Pianificazione e controllo dei lavoratori

di Nadia Garbellini

Da decenni ci sentiamo ripetere che lo Stato è pachidermico, inefficiente, impone “lacci e lacciuoli” all’iniziativa privata e ne spiazza gli investimenti. Bisogna quindi limitarne il ruolo alla rimozione degli ostacoli alla libera concorrenza, lasciando al mercato il compito di realizzare felicemente la configurazione di equilibrio in corrispondenza della quale ognuno riceve quanto merita e tutto funziona alla perfezione.

Ciò viene affermato con forza non solo dalle organizzazioni padronali – che dopo tutto fanno il loro lavoro – ma anche dai partiti dell’intero arco costituzionale, che inorridiscono quando sentono parlare di intervento statale. Quando però qualche evento “esogeno” mette a repentaglio i profitti privati, ecco che sono gli imprenditori i primi a invocare l’intervento dello Stato affinché paghi i loro lavoratori, elargisca contributi, rinunci a riscuotere le tasse ecc.

Eppure, è proprio l’assunzione del rischio ciò che, secondo la vulgata, giustifica l’enorme disparità nella distribuzione del valore aggiunto tra profitti e salari. Il lavoratore non rischia nulla, e quindi si deve accontentare di remunerazioni esigue. L’imprenditore invece rischia sulla propria pelle, e quindi è giusto compensare con profitti assai ricchi gli eventuali periodi di magra.

Ma il padrone non si accontenta mai. Dopo aver sfruttato lavoratori e ambiente per il suo massimo profitto, vuole spremere anche le casse dello Stato. Non possiamo sforare i sacri vincoli di Maastricht per rimettere in sicurezza le infrastrutture, far frequentare ai nostri figli scuole che non crollino loro in testa, garantire ai soggetti più deboli un’adeguata assistenza socio-sanitaria. Però bisogna andare a Bruxelles a battere i pugni sul tavolo quando si tratta di difendere i profitti.

Anni e anni di spoliazioni, tagli forsennati, privatizzazioni e liberalizzazioni hanno stremato il nostro Sistema sanitario nazionale (Ssn), ed ecco che ci si accorge che in caso di emergenza i posti letto – e il personale – non sono sufficienti. Per non parlare dello smembramento territoriale del sistema sanitario, che ha portato le relative competenze in capo alle regioni – con la Lombardia che ne ha ampiamente approfittato per drenare risorse dal pubblico e dirottarle verso il privato, meglio se affiliato a Comunione e liberazione – salvo poi lamentarsi della mancanza di coordinamento.

Ma torniamo alle imprese. La tendenza degli ultimi anni, in fatto di modelli gestionali e di business, è la Lean production. Le imprese producono solo ed esclusivamente quel che serve nell’immediato, eliminando scorte di prodotti finiti, semilavorati e componentistica varia, in modo da eliminare le spese di gestione del magazzino ed essere il più flessibili possibile – e, ovviamente, massimizzare il profitto.

L’errore è quello di pensare che un sistema estremamente complesso e interconnesso come quello delle catene globali del lavoro sia in grado di coordinarsi. Il sistema, per sua natura, diventa sempre più instabile. L’utilizzo dei termini di catene globali del lavoro e di produzione è da preferirsi, a mio avviso, a quello più generico ma molto in voga nel mainstream di catene globali del valore. Riferirsi a catene globali del lavoro consente di riferirsi meglio alla materialità dei processi e, soprattutto, di cogliere l’elemento che sta alla base di queste costruzioni che derivano da decisioni politiche delle imprese: decisioni finalizzate, da una parte a riorganizzare la produzione sfruttando i differenziali salariali esistenti tra le diverse aree geografiche, dall’altra a frantumare le classi lavoratrici dei diversi paesi e metterle in competizione tra loro.

La prima grande preoccupazione del
Governo è stata l’approvigionamento
dei beni essenziali

Cosa accade se, per ragioni impreviste, la produzione si blocca? Le imprese si ritrovano nell’impossibilità di evadere gli ordini, che spesso arrivano da altre imprese, che a loro volta si trovano di fronte a un collo di bottiglia che ne blocca l’attività, e così via. È quanto è accaduto agli inizi di marzo, dopo che il Governo ha decretato il lockdown. Sono state settimane frenetiche, soprattutto per chi seguiva le vicende sindacali: finalmente ci si rendeva conto dell’importanza del lavoro operaio, ben lungi dall’essere scomparso, e per una breve quanto intensa finestra temporale le lotte operaie hanno fatto comparire nel dibattito pubblico il tema della pianificazione. Purtroppo, il dibattito è stato come sempre superficiale e del tutto incapace di cogliere le questioni cruciali in un’ottica di classe. Quindi, del tutto irrilevante.

Eppure, questa crisi dovrebbe aver chiarito un elemento fondamentale: occorre una pianificazione centralizzata delle catene produttive per garantirne il funzionamento, soprattutto in caso di emergenza – individuando canali di fornitura alternativi, provvedendo all’accantonamento di scorte a cui attingere in caso di fermo, e così via. Solo lo Stato è in grado di farlo.

La prima, grande preoccupazione del Governo – che ha giustificato la mancata chiusura di moltissime attività – è stata l’approvvigionamento dei beni essenziali. Dispositivi di protezione per il personale medico, ventilatori polmonari, reagenti per i tamponi: sembrava impossibile reperire anche delle semplici mascherine. Ricordiamo tutti l’episodio della partita bloccata alla dogana tedesca, e lo sfiorato incidente diplomatico. La Germania, nel mese di marzo, cioè nel picco della pandemia, decise di introdurre restrizioni all’esportazione di mascherine, suscitando la reazione di alcuni paesi europei, tra i quali l’Italia: questo mandò nel panico il Governo, incapace di garantire la fornitura di questi dispositivi di protezione essenziali.

Il Governo ha incaricato un commissario di occuparsi degli approvvigionamenti mediante un’agenzia pubblica, garantendo il coordinamento di domanda e offerta. Purtroppo, queste non sono cose che si possono risolvere in poche ore costruendo un sistema di incentivi e attendendo che dispieghi i suoi incerti effetti. Le imprese produttrici di questi beni si muovono esclusivamente in una logica di mercato: vendono i loro prodotti come, dove e quando conviene a loro. Le stesse decisioni produttive (volumi, prodotti ecc.) sono soggette a queste “leggi”, spesso incompatibili con l’interesse generale. Lasciare al mercato queste decisioni non risolve nulla: occorre che un decisore centrale possa impartire direttive alle unità produttive in grado di essere riconvertite per produrre ciò che serve. Non solo: occorre che il decisore centrale possa controllare anche le catene di fornitura di queste unità produttive. Solo un sistema pianificato è in grado di ottenere un simile risultato.

Parlando di pianificazione, non può che venire in mente l’Urss, vero e proprio spauracchio agitato per sottolineare i pericoli di una sanguinaria dittatura. Nessuno si pone mai un altro problema: siamo grado di riprendere quel modello e fare di meglio? La domanda, in realtà, è duplice – o meglio, riguarda due aspetti certamente connessi ma separati. Da un lato, quello tecnologico; dall’altro, quello politico.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la risposta è senza ombra di dubbio sì, possiamo decisamente fare di meglio. Oggi la tecnologia – specialmente nel campo dell’Information Technology – ci metterebbe in grado di operare un controllo estremamente preciso delle catene di fornitura. Le grandi imprese private stanno già investendo ingenti risorse nei cosiddetti software per il supply chain management, specialmente a partire dalla fase di lockdown. Da un punto di vista pratico, quindi, la pianificazione centralizzata è assolutamente possibile.

Rimane il secondo aspetto: un sistema simile è auspicabile? Chi prenderebbe le decisioni, chi eserciterebbe il controllo, con quali strumenti? La prima decisione da prendere riguarda gli obiettivi del piano: cosa, dove, e come produrre. Questa deve necessariamente essere una decisione politica, presa a livello nazionale e collettivo tramite gli strumenti della rappresentanza e della partecipazione democratica. La seconda decisione riguarda invece l’organizzazione della produzione una volta stabiliti gli obiettivi generali, nelle singole unità produttive.

Un tentativo in questo senso è stato compiuto in quella fase dei Consigli di gestione in cui Rodolfo Morandi – esponente del partito socialista e ministro dell’Industria dal 1946 al 1947 – elaborò e presentò il suo disegno di legge, che di fatto si poneva l’obiettivo di assegnare ai Consigli di gestione dei compiti extra-fabbrica, precisamente come elemento fondamentale di partecipazione operaia nella pianificazione economica statale. Era il 1946, e si cercava il modo di dare alla classe lavoratrice un ruolo di responsabilità nella ricostruzione del paese, che non si limitasse a una mera funzione consultiva in subordine alle decisioni padronali, ma che implicasse anche uno sguardo generale sui grandi obiettivi economici quali la piena occupazione, il benessere economico e sociale, le riforme di struttura. Alla classe lavoratrice si riconosceva anche, in questo modo, una sorta di risarcimento per le gravi perdite subite negli anni precedenti.

I Consigli di gestione, la cui nascita spontanea nelle fabbriche del Nord venne formalizzata con un decreto del Clnai (Comitato di liberazione nazionale alta Italia), inizialmente, per usare le parole di Morandi, «assicurarono la vita della nostra industria nella fase più delicata del trapasso, quando le colpe o la pavidità di tanti dirigenti o la somma prudenza del capitale la lasciarono abbandonata a sé (…). Nella carenza di autorità furono i Consigli di gestione, costituiti dagli operai e dai tecnici, a salvaguardare gli impianti e a custodire i magazzini (…) principiarono con le loro sole forze a riattare gli impianti e a riprendere, senza nessuna assistenza, il lavoro».

Nelle intenzioni di Morandi i Consigli di gestione dovevano diventare qualcosa di più: oltre al controllo della gestione aziendale, dovevano assumere scopi di portata più generale chiaramente indicati nell’articolo uno del suo disegno di legge: far partecipare i lavoratori all’indirizzo generale dell’impresa, contribuire al miglioramento tecnico e organizzativo dell’impresa, anche trasformandone la produzione e, soprattutto, creare nelle imprese strumenti (dei lavoratori) utili a partecipare alla ricostruzione industriale e alla predisposizione delle programmazioni e dei piani di industria.

Il progetto di Morandi nasceva in un contesto storicamente determinato, e come tale rifletteva le esigenze e i rapporti di forza della società di quell’epoca. Tuttavia, l’idea di utilizzare i Consigli di gestione non solo come organo consultivo o decisionale interno alla singola azienda, ma anche e soprattutto come parte di una struttura organizzata a livello settoriale e geografico – fino ad articolarsi a quello che allora si chiamava ministero dell’Industria – è estremamente attuale.

Sebbene il Piano, infatti, debba necessariamente essere definito al livello nazionale, la sua attuazione non può che essere demandata alle singole unità produttive. Il Piano è un organismo vivo, definito sulla base di stime per loro natura imperfette, e deve quindi essere continuamente aggiustato e rettificato sulla base dell’esperienza concreta e delle nuove informazioni a disposizione. I Consigli di gestione dovrebbero quindi svolgere anche un compito di controllo sul raggiungimento degli obiettivi generali. Nella loro articolazione settoriale (per filiera produttiva) e geografica, dovrebbero discutere gli obiettivi intermedi e confrontarsi sulle eventuali modifiche da introdurre, per poi condividere le conclusioni con il livello centrale.

Naturalmente, l’obiettivo primario della pianificazione dovrebbe essere la piena e buona occupazione. Il controllo operaio su condizioni, tempi e ritmi di lavoro è dunque condizione necessaria perché tale obiettivo sia raggiunto. Se un’azienda pubblica viene gestita secondo i medesimi criteri e standard di una privata, infatti, la sola differenza tra le due è che nella prima è lo Stato, non il padrone, a sfruttare i lavoratori.

Sappiamo tutti, purtroppo, che una prospettiva del genere, alle condizioni date, è ben lungi dal realizzarsi – così come non si realizzò ai tempi di Morandi, il quale dovette a sua volta fare i conti con una situazione politica di certo non propizia. Eppure, di qualche elemento di quel tentativo ci possiamo riappropriare anche oggi, nel campo della rivendicazione politica e sindacale. Per esempio, si potrebbe chiedere di subordinare l’elargizione di aiuti pubblici, in qualsiasi forma e di qualsiasi tipo, alla costituzione di organismi di rappresentanza dei lavoratori dotati dell’autorità di monitorare il comportamento dell’azienda ed eventualmente avviare una procedura d’infrazione. Si fa qui esplicito riferimento ai provvedimenti del cosiddetto Decreto Rilancio, che non affianca ai generosi interventi a favore dell’impresa privata nessuna forma di vincolo sociale.

Il Decreto Liquidità consente alle imprese, tramite una garanzia pubblica per centinaia di miliardi, di ottenere grandi provviste di credito; il Decreto Rilancio, invece, oltre a un ampio novero di contributi, mette a disposizione delle imprese quasi cinquanta miliardi di euro per operazioni di rafforzamento patrimoniale. Le imprese avranno sostanzialmente mano libera nell’utilizzo di questa quantità enorme di risorse pubbliche, senza essere soggette a nessun controllo dal punto di vista degli obiettivi sociali, economici e industriali. La costituzione di organismi dei lavoratori, con finalità analoghe a quelle svolte dai Consigli di gestione potrebbe costituire un valido strumento per l’esercizio del controllo democratico, prefigurando anche un embrione di partecipazione dei lavoratori ai processi di pianificazione. Non si tratta di scrivere a tavolino come dovrà avvenire e come dovrà essere la configurazione della pianificazione, il cui risultato sul piano politico appare ben lontano dall’essere anche solo pronunciato, ma di cominciare a costruire proposte e, possibilmente, esperienze utili a contribuire alla riattivazione dell’iniziativa di classe.

Bibliografia

R. Morandi, Democrazia diretta e ricostruzione capitalistica, Einaudi, Torino 1960.

Lotte operaie nell’emergenza sanitaria

di Matteo Gaddi [1]

Nell’editoriale del numero precedente, scritto di getto nel pieno dell’emergenza Covid-19 e delle lotte operaie, avevamo sottolineato, cogliendolo attraverso il lavoro di inchiesta-lampo, il ruolo dei delegati di fabbrica, cioè di quelle figure capaci, in quella difficilissima situazione, di raccogliere la paura e la rabbia dei lavoratori organizzandola in scioperi, fermate della produzione, rivendicazioni di misure di protezione. I fatti successivi hanno pienamente confermato questa lettura, per certi aspetti rafforzandola e per altri ponendo nuovi problemi.

I delegati sono quindi diventati il punto di riferimento dei lavoratori, con i quali hanno mantenuto un contatto continuo, anche nella difficile situazione segnata dalla sospensione di parte delle attività produttive e successivamente dall’impossibilità, anche con la riapertura delle fabbriche, di tenere assemblee sindacali per evitare gli assembramenti (mentre scriviamo questa prescrizione si è allentata, seppur solo parzialmente, e in parte si riescono a fare assemblee nei luoghi di lavoro).

Disegno: Arpaia

Per garantire una comunicazione continua con i lavoratori, i delegati si sono inventati l’utilizzo di strumenti inusuali, su tutti la creazione di gruppi WhatsApp tramite i quali trasmettere comunicazioni con cadenza quasi giornaliera relative a comunicati sindacali, aggiornamenti del confronto con le imprese, materiali informativi sui diritti dei lavoratori, su cosa fare in determinate situazioni e così via. In questo modo i delegati sono riusciti a tenere assieme i lavoratori e a tentare, pur con tutti i limiti oggettivi del caso, di suscitare forme di partecipazione alla discussione e alla costruzione di iniziative. Sia ben chiaro: l’uso di questi strumenti non potrà mai sostituire l’assemblea di fabbrica o i tanti momenti informali di discussione (in mensa, in pausa, in reparto ecc.): in questo senso la riconquista del diritto di assemblea, che i padroni volevano negare per evitare assembramenti (preoccupazione che nemmeno li sfiora quando si tratta di lavorare in linea, uno di fianco all’altro), è stata una forte richiesta dei delegati e del sindacato. Possono però essere intesi come una forma importante di integrazione degli strumenti classici, per raggiungere una platea più ampia di lavoratori, compresi quelli collocati in smartworking o in cassa integrazione.

In ogni fase di questa crisi, il continuo coinvolgimento dei lavoratori da parte dei delegati è stato un elemento centrale, a partire dalle iniziative assunte per ottenere la sospensione delle attività produttive. Prima ancora che intervenissero i decreti del Governo, diverse fabbriche erano state chiuse dalle lotte operaie: quelle stesse lotte che hanno indotto il Governo ad assumere quei provvedimenti seppur mitigati (per usare un eufemismo) dal meccanismo delle deroghe chiesto a gran voce da Confindustria.

Il ruolo dei delegati è stato fondamentale non solo per organizzare le proteste operaie, ma anche nella fase più delicata, cioè quella di regolamentare le chiusure tramite accordi sindacali sulla cassa integrazione. Su quest’ultimo punto è bene spendere due parole.

Il ricorso alla cassa integrazione, infatti, in questo periodo non ha termini di paragone con gli ultimi 40 anni. Nel periodo gennaio-luglio del 2020 sono state autorizzate oltre 2,7 miliardi di ore; di queste, oltre 2,5 miliardi di ore sono state autorizzate dal 1° aprile al 31 luglio: segno evidente di quanto abbia pesato in questi numeri l’emergenza Covid-19 (solo ad aprile infatti l’Inps ha cominciato a lavorare le autorizzazioni delle misure predisposte a sostegno all’occupazione). 

Per dare un’idea di cosa significhino questi numeri, basti pensare che dalle serie storiche dell’Inps si può vedere che i numeri più alti, dal 1980 a oggi, sono stati registrati nel 2010 (1,1 miliardi), nel 2012 (1,1 miliardi), nel 2013 e nel 2014 con 1 miliardo in ciascun anno: questo significa che anche negli anni peggiori della crisi economica iniziata nel 2009 il livello di cassa integrazione – nel periodo gennaio-luglio – era pari a meno della metà di quello attuale.

Il ricorso a questa massa enorme di cassa integrazione è stato, nei casi previsti dalla normativa, contrattato dalle imprese con i delegati e le organizzazioni sindacali nonostante i peana di chi – il mondo dell’impresa, manco a dirlo – protestava sostenendo che l’accordo sindacale avrebbe allungato i tempi di corresponsione del sostegno economico ai lavoratori.

In ogni fase di questa crisi il continuo
coinvolgimento dei lavoratori da parte
dei delegati è stato un elemento centrale

Strana preoccupazione questa, da parte delle imprese, o meglio, perfettamente comprensibile se si tiene conto della richiesta avanzata da Confindustria in occasione dell’audizione al Senato del 25 marzo, finalizzata a «evitare che in un momento di fortissima contrazione della liquidità siano le imprese a dover far fronte alle anticipazioni per la corresponsione della cassa integrazione ai lavoratori».

Le imprese, quindi, hanno cercato immediatamente di chiamarsi fuori dall’anticipo della cassa integrazione ai lavoratori, costringendoli così ad attendere i tempi dell’Inps, subissata di richieste da esaminare e autorizzare.

Al contrario, con la contrattazione sindacale si è cercato di ottenere l’anticipo della cassa integrazione e in questa direzione sono stati firmati tantissimi accordi anche alla luce del fatto che la posizione di Confindustria è stata facilmente sbugiardata. Per capire se l’allarme di Confindustria fosse fondato o meno, abbiamo analizzato i bilanci delle imprese italiane con più di 50 dipendenti. Dai dati al 31 dicembre 2018, cioè in base all’ultimo bilancio allora depositato, non è stato difficile calcolare che queste imprese complessivamente disponevano di liquidità immediate pari a quasi 140 miliardi di euro, di cui 58 riferiti al settore della manifattura, cioè al settore più interessato dalla conflittualità di quei giorni.

Ancor più nello specifico, ogni volta che un’impresa si ostinava a negare la disponibilità all’anticipo della cassa, il sindacato forniva ai delegati una sintetica analisi di bilancio che dimostrava, dati alla mano, come nella larghissima parte dei casi le risorse ci fossero. Al tempo stesso è stato possibile cercare di ottenere, a carico delle imprese, un’integrazione salariale della cassa integrazione che prevede una decurtazione non indifferente dello stipendio.

Senza contrattazione sindacale niente di questo sarebbe stato ottenuto, così come non sarebbe stato possibile regolamentare l’utilizzo della cassa integrazione, magari attraverso forme di rotazione dei lavoratori in modo da distribuire equamente i sacrifici salariali.   

Con la ripresa delle attività produttive si è reso necessario intervenire anche sulla relazione tra le norme di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e l’attuale organizzazione del lavoro.

Certo, ovunque sono stati firmati i Protocolli sulla salute e la sicurezza, ma un conto è quello che c’è scritto sulla carta, altra cosa sono le condizioni concrete di lavoro. Ogni protocollo aziendale ha istituito, come previsto dal Protocollo nazionale del 14 marzo (formalizzato anche con un decreto il 24 aprile), l’istituzione di un Comitato tecnico, con la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori, per definire le misure di sicurezza da implementare e monitorarne l’impatto reale.

Ecco che per i delegati si è aperta una possibilità che negli ultimi anni era completamente chiusa: quella di mettere le mani sull’organizzazione del lavoro, materia tabù per le imprese in quanto considerata indisponibile alla contrattazione e di competenza esclusiva delle direzioni aziendali che in questo modo hanno potuto rafforzare il comando d’impresa sul lavoro.

L’occasione è stata quella di verificare se le misure di salute e sicurezza previste nei protocolli erano compatibili o meno con l’organizzazione del lavoro, dal punto di vista di tempi e metodi, cadenze e intensità del lavoro, organizzazione dei processi produttivi e layout di linee e reparti, pause, riduzioni di orario di lavoro e quant’altro.

L’idea che sta alla base di questo ragionamento è che le principali misure previste dal Procotollo sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro del 24 aprile siano incompatibili con l’attuale organizzazione del lavoro (periodica sanificazione degli ambienti di lavoro, igienizzazioni, mantenimento di distanze interpersonali non inferiori a un metro, utilizzo di dispositivi di protezione individuale (Dpi), misure per evitare assembramenti negli spazi comuni ridefinizione degli spazi di lavoro e delle turnazioni. rimodulazione dei livelli produttivi ecc.). Solo la contrattazione di tutti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro può consentire di applicare concretamente tutte queste misure; al tempo stesso questo intervento costituisce una messa in discussione complessiva di come si lavora nelle fabbriche italiane.

Sono stati organizzati, da diverse strutture territoriali della Fiom, dei corsi di formazione per fornire ai delegati degli strumenti utili alla contrattazione; corsi che si sono trasformati in momenti di discussione collettiva e di inchiesta, utili a costruire una conoscenza comune derivante direttamente dal sapere operaio, cioè di chi lavora.

Siamo partiti dalla lezione degli operai del Consiglio di fabbrica della Fiat degli anni Settanta: ogni delegato ha disegnato la “mappa grezza” del proprio reparto/linea e dell’intero stabilimento. È stata così costruita una prima mappa di riferimento su diverse questioni chiave, tra cui, tra le tante, come sono organizzati i processi di lavoro, dove sono collocati i lavoratori, quali mansioni svolgono, che interazione si svolge fra essi, dove sono ubicati gli impianti e le linee.

Per ogni postazione di lavoro si è cercato di indicare il tempo ciclo assegnato, l’esistenza o meno di macchine/impianti che funzionano secondo un tempo ciclo incorporato (per esempio nel computer di bordo macchina/linea), i carichi di lavoro e l’esposizione ai rischi.

