Due libri, un solo autore

Sergio Bologna

I sociologi ci avevano abituato a guardare a fondo la stratificazione sociale, attenti a seguire le complesse frammentazioni e segmentazioni di un tessuto che dall’inizio del postfordismo si è fatto sempre più variegato, facendo saltare completamente la nozione stessa di “classe”. 

Paolo Perulli nel suo libro Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, pubblicato da Il Mulino nel 2021, imprime una forte sterzata a questa tendenza e riprende a parlare per grandi aggregati, la neoplebe da un lato e la classe creativa dall’altro. Concetti che possono suscitare più di una perplessità ma che in realtà funzionano benissimo nella logica della sua argomentazione, che è tutta rivolta a costruire uno scudo contro il populismo, nemico non solo del confronto globale ma soprattutto del sapere. Il populismo esalta l’ignoranza, per mettere “il popolo esperto” ancora più ai margini di quanto già non lo sia. Quello che Perulli chiama la classe creativa non è tanto una fotocopia dell’idealtipo costruito da Florida quanto l’insieme delle persone che attraverso gli studi hanno acquisito competenze specifiche, specialistiche e che sono sottoposte a un continuo processo di svalorizzazione e delegittimazione – basti pensare a certi nostri dibattiti televisivi sul tema Covid dove vengono messi a confronto illustri scienziati con improbabili personaggi (cantanti, gestori di discoteche, blogger) che si permettono di discettare su virus e vaccini e di contestare i pareri dello scienziato. Se uno segue con un po’ d’attenzione la strategia comunicativa della Lega nota immediatamente come essa sia fondata sulla delegittimazione del sapere in quanto tale.

Perulli ha perfettamente ragione, questo odio per il sapere è gemello dell’odio di razza, per contrastarlo necessariamente occorre alzare lo sguardo sul mondo, perché il sapere, la conoscenza o sono universali e universalistici o non esistono. Il punto però è: riesce la classe “esperta” a recuperare la neoplebe quando non è riuscita nemmeno a difendere il proprio potere? Si ripete fino alla noia che viviamo in una knowledge society ma il lavoro intellettuale, tecnico-scientifico, non ha nessun potere reale in questa società. Il pensiero intellettuale questa situazione umiliante se l’è cercata. È da quando ha cominciato ad espellere il pensiero critico dal suo perimetro che non ha fatto altro che perdere terreno. «Il pensiero critico oggi è in un angolo», scrive Perulli a pagina 68:

L’idea che “non c’è alternativa” al mondo attuale è stata propagandata e diffusa al punto da diventare un luogo comune. Anche il pensiero progressista fa parte di questa resa al dato di fatto: globalizzazione inevitabile, mercato intoccabile. Il pensiero critico è invece essenziale per indicare vie nuove alla società, e impedire la distruzione della ragione nelle forme che oggi assumono l’anomia dei mercati e il caos planetario. 

D’accordo, ma come si rimette in moto un pensiero critico? Risposta facile: con l’azione collettiva. E qui Perulli ricorda come il concetto di azione collettiva sia stato completamente stravolto dalle teorie olsoniane che hanno ridotto l’azione collettiva a un fenomeno puramente economico, di difesa corporativa degli interessi. Il pensiero critico rinasce quando «movimenti di protesta e saperi specializzati, domanda di cambiamento e soluzioni tecnico-scientifiche all’altezza dell’epoca» si incontrano. C’è però da fare un passaggio molto difficile ed è quello di recuperare una dimensione locale, come dimensione di specificità e concretezza, per evitare che il globale diventi solo lo spazio della delocalizzazione ovvero del non rispetto delle regole e in primo luogo dei diritti umani. Il ragionamento di Perulli non è diverso da chi ha concepito quella Legge sulle catene di fornitura (LsKG) che il Parlamento tedesco ha appena approvato e che accolla all’impresa committente o capofila la responsabilità del rispetto delle regole in tutta la catena di appalti e subappalti (per cui un lavoro minorile utilizzato in Perù nella prima lavorazione del litio destinato alle batterie in uso dalle auto elettriche Volkswagen può essere portato in una causa civile davanti a una corte tedesca). Pensata come strumento per incoraggiare il re-shoring questa norma entrerà in vigore solo nel 2023. Avrà effetto? Forse in termini di “accorciamento” delle catene di fornitura ne avrà di più l’aumento dei costi di trasporto. La re-internalizzazione è un aspetto limitato, si dirà, oggi le dimensioni del cambiamento sono enormemente più vaste, a cominciare dalla transizione energetica, sulla quale Perulli chiude il suo scritto in termini di speranza. A me sembra che il problema sia lo stesso. Non si tratta di capire qual è la via maestra perché possa esserci un “ritorno alla ragione”, si tratta di capire se le misure che vengono prese in funzione di “rimediare” alcuni guasti che minacciano la sopravvivenza della specie contengono o meno in sé degli elementi che possano far finire la storia in maniera diversa dalla semplice restaurazione degli attuali assetti di potere. È chiaro che la transizione energetica è prima di tutto un colossale business ma per farla marciare il capitalismo ha bisogno di rilegittimare certi valori che l’umanità può prendere in mano e rivoltarglieli contro. Allo stesso modo non si possono evocare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici pensando di farla franca, coniugando greenwashing con socialwashing. Perulli nelle ultime pagine dà per scontato che «la svolta valoriale» sia già avvenuta, anche nelle convenzioni internazionali (del trade, per esempio). Pur essendo meno ottimisti di lui non possiamo nasconderci che quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi non può essere liquidato come il solito trasformismo capitalista, qui si apre un nuovo terreno di gioco, in questa scommessa il capitalismo accetta una piccola dose di rischio. Proprio per questo il populismo e l’estremismo di destra gli servono, sono un’assicurazione contro quel rischio.

Nelle ultime pagine del libro, parlando di distruzione della razionalità, Perulli accenna al problema della finanziarizzazione dell’economia e dell’indebitamento, temi ai quali ha dedicato un lavoro più impegnativo di quello che abbiamo appena segnalato: Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, pubblicato da La nave di Teseo nel 2020. Le prime cento pagine del libro sono dedicate a una rassegna delle principali teorie sulla crisi del capitalismo e sulla formazione di quell’ideologia del successo imprenditoriale che ha acquistato le caratteristiche di una vera e propria «religione sociale», cioè di una credenza, di una fiducia illimitata in un sistema che si pensa infallibile. Le due teorie, quella dell’inevitabile crollo e quella della «non pensabilità» di un crollo sono cresciute assieme. È curioso per esempio, come annota Perulli, che la teoria dell’etica protestante di Weber ai giorni nostri si sia trasformata in credenza, per cui al progredire del pensiero unico neoliberale, ha corrisposto un revival della chiesa evangelica non solo negli Stati Uniti ma soprattutto in Cina dove i protestanti sono ormai ottanta milioni. Uno dei punti di riferimento in questa rassegna non può che essere Karl Polany e la sua idea del denaro come istituzione. La finanza è un’istituzione sui generis perché a differenza dello Stato non si regge su un sistema di leggi, non dispone di una costituzione, bensì di costumi, di pratiche e proprio per questo è al tempo stesso inafferrabile e non regolabile, dunque più forte dello Stato. Lo Stato non è in grado di tenerla sotto controllo, specialmente oggi che la massa di capitali della finanza mondiale supera largamente il Pil mondiale. La finanza non solo non è riconducibile a un controllo da parte degli Stati ma essa stessa controlla gli Stati con il meccanismo dell’indebitamento.

Il problema del debito sovrano oggi, con il cosiddetto Recovery plan, ritorna in primo piano, lo Stato italiano sotto la guida di un ex banchiere centrale si sta accollando altri cento miliardi di debito, mentre – Perulli lo ricorda nell’altro libro – «in pochi anni la percentuale di mutui e debiti finanziari delle famiglie italiane incide per il 90% del reddito disponibile». Il debito ormai è incistato nella vita quotidiana degli individui tanto da dar luogo a una vera e propria antropologia dell’«uomo indebitato», per dirla con Lazzarato, che riprende alcune delle acutissime riflessioni di Benjamin sul rapporto tra “debito” e “colpa” (Schuld in tedesco per l’uno e per l’altra). 

Perulli prosegue il suo ragionamento analizzando le tre crisi del 1929, del 1973 e del 2008, dicendosi convinto che «la prossima crisi sarà una crisi da debito privato, come e più di quella precedente e altrettanto sarà una crisi da sregolazione». Dopo l’ultima crisi, quella del 2008, nessuno strumento è stato messo in atto dalle istituzioni internazionali per evitare che essa possa ripetersi. Può riscoppiare da un momento all’altro a seguito dell’incredibile rialzo dei titoli dopo il Covid oppure a causa delle criptovalute oppure per colpa degli investitori freelance o per altro ancora. «Ma quello che non è stato previsto è il sommarsi di crisi finanziaria del debito e di catastrofe ambientale, qualcosa che non è ancora mai avvenuto e rispetto a cui il mondo è immobile, totalmente impreparato». In realtà a ben vedere il concetto di crisi associato a quello di crack finanziario è un concetto puerile, la crisi è la normalità, quella per cui ai resti del vecchio contratto sociale non si è sostituita nessuna nuova forma di contratto e la finanza può continuare il suo percorso nella più totale imperscrutabilità, «i dati relativi alle banche, in particolare le banche d’affari e d’investimento, e l’intera attività di erogazione e di emissione sono avvolti da un’impenetrabile cortina informativa». Lo stesso senso di completa perdita di controllo e d’orientamento ci viene dal mondo virtuale del web, dove sembra che ci sia stata concessa la connettività totale in cambio di una perdita completa dell’autonomia. Forse una via d’uscita non esiste ma almeno si può provare a praticare strategie di resistenza («puntare a beni open source, open access, servizi sanitari e sociali gratuiti e universali, beni comuni verso cui si orienterà la società di domani»). Dopo aver dedicato un capitolo a una rassegna di autori che hanno tentato di «riformare il capitalismo» fino ad arrivare alla forma moderna di «socialismo di mercato» che in Cina riproduce tutte le contraddizioni del capitalismo neoliberale (ivi compreso l’insostenibile indebitamento delle famiglie), Perulli prova a individuare quelle che sono le possibili «linee di frattura», la prima è tra «economia ed ecologia», la seconda è tra «flussi e insediamenti, tra migrazioni e habitat», la terza è tra «divisione del lavoro e bisogni sociali», la quarta tra «competizione e sopravvivenza», la quinta è tra economia e politica, tra «irresponsabilità economica e responsabilità ecumenica». Che cosa sono queste linee di frattura? Sono le faglie dove la società capitalistica entra in contraddizione con se stessa, ammette di aver creato meccanismi autodistruttivi. In effetti ci sono parecchi segnali in questo senso, il capitalismo è entrato in una fase in cui «cerca di rimediare»: la transizione energetica è l’esempio più eclatante soprattutto se la si considera in tutti i suoi aspetti, non ultimo quello finanziario degli Esg principles (environment, social, governance).

Credo che i meriti principali dei due testi di Paolo Perulli siano questi: da un lato di averci fornito una rivisitazione originale della letteratura che problematizza la società del capitale, dall’altro di aver colto un passaggio d’epoca: il capitalismo, incapace di riforma, cerca il rimedio e questo cambiamento di rotta non è una pagliacciata, va preso sul serio, è un nuovo terreno di gioco. Lui conclude dicendo «stavolta il capitalismo non ce la farà, stavolta le forze distruttive che ha messo in moto avranno la meglio sulla sua capacità di trasformismo, la faglia si sta staccando». Vedremo se la sua profezia si avvererà o meno, quello che ci hanno fatto capire i suoi testi è che siamo entrati in una fase dove l’apocalittico non appartiene più alla sfera del pensiero metaforico, ma alla sfera del quotidiano.

Bibliografia

P. Perulli, Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo, La nave di Teseo, Milano 2020.

P. Perulli, Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, il Mulino, Bologna 2021.

PRIMO MAGGIO, UNA STORIA IRRIPETIBILE

Intervista a Sergio Bologna e Bruno Cartosio, Milano 29 marzo 2021

Andrea Bottalico e Sara Zanisi

Con questo numero OPM inaugura una nuova rubrica dedicata alle “voci militanti”: interviste a uomini e donne che praticano la storia/ricerca militante e la conricerca oggi. Uno spazio di confronto e discussione sulle metodologie, sulle ricerche e sul significato nella contemporaneità di questa pratica che affonda le sue origini negli anni Sessanta e Settanta.

Apriamo questa sezione con un’intervista, raccolta da Andrea Bottalico e Sara Zanisi il 29 marzo 2021, a due dei primi redattori della rivista Primo Maggio: Sergio Bologna e Bruno Cartosio. Seguirà un’intervista a Cesare Bermani.

Queste conversazioni non ripercorrono in modo sistematico la storia della rivista, perché questa è già stata raccontata nel volume La rivista Primo Maggio (1973-1989), a cura di Cesare Bermani, pubblicato da DeriveApprodi nel 2010.

Zanisi: Noi vorremmo cominciare dal metodo, parlando un po’ della storia di PM, un po’ della rinascita con OPM. Come lavoravate? Come si “cucinava” la rivista?

E poi dalla questione di fondo intorno a cui ruotano più aspetti: la storia, il peso che ha avuto la storia, la storia militante, e che forse ha anche nell’esperienza di oggi. Nella lettera aperta che tu Sergio hai scritto un paio di anni fa, dopo il numero speciale dedicato a Primo Moroni, dicevi che sarebbe stato impossibile rilanciare l’esperienza di PM nel 2018 così come era stata, centrata sulla matrice operaista, mentre avremmo dovuto tenere nella cassetta degli attrezzi la storia militante: «La storia militante viene prima dell’operaismo ed è un bisogno primario», un antidoto, un’arma.

E in effetti rileggendo la rivista e il libro curato da Bermani, la storia è il nodo centrale: cosa è stata la storia militante? Perché avevate scelto questa metodologia? Perché l’avete scelta all’inizio quando siete partiti nel 1973 e perché l’avete riscelta e rivendicata anche in quel momento cruciale di crisi tra il 1980 e il 1981? 

Sergio: Io arrivo all’esperienza di PM in un momento molto difficile e molto amaro per me: avevo dedicato dieci anni della mia vita a costruire un’ipotesi organizzativa operaista e questa era andata in fumo, con la mia uscita da Potere operaio. Oltre all’amarezza c’era questo senso di spaesamento: una volta avevo una casa e adesso ero senza casa, ero politicamente un homeless. 

Il 1971 è stato un anno molto brutto, sono quelle svolte in cui poi decidi di pensare anche a te stesso, infatti ho ripreso una vita personale, mi sono sposato ed è nata mia figlia. 

Ma la situazione era veramente complessa: ero appena entrato all’università di Padova, lì il mio capo era Toni Negri, il fatto che avessimo rotto sul piano politico creava un imbarazzo non indifferente sul piano accademico, tant’è che cominciai allora un tentativo di andarmene da Padova, senza mai riuscirci. Lui stesso si rendeva conto della situazione, mi propose un compromesso che ricuciva un po’ i nostri rapporti personali: fare insieme la collana di Feltrinelli “Materiali marxisti”. All’inizio era una cosa un po’ posticcia, ed è dimostrato dal fatto che nel primo volume, Operai e stato, il mio contributo è stato solo un saggio che avevo scritto cinque anni prima.

Però mi è stato utile perché mi ha fatto tornare la voglia di studiare, di riprendere il lavoro: il saggio su Marx – «Moneta e crisi: Marx corrispondente della New York Daily Tribune» – lo concepii come un tentativo di continuazione della tradizione operaista. L’operaismo era nato con Quaderni rossi e l’articolo di Raniero Panzieri «Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo», era proseguito con Operai e capitale di Mario Tronti, che era a sua volta una rilettura di Marx. Io volevo ricollegarmi a quella tradizione affrontando un elemento dell’esegesi marxista.

Lo considero l’atto fondativo di PM. Ricordo che quando feci questa cosa per il volume Crisi e organizzazione operaia, dissi a Toni che avrei voluto pubblicare l’anteprima di questo saggio su una rivista che avevo intenzione di fare… che è PM. Per me ha rappresentato la ripresa di un lavoro teorico, intellettuale, dopo il fallimento del lavoro organizzativo, fallimento che purtroppo aveva trascinato in una situazione molto spiacevole anche moltissimi compagni che avevo reclutato e che si erano trovati a seguirmi nell’uscita, anche loro a mal partito – alcuni con cui avrei lavorato, per esempio i tecnici dell’Eni di San Donato Milanese, sarebbero entrati in Lotta Continua, molti si sarebbero dispersi, pochissimi sarebbero rimasti dentro Potere Operaio.

È chiaro che il mio pregresso psicologico e politico era molto diverso da quello di Cartosio e di Mogni, mi portavo dietro questa situazione di amarezza, e di voglia di rivincita, di riprendere a pensare, perché purtroppo l’esperienza dei gruppi politici extraparlamentari di allora non ti favoriva molto il pensiero, sono subito caduti – sia noi, che Lotta Continua, che altri – in una deriva tardo-bolscevica che li ha portati un po’ a fare le caricature dei partiti rivoluzionari. Ed è finita come sappiamo. Ho vissuto così l’inizio.

La storia. Questo era già tutto dentro la storia. Di fatto il saggio su Marx non è un tentativo di esegesi di un testo, è il tentativo di capire come quegli articoli, considerati delle cose di secondaria importanza o che Marx scriveva semplicemente perché doveva campare, erano in realtà una riflessione su un periodo storico centrale, tant’è che gran parte di quel mio saggio è dedicato alla lettura della storiografia che ha interpretato quel passaggio (Landes, Bankers and Pashas), già quello non era un lavoro di esegesi del testo marxiano ma un tentativo di combinarlo con una riflessione storiografica. 

Poi tutti, Bruno Cartosio faceva lo storico, Cesare Bermani faceva lo storico, abbiamo chiamato storia militante il modo in cui noi facevamo storia, anche senza chiamarla militante. La facevamo tutti con quel tipo di tensione, quel tipo di impegno, e avevamo sempre un piede dentro l’accademia e un piede fuori. 

Poi lo abbiamo teorizzato e abbiamo dato alcune definizioni non perché siamo partiti da lì ma siamo arrivati lì: di fatto era il modo naturale per noi di fare il lavoro storico, o la storia la fai in quella maniera, con la passione che c’è nelle cose, con il legame ideale con quello che stai facendo, o non ha senso.

Non è che siamo riusciti a fare delle grandi pensate teoriche sulla metodologia della storia militante, non mi sembra che siamo stati capaci di dare particolari contributi alla metodologia.

Cartosio: Ho la mia versione dell’inizio, che ha a che fare con l’ultima parte di quello che diceva Sergio. Io mi ero avvicinato a Potere operaio attraverso Ferruccio Gambino, un amico e compagno comune. Quando sono andato a Montreal, ho scritto alcune cose per l’“ufficio internazionale” di Potere operaio. Quando sono andato via dall’Italia, a metà del 1969, la realtà dentro cui stavo era “il movimento”: mi ero laureato all’inizio del 1969, avevo fatto tutte le fasi del movimento alla Statale di Milano.

Appena sono tornato nel 1971 c’è stata una grossa manifestazione a Milano e ho trovato una realtà completamente diversa: la manifestazione era tutta organizzata a blocchi, ognuno aveva il suo, senza comunicazione reciproca e in antitesi l’uno con l’altro. La cosa mi era parsa molto sgradevole e problematica. Nel frattempo poi in Italia dopo il 1969 stava succedendo tutto quello che conosciamo.

Quella sensazione e quella situazione di cui parlava Sergio all’inizio rispetto alla sua uscita da Potere operaio io l’ho vissuta di riflesso, non essendo dentro organicamente. Per esempio con Ferruccio Gambino interloquivo abitualmente, ed è in quel periodo, tra la fine del 1971 e l’inizio del 1972, che ci siamo conosciuti con Sergio. In quel periodo ho tradotto e introdotto per “Materiali marxisti” il libro di George Rawick The American Slave: A Composite Autobiography (Lo schiavo americano dal tramonto all’alba). Per cui anche sul piano intellettuale e produttivo c’era stato questo aggancio.

Nei due anni in cui sono stato in Canada ho fatto lavoro organizzativo tra gli immigrati italiani di Montreal e lavorato essenzialmente su due linee di ricerca, quella della storia e letteratura afroamericana e la storia del movimento operaio. Quando sono tornato ho visto che in Operai e capitale Tronti toccava le questioni che avevo messo autonomamente all’ordine del giorno: cioè il fatto che negli Stati Uniti non c’era un partito della classe operaia né il movimento operaio come lo si intendeva in Europa. Quando poi ci siamo trovati e Sergio ha proposto PM, per me era abbastanza ovvio starci dentro, sia per quello che era successo prima, sia perché coincideva con le ricerche e il lavoro che avevo fatto, sia perché ero molto spaesato dai connotati che aveva preso il movimento mentre non c’ero. Lavoravo in università ma il mio terreno non era quello del Movimento studentesco della Statale, e neppure quello di Avanguardia operaia con cui quelli del Ms litigavano un giorno sì e un giorno no. Per cui il terreno praticabile era quello, diciamo così, di un certo tipo di operaismo, di un’attenzione che portava la ricerca al di fuori del terreno dai cui venivo, il terreno dell’organizzazione di massa del Pci. Gli unici che parlavano un linguaggio con cui mi sentivo di entrare in sintonia erano quelli che venivano da Lotta continua e da Potere operaio. Però non mi sentivo di entrare in nessuna organizzazione in quel momento. Così PM mi è sembrato uno sbocco naturale.

Sergio diceva un piede dentro l’accademia, un piede fuori: io dentro l’accademia ci sono stato per tutti gli anni Settanta da precario, da contrattista, come si chiamava allora; per cui dovevo fare una certa quantità di altri lavori per sbarcare il lunario – voci di enciclopedie, traduzioni, cose così. E però non era certamente la parte che mi dava soddisfazione; anche per questo l’idea di fare una rivista che non si identificasse con nessuno di quei gruppi mi sembrava la destinazione ovvia.

Abbiamo ripreso a vederci, eravamo in sostanza Sergio, io e Franco Mogni, che invece era più vicino a Lotta continua, lavorava da Mondadori, era argentino e in quel momento un latinoamericano era in grado di dirci e di dire delle cose abbastanza significative: l’idea di fare una cosa a partire da noi tre mi sembrava importante.

Poi il passo ulteriore è stato il rapporto con Buonfino e quello successivo con Primo Moroni e la sua libreria. E lì abbiamo cominciato.

Bologna: Sì è andata così. Non ricordo come ho conosciuto Giancarlo Buonfino ma è sicuramente lui che ci ha presentato Primo Moroni, ci ha portato lì. Nessuno aveva capito all’inizio quale era lo spazio che Primo era riuscito ad aprire e ad aprirsi, ma di fatto poi lavorando insieme abbiamo capito che a noi stava bene, perché non era uno spazio controllato, egemonizzato da nessun gruppo: anzi, nei confronti dei gruppi aveva tendenze libertarie, quasi situazioniste, quindi il meno stalinista possibile, mentre in tutti i gruppi c’era questa cosa che ho chiamato neo-bolscevismo, delle caricature staliniste era difficile stare insieme con dei giovani che erano rimasti un po’ intrappolati in questo mito del partito e passavano il tempo a litigare tra di loro: tutti ricordano i cortei, che cominciavano con una rissa su chi pigliava la testa del corteo.

Cartosio: Non era soltanto il partito, era il partito di avanguardia.

Bologna: Una situazione così non era una situazione defilata. La capacità di Primo era di stare dentro le cose, in quella libreria passavano informazioni e correnti che ti facevano essere consapevole di essere presente, di essere dentro le cose. In un certo senso noi le cose le vedevamo meglio di quelli dei gruppi che avevano la loro lente deformata dalla loro organizzazione.

Cartosio: Aggiungo una cosa, anche perché quando andavamo in libreria da Primo, e ci andavamo abbastanza spesso, capitava di incontrare proprio di tutto, e quindi stavamo dentro un’interlocuzione e un confronto abbastanza continuo. Gente che stava in gruppi a cui noi non appartenevamo ma con cui ci trovavamo a discutere faccia a faccia, non su un piano di contrapposizione organizzativa o progettuale ma su un piano di confronto, in questo senso stavamo dentro al piatto e non ai margini del piatto.

In questo senso ci andava bene la libreria perché lì oltre a trovarci le persone, trovavi volantini e fogli di tutti i tipi. E quindi avevi questi elementi di confronto e informazione. 

Zanisi: Risfogliando la rivista ci siamo resi conto che c’era davvero un dibattito dentro e fuori, c’era tutto un intorno di grande importanza, in parte le attività che facevate convegni, seminari e molti incontri, forse anche informali, non organizzati ma situazioni in cui era possibile incontrarsi e dibattere, anche tra riviste diverse. Era effettivamente così? In libreria facevate anche le riunioni di redazione? Era uno spazio aperto, in cui facevate le riunioni ma erano aperte anche ad altri e questo permetteva questa permeabilità, questo dibattito?

E oggi? A distanza di tutti questi anni, quasi cinquanta dalle origini, sembra proprio un’altra epoca, pur essendoci un rifiorire di riviste l’impressione è che ci sia molto meno confronto. Voi scrivevate anche per altre riviste. Come costruivate questo dibattito? E oggi come lo vedete possibile?

Bologna: Bisogna fare una periodizzazione, perché tieni conto che noi ricordiamo quanto importante è stato il liberarsi dal discorso ossificato dei gruppi extraparlamentari.

A un certo punto – la rivista parte nel 1973 – questi gruppi si spaccano, si sciolgono: nel 1975 Potere operaio, e poi Lotta continua. Quindi due anni dopo la nascita della rivista lo spazio esterno è molto più complesso e frammentato, ma anche meno controllato da questi, e poi noi stessi ci diamo un minimo di struttura.

All’inizio facevamo le riunioni di redazione nelle nostre case, poi a un certo punto ma non mi ricordo esattamente se nel 1975 o 1976 abbiamo aperto assieme ad altre forze una sede in via Decembrio. Diventa un po’ il posto dove facevamo le riunioni, dove il lavoro organizzativo di redazione comincia a strutturarsi. E i compagni che venivano dalle altre regioni o province come in OPM, che non sappiamo mai dove riunirci avevamo un posto dove stare. Secondo, quando implodono i gruppi si forma un pulviscolo di esperienze che però è quello nel quale si infila anche il terrorismo e diventa uno degli altri grossi problemi, e per PM non è stato un problema secondario, anche se noi siamo stati abbastanza abili, diciamo, a tenerci fuori. Primo, diciamolo pure, aveva una certa simpatia per questi, o comunque le porte della sua libreria per loro erano aperte, quindi avevamo un problema di contiguità mica da poco da gestire. Tieni presente che l’implosione soprattutto di Potere operaio e Lotta continua per noi ha voluto dire un cambio d’epoca: quando si sono sciolti le cose sono cambiate, si è formato questo pulviscolo pieno di esperienze interessanti con le quali abbiamo cercato di entrare in contatto.

La grande curiosità era una delle nostre caratteristiche. Se sapevamo che si formava qualche comitato, qualche gruppo, non è che andavamo sempre a cercarli, a stanarli, a scovarli, ma cercavamo di sapere cosa stava succedendo. Avevamo una minima idea di questa galassia, la libreria era molto utile anche per questo. Bruno anche lo diceva: avevi tutte le pubblicazioni di questa galassia e le trovavi solo lì. Così avevi la possibilità di prendere contatti, e in quanto amico di Primo avevi già quasi un lasciapassare, non ti guardavano con sospetto. 

Cartosio: Nessuno poteva pensare che tu fossi il commissario politico di qualche gruppo. Soprattutto all’inizio, quando eravamo pochi, con Bruno Bezza e Maurizio Antonioli, facevamo le riunioni in casa, o qualche volta in libreria oppure nell’ufficio di Italo Azimonti. Poi era venuta la sede di via Decembrio sempre grazie a Italo Azimonti, che poteva essere preso come il “commissario politico” nell’ombra, che ci dava una mano.

Bologna: Via Decembrio era nata anche perché in quel periodo si stava un po’ formando l’idea delle economie alternative. Il fatto di mettere in piedi un centro era anche mettere insieme delle attività produttive: c’erano un ristorante fatto da un docente di architettura del Politecnico di Milano, una libreria, una tipografia, i fotografi. Una specie di centro multiservizi, non so come chiamarlo. Aveva anche questa valenza. 

Cartosio: Se torniamo un attimo all’inizio c’era stato quel mio pezzo del tutto introduttivo, intitolato «Note e documenti sugli Iww», di cui nessuno sapeva niente e che però ha avuto un successo travolgente, ed era uno dei riferimenti alla storia militante, una delle basi di quel discorso. L’altro era quello a cui faceva riferimento Sergio, il lavoro su Marx che poi si è incanalato nel discorso sulla moneta, queste erano le due aree principali. Poi c’era il tentativo di scoprire quello che succedeva, dove succedeva, di capire cosa voleva dire composizione di classe, come la classe si componeva o ricomponeva nelle diverse zone, nelle diverse aree, nei diversi settori. C’è stata poi tutta una serie di temi che sono diventati centrali e hanno qualificato la rivista: per esempio il discorso sulla moneta che era per la componente più intellettuale, il discorso dei trasporti o quello della storia, come dicevano negli Stati Uniti, come useful past, passato utile, usabile, che erano più nuovi e abbordabili da parte del movimento. E il lavoro sulle fabbriche aveva a che fare con il movimento, ormai polverizzato ma reale. Alcuni fuoriusciti da Potere operaio e Lotta Continua erano entrati nel Partito socialista, altri erano usciti dal giro, ma una parte era rimasta attiva dove si trovava. E noi cercavamo di interloquire con loro. Questa fisionomia composita della rivista ha preso forma dopo i primi 3/5 numeri.

Bottalico: Quali erano secondo voi i limiti dell’impianto teorico che avete utilizzato?

Bologna: Il paradigma operaista non era già più un paradigma, diciamo, in modo un po’ grossolano: con il postfordismo il paradigma operaista non reggeva più o reggeva a stento, questo volevi dire?

Bottalico: Mi spiego meglio: con il senno di poi, in quell’impianto teorico c’erano delle potenzialità che vi hanno concesso di interpretare, leggere, in maniera all’avanguardia certi fenomeni? E soprattutto, il vostro paradigma teorico vi ha fatto trascurare degli altri aspetti, dei temi? 

Bologna: Sicuramente c’erano i limiti, però quello che voglio dire è che ha contato molto di più la capacità di vedere che dentro quell’impianto c’erano molte più cose di quelle che pensavamo ci fossero. Perché tutti, compresi i compagni di Potere operaio davano per scontato che l’operaismo fosse finito con il 1968/69, e che dopo l’operazione intellettuale dell’operaismo era arrivata l’epoca della rivoluzione pratica. Noi abbiamo detto – o almeno io così l’ho vissuta – lì dentro c’e ancora tanto da scavare. E appunto il fatto di aver tirato fuori la moneta, gli Iww, non è un caso: va ascritto a merito dell’operaismo che ha sempre avuto una grande attenzione alla questione americana, mentre nella tradizione del comunismo italiano gli Stati Uniti erano il Paese dove il comunismo non aveva mai combinato niente di buono… Per noi erano un Paese che aveva un sacco di cose da insegnarci sul piano della lotta operaia. È un caso che tutti i migliori americanisti italiani abbiano scritto su PM? Il tema Iww è forse quello che più di tutti ha contribuito al mito della rivista. Abbiamo sfruttato questo aspetto che l’operaismo aveva trascurato.

Poi la storia della moneta e quella dei trasporti: l’operaismo era molto “fabbrichista”. Quando dicevamo che c’era anche altro, i facchini, i portuali, i marittimi, ricordo che mi pigliavano in giro… Dicevano che ero fissato, che mi piacevano i camionisti on the road! 

Ritornando sulla questione dei limiti credo che sia esplosa con il 1977, che ha messo in discussione tutto: la fabbrica, il lavoro, la classe operaia come avanguardia, il partito, la politica stessa, il ritorno al privato, al personale è politico… È lì che poi anche l’operaismo salta, e infatti dentro alla redazione c’è quel dibattito tra Marchetti e un gruppo foucaultiano, chiamiamolo così, c’era anche Lapo Berti, e poi il gruppo torinese che riaffermava la centralità della classe operaia Fiat. 

Bottalico: Sì, io lo chiedevo anche in funzione del lavoro che stiamo facendo in questo presente, per raccogliere l’eredità nelle sue contraddizioni, cercando di problematizzare un contesto che in una certa letteratura viene idealizzato. Avete approfondito argomenti e questioni che erano sottovalutati, come l’approfondimento sugli Wobblies e il movimento operaio americano… Però, forse sarà anche il fatto che sono meridionale, ma ho notato che negli indici della rivista manca un’attenzione nei confronti del Sud: allora mi domandavo se ci fossero connessioni tra un impianto teorico operaista e la sottovalutazione di certi territori, di certi fenomeni che magari non erano considerati rilevanti. 

Bologna: Sai qual è secondo me il modo diverso di vedere la questione meridionale? Pensa al lavoro che ha fatto Cesare Bermani e prima di lui Ernesto de Martino, era un modo per parlare del Mezzogiorno in maniera diversa da come se ne parla di solito. Quello era il Sud nostro, un Sud con la capacità di creazione, di miti, di culture; la storia orale nasce molto di più sull’esperienza dei contadini, delle streghe, delle tarantate, se vogliamo. Al tempo stesso su questo ci portavamo dietro una tara operaista, il modo un po’ sbrigativo di dire che la questione meridionale non esisteva, perché tanto il proletariato meridionale stava a Torino. Queste erano un po’ le due cose, i nostri limiti.

Cartosio: Aggiungo qualcosa, i limiti stavano intorno a noi e ci aggredivano! Avevamo chiara la fine dell’operaismo degli anni ’60/70, avevamo capito forse che quello che avevamo di fronte sarebbe stata una realtà in cui il sistema dei partiti stava entrando in una crisi di cui non erano prevedibili gli sbocchi. Però per noi era già cominciata, era in atto e non perché a mettere in crisi il sistema dei partiti erano i gruppi, che come ricordava Sergio entro la metà degli anni ’70 avevano fatto il loro tempo, e neppure perché lo mettevano in crisi le Brigate rosse, che in quel momento avevano acquistato una presenza che prima non avevano, e non lo mettevano in crisi neppure i fascisti. Era un qualcosa di più profondo e strutturale secondo noi. Allora la nostra ricerca di temi, ambiti, terreni su cui misurare le dinamiche in atto e cercare di vedere in che direzione portavano era la risposta alla percezione di questa crisi. Non facevamo una rivista di cultura politica, non ragionavamo di cultura politica nel senso dei discorsi sui partiti, le istituzioni, i rapporti tra potere economico e potere politico, facevamo una rivista che cercava di andare alla radice, al fondo, verso il basso, a vedere che cosa si muoveva e in che direzione portava.

Poi c’erano anche limiti personali: le persone scoppiavano. Se guardate la redazione della rivista e la quantità di persone che sono passate sono molto diverse tra loro. Scoppiavamo. Da una parte per quello che succedeva intorno a noi. Dall’altra perché il lavoro che facevamo non era quello del ricercatore chiuso nel suo stanzino davanti al computer, era un lavoro di militanza, che richiedeva energie, impegno. Quel parlare con gli altri a cui abbiamo fatto riferimento significava spostarsi, andare, vedere, usare del tempo, ma poi il tempo ti serviva anche per fare altro. 

