Cartoline dal Nordest: Berta si racconta

Emanuele Caon
Disegno: Giada Peterle

Pubblichiamo una testimonianza raccolta da Emanuele Caon, redattore di Officina Primo Maggio e militante della Casetta del Popolo Berta, tra gli attivisti e le attiviste che hanno animato questo laboratorio di mutualismo a Padova: una conversazione collettiva che è anche un tentativo di trarne un bilancio provvisorio e di condividere pratiche e idee che da quell’esperienza sono sorte. L’intervista è nata a dicembre 2019, all’interno dello spazio Catai a Padova, da novembre 2017 sede della sezione locale di Potere al Popolo!.

Il primo maggio 2019 apriva nel quartiere Arcella di Padova la Casetta del Popolo Berta, un luogo di solidarietà e organizzazione popolare. Lo spazio ha ospitato fin da subito moltissime attività, tutte gratuite, la maggior parte delle quali a carattere mutualistico. Il 12 settembre 2019 lo stabile è stato sgomberato.

Un’occupazione non nasce mai dal nulla; che cosa c’è alle spalle di Berta?

Il nostro collettivo, ovviamente, non nasce con Berta: da più di tre anni portiamo avanti il Catai, uno spazio politico e culturale situato nel centro di Padova, città universitaria, e frequentato soprattutto da giovani, in larga parte studenti, per rispondere a bisogni di riflessione, aggregazione e politicizzazione. Il Catai era ed è necessario, ma non sufficiente: per incidere davvero non è possibile limitarsi al contesto studentesco, che pure è fondamentale e che abbiamo sempre cercato di connettere con tutti gli altri ambiti della vita sociale e cittadina. Per la sua collocazione nel centro storico della città e per la composizione di chi lo frequenta, in Catai le attività mutualistiche (uno sportello contro lo sfruttamento sul lavoro, uno di supporto a migranti e richiedenti asilo, un’aula studio) hanno di fatto avuto un ruolo secondario, proprio nel momento stesso in cui ci facevano comprendere la loro importanza in termini generali e ci imponevano l’urgenza di un salto di qualità.

Perché avete scelto proprio il quartiere 2 Nord, comunemente chiamato Arcella?

La Casetta del Popolo Berta si trovava in Arcella, quartiere popoloso e multietnico di Padova, per molti solo un dormitorio. La riflessione che ci ha portati qui (nonostante lo sgombero, non abbiamo smesso le attività) è quasi banale: il nostro soggetto di riferimento vive qui. Chi fa fatica ad arrivare a fine mese, chi fa turni su turni anche i giorni festivi, chi è in cerca di lavoro, chi studia e lavora, nuovi proletari, famiglie immigrate, noi stessi: la classe lavoratrice vive qui, ed è qui che dobbiamo stare.

La Casetta del Popolo Berta nasce in questo contesto, proprio per inserirsi nelle sue contraddizioni e aprire altri orizzonti di vita e socialità. Una Casa del Popolo, uno spazio sociale, è infatti un luogo dove sperimentare forme dello stare assieme che creino comunità contro l’isolamento, che facciano leva sulla cooperazione anziché sulla competizione, che utilizzino ogni mezzo a disposizione per rispondere concretamente ai problemi creati da un sistema fondato sul profitto privato e lo sfruttamento – denunciandoli per quello che sono.

Un’occupazione solleva sempre polemiche, espone a molte critiche e rischia di allontanare una fetta del consenso dalle pratiche che si mettono in campo. Perché occupare?

Occupare per noi non è un fine in sé, bensì un mezzo come tanti altri, da impiegare a seconda delle condizioni in cui ci si trova ad agire. Abbiamo occupato e restituito al quartiere (dopo averlo lungamente e invano chiesto in affitto) uno stabile abbandonato di proprietà dell’ateR e destinato alla vendita: l’occupazione nel nostro caso è un modo per sollevare un nodo politico, ossia la gestione aziendalistica e speculativa del patrimonio edilizio pubblico da parte dell’ente regionale che gestisce le case popolari in Veneto, commissariato per anni e legato in modo clientelare alla Lega.

Spesso il Nordest è raccontato (e si racconta) come una zona produttiva e competitiva, in fin dei conti ricca. Non stona quindi il mutualismo nel bel mezzo del “ricco” Nordest?

Alla luce dei quattro mesi di occupazione, crediamo che il mutualismo abbia senso e valore anche qui. Centinaia di persone sono passate alla Casetta del Popolo, prendendo parte alle diverse attività. E non tanto a quelle culturali, che comunque ne costituivano la parte più piccola, ma soprattutto a quelle mutualistiche.

Dalla prima settimana di occupazione abbiamo attivato:

  • doposcuola, due ore e mezzo per tre pomeriggi a settimana. Al termine dell’anno scolastico risultavano iscritti cinquanta bambini/e e ragazzi/e di elementari e medie, con una frequenza media di venti-venticinque presenze per incontro;
  • sportello psicologico, una volta a settimana. Con la collaborazione di due giovani psicoterapeuti che lavorano nel quartiere abbiamo aperto uno spazio di ascolto, indirizzamento e aiuto psicologico, che è stato frequentato fin dal primo giorno. Lo sportello collaborava anche con alcune cooperative sociali attive nella zona, non aveva quindi l’intenzione di sostituirsi ai servizi esistenti, ma voleva rappresentare piuttosto un punto di osservazione ed elaborazione indipendente, estraneo a ogni logica reificante, disumanizzante e mercificante in tema di salute mentale;
  • distribuzione frutta/verdura e vestiti. Recuperiamo frutta e verdura che al mercato ortofrutticolo verrebbero altrimenti buttate e  allestiamo un banchetto, affiancandolo a uno di indumenti usati. Chiunque passi può prendere ciò che vuole lasciando un’offerta anche simbolica. L’afflusso è variabile ma sempre positivo, alle volte riusciamo a restituire il carico di due macchine. Questa attività continua anche ora;
  • pranzo sociale. Per favorire la vita comunitaria, abbiamo organizzato pranzi popolari cui hanno partecipato fino a cinquanta persone per volta. Il pranzo è un momento di convivialità ma anche di discussione, fondamentale per conoscersi ed entrare in contatto con chi, nel quartiere, cerca forme  di socialità alternativa ed è disponibile a costruirne di nuove. Siamo talmente convinti dell’utilità dello stare insieme che abbiamo allestito anche merende per i bambini e una vera e propria sagra per tutti, con tanto di giochi;
  • sportelli sociali, una volta a settimana ciascuno. Era attivo uno sportello per le problematiche sul lavoro (lettura busta paga, informazioni su contratto e diritti ecc.) e uno per le problematiche del quartiere, che ha visto alcuni accessi soprattutto in tema di sfratti e altre questioni abitative;
  • corsi vari, in base alla disponibilità di persone competenti, abbiamo organizzato un corso di yoga e uno di spagnolo;
  • sportello di salute popolare. Lo sportello è gestito da qualche membro del collettivo insieme a giovani dottori/esse o infermieri/e volontari/e. Svolge funzioni di indirizzamento e orientamento ai servizi presenti sul territorio, di confronto e prevenzione sui temi legati alla salute e all’accesso alle cure, di monitoraggio e inchiesta sui servizi sanitari disponibili. Periodicamente, organizza anche giornate di screening medico di base in vari luoghi del quartiere: alla prima di queste giornate sono passate novanta persone, consentendo un ampio dialogo;
  • corsi di italiano per stranieri sei volte a settimana. Sono stati attivati sei corsi estivi di italiano che hanno avuto luogo in molti momenti diversi, ai quali partecipavano in totale circa quaranta persone non madrelingua, seguite da dieci volontari;
  • attività culturali e politiche: naturalmente anche le attività di discussione politica e culturale hanno avuto la propria parte. Abbiamo ospitato le figlie di Berta Cáceres (attivista honduregna uccisa nel 2016, cui la Casetta è intitolata), dialogato con una delle autrici del volume Femminismo per il 99%[1], discusso collettivamente con lavoratori e lavoratrici di diversi settori, organizzato eventi musicali aperti al quartiere. Una sera a settimana, inoltre, proiettavamo un film – anch’esso gratuitamente, come ogni altra cosa.

Con qualche nostro stupore, nessuna di queste attività è andata male. Nessuno sportello senza utenti – anche quando mal pubblicizzato per difficoltà organizzative –, nessun evento deserto. Rispetto al senso di proporre attività mutualistiche nel Nordest, ci sembra che questo breve resoconto sia sufficiente ad affermarne la potenzialità.

Disegno: Giada Peterle

Chi ha frequentato la Casetta del Popolo Berta? Inoltre, qualcuno vi ha aiutato o il gruppo iniziale si occupato di tutta la gestione delle varie attività? Innanzitutto, alle attività mutualistiche la presenza di persone di origine straniera è solitamente maggiore, in percentuale, rispetto a molti altri contesti cittadini. Le ragioni naturalmente sono varie: si tratta di abitanti del quartiere che come reddito si collocano nelle fasce medio-bassa o bassa, di coloro che più soffrono discriminazioni e barriere sociali (troppo spesso anche istituzionali), e che maggiormente ricercano spazi di socialità per aprire le proprie reti relazionali. D’altra parte, per scalfire l’individualismo connaturato alla società veneta ci sarà bisogno di molto lavoro, e questo è uno dei nostri obiettivi. A esso se ne affianca un altro forse ancor più decisivo: rispondere alla xenofobia e alla guerra tra poveri attraverso lo stare fianco a fianco e l’unirsi intorno a comuni bisogni sociali di persone di nazionalità e origini diverse.

A dare la disponibilità come volontari/e, invece, sono soprattutto giovani studenti/esse e lavoratori/trici di origine italiana, provenienti però in gran parte da fuori provincia. Insieme agli immigrati internazionali sono coloro che hanno meno legami storici con la città e meno reti famigliari, ma dispongono spesso di grandi risorse intellettuali e materiali (specializzazione in un certo campo, professionalità tecnica o artigianale, maggior tempo libero a disposizione, esperienze di ricerca, lavoro o attivismo in altri contesti).

Evidentemente ciò comporta, da una parte, il rischio di chiudersi in cerchie semi-isolate e incapaci di relazionarsi effettivamente con la realtà locale, dall’altra, però, ci sono le potenzialità racchiuse nell’incontro con persone di grande valore pronte a investire tempo ed energie in un progetto condiviso.

Quindi non è stato il gruppo che ha dato vita a Berta a gestire tutte le attività, ma avete chiesto aiuto…

Nessuna delle attività in essere, e tanto meno tutte insieme, sarebbe stata possibile senza che molte altre persone si aggiungessero al gruppo che ha inizialmente dato vita alla Casetta. Ogni attività ha infatti necessità umane, tecniche e logistiche: per il doposcuola non basta una persona, per gli sportelli servono medici, giuristi, psicologi ecc. La risposta in termini di attivazione spontanea e disponibilità a contribuire è uno dei dati più positivi ed essenziali di questa esperienza. È fondamentale tenerne conto sia in quanto è parte integrante del suo senso complessivo, sia poiché troppo spesso – lo diciamo per esperienza diretta – si corre il rischio di non provare neanche ad avviare alcune iniziative perché “mancano le forze”: mai sottovalutare la generosità di chi si riconosce in una prospettiva comune.

Ci sembra particolarmente importante notare come le persone contribuiscano con entusiasmo soprattutto quando è chiaro che cosa possono fare: abbiamo organizzato incontri specifici per ogni attività, preceduti da chiamate per volontari, nei quali era indicato con chiarezza che tipo di contributo era richiesto e a quale scopo. I riscontri hanno superato ogni nostra aspettativa: basta ricordare che gli sportelli medico e psicologico sono potuti partire solo grazie a contributi esterni, dato che fra noi non ci sono né medici né psicoterapeuti formati.

Le attività che avete descritto sembrano rispondere a una logica assistenziale, molto simile al volontariato. Se sull’utilità concreta di queste pratiche non ci sono dubbi, viene però da chiedersi quale sia la loro potenzialità in termini politici.

Disegno: Giada Peterle

Le attività di mutualismo hanno una doppia caratteristica, di fine ma anche di mezzo. Di fine perché rispondono a bisogni concreti, aiutando a migliorare la vita quotidiana delle persone, che possono inoltre incontrarsi, riconoscersi in ciò che ci unisce e affratella, scoprire la forza dell’agire collettivo. Si tratta quindi di un processo di presa di coscienza politica e di costruzione di un potere e un controllo popolari. Ciò vale tanto per chi si rivolge alle attività che la Casa del Popolo organizza, quanto per chi le rende possibili: questa reciprocità costituisce uno spazio di uso comune, la base di una reale comunità e la caratteristica principale di un’autogestione o autogoverno. Di mezzo perché ogni attività mutualistica è un formidabile strumento di conoscenza e politicizzazione: attraverso ognuna di esse – dagli sportelli, ai corsi, ai momenti di socialità – stiamo conoscendo il territorio sempre più a fondo nelle sue problematiche, nei suoi punti di forza e di debolezza dal punto di vista delle classi popolari. Detto altrimenti, mutualismo è anche inchiesta: comprensione della realtà e capacità di individuare i punti critici (e le proposte) intorno a cui organizzare denunce, rivendicazioni e lotte più complessive. Proprio in questo senso, stiamo costruendo un’indagine sulle condizioni di vita e di lavoro da rivolgere al quartiere attraverso questionari e iniziative pubbliche, con l’obiettivo di integrare e sistematizzare le conoscenze raccolte con tutte le attività e, inoltre, di raggiungere un numero sempre maggiore di persone.

Rispetto alla domanda se sia possibile dare a queste attività un carattere politico più generale, la sola risposta adeguata è quella che si mostra nella pratica, alla prova dei fatti, ed è per questo che gli obiettivi non possono rimanere nel vago, bensì devono essere concreti e messi a verifica. Tentiamo dunque di far sì che ciascuna attività abbia una propria progettualità che tenga in considerazione la dimensione collettiva complessiva, e che ogni singola/o volontaria/o (e tendenzialmente ogni persona che frequenta la Casetta del Popolo) sia consapevole del progetto nella sua interezza e con il tempo possa contribuire direttamente alla sua gestione e direzione. I segnali erano buoni, ma lo sgombero è giunto troppo presto: la risposta definitiva rimane aperta, da costruire giorno per giorno.

Il Catai, a vederlo da fuori, sembra aderire alle logiche del movimento: aggregazione giovanile, autoformazione, mobilitazioni. La Casetta del Popolo stravolge questa immagine. Qual è la strategia politica che vi guida?

In Veneto le destre hanno un dominio ideologico e politico fortissimo, nella regione non esiste alcuna opposizione politica istituzionale a questa egemonia. La sinistra radicale è disorientata e impegnata tutt’al più a sopravvivere, ciò anche per via della mancanza di grandi mobilitazioni e, nel caso dei partiti, di una crisi che ha radici lontane. In questo scenario ci pare necessario elaborare e sperimentare una diversa prassi politica, né politicista né esclusivamente movimentista, che immagini la propria azione a partire dal problema del radicamento nei territori e nei bisogni della classe lavoratrice.

Perché usare questo lessico? Perché coglie nel segno: chi sostiene la società sono le lavoratrici e i lavoratori: per se stessi, per i propri figli e per i propri genitori. Noi dobbiamo fornire delle risposte verosimili e verificabili che partano da qui e che misurino la propria tenuta e credibilità con il metro di chi, per vivere, deve lavorare. Non c’è altro modo per contribuire all’affermarsi di un’alternativa alla falsa contrapposizione che caratterizza questa fase storica, quella tra capitalismo neoliberista “progressista” (la dittatura dei mercati finanziari condita però con politiche centrate sui diritti civili e con un antifascismo di facciata) e capitalismo neoliberista reazionario (la finta opposizione alla dittatura dei mercati finanziari imperniata su nazionalismo, razzismo, sessismo).

L’alternativa però non basta immaginarla, cosa di per sé già complessa. Bisogna produrla, almeno in parte, nelle cose. Bisogna costruire degli spazi, anche minimi, in cui siano visibili e tangibili anticipazioni di un altro modo di vivere e gestire le cose, a confronto con cui le forme di socialità individualiste e competitive – in cui il nemico del povero è il più povero – si rivelino come parziali e storiche. Se una cosa è storica vuol dire che è prodotta dall’uomo, si può cambiare. Così, è storica la mancanza di diritti e tutele per chi lavora, ma anche le forme patriarcali e misogine della nostra società, le discriminazioni razziali: tutto si può prendere in mano e cambiare.

Per fare questo serve un’egemonia diversa, che sappia scalzare quella delle destre, così forte nella regione, ma anche nel paese. Per provarci, bisogna proporre contemporaneamente (e concretamente) azione politica, denuncia sociale, riflessione collettiva, forme di mutualismo, aggregazione, organizzazione, una cultura diversa e modi nuovi di relazione fra le persone. Tutto assieme, non si scappa.

Il Catai ha aderito fin da subito a Potere al Popolo!, perché costruire quello che si mostra anche come un partito?

La Casetta del Popolo Berta può pensare nella direzione che abbiamo descritto perché non è e non si concepisce come una singola esperienza, come un’isola felice in Arcella, ma nasce all’interno di una progettualità politica più ampia, che per noi prende il nome di Potere al Popolo!. Tutte le attività di cui sopra non mirano soltanto a rispondere a bisogni immediati o a creare una comunità circoscritta, ma si inseriscono in un orizzonte più complessivo e concorrono a svilupparlo, a concretizzarlo. Una prassi politica che si voglia radicale, materialista e dialettica, cioè che intenda partire dalle condizioni materiali di vita e dalle ideologie sedimentate nel senso comune per provare a cambiare il mondo, deve infatti contrastare a ogni altezza (anche istituzionale) la tendenza alla parcellizzazione e all’isolamento che vige nella società. Occorrono le sperimentazioni locali, situate e radicate, ma occorre anche un orizzonte comune che dia forza e respiro alle molte esperienze sparse nei territori più diversi, affinché a partire da molteplici esperienze di resistenza disseminate in ogni dove si possa, al momento opportuno, passare al contrattacco.

Disegno: Giada Peterle

Non pensiamo di avere alcuna verità in tasca, tranne una, che ci guida a ogni passo: «il pensiero segue le difficoltà e precede l’azione». Ovvero, parafrasando questa frase di Brecht, se non fai non sai, e non fai. Proprio perché non esiste nessuna “ricetta per la rivoluzione”, l’unica possibilità è partire da un punto e mettersi alla prova. Per noi il mutualismo è proprio quel punto, un’azione politica basata sul radicamento e l’inchiesta – sul fare e il conoscere facendo – attraverso cui, a nostro parere, si può provare a tessere le fila per costruire un’altra egemonia a quella delle destre e del pensiero unico neoliberista, anche qui e ora, nel profondo Nordest leghista. Con umiltà e determinazione, senza farsi illusioni ma anche senza scoraggiarsi.