Si è partiti da queste “mappe grezze” [2] per discutere di come “allargare” i tempi ciclo assegnati per ridurre l’intensità e i carichi di lavoro in modo da permettere una maggiore attenzione al rispetto delle norme di sicurezza. I tempi ciclo sono, da sempre, definiti dalle aziende per massimizzare la saturazione di ogni lavoratore e aumentare la produttività/redditività aziendale: da essi dipendono l’intensificazione della prestazione lavorativa e il carico di lavoro. Questo è vero sempre, a maggior ragione lo è in questa fase di emergenza in cui si devono considerare anche le conseguenze sul “sovraccarico mentale”, dovuto sia all’attenzione da prestare al lavoro e alle norme di sicurezza “ordinarie”, sia a quella da prestare alle norme di sicurezza “straordinarie” del Covid-19. 

L’allargamento dei tempi ciclo può essere ottenuto agendo sui fattori di maggiorazione, raggruppabili in tre grandi “famiglie”: fattori di affaticamento (posture, sforzi fisici, frequenze ecc.), fattori ambientali (rumore, temperatura, illuminazione, polveri/odori e altro); fattori tecnico-organizzativi (tra cui gli imprevisti dovuti ai materiali, agli strumenti di lavoro, al processo); a cui si aggiunge la maggiorazione per la fruizione del bisogno fisiologico.

Discutere sulle percentuali di maggiorazione da aggiungere al tempo cronometrato dal tempista (e poi “normalizzato” in base al giudizio di efficienza – il famigerato “passo”), significa discutere l’intera condizione di lavoro e costringere l’impresa a negoziarla con i delegati e il sindacato.

Per esempio, l’utilizzo dei Dpi, come la mascherina, è assolutamente necessario, ma al tempo stesso va riconosciuto che il fatto di indossare una mascherina per otto ore di lavoro comporta un affaticamento maggiore, nonché la necessità periodica di poterla togliere per migliorare la respirazione, per rinfrescarsi, per guadagnare qualche periodo di riposo. Deriva da qui la richiesta di una maggiorazione adeguata che tenga conto di questi aspetti. 

Ovviamente questa richiesta non può arrestarsi di fronte al fatto che le macchine a controllo numerico computerizzato (Cnc) utilizzate nelle fabbriche incorporano il tempo ciclo. Quest’ultimo, infatti, risulta sempre più vincolante per i lavoratori, sia per la continua compressione dello stesso, sia per la sua definizione in automatico e in continuo, tramite gli strumenti di pianificazione e schedulazione della produzione (Erp e Mes di Industria 4.0). I tempi ciclo incorporati nelle macchine non sono “oggettivi”, ma dipendono direttamente dalle decisioni politiche delle imprese.

Ridurre la saturazione, cioè il rapporto tra il “tempo lavorabile” (cioè quanti minuti un operaio è in postazione) e il tempo di durata del turno di lavoro (480 minuti), consente di ridurre i carichi di lavoro. Si deve tener conto dei minuti necessari per garantire l’ingresso e l’uscita dalla fabbrica in maniera scaglionata e in sicurezza: non ci si presenta ai cancelli alle 5,30 se il turno comincia alle 6 per non regalare mezz’ora al padrone e la stessa cosa vale per l’uscita. Così come si deve tener conto di quei minuti necessari a garantire una fruizione sicura degli spazi comuni (come la mensa): tutto ciò contribuisce ad abbassare il “tempo lavorabile”. 

Una ulteriore riduzione del “tempo lavorabile” è costituita dall’intervento sul fattore di maggiorazione per fabbisogno fisiologico, cioè quella percentuale di tempo-turno che deve essere riconosciuta ai lavoratori per andare in bagno. Può sembrare strano parlare di questa cosa nel 2020, ma nelle fabbriche è ancora necessario dare battaglia per vedersi riconosciuto questo diritto: il 6% del tempo-turno di maggiorazione per bisogno fisiologico, pari a 28 minuti, non solo deve essere garantito, ma possibilmente ampliato. Un discorso analogo va fatto per le pause per garantire il necessario riposo agli operatori, aumentandole di numero e ampliandone la durata.

Alla riduzione della saturazione concorrono anche i tempi dedicati agli interventi di sanificazione degli ambienti, se fatti durante il turno, e delle igienizzazioni dei posti e degli strumenti di lavoro: questi ultimi, quando sono eseguiti dagli operatori di produzione, devono essere considerati tempo di lavoro, non un regalo all’impresa.

Quindi, dai 480 minuti di turno, dovranno essere sottratti i minuti per la gestione di ingressi e uscite scaglionate; quelli per le pause, o quelli per l’allargamento del fattore fisiologico, quelli per le sanificazioni/igienizzazioni. In questo modo si otterrà un tempo “lavorabile” più basso che in precedenza. Sommando la riduzione della saturazione con l’allargamento dei tempi ciclo grazie all’aumento delle maggiorazioni, il carico di lavoro massimo individuale, assegnabile a ciascun lavoratore, viene abbassato. Si tratta di un doppio strumento di contrattazione in grado di mettere in difficoltà il comando di impresa sul lavoro vivo: ne escono volumi di produzione realizzabili più bassi o, in alternativa, allargamenti dell’organico qualora l’impresa non voglia rinunciare a parte del fatturato.

Contrattare i tempi ciclo, le saturazioni, i carichi di lavoro, i volumi realizzabili e gli organici significa contrattare in concreto le condizioni di lavoro, uscendo dalle fumisterie ideologiche e cominciando a mettere in campo un’idea concreta, e di classe, di organizzazione del lavoro. 

Grazie alle conoscenze dei delegati è stato possibile discutere di tutti questi aspetti, delle diverse condizioni di fabbrica e lavorative per sottoporre a critica l’organizzazione del lavoro imposta dalle imprese. Sono state raccolte informazioni nel modo più dettagliato possibile, sono state ordinate e sistemate per farle diventare patrimonio comune. In questo modo si sono potute definire “griglie di analisi” e costruire collettivamente delle piattaforme rivendicative sia di carattere generale che per situazioni specifiche. I corsi che abbiamo citato, infatti, sono stati momenti collettivi di formazione, di discussione, di analisi critica e di formulazione di una proposta rivendicativa.

Quest’analisi ha messo in luce anche l’incompatibilità di un’organizzazione del lavoro fondata su salute e sicurezza con i pilastri e le tecniche della Lean Production (e di Industria 4.0). È incompatibile innanzitutto la distinzione tra attività a valor aggiunto (Vaa) e attività prive di valore aggiunto (Nvaa): una distinzione finalizzata unicamente a garantire la maggior saturazione possibile dei lavoratori attraverso un’intensificazione della prestazione lavorativa che non ammette “sprechi” (pause e tempi di attesa). O, ancora, che impone la riduzione del numero di postazioni, per risparmiare spazi e personale: meno lavoratori, su meno postazioni, più vicini tra loro per rendere teso il flusso di produzione eliminando ogni possibile porosità del tempo di lavoro.

La crisi da Covid-19 ha evidenziato anche la fragilità del Just in Time sia all’interno che all’esterno della fabbrica. L’azzeramento delle scorte, in ossequio ai principi di minimizzazione di spese e “sprechi”, ha dimostrato come sia sufficiente interrompere, in qualsiasi parte, il flusso teso per mandare in crisi un sistema. In questo senso il virus, con il suo portato di lockdown e confinamenti, è stato devastante nello sbriciolare catene di produzione costruite a livello internazionale in decenni di delocalizzazioni, investimenti diretti esteri, o semplici esternalizzazioni sul territorio.

Poco hanno potuto anche le potenti tecnologie informatiche di Industria 4.0 che avrebbero dovuto realizzare un network perfettamente sincronizzato e monitorato in tempo reale di tutti i nodi della rete produttiva. Noi che abbiamo sempre denunciato con fermezza il famigerato meccanismo delle deroghe prefettizie, che hanno consentito l’apertura di oltre 120.000 imprese (dati del Ministero dell’Interno) durante il lockdown, possiamo porci questo dubbio: quante di esse erano coinvolte in questo meccanismo che combinava esternalizzazione e Just in Time? Al netto dell’inaccettabile posizione di Confindustria, che forniva sostegno attivo affinché più imprese possibili presentassero deroga al prefetto pubblicando sui propri siti i moduli di auto-dichiarazione, quante imprese dovevano per forza produrre parti e componenti perché i magazzini delle imprese delle filiere fondamentali erano vuoti?

Una ripresa dell’iniziativa di classe non può che coinvolgere a pieno titolo il modello di produzione generale (Lean Production, Industria 4.0, esternalizzazioni) costruito dal capitale. Certo, le catene di produzione potranno essere oggetto di pesanti ristrutturazioni. Ma chi sarà a guidare tali processi e con quali obiettivi? Saranno ancora una volta le logiche del capitale o le lotte operaie, magari in grado di determinare un intervento attivo regolatore dello Stato? Ecco quindi la necessità, per il movimento di classe, di comprendere quanto centrale sia il ruolo dei delegati di fabbrica: per quello che hanno fatto durante l’emergenza Covid-19 e, soprattutto, per quello che potrebbero ancora fare.

Disegno: Pat Carra

Cronache di lotte operaie

Fincantieri Le lotte a Marghera sono scoppiate quando gli operai del cantiere, come quelli di tutte le fabbriche italiane, si sono resi conto della contraddizione: ma come, il Governo chiude tutto tranne le fabbriche?

In fabbrica, e a maggior ragione in un cantiere navale, specie quando si lavora a bordo nave dove gli spazi sono ristretti, mantenere le distanze è impossibile; inoltre si formano assembramenti sia in entrata che in uscita (a Marghera le presenze in cantiere si aggirano attorno alle 5.000 unità giornaliere), negli spazi comuni, alle fermate degli autobus e sui mezzi di trasporto dove i lavoratori, in particolare quelli stranieri, viaggiano pigiati uno sull’altro.

La Fiom ha inizialmente segnalato l’impossibilità di garantire la sicurezza in tali condizioni: un focolaio in una situazione simile sarebbe stato devastante, oltretutto rendendo quei lavoratori diffusori del virus sul territorio. La richiesta di chiusura del cantiere è stata documentata con fotografie e filmati mandati direttamente alla Prefettura, ma la direzione aziendale si è dimostrata sorda a tali richieste suscitando così il primo sciopero di due ore, proclamato da Fiom e Fim per verificare il grado di adesione degli operai. Nelle due ore di sciopero il cantiere si è svuotato nonostante le minacce di capi e caporali, e così è stato immediatamente proclamato un ulteriore sciopero di otto ore. Mentre la Uilm pubblicava comunicati di scomunica di queste iniziative, in cantiere si presentavano solo trenta impiegati. 

Gli scioperi hanno ottenuto il risultato di piegare la volontà aziendale e così il cantiere è stato chiuso, ma ecco la contromossa di Fincantieri: coprire i giorni di chiusura imponendo ai lavoratori l’utilizzo delle ferie del 2020. Il segnale aziendale era chiaro: utilizzate le ferie in marzo e aprile e ve le scordate in luglio e agosto, quando il cantiere dovrà restare aperto per recuperare la produzione perduta. Questa soluzione sarebbe stata pesantissima per i lavoratori degli appalti che, pagati attraverso il famigerato meccanismo della paga globale, avrebbero subito una pesante decurtazione salariale. A Marghera, nonostante il lockdown e l’impossibilità di muoversi, tramite l’utilizzo di strumenti digitali (in particolare WhatsApp) sono state raccolte centinaia di firme tra i lavoratori per scongiurare questa possibilità. Successivamente è stato firmato a livello nazionale un accordo, che ha previsto la sospensione delle attività nei cantieri navali mediante il ricorso alla cassa integrazione con causale Covid-19.

Uno scontro ulteriore si è però registrato al momento della ripresa produttiva, in maggio, in occasione della definizione del Protocollo per la sicurezza, non sottoscritto dalla Fiom in quanto ritenuto un documento punitivo nei confronti dei lavoratori, in particolare di quelli degli appalti. Con questo protocollo, infatti, la responsabilità è stata scaricata sui lavoratori, rei di togliersi la mascherina per cambiarla quando diventa inutilizzabile o mentre fanno la doccia negli spogliatoi. Sono fioccate multe da parte dei guardiani interni da 500 euro a lavoratore, comminate nei confronti delle ditte di appalto, le quali le hanno immediatamente scaricate sull’operaio incriminato con trattenuta diretta in busta paga. In questi casi la vertenza individuale – con l’appoggio della Fiom – scatta immediatamente, ma rende ancor più evidente la necessità di organizzare sindacalmente le migliaia di lavoratori degli appalti, altrimenti in balia di Fincantieri e dei caporali delle loro ditte.

A fine agosto, con presenze giornaliere in cantiere superiori alle quattromila unità, sono stati riscontrati cinque casi di Covid-19, tutti riferibili ai lavoratori degli appalti, alcuni accertati tramite termoscanner ai cancelli d’ingresso. Una situazione molto preoccupante, visto che nel cantiere si lavora a pieno regime e a ritmi forsennati per rispettare la consegna della prossima nave da crociera. Una situazione che rischia di far saltare qualsiasi misura di sicurezza e che obbliga i lavoratori, in particolare quelli degli appalti, a lavorare a ritmi elevatissimi, in spazi ridotti, riducendo il più possibile i tempi delle lavorazioni. Potrebbe non essere casuale il fatto che i casi di Covid-19 rilevati all’ingresso dello stabilimento abbiano interessato i lavoratori degli appalti, stranieri, in condizioni di precarietà assoluta e come tali soggetti al ricatto del lavoro e del salario: per loro, in regime di paga globale, non recarsi in cantiere significa perdere i soldi delle giornate di mancato lavoro e forse il posto stesso.

Il sistema degli appalti, in un’impresa come Fincantieri, ha assunto proporzioni impressionanti, ma è talmente esteso a tutte le aziende che ormai si può parlare dello stesso come di un sistema pienamente connaturato all’organizzazione della produzione industriale di questo paese. Ormai non esiste quasi più un’impresa che non abbia appaltato un numero più o meno rilevante di parti del processo, non solo a livello di logistica o di manutenzioni, ma anche di fasi di produzione. Gli appalti sono stati utilizzati dalle imprese per disarticolare e successivamente riorganizzare i processi produttivi giocando sulla messa in competizione dei lavoratori, sull’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti, sulla frantumazione contrattuale e di condizione, sulla ricattabilità. Riteniamo il tema talmente rilevante che vi torneremo prossimamente per un approfondimento.

Comer – La Comer, azienda reggiana produttrice di componentistica per macchine agricole e a uso industriale (costruzioni, forestali ecc.), in giugno ha dichiarato l’intenzione di chiudere lo stabilimento di Cavriago per trasferirne le produzioni – e i lavoratori – in quello di Reggiolo. Questa scelta è stata ricondotta anche all’emergenza globale dovuta al Covid-19 che starebbe determinando volatilità e imprevedibilità del mercato, rendendo necessarie “efficienze strutturali” per conseguire una maggiore competitività. Nonostante nei comunicati aziendali venga sottolineata la semplice natura di spostamento dell’operazione, senza la dichiarazione di esuberi, immediatamente tra i lavoratori si è diffusa la sensazione che si trattasse, in realtà, di licenziamenti mascherati.

I due stabilimenti, infatti, distano circa 40 km di strada normale, che diventano 56 qualora si scelga di utilizzare l’autostrada. Formalmente l’azienda ha utilizzato un articolo del Contratto nazionale che consente spostamenti entro il raggio di 50 km, sapendo benissimo, tuttavia, che per la maggior parte dei lavoratori dello stabilimento di Cavriago la strada da percorrere sarebbe stata molto più lunga, in quanto residenti nei paesi della parte ovest della provincia o della montagna reggiana: un lavoratore per andare al lavoro parte da casa, non dallo stabilimento in cui era precedentemente impiegato. Questo comporta anche costi non indifferenti di trasporto, visto che per molti significa fare oltre 100 km al giorno in auto. Diversi lavoratori, inoltre, sono gravati da carichi famigliari non indifferenti: non si tratta solo della gestione dei figli, ma anche di genitori anziani e non autosufficienti.

Immediatamente è scattata la protesta operaia per impedire lo spostamento dei lavoratori che, per molti di loro, avrebbe coinciso con l’inevitabile presentazione delle dimissioni. Il sindacato ha dovuto da subito definire una strategia che tenesse conto del fatto che questo stabilimento è stato storicamente il meno sindacalizzato e combattivo del gruppo: assieme ai lavoratori, alle assemblee ai cancelli della fabbrica, è stato costruito un pacchetto di 60 ore di sciopero articolato cercando di colpire l’azienda. Sono state quindi proclamate due ore al giorno e a rotazione per bloccare l’uscita delle merci. In questo modo è stato minimizzato il danno economico per gli scioperanti e massimizzato – nelle condizioni date – il danno all’azienda.

Il presidio ai cancelli, con il supporto della struttura Fiom di Reggio Emilia, è durato quasi un mese, durante il quale è stata organizzata anche un’inchiesta-lampo mediante questionario. Scopo dell’inchiesta-lampo è stato quello di comprendere quali erano i principali svantaggi che la proposta aziendale avrebbe comportato e di capire qual era lo stato d’animo dei lavoratori rispetto ad alcune dichiarazioni aziendali finalizzate a tranquillizzare i lavoratori rispetto a possibili esuberi.

Va sottolineato infatti che l’azienda, da subito, ha cercato di tagliare fuori le organizzazioni sindacali proponendo ai lavoratori l’istituzione di un tavolo di ascolto dei bisogni gestito individualmente: un rapporto diretto, quindi, tra impresa e singolo lavoratore che avrebbe cancellato il ruolo di rappresentanza collettiva delle Rsu e delle organizzazioni sindacali.

Nonostante l’intransigenza dell’azienda, che avrebbe preteso di essere ringraziata per aver presentato un piano industriale che aumentava la propria competitività, si è giunti a un accordo che prevede uno scivolo al pensionamento per una decina di lavoratori, la messa a disposizione di incentivi all’esodo volontari, il parziale mantenimento di attività produttive a Cavriago, la messa a disposizione di un autobus a spese dell’azienda per il trasporto dei lavoratori trasferiti a Reggiolo.

Non ci interessa valutare il merito dell’accordo, oltretutto approvato a stragrande maggioranza dall’assemblea dei lavoratori. Ci interessa piuttosto raccogliere alcune indicazioni di questa lotta attraverso gli interventi che si sono espressi in assemblea, dove i lavoratori hanno affermato di aver scoperto il valore dell’unità nel corso della lotta, di aver ottenuto il riconoscimento delle rappresentanze sindacali come soggetto legittimato al confronto con l’azienda senza nessuna condizione di subalternità, ma su un piano di pari dignità. Soprattutto è stato riconosciuto il valore del conflitto, come elemento unificante dei lavoratori e capace di produrre una dimensione collettiva del confronto con l’azienda che, altrimenti, sarebbe avvenuto a livello meramente individuale e quindi sicuramente peggiorativo rispetto alle condizioni ottenute.

L’azienda, da subito, ha cercato di tagliare
fuori le organizzazioni sindacali proponendo ai
lavoratori un tavolo di ascolto dei bisogni

Corneliani La crisi della Corneliani di Mantova, una delle prime due-tre griffe nella produzione di abiti da uomo, comincia a manifestarsi nel novembre scorso, quando in occasione della presentazione del piano industriale l’azienda annuncia l’intenzione di procedere con 130 esuberi entro il gennaio del 2020.

Le mobilitazioni operaie conquistano un tavolo di trattativa che, dopo mesi di duro confronto, consente di arrivare a un’intesa che azzera gli esuberi, apre una procedura di Cassa integrazione con la possibilità di attivare scivoli pensionistici e incentivi all’esodo volontari. Ma il giorno prima di siglare ufficialmente l’accordo, le sedi istituzionali in cui si era giocata questa partita (Regione Lombardia e ministero dello Sviluppo economico) chiudono i battenti per il lockdown. Tutto sospeso, quindi, compresa la chiusura dei negozi che rende impossibile la vendita dei capi prodotti e aggrava la situazione finanziaria della Corneliani. Ma anche con i negozi chiusi la Corneliani vorrebbe continuare a produrre e solo gli scioperi consentono di arrivare alla sospensione delle attività nelle settimane più dure di diffusione del virus. Con la riapertura della fabbrica in maggio, cominciano a farsi sentire i colpi delle mancate vendite, un problema comune a tutto il settore del tessile-abbigliamento le cui vendite nel primo semestre dell’anno sono crollate di quasi il 50% rispetto all’anno prima.

A fronte di queste difficoltà finanziarie, l’azienda in un primo momento comunica alla Rsu il ricorso alla cassa integrazione: un campanello d’allarme non indifferente visto che si stava programmando la produzione della stagione autunno-inverno che avrebbe dovuto costituire il momento di ripresa per la Corneliani. E infatti, a strettissimo giro di posta, il consiglio di amministrazione della Corneliani delibera l’attivazione della procedura di concordato preventivo con la chiusura della fabbrica.

Cominciano così i 50 giorni di lotta che avrebbero trasformato i cancelli della Corneliani nello spazio in cui tenere unite le lavoratrici per organizzare tutte le iniziative necessarie a salvare il posto di lavoro. La Filctem-Cgil di Mantova ha cercato innanzitutto di mantenere aggregate le lavoratrici che, con la fabbrica chiusa, avrebbero rischiato di vivere la crisi in una condizione di solitudine e, successivamente, di attivare un percorso che in maniera progressiva mettesse in campo iniziative di lotta. Per questo, il presidio continuo dei cancelli è stato, al tempo stesso, sia la base operativa in cui discutere collettivamente le iniziative da assumere e gli aggiornamenti della lotta, sia il luogo di una serie di momenti di socialità aperti alla città, tra cui, per esempio la proiezione del film “7 minuti” con la presenza di Ottavia Piccolo, cene collettive, colazioni e merende protetti dagli ombrelloni. Soprattutto, il piazzale antistante la fabbrica è diventato il palcoscenico in cui dar voce a quelle lavoratrici che producono abiti da uomo da 1.700 euro, raccontando così il loro lavoro (in gran parte sartoriale) e l’orgoglio di far parte di una comunità operaia che nei giorni del presidio ha costruito legami di solidarietà e di unità.

Nonostante il decreto Salvini sulle manifestazioni e le restrizioni del Covid-19, si è riusciti a organizzare un corteo di magliette rosse che ha invaso il centro di Mantova mettendo al centro la questione operaia e suscitando la solidarietà dell’intera città: un salto di qualità che ha catturato l’attenzione delle istituzioni e della politica. In un crescendo di partecipazione e di lotta si è arrivati all’accordo del 22 luglio presso il Mise, che ha attivato uno degli strumenti previsti dal Decreto Rilancio: cioè il fondo da cento milioni di euro, rifinanziabile, grazie al quale lo Stato può intervenire per la salvaguardia dei livelli occupazionali e della continuità delle imprese titolari di marchi storici di interesse nazionale. Lo Stato, quindi, attraverso questo fondo interviene nel capitale di rischio delle imprese, per guidare operazioni di salvataggio. Ecco perché questo accordo ha suscitato l’indignazione di liberisti come Mario Monti, ma soprattutto ecco spiegata la posizione di Bonomi che vorrebbe confinare la risoluzione delle crisi industriali al ministero del Lavoro.

Se una crisi viene seguita soltanto dal ministero del Lavoro si concluderà, al massimo, con un po’ di cassa integrazione e tante belle promesse di ricollocazione dei lavoratori – quasi mai concretizzate. L’impresa chiude e tanti saluti a chi ci lavora. Se, al contrario, viene previsto anche il coinvolgimento del Mise, rimangono aperte possibilità di intervenire anche sul piano industriale con un ampio ventaglio di strumenti, per individuare soluzioni che consentano la continuità produttiva. Si tratta di possibilità, non di certezze, che tuttavia consentono tentativi di difendere i posti di lavoro, invece di ricorrere semplicemente a forme di assistenza a breve termine. Anche in questo Bonomi è brutale: se un’impresa decide di chiudere, lo Stato non deve intromettersi, ma limitarsi a qualche forma di tamponamento sociale delle conseguenze.

