominciato ad accentuarsi visibilmente, e hanno anche avuto riflessi sociali. Ho visto con i miei occhi laureati in ingegneria elettronica che avevano lasciato l’università perché lavorando in un pub con le sole mance dei turisti guadagnavano di più. Pullulavano i tassisti in nero, mentre le compagnie di taxi statali erano inefficienti e avevano moltissime vetture ferme per riparazioni inconcludenti.

Forse se dall’origine si fossero fatte scelte più equilibrate, la situazione oggi potrebbe essere diversa. Forse ci si potrebbe anche chiedere se e come coloro che sono cresciuti negli impieghi statali, a volte non proprio abituati a criteri di efficienza (la drastica riduzione degli impieghi pubblici si è imposta come una necessità), possono concepire (o trovare) altri impieghi che non siano solo attività di cuentapropista (autonome): dove è insito lo scopo di lucro, magari modesto, ma poi destinato ad aumentare. Ma del senno di poi son piene le fosse.

L’inefficienza è stata descritta con incomparabile senso umoristico coniugato all’altissimo livello artistico nell’ultima opera del 1995 del grande cineasta Tomás Gutiérrez Alea, con Juan Carlos Tabío, Guantanamera. Ricordo sempre un carissimo amico che aveva lasciato il ruolo di insegnante e fra varie occupazioni ne aveva presa una in una compagnia, però lo vedevo spesso a casa e mi rispose ironicamente: «Loro fingono di pagarmi e io fingo di lavorare» (nota: allora gli stipendi erano in moneta nazionale e moltissimi generi in dollari, in questi mesi si sta passando alla moneta unica).

Queste sono solo osservazioni generiche, non mi sogno neppure di cimentarmi sul problema delle riforme attuali e delle prospettive future. Ma credo che anche noi dobbiamo superare certi stereotipi.

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A proposito delle… delizie della “democrazia”, per uscire dai luoghi comuni non mi sembra superfluo richiamare en passant tragedie epocali, limitandomi all’America Latina, dalle quali Cuba è stata esente: e scusate se è un vantaggio da poco! Dall’ondata dei regimi fascisti, alla serie interminabile di colpi di Stato (insanguinati o bianchi) con rovesciamenti di regimi “democratici”, lasciando spesso lunghissimi strascichi che non sono mai veramente conclusi: le vittime, i soprusi, le violenze di ogni genere non si contano! Si sono ammantati di “democrazia” golpe come quello che nel 2009 in Honduras destituì il presidente legittimamente eletto Manuel Zelaya, per non parlare dei tentativi di golpe in Venezuela. Al contrario, Cuba è stata soggetta a un tentativo di esportazione della brillante “democrazia” statunitense con l’invasione del 1961 alla Baia dei Porci, per non parlare degli innumerevoli tentativi di sabotaggio e interferenze di ogni genere.

Proprio dall’Honduras e dal Guatemala, “modelli” di democrazie pluripartitiche, partono grandi carovane di disperati che vorrebbero raggiungere gli Stati Uniti, i quali li sbarrano in tutti i modi, mentre hanno sempre aperto le porte a coloro che uscivano da Cuba. Nessuno dei grandi media sembra essersi accorto che Cuba è il solo Paese dell’America centro-meridionale che non ha conosciuto i grandi movimenti popolari di protesta esplosi negli ultimi anni: difficile pensare che a Cuba il controllo poliziesco sia più duro che in Cile!

Secondo le proiezioni della Commissione economica per l’America Latina (Cepal), la regione registra una contrazione del Pil del 7,7%, il tasso di povertà estrema si attesterà al 12,5% nel 2020 e il tasso di povertà colpirà il 33,7% della popolazione: alla fine del 2020 il numero totale di poveri ha raggiunto i duecentonove milioni, ovvero ventidue milioni in più rispetto all’anno precedente, settantotto milioni di persone sono in estrema povertà, otto milioni in più rispetto al 2019. A Cuba, nonostante la situazione si sia deteriorata, anche un visitatore occasionale vede che non vi è nulla di simile, non esistono favelas, nessuno dorme per strada come sta dilagando negli Stati Uniti, nessuno muore di fame o è privo di cure.

La sorprendente ripresa economica di Cuba dopo la perdita di un terzo del Pil all’inizio degli anni Novanta – alla quale il rafforzamento del complesso biofarmaceutico ha dato un contributo determinante che è sopravvissuto al crollo del turismo per la pandemia – trovò una sponda al volgere del secolo con l’affermarsi dei governi di ispirazione socialista in America Latina, per i quali Cuba costituì motivo di ispirazione, e anche un supporto materiale nella cooperazione medica sulla base di uno scambio egualitario. Ma da alcuni anni il vento in America Latina è cambiato (la stabilità di Cuba dovrebbe dirla lunga sulla solidità del suo sistema politico, che come dicevo è insostenibile attribuire a un controllo poliziesco! Chiunque metta un piede a Cuba lo vede in modo lampante), e tuttora i segnali recenti di recupero delle sinistre e dei movimenti popolari sono ancora incerti. Cuba quindi non può contare oggi sul supporto di quei Paesi, anche se prosegue questo tipo scambio con il Venezuela aggirando a fatica le sanzioni statunitensi.