Quali vi sembrano siano state le reazioni allo sgombero? Sia istituzionali, sia dell’opinione pubblica.

La nostra esperienza era illegale, su questo i partiti e i giornali (non solo di destra) ci hanno subito incalzato. Alcuni soggetti appartenenti ai partiti della destra locale avevano immediatamente avviato una raccolta firme per chiedere lo sgombero; la giunta che governa a Padova infatti è di sinistra, formata da una coalizione tra il pD e una lista civica. La raccolta firme per loro è andata malissimo; e dopo i primi mesi istituzioni e giornali hanno dovuto riconoscere la bontà della nostra esperienza, tanto che alcuni militanti leghisti hanno commentato lo sgombero dicendo: «Finalmente ristabilito l’ordine, ora speriamo che Berta continui le sue attività nella legalità». Tutto sommato non male, se a dirlo sono personaggi che pensano che la parola sinistra valga di per sé come un insulto.

In ogni caso gli aspetti più interessanti di questa vicenda sono tre. Innanzitutto, nessun giornale ha potuto fare il solito racconto dei militanti brutti, sporchi e violenti; hanno tutti dovuto riconoscere l’utilità della nostra attività e in alcuni casi hanno persino mosso critiche all’ateR che ha tenuto chiuso uno spazio pubblico per tre anni. Nessuno ha potuto ricondurci ai soliti schemi binari per cui estrema sinistra ed estrema destra si equivalgono in quanto esterne alla società civile. Tale impressione è fissata icasticamente da un abitante del quartiere, leghista anche lui, che il giorno dello sgombero ha dichiarato ai giornali: «Ha fatto più casino la polizia stamattina che loro in quattro mesi».

Il secondo aspetto positivo è la grande solidarietà che abbiamo ricevuto subito dopo lo sgombero, le dimostrazioni di affetto e di rabbia degli stessi abitanti del quartiere. Si è visto che per loro la Casetta Berta era diventata nel tempo un punto di riferimento.

Ultimo rilievo: la stessa amministrazione comunale ha riconosciuto pubblicamente la validità della nostra iniziativa. Certo si tratta di una giunta di sinistra, che in parte ha sposato formalmente la nostra causa per motivi sia di scontro con la destra e l’ATER (leghista), sia interni alla coalizione stessa che governa a Padova; ma in parte la solidarietà è stata reale. Purtroppo non abbiamo ancora ottenuto dal Comune uno spazio e non è certo se lo otterremo o meno; però nel caso di una seconda occupazione per la giunta riuscire a ignorarci politicamente sarà una bella sfida di equilibrismo.

In ogni caso anche dopo lo sgombero non abbiamo smesso le nostre attività, e ora stiamo avviando un’inchiesta popolare nel quartiere, inchiesta che verrà fatta dagli stessi abitanti e sarà uno strumento sia di conoscenza che di organizzazione politica.


[1] C. Arruzza, T. Bhattacharya, N. Fraser, Femminismo per il 99%. Un manifesto, Laterza, Roma-Bari 2019.

Pratiche per l’egemonia: il mutualismo

Emanuele Caon

Negli ultimi decenni in Italia (ma non solo) è stata totalmente egemone la narrazione post-ideologica della società, incarnata dalle soluzioni neoliberiste, dal tramonto delle parole destra e sinistra, e dallo schema del bipolarismo partitico: due grandi formazioni politiche di centro-destra e centro-sinistra che si alternano al potere. Tale narrazione non è del tutto tramontata, ma le contraddizioni sociali esplose nell’ultimo decennio sembrano aver riabilitato le divisioni ideologiche; purtroppo a pieno favore delle destre.

A noi – che vorremmo un mondo non capitalistico, più giusto, equo e anche economicamente democratico – tutto è venuto a mancare. Non abbiamo partiti di massa di riferimento; non abbiamo un movimento che sposti gli equilibri sociali; ci mancano analisi, parole d’ordine, strutture in grado di farle circolare; se riusciamo a produrre idee e materiali non abbiamo il potere mediatico di tv, radio, giornali che le supporti e diffonda, anzi, ci appoggiamo a piattaforme che potrebbero oscurarci e farci tacere al primo conflitto: Google, Facebook, YouTube ecc.

Ci manca uno spazio di convincimento e organizzazione tale da permetterci azioni politiche – istituzionali o meno – in grado di pesare realmente. Siamo quindi ben lontani dalla possibilità di costruire un’egemonia culturale che si sostanzi in potere economico e politico in misura tale da concretizzare, se non la fuoriuscita dal capitalismo, almeno l’opportunità di assestargli qualche duro colpo che ci permetta di negoziare in modo favorevole. In questo contesto ritorna interessante una soluzione che ha il sapore dell’Ottocento: il mutualismo come pratica di solidarietà che si fa strumento di autorganizzazione politica.

Il primo problema che il mutualismo affronta è quello di canalizzare le energie in un progetto concreto capace di fornire risultati tangibili. Il mutualismo dimostra che se si offrono reali possibilità di azione ci sono molte persone disposte a impegnarsi. Si tratta di soggetti che, anche quando politicizzati, non trovano la loro dimensione in una pratica politica diretta: dalla militanza in un partito a quella in un sindacato, fino alla partecipazione   a mobilitazioni, vertenze, assemblee. Spesso però ad attivarsi nel mutualismo sono soggetti restii a riflettere in termini politici, persone a cui le parole uguaglianza, libertà, solidarietà (o antisessismo, antirazzismo, ambientalismo) risultano ideali astratti e irraggiungibili. Soggetti quindi molto lontani da un lessico in vario modo anticapitalista e a cui un’analisi della realtà basata su concetti classici come capitalismo, conflitto di classe, lotta ecc. è totalmente avulsa, se non addirittura allontanante.

Il mutualismo mostra due potenzialità nella capacità di attivare una simile soggettività depoliticizzata. Innanzitutto, prima coinvolgere e dimostrare materialmente, poi fare teoria: vieni, prova, partecipa; ecco questa è solidarietà e quella è la macelleria della competizione liberista. In secondo luogo, a contatto con pratiche quotidiane e con persone povere di coscienza politica, è la stessa sinistra che scopre di dover riformulare la sua analisi e di dover mettere a verifica la propria grammatica della realtà: questa parola la scartiamo, questo termine funziona ancora, questo va usato con moderazione. In un momento in cui tutta la sinistra – da quella più radicale a quella più moderata, e nonostante il movimento delle Sardine – si mostra in crisi, incapace di chiamare le piazze, bloccare le strade o anche solo chiedere un voto, la soluzione migliore pare quella di ripartire dalle pratiche. E quindi scegliere di rieducarci politicamente frequentando il mondo delle cose, riconfermando il vecchio adagio per cui teoria e prassi o marciano insieme o non sono efficaci, cioè utili. È un modo per ricordarci (e imparare) che non solo dobbiamo convincere e persuadere la società della validità dei nostri valori e ideali, ma anche offrire un’alternativa realistica e praticabile al dominio incontrastato del mercato.

Per evitare gli sproloqui, passiamo all’analisi di un caso concreto di mutualismo, in uno dei territory dove apparentemente sembra più difficile da realizzarsi.

Il primo maggio 2019 apriva nel quartiere Arcella di Padova la Casetta del Popolo Berta, un’occasione di solidarietà e organizzazione popolare. Berta si era presentato come un tentativo di intervento sociale, voluto dai militanti di Potere al Popolo! e del Catai, quest’ultimo è un luogo di aggregazione utilizzato soprattutto per attività culturali e politiche. Tale spazio è diventato poi la sede di Potere al Popolo! Padova. Berta ha ospitato fin da subito moltissime attività, tutte gratuite, la maggior parte delle quali a carattere mutualistico.

Mutualismo per noi significa partire dai bisogni e dalle necessità degli abitanti di un territorio e cercare di darvi una risposta collettiva, senza paternalismo né assistenzialismo. Significa darsi una mano a vicenda, riconoscendo che i problemi che ciascuno affronta nella propria vita sono comuni a molti e hanno radici sociali. Significa prendere coscienza, nella pratica, del fatto che se uniamo le forze possiamo tanto migliorare fin da subito le nostre condizioni di vita, quanto organizzarci e fare pressione dal basso perché si produca un cambiamento ai livelli più alti della società [1]

Se in Veneto la disoccupazione ha morso meno che in altre parti d’Italia, il peggioramento delle condizioni di lavoro, l’impoverimento generalizzato e l’incapacità di affrontare collettivamente i problemi sono ugualmente gravi, anche per la mancanza di comunità di riferimento e riconoscimento. Il venir meno del mondo contadino e delle sue forme comunitarie ha riversato l’ideologia del fasso tutto mi nel Veneto della piccola e media impresa, lasciando spazio libero (e terreno fertile) all’individualismo più spinto e orgoglioso, con tutto il suo portato di auto-sfruttamento, auto-colpevolizzazione, solitudine, aggressività. In tempi di crisi tutto ciò presenta il conto, e se vi aggiungiamo la tendenza sempre più drastica alla privatizzazione dei servizi essenziali, sanità e trasporti in primis, otteniamo il quadro di un territorio tutt’altro che idilliaco, caratterizzato piuttosto da numerose tensioni e contraddizioni.

A oggi il dominio ideologico della Lega è pressoché incontrastato. In Veneto d’altronde l’amministrazione leghista riesce bene ad attribuire le colpe dei mali regionali a nemici esterni (meridionali, immigrati, lo Stato centrale, l’Europa dei mercati e delle banche), e contemporaneamente però si presenta come un partito apparentemente moderato, fatto di buoni amministratori (alla Luca Zaia) che si preoccupano degli interessi dei veneti e sprecano poco tempo in chiacchiere. Così facendo la Lega è riuscita a conquistarsi il consenso sia della destra, sia dei moderati – talvolta pure di sinistra.

Se la sinistra riesce ancora a governare in qualche amministrazione comunale (tendenzialmente coalizioni civiche moderate), nessuna delle sue parole d’ordine fa vacillare il feudo leghista. In questo scenario il discorso anticapitalista risulta drammaticamente marginale, non solo per la confusione con cui viene formulato, ma anche per la sostanziale assenza di strutture di trasmissione in grado di condurlo a quei soggetti che dovrebbero accoglierlo. Eppure il Veneto è anche una regione densa di associazioni, gruppi di volontari e volontarie, centri di assistenza che – pur con mille contraddizioni e spesso di area cattolica – sembrano desiderare e alludere a una società fondata su principi di uguaglianza e solidarietà. In un simile contesto un luogo di mutualismo – pur con una bandiera rossa in bella vista – si è presentato immediatamente come qualcosa di familiare e accettabile. La duplicità interessante della Casetta del popolo Berta è stata quella di offrire una possibilità di azione a coscienze in vario modo di sinistra, che hanno potuto sentirsi utili scoprendo che la loro attività era anche politica, e contemporaneamente attirare persone che mai avevano sentito parlare di conflitto con il capitale.


[1] Brano tratto dal manifesto Mutualismo a Nordest di Potere al Popolo! Padova (N.d.R).

Insegnare con le macchine

Le scuole di lingua nell’economia delle piattaforme

Dilettante

Pubblichiamo la testimonianza di un lavoratore della Wall Street English raccolta dalla redazione di OPM sulla piattaforma di rivendicazioni degli e delle insegnanti di inglese per la difesa del lavoro e del salario. Il lavoratore preferisce presentarsi con il suo pseudonimo, Dilettante.

Ci puoi dare un quadro sintetico sulla presenza di WSE in Italia e di come è inquadrato il personale?

Wall Street English (WSE) è un’azienda nata nel 1972 a Milano e vende formazione linguistica per adulti. Attualmente conta una decina di scuole sotto il diretto controllo della proprietà e oltre settanta scuole in franchising. L’azienda inquadra i suoi dipendenti utilizzando il contratto ANINSEI, che regola le condizioni di lavoro di diversi tipi di scuole private (dagli asili ai convitti). Prima del 2012 le e gli insegnanti impiegati erano assunti con contratti a progetto; costretta dalla legge cosiddetta Fornero, WSE siglò un contratto integrativo con i sindacati CGIL-CSIL-UIL-SNALS e assunse tutti gli insegnanti con un contratto part-time a tempo indeterminato inquadrato nel IV livello dell’Area Prima – quella del personale amministrativo. Il CCNL ANINSEI stabilisce che a docenti di scuole private sia invece conferito il V livello nell’Area Seconda, quella dei servizi educativi. È importante sottolineare che nel 2012 non esistevano insegnanti sindacalizzati in WSE e la fotografia che fu scattata sul loro lavoro vide emergere, negli accordi sindacali, un profilo più simile all’assistente di laboratorio che al docente vero e proprio. Ovviamente tale fotografia era truccata e cancellava il lavoro pedagogico reale che gli insegnanti hanno sempre svolto con gli studenti per sviluppare le loro competenze linguistiche.

Per quale ragione vi siete messi in agitazione e cosa avete chiesto? Vi siete auto-organizzati, avete chiesto il sostegno di un sindacato?

Subito dopo la firma del primo accordo integrativo del 2012 ci fu un tentativo auto-organizzato dagli insegnanti – e ne esiste una testimonianza online – di mobilitarsi contro la riduzione salariale che il nuovo inquadramento avrebbe causato; tuttavia quel primo tentativo fallì. L’inquadramento al IV livello del CCNL ANINSEI ha infatti comportato una sensibile contrazione salariale sia rispetto al V livello (9 euro l’ora contro 14), sia rispetto al trattamento economico che gli insegnanti ricevevano precedentemente, quando erano freelance contrattualizzati con un CO.CO.PRO. (che d’altra parte non comprendeva ferie, tredicesime né altri trattamenti differenziali).

La mobilitazione del 2018 è nata proprio per trasformare una condizione contrattuale che non coincideva con il lavoro vivo, le mansioni e responsabilità che venivano richieste ed erogate dagli insegnanti di WSE i quali, fondamentalmente, svolgono un lavoro pedagogico ed educativo non diverso da quello di un insegnante di lingue tradizionale. Il cuore della nostra battaglia è stato dimostrare che la piattaforma di e-learning, attorno a cui è incardinato il progetto di formazione linguistica di WSE e ha giustificato il nostro sotto-inquadramento, richiede il lavoro educativo-pedagogico tradizionale proprio di un insegnante di lingue. Per poter svolgere il ruolo di insegnante in WSE l’azienda richiede infatti una padronanza della lingua inglese pari a quella di un madrelingua, nonché certificazioni peculiari e molto costose, pari a quelle di tutte le altre scuole di lingua. D’altra parte WSE ha implementato un sistema di formazione linguistico standardizzato che fa ampio uso di tecnologia multimediale – video ed esercizi di comprensione accessibili tramite la sua piattaforma proprietaria – che prescrivono un’organizzazione del lavoro seriale e ripetitiva in cui il controllo sull’erogazione dei contenuti linguistici e lo sviluppo delle competenze di linguaggio sono in parte mediati da una macchina, in parte da altro personale amministrativo della scuola. Nel 2018 noi insegnanti di WSE Milano ci siamo rivolti, non senza diffidenze, alla FLC-CGIL a cui abbiamo dato la delega per far partire la nostra vertenza. Al momento siamo riusciti a sindacalizzare insegnanti in cinque scuole del gruppo, tra Milano, Genova e Firenze.

Come ha reagito la controparte, su cosa è disposta a trattare e su cosa non vuole cedere?

Per la prima volta nella sua quarantennale storia Wall Street English ha visto i propri dipendenti sindacalizzarsi: ciò è potuto accadere perché gli insegnanti erano stati assunti con un contratto a tempo indeterminato e potevano effettivamente essere soggetti titolari di diritti sindacali. Per l’azienda tutto questo è stato insieme uno shock e un tradimento: nessuno si aspettava che una forza lavoro poco numerosa ed estremamente fluttuante potesse organizzarsi e agire collettivamente per affermare i propri diritti.

WSE ha in un primo momento cercato di tutelarsi in maniera grottesca, trasformando nel proprio sito internet la parola “insegnante” in “tutor” e sterilizzando ogni comunicazione interna in cui fosse usata la stessa parola insegnante. In seconda battuta l’azienda – che ha un turnover di insegnanti molto intenso – ha cambiato la propria politica delle assunzioni: prima della sindacalizzazione, ai nuovi assunti veniva offerto un contratto della durata di sei mesi poi convertito in indeterminato; successivamente tutti i nuovi insegnanti sono stati assunti con un contratto a progetto o tramite partita IVA. Questo ha bloccato la possibilità di estendere la sindacalizzazione, riducendo anche il monte ore che veniva a noi affidato: di conseguenza, lavorando meno ore, abbiamo ricevuto meno salario; tutti i nuovi corsi sono stati affidati ai nuovi assunti con contratti CO.CO.PRO. e partite IVA insensibili o impossibilitati a qualsiasi forma di sindacalizzazione. L’azienda ha creato un cordone sanitario attorno agli iscritti al sindacato e attraverso l’uso di lavoro precario e senza diritti sindacali ha bloccato l’estensione della mobilitazione degli insegnanti.

Il coordinamento tra insegnanti e sindacato ha prodotto uno sciopero e l’emersione della nostra vicenda su due testate nazionali (grazie anche all’aiuto di Potere al Popolo! Milano)[1].

Tali azioni sono state estremamente efficaci e hanno generato il risultato auspicato: a dicembre 2019 abbiamo aperto un tavolo di trattativa. L’ipotesi di accordo raggiunto riconosce una maggiorazione salariale diretta per tutte le oltre ottanta scuole del gruppo; abbiamo inoltre ottenuto un aumento della quota di salario per ferie e festività, ma questo solo per le e gli insegnanti che dipendono direttamente da WSE e non per le sedi in franchising. Ciò che non siamo riusciti a intaccare è l’organizzazione del nostro impiego, che era e rimane soggetto a un regime di part-time parzialmente involontario e completamente piegato su una flessibilità di cui gli insegnanti pagano il fio, sia in termini economici (se lo studente cancella la sua lezione il giorno prima l’insegnante non viene pagato), che propriamente organizzativi: infatti i nostri turni sono regolati senza limiti attorno a blocchi di ore discontinue e lezioni serali – che arrivano sino alle 21 per cinque giorni su sei.

Quali insegnamenti avete tratto da questa esperienza per quanto riguarda l’impiego di determinate tecnologie?

Apprendere e padroneggiare una lingua straniera è una sfida cognitivamente complessa e la relazione educativa che si stabilisce tra docente e discente è un fattore determinante per lo sviluppo di competenze linguistiche avanzate, specie per un adulto.