In questo caso l’intervento dello Stato con le risorse pubbliche del decreto Rilancio ha consentito di superare i problemi di liquidità della Corneliani per sbloccare la situazione e consentire la ripresa produttiva il 3 agosto, per terminare la produzione della stagione autunno-inverno, in modo da mandare ai negozi i vestiti per essere venduti e di aprire la produzione del campionario per la prossima stagione primavera-estate. Nel tessile, infatti, il campionario deve essere pronto un anno prima dell’apertura della stagione per acquisire gli ordini e poi nei sei mesi precedenti si produce.

Questa vertenza, quindi, come del resto sta avvenendo anche in molti altri casi (Acc di Belluno, solo a titolo di esempio), indica l’importanza di allargare il perimetro della lotta di classe anche agli strumenti utili ad attivare politiche industriali finalizzate a garantire la continuità produttiva e occupazionale. L’orientamento definito a livello comunitario e assunto da pressoché tutti i governi europei tende a escludere un ruolo attivo dello Stato nei salvataggi delle imprese, qualificandolo come un elemento “distorsivo” della concorrenza, in nome della capacità del mercato di auto-regolarsi e quindi di espellere le imprese inefficienti o considerate decotte. Ovviamente questo approccio prescinde totalmente dalle conseguenze sociali che si determinano nel concreto e lascia mano libera alle imprese nel decidere come “ristrutturarsi” e riorganizzarsi (anche mediante processi di delocalizzazione, di diversa articolazione produttiva ecc.). Prescinde totalmente, inoltre, da ragionamenti più complessivi sulla struttura industriale e occupazionale di un paese, lasciando che siano le forze del mercato, cioè le direzioni delle imprese, a decidere in merito.

Al contrario, mai come oggi, allo Stato va attribuito un ruolo attivo, in particolare attraverso la partecipazione diretta al capitale delle imprese, per realizzare politiche industriali che rompano con l’ortodossia che si è affermata negli ultimi decenni.

Note

[1] I dati esposti sono frutto di nostre elaborazioni sulla base del database Osservatorio cassa integrazione guadagni e fondi di solidarietà – ore autorizzate dell’Inps.

[2] L’esperienza della “mappa grezza” a cui ci si riferisce è quella elaborata e utilizzata dal Consiglio di fabbrica della Fiat degli anni Settanta, in particolare grazie ai contributi scritti di Gianni Marchetto.

[3] Audizione della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati il 21 aprile 2020. Più precisamente in tale occasione la ministra ha fornito i seguenti dati aggiornati alla data del 9 aprile 2020: 125.833 imprese hanno presentato ai prefetti la comunicazione di prosecuzione delle attività in quanto funzionali alla continuità delle filiere produttive essenziali; solo per 1.749 imprese (cioè l’1,3%) è stata disposta la sospensione. Il secondo canale di deroga era previsto per le attività con impianti a ciclo continuo (per esempio quelli siderurgici): in questo caso sono state presentate 1.600 comunicazioni, di cui solo 45 sono state oggetto di sospensione. Infine, il terzo canale riguardava la possibilità di prosecuzione dell’attività per le imprese operanti nei settori dell’aerospazio, difesa e attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale (definizione quanto mai ampia e discrezionale). In questo caso sono state presentate 1.622 richieste di autorizzazione (almeno in questo caso non si trattava di mera comunicazione, ma di richiesta di autorizzazione), di cui solo 184 negate.

Il lavoro in Veneto. Un’inchiesta di Potere al Popolo!

di Emanuele Caon

Una breve premessa

Durante la fase di maggior emergenza sanitaria PoterealPopolo! (Pap) ha attivato alcune iniziative di solidarietà popolare e un Telefono Rosso: un servizio telefonico di assistenza legale su lavoro e diritti. In Veneto, a fianco di queste attività, da inizio marzo al 4 maggio 2020 si è poi dato vita a un’inchiesta sul lavoro durante l’emergenza. Gli scopi dell’inchiesta erano tre. Innanzitutto tessere relazioni in un momento in cui il lockdown aveva bloccato ogni attività politica di base. Secondo, cercare di capire cosa stesse succedendo, con l’idea di anticipare i tempi: questo a causa dell’impressione che l’emergenza da Covid-19 fosse uno spartiacque tra un prima e un dopo, un vero e proprio evento capace di rimescolare – tanto o poco – le carte in tavola. Infine, le interviste necessarie all’inchiesta si presentavano come un ottimo strumento per agire sulla soggettivazione e la presa di coscienza di lavoratori e lavoratrici.  Un colloquio serrato su argomenti rilevanti e avvertiti come urgenti infatti spinge l’intervistata o l’intervistato a riflettere.

Disegno: Arpaia

L’inchiesta si è mossa secondo una direttrice qualitativa. Sono stati elaborati tre questionari diversificati per lavoro dipendente, freelance e piccoli imprenditori; proponendo l’intervista su appuntamento in forma telefonica. L’unico questionario ad aver dato esiti rilevanti è stato quello sul lavoro dipendente.

Il questionario per i dipendenti era composto principalmente da quesiti su salute, sicurezza e condizioni di lavoro. A partire da domande sui rapporti con colleghi e dirigenti, su momenti di rabbia e occasioni di organizzazione si è cercato anche di cogliere eventuali processi di soggettivazione sia individuali che collettivi; allo stesso fine gli intervistati e le intervistate sono stati sollecitati a fornire idee per fronteggiare l’emergenza e le sue conseguenze.

In pieno lockdown, per realizzare l’inchiesta si è partiti dai conoscenti, amiche, amici e familiari. Sono state tutte interviste telefoniche, alla fine di ogni telefonata si chiedeva di avere qualche contatto per continuare l’indagine, avendo la premura che l’intervistato ci presentasse affinché la nostra chiamata non fosse accolta con sospetto. L’inchiesta si è sviluppata tramite passaparola, seguendo il meccanismo del campionamento a valanga. Nota significativa: alcuni e alcune tra gli intervistati sono entrati direttamente a far parte del gruppo che ha condotto l’inchiesta. 

Nel complesso sono state raccolte centocinquanta interviste, la cui durata media è stata di un’ora, contro i venti minuti previsti; segnale di un certo desiderio da parte di lavoratori e lavoratrici di socializzare la propria situazione. Sul sito Seize the time sono stati pubblicati alcuni contributi su aspetti specifici dell’inchiesta, è anche possibile visualizzare le tabelle di riepilogo dei dati.

La maggioranza delle persone intervistate è composta di giovani entro i trentacinque anni. La popolazione intervistata è ben distribuita sotto il profilo del genere, mentre il dieci per cento degli intervistati si è dichiarato di origine straniera. Sono stati coperti tutti i principali settori con prevalenza del settore privato, dell’industria, dei servizi all’industria, dei servizi alla persona. Metà delle persone intervistate lavora in realtà di medie e grandi dimensioni, mentre l’altra metà in piccole o piccolissime imprese in linea con le caratteristiche del contesto regionale. Tra le aziende appaltanti la metà risulta essere un committente pubblico.

La mancata distinzione
fra luogo di lavoro e luogo domestico si è
accompagnata a forme di apparente
autosfruttamento

2. Lockdown e ristrutturazione del lavoro

Chi ha continuato a lavorare ha riscontrato un aumento dei propri carichi di lavoro. Dalla filiera della grande distribuzione alla logistica, dall’industria al comparto sanitario, lavoratrici e lavoratori hanno dovuto adattarsi a orari e turni più intensi e acquisire una maggiore flessibilità: in breve ci si è dovuti adattare alle nuove esigenze dell’azienda. L’aumento sensibile dei carichi di lavoro si è manifestato in una situazione in cui è stato impossibile sottrarvisi, sia in nome del ricatto occupazionale, sia in nome di un bene collettivo a cui si è sentita la necessità di rispondere. Per esempio, le persone che abbiamo intervistato, impiegate nei supermercati o nel settore sanitario, dichiarano di aver fatto ricorso raramente ai permessi o alla malattia per contenere il peggioramento delle loro condizioni di salute, mentale e fisica, anche a fronte del bisogno.

Coloro che hanno svolto il lavoro da casa in regime di smartworking hanno sperimentato a loro volta situazioni di forte stress, alienazione, aumento dei carichi di lavoro, aumento della richiesta di reperibilità. Queste lavoratrici e lavoratori, anche a fronte dei vantaggi di cui può godere il lavoro da casa (meno costi per l’auto, meno tempo per gli spostamenti) hanno sottolineato l’importanza dell’ambiente di lavoro. Lavorare a casa non è un bene per tutti, chi ha figli ha faticato molto a gestire contemporaneamente lavoro ed esigenze familiari nel momento in cui le scuole erano chiuse. La mancata distinzione fra luogo di lavoro e luogo domestico si è accompagnata a forme di apparente autosfruttamento, intensificato dalla pressione da parte dei capi e del management (telefonate, molte riunioni “inutili”, incombenza di nuove scadenze). In generale il lockdown ha fornito un’occasione per sperimentare lo smarworking in modo esteso. Una volta passata la “fase 1” le aziende sembrano aver intrapreso due strade opposte. Da un lato, la fine del lockdown ha implicato la fine dello smartworking, come se la dirigenza sentisse il bisogno di ritornare a un maggior controllo della propria forza lavoro. Dall’altro, si è adottato la smartworking come modalità ordinaria di lavoro, vedendo in questo un’occasione per risparmiare sui costi (affitto, utenze, rimborsi). In questo caso, oltre al rischio alienazione, bisogna riconoscere il pericolo che il passaggio allo smartworking faccia saltare il concetto stesso di contrattazione collettiva, centrata sostanzialmente sulla paga oraria e sulla regolazione di molti aspetti della prestazione lavorativa.

A confermare una condizione di maggiore ricattabilità è la denuncia da parte di molte e molti dell’abuso della cassa integrazione in regime di smartworking. Una persona su dieci ha raccontato di aver continuato a lavorare a tempo pieno nonostante fosse in cassa integrazione, o di aver appreso che era stata attivata solo in un secondo momento. Seppure in molti e molte abbiano bollato la situazione come – letteralmente – una “truffa allo Stato” a opera delle aziende, si sono sentiti comunque in dovere di lavorare. 

3. Salute e lavoro

La crisi sanitaria ha messo in luce il rapporto tra salute e lavoro, rendendo visibili i problemi dell’esposizione al rischio, la questione della vulnerabilità sociale nel suo complesso e la reazione della classe padronale a queste istanze. In particolare, nella prima fase dell’emergenza coloro che si sono ritrovati a lavorare hanno mostrato, anche attraverso scioperi, l’assurdità delle aperture delle fabbriche. Chi lavorava nelle piccole e medie imprese ci raccontava delle speranze con cui si guardava agli scioperi di marzo, augurandosi che ne seguisse una chiusura generalizzata di tutte le aziende. Molte di queste però non sono risultate sindacalizzate, quindi i lavoratori non si sono uniti agli scioperi.

Parimenti, chi si è ritrovato a lavorare in settori essenziali ha rivendicato maggiormente le tutele sui posti di lavoro. Un pezzo del comparto ospedaliero ha rifiutato l’appellativo di “eroi”, pretendendo piuttosto rispetto per le condizioni di lavoro e salute e dimostrando di preferire i finanziamenti del bene pubblico alla retorica dei sacrifici per la patria.

Nelle interviste effettuate, il tema della salute è andato a intrecciarsi alla questione della cura, intesa come capacità di un sistema di farsi carico dei soggetti in condizioni di vulnerabilità, ma anche di presa in cura dell’ambiente sociale e naturale a tutto tondo. Allo stesso modo chi si è trovato a prestare servizio durante l’emergenza (ma anche disoccupati e precari che per assenza di lavoro si ammalano) ha posto la domanda: «chi si prende cura del lavoro?». A tal proposito è significativo come in molte e molti si siano definiti la “carne da macello” per questo sistema. La crisi sanitaria ha sostanzialmente riportato al centro il tema della salute, facendolo avvertire come legato a doppio filo al tema del lavoro. Nello svolgersi stesso dell’inchiesta si è osservato come, con il passare del tempo, la preoccupazione per la salute sia stata messa in secondo piano rispetto a quella per il lavoro: questo ribaltamento va guardato dritto negli occhi.

Per coloro che hanno vissuto il dramma dell’assenza di reddito (in Veneto dal 23 febbraio al 31 maggio si sono registrate sessantunomila posizioni lavorative in meno rispetto allo stesso periodo del 2019) è stato difficile esprimere a parole la trappola in cui ci si è sentiti cadere: una morsa che stringe tra le privazioni materiali e il bisogno di salute, tra un rinnovato desiderio di tornare al lavoro, e quindi alla “normalità”, e i rischi connessi. 

4. Preoccupazioni

Le preoccupazioni che intervistati e intervistate ci hanno raccontato rendono conto dello scenario davanti a cui ci troviamo. Il cinquanta per cento degli intervistati si è dichiarato preoccupato per la situazione familiare sia sotto il profilo economico che sotto quello della salute. È rilevante anche che un terzo degli intervistati mostrava difficoltà e preoccupazione già prima della crisi sanitaria.

A queste preoccupazioni personali si aggiunge la consapevolezza mutuata dalle relazioni di prossimità, per cui si avverte una precarietà diffusa a partire dalla situazione di alcuni familiari, parenti o amici (l’ottanta per cento delle persone intervistate dichiara di conoscere situazioni di difficoltà tra amici e parenti).

Solo la metà delle persone intervistate dichiara di aver retto all’emergenza sanitaria senza disagi economici. La restante parte ha ricorso all’aiuto di amici e parenti (dodici per cento), o ha “stretto la cinghia” (ventitré per cento). Quasi una persona su dieci dichiara di aver rinunciato a delle cure mediche.

5. Desiderio di tornare al lavoro?

È attorno al “desiderio di tornare al lavoro”, “alla normalità”, “alla Milano che non si ferma” che appare utile spendere qualche parola. Sarebbe facile leggere le affermazioni di Confindustria, «la gente vuole tornare a lavorare», come l’effetto di un’alleanza di intenti tra classe padronale e classe lavoratrice. Vista da vicino la situazione appare molto diversa. 

Il precariato e le sue diverse declinazioni rappresentano un buon punto da cui partire per spiegare perché la gente ha sentito la necessità di rientrare al lavoro, anche quando questo ha messo a rischio la salute. 

Innanzitutto, l’universo delle formule contrattuali flessibili e precarie – dal lavoro intermittente alle forme ibride promosse dalle cooperative, il lavoro grigio, le finte partite Iva ma anche molte di quelle vere (l’elenco può essere lungo) – ha messo le lavoratrici e i lavoratori attivi nel mercato del lavoro nelle condizioni di non percepire un reddito né dai datori di lavoro, né mediante gli ammortizzatori sociali, né di usufruire del welfare d’emergenza. 

Inoltre, la scadenza dei contratti a termine e il loro mancato rinnovo e la crisi di alcuni settori (su tutti quello turistico) ha messo in luce un sistema di lavoro soggetto a un forte sfruttamento – il lavoro stagionale – in cui le logiche del ricatto sono all’ordine del giorno. Lo squilibrio di potere a cui espone questo tipo di contratti non solo rappresenta una motivazione fondamentale per la volontà di ritornare al lavoro, ma mostra come il rischio per la salute sia un fattore secondario. Tutto ciò è amplificato per i poverissimi, in particolare i migranti e i giovani provenienti da famiglie povere, che all’interno della fine stratificazione del lavoro occupano le posizioni più basse e senza strumenti alternativi di sussistenza.

Infine, non conta solo la condizione materiale soggettiva, ossia il fatto di passarsela più o meno bene. La diffusione di durissime condizioni contrattuali agisce, disciplinandolo, anche su chi gode di condizioni migliori ma teme di perdere la propria posizione e di cadere o ricadere nel mondo del precariato, dei bassissimi salari o della disoccupazione.  

Non è mai stato corretto quindi affermare che sia esistito un diffuso desiderio di tornare al lavoro anche a discapito della salute. In realtà abbiamo a che fare con il più classico ricatto del salario: la paura della miseria è più grande di quella per la salute. 

6. Preoccupazioni, speranze, possibilità 

Dalla lista dei problemi abbozzati emerge quanto rapidamente la situazione possa volgere in tragedia. L’emergenza sanitaria è diventata in fretta dramma sociale ed economico: tutti gli osservatori prospettano tempi bui. Gran parte delle aspettative della popolazione si rivolge all’azione di governo, senza che sia attribuita una vera responsabilità alle imprese. Il capitalismo italiano mostra il totale rifiuto verso un minimo ripensamento dei proprio presupposti: non c’è stata infatti nessuna richiesta verso una politica industriale all’altezza dei tempi. L’unica formula che è stata avanzata per provare a salvare il paese prevede di fornire liquidità (tanti soldi pubblici) alle imprese, chiedendo per converso a chi lavora due semplici cose: lavorare a testa bassa e ritornare a spendere. 

La retorica è sempre la stessa: per salvare il paese bisogna tutelare l’azienda, cioè il sistema lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi, come se prima del Covid-19 tutto fosse andato per il meglio. Il rischio che tale retorica si imponga è reale, così come il rischio che la rabbia popolare non sia capace di trovare i bersagli e gli obiettivi giusti. Probabilmente i soldi provenienti dal Recovery Fund ci faranno arrancare in un mercato drogato concedendoci un periodo di sospensione, ma sarà la calma prima della tempesta. Anche perché i fondi in questione non rappresentano realmente un cambio di rotta rispetto alle politiche neoliberiste cui siamo stati abituati. Nonostante si tratti di ipotesi ancora aperte, il Consiglio Europeo del 20 luglio 2020 ha prospettato delle condizionalità precise: prestiti in cambio di riforme che vanno dall’allungamento dell’età pensionabile, all’esternalizzazione dei servizi pubblici, all’aumento della forza lavoro.

Eppure, lì dove c’è un rischio ci sono anche possibilità. Vale la pena di focalizzarsi sulle piccole e medie imprese (Pmi), che rappresentano una quota importante del sistema produttivo italiano e veneto. L’inchiesta per certi versi ha dimostrato il già noto: le Pmi sono sguarnite a livello sindacale; inoltre sembra regnare un regime di grande famiglia con rapporti serrati e un buon affiatamento tra dirigenza e forza lavoro (spesso la conduzione è realmente familiare). Eppure, durante le interviste, chi lavora si è dimostrato capace di capire la situazione, nonostante le parole per esprimerla possano talvolta sembrare fumose. Da un lato lavoratori e lavoratrici hanno ribadito con frequenza il legame indissolubile tra le sorti dell’impresa e quelle dei lavoratori. Dall’altro però ci hanno spiegato che nelle Pmi a tirare avanti la carretta sono loro stessi. Si tratta di aziende in cui spesso chi lavora lo fa da anni nello stesso luogo, e sente di essere perfettamente in grado di reggere la complessità del sistema fabbrica cooperando con colleghi e colleghe, anche senza i capi, i paròni. Sono i lavoratori a saper trattare con i clienti, a conoscere le malizie del materiale, a organizzare la logistica. Per alcuni non è stato difficile, ad esempio, riconoscere l’ambiguità della cassa integrazione, uno strumento che con soldi pubblici tutela l’azienda più che il lavoro, e senza pretendere nulla in cambio. Uno strumento che socializza il rischio ma non il profitto. 

Parlando con lavoratori e lavoratrici emerge sicuramente un basso livello di soggettivazione politica e di organizzazione, ma l’impressione che l’indicibile torni pronunciabile è alta, pare possibile osare. Alla fine di ogni intervista venivano infatti avanzate delle ipotesi, con l’obiettivo di capire fino a che punto gli intervistati trovassero sensate, realistiche e giuste alcune rivendicazioni. Perché regalare soldi pubblici alle aziende senza chiedere nulla in cambio? Perché piuttosto non pretendere che siano gli utili incamerati negli anni dalle aziende a essere usati per sostenere i lavoratori? Perché non esercitare all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende che accedono alla Cig o al Fis un controllo pubblico e soprattutto da parte di lavoratrici e lavoratori? Sono solo alcune ipotesi, ma se i “nostri” imprenditori non sono in grado di affrontare la situazione, che si faccia appello all’intelligenza delle persone che quotidianamente lavorano e gestiscono nei fatti il sistema produttivo di questo paese. Dato il basso livello di organizzazione politica di base e la scarsa sindacalizzazione di tantissime realtà lavorative appare concreto il rischio di una serrata corporativa tra forza lavoro e interessi padronali, il tutto magari guidato dalla destra. Svolte di questo tipo sono sempre possibili in seguito a una crisi. 

Eppure, il fatto che gli intervistati abbiano voluto discutere con noi tutta una serie di questioni lavorative e politiche è di per sé significativo, rende immaginabile un salto di qualità nelle rivendicazioni, non solo tutele e welfare, ma anche maggior democrazia nei luoghi di lavoro. 

Bibliografia

M. Gaddi, N. Garbellini, «Le conclusioni del Consiglio Europeo del 20 luglio 2020», in Inchiesta, n. 209, anno XL, luglio-settembre 2020, pp. 20-25.

Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori

a cura di Carlo Tombola

«Non pensavo che nel mio lavoro in ospedale avrei dovuto assistere a quello che ho visto durante i mesi più difficili della pandemia».

Durante l’estate, tra luglio e settembre 2020, cioè tra prima e seconda “ondata” della pandemia da Covid-19, abbiamo raccolto alcune interviste-testimonianze tra il personale medico e infermieristico di alcune realtà sanitarie operanti in Lombardia. Non siamo stati guidati da criteri di documentazione storica, né da un ordinato piano d’inchiesta che studiosi ben più esperti hanno peraltro già avviato. Abbiamo invece pensato che fosse importante dar voce ai lavoratori/trici della sanità nella regione che è stata ed è ancora la più colpita dalla pandemia da Covid-19, e assumere il loro punto di vista “a posteriori” su ciò che è avvenuto. 

Abbiamo potuto contattare la maggior parte degli intervistati grazie ai buoni uffici della Cgil-Funzione pubblica della Lombardia, e in particolare della segretaria regionale Manuela Vanoli. Altri ci sono stati invece indicati da reti di amici e conoscenti, per cui i profili professionali sono molto diversificati: una psichiatra, due primari (di cui uno di terapia intensiva), due infermieri specializzati (Is) di cui uno in una Residenza sanitaria assistenziale (Rsa), un medico di pronto soccorso, un neurochirurgo, un medico di base. Solo tre (su otto intervistati) sono sindacalizzati. Le interviste sono state concesse dietro la garanzia dell’anonimato, dal momento che i Contratti collettivi nazionali del settore impongono l’obbligo del dipendente di ottenere esplicita autorizzazione dalle direzioni sanitarie degli ospedali e delle Rsa per poter concedere interviste. Abbiamo così dovuto optare per un resoconto giornalistico di ciò che abbiamo raccolto, riferendo come discorso diretto solo alcune battute delle interviste: un metodo forse poco rispettoso delle regole della storia orale, ma che vediamo complementare alle domande poste da OPM al collettivo di Medicina democratica nel pieno della crisi pandemica.

La frase qui sopra in esergo ci è stata ripetuta, quasi identica, da tutti gli intervistati.

La “prima ondata” a Milano e il caso Trivulzio

Solo per delimitare lo spazio temporale su cui concentreremo l’attenzione, e senza entrare per ora nella grave questione dei dati e della loro attendibilità, secondo la Dashboard Covid-19 pubblicata da Regione Lombardia la curva dei ricoveri si impennò in modo drammatico tra l’ultima settimana del febbraio 2020 (settimana 9) – quando i pazienti ricoverati erano solo 336 – e la settimana 12, la terza di marzo e la peggiore in assoluto con 3.721 ricoveri. Nelle sole due settimane centrali di marzo, nei reparti di terapia intensiva si dovettero ricoverare rispettivamente 373 e a 361 pazienti gravemente ammalati di Covid-19. La curva dei decessi seguì quella dei ricoveri, con un ritardo approssimativo di circa una settimana: nel mese di marzo, infatti, i decessi passarono da 131 (settimana 10) a 812, 2.129 e 2.849 (settimane 11, 12 e 13), per scendere poi lentamente a 2.712, 1.855, 1.539, 1.219 e finalmente 920 alla settimana 18. Caddero al di sotto della soglia dei cento decessi settimanali soltanto alla fine di giugno (69 decessi nella settimana 26).