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Credo che anche fra noi si debba uscire da stereotipi di parte. Cuba non è un Paese socialista, anche se la Rivoluzione ha avviato un processo di rinnovamento sociale ed economico di impostazione chiaramente socialista. Il socialismo non esiste in nessun Paese. Come ho ricordato, Cuba è stato fra i Paesi più egualitari al mondo, ha sradicato la povertà estrema che impera ancora oggi in tutta l’America Latina (ma anche negli Stati Uniti): era anche “all’ombra” dell’Urss (a cui peraltro ha portato contributi importanti, per esempio sul piano biofarmaceutico), e con il crollo di questa ha attraversato una gravissima crisi dalla quale si è ripresa proprio puntando sull’industria biotech. Ma le disuguaglianze economiche si sono accentuate: il socialismo non si fa ripartendo la penuria. In particolare sono privilegiati coloro, e sono tanti, che hanno qualche parente che emigrò negli Stati Uniti.

È necessario abbandonare qualsiasi stereotipo se si vuole cercare di capire la realtà.

In Italia conosciamo i corsivi sul Corriere di Panebianco, che denota Cuba come una «prigione a cielo aperto». Pochi fra i critici di Cuba sembrano riflettere che è singolare un sistema totalitario che ha sradicato l’analfabetismo, trasformato seicento caserme in scuole, istituito un sistema d’istruzione moderno e gratuito fino ai livelli più alti, organizzato un sistema di salud pùblica universale e gratuito che ha sradicato le malattie che inflazionano nei Paesi sottosviluppati, realizzando un profilo sanitario della popolazione fra i migliori al mondo (un solo esempio, l’indice di mortalità infantile è inferiore a quello degli Usa, e di alcune regioni italiane). Non mi sembra esagerato chiamarli elementi di socialismo. Realizzazioni che il potente vicino imperiale, che agita di continuo i diritti umani, certo non ha apprezzato (e non ha la minima intenzione di attuare in casa propria), altrimenti avrebbe sollevato il bloqueo, almeno per i beni riguardanti questi settori. Ma la crisi degli anni Novanta ha incrinato questi diritti egualitari, sia per il deterioramento delle attrezzature e la difficoltà di mantenerle e rinnovarle, sia perché, al di là della retorica, conosco direttamente come per ottenere certi servizi le persone debbano fornire qualche “presente”, e diviene comprensibile quando tutti sono necessitati: ma penso che qualsiasi predica mossa dal nostro pulpito sia pura ipocrisia! In ogni caso questa situazione mi rattrista.

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Il problema della perdita della memoria storica è molto grave in tutti i Paesi, ma a Cuba assume aspetti peculiari. Forse si potrebbe dire che i cubani sono abituati male, per decenni non hanno pagato imposte, vivono al di sopra delle loro possibilità, per lo meno attuali. I giovani da un lato sono cresciuti con i benefici attuati dal governo, dall’altro con l’apertura a Internet subiscono le sirene del capitalismo. 

Del resto io mi sono trovato spesso discutendo con cubani scontenti a dire loro che non vivevano nel posto peggiore del mondo, e bastava guardare l’America Latina per vedere che c’era enormemente di peggio. E allora vorrei chiudere riportando la conclusione di Lia De Feo in un Omaggio a Fidel, per la sua morte: mi piace citarlo spesso perché l’autrice è grande conoscitrice di Cuba e dei Paesi caraibici, e dichiara chiaramente di non amare i cubani:

E alla fine, è questo: [i cubani; N.d.A.] li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un’elemosina, finisce che non vedi l’ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l’uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. Lo dici al taxista che ti riporta all’Avana e lui è contento, rincara la dose: “È vero, noi ci lamentiamo e ci dimentichiamo del buono, ma è proprio vero. Anche i nostri portatori di handicap, non c’è confronto. E che dire della delinquenza, del narcotraffico? Siamo fortunati, noi.” Sì, sono fortunati, loro. Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi. 

Il sistema sociale, economico e politico cubano è soggetto a tensioni e a sfide nuove, davanti alle quali vengono agitate le stesse critiche di stampo dottrinario, che non aiutano a trovare soluzioni adeguate per una trasformazione positiva, pacifica e condivisa della situazione del Paese, dal momento che chi le muove (in primis gli Stati Uniti) ha solo il chiodo fisso del (adverse) regime change.

Bibliografia e sitografia:

A. Baracca, «60 anni fa il popolo cubano umiliò il tentativo di invasione alla Baia dei Porci», pressenza.com/it, 17 aprile 2021.

A. Baracca, R. Franconi, Cuba: Medicina Scienza e Rivoluzione. Perché il Servizio Sanitario e la Scienza Sono all’Avanguardia, Zambon, Berlin 2020.

A. Baracca, R. Franconi, Subalternity vs. Hegemony, Cuba’s Outstanding Achievements in Science and Biotechnology, 1959-2014, Springer Nature, Berlin 2016.

L. De Feo, «Omaggio a Fidel», contropiano.org, 27 novembre 2016.

C. Re, «Cuba: abbiamo dimostrato che si è potuto, si può e si potrà», intervista a José Luis Rodríguez, strettissimo collaboratore di Fidel Castro e Ministro dell’Economia di Cuba durante gli anni del Período Especial, coniarerivolta.org, 24 aprile 2021.

M.C. Santana Espinosa et al., «Maternal and child health care in Cuba: achievements and challenges», iris.paho.org, aprile 2018.