Wall Street English ha sviluppato il proprio sistema di apprendimento della lingua attorno a quello che viene denominato paradigma del Blended Learning, ovvero apprendimento misto o ibrido. Nella ricerca educativa tale paradigma si riferisce a un mix di ambienti d’apprendimento che combina il metodo tradizionale frontale in aula (in presenza di insegnanti) integrato con attività mediata dal computer e/o da sistemi mobili (come smartphone, tablet o computer). WSE eroga corsi di lingua inglese basati sul Communicative Method organizzati da una parte sull’utilizzo di una piattaforma di elearning e dall’altro sull’impiego di insegnanti che svolgono lezioni in presenza con gli studenti, non diversamente da altre scuole. Se da un lato il ruolo educativo dell’insegnante all’interno del sistema WSE fornisce un valore  aggiunto  imprescindibile, sia nel programma didattico che nel marketing dell’azienda, è pur vero che tale offerta formative-linguistica è strutturata attorno alla dinamica cliente-prodotto: ma qui il “prodotto” non è il sapere degli insegnanti, bensì il sistema proprietario di WSE attorno a cui è incardinato sia il progetto di studio dello studente che il lavoro dell’insegnante.

Questo ha due effetti principali. Da una parte, all’interno dell’offerta WSE lo studente incontra l’insegnante in una porzione di tempo limitato, dal momento che l’azienda mira a intensificare il contatto tra studente e piattaforma piuttosto che l’interazione frontale con l’insegnante. In tal modo le ore di docenza effettivamente erogate diminuiscono e quindi anche i costi del lavoro vivo per l’impresa.

Dall’altra parte l’insegnante è costretto a operare principalmente dentro i confini del progetto formativo standardizzato di WSE, cioè un insieme di lezioni preconfezionate: il docente infatti deve allinearsi a quello che lo studente svolge sulla piattaforma online, inoltre lavora in presenza con studenti sempre diversi, secondo gli appuntamenti fissati da un manager in base al numero degli studenti attivi sulla piattaforma. Il lavoro diventa ripetitivo e monotono, l’insegnante viene spogliato del suo tradizionale ruolo di maieuta, facilitatore ed educatore perché il suo sapere è stato da una parte sussunto nella piattaforma e dall’altra spezzettato in diverse fasi e ruoli su cui non ha alcun controllo. Questa forma di micro-management del lavoro cognitivo dell’insegnante attrae una forza lavoro precarizzata e socialmente fragile che non profonde nell’insegnamento alcun senso di vocazione e si rende quindi completamente subalterna a un ambiente lavorativo di cui gli sfuggono regole e dinamiche.

Quali difficoltà avete incontrato nel convincere i colleghi ad aderire alla vertenza?

Date queste condizioni oggettive ciò che è accaduto a Milano ha del miracoloso. La maggioranza degli insegnanti ha infatti aderito istantaneamente alla piattaforma di rivendicazioni. Dal momento che eravamo stati inquadrati come tutor, ma tutti in realtà ci percepivamo come insegnanti, il richiamo alla ferita inferta alla nostra professionalità ha generato un riscontro effettivo e dirompente. Il primo ostacolo è stato invece sindacalizzare da zero e farlo in una seconda lingua. Non abbiamo infatti solo dovuto veicolare i contenuti della vertenza; si è trattato di una vera e propria alfabetizzazione sindacale al linguaggio dei diritti sociali, che è naturalmente ostile alla prosa dell’opinione comune nella società in cui viviamo. In più c’è da aggiungere che l’ambiente lavorativo non accoglie nessuna forma di socializzazione tra gli insegnanti che non sia la mera erogazione delle ore lavorative. I centri dell’azienda sono disegnati con stanze dai vetri trasparenti che non permettono alcuna discrezione: si è infatti costantemente esposti allo sguardo dei propri superiori. Tutta la fase preliminare preparatoria e funzionale alla sindacalizzazione è avvenuta in spiragli di tempo e in luoghi improvvisati fuori dall’ufficio.

In questi frangenti si era costretti a spiegare a colleghi e colleghe, con cui fino ad allora si era scambiato solo qualche cenno di saluto, che sarebbe stato necessario iscriversi al sindacato. È stato un processo lungo e faticoso, ma abbiamo creato una comunità di lavoratori più coscienti e consapevoli in un settore abitualmente alieno e ostile alla sindacalizzazione. Ciò che invece non ci è riuscito di fare è stato estendere il nostro messaggio al resto degli insegnanti nelle altre città italiane in cui WSE è presente. Fiumi di email, telefonate, viaggi, non sono serviti a persuadere i colleghi e le colleghe che saremmo stati più forti insieme e ne saremmo usciti tutti in una condizione migliore. Ciò credo sia dovuto a due principali fattori, al netto di quell’atmosfera culturale di cui parlavo più sopra che ci rende tutti “poliziotti di noi stessi”. Il settore della formazione linguistica privata soffre di una intrinseca fragilità e ciò si riflette nella natura intermittente e iper-flessibile del lavoro dell’insegnante privato: per molti questa non è una carriera in cui investire, ma un momento di passaggio verso un’altra meta. E poi c’è il senso di precarietà generalizzato, che è particolarmente destabilizzante per chi insegna in Italia provenendo da altre nazioni: spesso chi fa questo lavoro in un paese straniero è diffidente rispetto a forme di conflitto che vengono percepite come troppo onerose per la propria condizione di “ospite” in un paese diverso dal proprio. Infine, è necessario aggiungere che la dislocazione geografica diffusa di una azienda come questa rende oggettivamente difficile creare legami di solidarietà tra lavoratori che non si conoscono e non vivono nello stesso spazio. Abbiamo imparato che il lavoro sindacale è prima di tutto un’opera di cura e di ascolto che richiede tempo, competenza, studio, responsabilità e auto-disciplina. E questa costellazione esistenziale è sempre più difficile da creare, custodire e nutrire nel tempo che stiamo attraversando.


[1] Si veda: Wall Street English, “noi insegnanti inquadrati come personale amministrativo. E da quando protestiamo ci hanno ridotto le ore di lavoro” ; L’inglese si studia su una app e il prof non serve più.

Lo sguardo del drone su Milano

Sergio Bologna

Demolire il mito del “modello Milano”. Sembrerebbe una buona cosa, se fatta con ragionamenti di spessore in grado di recuperare quella stagione irripetibile di pensiero critico al quale alcuni docenti della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano hanno dato il loro contributo negli anni Settanta con la rivista Quaderni del territorio. Aggredire il “modello Milano” con superficialità fa soltanto il gioco di quelli che hanno governato la città nei suoi periodi più bui. Si viene indotti a queste riflessioni da un lato da certe prese di posizione (v. l’articolo di Lucia Tozzi su Lo stato delle città, n. 3, ottobre 2019), dall’altro da letture come Against Urbanism di Franco La Cecla che, pur mettendo in risalto alcuni percorsi perversi delle politiche urbane e la mitologia degli “archistar”, è ancora largamente insufficiente ad affrontare determinate problematiche tipiche degli spazi metropolitani.

Probabilmente lo sguardo dell’urbanista ha acquistato la valenza di “sguardo generale” alla fine dell’Ottocento, quando i piani regolatori urbani hanno iniziato a fare scuola e quindi i suoi criteri di giudizio si sono poco alla volta imposti come scienza della città e della società che la vive. È indubbio che molte trasformazioni sociali nella città possono essere ricondotte a scelte urbanistiche, è indubbio che la disposizione dell’abitare determina in maniera notevole le stratificazioni sociali ma è altrettanto vero che l’epoca che stiamo attraversando, in particolare l’epoca che ha visto la nascita dell’informatica e di Internet, ha prodotto degli agenti di trasformazione sociale che sembrano assai più potenti del fattore urbanistico nel cambiare le persone e il loro modo di pensare e di agire. Pertanto lo sguardo dell’urbanista sembra essere sempre meno convincente nell’individuare le ragioni che determinano il cambiamento di una città, sembra essere sempre più “specialistico” e aver perso quella capacità (o pretesa) di rappresentare l’intera complessità di una trasformazione urbana. Sembra sempre più lo sguardo di un drone che dall’alto riesce a vedere e distinguere bene i volumi ma sempre meno riesce a vedere e a distinguere gli uomini.

Per tornare a Milano. La facciata ingannevole che nasconde le sua fragilità non può essere demolita con ragionamenti puramente urbanistici, nello spazio ristretto del binomio speculazione-espulsioni. Né una città può essere letta solo attraverso le scelte delle politiche urbanistiche di Giunta. È un’operazione stolida appiattire lo sguardo al punto da mettere sullo stesso piano l’epoca dei Formentini-Albertini-Moratti con il periodo Pisapia-Sala perché nei progetti di Rogoredo o di City Life o dell’Expo c’è stata continuità: è un’operazione improduttiva politicamente ma soprattutto inadeguata a capire quali sono le fragilità vere di Milano che si nascondono sotto la facciata del mito di città “viva, dinamica, innovatrice, efficiente”.

Facciamo un piccolo passo indietro. Per ricordare ai troppi che se lo sono scordato che Milano dagli anni Ottanta a tutto il primo decennio del nuovo secolo, cioè per la bellezza di trent’anni – un periodo più lungo di quello del regime fascista – è stata la città che ha prodotto i fenomeni più deleteri della politica italiana, la città che ha segnato il degrado della nostra vita pubblica come nessun’altra città italiana, la città-laboratorio della crisi della democrazia così com’era stata concepita dai padri costituenti nel 1946. È la città che ha promosso il fenomeno del tardo craxismo, chiamato frivolamente “Milano da bere”, che ha portato all’ascesa di Berlusconi, di Bossi e infine di Salvini. E di Formigoni: Milano è stata la città-laboratorio di Comunione e Liberazione, cioè di un movimento ecclesiale capace di spaccare il mondo cattolico (spunto che Salvini ha ripreso in pieno). Se nel 2011, dopo trent’anni la città ha saputo ritrovare dignità e orgoglio, mettendo in piazza quel movimento plebiscitario che ha portato alla Giunta Pisapia – un movimento molto più ricco di quanto Pisapia sia stato capace di rappresentare istituzionalmente [1] – non possiamo classificare quella svolta come mero episodio elettorale: dobbiamo inserire quel movimento in una sequenza storica che va dalle Cinque Giornate all’insurrezione del 25 aprile 1945 alla lotta degli elettromeccanici del 1960, le grandi date in cui Milano ha saputo scrollarsi di dosso i diversi gioghi che le sono stati imposti. L’entusiasmo, la determinazione di quei cortei, di quelle manifestazioni che invadevano la città, la tensione morale e culturale delle decine di incontri, seminari, dibattiti – quell’atmosfera, quella partecipazione, quel risveglio di un popolo che sembrava ormai narcotizzato per sempre – erano cose che non si vedevano dal 1945. E c’era gioia, non c’era il lutto pesante dei funerali per le vittime di piazza Fontana. Quel movimento è stato lo spartiacque, non l’elezione della nuova Giunta. Quel movimento ha interrotto la sequenza trentennale dell’abbrutimento. Ed è da quel punto alto di democrazia che dobbiamo ripartire. Chi non l’ha vissuto può averne una pallida idea dal film che una cinquantina di registi ha girato in quei giorni: Milano 55.1 Cronaca di una settimana di passioni[2], presentato al Festival di Locarno. Per rispettare il contenuto di quel movimento, per rendere giustizia alla tensione di rinnovamento che esso portava con sé, Pisapia avrebbe dovuto governare chiamando continuamente la piazza a partecipare alle scelte, facendo appello incessante alla democrazia diretta. Invece l’“ordine istituzionale” ha finito per prevalere: cinque anni dopo in occasione dell’elezione di Sala quel movimento s’era imbucato in vari rivoli sotterranei, Sala è stato eletto con le solite alchimie della politica di corridoio, senza entusiasmi. Malgrado ciò, onestamente, si può dire che poteva andar peggio, molto peggio, vista la piega che aveva assunto nel frattempo la politica nazionale: ci siamo già dimenticati dell’atteggiamento di Matteo Renzi e del suo governo? Se non ha sparato a zero contro Pisapia come ha fatto a Roma, cacciando dal Campidoglio il povero e onesto Marino, poco ci è mancato.

Nei tentativi di demolizione del “modello Milano” che sono in circolazione di questo passaggio non c’è traccia: sembra ci sia consapevolezza di cosa sia stato il “modello nero di Milano”, quello dei Craxi, dei Berlusconi, dei Bossi, dei Formigoni. No, se vogliamo togliere la maschera al mito di Milano “città viva, dinamica, efficiente”, se vogliamo mettere il dito sui punti nevralgici, dobbiamo percorrere altre strade, non abbiamo bisogno di quattro architetti che mettono insieme un piano regolatore alternativo, né abbiamo bisogno dei grandi affreschi sulle “espulsioni” alla Saskia Sassen. Dovremmo chiederci semmai com’è nato il mito del “modello Milano”, perché è nato, dove è nato? E perché quel mito ha potuto attecchire? Se pensiamo che quel mito sia pura opera di abili comunicatori, spalleggiati da un po’ di energumeni mediatici che mettono a tacere le voci contrarie, ci sbagliamo di grosso. Un mito non nasce dal nulla. Una Giunta di amministratori pubblici che non pensano solo agli affari propri o a mettersi i soldi in tasca non è fenomeno usuale nel nostro paese. Un’amministrazione di opere pubbliche che rispettano scadenze e costi preventivati è fenomeno ancora più raro. Una rete di trasporti che cresce e che funziona anche come riduzione del rischio d’isolamento delle periferie non è poi un fatto così scontato. Ci sono vari al tri motivi che c’inducono a pensare che Milano la buona fama se la sia guadagnata e che buona parte del merito vada alla gestione del Comune. Ma anche alla lungimiranza di privati. La zona della moda e del design, la cosiddetta “zona Tortona” che durante il Salone del Mobile diventa teatro del cosiddetto “Fuorisalone” [3], oggi esteso anche a Lambrate, è nata da un’operazione condotta da privati che invece di radere al suolo le decine di fabbriche dismesse (era un polo da 25/30.000 operai, tanto per intenderci) e sostituirle con palazzoni e centri commerciali, ha avuto il buon senso di trasformarla in centro di attività terziarie, lasciando intatti parecchi volumi dei grandi stabilimenti abbandonati, dalla CGE, chiamata erroneamente ex Ansaldo, alla Riva Calzoni, alla Richard Ginori, alla Loro Parisini. Gli immobili hanno riacquistato valore, il tessuto urbano è stato rispettato, nuove occasioni di lavoro sono state create, ecco una brillante operazione urbanistica. È un percorso che abbiamo seguito con il documentario di 38’ Oltre il ponte, realizzato nel 2006-07[4]. Avremmo potuto accontentarci e dire «bravi!». Ma a noi non bastava lo sguardo dell’urbanista. Noi ci siamo chiesti: «Ok, tutto bene, ma come si lavora là dentro? Come si lavorava una volta?».

Le trasformazioni urbane derivano dalle scelte di specializzazione produttiva del nostro sistema economico, di cui la speculazione immobiliare è un aspetto

 

Siamo ben consapevoli che quelle che abbiamo chiamato le “fragilità”, le caratteristiche della città che rappresentano un rischio di degrado se non addirittura d’imbarbarimento, sono altrettanto consistenti quanto le caratteristiche positive. Ma se non vengono alla luce non è certo perché si è preferito fare City Life invece di un quartiere di case popolari, le scelte urbanistiche c’entrano pochissimo. Le trasformazioni sono avvenute con processi che hanno coinvolto principalmente il fattore lavoro, declinato in tutte le sue modalità, non soltanto il lavoro industriale rispetto al lavoro nei servizi ma soprattutto il lavoro tecnico-intellettuale, il lavoro professionale, il lavoro con le tecniche digitali: non si è trattato solo di un problema di costi – anche se rimane centrale oggi la questione delle retribuzioni con la proliferazione di working poor – ma si tratta di una partita con una posta in gioco molto più alta, che è quella della modificazione degli assetti mentali, della modificazione del cervello umano – apertamente dichiarata come obiettivo aziendale da giganti come Google, Facebook, Amazon. Si dice che oggi il problema è quello dell’accaparramento delle risorse della natura, in realtà il problema è quello dell’accaparramento of the human brain. È la capacità raziocinante dell’essere autonomo e indipendente, capace di resistere al bombardamento di mistificazioni della realtà, di selezionare l’informazione dalle fake news, è la possibilità di provare ancora sentimenti di solidarietà coi propri simili – sono queste le cose che vogliono estirpare dal nostro DNA, dal nostro sentire, dal nostro agire. La presenza di questi agenti “predatori”, che non  a caso scelgono come primo terreno di conquista  il nostro patrimonio cognitivo, configura uno scenario molto più drammatico di quello che Saskia Sassen ci propone con le sue teorie sulle espulsioni, anche perché l’arena in cui questa partita si gioca non è solo la città o la città globale ma è anche il più sperduto borgo dell’Appennino. Semmai è il vecchio discorso di suo marito Richard Sennett su the corrosion of character a essere più pertinente, più utile per capire come mai tanti giovani newcomers sono disposti ad accettare di lavorare per un euro di meno dei loro colleghi già inseriti nel mercato. Fenomeno questo capace di produrre più working poor di qualunque padrone avido, capace di svalorizzare il cosiddetto “capitale umano” come nessuna crisi economica è capace di fare.

La costituzione di ACTA, la creazione di reti europee dei freelance e il loro gemellaggio con la Freelancers Union degli Stati Uniti, cioè le attività militanti di organizzazione per arginare l’individualismo esasperato, per rendere consapevoli i lavoratori della conoscenza dei loro diritti, per convincerli a difendere il loro valore di mercato, gli appelli a non lavorare gratis per l’EXPO: sono tutte esperienze con cui abbiamo di fatto attraversato la città con una specie d’inchiesta permanente. Con questo bagaglio di esperienze affrontiamo il nodo del mito ingannevole di Milano, nella speranza di arrivare in tempo a introdurre dei correttivi prima che la prossima scadenza elettorale ci riporti all’epoca buia dei Formentini-Albertini-Moratti.

Oggi il downgrading della città e di certi suoi quartieri lo si legge nel privato, assai più che nel pubblico, le trasformazioni urbane di una città “globale” come Milano sono riconducibili alle scelte di specializzazione produttiva del nostro sistema economico di cui la speculazione immobiliare è solo uno degli aspetti e non dei più devastanti. Sono fenomeni che hanno acquistato una forte accelerazione dopo la crisi del 2008 e che una volta di più ci fanno capire che “la città” come unità concettuale è una pura mistificazione. Milano come entità omogenea non esiste, non può essere trattata come un soggetto, è semplicemente un segmento di uno spazio: qui si ritrovano, magari esaltate, tutte le fragilità del sistema-Italia, le quali hanno il loro punto di coagulo in una classe imprenditoriale e manageriale che, pur di salvare i suoi margini di profitto, ha condannato il paese al declino (qualunque settore si prenda in considerazione, dalla logistica al ciclo dell’auto), un paese che nella transizione verso Industria 4.0 probabilmente si staccherà definitivamente dal novero di quelli cosiddetti “avanzati”.