Intorno a noi succedevano un mucchio di cose con tempi rapidissimi, perché il percorso con cui si arriva al ’77 non dura dieci anni, ma due. E il ’77 è stato un trauma abbastanza grosso, più ancora che per noi per tutti quelli che hanno fatto altre strade, altri percorsi. Però abbiamo cercato di capire cosa è stato il ’77, e perfino di capire le Br e Prima linea: per sapere che non erano il nostro terreno abbiamo anche dovuto cercare di capirlo e di parlarne, e abbiamo anche scritto alcune cose, tra lotta armata e il ’77, e non sono poi molti quelli che le hanno scritte con la nostra prospettiva, nel senso di mettere le cose in prospettiva, ma anche con il rischio che comportava il non essere allineati e non dire cose che andavano bene a tutti.

Bologna: Forse varrebbe la pena un giorno tentare di capire quello che dall’esterno potrebbe sembrare un nostro modo un po’ opportunistico di barcamenarci in una situazione nella quale l’intero movimento era sempre più condizionato dalla lotta armata. Teniamo presente alcune cose. Nel 1975 iniziamo una campagna in favore di Karl Heinz Roth, finito in galera, gravemente ferito, dopo uno scontro a fuoco in cui sono morte tre persone. Abbiamo preso le difese di Karl Heinz immaginando, e avevamo ragione, che lui non fosse coinvolto nell’organizzazione armata ma si trovasse lì in quanto medico. Tuttavia all’esterno era come se avessimo difeso un terrorista, e fummo considerati dei simpatizzanti, se non proprio dei fiancheggiatori. Ce ne fregammo, per noi si trattava di difendere un amico, un compagno, uno storico militante. Poi Primo Moroni come librario mandava un sacco di libri in carcere, e ne approfittava per mandare anche centinaia di copie di PM. Ti spieghi perché a un certo punto anche noi abbiamo rischiato di finire dentro il tritacarne. Siamo andati a un pelo dal far la fine del 7 aprile. Però l’abbiamo fatto in maniera pulita, è difficile che trovi in quelle cose che abbiamo scritto un atteggiamento ambiguo. Mi ricordo il rapporto con i portuali di Genova che si erano messi nei pasticci con il volantino “Né con lo Stato, né con le Br”, siamo finiti in parecchi casini ma penso che ne siamo usciti in maniera piuttosto onorevole…Tant’è che alla fine, parliamoci chiaro, noi abbiamo avuto il rispetto di tutti, sia di quelli che hanno fatto quell’esperienza, che di quelli che la combattevano.

Bottalico: E che ci dite di Giancarlo Buonfino, il grafico della rivista?

Cartosio: Io l’ho conosciuto le prime volte che ci siamo riuniti a casa sua in Ticinese. Era un personaggio geniale, un ottimo disegnatore. Quando abbiamo parlato del primo numero si è innamorato della grafica Iww e ha fatto il suo pezzo sul primo numero – «Il muschio non cresce sui sassi che rotolano. Grafica e propaganda Iww».

È diventata la cartellina che Primo Moroni, un vero signore, ha prodotto per lanciare la rivista [la mostra]: questo è l’operaio che ha l’ignoranza di classe sulla groppa, che lo piega (mettere le due immagini). E qui sono i compagni dentro, in carcere. Questo lo ha fatto Buonfino.

Poi nel corso degli anni si è rivelato una persona molto fragile. A un certo punto ha smesso di lavorare con noi: aveva fatto il menabò, noi avevamo imparato a fare l’impaginazione. Rispetto al lavoro materiale della rivista, dopo il primo numero sui pezzi e sui temi lui non contribuì. Poi i rapporti con lui sono diventati sempre più difficili e sporadici. 

Bologna: Ha dato un imprinting grafico veramente splendido che noi abbiamo mantenuto sempre. Poi questa fine terribile… Ha finito per attaccare le figure che per un certo periodo per lui avevano rappresentato un riferimento.

Cartosio: Come se dovesse distruggere dei testimoni.

Bottalico: Mi domandavo se fosse anche rappresentativo un po’ di un’epoca, di una disgregazione in atto. C’è anche un’intervista in cui Moroni parla di molte persone, del fatto che c’è stato un periodo in cui la gente ha sclerato.

Bologna: In questo senso hai ragione, anch’io l’ho sempre vissuta come uno che ha anticipato un periodo di cupio dissolvi. C’è stato un periodo di suicidi nei primi anni ’80, e lui è stato forse uno dei primi. Aveva fatto molta impressione il suo suicidio.

Zanisi: Stiamo su quell’orribile 1980 – che poi non è un singolo anno ma il passaggio tra 1977 e gli anni successivi – che ha disgregato dentro e fuori, le persone e le organizzazioni. Voi come redazione, pur nelle difficoltà, avete navigato anche questa svolta, una penombra che avete attraversato e superato, perché poi siete andati avanti ancor quasi un decennio. Per quel che ho capito leggendo il libro curato da Bermani – Memoria operaia e nuova composizione di classe. Problemi e metodi della storiografia sul proletariato – che peraltro ci ha messo cinque anni a uscire, c’era il segno di una lacerazione tra voi, anche negli anni successivi per arrivare a una elaborazione più o meno condivisa. È stato effettivamente un momento di svolta quello dell’inizio degli anni ’80?

Cartosio: Ci ha messo tanto tempo a uscire perché c’era anche una questione di povertà. Per quanto riguarda la rivista, non c’era più una distribuzione, la gestivamo in proprio. La rivista è andata avanti, ma anche se avevamo individuato dei temi, la forza per affrontarli era diminuita enormemente: se leggi gli ultimi pezzi programmatici sono tutti intelligenti, credo, però non avevamo più la forza di farla andare avanti. Gli ultimi anni sono stati il frutto dell’ostinazione. Volete farci chiudere, e noi non chiudiamo, vi facciamo vedere che non chiudiamo! E facevamo quello che potevamo, letteralmente senza soldi, perché a quel punto lì chi ce la vendeva non ci ripagava: mi ricordo quando sono andato a cercare il distributore che girava per un certo numero di librerie, aveva una grossa familiare su cui caricava i pacchi e faceva il giro, e non ci dava mai un soldo, e sono andato a cercarlo a Roma e gli ho detto «Senti allora, che conti fai?», e sono riuscito a farci dare due soldi.

Tra il 1980 e il 1981 c’è stato un punto di svolta. Sergio ricordava i suicidi… Dopo il 1980 ce ne sono stati e ogni tanto ne arrivava uno. E c’era lo sconforto, lo scoramento. Nel 1981 avevamo fatto uno sforzo enorme con l’Istituto de Martino e con l’aiuto dell’assessore alla cultura di Mantova per fare il convegno nel teatro del Bibbiena. Però era la presa d’atto del casino che ormai attraversava il movimento, o quello che rimaneva del movimento che non fosse a mano armata. L’infatuazione foucaultiana era stata uno degli elementi di scontro, come la cancellazione della memoria. Quando abbiamo fatto quella specie di documentario sulla Fiat di Torino – I 35 giorni della Fiat. Uomini in carne ed ossa. Cronache di una sconfitta operaia – brutto e mal fatto perché non c’erano i soldi per farlo meglio, c’era stato un dibattito e una discussione violenta. Lì era proprio la presa d’atto dell’esplosione.

Zanisi: Torniamo sul metodo, come veniva costruita la vostra agenda di lavoro? Come si sceglievano i temi? Come capivate quali erano le priorità? Da dove veniva quella capacità in qualche modo di previsione che avete avuto? Sfogliando l’indice è evidente come questa vostra attitudine a fare “storia immediata”, come dite nell’editoriale che poi non è mai stato pubblicato, quel documento conclusivo del 1989, in cui dite l’agenda di lavoro deve essere un collettivo di ricerca che fa storia immediata: e voi effettivamente questo avete fatto nei vent’anni di vita della rivista. Come si faceva a capire quali erano i temi rilevanti? Come si faceva ad ascoltare così bene quel tempo presente che vivevate per riuscire a uscire con un articolo su Reagan nel momento in cui quella cosa stava succedendo? 

Bologna: Sulle questioni americane eravamo il meglio di tutti perché i migliori americanisti erano con noi, eravamo campioni d’Italia! 

Per il resto non lo so, io penso che effettivamente parlavamo tanto con la gente. Al di là della Calusca, era più facile parlare con la gente perché la gente faceva le cose: quando ti trovi in una città, in qualunque città, dove ci sono decine di comitati, decine di lotte di fabbrica, le idee mi sembra ovvio che ti vengano, è la società stessa che te le dà. In questo senso è chiaro che nel momento in cui tutto questo finisce ti si sterilizza anche il cervello. Era la situazione che ti parlava, bastava avere un po’ di fiuto. Anche il ’77 lo abbiamo interpretato molto bene perché, per esempio, eravamo presenti a Bologna: la redazione lì era bellissima, c’erano compagni che si occupavano di moneta, i vecchi legami con Potere operaio, quello migliore, avevamo una serie di contatti.

Poi tieni conto che insegnavamo all’università, stando dentro l’università parli con i giovani: ricordo nettamente che quando facevo il docente a Padova facevo l’assistente sociale! In quegli anni avevi un rapporto con gli studenti: nelle mie ore di ricevimento mi raccontavano i fatti loro, non gliene fregava niente della bibliografia, venivano per sfogarsi; e lo avevamo più noi che qualunque altro docente, perché sapevano che noi eravamo quelli che avevano fatto per primi le 150 ore, venivamo riconosciuti dentro l’accademia come gente che si muoveva in maniera diversa. Quindi parlavi tantissimo con la gente, eri molto vicino a loro e questo ti dava gli spunti. 

Ho dei ricordi pazzeschi. Dall’operaio della Montedison inquinato di piombo, rovinato, un uomo di 30 anni che ne dimostrava 60, che viene lì e ti racconta come non gli riconoscevano questa cosa come malattia professionale. Alla ragazza figlia di un carabiniere con il padre che la svegliava puntandole la pistola, e questa che si era innamorata di un iraniano, e per incontrarla lui le pagava il volo per Teheran, lei andava stava lì quattro ore e tornava indietro. Una cosa che uno non può neanche immaginare, capisci, e ti raccontavano queste storie qua! Vivevi questo, vivevi una transizione giovanile non indifferente.

C’era questo particolare modo, se vogliamo fortuna, di stare in mezzo alla gente, di stare ad ascoltare, senza avere una particolare metodologia.

Cartosio: Parlavamo molto anche tra di noi, e avevamo rispetto per così dire delle idee, una parte delle quali poi cadevano, altre no. Per esempio già negli ultimi anni della rivista abbiamo pubblicato un lungo lavoro in due puntate di Bruno Carchedi sulle nuove tecnologie intitolato «Informatica, tecnologia del controllo sociale»: e quello di cui stiamo parlando adesso che cos’è? Cosa fanno Google e Facebook? Fanno controllo sociale. Che cosa fa Amazon dentro le strutture di lavoro? Questo tema non lo aveva ancora trattato nessuno, niente di speciale nel farlo ma lo abbiamo fatto.

Idem per i trasporti, nessuno si era fermato a pensare che eravamo invasi dai camion. Quando abbiamo avviato quel lavoro sono andato a Tortona, sede di uno dei maggiori gruppi di autotrasportatori d’Italia, con Bruno Zanatta, che ha fatto la tesi su questo all’Università di Padova. Lì abbiamo capito delle cose, che poi ci sono servite per capire quello che succedeva nei porti: è questo il meccanismo. 

Seconda cosa, il fatto che non facevamo volantini: questo è importante, perché ne prendevamo in mano decine ogni settimana, e la prima cosa che facevi prendendo in mano il volantino, era di guardare chi lo firmava. Noi non facevamo volantini, facevamo un altro lavoro, e avevamo la presunzione di ragionare, poi di parlare e di dire qualcosa di utile sia a quelli che firmavano in un modo, sia a quelli che firmavano in un altro, poi ognuno faceva quello che voleva. Ma la nostra presunzione era questa.

Bologna: Per tornare alla storia degli americanisti, credo che comunque questa sia stata una cosa molto importante. Avere a disposizione persone che ti trasmettevano il dibattito e la cultura americana non era una cosa disponibile a tutti, non è che tutti sapevano quali erano le migliori cose da leggere tra le riviste e gli intellettuali americani; e anche per la Germania, non c’erano molti germanisti in giro per l’Italia. Purtroppo non avevamo altrettanta familiarità con la cultura russa o araba. 

E poi c’era che non eravamo da soli, pensate a una rivista come Sapere di Maccacaro quanta cultura innovativa produceva sulla scienza, pensate ai Quaderni piacentini o a Classe, a Stefano Merli… Eravamo in un ambiente che ti dava sollecitazioni. Il lavoro che facevano gli Istituti della Resistenza, in alcuni casi era un lavoro di altissimo livello. La storiografia italiana allora, soprattutto in questa parte militante, ne ha fatte di cose di valore. Vivevamo in un ambiente ricco, non è mica detto che eravamo i meglio, assolutamente no, c’era questo scambio estremamente ricco.

Però quando chiedevi come ci venivano le idee per gli articoli, penso che molto dipendesse proprio da questo dialogo quotidiano con il sentire della gente, soprattutto in momenti come il ’77 è stato molto utile, ci ha fatto capire cose che quella generazione forse non riusciva neanche a trasmettere.

Zanisi: Ovviamente qui mi alzi la palla, questa cosa di avere le orecchie aperte sulla gente, questa capacità, questa curiosità e disponibilità a cercare che è tipica proprio della metodologia della storia orale, che aveva grande spazio nella rivista. Mi ha molto colpito una cosa che dice Santo Peli nell’articolo che ha scritto nel libro sulla storia di PM: «Era una delle novità metodologiche di maggior rilievo della rivista». Questo c’entra molto anche con tutto il lavoro degli americanisti, di Sandro Portelli e di tutto il gruppo che stava praticando questa metodologia di ricerca, l’avete praticata in America e qui. Avete scritto nella rivista che la storia orale era importante perché permetteva di fare storia militante, Bermani nel 1975 scriveva «Ci interessa la fonte orale come rapporto di militanza», Bologna nel 1983 «La storia scritta da un militante per i militanti», quindi questa capacità di andare ad ascoltare i militanti e dare loro voce, ed essere anche accolti da loro perché ti riconoscevano. 

Bologna: E comunque era la grande lezione di Danilo Montaldi, Militanti politici di base.

Zanisi: Perché in qualche modo l’avete costruito voi questo pezzo di storia! Da dove sono venuti gli spunti, quali sono state le interconnessioni?

Bologna: Per me i due nomi sono Danilo Montaldi e Romano Alquati, e la conricerca: loro sono stati i miei maestri. Poi passata attraverso il filtro di Cesare, la storia orale. 

Cartosio: Anche per me Montaldi, e poi il lavoro dell’Istituto de Martino con cui abbiamo avuto rapporti dagli anni ’70 in avanti, e Revelli padre. E naturalmente gli americani, Studs Terkel, Staughton Lynd, George Rawick, questi erano gli esempi e i modelli che avevamo a portata di mano. E poi abbiamo riscoperto quelli che nella fase della formazione li avevamo magari trascurati, come Rocco Scotellaro, a proposito di meridionalismo, L’uva puttanella. Contadini del Sud.

Questi sono stati recuperati perché non li conoscevamo in prima battuta, sono figure come quella di Cesare Bermani che hanno riproposto questo tipo di letteratura. Però è vero, a pappagallo, gli storici orali migliori d’Italia scrivevano su PM, Bermani e Portelli hanno scritto su PM le loro prime cose, che poi hanno avuto un successo universale.

Una cosa che nell’accademia era ancora molto poco tollerata, sia dal punto di vista della metodologia, sia dal punto di vista dell’utilizzo come fonte. Dicevo all’inizio che ho tradotto il libro di George Rawick nel ’73 ed era il libro introduttivo a una raccolta di quaranta volumi di testimonianze di ex schiavi. Per noi quelli erano esempi. Cosa pensavano gli schiavi? La domanda: come fai a scrivere la storia della schiavitù senza sentire le parole degli ex schiavi? Questa è una domanda di fondo che lascia il segno su tutto quello che tu farai da quel momento in avanti. La storia della schiavitù fino agli anni ’30 era stata scritta sulla base di documenti che erano soltanto dei padroni, delle loro riviste, e dei visitatori bianchi. Quando arriva uno che fa questo lavoro è chiaro che modifica la tua prospettiva da lì in avanti.

Bologna: Questo poi si è riflettuto anche nelle testimonianze operaie. Gli articoli sul porto di Genova, per esempio, erano scritti dai portuali, in dialogo con noi, ma l’hanno scritto loro, è la loro voce. Gli articoli sulla Innocenti, non è che noi abbiamo fatto delle interviste, li hanno scritti i compagni che ci lavoravano, che a un certo punto erano parte organica della redazione, partecipavano alle riunioni, dicevano la loro su qualunque tipo di articolo, non è che l’operaio parlava solo di cose operaie. Anche questo fatto di essere riusciti a introdurre nel lavoro redazionale questi operai veri contava, il rapporto con il porto di Genova dopo quarant’anni per me non si è ancora interrotto. Non è che siamo stati i classici intellettuali di passaggio che fanno quattro inchieste e poi non li vedi più, diventi quasi organico a loro, perché acquisti nei loro confronti una fiducia che non ti molla più. E anche questo secondo me PM lo ha fatto meglio di altre riviste, insomma.

Bottalico: questo è un aspetto interessante sul discorso metodologico, è proprio il fatto di mettere insieme la fonte orale con la storia del presente, con una dimensione che intreccia diverse sollecitazioni. Prima Bruno ha parlato di Terkel. C’è da un lato la sollecitazione della storia, dall’altro l’urgenza del presente, il risultato è anche questa contaminazione tra approcci metodologici, che hanno creato un punto di vista originale rispetto alla narrazione di certi fenomeni. La conricerca, la testimonianza diretta degli interessati che agivano all’interno di contesti, conflitti, dall’altra c’erano le sollecitazioni di altri punti di vista, questo metodo con il senno di poi vi ha dato ragione, avete saputo raccontare con una certa lucidità quei fenomeni proprio perché c’era questo metodo che prendeva spunti diversi, non ortodossi.

Bologna: Non solo, se tu oggi vuoi ripartire devi ripartire da lì. Pensa a una figura come Matteo Gaddi, stamattina ho fatto una riunione con lui e altri sindacalisti che vorrebbero fare un convegno su Panzieri come Fondazione Sabattini, e dicono non ci interessa semplicemente rievocare la figura ma riproporre il suo metodo, che è il metodo dell’inchiesta. Se ci pensi il lavoro di Matteo è straordinario e perché lo può fare? Perché conosce quella metodologia e perché ha una rete di 500 delegati con cui può confrontarsi ogni giorno, è quella la linfa vitale. E comunque abbiamo visto che in cinquant’anni non abbiamo fatto molti passi avanti: il metodo che usavano allora è ancora valido, qualcuno mi deve dimostrare se c’è un metodo migliore.

Bottalico: La domanda era proprio questa: ha ancora senso fare questa conricerca oggi? Si può ancora ?

Bologna: Assolutamente sì. È quello che dicevo questa mattina: «Matteo se ci fossero 500 come te si rifonderebbe la Cgil». Perché lui sta ricostruendo una rete organizzativa, sta formando dei delegati, una volta che ha formato la gente che sa quello che fa, ha creato l’organizzazione. 

Zanisi: Su questo ho una domanda: voi avevate gli operai della Innocenti, dell’Alfa Romeo o i portuali di Genova che lavoravano con voi e poi erano anche i lettori della rivista. E oggi? Come riusciamo a innescare questa nostra ricerca per andare a raccogliere in presa diretta tra chi lavora le problematiche e le conflittualità? Ma poi anche come facciamo a riportare lì la rivista, in modo che ci sia davvero un dialogo, una andata e ritorno del confronto con loro? Oggi come facciamo a farci leggere da chi lavora? 

Per esempio una cosa che mi ha sempre entusiasmato lavorando sull’archivio di Duccio Bigazzi era scoprire che una delle primissime presentazioni che lui ha fatto de Il Portello, quando lo ha pubblicato nel 1988, da una parte lo ha discusso con voi – l’intervista con Bermani «Una storia dell’impresa e della forza lavoro Alfa Romeo» – dall’altra ha fatto una presentazione ad Arese con gli operai dell’Alfa e lo ha discusso con loro, i suoi primi lettori. Cosa rendeva possibile questo nel passato e cosa lo può rendere possibile oggi? 

Cartosio: A fare la differenza è il contesto, allora c’era una dinamica che aveva gli aspetti del frullatore, ma era un movimento continuo, e la riflessione era collettiva, anche se una parte del lavoro si faceva individualmente. Quello che manca adesso è la corona di sollecitazioni che noi e le altre riviste come noi avevamo intorno: non volevamo pubblicare il pezzo per fare il passettino in avanti nell’accademia, ma perché pensavamo che servisse a noi e a quelli per i quali e con i quali noi lavoravamo. È questa la differenza. Adesso sembra impossibile pensare alla quantità di tempo e di cose che facevamo contemporaneamente, nel corso della stessa giornata. Adesso non è più così. Non è un giudizio di valore, è descrizione della realtà. 

Bologna: Per esempio io continuo a pensare a quello che fa Matteo perché è quello più vicino alla vecchia esperienza e lo metto a confronto col lavoro che stiamo portando avanti come Acta: in questo momento stiamo facendo un’inchiesta sul settore audiovisivo. Abbiamo fatto già trenta interviste di oltre un’ora, ne abbiamo ora una sfilza da fare. Però mentre Matteo le fa dentro una struttura organizzata, che per quanto fragile, sfilacciata, smandricciata ma è sindacato, insomma, un’organizzazione. Alla fine riesce a tirare le fila, qualcosa porta a casa. Noi facciamo un’enorme fatica a portare a casa qualcosa. Nel senso che alla fine questi lavoratori sono disponibilissimi a parlare ma poi cosa fai con loro? Noi diciamo loro: «Guardate che sarebbe l’ora che voi cominciaste a muovervi…», diamo dei consigli, ma alla fine in realtà sappiamo che ci salutiamo e forse con quello non ci vediamo più. A noi rimane un grande patrimonio nostro, ma che non siamo riusciti a restituire. Come fare? Questo francamente è il vostro problema. Effettivamente può essere anche frustrante, ti dici: «Ma cosa serve tutto quello che faccio? Adesso so tantissimo di questo ma non riesco a far capire loro che bisogna fare una certa cosa per non massacrare le tariffe, eccetera». 

Poi tra l’altro scopri mondi apparentemente omogenei ma con tantissime diversità: ho scoperto che ci sono praticamente cinque mercati, con economics diversi, tariffe diverse, obiettivi diversi, come fai a metterli in piedi? La frammentazione del lavoro oggi ha raggiunto dei livelli talmente esasperati che certe volte ti dici «No, è un lavoro inutile, da Sisifo, ci rinuncio e mi occupo di Dante o di Mozart! Chi me lo fa fare… ». 

Zanisi: Temo che sia questo il problema. La potenza di fuoco che ha il capitalismo nell’aver sbriciolato e polverizzato ciascuno di noi, forse questo Bruno risponde anche alla domanda sulla differenza, di cos’era per voi: è vero che ai vostri tempi si lavorava intensamente ma anche oggi si lavora 18 ore al giorno, chi lavora oggi ha un tempo di lavoro dilatatissimo, solo che una volta riuscivi a farlo e a ritagliarti un pezzo di quel lavoro come un lavoro per te e per gli altri, un pezzo di lavoro che ti teneva insieme ad altri e ti permetteva insieme agli altri di fare un avanzamento nella direzione della difesa, dell’andare nella nostra direzione. Oggi, probabilmente proprio per questa disintegrazione totale che c’è stata, si continua a lavorare 18 ore al giorno ma le lavori per cercare di sopravvivere, per riuscire a farti pagare, per riuscire a consolidarti dentro l’università o dentro altre organizzazioni in cui provi a cercare di strutturarti. Credo che siano legate queste cose, e questa fatica che anche oggi c’è nel cercare di difendere spazi di libertà e di autorganizzazione è anche dovuta al fatto che purtroppo l’altro spazio ha dilagato e ha riempito completamente lo spazio di vita di ciascuno di noi.

Il lavoro che state facendo non è un lavoro neutro: le persone che state intervistando iniziano a vedere oltre il loro pezzettino, a vedere che siamo tanti singoli che procedono nella stessa direzione… In questo senso io do una risposta alla domanda «Che senso ha anche oggi fare il lavoro di storica o provare a cucinare una rivista militante?» perché in qualche modo esserci in quello spazio genera poi dei cambiamenti, in modo più difficile, più lontano, non hai più una risposta immediata – 4.000 abbonamenti e la gente che ti legge nelle carceri e nei porti – però quel pezzetto tu lo stai facendo, cioè se non ci fossimo sarebbe molto peggio!

Bologna: Io credo che oggi la difficoltà non riguardi solo chi utilizza lo strumento rivista ma anche chi dispone di un’organizzazione riconosciuta. Prendo sempre l’esempio di Acta, è una rappresentanza del lavoro autonomo ma lo sforzo per convincere dei freelance ad associarsi, con una quota d’iscrizione ridicola, malgrado gli evidenti vantaggi che comporta – si pensi solo all’azione svolta per abbassare i contributi Inps della Gestione separata – rimane uno sforzo grandissimo, talvolta improbo. Negli anni in cui abbiamo fatto Primo Maggio l’idea che l’unione fa la forza non solo era profondamente radicata ma era quasi “fisicamente” visibile nella grande fabbrica, nelle grandi concentrazioni operaie. Oggi con la dispersione e la polverizzazione delle unità lavorative per risvegliare quell’idea devi ricorrere ad argomentazioni complesse, dal richiamo all’interesse economico, al richiamo etico-solidaristico. 

Però credo che ci sia un minimo cambiamento di mentalità. Vi faccio questo esempio: quando abbiamo cominciato avevamo fatto il lavoro di Redacta che Mattia Cavani vi ha raccontato – «La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria» – siamo poi passati a questo lavoro sull’audiovisivo. Siccome è un mondo veramente poco noto, dobbiamo superare le diffidenze di questa gente e diciamo che siamo un gruppo di ricercatori che fa parte di Acta, un’associazione con fini sindacali che fa questo lavoro perché vorrebbe contribuire a migliorare la condizione di chi lavora in questo settore. Questo ha innescato il passaparola, ogni persona intervistata ci diceva: “Ti do il nome di quello, parlate con quell’altro…”. 

Quindi vuol dire che cambiano le cose, la gente un po’ alla volta comincia a ragionare. Se lo sciopero di Amazon è riuscito c’è qualcosa! Ecco allora che il lavoro di una rivista seria sul piano dei contenuti può tornare assai utile anche sul piano della sindacalizzazione del lavoro apolide: il lavoro che stiamo facendo secondo me lo stiamo facendo al momento giusto, non avremo subito delle soddisfazioni ma secondo me non siamo fuori tempo. 

Bibliografia e sitografia

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G. P. Rawick, The American Slave: A Composite Autobiography, 1972, trad. it. Lo schiavo americano dal tramonto all’alba. La formazione della comunità nera durante la schiavitù negli Stati Uniti. Prefazione di B. Cartosio, Feltrinelli, Milano 1973.

R. Scotellaro L’uva puttanella. Contadini del sud. Prefazione di Carlo Levi, Laterza, Bari 1964.

M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, Torino 1977.

Brasile: virus sanitario e virus politico

Lavinia Clara Del Roio e Teresa Isenburg

In questi mesi di marzo e aprile 2021 sulla stampa internazionale escono parecchie notizie sulla grave situazione sanitaria del Brasile, che mettono anche in evidenza come possa diventare una minaccia per l’intero continente, e non solo. I dati non lasciano dubbi: 13,2 milioni di contagiati, 341.000 decessi dal 26 febbraio 2020, quando un cittadino rientrato dall’Italia sviluppava il primo caso nel Paese. Ma il dato che impressiona è il numero di morti nei primi mesi del 2021: con una popolazione di 212 milioni, pari a circa il 3% del totale mondiale, la Federazione totalizza quasi un terzo dei morti. Nel solo giorno del 31 marzo 2021, sul totale di 11.769 morti nel mondo ben 3.869 sono brasiliani. E molti sono giovani. In Brasile si sono raggiunti i 2.000 morti per milione di abitanti, oltre quattrocentomila morti di cui 19.500 con meno di quarant’anni. In totale i bambini con meno di quattro anni deceduti sono stati 464, fra i cinque e i quattordici anni 525, fra i quindici e i ventinove 5.000. Per avere un riferimento quantitativo comparativo in Spagna – un quarto della popolazione del Brasile – dal 10 maggio 2020 al 5 maggio 2021 ci sono stati 1.700 morti per milione di abitanti. In totale ci sono stati 49.000 deceduti, tra questi solo 214 avevano meno di quarant’anni, mentre oltre la metà aveva ottant’anni. I deceduti brasiliani under quaranta sono quasi cento volte quelli spagnoli (Atila Iamarino, biologo, PhD in virologia).

È evidente che qualcosa non quadra. Vorremmo quindi contestualizzare questi numeri in modo da rendere più comprensibili le cause di un quadro così preoccupante. Infatti c’è uno stretto legame fra malgoverno e devastazione, mentre le condizioni economiche e sanitarie del Paese avrebbero permesso di affrontare con minore danno la pandemia.

Proviamo a raccontare qualche cosa sul modo in cui la pandemia si è manifestata in Brasile negli ultimi quattordici mesi (febbraio 2020-aprile 2021), in particolare su come è stata affrontata dai poteri pubblici. Teniamo presente che affrontare non significa necessariamente contenere, ma anche diffondere.

Nella grande Federazione del Brasile, Unione e Stati hanno competenze distinte e operano in cooperazione o competizione a seconda del contesto politico. Fin da febbraio-marzo 2020 è risultata evidente una marcata divergenza fra i diversi livelli amministrativi del Paese. In particolare, senza neppure attendere di capire che cosa stesse succedendo (bisogna sempre ricordare che per diverse settimane nessuno in alcun punto del pianeta aveva idea di quanto stesse accadendo), la massima autorità del Paese ha iniziato una vera e propria campagna negazionista. Nei sistemi presidenziali, e quindi anche in Brasile, il potere e l’influenza del presidente sono enormi. Avendo continuo accesso ai mezzi di comunicazione di massa, come succede per i principali responsabili politici in tutti i Paesi, nel caso specifico il presidente ha iniziato a ripetere che si trattava di una lieve influenza facilmente prevenibile con l’uso di idrossiclorochina, tradizionale medicina per arginare gli effetti della malaria. Tale messaggio ha trovato eco nelle megachiese evangelicali. 

In Brasile soprattutto a partire dagli anni Novanta del secolo scorso si sono molto diffuse chiese pentecostali e neopentecostali simili a quelle degli Stati Uniti (utile per orientarsi sul ruolo degli evangelicali e delle religioni è il sito dell’Iser/Istituto di studi religiosi), che hanno acquisito una crescente influenza e si ritiene che coinvolgano circa 40 milioni di persone. I dirigenti di alcune di queste aggregazioni fanno leva sulle proprie chiese per svolgere un’intensa attività politica nelle istituzioni rappresentative, dai municipi fino al parlamento. In particolare vi è stata una forte adesione al governo di Bolsonaro insediatosi nel 2019 e alcuni ministeri federali importanti sono in mano a pentecostali e neopentecostali. Il negazionismo, antiscientifico, era veicolato in un ben noto linguaggio di estrema destra di disprezzo della morte e di ironia acida e machista verso espressioni di compassione. Questo insieme di messaggi continua a essere ripetuto ancora oggi, in una situazione di estrema gravità in cui tutti gli indicatori sanitari e demografici registrano valori molto preoccupanti.

E a proposito di messaggi, comunicazione, linguaggio, non può passare inosservata una convergenza tra i telegiornali di Brasile, Italia e Francia in questo periodo. Si parla di persone fragili, comprendendo in questa categoria soggetti sanitariamente vulnerabili e gruppi sociali: la parola “poveri” non viene utilizzata, celando l’aspetto sociale della fragilità. Si parla di “aiutare”: aiutare per non cambiare, viene da sospettare. Infatti nulla si dice su giustizia sociale, redistribuzione del reddito o tassazione progressiva, che in questo momento potrebbero essere applicate opportunamente. Si fa appello ininterrotto alla responsabilità individuale (“che ognuno faccia la sua parte”) e non si incentiva alcuna partecipazione di base coordinata e riconosciuta, mentre dall’alto scendono direttive non previamente condivise e quindi tendenzialmente poco seguite dai singoli. Un coro unisono impressionante. Va anche detto che dal basso non salgono proposte elaborate e puntuali: ci sono espressioni estemporanee di un certo ribellismo, ma anche in questo momento che potremmo chiamare estremo, è assente la rigenerante categoria del conflitto, inteso come capacità propositiva. Ma questo mi sembra il problema centrale di diverse democrazie occidentali ormai da un tempo non breve.

Altro elemento ormai duraturo a livello dell’Unione è l’inoperosità del ministero della Salute. Per divergenze con il presidente della Repubblica, sono stati licenziati in tronco due ministri medici, Luiz Henrique Mandetta, in carica da gennaio 2019 ad aprile 2020, e Nelson Teich, nominato da aprile a maggio 2020: dal 15 giugno 2020 al 23 marzo 2021 è stato posto a capo del dicastero un generale in servizio (cioè non della riserva, quindi espressione diretta delle forze armate), che nulla ha fatto. Non ha predisposto l’acquisto di vaccini né di materiale sanitario, coadiuvato in questa omissione dal ministro degli Esteri Ernesto Araujo e da Bolsonaro, che hanno creato ripetute tensioni diplomatiche con Paesi possibili fornitori, in particolare con la Cina, spesso derisa in interventi televisivi del presidente. Il ministro-generale non ha promosso un comitato di crisi federale, convocato solo il 26 marzo 2021 e senza governatori degli Stati e sindaci delle grandi città, le figure istituzionali con maggiore responsabilità decisionale in loco. A livello dell’Unione non c’è nulla, mentre il ministero dell’Economia blocca i trasferimenti di fondi a Stati e Municipi, imposti dal patto federativo in base a parametri predefiniti, e questo crea crisi di liquidità. Bisogna tenere presente che negli Stati federali e confederali, quindi anche in Brasile, molto del potere amministrativo e decisionale è nei livelli decentrati in mano ai governatori eletti direttamente. Diventa quindi di grande importanza il controllo delle risorse attraverso il prelievo fiscale, che va poi ponderato in rapporto ai diversi livelli economici locali in mondo da mantenere compattezza sociale. Non va dimenticato che nel governo in carica da gennaio 2019 vi è una forte presenza di militari con incarichi esecutivi. Ovviamente le forze armate sanno cosa sia una epidemia e come vada gestita. Tanto è vero che già in aprile 2020 il Centro di studi strategici dell’Esercito illustrava sul proprio sito le linee da seguire per ritornare alla normalità. Ma il documento è sparito rapidamente dalla circolazione e le forze armate sono rimaste silenti e hanno accettato il comportamento omissivo del ministro da loro espresso.

In questo contesto gli Stati hanno agito e agiscono attivando al massimo le competenze di cui sono depositari. Si è formato già il 30 marzo 2020 un Comitato scientifico degli Stati del Nordeste, coordinato dal neuroscienziato Miguel Nicolelis e dal fisico ed ex ministro di Scienza e tecnologia Sérgio Rezende, che ha svolto funzione di indirizzo scientifico per i governatori; lo Stato di San Paolo ha un Centro di contingenza formato da medici e ne segue in buona parte le indicazioni. Altre situazioni precipitano, come lo Stato di Amazonas martoriato, nei primi mesi del 2021, dalla mancanza di ossigeno soprattutto nella capitale Manaus che ospita 2,2 milioni di persone, il 57% della popolazione dello Stato. Perché non è stato fatto dal ministero della Salute un piano di rifornimento di ossigeno. Sono piccole cose, ma se non si pensano in tempo utile diventano nodi scorsoi. Gli ospedali di dimensioni maggiori hanno i grandi serbatoi; ma quando il contagio è capillare ci vogliono bombole per raggiungere località disperse e mezzi di trasporto. Solo a fine marzo 2021 è stato autorizzato l’uso a fini sanitari di gas destinato a impiego industriale soprattutto nel settore delle bevande. Generosamente il Venezuela, tormentato dalle prepotenti sanzioni internazionali, ha mandato camion e bombole con la bandiera bolivariana negli Stati amazzonici di confine.

