Se il capitalismo verde è l’ultima speranza

Salvatore De Rosa

Nell’architettura dei finanziamenti Ue per far ripartire la crescita economica del continente, la mitigazione dei cambiamenti climatici e la preservazione e rigenerazione degli ecosistemi rappresentano in teoria lo scheletro dell’intero edificio di aiuti. Ogni progetto presentato dagli Stati nei piani di ripresa e resilienza per accedere ai fondi di Next Generation Eu è tenuto a esercitare un impatto positivo su decarbonizzazione, sostenibilità e salvaguardia della biodiversità, o almeno a non contribuirvi negativamente. 

Alla missione della cosiddetta transizione ecologica devono essere destinati almeno il 37% dei fondi per i singoli Paesi, che per l’Italia ammontano a oltre 200 miliardi di euro. Il Recovery italiano dovrà anche essere complementare alla Strategia di lungo termine per la decarbonizzazione e al Piano nazionale energia e clima, il quale proietta la fine del carbone entro il 2025 e prefigura aumenti in capacità di energia rinnovabile ed efficienza energetica del 32% entro il 2030, entrambi da aggiornare in base alla più stringente climate law recentemente approvata dall’Ue.

Le proposte di piano saranno vagliate e monitorate dalla Commissione europea sulla base dei target proposti, degli indicatori quantitativi, del cronoprogramma, e della fattibilità e coincidenza con gli obiettivi climatici ed ecologici continentali. Quali progetti nello specifico saranno considerati in linea con questi ultimi obiettivi dipenderà anche dai criteri stabiliti nella tassonomia degli investimenti sostenibili dell’Ue, un documento in discussione e aggiornato a scadenze fisse sul quale si giocano battaglie politiche e scientifiche senza esclusione di colpi, soprattutto in relazione ai progetti legati al gas fossile, al nucleare e all’energia da biomasse. 

Il tema della transizione ecologica è dunque trasversale e dominante, una formula magica che sembra promettere crescita economica, preservazione delle risorse, difesa della biodiversità e stabilizzazione del clima. Ma a un più attento scrutinio, questa coppia semantica si rivela ambigua e proteiforme, un significante evocativo eppure vuoto. In altre parole, la direzione di questa “transizione” e il contenuto di ciò che verrà considerato “ecologico”, sono un terreno di conflitto dagli esiti tutt’altro che scontati.

Qualche punto fermo lo abbiamo. La recente legge climatica europea pone come obiettivo al 2030 una riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990, e al 2050 il raggiungimento dello zero netto di emissioni. Al di là delle retoriche celebrative, ci sono ragioni fisiche e storiche per le quali gli entusiasmi sono del tutto malposti. In prima battuta, l’atmosfera se ne frega dell’ambizione, conta l’azione. Considerando l’urgenza di mitigazione che intimano i modelli climatici più recenti, i target sono troppo lontani e insufficienti per avere buone probabilità di restare al di sotto di 1,5°C di riscaldamento, come da accordi di Parigi, e per limitare sconvolgimenti estremi. In secondo luogo, l’insistenza sul “netto” costituisce una scappatoia per ritardare i tagli diretti e immediati alle emissioni, cosí da contenere la CO2 nell’atmosfera e rallentare il riscaldamento globale. 

L’enfasi su zero “netto” fornisce la licenza per continuare a bruciare combustibili fossili sulla base di forme di compensazione contraddittorie e insufficienti, e di dispiegamenti irrealistici di tecniche per la rimozione di carbonio su larga scala, naturali e artificiali. Infine, gli obiettivi non fanno i conti con le responsabilità storiche: le emissioni cumulative dagli albori dello sviluppo industriale causate da Europa e Stati Uniti per raggiungere i loro alti standard di benessere rappresentano più del 50% della CO2 antropogenica totale in atmosfera, molto più della quota di emissioni permissibili per Paese dividendo equamente lo spazio atmosferico. Questo overshoot impone che, in un’ottica di giustizia, le riduzioni dei Paesi maggiormente responsabili debbano essere largamente superiori rispetto agli altri – inclusi gli attuali grandi emettitori come India e Cina – e contestualmente che i Paesi ricchi forniscano risorse a fondo perduto per lo sviluppo economico, l’adattamento climatico e la compensazione di danni e perdite inevitabili nei Paesi meno responsabili, più impoveriti e più esposti, onorando il proprio debito climatico ed ecologico. 

Scienza e giustizia, tuttavia, non guidano i piani di Recovery. Questi sono primariamente strumenti di ripresa economica entro gli assetti dominanti, nominalmente verdi, soggetti a limitata influenza da parte dei cittadini, e convenientemente nazionalisti. Secondo un calcolo di Green Recovery Tracker basato sui piani già disponibili, solo attorno al 36% dei progetti presentati avrà un effetto positivo su clima e ambiente, mentre la parte restante avrà implicazioni da neutre a molto negative. Anche nelle bozze di piano italiano (al 25 aprile 2021) sono riscontrabili contraddizioni profonde, sia complessive che nello specifico della missione della transizione ecologica. Mentre si intende mantenere in vita artificialmente interi settori ormai fuori tempo massimo e puntare su infrastrutture obsolete, entrambi incompatibili con la decarbonizzazione quindi destinati presto a essere fuori mercato e inutili, si pianifica anche un’accelerazione sugli investimenti in progetti futuribili ma al momento marginali, sottraendo cosí risorse, attenzione e incentivi ad aree e interventi la cui utilità è provata, le cui tecnologie necessarie sono disponibili già ora, e che creano valore sociale ed ecologico piuttosto che immediato valore monetario.

Il passato duro a morire si riscontra dal lato di opere pubbliche già in corso o pianificate per un valore complessivo di 82,7 miliardi di euro, finanziate parzialmente da recenti Dpcm e completate dal Pnrr. Autostrade, alta velocità ferroviaria capillare, porti per accomodare navi sempre più grandi, progetti invasivi dati in mano ai famigerati commissari che agiranno in deroga alle leggi, e con i sindacati confederali già messi in riga dal miraggio di decine di migliaia di posti di lavoro. Gli stessi posti di lavoro che si sarebbero potuti creare spingendo radicalmente verso altre infrastrutture e aree d’intervento. Nella bozza di piano Draghi, secondo un’analisi di Eccø, è riscontrabile un taglio netto complessivo di 7 miliardi rispetto al piano Conte nel settore dell’efficienza energetica per l’edilizia pubblica, risorse mancanti che avrebbero beneficiato direttamente la collettività. Per esempio, sulle circa 32.000 scuole in attesa di interventi in tal senso, il Pnrr identifica risorse per soli 195 edifici.

Rispetto alla produzione di energia, in Italia sono pianificati entro questa decade impianti termoelettrici a ciclo combinato alimentati a gas per 14 gigawatt, collegati a una ragnatela di gasdotti in costruzione per le importazioni, come da strategia del Piano nazionale clima e energia per superare le centrali a carbone. Ma secondo Carbon tracker, un think tank indipendente, ciò comporterebbe la perdita di 11 miliardi di investimenti: gli impianti a gas diventeranno presto capitale svalutato poiché nel contesto normativo ed economico della decarbonizzazione il loro valore sarà bruciato in breve tempo, conducendo gli operatori a rifarsi delle perdite sugli utenti finali attraverso aumenti dei prezzi. Più sensato sarebbe investire da subito in una combinazione di fonti energetiche rinnovabili che offrirebbero gli stessi livelli di energia a un costo inferiore: eolico, solare, efficientamento, accumuli, e sistemi di risposta e redistribuzione in base alla domanda. 

Ma nelle bozze del Pnrr le misure per le energie rinnovabili proposte porterebbero alla realizzazione di soli 4,2 gigawatt di nuova capacità, meno di quanto l’Italia dovrebbe installare in un solo anno per entrare in una traiettoria di crescita delle fonti rinnovabili in linea con gli obiettivi europei. Eppure, nel 2019 i costi per produrre un megawatt di energia da fonti rinnovabili e da fonti fossili si sono equalizzati; nel futuro continueranno a scendere per le rinnovabili mentre saliranno e saranno oggetto della volatilità geopolitica quelli per le fonti fossili. Investire nel gas non ha senso, sia dal punto di vista climatico che economico. Ma gas e rinnovabili in Italia non competono equamente. Qui la corsa a costruire nuove centrali si spiega con i pagamenti del capacity market (il meccanismo che assegna contratti su basi competitive per assicurare la medesima capacità di energia fornita attualmente dal carbone nel passaggio ad altre fonti) che ricompensano in modo sproporzionato il gas. In più, lo sviluppo delle rinnovabili sul mercato italiano è bloccato dall’impossibilità di ottenere autorizzazioni in tempi ragionevoli e da un mancato completamento delle policy nazionali. Il bivio in cui si trova la Sardegna tra possibilità di elettrificazione o di gassificazione, e la spinta delle aziende fossili italiane verso la seconda, è paradigmatico dello stallo artificiale in cui si trova il Paese, preda della mancanza di coraggio e di visione di una classe politica che neppure davanti alle implicazioni gigantesche e a lungo termine delle scelte che si faranno ora riesce a essere all’altezza del compito.

Queste contraddizioni sono soprattutto il risultato del potere d’influenza di lobby internazionali e aziende para-pubbliche come Eni, Snam ed Enel. È palese che l’industria fossile intenda mantenere la sua centralità, riprodurre la dipendenza dai combustibili che estrae e fa circolare, e presentarsi come protagonista della transizione. L’alternativa della de-centralizzazione energetica la spaventa perché significherebbe una diminuzione del suo potere, economico e politico. Ritardando il passaggio alle rinnovabili decentralizzate, mantiene una supremazia di fatto e riproduce la dipendenza dello Stato dai suoi prodotti e la dipendenza del Paese nei confronti di una infrastruttura inquinante e vulnerabile. Passare da carbone o petrolio al gas era uno switch già vecchio negli anni Novanta eppure è una delle colonne sia del Piano energia e clima che del Recovery, anche in relazione all’anelata “rivoluzione dell’idrogeno”. Inoltre, bisogna tenere a mente che le stesse aziende esercitano da anni pressioni affinché le proteste civiche contro infrastrutture e siti del fossile vengano inquadrate nell’ambito del terrorismo, dell’eversione se non del crimine organizzato. E tra decreti e sospensione dei diritti sotto pandemia, protestare sta effettivamente diventando sempre più rischioso per i singoli e per le comunità. 