M. Had, et al., «Women on the Front Lines of Health Care State of the World’s Mothers 2010», Savethechildren.org, maggio 2010.La Costituzione della Repubblica di Cuba può essere letta sul sito Cubadebate.cu, «Descague la Constitución de la República de Cuba», 9 aprile 2019.

Insurgent Universality. An alternative Legacy of Modernity. Un libro di Massimiliano Tomba

Daniele Balicco

Massimiliano Tomba è un filosofo politico di formazione padovana che, purtroppo, come tanti suoi colleghi ormai, ha lasciato qualche anno fa l’Italia: oggi insegna nel prestigioso dipartimento di History of Consciousness dell’Università di Santa Cruz, in California. Il suo ultimo lavoro – pubblicato da Oxford University Press nel 2019 e in attesa di essere tradotto in italiano – è un saggio politico ambizioso, dove alcuni strumenti teorici della tradizione filosofica tedesca, su cui Tomba ha già a lungo meditato (su tutti: Kant, Marx, Benjamin e Bloch), vengono messi alla prova di eventi storici circostanziati: lo scopo è quello di costruire una genealogia critica capace di indicare tracce, emersioni storiche significative, perché concretamente universalistiche, di quell’altra modernità che si è continuamente opposta, per secoli, all’incardinarsi unidimensionale della sovranità europea e del suo dominio sul pianeta. 

Il libro si apre con un’immagine, che ben riassume l’oggetto di studio di questo lavoro. Pensiamo a un fiume la cui acqua sia stata canalizzata. Nella parte destra dell’argine artificiale stanno i guardiani dello Stato e della reazione; in quella sinistra, i progressisti. Passano il tempo a combattersi, anche violentemente, ma solo a parole. In realtà, convergono su un punto dirimente: il fiume non deve abbandonare l’argine del suo percorso forzato. Tutt’al più si può aumentare o diminuire – di volta in volta, se cambiano i rapporti di forza – l’intensità della pressione dell’acqua canalizzata. Ma inaspettatamente poi accade, un giorno, all’improvviso, che la forza del fiume rompa gli argini, travolgendo i confini artificiali nel quale è stato costretto, magari per decenni. Lo spazio che lo circonda di colpo cambia. Si aprono mille rivoli, cadono vecchie recinzioni, le linee si frastagliano: emergono antiche tracce, ora utili a convogliare la forza dell’acqua, libera, altrove. 

L’universalità insorgente si manifesta così, come un’inondazione. Agisce emergendo quasi all’improvviso come una forza capace di travolgere gli steccati e le separazioni imposte dal potere moderno. Dalle lotte contadine tedesche del 1525 fino al movimento zapatista della fine del secolo scorso, è come se si sviluppasse una nota bassa continua che accompagna forme di resistenza radicali, molto diverse fra loro, ma tutte orientate su alcuni assi portanti: anzitutto, su un’idea di “usufrutto” comune – e non di appropriazione privata – della terra e dei beni; quindi, sulla valorizzazione del collettivo, dei gruppi, dell’autogoverno; sulla sperimentazione di una pluralità di poteri convergenti su un’idea di responsabilità come patto fra le generazioni, che unisce passato e futuro nella cura della comunità, del singolo e della terra. Una responsabilità che antepone la relazione agli individui e che per questa ragione, più o meno consapevolmente, è stata capace di opporsi alla produzione moderna di quella soggettività sradicata che è “libera” di vendersi sul mercato, ma solo come appendice inessenziale del lavoro astratto capitalista. 

Lettore di Bloch e di Benjamin, e soprattutto dell’ultimo Marx, quello “populista” delle lettere a Vera Zasulič, Tomba ha come primo obiettivo quello di scardinare la prigione unidimensionale della temporalità del moderno. Se vede nel gesto teorico dello storico indiano Dipesh Chakrabarty, autore di Provincializzare l’Europa, un passo decisivo per minare l’auto-incoronazione europea a ultimo stadio del progresso mondiale, non ne segue però la prognosi, tutto sommato elementare. Perché, secondo Tomba, è storicamente fuorviante pensare che esista, o che sia realmente esistita, un’unica e sola modernità europea, contro cui ogni Paese del resto del mondo deve ora riaffermare il valore strategico di singolarità alternativa. Il processo storico che ha portato all’imporsi della sovranità europea moderna va invece osservato in modo prismatico, facendo attenzione soprattutto alle sue linee di frizione: la modernità apparirà così come un percorso frastagliato, sempre a rischio di crisi, perché instabile e perché continuamente combattuto, all’esterno e all’interno dell’Europa stessa, da forze politiche che si sono di volta in volta opposte al progredire della forma Stato come garanzia e motore dell’accumulazione di capitale. La prospettiva teorica di Tomba permette così di disattivare la logica elementare oppositiva di un conflitto netto fra Europa e resto del mondo, e di tracciare, invece, la mappa di uno spazio mondiale multiverso e interconnesso, dove realtà storiche e geografiche, talora anche molto distanti fra loro, coloniali e post-coloniali, europee e non, antiche e contemporanee, si rincorrono in un processo paradossalmente unitario di resistenza, attraverso la sperimentazione di “atti universalistici” (fatti di proposte, leggi, costituzioni, manifesti) che ci parlano, non certo di caos e anarchia, o di ritorno dell’arcaico, come vorrebbe la tradizione liberale; ma all’opposto di una vera e propria fabbrica costituente, orientata alla verifica comune dei poteri e alla sperimentazione di forme possibili di autogoverno.