E veniamo ai vaccini: il governo non ha contratti di acquisto internazionali. È vero che, Europa docet, avere contratti non è una garanzia. Ha sottoscritto una quota pari al 10% della popolazione (avrebbe potuto arrivare fino al 50%) con il programma Onu/Organizzazione Mondiale della Salute Covax perché la politica estera dell’attuale esecutivo, di estrema destra e frutto di un cammino non rispettoso della Costituzione iniziato nel 2016, è avverso a Onu e organismi sovranazionali. Durante i governi di centrosinistra in carica dal 2003 al 2016 era stato costruito un percorso di integrazione regionale per America del Sud e Caraibi attraverso la Unasur, l’Unione delle nazioni sudamericane; uno dei punti qualificanti era il coordinamento per gli acquisti di medicinali e materiale sanitario con l’Istituto sudamericano di Governo della Salute (Isags), in modo da avere maggiore forza contrattuale e una migliore circolazione dell’informazione, mentre si organizzava un sistema logistico integrato. L’ondata variamente attivata che ha portato al potere forze di destra e neoliberiste in diversi Paesi dell’America del Sud ha disattivato gli organismi regionali in fase di costruzione, che avrebbero consentito di gestire la pandemia in modo ben diverso.

In questo contesto il rifornimento di vaccini al momento si basa su due consolidati istituti sieroterapici pubblici nazionali: la Fondazione Oswaldo Cruz a Rio de Janeiro (Fiocruz), che ha un accordo di importazione e produzione in loco con AstraZeneca, e l’istituto Butantan a San Paolo, che ha firmato una collaborazione con trasferimento di tecnologia con la cinese Sinovac per produrre il vaccino Coronavac. Butantan ha in fase avanzata di studio e sperimentazione un ulteriore vaccino che ripete l’impostazione dell’immunizzante anti-influenza, cioè con virus completo inattivato, tecnologia molto sperimentata, a basso costo. Attorno alla collaborazione con la Cina, la presidenza della Repubblica ha ritenuto di avanzare riserve ideologiche espresse pubblicamente in modo rozzo, mentre l’Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria (Anvisa) ha rallentato con motivazioni burocratiche l’autorizzazione all’uso emergenziale provocando ritardi dannosi. Non si può non notare che la stessa Anvisa nel corso del 2019 e del 2020 ha autorizzato in modo rapido, quasi automatico, l’impiego di centinaia di biocidi per agricoltura e allevamento per non contrariare il potente gruppo degli agrari. Al momento Stati come Maranhão e Bahia cercano di stabilire contratti diretti per esempio per Sputnik V (già usato in Argentina, Messico e molti altri Paesi).

Non è facile trovare una spiegazione a questa scelta dell’esecutivo federale di agevolare il contagio invece che combatterlo. Si possono indicare due motivazioni che sembrano avere qualche fondamento. La prima è di ordine ideologico. Il gruppo che al momento occupa le stanze del potere ha una visione negazionista, intendendo con questo termine un metodo generale. Si nega l’esistenza, e quindi l’accettazione, di ciò che non combacia con le proprie idee e affermazioni per imporre una concezione e una pratica unica all’insieme di cittadini/e, a discapito di ogni dialettica che dovrebbe essere linfa di un qualsiasi sistema democratico rappresentativo. E infatti come si nega la gravità della pandemia, così si nega l’incidenza deformante del razzismo strutturale nella cultura del Paese, si nega di riconoscere e assumere la lacerazione prodotta dalla dittatura militare e la conseguente necessità di un percorso di giustizia di transizione, si nega l’enormità del debito sociale che l’élite dell’arretratezza ha nei confronti della maggioranza della popolazione. E si potrebbe continuare con altri e numerosi esempi.

La seconda motivazione è politica e si collega alle relazioni internazionali e alla collocazione sulla scena planetaria del Brasile. I governi di centro sinistra in carica dal 2003 al 2016 avevano costruito una politica estera imperniata su tre assi principali: la formazione di uno spazio regionale sudamericano e latinoamericano, istituzionalizzato attraverso organismi amministrativi e reso duraturo con la realizzazione di reti infrastrutturali; una politica attiva di rafforzamento del Brics (sodalizio Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) per promuovere il multilateralismo e contenere l’indirizzo unipolare; un consistente rafforzamento delle relazioni con i Paesi dell’Africa subsahariana non solo in campo economico ma anche, e molto, in ambito culturale. Contro questo progetto il gruppo di potere dominante dal maggio all’agosto 2016 ha agito con devastante determinazione, riallineandosi agli indirizzi statunitensi a discapito degli interessi nazionali. In questa logica si colloca anche l’avversione ad accordi per vaccini con Cina, Russia ed eventualmente Cuba. In particolare nel caso del Butantan e della collaborazione con Sinovac si aggiunge la competizione elettorale per la prossima scadenza presidenziale del 2022 fra l’attuale presidente della Repubblica e il governatore dello Stato di San Paolo João Doria. La miopia diplomatica ha portato nel luglio 2020 il ministero degli Esteri brasiliano a non prendere parte a un incontro promosso dal ministro Wang Yi e coordinato dal Messico con i cancellieri dell’America Latina, in cui è stata anche presentata una significativa linea di credito.

Come si sa la pandemia colpisce in modo socialmente differenziato: in generale i settori più poveri sono più esposti alla malattia e alle malattie perché hanno condizioni abitative, alimentari, culturali e complessivamente economiche peggiori. Anche qui i numeri sono inconfutabili: analizzando i dati del ministero della Salute si rileva che fra i vaccinati i bianchi sono quasi il doppio (38%) rispetto ai non-bianchi (21%). Questi ultimi superano il 50% dell’insieme dei brasiliani. Le popolazioni delle Terre indigene – sul sito della Fondazione nazionale di protezione dell’indio si trova una carta delle Terre indigene, localizzate in prevalenza nel Nord – sono state molto esposte al contagio: la presenza di militari di pattuglia e di operatori di imprese minerarie e forestali illegali ha introdotto e disseminato il virus, mentre missionari evangelicali, di nuovo ammessi in queste aree nonostante le disposizioni (anche costituzionali) contrarie, svolgono un’azione perniciosa di dissuasione dall’assumere vaccini diffondendo false notizie. In particolare molto grave è la conseguenza di mesi e mesi di chiusura delle scuole, dal momento che la comunicazione a distanza favorisce famiglie più ricche e istruite. Cinque milioni di bambini e adolescenti fra i nove e i diciassette anni non hanno accesso a Internet e nulla di sistematico è stato fatto al riguardo. Se da un lato la riapertura delle scuole è necessaria, dall’altro anche le organizzazioni degli insegnanti ritengono che in assenza di condizioni di sicurezza i pericoli di contagio siano eccessivi per tutti gli attori: insegnanti e personale scolastico, alunni e famiglie. E la mobilitazione di professori e professoresse della scuola ha ottenuto qualche risultato per riaprire a condizione di vaccinare e organizzare misure di prevenzione. Il confinamento domestico in situazioni abitative precarie e sovraffollate destabilizza le relazioni interpersonali buttando il maggior peso sulle spalle delle madri sole.

I movimenti sociali si occupano soprattutto di queste vaste fasce di popolazione di fatto abbandonata. Gli aiuti federali di emergenza sono infatti quantitativamente limitati, intermittenti, irraggiungibili per molti. In particolare il Movimento dei lavoratori rurali senza terra (Mst), e il Movimento dei lavoratori senza tetto (Mstt) sono attivi soprattutto nelle periferie delle grandi città con distribuzione di alimenti, materiale igienico e lavoro di informazione e sostegno relazionale. Fondato nel 1984 da João Pedro Stedile partendo dagli Stati del Sud, il Mst è oggi organizzato in 25 Stati della Federazione e ha conquistato terre per circa 350.000 famiglie. Oltre a organizzare varie forme di lotta per il riconoscimento degli insediamenti contadini in aree di latifondo, il Mst svolge un lavoro continuativo di educazione e di costruzione di un’agricoltura familiare ecologicamente equilibrata che ormai ha un livello produttivo significativo anche sul piano commerciale. Il Mtst è nato nel 1997 e opera soprattutto nelle città per il diritto all’abitare. Organizza diversi insediamenti informali su terreni abbandonati o in edifici inutilizzati. Tutto questo in una situazione di grande mancanza di disponibilità finanziaria che viene affrontata con raccolta di fondi, difficile in un momento in cui l’impoverimento è di massa e radicale. A queste due organizzazioni maggiori e presenti in quasi tutto il Paese si affiancano gruppi minori come l’Unione nazionale per l’abitazione popolare (Unmp) che ha la chiara parola d’ordine “senza casa e con fame”, la Campagna sfratto zero in difesa della vita in campagna e in città (Campanha despejo zero) per impedire l’espulsione da edifici occupati o campi periurbani messi a coltura. Con il protrarsi della crisi i cui effetti nel tempo si accumulano, nascono Cucine solidali e il progetto Madri delle favelas (Mães das Favelas). Un lavoro di base materiale e politico che si trova a fare i conti con un aumento di interventi repressivi da parte delle forze dell’ordine. L’attenzione internazionale è in questo momento necessaria: da quasi cinque anni il Brasile è in una situazione di incertezza democratica grave e anche questo è un virus patogeno pericoloso per la Federazione, per il continente e oltre.

(San Paolo, aprile 2021)

Bibliografia e sitografia

R. Antunes, Il privilegio della servitù. Il nuovo proletariato dei servizi nell’era digitale, Punto Rosso, Milano 2020. 

R. Antunes, Capitalismo virale. Pandemia e trasformazioni del lavoro, Castelvecchi, Roma 2021.

A. Boito, Riforma e crisi politica in Brasile. I conflitti di classe nei governi del PT, Punto Rosso, Milano 2019.

A. Iamarino, «A real sobre as vacinas», youtube.com,19 maggio 2021.

J. Souza, A elite do atraso. Da escravidão a Lava Jato, Leya, São Paulo 2017.

Indichiamo inoltre alcuni siti e blog interessanti per approfondire il contesto brasiliano. 

Anvisa, Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria, gov.br/anvisa.

Brasil 247: è in questo momento forse il blog indipendente più importante, brasil247.com/.

Brasil de Fato: quotidiano on line prossimo all’Mst, segue con molta attenzione i movimenti sociali e territoriali, brasildefato.com.br/.

Campanha despejo zero, Campagna sfratto zero, campanhadespejozero.org/.

Ceeex, Centro di studi strategici dell’Esercito,ebrevistas.eb.mil.br/CEEExAE/index.

ConJur, Consulente legale: accompagna soprattutto le decisioni del potere giudiziario rendendone anche comprensibile il significato e le conseguenze ed è utile dal momento che questo potere condiziona molto il quadro politico, conjur.com.br/.

Comité cientifico do Nordeste (Comitato scientifico del Nord-Est), comitecientifico-ne.com.br. 

Covax, Covid-19 Vaccines Global Access: programma promosso da Oms e Onu, who.int/initiatives/act-accelerator/covax. 

Fiocruz, Fondazione Oswaldo Cruz, Rio de Janeiro, portal.fiocruz.br/. 

Funai, Fondazione nazionale di protezione dell’indio, funai.gov.br/. 

Instituto Butantan, butantan.gov.br.

Iser, Istituto di studi religiosi, iser.org.br/. 

Isags, Istituto sudamericano di governo della salute, isags-unasul.org/.

Latinoamerica-online. Analisi e approfondimenti sull’America Latina: consente di raggiungere in modo continuativo informazioni sull’America Latina e anche sul Brasile, latinoamerica-online.it/. 

Mst, Movimento dei lavoratori rurali senza terra, mst.org.br/.

Mtst, Movimento dei lavoratori senza tetto, mtst.org/.

Mães das Favelas (Madri delle favelas), maesdafavela.com.br/.

The Intercept Brasil: è l’edizione brasiliana della nota testata statunitense, theintercept.com/brasil/. 

Unmp, Unione nazionale per l’abitazione popolare, unmp.org.br/.

Unasur, Unione delle nazioni sudamericane, unasursg.org/es.

NON C’È MERCE PER LA NUOVA DIGA

Riccardo Degl’Innocenti

Gianluigi Aponte, a capo del Gruppo Msc, secondo armatore mondiale nel traffico dei contenitori, quarto in quello crocieristico e primario operatore logistico (nei terminal portuali italiani sotto il suo controllo si movimenta oltre il 40% dei contenitori), dixit (21 novembre 2017): «Se vogliamo che Genova faccia 4 o 5 milioni di contenitori bisogna spostare la diga foranea», che è l’opera esterna di difesa dal mare del tratto di porto di Sampierdarena. Sinora il porto genovese, compreso il bacino di Prà che dispone di una propria diga, ha movimentato al massimo 2,6 milioni di container all’anno. Spostare la diga più al largo ha l’obiettivo di permettere l’accesso alle navi di maggiori dimensioni verso cui si vanno concentrando i traffici intercontinentali dei contenitori». Paolo Emilio Signorini, presidente dell’Autorità di sistema portuale del mare Ligure occidentale (Adsp) che comprende i porti di Genova e Savona, gli ha fatto eco (8 ottobre 2018): «Dopo la frenata post crollo del ponte Morandi siamo pronti ad arrivare a Genova, grazie alla nuova diga e a tutto il resto che stiamo completando, a 5 milioni di contenitori nel 2026». 

Detto fatto. La costruzione della nuova diga sta per partire. Il capitale per finanziarla, pari a 1,3 miliardi di euro, interamente pubblico, è previsto con una prima tranche di 500 milioni nei fondi statali del Pnrr. Non si è attinto dal Recovery fund sia perché troppo restrittivo sull’ultimazione dell’opera entro quel 2026 azzardato da Signorini, sia perché l’Ue, secondo cui un porto anche pubblico è un libero mercato, non avrebbe probabilmente ammesso un tale “aiuto di Stato”. Dovranno aggiungersi 400 milioni per chiudere il primo lotto funzionale e altrettanti per il secondo. Intanto, i capitali privati, per lo più esteri, che beneficeranno direttamente dell’investimento pubblico hanno già ottenuto le concessioni pluridecennali sulle banchine che saranno protette dalla nuova diga. Per non affidarci alle sole promesse di Aponte e di Signorini, tenteremo quello che l’Adsp non ha fatto, neppure nel “Dibattito pubblico” che si è svolto a inizio anno come previsto dal Codice degli appalti riformato a questo scopo nel 2016, per esaminare la fattibilità tecnico-economica delle soluzioni prospettate. 

Alla luce del Dibattito, l’Adsp ha indicato la soluzione da sviluppare e completare sul piano progettuale per il successivo appalto dell’opera. Il maggiore limite del Dibattito pubblico sulla diga, oltre alla scarsa pubblicizzazione giustificata con la pandemia e alla brevissima durata dovuta all’urgenza di non perdere i finanziamenti europei, peraltro poi disattesi, è stata l’Analisi costi-benefici, cuore – secondo la legge – della fattibilità tecnico-economica di un’opera pubblica delle dimensioni e del costo della nuova diga. Un’analisi affidata consapevolmente alle competenze di un ingegnere civile, invece che di un economista, il quale è incorso in almeno quattro grossolani errori capitali, riassumibili nell’avere scambiato la domanda con l’offerta. 

Primo, ha rivolto lo sguardo al mare e non alla terra e con lo stesso strabismo economico ha fatto i conti sulle navi invece che sulle merci, mentre sono queste ultime lo scopo della portualità commerciale. Secondo, ha analizzato solo il traffico dei container come se il resto delle attività portuali non esistessero o non avessero più futuro. Terzo, ha considerato il porto di Sampierdarena come l’ombelico del mondo e il porto di Prà e di Savona-Vado come se non facessero parte dello stesso sistema portuale e come se gli altri porti tirrenici non appartenessero alla stessa nazione e non concorressero negli stessi bacini di utenza. Infine, ha considerato la città che cinge il porto solo sotto il profilo delle esternalità negative da neutralizzare e non per quelle positive da sfruttare o inventare. La problematicità di tale progetto riguarda infatti sì gli aspetti tecnici, ma le dighe si fanno in tutto il mondo e gli ingegneri sanno come costruire una buona opera. L’ingegneria poggia stabilmente sulle scienze fisiche. Invece, l’utilità sociale di un’opera, la sua sostenibilità economica e ambientale poggiano sulle scienze sociali (non disturbare i cetacei è una scelta culturale, aprire la diga a levante o a ponente ha a che fare con i venti, che non dipendono da noi). Non si vuole dire che sia più semplice il lavoro dell’ingegnere rispetto a quello dell’economista, ma il secondo progetta con delle incognite e deve mostrare altri benefici che vanno oltre quello di riparare un porto dalle mareggiate. Richiede quindi una committenza che abbia un progetto di porto, oltre che di diga. La prova in negativo è che per concepire la nuova diga ai progettisti è stato consegnato solo la “nave progetto”, equivalente a una portacontenitori gigante di nuova generazione, non il “porto progetto” dotato di un modello di sviluppo sostenibile a cui tendere. Non una parola è stata richiesta su quanto dell’enorme investimento pubblico andrà a remunerare i capitali e quanto a favore del lavoro e del reddito dei cittadini. Silenzio anche su quanto valore aggiunto dei milioni di container promessi sarà possibile trattenere nel territorio e su quanto e quale capitale professionale occorrerà, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica che sta investendo i porti. Silenzio anche su come, grazie allo sviluppo sostenibile del porto sotto il profilo ambientale, la città possa diventare più salubre, vivibile e accogliente. 

La differenza rispetto a un paio di secoli fa – al sorgere del capitalismo industriale e della teoria del trickle-down (o sgocciolamento), rieditata per l’occasione in salsa di pesto, per cui se ci guadagnano le imprese del porto ci guadagnano qualcosa tutti i cittadini – è che oggi nello Stato democratico sono i cittadini a metterci i soldi, senza i quali anche i profitti dei “grandi player della logistica” crollerebbero. Quanti sono i soldi che lo Stato ha già messo nel porto di Genova? Un conto che il Presidente Signorini, che dovrebbe rappresentare lo Stato, omette di fare, mentre non perde occasione per celebrare gli investimenti privati, senza dire perciò che il finanziamento della diga supera da solo il totale degli investimenti da 25 anni a questa parte delle 13 imprese terminaliste private che operano nel core business del porto, ossia nell’imbarco e sbarco di merci e passeggeri. Si dice che ci vorranno almeno dieci anni perché la nuova diga sia compiuta. Intanto, per prevedere come andrà il porto in futuro, siamo tornati a vedere come era il porto di Genova 13 anni fa, prima della grande crisi del 2008-2009, per avere un raffronto significativo con il 2019: l’anno in cui il porto di Genova era tornato quello di prima della crisi, anzi con nuovi record nei container e nelle crociere, per cui finalmente si sarebbe ricominciato crescere. Stanno davvero così le cose? Possiamo tornare a crescere, quanto? Per diventare cosa?

Si osservi il seguente grafico (dati Adsp):

Che cosa è successo in questi 13 anni al porto di Genova? Salvo i contenitori (+31%), le merci su rotabili (+3%) e i passeggeri crocieristi (+146%), gli altri traffici sono tutti diminuiti anche marcatamente, col risultato che è sceso del 9% il volume complessivo delle merci espresso in tonnellate, la principale unità di misura del trasporto. In verità tutta la portualità italiana ha visto diminuire i suoi traffici ma in media del 6%, quindi meno di Genova (dati Assoporti). Si può spiegare. Il petrolio è in declino, la merce varia è ormai quasi tutta containerizzata, le rinfuse solide soffrono la crisi dell’industria di trasformazione. Tuttavia, diminuiscono anche le rinfuse liquide a cominciare dal petrolio, e i traghetti delle “autostrade del mare” che crescono appena nelle merci, mentre declinano i servizi alla nave perché navi più grandi a parità di carico significano meno scali e meno rifornimenti (bunker). Le cose si spiegano, certo. Resta il fatto che la caratteristica di essere un porto “multispecialistico” che serve tutte le tipologie di merce, che accomuna Genova ai principali porti europei e ne costituisce la risorsa essenziale di resilienza ai cicli economici negativi e il valore aggiunto occupazionale e professionale, si mostra in declino. Questa è una cattiva notizia per il futuro, notizia assente però dal discorso pubblico sul porto. 

La tendenza del porto è verso la bidimensionalità: merci in contenitori da una parte e passeggeri in crociera dall’altro, entrambi su navi sempre più giganti. Lo si è visto anche nelle aree sottoutilizzate dalle rinfuse secche e dagli impianti industriali, riconvertite senza pensarci un attimo in banchine e in depositi per contenitori (anche vuoti). Dunque, è questa la visione di Adsp? Un porto a due dimensioni. Contenitori e crociere. Win-win per Aponte e soci. Lo stesso anche per il porto e per la città? Se poi si considera che nel trasporto contenitori si assiste a una concentrazione eccezionale dei vettori armatoriali e di riflesso dei fornitori di servizi, spesso integrati societariamente ai primi, mentre negli altri traffici marittimi e portuali persistono una maggiore varietà e indipendenza di attori e una molteplicità di relazioni commerciali, si comprende allora come accettare e anzi esaltare questa tendenza significhi contribuire apertamente al declino anche del cluster di industrie, servizi, forniture e professioni che orbita e gravita sul porto. Come se alla varietà di colture agricole di un terreno si sostituisse una qualche monocultura intensiva, e come se questo non significasse anche la perdita della varietà di culture e professioni marittime e portuali, operative e intellettuali. Non pensiamo solo ai mestieri dei “camalli”, ma anche agli agenti marittimi, agli spedizionieri, ai broker, agli avvocati, agli assicuratori, ai finanziatori, agli accademici ecc. Sono queste attività che da tempo sono diventate footloose, libere di situarsi anche lontano dai porti, ancora di più oggi grazie alle nuove tecnologie della comunicazione digitale. Per cui la riduzione ad unum della polivalenza del porto e delle specializzazioni di traffici favorirà l’impoverimento del tessuto occupazionale e professionale del cluster marittimo-portuale genovese. 

Per spiegare l’oggettiva crisi del sistema portuale genovese occorre guardare all’andamento del Pil italiano nello stesso periodo. Se l’economia nazionale non cresce, non si vede perché e come dovrebbero crescere i traffici del suo porto principale. Secondo gli studi economici, anche il proverbiale disaccoppiamento positivo del commercio internazionale dall’andamento del Pil dopo la crisi del 2008 non pare più funzionare. Si aggiunga che il commercio internazionale che passa con il trasporto marittimo per il porto di Genova resta pressoché tutto nei confini nazionali, o per origine nel caso dell’export o per destinazione nel caso dell’import, per cui giocoforza non sfugge alle sorti del Pil. Insomma, il porto di Genova è internazionale per i collegamenti marittimi con tutti i porti del mondo, ma resta meramente nazionale, anzi regionale, per il bacino di utenza della merce trasportata (la cosiddetta catchment area).

Destinazione/origine dei 2,6 milioni di Teu movimentati nel porto di Genova (dati Adsp)

Anche il positivo incremento del 31% in tonnellate di merce containerizzata, se analizzato criticamente, offre una interpretazione contraddittoria. Infatti, dal 2007 al 2019 il traffico di contenitori in Italia è aumentato solo dell’1,5%, questo significa che la quota di Genova è cresciuta a scapito di altri porti nazionali. Del resto nel periodo hanno cessato l’attività di trasbordo due porti (Taranto e Cagliari) che contavano 1,2 milioni di contenitori. La crescita di Genova non pare un successo da salutare con entusiasmo, visto che i contenitori movimentati nei porti italiani, che nel 2007 erano 10,6 milioni, nel 2019 sono saliti a meno di 10,8. 

Come possono pensare Aponte e Signorini di raggiungere una domanda di 5 milioni di container in pochi anni, che corrisponderebbe a una domanda aggiuntiva del 25% rispetto a quella attuale, che in 13 anni è cresciuta appena dell’1,5%? Pensano ovviamente al nuovo terminal Msc di Calata Bettolo, il cui potenziale di 800.000 contenitori sarà praticabile a regime solo con la nuova diga, ma non ci dicono che le navi Msc che oggi scalano il terminal di Prà lo abbandoneranno, ovviamente riducendo la quota relativa di traffico. Sperano che il Pil, magari con un bel rimbalzo dopo il Covid-19, generi un tale incremento di domanda oltre il mero recupero di quanto perso a causa della pandemia? Grazie alla nuova diga e alle navi giganti? Insieme a «tutto il resto che stiamo completando» a cui si riferisce Signorini? Ossia alla migliore accessibilità stradale e ferroviaria e ai collegamenti veloci con l’hinterland e con la rete dei retroporti e degli interporti. Tutti questi interventi, una volta completati, aumenteranno certo l’efficienza del sistema logistico che gravita sul porto migliorandone l’offerta, ma determinante resta ovviamente la domanda di trasporto che muove tutto il sistema. 

La domanda inoltre va considerata rispetto all’intero bacino di utenza che è conteso con altri porti nazionali, compreso quello di Savona-Vado Ligure incluso nella stessa Adsp. Per cui analoghi programmi e investimenti per lo sviluppo degli altri porti limitrofi, come La Spezia e Livorno, andrebbero messi nel conto. A Vado, in particolare sta partendo il terminal di Apl del Gruppo Maersk (primo armatore di navi contenitori del mondo) e di Cosco (la compagnia di stato della Cina Popolare), con un potenziale di 900.000 contenitori ma in aperta concorrenza con i terminal di Genova di cui si sono serviti sinora. Forse Signorini pensa ad Aponte che, avendo detto: «Comandiamo noi, perché comandano i volumi. Chi ha i volumi è quello che si può permettere di far vivere un terminal o di farlo morire se si sposta da quel terminal» (9 settembre 2017), sarà lui con le sue navi a portare i container a Genova, anche a costo di fare morire un altro terminal o un altro porto (forse La Spezia)? Quando Aponte si esprime con questi toni, considerata la scarsa lucentezza dell’accumulazione non solo originaria dei suoi capitali (notoriamente non pubblica i bilanci grazie al diritto dei Paesi in cui ha localizzato le sue società), fa davvero venire i brividi. Ma il saldo dei traffici del porto alla fine quale sarà? Oggi si parla di crescere in 5 anni del 100%, dopo che in 13 si è cresciuti del 30% a danno di altri porti nazionali. Sembra un calcolo razionale, se si contano i numeri dell’offerta senza porsi il problema della domanda, tantomeno da dove dovrebbe arrivare. Per esempio, quanta e quale nuova merce dal Nord Italia oppure dalla Svizzera, dal Baden-Württemberg, dalla Baviera? E in base a quali condizioni di vantaggio e di favore un esportatore di Zurigo o di Stoccarda dovrebbe preferire Genova ad Amburgo o Anversa o Rotterdam? Per la nuova diga che accoglierà le navi giganti che già scalano i porti del Nord Europa?

Veniamo infine all’impatto dei flussi di traffico dei milioni di contenitori su Genova, ossia alla voce principale delle esternalità negative che le città pagano ai porti e che costituiscono uno degli obiettivi degli “altri interventi” dell’Adsp, in particolare per spostare il peso dalla gomma sul ferro. Com’è oggi la suddivisione dell’impatto tra le due modalità trasporto? Nel 2019, anno record, nel porto di Genova sono stati movimentati, al netto del trasbordo tra nave e nave che non implica il trasporto terrestre, 1,4 milioni di contenitori, intesi come unità di carico o pezzi e non come “Teu” che ne è la misura convenzionale. Ognuno di questi pezzi ha compiuto un viaggio di arrivo o di partenza dal porto. Di questi ha viaggiato su treno solo il 13,4% del totale. Tra i motivi, le infrastrutture e i mezzi di trasporto, nonostante si parli solo di questi, non sono al primo posto. Semmai il problema risulta essere la loro accessibilità, ossia le connessioni, insieme all’efficienza operativa e convenienza economica che offrono agli utenti. Pertanto, non saranno determinanti né nuove linee ferroviarie (Terzo valico compreso), né maggiori frequenze dei treni merci sulle linee, tenuto conto che già oggi non sono pienamente utilizzate. La questione è invece di ordine sistemico, riguarda l’estensione territoriale del bacino di utenza sostenibile e le inadeguate strutture delle nostre imprese, sia industriali e commerciali che logistiche. I problemi sono le distanze medio-brevi (100 km) dei viaggi con le merci da e per il porto e la dispersione e l’irregolare frequenza dei carichi nelle aree di utenza, correlati alle piccole dimensioni medie del nostro apparato industriale, che nell’insieme rendono senza alternative e comunque più conveniente l’autotrasporto. Se non sulle lunghe distanze, oltre i confini nazionali, verso la Svizzera e la Germania. Ma per raggiungere queste mete con il treno occorre aggregare ordini e carichi per cui si richiedono una certa struttura di spedizione, volumi di merce e frequenza delle spedizioni adeguati a mantenere un servizio regolare ed efficiente. Allo stato attuale queste condizioni riguardano ancora una porzione molto ridotta dei traffici del porto di Genova a causa dei limiti oggettivi dei suoi mercati di riferimento. È pur vero che da qualche tempo si registra un certo attivismo, sia dal lato dell’amministrazione ferroviaria che da quello delle imprese impegnate a vario titolo lungo la filiera logistica, a provare a investire in servizi di trasporto delle merci su ferro. Certo gli interventi in corso da parte dell’Adsp serviranno a mitigare l’impatto sulla città. Soprattutto la separazione tra i flussi di ingresso e uscita porto-città, che nel caso delle merci mira a connettere direttamente i varchi autostradali con i varchi portuali, una sorta di pipeline per cui il contenitore, come fosse merce liquida in una tubazione, scende dalla nave più o meno direttamente sul camion, il quale parte più o meno all’istante dal porto e viceversa. Questo però comporta un fenomeno contraddittorio. Per un verso virtuoso, ossia l’abbattimento dell’esternalità negativa della congestione del traffico urbano, ma non di quello autostradale. Per l’altro, determina in maniera rilevante, nel caso dell’import, la convenienza a svolgere qualsiasi attività aggiuntiva sulla merce nell’inland presso il luogo di destinazione o il retroporto o l’interporto di passaggio, saltando letteralmente il territorio che ospita il porto e cancellando la possibilità che la sosta della merce offra in parte l’occasione per attività economiche a valore aggiunto per la sua manipolazione e conseguente occupazione. Nel caso di Genova il limite maggiore sta nella scarsità di aree di insediamento per tali attività, ma il modello unico pipeline esclude a priori qualsiasi progetto alternativo. Tramonta il sogno di rinverdire anche solo in parte l’epoca della rottura dei carichi e delle attività a valore aggiunto sulla merce nello stesso territorio. 

La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso

di Andrea Bottalico, Francesco Massimo, Alberto Violante

Un anno in cui le lotte non si sono fermate

Mobilitazioni e scioperi di varia intensità hanno investito l’intera filiera logistica nei mesi scorsi. 

Tra giugno e luglio 2020 il centro delle proteste è Peschiera Borromeo, ai margini di Milano, dove la multinazionale FedEx-Tnt ha deciso di licenziare una settantina di facchini sindacalizzati. Nonostante le cariche e gli scontri, lo sciopero va avanti e si espande in altre filiali. Nello stesso periodo al porto di Napoli il SiCobas sciopera bloccando l’accesso al varco. Alla fine del mese tocca al trasporto marittimo. Il fermo di ventiquattro ore è proclamato dai sindacati confederali. 

Nel settore delle consegne a domicilio si alternano mobilitazioni dal basso e manovre di palazzo. In settembre l’associazione datoriale Assodelivery e il sindacato Ugl, dalla dubbia rappresentanza, firmano un vero e proprio Ccnl, un accordo pirata subito sconfessato dalle confederazioni e dai collettivi di rider, nonché dal ministero del Lavoro. Le critiche piovute sull’accordo inducono la piattaforma JustEat a rompere il fronte padronale: in novembre l’azienda esce da Assodelivery e annuncia un piano di assunzione della manodopera nel quadro di rapporti di lavoro dipendente. A marzo arriva l’annuncio di un accordo con i sindacati confederali per l’inquadramento di quattromila fattorini. All’orizzonte potrebbe esserci però il modello, già visto nel Regno Unito, delle agenzie interinali. JustEat ha già un accordo globale con l’agenzia Randstad per la somministrazione di manodopera, che potrebbe essere utilizzato anche in Italia. 

Ai rider, prevede l’accordo, si applicherà il Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione, scaduto il 31 dicembre 2019, e il cui rinnovo rivela un percorso difficile. A tal proposito SiCobas e AdlCobas proclamano uno sciopero nazionale il 23 ottobre, riprendendo la mobilitazione per il rinnovo del contratto nazionale. «Nella logistica abbiamo lavorato, portandoci il contagio a casa in moltissimi magazzini, senza alcun riconoscimento a tutela del salario» si legge in una nota. Il sindacato di base rivendica tra le altre cose la partecipazione alla trattativa per il rinnovo del contratto, la clausola di salvaguardia anche per il personale viaggiante, il superamento definitivo del socio lavoratore nelle cooperative, l’estensione degli aspetti migliorativi ottenuti in alcune società all’intero comparto e gli aumenti salariali. Un altro sciopero nazionale viene proclamato il 18 dicembre. L’adesione è tra le più alte dall’inizio della pandemia. 

Un mese dopo, FedEx presenta il conto dell’assorbimento di Tnt: più di seimila posti di lavoro in meno in Europa. Si fermano le piattaforme FedEx-Tnt di Milano, Bologna, Parma, Piacenza, Roma, Fidenza, Modena e Napoli, per uno sciopero di due giorni dei lavoratori dell’intera filiera iniziato la notte del 18 gennaio 2021. Proteste anche a Liegi, in Belgio.

La mattina del 21 gennaio 2021 si svolge il primo incontro nazionale tra sindacati confederali e Amazon logistica Italia, assistita da Conftrasporto, per discutere delle questioni relative all’intera filiera logistica gestita dal colosso del commercio elettronico. Il 26 gennaio Giuseppe Conte rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato e si aprono le consultazioni.

Il 29 gennaio la filiera logistica subisce disagi e ritardi a causa dello sciopero generale nazionale proclamato dal SiCobas. Nello stesso giorno si svolge il secondo incontro a livello nazionale tra Amazon logistica Italia e i sindacati confederali. 

La tensione aumenta a Piacenza nei primi giorni di febbraio. Nel corso dello sciopero, dopo cinque giorni di picchetto la polizia lancia lacrimogeni sugli scioperanti per disperdere il presidio fuori dal magazzino di Piacenza allo scopo di far uscire una quarantina di veicoli industriali. 

Pochi giorni dopo l’annuncio del piano di ristrutturazione europeo, FedEx illustra alle sigle sindacali Cgil, Cisl, Uil e Ugl l’intenzione di voler tagliare in Italia almeno duecento posti di lavoro. La mobilitazione del SiCobas prosegue, in particolar modo a Piacenza e a Peschiera Borromeo. Il 9 febbraio i rappresentanti del SiCobas raggiungono un accordo con FedEx alla prefettura di Piacenza. Secondo fonti sindacali, la vertenza è costata a FedEx sette milioni in una settimana. L’accordo prevede il riconoscimento di una tantum di duecento euro, cui si aggiungono un buono pasto di sette euro e la disponibilità ad aprire una trattativa su malattia e infortunio. Durante i picchetti davanti all’ingresso della piattaforma avviene una contrapposizione tra facchini mobilitati dal SiCobas e autisti di una cooperativa mobilitati dalla Filt Cgil e dall’Ugl. 