La presa del mercato sull’immaginazione politica impedisce di concepire una transizione al di fuori della logica dell’accumulazione e quindi del dogma della crescita illimitata. Se transizione ci deve essere, le élite devono farci soldi: bisogna vendere la crisi climatica ai mercati finanziari e agli investitori come grande opportunità di crescita. Milioni di posti di lavoro e innovazione tecnologica fantascientifica conditi di aiuti di Stato sono lo specchietto per attirare il settore privato. Nei circoli giusti salvare il clima è presentato soprattutto come un affare di transizione economica, cioè un’ennesima rivoluzione del capitalismo verde che non alteri significativamente le strutture dominanti. Sembra che questo sia rimasto l’unico linguaggio possibile della politica. La crescita deve continuare: ci sarà il disaccoppiamento (crescita economica slegata dalle emissioni e dalla pressione sulle risorse) e poco importa che un approccio sensato alla tanto sbandierata economia circolare inizia da una riduzione dell’impronta materiale dell’economia. L’estrazione di combustibili fossili deve continuare: cattureremo il carbonio in eccesso (a cominciare dall’impianto di cattura e stoccaggio di carbonio pianificato nel mare di fronte a Ravenna da Eni e benedetto da Cingolani) e compenseremo le emissioni. Il treno in corsa verso il disastro non altera la traiettoria – stesso treno, stesso motore, stesse divisioni di classe – ma si suppone possa arrivare alla stazione sicura dell’equilibrio ecologico.

Il piano di transizione dunque funziona come catalizzatore di speranze nel mezzo della perdita totale di speranza. Serve a riesumare lo slancio utopico dell’ideologia del progresso come autogiustificazione del capitalismo. Finalmente una direzione! Certo, una direzione fittizia nell’assenza di un progetto reale di futuro, finanche di una possibilità di futuro a queste condizioni nel quadro della crisi climatica, ma la sua funzione è proprio quella di conferire una patina di senso al movimento insensato della macchina dell’accumulazione, giustificando i sacrifici passati, presenti e futuri dei lavoratori in nome di un’utopia ecologica da realizzare a botta di infusioni di denaro – pubblico e/o a debito – che a quei lavoratori daranno lavoro verde, ai cittadini una città ecologica, agli agricoltori un’agricoltura biologica. Il neo-ambientalismo dei mercati, della crescita e della sosteniblità. 

Se i movimenti non elaborano un’agenda climatica che sia all’altezza dei bisogni reali degli esclusi, che tenga insieme la necessità di assicurare a tutti condizioni dignitose di vita con l’imperativo della decarbonizzazione, che metta in primo piano la mitigazione delle emissioni e l’adattamento della società, la preparazione dei territori, l’agroecologia e la rigenerazione degli ecosistemi, nessun altro lo farà. Ispra calcola che ci sarebbe bisogno di almeno 26 miliardi di euro per affrontare il dissesto idrogeologico e ridurre il rischio di alluvioni in tutto il Paese; il Pnrr assegna alla messa in sicurezza del territorio solo 2,49 miliardi in sei anni. Il ministero della Transizione guidato da Cingolani ha già manifestato il tenore del suo ecologismo autorizzando permessi estrattivi in Adriatico e Val d’Agri nel mese di marzo, ed esprimendo rammarico per lo stop all’ex Ilva di Taranto da parte del Tar pugliese. Le banche italiane Unicredit e Intesa San Paolo hanno finanziato con, rispettivamente, 26 e 12 miliardi di euro il settore dei combustibili dei fossili tra il 2016 e il 2020. Nello stesso periodo, ben lontano dai riflettori, Sace, l’agenzia di credito all’esportazione italiana, ha fornito garanzie per 8,6 miliardi di euro ai comparti del petrolio e del gas. Se questa è la loro transizione, preferiamo la rivoluzione. 

Nel momento in cui tutti i piani saranno consegnati, ci si renderà conto che i governi europei non riescono ad andare al di là del ventesimo secolo per affrontare una sfida che in quest’inizio di ventunesimo non è neppure entrata nel pieno dei suoi effetti. Difficile prevedere se la Commissione europea terrà fede ai propri proclami premiando solo i progetti realmente sostenibili e solidali. Di certo, ogni progetto, cantiere, finanziamento andrà vagliato e il più possibile influenzato dalle forze sociali che sono già organizzate sui territori e sui posti di lavoro, e da quelle che per forza di cose dovranno emergere. L’evidenza che questa decade è “l’ultima chance” che rimane prima di superare le soglie di abitabilità in diverse zone del pianeta e di assistere a reazioni a catena devastanti, è forse l’unica verità affiorata dalla retorica senza limiti dei governanti. Ma loro saranno protetti. A noi spetta il compito di coordinare gli sforzi per non lasciare indietro nessuno e non far spostare il problema altrove (il metodo primario attraverso cui il capitalismo ha risolto le sue crisi nella storia). Perché un altrove non esiste più.

Gaming vs mining

Maurizio Coppola

Negli ultimi tempi, il mondo dei videogiochi attraversa una vera e propria crisi. Essa non è dovuta tanto al mondo del gaming in sé, che anzi negli ultimi anni sta vivendo una vera e propria ascesa: il numero dei videogiocatori (i gamers) è aumentato esponenzialmente e il mercato videoludico riesce a smuovere cifre astronomiche. Tuttavia, questo settore si è recentemente trovato di fronte un ostacolo insormontabile che riguarda la penuria di materiale informatico, in particolare processori e schede video. Queste ultime rappresentano il pezzo più ambito per poter accedere ai giochi più moderni, i cosiddetti tripla A, ovvero quelli che per funzionare al meglio hanno bisogno delle piattaforme più performanti e moderne, le uniche capaci di generare la potenza di calcolo necessaria per elaborare gli effetti grafici e far “girare” i videogiochi.

La mancanza di schede video (ma anche di processori, le “Cpu”) è dovuta a molteplici fattori. Uno di questi è la recente espansione dell’informatica che negli ultimi anni ha amplificato la domanda per i prodotti in silicio, costringendo le aziende a ricollocare le proprie catene produttive. A questo si aggiunge l’impatto che la pandemia ha avuto sulla logistica mondiale, provocando ritardi e difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime. Come è stato ben descritto da Xaviet Tabet, il lockdown non ha avuto delle conseguenze solo dal punto di vista sanitario, ma ha anche generato una sovrapposizione tra la sfera pubblica e quella privata dei cittadini. L’obbligo di restare a casa e il telelavoro hanno costretto molti lavoratori a diventare dei veri imprenditori di sé stessi. Una delle conseguenze è stata appunto il dover equipaggiare la casa come il proprio ufficio, dirigendo le spese verso quei prodotti informatici destinati di solito allo “spazio pubblico” del lavoro.

Tuttavia, questo spiega in parte le ragioni della carenza di schede video. Il vero motivo per cui i videogiocatori penano nel trovare questi componenti è dovuto ai nuovi interessi economici che ruotano intorno alle criptovalute. In effetti, è grazie alle schede video che è possibile minare (dall’inglese mining), ovvero estrarre, le monete virtuali come bitcoin o etherum. In sostanza, e senza entrare troppo nel dettaglio di argomentazioni tecniche, una moneta virtuale è il processo di un’operazione di crittografia, una blockchain, un insieme di dati strutturato e immutabile. Diverse schede video collaborano alla produzione di queste catene di dati crittografati e più la moneta virtuale è solida più è esente da contraffazioni. Per questo motivo le schede video si trovano al centro di un contenzioso fra gli interessi dei videogiocatori e quelli dei “minatori”.

La crescita delle criptovalute negli ultimi anni è un fenomeno mondiale e il valore di ogni singolo bitcoin ha assunto delle cifre vertiginose: per un bitcoin bisogna sborsare più di quarantacinque mila euro (sebbene tali cifre sono soggette spesso a forti oscillazioni). Alcuni grandi aziende hanno iniziato ad accettare pagamenti in bitcoin (come per esempio il gigante assicurativo Axa o come Paypal) sebbene questo sistema presenta ancora molte criticità (di recente, Elon Musk ha prima confermato e poi annullato il pagamento in bitcoin per le sue Tesla). Tuttavia, si può capire come l’utilizzo delle criptovalute abbia creato una vera e propria nuova fase dell’economia mondiale in cui gli equilibri vengono spostati da chi è in grado di generare più velocemente e in quantità maggiori tale “valuta virtuale”, a fronte di rischi e conseguenze notevoli.

E in effetti, Paesi come la Russia e la Cina hanno investito e stanno investendo in bitcoin, sebbene abbiano da tempo approvato alcune misure restrittive per arginare il fenomeno del mining. In certi casi si parla addirittura di Stati interessati a sfruttare le caratteristiche delle criptovalute per garantirsi delle forme di rendita complementari alle valute classiche. L’obiettivo della Russia, per esempio, è eliminare la dipendenza dal dollaro e permettere una maggiore flessibilità sulle transazioni e sui mercati finanziari. Da questo punto di vista, investire nel mining potrebbe rappresentare un vantaggio per quei Paesi che mirano ad una maggiore autonomia economica, benché il mercato del bitcoin sia ancora una realtà molto più instabile che i mercati finanziari classici. 