Il volume si concentra su quattro specifiche emersioni storiche: parte da un appassionante confronto fra le prime due costituzioni della rivoluzione francese – quella del 1791, che fonda, contro la giurisdizione dell’ancien régime, i diritti individuali del cittadino all’interno della forma Stato; la seconda, montagnarda, del 1793, che invece mette in questione l’ordine politico e sociale, attraverso il riconoscimento degli individui, ma come membri di gruppi e di assemblee; e all’interno della quale risuonano le lotte degli schiavi di Haiti, l’azione politica delle donne, dei sans-culottes e dei contadini. La seconda tappa è il 1871, la Comune di Parigi. Tomba lavora ancora una volta sui documenti pubblici, sui manifesti, sulla Dichiarazione del Popolo Francese del 1871, mostrando il significato politico del ripristino del vincolo di mandato e del dominium utile, come riattivazione di un’idea di responsabilità comunitaria della rappresentanza e della proprietà che la società liberale aveva bandito, come residuo arcaico di sovranità medievale. Quindi, la Costituzione sovietica del 1918, che formalizza l’esperienza della pluralità dei poteri (gruppi, associazioni, consigli, soviet) come rottura rivoluzionaria rispetto ai diritti del cittadino e dello Stato: soggetto della costituzione è ora un universale concreto, una classe sociale, i lavoratori e gli sfruttati, organizzati in una federazione di consigli. L’ultima tappa è rappresentata dal movimento zapatista messicano attraverso l’analisi dei suoi manifesti, della proposta di rivoluzione agraria e di riforma costituzionale stilate all’inizio degli anni Novanta. Attraverso quest’ultima emersione, ci dice Tomba, è come se si riattivassero cinquecento anni di lotte contro la colonizzazione dell’America, nella pratica costituente di forme di potere comunitarie, capaci di ibridare consuetudini della tradizione indigena recuperando, forse inaspettatamente, il sentiero interrotto dalla rivoluzione bolscevica: l’eredità populista dell’obščina della Zasulič e di Cernjsevskji. 

Insurgent Universality è un volume appassionante; non un semplice saggio di storia politica, ma un manifesto teorico che risponde a un problema comune del nostro presente: come scardinare l’unico universalismo oggi rimasto, che è quello astratto dell’accumulazione capitalistica e del potere statale? Pensare a un universalismo insorgente significa rompere questo sortilegio che ci imprigiona in un moto coattivo unidirezionale. Come sappiamo, le forme giuridiche dell’universalismo astratto lavorano precisamente per separare gli individui dalle comunità, rendendoli apparentemente sovrani, ma solo nel regno protetto del diritto e del consumo. La potenza delle lotte insorgenti descritte in questo volume ci ricorda però che, contro la cecità dell’individualismo proprietario, esiste una responsabilità comune, reale, pratica che lega le generazioni nella cura delle comunità e degli individui; e, soprattutto, nell’usufrutto della terra. Ed è una responsabilità politica orientata non solo verso il presente e gli altri viventi; ma soprattutto verso il futuro. In forme diverse, lo ripetono gli zapatisti messicani, gli indiani d’America, i rivoluzionari francesi, gli schiavi di Haiti, i comunardi, i primi sovietici, i populisti russi; e moltissimi altri, come lo stesso Marx, quasi alla fine del libro III del Capitale: 

Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive (K. Marx, Il Capitale, libro III).

Bibliografia

D. Chakrabarty, Provincializzare l’Europa, Meltemi, Roma 2000.

M. Tomba, Insurgent Universality. An alternative Legacy of Modernity, Oxford University Press, Oxford 2019.

Tra conflitto e pratica dell’obiettivo: intervista alla Tech workers coalition italiana

Riccardo Emilio Chesta

Anche in seguito alla crisi da Covid-19 da circa un anno in Italia si è costituita una sezione della Tech workers coalition (Twc), rete transnazionale dei lavoratori delle aziende Ict. Li abbiamo incontrati dopo un evento pubblico online di presentazione delle loro attività. Composta di lavoratori qualificati nel settore informatico, grafico, che include progettisti e sviluppatori, la Twc è un soggetto che cerca di parlare a diverse realtà lavorative investite dagli attuali processi di digitalizzazione e innovazione tecnologica. Si propone di coinvolgere nelle proprie iniziative non solo chi le tecnologie digitali le programma e sviluppa ma anche chi le esperisce nel proprio lavoro, come i rider delle piattaforme di food-delivery o i magazzinieri della logistica, tentando dunque di gettare ponti che leghino i lavoratori più tecnicamente qualificati con i lavoratori manuali sempre più coinvolti dai processi di digitalizzazione. Da un lato la Twc si pone obiettivi specifici e settoriali – è composta in prevalenza da lavoratori e lavoratrici del settore informatico – ma ritiene che possano essere un mezzo attraverso cui coinvolgere nella propria organizzazione tanto lavoratori manuali quanto figure tecniche ibride, a cavallo col lavoro culturale, come i grafici e i designer.