Il 13 febbraio si insedia il governo Draghi: a sostenerlo ci sono Lega, Pd e M5s, oltre a Forza Italia, Italia viva e altre forze di centro. LeU si spacca e la sua delegazione al Senato entra nella nuova maggioranza. Nei giorni immediatamente successivi, a metà febbraio scioperano gli autisti che lavorano per cinque imprese di autotrasporto nella piattaforma Amazon di Vigonza, provincia di Padova. Indetto dalla Filt-Cgil contro i ritmi di lavoro intollerabili, lo sciopero dura per l’intero turno della distribuzione. Il volantino di rivendicazione titola: «Basta Ammazzarci!».

Verso la fine di febbraio i sindacati confederali organizzano uno sciopero degli autisti delle imprese di autotrasporto che lavorano per le piattaforme Amazon di Brandizzo, in provincia di Torino, e di Pisa. L’algoritmo che governa gli autisti li costringerebbe a compiere centoquaranta consegne all’ora. Oltre al problema del lavoro a chiamata per i driver, a Pisa i sindacati denunciano carichi di lavoro insostenibili, fino a duecento pacchi in dieci ore.

Nella tarda serata del 24 febbraio, i sindacati confederali firmano con le associazioni datoriali il rinnovo del Contratto nazionale dei lavoratori portuali. Una sfera di applicazione che interessa circa ventimila persone. Quasi contemporaneamente, i sindacati interrompono le trattative per il rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione, scaduto nel dicembre 2019. «Chiediamo l’immediato ritiro delle pretestuose e inaccettabili richieste delle parti datoriali e qualora l’atteggiamento non venisse modificato saremo costretti a mettere in campo ogni azione utile affinché si proceda al rinnovo del contratto scaduto.» Le associazioni datoriali richiedono la revisione dell’articolo 42 del contratto collettivo nazionale sulla clausola sociale, la riduzione del trattamento economico di malattia, l’ampliamento del lavoro a chiamata, interventi sul regolamento relativo al diritto di sciopero ecc. 

Il mese di marzo inizia con uno sciopero di ventiquattro ore al porto di Genova, dopo la lettera di diffida nei confronti della compagnia portuale Culmv che i terminalisti aderenti a Confindustria hanno presentato all’Autorità portuale. 

Mentre a Roma le trattative stagnano, Piacenza torna a essere l’epicentro del conflitto. La mattina del 10 marzo la polizia esegue perquisizioni nelle abitazioni di ventuno lavoratori e arresta i due coordinatori provinciali del SiCobas con l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, lesione personale aggravata e violenza privata. La polizia notifica anche sanzioni per violazioni della normativa anti Covid-19 per un totale di circa tredicimila euro e avvia cinque procedimenti per revoca del permesso di soggiorno. Le accuse risalgono allo sciopero contro la FedEx-Tnt tra gennaio e febbraio 2021 nella piattaforma di Piacenza. Lo stesso giorno la procuratrice capo di Piacenza Pradella, dichiara in conferenza stampa, affiancata dal questore e del dirigente locale della Digos: 

Siamo di fronte a condotte particolarmente violente che avevano un trend di pericolosità in crescita, quindi è stato opportuno l’intervento delle forze dell’ordine e anche la risposta sul fronte giudiziario a fronte di comportamenti violenti e privi di ogni valenza sindacale. Tanto è vero che i sindacati che hanno sempre mantenuto un dialogo aperto e leale con la Tnt, come la Cisl, hanno con forza stigmatizzato il comportamento di questi soggetti. 

In pochi condannano questa ingerenza della Procura nell’esercizio delle libertà sindacali. Nel frattempo Fedex-Tnt si prepara a sconfessare l’accordo siglato pochi giorni prima in prefettura e a chiudere l’hub piacentino, che si era “lealmente” impegnata a preservare. Lo stesso giorno i sindacati confederali proclamano uno sciopero nazionale di ventiquattro ore per il 22 marzo 2021 contro Amazon, coinvolgendo per la prima volta tutti i lavoratori della filiera distributiva del colosso americano, comprese tutte le società di fornitura di servizi di logistica, movimentazione e distribuzione delle merci che operano per Amazon logistica e Amazon transport. 

SiCobas e AdlCobas proclamano uno sciopero nazionale del trasporto e della logistica per il 26 marzo. Alla base della protesta, la richiesta di partecipare con una propria piattaforma al rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione. 

I sindacati confederali proclamano lo sciopero nazionale di ventiquattr’ore della logistica per il 29 marzo 2021. «Le associazioni datoriali hanno insistito nel presentare richieste non solo irricevibili ma addirittura mortificanti nei confronti di un mondo del lavoro che tanto ha dato in questi tempi duri di pandemia». La trattativa sul rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione è ancora in stallo. 

In un comunicato FedEx illustra la riorganizzazione della rete italiana, annunciando la chiusura dell’hub di Piacenza. I sindacati di base SiCobas e AdlCobas rilanciano la mobilitazione contro la multinazionale, dopo il lungo sciopero tra gennaio e febbraio 2021, la carica della polizia, e l’accordo in cui FedEx assicurava la salvaguardia dell’occupazione. Il 26 marzo, intanto, il Tribunale del Riesame di Bologna revoca le misure restrittive nei confronti dei due sindacalisti del SiCobas piacentino. 

Dopo l’annuncio della chiusura della piattaforma FedEx di Piacenza, il sindacato di base SiCobas in un incontro alla prefettura ricorda alla controparte l’impegno preso nell’accordo siglato a febbraio scorso. La mobilitazione riprende forma. Ondivago l’atteggiamento dei sindacati confederali. Il SiCobas il 1° aprile proclama uno sciopero nelle piattaforme di San Giuliano Milanese e Parma, con picchetti ai cancelli. La protesta prosegue con la formula dello sciopero a scacchiera. Il 3 aprile si fermano gli impianti di Bologna e di Peschiera Borromeo, poi a Teverola (Napoli) e Fiano Romano (Roma). 

Cresce la tensione tra SiCobas e Filt Cgil, tanto che il SiCobas di Piacenza annuncia una manifestazione davanti alla Camera del lavoro per il 12 aprile. I due schieramenti si fronteggiano davanti alla Camera del lavoro, separati da un cordone di polizia. 

Il prefetto di Piacenza chiede l’istituzione di un tavolo interministeriale sulla vicenda FedEx, che a marzo ha annunciato la chiusura della piattaforma logistica di Piacenza. La decisione della chiusura è irrevocabile. FedEx annuncia un nuovo piano di assunzioni, con l’internalizzazione di 800 lavoratori, di cui 200 nella regione. Non c’è possibilità di ricollocare i 280 lavoratori della piattaforma di Piacenza. Lo sciopero a scacchiera proclamato dal SiCobas contro il piano di ristrutturazione e la chiusura di Piacenza prosegue.

A Padova e Bologna la Filt Cgil firma un accordo con FedEx-Tnt per l’internalizzazione della manodopera. I sindacati di base contestano questi accordi. il 26 aprile il Si Cobas convoca a Bologna un presidio davanti alla Camera del Lavoro. 

Mentre in Italia la stagione delle lotte nella logistica continua, in Germania, malgrado la feroce opposizione delle organizzazioni imprenditoriali, il Parlamento approva il Lieferkettengesetz (“legge sulle catene di fornitura”) che ritiene responsabile l’azienda committente o capofila per qualunque violazione dei diritti umani che possa essere commessa da una delle aziende coinvolte nella filiera di fornitura.

Note a margine del conflitto 

Le contraddizioni che attraversano il settore, tuttavia, rimangono irrisolte. Proviamo ad analizzarle qui, come esito di un dialogo costante e di una riflessione in corso tra gli autori di questi appunti.

Le cronache degli avvenimenti sopra accennati hanno in comune l’appartenenza a ciò che viene convenzionalmente chiamato “logistica”, un comparto destinato alla spedizione e consegna di merci, nonché al loro relativo stoccaggio e manipolazione. La centralità acquisita della logistica è tale che ormai essa è diventata la lente con cui guardare all’intero mondo della produzione, ancor di più in tempo di pandemia. Noi preferiamo guardare la logistica come se fosse un gioco a incastro da montare e smontare, da assemblare e da decifrare con lenti che vanno aggiornate costantemente per poter leggere certi fenomeni eterogenei e in rapida evoluzione. 

Siamo di fronte a dimensioni che appaiono solo apparentemente separate, legate tra loro da molti vasi comunicanti e accomunate da fenomeni come l’internazionalizzazione, la concentrazione del capitale e la conseguente riorganizzazione produttiva. Qualche esempio a nostro avviso emblematico: la concentrazione dei vettori di trasporto navale e le relative pressioni sempre più insostenibili sui terminalisti e sul lavoro portuale (e retroportuale). L’oligopolio nella corrieristica, con pochi grandi vettori in America ed Europa (Ups, FedEx, Dhl, Gls, Depo), che hanno poi cominciato a confrontarsi con il crescente peso dell’aspirante monopolista del commercio online.

Se dalla parte del capitale internazionalizzazione vuol dire concentrazione, dalla parte del lavoro vuol dire estrema frammentazione. Troviamo la frammentazione del lavoro sul ciglio banchina dei porti, nei magazzini tra i facchini di movimentazione, tra gli autisti di consegna, tra i camionisti. 

Nella tradizione delle relazioni industriali, è la contrattazione il luogo di ricomposizione. Il Contratto collettivo nazionale dei porti è stato rinnovato di recente dopo un periodo di trattative estenuanti, mentre quello Logistica, trasporto merci e spedizione è in fase di stallo da tempo. Finora l’occasione del rinnovo contrattuale non è stata interpretata dai sindacati in una modalità “ambiziosa” di filiera, eppure il clima creato dalle mobilitazioni in corso aprirebbe opportunità a questa linea per imporsi. Senza il clima politico creato dalle mobilitazioni dei collettivi dei rider non si sarebbe mai giunti alla sentenza del Tribunale di Milano; senza il movimento dei facchini animato dal sindacalismo di base non si sarebbe mai giunti agli accordi migliorativi. Modalità di partecipazione e delega, pratiche, strutture organizzative, composizione degli iscritti: questi soggetti collettivi portano avanti da tempo strategie sindacali e di mobilitazione alternative a quelle dei sindacati titolari della contrattazione collettiva nazionale. Sarebbe opportuno iniziare a prendere seriamente in considerazione il contributo portato da queste esperienze sindacali in termini di conflitto, negoziazione e miglioramento delle condizioni di lavoro. 

È invece nella vicenda Amazon che il sindacalismo confederale tenta di assorbire l’esempio di quanto successo negli anni scorsi nella corrieristica, mettendo in campo un approccio “di filiera”. Tuttavia, per quanto ambiziosa e avanzata rispetto alle parallele esperienze europee (si vedano le difficoltà del sindacato tedesco Ver.Di), questa strategia mostra i suoi limiti, sia teorici che pratici. Il sindacato confederale, infatti, ma in realtà principalmente la Cgil, punta a una contrattazione di secondo livello che abbracci non solo i magazzinieri ma anche i driver. Il problema è che le filiere Amazon e di FedEx, così come quelle di Ups, Brt e Sda non sono isolate l’una dall’altra. Eppure, al momento sono in corso due lotte parallele che non convergono: quella in Amazon, che a tre mesi dagli scioperi sembra tornata dormiente, e quella in FedEx, che invece non cessa di inasprirsi. Lo sciopero “di filiera” di Amazon promosso dai confederali è sicuramente un avanzamento, un salto di qualità necessario per pretendere un’interlocuzione con la multinazionale di Seattle. E finora i sindacati italiani, diversamente dai colleghi tedeschi o francesi, sono stati gli unici a teorizzare e a mettere in pratica un approccio di filiera. Ma il perimetro indicato da quello sciopero è in realtà solo la punta dell’iceberg. Non esiste infatti solo la filiera diretta Amazon (grandi hub, come quelli di Piacenza, Rieti e Torino; centri di smistamento, come quello di Piacenza; delivery station, che al momento sono almeno venticinque; stazioni dell’ultimo miglio da dove partono i driver esternalizzati). Questa è la rete di ultima generazione che Amazon ha costruito solo a partire dal 2017. Parallelamente, Amazon si è sempre appoggiata alle reti dei grandi corrieri (Ups, Bartolini, Sda e FedEx-Tnt) che svolgono un numero imprecisato ma rilevante di consegne, e per finire alla rete di Poste italiane – che nel 2019 ha chiuso un accordo con i sindacati confederali per ristrutturare la propria rete e adattarla alle esigenze dell’e-commerce. L’accordo di Poste italiane implica l’aumento dei ritmi di lavoro e l’allungamento della giornata lavorativa. A questo si aggiunge un’ulteriore compressione dell’organico. In effetti, a fronte di quindicimila uscite volontarie o incentivate, si prevedono seimila assunzioni, ma queste unità non corrispondono a un aumento dell’occupazione: saranno in gran parte forme di stabilizzazione da tempo determinato a indeterminato o semplici trasformazioni orarie da tempo parziale a tempo pieno. Se i picchi di lavoro lo richiederanno, inoltre, Poste si rivolgerà alle agenzie di somministrazione. 

Nel gergo del settore questo ricorso alle reti postali da parte delle aziende di e-commerce viene chiamato “Postal injection” ed è una strategia utilizzata da Amazon per ampliare la propria rete anche alle zone più remote, che sono servite solo dalla rete pubblica dei servizi nazionali di posta, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Ma dall’alto della sua posizione monopolistica/monopsonistica Amazon può imporre le sue condizioni. Questa posizione di vantaggio cresce dal momento in cui l’azienda di Seattle punta a completare la sua rete estendendola all’ultimo miglio. A questo punto Amazon è allo stesso tempo maggior cliente e concorrente dei gruppi di corrieristica. L’impatto sulle condizioni di lavoro è al ribasso, perché Amazon fa dumping: trascina in giù i costi (e quindi il valore del lavoro) dell’insieme del settore delle consegne, come nel caso di Poste italiane.

Da un lato le grandi aziende di corrieristica, nonché Poste italiane, si ritrovano a essere fornitori di Amazon. Ma dall’altro Amazon ha anche la sua rete: l’azienda di Seattle ha scelto di internalizzare una parte delle consegne di ultimo miglio esattamente sulla considerazione che i costi di questo servizio dai corrieri non erano comprimibili all’infinito attraverso il sistema di appalti (di qui la scelta di un modello alternativo alle cooperative: quello delle agenzie interinali, dalla funzione disciplinante ancora più insidiosa rispetto alle cooperative). 

Da questa prospettiva, concentrare gli sforzi su Amazon per migliorare le condizioni di lavoro nella sua rete rischia di essere velleitario se nel frattempo si firmano accordi che deteriorano le condizioni di lavoro nel resto del settore. Inoltre, organizzare uno sciopero di filiera in Amazon (il 22 marzo) e una settimana dopo lo sciopero nazionale di settore (il 29 marzo) è una scelta difficile da comprendere se l’obiettivo è la ricomposizione e non il micro-corporativismo. Separando di fatto le lotte dei driver e dei magazzinieri Amazon da quelle più generali per il rinnovo del contratto della logistica, rende anche la vita più facile ad Amazon dal punto di vista organizzativo: è abbastanza evidente che con un preavviso di 12 giorni l’azienda abbia potuto dirottare gli ordini sui corrieri, così riducendo l’impatto dello sciopero del 22 marzo sulle consegne. 

L’obiettivo dello sciopero del 22 marzo è stato quello di riaprire la trattativa con l’azienda, e i sindacati hanno avuto soddisfazione: il tavolo, convocato dal ministro del Lavoro Orlando, è stato riaperto, ma i tempi sembrano essere lunghi e i contenuti incerti. Uno dei nodi cruciali su cui è maturato lo stallo nelle trattative è stata la condizione dei driver, sui quali Amazon ha un potere di controllo diretto attraverso i software di gestione e il potere di mercato (è Amazon che stabilisce le rotte, è Amazon che stabilisce standard e ritmi), ma verso i quali rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità negoziale, trattandosi di lavoratori in appalto. Il tavolo ministeriale si aggiornerà nei prossimi mesi, e nel frattempo delegazioni sindacali e aziendali sono invitate a trovare un compromesso. Ma intanto Amazon prosegue nella sua espansione e soprattutto nella strategia di “uberizzazione”: stop ai driver con contratti di lavoro dipendenti e via libera a driver reclutati come lavoratori autonomi, ma sempre eterodiretti via algoritmo. Di fronte alla velocità con cui Amazon ristruttura permanentemente la propria filiera, le organizzazioni dei lavoratori possono permettersi di attendere? Più in generale, la proposta dei sindacati confederali di una piattaforma contrattuale di secondo livello per tutta la filiera logistica targata Amazon (che non include i più di mille operatori del call center Amazon di Cagliari) lascia intravedere la volontà di negoziare con l’azienda parte del surplus da monopolio di Amazon, che andrebbe condivisa con i dipendenti, rischiando però di creare una sorta di aristocrazia operaia protetta dal monopolio e isolata rispetto al resto. 

Anche il sindacalismo di base si ritrova ad affrontare la questione delle alleanze e della ricomposizione. Una strategia di allargamento che forse poteva essere già messa in atto il mese scorso, durante lo sciopero Amazon. La questione non è tanto quella di aderire allo sciopero nella rete Amazon, dove il sindacato di base non ha una presenza significativa. Durante lo sciopero del Black friday del 2017 al magazzino Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza) il SiCobas, che è il principale sindacato nei magazzini della provincia (da Tnt a Leroy-Merlin, da Gls a Geodis) ha portato una sua corposa delegazione, che però è rimasta isolata dagli scioperanti di Amazon. Al contrario sarebbe forse più efficace portare in sciopero i lavoratori delle grandi aziende di corrieristica che consegnavano i pacchi per conto di Amazon, e in cui il sindacato di base ha una presenza maggioritaria. A distanza di cinque anni il sindacato di base non è riuscito a espugnare il fortino Amazon, malgrado il suo fantasma si aggiri nei suoi magazzini, ma la sua presenza nel resto del settore si è consolidata. Così il 22 marzo scorso avrebbe comunque potuto aderire allo sciopero dei confederali mobilitando i lavoratori di aziende come FedEx-Tnt, Gls, Brt o Sda, che movimentano una parte importante dei volumi di Amazon. Aprire un fronte nella filiera allargata potrebbe avere una portata politico-strategica di rottura: il sindacato di base potrebbe rendere più efficace lo sciopero in Amazon (che il 22 marzo ha con ogni probabilità dirottato parte dei volumi nella rete di queste aziende partner), mostrare la reale ampiezza della filiera Amazon allargata, contribuire alla sua ricomposizione e così posizionarsi all’avanguardia del movimento nella logistica. Questa occasione non è stata colta e il rischio ora è di scontare questo isolamento sul fronte della vertenza FedEx-Tnt. 

Dalla nostra prospettiva appaiono particolarmente problematici gli accordi stipulati in FedEx che da un lato prevedono l’internalizzazione dei dipendenti delle cooperative ma che dall’altro mettono in difficoltà il sindacato di base e con esso anni di lotte e di conquiste sociali. Tutto questo come se il sindacato di base e le sue pratiche di lotta, che si sono rivelate non solo efficaci ma anche in vari casi riconosciute come legittime dalla giurisprudenza, sorgessero dalla cospirazione di qualche militante di base o dall’indisciplina dei facchini immigrati, e non da un problema strutturale di rappresentanza del sindacato confederale alla periferia del mercato del lavoro. 

È banale ma forse necessario ricordarlo: se il sindacalismo alternativo si è imposto in un settore cruciale come quello della logistica è perché la politica concertativa dei sindacati confederali aveva lasciato uno spazio vuoto, in un assetto che ingabbia il conflitto e non riesce a contrastare precarietà e svalutazione salariale. Nella logistica questo assetto è saltato e non potrà essere ripristinato, se non al prezzo di licenziamenti di massa e repressione poliziesca. Il piano di FedEx è quello di liberarsi del sindacato di base e dei suoi lavoratori iscritti, di abrogare gli accordi migliorativi che il sindacato di base ha strappato in dieci anni di lotte; infine, di superare il sistema di appalti alle cooperative e internalizzare circa metà della manodopera, abbandonando il resto alle agenzie interinali. 

Il modello all’orizzonte è quindi quello di Amazon (un nucleo di manodopera stabile e un esercito di riserva a chiamata, condannato a precarietà e subordinazione e disciplinato dalla possibilità di un lavoro stabile in un’azienda monopolistica) che, a dieci anni dal suo arrivo in Italia, sembra poter indurre gli attori a ridisegnare a sua immagine l’intero comparto. Le altre aziende stanno alla finestra: se il piano di FedEx passa, non è detto che le altre non seguiranno. I costi sociali di questa battaglia saranno altissimi: migliaia di lavoratori verranno licenziati e i rimanenti dovranno accettare condizioni di lavoro peggiori delle attuali. Il rischio di questa strategia è quello di avere non solo costi sociali elevati ma anche effetti paradossali: da un lato il sindacato confederale lotta in Amazon contro il suo modello, e dall’altro promuove la sua estensione in FedEx e, in prospettiva, nel resto del settore. 

Proprio nel resto del settore procedono le trattative per il rinnovo del contratto nazionale e anche i settori di base del sindacato confederale (in particolare nella filiera Ups lombarda) stanno esprimendo insoddisfazione per il modo in cui i vertici stanno conducendo i negoziati. Le prospettive per una ricomposizione dal basso potrebbero quindi allargarsi.

D’altro canto il sindacalismo di base in un solo settore (qualunque esso sia) rischia di rivelarsi insufficiente a rendere durature ed espansive le conquiste ottenute. Se il pendolo continuerà a oscillare tra tentazioni di autosufficienza e progetti effimeri di restaurare una strategia sindacale riformista in assenza di riformismo, la ricomposizione resta lontana e l’azione sindacale rischierà di ritrovarsi in un’impasse, a scapito dei lavoratori. 

Post Scriptum

A un anno e mezzo dalla scadenza, il 18 maggio 2021 i sindacati confederali e ventitré associazioni datoriali hanno firmato la parte economica del rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione. L’accordo, per volontà di entrambe le parti, ha riguardato solo la parte economica. Voci insistenti parlavano del tentativo, da parte padronale, di provare a fare entrare l’intero settore del trasporto merci su strada all’interno dei servizi pubblici essenziali regolati dalla L. 146, ai fini del contenimento delle mobilitazioni che si sono concentrate nel settore. L’accordo economico prevede 230€ (all’incirca 10€ al mese netti) di una tantum, da corrispondere in tre rate, per colmare la vacanza contrattuale. L’aumento contrattuale sarà poco meno di 90€ lordi per un V livello (quello più comune nella movimentazione merci), poco più di 100€ per i livelli che prevedono le mansioni di personale viaggiante. A queste soglie di aumento ci si arriverà però solo per gradi dilazionati, l’ultimo scaglione di aumento è previsto solo nel 2024. Il rinnovo è giunto ad articolo già steso e non c’è la possibilità di soffermarci adeguatamente, come faremo in seguito, sul dibattito generato dalle assemblee di ratifica dell’accordo. È una chiusura di contratto che viene dopo quella del dicembre 2017, che era superiore di 70€ nell’una tantum, e di almeno una decina di euro nei minimi tabellari. Va detto che le cifre di aumento non sono insostenibili, dato che il trasporto merci (nello specifico il settore poste e corrieri) secondo le analisi sul fatturato dei servizi è l’unico settore (insieme all’It) che è continuato a crescere nel 2020.

Un aggiornamento ulteriore arriva ancora dalla Procura di Milano, dove i pubblici ministeri Giovanna Cavalleri e Paolo Storari hanno disposto un sequestro preventivo di venti milioni nei confronti di Dhl supply chain nell’ambito di un’indagine su frodi fiscali attuate da un consorzio e ventitré cooperative che hanno lavorato per la multinazionale tedesca. Il sequestro è avvenuto il 7 giugno ed è stato convalidato dal Gip il 21 giugno. Secondo gli inquirenti, la Dhl avrebbe usato i servizi di un consorzio di cooperative come schermo per evitare assunzioni o contratti di somministrazione di manodopera. I pubblici ministeri sostengono che tali contratti di esternalizzazione del lavoro nelle piattaforme logistiche avevano lo scopo di evadere imposte e contributi. Nel testo del verbale di sequestro, i magistrati hanno scritto che «la società committente, azienda leader nell’ambito della logistica abusa dei benefici offerti dal sistema illecito, neutralizzando il proprio cuneo fiscale mediante l’esternalizzazione della manodopera e di tutti gli oneri connessi». I magistrati aggiungono che dall’indagine è emersa «una complessa frode fiscale caratterizzata dall’utilizzo di fatture soggettivamente inesistenti, da parte della multinazionale, e dalla stipula di fittizi contratti di appalto per la somministrazione di manodopera, effettuata in violazione della normativa di settore». L’inchiesta della Procura conferma da un lato l’inquinamento del tessuto imprenditoriale nel settore della logistica e dall’altro la frammentazione e la capacità dei soggetti collettivi organizzati e istituzionalizzati di contrastare l’illegalità strutturale che caratterizza il mondo della logistica. 

Il 18 giugno Adil Belakhdim, sindacalista del Si Cobas, viene travolto da un camion e muore durante uno sciopero davanti a un centro di distribuzione alla Lidl di Biandrate, in provincia di Novara.

Sitografia

«FedEx-Tnt, i corrieri contro il picchetto: “Vogliamo lavorare”», Libertà, 5 febbraio 2021.

Impatto del Covid-19 sul lavoro femminile in Italia. Alcune riflessioni

Ariella Verrocchio

La categoria di genere ai tempi della pandemia

Se sulla scena pubblica e mediatica il tema donne/lavoro va sempre più acquistando spazio, interesse, attenzione, molto lo si deve agli studi che hanno indagato il mondo del lavoro con un’ottica di genere. Nel muovere da diversi approcci disciplinari – diversi ma unificati dalla condivisione di un medesimo punto di vista: il genere – questi studi hanno prodotto un ricco apparato analitico, generato complesse reti concettuali e interpretative, messo a disposizione una grande mole di dati, conoscenze, narrazioni. Senza questi apporti – è bene sottolinearlo – la nostra sarebbe una riflessione manchevole, incompiuta, non aderente alla realtà. Nel difficile e complicato momento storico che stiamo vivendo, la categoria di genere sta del resto mostrando una volta di più – e forse con rinnovata forza e incisività – di costituire una chiave di lettura fondamentale: per comprendere le diverse problematiche sociali, economiche, culturali generate e/o evidenziate dalla pandemia; per riconoscere la complessità e l’eterogeneità del suo impatto sulla vita delle persone. 

Oggi nel dibattito pubblico, l’aggravarsi delle problematiche dell’occupazione femminile nell’impatto con il Covid-19 ha costituito un potente fattore di ripresa di interesse sul tema donne/lavoro, una ripresa accresciuta e stimolata anche dallo spazio riservato alla parità di genere dal Pnrr. Nel guardare al tema delle diseguaglianze e delle strategie necessarie al loro superamento, in tale dibattito è possibile rintracciare, almeno in parte, il riflesso di analisi fondate su una prospettiva di genere – come per esempio in «Il femminismo dei dati», uscito sul blog ingenere. 

Nell’ambito delle più recenti indagini e riflessioni sul mondo del lavoro declinate sul genere, la prima cosa che possiamo osservare è come queste tendano a ruotare e a incentrarsi su due principali assi tematici. Uno è quello rappresentato dai processi di riorganizzazione del lavoro innescati e/o accelerati dalla pandemia (smart working, telelavoro, lavoro da remoto), sui quali sta sollecitando una diversa interrogazione e problematizzazione in termini di impatto e di ricadute sul lavoro delle donne e degli uomini. Il secondo asse tematico guarda alle problematiche pandemia/disuguaglianze, tema che nella declinazione genere e lavoro viene affrontato a partire dal riconoscimento delle disparità che l’emergenza sanitaria ha effettivamente prodotto e/o rischia di produrre e quelle disparità che non sono state create dall’evento pandemico ma che questo ha semmai esacerbato ed esasperato. 

La lettura del mondo del lavoro con una prospettiva storica e di genere ci consente di fare chiarezza su come l’emergenza sanitaria stia evidenziando gap strutturali e culturali di lungo periodo, in primo luogo riconducibili a nodi, fragilità, ritardi inerenti al mercato del lavoro e al sistema di welfare italiani. Allo stesso tempo, nel provare a valutare l’impatto che la pandemia sta avendo sul lavoro (e sulla vita) delle donne, la prospettiva di genere sta richiamando l’attenzione sulla necessità di mantenere vigile lo sguardo su quelle situazioni in cui la straordinarietà generata dal contesto emergenziale potrebbe trascinarle verso nuovi rischi e pericoli di arretramento. 

Questa specifica forma di sapere costituisce una risorsa culturale fondamentale per un deciso e forte cambio di passo su parità e questioni di genere, un cambio di passo che non può più essere rimandato. Offrire a questo sapere la possibilità di contribuire direttamente al cambiamento rappresenta una sfida, tra le molte che ci attendiamo siano finalmente accolte nel nostro paese. 

L’immagine della “mamma italiana”. Uno stereotipo tanto radicato quanto disatteso

Risale a dieci anni fa la pubblicazione di Italiane. Biografia del Novecento di Perry Willson, studiosa di storia delle donne e di genere presso la University of Dundee (Scozia). È un libro che desidero ricordare perché contiene un’indicazione di prospettiva a mio avviso importante: quella che per guardare alle trasformazioni dei ruoli e delle vite delle donne nel nostro paese è necessario non perdere mai di vista il ruolo giocato da un’immagine fortemente standardizzata e condivisa della figura della madre italiana. Lo stereotipo in questione è quello di una madre forte e generosa, che ama incondizionatamente i propri figli, sempre pronta a sacrificarsi per loro. Uno stereotipo potente e persistente, tanto radicato nella nostra società quanto disatteso nella realtà quotidiana della vita delle donne italiane. Messa su un piedistallo, celebrata per le sue virtù, la “mamma italiana” è stata e continua a essere una madre molto poco aiutata dallo Stato. Il persistere di marcati squilibri nella distribuzione familiare dei compiti domestici e di cura, nella conciliazione tra tempi di vita e di lavoro sono problemi che da tempo rientrano nell’ordinarietà delle esistenze femminili. Che l’Italia non sia un Paese per madri lavoratrici, per riprendere il titolo di un articolo di Chiara Saraceno, non è quindi certamente una novità. 

L’Italia si presenta come un Paese nel complesso ancora piuttosto riluttante ad abbattere uno dei principali cardini su cui si è storicamente retta la società patriarcale, la divisione sessuale del lavoro. Tra i diversi dati che attestano questa persistenza, vorrei richiamare l’attenzione su quelli contenuti nel report Conciliazione tra lavoro e famiglia dell’Istat inerenti alla percentuale di donne che nel nostro paese non hanno mai lavorato per occuparsi dei figli. A emergere rispetto a Ue-28 per l’anno 2018 è un’incidenza tutt’altro che trascurabile e sensibilmente più alta di quella riscontrabile in altri Stati europei – in Italia pari all’11,1 % a fronte del 3,7 % nel complesso dei paesi dell’Unione. Un dato che, collegato al fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici madri con figli nei primi tre anni di vita, appare sintomatico delle difficoltà che molte donne continuano a incontrare nel far coesistere nelle proprie vite esperienza materna ed esperienza di lavoro. Secondi i dati contenuti nel Rapporto 2020 dell’Ispettorato nazionale del lavoro, le donne che nel 2019 hanno volontariamente interrotto il rapporto di lavoro sono state 37.611, nella grande maggioranza di nazionalità italiana, mentre gli uomini 13.947, con un’incidenza sul totale rispettivamente del 73% e del 27%. Occorre precisare come il dato numerico registrato dall’Ispettorato sia un dato di non facile interpretazione, che va valutato in relazione alle informazioni che la normativa prevede siano fornite in caso di dimissioni da parte di genitori con figli sino ai tre anni (nel caso dei padri solo per quelli che hanno “sostituito” la donna nel congedo di maternità), ovvero avvenute nel periodo compreso tra il primo anno di vita del figlio, nel quale vige il divieto di licenziamento, e nei due anni successivi, durante i quali cessa il divieto ma perdurano problematiche legate alla cura e alla gestione dei figli (per un approfondimento si veda «Due cose sulle dimissioni volontarie»). 

Tuttavia ciò che fin da una prima lettura dei dati appare allarmante è il trend ininterrottamente negativo assunto dal fenomeno in poco meno di dieci anni. I dati numerici registrati dall’Ispettorato del lavoro nel periodo 2011-2019 indicano infatti un costante aumento di dimissioni volontarie, che dai 17.175 casi per le donne e i 506 per gli uomini registrati nel 2011 salgono nel 2019 ai già ricordati 37.611 per le prime e 13.947 per i secondi. Sono dati che confermano una volta di più come la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro costituisca nel nostro paese un’area di forte criticità, in particolare per i genitori con bambini piccoli. La scelta di fare un figlio rappresenta per le donne italiane una scelta particolarmente difficile e che continua a portare con sé rischi anche molto alti, dal ritornare al rimanere a casa, dall’uscita dal mercato del lavoro all’isolamento. I dati sulle nascite del resto parlano chiaro, mostrandoci un andamento della natalità annua che dal secondo dopoguerra in poi è contraddistinta da fasi di prolungata e forte pendenza negativa. Un trend di lungo periodo che negli ultimi sette anni, dopo qualche debole segnale di ripresa nel decennio a cavallo del secolo, è andato assestandosi in direzione di un costante e rapido peggioramento fino a registrare nel 2019 il tasso più basso dall’Unità d’Italia, record ulteriormente superato un anno dopo per effetto dell’impatto del Covid-19 sui progetti familiari ed esistenziali delle persone (si veda «Scenari sugli effetti demografici di Covid-19: il fronte della natalità»). L’andamento demografico italiano costituisce il fenomeno che forse ci mostra con maggior evidenza una delle più marcate contraddizioni della nostra società: nel paese della “mamma italiana” nascono pochissimi bambini, e la denatalità rappresenta un’emergenza. 

Non si porrà mai abbastanza l’accento su quanto gli stereotipi di genere contribuiscano a creare e a sostenere disuguaglianze. Riconoscere la loro funzione, capire le ragioni della loro forza e persistenza significa svelare processi che hanno il potere di influenzare i destini delle persone, di plasmarne le identità. Se insisto sull’immagine della madre italiana, su quella ambigua figura, per dirla con le parole di Lea Melandri, sospesa tra sacralità e determinismo biologico, è perché credo rappresenti uno degli stereotipi nazionali per eccellenza. Uno stereotipo funzionale al permanere di politiche tese a legittimare la divisione sessuale del lavoro, politiche che anziché investire in infrastrutture sociali preferiscono sostenere un welfare di tipo familiare di cui la donna è l’asse portante. Sovraccarico di lavoro domestico ed eccesso di responsabilizzazione verso la cura dei propri familiari sono questioni che da decenni penalizzano la vita delle donne italiane, pregiudicando la possibilità di crescita demografica, economica e sociale del nostro paese. 