Non è raro vedere oggigiorno foto in cui appaiono centinaia di schede video messe insieme per generare criptovaluta. I “minatori” (ma non solo loro) hanno sviluppato recentemente delle tecniche ancora più sofisticate per arrivare a mettere le mani il prima possibile sulle nuove uscite hardware. Il metodo più noto è quello di utilizzare dei bot, ovvero dei programmi in grado di setacciare il web e le piattaforme di vendita online in modo da individuare e ordinare in modo automatico e veloce le schede video sul mercato. Di fronte alle difficoltà del momento e alla voracità dei miner, i due maggiori produttori di schede, le americane Amd e Nvidia hanno cercato di porre dei paletti a questa pratica, senza tuttavia riuscirci. L’unica soluzione resta quella di aumentare la produzione, ma il problema della reperibilità delle componenti hardware perdurerà ancora per molto tempo. Infatti, per sviluppare nuove catene di produzione c’è bisogno di competenze e di risorse che pochi specialisti possiedono, tra cui Taiwan con la fonderia Tsmc.

Come è stato evidenziato da Antonio Casilli, nel nuovo capitalismo, fatto di algoritmi ed apps, l’automazione gioca un ruolo determinante nell’evoluzione del lavoro e delle strutture sociali. Tuttavia, in questa storia, il vero protagonista è il know-how, ovvero la capacità di un’azienda e di una nazione di spostare risorse e tecnologie utili alla produzione. In effetti, il mondo dell’alta tecnologia sta modificando, in modo molto rapido, il peso di alcune nazioni nella politica mondiale, poiché ad uscire vincitori sono quei Paesi che possiedono le risorse (come per esempio un basso costo dell’energia elettrica o una rete internet all’avanguardia) e i saperi necessari allo sviluppo di questa economia altamente specializzata. Proprio per fronteggiare questa nuova sfida globale, il presidente americano Joe Biden ha di recente firmato degli emendamenti per aumentare la produzione di chip in madrepatria, invertendo una rotta che vedeva le aziende americane delocalizzare sempre di più nei Paesi asiatici. L’Unione europea, notevolmente in ritardo rispetto al duopolio produttivo Stati Uniti/Asia, ha dichiarato che il suo obiettivo è quello di portare al 20% la produzione di chip fatti in casa. Recentemente, anche l’Italia ha iniziato a perseguire una politica simile, e il primo ministro Mario Draghi ha attivato il golden power per impedire l’acquisizione da parte di una società cinese della Lpe di Baranzate, specializzata nella produzione di semiconduttori.

È chiaro che la battaglia fra miners e gamers rappresenta soltanto un fenomeno in un processo più ampio in cui la tecnologia è sempre più fondamentale per determinare il futuro dell’economia mondiale: tanto che i semiconduttori ormai assumono un peso notevole nelle politiche internazionali, quasi quanto il petrolio. A ben vedere, dalla disponibilità di semiconduttori possono dipendere alcuni dei settori strategici dell’economia di una nazione: per esempio, l’industria dell’automobile ha subito gli effetti più eclatanti della recente scarsità, con diverse aziende (come il neonato gruppo Stellantis) che hanno dovuto diminuire o reimpostare la loro produzione, mentre altre l’hanno persino interrotta.

A farne le spese maggiori sono i Paesi che letteralmente dipendono dall’importazione delle tecnologie, tra questi ve ne sono molti del vecchio continente, compresa l’Italia. Anzi, proprio il vecchio continente rischia di essere esautorato da questa corsa alla tecnologia da parte di asiatici e americani. Basti pensare all’ultima battaglia che ha visto scontrarsi gli Stati Uniti di Trump contro la Cina per la nuova rete del 5G. La globalizzazione, che ha imposto come imperativi categorici la delocalizzazione e la riduzione del costo del lavoro, sta facendo pagare i conti a quei Paesi, come quelli europei, che hanno abbandonato l’industria informatica ai nuovi Paesi emergenti. E i lavoratori e le lavoratrici, in questo caso, sono quelli che rischiano di più proprio perché, come è stato detto, l’economia di molti Paesi dipende ormai da questi settori produttivi.

In sintesi, è importante sottolineare come nella battaglia fra mining e gaming, la partita ruota attorno a questa particolare configurazione del nuovo capitalismo in cui tuttavia affiorano i vecchi conflitti nazionali e in cui è in gioco la leadership mondiale.

Bibliografia

A. Casilli, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli, Milano 2020.

C. Marazzi, «I segreti del bitcoin», in Primo maggio, marzo 2018.

A. Narayanan et al., Bitcoin and Cryptocurrency Technologies. A Comprehensive Introduction, Princeton University Press, Princeton 2016.

X. Tabet, Lockdown. Diritto alla vita e biopolitica Ronzani, Dueville (Vi) 2021.

Partire dai salari per contrastare la povertà di chi lavora

Anna Soru

Crescita della povertà e dei working poor

Prima della pandemia il 20,3% (oltre un quinto) della popolazione italiana era sotto la soglia di povertà, un dato che la poneva tra i Paesi Europei in cima alla non invidiabile classifica della povertà, preceduta solo dalla Spagna e da alcuni Paesi dell’Est (dati Eurostat del 2018). 

La vulnerabilità al rischio di povertà è maggiore per i disoccupati, ma non ne sono esenti neppure gli occupati. In questo caso si parla di lavoratori poveri o working poor e l’inadeguatezza del loro reddito può derivare da tre elementi: discontinuità lavorativa, orari ridotti e bassi salari (disgiunti o combinati tra loro). Anche in questa classifica, l’Italia è ai primi posti, con un tasso del 12,2% (ogni 100 occupati, oltre 12 sono poveri), preceduta solo da Romania, Lussemburgo e Spagna (sempre dati Eurostat del 2018). Tra di essi non solo lavoratori a bassa qualifica, come solitamente si ritiene, ma anche lavoratori ad alta qualifica, soprattutto appartenenti ai settori legati alla cultura.

Non è possibile al momento misurare come questi indicatori siano cambiati con la pandemia, ma è facile immaginare che siano sensibilmente peggiorati. Dai dati Istat, nel 2020 risulta un aumento della disoccupazione, in particolare tra i dipendenti a termine e i lavoratori autonomi tradizionali, e una riduzione delle ore lavorate, soprattutto tra i freelance (lavoratori autonomi professionisti, con e senza ordine o albo professionale). Sulla base di segnalazioni ricevute, relative alle posizioni lavorative meno tutelate, possiamo ipotizzare che un ulteriore contributo sia venuto da una diminuzione dei compensi. Ed è questo uno dei tasti più dolenti del nostro mercato del lavoro, che rende difficile la sopravvivenza di tanti lavoratori oggi e che farà sentire i suoi effetti anche in prospettiva perché inciderà sulle loro pensioni future.

Gli esclusi dalla contrattazione collettiva non hanno strumenti di difesa del compenso

Eppure la Costituzione italiana, con l’articolo 36 comma 1, sancisce che «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

Lo strumento a cui, nei fatti, è affidato il rispetto di questo articolo della Costituzione è il contratto collettivo, e qui c’è un primo elemento che ne impedisce la piena attuazione: la contrattazione collettiva è riservata ai lavoratori dipendenti.

Ne sono esclusi i lavoratori autonomi che, per un’assurda impostazione europea, sono assimilati a imprese e in quanto tali non possono definire dei minimi contrattuali, che violerebbero la legge antitrust. Proprio questa assenza di minimi contrattuali, unita al fatto che il costo della contribuzione è a carico dei lavoratori, ha favorito il ricorso all’outsourcing anche quando questo non rispondeva all’esigenza di flessibilizzare e/o di acquisire competenze non presenti all’interno dell’azienda. L’obiettivo dell’esternalizzazione non era quello di ridurre i costi fissi a favore di quelli variabili, ma, soprattutto dopo la grande crisi del 2008, di bypassare i vincoli del lavoro dipendente e ridurre i costi tout court. Tutto lascia presagire che la crisi attuale seguirà la stessa via. 

Dalla contrattazione collettiva sono escluse anche le migliaia di stagisti, collaboratori occasionali e creativi in regime di diritto d’autore, le cui attività non sono considerate lavorative (forse sono dei passatempi) e come tali esenti anche da ogni forma di welfare. Ciò significa che non hanno costi contributivi e sono perciò particolarmente attrattive e sempre più (ab)usate dalle imprese alla ricerca di risparmi. Un ulteriore passo verso la riduzione dei costi di cui sopra, pazienza se questi “non-lavoratori” sono esclusi dal welfare. L’applicazione del diritto d’autore in questo senso può essere un buon esempio: la prestazioni che vengono fatte ricadere in questo inquadramento godono di un regime fiscale agevolato, che prevede una deduzione forfettaria del 25% (o del 40% sotto i 35 anni) e poiché non è considerato lavoro, non prevede il versamento di contributi previdenziali. Il cuneo fiscale/contributivo è quindi molto basso. Se facciamo un confronto con il lavoro dipendente, a parità di reddito netto, il costo del lavoro scende all’incirca di un terzo. Di questo vantaggio, che avrebbe dovuto essere a favore del lavoratore, si è spesso appropriato il datore di lavoro. 

Il processo di svalorizzazione del lavoro interessa anche il lavoro dipendente

Questi processi, come era inevitabile, hanno intaccato anche il lavoro dipendente, sia perché hanno creato una cultura che gradualmente ha svalorizzato il lavoro, creando un sentimento di accettazione che ha reso “normali” se non giuste, pratiche che vent’anni fa sarebbero state considerate di sfruttamento, sia perché il mercato del lavoro, seppur segmentato, rappresenta un’unica arena competitiva. Per esempio, la crescita di stage semi-gratuiti di giovani con elevate competenze influisce sulla dinamica salariale di tutto il lavoro.

La moltiplicazione dei contratti collettivi (ormai intorno al migliaio) e la crescente competizione al ribasso anche tra CCNL stipulati dai principali sindacati, ha creato delle falle entro il perimetro del lavoro dipendente, determinando in molte situazioni una riduzione dei compensi, al di sotto della soglia di povertà. Competizione che ha esiti particolarmente deleteri nelle filiere di appalti, dove il peggioramento delle condizioni contrattuali procede di pari passo con l’allungamento della filiera, dal momento che non esiste il vincolo a mantenere la parità di trattamento. Una situazione che caratterizza soprattutto il settore dei servizi come quelli della pulizia e della vigilanza privata, come descritto dal Fatto quotidiano.