L’Italia è il paese dove in questi anni si è formata la nuova categoria di ricchi che prosperano sul mercato delle braccia e offrono la loro merce di moderni schiavi alle grandi multinazionali della logistica o ai grandi gruppi partecipati da Cassa Depositi e Prestiti, come Fincantieri. Se ne parla perché magistratura e Guardia di Finanza hanno deciso finalmente di intervenire. Ma questi delinquenti hanno dei cugini non troppo lontani, quelli che prosperano con le loro agenzie d’intermediazione di lavori tecnico-intellettual-creativi di cui Milano è forse la piazza più importante d’Italia. Sono la “faccia pulita” del commercio di forza lavoro qualificata low cost. Essi costituiscono il lato oscuro del “modello Milano” ma per stanarli non possiamo certo ricorrere a parametri urbanistici. E questo vale per Milano come per Napoli, per Firenze come per Torino. Ma se le amministrazioni comunali volessero prendere in mano direttamente l’iniziativa per contrastare il fenomeno mondiale del degrado delle condizioni di lavoro ben venga! Questo ci fa guardare con interesse l’iniziativa Decent Work Cities lanciata un paio d’anni fa dal sindaco di Seul su incoraggiamento dell’ILO e alla quale si stanno aggregando metropoli quali New York, Parigi, Dakar, Bangkok.


[1] Nel 2011 uno degli elementi decisivi per l’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano è stata la straordinaria partecipazione di cittadini e cittadine organizzati nei “Comitati x Pisapia”: dopo la vittoria elettorale si sono trasformati in Comitati x Milano e si prefiggono di proseguire il confronto con l’Amministrazione comunale in collaborazione con associazioni, enti e organismi della cittadinanza attiva.

[2] Si tratta di un film collettivo che racconta il ballottaggio per le elezioni a sindaco di Milano nel 2011, che si conclude il 30 maggio con la vittoria di Giuliano Pisapia contro Letizia Moratti: l’idea è stata proposta da Luca Mosso e Bruno Oliviero, all’indomani del primo turno elettorale, per poter raccontare con il cinema quel vento di cambiamento che stava dando un nuovo volto politico alla città; il progetto ha coinvolto 50 videomaker ed è stato sostenuto da Associazione Filmmaker attraverso una campagna di crowdfunding.

[3] Con il termine “Fuorisalone” si indica l’insieme degli eventi distribuiti in diverse zone di Milano organizzati in corrispondenza del Salone Internazionale del Mobile, la manifestazione per il settore dell’arredo e del design avviata nel 1961. Il Fuorisalone, nato nei primi anni Ottanta per iniziativa di alcune imprese, è stato istituzionalizzato nel 1991 quando la rivista Interni ha creato il logo e promosso la prima guida a tutti gli eventi. Nell’ultimo quindicennio durante la Milano Design Week interi quartieri vengono popolati da esposizioni e attività temporanee e dai numerosissimi visitatori: si tratta spesso di ex aree industriali dismesse che le aziende del design affittano per il periodo e che sono state riconvertite e ripensate per questi usi provvisori. Il quartiere di Porta Genova è uno dei primi esempi del “Design District” sorti intorno al Salone del Mobile.

[4] La casa editrice DeriveApprodi di Roma ha pubblicato negli stessi anni il volume Dalla classe operaia alla creative class. La trasformazione di un quartiere di Milano, che conteneva il DVD del documentario. Il materiale di ricerca, molte ore di registrazione audio e riprese video, che non è stato utilizzato è stato depositato presso la Fondazione Micheletti di Brescia, dove si trova a disposizione del pubblico. Il volume purtroppo è esaurito, copie sono consultabili presso la Biblioteca della Fondazione.

La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria

Mattia Cavani

Disegno: Pat Carra

La redazione di OPM ha raccolto la testimonianza di Mattia Cavani, editor freelance e membro di Redacta, un gruppo di professionisti dell’editoria libraria che sta portando avanti un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nel settore. Nato all’interno di Acta, l’associazione dei freelance, questo progetto ha raccolto testimonianze e dati da redattori, traduttori, illustratori, grafici e addetti stampa con l’obiettivo di riaprire il dibattito sullo sfruttamento nell’industria culturale.

Com’è nata l’esperienza di Redacta?

Con Acta[1] ci siamo sempre mossi trasversalmente rispetto alle singole professioni, insistendo su temi che riguardano tutti i freelance: fisco, welfare e previdenza. Tuttavia, uno sguardo così ampio non ci consentiva di mettere sufficientemente a fuoco il problema principale di lavoratrici e lavoratori autonomi, quello dei compensi (che ha implicazioni ovvie per la previdenza e, a causa del meccanismo dei minimi contributivi, sull’accesso effettivo al welfare). Così abbiamo provato a concentrarci su un micro-mercato del lavoro, l’editoria libraria.

Per noi di Redacta[2], oltretutto, questo progetto costituisce un groviglio inestricabile con le nostre carriere nell’industria libraria.  Abbiamo  passato il nostro primo lustro da lavoratori e lavoratrici dell’editoria a rafforzare il profilo professionale: formarci, specializzarci – stando allo stesso tempo bene attenti ad ampliare il ventaglio delle nostre specialità –, coltivare contatti, allargare la nostra rete anche al di fuori dell’editoria tradizionale, e perfino imparare a negoziare per spuntare qualche centesimo in più. Tuttavia la competizione al ribasso sui compensi e sulle condizioni di lavoro, esacerbata dagli abusi sugli stage e dalla mancanza di compensi minimi, ha continuato a svalutare le nostre competenze. Constatati i limiti dell’azione individuale abbiamo presto realizzato che l’unica strada per uscire da questo pantano passava per la costruzione di un solido fronte comune.

Un primo passo necessario è stato capire di quali lavoratori e lavoratrici stavamo parlando e di quali condizioni di lavoro, un tema da sempre escluso dai report annuali dell’Associazione Italiana Editori e che era stato affrontato una prima volta nel 2012 dall’indagine realizzata dalla Rete dei Redattori Precari in collaborazione con la Cgil[3]. Così, insieme ad ACTA, l’associazione dei freelance, abbiamo pensato di far partire la nostra inchiesta. Nell’aprile 2019 sono cominciate le riunioni carbonare con colleghi, amici e amici di amici, poi la rete si è progressivamente ampliata grazie a una serie di interviste e a un sondaggio online. I primi dati[4] parziali non ci hanno sorpreso più di tanto: oltre la metà di chi ha compilato dichiara di avere un reddito annuo lordo inferiore a 15.000 euro lavorando per il settore tra le 30 e le 50 ore alla settimana. Lavorano tanto e guadagnano poco. In tantissimi vivono a Milano, dove si concentra la maggior parte degli editori, ma il costo della vita complica molto le cose.

Disegno: Pat Carra

A fine ottobre 2019 abbiamo presentato una piattaforma programmatica[5] che include una proposta di riordino della normativa sugli stage, compensi dignitosi per limitare il dumping tra i professionisti e misure per farli uscire dall’invisibilità; inoltre abbiamo sfruttato l’occasione per denunciare l’istituzionalizzazione di pratiche palesemente illegali su contratti e tempi di pagamento. Negli ultimi mesi abbiamo portato le nostre proposte sulla stampa[6] e alle fiere di settore (Bookcity a Milano e Più Libri Più Liberi a Roma). A partire da gennaio 2020 abbiamo istituito una riunione mensile per dare una continuità alla nostra azione e rispondere alla crescente domanda di partecipazione che riceviamo.

Quali sono state le reazioni più significative e indicative di uno stato d’animo generale che la vostra proposta ha provocato?

Una parte del nostro sondaggio online riguarda la raccolta dei tariffari dei committenti. Nonostante la garanzia di totale anonimato, nel campo dedicato al nome dell’editore di cui i compilatori fornivano la tariffa abbiamo trovato diverse sorprese: «Campo vuoto, Non posso dirlo, Non si dice il peccatore, Non voglio fare nomi, Pinco Pallo, XXX». Risposte di questo tipo rendono l’idea di quanto sia stata interiorizzata la paura di confrontarsi con gli altri, figuriamoci quindi a che punto siamo con le pretese di “alzare la testa”. Lo stesso timore emerge spesso durante le nostre riunioni: dobbiamo perciò coniugare la massima apertura alla partecipazione con il massimo grado di protezione dell’identità dei partecipanti. Questo vale soprattutto per le numerose “finte partite iVa” che nel settore coprono spesso collaborazioni esclusive e (ne abbiamo conosciute diverse) anche decennali. La stragrande maggioranza del reddito di questi professionisti deriva da un singolo committente, che con un forfait annuale assorbe la quasi totalità del tempo del lavoratore. Lo squilibrio di potere che si viene a creare è notevole anche perché, in un settore relativamente piccolo dove «ci si conosce tutti», passare a vie giudiziarie per sanare la propria posizione costituisce una sorta di harakiri. Così professionisti con grande esperienza e redditi tutto sommato decenti alle riunioni finiscono per essere i più cauti.

Anche i nostri tentativi di ragionare sul tema dei compensi orari hanno scatenato reazioni scomposte. Abbiamo presentato i dati parziali dell’inchiesta in occasione della European Freelancers Week, in un dibattito pubblico a cui partecipava anche un piccolo editore, di quelli di chiara fede progressista. Quando abbiamo mostrato i miseri compensi orari attuali e le nostre proposte per portarli a un livello dignitoso, l’editore è arrivato a sostenere che i nostri dati erano viziati dalla pigrizia dei rispondenti; a suo dire, i cottimisti editoriali, nonostante le tariffe patetiche, se la prenderebbero troppo comoda, esagerando con le pause caffè. In quel momento dal pubblico si sono alzate le mani di tanti che hanno chiesto di intervenire per testimoniare come, in realtà, l’abbassamento delle tariffe delle singole prestazioni sia stato progressivamente accompagnato da un aumento del carico di lavoro previsto per adempiere ciascuna prestazione (non ci sembra un caso che le prime proteste si siano levate quando l’editore ha apostrofato i nostri rispondenti con l’epiteto svilente di «refusisti»). Conoscenti e sconosciuti, freelance e dipendenti, hanno voluto prendere la parola per raccontare la propria verità. Non c’è stato tempo di far parlare tutti, ma è stato un momento importante per noi e per tutti quelli che erano in sala: per la prima volta abbiamo visto la potenza che poteva scatenare una coalizione tra i “cani randagi” di un settore considerato sempre come irriformabile. L’editore che ha scatenato il putiferio si è preso l’ultima parola per precisare, citazione testuale, che lui è «sempre dalla parte dei lavoratori, mica dei padroni»: una chiosa a suo modo perfetta.

Ci sembra che siate riusciti a creare una presa di coscienza. La prima battaglia da condurre è sempre all’interno del soggetto collettivo. Poi in un secondo tempo si affronta il discorso con la controparte. Anche per voi è così?e. Anche per voi è così?

La prospettiva di un confronto con gli editori su compensi e abuso dei tirocini (tanto per cominciare da due temi essenziali) dovrebbe garantirci, di per sé, il sostegno della maggior parte di colleghi e colleghe, ma questo non è affatto scontato. Per esempio, è molto difficile convincere le persone a ragionare sullo stato dell’arte del settore al di là degli schemi preconfezionati dall’Associazione Italiana Editori. Ogni anno il Rapporto sullo stato dell’editoria evidenzia che in Italia si producono troppi libri (siamo vicini alle 80.000 novità all’anno, un 29% in più del dato 2010), una valanga di titoli che crea cortocircuiti logistici e commerciali (denunciati a ogni piè sospinto dalle librerie) e mette in difficoltà persino la promozione. Tra le mille variabili rilevate dal rapporto non c’è mai quella dei compensi; tuttavia un’idea sulla loro evoluzione si può avere dal crollo delle tirature medie (rispetto al 2000 siamo a -47%). In altre parole, il punto di break even per ogni titolo è sempre più basso, dunque lavoro più intenso e meno pagato. Questo banale ragionamento di solito viene accolto con tiepido scetticismo o iperbolica sorpresa (tanti ci chiedono dove abbiamo trovato questi dati, tratti dal più pubblicizzato dossier sullo stato del settore). Sarebbe comprensibile se l’assetto attuale fosse difeso solo dai pochi che, grazie a una rendita di posizione più o meno simbolica, ne traggono ancora qualche vantaggio; ma alle nostre riunioni siamo rimasti basiti quando abbiamo sentito anche alcuni working poor giustificare la propria condizione con varianti dell’adagio: «È il mercato, bellezza».

Disegno: Pat Carra

Dunque prima di pensare a un confronto con   la controparte occorre rimboccarsi le maniche e smontare pazientemente tutto l’immaginario pacificato che è stato costruito intorno al settore; per esempio, spiegare la differenza tra autosfruttamento degli editori (che diventano così gli eroi della situazione) e lo sfruttamento dei lavoratori pagati in gloria o visibilità. Potrebbe sembrare un voler battere sempre sullo stesso tasto, ma occorre restituire la consapevolezza che ogni volta che si lavora per conto terzi esiste un conflitto tra le pretese del professionista e quelle del committente, ovvero uno spazio di negoziazione. Non si può dare niente per scontato, e crediamo che questo valga anche per molti altri settori e per una larga fetta dei lavoratori autonomi.

Ripartire dalle basi non significa, in ogni caso, rinunciare alla fantasia. Durante Bookcity, la settimana di novembre in cui Milano celebra il feticcio del libro e della sua compagnia di giro, abbiamo invaso il passeggio del sabato con una Via Crucis[7]. Dalla Fondazione Feltrinelli al Castello Sforzesco, abbiamo preso come stazioni i luoghi simbolo dell’editoria milanese (tra cui la sede storica del Corriere della Sera in via Solferino, il Laboratorio Formentini e la sede De Agostini a Brera). A ogni tappa un monologo sulla “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria, intesa sia come cammino doloroso, sia come ambigua retorica usata per giustificare la mancanza di scrupoli degli editori. Il successo di questa performance di arte pubblica e delle nostre riunioni, eventi offline e partecipativi, ci fa sospettare di essere sulla buona strada per ripoliticizzare tutto il discorso intorno al libro.


[1] Acta è l’associazione che da quindici anni studia, difende e rappresenta i freelance in Italia.

[2] Per una breve storia del progetto si veda: Redacta libera tutti.

[3] L’indagine Editoria Invisibile, realizzata tra il 2011 e il 2012, è ancora oggi un buon punto di partenza per capire le dinamiche dell’industria editoriale.

[4] Sui primi risultati dell’indagine di Redacta si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Prima parte)

[5] Sulle quattro proposte di Redacta per cambiare il settore editoriale si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Seconda parte).

[6] Intervista rilasciata a «Il lavoro culturale» nel dicembre 2019, si veda: La passione editoriale.

[7] Per un resoconto della Via Crucis organizzata durante Bookcity si veda: Che cos’è successo alla nostra passione? .

Industria 4.0, modello tedesco. Dove è finito il Lavoro?

Di Sergio Bologna

Dopo aver adottato nel 2013 il Piano Industria 4.0, il governo tedesco avviò nel 2015-16 un processo di consultazione tra i vari attori sociali per conoscere la loro opinione sulle conseguenze che la rivoluzione digitale avrebbe potuto avere sul mercato del lavoro. Fu redatto un Libro Verde a cura del Ministero degli Affari Sociali, retto allora dalla Ministra Andrea Nahles (che sarebbe diventata anche segretaria della SpD), dove si esplicitava una serie di problemi ai quali imprese, associazioni, sindacati, chiese, enti vari avrebbero dovuto dare risposta. Ma il valore dell’iniziativa stava nelle dichiarazioni programmatiche contenute. Il governo non chiedeva il parere degli stakeholders con un atteggiamento passivo o “neutrale”, ma dichiarava apertamente quale ottica avrebbe seguito nell’accompagnare la rivoluzione digitale. Dalla serie di citazioni tratte dal testo si può capire l’orientamento politico ed etico cui erano ispirate.

1. «Non si tratta d’intervenire solo sui fenomeni a margine e sulle conseguenze indesiderate dei processi, anche se è comunque necessario farlo», si tratta di andare oltre e lo stato deve intervenire per “plasmare” il processo secondo il quale la tecnologia possa diventare un mezzo per realizzare le nostre aspirazioni a una vita migliore e a un migliore modo di lavorare.

Questa forte presa di posizione contro un laissez faire, questo non voler lasciare le cose alle forze del mercato si accompagna alla reiterata affermazione che se le macchine debbono sostituire una parte del lavoro umano, «si pone il problema di come distribuire gli incrementi di produttività che ne conseguono».

I due punti fondamentali su cui il Libro Verde chiede di pronunciarsi – ai parr. 3.2 e 3.3 – sono: a) tempo di lavoro e conciliazione tra prestazione e obblighi famigliari, b) giusti salari e sicurezza sociale.

Là dove queste esigenze fondamentali non vengono soddisfatte dal mercato, «lo Stato deve intervenire per apportare dei correttivi». Ma essi non si debbono limitare – questa precisazione è più volte ribadita – agli strati disagiati e sfavoriti (es. disabili), devono intervenire anche sul corpo centrale della forza lavoro dipendente e sui lavoratori autonomi.

«La promessa di una volta “benessere per tutti” è diventata assai incerta […] se guardiamo ai salari reali notiamo una tendenza al declino, benché gli ultimi contratti nazionali sembrino contrastare questa tendenza. La componente di forza lavoro con bassi salari è aumentata sensibilmente negli ultimi quindici anni. Nel 2012 un lavoratore su quattro risultava occupato in settori a bassi salari (31% per le donne, 18% per gli uomini)». Le previsioni dicono che in concomitanza con la digitalizzazione si dovrebbe verificare una crescita di freelance (Solo-Selbständige), si tratta di verificare se sono previsioni azzeccate e, una volta ottenuta una risposta positiva, «pensare a come garantire a queste persone una protezione sociale adeguata e a come finanziarla», ma soprattutto a come «vincolare l’economia internazionale in un sistema di tassazione e di comuni prelievi fiscali».

Uno dei temi su cui le domande si affollano riguarda le misure di accompagnamento di una vita lavorativa, che sempre più prevede un lungo periodo di precariato prima di entrare in un sistema di occupazione “standard”. «Come può una politica attiva del lavoro mettere al riparo dai rischi di una transizione che prevede forme di occupazione atipiche? […] Come possiamo migliorare il passaggio da mini-jobs a forme di lavoro tutelate sul piano della previdenza sociale, da lavori interinali a occupazioni sostenibili? […] Come possono essere garantiti equi compensi e sufficienti tutele ai lavoratori freelance?».