Già l’adozione del termine “coalizione” li identifica come un soggetto aperto, non corporativo che tenta di andare oltre un’opera pur necessaria di sindacalizzazione e organizzazione, ponendosi come obiettivo un’opera più generale di acculturazione all’azione collettiva e alla costruzione di solidarietà tra i lavoratori tech, in primis sul proprio posto di lavoro ma anche al di là, invitando a riflettere sui legami tra la propria professionalità e le implicazioni più generali in società. Legando azione locale e transnazionale, opera di critica e costruzione di alternative tecnologiche, costruzione di solidarietà sui luoghi di lavoro e sperimentazione di forme di lavoro cooperativo. Quella che segue è un’intervista collettiva gentilmente concessa dalla Twc a Officina Primo Maggio.

Come è nata e qual è la composizione sociale di Tech workers coalition Italia?

Anche se la nostra aspirazione è creare una coalizione con categorie come magazzinieri o rider, in realtà nella nostra coalition ce ne sono pochi, più che altro perché sono già organizzati e anche perché noi non abbiamo granché da insegnargli. Ma sarebbe bello unire le forze.

Il grosso delle persone che partecipano sono programmatori e sistemisti, un mix tra lavoratori in consulenza, poco privilegiati, e poi un blocco che galleggia meglio, che lo fa per spirito di solidarietà. Nel mezzo dell’associazione ci sono anche alcuni rider, qualche ricercatore, o qualche sociologo prestato all’industria, anche se sono più l’eccezione che la regola. Lo zoccolo duro di Tech workers coalition Italia è costituito da tecnici dediti allo sviluppo e gestione di software. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti c’è maggiore commistione. C’è anche lì grande aspirazione a essere qualcosa di più ecumenico, ma i tecnici sono comunque la maggioranza. Da noi, la distinzione è tra il livello più tecnico – il grafico, il sistemista – e quello più culturale – come il social media manager, il copywriter o l’art worker. Il grosso sono persone impiegate a tempo indeterminato o determinato. Quello di precari e “atipici” è uno spazio che vorremmo sfondare perché è pertinente, ma per il momento abbiamo pochi freelance e pochi stagisti.

L’iniziativa di far creare la Tech workers coalition è nata perché alcuni di noi avevano contribuito a fondare quella berlinese – lavorando a Berlino – ma poi il Covid ha fatto sorgere con forza la necessità di lanciare una sezione italiana. Ognuno ha coinvolto reti di cui faceva parte, ma il tutto è nato spontaneamente senza che ci conoscessimo di persona.

È stata sin dall’inizio una rete transnazionale?

La Tech workers coalition Italiana nasce sicuramente ispirandosi a esperienze come quella tedesca, che a sua volta è nata ispirandosi al modello di attivismo americano. Molti attivisti della Twc Germania sono americani espatriati. Chiaramente va tenuta presente la distinzione, perché il contesto tedesco è diversissimo da quello americano. Così alcuni di noi hanno capito che bisognava fare qualcosa anche in Italia, ma su basi diverse. A livello di idee, di contenuti e di comunicazione ereditiamo tantissimo dalle sezioni americane. Poi l’organizzazione sul terreno deve ancora arrivare veramente, visto che a causa del Covid-19 gli spazi fisici sono sospesi, per cui non siamo ancora arrivati nelle aziende. Altre esperienze hanno poi contribuito a creare questa rete. Alcuni di noi si sono incontrati con l’esperienza di Game workers unite, il sindacato dei programmatori dei videogiochi, organizzazione cugina della Tech workers coalition, con varie sezioni in città come San Francisco o New York. A Londra ci sono altre sezioni, con alcune parti legate ai sindacati di base – assieme a rider e lavoratori migranti di seconda generazione – e alcune realtà ispirate più da logiche autonome del sindacato. In Italia, l’organizzazione nel mondo reale segue aspettative e standard molto diversi da quelli americani e tedeschi. In Germania il focus è sostenere i lavoratori con i work councils, che in Italia non sono tutelati dalla legge. Nonostante l’erosione di questo strumento a seguito di processi di deregolamentazione e della spinta da parte delle multinazionali, non da ultima Amazon, per aggirarlo, il modello tedesco pare resistere in parte in diversi settori tech. Forme di rappresentanza sindacale garantite a livello aziendale che in Germania hanno una lunga e consolidata tradizione, tanto che in diversi settori permettono livelli di democrazia definiti di “co-gestione”. In Germania puoi farli e spiegare direttamente l’esperienza attraverso questi spazi, investendo su tali pratiche. Negli Stati Uniti invece non esistono, e si formano delle rappresentanze sindacali come farebbero in Italia ma su parametri assolutamente diversi, per esempio intorno a temi come l’antimilitarismo, l’ecologismo o il femminismo che usano come leva per introdurre le persone ai temi del lavoro. In Italia non so quanto queste strategie potrebbero funzionare. È comunque un dibattito che vorremmo aprire, anche se questo tentare di attirare i liberal sui temi del lavoro, non so quanto possa risultare convincente come negli Stati Uniti.

Qual è il modello di organizzazione a cui vi ispirate? Quello delle guilds o delle unions?