Di tutto ciò è responsabile anche e in misura rilevante la pubblica amministrazione, che, nell’obiettivo di contenere le spese e aggirare il blocco del turnover, ha fatto largo (ab)uso di lavoro autonomo per lavori eterodiretti, anche per settori importantissimi come la sanità, ha spesso emesso bandi con cui ha cercato professionisti a titolo gratuito (specie in ambito artistico, segnaliamo uno dei più recenti del comune di Salerno che cerca restauratori gratis), ha ridimensionato in modo sistematico i compensi per gli appalti, allentando allo stesso tempo tutte le attività di controllo.

Infine, anche la diffusione del welfare aziendale ha contribuito all’abbassamento dei salari, perché spesso i benefit concessi non sono in aggiunta al salario, ma in sostituzione di esso, oltretutto con il doppio svantaggio di minare il welfare di base, dato che la defiscalizzazione dei benefit riduce le risorse a disposizione dello stato.

La Pubblica amministrazione dovrebbe guidare un cambio di rotta

Non è facile invertire la spirale negativa, soprattutto in un periodo di crisi in cui le pressioni al ribasso sono ancora più forti, ma è anche difficile pensare di rilanciare la domanda aggregata senza un cambio di rotta, uscendo da una competizione basata solo sull’abbassamento del costo del lavoro, ma al contrario con azioni volte a ridare valore al lavoro e ad allargare la rete del welfare a chi oggi ne è escluso per garantire una maggiore sicurezza sul futuro.

L’avvio di una nuova fase dovrebbe partire dalla Pubblica amministrazione, in quanto principale datore di lavoro, oltre che erogatore di finanziamenti e committente di molte attività.

La proposta di riforma della Pa contenuta nel nuovo “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale”, che prevede lo sblocco del turnover e un ampio piano di assunzioni può essere un primo passo per il recupero di un corretto ruolo dello Stato come datore di lavoro.

L’azione verso la buona occupazione dovrebbe procedere a vantaggio degli occupati “indiretti” della Pa:

  1. risolvendo il problema della competizione negli appalti. Come suggerisce la giuslavorista Orsola Razzolini, sarebbe sufficiente «ritornare alla regola della parità di trattamento negli “appalti interni” (già prevista dalla legge n. 1369/1960), da intendersi oggi come appalti da eseguirsi nell’ambito del medesimo ciclo produttivo»;
  2. abolendo i bandi gratuiti e definendo parametri equi per i compensi del lavoro autonomo, come previsto dalla legge 81/2017;
  3. controllando le imprese che ricevono commesse pubbliche o destinatarie di finanziamenti pubblici (per esempio editoria, audiovisivo, arte), per verificare il rispetto di contratti e compensi nei confronti di tutti i lavoratori, anche non dipendenti.

È urgente fissare dei paletti nel settore privato 

Ma non basta, occorre intervenire direttamente anche nel settore esclusivamente privato, per contrastare il lavoro gratuito e porre dei minimi che siano validi per tutti. Le proposte ci sono, possono essere discusse e migliorate, ma occorre approvarle velocemente e renderle operative.

Due le strade prioritarie: il controllo degli stage e l’approvazione di un salario minimo legale. 

Per quanto riguarda lo stage, da troppo tempo l’obiettivo dichiarato di favorire l’occupazione giovanile ha consentito o addirittura incentivato (come nei primi tempi di Garanzia giovani) operazioni di vero e proprio sfruttamento. Una proposta interessante, sostenuta dai Giovani democratici, mira a spostare i giovani che entrano nel mercato del lavoro dallo stage all’apprendistato, tutelandoli e contrastando quello che è ormai uno strumento di dumping salariale. L’apprendistato e lo stage hanno lo stesso obiettivo, ma il primo è un vero rapporto di lavoro e come tale è tutelato, oltre che meglio remunerato. Per questo da una parte si vuole rendere meno agevole lo stage con la proposta di: 1) eliminare la distinzione tra stage curriculare ed extra-curriculare, 2) prevedere l’attivazione non oltre 3 mesi dal conseguimento del titolo di studio, 3) limitare la durata a 6 mesi per attività intellettuali e a 3 mesi per attività manuali/esecutive. Dall’altra parte si intende incentivare l’apprendistato, soprattutto con 1) semplificazione dell’attivazione e 2) flessibilizzazione, con l’introduzione di due finestre di uscita (a uno e a due anni dall’attivazione). Per evitare comportamenti opportunistici, sono previste penalizzazioni per l’eventuale uscita e la non conversione in contratto a tempo indeterminato al termine dell’apprendistato. 

Per quanto concerne il salario minimo legale, periodicamente se ne parla, ma puntualmente ogni proposta viene affossata senza neppure una vera discussione. È successo con il Jobs act, che intendeva introdurlo in via sperimentale nei settori non coperti da contrattazione collettiva. Ma la misura è stata presto cancellata per evitare ulteriori scontri coi sindacati. Successivamente molti hanno continuato a proporlo, in maniera trasversale. Nel 2019 erano presenti in parlamento ben 6 progetti di legge presentati da parlamentari di diversi orientamenti (3 del Partito democratico, e uno ciascuno per Movimento 5 stelle, Liberi e uguali e Fratelli d’Italia). Ma l’opposizione congiunta di sindacati e Confindustria, che temono soprattutto la perdita di ruolo del contratto nazionale e quindi in ultima istanza dei propri iscritti, ha sino a ora impedito anche solo l’avvio di un vero dibattito. 

Guardare alle esperienze altrui potrebbe aiutare a superare i legittimi dubbi. L’esperienza estera per noi più interessante è quella della Germania, che ha introdotto il salario minimo legale in un contesto in cui i livelli retributivi minimi erano affidati ai contratti collettivi e in cui perciò la situazione di partenza era comparabile a quella italiana. Nel 2015 è stato introdotto un salario minimo legale pari a 7,5 euro l’ora. Poi è lentamente cresciuto sino a 9,35 euro e recentemente è stato approvato un provvedimento che in quattro tempi aumenterà il salario minimo a 10,45 euro a luglio 2022. Il ministro del Lavoro tedesco, che considera il salario minimo legale una storia di successo, conta di lavorare per alzarlo a 12 euro. 

Sitografia

Acta, «Occupati freelance, dopo il Covid», actainrete.it, 29 marzo 2021.

F. Baraggino, «Lavoro povero, così i contratti nazionali con paga oraria di pochi euro alimentano la concorrenza al ribasso. Anche negli appalti pubblici», ilfattoquotidiano.it, 30 marzo 2021.

O. Razzolini, «Salario minimo: la direttiva non chiude il discorso», lavoce.info, 22 gennaio 2021.

Income and living conditions Overview, ec.europa.eu.

«La Provincia di Salerno cerca restauratori gratis (anzi: che paghino gli interventi!)», finestresullarte.info, 30 marzo 2021. 

Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale, governo.it.Salva lo stagista frust(r)ato, giovanidemocraticimilano.it.

Editoriale

Ci sono state due Italie dall’inizio della pandemia. Quella che è stata fermata e quella che ha lavorato come prima, anzi più di prima. Eppure nei media solo quella bloccata è stata al centro della scena e lo slogan «L’Italia è ferma, fatela ripartire, lasciateci lavorare» è stato gridato con tutta la sua carica di mistificazione da leghisti e pronipoti di Mameli, che non hanno fatto altro che marciare sulla rabbia di pizzaioli e gestori di Airbnb. Invece dovremmo occuparci – ed essere fieri – dell’altra Italia, quella che ha fatto gli straordinari nelle fabbriche, i turni negli ospedali, quella che ha passato le giornate nella didattica a distanza, che s’è ammazzata per consegnare un pacchetto in più. Sanità, scuola, industria, logistica e trasporti. Il minimo indispensabile, ma comunque sufficiente, per tenere in piedi un Paese. Se potessimo decidere noi l’impiego dei soldi europei ne metteremmo la massima parte in questi settori. Le scelte demenziali dei decenni precedenti li hanno ridotti a settori marginali, quasi dei vuoti a perdere. Qualcuno dice qualcosa sulla vicenda Stellantis? Al fatto che l’Italia avesse perduto l’industria dell’auto ci eravamo abituati, Marchionne in parte ce l’aveva riportata, a modo suo, ma ce l’aveva riportata. Oggi un manager portoghese qualunque se la ripiglia e si mette in valigia anche la componentistica. E nessuno fiata. Né potrebbe essere altrimenti in un Paese che aspira a trasformare se stesso in un coacervo di turismo, fiere, congressi, gastronomia e divertimento. Un Paese dove il gioco d’azzardo è una componente rilevante del Pil, un Paese che ha lasciato correre i contagi pur di lasciare aperte le discoteche d’estate. Un Paese che ormai sottomette l’arte, la cultura ai ritmi e alle esigenze dei tour operator. E chiama tutto questo “terziario”. 

Come non mettere oggi al primo posto di tutti i pensieri e di tutte le azioni il cambiamento del modello di sviluppo? Come non porre questa come discriminante delle scelte politiche? Modello di sviluppo ma anche assetto istituzionale. Non è possibile andare avanti con uno Stato in balìa di sedicenti “governatori”. Perché Stato deve esserci, altrimenti che senso ha parlare di “servizio pubblico”? Perché solo il potere concentrato di un intervento pubblico può modificare un modello di sviluppo. Un potere statale bilanciato dalla rete di comunità autogestite, autodeterminate, consapevoli. 

Hanno presentato in Europa il Pnrr e, ancora una volta, è assente il problema “lavoro”, inesistente nel Piano Industria 4.0, inesistente nel Pnrr.

Hanno presentato in Europa il Pnrr e, ancora una volta, è assente il problema “lavoro”, inesistente nel Piano Industria 4.0, inesistente nel Pnrr. Invece quello che regge sanità, scuola, industria, logistica è il lavoro. Il servizio pubblico di per sé è lavoro al 90%, perché solo l’impegno individuale, l’abnegazione delle persone riesce a far funzionare un insieme di norme, di regolamenti, di procedure che sembrano partoriti da menti malate. Sanità e scuola, solo il fattore umano le tiene in piedi, non c’è finanza, automazione, tecnologia, digitalizzazione che tenga. Industria e logistica, il fattore umano non conta? Tutto è software, robot, algoritmo, certificazione di qualità? E la cultura? Quella che ancor si sottrae alla mercificazione turistica, quella che trae alimento solo dalla creatività, in quella – cos’è che vale se non il fattore umano?