Al par. 3.4 si affronta il problema della formazione: «Il moltiplicarsi di forme di lavoro atipiche indica che le imprese hanno perso interesse a investire nella formazione a lungo termine dei loro dipendenti».

Dal par. 3.5: «Nel dibattito su Industria 4.0. si sono messe in primo piano finora visioni del futuro, problemi di standard tecnici e complesse architetture di processo, ma la questione centrale della creazione di buone condizioni di lavoro è stata trascurata. Se siamo convinti però che una maggior produttività dipende da una migliore collaborazione tra uomini e macchine, dobbiamo pensare diversamente: se Industria 4.0 vuole essere un’operazione di successo, il lavoro deve essere orientato alle esigenze degli occupati. In questa grande sfida della modernizzazione del nostro apparato produttivo non dobbiamo permettere che le visioni degli uni diventino l’incubo degli altri e la nostra società rimanga bloccata […]. Anche i problemi della tutela della salute si pongono in maniera nuova. Se la separazione tra vita lavorativa e vita privata viene annullata al punto di giungere a una reperibilità permanente dell’individuo, dobbiamo chiederci quali conseguenze questo possa avere sulla stabilità psichica delle persone. Il fatto che sia ammesso per i dipendenti l’any time, any place non significa che debba diventare always and everywhere […]. Sull’emergere continuo di nuove forme di lavoro c’è estrema necessità di ricerche empiriche sulle condizioni di vita e di lavoro in Germania, sui redditi di quelli che lavorano in Cloud e in genere su quelli che si offrono tramite piattaforme. Si pone il problema di quali forme di supporto sia possibile e desiderabile mettere a disposizione di questi strati di lavoratori, perché possano organizzarsi e rappresentare i loro interessi […]. Dato questo scenario, come si può realizzare nel xxi secolo la “umanizzazione” del lavoro? Come sarà la fabbrica, come sarà l’ufficio, come sarà il modello di produzione del futuro e cosa porterà agli occupati? Come si può gestire la tecnologia in modo da garantire un lavoro salubre, riducendone il peso sulla psiche dell’individuo? […] Le norme sul diritto del lavoro oggi in vigore avranno la stessa valenza nell’era digitale? […] Quelli che lavorano come autono mi tramite piattaforme online sono veri autonomi o finti? […] Che possibilità ci sono che tramite le nuove tecnologie i consumatori siano meglio informati sulle condizioni di lavoro che consentono di produrre certe merci o di offrire certi servizi?».

Abbiamo riportato integralmente questi passaggi perché ci si possa rendere meglio conto dello spirito che ha animato questa iniziativa di Arbeiten 4.0 (Lavori 4.0).

Il principio fondamentale su cui poggia il diritto del lavoro – ristabilire l’equilibrio in un rapporto asimmetrico – dovrà valere anche nell’economia digitale

Il par. 3.6 è un peana alla Mitbestimmung, che viene considerata, dati alla mano, molto bene accetta dai lavoratori, con buone percentuali sia a Est che a Ovest. Sarebbe il migliore contributo alla cultura d’impresa necessaria ad affrontare il salto digitale. E si conclude con questa annotazione:

«Stiamo assistendo a un rinnovato interesse per forme cooperative d’impresa e per imprese sociali. Possono aiutarci nel rendere sostenibile il nostro tessuto economico?».

Nell’ultimo capitolo vengono affrontate le questioni del quadro istituzionale e normativo. Prima di tutto in una dimensione europea – portabilità delle tutele per l’anzianità, diritto d’impresa e protezione del lavoro (antinfortunistica e non solo). Se ora ci si limita ad analizzare le competenze e il raggio d’azione del Ministero del Lavoro, successivamente, in un dibattito su eventuali riforme da apportare, sarà necessario esaminare anche il ruolo di altre istituzioni governative. Dev’essere chiaro però che il principio fondamentale su cui poggia il diritto del lavoro – ristabilire il più possibile l’equilibrio in un rapporto che è per sua natura asimmetrico – dovrà valere anche nell’economia digitale. Automazione, connettività totale, realtà aumentata… tutte belle cose ma «il compito fondamentale che ci dobbiamo porre è di far in modo che tutto questo sia compatibile con gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori». La previdenza sociale è stata pensata come protezione dai rischi dell’esistenza. Si tratta di capire se con l’emergere di nuove forme di lavoro non scaturiscano anche nuovi rischi per la persona. «Nuove forme di attività possono ancora esser classificate come “occupazione” e come tali possono ancora dare diritto a forme di tutela?». Si pone il problema se la costituzione di un’impresa, così come la costituzione di un nucleo famigliare, non abbia bisogno di misure d’accompagnamento per promuoverla e tutelarla. «Ed è qui che si chiude il cerchio: noi abbiamo bisogno di instaurare un dialogo e poi di creare un nuovo compromesso sociale per capire in quali situazioni scatta il principio di sussidiarietà in base al quale lo Stato interviene a tutela e a promozione di determinati fenomeni – nell’interesse di tutti».

Da qui prendeva le mosse nell’aprile del 2015 la conferenza di lancio di questa grande consultazione secondo lo schema qui delineato:

2. Dopo un anno di consultazioni e d’incontri, viene pubblicato il Libro Bianco. Il primo capitolo è ancora una “summa” dei principali obbiettivi e dei fondamentali valori che il Ministero intende raggiungere e mantenere – in sostanza già espressi nel Libro Verde. Il secondo capitolo contiene le sei domande fondamentali che vengono rivolte agli stakeholders:

  1. Ci sarà occupazione per il numero maggiore di persone possibile anche nel futuro e se sì a quali condizioni?
  2. Nuovi modelli di business basati su piattaforme digitali che effetti avranno sul lavoro?
  3. Se la raccolta e il trattamento di dati diventa sempre più importante, come può essere garantita la sicurezza dei dati riguardanti gli occupati?
  4. Se macchine e uomini in futuro lavoreranno ad ancora più stretto contatto, come possono le macchine contribuire a dare sostegno e a rendere più abile il lavoro umano?
  5. Il lavoro del futuro sarà ancora più flessibile. Quali soluzioni ci sono per migliorare la condizione degli occupati nella loro flessibilità spazio-temporale?
  6. Come sarà l’azienda del futuro? Non somiglierà certo all’immagine classica dell’azienda, ma potrà garantire comunque sicurezza sociale e partecipazione?

Nel terzo capitolo si delineano con più precisione le caratteristiche del “buon lavoro” che la rivoluzione digitale dovrebbe garantire sui pilastri del modello tedesco, quello che da un lato con un welfare molto articolato protegge da certi rischi dell’esistenza, e dall’altro tramite la Mitbestimmung garantisce un livello di partecipazione della forza lavoro ai destini e alle scelte dell’impresa. Nel capitolo quarto si entra più nel merito delle risposte che la consultazione ha dato. Primo: non dovrebbe verificarsi una massiccia sostituzione di lavoro umano con l’automazione, molto più probabile una modificazione delle mansioni, dei ruoli e dei mestieri. Occorre dunque investire in riqualificazione e possibilità di nuovi percorsi di carriera. Occorre però anticipare i fenomeni e non aspettare che le persone vengano espulse dal mercato del lavoro. Quindi l’intero sistema di sostegno alla disoccupazione (Arbeitslosenversicherung) andrebbe riorganizzato come sostegno al lavoro in quanto tale (Arbeitsversicherung), quindi si deve formulare un diritto alla riqualificazione, un diritto alla formazione permanente. Il passaggio all’era digitale deve comportare una maggiore autodeterminazione. Questo significa in concreto maggiore sovranità sul proprio tempo (Zeitsouveränität) mediante l’istituzione di un diritto al tempo parziale. Si dovrebbe quindi arrivare a una vera e propria legge sul tempo di lavoro scelto in autonomia dal soggetto, senza pregiudicare l’insieme della regolamentazione riguardante le prerogative del datore di lavoro. Se le tecnologie digitali consentono una maggiore flessibilità, allora è il momento di gestire e plasmare questa flessibilità come maggiore autodeterminazione del soggetto anche nei tempi di erogazione della sua prestazione. La digitalizzazione non riguarda solo la manifattura (Industria 4.0) ma investe massicciamente il settore dei servizi e della cura. Sarà necessario allargare il campo di validità di un contratto nazionale del settore di cura rendendolo vincolante per tutti (verbindlicher Tarifvertrag) ma lo stato dovrà intervenire con mezzi propri per sostenere questo settore sia nel pubblico che nel privato.

La tematica della sicurezza sul lavoro dovrà essere approfondita secondo un programma di “sicurezza sul lavoro 4.0”. In attesa dell’emanazione delle norme europee sulla protezione dei dati degli occupati, dovrà essere compiuto ogni sforzo perché la parte della normativa lasciata all’autonomia dei singoli paesi possa essere in Germania formulata in modo da garantire la protezione dei dati nella maniera più ampia possibile.

Molta enfasi viene posta sulle risorse della Mitbestimmung e sull’allargamento delle coperture contrattuali, lasciando intendere che non si esclude d’intervenire per via legislativa in modo da conferire maggior potere ai consigli di fabbrica.

La differenza tra lavoro dipendente e lavoro autonomo tende sempre più ad affievolirsi. Sarà necessario lavorare sulle condizioni che possano rendere il più agevole possibile l’apertura di nuove attività d’impresa o di attività individuali. I lavoratori autonomi debbono essere inseriti a pieno titolo nel sistema pensionistico. L’onere derivante allo stato dovrà essere compensato attingendo a risorse di altre gestioni, mentre per quanto riguarda l’assistenza malattia degli autonomi probabilmente sarà necessario ricorrere a formule diverse a seconda dei gruppi professionali. Il problema dell’istituzione di un “conto dell’attività lavorativa” del singolo, che registri tutte le diverse fasi e i diversi cambiamenti del suo percorso, va tenuto presente.

Ma mancano ancora molte informazioni per poter formulare una strategia di lungo termine, perciò si propone l’avvio di una nuova inchiesta nazionale sulle attività lavorative, come preludio a una fase costituente di un nuovo patto sociale.

3. Belle parole, ottimi propositi. Ma come sono stati posti in pratica? Andrea Nahles, Ministra del Lavoro del terzo cancellierato di Angela Merkel, è stata la prima donna a essere nominata alla segreteria del partito socialdemocratico (2009-2013). Assume la guida del dicastero il 17 dicembre 2013 e come primo atto introduce il salario minimo legale ma il 30 gennaio 2015, cedendo alle pressioni dell’UE assediata dai paesi di Visegrad, decide di sospendere i controlli sulle retribuzioni degli autisti stranieri che operano in Germania grazie alle norme sul cabotaggio. Quello che è stato uno dei settori maggiormente devastati dalla concorrenza dei paesi dell’Est viene lasciato di nuovo a se stesso; quando si troverà ad affrontare i massicci scioperi dei ferrovieri e dei lavoratori delle compagnie aeree e degli aeroporti, fa passare una legge che impone in quei settori il riconoscimento di un unico sindacato nelle negoziazioni. I sindacati autonomi, di singole categorie, ormai avevano scavalcato e messo in difficoltà la Lega dei sindacati. La sua immagine di angelo protettore del lavoro viene compromessa. Nahles termina il suo mandato nel settembre 2017 e diventa presidente del partito e capo del gruppo parlamentare, per una donna la prima volta nella storia. Ma alle elezioni politiche la SPD subisce un primo tracollo, alle europee ottiene il peggior risultato di sempre. Il 2 giugno 2019 Nahles si dimette da tutte le cariche e in ottobre lascia il Parlamento in aperta rottura con il partito, accusando i verti ci per il loro atteggiamento discriminatorio verso le donne. Visti i precedenti, si stenta a crederle. È probabile che i vertici abbiano buttato tutta la colpa su di lei per le sconfitte elettorali. Resta da vedere se la SPD intende sbarazzarsi (o si è già sbarazzata) anche dei valori che i due libri Lavori 4.0 avevano propugnato come qualificanti del partito.

Sommario

Le contingenze ci hanno imposto di iniziare il primo numero in modo imprevisto: tracciare una panoramica della situazione che si va delineando a seguito dell’emergenza da Covid-19. L’Editoriale dipinge alcuni scenari e abbozza piste di ricerca, segue poi Emergenza Covid-19. Intervista a Vittorio Agnoletto con cui proviamo a fare il punto sulla sanità italiana. Il grosso dei contributi fa massa attorno alla questione lavoro così come si configura rispetto al nuovo salto tecnologico. Industria 4.0 e lavoro operaio affronta di petto i cambiamenti, i rischi e le forme di controllo soggiacenti alla retorica avveniristica con cui si rappresenta il lavoro ai tempi di Industria 4.0. Industria 4.0, modello tedesco. Dove è finito il lavoro? esamina il piano elaborato dal governo tedesco per far fronte alle conseguenze sociali e lavorative derivanti dalla svolta tecnologica del sistema produttivo; argomento che invece par essere stato dimenticato dalla politica italiana. Si passa poi a un’inchiesta sulle condizioni di lavoro e sulle forme di organizzazione dei lavoratori, Conflitti nel Taylorismo Digitale. Le lotte dei drivers di Amazon a Milano.

Abbiamo poi raccolto esperienze dirette, tentativi di organizzazione, pratiche sociali e politiche. Si tratta di speranze, occasioni per pensare, esempi con cui confrontarsi. In La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria i risultati di un’inchiesta ci illustrano la situazione del lavoro freelance nell’industria editoriale. Insegnare con le macchine. Le scuole di lingua nell’economia delle piattaforme, entra nel vivo delle rivendicazioni delle e degli insegnanti di inglese nelle scuole Wall Street English. Con Lo sguardo del drone su Milano partecipiamo al dibattito sul mito del “modello Milano”, provando a spostare l’attenzione dalle politiche urbanistiche alla politica in generale, e soprattutto alla partecipazione e al ruolo dei privati. Infine, con Pratiche per l’egemonia: il mutualismo e Cartoline dal Nordest: Berta si racconta, ragioniamo su questa pratica sociale e politica, sulle sue potenzialità e diamo voce a un’esperienza diretta di mutualismo a Padova. Storia di due marxismi: in ricordo di Erik Olin Wright propone un testo inedito in italiano in cui Michael Burawoy presenta l’opera del sociologo e attivista statunitense: è in realtà un confronto tra due marxisti che speriamo possa essere utile, non solo per riflettere, ma anche per agire la realtà.

Infine chiudiamo con il Manifesto di Officina Primo Maggio, un documento che apre questa nuova stagione della rivista, che è anche e soprattutto un luogo di confronto, una operazione politico-culturale, una “officina” di esperienze concrete di azione sociale e di ricerca militante, nata dal desiderio di ripensare collettivamente che ereditiamo dalla rivista Primo Maggio, che cessava le sue pubblicazioni nel 1989.


Summary

Present unexpected circumstances forced us to update the first issue: drawing an overview of the current situation that is taking place following the emergency resulting from Covid-19. Editoriale paints some scenarios and sketches out continuing research paths. This is followed by Emergenza Covid-19. Intervista a Vittorio Agnoletto in which we try to take stock of Italian healthcare. The bulk of contributions is focused on the labour issue, as it is configured with respect to the new technological leap forward. Industria 4.0 e lavoro operaio tackles the changes, risks and forms of control underlying futuristic rhetoric of work, which is represented in the times of Industry 4.0. Industria 4.0, modello tedesco. Dove è finito il lavoro? examines the plan drawn up by the German government to deal with the social and employment consequences of the technological change in production systems; an argument that instead seems to have been forgotten by Italian politics. We then move on to an investigation into the working conditions and forms of organization of workers, Conflitti nel Taylorismo Digitale. Le lotte dei drivers di Amazon a Milano.

Direct field research, organization attempts, social and political practices are brought together. These are hopes to aspire to, opportunities to think about and examples to deal with. In La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria the results of an investigation illustrate the situation of freelance work in the publishing industry. Insegnare con le macchine. Le scuole di lingua nell’economia delle piattaforme goes to the heart of the claims of English teachers in Wall Street English schools. With Lo sguardo del drone su Milano, we participate in the debate on the myth of the “Milan model”, trying to shift attention from urban planning policies to politics in general, and above all to the participation and role of private individuals. Finally, with Pratiche per l’egemonia: il mutualismo and Mutualismo e Cartolina dal Nordest: Berta si racconta, we think about this social and political practice, its potential, while giving  voice to a direct experience of mutualism in Padua. Storia di due marxismi: in ricordo di Erik Olin Wright proposes an unpublished text translated into Italian, in which Michael Burawoy presents the work of Erik Olin Wright: it is actually a comparison between two Marxists that we hope will be useful, not only for reflection but as a means of changing reality.

Finally, we close with the Manifesto di Officina Primo Maggio, a document that opens this new season of the magazine: a magazine but also and above all a place of comparison and dialogue. A political-cultural operation, a “workshop” of concrete experiences of action social and militant research, born out of the desire to collectively rethink what is left of the legacy of the magazine Primo Maggio, which ceased publication in 1989.

Editoriale

Marzo 2020

Scrive Sarah Lazare nel numero di In These Times del 12 marzo: «Pensavamo che il nostro sistema fosse caratterizzato da precarietà e senso di paura dei lavoratori, il Coronavirus ci ha fatto capire che è stato costruito così deliberatamente».

È vero. Tutte le caratteristiche negative del nostro tempo, in termini di sistema capitalistico in generale e in termini di sistema-Italia, stanno venendo a galla in maniera più chiara e più comprensibile di quanto abbiano potuto fare le migliaia di analisi e di denunce degli ultimi vent’anni.

Noi cominciamo qui la nostra avventura di Officina Primo Maggio. Eravamo pronti a uscire quando è partita l’emergenza. Far finta di nulla era ridicolo, mettersi a fare grandi analisi, tanti lo facevano, meglio di quanto avremmo potuto fare noi. Vorremmo provare allora a cambiare gioco e a pensare che cosa di positivo potrebbe nascere nella testa della gente, perché se c’è un dato certo è che il “pensiero unico” con il Coronavirus è andato in frantumi, e almeno su un paio di cose dovrebbe avere qualche difficoltà a ricostruire la sua compattezza di prima.

Primo, il ruolo dello stato e del servizio pubblico in generale.

Il problema però non dobbiamo guardarlo solo con l’ottica dell’emergenza: anche il più accanito neoliberale oggi è disposto a invocare uno stato autorevole, un comando centralizzato, una sanità pubblica efficace per combattere un virus. No, dobbiamo ripensare il ruolo dello stato da dove lo avevamo lasciato con Primo Maggio, e precisamente da quando ci siamo posti il problema dello smantellamento del welfare state. Quello che stava accadendo ce lo avevano spiegato Fox Piven e Cloward: non era tanto la demolizione del welfare quanto la sua trasformazione in sistema di regolazione e controllo. Si era in piena stagione dei movimenti di rivolta, Regulating the Poor era il titolo del loro libro e noi trovavamo analogie impressionanti con quanto avveniva in Italia con la cassa integrazione: non era solo un ammortizzatore sociale, era un’arma di pacificazione di massa per ingabbiare le lotte del “lungo autunno”.