Altro punto di riferimento importante è il momento in cui, oltre alle voci più o meno allarmate degli specialisti, si alzarono quelle dei lavoratori della sanità lombarda e insieme dei famigliari dei pazienti delle Rsa, a denunciare l’impreparazione, l’assenza di informazioni e in fondo l’arroganza di alcune direzioni sanitarie. «37 e 2», la trasmissione di Vittorio Agnoletto su Radio Popolare, cominciò a parlarne nella puntata del 12 marzo. I delegati sindacali Cgil e Cisl dei lavoratori del Pio Albergo Trivulzio di Milano intervennero sul caso del prof. Bergamaschini, docente all’Università Statale ed ex direttore della scuola di specialità di geriatria, esonerato dalla direzione sanitaria perché nel suo reparto consigliava agli operatori di indossare i Dispositivi di protezione individuale (Dpi), che la direzione proibiva al personale di usare «per non allarmare i pazienti». Al Trivulzio, «le prime mascherine le abbiamo viste il 2 aprile». Nel frattempo le visite dei famigliari erano già state sospese, con evidente apprensione di pazienti e parenti.

Bergamaschini venne reintegrato ai primi di aprile, ma i delegati sindacali decisero di rendere pubblico ciò che stava accadendo al Trivulzio, la maggior struttura geriatrica italiana, in particolare dopo che la direzione sanitaria suggerì via email ai medici di non inviare più pazienti al pronto soccorso senza aver contattato prima gli ospedali, già in crisi.

Questo è in effetti un punto delicato. Le Rsa non sono attrezzate per trattare le fasi acute o le urgenze, l’invio al pronto soccorso è una routine obbligata; ma certo, nelle settimane di marzo tutti i reparti di pronto soccorso della Lombardia erano diventati impraticabili e il rischio per i pazienti anziani altissimo.

In ogni modo, la confusione, le contraddizioni e in particolare la cattiva gestione della comunicazione al pubblico è stata centrale nella prima fase di espansione del virus nelle Rsa, e – com’è noto – non ha riguardato solo le strutture sanitarie ma anche i vertici di Regione Lombardia.

Ciò a cui stavano
assistendo gli operatori del
Trivulzio era qualcosa di
mai accaduto. Alla fine di
aprile si conteranno circa
trecento morti

L’assessore Gallera, a cui i lavoratori del Trivulzio inviarono una mail allarmata il 31 marzo («qui rischiamo la strage»), non pensò di rispondere, ma in un successivo confronto un delegato sindacale si sentì dire dall’assessore regionale alla Sanità e al Welfare «Tanto lei verrà querelato…».

Così il “caso Trivulzio” finì sulla stampa nazionale. Gad Lerner intervistò Piero La Grassa, delegato sindacale Rsu e coordinatore Cgil-Funzione Pubblica, da ventun anni infermiere al Trivulzio, e l’intervista venne pubblicata il 4 aprile su Repubblica sotto il titolo «Coronavirus, l’epidemia insabbiata: al Trivulzio di Milano si indaga su settanta morti». Fu un’aperta denuncia delle gravi responsabilità della direzione sanitaria che, dopo aver interrotto le visite dei famigliari, continuò a diramare bollettini medici “rassicuranti”, in cui si escludeva la presenza del virus nei reparti e soprattutto negava che vi fossero stati decessi in conseguenza del Covid-19. Anche ai lavoratori, che ne avevano fatto richiesta, i dati vennero negati.

Ciò a cui stavano assistendo gli operatori del Trivulzio, invece, era qualcosa di mai accaduto, 12-13-14 morti al giorno, «abbiamo perso pazienti che vivevano da noi da dieci-vent’anni, a cui eravamo affezionati». Alla fine di aprile si conteranno circa trecento morti, un numero che normalmente il Trivulzio registra in dodici mesi, nel periodo gennaio-giugno 2020 saranno complessivamente 430 decessi. A un certo punto 280 operatori erano a casa in malattia, non tutti Covid-19 per fortuna – anche se qualcuno è finito intubato – ma per qualunque genere di assenza il lavoratore doveva poi essere sottoposto a controllo e, in mancanza di tamponi, non potevano rientrare. «Ci siamo sentiti dire, dalla commissione d’inchiesta voluta da Regione e Comune, che c’è stato un assenteismo a livello straordinario durante la pandemia!».

Il Pio Albergo Trivulzio è una delle istituzioni più rappresentative della città di Milano e anche delle più emblematiche della storia recente. Erede della tradizione filantropica del patriziato milanese nell’epoca dell’assolutismo illuminato, la “Baggina” (perché situata sulla via per Baggio) fu nel 1992 al centro delle prime indagini che condussero a Tangentopoli. Ancora nel 2011 tornò alle cronache della corruzione con lo scandalo cosiddetto “affittopoli”, ovvero l’affitto o anche la vendita a prezzi più bassi del mercato di una parte dei circa 3.700 beni immobili (tra cui 1.700 appartamenti d’abitazione) appartenenti al patrimonio dell’ente. Dal 2003 il suo statuto giuridico è quello di ente pubblico operante in ambito socio-sanitario, sociale e educativo sul territorio della Regione Lombardia ma in particolare rivolto alla città di Milano, e ha inglobato i due storici orfanotrofi milanesi dei Martinitt e delle Stelline in una sola “azienda di servizi alla persona” (Asp), denominata Istituti Milanesi Martinitt e Stelline e Pio Albergo Trivulzio. Riunisce tre strutture, il Pio Albergo di via A. T. Trivulzio a Milano, la residenza per anziani Principessa Jolanda di via Sassi (adiacente alla Basilica di S. M. alle Grazie) e l’Istituto Frisia di Merate (Lecco), circa 1.200 posti letto complessivi. Vi lavorano circa 1.200 operatori, specialisti, medici, infermieri compresi, in parte dipendenti e in parte come consulenti a contratto.

L’azienda Pio Albergo Trivulzio è una delle maggiori in Lombardia, ma il complesso di via Trivulzio per dimensioni è forse un caso a sé, anche per il patrimonio edilizio che amministra. Non stupisce che non sia mai sfuggito alle ferree leggi del sottogoverno locale, e che la sua direzione sia sempre stata molto “politicizzata”. Per statuto, peraltro, la sua gestione è responsabilità paritetica di Regione Lombardia e Comune di Milano, e di conseguenza affidata a un direttore generale nominato dalla Regione ma con il parere favorevole del Sindaco di Milano. Oggi il direttore generale del Trivulzio è Giuseppe Calicchio, in carica dal gennaio 2019, classe 1971, laureato a Pavia in Filosofia ma con un lungo curriculum di manager nelle strutture socio-sanitarie lombarde, a partire dal decennio passato al servizio della Caritas diocesana di Vigevano. Lo stesso vale per il Consiglio di indirizzo dell’ente, composto da cinque membri di cui tre nominati dal Comune di Milano, tra cui il presidente. Ricopre questa carica dal 2015 Maurizio Carrara, laurea in architettura, presidente di UniCredit Foundation e prima manager nella società editrice del periodico non-profit Vita. Attuale vicepresidente è Stefania Bartoccetti, giornalista e insegnante di yoga, fondatrice di Telefono Donna, amica personale di Letizia Moratti e candidata (non eletta) nella lista di quest’ultima alle elezioni comunali del 2006. Gli altri componenti del Consiglio d’indirizzo sono: Bettina Campedelli,  commercialista, docente nel corso di economia aziendale all’Università di Verona, membro del Cda di molte società di assicurazione, tra cui la Cattolica di Assicurazione di Verona, nonché presidente del colosso dell’edilizia Icm Spa di Vicenza e vicepresidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena; Elena Airaldi, architetto progettista di strutture ospedaliere, figlia di Luigi, urbanista e docente del Politecnico; e Francesco Triscari Binoni, classe 1946, aiuto e poi primario di Malattie dell’apparato respiratorio presso l’Ospedale di Desio e quindi dell’Azienda ospedaliera di Desio-Vimercate, per anni presente nei Cda di aziende a partecipazione pubblica come Ferrovie Nord Milano, Interporti Lombardi Spa, Aeroporto di Orio al Serio, Malpensa Logistica, Trenord ecc. nonché per tre lustri consigliere comunale a Milano eletto nelle liste di Forza Italia.

Il direttore socio-sanitario, invece, è nominato dal direttore generale ed è carica attualmente ricoperta da Pierluigi Rossi, classe 1955, laureato in Medicina a Milano e specialista in Terapia fisica e riabilitazione.

Disegno: Malov

Il 10 aprile 2020 Cgil, Cisl e Uil depositarono una denuncia in Procura contro il direttore generale Calicchio, seguita da una decina di denunce di altri dipendenti e soprattutto dei famigliari dei degenti deceduti. L’11 aprile la stampa informò che oltre a Calicchio erano stati iscritti nel registro degli indagati anche i dirigenti di altre Rsa. Le indagini si concentrarono inizialmente su un centinaio di decessi e sul trasferimento di pazienti di altre strutture con sintomi da Covid, e condotte dal procuratore Tiziana Siciliano, che ha ascoltato i lavoratori minacciati perché portavano la mascherina e quelli che hanno assistito i pazienti Covid fino all’ultimo. Quanto alla commissione istituita dalla Regione (7 commissari su 8 della Regione, uno solo per il Comune, Gherardo Colombo), non ha sentito né i dipendenti né i delegati.

In seguito il clima al Trivulzio non migliorò di certo, anzi cominciarono le ritorsioni verso medici e infermieri più esposti, anche minacciati, e verso il comitato dei parenti, i cui famigliari degenti sono stati allontanati dal Trivulzio «in considerazione del fatto che è venuta a mancare la necessaria fiducia tra paziente e Istituto». Durante l’estate è stato persino deciso di spegnere l’aria condizionata nei reparti, come “misura precauzionale” per non diffondere il virus: mentre il termometro nei reparti raggiungeva i 35°, al personale veniva imposto – pena sanzioni interne – di indossare camice e sovracamice, mascherina, guanti.

Ai confini delle “zone rosse”

Al di là di come l’abbiano voluta trasformare i governi regionali guidati da Formigoni, Maroni e Fontana, la sanità lombarda non può essere considerata se non come un organismo sistemico, in cui  il funzionamento di una sua parte (di un servizio territoriale o di una filiera specializzata) influisce su come funzionano le altri componenti del sistema, e ne è da queste condizionato.

Nei mesi successivi al febbraio 2020, di fronte a una pandemia molto seria e a rapida diffusione qual è quella da Covid-19, il sistema lombardo è andato rapidamente in sofferenza e quindi in crisi, e ha potuto tenervi testa solo grazie al sacrificio e all’intelligenza di chi in questo sistema lavora quotidianamente e rende umano e sopportabile che tutta questa grande e complessa macchina, fatta di routine burocratiche più che  di “eccellenze”, sia stata modellata dalla legge del profitto.

Il caso dell’Ospedale Oglio Po di Casalmaggiore (Cremona) è in questo senso significativo. Si tratta di una struttura medio-piccola, con 240 posti letto accreditati, dipendente dall’Asst di Cremona ma posto all’intersezione del confine provinciale con Parma e Mantova. Quando gli ospedali della “zona rossa” di Codogno-Casalpusterlengo-Lodi – una decina di comuni della Bassa lodigiana, i primi a essere isolati per decreto governativo, a partire dal 23 febbraio scorso – non poterono essere più ricettivi, indirizzarono i pazienti verso le zone vicine, appunto Crema, Cremona e, a cascata, Casalmaggiore.

A livello aziendale, l’ospedale Oglio Po entrò in emergenza già il 20 febbraio, inizialmente cercando di sviluppare al suo interno un protocollo basato sulle linee guida internazionali, oltre che  sull’eziologia del virus, per l’utilizzo dei Dpi. Tuttavia la bozza di protocollo diventerà definitiva molto più avanti, dalla metà di aprile, e inoltre circolò in forma cartacea e senza la verifica che fosse stata effettivamente recepita. Era importante – come ha anche sostenuto l’Istituto superiore di sanità (Iss) – che il personale fosse addestrato all’uso dei Dpi contro questo nuovo rischio biologico, «ma secondo noi – ci ha detto uno degli infermieri che, come delegato sindacale, ha tenuto i contatti con la direzione sul problema della sicurezza del lavoro degli operatori –  non c’era la certezza che tutti gli operatori ne fossero a conoscenza. Alcuni eventi formativi, in videoconferenza o in aula magna, ci sono stati, ma secondo noi non son stati sufficienti. Per esempio la vestizione e svestizione sono momenti delicati, in cui il virus potrebbe facilmente contagiare se le regole non sono attentamente rispettate», a partire da quella – banale – dei doppi guanti.

A Casalmaggiore i Dpi non sono mai mancati, anche se in alcuni momenti le scorte si sono drammaticamente assottigliate. «Abbiamo richiesto informazioni sullo stato dell’approvvigionamento dei dispositivi, sulle loro certificazioni che ci parevano non conformi alla normativa. Siamo riusciti a entrare in contatto con lo stesso ente certificatore cinese – oggi riconosciuto da Regione Lombardia, Iss e Protezione civile – e la risposta fu che la certificazione in oggetto era fasulla».

Carenze significative, invece, vi sono state sulle indicazioni interne, come la rilevazione della temperatura corporea – partita con un mese di ritardo – e soprattutto il mancato addestramento ai Dpi di 3a categoria, cioè ai Dpi da utilizzare in caso di esposizione del lavoratore al rischio di morte o di grave danno, Dpi per cui l’addestramento è obbligatorio. Nel caso del virus del Covid, per esempio, la mascherina filtrante diviene un Dpi di 3a categoria: non la mascherina chirurgica, si badi, che protegge solo in uscita, ma il cosiddetto “facciale filtrante” di tipo 2 e 3, che protegge anche in entrata. Inoltre a Casalmaggiore i primi tamponi agli operatori sono stati fatti solo ai primi di marzo, il che ha causato un’ecatombe, con tantissimi contagiati tra medici e infermieri, e di conseguenza si è registrato un “fermo” dell’attività ospedaliera: i contagiati sono entrati in “infortunio”, tenuti a casa in quarantena sorvegliata. I tamponi sono proseguiti fino alla metà di marzo, quando sono stati interrotti perché altrimenti non sarebbe più andato nessuno a lavorare. Fino al 30 aprile il tampone è stato riservato a chi presentava i sintomi, mentre a quella data tutti i dipendenti avevano fatto il test sierologico.

Anche qui, sebbene su scala minore, si sono dunque registrate gravi carenze soprattutto nella circolazione delle informazioni, come le rappresentanze sindacali hanno segnalato alla direzione generale dell’azienda, oltre che al Servizio di prevenzione e protezione. Certo, sono state carenze in qualche modo dovute alle dimensioni dell’emergenza, ma è significativo che le criticità abbiano riguardato soprattutto il punto specifico della protezione della salute sul luogo di lavoro.

Apocalisse bresciana?

Seconda, dopo Milano, per numero di pazienti Covid-19 e per decessi, Brescia è un punto di osservazione privilegiato per indagare la condizione del lavoro ospedaliero durante la pandemia.

Per parecchie settimane tra marzo e maggio gli Spedali Civili di Brescia – una delle più grandi aziende ospedaliere italiane, con oltre 1.900 posti letto, di cui la metà nel grande complesso cittadino di Mompiano – sono stati praticamente un ospedale “full Covid-19”, quasi tutti i posti disponibili erano occupati da pazienti infetti da Coronavirus: «Probabilmente in quelle settimane eravamo il maggiore ospedale Covid-19 del mondo occidentale». L’articolazione organizzativa è stata sconvolta, l’attività dei reparti specialistici ridotta all’osso e tutto lo sforzo diretto a combattere la pandemia. Per esempio, il reparto di Neurochirurgia è stato dimezzato, e ha operato invece che su due sale chirurgiche su una sola, praticamente occupata a tempo pieno. In effetti non sono stati pochi i casi di anziani affetti da Covid-19 che si sono procurati traumi cranici in seguito a svenimento o caduta accidentale, e in ogni caso si dovevano affrontare le urgenze. «Abbiamo anche effettuato alcuni interventi di neurochirurgia neonatale, quelli non rinviabili. In questi casi, non abbiamo isolato solo il bambino ma anche il genitore che lo accompagnava, come sempre in casi di pazienti così piccoli, e che è dovuto rimanere per tutta la durata del ricovero all’interno della “bolla” allestita in reparto, una misura pesante ma inevitabile».

In ospedale «la
solidarietà del lavoro è
stata fondamentale»,
ma il lato personale e
privato di questo sforzo
è stato pesante

Quanto al pronto soccorso degli Spedali, è diventato una vera “prima linea”. Dal 14 marzo si cominciarono a trasferire i pazienti Covid-19 verso Sondrio e Varese, poi anche più lontano. A quella data c’erano 41 posti in terapia intensiva, più altri 5 in allestimento, ma in breve le disponibilità crebbero, anche per terapia sub-intensiva. Si allestì un “centro triage” di fronte al pronto soccorso, all’aperto sotto alcune tende da campo, persino dotato di Tac, anche se di fatto «il vero triage veniva già effettuato in base ai sintomi più evidenti sulle ambulanze dai barellieri, che si tenevano in contatto telefonico con il pronto soccorso», in modo da sapere subito dove collocare il paziente al suo arrivo. Poi si ricavarono altri posti letto nell’ex lavanderia e nella mensa, tanto che il 4 aprile fece la sua comparsa ai Civili l’assessore regionale Gallera per annunciare l’apertura di un’ala dell’ospedale dedicata all’emergenza Covid-19, con 180 nuovi posti: «Questa degli Spedali Civili è una delle strutture più grandi di Regione Lombardia per il coronavirus e nasce con un modello che prendiamo da Israele», ha dichiarato nella conferenza stampa.

I costi umani sono stati enormi, ma a qualche mese di distanza traspariva anche un certo orgoglio («Se ce l’abbiamo fatta in quella situazione… non potrà esserci nulla che si ripeta in quello stesso modo. Forse potrà ripetersi in altre regioni, che non hanno avuto la “preparazione” che abbiamo avuto a Brescia») e uno sguardo sereno a ciò che avrebbe potuto succedere – e in effetti sta succedendo – in autunno: «La città ha risposto bene, ha imparato la durissima lezione, e oggi [settembre 2020, N.d.R] le misure di distanziamento e di prevenzione come la mascherina in pubblico sono generalmente rispettate. I casi di Covid che abbiamo registrato durante l’estate sono stati tutti importati “da fuori”, cioè conseguenza di viaggi all’estero o spostamenti lavorativi».

In ospedale «la solidarietà del lavoro è stata fondamentale», ma il lato personale e privato di questo enorme sforzo è stato parecchio pesante. Tutto il personale medico e infermieristico è andato al lavoro, per settimane, senza sapere se a fine turno ognuno e ognuna di loro avrebbe potuto tornare in famiglia, tutti praticando l’auto isolamento in casa per preservare i congiunti dal rischio di essere contagiati.

«Ho dovuto “accompagnare” il mio vecchio professore di specialità, 82 anni, arrivato qui già molto sofferente e per il quale non ho potuto fare nulla se non stargli vicino». Ma recuperare la dimensione umana del lavoro medico ha implicato uno sforzo particolare: «Mi sono visto riflesso nel vetro della porta del reparto con camice, sovracamice, stivali, maschera facciale filtrante, occhiali di protezione, doppi guanti, in mano la lista dei trasferimenti giornalieri: cioè il destino delle persone che stavano lì. Ero come un personaggio di Orwell, come il medico del lager. Ho deciso in quel momento che ogni giorno avrei dedicato un po’ di tempo a conoscere i miei pazienti, le loro storie, le loro paure e le speranze, a parlare con loro».

Le bare di Cinisello

Il 28 settembre scorso il Washington Post annunciò in prima pagina il raggiungimento del tragico traguardo di un milione di morti da coronavirus nel mondo. A commento della notizia era un’immagine, scattata esattamente sei mesi prima, il 27 marzo, nel cimitero di Cinisello Balsamo, dove numerose bare provenienti dalla provincia di Bergamo erano in attesa di sepoltura. In quei giorni si era saputo che le camere mortuarie degli ospedali e i cimiteri bergamaschi non erano in grado di “smistare” le spoglie dei deceduti per Covid-19, e che i camion dell’esercito trasportavano le bare nei cimiteri di mezz’Italia.

Per numero assoluto di decessi, anche in proporzione alla popolazione contagiata, l’area bergamasca è stata – insieme a quella lodigiana – il territorio lombardo più colpito dalla prima, violenta ondata della pandemia, inverno-primavera 2020. Ne è stato un testimone privilegiato Bruno Balicco, che ha avuto una lunga carriera prima come medico rianimatore agli Ospedali Riuniti di Bergamo, poi come primario a Clusone e a Zingonia. In pensione dall’aprile 2019, a marzo è tornato in servizio al Policlinico San Marco di Zingonia per dare una mano nel momento di maggior crisi: «La prima notte di guardia a Zingonia… mai visto un’emergenza simile. Arrivano venti pazienti con la polmonite bilaterale interstiziale al pronto soccorso, quando solitamente ne vedevamo sette-otto all’anno». Poi è andato a dirigere il reparto di terapia intensiva al Policlinico San Pietro di Ponte San Pietro, stesso gruppo dell’ospedale di Zingonia, dove il primario era risultato positivo al Covid-19.

Raccogliendo i dati dei due ospedali per uno studio in via di pubblicazione, Balicco ha valutato come «enormemente sottostimate» le cifre globali ufficiali, cioè 11.360 casi accertati con 2.994 decessi in provincia di Bergamo nei soli mesi di marzo e aprile. Ciò si deve al cosiddetto “criterio di attribuzione di caso”, in cui l’attribuzione al Covid-19 come principale causa di morte era fornito dalla positività al tampone. Prendendo invece a riferimento l’aumento della mortalità generale nella provincia di Bergamo di uno studio pubblicato dall’Istat, e incrociando con i dati “sul campo” dei due ospedali bergamaschi, i decessi da Covid-19 nel bimestre sono probabilmente stati circa 6.500, più del doppio della cifra ufficiale.

Balicco tiene a mettere in evidenza che durante la pandemia le strutture del “privato accreditato” hanno dato il meglio di sé per arginare l’orrore della pandemia e, forse per la prima volta nella storia della sanità lombarda, non ci sono state differenze tra ospedali pubblici e ospedali privati. «Certo, forse non si poteva fare altro, a ogni modo le nostre direzioni sanitarie hanno sospeso le procedure chirurgiche – quelle più redditizie – e i 14 posti di terapia intensiva nei due ospedali [di Zingonia e Ponte San Pietro] sono immediatamente diventati Covid-19, con un’intensità di cura paragonabile alle strutture pubbliche. Impossibile però mantenere il rapporto di 2 a 1 tra operatori e pazienti in terapia intensiva, perché questo virus è molto contagioso e ha conseguenze importanti sul 20% dei contagiati, la metà dei quali finisce in terapia intensiva».

Anche dal punto di vista del coordinamento regionale per smistare i pazienti negli ospedali meno affollati, le strutture private si sono pienamente inserite nella rete regionale, gestita dal centro unico del Policlinico di Milano, diretto dal prof. Antonio Pesenti, direttore del dipartimento Anestesia-rianimazione ed Emergenza urgenza. Va detto che questo è avvenuto solo dopo che la Regione Lombardia ha garantito agli ospedali privati – di fatto paralizzati dalla pandemia nella loro attività ordinaria – congrui livelli tariffari per le prestazioni rivolte a pazienti Covid-19, firmando accordi di settore anche in deroga ai tetti di spesa vigenti.