La cura della casa e della famiglia ai tempi del Coronavirus. Quando a cambiare è la visibilità del lavoro femminile 

Ma che cosa è accaduto al lavoro delle donne nell’impatto con la pandemia? Per provare a rispondere a questa domanda dovremmo forse prima chiederci cosa sia accaduto nelle famiglie italiane. Se guardiamo al contesto familiare, possiamo constatare come l’emergenza sanitaria ne abbia profondamente scompaginato la vita, i tempi, le abitudini, l’organizzazione. La pandemia ha avuto la forza di ridefinire lo spazio domestico trasformandolo da luogo della sfera intima e privata in luogo dove far convergere le nostre attività extradomestiche. La casa, grazie agli strumenti tecnologici (per chi li possiede), è divenuta lo spazio in cui mantenere i contatti con le diverse sfere della vita (lavorativa, scolastica, sociale, fisica, culturale). Tutto ciò ha attivato nelle famiglie processi complessi, mutevoli, in continua trasformazione, riconducibili a una molteplicità di percorsi ed esperienze, tanto da rendere qualsiasi riflessione che voglia provare a valutarli provvisoria, incerta. Al contempo va osservato come la ricerca abbia saputo rispondere con grande prontezza e dinamismo alle esigenze di approfondimento poste da un evento tanto dirompente come quello pandemico, il più dirompente per i nati dopo la Seconda guerra mondiale, offrendo moltissimi spunti e stimoli di riflessione. Per quanto concerne l’ambito familiare, ciò è avvenuto in particolare in occasione di indagini condotte da gruppi di ricerca diversi su campioni indipendenti, volte a far luce sulle famiglie italiane nella situazione di straordinaria convergenza spazio-temporale delle attività creatasi durante il periodo del primo lockdown. Nel mettere a disposizione dati di recente rilevazione, analizzati nell’incrocio con quelli pre-pandemici e nel confronto con quelli dei Paesi Ue (natalità, istruzione, occupazione, ore dedicate al lavoro retribuito e a quello domestico e di cura), questi studi consentono di ri-misurare e di ri-problematizzare il tema delle disuguaglianze di genere nell’impatto con l’evento pandemico. 

L’impressione generale che se ne ricava è che la pandemia abbia sostanzialmente riconfermato squilibri (e stereotipi) di genere, a riprova del loro profondo radicamento nel nostro paese. L’indagine di Daniela Del Boca et al., condotta tra aprile e maggio 2020 su un campione rappresentativo di 1.250 donne occupate, rileva come durante il lockdown vi sia stato un aumento dell’impegno familiare sia per gli uomini che per le donne. Il dato emerso dall’indagine su cui porre l’accento non è tuttavia questo, bensì quello che evidenzia come tale incremento abbia riguardato molto di più i soggetti femminili, tanto da creare quella condizione di sovraccarico di lavoro domestico e di cura in cui, già nel primo mese di lockdown, Linda Laura Sabbadini, intervistata da Agenzia Dire, individuava una delle situazioni di maggior criticità create dall’emergenza sanitaria. In buona sostanza, se prima della pandemia le donne italiane dedicavano più ore al lavoro familiare rispetto ai loro partner, nel periodo del “Io resto a casa” al carico di lavoro ordinario si è aggiunto quello prodotto dalla straordinarietà creata della situazione emergenziale: riorganizzazione della casa e dei tempi di vita e di lavoro, aumento del lavoro domestico – più pasti, più pulizie, più attenzione all’igiene. A tali mansioni si sono aggiunti compiti straordinari di supporto e assistenza ai figli nei periodi di didattica a distanza e di sospensione delle loro attività fuori casa, ai quali si sono accompagnati sforzi di cura psicologica a bambini/e e adolescenti disorientati, spaventati, stressati dagli effetti della pandemia sulle loro vite. 

A confermare come il periodo di confinamento non abbia prodotto dei significativi cambiamenti nella distribuzione del lavoro familiare vi è l’indagine, promossa nell’ambito del progetto Counting Women’s Work, condotta da un gruppo di ricerca della Sapienza Università di Roma su un campione di 1.040 persone formato da uomini e donne di livello socio economico medio-alto. Nel misurare tempi di lavoro retribuito e tempi dedicati alla cura della casa e dei figli in un arco di tempo più lungo del lockdown (fino a giugno 2020), l’indagine evidenzia come il ritorno alla “normalità” abbia sostanzialmente ripristinato le condizioni precedenti: un carico di lavoro familiare di poco ridotto per le donne, una marcata diminuzione dell’impegno maschile nei compiti domestici e di cura. Nella condizione di straordinarietà creatasi con l’emergenza Coronavirus, gli stereotipi di genere sembrano dunque trovare conferma. Non solo. L’evoluzione della crisi sanitaria lascia intravedere scenari che potrebbero anche preludere a un loro processo di rivitalizzazione, sia come conseguenza del prolungamento del lavoro da casa, sia per le maggiori difficoltà che le donne in cerca di lavoro o che lo hanno perso (99.000 nel 2020 contro 2.000 uomini) potrebbero incontrare nell’accedere e/o rientrare nel mercato occupazionale. 

Come è noto, nel contesto di grave emergenza sanitaria creatosi nel marzo dello scorso anno, laddove le mansioni lo permettevano vi è stato un progressivo trasferimento dell’attività lavorativa nello spazio domestico. Un fenomeno nuovo per molti lavoratori e lavoratrici, spesso indicato con il termine smart working pur senza esserlo quasi mai stato veramente, che secondo i dati contenuti nel rapporto «Demografia e Covid-19» lo scorso anno ha interessato una quota di occupati e occupate che da valori nel 2019 inferiori al 5% è passata nel primo trimestre 2020 all’8,1% salendo nel secondo a più del 19%. Tra i dati di maggior rilievo sul piano delle differenze di genere vi è quello che indica percentuali significativamente più alte tra le donne con almeno un figlio tra 0 e 14 anni. 

Di particolare interesse sul piano delle implicazioni di genere derivanti dalle misure di contenimento pandemico, tra le quali rientrano appunto anche i trasferimenti delle attività di lavoro a casa, è il sondaggio condotto dopo il 4 maggio dall’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche) nell’ambito del Gender Policies Report 2020, ovvero nel periodo della cosiddetta fase 2, caratterizzata dalla ripresa dell’attività produttiva e lavorativa ma anche dalla riorganizzazione dei tempi di vita e lavoro. Realizzata tra giugno e luglio 2020, l’indagine evidenzia come dopo il lockdown gli uomini siano stati i primi a rientrare al lavoro sia nel caso di lavoro dipendente che autonomo. Segnala anche come alcune donne abbiano continuato a lavorare a casa per motivi non riconducibili a normative o specifiche richieste del datore di lavoro bensì in virtù di accordi avvenuti in ambito familiare, nella grande maggioranza riguardanti coppie con figli. Nell’evidenziare il carattere non neutrale del processo di transizione dalla fase 1 alla fase 2, l’indagine stimola a problematizzare diversamente il lavoro femminile a distanza, in particolare in relazione al rischio che possa divenire una strategia di sostegno alla vita familiare. 

In questo quadro si colloca l’impegno di un gruppo di economiste femministe dell’Università di Valencia che nel rivendicare una regolamentazione di genere per il telelavoro ha evidenziato come questa tipologia di lavoro debba non solo fondarsi su una più agile e flessibile organizzazione spazio-temporale, ma debba anche avere un carattere spontaneo e reversibile, così da evitare nuovi rischi di discriminazione per le donne, come nel caso del lavoro part-time. Per quanto riguarda il lavoro a tempo parziale credo utile richiamare l’attenzione su come rappresenti una tipologia contrattuale ancora piuttosto diffusa nei paesi europei: i dati Eurostat 2019 registrano una percentuale del 29,9% di lavoratrici part-time (8,4% per i lavoratori) nel complesso dei paesi Ue-27, tra i quali l’Italia si colloca al sesto posto, con percentuali del 32,9% per le donne, e dell’8,2% per gli uomini. 

L’analisi di quanto avvenuto durante il primo lockdown e nella fase immediatamente successiva non sembra dunque registrare cambiamenti di portata significativa sul piano della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. Tuttavia vi sono anche alcune novità rilevanti e che richiedono particolare attenzione. Per prima cosa va osservato come l’emergenza sanitaria abbia contribuito a rendere riconoscibile ciò che l’ottica di genere ha da molto tempo messo in discussione e ridefinito: la distinzione tra pubblico e privato, tra lavoro produttivo e riproduttivo. Per quanto riguarda la prima, le misure adottate per il contenimento della pandemia hanno creato una situazione di vero e proprio sconfinamento, la sfera intima e privata è stata invasa dalla sfera lavorativa ed extradomestica e viceversa, rispetto alla seconda hanno portato alla luce il rimosso del lavoro domestico e di cura non retribuito. Nell’esasperare il carico di lavoro familiare femminile, nell’inasprire gli squilibri nella distribuzione del tempo dedicato da uomini e donne al lavoro retribuito e non, la pandemia ha reso intollerabile quella fatica fisica e psicologica, subdola e imprendibile, che le difficoltà di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro da tempo hanno portato nelle esistenze femminili. Non c’è quindi da stupirsi se, come messo in luce dalla già citata indagine condotta dalla Sapienza Università di Roma, le sensazioni associate al lavoro di cura che donne e uomini hanno provato durante il primo lockdown siano state molto diverse: un aumento di stress e stanchezza per le prime, un aumento del sentirsi utili per i secondi. 

Se nell’attuale momento storico vogliamo cercare una trasformazione di segno positivo sul versante donne/lavoro, credo questa possa essere al momento individuata nella visibilità inedita, forte, pervasiva acquisita dal lavoro domestico e di cura. Un lavoro spesso confuso con l’amore materno e il suo mitico senso del sacrificio ma che ai tempi della pandemia sta mostrandosi per ciò che effettivamente è: un lavoro non retribuito. Le sue contraddizioni, i suoi nodi irrisolti rimbalzano di continuo sulla scena pubblica e mediatica. E in ciò possiamo scorgere un momento di snodo nella storia delle italiane, non ancora nel segno di un cambiamento strutturale ma che potrebbe preluderlo. La creazione di servizi educativi e scolastici per l’infanzia di qualità, accessibili a tutti, ben distribuiti sull’intero territorio italiano è una delle sfide che ci si attende siano a breve affrontate. 

Donne tra lavoro e non lavoro. Uno sguardo di genere al mercato occupazionale in Italia e in Europa

Nei paesi dell’Unione europea il mercato del lavoro ha cominciato a essere significativamente influenzato dalla crisi innescata dalla pandemia nel secondo trimestre 2020. Tra gli Stati membri dell’Unione europea, nel quarto trimestre 2020, l’Italia assieme alla Spagna e alla Grecia è tra i paesi che hanno registrato più elevati rallentamenti nel mercato del lavoro. Le persone con domanda di occupazione insoddisfatta in questi Stati hanno superato il 20% della forza lavoro: il 25,1% in Spagna, il 23,5% in Grecia e il 21,9% in Italia. Questi paesi hanno anche registrato i maggiori divari di genere osservati nel periodo di inattività: in Grecia il 29,6% per le donne contro il 18,4% per gli uomini , in Spagna il 30,4% per le donne contro il 20,4% per gli uomini, in Italia il 26,5% per le donne contro il 18,3% per gli uomini.

I dati destagionalizzati sui tassi di disoccupazione nel periodo compreso tra marzo 2020 e marzo 2021 forniti da Eurostat registrano nel complesso dei Paesi dell’Unione percentuali totali dal 6,4% al 7,3%, secondo la distribuzione per sesso un aumento per gli uomini dal 6,2% al 7 %, un tasso superiore per le donne che passa dal 6,6 % al 7,7%. Dal confronto tra gli Stati membri, emerge un peggioramento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro anche in paesi con bassi indici di disoccupazione femminile nel periodo prepandemico. Esemplare il caso della Germania, dove, secondo i dati contenuti nel Rapporto Openpolis Occupazione 2020, tra il 2008 e il 2017 si riscontra il maggior tasso di crescita dell’occupazione femminile tra i Paesi Ue del G7 (dal 67,8% al 75,2%), registrando in dieci anni ben 7,4 punti di differenza; nello stesso periodo l’Italia rileva un incremento di soli 2 punti (dal 50,6 % al 52,5 %), decisamente insufficiente per un paese con tassi di crescita molto al di sotto dell’obiettivo del 60% fissato dalla Strategia di Lisbona per il 2010. Secondo i dati Eurostat, la Germania passa da un tasso di disoccupazione femminile del 3,5% nel marzo 2020, percentuale peraltro inferiore a quella maschile (4 %), al 4,6 % nel marzo 2021, stabile rispetto a febbraio (per gli uomini 4,4%). 

Le cose sembrano andare un po’ meglio nei Paesi Ue con bassi tassi prepandemici di disoccupazione femminile e dove alle donne sono garantiti maggiori servizi per l’infanzia. In Francia nel marzo 2021 il tasso di disoccupazione femminile si presenta in controtendenza rispetto al dato registrato nel complesso dei Paesi Ue, mostrando un andamento di decrescita che la vede passare dal 7,5% al 7,3% (per gli uomini dal 7,4% all’8,4%). Nei Paesi Bassi il tasso di disoccupazione femminile presenta una crescita contenuta e passa dal 2,9% al 3,6 %. Questo però non avviene ovunque. Basterà al riguardo richiamare il caso della Svezia che nel 2017, secondo il già richiamato Rapporto Openpolis, è tra i membri dell’Ue con il più alto tasso di occupazione femminile (79,8%), ma che nel periodo pandemico risulta interessato da un sensibile aumento del tasso di disoccupazione tra le donne che dal 7,4% nel marzo 2020 sale nel marzo successivo al 9,3%, mantenendosi stabile rispetto a febbraio. 

Le situazioni più critiche si sono verificate tuttavia dove il mercato del lavoro femminile presentava significative debolezze già prima della pandemia. Così in Spagna, dove il tasso di disoccupazione tra le donne passa dal 16% al 17,4 % tra marzo 2020 e 2021, e anche in Italia cresce dall’8,2 all’11,4%, in aumento dall’11,3% di febbraio (dati provvisori). Nel confronto con i tassi di disoccupazione femminile presenti negli altri Paesi Ue, questi dati mostrano indici sensibilmente maggiori: il nostro Paese si colloca dopo la Spagna (segnaliamo che per la Grecia sono disponibili i dati per marzo e dicembre 2020, pari a 18,6 e 19,5%, mentre non lo sono per il periodo gennaio-marzo 2021). Il dato sulla disoccupazione femminile in Italia acquista ancor più significato se collegato al tasso di crescita dell’occupazione femminile, che dopo aver sfiorato nel dicembre 2019 il 50%, nel 2020 scende al 48,6 %. Un tasso molto basso se confrontato con il dato medio Ue-27 pari al 63%, e ancora molto distante dall’obiettivo della Strategia di Lisbona, pari al 60%.

Rivolgendo nuovamente lo sguardo allo scenario internazionale, l’impatto della pandemia sull’occupazione ci mostra una generale tendenza a produrre una significativa perdita di posti di lavoro tra le donne. Si tratta di uno scenario diverso rispetto a quello della crisi del 2008, che al contrario danneggiò molto di più il lavoro degli uomini investendo settori produttivi con una più forte presenza maschile come quello edilizio e manifatturiero. Da più parti si è evidenziato che la crisi pandemica ha colpito molto di più l’occupazione femminile, perché concentrata in settori relativamente stabili nei cicli economici tipici fortemente influenzati dalle misure di chiusura e di distanziamento sociale, quali commercio al dettaglio, ristorazione, turismo, cultura, servizi domestici. La pandemia ha avuto, inoltre, uno specifico impatto sull’occupazione femminile anche per aver portato molte lavoratrici in prima linea nella lotta contro il Coronavirus. Basterà dire che nel 2019 il 76% dei quarantanove milioni di persone impiegate nel servizio sanitario nei paesi Ue sono donne, come lo sono l’82% delle persone addette alle casse nei servizi commerciali, l’86% di quelle impiegate nei lavori dedicati alla cura della persona nel campo sanitario, il 95% di quelle impiegate nei lavori domestici e assistenziali. 

Il forte impatto che la crisi pandemica ha avuto sull’occupazione femminile trova una delle sue principali cause nella diversa distribuzione di uomini e donne nel mercato del lavoro, una distribuzione che nelle eccezionali circostanze storiche createsi con l’emergenza sanitaria Covid-19 ha visto le donne sovrarappresentate tanto nei settori in prima linea nella lotta contro il Coronavirus, quanto in quelli più colpiti dalla recessione innescata dalle misure di contenimento. L’Italia è stato il primo Paese europeo a essere colpito dall’emergenza sanitaria e ad aver adottato il confinamento e il distanziamento sociale. All’indomani della pubblicazione dei dati Istat sull’occupazione italiana per il mese di aprile 2020, Francesca Bettio e Paola Villa evidenziavano come la recessione innescata dalle misure di contenimento pandemico stesse avendo effetti negativi molto di più tra le donne che tra gli uomini. Effetti che, come previsto dalle due autrici, sono perdurati nei mesi successivi sia in termini di perdita di posti di lavoro che di impatto differenziato tra settori produttivi, e quindi tra uomini e donne. In un contesto come quello italiano, dove il vero e grande problema dell’occupazione femminile risiede nella scarsità di lavoro, la prospettiva di genere ha portato l’attenzione sulla necessità di riequilibrare l’occupazione favorendo l’accesso e l’inclusione delle donne in quei comparti che continuano a essere appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. Sono i settori al centro del processo di greening – agricoltura, edilizia, public utility e trasporti, con una partecipazione tradizionalmente prevalentemente maschile. Come evidenziato dal Manifesto di Donne per la Salvezza/Half of it, basterà dire che nell’ambito del settore delle costruzioni per il 92,4% delle assunzioni sono preferiti i maschi (rispetto al 1,4% di femmine e al 6,2% di indifferente), o guardare a settori come quello dei trasporti e della logistica dove pure si registrano marcate differenze di genere. Per quanto concerne il rapporto tra disparità occupazionale e livelli di istruzione femminile, la prospettiva di genere ha, inoltre, prestato particolare attenzione al permanere di un marcato svantaggio femminile nelle lauree tecnico-scientifiche, le cosiddette lauree Stem (Scienze, tecnologie, ingegneria e matematica), tra le quali si registra un 37,3% di maschi contro un 16,3% di femmine, che sul totale dei laureati/e rappresentano, nel 2019, il 22,6% contro il 16,8% degli uomini. 

Il grande impatto che l’attuale recessione sta avendo sul lavoro delle donne è un fenomeno che nei Paesi dell’Unione europea presenta andamenti e tratti comuni, tanto sul piano delle cause che degli effetti. Ma come per qualsiasi grande crisi, è un impatto che va misurato tenendo conto anche delle specificità nazionali. In Italia il mercato del lavoro presentava già prima della pandemia marcate diseguaglianze sul piano dell’accesso e della permanenza delle donne, e qui dunque si rendono necessarie misure alquanto efficaci e tempestive. Misure che contrastino le disparità di genere nel mondo produttivo e che incrementino l’occupazione femminile in tutti quei settori che più si espanderanno e ai quali saranno destinati il grosso delle risorse dei fondi del Next Generation Eu, a partire dai lavori cosiddetti green e digitali. Affrontare questi nodi rappresenta per l’Italia un’opportunità storica e insieme una necessità, l’opportunità di superare il gap occupazionale con l’Europa, la necessità di scongiurare che le conseguenze sociali, economiche e demografiche derivanti dall’impatto della recessione sul lavoro femminile sopravvivano alla pandemia. 

(maggio 2021)

Bibliografia e sitografia

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La digitalizzazione secondo il Recovery

Francesco Garibaldo

Matteo Gaddi ha analizzato l’insieme del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Data l’importanza della digitalizzazione, può essere utile un approfondimento specifico di tale strategia applicata alle imprese.

Nel Pnrr la digitalizzazione e l’innovazione sono uno dei tre assi strategici del piano che prevede sei missioni articolate in sedici componenti. Essa informa la Missione 1 dal titolo “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” che a sua volta registra tre componenti: la pubblica amministrazione, le imprese e il turismo. Mi concentrerò sulla seconda componente che viene classificata come “Transizione 4.0”.

Vale la pena riportare per intero la descrizione del compito di “Transizione 4.0”: 

La seconda componente riguarda l’innovazione e la digitalizzazione delle imprese (Transizione 4.0), ivi comprese quelle del comparto editoria e della filiera della stampa, la realizzazione di reti ultraveloci in fibra ottica, 5G ed investimenti per il monitoraggio satellitare. In quest’ottica, gli incentivi fiscali inseriti nel Pnrr sono riservati alle imprese che investono in beni strumentali, materiali e immateriali, necessari a un’effettiva trasformazione digitale dei processi produttivi, nonché alle attività di ricerca e sviluppo connesse a questi investimenti. Si prevedono inoltre progetti per sostenere lo sviluppo e l’innovazione del Made in Italy, delle catene del valore e delle filiere industriali strategiche, nonché la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione delle imprese, anche attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari a leva.

Sotto un’unica voce, quindi, sono ricompresi sia l’obiettivo della digitalizzazione, interpretato come processo innovativo, sia la realizzazione delle infrastrutture necessarie a sfruttare in modo efficace le potenzialità del digitale, avendo come platea tutte le imprese, ma con una particolare attenzione alle catene del valore e alle filiere strategiche. 

La sola componente riservata alle imprese vale 24,3 miliardi cioè quasi il 60% della Missione 1 che a sua volta rappresenta poco più del 21% del totale del Piano. Se si considerano sia i progetti nuovi che quelli in essere, risulta la seconda più rilevante in termini di risorse, dopo la “rivoluzione verde e la transizione ecologica”, delle sei missioni del Piano. D’altra parte, considerando solo i nuovi progetti le prime due risultano equivalenti. 

Questa componente prevede cinque interventi: la vera e propria “Transizione 4.0”, che impegna circa il 60% dei 24,3 miliardi previsti, e poi, in ordine di importanza: “reti ultraveloci”, “politiche industriali di filiera e internazionalizzazione”, “tecnologie satellitari ed economia spaziale”, “investimenti ad alto contenuto tecnologico” (cioè sostanzialmente l’industria dei microprocessori).

A parte vengono trattati gli interventi pubblici infrastrutturali per sviluppare, come viene sottolineato, azioni orizzontali e automatiche in una logica di neutralità tecnologica. Qui lo strumento principe è il credito di imposta, seguito da incentivi mirati, come nei casi delle filiere e dell’internazionalizzazione delle imprese.

Già dai titoli dei capitoli si comprende che il processo viene concepito come un adeguamento in itinere a un modello competitivo le cui caratteristiche fondamentali sono, tuttavia, di fatto già parte di uno standard definito: quello del progetto tedesco Industria 4.0 che, nella sua gestazione, risale al 2011.

Alla base c’è il concetto di sistemi cyber-fisici, che su scala macro sono costituiti da reti globali che incorporano macchinari, sistemi di stoccaggio e siti produttivi attraverso la cosiddetta “Internet delle cose” (Internet of Things, IoT), che collega “oggetti intelligenti” in grado di connettersi a una rete per elaborare dati e scambiare informazioni con altri oggetti. 

 Nella manifattura una delle idee chiave del nuovo standard è stata così riassunta da Hirsch-Kreinsen nel 2014: 

Raggiungere un nuovo livello di automazione che è basato sulla ottimizzazione continua di componenti di sistema decentrati e intelligenti e sulla loro capacità di autoregolarsi rispetto a condizioni esterne che cambiano dinamicamente, per esempio le condizioni dei mercati di sbocco, della produzione e delle catene logistiche, o a richieste in tempo reale dell’ambiente esterno [..], in altre parole i limiti attuali tecnologici ed economici dell’automazione stanno per essere spezzati ed estesi in risposta alle nuove domande poste dalla flessibilità.

Si tratta cioè di conquistare per via tecnologica una flessibilità estrema, in tempo reale, senza dover sacrificare i vantaggi storici della produzione di massa; di qui la teorizzazione del cosiddetto lotto zero o lotto uno, a seconda dei termini che vengono preferiti. 

Di cosa si tratta? La produzione di massa del Novecento si è basata sull’idea di ridurre i costi di produzione con la catena di montaggio e la riduzione di lavori complessi a lavori più semplici, dove possibile elementari. Questo ha funzionato benissimo finché si è trattato di produzione di beni uguali tra loro o con ridottissime differenze. La catena di montaggio, infatti, presuppone di potere programmare quantità significative di produzione per periodi definiti con notevole anticipo: nella programmazione entrano quindi un numero minimo di pezzi da realizzare e la dimensione dei lotti da produrre, che cambia a seconda dei prodotti. 

I pezzi necessari al processo produttivo, o le parti premontate utilizzate nell’assemblaggio finale, vengono fatti affluire alla catena con regolarità e precisione. Il limite di questo sistema produttivo è determinato dal fatto che a ogni cambio significativo di prodotto la catena va riorganizzata anche fisicamente: cambiano le distanze tra le singole postazioni, cambiano i componenti utilizzati, cambiano gli strumenti necessari. 

Questi cambiamenti per l’impresa comportano un doppio costo: da una parte quello costituito dal tempo perso per riattrezzare e risettare la catena, dall’altra la necessità di disporre di nuove attrezzature. Si pensi che nell’industria automobilistica ci sono 20.000 parti dettagliate con circa 1.000 componenti chiave da gestire, il che significa che le possibili configurazioni dei prodotti finali sono, in teoria, milioni; mentre nella realtà concreta della produzione si può comunque parlare di diverse migliaia di prodotti che vengono realizzati e che differiscono in base alle varianti e agli optional.

L’idea di personalizzare in maniera spinta il prodotto con questo modello era quindi irrealizzabile, al massimo la customizzazione poteva avvenire tramite attività di post produzione di tipo estetico o tramite l’aggiunta di parti non funzionali. La possibilità offerta della digitalizzazione consiste nel riuscire a gestire e processare, sulla stessa linea di montaggio, prodotti anche molto differenti tra loro, concepiti e progettati per soddisfare la richiesta di un singolo cliente, senza dovere riattrezzare la linea a ogni cambio di prodotto. Per esempio, una motocicletta personalizzata per un cliente specifico può essere prodotta sulla stessa linea di montaggio dove vengono alternati prodotti diversi, sino al caso estremo in cui vengono inseriti in essa prodotti tutti diversi, avviati alla produzione in modo casuale, cioè senza alcuna pianificazione preventiva, ma semplicemente sulla base degli ordini di produzione che vengono acquisiti.

Sostanzialmente la programmazione della produzione avviene in tempo reale, sulla base delle richieste che pervengono dai singoli clienti. Un esempio personale: ho comprato un’auto nuova e mi è stato comunicato che la “mia auto” con le “mie specifiche” era stata messa in produzione, ovviamente assieme ad altre diverse da essa, ma sulla stessa linea di montaggio. In questo modo il lotto che è possibile realizzare sia tecnicamente che economicamente è il lotto di un solo prodotto: quello che in precedenza è stato indicato come il “lotto uno” o, enfaticamente, il “lotto zero”. Questa riconfigurazione continua e flessibile dei processi produttivi, tramite le innovazioni tecnologiche della digitalizzazione, consente di combinare i vantaggi della produzione di massa, cioè di sfruttare le economie di scala derivanti dai grandi volumi, con quelli di una produzione di tipo “artigianale”, cioè in grado di garantire un prodotto personalizzato.

La seconda idea chiave è costituita dalla riorganizzazione delle catene di subfornitura che, tramite queste nuove tecnologie, verrebbero organicamente integrate nel modello flessibile delle imprese centrali, a costo ovviamente di una oggettiva subordinazione strutturale. Una conseguenza di tale processo è la possibilità di integrare organicamente anche attività geograficamente disperse, arrivando sino al singolo individuo: fenomeno al quale comunemente ci si riferisce con il termine di “economia delle piattaforme”. 

Cosa si intende quando, parlando di nuovo tipo di impresa, si utilizza il termine “piattaforma”? In sostanza si tratta di un’attività economica di intermediazione online; quando questa attività riguarda il lavoro vi è la possibilità di lavorare senza un orario predefinito e senza una sede specifica – come accade oggi per chi lavora da casa – e, cosa molto rilevante, la paga può essere calcolata sulla base di una retribuzione a pezzo per un singolo compito da svolgere o per il singolo bene da produrre. I giganti di questo nuovo settore sono Google, Apple, Facebook, Netflix e Amazon. Queste attività mediate dalla rete consentono alle imprese di esercitare dei livelli molto elevati di controllo sulle prestazioni di chi lavora, e anche sugli utenti, tanto che che questa possibilità ha dato origine ad una nuovo fenomeno definito da alcuni come “capitalismo della sorveglianza”.

La nuova forma di impresa, intesa come piattaforma, è importante perché non riguarda solo le aziende che dominano la rete, ma diventa il modello di riferimento trasversale a tutti i settori, da quelli industriali tradizionali a quelli puramente finanziari, attraversando anche i servizi e le attività commerciali tradizionali.

Infine, la terza idea chiave è costituita dalla valorizzazione estrema dei prodotti fisici attraverso l’integrazione diretta di servizi a richiesta, i cosiddetti “prodotti intelligenti”, resi tali dall’inserimento di tecnologie digitali ed Ict che consentono loro di ricevere, immagazzinare, elaborare e trasmettere dati e informazioni.

Il punto è che tale processo non è solo e principalmente tecnologico, infatti non è nemmeno omogeneo e lineare; più che di uno standard si tratta di obiettivi perseguiti e ottenuti con percorsi alternativi e da un punto di vista sociale con risultati opposti.

Vale la pena, inoltre, sottolineare che la formula di interventi automatici e orizzontali esclude, in teoria, un ruolo selettivo e di orientamento strategico da parte del potere pubblico, in modo coerente con l’idea di perseguire modelli e standard ben definiti.

Un’analisi anche superficiale di quanto già realizzato da aziende innovative non solo in Germania, ma anche in Italia, evidenzia come la situazione sia tutt’altra.

Il motore trainante non è la tecnologia ma una trasformazione radicale del rapporto tra produzione e mercato, con una preminenza della domanda in tempo reale come criterio fondante dei modelli di impresa e della loro organizzazione; la tecnologia è lo strumento per implementare questo modello. In assenza di condizionamenti sociali importanti, come per esempio i sindacati, la trasformazione è guidata dall’imperativo di eliminare ogni tempo morto e di disciplinare la forza lavoro in modi senza precedenti, grazie alla possibilità di un monitoraggio costante della prestazione lavorativa tramite, appunto, questi dispositivi e le tecnologie della rete. Parallelamente è stato costruito il mondo delle piattaforme logistiche, del crowd-working, dei lavoretti, di quei lavori cioè, legati alle piattaforme online in cui i committenti postano su una bacheca virtuale i lavori disponibili e si rivolgono a chiunque desideri candidarsi a svolgere quel lavoro.

Analogamente i rapporti tra imprese centrali e rete produttiva – specialmente di fornitura, in assenza di poteri pubblici interventisti – spostano il rapporto di potere in maniera radicale a favore delle aziende centrali; in una situazione di reti globali o, nella nuova versione post pandemia, di reti per grandi aree geo-economiche, questi sbilanciamenti di potere si traducono in sentieri di crescita industriale depauperati per i Paesi e le zone satellite.

Non si intende mettere in discussione la necessità di implementare processi di digitalizzazione dei processi produttivi, ma nel perseguirli occorre mettere al centro dei criteri sociali selettivi su come realizzarla, in particolare dal punto di vista del lavoro. Un conto, per esempio, è l’introduzione di strumenti che alleggeriscono, tramite interfacce intelligenti e robot connessi, il carico fisico e mentale di chi lavora, o la capacità di leggere in anticipo i segnali inerenti alla fatica della prestazione lavorativa e/o afferenti il rischio per la salute e sicurezza nelle attività svolte, tanto da individuare gli oggettivi elementi di pericolo. Completamente un altro conto è l’algoritmo che controlla i fattorini di Amazon, o che definisce il taglio dei tempi di lavoro e che viene realizzato grazie a un controllo diffuso e in tempo reale del processo produttivo, teso all’eliminazione di tutti i “tempi morti”, considerando tali anche i tempi fisiologici di recupero tra i compiti lavorativi. 

Ciò richiede un’iniziativa sindacale che non può essere ristretta, come sta accadendo, solo ai punti forti della presenza sindacale. Questo presuppone che vi siano delle linee guida pubbliche, che sia sancito il diritto all’informazione anche nelle aziende minori nel momento dell’introduzione di tali trasformazioni, e che si sviluppi una discussione pubblica nazionale sulle modalità e gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Analogamente serve un intervento di orientamento e sostegno attivo, da parte dei poteri pubblici, sulla riorganizzazione delle catene di fornitura con particolare attenzione alle Pmi e alle microimprese. Questi interventi, per ora insufficienti, hanno bisogno di trovare una spinta nei movimenti sociali, oltre alla sfera del sindacato.

Vi è infine il problema dell’occupazione. È troppo presto per riuscire a trarre conclusioni fondate sugli impatti occupazionali di un esteso processo di digitalizzazione. I risultati oggi disponibili sono inconcludenti e certamente fortemente differenziati da un settore all’altro, ma è certamente prevedibile che tali effetti dipenderanno anche da come si realizzerà il processo e ancora una volta il potere pubblico deve maturare delle opinioni fondate su cosa va incentivato e cosa no, e su un nuovo corso di politiche per la piena occupazione.

Per quanto riguarda gli aspetti infrastrutturali, gli obiettivi sono da raggiungere il più rapidamente possibile poiché costituiscono il presupposto materiale di ogni possibile scelta. Ma anche in questo caso si assiste a un grave ritardo, come nel caso delle rete a banda ultralarga, imputabile in gran parte alla dismissione di un ruolo attivo dello Stato. 

Bibliografia

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F. Garibaldo, «Recensione di Il Capitalismo della Sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri», in Quaderni di rassegna Sindacale, n. 1-2, 2020.

F. Garibaldo, «Una nuova fase del capitalismo, una nuova classe operaia. Quali conseguenze politiche?», in Economia& Lavoro, n. 2, 2020.

N. Srnicek, Platform Capitalism, Polity Press, Cambridge 2017.

Debito, finanza, spesa pubblica: il mondo dopo la pandemia

Lorenzo Esposito 

«Più hanno debiti meno i lavoratori possono scioperare» A. Greenspan

Già dalle prime settimane del 2020, è stato chiaro che la pandemia di Covid-19 avrebbe cambiato il corso della storia mondiale. Abbiamo assistito a un susseguirsi di fatti e reazioni mai sperimentati in decenni di evoluzione economica e sociale: un’incertezza macroeconomica sconosciuta nella storia contemporanea, una reazione senza precedenti da parte degli Stati, con molteplici strumenti che determineranno effetti a lungo termine sull’economia. L’emergenza ha anche provocato un rapido cambiamento delle agende politiche, con la revisione di priorità strategiche e il ripensamento di consolidate architetture istituzionali e politiche, a partire dall’Unione europea.

Fin dall’inizio l’emergenza ha imposto un nuovo modo di affrontare i problemi a livello mondiale; chi fino a ieri predicava austerity e mercato è rimasto senza punti di riferimento, ma ne mancano di nuovi. In questo articolo cercheremo di analizzare i profondi cambiamenti che la pandemia ha portato al dibattito sulla politica economica, e in particolare sul tema del debito pubblico e sul ruolo dello stato nell’economia.