Queste cose ce le siamo scordate completamente quando agli inizi del millennio e di fronte al crescere della precarizzazione si è lanciata la parola d’ordine del “reddito garantito” e non si è riflettuto abbastanza che le forme di erogazione di sussidi possono diventare strumenti di marginalizzazione – visto che l’attivazione di politiche del lavoro rimane fine a se stessa – oppure di limitazione della libertà individuale quando occorre. Proprio in Germania, il paese forse più attrezzato per questo, tanti giovani poveri rinunciavano al sussidio pur di non vedersi capitar in casa i controllori a metter le mani negli armadi. Con l’emergenza attuale tutti corrono a chiedere elemosina allo stato, il sussidio (chiamato ipocritamente “incentivo”) rischia di diventare un modello di politica economica. Sono le imprese a sgomitare in prima fila con il cappello in mano, la mano invisibile del mercato se la sono scordata.

Se il governo Renzi si è divertito ad amputare tentacoli piccoli e grandi di stato – dalla soppressione delle province e delle loro competenze sulle tematiche del lavoro, alla soppressione del corpo dei forestali (pochi mesi prima che una bufera eccezionale sradicasse parti importanti e preziose dei nostri boschi), a quella del Magistrato alle Acque di Venezia –, già prima di lui era cominciata la grande svendita dei beni demaniali: aree ed edifici pubblici ceduti ai privati a prezzi di mercato, rinunciando a investire in progetti di impiego sociale o di pubblica utilità. E ancor prima: nel 1997 Bassanini proponeva di trasformare in Spa tante aziende municipalizzate dei servizi essenziali. Quattordici anni dopo per salvare l’acqua pubblica ci vorrà addirittura un referendum. Il risultato fu chiarissimo: no alla privatizzazione. Ma non è bastato. Insomma, è dall’epoca di Mani Pulite e dello yacht Britannia, cioè per tutto il tempo della Seconda Repubblica, che il mestiere dei nostri governi è demolire lo stato dopo averlo logorato o svenduto.

Quello che è avvenuto in questi anni non è solo la riduzione dello stato al minimo ma anche la trasformazione di quel minimo in strumento di controllo, selezione e in ultima analisi creazione di diseguaglianza: un apparato burocratico che appare sempre più pesante, parassitario e corrotto.

Sicché non basta dire “torniamo al pubblico” ma occorre andare alle radici per rifondare la cultura, l’etica del servizio pubblico contro l’idea neoliberale della “pura efficienza” dell’apparato, perché questa invocazione dell’efficienza è quella che ha consentito d’introdurre i dettami del mercato nel sistema pubblico. Riscoprire il ruolo dello stato non è possibile senza una rivalutazione del senso etico del funzionario pubblico, di quello che un tempo si chiamava “senso di responsabilità”. Ed è proprio questo che la pandemia da Covid 19 ha dimostrato: la figura simbolo in questa emergenza s’identifica oggi con la professione nella quale vige un vincolo di giuramento a un preciso codice deontologico: la professione sanitaria. E subito dopo il pensiero corre alla figura dell’insegnante. Sanità e scuola, se non poggia su queste fondamenta, ogni discorso sullo stato mostra la corda. In principio c’è la “sostanza umana” della professione, il Beruf weberiano, poi viene la scienza dell’organizzazione, poi le tecnologie – delle quali comunque, come si vede dall’indice, intendiamo occuparci.

Eppure non basta nemmeno questo, non è possibile riscoprire il ruolo dello stato e nello stesso tempo evitarne i poteri di controllo senza uno slancio di reale partecipazione democratica. Per esempio, un aiuto statale, in forma di sussidi per pagare l’affitto, può rivelarsi uno strumento di oppressione: chi avrà diritto a questi incentivi? E nello stesso tempo, in ragione delle regole di mercato, più che alleggerire il problema, può benissimo generare un innalzamento degli affitti. Ben altra partecipazione popolare richiede una reale gestione democratica del diritto all’abitare.

E l’economia? Questo è il terreno sul quale molto probabilmente, superato il virus, il “pensiero unico” può ricomporsi. Bisogna impedirlo. Per ora non ci addentriamo, lo mettiamo però in agenda nel lavoro di Officina Primo Maggio, limitandoci a richiamare l’attenzione su quei testi che sono tornati a parlare di “economia fondamentale”. Ciò che ha costituito la caratteristica del capitalismo degli algoritmi, simboleggiato dal modello Amazon e dalla funzione logistico-distribuiva, è la sua vocazione a soddisfare bisogni non essenziali. Riportare lo stato nella sfera economica significa concentrare le scelte prioritarie sui bisogni essenziali. Ci diranno che è facile a dirsi in situazioni d’emergenza dove qualche regola di mercato può essere sospesa senza troppi ostacoli, ma come farlo passare nel “new normal”? Un modo potrebbe essere prendendo il toro dalle corna digitali, come abbiamo tentato di fare in alcuni nostri articoli. A ben pensare, la rivoluzione digitale intesa come capitalismo delle piattaforme e degli algoritmi si è concentrata soprattutto sulla prestazione di servizi che non rispondono a bisogni essenziali. In questo primo numero abbiamo cercato di guardare in concreto cosa succede nel mondo di Industria 4.0. e di Logistica 4.0. Nel prossimo, se vogliamo parlare di stato, dovremo misurarci con l’Agenda digitale, con la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. È un salto in avanti oppure un modo per congelare lo stato attuale del sistema pubblico e renderne più complessa una riforma sostanziale? Su questo terreno, sul terreno delle reti, l’emergenza ha messo a nudo il ruolo essenziale di Internet – come potrebbe altrimenti una popolazione chiusa in casa comunicare e lo smart working di molte aziende funzionare? – e la sua natura di habitat dal quale non possiamo più uscire. L’art. 82 del decreto Cura Italia è tra quelli meno criticabili.

Se dobbiamo guardare avanti e immaginare che questa emergenza possa riaprire delle partite che ormai sembravano definitivamente chiuse, uno dei terreni a noi più congeniali – avendo messo in testa al nostro programma il conflitto nei rapporti di lavoro – è quello della fabbrica. Sì, quanto è accaduto e sta accadendo in quella specie di sfera residua del paese che si chiama “manifattura”, che si chiama “industria” – tanto residua da far dire ai primi decreti che lì tutto continuava as usual,mentre altrove tutto si poteva e si doveva fermare – riapre un orizzonte di rapporti sociali e di dinamiche organizzative che non dobbiamo chiederci se sono obsolete o meno ma se sono o non sono espressione di bisogni essenziali, senza i quali parlare di democrazia non ha senso.

È nelle fabbriche, infatti, che si è manifestata la prima scossa a un sistema imputridito. Dettata dalla paura, certo (ma perché, la classe operaia deve avere sempre “nobili sentimenti”?). Abbiamo cercato di capire che cosa stava succedendo con un lavoro di inchieste-lampo.

Le agitazioni erano cominciate prima, ma è dopo la conferenza stampa di Conte della sera dell’11 marzo che esplode la protesta, a sentir dire il premier che tutto (o quasi) si poteva chiudere in Italia, tranne le fabbriche. Tale e quale la posizione espressa da Confindustria: la produzione industriale non si doveva assolutamente fermare, una sospensione delle attività avrebbe provocato danni irreparabili al sistema economico, tagliando fuori le aziende italiane dalle catene di produzione internazionali e dalla possibilità di competere. Immediata la reazione degli operai: il giorno dopo scioperi e fermate un po’ ovunque.

Invece di capire al volo che il clima era mutato di colpo, Assolombarda per bocca del suo presidente definiva irresponsabili quei sindacati che avevano dichiarato sciopero, anzi “istigato” allo sciopero. Non aveva capito che erano stati “spinti” e talvolta “costretti” allo sciopero non da chissà quale voglia di protagonismo ma dai loro delegati, pressati, sommersi da una moltitudine operaia che si era sentita come presa in trappola. «Come? Gli impiegati possono lavorare a casa, in smart working, e noi chiusi qua dentro senza misure precauzionali, senza mascherine, senza disinfezione degli ambienti, senza tute protettive, attaccati spesso l’uno all’altro, mentre a tutti gli italiani si chiede di stare almeno a un metro e mezzo di distanza?». E allora di colpo, nel giro di poche ore, è caduto il sipario sulle condizioni igieniche dei nostri luoghi di lavoro, dalla metalmeccanica alle banchine dei porti alla cantieristica. Si è rotta la coltre di silenzio e di omertà che ormai da molti anni impediva di vedere e di dire che in molti luoghi di lavoro non esisteva nemmeno il sapone nei bagni, dove gli interventi di igienizzazione e sanificazione non erano mai stati fatti, dove i dispositivi di protezione individuali non erano mai stati introdotti; mancavano le premesse per una gestione ordinaria dell’igiene, figuriamoci per una situazione d’emergenza. Alla faccia dello Statuto dei Lavoratori, di cui tra poco festeggeremo il cinquantesimo anniversario.

Questa spinta operaia si è rovesciata innanzitutto sui delegati di fabbrica, sulle rappresentanze sindacali aziendali (Rsu), sui rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls), figure che nel corso degli anni erano state ritenute “ridondanti” e poco per volta erano state “sfoltite”, decimate, depotenziate, mentre aumentava a dismisura la produzione normativa sulla sicurezza e il suo delirante corredo burocratico. Il Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 maggio 2014, sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria prevede che il numero dei componenti delle Rsu deve essere di 3 nelle unità produttive che occupano fino a 200 dipendenti; 3 ogni 300 dipendenti nelle unità produttive che occupano fino a 3.000 dipendenti; 3 ogni 500 dipendenti nelle unità produttive di maggiori dimensioni. Nessun criterio viene definito invece sul rapporto numero di dipendenti/responsabili della sicurezza territoriali (Rlst).

E d’improvviso queste figure, questo esile strato di rappresentanza, diventano l’unico filtro, l’unica mediazione, l’unica realtà istituzionale che si frappone tra una rabbia esasperata, mista a sconcerto e paura, e un padronato, un management, incapaci di rendersi conto di quanto sta succedendo. E trovano di nuovo, forse dopo anni, decenni, una loro legittimazione, una loro autorevolezza, che ha consentito di concludere decine di accordi. Là dov’era più forte, il sindacato – in particolare la Fiom – veniva a trovarsi come unico punto di riferimento istituzionale, mentre Confindustria e le rappresentanze padronali sul territorio venivano messe da parte come un inutile ingombro, le multinazionali non le consideravano nemmeno e la maggioranza dei datori di lavoro presto capiva con chi era meglio mettersi a un tavolo. Bisognava trovare la quadratura del cerchio: da un lato chiudere le fabbriche per consentire di adottare le misure minime di sicurezza, ma chiuderle quel tanto che non avrebbe impedito di evadere gli ordini, che in molti casi erano schizzati in alto proprio a causa del virus. Ordini di clienti esteri, che temevano di vedersi arrivare addosso le misure drastiche che l’Italia stava adottando e volevano riempire le scorte. Non tutte le fabbriche si trovavano in questa condizione ovviamente, perché tante erano a corto di ordini da tempo, per queste andava bene poter fare un po’ di Cig. In tutte però il tasso di assenteismo era cresciuto, era al 20-25%, per autodifesa o, soprattutto, per far fronte a obblighi familiari resi difficili dalla chiusura delle scuole. Quindi occorreva trovare soluzioni differenziate. Per averne un’idea, citiamo dal comunicato sindacale della Fiom di Brescia del 12 marzo:

Dopo le aziende in cui è già stata definita la chiusura nei giorni scorsi in misura diversa […] sono aumentate le realtà dove è stata disposta una diversa organizzazione del lavoro, dal turno centrale a turni avvicendati, con riduzione degli orari, oppure riduzione dell’orario pur su un unico turno di lavoro, oppure rotazione delle presenze con utilizzo permessi/ferie per assenti.

Ma là dove il sindacato è più forte, come a Reggio Emilia e in parti della Regione emiliano-romagnola, i provvedimenti sono stati presi in anticipo anche rispetto ai decreti del governo. Grazie alla presenza capillare dei delegati, il sindacato è stato in grado di capire prima dell’autorità sanitaria (le Asl si sono rivelate strutture inconsistenti dopo la falcidia agli organici inflitta loro negli ultimi anni) quali misure di sicurezza assumere e ha redatto un vademecum fatto pervenire alle fabbriche, utilizzando anche una What’sApp cui erano iscritti più di 500 delegati.

Ma anche in Emilia Romagna, come in Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Liguria, interi settori sono sguarniti sindacalmente, la presenza di sindacati di base talvolta compensa l’assenza o l’inconsistenza delle grandi centrali ma spesso c’è il vuoto. Tuttavia anche in questi settori la protesta spontanea di base, pur timidamente, si è manifestata ed è riuscita a smuovere le acque, qualcosa dunque sta cambiando. E poi c’è il resto, il buio delle migliaia di piccole e minuscole realtà da dove non arrivano voci. E poi ci sono le ditte d’appalto che lavorano per le aziende sindacalizzate e non: non hanno diritti, figurarsi protezioni o mascherine. Da loro non è mai entrata la Costituzione (ma grazie a loro siamo leader mondiali nella costruzione di navi da crociera…). E poi ci sono i precari, gli occasionali, i freelance, c’è il mondo brulicante della gig economy, l’universo dove il conflitto non è mai arrivato.

Ci sono luoghi dove le nostre inchieste-lampo non sono arrivate a raccogliere informazioni sufficienti, altri dove abbiamo potuto ascoltare un po’ di voci. Il Veneto è uno di questi. Ed è emerso un quadro variegato, contraddittorio dove paura di ammalarsi e rabbia nel vedersi messi in ferie forzate convivono nella stessa persona. Alcuni padroncini si sarebbero attivati per procurare mezzi di protezione, timorosi di veder arrivare i controlli; ma pochissimi tra operaie e operai ci hanno poi detto di aver veramente visto arrivare i controlli delle delle autorità competenti. Molte microimprese e certe Pmi sono aziende a conduzione famigliare, contesti in cui buona parte del parentado lavora a stretto contatto con i dipendenti, sono aziende subfornitrici che fanno lavorazioni conto terzi. «Non è che i padroni non ci pensano, hanno paura anche loro di ammalarsi. Sono tutto il giorno in fabbrica. Ma se chiudiamo c’è il rischio di perdere i clienti, questi poi si trovano un altro fornitore e non li rivedi più». Aziende fragili, raramente sindacalizzate. In questi casi le aspettative risiedono tutte nell’azione del governo, sono luoghi dove la frustrazione potrebbe esplodere quando verrà chiesto di stringere i denti per risollevare l’Italia. È troppo presto per fare previsioni, chissà, forse tra qualche mese la rabbia che seguirà alle difficoltà economiche potrebbe spingere alla coesione con il piccolo padronato, e rivolgersi direttamente contro la politica, contro lo Stato, reo di non aver elargito sussidi a sufficienza.

Ma eccoci a un secondo atto del dramma. Il 22 marzo, di fronte a una protesta operaia che chiede sicurezza e sospende il lavoro, il governo emana un nuovo Decreto dove si definiscono le attività industriali e commerciali considerate essenziali e autorizzate a funzionare, tutte le altre avrebbero dovuto chiudere. A detta dei sindacati l’elenco delle attività industriali contenute nel Dpcm era troppo ampio e comprendeva settori che con i servizi fondamentali (sanità, agro-alimentare, energia ecc.) avevano ben poco a che fare.

Le dichiarazioni pubbliche di Confindustria che rivendicavano il merito di aver ottenuto un elenco di attività così “ecumenico” hanno riacceso gli animi e si è arrivati a una serie di scioperi dichiarati da intere categorie sindacali, in maniera unitaria (settore metalmeccanico, chimico-tessile-gomma-plastica e carta) con il risultato che il 25 marzo il governo è nuovamente intervenuto modificando, con un Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, il precedente elenco in modo da diminuire il numero di lavoratori chiamati al lavoro. Ad esempio, nel settore metalmeccanico si stima che la sospensione poteva avere effetto sul 90% della forza lavoro. Ma nella norma era stata inserita una scappatoia per le imprese “escluse” che avrebbero potuto, mediante autocertificazione, dichiarare di essere al servizio delle filiere fondamentali e chiedere l’autorizzazione a proseguire l’attività. Affidato ai prefetti, rappresentanti territoriali dello stato, il compito di verificare la veridicità delle autocertificazioni. Clamorosa la deroga che consente le attività dell’industria dell’aerospazio e della difesa, sempre previa autorizzazione dei prefetti. Considerarle attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, al pari del settore sanitario e agroalimentare, è una decisione che non ha bisogno di commenti. La norma, scritta – com’è buona tradizione italica – in maniera imprecisa e ambigua, ha gettato i territori nella più totale confusione. Com’è consolidata tradizione dei paesi dove lo stato è debole, le singole prefetture si sono mosse in maniera difforme, in particolare per quanto riguarda il coinvolgimento del sindacato nel processo di selezione: alcune hanno fornito gli elenchi delle imprese che avevano inoltrato l’autodichiarazione, altre hanno semplicemente comunicato l’elenco delle imprese che avevano già autorizzato a operare, alcune si sono preoccupate di mantenere un rapporto di condivisione con il sindacato avendo un occhio all’ordine pubblico, altre hanno semplicemente manifestato la loro impotenza, travolte dalle richieste e impossibilitate a esaminarle celermente. Sta di fatto però che Confindustria è riuscita a far rientrare dalla finestra quello che era stato cacciato dalla porta. Mentre chiudiamo questo editoriale ci sono segnali che le agitazioni stanno riprendendo, la parola è di nuovo ai territori. Che tenuta avrà questa possibile seconda ondata di scioperi? Quante famiglie ormai cominciano a non avere i soldi per mangiare? La riapertura di molte attività avrà l’effetto di ritardare il superamento dell’emergenza e il ritorno alla normalità? Oltre a tutti i danni che ha prodotto negli ultimi decenni, dovremo ringraziare Confindustria anche di averci fatto pagare un prezzo più alto in termini di contagiati e di morti? Noi del conflitto – del conflitto dentro il rapporto di lavoro – abbiamo fatto un programma, il primo punto di un’agenda culturale, di un’intenzione di ricerca. E riteniamo che il conflitto manchi soprattutto dentro il lavoro intellettuale, creativo, digitale. Non ci facciamo illusioni, il paese, uscito stremato dalla crisi del Coronavirus, chiederà alla gente di lavorare “pancia a terra”, ma forse qualche spinta verso il superamento dell’individualismo e della rassegnazione porterà la gente a guardare con occhi diversi la necessità della coalizione. E quando accadrà, saremo pronti a dare una mano. Non c’interessa fare una rivista, c’interessa fare un’operazione politico-culturale, c’interessa mettere il nostro minuscolo gettone per cambiare le cose.