La logistica della pandemia

di Andrea Bottalico

Secondo un articolo apparso a fine settembre sul Sole 24 Ore, il commercio internazionale ha resistito molto meglio del previsto allo shock dell’emergenza sanitaria. Ciononostante, la logistica è ancora lontana dal ritorno alla normalità. Con il rincaro dei noli le compagnie marittime in piena pandemia hanno registrato 2,7 miliardi di dollari di profitti, agevolate anche dal minor costo dei carburanti: un record dal 2010. Il governo americano ha accusato gli armatori di “comportamenti che possono violare gli standard di competizione”. In Asia, nel frattempo, si è registrato un boom di domanda, ma mancano i container per trasportare le merci, perché quelli vuoti sono per la maggior parte in Europa.

Disegno: Zolta

Una ricerca realizzata da World Capital alla fine di giugno sottolineava che la logistica italiana ha reagito all’impatto dell’emergenza sanitaria meglio di altri comparti, riuscendo a garantire l’approvvigionamento delle merci alle imprese rimaste aperte durante il lockdown e ai consumatori (in realtà qualche problema riguardo la sicurezza delle scorte strategiche c’è stato). Sono stati intervistati circa trecento operatori logistici, la maggior parte dei quali attivi nei settori alimentari e beni di largo consumo, segmenti che peraltro hanno registrato un incremento dei volumi in piena emergenza. Tra i problemi rilevati dagli oltre trecento operatori logistici intervistati in questa ricerca c’è la riduzione della forza lavoro causata dal confinamento e dalle quarantene, la chiusura dei magazzini di destinazione delle merci, la difficoltà di trovare trasportatori, il blocco delle frontiere. Nei magazzini invece, gli operatori hanno affermato di aver subito cali di produttività a causa delle norme di distanziamento.

Stando a queste brevi informazioni sembrerebbe che tutto sia andato in scena secondo copione. La pandemia ha “solo” acutizzato le contraddizioni preesistenti. L’impatto dell’emergenza sanitaria da Covid-19 sulla catena logistica del trasporto merci è stato devastante per chi ha garantito il corretto processo di approvvigionamento nel corso dei mesi più duri. Per altri, una manna dal cielo. Tra dinamiche di accelerazione del processo di de-globalizzazione e ipotesi di riconfigurazioni delle catene di fornitura, c’è stato chi nel frattempo ha prodotto ampi margini a discapito di una forza lavoro che non si è mai fermata, e che anzi ha dovuto tenere alta la guardia per tutelare la propria salute e per non vedersi negare diritti imprescindibili in nome del sacrificio in un momento delicato (al massimo sarebbero stati poi ringraziati con un flash mob o uno striscione). Secondo gli analisti l’aumento esponenziale di domanda di consegne a domicilio e dell’e-commerce produrrà una crescita pari a oltre quattromila miliardi di dollari entro il 2021, il doppio del valore del 2017. A Milano era sufficiente affacciarsi alla finestra nei giorni del primo lockdown per rendersi conto che gli unici a circolare per le strade desolate, a tutte le ore, erano fattorini e corrieri.

L’emergenza ha anche provocato un rallentamento del commercio internazionale e un conseguente calo dei volumi di traffico delle merci. Tra i mesi di gennaio e febbraio la metà delle portacontainer dalla Cina non sono partite. Maersk, una delle più grandi compagnie marittime del mondo, ha dovuto annullare decine di navi portacontainer, ma poi, a fronte di un bilancio in attivo, ha comunque dichiarato una ristrutturazione che coinvolgerà circa 27 mila dipendenti. Resta un mistero invece il bilancio della Msc di Gianluigi Aponte, la seconda compagnia marittima al mondo con sede in Svizzera, a conduzione familiare, che almeno per il momento non ha licenziato nessuno.

Dall’inizio della pandemia le portacontainer hanno allungato la rotta dall’Asiaall’Europa circumnavigando l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza piuttosto che tagliare dal Canale di Suez, navigando così per oltre tremila chilometri in più per i porti del Nord Europa. Una scelta che in tempi normali era ritenuta molto costosa durante l’emergenza sanitaria risultava conveniente. Da un lato, la forte riduzione della domanda di trasporto permetteva tempi di viaggio maggiori, dall’altro la diminuzione del prezzo del carburante rendeva più vantaggioso aumentare i consumi che pagare il transito di Suez (in barba a qualsiasi chiacchiera degli addetti ai lavori sulla sostenibilità ambientale del trasporto merci). Va da sé che in tutto questo chi ha pagato il prezzo più alto è stato il personale marittimo. L’emergenza li ha sorpresi in mare, obbligandoli a quarantene e periodi di imbarco più lunghi. I sindacati stimavano a inizio maggio circa duecentomila marittimi bloccati in alto mare che aspettavano di essere sostituiti con altri marittimi in attesa di imbarco. Non dovrebbe stupire poi se dalle inaccettabili condizioni di lavoro a bordo delle navi scaturiscano crescenti tensioni tra membri dell’equipaggio e tragici incidenti.

Innovazione digitale e tecnologica, intelligenza artificiale, automazione dei processi: durante l’emergenza sanitaria c’era chi parlava in continuazione di questi mutamenti in corso, mentre gli scioperi indetti nella primavera scorsa raccontavano tutt’altro. Nonostante la retorica sulla digitalizzazione imminente e inesorabile portata avanti dagli operatori delle supply chain e i loro guru, il paradigma della catena logistica in tempo di pandemie si fonda ancora sul costo del lavoro, come sostengono gli osservatori più attenti.

In Italia del resto la logistica è gratis: lo affermò uno spedizioniere nel corso di un’intervista che realizzai nel suo ufficio nel novembre 2018 (un sottoscala di un palazzo anonimo di Lambrate), nell’ambito di una ricerca indipendente sui porti di scalo del Mediterraneo. Il Made in Italy della logistica secondo alcuni non esiste, nella misura in cui non esiste un modello eccellente in questo settore. La verità è che il Made in Italy della logistica esiste eccome, è condizionato dai princìpi del franco fabbrica      in un sistema produttivo composto da piccole e medie imprese con la pessima abitudine di affidare ai loro acquirenti l’intero ciclo distributivo, esternalizzando a terzi la logistica e il trasporto. Per dirla con le parole dello spedizioniere intervistato a Lambrate: «Il produttore italiano si pavoneggia della qualità del suo prodotto e ragiona così: vuoi la mia merce? Vienitela a prendere. Non m’interessa chi viene o come viene, non è un problema mio. Il produttore non si prenderà l’onere di trasportarla fino alla sua destinazione finale. E questo perché la merce a casa del produttore non vale niente. La merce vale a casa del suo cliente».

La logistica in Italia resta un mero costo da abbattere, come è stato ribadito più volte; soprattutto nei magazzini e nelle piattaforme attraverso quel malsano meccanismo di appalti e subappalti che fa leva sul peculiare sistema cooperativo per il reclutamento di manodopera a basso costo, oltre che sulle violazioni delle condizioni contrattuali. Il Made in Italy della logistica è ciò che emerge dall’operazione “Spartaco” della guardia di finanza. Lo scorso maggio, mentre l’Italia allentava le restrizioni del lockdown, un’inchiesta della Procura di Lodi portava alla scoperta di una maxi-frode fiscale realizzata da un’impresa della grande distribuzione. Diciassette persone indagate e un sequestro di beni per venti milioni di euro. Dalle intercettazioni telefoniche emergevano dettagli raccapriccianti sulle condizioni di lavoro degli autisti. Secondo quanto ricostruito dall’indagine, una famiglia di imprenditori attivi nel settore del trasporto in conto terzi      e con oltre 150 dipendenti al loro servizio aveva creato nel tempo una galassia di società costituite con l’unico scopo di evadere il Fisco. In tal modo l’azienda indagata riusciva ad accaparrarsi spazi sempre più ampi del mercato, abbattendo i costi e imponendo prezzi molto vantaggiosi sul trasporto. Dall’indagine emergeva inoltre che i dipendenti dell’azienda erano costretti a quotidiane vessazioni imposte dai datori di lavoro, anche con metodi estorsivi. I lavoratori percepivano redditi inferiori a quelli previsti dai contratti nazionali, subivano decurtazioni dallo stipendio ed erano sottoposti a turni di lavoro massacranti, operando in condizioni di sicurezza e igiene assenti.

Se volgiamo lo sguardo fuori dall’Italia ci rendiamo subito conto che tali dinamiche spesso si configurano come un modello di riferimento, e che sono proprio queste a dettare la linea nel mercato. Il sindacato belga Csc Transcom con un’azione contro il dumping sociale ha accusato per l’ennesima volta la società lussemburghese di autotrasporto Jost Group – già sotto inchiesta nel 2015 – di usare in maniera illecita autisti dell’Europa orientale allo scopo di ridurre i costi del trasporto. Stando alle accuse del sindacato, la società organizzava ogni due domeniche un aereo che trasportava circa duecento autisti da Bucarest a Liegi, dove iniziavano a lavorare a bordo dei camion.

Portuali, facchini, marittimi, autotrasportatori, addetti alla movimentazione aeroportuale, macchinisti ferrovieri, ma anche corrieri, fattorini coinvolti nell’ultimo miglio: tutte queste figure operano all’interno di quel panorama complesso e articolato che chiamiamo per semplificazione logistica, con condizioni contrattuali e di lavoro estremamente diverse tra loro. È chiaro che nella logistica portuale non esistono quelle forme di disintermediazione che troviamo nella logistica di magazzino e di distribuzione     , ma ciò non significa che gli operatori portuali siano migliori dei loro colleghi al di fuori dei varchi (sui porti rimando all’articolo di Riccardo Degl’Innocenti in questo numero). In un certo senso il mercato del lavoro della logistica ha dei tratti che potremmo definire schizofrenici, con forti contraddizioni, polarizzazioni e differenziazioni anche contrastanti tra loro. Le classificazioni statistiche sfuggono a questa eterogeneità. Come ha evidenziato uno studio della fondazione Brodolini, esistono differenti contratti collettivi nazionali che insistono sui settori economico professionali riconducibili al settore della logistica. Tale sovrapposizione fa sì che i datori di lavoro operanti nell’ambito della medesima filiera possano applicare ai propri dipendenti contratti collettivi diversi tra loro.

Al netto della retorica sui processi di automazione e di innovazione tecnologica, e al di là del fatto che certi operatori logistici non vedono l’ora di sbarazzarsi del lavoro umano, risulta rilevante la questione delle competenze professionali in questi segmenti che nel loro insieme compongono il mercato del lavoro della catena logistica. La questione più spinosa è l’erosione dei posti di lavoro causata dall’automazione dei processi. Alcune professioni potrebbero gradualmente perdere d’importanza, ma sembrerebbe che la perdita dei posti di lavoro non sia il problema più rilevante. A fronte delle professioni che saranno superate per via dell’introduzione delle nuove tecnologie, altre professioni si andranno a creare e queste compenseranno almeno in parte la perdita di posti di lavoro. Le organizzazioni sindacali parlano di diritto individuale all’alfabetizzazione digitale e di adeguamento delle competenze. Si assiste a un processo del tipo “meno muscoli più cervello”, ma quali saranno i nuovi mestieri della logistica connessi alla trasformazione digitale? Quali i futuri fabbisogni occupazionali? E in che modo le organizzazioni sindacali negozieranno i processi organizzativi che ne deriveranno? Di fatto, negli ultimi mesi abbiamo assistito piuttosto a una trasformazione delle condizioni di lavoro non in termini di sostituzione delle persone con i robot come auspicano alcuni analisti, ma piuttosto, come ha sottolineato Riccardo Degl’Innocenti nel un suo intervento (e come emerge dalla cronologia pubblicata in questo numero), di robotizzazione dei lavoratori per ottenerne il massimo sfruttamento produttivo al minimo salario consentito.

In Italia i conflitti nella logistica non sono terminati con il termine del lockdown nazionale. A inizio maggio, dopo i mesi di isolamento, cento lavoratori della FedEx Tnt di Peschiera Borromeo, nella regione logistica milanese, hanno ricevuto una lettera di sospensione dall’azienda. Di questi, trenta avevano un contratto a tempo indeterminato, poco meno di settanta erano lavoratori interinali Adecco che avevano ottenuto un accordo per l’assunzione diretta, firmato dai rappresentanti dell’azienda e il Si Cobas a inizio marzo. La notte del 3 maggio i lavoratori hanno occupato i magazzini di Peschiera Borromeo e, dopo due notti di presidio, sono stati sgomberati. A partire da allora sono stati organizzati blocchi ai magazzini di San Giuliano Milanese, e poi a Napoli, Firenze, Bologna, Piacenza, Modena, Vicenza, nelle altre filiali Tnt. Dall’alba della fase due, le lotte sono proseguite per tre mesi con blocchi, presidi notturni e manifestazioni. I lavoratori, picchiati da polizia, carabinieri e buttafuori nel corso dei picchetti, hanno tenuto duro finché hanno potuto, e ci hanno ricordato ancora una volta che il Made in Italy della logistica, oltre a essere gratis, è anche usa e getta.


Sitografia

Sissi Bellomo, “Riprende il traffico merci, ma i costi di spedizione sono a livelli record”, Il Sole 24 Ore, 27 settembre 2020.

Fondazione Brodolini, Lavoro e organizzazione nella logistica 4.0, a cura di M. Faioli, G. Fantoni, M. Mancini.

F. Migliaccio, R. Rosa, “Se possiamo lavorare, possiamo scioperare! Il primo maggio di lotta dei facchini della logistica”, NapoliMonitor, 1° maggio 2020.

World Capital, Report Covid-19: prospettive della logistica in Italia, giugno 2020.

Editoriale. Sull’orlo dell’abisso?

Dicembre 2020 – Gennaio 2021

Sono trascorsi otto mesi dall’uscita del primo numero di Officina Primo Maggio. Un lasso di tempo in cui abbiamo continuato a ragionare collettivamente su alcune questioni dirimenti, che richiedono approfondimento e analisi continue. Se le contingenze ci avevano imposto di esordire in modo imprevisto, tracciando una panoramica della situazione che si andava delineando a seguito dell’emergenza pandemica, oggi ci troviamo nella condizione di poter guardare a ritroso ciò che è accaduto e interrogarci sul futuro. 

In questi mesi abbiamo seguito alcune piste di ricerca focalizzando in particolare la nostra attenzione su salute e lavoro, due degli assi su cui si giocheranno le partite più importanti. Nelle pagine che seguono proponiamo una serie di contributi e inchieste che cercano di comprendere i fenomeni più rilevanti in questa fase: l’emergenza sanitaria vista attraverso le esperienze e le testimonianze del personale medico-infermieristico in Lombardia, l’impatto della pandemia nelle fabbriche e lungo la catena logistica, le ondate di scioperi che hanno investito i luoghi di lavoro in tutta Italia, le condizioni d’impiego nelle microimprese del Veneto, e poi il lavoro nella filiera agro-alimentare, il lavoro culturale, il lavoro nella scuola. Un posto particolare è riservato a una riflessione sul ruolo dello Stato. Abbiamo seguito le tracce del conflitto guardando con interesse alle lotte e alle mobilitazioni in giro per il mondo. Sulla scia dei contributi raccolti nel numero speciale di Primo Maggio del 2018 e nell’opuscolo Uprising/Sollevazione (pubblicato a giugno e disponibile sul sito di OPM) siamo tornati a occuparci degli Stati Uniti alla vigilia della sconfitta elettorale di Trump. Chiude questo numero una nota critica a un volume di Steve Wright di prossima pubblicazione, in cui lo storico australiano dei movimenti riapre con nuovi metodi e fonti il dibattito sull’operaismo. 

La nostra è un’esperienza politico-culturale e, nei limiti imposti dall’emergenza, abbiamo continuato a organizzare incontri e spazi di discussione. Lo scorso settembre a Forte Marghera abbiamo presentato la rivista al direttivo regionale della Fiom-Veneto, mentre a metà ottobre abbiamo promosso un convegno su salute e lavoro a Padova nel quale si sono incontrati diversi comitati, sindacati, associazioni e organizzazioni politiche. A fine novembre, infine, abbiamo presentato Dollari e no di Bruno Cartosio. La crisi pandemica ci ha costretti ad annullare diverse iniziative organizzate insieme a gruppi che in varie città hanno accolto con interesse il nostro sforzo di condivisione e confronto. In ogni caso, è solo un rinvio a tempi migliori, perché crediamo che questa rivista sia un mezzo e non un fine, un pretesto per coltivare relazioni, favorire con perseveranza il dibattito e, in definitiva, organizzare il conflitto come risposta alle sfide che ci aspettano.

E le sfide, al momento, non mancano. L’Italia negli ultimi mesi è stata attraversata da scioperi e mobilitazioni di vario tipo e intensità, nei luoghi di lavoro e nelle piazze (più o meno spurie) di diverse città. C’è stato chi ha rivendicato maggiore sicurezza, chi ha espresso a gran voce la necessità di investire in istruzione e salute – dando priorità alla scuola e alla cura – e chi invece ha solo preteso di poter mantenere aperta la propria attività o, in alternativa, essere ristorato attraverso misure di sostegno.

In un paese stroncato dalla “seconda ondata” e dai relativi lockdown, l’arma finanziaria del Recovery Fund dovrebbe consentire il superamento della crisi economica e sociale facendo perno su due linee di investimento, che vanno sotto il nome di transizione verde e transizione digitale. Nei prossimi numeri valuteremo l’effetto reale di questi provvedimenti, ma guardando la gestione attuale della crisi è meglio non farsi troppe illusioni. Le misure che il Governo ha adottato e sta adottando, limitandosi a mero erogatore di risorse pubbliche alle imprese senza imporre loro alcun vincolo, appaiono del tutto inadeguate. Senza una politica industriale precisa, senza un minimo di programmazione e intervento, nel lungo periodo l’Italia rischia di essere travolta da un divario tecnologico incolmabile, dalla perdita di parti rilevanti di tessuto industriale e da licenziamenti di massa. D’altra parte, non occorre guardare troppo lontano per rendersi conto dell’impoverimento di ampie fasce di lavoratori e lavoratrici aggrappati/e agli ammortizzatori sociali forniti in questi mesi (per non parlare di quelli che ne sono rimasti/e esclusi/e). La cassa integrazione elargita in modo indiscriminato – senza tenere conto dei profitti e senza implicare un allargamento della partecipazione alla governance delle aziende – ha costituito, in poche parole, una socializzazione del rischio d’impresa.

Da parte sua, il capitale ha approfittato della situazione per aumentare gli utili e deteriorare ulteriormente le condizioni di lavoro. La ripresa “pancia a terra” delle attività produttive dopo il primo lockdown ha significato l’imposizione di ritmi e carichi di lavoro sempre più intensi per recuperare i volumi di produzione persi durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria. Allargando lo sguardo al contesto internazionale, la pandemia ha favorito la definitiva ascesa dei giganti del capitalismo digitale, tra cui spicca Amazon i cui utili e il cui valore di capitalizzazione in borsa hanno nettamente superato i concorrenti. 

Siamo davvero sull’orlo dell’abisso? Forse sì, ma deve essere chiaro che nella storia dell’umanità non c’è mai stato un fondo da toccare, un punto più basso oltre il quale si finisce di cadere. Occorre dunque continuare a seguire le faglie del conflitto, sulle quali è possibile individuare le possibilità e gli spazi aperti dalla congiuntura. Tornando ad Amazon, per esempio, la pandemia ha scatenato anche una serie di mobilitazioni su condizioni e organizzazione del lavoro, salute e diritti, che hanno avuto come protagonisti i lavoratori e le lavoratrici in diversi Paesi al mondo. Ne è sorta anche una campagna internazionale, MakeAmazonPay, che può fornire qualche suggerimento per capire le lotte a venire.

Ricucendo nessi con il passato, è impossibile dimenticare che la medicina del lavoro e la prevenzione sono scaturite dalle esperienze nate dalla relazione tra medici, lavoratori e lavoratrici, che hanno avuto il loro apice negli anni Settanta. Il movimento di democratizzazione della medicina ha varcato i cancelli delle fabbriche e ha coinvolto le strutture territoriali portando, nel 1978, alla creazione del Servizio sanitario nazionale. L’istituzionalizzazione non ha rappresentato un traguardo stabile, e man mano che il controllo popolare è venuto meno gran parte di queste conquiste sono state lentamente smantellate sotto il peso delle privatizzazioni. I pazienti sono stati trasformati in clienti, la medicina di base è stata erosa. Oggi in tutta Italia attorno alla salute girano soldi e si costituiscono clientele funzionali al consenso politico. Alla prevenzione si è sostituito, quando va bene, il risarcimento. 

L’emergenza pandemica ha mostrato la fragilità di questo sistema, riaprendo così un dibattito che sembrava archiviato, eppure non si sono viste in campo proposte di riforme in grado di correggere le contraddizioni del nostro sistema sanitario. Neanche per i tamponi – fondamentali per il tracciamento dei contagiati – si è voluta una gestione pienamente pubblica, preferendo lasciare mano libera al profitto privato. Le stesse dinamiche si ritrovano a livello globale, dove decenni di neoliberismo hanno riconfigurato un campo dominato dai colossi dell’industria farmaceutica e un modello di capitalismo in cui il ruolo degli Stati e delle organizzazioni internazionali è ridotto a quello di erogatori di risorse e produttori di regolamentazioni per favorire i profitti. 

In questo contesto si osservano comunque alcune esperienze di autorganizzazione, come l’emergere di forme di coordinamento tra alcune centinaia di medici di base che si scambiano informazioni e concordano misure di prevenzione comunicandosi i risultati sul medio periodo. In alcune occasioni questi gruppi hanno ottenuto ottimi risultati in termini di prevenzione.

Queste e altre esperienze di autorganizzazione ci mostrano che l’attivazione dal basso è fondamentale per farci uscire dall’emergenza – o per non perderci a fissare l’abisso. Dal mutualismo al conflitto (sindacale, sociale), l’attivazione può avere la potenzialità di produrre coalizioni capaci di favorire lo scambio di saperi e la condivisione di obiettivi. Occorre però evitare le scorciatoie e la tendenza a schiacciare la complessità delle contraddizioni sociali. Detto questo, non possiamo accontentarci di forme di attivazione e coalizione che, in quanto nate dal basso, si limitino a “restare in basso”, disarticolate e velleitarie. Se così avessero fatto, le lotte degli anni Settanta non sarebbero arrivate a produrre una riforma del Sistema sanitario nazionale (e di esempi simili la storia ce ne offre anche altri). Il conflitto di classe non può limitarsi a essere esercitato solo a livello di esperienze di base, pur essendo necessariamente radicato in esse. Quanto incide in termini più generali una lotta, anche vincente, confinata sul luogo di lavoro? In che modo un’esperienza di mutualismo limitata ai soli obiettivi solidali sposta gli equilibri? 

Perché è di questo che stiamo parlando. Della possibilità di “alzare il tiro”, di cogliere l’occasione derivante dall’incertezza generata dall’emergenza sanitaria per compiere uno sforzo organizzativo in grado di portare il conflitto a livelli più alti. L’alternativa è accontentarsi di scrutare il fondo dell’abisso, mentre subiamo gli effetti devastanti di un’altra crisi.

Il costo sanitario della pandemia

A cura di Medicina Democratica

Sin dalla preparazione del primo numero, la redazione di OPM ha pensato di aprire un dialogo con il collettivo di Medicina Democratica intorno alla pandemia da Covid-19, le sue ragioni, le sue conseguenze (da questa collaborazione è nato anche uno degli incontri del convegno “Salute e lavoro in Veneto” del 17 ottobre 2020, a Padova). Sono emerse così alcune “domande” che hanno segnato diversi momenti di questo dialogo a distanza, a partire dall’aprile 2020, in piena “prima ondata”. Durante l’estate, cioè ben prima della “seconda ondata”, abbiamo ricevuto da Md anche l’“introduzione” che pubblichiamo qui di seguito e che opportunamente sottolinea come la logica del mercato sia profondamente radicata nella stessa Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ringraziamo Enzo Ferrara, che ha raccolto e editato le risposte dei componenti di Medicina Democratica alle domande di OPM (più avanti in corsivo).