Sicuramente non ci poniamo nello stesso spazio dei sindacati. Ci consideriamo dentro la logica dell’Alt-Labor che è un po’ una forma innovativa, da sperimentare. In parte cerchiamo di fare da complemento alle forme di sindacalismo tradizionale, ma l’obiettivo è anche crearne di nuove, visto che alcune non sono riuscite a entrare nell’It italiano nonostante questo settore sia rilevante da trent’anni. A livello di identità, di comunicazione, di pratiche, di idee, per ora c’è un gap da colmare. Non credo nessuno abbia delle risposte concrete, quindi si tratta di fare analisi e di creare pratiche sperimentando assieme, anche con il rischio di diventare poco d’impatto. Ma fa parte del gioco. Non ci interessa porci sullo stesso piano dei sindacati, ma aprire un dialogo con la loro parte più sana. Ci vediamo come un ponte comunicativo, che spieghi ai tecnici e agli informatici in generale quel mondo, ovvero il conflitto per conquistare o mantenere diritti sul lavoro, che i genitori capivano e loro non capiscono più. È uno spazio difficile perché la realtà del lavoro è veramente cambiata, vediamo persone che notano problemi, fanno iniziative specifiche, facendo sondaggi e inchieste sulle condizioni di lavoro, ma serve qualcosa di più.

Tra di noi c’è anche chi è invece più avvezzo al sindacalismo tradizionale, sia quello meno conflittuale come i confederali, sia quello più di base, ma che non ha molta conoscenza dei tech-workers, specialmente i tecnici. Come Twc stiamo diventando degli interlocutori perché non facciamo attività sindacale pura, ma svolgiamo la parte di sensibilizzazione, comunicazione e di prima organizzazione. Speriamo che questo riesca a sensibilizzare i sindacati su tali questioni. Abbiamo avuto interlocuzioni sia con i sindacati confederali che di base, perché vediamo un interesse, anche solo di conoscerci. Questa attività di comunicazione e sensibilizzazione aiuta a sentire parlare di diritti del lavoro anche in luoghi dove qualcuno non ne ha mai sentito parlare, specie in un mondo come questo, molto competitivo, dove di questo non si riesce a parlare nemmeno tra colleghi nella stessa stanza.

Far capire cosa fare nel senso più largo del termine sindacale, imparare a leggere un contratto, che differenza c’è tra un permesso e un giorno di ferie. Non è solo ignoranza, ma la mole di lavoro spesso è talmente grande che non si ha nemmeno il tempo di discuterne. Le aziende poi non la discutono perché chiaramente hanno tutto l’interesse a non farlo. Lo facciamo spesso noi attraverso i social e ci sono persone che ci scrivono esplicitamente per questioni simili.

Ci sono delle vertenze che reputate particolarmente importanti o prioritarie?

Ci sono vertenze che vanno avanti da tempo. Il mondo italiano è costellato di micro-aziende di consulenza di cui nemmeno noi siamo a conoscenza, che si fondano nella maggior parte dei casi sul body-rental. Ovvero, sulla pratica di essere dislocati con un contratto da parte di un’azienda A per lavorare alle dipendenze di un’azienda B, come consulenti e non come dipendenti, quando in realtà questa pratica dovrebbe essere normata attraverso i contratti interinali, ma in realtà è prassi nel mondo dell’informatica, sia nel privato che nel pubblico, aggirando così tutte le tutele che dovrebbero esserci. Un vero meccanismo di scatole cinesi. Tutto questo è legato a processi di esternalizzazione dei servizi, a cui anche quelli informatici sono soggetti. È lo stesso meccanismo che avviene ad esempio anche nelle cooperative dei servizi di mensa scolastica. I ministeri ad esempio, tuttora non fanno assunzioni, non fanno concorsi, però spendono tantissimi soldi perché chiamare aziende esterne per fare questo servizio ti costa più del doppio di quanto costerebbe avere lavoratori competenti all’interno. Tutta la parte che riguarda la digitalizzazione della pubblica amministrazione, come ad esempio l’ex Formez Pa, ha lasciato partire un sacco di persone competenti che, visto il meccanismo degli appalti, se ne sono andate. Un’altra vertenza importante è quella legata all’Agile: una forma di organizzazione del lavoro che attraverso le potenzialità delle tecnologie digitali introduce un aspetto di flessibilità temporale nell’espletamento delle prestazioni lavorative. Organizzato per “obiettivi”, la forma di lavoro agile può in teoria favorire una crescente autonomia del lavoratore, ma se non è negoziata coinvolgendo il prestatore d’opera introduce nuovi rischi riguardo alla difficoltà di misurare l’entità di sforzo lavorativo richiesto per una specifica opera o progetto, favorendo lavoro sottopagato, forme di stress, confusione tra tempi di vita e lavoro.

Quanto la Twc si inserisce più in generale in un discorso sul ruolo critico dei tech worker nelle grandi imprese del capitalismo digitale?

Soprattutto negli Stati Uniti, la Tech workers coalition ha una strategia di meta-organizzazione: su vertenze specifiche ha un ruolo di coordinamento di altre organizzazioni, come Alphabet workers union o Amazon employees for climate justice. L’obiettivo non è fare una organizzazione grossa ma creare un luogo di incontro per organizzatori o potenziali organizzatori. Non si entra mai con il nome di Twc. A volte è la Twc a condurre, a volte è solo di supporto, però tutte queste iniziative vedono coinvolta la Twc. Per fare un esempio, KickStarter, la prima azienda It americana ad avere una rappresentanza sindacale di soli informatici, ha tra gli organizzatori principali Clarissa Redwine, un’esponente di primo piano di Tech workers coalition New York. 