Emergenza Covid-19. Intervista a Vittorio Agnoletto

Sara Zanisi

Pubblichiamo l’intervista raccolta da Sara Zanisi a Vittorio Agnoletto, medico del lavoro, docente di “Globalizzazione e Politiche della Salute” presso l’Università degli studi di Milano, tra i fondatori della Lila Lega italiana per la lotta contro l’Aids. La conversazione è stata registrata in audio lo scorso 17 marzo a Milano attraverso una video call, perché erano già in vigore le restrizioni di movimento e incontro imposte dall’emergenza Covid-19. È su questo argomento che la redazione di Opm ha voluto ascoltare la testimonianza di un medico impegnato non solo sul fronte del contenimento dell’epidemia, ma anche su quello dell’informazione e della divulgazione scientifica: Vittorio Agnoletto infatti è stato da subito attivo sul piano della comunicazione alla cittadinanza, sia attraverso Radio Popolare – emittente milanese in cui dal 2015 conduce la trasmissione “37 e 2” sui temi dell’handicap e dell’invalidità civile –, sia attraverso il blog su Il Fatto Quotidiano, il blog personale e la pagina Facebook – da cui trasmette quotidianamente dal 18 marzo 2020 un video-aggiornamento quotidiano sul Coronavirus.[1]

Zanisi: A noi interessa mettere a fuoco gli aspetti dal punto di vista del lavoro, oggi – com’è organizzato il lavoro e cosa resterà sul lavoro in futuro. La prima questione: cos’è successo quando l’emergenza Covid-19 è arrivata e come ha impattato sul modello regionale che abbiamo in Lombardia?

Agnoletto: Io proporrei come percorso di analizzare i problemi che si sono verificati di fronte alla vicenda Covid in Regione Lombardia e in Italia. Poi comincerei a vedere il perché, cosa è successo, dando qualche dato di riferimento legislativo a livello nazionale, per capire perché la situazione è andata così. Va bene questo taglio?

Zanisi: Assolutamente sì, poi alcune questioni che abbiamo messo a fuoco per capire meglio se possiamo parlare di una “visione fordista” della sanità pubblica. Perché si è scelto di “efficientare” il servizio sanitario, riducendo il numero dei posti-letto? Se c’è una visione di questo tipo, che conseguenze ha avuto e ha? Cosa sta succedendo a chi lavora nel sistema sanitario, come vengono tutelati oggi i lavoratori e le lavoratrici della sanità?

Agnoletto: Vado a schema, vediamo cosa non ha funzionato, poi vedremo le ragioni. Primo punto: avevamo una “finestra di opportunità” – così definita dall’Oms – cioè il periodo da quando il virus è arrivato in Cina a quando è comparso in Occidente, ossia in Italia. Questa finestra di opportunità di circa un mese, considerato che il virus sarebbe comunque arrivato – in un mondo globalizzato era inevitabile –  avrebbe dovuto essere utilizzata per preparare tutte le strategie necessarie per cercare di contrastarlo e ridurne al minimo l’impatto. Si è persa questa finestra di opportunità, al di là delle vicende dei voli, non è stato attivato il servizio sanitario soprattutto nell’ambito della prevenzione, della informazione, del coinvolgimento della popolazione. Qualche esempio semplice. Prima cosa, banale, si deve informare la popolazione: bisogna avere un numero di telefono dedicato per poter dare le informazioni, perché nel momento in cui si annuncia l’arrivo di un virus con quelle caratteristiche si sa che una fetta di popolazione andrà in ansia. Tutto questo non è stato fatto, e questo è il primo errore. Sono questioni di sanità pubblica, non è solo questione di buon senso, sono cose che si studiano.

Zanisi: Ci puoi spiegare meglio cos’è la sanità pubblica e cosa non c’è stato in termini di prevenzione, studi epidemiologici, gestione di sanità pubblica?

Agnoletto: Non è stato creato un numero di telefono dedicato ma sono state convogliate tutte le domande per avere informazioni sul 112, che invece è un numero per le emergenze (infarti, borseggi, incidenti, eccetera), così hanno bloccato il numero di telefono importantissimo per le emergenze. Questo è stato un errore assolutamente fondamentale. Quando poi hanno dato i numeri dedicati suddivisi a livello regionale hanno messo pochi operatori e non hanno puntato sulla loro formazione, che invece è stata la prima cosa realizzata in Cina. Non c’è stato poi uno staff governativo dedicato a informare il paese e i mass media da un punto di vista scientifico e comunicativo, come invece si deve fare di fronte a un problema di sanità pubblica: cercare di avere una comunicazione che dia l’impressione che il governo non è stato colto alla sprovvista e che ha una serie di informazioni su come affrontare la situazione; comunicare quello che avremmo incontrato, come sarebbe stato gestito, quali sono i rischi veri, quali sono le tematiche, in modo da evitare allarmismi. C’era circa un mese e mezzo di tempo, le autorità cinesi erano disponibili a condividere tutte le informazioni, c’erano i report dell’Oms, ma tutto questo non è stato fatto. Questo avrebbe bloccato l’allarmismo e alcuni meccanismi dei media? Sicuramente no, avrebbe però potuto fortemente ridurne l’impatto emotivo, avrebbe reso autorevole l’intervento delle massime istituzioni sanitarie per segnalare quale media stava fornendo informazioni errate e avrebbe modificato il rapporto con la stampa. È un punto di vista tecnico, non politico, che dovrebbe essere ovvio quando si gestisce una problematica di salute pubblica. Questo non è stato fatto.

E non è stata fatta una terza cosa, fondamentale nella sanità pubblica, cioè la corresponsabilizzazione della popolazione attraverso le informazioni e la spiegazione di come queste debbano essere utilizzate. Per rifarsi a un riferimento culturale, in Nemesi Medica. L’espropriazione della salute (1976), Ivan Illich poneva il problema di non delegare la cura della propria salute, che deve essere il risultato di una collaborazione tra l’apparato sanitario e la popolazione che diventa corresponsabile e consapevole della propria condizione.

D’altra parte noi avevamo un’esperienza fortissima in Italia, quella di decenni di lotta contro l’aids, in cui si è dimostrato come l’azione della società civile e delle associazioni aveva svolto un ruolo enorme, perché queste realtà sapevano comunicare, trovare le parole giuste e soprattutto sapevano che la comunicazione si fa per target mirati. Nella nostra situazione, la comunicazione ad ampio spettro – cioè quella televisiva, per capirci – può avere un’importanza abbastanza limitata, si deve comunicare utilizzando vari linguaggi comprensibili. Questi sono studi, pratiche, scuole di sanità pubblica, che andavano fatti, ma tutto questo non è stato realizzato, punto a capo.

I medici di medicina generale sono stati lasciati completamente allo sbando.

Non sono stati protetti gli operatori di pronto soccorso né gli ospedali

Seconda problematica. Noi abbiamo una rete di operatori sanitari che sono gli Mmg, i medici di medicina generale con un contratto di convenzione a livello nazionale. È la rete più diffusa: tutto il mondo ci invidia questa rete, grazie alla quale tutti coloro che risiedono in Italia – cittadini italiani, immigrati regolari e perfino i minori irregolari – sono iscritti presso un medico, il pediatra di libera scelta o il medico di medicina generale; certo gli Mmg sono stati ridotti di numero, ma tutti i cittadini sono iscritti. Questa era la prima linea che avevamo, che andava rafforzata e messa in condizioni di sapere cosa doveva fare e di agire in sicurezza. Rispetto a questi operatori non è stato fatto nulla, sono come la prima linea di una truppa che è stata lasciata completamente allo sbando sotto il fuoco avversario senza avere nessuno strumento per difendersi. La prima mail che è arrivata loro, dicendo che potevano andare a ritirare le mascherine a Milano, è arrivata il 4 marzo, quindi oltre dieci giorni dopo la comparsa del caso di Codogno. Prima che comparisse questo caso – e c’era già stata l’avvisaglia di due cinesi a Roma – bisognava dare le istruzioni ai medici di base, procurare guanti, camici monouso e mascherine; bisognava prepararsi a dirigere il flusso; avvisare la popolazione che non doveva – se sospettava il Coronavirus – dirigersi verso i pronto soccorso, perché questi luoghi sarebbero diventati un ambito dove vi era il forte rischio di diffusione del virus; né doveva andare nelle sale di attesa dei medici di medicina generale, perché sono in genere affollate e vi sarebbe stata una significativa possibilità di infettarsi o di infettare altre persone. Quindi anche qui altri errori enormi: i cittadini avrebbero dovuto avere a disposizione un numero verde, da una parte, e dall’altra ricevere l’indicazione di contattare telefonicamente il proprio medico curante, il quale avrebbe dovuto ricevere l’indicazione di fissare gli appuntamenti per i sospetti di Coronavirus in orari distanziati l’uno dall’altro, sarebbe cioè stato necessario pianificare l’azione dei medici di medicina generale.

Tutto questo col senno di poi? No, tutte le informazioni c’erano, perché la cosa importante in questo caso è sapere qual è la via di trasmissione del virus. Se si conosceva la via di trasmissione del virus, si sapeva anche come si poteva trasmettere l’infezione dall’uno all’altro, si era assolutamente in grado di prendere tutte queste precauzioni. Queste cose non sono state fatte. Non solo, non sono stati neanche protetti gli operatori dei pronto soccorso e degli ospedali.

Zanisi: Perché? Questo è il risultato del costante smantellamento della medicina preventiva e della medicina del lavoro?

Agnoletto: Perché da noi la medicina del lavoro in ambito ospedaliero e in ambito sanitario è una parola, non è un fatto. I servizi di medicina preventiva sono ridotti al lumicino, i medici del lavoro sono liberi professionisti, che lavorano per datori di lavoro che possono licenziarli quando vogliono – io stesso sono stato licenziato. Alla Asl è rimasto solo il ruolo ispettivo. Anche dentro gli ospedali tutte le misure universali di precauzione definite dall’Oms sono giusto un testo che si studia solo se uno fa l’esame di “Medicina Preventiva” prima di laurearsi. Questa è un’altra questione grave, non sta nella “normalità” di un’epidemia che si arrivi ad avere circa il 12% degli infettati tra il personale sanitario, è una cosa assolutamente gravissima, perché in questa situazione si ammalano coloro che devono curare la popolazione!

Zanisi: Cosa sta succedendo, che tipo di osservatorio hai? Gli operatori sanitari come si stanno organizzando, autodifendendo? Perché poi c’è tutto il tema delle inadeguatezze negli approvvigionamenti dei dispositivi di protezione individuale, a cui stiamo assistendo soprattutto negli ultimi giorni: hai qualche segnale da parte degli operatori sanitari?

Agnoletto: Sono sommerso da segnali degli operatori sanitari 24 ore al giorno, da tutti gli ospedali. Ovunque la situazione è drammatica, realmente drammatica. Le mascherine Ffp3 o Ffp2 sono in numero scarsissimo. Nelle linee del Ministero hanno previsto che all’interno degli ospedali i dispositivi di protezione individuali siano obbligatori unicamente per coloro che trattano i pazienti Coronavirus-positivi, tutti coloro che fanno altre pratiche o altri triage non hanno l’obbligo di questi dispositivi, hanno solo l’obbligo della distanza. Una follia, perché questo vuol dire che si ammalano moltissimi operatori sanitari. Quattro giorni fa [il 13 marzo, n.d.r.] avevamo 1.674 operatori sanitari infetti, oggi possiamo pensare che di aver superato abbondantemente le 2.000 unità di personale medico o sanitario infetto. Quindi ci sono pochissimi strumenti di protezione individuale anche proprio dentro gli ospedali, per non parlare dei medici di medicina generale. È un problema gravissimo.

Sono usciti due comunicati – uno dell’Ordine nazionale e uno dell’Ordine dei medici della Lombardia – drammatici. Questi comunicati non sono fake news, sono reali, sono comunicati durissimi perché gli Ordini dicono al governo che quello che è avvenuto – la mancanza di strumenti di protezione – sta trasformando coloro che devono curare in coloro che diffondono il virus. È una situazione veramente pesantissima. Come ha reagito il governo a queste vicende, come ha reagito la Regione? La Regione Lombardia ha fatto un disastro, non ha fatto nulla di quello che abbiamo detto sopra, ha voluto poi dimostrare che erano in grado di agire direttamente senza passare attraverso il governo e hanno ordinato delle mascherine che non sono mai arrivate. Poi c’è la polemica: non sono mai arrivate perché loro hanno sbagliato gli indirizzi di ordinazione, perché hanno preso una lista di aziende chiuse? Oppure non sono arrivate perché le aziende avevano detto che le avrebbero mandate e poi non le hanno mandate? Questo non lo sappiamo. Sta di fatto che le ordinazioni fatte dalla Regione non sono andate a buon fine, non è arrivato nulla, per questo motivo la Regione ha perso parecchi giorni prima di passare la palla alla Protezione Civile. A quel punto la Protezione Civile agiva anch’essa in ritardo: ha dovuto andare a recuperare le mascherine sul mercato internazionale, con tutta la concorrenza e le problematiche che ci sono in questi giorni. Questo è quanto successo dal punto di vista prevenzione.

Di fronte a questa situazione il governo cosa fa? Fa linee guida dove dice: tutti i cittadini che sono venuti in contatto con una persona positiva al Coronavirus devono stare in quarantena protettiva – di prevenzione, definiamola – per 14 giorni, tranne il personale che ha il contratto sanitario; costoro, se sono venuti a contatto con un collega che è positivo, vanno avanti a lavorare e solo qualora dovessero mostrare la febbre e sintomi respiratori, a quel punto verranno sottoposti a tampone. Questa è una roba da pazzi. Perché l’hanno fatto? Perché si sono resi conto di quanti sono gli operatori che si sono infettati: se si dovesse andare a verificare gli operatori infettati, molti di loro dovrebbero restare a casa e dovrebbero essere chiusi molti reparti. Ma se li lasciano lavorare pur essendo positivi, questi rischiano di infettare altre persone, altri colleghi e altri pazienti che sono ricoverati, con il risultato che se l’epidemia non si risolve in pochissimi giorni una parte del personale sanitario che si è infettato a un certo punto evolverà verso la fase più grave, mostrerà sintomi conseguenti all’infezione e vi sarà un numero enorme di operatori sanitari che staranno a casa. Se per ogni medico che diventa positivo non si possono lasciare a casa tutti i colleghi che sono venuti in rapporto con lui, altrimenti si rimarrebbe senza medici, allora bisogna garantire una sorveglianza sanitaria continua. Per esempio a costoro si deve fare il tampone ogni tre giorni, in modo tale che si trovi il virus immediatamente, appena si presenta. A quel punto si lasciano a casa, non si può rischiare che questi continuino a lavorare essendo positivi infettando altre persone, perché a un certo punto una parte di costoro evolverà, e si registrerà una curva in ascesa di operatori sanitari a casa. Questo è quello che sta avvenendo in questo momento. Gli esempi di guerra sono tremendi… dopo aver sacrificato la prima linea si finisce per sacrificare – purtroppo è così – anche la seconda linea di operatori scelti, e bisogna rimpiazzarli col reclutamento. In guerra era così, i ragazzi tra i 16 e 18 anni, nella Prima guerra mondiale andò così…

Zanisi: E i “ragazzi del ’99” sono i neolaureati?

Agnoletto: Bravissima, questo è il quadro! C’è una follia nella gestione, anche perché oggi non c’è bisogno di medici generici, c’è bisogno di medici di pronto soccorso, del dipartimento emergenze, di malattie infettive; ed è chiaro che non c’è bisogno di neolaureati né di ultrasettantenni, che sono le persone più suscettibili all’infezione. C’era un patrimonio sanitario non indifferente e questo patrimonio bisognava tutelarlo. Quando il virus supera la prima linea, mette in crisi la seconda linea e impatta sui reparti ad alta specializzazione, cioè impatta sulle emergenze.

Zanisi: Il più grave rischio sanitario attuale sembra sia il limite del numero dei letti ospedalieri, in particolare quelli delle terapie intensive: ma perché siamo a questo punto? Perché in Italia abbiamo 5.000 posti di terapia intensiva contro i 28.000 in Germania e i 20.000 in Francia?

Agnoletto: Qui si apre un altro problema: noi abbiamo un numero limitato di posti di emergenza e soprattutto di macchinari, per cui se c’è il letto ma non ad esempio la cpap (Continuous Positive Airway Pressure), cioè quello strumento che serve per fare una respirazione forzata attraverso una pressione positiva di ossigeno, paradossalmente il letto è inutile. Quindi alla carenza di materiale protettivo si aggiunge quella di strumenti tecnologici di cura: anche su questo non si è previsto assolutamente nulla – eppure dalla Cina le informazioni erano precise – e poi bisogna andare sul mercato a cercarle, ma a questo punto sul mercato ci sono Francia, Germania, Austria, Svizzera, Spagna e via dicendo, anche questo è stato un altro punto problematico.

La Lombardia ha distrutto i servizi di prevenzione verso la popolazione e nei luoghi di lavoro:

sono stati ridotti in termini di numero e di vigilanza

Questo è il quadro che abbiamo di fronte adesso. Cerchiamo di capire le ragioni, in modo schematico. Sono molto semplici, consistono nella privatizzazione del servizio sanitario e nell’assunzione della logica della privatizzazione anche dentro le strutture pubbliche. Quindi c’è un dato materiale: la forte presenza del privato nella sanità. Che a sua volta amplifica un’ideologia aziendale che ha pervaso tutto il servizio sanitario: in Lombardia il privato sanitario convenzionato raccoglie il 40% della spesa sanitaria corrente della Regione.

Zanisi: Questo è un dato che mi interessa approfondire. Si destina il 40% del budget disponibile a un numero di strutture e soprattutto di posti letto molto più basso. Stando ai dati pubblicati qualche giorno fa, notavo che in Lombardia ci sono 68 strutture di privato convenzionato con circa 7.500 posti letto – di cui 380 in terapia intensiva – che sono più o meno il 20% dei posti letto lombardi, ma a fronte di un budget che è il doppio. Il privato convenzionato gestisce una percentuale molto maggiore del totale della spesa sanitaria: quasi 7 miliardi, sui 17,5 miliardi annui spesi in Lombardia, vanno a soggetti privati convenzionati. Ora è evidente questo dato, che forse non era così esplicito ed evidente prima, se non per gli addetti ai lavori.

Agnoletto: Il privato costa molto di più del pubblico, lo confermano tutte le statistiche internazionali.

Zanisi: Prova a spiegare perché.