Disegno: Arpaia
Disegno: Arpaia

Lo scorso 11 agosto 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha annunciato la costituzione di una Commissione pan-europea dedicata ai temi della salute e dello sviluppo sostenibile per “ripensare le priorità politiche alla luce della pandemia da Coronavirus”, alla cui presidenza è stato nominato il senatore a vita Mario Monti, già Presidente del Consiglio dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013. Oltre che Presidente dell’Università Bocconi dal 1994, Monti è stato anche Commissario europeo per il mercato interno tra il 1995 e il 1999 nella Commissione Santer e ha rivestito il ruolo di Commissario europeo per la concorrenza fino al 2004 nella Commissione Prodi. Alla luce della pandemia in corso, che ha bruscamente svelato i limiti e le debolezze dei sistemi sanitari improntati esclusivamente sulla medicalizzazione – attenti cioè solo alla cura delle malattie e mai alla loro prevenzione –, questa nomina conferma l’approccio arcaico e a tutela dello “status quo”, più che della salute globale, anche da parte della più importante organizzazione internazionale di difesa della salute, perfino nella gestione di un’emergenza planetaria. Un’ennesima manovra di difesa delle posizioni di dominio economico, patriarcale e conservatore senza una reale volontà di ripensamento culturale del concetto di salute come bene personale e collettivo, di tutti e di ciascuno. Europeista convinto, in economia Monti sostiene il mercato, le liberalizzazioni e il rigore dei conti pubblici. In Italia si è fatto promotore dell’economia sociale di mercato: un modello di sviluppo che subordina la giustizia sociale alla libertà di impresa lasciando allo Stato il solo ruolo suppletivo laddove il mercato stesso fallisca nella sua “funzione sociale”, senza però interferire con i suoi esiti “naturali”. Con Monti a capo della Commissione pan-europea dell’Oms si continua a sostenere il predominio dell’economia anche nel campo della tutela sanitaria – dove sono invece fondamentali tanto le politiche di tutela diffusa della salute e dell’ambiente quanto quelle di educazione preventiva – rendendo impossibile fermare la deriva verso l’insostenibilità dei sistemi sanitari, oggi seconda voce di spesa pubblica in Italia dopo il rimborso del debito, e verso maggiori diseguaglianze sociali anche nelle nazioni più ricche e potenti.

Per ritornare sui temi delle politiche sanitarie con prospettiva sul futuro immediato, per recuperare e ridefinire gli obiettivi principali di intervento con la prevenzione e la partecipazione come pilastri del sistema, non si potrà prescindere dalle lezioni apprese a causa del Covid-19. Proviamo dunque a riprendere il discorso partendo dalle esperienze maturate in piena pandemia da operatori sanitari, lavoratori e cittadini mano a mano che la situazione sanitaria andava uniformandosi, almeno sul piano delle procedure in emergenza, e gli operatori imparavano scambiandosi informazioni pratiche su come trattare i pazienti affetti da Covid-19 nelle diverse condizioni di gravità affrontando anche il problema di come contenere il contagio. 

Dall’insieme emerge la disfatta delle strutture di cura e di protezione sanitaria a partire dalla mancata prevenzione e dalla sottovalutazione del pericolo del Coronavirus di cui sono responsabili in tanti. La débâcle era visibile già nell’informazione mal gestita e confusa su scala internazionale. In Italia se ne occupava la Protezione civile con i dirigenti del Servizio sanitario nazionale (Ssn) e dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che hanno commentato a lungo i dati di contagi, ospedalizzazioni, mortalità e guarigioni senza spiegarne le incongruenze e senza specificarne il valore relativo a seconda delle modalità di conteggio.I numeri di una pandemia di tale portata sono complessi ma c’è il timore che l’incompletezza informativa sia stata e sia ancora funzionale alla volontà di uscirne comunque al più presto. Il 31 luglio 2020 il New York Times dopo una verifica dei dati di mortalità in 28 paesi del cosiddetto “primo mondo” contava almeno 161.000 decessi in eccesso nel 2020 rispetto al numero di vittime ufficiali del Covid-19. Una stima che vede al rialzo il costo umano della crisi sanitaria globale – alla quale l’Oms ha oggettivamente opposto poco più che una resistenza di facciata, passiva – e che include, oltre alle vittime del Coronavirus, anche chi pur essendo colpito da altre patologie non ha potuto accedere alle cure in ospedali e strutture sanitarie quasi totalmente dedicate al contenimento della pandemia.

È chiaro che sulla diffusione e sul numero delle vittime dell’epidemia di Covid-19 in Italia e soprattutto in Lombardia non c’è stata raccolta di dati istituzionale e scientifica. Tutte le decisioni politiche sono state prese sull’onda dei timori e delle pressioni della politica locale e nazionale, a sua volta oscillante tra sottovalutazione e drammatizzazione. I soli studi seri che ci sono capitati sotto gli occhi sono quelli di A. e G. Remuzzi (rispettivamente dell’Università di Bergamo e dell’Istituto M. Negri) e di Grasselli, Pesenti, Cecconi (ricercatori presso il Policlinico di Milano e l’Humanitas di Rozzano). Chi dovrebbe raccogliere i dati epidemici sul campo, e di quali strumenti avrebbe bisogno?

I piani italiani di emergenza per una pandemia, purtroppo datati ancora ai tempi della Sars (2005/2006), non prevedono indicazioni specifiche, ma la gestione della crisi – anche in termini di raccolta e distribuzione dei dati aggregati – spetta agli organi del Ministero della Salute e in particolare al Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie – Ccm.

La raccolta dei dati è stata disordinata soprattutto durante le prime settimane di marzo, quando solo la Protezione civile è riuscita a organizzare un primo servizio specifico. Poi, poco per volta si è tentata una ricostruzione anche di tipo istituzionale e scientifico della situazione, cosa comunque per nulla semplice vista la drammatica portata della pandemia. I dati epidemiologici attendibili si raccolgono, in condizioni non di emergenza, con modalità ben diverse da quelle che abbiamo visto riportate nei media per mesi, cioè attraverso registri ufficiali di diverso genere e verificando ogni minima variazione dei parametri associati a incidenza e mortalità su base cronologica. Per esempio si suddividono le persone per età, genere, località geografica, condizioni di ospedalizzazione, anamnesi delle patologie pregresse e se si riesce si distinguono anche le tipologie socio-economiche dei soggetti coinvolti. 

Purtroppo, l’emergenza ha costretto tutti a cercare informazioni e fare previsioni sui dati di cronaca – perché è questo il livello di analisi ancora attualmente proposto – che sono disordinati e anche incongruenti, ma disponibili in quantità, purtroppo, anche superiore al necessario.

Un esempio di confronto, per quanto approssimativo, sono i dati epidemiologici che si raccolgono quando ci sono ondate di calore che comportano eccessi di ospedalizzazione e soprattutto di decessi, sistematicamente per malattie che interessano anche l’apparato respiratorio. Anche in quel caso, tutti i parametri di distinzione visti prima assumono valore rilevante. 

Comunque, le prime analisi con valore epidemiologico – ricordiamo che sono sempre analisi di confronto – sono state disponibili dalla fine di marzo, quando l’Istat ha diffuso il numero totale dei decessi per alcuni comuni della Lombardia (434 comuni su 1507) e del Veneto (122 comuni su 563) per il periodo dal 1 gennaio al 21 marzo degli anni 2015-2019 e per lo stesso periodo del 2020. I dati continuano a essere incompleti, perché non riguardano tutti i comuni ma appena il 56,5% di quelli lombardi e il 21,8% di quelli veneti. La corrispondenza con i dati di popolazione non è immediata ma si può ricostruire con l’elenco dei comuni. Le prime evidenze indiscutibili, a prescindere dalle cause, sono: un eccesso di mortalità nelle due regioni rispetto al passato e una situazione peggiore in Lombardia, soprattutto in termini di mortalità nei primi 80 giorni del 2020.

Ogni altra deduzione al momento è rischiosa e difficile da confermare. Ciononostante, occorre lavorare su questi dati per capire se le scelte sanitarie in parte diverse fatte in questi due territori portano o meno dei vantaggi in termini di diffusione del contagio e soprattutto di vite salvate. 

Per esempio, occorre capire se abbiano avuto un ruolo le diverse strategie di riconoscimento dei contagiati – la cosiddetta politica dei tamponi – e se la diversa contagiosità e letalità siano legate a diversità nella struttura socio-economica e/o orografica delle due regioni, a una diversa efficacia dei trattamenti in ospedale e in terapia intensiva o, ancora, a diversi livelli di stress del servizio sanitario. Un altro dato importante emerso nel confronto con la Lombardia è la minore frequenza di operatori e operatrici sanitarie infettate rilevata in Veneto, questo può rafforzare l’idea che i pronto soccorso e in generale l’ospedalizzazione con scarsa attenzione alla protezione del personale medico abbiano generato inizialmente più focolai in Lombardia.

Non si può inoltre scordare che la differenza di decessi tra le due regioni, osservabile fin dall’inizio della crisi, avrebbe dovuto essere calcolata tenendo in considerazione anche i tempi di innesco del contagio, che potrebbero esser stati diversi; questo avrebbe dovuto portare a un riallineamento dei dati nelle settimane successive, evento che però non si è verificato, mentre si è al contrario evidenziato un sostanziale e continuo scostamento dei tassi di contagio e mortalità molto più elevati in Lombardia (33% contagi, 45% dei decessi) rispetto a ogni altra regione italiana. 

Come commentare le differenti strategie nei paesi via via interessati dalla pandemia? Tampone generalizzato? Solo nei casi sospetti? Solo ai pazienti ricoverati, per seguirne il decorso?

In realtà l’Oms aveva diffuso delle linee guida già lo scorso anno (Global Preparedness Monitoring Board 2019) e aggiorna di continuo le informazioni che collettivamente tutte le nazioni dovrebbero adottare per fronteggiare la pandemia. Gli stati singoli però hanno aggiornato raramente le proprie strutture e i propri piani di reazione con prontezza. Il 13 agosto 2020 The Guardian ha azzardato una stima secondo cui se l’Italia avesse aggiornato il proprio piano anti-pandemie secondo le linee guida indicate dall’Oms e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), si sarebbero potute salvare 10.000 vite sulle 35.000 finora perse a causa del Covid-19. Purtroppo, oltre ai ritardi nell’opera di prevenzione, in questa pandemia emergono non solo le diverse volontà politiche e le differenti sensibilità democratiche dei paesi, ma anche le enormi differenze in termini di capacità di assistenza sanitaria pubblica e di disponibilità economiche dei singoli.

È paradossale che
proprio il sistema
sanitario regionale
contribuisca alla
diffusione del contagio

Il virus è aerogeno, si diffonde nell’aria e per semplice contatto tra persone e superfici, a differenza di altri virus che hanno solo una trasmissione ematica o attraverso liquidi sierologici, come l’Aids. Il distanziamento, da 1 a 4 metri, e la mancanza di contatti sociali e lavorativi sono ritenuti gli strumenti di prevenzione migliori per impedire al virus di replicarsi nelle cellule umane. Diversamente da altri stati come la Cina e la Corea del Sud, che sono state colpite prima di noi, non abbiamo adottato la disinfezione mediante agenti sterilizzanti con nebulizzazione costante di intere città, metropolitane, uffici, luoghi di lavoro, case, chiese, sale riunioni ecc. concentrandoci solo sull’igiene personale; inoltre si è prescritto di evitare contatti, strette di mano, e di indossare le mascherine senza fornire indicazioni precise sul loro funzionamento. Per quanto riguarda il tampone faringeo inizialmente è stata data indicazione di effettuarlo solo nei casi estremi del paziente sintomatico in ospedale e non all’asintomatico a casa, questo è stato un errore che ha portato inevitabilmente a una sottostima dei casi e a falsare i dati dei positivi e le relative percentuali rispetto ai decessi.

Si è così verificato un paradosso di non poca rilevanza: inizialmente pazienti sintomatici ma in casa hanno solo dovuto attendere il decorrere di 14 giorni di trattamento con antipiretici senza obbligo di fare altri test; terminato questo periodo avrebbero potuto in teoria anche tornare al lavoro se appartenenti a categorie autorizzate. Nemmeno gli eventuali familiari asintomatici erano considerati nella griglia di osservazione; quindi, una persona sintomatica eventualmente positiva aveva la possibilità di contagiare un certo numero di persone in famiglia che a loro volta, inconsapevoli, hanno potuto contagiare altre persone, allargando e ampliando il numero dei contagi. L’eventuale paziente sospetto che avesse avuto un aggravamento dei sintomi poteva infine recarsi all’ospedale per effettuare il tampone, ma così facendo aumentava la concentrazione del virus nei centri di cura, da cui è derivato il 9% dei pazienti contagiati in Italia appartenenti al personale sanitario e i troppi decessi, sempre tra il personale sanitario, con la deduzione dell’Iss che è stato l’ospedale il maggiore centro di contagio nella epidemia. In sostanza, il Ssn era impreparato all’emergenza. In Cina, dove le pandemie sono più comuni, hanno rapidamente separato le strutture di cura per Covid-19 dalle altre. 

Oggi [aprile 2020, N.d.R.] l’Oms scrive che occorre correre dietro al virus e non aspettarlo – questo doveva essere detto e fatto subito – e lancia l’allarme sugli inquietanti livelli di inazione di molti paesi occidentali. Sono necessarie misure coraggiose per rallentare l’infezione. Il lockdown è fondamentale: in Cina il distanziamento sociale ha ridotto la trasmissione del contagio di circa il 60%. Ma il timore è che non appena le misure restrittive saranno rilassate per evitare di fermare l’economia il contagio ricomincerà a diffondersi, per questo c’è anche bisogno di un piano di lungo periodo. 

Il Coronavirus richiede uno sforzo coordinato e transnazionale, non è particolarmente letale, ma è molto contagioso per cui più la società è medicalizzata e centralizzata, più si diffonde. 

Anche a un osservatore non avvertito, il quotidiano bollettino di guariti/infetti/morti sembra soprattutto una misura psicologica per contenere i comportamenti collettivi dentro le misure di prevenzione. Ma questa prevenzione non poteva essere esercitata prima, in modi graduali e meno terroristici? In altre parole: è possibile una reale prevenzione con le malattie virali?

Si poteva fare prevenzione anche senza sovraccaricare le strutture ospedaliere che hanno numeri non infiniti di ventilatori, mascherine, posti letto ecc. così evidenziando drammaticamente le criticità del Ssn che già conoscevamo dagli ultimi trent’anni. Il problema non certo secondario è stato ed è anche come contenere il contagio, oltre che fornire assistenza vitale per un quinto delle persone positive. Su questo aspetto per settimane si sono commessi errori molto gravi pagati a un prezzo enorme da tutti: operatori sanitari, pazienti, addetti esterni nelle strutture di assistenza. Purtroppo abbiamo messo a rischio la vita degli operatori e delle operatrici sanitarie, senza allo stesso tempo combattere sul campo e non nell’ultimo fronte, che è l’ospedale, la battaglia con il virus. È una battaglia che si vince tra le mura domestiche, riducendo il numero dei contagi e intervenendo prima che insorgano, quando possibile, i sintomi gravi di ipossia.

Il perché si sia volutamente ritenuto superfluo non abbattere la carica virale ambientale, sterilizzando anche gli ambienti pubblici, resta un’incognita che ci differenzia da chi ha svolto questa lotta al virus anche dopo di noi, come l’India e diversi paesi africani.

Comunque, dalla prima fase di ignoranza, poco per volta, almeno sul piano dell’assistenza sanitaria e delle procedure in emergenza negli ospedali la situazione si è uniformata, gli operatori e le operatrici si sono scambiati informazioni pratiche su come meglio trattare i pazienti con sindrome Covid-19 nelle diverse condizioni di gravità. 

Qual è lo stato della medicina preventiva, di fronte all’avanzata della sanità privata e delle sue logiche anche nella sanità pubblica?

Quello della prevenzione delle pandemie è un livello di intervento che prevede un’organizzazione sanitaria attiva e coordinata a livello internazionale. La medicina preventiva da molto tempo è una scienza negletta in occidente. Nel nostro paese con questa crisi sono rapidamente emerse le profonde incongruenze della sanità moderna, soprattutto in Lombardia, dove il Sistema sanitario regionale (Ssr) è sostanzialmente basato sulle logiche del privato che, nonostante si sia affermato trionfalmente negli ultimi decenni e sia indicato da molti come esempio pronto a sostituire il Ssn pubblico, si è invece dimostrato inadeguato per la difesa della salute collettiva nell’emergenza da Coronavirus. Anzi, con l’emergenza sono diventate chiare le logiche di fondo del modello sanitario privato le cui contraddizioni – per esempio, le strutture di eccellenza mondiale ma solo per erogare prestazioni non di emergenza, tanto che molti pazienti lombardi gravi sono stati trasportati fino in Germania per trovare posti disponibili nei reparti di terapia intensiva – rivelano una visione della salute in chiave essenzialmente utilitarista e di mercato. 

La deriva è durata decenni, la prima svolta nella configurazione del Ssn, che ha prodotto questo cambiamento deleterio, si è avuta nei primi anni Novanta, con la cosiddetta controriforma sanitaria. Quelle che poi saranno identificate come le principali precondizioni della privatizzazione del Ssn in generale e dei Ssr sono state introdotte già da allora: per esempio l’aziendalizzazione con metodi e strumenti di gestione manageriali tipici delle aziende profit venivano applicati alle strutture pubbliche, l’eccessiva regionalizzazione con misure che consentivano libertà di definizione delle politiche sanitarie a livello regionale e facilitavano quindi il differenziarsi delle finalità e delle politiche nelle diverse parti del paese. 

Prendiamo ancora la Lombardia, considerata artefice del miglior sistema sanitario d’Italia fino a pochi mesi fa. Va precisato che prima della riforma regionale di Formigoni del 1997, consentita in realtà dalla riforma Bindi del 1992 che avviò l’aziendalizzazione della sanità pubblica sul piano nazionale, anche in Lombardia il Servizio sanitario si articolava, come nel resto d’Italia, in strutture locali organizzate in distretti (in Unità socio sanitarie locali – Ussl, inizialmente su base comunale, poi, ridimensionate nel numero e divenute, nei primi anni Novanta, Aziende sanitarie locali – Asl). Strutture che svolgevano direttamente al proprio interno, attraverso le proprie unità organizzative (uffici amministrativi, unità di prevenzione, presidi ospedalieri, ambulatori, consultori, ecc.) anche le funzioni di prevenzione, programmazione, erogazione diretta dei servizi e controllo delle attività svolte. Si trattava di un governo diretto della sanità in tutti i suoi aspetti e in Lombardia si estendeva anche al socio-assistenziale, con un sistema organizzativo regionale che presentava una struttura di tipo modulare, che si ripeteva cioè secondo lo stesso schema nelle diverse aree ma con una gestione strategica regionale unitaria e con l’integrazione delle funzioni di prevenzione, programmazione, erogazione e controllo su una base locale. 

Il frazionamento del Ssn e il decentramento legislativo oltre che amministrativo hanno poi di fatto offerto la possibilità anche di sperimentazioni “creative” riferite ai processi di privatizzazione; per esempio, a metà degli anni Novanta, è stato introdotto un nuovo sistema di pagamento dei servizi sanitari attraverso la definizione a livello regionale di tariffe per le singole prestazioni sanitarie, che ha offerto ai nuovi potenziali entranti privati nel Ssr la possibilità di commisurare l’entità potenziale del business, consentendo loro anche di stimare i compensi futuri. Su questa base normativa nazionale, nel 1997, la Lombardia ha dato una sterzata decisa verso un modello simile a quello scaturito dalla riforma britannica del 1991, che introduceva i quasi-mercati nella sanità di quel paese – cioè la possibilità per il sistema pubblico di pagare prestazioni di servizio erogate dal privato – cambiando consistentemente il modello Beveridge originario, quello che l’economista britannico delineò nel 1942 e che fu la base nel dopoguerra del welfare state laburista.

La giunta Formigoni, al pari dei governi conservatori oltremanica, ha la responsabilità di aver separato fra loro funzioni che prima erano integrate, questo con il solo fine di permettere l’erogazione di servizi a pagamento da parte del privato, puntando ad affidarli – ma solo questi – sempre più a esso. La sanità, da quel momento, programma sempre più dal punto di vista del committente che acquista servizi dai soggetti erogatori pubblici o privati, che diventano nella pratica “aziende” gestite via via in modo sempre più manageriale, impropriamente e pericolosamente definite “autonome” dalla normativa.

In questo quadro, lo spazio dedicato alla prevenzione è andato via via riducendosi, e non potrebbe essere altrimenti visto l’orientamento commerciale e la struttura concorrenziale data al servizio. Ma non basta, per far accogliere questa riforma radicale in senso privatistico con il massimo del consenso dell’opinione pubblica, si è fatto ricorso anche a forme di propaganda e di retorica per legittimare questa scelta, che è stata sostenuta anche da elaborazioni accademiche che si sono rivelate alla fine di pari orientamento ideologico. Si è parlato a lungo di “pariteticità”, mentre si suggeriva la superiorità del modello privato: ora ne vediamo le conseguenze. 

Notiamo una sovrapposizione tra “zone rosse” del Covid-19 e alcune delle aree più industrializzate del paese (in Lombardia, Veneto ed Emilia) e dell’area metropolitana milanese, la più centrale nella rete distributiva delle merci e nei collegamenti internazionali. L’apertura delle frontiere e gli intensi passaggi umani impongono misure speciali di controllo, del tipo di quelle che per esempio gli Usa applicano all’importazione di animali e piante?

Bisognerà ragionare molto sul caso della Lombardia, o meglio della Pianura Padana: la vittima perfetta di questo virus. Sicuramente prevalgono le connotazioni socio economiche, il territorio “aperto”, la densità di popolazione, gli scambi commerciali, la logistica ecc. Il contributo in termini di sinergia e concausa nell’incidenza del virus causato dall’inquinamento atmosferico è sotto esame, assieme all’ipotesi tutta da verificare che l’inquinamento abbia funzionato anche da vettore della malattia. Si dovrà capire, tuttavia non è pensabile che misure di controllo speciali possano dare garanzie assolute rispetto a un virus che si è diffuso grazie a persone che o non avevano ancora i sintomi (il periodo di incubazione del Covid-19 può durare fino a 14 giorni, è dunque piuttosto lungo, rispetto a un’influenza che si manifesta in 3 o 4 giorni) oppure che addirittura non li hanno mai avuti, e questi ultimi sono riconoscibili solo attraverso test sistematici che cadano però nel periodo in cui la malattia viene sviluppata in forma asintomatica: un mese circa fra incubazione e decorso. Per cui è difficile pensare a un sistema di sorveglianza efficace. 

È più facile – e avrebbe ora più senso, paradossalmente, se è vero che la sicurezza sanitaria viene al primo posto – pensare a un modello di quarantena sistematica per chi arriva, il cosiddetto “isolamento” come accadeva a Ellis Island a New York nel Novecento o sull’isola della Giudecca e del Lazzaretto vecchio a Venezia. 

Medicina d’urgenza, terapia intensiva, pronto soccorso: questi sembrano essere i settori più carenti nella sanità italiana. Cosa non è stato fatto? E cosa dovremmo fare per recuperare il ritardo con i paesi meglio attrezzati?

I medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, una struttura all’avanguardia con 48 posti di terapia intensiva, nelle prime settimane di marzo 2020 hanno raccontato in una lettera a una rivista scientifica internazionale la situazione grave in cui si sono trovati costretti a operare, ben al di sotto degli standard di cura in uno degli epicentri italiani dell’epidemia, più di Milano e di qualsiasi altro comune nel paese. 

In breve tempo – hanno spiegato – l’ospedale di Bergamo si è altamente contaminato ed è andato oltre il punto del collasso perché più del 70% dei posti in terapia intensiva sono stati occupati da malati gravi di Covid-19 che avevano una ragionevole speranza di sopravvivere. La loro struttura faticava a fornire i servizi essenziali come l’ostetricia e i servizi mortuari, creando ulteriori problemi di salute pubblica. Questo accadeva dentro l’ospedale mentre all’esterno le comunità erano parimenti abbandonate: i programmi di vaccinazione sospesi, i parenti delle vittime del virus senza notizie e strutture istituzionali come le carceri prive di qualsiasi possibilità distanziamento sociale. 