Dal 2008 alla pandemia

La crisi finanziaria del 2007-2008 ha esposto le fragilità del modello di sviluppo basato sulla deregolamentazione dei mercati e l’iper-globalizzazione, costringendo a un precipitoso intervento delle banche centrali e dei governi per salvare il mondo dal crollo del sistema finanziario. Sebbene si siano susseguiti interventi considerati per decenni tabù, dalla nazionalizzazione delle banche a politiche fiscali espansive, la logica complessiva del modello di sviluppo non è mutata. Si sono riconosciuti gli eccessi della globalizzazione e le conseguenze nefaste che questa dinamica ha portato, ma non sono state avanzate politiche complessivamente alternative. La crisi dell’Eurozona del 2011-2012 ha costretto anche la Bce a una politica monetaria più espansiva “non convenzionale” (ossia basata sull’immissione di liquidità illimitata sui mercati finanziari) ma, di nuovo, senza eliminare l’idea di fondo, l’austerity, a cui i Paesi sono stati incatenati, con conseguenze disastrose, in modo particolarmente eclatante nel caso della Grecia.

La situazione paradossale degli anni precedenti la pandemia era dunque di una politica economica che aveva pragmaticamente fatto i conti con le debolezze della globalizzazione finanziarizzata, correndo se necessario ai ripari, ma senza che la politica o l’accademia riflettessero, nel profondo, su che cosa andasse cambiato, nell’analisi e nelle prognosi della situazione. La stella polare rimaneva quella di sempre: tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, deregolamentazione dei mercati, emarginazione dei sindacati, tagli fiscali ai ricchi compensati da aumento dell’età pensionabile e così via. L’idea era che la crisi fosse una specie di shock venuto da un impazzimento collettivo che sarebbe passato rapidamente. A che pro dunque ripensare decenni di deregulation? Questa visione, funzionale al mantenimento di una politica economica di redistribuzione verso l’alto, cozza con la semplice analisi dei dati, che mostrano tendenze di lungo periodo spesso definite “finanziarizzazione”. In estrema sintesi, la finanziarizzazione è il processo attraverso cui gli indicatori finanziari (del credito, del mercato dei capitali, ecc.) assumono un peso crescente rispetto al Pil e alla ricchezza complessiva di un Paese. Debito, pubblico e privato, dimensioni delle banche, turn-over dei mercati dei derivati e degli altri mercati finanziari, sono tutti indicatori del crescente peso della finanza. Si consideri, per esempio, che negli Stati Uniti il debito totale (pubblico e privato) tra il 1973 e il 2005 è salito dal 140% a quasi il 330% del Pil, con una crescita particolarmente sostenuta del debito del settore finanziario. Sintetizzando il tema, Crotty nel 2008 ha osservato:

Vari decenni di deregolamentazione e di innovazione hanno largamente gonfiato la dimensione dei mercati finanziari relativamente all’economia reale. Il valore di tutte le attività finanziarie negli Stati Uniti è cresciuto da quattro volte il Pil nel 1980 a dieci volte il Pil nel 2007. Nel 1981 l’indebitamento delle famiglie era il 48% del Pil, mentre nel 2007 il 100%. Il debito del settore privato era il 123% del Pil nel 1981 e il 290% a fine 2008. Il settore finanziario ha accresciuto freneticamente la leva: il debito è aumentato dal 22% del Pil nel 1981 al 117% a fine 2008. La quota dei profitti societari generati nel settore finanziario è aumentato dal 10% nei primi anni 1980 al 40% nel 2006, mentre la sua quota del valore del mercato azionario è cresciuta dal 6% al 23%.

Questi trend sono stati giustamente definiti, da Hein tra gli altri, un cambiamento fondamentale nella struttura e nella dinamica del capitalismo.

L’esplosione del debito e della finanza si sono accompagnate ad altre dinamiche. Citiamo innanzitutto la ri-articolazione mondiale dei processi produttivi, con lo sviluppo di catene produttive e logistiche mondiali, di solito definite global value chains che oggi costituiscono la componente decisiva del commercio mondiale. Dopo il 2008 vi è stato un certo ripiegamento del fenomeno, che caratterizza comunque un aspetto decisivo dell’economia mondiale. La globalizzazione-finanziarizzazione ha anche determinato un enorme aumento della disuguaglianza economica soprattutto attraverso il funzionamento del mercato del lavoro. L’aumento della concentrazione del reddito, con casi clamorosi di mega-miliardari a fronte della povertà di interi continenti, polarizzazione accentuata dalla pandemia, è stata favorita dalla concentrazione e centralizzazione del capitale, che ha aumentato il potere di mercato delle aziende in molti settori. Basta pensare allo strapotere delle “Big Tech” (Amazon, Apple, Google, ecc.) a cui corrisponde il loro exploit borsistico. Da una parte abbiamo l’aumento del potere di mercato delle grandi imprese, dall’altro un calo della quota dei redditi da lavoro. Questo avviene in un contesto di calo di lungo periodo della capacità utilizzata in diversi Paesi. La pervasiva sovracapacità (dunque la presenza di impianti produttivi sotto-utilizzati o del tutto fermi) spiega a sua volta la riduzione degli investimenti nei settori produttivi e il loro dirottamento sui mercati finanziari, con conseguente calo della dinamica della produttività.

La stagnazione degli investimenti produttivi e della produttività sono gli elementi alla radice della finanziarizzazione: gli investimenti sono meno redditizi e occorre dunque maggior debito, maggior finanza a parità di output produttivo. Particolarmente grave è stato il crollo degli investimenti (sia pubblici che privati) in Italia, con conseguente stagnazione economica ormai ultradecennale. Sotto questo profilo è importante osservare che le tendenze che abbiamo delineato sono state fortemente favorite da precise scelte politiche che, dalla fine degli anni Settanta, hanno impostato una politica economica proprio volta a recuperare profittabilità in ogni modo, privatizzando i servizi sociali e rendendo il lavoro precario, delocalizzando imprese e abbassando le tasse ai ricchi che in questo modo avrebbero avuto più convenienza a investire e innovare. La necessità di recupero della redditività aziendale spiega perché, contrariamente alla propaganda dell’era thatcheriana, arrivata sino a noi, nel complesso l’intervento pubblico non è diminuito, perché il capitalismo moderno ha esigenze di stabilizzazione superiori che in passato. Ne sono però mutate le finalità: non garantire servizi pubblici di qualità a tutti, non ridistribuire il reddito ma aiutare la razionalizzazione produttiva e il recupero della profittabilità. Era questo anche il senso della famosa “politica di riforme” che, in pratica, ha significato la frammentazione del mercato del lavoro e un calo delle prestazioni dello stato sociale. Ciò spiega sia le dimensioni generali dell’intervento pubblico sia il calo delle aliquote marginali: lo Stato spende come prima ma i ricchi contribuiscono sempre meno.

Da un punto di vista di politica monetaria, la finanziarizzazione ha reso necessario correre in soccorso di banche e investitori dei mercati finanziari ogni volta che una crisi colpiva i mercati, cosa che dagli anni Novanta è divenuta endemica. Per questo, l’aumento del debito avviene in concomitanza con un calo dei tassi d’interesse ben prima della crisi del 2008. Le banche centrali sono ormai ostaggio dei mercati finanziari. La pandemia ha confermato e accresciuto questa dinamica.

I primi effetti della pandemia

«Un microbo ha rovesciato tutta la nostra arroganza» M. Wolf

La pandemia ha prodotto effetti economici senza precedenti, determinando la più marcata incertezza macroeconomica di sempre. Non solo mai così tanti esseri umani sono stati forzati a rimanere a casa, ma gli effetti diretti sull’economia sono stati senza precedenti. Si pensi all’andamento delle richieste di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti nella fase iniziale della crisi:

(Sussidi settimanali di disoccupazione; dati: Federal Reserve)

L’Imf (Fondo monetario internazionale) è stato costretto a osservare: «Questa crisi non ha eguali… [e] dovrà essere affrontata in due fasi: una fase di contenimento e stabilizzazione seguita dalla fase di ripresa. In entrambe le fasi la salute pubblica e le politiche economiche hanno un ruolo cruciale da svolgere». Le proiezioni per la crescita e il commercio mondiali fatte nei primi mesi della pandemia (rispettivamente, -4,2% e -11%) si sono rivelate realistiche. Il congelamento improvviso dell’economia mondiale non ha precedenti nella storia recente, tuttavia, numerosi commentatori hanno sottolineato che alcune tendenze erano già presenti prima dell’emergenza. Abbiamo già citato il tema del debito (pubblico e privato), ma lo stesso vale per ambiti anche al di fuori delle variabili economiche. Per esempio, è emerso che le aree con un maggior livello di inquinamento, come il Nord Italia, hanno facilitato la diffusione del virus; anche la disuguaglianza sociale e la miseria sono un fattore di aggravamento dell’emergenza virale.

Questi grafici economici senza precedenti, come le immagini di medici cubani e cinesi accorsi ad aiutare nelle regioni del Nord Italia, marcheranno per sempre la situazione nel ricordo storico dell’emergenza. Altrettanto senza precedenti sono state le azioni dei policymaker. Il blocco totale di molti settori economici ha costretto gli Stati a intervenire per impedire licenziamenti di massa e fallimenti a cascata delle imprese. I flussi finanziari hanno rischiato un congelamento totale con l’inevitabile conseguenza del collasso delle banche. Anche i mercati finanziari sono crollati per diversi giorni. In particolare, il 23 marzo 2020 sulle borse si generò una terrificante distruzione di ricchezza finanziaria, 26 trilioni di dollari, che costrinse a un intervento pubblico, una conferma che oggi i mercati finanziari dipendono dalle banche centrali per sopravvivere. La situazione ha costretto il più grande e più rapido sostegno pubblico in tempo di pace sia dal lato fiscale che monetario. L’azione è stata simile negli obiettivi tra i vari Paesi, anche se poi si è declinata concretamente in base allo specifico funzionamento della sicurezza sociale di ognuno. Sono anche fiorite discussioni su misure fiscali universali ben oltre il dibattito italiano sul reddito di cittadinanza. Quanto alle banche centrali, anche loro hanno reagito prontamente, in particolare la Federal reserve. Il suo bilancio è cresciuto di trilioni in pochi giorni, dando alla banca centrale un ruolo nell’economia maggiore che durante la Grande depressione o la Seconda guerra mondiale. Quali sono gli effetti di medio e lungo periodo di queste politiche senza precedenti? Sono gli aspetti che diventeranno decisivi nel prossimo periodo.

Le prime settimane e le ultime resistenze

Sebbene nelle prime settimane della crisi pandemica non siano mancati i soldati giapponesi testardamente trincerati nella giungla del frugalismo, la situazione, almeno in linea generale, è mutata presto. Mentre negli Stati Uniti e altrove, governo e banca centrale hanno iniziato a mobilitarsi da subito per contrastare gli effetti economici della pandemia, in Europa non solo l’intervento era bloccato dalla vecchia impostazione austeritaria, ma persino il coordinamento sul piano sanitario appariva inesistente. L’aspetto eclatante della débâcle iniziale è che l’assenza di coordinamento delle misure sanitarie tra Paesi dell’Ue potrebbe essere stato voluto, nel senso che diversi Paesi europei hanno aspettato a chiudere le attività produttive per dare un vantaggio alle proprie aziende. Ancora oggi, a un anno di distanza, l’Unione europea, al di là dei proclami sui fondi comunitari, è il blocco politico-economico che ha fatto peggio, rimanendo indietro nei piani vaccinali rispetto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna.

Le istituzioni europee intergovernative, a partire dal Consiglio europeo, sono emerse come un esempio eclatante di cattiva cooperazione. Nel primo periodo, il peso dell’intervento a livello europeo è ricaduto dunque sulla Bce, che ha agito espandendo i suoi programmi di acquisto sui mercati, lanciandone anche di nuovi. Al contrario, per molte settimane le proposte sul fronte fiscale (eurobond, coronabond, titoli irredimibili) sono state considerate irricevibili soprattutto dalla Germania, il cui ministro dell’Economia osservò che si trattava di un «dibattito fantasma», nonostante queste proposte venissero anche da economisti non sospettabili di essere inclini a idee progressiste (per esempio, Giavazzi e Tabellini e Boitani e Tamborini). Nonostante l’istinto austeritario del Nord Europa, la gravità della crisi ha costretto a un cambiamento di posizione. Non solo il Consiglio europeo ha sospeso, temporaneamente certo, il quadro del Patto di stabilità, ma ha dato via libera agli aiuti di stato e al Recovery Fund. In altri articoli della rivista si analizza nello specifico questo strumento; qui ci interessa osservare che si tratta di un cambiamento importante perché determina un’effettiva messa in comune dei debiti dei Paesi europei, anche se è chiaro che il grosso della risposta alla pandemia deve comunque venire dagli stati nazionali.

A prescindere dalle modalità di finanziamento dell’intervento pubblico, è stato certo sin dall’inizio è che il debito pubblico sarebbe aumentato rapidamente. Innanzitutto, il crollo economico ha comportato un calo delle entrate fiscali; in secondo luogo gli stati hanno dovuto intervenire sovvenzionando aziende e famiglie. Come ha osservato Mario Draghi all’inizio della pandemia: «Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato». I governi, e non solo nei Paesi avanzati, stanno espandendo deficit e debiti e le banche centrali dovranno acquistarne una buona fetta.

(Rapporto debito pubblico/Pil; dati Imf)

Oggi la necessità dell’intervento pubblico appare persino scontata anche in ambienti economici conservatori, ma bisogna ricordare che, per decenni, la teoria economica ha postulato che la spesa pubblica è inefficace per il famoso effetto spiazzamento. In pratica, spendere 100 euro per investimenti pubblici ridurrebbe esattamente di 100 euro gli investimenti privati con un effetto netto nullo (la cosiddetta equivalenza Barro-Ricardo). La crisi ha mostrato che il senso di quelle posizioni non era l’inutilità della spesa pubblica per aiutare l’economia, ma il fatto che la natura originale del debito è irrilevante: in caso di crisi tutto il debito diventa pubblico, nel senso che le banche centrali devono intervenire per garantirne il ripagamento.

In questa nuova fase sono esplose le discussioni sulle teorie che giustificano la spesa pubblica. Inevitabilmente si è acceso anche il dibattito sulla monetizzazione del debito, ossia la pratica di pagare la spesa pubblica usando le banche centrali come un bancomat. In linea generale, le banche centrali possono aiutare il governo a indebitarsi in tre modi: possono prestare direttamente fondi allo Stato (appunto la monetizzazione), possono acquistare debito pubblico sul mercato primario e possono acquistarlo sul mercato secondario. Prima della pandemia, i primi due metodi erano vietati nell’Eurozona ed evitati praticamente ovunque, a causa delle inevitabili conseguenze inflazionistiche dell’irresponsabilità fiscale, almeno nella vulgata ortodossa. A parte le operazioni di mercato aperto legate alla politica monetaria, ciò che era ammissibile per le banche centrali era acquistare debito pubblico sui mercati come ogni altro investitore. Sebbene la differenza tra queste politiche sembrasse essenziale, non appena si è manifestata l’emergenza è diventato chiaro che, in realtà, sono più o meno la stessa cosa; sul Financial Times è stato osservato:

Non esiste una chiara distinzione tra quantitative easing e finanziamento monetario diretto. I banchieri centrali affermano che gli acquisti di asset durante il QE sono temporanei, il che significa che il denaro appena creato verrà un giorno rimosso dall’economia. Ma è difficile legare le mani ai loro successori, che potrebbero un giorno renderlo permanente. In ogni caso, l’effetto è quello di abbassare il costo dell’indebitamento pubblico […] La differenza tra il QE e il finanziamento monetario diretto è principalmente di presentazione.

Le modalità concrete di acquisto del debito pubblico da parte delle banche centrali non fanno pressoché nessuna differenza. Quanto al tema dell’inflazione, economisti e politici conservatori si servono da decenni dello spauracchio di un’inflazione significativa e, anche dopo l’enorme aumento della massa monetaria riversata dalle banche centrali sul sistema finanziario per evitarne il collasso nel 2008, in molti agitarono lo spettro dell’inflazione; Laffer, un noto economista conservatore scrisse: «Possiamo aspettarci un rapido aumento dei prezzi e tassi di interesse molto, molto più alti nei prossimi quattro o cinque anni». A oltre un anno dallo scoppio della pandemia, anche i commentatori più timorosi del pericolo inflattivo non ne vedono il sorgere dall’intervento pubblico ma dai consumi tenuti a freno dalla pandemia stessa, il che rende incerta la misurazione stessa dell’inflazione.

Trascurando l’eterna spada di Damocle dell’inflazione, comunque utile per giustificare politiche di austerità e anti-sindacali, rimane comunque un tema di sostenibilità del debito pubblico, che già dal 2008 tendeva a crescere e che è esploso con l’emergenza sanitaria. Mentre i parametri di Maastricht e tutta la politica economica di questi decenni sono stati improntati a un’analisi della dimensione del debito, la discussione sulla sostenibilità è oggi in termini di flussi: non conta la quantità ma il costo del servizio del debito, che è legato all’intervento delle banche centrali. Dopo le numerose crisi finanziarie, sino a quella mondiale del 2008, e dopo la pandemia, la situazione è che ora sia il sistema finanziario sia il governo sono dipendenti da un continuo stimolo monetario per sopravvivere. Siamo nella situazione paradossale in cui le bolle finanziarie sono la causa e insieme l’effetto di questo stimolo e la fragilità finanziaria è endemica.

La situazione di grande incertezza spinge a riflessioni su come gestire questa situazione senza precedenti. È inevitabile o comunque probabile l’esplosione dell’inflazione (e dunque il crollo del tenore di vita dei redditi fissi) con questo enorme aumento del debito degli aggregati monetari e della spesa pubblica? Ieri tutti gli economisti avrebbero risposto affermativamente, ma nel clima di oggi, dove solo l’intervento pubblico separa l’economia mondiale dal caos, dove assistiamo al ripensamento di tutti i dogmi del laissez faire, sono invece venute alla ribalta le posizioni più estreme in tema di moneta, come la Teoria monetaria moderna (Mmt), i cui suggerimenti sono ora avallati anche da economisti mainstream (come Blanchard e Pisani-Ferry) che si uniscono ai suoi sostenitori di lunga data (per esempio Nersisyan e Randall Wray). Ciò che la Mmt ha sempre sottolineato, ossia che la crescita economica è più importante di un bilancio in pareggio, appare ora ovvio a chiunque. Stampare denaro è necessario, ma non è sufficiente. Il Giappone è un esempio del fatto che anche un debito pubblico molto elevato è gestibile, ma è anche vero che la crescita economica giapponese è tutt’altro che brillante da molto tempo. 

Nello specifico caso italiano, dove un elevato debito pubblico è la norma da più o meno mezzo secolo, e l’economia ristagna da molti anni, il dibattito è stato particolarmente ampio, con proposte anche molto innovative (Villarosa sostiene l’idea di una banca d’investimento pubblico, Dominelli l’utilizzo di Cassa depositi e prestiti, mentre Mazzucchelli immagina una sorta di fondo sovrano, e persino un personaggio legato a Confindustria come Cipolletta ha proposto una sorta di swap tra debito e capitale per far affluire investimenti pubblici alle imprese). Si apre dunque una nuova fase nel dibattito sui rapporti tra Stato e mercato, dove all’ordine del giorno non possono più esserci i temi finanziari (quanto e come finanziare la spesa), un tema ormai assodato, ma la composizione e la qualità della spesa. Quanti autobus sono necessari nelle aree metropolitane europee (e italiane in particolare) per viaggiare in sicurezza senza far ripartire i contagi? Chi li costruirà? Quanti migliaia di chilometri di fibra ottica andranno posati per garantire una connessione di elevata qualità a tutti i lavoratori in smart working? Sono temi di politica industriale, non di equilibrio dei conti pubblici. Un ritorno molto atteso e ormai sdoganato in pieno anche oltre oceano, con i faraonici piani infrastrutturali della presidenza Biden.

Industria di Stato e deglobalizzazione

Sin dallo scoppio della pandemia, è emersa la necessità che lo Stato andasse molto oltre la semplice erogazione di fondi a imprese e famiglie per attutire i danni dell’emergenza, una profonda differenza con il 2008. Infatti, sebbene la crisi dell’epoca avesse radici profonde, come abbiamo provato rapidamente a spiegare, la sua forma immediata era costituita dal crollo della fiducia reciproca tra le banche. Un forte intervento delle banche centrali, che si sono sostituite agli investitori privati, fermò il panico. Il problema era essenzialmente di liquidità, almeno nell’immediato. In questo caso il problema è di organizzazione (della sanità, della produzione, dei trasporti, del piano vaccinale) e ha condotto a molte riflessioni sulla necessità che lo Stato prenda misure di organizzazione diretta della produzione. Per esempio, negli Stati Uniti, nelle prime settimane della pandemia, si è discusso della possibilità di usare il Defense production act per requisire le aziende, come il governo federale fece durante l’ultima guerra mondiale. La successiva vicenda dell’ideazione, produzione e distribuzione dei vaccini, come di altri farmaci, mostra che questo è in effetti il punto nodale di oggi e di domani. La produzione per il profitto ha trasformato la corsa ai vaccini in una battaglia tra multinazionali, che spingono i rispettivi stati a guerre commerciali con lo scopo di accaparrarsi quote di mercato e di profitti. Non è così che questa pandemia o future emergenze del genere possono essere affrontate.

Negli ultimi decenni lo Stato si è ritratto dalla produzione, riservandosi il ruolo di appaltante o autorità garante (del mercato, delle utenze, ecc.), ma ora emerge la necessità di organizzare direttamente la produzione e la distribuzione, a partire dal settore farmaceutico e sanitario. Si pensi alla distribuzione dei vaccini a opera dell’esercito, scelta fatta in molti Paesi. La pandemia ha anche evidenziato l’importanza del concetto di bene pubblico per la salute generale dell’economia. Debellare il virus, come sostiene Giraud, implica debellarlo per tutti:

La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la “grande peste” che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali.

Il ritorno (o la creazione dove non c’era) di un servizio pubblico sanitario universale e gratuito è il primo passo necessario per porre su basi solide la società e la stessa economia. Infatti, piegare il servizio sanitario, e lo stato sociale in genere, ai fini del profitto ha indebolito il welfare di fronte a emergenze come la pandemia e lo rende debole anche ora, come si vede nei ritardi dei piani vaccinali e nell’incapacità di trasformare il funzionamento dei trasporti, delle scuole per arginare la pandemia, lasciando come unica alternativa il lockdown. Ovviamente, non è facile ripensare interi settori economici, soprattutto perché, al di là dei discorsi sulla nuova fase e sulla solidarietà nazionale e internazionale, l’orientamento generale rimane lo stesso: la produzione per il profitto, dove le vittime dell’emergenza sanitaria sono solo danni collaterali.

La riorganizzazione produttiva non potrà avere solo un connotato nazionale. Infatti, appena è esplosa la pandemia, è emerso il rovescio della medaglia delle catene produttive mondiali. Nelle prime settimane della crisi la dipendenza dalla produzione internazionale di alcuni settori, come farmaci e dispositivi medicali, causò il panico, e la Fao mise addirittura in guardia da possibili rotture delle catene produttive nel settore alimentare. Non è pensabile un significativo cambiamento della situazione in questi settori senza un maggior coinvolgimento diretto degli Stati, soprattutto attraverso aziende pubbliche, che già negli ultimi anni avevano accresciuto il peso tra le più grandi imprese del mondo, arrivando al 20% del totale, con un attivo di bilancio complessivo di 45.000 miliardi di dollari. Il tema oggi non è combattere una battaglia di retroguardia contro i nemici dell’intervento statale, la cui necessità è ormai assodata, ma discutere di cosa fare con gli investimenti pubblici: come finanziarli, come utilizzarli, come controllarne l’impiego. I soldi pubblici possono servire a comprare aerei da guerra o a costruire scuole e ospedali. Oggi, ribadiamo, il tema è la composizione della spesa. Inoltre, più Stato non equivale a più democrazia o più benessere, come si vede dall’utilizzo che i governi dell’“uomo forte” hanno fatto della disperazione economica per ulteriori giri di vite antidemocratici. In questo senso, la ricerca di un capro espiatorio (la Cina, gli immigrati) a cui attribuire la colpa della pandemia, o la repressione del dissenso e dei media indipendenti, è un tentativo di nascondere le proprie politiche fallimentari. Non è questo, ovviamente, l’intervento dello Stato che può aprire una nuova stagione di crescita e di benessere.

Come pagare per la pandemia: per una spesa pubblica efficace

«La crisi è stata il fallimento di un sistema e delle idee su cui si fondava» M. King

La metafora della lotta alla pandemia come una guerra è già un cliché. In effetti le cifre in gioco sono imponenti: per il 2020 si parla di 14 mila miliardi di dollari di intervento fiscale a livello globale. Sebbene le pressioni per ridurre i deficit pubblici siano rimandate, passata la fase acuta dell’emergenza possiamo aspettarci un fiorire di commenti sulla necessità di rimettere a posto i conti pubblici. È facile prevedere i consigli che verranno dati: tagliare stipendi e pensioni, ridurre i dipendenti pubblici, e il solito contorno di “riforme”, una politica devastante, che ha indebolito le difese sociali prima della pandemia. Nel 1940 Keynes pubblicò un famoso pamphlet (How to pay for the war) in cui, tra le altre cose, formulava delle proposte per far fronte alla guerra che già si preannunciava lunga e dolorosa. Di questa istruttiva analisi ci interessa riprendere un interrogativo che si fece l’economista inglese: «Can the rich pay for the war?». La risposta che si diede è che sarebbe giusto, ma non basterebbe; proponeva dunque di accollare buona parte delle spese sulle classi abbienti ma di intervenire anche con il debito pubblico, e anche di usare l’inflazione contro la rendita finanziaria. Oggi, al di là del realismo, dietro le teorie che ritengono illimitata la capacità degli Stati di indebitarsi rimane un tema di distribuzione del reddito. La pandemia ha esasperato le disuguaglianze sociali ed economiche. Si consideri che i circa 650 miliardari statunitensi hanno ora una ricchezza complessiva di 4.300 miliardi di dollari, contro meno di 3.000 un anno fa. Alcune centinaia di persone hanno ammassato in un anno quasi la ricchezza che il governo federale americano ha distribuito per salvare la popolazione dalla miseria. Una situazione del genere non è semplicemente accettabile.

Quanto alla valenza della spesa pubblica, data l’emergenza, sono per ora superate vecchie polemiche sull’effettivo valore del moltiplicatore della spesa pubblica; tuttavia il richiamo all’ordine austeritario nello scenario post-pandemico si arricchirà sicuramente di narrazioni scandalistiche, del resto mai assenti, sullo sperpero di risorse pubbliche.

Pur respingendo questa propaganda che ha lo scopo di attaccare la spesa pubblica in generale, rimane un tema di qualità della spesa. L’efficienza si pone su due piani. C’è innanzitutto la finalità dell’intervento che può essere utile o meno ab origine. Per esempio, investire nella sanità territoriale è fondamentale ed efficiente, costruire il ponte sullo Stretto è marketing politico. Ma, oltre questo livello, c’è un aspetto di controllo quotidiano dell’utilizzo dei fondi. Occorrono numerose e convergenti iniziative. Solo per fare due osservazioni, il metodo degli appalti è chiaramente fallimentare e si presta a innumerevoli distorsioni, occasioni di corruzione, violazione dei diritti dei lavoratori. Lo Stato deve creare strutture proprie per intervenire nei settori chiave, come la manutenzione del sistema dei trasporti e la sanità, oggi affidati quasi integralmente al sistema degli appalti. In secondo luogo il controllo sull’utilizzo dei fondi pubblici non può essere rimesso solo al pur importante lavoro di organi quali i tribunali amministrativi e la Corte dei conti: occorre un controllo dal basso. Nella tradizione del movimento operaio, il controllo operaio è connesso alla produzione e alla pianificazione, a partire dai soviet del 1917 russo, sino ai consigli operai del biennio rosso e dell’autunno caldo; l’importanza di beni pubblici quali la sanità e l’istruzione richiede lo sviluppo di strutture di controllo attivo, che uniscano il lato produttivo alle comunità locali (gli utenti) che forniscono sia i lavoratori di questi settori (per esempio insegnanti, medici, infermieri) sia la domanda dei servizi erogati.

Concludendo, possiamo dire che la pandemia ha cambiato tutto, tutto tranne le sicurezze degli economisti, le cui convinzioni confermano la loro natura di «rappresentanti scientifici della ricchezza» (Marx) e paiono appena intaccate dal collasso pandemico. Tuttavia hanno almeno fatto un passo avanti verso il pragmatismo; come ha riconosciuto Trento: «Va messo da parte il tabù ideologico contrario tout court alla partecipazione pubblica nel capitale delle imprese. In situazioni eccezionali ogni strumento va valutato su un piano pragmatico e operativo». Ora, il pragmatismo è meglio delle follie austeritarie, ma non è ancora una spiegazione del mondo. Le trasformazioni epocali che la pandemia annuncia e già sviluppa richiedono altrettante trasformazioni epocali nella spiegazione del mondo.

(L’autore è parte del Direttivo Fisac Cgil Banca d’Italia. Le opinioni dell’autore sono personali e non impegnano la Banca d’Italia)

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Il Recovery è per le imprese, non per il lavoro

Matteo Gaddi

Recovery  plan: di cosa si tratta e di quali risorse parliamo

Sono occorsi quattro mesi alle istituzione comunitarie per arrivare, il 21 luglio 2020, a definire un documento di conclusioni che combina il futuro Quadro finanziario pluriennale (Qfp, sostanzialmente il “bilancio” europeo) con uno strumento per fronteggiare la crisi straordinaria provocata dalla pandemia da Covid-19, chiamato Next Generation Eu, cioè con quello che nel dibattito corrente è passato come Recovery plan.

Se il Qfp costituisce uno strumento ordinario, il Next Generation Eu dovrebbe essere inteso e progettato come un piano straordinario, in grado di fronteggiare la natura eccezionale della situazione economica e sociale dovuta alla crisi Covid-19: infatti, lo scopo di questo strumento è quello di definire un piano per la ripresa europea costituito da investimenti pubblici e privati a livello europeo; tuttavia, come vedremo, il rischio di fallire rispetto alle intenzioni dichiarate è molto elevato. Ancora una volta, quindi, le lungaggini delle trattative in sede comunitaria, ma soprattutto gli atteggiamenti profondamente diversi tra Paesi membri, hanno pesantemente segnato gli esiti della discussione. 

Per finanziare tale piano, la Commissione potrà contrarre prestiti sui mercati dei capitali: tali importi serviranno a sostenere i programmi dell’Unione in conformità al Next Generation Eu; si tratta, indubbiamente, di una novità di grande rilievo che rompe un tabù, ossia per la prima volta la Commissione europea accetta di finanziare un programma di spesa indebitandosi. Nonostante non si possa parlare di eurobond, questo aspetto rappresenta sicuramente un elemento molto importante, che se non altro consente di parlare di una rottura, almeno temporanea con l’approccio precedente. 

I prestiti da contrarre sul mercato dei capitali potranno arrivare a 750 miliardi di euro; la raccolta di queste risorse cesserà alla fine del 2026: 360 miliardi di euro saranno erogati come prestiti agli Stati membri, e mentre gli altri 390 miliardi come sovvenzioni. Quindi non tutte le risorse saranno concesse “a fondo perduto” agli Stati membri per realizzare gli investimenti e gli interventi previsti dai rispettivi Piani nazionali: i 360 miliardi, essendo prestiti, dovranno essere restituiti al livello comunitario dagli Stati che ne usufruiranno. 

Questo aspetto si presta a una riflessione, in quanto le risorse del Recovery europeo non saranno nemmeno “gratuite”: i piani nazionali devono essere approvati dalla Commissione europea, sia per quanto riguarda i progetti di investimento, sia per quanto riguarda le riforme da attuare, che sostanzialmente dovrebbero corrispondere alle Raccomandazioni che le istituzioni comunitarie rivolgono ai Paesi membri. 

Il governo italiano ha deciso di utilizzare l’intero ammontare di risorse previsto per il nostro Paese, ovvero sia i 68,9 miliardi di sovvenzioni, sia i 122,6 miliardi di prestiti: in questo senso l’utilizzo di tutti i 191,5 miliardi sarà assoggettato alle regole europee, cioè alle “condizionalità” (che poi vedremo). Questa è la probabile ragione per la quale alcuni Stati (Spagna e Portogallo) hanno manifestato perplessità, tanto che in un primo momento si sono detti non interessati a richiedere l’ammontare dei prestiti previsti per i loro Paesi. 

In effetti si accede a un prestito se le condizioni sono favorevoli, intese sia come la piena possibilità di decidere in merito all’utilizzo delle risorse ottenute, sia come costo del finanziamento. Da quest’ultimo punto di vista, che costituisce il vero tema del debito, è utile sottolineare che le ultime aste del Tesoro italiano, come si vede a titolo di esempio dalla tabella seguente, sono andate benissimo.

DataTitoloImporto collocatoImporto richiestoCedolaRendimento lordo
14 ottobre 2020Btp 7 anni225039490.95%0.34%
12-13 novembre 2020Btp 7 anni175027700.95%0.35%
10-11 dicembre 2020Btp 7 anni300041930.95%0.19%
14-15 gennaio 2021Btp 7 anni450064300.25%0.30%
11-12 febbraio 2021Btp 7 anni400058700.25%0.18%
11-12 marzo 2021Btp 7 anni300045790.25%0.31%
7 aprile 2021Btp 7 anni7000649320.25%0.36%

Per fare qualche ulteriore esempio, l’asta di aprile di Bot a 12 mesi ha consentito di collocare 7 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 9,599 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,436%; mentre quella di Bot a 6 mesi ha consentito di collocare 6,5 miliardi di euro di titoli (a fronte di una domanda di 8,694 miliardi di euro), con un rendimento lordo composto del -0,48%. Anche sulle scadenze più lunghe i risultati sono molto positivi. Il 3 marzo 2021 il Btp “Green” con scadenza al 30 aprile 2045 ha raccolto richieste per 83,309 miliardi di euro (8,5 miliardi assegnati) con un rendimento lordo dell’1,547%. Analoghi risultati positivi sono stati conseguiti con l’emissione del Btp “Futura”. 

Come si vede, l’importo collocato è stato sempre inferiore a quello richiesto, segno che vi è un’elevata domanda, con cedole decisamente basse, il che significa un basso costo di finanziamento del debito. Ovviamente, si dovrebbe monitorare l’andamento della domanda nei prossimi mesi e la composizione dei soggetti richiedenti (retail, investitori istituzionali, italiani o stranieri, ecc.). 

Sicuramente, al di là di questa verifica, è possibile affermare che non esiste (né è mai esistito) un problema di pagamento del debito italiano e della sua collocazione. Il sistema di collocamento dei titoli di debito dello Stato italiano ha sempre funzionato molto bene (anche dal punto di vista dell’utilizzo delle innovazioni tecnologiche: in Italia è dagli anni Novanta che viene pienamente utilizzato il Mercato telematico). La domanda di Btp è sempre stata piuttosto elevata: per le banche commerciali i Btp rappresentano un rendimento sicuro e privo di rischi (anche con cedole basse il guadagno per le banche è sempre piuttosto rilevante). Quando nel 2011-2012 diverse banche straniere, prese dal panico, iniziarono a vendere titoli di Stato italiani, questi vennero acquisiti dalle banche italiane realizzando rilevanti guadagni.

Difficile dire se lo Stato italiano possa emettere di più, ma sicuramente la sua velocità di emissione (e quindi di raccolta delle risorse) è molto più elevata dei meccanismi europei. Potrebbe essere interessante verificare se esistono tendenze in aumento del rapporto tra quantità offerta e quantità domandata, come sembrano indicare i dati da parecchio tempo a questa parte.