Certo, ci sono dei settori della cultura dove l’oligopolio e la tecnologia sovrastano, determinano, condizionano, sussumono interamente la creatività. L’associazione di freelance Acta sta conducendo un’indagine sul settore audiovisivo in Lombardia e Veneto, dalle decine di interviste approfondite con varie figure professionali del settore emerge il potere sovrastante di Netflix, che non è diverso da quello di Amazon nella logistica, da quello di Google, di Facebook, di quei colossi che ormai costituiscono l’odierno Leviatano. Qualche sciopero di macchinisti, di elettricisti, ricorda ancora che quell’elemento residuo, il lavoro, persiste. Ma sono punzecchiature di spillo in un ambiente, un mercato, dove la marxiana sussunzione reale al capitale sembra aver raggiunto lo stadio finale. La cultura – che vorremmo aggiungere ai quattro pilastri sanità, scuola, industria, logistica come essenza della società civile – sembra trovarsi stretta proprio tra essere una variabile del turismo ed essere funzione del Leviatano.

La vignetta è di Pat Carra, uscita su inGenere.it

Dentro il lavoro chi ha sofferto di più sono le donne. Tra i tanti aspetti fondamentali del nostro modello di società che la pandemia ha messo a nudo questo dovrebbe essere collocato al primo posto nelle politiche riformatrici. Tra l’altro ci rivela quanta mistificazione ci sia nella filosofia, nelle pratiche, delle “quote di genere”. La presenza sempre più massiccia di donne nella politica e nel management aziendale non ha minimamente migliorato la condizione della donna che lavora, in particolare se si tratta di donne madri. Dovremmo accettare che un secolo di femminismo venga ridotto alla semplice possibilità per qualche donna di “fare carriera”? Durante la pandemia le donne hanno pagato il prezzo più alto in termini occupazionali e il prezzo più alto – soprattutto se madri – in termini di condizioni di lavoro. Avere ancora una volta cancellato dall’agenda il tema “lavoro” dal Pnrr ci fa concludere che sulla questione di genere siamo al punto di prima. E la parte che vediamo comunque dedicata ai servizi sociali ci sembra troppo limitata soprattutto se messa a confronto con l’assordante rumore prodotto dalla banda degli ottoni della “svolta green”, ultimo camuffamento del capitalismo di rapina. L’unico intervento messo in atto dal governo Draghi che potrebbe avere conseguenze importanti sul tema lavoro è quello che riguarda la riforma degli ammortizzatori sociali. Qui potrebbe giocarsi una partita molto grossa, su questa riforma vanno puntati i fari dell’attenzione democratica. Non dimentichiamo che il sistema vigente è nato come strumento di pacificazione di massa nel pieno delle lotte operaie degli anni Settanta. Se venisse ricondotto alla sua funzione originaria di strumento di politica industriale sarebbe già un passo avanti, se invece diventa un ulteriore incentivo alla flessibilità della forza lavoro finisce solo per creare ulteriore disagio. Se una riforma degli ammortizzatori non viene in qualche modo agganciata all’introduzione del salario minimo legale, realizzarla oggi nel terzo decennio del nuovo millennio, può essere totalmente inefficace o, appunto, produrre effetti di ulteriore impoverimento della società.

Osservando lo spazio pubblico della politica, vediamo che nessuno degli ambiti di attività che abbiamo evocato e ritenuto essenziali alla sopravvivenza di una società civile è presente nei discorsi che là dentro circolano. E questo dà la misura dell’abisso che separa la politica dalle cose che contano. Ma ancora più preoccupante sembra la fiducia riposta nei “tecnici” come possibile rimedio all’insulsaggine del discorso politico, fiducia che poggia sull’illusione che essi abbiano ancora potere, che la loro “integrità” possa avere la meglio sulle beghe di partito, che la loro “lontananza” dalla politica possa conferire autorità alle loro decisioni. Da qui tutta la fiducia messianica nel profeta Draghi. I suoi tecnici potranno scrivere sulla carta i programmi più sofisticati del mondo ma a metterli in pratica saranno i lestofanti, i minus habens delle mille istituzioni dove i partiti hanno riempito gli organici del personale. Per cui ha ragione il Forum Dd di Fabrizio Barca a dire che salvare il salvabile è possibile solo se i tecnici vengono affiancati, supportati, consigliati, dalle tante istanze della società civile, che bene o male nel loro sforzo quotidiano di controllo dei comportamenti della Pubblica amministrazione talvolta riescono a evitare il peggio. Non c’è dunque una parola sul lavoro nel Pnrr, perché sanità, scuola, industria, cultura, in trent’anni di colpi di piccone sono stati ridotti a settori residuali. 

È davvero surreale la noncuranza con cui i “tecnici” hanno evitato qualsiasi confronto con i corpi intermedi. “Non c’era tempo”, dicono. Magari qualcuno pensa che avevano ragione, tanto… che sangue ci cavi dalle rape dei corpi intermedi? Non è vero, basta leggere la spietata disamina del Pnrr scritta qui da Matteo Gaddi per constatare che persino il tanto bistrattato sindacato ha da tempo abbozzato delle idee di politica industriale, buone o cattive che siano con esse ci si può misurare. E quelle avanzate da tante istanze ambientaliste, per esempio sulla politica energetica, non hanno forse un certo peso? I corpi intermedi sono ridotti male, d’accordo, ma l’Italia è piena di iniziative della società civile, della ricerca, che continuano a sfornare ragionamenti utili a modificare almeno in parte il modello di sviluppo. Niente.

E allora diciamolo: “le bellezze dell’Italia” tanto decantate si riducono a questo: lavoro instabile, mal pagato, spesso illegale, con orari pesanti

Proviamo allora a spostare lo sguardo su quei settori che il modello di sviluppo finora perseguito considera strategici, in particolare ristorazione e turismo. Si dice che servono a valorizzare la tradizione della nostra cultura gastronomica, la bellezza del paesaggio e la maestosità del patrimonio storico-artistico, si dice che quella è la grande dotazione di capitale collettivo che viene messa a valore. È davvero così? Quei settori si reggono su lavoro precario a basso costo, nella gestione del patrimonio artistico anche su lavoro gratuito. È il lavoro che tiene in piedi ristorazione e turismo. La molla del turismo moderno – in questo senso l’industria delle crociere è un esempio da laboratorio – è il basso costo, il turismo di massa vola low cost. E cos’è il basso costo se non il basso costo del lavoro? La grande risorsa italiana non è il Ponte di Rialto o il Battistero di Firenze, è il cuoco senegalese che sta in cucina dodici ore al giorno senza contributi, è il cameriere brasiliano che dorme in una stanza d’affitto con altri sei. Il tour operator come potrebbe confezionare i suoi bei pacchetti (Venezia, Firenze, Roma in due giorni) senza disporre di un autista di pullman che guida per dieci ore al giorno e di un’accompagnatrice turistica a partita Iva con orari di lavoro ancora più lunghi? Proviamo a immaginare se, per un colpo di bacchetta magica, tutto il personale della ristorazione, bar, trattorie, pizzerie ecc., percepisse un salario orario di 9,35 euro, maggiorato di 1 euro per le ore di straordinario oltre le 8 giornaliere (abbiamo assunto come parametro il salario minimo legale tedesco) e pagamento regolare dei contributi. Quanti esercizi resterebbero ancora aperti? 30% è un calcolo ottimistico, secondo un sindacalista che abbiamo interpellato. E allora diciamolo: “le bellezze dell’Italia” tanto decantate si riducono a questo: lavoro instabile, mal pagato, spesso illegale, con orari pesanti. Quale futuro può avere un Paese che si affida allo sviluppo di ristorazione e turismo? Che prospettive può dare ai suoi giovani? Quelli che studiano, l’élite, quelli dei dottorati, dei master, dell’inglese parlato meglio dell’italiano, quelli son destinati ad andarsene, come fossimo nella Ddr. Preparava professionisti e tecnici di alto livello la Germania di Ulbricht, ritenuti spesso migliori di quelli usciti dalle università della Repubblica federale. Finiti gli studi se ne scappavano all’Ovest. E hanno fecondato sia la Germania della contestazione (Rudy Dutschke era una promessa dell’atletica leggera comunista) sia la Germania della leadership europea (Angela Merkel figlia di un pastore protestante di Amburgo, è cresciuta nella Deutsche demokratische republik). 

Prima della pandemia il Paese ci appariva, dal punto di vista del lavoro e delle prospettive delle nuove generazioni, nettamente spaccato in due: quelli che hanno il privilegio di una formazione di alto livello che se ne vanno all’estero e quelli ai quali non resta che cercare in Italia una pseudo-occupazione nella gig economy. Tra i due lo strato pervasivo, sempre più infestante, di coloro che pian piano occupano ruoli direttivi non per merito ma per cooptazione praticata dai partiti. Su queste tre gambe, sempre più traballanti, si regge il lavoro in Italia. Quindi necessariamente lo strato più consapevole, più aperto, più disponibile, più competente – il vero grande patrimonio umano della nazione – è costretto a cercarsi uno spazio extraistituzionale di espressione e di azione, non sempre intercettato dalla rete delle comunità (che non sono né debbono essere solo comunità di cura). In questo Paese ci si ritrova a sentirsi ai margini, si finisce per diventare apolidi. Sensazione fortissima in questo periodo in cui le restrizioni imposte dalla pandemia hanno tagliato le gambe al conflitto, cioè alla forma di azione collettiva che maggiormente ci restituisce ancora il senso di una cittadinanza. 