Tech workers coalition è nata in Google nel 2014 da scioperi e organizzazioni preesistenti nate per chiedere l’assunzione dei lavoratori della mensa esternalizzati. Dal 2018 l’organizzazione di San Francisco si è specializzata in vertenze più specifiche da cui sono nate organizzazioni di lavoratori in aziende come Facebook e Google. Stessa cosa a Londra, dove tutti sono confluiti dentro un sindacato tradizionale. Questa strategia è pienamente supportata da Twc perché l’obiettivo non è crescere o fare tessere. Ci sentiamo parte di questi processi senza prenderci meriti o senza mostrare i muscoli. Diverso è il discorso per l’Italia, dove questa non pare essere la strategia migliore. Questo è uno dei motivi per cui siamo un’organizzazione nazionale, mentre altrove sono tutte sezioni più locali. Al momento la nostra prospettiva è di fare massa perché, a differenza che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in Italia al momento c’è un vuoto. Da noi c’è molto più immobilismo mentre da loro ci sono un sacco di esperienze spontanee.

Concretamente come si può definire uno sciopero nel settore It?

Questo è un ragionamento che stiamo facendo da tempo. A livello di danno economico, nel nostro settore non esiste la stessa modalità di sciopero che potevi fare nella fabbrica fordista, con dieci persone a monte della catena che ne bloccavano mille a valle, e questo per le caratteristiche del processo produttivo nell’It. In più, se tu non lavori 8 ore oggi, lavori il doppio domani con straordinari non pagati, con il lavoratore che per di più si assorbe il danno. Si possono immaginare atti clamorosi in cui ci si ferma per mesi o non si fa manutenzione per settimane, però non ci può essere una gradualità. Lo sciopero perciò è protesta, il danno è più che altro d’immagine, ed è comunque di nicchia. Questo aspetto simbolico, d’identità – come l’estetica del picchetto – non arriva alla maggioranza dei tech worker, ma solo a una nicchia di lavoratori già radicalizzati. Lo sciopero non può quindi essere lo strumento principale. Su questo c’è un vuoto di elaborazione che va riempito anche con il lavoro teorico. Sicuramente mancano dei metodi aggiornati per il lavoro cognitivo.

Invece come è possibile creare spazi di socialità condivisa che superino l’individualizzazione del modo di lavorare e del luogo del lavoro? 

Lo spazio nell’ufficio It non è quello della fabbrica. È difficile avere qualcosa di più del discorso uno a uno. Le pratiche di organizzazione sul luogo di lavoro cercano di sviluppare relazioni uno a uno per arrivare a formare un gruppo capace poi di espandersi tra le varie reti. È difficile avere uno spazio per i lavoratori, in generale. In alcune aziende magari esiste, ma è più legato alla socialità esterna, tra colleghi che si frequentano nel tempo libero. 

Chat, social, mezzi di comunicazione digitale sono strumenti che voi tech worker in primis siete in grado di mobilitare per superare la frammentazione e l’atomizzazione lavorativa. In che modo diventano strumenti di socialità critica?

I tecnici si organizzano online, si parlano online, socializzano online molto più della gente comune, anche adesso che i mezzi sono diventati di massa. La situazione era la stessa decenni fa quando questi erano mezzi di nicchia. L’idea di interagire online con sconosciuti per i tech worker è una cosa comune. Capire come comunicare con un pubblico It, con una comunità di lavoratori è un lavoro vero e proprio. Il limite di questi strumenti è che portano a poca densità. Conosci qualche sparuto lavoratore per azienda ed è impossibile fare una vertenza con numeri così bassi. In questa fase, a nemmeno un anno dalla nostra nascita, non ci interessa avere un impatto nell’immediato, ma semmai costruire qualcosa più sul lungo termine. Già lo sviluppo di queste pratiche è fondamentale. Quello che varie vertenze a livello internazionale ci ha insegnato è che l’elemento fondamentale è lavorare sulle relazioni uno a uno, sviluppare fiducia tra i lavoratori, capire di chi fidarsi, visto che è facilissimo incontrare qualcuno che magari mette i bastoni tra le ruote. Quello che dà fiducia è che in questi pochi mesi abbiamo raggiunto persone che non pensavamo di raggiungere mai. C’è chi si affaccia in forma anonima anche a seconda di quanto teme per eventuali ritorsioni e chiede, si informa. Anche persone che provengono dai giganti della consulenza italiana. A volte ci sono persone che non hanno la consapevolezza delle ritorsioni e siamo noi a mettere in guardia i lavoratori, se sono connessi esplicitamente con il loro nome e cognome. Alcuni di noi non hanno problemi con la loro azienda e possono esporsi, specie quelli con maggiore esperienza e competenze, anche per esempio condividendo istanze esplicitamente su social come LinkedIn. Diversa è chiaramente la situazione di chi si trova nel vortice della consulenza, non per scelta, ma per farsi qualche anno di formazione e poi andare con un buon curriculum verso aziende migliori. C’è chi invece rimane invischiato dopo dieci anni e non avendo avuto il tempo di formarsi il dovuto, di aggiornarsi, magari finendo in progetti legati a trend che sono spinti da fornitori e non sono realmente innovativi tecnologicamente. Se uno rimane arretrato su questi, poi viene tagliato fuori. Per esempio come chi è tagliato fuori dallo sviluppo Web perché non è formato alle tecnologie FrontEnd, il codice che gira sui browser degli utenti, o BackEnd, il codice che gira sui server, la logica del programma che riguarda poi i dati da registrare, validare ed analizzare. Se dovesse ributtarsi sul mercato del lavoro come Developer Web non riuscirebbe a farlo. E questo viene spesso fatto di proposito dalle aziende per schiacciare le ambizioni di andarsene dei lavoratori. C’è una platea di lavoratori molto diversa, per questo tendiamo a sensibilizzare anche i lavoratori a essere cauti, per tutelarne la privacy, perché sappiamo che potrebbero esserci ritorsioni.