Indubbiamente a questi risultati ha contribuito la politica monetaria della Bce, in particolare mediante l’utilizzo del Pepp (Pandemic emergency purchase programme), cioè una misura di politica monetaria “non-standard” attivata dal marzo 2020 per fronteggiare gli effetti della pandemia sul piano monetario. Tramite questo programma la Bce acquista titoli emessi tanto dal settore pubblico quanto da quello privato: la dote iniziale di 750 miliardi di euro è stata aumentata di 600 miliardi nel giugno del 2020 e di ulteriori 500 nel dicembre del 2020 portando la disponibilità complessiva a 1850 miliardi di euro. 

La Bce non sembra affatto intenzionata a ridurre la portata di questo intervento. L’11 marzo il Consiglio direttivo della Bce, comunicando le decisioni di politica monetaria, ha sottolineato che «continuerà a condurre gli acquisti netti di attività nell’ambito del Pepp almeno sino alla fine di marzo 2022 e, in ogni caso, finché non riterrà conclusa la fase critica legata al Coronavirus»; sottolineando che nel prossimo trimestre gli acquisti nell’ambito del Pepp sarebbero stati condotti a un ritmo significativamente più elevato rispetto ai primi mesi del 2021, per preservare condizioni di finanziamento favorevoli che contribuiscono a contrastare lo shock negativo della pandemia sul profilo dell’inflazione. Inoltre, il capitale rimborsato sui titoli in scadenza verrà reinvestito almeno fino alla fine del 2023. 

Anche sui tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento e sui depositi presso la Bce, la stessa ha previsto livelli molto bassi (attorno allo 0%) e ha confermato la fornitura di abbondante liquidità attraverso le sue operazioni di rifinanziamento, tra cui la terza serie di operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (Omrlt-III) dedicata alle banche, al fine di sostenere il credito alle imprese e alle famiglie. Tali decisioni sono state pienamente confermate dal Consiglio della Bce il 22 aprile con la Presidente Lagarde che in conferenza stampa ha definito come “prematura” una diversa strategia. Le politiche monetarie della Bce, quindi, possono essere considerate come espansive e nel medio periodo non dovrebbero esserci inversioni di rotta. 

Secondo le statistiche mensilmente diffuse dalla Banca d’Italia, il sistema Bce-Bankitalia a marzo 2021 deteneva oltre 580 miliardi di euro di debito italiano (cioè poco meno del 25% dell’ammontare complessivo, una quota incomparabilmente più elevata rispetto a 10 anni fa, quando si trattava di pochi punti percentuali), e secondo alcune proiezioni nei prossimi mesi questa cifra potrebbe arrivare a circa 800 miliardi. Insomma l’intervento della Banca centrale ha spuntato le armi di chi, da sempre, lancia allarmi sull’insostenibilità del debito pubblico.

L’austerità è definitivamente sconfitta?

L’ammontare dei debiti pubblici raggiunti da tutti i Paesi, nonché i piani di spesa che si stanno definendo (e in parte attuando), stanno indubbiamente segnando un cambiamento rispetto alle politiche di stretta austerità di qualche tempo fa. 

In Italia, oltre alle risorse del Recovery, nei mesi scorsi sono state messe in campo notevoli risorse da parte del governo con una serie di decreti (“Cura Italia”, “Rilancio”, “Ristori” ecc.) che si sono succeduti dal marzo 2020 a oggi per fronteggiare le conseguenze della crisi. Per esempio, nel documento dell’Ufficio parlamentare di bilancio viene evidenziato l’elenco dei provvedimenti assunti dal governo per far fronte alla crisi Covid-19 che, nel solo 2020, hanno comportato un saldo netto da finanziare pari 214,8 miliardi di euro, con oltre 108 miliardi di indebitamento: cifre che hanno determinato revisioni continue in rialzo del rapporto deficit/Pil.

Nel Documento di economia e finanza (Def) viene infatti riportato l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil nel 2020, attestatosi al 9,5%, con un incremento di quasi 8 punti percentuali rispetto al 2019 (1,6%), per effetto sia dell’eccezionale calo del Pil, sia delle misure di spesa adottate per mitigare l’impatto economico-sociale della crisi pandemica (in termini assoluti, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è stato di 156,9 miliardi, un livello superiore di 129 miliardi rispetto al 2019). Il rapporto debito/Pil nel 2020 ha raggiunto il 155,8%, a fronte del 134,6% del 2019. 

In aprile, presentando il Def, il governo ha chiesto al Parlamento di elevare il limite di indebitamento netto e di saldo netto da finanziare per il 2021, modificando il sentiero di rientro verso l’Obiettivo di medio termine (Omt) per i prossimi anni; per finanziare ulteriori spese a contrasto della crisi Covid è stato pertanto definito un ulteriore scostamento di 40 miliardi (parte dei quali destinati a costituire un fondo complementare a supporto delle risorse del Pnrr). 

In base all’entità di questa manovra, lo scenario programmatico, quello cioè che incorpora le decisioni prese dal governo, prevede un deficit più elevato del tendenziale nel 2021, pari all’11,8% (9,5% tendenziale) del Pil, mentre per quanto riguarda il rapporto fra debito della pubbliche amministrazioni e Pil, nello scenario viene previsto un ulteriore aumento di 4 punti percentuali al 159,8% (mentre il tendenziale colloca questo rapporto al 157,8%).

Aldilà delle differenze tra quadro tendenziale e programmatico, questi numeri indicano livelli importanti tanto nel rapporto deficit/Pil, quanto in quello debito/Pil: si tratta di conseguenze inevitabili dovute alla necessità di finanziare tramite spesa pubblica la risposta alla crisi Covid-19 (sul contenuto di queste misure il ventaglio di critiche è molto ampio, e in parte le esprimeremo in questo articolo; quello che qui rileva sottolineare è il ritorno a politiche di spesa pubblica di una certa importanza). E soprattutto si tratta di scelte che tutti i governi stanno assumendo. 

Detto questo, si impongono alcune considerazioni, che suggeriscono di mantenere alta la guardia contro i tentativi di ritornare a un quadro di finanza pubblica pesantemente condizionato dall’austerità. 

Nel Def, nella tavola degli indicatori di finanza pubblica viene indicato un percorso di riduzione tanto del rapporto deficit/Pil (dall’11,8% del 2021 al 3,4% del 2024) quanto del rapporto debito/Pil (dal 159,8% del 2021 al 152,7% del 2024). È vero che il miglioramento di questi rapporti può essere attribuito alla crescita del Pil (stimata in +4,5% nel 2021, +4,8% nel 2022, +2,6% nel 2023 e +1,8% nel 2024), ma non è detto che questa sia sufficiente a conseguire risultati sul piano occupazionale e sociale e che pertanto non si rendano necessari ulteriori interventi espansivi. Alcuni passaggi del Def, quindi, lasciano presagire alcune preoccupazioni rispetto alle quali potrebbero aprirsi conflitti di una certa portata. 

La Commissione europea ha attivato la Clausola di salvaguardia generale nel marzo 2020, poi confermata anche nel 2021: rispetto agli obiettivi del Patto di stabilità e crescita, questa clausola in sostanza prevede che «in caso di grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, gli Stati membri possono essere autorizzati ad allontanarsi temporaneamente dal percorso di aggiustamento all’obiettivo di bilancio a medio termine, a condizione che la sostenibilità di bilancio a medio termine non ne risulti compromessa».

Gli Stati membri sono quindi autorizzati a deviare temporaneamente, come testualmente dice il documento sul Recovery licenziato nel luglio scorso dal Consiglio europeo, dal percorso previsto dal Patto di stabilità e crescita, ma il richiamo a quelle che il livello comunitario considera come condizioni di sostenibilità delle finanze pubbliche è continuo. Per esempio, i piani nazionali sono soggetti al rispetto e all’implementazione delle raccomandazioni espresse dalla Commissione europea ai governi; si tratta delle raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate annualmente. Nel caso di piani nazionali di Recovery, questi devono rispettare le raccomandazioni espresse sia nel 2020 che nel 2019; mentre le prime sono abbastanza “leggere” essendo state definite in piena crisi pandemica, le seconde sono assai più severe. 

Per l’Italia, dal punto di vista dei conti pubblici viene prescritto di assicurare una riduzione nominale della spesa pubblica primaria dello 0,1% nel 2020, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuale dello 0,6% del Pil sulla base dei requisiti del Patto di stabilità e crescita. La Commissione ebbe modo di sottolineare che sulla base delle proprie previsioni per l’Italia sussiste il rischio di una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento, e che pertanto sarebbe stato necessario utilizzare eventuali spazi (windfall gains) per ridurre l’indebitamento. Analoghe preoccupanti raccomandazioni vennero espresse in riferimento alla spesa pensionistica, considerata come la più elevata dell’Unione europea: sostanzialmente venne indicata la necessità della piena implementazione della riforma Fornero. 

Ovviamente queste raccomandazioni saranno oggetto di negoziazione con l’Italia quando verrà preso in esame, per l’approvazione, il Pnrr (il Recovery plan italiano); il fatto che siano state espresse non rappresenta di per sé la certezza della loro piena implementazione, ma il loro tenore lascia trasparire come sulla vicenda della spesa pubblica si debba continuamente mantenere alta la guardia. 

Il grande assente: il lavoro

Per comprendere come il Pnrr guardi al lavoro sarebbe sufficiente leggere la parte dedicata a come il governo italiano intende rispondere alle Raccomandazioni della Commissione europea. Mentre buona parte di queste Raccomandazioni, come spiegato in questo articolo, hanno contenuti e caratteri molto preoccupanti, quella sul carico fiscale sul lavoro appare interessante: la Commissione, infatti, raccomanda all’Italia di «spostare la pressione dal lavoro». 

La risposta del Pnrr è disarmante: dopo aver richiamato, anche correttamente, la riduzione del cuneo fiscale (i famosi 80 euro, poi diventati 100), il governo non trova di meglio che rivendicare una serie di misure di sgravi fiscali per le imprese. Si tratta della fiscalità di vantaggio al Sud, che riduce del 30% i contributi sociali alle imprese del Mezzogiorno, e dell’azzeramento dei versamenti contributivi sulle nuove assunzioni di donne e giovani. 

Appare chiaro che non esiste nemmeno l’idea che lo Stato possa farsi creatore di nuova occupazione, ma che al contrario questa debba essere unicamente lasciata alle decisioni delle imprese, ovviamente dietro finanziamento pubblico. Lo Stato, in questa visione, non scompare, ma diventa funzionale a un progetto economico-sociale. Più in generale gli unici riferimenti al tema dell’occupazione vengono risolti con il classico schema neoliberale di creare opportunità di lavoro: in questo senso vanno letti gli «investimenti in attività di upskilling, reskilling e life-long learning di lavoratori e imprese, che mirano a far ripartire la crescita della produttività e migliorare la competitività delle Pmi e delle microimprese italiane».

Insomma, il problema di trovare lavoro sembra ridursi al tema di fornire ai lavoratori un’adeguata formazione in modo che il loro “capitale umano” (termine orribile, che ritorna continuamente nel Piano) possa essere speso sul mercato. Si tratterebbe, quindi, di fornire le giuste competenze, tramite appunto formazione e riqualificazione, in modo da sostenere “l’occupabilità” dei lavoratori: insomma si tratta, nella migliore tradizione neoliberale, di creare opportunità, non di garantire diritti (e il diritto al lavoro in Italia è sancito dalla Costituzione). 

Gli oltre sei miliardi previsti per questa parte verranno in sostanza impiegati in attività di formazione, riqualificazione, profilazione e presa in carico di chi cerca lavoro. Gli obiettivi strategici di questa missione sono due. Il primo è quello di favorire le transizioni lavorative dotando le persone di formazione adeguata. Il termine transizioni lavorative, inserito in sordina, lascia presagire come il governo si attenda un significativo incremento di licenziamenti nei prossimi mesi; in una versione precedente del Pnrr questo veniva detto a chiare lettere: «Alcuni posti di lavoro potrebbero essere definitivamente perduti – anche per il progredire della rivoluzione tecnologica digitale – e sarà necessario affrontare un processo di riallocazione tra settori e località. I servizi pubblici per l’impiego e il loro coordinamento con i servizi privati devono essere potenziati per facilitare questo processo».

Questo passaggio, evidentemente tolto per evitare che il Pnrr si prestasse a ulteriori critiche, è particolarmente grave: il governo sembra riconoscere che la rivoluzione tecnologica, i cui investimenti intende finanziare direttamente (vedasi il paragrafo successivo), avranno come effetto quello di una riduzione occupazionale, ma immagina di risolvere questo problema non facendosi carico della creazione di nuovi posti di lavoro, bensì demandando il tema ai servizi di collocamento, oltretutto in coordinamento con le agenzie private; come se la questione della disoccupazione fosse risolvibile facendo semplicemente incontrare l’offerta di lavoro – dei lavoratori – e la domanda di lavoro delle imprese (che evidentemente si colloca su livelli troppo bassi).

Ecco quindi il secondo obiettivo strategico: quello di ridurre il mismatch di competenze, come se il tema della disoccupazione fosse riducibile a un disallineamento tra le competenze richieste e quelle disponibili ai lavoratori. Il problema, invece, in presenza dei tassi di disoccupazione che conosciamo, è quello della mancanza di lavoro, che andrebbe creato. E allora, sostanzialmente gli unici interventi previsti riguardano il finanziamento del Programma nazionale per la garanzia occupabilità dei lavoratori (Gol) e l’adozione del Piano nazionale nuove competenze. 

La retorica sull’occupazione femminile si riduce a ben poca cosa nel Pnrr: la promozione dell’imprenditoria femminile, il sostegno a progetti aziendali innovativi (digitalizzazione, energia verde ecc.) per imprese già costituite a conduzione femminile, il Sistema di certificazione della parità di genere. Dulcis in fundo, con 650 milioni di euro verrà finanziato il Servizio civile universale: cioè, in buona parte dei casi, lo svolgimento di lavoro non pagato.

Un Piano a misura di impresa

Il Pnrr, come del resto i principali provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid da marzo in avanti, sono stati pensati avendo come unico riferimento le esigenze dell’impresa. 

Più in generale, l’impianto complessivo risponde alla classica definizione di politiche industriali neo-liberali di tipo “orizzontale”: cioè di politiche finalizzate a creare il miglior ambiente possibile (“improve the business environment”) per le attività delle imprese private, bandendo ogni intervento pubblico in quanto considerato distorsivo del mercato. All’interno di questo quadro teorico, i migliori strumenti di “politica industriale” riguardano la defiscalizzazione o comunque il vantaggio fiscale per le imprese, policy di concorrenza e anti-trust, incentivi per attrarre investimenti esteri, politiche di deregolazione (meglio, di diversa regolazione) di alcuni “mercati” tra i quali ovviamente quello del lavoro (formazione per i lavoratori, a carico del pubblico), nel finanziamento (pubblico) di attività di ricerca e sviluppo i cui risultati verranno poi utilizzati dalle imprese ecc. Le scelte strategiche e di investimento sono di stretta competenza delle imprese, senza nessun ruolo di programmazione o di indirizzo da parte del pubblico; di proprietà pubblica, quindi, neanche a parlarne. 

Questo impianto è chiaramente ravvisabile nel Pnrr. Addirittura la parte relativa alla ricerca viene significativamente titolata “Dalla ricerca all’impresa”: i principali progetti di ricerca previsti dovranno essere condotti da partenariati pubblico-privati, i cosiddetti “campioni nazionali di R&S” su alcune “Key Enabling Technologies” dovranno nascere attraverso università, centri di ricerca e imprese; gli “ecosistemi dell’innovazione” dovranno fornire attività formative condotte in sinergia dalle università e dalle imprese e finalizzate a ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e competenze fornite dalle università, nonché dottorati industriali; l’obiettivo assegnato ai Centri di trasferimento tecnologico è «quello di aumentare i servizi tecnologici avanzati a beneficio delle aziende». Gli esempi potrebbero continuare: quasi l’intera parte di Pnrr dedicata alla ricerca la declina come funzionale alle esigenze dell’impresa. 

Lo stesso approccio di funzionalità al mondo imprenditoriale viene assunto nelle parti del Pnrr dedicate alla riforma della Pubblica amministrazione e della Giustizia.

Il medesimo ragionamento potrebbe farsi a proposito di molti interventi infrastrutturali, si pensi per esempio al modo in cui si parla della connessione veloce e ultraveloce: si sottolinea che le imprese potrebbero «usufruire di diverse “tecnologie 4.0” (sensori, l’Internet of Things, stampanti tridimensionali, ecc.) che richiedono collegamenti veloci e con bassi tempi di latenza». Vengono cioè menzionate tecnologie in uso presso le imprese e finalizzate ad aumentare esclusivamente la redditività delle stesse, con effetti spesso critici sul mondo del lavoro.

Ancora più esplicito è il Pnrr quando si tratta di destinare contributi pubblici alle imprese per realizzare investimenti: le risorse pubbliche verranno concesse in maniera molto generosa e senza imporre nessun vincolo ai beneficiari. Si tratta dell’investimento “Transizione 4.0”, al quale sono destinati 13,97 miliardi di euro (a cui si aggiungono oltre 5 miliardi del Fondo complementare nazionale, cioè risorse con le quali il governo italiano ha integrato la portata del Recovery. In totale, quindi, 18,461 miliardi). Si tratta di risorse destinate a incentivi fiscali a favore delle imprese che decidono di investire in macchinari e impianti 4.0 «per aumentare la produttività, la competitività e la sostenibilità delle imprese italiane». 

Questo intervento, rispetto al precedente Piano “Industria 4.0” introdotto dall’allora ministro Calenda, conferma l’ampliamento (già in essere a partire dal 2020) dell’ambito di imprese potenzialmente beneficiarie grazie alla sostituzione dell’iper-ammortamento con il meccanismo del credito di imposta: mentre il primo determina vantaggi fiscali solo per le imprese con base imponibile positiva, il secondo vale indistintamente per tutte. Inoltre, in maniera assai generosa, il Pnrr amplia il ventaglio degli investimenti immateriali agevolabili e aumenta le percentuali di credito e dell’ammontare massimo di investimenti incentivati: cioè alzando tutti i massimali aumenta le risorse pubbliche a favore della singola impresa. 

Poiché nel Pnrr non ci sono ulteriori chiarimenti di come verranno utilizzate queste risorse, per comprendere meglio di cosa si tratta è necessario consultare un documento redatto dal Servizio studi della Camera e del Senato. Per il credito d’imposta per beni strumentali, che riguarda beni strumentali 4.0 e beni capitali immateriali (sia 4.0 che tradizionali), il Pnrr prevede un aumento delle aliquote e dei massimali di agevolazioni fiscali: entrambe misure vantaggiose per le imprese, in quanto l’incremento dell’aliquota significa un incremento del vantaggio fiscale (cioè del credito di imposta) e quello del massimale significa un incremento delle spese massime ammissibili all’agevolazione fiscale. Infatti, per i beni strumentali 4.0 sono previsti notevoli incrementi: a) per spese inferiori a 2,5 milioni di euro, è indicata una nuova aliquota al 50% nel 2021 e al 40% nel 2022; b) per spese superiori a 2,5 milioni di euro e fino a 10 milioni di euro, è indicata un’aliquota al 30% nel 2021 e al 20% nel 2022; c) per le spese superiori a 10 milioni di euro e fino a 20 milioni di euro, è evocato un nuovo massimale, con un’aliquota del 10% nel 2021 e nel 2022. Invece, per quanto riguarda i beni strumentali immateriali 4.0: a) il tasso aumenta dal 15% al 20%; b) l’aumento del tetto delle spese ammissibili passerebbe da 700.000 euro a 1 milione di euro; c) i crediti d’imposta sono estesi anche ai beni immateriali tradizionali, con il 10% per gli investimenti realizzati nel 2021 e del 6% per gli investimenti effettuati nel 2022. Per fare un esempio concreto, se un’impresa investe in un macchinario 4.0, la fruizione di un aliquota al 50% come credito di imposta significa che la metà dell’investimento realizzato produrrà un vantaggio all’impresa nei termini di una riduzione del carico fiscale; quindi un macchinario del valore di un milione di euro, di fatto, è come se venisse pagato mezzo milione di euro, il resto sarà coperto dalla fiscalità generale tramite credito d’imposta.

Analoghi vantaggi fiscali per le imprese sono previsti anche alle spese in ricerca, sviluppo e innovazione, le schede progettuali indicano azioni di sostegno per attività legate a innovazione 4.0, green economy e design. In particolare, prevedono la maggiorazione delle seguenti aliquote e dei seguenti massimali agevolabili: a) R&S: l’aliquota di agevolazione fiscale aumenterebbe dal 12% al 20% con un tetto di 4 milioni euro (in precedenza 3 milioni di euro); b) Innovazione tecnologica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un tetto di 2 milioni (precedentemente 1,5 milioni); c) Innovazione verde e digitale: il tasso aumenterebbe dal 10% al 15% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni); d) Design e concezione estetica: il tasso aumenterebbe dal 6% al 10% con un massimale di 2 milioni (in precedenza 1,5 milioni). 

Come si nota, quindi, aumentano sia le percentuali di credito d’imposta (vantaggio fiscale) che i massimali di spesa. La prima tipologia di crediti è riconosciuta per l’investimento in tre tipi di beni capitali: i beni materiali e immateriali direttamente connessi alla trasformazione digitale dei processi produttivi (cosiddetti “beni 4.0”) nonché i beni immateriali di natura diversa, ma strumentali all’attività dell’impresa. Il Pnrr prevede che, nell’arco del triennio 2020-2022, il credito d’imposta per beni materiali e immateriali 4.0 venga utilizzato mediamente da circa 15.000 imprese ogni anno e che quello per ricerca, sviluppo e innovazione venga utilizzato mediamente da circa 10.000 imprese ogni anno. 

Nel primo numero di OPM abbiamo ampiamente descritto quali sono le conseguenze per i lavoratori derivanti dall’adozione di queste tecnologie da parte delle imprese in termini di intensificazione della prestazione lavorativa, di controllo ecc. In questa sede vale la pena sottolineare come queste risorse (in questo specifico caso si tratta di oltre 20 miliardi di euro) verranno elargite alle imprese senza imporre loro nessun vincolo di tipo sociale o industriale: per esempio il divieto di procedere con licenziamenti, di delocalizzare la produzione, di esternalizzare parti del ciclo e di appaltare ecc. O ancora si sarebbero potute introdurre altre condizionalità quali per esempio la necessità di garantire il pieno esercizio dei diritti sindacali (quante di queste imprese sono disponibili alla contrattazione di secondo livello?), di contrattare qualità e volumi degli investimenti, di garantire la rappresentanza democratica di tutti i lavoratori coinvolti nel processo produttivo (contrattazione inclusiva ecc.), di assicurare condizioni di salute e sicurezza tramite investimenti e interventi adeguati ecc.

Nulla di tutto questo è stato previsto: le imprese potranno così ricevere ingenti finanziamenti pubblici senza essere soggette ad alcun tipo di impegno sociale e industriale. Si tratta di un film già visto: anche l’ingente massa di finanziamenti pubblici alle imprese prevista dai vari decreti varati per fronteggiare la crisi era pressoché completamente scevra da qualsiasi condizionalità sociale; addirittura nel caso degli strumenti di patrimonializzazione (cioè i fondi istituiti per rafforzare il capitale delle imprese) è stato previsto che tale intervento avvenga tramite la sottoscrizione, da parte dello Stato, di titoli di debito delle imprese che non danno diritto di voto al pubblico, in modo da non alterare la governance delle stesse. 

Oltre a questi aspetti, è necessario sottolineare come l’ideologia neoliberista pervada ogni forma di intervento pubblico ammesso. Tutti i provvedimenti assunti dal governo italiano per fronteggiare la crisi Covid-19 assumono come impianto quello definito dal quadro comunitario degli aiuti di Stato dai quali sono escluse le cosiddette “imprese in difficoltà”. 

Si tratta di tutte le imprese che, prima del 31 dicembre 2019, venivano classificate come “in difficoltà”. Per esempio si tratta di imprese che:

  • nel caso di una società a responsabilità limitata, quando più della metà del suo capitale sociale sottoscritto è venuto meno a causa delle perdite accumulate; 
  • quando l’impresa è sottoposta a una procedura collettiva d’insolvenza; 
  • qualora l’impresa abbia ricevuto un aiuto per il salvataggio e non abbia ancora rimborsato il prestito o cessato la garanzia, o abbia ricevuto un aiuto per la ristrutturazione e sia ancora soggetta a un piano di ristrutturazione;
  • nel caso di un’impresa che non sia una Pmi, se negli ultimi due anni (a) il rapporto tra debito contabile e capitale proprio dell’impresa è stato superiore a 7,5 e (b) l’indice di copertura degli interessi Ebidta dell’impresa è stato inferiore a 1,0. 

Come si è visto, l’elenco delle circostanze che permettono di classificare un’impresa come “in difficoltà” è molto ampio e, soprattutto, coinvolge anche imprese che possono essere in fase di ristrutturazione. Questa disposizione rischia di limitare molto la capacità di risolvere le crisi industriali dell’intervento pubblico, come ad esempio prevede la normativa italiana con procedure concorsuali espressamente finalizzate a evitare il fallimento (vedi il caso dell’amministrazione straordinaria). 

Ancora una volta prevalgono le logiche neo-neoliberiste, a prescindere da qualsiasi considerazione sociale e industriale: queste regole escludono dal regime degli aiuti di Stato le imprese che erano già in difficoltà al 31 dicembre 2019 (il 2019 non è stato un anno positivo per l’economia europea, quindi è possibile che molte imprese siano cadute in una situazione di difficoltà già in quell’anno; queste regole europee precludono loro di beneficiare degli aiuti del Quadro temporaneo per cercare di recuperare una situazione meno negativa).

Sembrerebbe un paradosso: gli aiuti di Stato, secondo queste regole, possono essere concessi solo ad aziende “sane”. Non si tratta di un paradosso, ma di una precisa scelta politica: l’intervento pubblico nella struttura industriale, compreso quello classificato come aiuto di Stato, è considerato di per sé dalla Commissione europea come una distorsione del mercato e della concorrenza, ed è quindi da impedire a ogni costo (anche di fronte a pesanti ricadute sociali). Se invece l’intervento pubblico è finalizzato a garantire l’agibilità, la profittabilità e la competitività dell’impresa privata, allora va bene.

In questo caso, le imprese in difficoltà sono in sostanza quelle che nel documento del G30, al tempo presieduto da Mario Draghi, vengono definite come “imprese zombie” («Zombie firms: The dangers of the walking dead»). Per queste ultime le uniche policy che andrebbero previste riguardano gli aggiustamenti del loro business o la chiusura: il termine di “imprese zombie” è stato coniato in Giappone e, a supporto della necessità di far fallire queste imprese, viene citato il fatto che diversi studi dimostrerebbero che queste aziende hanno contribuito alla stagnazione economica del Giappone distorcendo la concorrenza di mercato e deprimendo i profitti e gli investimenti nelle aziende sane. Il report del G30 teme che l’aumento dei debiti delle imprese, nella risposta alla crisi Covid-19, potrebbe creare una nuova ondata di aziende zombie, con conseguenze dannose per le prospettive di ripresa economica. Il rischio di una apocalisse (letterale!) di “imprese zombie” (la cui presenza abbasserebbe investimenti, produttività ecc.) è dovuto alle politiche di bassi tassi di interesse e di interventi governativi a supporto delle imprese in difficoltà. 

Secondo il G30, l’intervento dei governi attraverso programmi di credito nella fase iniziale di risposta della crisi, così come la pressione affinché le banche garantissero prestiti alle imprese, hanno ridotto i tradizionali approcci di valutazione del merito creditizio, compresi gli strumenti più complessi come quelli del pricing approach. In questo modo il debito verrebbe “caricato” su alcune imprese che non possono utilizzarlo al meglio o che possono diventare aziende zombie. Questo vincolerebbe le risorse senza generare un corrispondente valore economico, e creerebbe il potenziale problema delle imprese che falliranno in futuro: i programmi di credito dovrebbero focalizzarsi sulle imprese fondamentalmente sane, e per le quali un ulteriore debito sarebbe sostenibile; le scelte politiche, inoltre, dovrebbero migliorare l’equilibrio tra rischi e ritorni per i prestatori, e far uso delle competenze dei fondi privati e del settore privato per sottoscrivere e prezzare il credito laddove questo non verrebbe elargito senza un intervento a causa di un’eccessiva percezione del rischio.

Chiaramente un approccio di questo tipo preclude qualsiasi politica industriale pubblica degna di questo nome, a prescindere dalle conseguenze sociali e industriali delle dinamiche di “epurazione”, cioè di un “sano” mercato che espelle le imprese in difficoltà per “epurarsi”. Quanto siano “sane” le imprese che restano, il più delle volte generosamente sussidiate dal pubblico (tramite contributi, agevolazioni fiscali ecc.) ovviamente non è mai oggetto di discussione. 

In Italia stiamo vedendo le vittime di questo approccio: su tutte il progetto Italcomp, cioè il tentativo di costituire un polo italiano (che avrebbe potuto essere a maggioranza pubblica) per la produzione di compressori per elettrodomestici; operazione che, se realizzata, avrebbe potuto salvare gli stabilimenti Embraco di Torino e Acc di Belluno. Mentre il polo italiano (e parzialmente pubblico) del compressore per elettrodomestici viene ucciso nella culla, le politiche antitrust e sulla concorrenza dell’Unione europea si voltano dall’altra parte, consentendo alla multinazionale Nidec di condurre operazioni di concentrazione ed espansione.
Meglio togliere di mezzo il pubblico (tramite tonnellate di regolazioni e decisioni politiche), per lasciare spazio alle multinazionali private e al loro business. Anche in questo caso, quindi, lo Stato non scompare ma rinuncia a esercitare un suo ruolo autonomo di politica industriale, limitandosi al ruolo di finanziatore passivo delle imprese. 

La transizione verde e quella digitale: e la struttura industriale italiana?

La Commissione europea ha pubblicato il documento Guidance for Member States il 17 settembre 2020. Oltre all’insistenza sulla realizzazione delle riforme, intese come misure per il raggiungimento degli obiettivi del Recovery plan, sono previste indicazioni precise anche a proposito degli investimenti. Tra gli obiettivi stabiliti dal documento Guidance compare anche quello di rafforzare la resilienza economica e sociale, anche alla luce del fatto che la crisi Covid-19 ha esacerbato gli squilibri macroeconomici e il supporto alla transizione verde e digitale. Per queste due transizioni il documento della Commissione europea ha stabilito che i piani nazionali debbano spiegare la loro coerenza con il piano “European green deal” e con gli obiettivi stabiliti in “Shaping Europe’s digital future”, in particolare devono evidenziare come intendono sostenere iniziative nel pieno rispetto delle priorità climatiche, ambientali, sociali e digitali dell’Unione europea. Sostanzialmente la Commissione europea prescrive agli Stati membri che almeno il 37% delle risorse messe a disposizione con il Recovery fund nei piani nazionali vengano impiegate per il conseguimento di obiettivi climatici e ambientali (dimostrando la coerenza con i piani nazionali su clima ed energia), e che il 20% delle risorse venga impiegato sulla transizione digitale. 

Questo punto è molto importante in quanto è direttamente legato ai nuovi investimenti che il Recovery plan dovrebbe stimolare e finanziare: riduzione delle emissioni clima-alteranti, diffusione delle energie rinnovabili, efficienza energetica, nuove energie pulite, nuove tecnologie “pulite”, interconnessione dei sistemi energetici, nonché altri obiettivi ambientali quali la protezione e l’uso sostenibile delle risorse idriche, la transizione all’economia circolare, la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti, la protezione e il recupero degli ecosistemi ecc. La stessa cosa per quanto concerne la trasformazione digitale: il miglioramento della connettività, la diffusione di reti ultra-veloci, fibra ottica e 5G.

Nel Pnrr italiano questi due obiettivi sono chiaramente esplicitati nelle prime due missioni. La Missione 1 “Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura”, alla quale sono destinati 40,73 miliardi di euro di risorse, prevede interventi nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione, nella digitalizzazione e innovazione del sistema produttivo (sostanzialmente la ripresa del piano Industria 4.0) e turismo e cultura 4.0. La Missione 2, invece, “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, alla quale sono destinati 59,33 miliardi di euro, prevede interventi nell’economia circolare e agricoltura sostenibile, energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile, efficienza energetica degli edifici e tutela del territorio e della risorsa idrica. Aldilà di queste due missioni specifiche, gli obiettivi ambientali e digitali attraversano anche altre missioni, per esempio alcuni interventi nel settore delle infrastrutture e della sanità. La mole di risorse destinate a questi interventi, quindi, sarà significativa. 

La domanda che ci si deve porre è: questi investimenti saranno in grado di trainare attività produttiva nel nostro Paese, e quindi occupazione? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere qual è lo stato della nostra struttura produttiva in questi settori. Ci sono cioè aziende, localizzate in Italia, che producono impianti e tecnologie necessarie per le energie “pulite”? In maniera analoga: ci sono imprese localizzate in Italia che producono impianti, apparati e tecnologie Ict e Tlc necessari per la transizione digitale? Quali di queste produzioni sono localizzate, o sono state delocalizzate, all’estero? 

È evidente, infatti, che non è sufficiente che ci siano imprese capaci di fornire servizi energetici o digitali, ma è altrettanto necessario che ci siano imprese industriali in grado di produrre questi impianti (e loro parti e componenti) e queste tecnologie. Altri interrogativi riguardano la localizzazione in Europa di queste imprese: infatti qualora non esistesse una distribuzione più o meno equilibrata di queste produzione tra i Paesi membri è chiaro che si aggraverebbero ulteriormente gli squilibri all’interno dell’area Ue. E ancora ci si dovrebbe chiedere quali sono i poteri che lo Stato o le imprese pubbliche dispongono per realizzare, direttamente, questi obiettivi o se, al contrario, prevarrà la logica degli appalti pubblici, cioè dell’assegnazione mediante bandi di tali risorse; questo comporta il rischio che per determinate produzioni, qualora siano imprese multinazionali ad aggiudicarsele, possano poi decidere di allocare queste produzioni in altre aree geografiche, ovviamente caratterizzate dal basso costo del lavoro. 

Gli squilibri commerciali (industriali) in Europa

Per cercare di capire la capacità del sistema industriale italiano di realizzare questi prodotti abbiamo fatto un banale calcolo. Abbiamo utilizzato i dati del database Comtrade (Un comtrade database) e abbiamo aggregato i prodotti necessari per ciascuna delle due transizioni, utilizzando due strumenti di classificazione. La prima classificazione è tratta da UnctadStat (United nations conference on trade and development Statistics), sono “Ict goods categories and composition (Hs 2017)” che riguardano ovviamente la transizione digitale e includono quattro macro-tipi di prodotti:

  • Computer e periferiche, che comprende diciassette famiglie di prodotti: per esempio macchine per processare dati, unità di processo, unità input/output e di storage, altre macchine per ufficio, parti e accessori ecc.;
  • Impianti di comunicazione, che comprende dieci famiglie di prodotti: per esempio linee telefoniche, telefoni per reti cellulari, stazioni base, apparati di telecomunicazione (macchine per la ricezione, la conversione e la trasmissione o la rigenerazione di voce, immagini o altri dati, inclusi apparati di switching e routing), apparati di trasmissione per radio-broadcasting o televisione, apparati di segnalazione ecc.;
  • Impianti di elettronica di consumo, che comprende trentaquattro famiglie di prodotti tra cui microfoni, altoparlanti, cuffie e auricolari, apparecchi di registrazione sonora e video, ricevitori di radiodiffusione, monitor, proiettori, apparecchi di ricezione ecc.;
  • Componenti elettronici, che coinvolge ventisette famiglie di prodotti: per esempio, semiconduttori, circuiti stampati, transistor, tubi, valvole, circuiti elettronici integrati; processori e controllori, memorie, parti di circuiti elettronici integrati ecc; e Varie con altre sei famiglie.