Ma questa condizione forse è in via di superamento grazie alle campagne vaccinali, non vediamo l’ora di poter riprendere l’agibilità di strategie conflittuali. Non vediamo l’ora di poterci misurare ancora con lo stato d’animo, con le idee delle persone, con le tante tantissime esperienze che nel sociale e nella ricerca militante riescono ad impedire che questo Paese scivoli nel baratro. Sugli obiettivi da perseguire abbiamo ora le idee più chiare. La pandemia ha messo a nudo quelle realtà scomode che tante volte avevamo denunciato. Certo, il rischio che questo Pnrr, proprio per le ragioni qui esposte, dia il colpo di grazia a un Paese già provato da scelte disastrose, c’è. Ma non è detto che debba sempre finir male. Dipende anche da noi.

Sommario

Si torna a parlare di piano e ruolo dello Stato, purtroppo non nei modi che avremmo voluto. Nell’Editoriale tracciamo alcuni scenari, mettiamo in risalto il dramma del lavoro in Italia e la mancanza di partecipazione alle scelte politiche che hanno dato vita al Pnrr. Nei prossimi cinque anni bisognerà farci i conti, alcuni di noi hanno letto le 2600 pagine inviate a Bruxelles, ora iniziamo con una serie di approfondimenti. Il Recovery è per le imprese, non per il lavoro analizza quali sono i progetti l’industria italiana e quale ruolo è assegnato al lavoro. Debito, finanza, spesa pubblica: il mondo dopo la pandemia spiega in che termini si prospetta l’intervento economico italiano ed europeo e si interroga sulla possibile riconfigurazione delle politiche neoliberiste. Se il capitalismo verde è l’ultima speranza mostra come sia declinata la tanto declamata transizione ecologica, uno degli assi portanti del Recovery plan. La digitalizzazione secondo il Recovery chiude la sezione questionando la strategia sottesa a Transizione 4.0, indicandone insufficienze e pericoli.

La parte centrale del n. 3 è dedicata al lavoro, iniziamo con Impatto del Covid-19 sul lavoro femminile in Italia. Alcune riflessioni che focalizzandosi sulla questione di genere prospetta la direzione verso cui rischia di andare la nostra società. Segue Partire dai salari per contrastare la povertà di chi lavora perché lavorare ed essere poveri è sempre più probabile, si impone quindi con urgenza la questione salariale. Continuiamo con una serie di approfondimenti dal mondo della logistica. La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso ripercorre un anno di lotte e interroga le strategie sindacali, in particolare l’organizzazione del conflitto da parte del sindacalismo di base. Non c’è merce per la nuova diga analizza il colossale progetto di ampliamento del porto di Genova, l’ennesimo caso in cui le infrastrutture sembrano rispondere solo a logiche speculative. Tra conflitto e pratica dell’obiettivo: intervista alla Tech workers coalition ci riporta all’interno dei tentativi di organizzazione dei lavoratori. Infine, Gaming vs mining esamina le difficoltà di approvvigionamento dei semiconduttori, ormai fondamentali per il futuro di un’economia in tensione tra globalizzazione capitalista e interessi nazionali.

Mettiamo poi il naso nelle vicende dell’America Latina, Salute e ricerca scientifica a Cuba. Intervista a Rosella Franconi racconta come Cuba abbia fatto fronte al Covid-19 e in quale modo la ricerca scientifica cubana sia riuscita a raggiungere altissimi livelli di sviluppo. Segue l’approfondimento Cuba tra tensioni e sfide nuove: considerazioni per riflettere, mentre Brasile: virus sanitario e virus politico analizza il rapporto tra gestione della pandemia e situazione politica brasiliana. 

L’ultima parte è dedicata al confronto. Primo Maggio, una storia irripetibile. Intervista a Sergio Bologna e Bruno Cartosio è un modo per recuperare un pezzo di memoria e riflettere sulle pratiche e i fini della cultura militante. Chiudiamo dando spazio a due recensioni. La prima Due libri, un solo autore ci permette di parlare delle falle del capitalismo. La seconda, Insurgent Universality. An alternative Legacy of Modernity. Un libro di Massimiliano Tomba offre un’occasione per ragionare sull’organizzazione del conflitto sociale.

Incontro: Le riviste e l’impegno culturale, una rassegna

Martedì 27 aprile 2021 ore 17, in remoto

OfficinaPrimoMaggio interviene a “Periodicamente – festival digitale delle riviste” a cura del Centro di Documentazione di Pistoia, della Fondazione Valore Lavoro e dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia.

OPM sarà presente all’incontro online intitolato “Le riviste e l’impegno culturale: una rassegna. Motivazioni, modi, formati e pubblico delle riviste di ricerca storiografica”.

Un confronto fra riviste, alcune delle quali “rinate” o che sono in fase di rilancio e ridefinizione identitaria, tutte accomunate dall’intendere l’operazione storiografica come forma di attivismo culturale. La discussione ruoterà intorno a due domande strettamente intrecciate fra loro: che senso ha oggi fare una rivista, anche alla luce delle questioni poste dalla Public History, e come si fa, con che struttura, con quali formati (elettronici o cartacei), a che pubblico ci si rivolge.

Intervengono:

  • Paolo Bagnoli («Rivista storica del socialismo»)
  • Stefano Bartolini («Farestoria»)
  • Andrea Bottalico («Officina Primo Maggio»)
  • Donata Cei (Centro di Documentazione di Pistoia)
  • Francesco Cutolo («Storia locale»)
  • Carlo De Maria («Clionet»)
  • Antonio Fanelli («Il De Martino»)
  • Omar Salani Favaro («Venetica»)
  • Francesca Tacchi («Passato & Presente»)

L’incontro è in modalità telematica, alle ore 17, ed è accompagnato da un servizio di interpretariato in Lingua dei Segni Italiana (LIS).

Per partecipare occorre registrarsi tramite il form sulla pagina dedicata al festival Periodicamente e accedere alla piattaforma di fruizione del Festival.

Informazioni, link al festival e approfondimenti sul sito della Rete REDOP.

Martedì 27 aprile 2021 ore 17

Link per registrarsi.

Link per partecipare.

Crema non volta le spalle a Cuba

La lettera della sindaca Stefania Bonaldi

Illustrazioni di Federico Zenoni

Il 23 marzo l’Italia ha voltato le spalle a Cuba, votando contro una risoluzione presentata al Consiglio per i diritti umani dell’Onu per chiedere lo stop dell’embargo di alcuni paesi tra cui Cuba, sottoposta da 61 anni a blocco economico da parte degli USA.
Il 31 marzo la sindaca di Crema Stefania Bonaldi ha inviato una lettera a Mario Draghi. La rilanciamo qui, in un tam tam con altre riviste amiche,
Erbacce, Figure, Volerelaluna.

Caro Presidente del Consiglio
Prof. Mario Draghi,

chi Le scrive è una sindaca di Provincia, che si spende per una comunità di 35mila persone e che può solo immaginare cosa significhi governare un Paese di 60milioni di abitanti, a maggior ragione in un momento così drammatico. Tuttavia, come donna, come madre, come cittadina e, infine, come sindaca, sento di dovere aggiungere un piccolo peso a quelli che già incombono sulla sua figura, perché ritengo che il nostro Paese, pochi giorni fa, abbia violato in modo grave codici di civiltà decisivi, come la riconoscenza, la lealtà, la memoria, la solidarietà.

Un anno fa la Brigata Henry Reeve, con 52 medici ed infermieri cubani, è arrivata in soccorso della mia città, Crema, della mia gente, del nostro Ospedale, aggrediti e quasi piegati dalla prima ondata pandemica.
I sanitari cubani si sono presentati in una notte di marzo dalle temperature rigidissime, in maniche di camicia, infreddoliti ma dignitosi. Avevano attraversato l’Oceano per condividere un dramma che allora ci appariva quasi senza rimedio e le giornate si consumavano in un clima di morte. Anche oggi è così, ma dodici mesi fa il nemico era oscuro e sembrava onnipotente, la scienza non aveva ancora trovato le contromisure. Oggi vediamo la luce, allora eravamo in un racconto dall’esito incerto.
In una sola notte, grazie alla solidarietà dei cremaschi e delle cremasche, li abbiamo vestiti ed equipaggiati. Da quel momento e per oltre due mesi si sono sigillati in un Ospedale da campo, montato di fianco al nostro ospedale, gomito a gomito coi nostri sanitari, per prestare cure e supporto alla popolazione colpita dal virus, generando una risposta di coraggio nelle persone, che in quei mesi si è rivelata decisiva. È stato quello il primo vaccino per noi cremaschi!
E non appena la pressione sull’ospedale è diminuita, gli stessi amici cubani si sono immediatamente convertiti all’intervento sul territorio. La medicina a Cuba si fa casa per casa, una dimensione che noi abbiamo coltivato poco, e le debolezze di questa scelta le abbiamo misurate tutte, durante la pandemia, attraversando strade ostili e non presidiate.
È bastato il suggerimento della Associazione Italia-Cuba al Ministro Roberto Speranza, perché partisse una richiesta di aiuto, e lo Stato di Cuba, in una manciata di giorni, il 21 marzo del 2020, rispondeva inviando a Crema 52 operatori sanitari, mentre altri 39 sarebbero arrivati il 13 aprile successivo a Torino, per svolgere la stessa missione umanitaria, riscrivendo la parola solidarietà nelle vite di molti italiani, abbattendo ogni barriera e depositando un lascito civile e pedagogico, per le nostre comunità ed i nostri figli. Solo allora abbiamo capito che il virus avrebbe perso la sua battaglia, e ancora oggi viviamo di quella rendita, per questo abbiamo meno paura.