In che modo la piattaformizzazione può avere avuto un impatto su tipologie di lavoratori tech?

Sicuramente è rilevante per grafici e designer, molto meno per programmatori e sistemisti. Il sistemista è una categoria che ha bisogno di un rapporto più duraturo con l’azienda, mentre qualche programmatore, specie tra quelli più precari, quando le cose vanno male, va sulle piattaforme e prende degli stipendi ridicoli. Ce ne sono una marea, ma Fiberr o Upwork vanno per la maggiore. È più che altro un lavoro semi-qualificato, poco pagato, per chi si accontenta, che non può catturare la grossa fetta di mercato. Se sei una grande azienda non puoi farti fare un sito da una persona con poca esperienza. La qualità e l’estetica contano. Semmai, quel tipo di lavoro semi-qualificato e poco pagato può andar bene per piccole aziende che si affidano a piattaforme per cercare quel tipo di lavoro senza pretese. Ma questo, che dà anche forma a un processo di deskilling e di spersonalizzazione del rapporto di lavoro, alla lunga non tiene. Già alcuni decenni fa molte grandi aziende fecero outsourcing in massa in Paesi come l’India e alla fine si arresero all’evidenza di un esperimento fallito, perché perdevano in qualità del lavoro. Tuttora esiste l’outsourcing ma è appunto confinato ad alcune nicchie. 

Quali sono nella fase attuale le rivendicazioni principali della Tech Workers Coalition?

Una migliore legislazione sul body-rental è un obiettivo concreto, sul breve, che si può ottenere. L’annoso tema del Contratto collettivo nazionale del lavoro per gli informatici non ci convince, nel senso che in questo momento non farebbe altro che cristallizzare la debolezza della categoria, anche se a livello comunicativo, o a livello di feedback, tutti lo vogliono. Se tu vai sulle varie comunità, tutti ne parlano e lo vogliono, anche chi non sa cosa realmente significhi. Noi attualmente non la consideriamo una priorità. Quello che ci poniamo poi è anche un lavoro più ampio, di stimolazione di una cultura del sistema produttivo, della produzione di tecnologia tramite cooperative, di nuove forme di organizzazione del lavoro o anche nuovi mercati. Non abbiamo solo una prospettiva di critica a ciò che non va. Non c’è solo il lato sindacale, ma ci proponiamo anche di formare una generazione di tecnici che abbia gli strumenti per porsi in maniera conflittuale non solo con il datore di lavoro ma anche col sistema produttivo in sé. Abbiamo iniziato un ciclo di seminari sul cooperativismo, su come distinguere forme autentiche di cooperative da quelle farlocche e malsane. Una parte di questa critica i lavoratori non la vuole investire nel picchetto o nella protesta ma nel programmare diversamente. 

Quali sono le esperienze di cooperativismo che sentite vicine, o a cui collaborate? 
Quello delle piattaforme cooperative è un tema che i sociologi conoscono meglio di noi tecnici. Noi siamo in contatto con una realtà come Hypernova, che fa lo stesso lavoro di altri consulenti ma con dei margini che vengono lasciati al lavoratore, in un ambiente di lavoro più sano, con una selezione etica dei progetti che vai a prendere. All’estero ci sono esperienze tra le più variegate, come Lumioo, una cooperativa neozelandese che “fa prodotto”, ovvero compete sul mercato con una tecnologia o software di cui detiene la proprietà. In Spagna e in Nuova Zelanda il cooperativismo è forte, ma anche negli Stati Uniti ci sono molte piccole cooperative che fanno le cose più disparate, da videogiochi come Dead Cells, prodotto da una cooperativa anarchica dove tutti i lavoratori hanno lo stesso stipendio, capace di creare un videogioco premiatissimo e vendutissimo, anche se è una realtà piccola. Serve molta consapevolezza per creare una cosa così. La startup è molto più semplice da fare, essendo immersa in un ecosistema più grande e anche perché ha una narrazione per cui vedono quello sveglio in università, lo pigliano come se avessero un braccio meccanico, lo piazzano in un incubator ed esce la startup. Questo non esiste con le cooperative, anche se è un obiettivo che ci dovremmo porre. Incubator di cooperative ce ne sono, fondi di investimento in cooperative ci sono, ma manca la catena di trasmissione con i tecnici. Tech workers coalition vuole essere un ponte su questo. Abbiamo cooperative che vengono da noi a dirci che non riescono a trovare programmatori, quando noi in primis abbiamo persone che premono per andare a lavorare in una cooperativa, anche se non sanno bene cosa andranno a fare. C’è una disconnessione. Essenzialmente queste sono tutte cose che compongono il nostro obiettivo principale, che è quello di creare consapevolezza tra i lavoratori, una cultura del lavoro, quindi di fare meta-organizzazione, formare a costituire una rappresentanza sindacale, forme di azione collettiva in azienda.