Hanno anche spiegato che i sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti intorno al concetto di patient-centered care [un approccio per cui le decisioni cliniche sono guidate dai bisogni, dalle preferenze e dai valori del paziente, N.d.R.]. Ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un modello di community-centered care, per cui la salute del singolo si difende assieme a quella di tutta la collettività. Stiamo dolorosamente imparando che c’è bisogno di esperti di salute pubblica e di epidemie e che queste conoscenze devono estendersi ben oltre le mura delle strutture sanitarie. Ognuno può e deve fare la propria parte. «A livello nazionale, regionale e di ogni singolo ospedale ancora non ci si è resi conto della necessità di coinvolgere nei processi decisionali chi abbia le competenze appropriate per contenere i comportamenti epidemiologicamente pericolosi» – hanno scritto rivolgendosi ai governi di stati che non avevano ancora preso provvedimenti contro il Covid-19. È paradossale, assurdo, che sia proprio il sistema sanitario regionale l’elemento che contribuisce maggiormente alla diffusione del contagio, a partire dalle ambulanze con i sanitari – portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza – che precipitano anch’essi sotto stress psichico o fisiologico, aumentando ulteriormente le difficoltà e i rischi di chi opera in prima linea.

Questo disastro poteva essere evitato soltanto con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio. Per affrontare la pandemia servono soluzioni per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali. Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigenoterapia precoce, ossimetri da polso, e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna anche creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti facendo affidamento sugli strumenti della telemedicina. Un tale approccio limiterebbe l’ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio, proteggendo i pazienti e il personale sanitario e minimizzando il consumo di equipaggiamenti protettivi. 

Soprattutto, abbiamo bisogno di strutture ospedaliere interamente dedicate all’emergenza, separate dalle aree non contagiate. Questa epidemia non è un fenomeno che riguarda soltanto la terapia intensiva, è una crisi umanitaria e di salute pubblica. Richiede l’intervento di scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e assistenti sociali. Abbiamo urgente bisogno di agenzie umanitarie oltre a quelle scientifiche. 

Quanto può avere contribuito il degrado delle condizioni ambientali al diffondersi dell’epidemia?

La crisi ha messo a nudo tante contraddizioni e superstizioni del mondo moderno, a partire dall’idea che la salute personale e collettiva delle civiltà industriali fossero al riparo dalle malattie pandemiche. La biopolitica contemporanea – l’insieme di azioni non solo sanitarie ma anche sociali e ingegneristiche messe in atto per la sicurezza e l’assistenza intese nel senso più ampio possibile – è elemento costituente di ogni modello sociale occidentale. Il fallimento o il successo di questa offerta di sicurezza e assistenza sono l’argomento cardine per valutare l’assetto sociale e su cui occorre centrare il dibattito per decidere la direzione della sanità del futuro. 

Oggi finalmente si afferma che il nemico andava combattuto anche dentro le mura di casa, adottando disinfezioni a tappeto insieme al distanziamento, perché altrimenti un virus così mutevole e adattabile a tutto non si sconfigge. In questa partita a scacchi stiamo perdendo senza aver compreso i punti deboli del nemico. Ha giocato certamente a nostro favore l’arrivo delle temperature estive che hanno contribuito a sterilizzare l’ambiente, sopperendo all’azione mancata dei disinfettanti, anche con i raggi solari, relegando la catena amminoacidica del virus, che è termolabile, a essere presente solo all’interno della cellula, riducendo il contagio. Ma è una magra consolazione, perché dopo il lockdown abbiamo avuto un periodo di drastica riduzione del contagio durato pochi mesi, poi già ad agosto i numeri dei soggetti positivi al virus sono tornati a preoccupare, è accaduto lo stesso in tutta Europa.

Occorre perciò adottare una prospettiva di più lungo respiro e, intanto, andare a cercare le origini del virus all’interno del sistema ecologico così alterato. Inoltre, occorre rendersi conto che se non sarà possibile ridurre il rischio d’insorgenza anche delle prossime patologie epidemiche attraverso un recupero almeno della salute ecologica globale. Se dovremo infine ammettere il fallimento del nostro potere culturale prima, scientifico e tecnologico poi, allora verranno meno alcune certezze della modernità che si credevano consolidate. Le “malattie del progresso”, le patologie degenerative (tumorali, neurologiche, disfunzionali) diffuse per il degrado ambientale ma non trasmissibili da uomo a uomo, sono state accettate fino a che il sistema che le provocava garantiva però la difesa contro le “malattie epidemiche” – che hanno falcidiato per millenni l’umanità e che si consideravano relegate ai margini della storia. 

Ora, le malattie sono da sempre correlate con il modello socio-economico. Perfino lo sviluppo dell’agricoltura diecimila anni fa comportò problemi sconosciuti fino al neolitico, dovuti a carenze alimentari per una dieta meno ricca e all’insorgere delle zoonosi con la nascita dell’allevamento.

Non ne sappiamo ancora abbastanza, ma se saranno verificate alcune delle ipotesi sull’insorgenza del nuovo virus – favorita dal disboscamento, dalla perdita di biodiversità e dalla mono-dimensione umana della biosfera – sia sulle concause e i vettori della sua diffusione, a partire dalle forme di inquinamento che assieme all’alta industrializzazione correlano la maggior parte dei focolai dell’infezione – allora stiamo assistendo a qualcosa di perfino più nuovo della pandemia. Si tratta di una sinergia mai osservata prima, una nemesi che integra le “malattie del progresso” e le “malattie epidemiche”, con il rischio di rendere le une e le altre più forti e più temibili se non vi sarà un’inversione decisa del modello di sviluppo.

Il nostro dramma è che oggi il mondo della conoscenza è dominato in forma totalitaria dalla dimensione tecnologica mentre la politica delega al mercato la soluzione dei problemi economici a scapito della difesa di ambiente e salute. Come abbiamo visto, non si parla più di prevenzione primaria facendo ricadere sui comportamenti individuali o collettivi – perciò da controllare, reprimere, impedire – la responsabilità della malattia. Partecipazione e libero scambio delle conoscenze restano però i caratteri fondanti della solidarietà fra lavoratori e fra popoli, indispensabili a promuovere il soddisfacimento dei bisogni fondamentali selezionando i processi e i beni in grado di soddisfarli, entro i limiti della natura (sostenibilità), contro lo sfruttamento (eguaglianza e diritti) e l’inquinamento globale (ambiente e clima). Si tratta di un impegno culturale e politico di ampio respiro che ribadisce la connotazione solidaristica della medicina come ricerca e assistenza che necessita di un rigore tanto scientifico quanto etico. 

Il nemico andava
combattuto dentro le
mura di casa, adottando
disinfezioni a tappeto e
distanziamento

Vale anche e soprattutto per la lettura di numeri e dati ai tempi del Coronavirus, la cui “causa delle cause” andrebbe ricercata nei villaggi più poveri e indifesi della Cina interna e lì sanata utilizzando mezzi molto più semplici, democratici e dai costi molto più economici di quelli che ci tocca adesso adottare per bloccare i virus a ogni costo, rinunciando anche a libertà che credevamo irrinunciabili e gratuite. 

Sempre a proposito delle analisi statistiche, ancora confuse, sugli effetti della pandemia in termini di contagi e mortalità, vi sono due aspetti principali su cui gli studi puntano per chiarire le correlazioni possibili. 

Il primo riguarda le condizioni di salute generale di una popolazione esposta in modo continuativo a nocività ambientali. È pacifico che gli elevati livelli di inquinanti atmosferici in situazioni come quelle della Pianura Padana e in particolare nei centri maggiori, determinano un incremento nelle patologie respiratorie e cardiovascolari. Questa associazione è stata evidenziata in molti studi, segnalando l’incremento di morti premature e ricoveri per tali patologie (come pure l’incremento di acquisti di farmaci correlati) in occasione di “picchi” di inquinamento (in particolare per PM10 e PM2,5 e ossidi di azoto, maggiormente monitorati). Non si tratta solo dell’emergere di criticità da parte di soggetti già deboli per età o altri motivi; a ogni episodio e a ogni continuità di esposizione si allarga la platea delle persone sane che si “indeboliscono” sempre più fino a essere interessate dalle patologie potenzialmente fatali. Una popolazione in cui esiste una condizione generalizzata così critica è molto più “sensibile” all’effetto dell’esposizione a un virus che colpisce principalmente le vie respiratorie o comunque è veicolato da queste ultime. La loro condizione ridurrà le difese naturali. Gli studi epidemiologici in corso, con ogni probabilità, evidenzieranno tale condizione sanitaria come un cofattore rispetto alla estensione e agli effetti negativi della pandemia in corrispondenza delle aree più inquinate (e industrializzate) d’Italia.

Il secondo aspetto riguarda l’ipotesi che l’inquinamento in particolare da PM2,5 abbia favorito la veicolazione del virus facilitando e incrementando l’esposizione. Su questo la ricerca è agli inizi e non è comunque agevole stabilire delle correlazioni. L’assunto di base è che il virus sia trasportato e mantenuto in aria per tempi maggiori rispetto a quelli “naturali” grazie alla presenza e alla concentrazione di alcuni inquinanti quali le polveri e l’ammoniaca o, in genere, forme chimiche di particolato tra lo stato solido (polveri) e i condensati (aggregazioni di gas “semi solidi”). Questa ipotesi può essere fondata in situazioni locali specifiche con elevate concentrazioni di tali contaminanti ma è difficile pensare a una proporzionalità diretta tra inquinamento da polveri quali veicoli incrementali e l’esposizione al virus. Il principale dato da verificare è la “emivita” del virus in atmosfera che, solo parzialmente, può essere incrementata da un supporto “fisico” di trasporto come le polveri di piccole dimensioni.

In ogni caso è ragionevole ritenere che l’inquinamento sia un cofattore degli effetti pandemici sulle condizioni di salute collettive, come è altrettanto evidente che la riduzione dell’inquinamento atmosferico (e non solo) è un obiettivo da porsi ben prima e al di là della attuale emergenza. Non c’era bisogno della pandemia per sapere che lo smog fa male.

Nello stato di salute di una società non sono di secondo piano le condizioni del lavoro. Quelle che si stanno generalizzando vanno nel senso di una reperibilità permanente a fronte di una precarietà di fondo, any time any place con conseguente caduta della separazione tra vita lavorativa e vita privata. Come affrontare le emergenze mediche con lavoratori e lavoratrici del “precariato deregolamentato” e luoghi di lavoro “diffusi”?

Prima di parlare di “emergenze mediche” nei confronti delle molteplici forme di precariato occorre tenere conto che – almeno a livello normativo – in tutti i casi in cui la prestazione lavorativa è considerata come lavoro subordinato o equiparato, e lo sono quasi tutti, non vi è differenza nei diritti dei lavoratori e negli obblighi dei datori di lavoro in tema di difesa della salute. Pur tenendo conto delle modalità di lavoro, il diritto alla sicurezza è sancito chiaramente nelle leggi vigenti. Il tema è un altro, la effettiva “esigibilità” di questi diritti da parte di una classe lavoratrice intrinsecamente debole perché frammentata e individualizzata nel rapporto di lavoro; pesano inoltre la inadeguatezza dei servizi di prevenzione delle Usl/Asl (non solo in termini di numero degli operatori ma anche di capacità di approccio a queste nuove forme di lavoro) come pure l’arroganza dei “padroni”, tali, forse anche di più quando sono visibili sotto forma di un algoritmo.

Non a caso le lotte che sono state realizzate e in alcuni casi vinte, hanno interessato principalmente il mondo della logistica dove alla precarietà dei singoli si è sovrapposta l’unione e l’organizzazione di tipo sindacale e/o autorganizzata. Che dire poi del lavoro precario, sottopagato e con ridotti livelli formativi e informativi sulla sicurezza caratteristiche dei “soci” delle “cooperative” che reggono le attività in luoghi come le Residenze sanitarie assistite (Rsa)?

Il primo aspetto
riguarda le condizioni
di salute generale
di una popolazione
esposta alle nocività

Vi sono anche i paradossi: ci sono state iniziative di intervento di prevenzione che riguardano il mondo dell’alta moda (anche chi sfila sulle passerelle è “precario” ancorché ben pagato), mentre per i rider è dovuta intervenire la magistratura per pretendere verifiche puntuali a partire dalle “attrezzature” e dai dispositivi di protezione individuale utilizzati da questi lavoratori altrettanto precari ma con redditi ben differenti. C’è differenza tra rischiare una slogatura per un tacco 12 e rischiare di essere investito da un tram mentre si cerca di consegnare in tutta fretta un prodotto pedalando su una bicicletta scalcagnata. Prima di risolvere le “emergenze mediche” di questi lavoratori va loro garantita una piena dignità.

In che modo l’emergenza porta all’attenzione pubblica certi esperti e non altri? C’è stata una sovrarappresentazione di tipologie specifiche di esperti e forse una sottorappresentazione o forse esclusione di altri? In che maniera tale selezione è anche in parte legata a culture scientifiche o culture pubbliche?

Certamente in Italia dall’insieme emerge la disfatta delle strutture di protezione sanitaria a partire dalla mancata prevenzione, dalla disorganizzazione nella raccolta dei dati, tutto a causa della sottovalutazione del pericolo delle pandemie in generale e del Coronavirus in particolare, di cui siamo responsabili in tanti. In Italia se ne occupa ancora la Protezione civile con i dirigenti del Ssn e dell’Iss, che hanno commentato a lungo i dati di contagi, ospedalizzazioni, mortalità e guarigioni senza spiegarne le incongruenze e senza specificarne il valore relativo a seconda delle modalità di conteggio.

Nelle fabbriche dell’Italia del Nord si è tornato a lottare per la salute, con una mobilitazione proporzionale ai timori. Qual è lo stato attuale della medicina del lavoro e qual è la situazione di Spsal (Servizi per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro) e Spisal (Servizi per la prevenzione igiene e la sicurezza negli ambienti di lavoro)? 

La crisi pandemica ha fatto emergere anche altre debolezze, per esempio quasi tutte le imprese si sono trovate spiazzate dalla necessità di dotarsi di elementari Dispositivi di protezione individuale (Dpi), come le mascherine. Senza entrare nel merito sulle diverse tipologie e la corrispondente efficacia, quello che sorprende è la loro assenza in troppe realtà. È chiaro che vanno privilegiati i sistemi di protezione collettiva e tutto quanto fa prevenzione, i Dpi sono utili esclusivamente per i rischi residui non proteggibili altrimenti. Ma questi rischi, anche in forme limitate o saltuarie, sono presenti in quasi tutte le aziende con attività industriali e artigianali. L’assenza o carenza delle mascherine denota la mancata attuazione di alcuni obblighi di base delle norme di sicurezza e dà conto di quanto poco sia stata efficace l’azione dei lavoratori e delle loro rappresentanze sulla attuazione dei loro diritti. 

Stanno circolando volantini e appelli sindacali intitolati “Prima di tutto la salute” per richiedere interventi di tutela e/o per fermare le produzioni non essenziali, ma anche prima della pandemia, nei luoghi di lavoro, questo principio doveva valere ed essere preteso a gran voce. La richiesta della modifica dei cicli produttivi, eliminando per esempio le sostanze cancerogene, dovrebbe essere in cima alle priorità, invece è di pochi mesi fa una campagna dei sindacati europei per fissare dei limiti di esposizione a cancerogeni, anziché sulle modalità di fuoriuscita da tali produzioni/impieghi. Evidentemente la strage dovuta alla esposizione all’amianto non è stata una lezione sufficiente. 

Un’esperienza che il mondo del lavoro non si aspettava è quella che stiamo vivendo ora: l’esposizione ad agenti biologici in situazioni ove questi non sono né prodotti né utilizzati nei cicli produttivi. È chiaro che in una azienda metalmeccanica non si utilizzano batteri o virus che invece possono essere utilizzati in aziende biotecnologiche, farmaceutiche ed essere presenti negli ospedali: non ci si aspetta che l’attività determini questa esposizione. A dire il vero, rimanendo alle aziende metalmeccaniche, qualche rischio esiste, per esempio il mancato rinnovo dei fluidi lubro-refrigeranti può farli diventare brodo di coltura di batteri ed esporre i lavoratori tramite le nebbie oleose, se non captate idoneamente. Queste situazioni devono essere considerate nei documenti di valutazione di rischio e sono agevolmente riducibili. Meno naturale è considerare il rischio biologico esterno in fabbrica. Questo rischio in realtà può trovare posto nei piani di emergenza che devono essere predisposti per tutte le produzioni. Oltre a eventi connessi all’attività (infortuni, incendi, sversamenti di sostanze pericolose ecc.) vanno infatti anche considerati quelli esterni (alluvioni, terremoti, esplosioni dovute all’azienda vicina ecc.). Tra questi ultimi dovrà essere previsto, d’ora in poi, anche il rischio pandemico per non farsi cogliere impreparati come è accaduto con il Covid-19. 

E l’aumento dei controlli tanto invocato a ogni infortunio mortale dov’è finito? Dove sono finiti i tecnici della prevenzione? Ebbene durante il lockdown sono stati inviati in smartworking forzato o nei call center. È quello che è successo in Lombardia e in Piemonte, dove è stato garantito solo l’intervento in caso di infortuni gravi. Chi obietta a queste decisioni è preso per mentecatto o untore, con tendenze suicide. In Veneto, almeno, è previsto l’utilizzo degli operatori per controlli a campione nelle aziende attive: i lavoratori costretti a operare nelle condizioni attuali di rischio pandemico hanno bisogno di più vigilanza. Il tutto nel rispetto della sicurezza dei tecnici ed elaborando specifici protocolli di intervento utili anche alle aziende. Si è facili profeti affermando che le scelte di allontanamento coatto dei tecnici dall’intervento nelle aziende rinvigorirà le iniziative già in essere per lo smantellamento dei servizi di vigilanza in favore di controlli solo formali. Visto che nel momento di maggior bisogno i servizi di controllo sono latitanti, allora non sono così indispensabili nella normalità. Ma abbiamo imparato che la normalità era il problema e che occorre una sanità pubblica partecipata per superare l’attuale situazione, la si otterrà solo unendo nuovamente le forze anche per l’affermazione piena del diritto alla salute nei luoghi di lavoro.

E i medici di fabbrica dipendenti delle aziende, che ruolo hanno avuto o potrebbero avere, tenendo conto dell’esigua presenza di Rls (Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza) e Rlst (sul territorio) quasi simbolici?

I medici del lavoro e i rappresentanti dei lavoratori possono e devono agire su due livelli di intervento. 

Il primo livello è quello di cui oggi tutti parlano: i Dpi, le attrezzature utilizzate allo scopo di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. In un provvedimento normativo recente, anche le mascherine chirurgiche sono entrate tra queste attrezzature. La protezione individuale, si badi bene, rappresenta l’ultima misura, in ordine di importanza, nella gerarchia della tutela, preceduta dalla prevenzione e dalla protezione collettiva. 

Questo concetto viene oggi ribaltato. Da “qualificate” fonti, scientifiche e istituzionali, sentiamo dire che i Dpi, guanti e mascherine, filtranti o chirurgiche, devono ora essere indossati per proteggere gli altri: una novità assoluta. Per la verità il ragionamento pare non fare una piega: noi diffondiamo il virus tossendo, starnutendo, parlando, ma questo significa che il pericolo siamo noi! C’è di buono che, finalmente, se ne è preso atto 

Ma torniamo alla protezione individuale: dicevamo che è la misura ultima in ordine di importanza, dopo la prevenzione e la protezione collettiva. La prevenzione del rischio infettivo è l’individuazione e la neutralizzazione delle fonti dell’infezione; che, in questo caso, sono i portatori del virus, sintomatici o asintomatici. I tamponi sono lo strumento principale se non unico di indagine. Sono stati fatti? No, o pochissimo per lungo tempo. Quando sono state date indicazioni per la loro esecuzione sistematica, hanno prevalso i problemi di gestione e le carenze di approvvigionamento dei test fin quasi alla fine dell’emergenza. 

La protezione collettiva del rischio infettivo negli ambienti di lavoro è possibile anche con il potenziamento dell’aerazione naturale dei locali per allontanare gli aerosol infettivi o, almeno, ridurne la concentrazione, assieme a ogni altra misura igienica. Negli ambienti di vita questo compito lo possono svolgere solo gli agenti atmosferici, vento, pioggia, riscaldamento del suolo.
E qui entra in gioco il secondo livello di intervento che spetterebbe ai medici del lavoro e ai rappresentanti dei lavoratori. Basta ragionare sul fatto che la riduzione degli inquinanti, da traffico e da industria, può certamente facilitare l’azione “igienizzante” degli agenti atmosferici. È stato fatto? In maniera tardiva e incompleta, eppure bisognerà insistere anche su questi aspetti.

Infine, va detto che la protezione collettiva del rischio infettivo è un argomento ancora più complesso.
Tutte le malattie infettive hanno maggiore incidenza e conseguenze più gravi nelle collettività svantaggiate sul piano economico e sociale; lo vediamo in Africa, dove sono la prima causa di morte. Anche in Italia ci sono ampi strati di popolazione svantaggiati sul piano economico e sociale, le cui difficoltà reddituali, abitative e sanitarie sono state accentuate non tanto dalle conseguenze dell’epidemia quanto dalle misure di contenimento adottate, che stanno indebolendo e impoverendo la popolazione più vulnerabile. 

In questo quadro concettuale, affidarsi interamente alla protezione individuale diventa l’ammissione della rinuncia definitiva alla prevenzione e alla protezione collettiva, un fallimento scientifico e culturale prima che politico. 

Purtroppo, anche in situazioni considerate di “eccellenza”, come in Lombardia, la condizione dei servizi di prevenzione sui luoghi di lavoro (Spal/Spisal) è spesso comatosa nonostante la pubblicistica. Non si tratta solo della riduzione del numero degli operatori per effetto delle politiche di “austerità” che hanno ridotto i dipendenti pubblici non garantendo il turnover, ma anche di un differente approccio alle modalità di utilizzo degli operatori e al modo di “misurare” le prestazioni.

All’interno dei servizi pubblici si sono irrigiditi i rapporti gerarchici che riducono le occasioni di comunicazione e dialogo. Per esempio, il rapporto diretto tra Rls e lavoratori da una parte e tecnici dall’altra è quasi interamente dedicato a espletare gli obblighi formali, mentre l’approccio gerarchico ostacola lo scambio costante di esperienze e di conoscenze tra questi soggetti, che era alla base della nascita “unitaria” degli Smal (Servizi di Medicina degli Ambienti di Lavoro) all’inizio del percorso della riforma sanitaria del 1978. Non a caso questi servizi erano impostati per rispondere all’impellente e imperiosa richiesta del movimento operaio di poter controllare le proprie condizioni di lavoro in fabbrica e di poter disporre di un punto di vista autonomo e scientificamente allo stesso livello di quello offerto dai consulenti del padrone.

La successiva deriva ha svuotato via via la sanità pubblica. La tendenza attuale è quella di far divenire i servizi di prevenzione come dei “consulenti” delle aziende (al di fuori di specifiche attività di carattere giudiziario come gli infortuni, ma qui siamo all’intervento ex post). La retorica della “collaborazione” tra servizi e aziende, di una inesistente “unità di intenti” tra servizio pubblico e interesse privato alla produzione e al profitto, ha tra i suoi effetti un eccesso di attività “formali” degli operatori pubblici rispetto al tempo da dedicare alla vigilanza pratica nei luoghi di lavoro e quindi al confronto nella dialettica tra le parti sociali. Dentro questo quadro i medici competenti risultano schiacciati: se fanno bene il loro lavoro (per esempio denunciando le sospette malattie professionali) rischiano di perderlo, mentre farlo cercando di interpretare la volontà del datore di lavoro significa non svolgere il proprio ruolo in modo corretto e aggiungere ingiustizia a condizioni lavorative pesanti. Per parte nostra, l’unica proposta per uscire da questa impasse è obbligare le aziende a utilizzare medici dei servizi pubblici per la cui attività rispondono direttamente alla Usl/Asl come pure attribuire il riconoscimento delle malattie professionali alla Usl/Asl (come previsto dalla riforma sanitaria del 1978) anziché, come è ancora oggi, allo stesso soggetto che poi deve garantire le prestazioni assicurative, l’Inail. Un palese conflitto di interessi.