Mi rendo conto che esistono “equilibri” internazionali e che vi sono tradizionali posizioni “atlantiste” del nostro Paese, ma quando ci si imbatte nello spirito umanitario dei cubani “situati”, che come ognuno di noi ambiscono a una vita migliore, quando, superati i muri ideologici, ci si trova di fronte ad un altro segmento di umanità, capace di guadagnarsi la gratitudine e la riconoscenza di tanti italiani, si finisce per trovare inqualificabile la posizione assunta dal nostro Paese in seno al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, laddove era in discussione una risoluzione che condannava l’impatto sui diritti umani di sanzioni economiche unilaterali ad alcuni stati, fra cui appunto Cuba.
“La nostra Patria è l’umanità”, con queste parole ci avevano salutato i nostri Hermanos de Cuba arrivando a Crema ed io le chiedo, caro Presidente, qual è la nostra, di Patria, se l’opportunismo e la realpolitik ci impediscono di rispondere in termini di reciprocità ai benefici ricevuti ed alla solidarietà che un Popolo assai più umile, più povero e con molti meno mezzi del nostro, ma ricco di dignità, umanità ed orgoglio, ci ha donato in uno dei momenti più drammatici della nostra storia repubblicana.

Questa presa di posizione dei nostri rappresentanti alle Nazioni Unite, peraltro su un atto dalla forte valenza simbolica, doveva essere diversa, perché era necessario rispondere con maturità politica a un’azione gratuita e generosa, che aveva salvato vite vere di italiani in carne ossa. Mi domando che senso pedagogico e politico possa avere invece avuto il nostro voto contrario. Non è così che si favorisce il cambiamento delle relazioni, persino di quelle internazionali.
Era l’occasione giusta per reagire con un atto di lungimiranza, capace di spezzare posizioni cristallizzate, vecchie di oltre mezzo secolo, proprio per dimostrare il desiderio di affratellarsi con tutte le genti, in un Pianeta in cui i confini e le ideologie appaiono ogni giorno più lontani dallo spirito delle nuove generazioni.

Chiedo a lei, signor Presidente, di fare giungere un positivo gesto istituzionale e un grazie ai nostri fratelli cubani, un atto che, dopo l’improvvida presa di posizione, li rassicuri sul nostro affetto e la nostra vicinanza, che apra la strada a un consolidamento dell’amicizia e che permetta alla democrazia di guadagnarsi una possibilità.

Con stima,

Stefania Bonaldi

Ma allora i libri chi li fa? La lettera di Redacta al Saggiatore

dalla redazione

Aggiornamento del 02 aprile 2021, la non risposta del Saggiatore e la replica di Redacta.

Con l’arrivo del 2021 il Saggiatore ha deciso di interrompere le collaborazioni esterne, motivando questa scelta con una riorganizzazione del lavoro della redazione. Nel 2020 la casa editrice ha pubblicato oltre cento titoli e nell’ultimo anno l’industria libraria, nel complesso, non ha registrato perdite. Viene da chiedersi quale sia il reale motivo di questa scelta. Senza i lavoratori e le lavoratrici che in questi anni hanno svolto attività di correzione bozze, impaginazione ma anche di editing e revisione, come farà la casa editrice a tenere alti il livello di produzione e la qualità redazionale? A meno di nuove assunzioni, verrebbe da immaginare che le collaborazioni esterne possano essere sostituite da schiere di stagisti, come da malcostume ormai diffuso. La nostra forse è solo malizia, ma l’impressione è che la direzione editoriale possa aver trovato un modo per risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro, già compresso attraverso l’uso di collaboratori esterni.

Un gruppo di collaboratrici e collaboratori del Saggiatore fa parte da tempo di Redacta e quest’ultima ha deciso di inviare una richiesta di spiegazioni alla direzione editoriale della casa editrice. Un buon modo per verificare le possibilità di conflitto e contrattazione collettiva anche all’interno dell’industria editoriale.

Pubblichiamo qui la lettera di Redacta:

Gentile direzione editoriale del Saggiatore,

scriviamo con l’intenzione di aprire un dialogo tra la casa editrice e un gruppo di vostri collaboratori e collaboratrici, che si sono rivolti a Redacta dopo essersi ritrovati a pagare le conseguenze di scelte maturate in seno alla direzione editoriale. Di queste, oggi, vi chiediamo un chiarimento.

Ci presentiamo. Redacta è una sezione di Acta, l’associazione dei freelance, nata allo scopo di tutelare i professionisti che lavorano nel settore editoriale: redattrici e redattori, grafici e traduttori, ghost writer e editor. Alcuni di loro, che in occasione delle riunioni di Redacta si sono conosciuti e hanno avuto la possibilità di confrontarsi, collaborano o hanno collaborato per anni con la redazione del Saggiatore.

A partire dai primi giorni del 2021 il numero di commissioni affidate dalla redazione ai collaboratori esterni si è rapidamente azzerato. Considerando le riprogrammazioni delle uscite a cui molti editori hanno dovuto far fronte nel 2020 e data anche la natura discontinua della professione del freelance, tutti loro hanno tenuto duro, fiduciosi. La prima spiegazione di quanto stava avvenendo è arrivata verso la fine di febbraio: un’e-mail ha chiarito che a causa di una riorganizzazione gran parte delle fasi del lavoro redazionale non sarebbe stata più affidata ad alcun collaboratore esterno, salvo occasionali eccezioni.

Se comprendere le ricadute sul piano economico è piuttosto immediato, meno scontato è riconoscere il ruolo professionale che i collaboratori del Saggiatore si sono costruiti negli anni: le redattrici e i redattori esterni, da voi appositamente formati tramite stage, si sono occupati di buona parte del processo di lavorazione, dall’impaginazione fino alla correzione di bozze, talvolta di editing e revisioni. Pur senza alcun riconoscimento contrattuale o formale, i collaboratori esterni sono stati, in questo senso, “artefici” dei libri pubblicati dalla casa editrice.

Inutile dire che questa professionalità, che è sempre stata centrale nelle battaglie di Redacta, ne esce completamente svilita. Tanto più se si considera che il numero di redattori e redattrici esterne, da voi impiegati fino a tutto il 2020, supera quello delle redattrici e dei redattori regolarmente assunti: muoversi verso un azzeramento delle collaborazioni esterne equivale a tagliare tout court il lavoro della redazione. Ci sembra quindi legittimo rivolgervi alcune domande.

– L’editoria libraria è stata uno dei pochi settori a ottenere risultati positivi nel 2020. A che tipo di ragioni è riconducibile la scelta del Saggiatore di ridurre così drasticamente i costi di cura editoriale dei suoi libri?

– Se fino al 2020 la redazione non è stata in grado di sostenere la produzione di oltre 120 titoli all’anno senza ricorrere ai collaboratori esterni, come potrà riuscirci nel 2021? Per poter mantenere la stessa qualità redazionale, è prevista una riduzione del numero dei titoli in uscita o un aumento del numero dei redattori interni?

– Negli ultimi anni il numero di stagisti in redazione è progressivamente aumentato. A quanti stagisti ricorre oggi la redazione del Saggiatore? Quanta parte del lavoro verrà a questo punto affidata loro?

La questione riguarda in ultimo la cura dei libri del Saggiatore, che con il suo catalogo costituisce da più di sessant’anni un pilastro della cultura italiana: se il lavoro verrà affidato ai soli redattori interni già presenti e a stagisti ancora in formazione, come sarà possibile garantire la stessa qualità editoriale?

Si potrebbe obiettare che i collaboratori esterni, a differenza dei dipendenti, non dovrebbero mettere bocca sulle questioni di organizzazione aziendali. Eppure, come messo in luce anche da Redacta, nel settore editoriale il lavoro produttivo è svolto in misura crescente e ormai forse maggioritaria da redattori esterni, dunque le imprese non possono ritenere di dover rendere conto del proprio operato solo ai dipendenti.

Per queste ragioni abbiamo deciso di aprire un dialogo diretto con la direzione editoriale del Saggiatore su una decisione che interessa tutta la sua rete di collaboratori esterni, fiduciosi di ricevere una risposta all’altezza della storia e dei valori incarnati dalla casa editrice.

Il canale di Suez e i bulli del nuovo Millennio

Di Sergio Bologna

Nel libro “tempesta perfetta sui mari” (2017, alle pp. 170-176) avevo parlato dell’incidente occorso il 3 febbraio 2016 nel canale di accesso al porto di Amburgo a una grossa nave portacontainer da 184 mila tonnellate. A causa di un guasto al timone, si era messa di traverso e si era incagliata, per fortuna non aveva ostruito tutto il passaggio ma era necessario toglierla da dov’era. Ci vollero giorni e furono impiegati 26 mezzi navali. Sarebbe stato più rapido se fosse stato possibile alleggerirla del carico, ma di gru montate su chiatta in grado di raggiungere il top dei container stivati in coperta pare che all’epoca ce ne fosse una sola in Europa.

Mi è venuto subito alla mente questo episodio quando è giunta notizia che la portacontenitori da 240 mila tonnellate “Ever Given” della compagnia taiwanese Evergreen, al mattino del 24 marzo 2021, causa un colpo di vento e, pare, un blackout a bordo, si è messa di traverso nel Canale di Suez ostruendo del tutto il passaggio con i suoi 400 metri di lunghezza. Decine e decine di navi di tutti i tipi che la seguivano in direzione nord e altre che si apprestavano a entrare nel Canale in direzione sud restavano bloccate.

I primi comunicati dell’Autorità del Canale parlavano di una “questione di giorni” per riuscire a spostarla e liberare almeno uno spazio sufficiente al passaggio di altre navi, ma 30 ore dopo l’incidente la società incaricata di affrontare il problema e di trovare una soluzione, la stessa, di nazionalità olandese, che era stata capace di realizzare il capolavoro di raddrizzare la “Costa Concordia” e di permetterle di esser trainata a Genova per la demolizione, faceva sapere che ci sarebbero volute forse “delle settimane” per venirne a capo, precisando che alleggerirla del carico era, allo stato, molto difficile se non impossibile.

Ipotizziamo che ci vogliano due settimane per riuscire a spostarla, significherebbe che circa 700 navi debbono riprogrammare i loro itinerari sconvolgendo intere filiere, creando problemi di approvvigionamento energetico, alimentare e tanto altro, con danni incalcolabili. Molti porti mediterranei con perdite di traffico e di giornate di lavoro superiori al 50%. Il porto di Trieste perderebbe le toccate dei servizi diretti al Molo VII, il VTE a Genova Voltri avrebbe un danno ancora maggiore. Insomma, un disastro che si aggiunge a una situazione caotica nel traffico container che dura dall’inizio della pandemia. Una seconda tempesta perfetta.