Agnoletto: Perché le forme di rimborso del pubblico verso il privato sono maggiori dei costi che sosterrebbe il pubblico per il medesimo intervento; perché una volta che sono stati istituiti i drg – ossia un sistema che permette di classificare tutti i pazienti attraverso la diagnosi di dimissione, dalla quale dipende l’entità dei rimborsi – il privato è molto bravo a cercare di utilizzare questi meccanismi per avere i maggiori profitti possibili: il privato è in grado di giocare con le varie diagnosi per le diverse patologie, con lo scopo di massimizzare i rimborsi attraverso le diagnosi maggiormente remunerative.

Senza contare tutto quello che è vera e propria truffa – la Lombardia è piena anche di inchieste sulla corruzione in ambito sanitario –, come ad esempio dichiarare patologie che non ci sono, fare interventi chirurgici che sono ben retribuiti quando magari non sono necessari e si potrebbe continuare a lungo con molti altri esempi. E dato che la Regione ormai da tempo ha rinunciato a una forma seria di controllo dell’agire del privato, è evidente che il privato, una volta stabilite le modalità di rimborso, giocherà al rialzo per avere il massimo di rimborsi possibili.

Zanisi: Questo c’entra anche con il fatto che i posti in terapia intensiva presso le strutture private sono pochi?

Agnoletto: Stiamo dicendo che il 40% della spesa sanitaria in Lombardia va al privato, questo privato che finalità ha? Sono cose banali ma ce le dimentichiamo, la sanità privata è frutto di azionisti che sono finanziarie, banche, grandi multinazionali ecc., che investono nella struttura privata perché vogliono avere dei profitti, ovvio, come qualunque altra azienda. Il privato ha profitti quanto più ci sono malattie, è banale ma è così: è evidente che il privato non ha nessun vantaggio a lavorare sulla prevenzione, perché non solo la prevenzione non produce profitti, ma la prevenzione abbassa i profitti. Se anziché avere quattro pazienti oncologici ne hai tre perché si riesce a convincere qualcuno a fumare di meno e quindi non sviluppa il tumore, è evidente che al privato questo non va bene, perché guadagna sul malato oncologico, non guadagna sul cittadino che ha smesso di fumare e non sviluppa il tumore, quindi quanti più malati ci sono tanti più profitti fa il privato. Mentre la logica del pubblico è esattamente il contrario: quanti meno malati ci sono, quanto più il pubblico guadagna perché risparmia nella fiscalità generale e spende meno nella cura; sono due culture totalmente diverse.

In Italia, in particolar modo in Lombardia, non solo è stato appaltato moltissimo al privato, ma abbiamo introiettato nel pubblico la logica del privato quando siamo passati dalle Ussl (unità socio-sanitarie locali) alle Asl (aziende sanitarie locali), abbiamo trasformato il servizio sanitario in aziende che hanno assunto la logica delle aziende private. Quindi noi abbiamo il privato che non ha nessun interesse nella prevenzione e non ha interesse in alcuni settori, quali il pronto soccorso e le emergenze, perché sono settori che hanno un basso margine di guadagno, mentre il privato ha interesse nella chirurgia, nella cura delle patologie croniche, tutti ambiti dove si possono realizzare guadagni enormi. I dati sono vecchi, perché sono riferiti al 2006/2007 ma non credo che siano cambiati molto: circa il 60-70% delle strutture pubbliche ha i pronto soccorso e il dipartimento di emergenza; nel privato questa percentuale non arrivava al 30%.

Zanisi: Come l’integrazione pubblico/privato e la riforma del sistema dei rimborsi ha impattato sull’organizzazione del lavoro nella sanità in Lombardia?

Agnoletto: Il pubblico da parte sua cosa ha fatto in questi anni? Ha praticamente distrutto quelli che in Lombardia erano i servizi numero uno: i servizi addetti alla prevenzione verso la popolazione, la prevenzione nei luoghi di lavoro, le vaccinazioni, le campagne di informazione ecc. Non solo sono stati ridotti in termini di numero, ma è sempre più ridotta l’attività ed è ridotta ai minimi termini tutta l’attività di vigilanza e di controllo. Quindi noi abbiamo una medicina che è privatizzata in gran parte e, secondo, abbiamo una medicina dove il settore privato comanda sul pubblico in termini di ideologia, quindi di comportamenti e di indicatori di valutazione – per esempio per confermare o meno un direttore generale nel pubblico, che è una nomina politica, le Regioni, salvo rare eccezioni, usano gli indicatori propri delle aziende private: i profitti realizzati, e non per esempio la soddisfazione dell’utenza, la capacità di fornire servizi e via dicendo.

Infine si è aggiunto un altro elemento: le politiche degli ultimi trent’anni hanno sempre più tagliato il settore sanitario e il welfare. Prendiamo un dato solo come riferimento: nel 1981 avevamo in Italia 530.000 posti letto, nel 2017 ne abbiamo meno della metà. Quindi questo ci dà immediatamente la misura. Nel 2016 avevamo 3,2 posti letto per 1.000 abitanti in confronto a una media dei paesi Ocse che arrivava a 4,7.

Quindi il virus è arrivato quando il Servizio Sanitario Nazionale era già sotto un fortissimo attacco da parte delle scelte di tutti gli ultimi governi. Poi, senza dilungarci troppo, possiamo tranquillamente dire che in Regione Lombardia siamo andati anche oltre: il tentativo di fare la riforma sui malati cronici che affidava le patologie croniche a gestori per la maggior parte privati era proprio il timbro che l’ente pubblico rinunciava ad assumersi la responsabilità della cura dei cittadini e la delegava ad aziende private, che su quello avrebbero creato il business. Questo avviene al di fuori di qualunque visione clinica, medica, perché si chiede a una persona di affidare la cura delle patologie croniche a un gestore e di rimanere per le patologie acute con il proprio medico di base, medico di famiglia. Un’assurdità, perché noi siamo una persona sola, è necessaria una visione olistica: se si affida il diabete al gestore perché è una patologia cronica e una insufficienza renale acuta al medico di base, cosa succede se uno non ha i dati raccolti dall’altro? Una follia. Ma dentro queste delibere regionali c’era la logica della privatizzazione dei malati cronici, che costituiscono il 70% della spesa sanitaria corrente della Regione Lombardia, quindi una scelta molto precisa. Una scelta che s’è dimostrata anche attraverso la chiusura di molti ospedali e di molti reparti nel pubblico, e poi lì vicino apriva una clinica privata che lavorava sugli stessi settori dove chiudeva l’ospedale pubblico. La Lombardia è disseminata di situazioni di questo tipo. Per questo abbiamo lanciato una campagna dicendo che prima di andare a costruire nuovi ospedali occorre riaprire gli ospedali pubblici che la Regione aveva appena chiuso, adesso ovviamente è necessario vedere in che condizioni li hanno conservati.

Zanisi: Si sta parlando di incremento di posti letto nel privato convenzionato e di accelerazione del sistema di accreditamento: cosa sta succedendo? Quali differenze ci sono tra aprire nuovi accreditamenti nel privato, allestire un ospedale di emergenza al Portello affidandolo a Bertolaso o recuperare reparti e spazi anche dentro ospedali pubblici? Qui mi sembra di vedere che si contrappone questa logica, che hai descritto molto chiaramente, di privatizzazione del pubblico e di interiorizzazione di questo modello: ce lo stiamo ritrovando identico in questo momento di emergenza, mi sembra di capire…

Agnoletto: È assolutamente così. Poi, se vogliamo, possiamo vedere come è avvenuto tutto questo.

Zanisi: Perfetto. Possiamo provare a fare una breve storia, dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978 alle riforme degli anni Novanta, fino a oggi, anche solo per pietre miliari, però rileggibili in prospettiva storica.

Agnoletto: Tutto parte con la legge 833 del dicembre 1978, che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) e che sostituisce le mutue precedentemente esistenti. Questa riforma ha come fondamento il diritto universale alla salute. È una riforma che si richiama all’articolo 32 della Costituzione sul diritto alla salute e in particolare – come pochi sanno – alla seconda parte dell’articolo 3 della Costituzione. Tutti ne conoscono la prima parte, “non è ammessa nessuna discriminazione…” ecc., ma pochi sanno che la seconda parte dice che è responsabilità della Repubblica rimuovere quegli ostacoli che impediscono di usufruire dei diritti sanciti dalla Costituzione. Questo è l’articolo che attraverso la nostra Costituzione affida alla Repubblica un ruolo attivo, e non di puro arbitro della dinamica sociale: la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che impediscono ai cittadini di beneficiare dei loro diritti, tra questi c’è il diritto alla salute. La legge del 1978 istituisce questo sistema universale, che è quel che poi ci è stato invidiato da tutto il mondo. Veniva istituito un Piano sanitario nazionale (Psn) che stabiliva obiettivi, durata, importo del fondo sanitario nazionale e che quindi prevedeva una capacità amministrativa nazionale che permetteva di individuare degli obiettivi: non si va più solo a gestire l’esistente ma si stabiliscono degli obiettivi, e questo è importante. Non solo, veniva affidato il ruolo ai Comuni e ai sindaci di svolgere il controllo sull’operato delle Ussl, le unità socio-sanitarie locali: attraverso i Comuni si dà un ruolo attivo alla cittadinanza. Di fronte a questa riforma scattarono da parte del settore privato attacchi pesanti, perché la sanità rappresentava già allora un forte business: nel 1978 abbiamo in Italia l’apice delle riforme in difesa della sanità pubblica, poi da lì la storia comincia a girare nel senso opposto. L’altro elemento arrivò nel 1992 con la legge 502, che inserì dentro la riforma del 1978 elementi tipici del settore privato, quali l’aziendalizzazione e l’orientamento al mercato. Poi aumentarono le competenze e la responsabilità delle Regioni, quindi si lasciò alle Regioni per esempio la determinazione dei principi sull’organizzazione dei servizi e sull’attività destinata alla tutela della salute e sui criteri di finanziamento delle unità socio-sanitarie locali e delle aziende ospedaliere (Ao), e quindi cominciò a entrare dentro al Ssn anche la logica dell’azienda. Le Ussl vennero trasformate in Asl (aziende sanitarie locali) e in Ao (aziende ospedaliere), separando l’attività territoriale da quella ospedaliera. Questo è un altro passaggio, una medicina orientata al business punta solo unicamente sulla cura, come abbiamo visto, e trasforma l’ospedale nel centro di tutto, prosciugando il territorio. La 502 cominciò a separare, da quel momento si ebbero le Asl, strutture più povere, e le Ao che invece drenavano la maggior parte delle risorse. Tra l’altro, da quel momento il direttore generale cominciò ad avere un contratto di diritto privato con una durata dai tre ai cinque anni: questo accadde nella seconda fase.

Una medicina orientata al business punta solo sulla cura, non sulla prevenzione:

trasforma l’ospedale nel centro di tutto, prosciugando il territorio

Arriviamo a un altro passaggio: il “decreto Bindi”, D.L. 229 del 1999, che introdusse il concetto di accreditamento. Venne data alle strutture private la possibilità di competere ufficialmente con quelle pubbliche, entrambe però devono essere accreditate in modo da essere riconosciute regionalmente. Qui cominciò la competizione – in realtà una competizione truccata – tra il pubblico e il privato, che trasformerà lentamente il pubblico in una struttura che supporta il privato e lavora per il privato. Con la riforma Bindi i medici, che erano dipendenti pubblici, poterono scegliere tra rapporto di lavoro esclusivo a tempo pieno e il rapporto non esclusivo. I medici che scelsero di lavorare solo per il pubblico – scegliendo cioè il rapporto esclusivo – ebbero però l’autorizzazione a esercitare la cosiddetta intra moenia, cioè la libera professione all’interno dell’ospedale: prestazioni di un medico dipendente dell’ospedale che visita a pagamento un cittadino in un ambulatorio interno dell’ospedale, o talvolta anche esterno ma concordato con la direzione ospedaliera. Invece il rapporto non esclusivo con il Servizio Sanitario Nazionale consentì al medico di svolgere attività di libera professione indipendentemente dall’ospedale, quindi fuori della stessa struttura ospedaliera, nei propri studi privati, case di cura private, nei vari centri privati… Poi arrivò un contratto collettivo nazionale di lavoro successivo, che stabilì che i primari non avevano l’obbligo di orario bensì quello di perseguire gli obiettivi che gli venivano assegnati: questo nei fatti fece sì che qualche primario rimase in corsia per questione di coscienza, mentre qualche altro cominciò a farsi vedere meno delegando ad altri la gestione del reparto, garantendo però che venissero raggiunti gli obiettivi.

Col Piano sanitario nazionale che negli ultimi anni ha istituito i Livelli essenziali di assistenza (Lea) è stata introdotta la partecipazione alla spesa sanitaria, cioè i ticket. I ticket sono stati motivati dall’intento di disincentivare una richiesta di esami che finiva fuori controllo: come dire, lo stato già ti cura gratuitamente, tu però devi contribuire alla spesa. Questo obiettivo non è stato raggiunto, il ticket è un controsenso. Se diciamo che la fiscalità generale è quella che supporta il Servizio Sanitario Nazionale, semmai bisogna fare l’opposto di quello che hanno fatto i governi, cioè intervenire sulla fiscalità generale aumentando le aliquote. Nel dopoguerra c’erano dieci aliquote, adesso stiamo andando verso l’appiattimento. Tra l’altro il ticket è un’arma a doppio taglio. Se si introducono ticket uguali per tutti, è evidentemente un’ingiustizia sociale. Se invece vengono stabiliti ticket differenti in relazione al reddito, imponendo ticket troppo alti alle classi più agiate, queste si rivolgeranno direttamente al privato uscendo dal Servizio Sanitario Nazionale.

Questa è anche la questione contro la quale è andato a sbattere il ministro Speranza: non si agisce da sinistra se si aumenta il ticket, perché tutti i dati dimostrano che la classe sociale media viene spinta a rivolgersi al privato. Anche i ticket hanno contribuito a distruggere il Servizio Sanitario Nazionale. L’accesso ai servizi sanitari dovrebbe essere gratuito, il finanziamento dovrebbe arrivare da una fiscalità generale rimodulata; e, se si ritiene, quando vi sia un eccesso di prescrizioni inutili – seriamente documentato – si dovrebbero avviare percorsi di informazione e linee guida rivolte ai medici.

Faccio due ultimi accenni, in questo quadro nazionale, alla Lombardia, che ha amplificato tutta la questione della privatizzazione: la riforma Formigoni con la legge 31 dell’11 luglio del 1997 ha inserito il principio di sussidiarietà solidale. La sussidiarietà non è stata prevista solo tra le persone e le famiglie, ma anche tra servizi pubblici e servizi privati accreditati, e questo meccanismo è quello che ha favorito ancora di più la privatizzazione. A questo poi sono seguiti vari aggiustamenti, le varie leggi regionali approvate successivamente che seguono questa indicazione, fino ad arrivare alla riforma sanitaria di Maroni del 5 agosto del 2015, che determina le Asst (Aziende socio-sanitarie territoriali), rimarcando ancora una volta la divisione tra ospedale e territorio. Poi recentemente hanno istituito la divisione tra Asst (Azienda socio-sanitarie territoriale) e Ats (Azienda di tutela della salute), creando un’altra serie di complicazioni nella programmazione e arrivando poi alle famose delibere – neanche sono legge, sono delibere – sui malati cronici. Questo è il quadro caratteristico della Lombardia, che parte con la riforma Formigoni e la logica della sussidiarietà, che poi vuol dire che il privato sta sulle spalle del pubblico.

Zanisi: Hai fatto una sintesi chiarissima, efficacissima, che ci fa capire meglio come funziona il sistema. Con questo ultimo aspetto degli accreditamenti vorrei ritornare alla questione emergenza. Abbiamo visto in queste settimane come siano stati accelerati alcuni nuovi posti letto accreditati presso strutture private. Di questo, cosa è stato, come ha funzionato, cosa resterà dopo l’emergenza Covid-19?

Agnoletto: Quello che sta succedendo adesso è che inizialmente è stato coinvolto solamente il pubblico, poi c’è stata una grande forma di pressione – anche con la trasmissione “37 e 2” di Radio Popolare, dalla radio riusciamo effettivamente a esercitare una forma di pressione sulla Regione – e hanno cominciato a coinvolgere il privato accreditato. Cosa significa? Significa che la Regione in un pomeriggio fa quello che normalmente fa in sei mesi, cioè accredita nuovi letti, nuovi reparti, nuove strutture al privato: se c’è un ospedale, senza far nomi, che ha trenta letti di malattia infettiva accreditati col pubblico, di colpo ne accreditano altri quattordici e quindi lavoreranno accreditati col pubblico, e su questi letti il pubblico farà i rimborsi che ovviamente sono fonte di guadagno per il privato. Arriveremo alla fine della vicenda Coronavirus con un privato paradossalmente ancora più potente, perché avrà avuto gli accreditamenti a tempo di record. Si sta spostando ulteriormente l’asse verso le strutture private.

Secondo aspetto: con la delibera regionale n. 2906 dell’8 marzo 2020 la Regione Lombardia ha autorizzato le strutture pubbliche e le strutture private convenzionate, tranne quelle che lavorano solo come ambulatori distaccati dagli ospedali, a cancellare tutte le visite e gli esami che non rientrano nelle due categorie con codice “U” o “B”, cioè le urgenze entro tre giorni o quelle con attesa “breve” da eseguire entro dieci giorni. Le centinaia di migliaia di persone che si sono viste cancellare queste visite si sono rivolte al privato, chi aveva i soldi, perché sanno che altrimenti dovranno aspettare mesi per ri-prenotare. In un dibattito televisivo abbiamo chiesto direttamente all’assessore di far sì che il privato-privato (non convenzionato) che ha ereditato queste visite, le svolga facendo pagare al cittadino solo il ticket – o nulla, se esente; e che in seguito la Regione rimborsi le visite effettuate al medesimo costo che sarebbe stato sopportato dal servizio pubblico. Ma ovviamente nulla di tutto questo è stato fatto, quindi oggi abbiamo migliaia di cittadini lombardi che vanno a fare le visite nelle strutture private pagando cifre molto alte. Quindi alla fine della vicenda Coronavirus avremo un ulteriore spostamento di spesa sanitaria pubblica verso il privato, sia attraverso l’accreditamento, sia per un aumento della spesa out-of-pocket – cioè della spesa dei cittadini e delle famiglie – verso il privato, visto che il pubblico è stato bloccato in questa situazione e che il pubblico non ha ritenuto di dover intervenire con le modalità da noi proposte sulle strutture private.

Zanisi: Rimarremo anche noi attenti alle evoluzioni future. L’intenzione è quella di proseguire, con altre interviste e altri articoli, e rivedere a distanza di tempo cosa è successo, cosa è rimasto, cosa è cambiato. Grazie tantissimo.


[1] Si veda: Radio Popolare “37 e 2” ; Blog su Il fatto quotidiano; Sito e pagina Facebook di Vittorio Agnoletto.