Che dire poi del fatto che l’eventuale assenza di Rls o Rlst in un’azienda non è sanzionata? Equivale a un esplicito “liberi tutti” contenuto nella norma attuale, a cui contribuiscono anche i codici disciplinari, per esempio nel pubblico impiego, che fanno scattare sanzioni e licenziamenti se un operatore osa criticare o segnalare pubblicamente criticità riguardanti l’ente o l’azienda dove lavora – come è accaduto durante la pandemia in numerose Rsa. Una condizione accettata dai principali sindacati, che va esattamente nella direzione opposta al diritto, sancito dallo Statuto dei diritti dei lavoratori: «I lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica.» Occorre un ritorno al futuro, anche per questo va evitato il semplice ritorno alla “normalità” ante Coronavirus perché quella normalità è stata la vera fonte della malattia.

Bibliografia-Sitografia

V. Agnoletto, Senza respiro, Un’inchiesta indipendente sulla pandemia Coronavirus, in Lombardia, Italia, Europa. Come ripensare un modello di sanità pubblica, Altreconomia, Milano 2020.

A. Giuffrida, S. Boseley, «Italy’s pandemic plan “old and inadequate”, Covid report finds. Outdated guidelines and lack of protocols may have led to thousands of extra deaths», The Guardian, 13 agosto 2020.

G. Grasselli, A. Pesenti, M. Cecconi, «Critical Care Utilization for the COVID-19 Outbreak in Lombardy, Italy. Early Experience and Forecast During an Emergency Response», JAMA, 13 marzo 2020.

M. Nacoti et Al., «At the Epicenter of the Covid-19 Pandemic and Humanitarian Crises in Italy: Changing Perspectives on Preparation and Mitigation. In a Bergamo hospital deeply strained by the Covid-19 pandemic, exhausted clinicians reflect on how to prepare for the next outbreak». NEJM Catalyst, 21 marzo 2020. Qui tradotto in italiano.

A. e G. Remuzzi, «COVID-19 and Italy: what next?», The Lancet, 12 marzo 2020.

I rapporti annuali del Global Preparedness Monitoring Board sono pubblicati a questo indirizzo: si vedano in particolare A World at Risk, settembre 2019; A World in Disorder, settembre 2020.

Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe

9 ottobre 2020

Bruno Cartosio

La storia dell’ultimo mezzo secolo è «la storia della fuoruscita del capitale dalla regolamentazione sociale entro cui era stato costretto dopo il 1945». Prendo a prestito le parole di Wolfgang Streeck – e dietro le parole buona parte dell’analisi contenuta nel suo Tempo guadagnato – per racchiudere in una frase un ragionamento che ho sviluppato altrove (in Dollari e no) e che non è possibile riproporre qui se non nella forma sintetica del giudizio storico-politico. La rottura del «contratto sociale», o «patto newdealista», imperniato sul riconoscimento reciproco tra grande capitale e organizzazione operaia, tutelato dallo Stato, è stata la precondizione per la reazione neoliberista che negli Stati Uniti ha avuto in Ronald Reagan il suo eroe eponimo. Da allora l’arco temporale della Terza rivoluzione industriale ha largamente coinciso con quello del neoliberismo hayek-friedmaniano, che ha cambiato la fisionomia delle élite capitalistiche, alterato in profondità la composizione sociale del mondo del lavoro e riportato indietro l’orologio del comando padronale sui lavoratori. Poi, gli eventi che tra il 2008 e oggi hanno sollevato ogni velo residuo sulla crisi epocale in atto. Infine, Trump e ora il Covid-19, e nel dramma della pandemia la sollevazione innescata dalla risposta afroamericana al razzismo intrinseco agli omicidi polizieschi. La grande, socialmente composita sollevazione si è rarefatta – le rubano spazio le ansie preelettorali, cui si è aggiunto il contagio di Trump – ma non si è spenta. Né si sono interrotti gli scatti di conflittualità che la «nuova» classe operaia, anch’essa composita e spesso precaria, ha aperto in questi ultimi anni lontano dalle fabbriche. Sul mondo del lavoro e su questa conflittualità sarà focalizzata qui l’attenzione. (Alla politica del razzismo e alla sollevazione degli ultimi mesi Officina Primo Maggio ha dedicato nel giugno scorso l’opuscolo Uprising/Sollevazione. Voci dagli USA).

La rottura del contratto sociale del lungo secondo dopoguerra arrivò alla fine degli anni Settanta, dopo un eccezionale ciclo di lotte operaie: tra il 1967 e il 1975, il numero di scioperi, di scioperanti e di ore di lavoro perdute fu il più alto della storia statunitense. La protesta operaia coincise con gli anni finali del Movimento e con la conclusione della guerra del Vietnam. Allora, la crescente automazione e la prima fase delle ristrutturazioni (re-engineering), delle esternalizzazioni (outsourcing) e delle delocalizzazioni avevano già abbassato il tasso di sindacalizzazione nel settore privato non agricolo, che dal 31,4% del 1960 era passato al 24,6% nel 1973; era poi sceso al 16,8% nel 1983, al terzo anno della presidenza Reagan; era all’8,3% nel 2003 e aveva continuato a scendere (fino al 6,2% nel 2019). Secondo l’Ufficio statistiche del lavoro, i salari reali, dopo avere raggiunto il livello massimo di 341,73 dollari settimanali nel 1972 (in dollari costanti del 1982), scesero fino ai 266,43 dollari nel 1992, al termine dei dodici anni di Reagan-Bush, per iniziare allora una lenta risalita fino ai 310,73 dollari del 2017. Ma quanto gli anni del capitalismo neoliberista abbiano tolto ai lavoratori lo dice un rapporto appena pubblicato dalla Rand Corporation: se negli ultimi 45 anni la distribuzione della ricchezza prodotta nazionalmente fosse avvenuta come negli anni compresi tra il 1945 e i primi anni Settanta, il lavoratore con il reddito mediano odierno di 50.000 dollari annui sarebbe arrivato a 92.000-102.000 dollari annui. 

Lo sconquasso sociale e la rivoluzione tecnologico-finanziaria hanno cambiato il mondo del lavoro. Il «grande capitale» si è espresso sempre meno nella grande fabbrica manifatturiera, la cui presenza nel paese si è ridotta sempre più. Nei soli anni 1998-2015 il numero delle fabbriche con oltre 1000 dipendenti si è quasi dimezzato (da 1504 a 863) e di quelle con 500-999 dipendenti si è ridotto di un terzo. Tra il 1980 e il 2018, mentre la popolazione passava da poco più di 227 milioni a 327 milioni, i posti di lavoro nel manifatturiero scendevano da 18.640.000 a 12.809.000. Perfino nello hi-tech, che gelosamente trattiene la progettazione in patria, le lavorazioni «dure» sono delocalizzate, esattamente come per tutte le altre manifatture (meccanica, siderurgia, gomma, tessile, abbigliamento). Non lo sono, invece, i mestieri della sanità e dei servizi alla persona, del commercio al dettaglio, dei servizi pubblici, della produzione alimentare e così via.        

La General Motors non è più il maggior datore di lavoro degli Stati Uniti; oggi è al ventitreesimo posto. Al primo c’è Walmart, al secondo McDonald’s. Negli ultimi anni, entrambi i colossi sono stati investiti dalle lotte per gli aumenti salariali e la sindacalizzazione. Walmart ha accettato gli aumenti a 12 dollari orari in 500 suoi punti vendita negli Stati Uniti, ma ha preferito chiuderne uno in Canada piuttosto che accettare la sindacalizzazione decisa dai suoi dipendenti. Nonostante la manodopera di McDonald’s – in gran parte assunta come autonoma – sia organizzata in modi tali da prevenire la possibilità stessa della sindacalizzazione, è stata al centro di lunghe lotte per i diritti e per i 15 dollari orari (le fights for 15$), raccogliendo vasti appoggi e successi in molte città e stati. Anche gli operai della Gm, dopo anni di silenzio, hanno fatto uno sciopero di 40 giorni nell’autunno 2019. Ma i grandi dello hi-tech restano padroni assoluti in casa loro. Apple, Microsoft, Amazon, Facebook e Alphabet (Google), che nel loro insieme “valgono” 7,3 trilioni di dollari, sono non-union. E dettano la linea, come sottolineava la rivista In These Times ad agosto: i sindacati sono assenti anche dalla quasi totalità delle aziende minori del settore. 

Il loro antisindacalismo, o assolutismo padronale, non è un effetto avverso della pandemia, ma un fatto strutturale, che lo sciopero (globale) di un giorno contro Google del novembre 2018 e i ripetuti tentativi di penetrazione sindacale ad Amazon non hanno scalfito. Anzi, come in altri tempi, chi ha fatto attivismo filo-sindacale è stato licenziato o emarginato. Unica eccezione significativa il voto, nel febbraio 2020, con cui i lavoratori di Kickstarter – a suo modo un’azienda hi-tech – hanno deciso di aderire al sindacato. In ogni caso, le risorse finanziarie e umane della Cwa (Communication Workers) e della Opeiu (Office and Professional Employees, protagonisti del successo a Kickstarter) sono lungi dall’essere sufficienti per lanciare una campagna su vasta scala, soprattutto se a innescarla non sono agitazioni e movimenti interni alle aziende.   

 Come sappiamo, la sindacalizzazione dei settori portanti della Seconda rivoluzione industriale – auto e siderurgia – avvenne grazie a grandi battaglie durante tutti i primi decenni del Novecento e si concluse con la «Legge Wagner» e il Committee for Industrial Organization (Cio) negli anni della Grande depressione e del New Deal. Gli spezzoni di classe alla testa di quei processi compositivi furono gli operai non qualificati delle grandi fabbriche. Oggi, ammettendo la possibilità di immaginare che nella crisi attuale la ripresa delle lotte e la sollevazione in atto possano avviare una fase di ricomposizione, potrà questa partire dai non qualificati odierni? Gli afroamericani e ispanici oggi, come gli immigrati allora? 

Tralasciando il persistere dei pregiudizi etnico-razziali (di casta), due cautele devono frenare l’immaginazione. La prima: i luoghi centrali della Terza rivoluzione industriale e del nuovo secolo sono del tutto o quasi «liberi» da antagonismi organizzati al loro interno, e non è fatta di operai unskilled la manodopera che caratterizza l’occupazione nello hi-tech. Diversamente da quelle di un secolo fa, le nuove roccaforti dovrebbero essere assediate e penetrate dall’esterno. La seconda: esercitare un’egemonia implica la capacità non solo di attuare singole lotte, ma anche di allargarle politicamente – come in questi mesi: la rivolta afroamericana diventata sollevazione generale – e farle durare, mobilitando le persone e mantenendo le continuità organizzative e i ricambi interni necessari per tenere vive nel tempo le forze per la lotta. In questo si gioca la nuova partita. Non è un caso che sempre più spesso venga richiamato proprio l’esempio del Cio, vale a dire l’interazione tra attività rivendicative organizzate e azioni di protesta autonome e scioperi selvaggi, tra forze operanti nei luoghi di lavoro e altre nella società, contro disoccupazione e sfratti: tutte le forme di mobilitazione dal basso dell’antagonismo sociale e della resistenza che portarono alla creazione dei maggiori sindacati negli anni Trenta. Non è il caso di entrare nel merito della storia successiva delle politiche sindacali. Nei decenni passati abbiamo criticato il «fabbrichismo», l’economicismo e spesso l’opportunismo politico delle unions. Ma abbiamo anche dato conto della brutale de-sindacalizzazione con cui il capitalismo neoliberista ha portato le organizzazioni operaie del settore privato alla quasi irrilevanza odierna. Per questo vale ancora il monito di un militante politico del secondo dopoguerra, che dopo avere criticato il suo sindacato, la Uaw, diceva, «un sindacato è meglio che niente sindacato»: a parità di mansione, i salari dei lavoratori non sindacalizzati sono il 70% di quelli dei sindacalizzati. Inoltre, come scrivono i ricercatori dell’Economic Policy Institute, «solo i due terzi dei lavoratori non-union hanno l’assistenza sanitaria tramite il posto di lavoro, contro il 94% dei sindacalizzati […] e l’86% di questi ultimi hanno diritto a congedi di malattia pagati per curarsi o curare i familiari, contro il 72% dei lavoratori non-union».

Questo, nel complesso, era il quadro all’inizio del 2020. La pandemia ha peggiorato le cose. Anzitutto, per i devastanti effetti sulle persone: a fine settembre i contagi avevano superato i 7,3 milioni e i decessi erano quasi 210.000. E poi per le ricadute dirette sul mondo del lavoro: la disoccupazione ha sfiorato il 20% nel mese di aprile, per ridiscendere lentamente nei mesi successivi e assestarsi intorno all’8% a fine settembre (per i bianchi è passata dal 14,2% al 7%; per i neri, dal 16,7% al 12,1%, per gli ispanici dal 18,9% all’10,3%). Le riaperture rivendicate da molte aziende e gruppi «libertari» di destra, e incoraggiate da Trump, hanno prodotto il rialzo progressivo dell’occupazione e favorito, d’altra parte, una nuova ondata di contagi, il cui picco è giunto a un’altezza doppia rispetto a quello di aprile. 

All’inizio di agosto, secondo il Dipartimento del lavoro, erano ormai venti le settimane di fila in cui le richieste di sussidio di disoccupazione superavano il milione. I percettori di sussidi erano allora 32 milioni, ma i posti disponibili sul mercato del lavoro erano in quel momento meno di 6 milioni. L’ondata di licenziamenti e sospensioni (a salario zero) ha messo in piena luce sia l’indifferenza e inadeguatezza dell’amministrazione Trump nell’affrontare la pandemia e le sue ricadute sociali, sia anche, però, la storica debolezza sindacale nel difendere l’occupazione. A questa, va detto, ha contribuito il perdurante antioperaismo della legislazione del lavoro che, riscritta decenni fa per ostacolare la sindacalizzazione dei singoli luoghi di lavoro e impedire gli scioperi di solidarietà, giace immodificata. Nonostante le perenni pressioni sindacali è rimasta tale sotto tutte le amministrazioni, democratiche e repubblicane. Ora, Joe Biden ha dichiarato che, se eletto, sarà «il presidente più vicino al mondo del lavoro che ci sia mai stato».

Il Covid-19 è stato una benedizione per i grandi dello hi-tech. I loro profitti hanno avuto un’impennata, sono cresciute l’occupazione e le paghe dei loro dipendenti. C’è chi ha scritto di un generale aumento delle retribuzioni. Ma non è stato altro che l’effetto della sparizione dei salari dei lavoratori a basse paghe che hanno perso il posto nelle attività «non necessarie» sospese o ridotte (edilizia, manifatture e trasporti), e a causa del crollo del mercato nella ristorazione e negli alberghi, nel commercio al dettaglio e nelle consegne, nel lavoro di cura, nel facchinaggio e nella manovalanza ecc. Tutti campi in cui neri e ispanici, uomini e donne, costituiscono la gran parte dei dipendenti. Per oltre i due terzi di loro, il salario è stato sostituito dai sussidi di disoccupazione, che in genere hanno una durata di 26 settimane e importi variabili (in media, 382 dollari settimanali). A chi ha perso il lavoro a causa di chiusure specificamente dovute al Covid-19, è stato reso disponibile un sussidio di emergenza – in base alla «Legge Cares» del marzo 2020 – di 600 dollari per 13 settimane. Infine, un contributo una tantum di 1200 dollari è stato assegnato da Trump a chiunque abbia dichiarato nel 2019 un reddito fino a 75.000 dollari (l’importo si è ridotto progressivamente per chi ha superato quella soglia ed è arrivato a zero per i redditi da 99.000 dollari in su). Le provvidenze di emergenza sono state volute da entrambi i partiti, ed è grazie ai democratici che sono state portate al livello minimo vitale per un paese in cui i posti di lavoro non sono protetti. Ma la loro durata è terminata il 31 luglio e i repubblicani hanno finora impedito il loro prolungamento.  

Gli effetti della pandemia sono stati e sono nefasti. Insieme ai molti che hanno perso il lavoro – e con esso anche le coperture assistenziali e previdenziali che arrivano agli occupati tramite l’azienda – tanti altri il posto lo hanno conservato negli ospedali e nelle case di cura, nei macelli e nelle aziende di trattamento delle carni, nei servizi e trasporti pubblici, luoghi dove le condizioni di lavoro, il contatto con il pubblico e le scarse misure di sicurezza hanno favorito la diffusione dei contagi. E infatti donne e uomini afroamericani e ispanici sono stati i più colpiti. Non è la genetica che spiega la maggiore diffusione delle infezioni in queste fasce di popolazione, è la collocazione lavorativa e sociale. E anche la minore possibilità delle persone di accedere a medicine, cure e strutture cliniche – sia prima, sia durante la pandemia – ha fatto salire il loro tasso di mortalità. E la loro esasperazione. Tutto ciò aiuta a capire la collera esplosiva che l’insensato ma tipico omicidio di George Floyd il 25 maggio ha innescato nella comunità nera. 

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale. In questi mesi, da parte loro, non c’è stata solo la risposta rabbiosa agli omicidi polizieschi e alla precarietà dell’esistenza. Così come negli anni scorsi, nelle fasi di stanca degli operai di fabbrica, sono stati loro a dare vita ai conflitti sociali più significativi.

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale

Ispanici e afroamericani, uomini e donne, avevano condotto e vinto l’inattesa lotta dei janitors di Los Angeles, e sono stati loro che hanno fatto di Las Vegas una delle città più sindacalizzate del paese. Negli ultimi due-tre anni le donne ispaniche e nere sono state le protagoniste principali delle lotte diffuse per l’innalzamento delle paghe orarie a 15 dollari, per il riconoscimento di mansione e inquadramento «operaio» e per il riconoscimento del sindacato nei luoghi della ristorazione veloce. Ora, nei mesi della pandemia, sono state loro a riprendere gli scioperi contro McDonald’s nelle maggiori città e le protagoniste delle lotte negli ospedali e nelle case di cura dove erano state assunte temporaneamente – in risposta alle urgenze della pandemia – e poi licenziate al calare dei contagi. Sono maschi neri, invece, gli autisti di bus urbani di Detroit e Birmingham, i netturbini di Pittsburgh e New Orleans e i manovali dei supermercati Kroger a Memphis che hanno scioperato contro l’assenza di protezioni dal contagio. 

In tanti altri casi la composizione è stata mista. Il numero delle azioni di protesta messe in atto nei mesi della pandemia, scriveva il sociologo Mike Davis su The Nation a metà giugno, «arrivano probabilmente a 500». Le loro dimensioni, salvo casi come gli scioperi dei portuali della West Coast o dei lavoratori di cantieri navali del Maine, spesso non sono state eclatanti. Ma è interessante, scrive Davis, che in esse sono stati coinvolti sia sindacati (National Nurses, Service Employees, Electrical Worker tra gli altri), sia gruppi di militanti, alcuni dei quali con nomi significativi: Amazonians United, Whole [Food] Worker, Fight for 15$, Target Workers Unite e Gig Workers Collective. 

Sono grandi la diversità dei soggetti coinvolti, la varietà delle istanze in gioco e la dimensione locale di molte proteste. Tuttavia, non va sottovalutata la ricerca di coordinamento nell’organizzazione di alcune mobilitazioni generali, nonostante la pandemia: lo sciopero in tutti i porti del Pacifico il 19 giugno e le due mobilitazioni nazionali del 1° maggio e del 20 luglio. Sono altamente simboliche le date e il titolo delle manifestazioni: nella prima è significativa la scelta del 19 giugno, per gli afroamericani, Juneteenth, che celebra il giorno in cui fu data nel Texas la notizia che la schiavitù era abolita; nella seconda, è carico di significati il richiamo ideale alla storia, nazionale e internazionale, della classe operaia; e nella terza, intitolata «Strike for Black Lives», si riconoscono in pieno le ragioni della protesta nera odierna e il radicamento nero nel mondo del lavoro e si rinforzano sia il collegamento politico, sia il carattere di casta e classe della sollevazione in atto, anch’essa così socialmente composita. Non è poco.


Bibliografia

Cartosio, Bruno, Dollari e no, DeriveApprodi, Roma 2020.

Streeck, Wolfgang, Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano 2013. 

Numero 2

Abbiamo appena finito di stampare il numero 2, è possibile acquistare la copia cartacea della rivista scrivendo a edizioni@puntorosso.it

Qui sotto pubblichiamo in anteprima l’indice e alcuni articoli. Nelle prossime settimane renderemo disponibili tutti i contributi.

Indice – N°2 – Dicembre 2020 – Gennaio 2021

Sommario
01Editoriale
02Il costo sanitario della pandemiaMedicina Democratica
03Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianzeC. Tombola
04Lotte operaie nell’emergenza sanitaria M. Gaddi
05Pianificazione e controllo dei lavoratoriN. Garbellini
06La logistica della pandemiaA. Bottalico
07Cartoline dal porto di GenovaR. Degl’Innocenti
08Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica: una cronologiaA. Bottalico
09L’effetto lockdown sulla scuolaM. di Barbora
10Lavoro agricolo migranti: appunti sulla sanatoriaF. Bagnardi e G. D’Onofrio
11Salario e diritti nei campi italianiE. Zanelli
12Lavori culturali senza rappresentanza?M. Cavani e A. Soru
13Lavoro in Veneto. Un’inchiesta di Potere al Popolo!E. Caon
14Stati Uniti oggi – breve ragguaglio sulla conflittualità di classeB. Cartosio
15The Weight of the Printed Word. Un libro di Steve WrightD. Balicco
16Sommario – English version

Sommario

Questo primo opuscolo di Officina Primo Maggio nasce dall’urgenza di comprendere e confrontarci con le rivolte che, innescate dall’omicidio di George Floyd, stanno sconvolgendo le città americane.

Il primo contributo arriva da una grande scrittrice, Rachel Kushner, che in Finalmente dovranno ascoltare esplora la frattura temporale prodotta dalla sollevazione e ci racconta com’è viverci dentro.

Con Bruno Cartosio rimaniamo nelle Strade della sollevazione e impariamo a conoscerle a partire dal contesto ribollente che le ha riempite. Le lotte sindacali degli ultimi anni sono state un retroterra importante, ma non va dimenticata la repressione, anche da parte della polizia, che proprio in questi giorni sembra vicina a una riforma epocale. Approfondisce il tema Mattia Diletti, che costruisce una genealogia tra Conflitto e subconscio bianco. Alessandro Portelli spiega quanto quel Ginocchio sul collo ci racconti la società americana contemporanea; mentre Fernando Fasce riallaccia i nodi dell’ultimo Secolo di rivolte, illustrando come e perché è cambiata l’idea stessa di race riot. La ricognizione sui linciaggi e i rapporti tra afroamericani e polizia di Ferruccio Gambino, Una polveriera ancora umida,chiude la sezione dei Saggi.

Abbiamo poi intervistato Rick Perlstein, storico e giornalista specializzato nella storia del Partito repubblicano, che sta vivendo la sollevazione a Chicago. In Black Lives Matter: culmine di una resistenza decennale ricostruisce la natura composita e imprevedibile del movimento collocandolo nel contesto politico statunitense.

Nella Postfazione,Sergio Bologna spiega perché queste rivolte riguardano noi e la storia di Primo Maggio e perché comprenderne a fondo le ragioni è un compito che non può essere rimandato.

Per il quadro di apertura ringraziamo Nancy Goldring.