Sento dire: “Finalmente il gigantismo navale verrà messo in discussione!” Si spera. La mia opinione sull’argomento ho avuto modo di esprimerla da tempo, anche davanti agli studenti dell’Università di Genova (si veda il mio “Ritorno a Trieste. Scritti over 80, 2017-2019”) e non intendo tornare sull’argomento. Altri, più autorevoli di me, come Olaf Merk dell’OCSE, hanno dimostrato che le presunte economie di scala del gigantismo navale sono più apparenti che reali ma che per contro i costi per la comunità e i rischi che la navigazione di questi behemoth comporta sono tali per cui il gioco non vale la candela.

Ma perché allora le compagnie marittime continuano a gareggiare ordinando navi sempre più grandi? Ormai sembra che anche il limite dei 24 mila TEU di portata non sia considerato sufficiente – la nave arenatasi sull’Elba e quella sul Canale di Suez hanno una portata rispettivamente di 19 mila e di 20 mila TEU.

Che cosa trascina delle proprietà e dei management di alto livello in questa assurda gara?

“It is a question of ego”.

Questa fulminante risposta è stata data da un noto imprenditore marittimo-portuale mediterraneo sei o sette anni fa quando gli chiesero perché la compagnia, di cui aveva deciso di acquisire una consistente quota azionaria, continuava a perseguire il sogno della “nave più grande di quella del vicino”. Strategia alla quale inizialmente s’era opposto ma che negli anni successivi ha finito per accettare.

Io purtroppo continuo a credere che avesse dato la risposta giusta allora, sono convinto cioè che nella mentalità del turbocapitalismo del nuovo Millennio ci sia una componente di puro e semplice volgare “bullismo” maschile del tipo… ometto la frase che voi tutti potete immaginare e inizia con “ce l’ho…” ecc. Quel tipo di bullismo idiota che Chaplin ha meravigliosamente immortalato nella celebre scena del barbiere de “Il grande dittatore”.

Sigmund Freud invece in “Totem e tabù” parlava della fascinazione per qualcosa che ha delle dimensioni insolite come un qualcosa di “infantile” (kindisch). Ecco: questi signori che si credono padroni del mondo sono in realtà dei bulli infantili. Ovvero degli irresponsabili.

The Weight of the Printed Word. Text, Context and Militancy in Operaismo. Un libro di Steve Wright

di Daniele Balicco

Steve Wright è noto in Italia per essere l’autore della migliore monografia esistente sulla storia dell’operaismo: Storming Heaven (trad. it. L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo, Puerto Alegre, Roma 2008). A distanza di quasi vent’anni da questo primo volume – l’edizione inglese è del 2002, ma sappiamo dall’autore che quel saggio è in realtà un’elaborazione di una tesi di laurea precedente, scritta addirittura alla fine degli anni Ottanta’80 – Wright torna di nuovo a occuparsi del movimento anti-sistemico italiano. Questa volta però lo fa osservandolo da un’angolatura teorica originale e, mi pare, relativamente inedita.

Il precedente lavoro era organizzato come un saggio storico-politico tradizionale: Storming Heaven seguiva infatti l’itinerario dell’autonomia italiana, ricostruendolo attraverso l’analisi della nascita dei gruppi, dell’elaborazione ideologica di alcuni suoi protagonisti (su tutti: Panzieri, Tronti, Alquati, Negri, Bologna), attraverso la messa a fuoco di una metodologia originale (l’inchiesta operaia) e di un attrezzo teorico guida – il concetto di composizione di classe. Con questo nuovo lavoro – intitolato The Weight of the Printed Word. Text, Context and Militancy in Operaism, (in uscita per le edizioni Brill nel 2021) – l’operaismo viene invece studiato come fosse un soggetto collettivo impersonale, con uno sguardo a metà strada fra storia sociale e antropologia politica. Il punto di osservazione scelto è infatti quello della scrittura stampata come documento materiale. Wright la analizza seguendo molteplici ipotesi di ricerca: anzitutto come forma di elaborazione teorica individuale, come strumento di auto-consapevolezza di gruppo, come arma simbolica orientata a galvanizzare il conflitto, come “impalcatura” per l’edificazione selettiva del ceto politico militante; ma la scrittura stampata è anche un testo fisico, un oggetto materiale che necessita di piccoli o grandi investimenti per essere prodotto, così come della creazione di una rete di distribuzione capillare – autonoma, ma a volte anche sovrapponibile a quella dell’editoria tradizionale – per raggiungere la comunità di militanti, per coinvolgerla, appassionarla e attivarla. Infine, il testo scritto può essere osservato nella sua materialità anche come oggetto di consumo individuale, come un segno di appartenenza identitaria e come uno strumento di relazione fra attivisti.

Organizzato in sette sezioni distinte, questo saggio analizza – dividendolo per tipologie, funzioni e contesti – uno sconfinato repertorio di documenti eterogenei: saggi, corrispondenze epistolari, volantini, pamphlet, giornali, riviste, articoli, inchieste, interviste, documenti interni, manifesti, romanzi, testi radiofonici. Impressiona la mole dei materiali studiati; impressiona la cura minuziosa dei dettagli con cui lo studio è condotto. Le prime due sezioni del volume – tutto sommato tradizionali nell’oggetto d’analisi – affrontano, di questa tradizione politica, i documenti stampati più noti. Il lavoro di Wright parte infatti dallo studio della forma di comunicazione distintiva dell’operaismo italiano: l’inchiesta di fabbrica. Wright ricostruisce minuziosamente la storia di come è nata la prima inchiesta alla Fiat del 1960-1961 attraverso lo studio delle discussioni interne al primo nucleo di attivisti torinese (Rieser, Mottura, Accornero, Gallino, i Lanzardo, Alquati e Gobbi), presentando i testi preparatori dell’inchiesta, il rapporto con Montaldi, gli scambi epistolari mediati da Panzieri con il gruppo romano e infine la progressiva divaricazione fra gruppo “sociologico” e gruppo “politico”. La seconda sezione si occupa invece della forma saggio, quindi dei testi stampati degli autori più noti; collocandola però all’interno dello sviluppo dell’industria culturale italiana e della rete di riviste politiche che, a partire dagli anni ’50, preparano la teoria che guiderà la stagione del conflitto nel successivo ventennio; molto originale, in questa sezione, la ricostruzione della rete di relazioni che intreccia la storia dell’operaismo con il mondo dell’editoria (partendo da Panzieri con Einaudi e Negri con Feltrinelli, fino allo sviluppo delle case editrici di movimento) e con quello della ricerca universitaria.

Disegno: Malov
Disegno: Malov

A partire dalla terza sezione, il volume entra nel vivo dell’analisi dei testi scritti privi di firma individuale, fra cui molti articoli su rivista, ma soprattutto volantini, manifesti, ciclostile, opuscoli. Sono queste le tracce impersonali della vita politica di un soggetto collettivo, le forme elementari della sua soggettivazione. Grande risalto viene giustamente dato all’analisi del contenuto della forma e a come quest’ultima orienti significativamente la relazione politica fra soggetti e contesti, come nel caso del costituirsi dell’Assemblea studenti/operai a Torino nel 1969. La produzione di volantini, ciclostile e manifesti, per lo più affidata agli studenti, servì in questo contesto a sperimentare una alleanza di tipo nuovo fra ceto operaio e ceto politico; un’alleanza anzitutto di tipo conoscitivo, dove la reciproca sollecitazione creò uno spazio comunicativo inedito fra mondo esterno e mondo interno ai luoghi della produzione industriale. Furono soprattutto i volantini a galvanizzare il conflitto, a orientarlo, informando sulle azioni intraprese e su tutto quello che stava accadendo, fuori e dentro la fabbrica. Il volume continua ricostruendo l’ecosistema mediatico di Potere operaio, a partire dalla riflessione interna sulla strutturazione del partito per arrivare fino allo studio delle strategie di comunicazione esterna, nella lotta per l’egemonia sugli altri gruppi extra-parlamentari (fra cui il progetto fallito di un quotidiano con il gruppo del Manifesto, la creazione del periodico Potere operaio del lunedì, gli opuscoli marxisti Feltrinelli). La parte finale del saggio è dedicata invece all’analisi della scrittura stampata di una serie di gruppi minori dell’Autonomia, soffermandosi in particolare sull’esperienza di Rosso, sull’impatto dell’avvento delle radio libere (su tutte, Radio Onda Rossa), sui testi del Comitato operaio di Porto Marghera, di Lavoro Zero e di Lotta femminista.

La ricostruzione minuziosa di questo intero universo di scrittura stampata si chiude con una riflessione amara sul suo annientamento: è a partire dall’inchiesta giudiziaria “7 aprile” infatti che iniziò in Italia una sistematica distruzione di tutti questi materiali, nella maggior parte dei casi ridotti a semplici documenti sequestrabili in quanto prove indiziarie di appartenenza politica. Con la distruzione della scrittura stampata non sparì però solo la memoria di quello che fu, ma anche la possibilità di capire per quale ragione la potenza impressionante di questo laboratorio politico si sia dissolta così rapidamente, in uno scontro giocato ad armi impari, come un’impronta lasciata improvvidamente sulla sabbia una volta salita la marea. Potremmo forse leggere questo nuovo lavoro di Steve Wright anche come un saggio di archeologia politica. E per almeno due ragioni. Perché ci mostra la forma di vita elementare – che cosa ha significato essere liberi – all’interno dell’ultima comunità anti-sistemica di massa, prima della rivoluzione digitale. E perché ci costringe però, nello stesso tempo, ad alzare lo sguardo ben al di là dei confini di quella comunità e del nostro Paese se vogliamo capire il senso del suo annientamento.

Bibliografia

Steve Wright, Storming Heaven. Class Composition and Struggle in Italian Autonomist Marxism, Pluto Press, London 2002 (trad. it. L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo, Edizioni Alegre, Roma 2008).

Steve Wright, The Weight of the Printed Word. Text, Context and Militancy in Operaismo, Brill, London 2021.