La seconda classificazione deriva da un documento della Commissione europea (Jcr, Eu energy technology trade) e classifica i beni nel modo seguente (in questo caso includendo solo i beni relativi alle tecnologie “pulite”):

  • Energy storage (accumulatori);
  • Riscaldamento;
  • Impianti idroelettrici (turbine e ruote idrauliche);
  • Isolamento (articoli di isolamento termico, unità isolanti di vetro a pareti multiple ecc.);
  • Contatori intelligenti (contatori elettrici);
  • Solare fotovoltaico;
  • Solare termico;
  • Eolico (generazione e gruppi elettrici alimentati dal vento, torri e tralicci).

Per le merci che entrano nelle due transizioni abbiamo calcolato:

  • le esportazioni e le importazioni totali relative a ogni transizione; e la differenza tra queste (per mostrare se un Paese è un esportatore netto o un importatore netto di questi beni);
  • i volumi di importazione ed esportazione per ogni macrotipo/famiglia di prodotti; e la differenza (per mostrare se un Paese è un esportatore o un importatore di questi beni);
  • il rapporto tra esportazioni e importazioni.

Quest’ultimo rapporto è un indicatore (molto) grezzo che ci dice fino a che punto un Paese è sbilanciato verso le esportazioni o le importazioni. Questo indicatore ci può fornire comunque un’indicazione di massima.

Poiché il rapporto è calcolato come esportazioni/importazioni:

  • se il rapporto è uguale a 1, significa che c’è equilibrio tra esportazioni e importazioni (i due valori sono uguali);
  • se il rapporto è maggiore di 1, è presumibile che il Paese sia esportatore netto: ovviamente più alto è il rapporto, più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è esportatore netto;
  • se il rapporto è inferiore a 1, è presumibile che il Paese sia importatore netto: ovviamente più basso è il rapporto più il Paese per quel bene (o quell’insieme di beni) è importatore netto.

Guardando al totale dei beni necessari per la transizione digitale (come definito e classificato sopra), vediamo che l’intera Unione europea (calcolata ancora come Ue-28, cioè pre-Brexit) ha uno squilibrio di importazioni di 160,8 miliardi di euro e un rapporto esportazioni/importazioni pari a 0,38, quindi significativamente lontano da 1. Nel caso dell’Italia lo squilibrio a favore delle importazioni è pari a 12,8 miliardi di euro, con un rapporto pari a 0,44. La Germania, pur essendo importatore netto per 30,5 miliardi di euro, ha un rapporto meno negativo dell’Italia (0,7).

Se guardiamo più nel dettaglio la situazione dell’Italia dal punto di vista dei quattro macro-tipi di prodotti sopra descritti, otteniamo la seguente tabella che consente di evidenziare parecchi elementi di preoccupazione. 

Differenza esportazioni-importazioni(in euro)Rapporto esportazioni-importazioni
Computer e periferiche -4.314.872.6360,40
Impianti di comunicazione -5.634.034.9820,37
Impianti di elettronica di consumo-2.152.028.3600,33
Componenti elettronici e Varie-701.430.2720,81

Dal punto di vista della transizione verde abbiamo considerato i beni energetici (quindi il nostro calcolo non include altri settori importanti, come i trasporti e la mobilità in generale). Anche in questo caso l’Ue-28 si trova in una situazione di deficit con l’estero, anche se in misura meno rilevante rispetto ai beni Ict, dato che il rapporto complessivo è di 0,89.

Questa classificazione, tuttavia, include beni molto diversi, compresi alcuni molto tradizionali (per esempio i prodotti per l’isolamento termico ecc.). Quindi, se consideriamo solo le tecnologie energetiche alternative (idroelettrico, solare, eolico, contatori intelligenti), troviamo un quadro diverso, poiché il rapporto scende significativamente a 0,55 e in termini assoluti è pari a meno 44,6 miliardi di euro. 

In particolare il rapporto è molto basso per il solare fotovoltaico (che comprende prodotti come diodi, transistor e dispositivi simili a semiconduttori; dispositivi a semiconduttore fotosensibili, comprese le cellule fotovoltaiche anche assemblate in moduli o costituite in pannelli; diodi emettitori di luce; cristalli piezoelettrici montati ecc.). 

La situazione è piuttosto diversa tra Paesi. Mentre la Germania è esportatrice netta per oltre 1,3 miliardi di euro (le esportazioni tedesche sono superiori a 3,7 miliardi di euro) con un rapporto pari a 1,3, al contrario l’Italia è importatore netto per quasi mezzo miliardo di euro, con un rapporto pari a 0,6 (l’Italia importa oltre 1 miliardo di euro di questi prodotti).

Il Pnrr italiano prevede diversi interventi sul settore delle energie rinnovabili proponendosi, complessivamente, di aumentare la capacità produttiva di 6 GW: per esempio 1,5 miliardi sono destinati alla realizzazione del Parco agrisolare (sui tetti delle imprese agricole, zootecniche e agroindustriali, con potenza pari a 0,43 GW), altri 1,1 miliardi per lo sviluppo dell’agrovoltaico (capacità produttiva di 2 GW), 2,2 miliardi per la promozione di energie rinnovabili per le comunità energetiche e l’autoconsumo, 680 milioni per la promozione di impianti innovativi inclusi quelli offshore (490 GWh annui di produzione) ecc. Altri interventi sono destinati a potenziare e digitalizzare le infrastrutture di rete (Smart Grid, 4,11 miliardi), a promuovere la produzione, la distribuzione e gli usi finali dell’idrogeno (3,19 miliardi), oltre a interventi sulla mobilità sostenibile che vedremo in seguito. 

Ma l’attenzione posta alla produzione industriale di questi impianti e prodotti è molto bassa: viene soltanto citata una generica volontà di sviluppare in Italia delle supply chain competitive che consentano di ridurre la dipendenza da importazioni tecnologiche nei seguenti settori: a) tecnologie per la generazione rinnovabile (es. moduli fotovoltaici innovativi, aerogeneratori di nuova generazione e taglia medio-grande) e per l’accumulo elettrochimico; b) tecnologie per la produzione di elettrolizzatori; c) mezzi per la mobilità sostenibile (es. bus elettrici); d) batterie per il settore dei trasporti.

Lasciando al momento in secondo piano gli ultimi due punti, che verranno ripresi nella parte dedicata alla mobilità, nell’ambito energetico si prevede che in Europa la capacità fotovoltaica installata passerà da 152 GW a 442 GW entro il 2030 e che l’incremento, per quanto riguarda l’Italia segnerà il passaggio dagli attuali 21 GW a oltre 52. Il Pnrr si limita a riconoscere che l’attuale mercato è dominato da produttori asiatici e cinesi con oltre il 70% della produzione, e l’Europa ridotta al 5% nella produzione di pannelli (tra i primi dieci produttori mondiali di pannelli ci sono sette società cinesi, una sudcoreana, una americana e una canadese).

Una precedente versione del Pnrr era ancor più esplicita nel riconoscere che la produzione nazionale di pannelli fotovoltaici era pari a circa 200 MW annui (cioè 0,2 GW) e si proponeva di portare tale produzione a 2 GW entro il 2025 e a 3 GW negli anni successivi. L’Italia, quindi, mettendo assieme i dati sulle importazioni e sulla capacità industriale installata, rischia – senza interventi sul proprio apparato produttivo – di utilizzare le risorse del Pnrr per incrementare la quota di importazioni dall’estero.

Questo aspetto, cioè la produzione industriale di questi prodotti e di queste tecnologie, dovrebbe essere centrale per fare in modo che la transizione ecologica consenta di creare capacità produttiva e occupazione.

Lo stesso ragionamento vale a proposito dell’eolico e dell’idrogeno o delle tecnologie eoliche, o per gli impianti energetici che dovrebbero essere a supporto delle rinnovabili. Si pensi per esempio alle centrali cosiddette “peakers” a gas, cioè quelle centrali in grado di coprire la domanda di picco sulla rete e che assumono un ruolo rilevante in presenza di parchi fotovoltaici o eolici la cui generazione di energia è soggetta alle condizioni climatiche (si tratta, infatti, di fonti non programmabili). Terna ha già emanato bandi per il 2022 e il 2023 per quasi 6 GW di potenza; molte società hanno presentato progetti in tal senso per complessivi 16 GW: dieci progetti di centrali da Enel, quattro da Ep Produzione, quattro da A2A e altri da Sorgenia, Engie, Arvedi ecc.

Le parti principali di questi impianti sono costituite da turbine, generatori, trasformatori set-up, sistemi di controllo e ausiliari: tra i principali produttori vi sono General Electric, Siemens, Mitsubishi, Abb, Schneider, Hyundai, Yokogawa ecc. Tra questi anche l’italiana Ansaldo per turbine con potenza superiore a 80 MW. La domanda da porsi è: dove verranno costruiti questi impianti? Alcune di queste imprese non hanno presenza produttiva in Italia, mentre altre (vedi per esempio Abb) essendo multinazionali possono localizzare in qualsiasi parte del mondo queste produzioni. Dopo la distruzione dell’elettromeccanica (Ercole Marelli, Breda Termomeccanica ecc.) sarebbe stato il caso, visti gli ingenti investimenti previsti nei prossimi anni, di pensare a un piano industriale per questo settore. 

Lo stesso ragionamento è facilmente estendibile ai progetti di digitalizzazione e di sviluppo di sistemi di telecomunicazione. Per esempio la digitalizzazione della Pubblica amministrazione prevede 6,14 miliardi di euro per realizzare, tra gli altri, infrastrutture digitali (razionalizzazione e consolidamento di molti data center), la realizzazione di un Polo strategico nazionale (una nuova infrastruttura cloud) verso la quale potranno migrare le amministrazioni centrali (in alternativa ai cloud di mercato), l’interoperabilità delle banche dati e la realizzazione della Piattaforma nazionale dati, progetti di cybersecurity e di digitalizzazione delle procedure e dei servizi ecc. 

Poco o nulla viene detto su quali saranno i soggetti realizzatori di questi interventi, e quando il Pnrr si esprime lo fa per garantire ambiti di intervento alle società private: per esempio per il delicatissimo processo di migrazione verso il cloud il governo definirà un elenco di provider certificati (cioè di imprese private) ai quali dovranno ricorrere le amministrazioni. Così nonostante la preoccupazione, fondata, che viene espressa a proposito di una crescente dipendenza dai servizi software, e quindi dagli sviluppatori/proprietari degli stessi, e dell’aumento della crescente interdipendenza delle “catene del valore digitali”, il Pnrr si limita a indicare uno strumento di mercato per digitalizzare la Pa con tutto il portato di banche dati, sensibilità e riservatezza degli stessi, rischi per privacy e sicurezza: una delle principali riforme in questo senso prevede di rinnovare le procedure di acquisto dei servizi Ict da parte della Pa, creando appunto la “white list” di fornitori certificati. Insomma: queste sono le risorse pubbliche che verranno spese, e queste sono le imprese private che vi potranno accedere. Nessuna proposta, come ovvio, di istituire un soggetto Ict pubblico, in grado di digitalizzare e guidare questa transizione per la Pa.

Per gli investimenti nel settore più propriamente Tlc, per quanto possa essere distinto dall’Ict, vanno segnalati i 6,31 miliardi di euro per realizzare reti ultraveloci (banda ultralarga e 5G) per garantire la connettività a 1 Gbps anche nelle aree grigie e nere (cioè quelle a fallimento di mercato), alle scuole, agli edifici del Servizio sanitario nazionale, alle isole minori e per incentivare la diffusione dell’infrastruttura 5G.

Anche in questo caso abbiamo visto quanto siano preoccupanti i dati relativi alle importazioni di questi prodotti: ancora una volta, dopo lo smantellamento dell’industria italiana che produceva impianti e apparati per le telecomunicazioni (si vedano gli esempi di Italtel, ormai ridotta a società di servizi, o di Telettra), l’Italia è rimasta in balia di produttori stranieri, con stabilimenti localizzati in altri Paesi. I principali produttori di impianti e apparati per telecomunicazione, infatti, sono i cinesi di Zte o Huawei, o le multinazionali Nokia, Ericsson e Cisco. Anche in questo caso, quindi, senza un apparato industriale nazionale, le risorse dedicate a questi investimenti non faranno altro che incrementare le importazioni; senza contare il fatto che non è ancora stata fatta chiarezza rispetto al progetto di rete, con la società in house Infratel che si limita a definire bandi di gara per la posa della rete, e Open fiber e Telecom impegnate in una contesa senza esclusione di colpi (a cui spesso si aggiungono anche altri operatori telefonici). I ritardi infrastrutturali del Paese non dovrebbero stupire più di tanto.

Anche il settore della mobilità sostenibile non sfugge a questa logica. Il Pnrr destina 3,64 miliardi per il rinnovo delle flotte di bus e treni verdi: per aumentare gli autobus a basso impatto ambientale viene previsto l’acquisto di 3360 autobus ecologici entro il 2026 e di 53 treni a propulsione elettrica e a idrogeno. Queste risorse si aggiungono a quelle previste dal Piano per la mobilità sostenibile e a quello del Fondo per il trasporto pubblico, sia su gomma che su ferro. 

Per ragioni di spazio ci limitiamo al settore degli autobus. Anche in questo caso ci si limita a indicare come obiettivo industriale quello di creare sufficiente capacità produttiva nel settore autobus e la trasformazione tecnologica della sua filiera. Ma andiamo a vedere come stanno veramente le cose. 

In Italia la produzione nazionale di autobus ha conosciuto un crollo drammatico nel corso degli anni, come è possibile constatare dalla seguente tabella (dati tratti dal database Anfia, Associazione nazionale filiera industria automobilistica):

Autobus prodotti in ItaliaAutobus immatricolati in ItaliaDi cui Autobus di linea (Tpl)
19806945
19906460
20003163
20101065
20157652381950
20166402869915
201739034271416
201813044952473
201914843572208

Le rilevanti differenze tra gli autobus prodotti e quelli immatricolati mettono in evidenza la quota di veicoli che viene importata; anche dal punto di vista degli autobus di linea (sia urbani che interurbani) utilizzati per il trasporto pubblico locale è evidente come in gran parte non siano prodotti su territorio nazionale.

Infatti, guardando alla marca di veicoli immatricolati per l’anno 2019, ci si rende conto di come la produzione nazionale giochi un ruolo molto marginale. Si assiste quindi a questo fenomeno paradossale: le risorse pubbliche che vengono investite per produrre autobus da dedicare al servizio di trasporto pubblico vanno a finanziare la produzione di stabilimenti esteri, tra i quali molti localizzati in Paesi a basso costo del lavoro (Repubblica ceca, Polonia, Turchia). Questo è dovuto sia alle regole europee sul public procurement, sia alla carenza di capacità produttiva in Italia.

I primi due costruttori che hanno realizzato gli autobus immatricolati in Italia sono Iveco (1651 mezzi, quota di mercato 37,9%) e Mercedes (901 mezzi, quota di mercato 20,7%); entrambi producono interamente all’estero. Tra i primi dieci costruttori di autobus immatricolati, l’unico con presenza italiana è quello a marchio Menarini, ma con volumi rilevanti realizzati in Turchia. 

Mercedes, Neoman, Setra (Evobus, di proprietà Daimler AG) e Volkswagen sono imprese tedesche, Otokar è un’azienda turca, Scania è svedese, Ford americana, Opel fa parte del gruppo Psa, Irizar è spagnola. Iveco, pur essendo italiana, produce autobus soltanto negli stabilimenti esteri in Repubblica ceca e Francia.

Questa situazione si trascina da anni e aveva raggiunto il culmine nel 2011, quando entrambi i principali produttori nazionali di autobus hanno deciso di cessare la produzione. 

Irisbus (del Gruppo Iveco/Fca-Cnh), il principale produttore italiano, nel 2011 decise di chiudere la produzione nel sito campano di Flumeri, ma questo non ha significato la fuoriuscita di Fiat dal settore degli autobus, avendo mantenuto la produzione in Francia e Repubblica Ceca. Inoltre negli anni successivi Fiat ha continuato a partecipare alle gare bandite dagli enti italiani vincendo importanti commesse (vedi i dati relativi alle immatricolazioni). Una decisione simile è stato preso anche dal secondo produttore nazionale di autobus, Breda Menarini (stabilimento localizzato a Bologna). 

Grazie a un progetto presentato dalla Fiom-Cgil nel 2012 – costituire un polo pubblico nazionale della produzione di autobus – e alle lotte dei lavoratori nel dicembre 2014 si riuscì a costituire Industria italiana autobus (Iia). Tuttavia, a capo di questo soggetto, emerse la figura di un imprenditore privato che aveva una natura più commerciale che industriale ed era partecipata dalla società turca Karsan. 

La presenza di Karsan anche nella nuova società Iia si rivelò decisiva per spostare volumi di produzione in Turchia: a fronte dei ritardi negli investimenti per riavviare le linee produttive degli stabilimenti di Flumeri e Bologna, i livelli di produzione crollarono al minimo in Italia e il grosso della produzione venne spostato negli stabilimenti turchi. Solo la riorganizzazione societaria di Iia, anche questa avvenuta a seguito delle lotte dei lavoratori, ha salvato la possibilità di mantenere un costruttore nazionale, la cui capacità produttiva però non eccede i 700 veicoli all’anno. È chiaro che senza un intervento sulla capacità produttiva dell’unico costruttore nazionale, buona parte delle risorse pubbliche messe a finanziamento del rinnovo del parco autobus finiranno per aumentare l’importazione di veicoli da altri Paesi, soprattutto da quelli a basso costo del lavoro.

Da ultimo, nemmeno una parola viene spesa a proposito del settore automobilistico che pure dovrebbe avere un ruolo centrale nella transizione ecologica, soprattutto dal punto di vista delle nuove propulsioni elettriche. Nulla di concreto viene previsto per il tema centrale delle batterie, i cui grandi stabilimenti di produzione in Europa si stanno concentrando soltanto in determinati Paesi, con l’esclusione dell’Italia. Viene soltanto menzionato il problema dello «sviluppo di una filiera europea delle batterie alla quale dovrebbe partecipare anche l’Italia insieme ad altri Paesi come Francia e Germania…». L’utilizzo del condizionale (“dovrebbe”) non è casuale: mentre il governo francese ha deciso di intervenire direttamente a sostegno di un progetto di produzione di batterie per auto elettriche e in Germania sono già stati confermati investimenti in questa direzione, in Italia siamo ben lontani da qualsiasi prospettiva concreta. Il miliardo di euro allocato nel Pnrr per sostenere filiere produttive nei settori delle batterie e delle rinnovabili rischia così di tradursi nei classici interventi di politica industriale orizzontale, finalizzati a creare le migliori condizioni per le imprese finanziando ricerca, formazione, innovazione, ma senza un intervento pubblico in grado di garantire anche la realizzazione di impianti produttivi. 

Questa situazione non è il risultato di un libero dispiegarsi delle dinamiche di mercato: si tratta del risultato di un processo di lunga lena che, guidato dal potere politico (Stati nazionali, Unione europea, organismi sovranazionali), ha determinato questa particolare configurazione della struttura industriale internazionale. 

E le filiere industriali?

Nel Pnrr, nella Missione “Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo” viene previsto un interessante investimento (il numero 5) dedicato a “Politiche Industriali di filiera e internazionalizzazione”, per il quale sono previsti 1,95 miliardi di euro.

Indubbiamente questo investimento potrebbe consentire di affrontare uno dei mali cronici che affliggono il sistema industriale italiano, cioè la piccola o piccolissima dimensione industriale che determina difficoltà di ottenere finanziamenti, di progettare e realizzare investimenti ecc. La dimensione della piccola e della micro-impresa, tanto incensata dal punto di vista della produzione flessibile, ha soltanto significato peggioramento delle condizioni di lavoro con bassi salari, orari di lavoro dilatabili, condizioni di salute e sicurezza in molti casi assai critiche, pesanti carichi e ritmi di lavoro, determinati in toto dalle imprese committenti.

La debolezza industriale e le criticità sociali sopra richiamate dovrebbero pertanto indurre a perseguire l’obiettivo di un superamento della piccola dimensione d’impresa, promuovendo vere e proprie aggregazioni, con soggetti pubblici che fungano da polo aggregante.

Questo obiettivo nel Pnrr viene indicato in maniera molto generica, anche se alcune indicazioni possono essere colte: «Rafforzare il Paese […] significa sostenere la crescita e la resilienza delle Pmi […]. Molti settori d’eccellenza del Made in Italy sono oggi caratterizzati da una forte incidenza di micro e piccole imprese. Queste ultime rappresentano quasi il 70 per cento del valore aggiunto industriale non finanziario e l’80 per cento della forza lavoro».

Giustamente viene sottolineato il potenziale impatto sulle filiere produttive, in quanto molti produttori dipendono da fornitori di piccole dimensioni. Tuttavia, nonostante queste importanti sottolineature che dovrebbero aprire una strada diversa rispetto a quella seguita da decenni, che ha visto moltiplicarsi le esternalizzazioni, gli appalti, la subfornitura e l’aumento della polverizzazione del sistema produttivo, nel Pnrr non vengono indicati strumenti utili. 

Sembra essere passato in secondo piano lo strumento del Fondo dei fondi, nell’ambito del quale si sarebbe potuto stabilire un Fondo espressamente dedicato all’aggregazione delle micro-imprese, con un soggetto pubblico che svolga funzione aggregante entrando nel capitale sociale della nuova società da costituire mediante l’aggregazione delle micro-imprese. 

Questo Fondo potrebbe essere integrato con altri strumenti, quali per esempio il Fondo di capitalizzazione delle Pmi già previsto nel Decreto rilancio e la cui gestione è stata affidata alla società pubblica Invitalia; sempre dal punto di vista del soggetto pubblico, si potrebbe pensare a qualche braccio operativo di Cassa depositi e prestiti. 

Per esempio all’interno del Fondo di investimento italiano (Cdp) opera il Fondo consolidamento e crescita che è dedicato all’acquisizione di partecipazioni dirette nel capitale di piccole e medie imprese italiane con l’obiettivo di favorire i processi di aggregazione all’interno delle rispettive filiere produttive, con focalizzazione prevalente nei settori agrifood, meccatronica/industria meccanica avanzata e italian design

In questo ambito, quindi, una politica industriale degna di questo nome dovrebbe individuare puntualmente quali sono le piccole e micro-imprese impegnate nella produzione di:

  • stesso prodotto (stessa tipologia);
  • prodotti complementari tra loro o parti di prodotti sequenziali tra loro;
  • prodotti destinati a uno stesso cliente (o a un gruppo ristretto di clienti).

Una volta individuate queste imprese si tratterebbe di costruire un progetto di aggregazione/crescita dimensionale che comprenda il supporto di politiche industriali di filiera, cioè che rafforzino il legame tra imprese clienti e aggregazioni/cluster di fornitura; meccanismi finalizzati a garantire, sul versante dei diritti dei lavoratori, la contrattazione inclusiva e di filiera; nonché misure di stabilizzazione, formazione e qualificazione di lavoratrici e lavoratori, di crescita occupazionale ecc.

Ben altra attenzione, invece, sempre in questo investimento, viene dedicata alla cosiddetta “internazionalizzazione” delle Pmi, un termine che sovente ha mascherato il finanziamento pubblico di processi di delocalizzazione. Viene infatti espressamente citato il fondo della Legge 394 del 1981, che prevede la concessione di finanziamenti alle imprese per realizzare interventi che prevedono, tra gli altri, anche studi di fattibilità per valutare l’ingresso in mercati esteri collegati a investimenti produttivi o commerciali, delle spese sostenute per la formazione del personale operativo nelle iniziative di investimento in altri Paesi Ue ecc. A questo si aggiungono anche i bandi di alcune Regioni, quali ad esempio la Lombardia, che con la linea “Internazionalizzazione Plus” spingono nella stessa direzione, lasciando aperti spiragli molto pericolosi alla possibilità che tali risorse vengano utilizzate per spostare all’estero volumi di produzione. 

Questa scarsa attenzione alle filiere non sembra cogliere almeno due aspetti.

Il primo è riferito alla sostanziale inesistenza di fenomeni di presunto reshoring che avrebbe portato le imprese ad accorciare le filiere, re-internalizzando o comunque riportando sul territorio fasi del processo produttivo in precedenza delocalizzate. Il reshoring, nonostante l’ampia retorica diffusasi in piena fase pandemica, non appare ancora un fenomeno diffuso, come dimostrano i dati della recente Nota della Banca d’Italia: «Lo shock pandemico ha rinnovato il dibattito sulla possibilità che il rimpatrio di attività produttive prima localizzate all’estero (reshoring) stia contribuendo a un più ampio processo di de-globalizzazione. I risultati del Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi, condotto dalla Banca d’Italia tra settembre e ottobre del 2020, suggeriscono che, in linea con quanto registrato in altri Paesi avanzati, anche in Italia non siano in atto diffusi fenomeni di reshoring».

Questo appare in linea con quanto accade a livello internazionale: nella Nota viene citata una indagine condotta da Allianz che ha coinvolto circa 1200 multinazionali, secondo la quale meno del 15% di queste starebbe considerando la possibilità del reshoring, mentre circa il 30% potrebbe rilocalizzare alcuni impianti in Paesi limitrofi (nearshoring). 

I dati raccolti dalla Banca d’Italia tramite interviste alle imprese condotte tra settembre e ottobre del 2020 indicano che oltre il 60% delle imprese con impianti all’estero non aveva ridotto la propria presenza internazionale negli ultimi tre anni, né intendeva ridurla in prospettiva; mentre il 78% delle imprese con fornitori esteri non intendeva diminuirne il numero. Per quanto riguarda la chiusura degli impianti all’estero, il 5,7% delle imprese ha dichiarato di voler prendere in considerazione questa strategia; ma negli ultimi tre anni solo l’1,9% ha fatto operazioni di reshoring. Il reshoring, quindi, è un’operazione che deve essere costruita concretamente tramite politiche industriali finalizzate a ricostruire i cicli produttivi sul territorio, e ovviamente non avverrà in base a meccanismi di mercato.

A fronte di questi aspetti ben altre dovrebbero essere le misure per affrontare anche il tema della mancanza di materiali, che sta interrompendo le catene di produzione determinando la sospensione di molte attività produttive. Uno dei casi più dibattuti a livello pubblico riguarda la mancanza di microchip per il settore automotive: si tratta di un prodotto sempre più necessario man mano che i nuovi modelli di auto diventano sempre più elettrificati e digitalizzati. Si tenga presente che ci sono più di cento tipi di microchip nelle automobili, utilizzati per una varietà di funzioni che vanno dal controllo della velocità alla comunicazione, dalla trasmissione di potenza ai sistemi di controllo, ecc.

Già nel dicembre 2020, i costruttori e i principali fornitori hanno lanciato il primo allarme sulla carenza di semiconduttori, annunciando che avrebbe avuto un forte impatto sulla produzione pianificata di veicoli. Durante il lockdown, le case automobilistiche hanno chiuso le loro fabbriche, la domanda di automobili è scesa, ma poi è ripresa molto più velocemente del previsto. La riduzione dei loro ordini di semiconduttori è stata significativa e così, quando la domanda automobilistica è ripartita, le case automobilistiche non disponevano dei volumi di microchip necessari per far fronte a una maggior produzione.

La crescente domanda di prodotti di elettronica personale, come tablet, computer e smartphone, ha assorbito una quota crescente di semiconduttori, rendendoli meno disponibili per l’industria automobilistica. Per esempio, durante il blocco aziende come Apple e Samsung hanno aumentato la domanda di microchip per produrre i loro smartphone. Inoltre, nell’ottobre 2020 un incendio alla fabbrica Asahi Kansei Microdevices nel sud del Giappone ha colpito la catena di approvvigionamento.

Diversi grandi stabilimenti automobilistici europei hanno così dovuto ridurre i volumi di produzione. Volkswagen ha dovuto ridurre i volumi di produzione nei suoi stabilimenti di Wolfsburg e Emden e in uno stabilimento di componenti a Brunswick, e ha anche richiamato i suoi principali fornitori Bosch e Continental perché, a suo dire, avrebbero ordinato volumi insufficienti di microchip nei mesi precedenti. Ford (stabilimento di Saarlouis, dove viene prodotta la Focus), Daimler (negli stabilimenti di Brema e Rastatt in Germania e Kecskemet in Ungheria) e Audi (che ha messo i lavoratori in orario ridotto a Ingolstadt e Neckarsulm) sono state anche costrette a tagliare la produzione. Anche Stellantis ha dichiarato di aver perso la produzione di almeno 190.000 veicoli. 

La catena di approvvigionamento dei microchip ha mostrato tutti i suoi elementi di fragilità, soprattutto quando si passa da un anello all’altro. Per esempio, uno dei fornitori di primo livello delle case automobilistiche è Continental, i cui principali fornitori di microchip sono Nxp, Infineon e Nvidia, che – a loro volta – sono forniti da una fonderia taiwanese chiamata Tsmc, che sta limitando le sue forniture.

I produttori di semiconduttori non sono integrati, e la produzione di elementi per l’elettronica è diffusa in tutto il mondo. La Bosch di Reutlingen, per esempio, ha una propria produzione di semiconduttori e sta aprendo una seconda fabbrica di chip a Dresda ma, come altri produttori, acquista sul mercato mondiale circuiti integrati di commutazione (Asics) e microcontrollori standardizzati.

L’Europa appare piuttosto esposta a queste fragilità, soprattutto se si considerano i principali produttori mondiali di microchip. Tra i primi 50 produttori 17 sono americani, 10 di Taiwan, 8 giapponesi, 2 coreani (ma di dimensioni molto rilevanti, trattandosi di Samsung e Sk Hynix, rispettivamente al secondo e al quarto posto) e 7 europei; ma la prima impresa europea – Infineon – si trova solo al decimo posto, e nelle prime 20 ne troviamo soltanto altre due (St al tredicesimo posto e Nxp al diciottesimo). Autoforecsat Solutions ha stimato l’impatto sulla produzione di veicoli a livello globale a causa di questa carenza di microchip. Più di 705.000 veicoli sono già stati persi, mentre l’impatto complessivo dovrebbe essere di 1,4 milioni di veicoli; questi sono i numeri raccolti ed elaborati da Automotive News:

PerdutiPrevisti
Nord America239.000402.000
Europa210.000520.000
Cina128.000247.000
Resto dell’Asia105.000192.000
Medio Oriente/Africa800016.000

A fronte di questi dati appare del tutto inadeguato l’intervento del Pnrr italiano (gli investimenti nella produzione di microchip in carburo di silicio, SiC, erano già stati previsti dalle imprese), così come il problema della carenza di altre materie prime non viene nemmeno affrontato.

 La situazione, infatti, è altrettanto preoccupante nel settore delle materie plastiche, come si evince dagli avvertimenti lanciati nel gennaio 2021 dalla Polymers for europe alliance, secondo la quale le aziende di trasformazione della plastica in tutta Europa stanno trovando grandi difficoltà nell’ottenere le materie prime necessarie. Infatti la domanda di polimeri è ripresa in Europa nella seconda metà del 2020 dopo un forte calo della produzione dovuto alla pandemia di Covid-19 e al blocco.

C’è una somiglianza con il settore automobilistico: anche i trasformatori di materie plastiche hanno aumentato nuovamente la loro produzione, ma l’offerta di materia prima non è stata in grado di farvi fronte. La situazione è particolarmente preoccupante per l’offerta di poliolefine e pvc. Stesse preoccupazioni anche per la gomma, con carenze di forniture e prezzi schizzati alle stelle: il prezzo dell’Sbr utilizzato per gli pneumatici è aumentato del 40%, per l’Epdm (per profilati e guarnizioni) del 25%, per la plastica Nbr (per guanti e tubi) del 16-17%.

Mentre accade tutto questo in Italia Versalis, la società chimica del Gruppo Eni, ha deciso di chiudere l’impianto di cracking di Marghera, che produce etilene e propilene, cioè le materie prime necessarie ad alimentare le fasi successive del ciclo chimico. L’analisi svolta dalla Filctem-Cgil di Venezia consente di comprendere la portata del problema: l’impianto di cracking di Porto Marghera, infatti, attraverso pipeline rifornisce i petrolchimici di Ferrara e Mantova delle materie prime utilizzate sia dagli stessi impianti di Versalis che delle altre multinazionali (come Basell); chiudendo questo impianto si creerebbe un problema di approvvigionamento. Ma non solo, oltre alla filiera dell’etilene e del propilene, la fermata degli impianti avrà ripercussioni in modo sostanziale sulla filiera del butadiene, venendo meno la produzione di miscela C4 normalmente inviata allo stabilimento di Ravenna, così come si dovrà ricorrere all’approvvigionamento sul mercato del benzene, necessario allo stabilimento di Mantova per il ciclo degli stirenici. 

Analoghi problemi riguardano la disponibilità siderurgica: in particolare alluminio (quello primario in Europa viene prevalentemente importato) e i laminati piani, coils e lamiere, con tempi di consegna allungati e quindi con volumi di produzione a rischio, complice la crisi dell’Ilva. 

Ma di queste filiere il Pnrr non si occupa affatto.

Conclusioni

Il Recovery  plan quindi, nonostante la retorica che lo accompagna, rischia di rivelarsi poca cosa rispetto a quello di cui ci sarebbe bisogno.

Innanzitutto la portata dello strumento appare ben lontana dalle reali necessità di una ripresa economica che metta al centro gli obiettivi di creazione di nuova occupazione, riduzione delle diseguaglianze sociali e degli squilibri industriali/produttivi fra gli Stati membri, e rafforzamento della capacità produttiva nei settori chiave del Piano. 

Lo Stato italiano, ancora una volta, rinuncia a mettere in campo una politica industriale degna di questo nome, preferendo mantenere il classico approccio neoliberale fatto di sussidi alle aziende, assenza di vincoli sociali e industriali al loro operato, riforme di ricerca, scuola e pubblica amministrazione (così come di politiche infrastrutturali) pienamente funzionali alle esigenze delle imprese. In questo modo si rinuncia a fare delle politiche industriali uno strumento di creazione di nuova occupazione e di intervento sulla struttura produttiva, segnata dalla polverizzazione in piccole e micro imprese, dalla dipendenza dall’estero di forniture essenziali, dalla mancanza di quella capacità produttiva necessaria alla transizione verde e digitale. 

Questa scelta non appare imputabile a una mancanza di visione; anzi semmai sembra rispondere a un disegno preciso: quello di confermare l’attuale struttura industriale europea, segnata dalla frammentazione geografica delle catene di produzione, con la parte “core” concentrata nell’orbita tedesca e con localizzazione delle fasi a maggior intensità di lavoro nei Paesi low cost, sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea. Mentre la Francia sembra maggiormente intenzionata a un intervento statale sulla struttura produttiva, quantomeno in alcuni settori (vedi il piano francese dell’automotive), l’Italia fa scelte completamente diverse, complice anche lo smantellamento dell’industria pubblica e del sistema di partecipazioni statali che nel tempo è stato scientemente perseguito.

Non è affatto vero che con il neoliberismo lo Stato scompare, come vuole una vulgata molto diffusa anche all’interno della cosiddetta sinistra radicale. Semmai cambia funzione: creando un certo tipo di regolazione (al servizio delle imprese), creando loro nuovi mercati e opportunità di business, modificando la disciplina dei rapporti di lavoro e delle relazioni commerciali ecc. In tutto questo, il ruolo dello Stato e delle istituzioni sovranazionali è determinante. Il neoliberismo non chiede meno Stato: i mercati dell’energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, per fare alcuni esempi, sono stati creati per mezzo di decisioni politiche e regolatorie, non esistevano in natura. Così come gli interventi di finanziamento, diretto o per via fiscale, alle imprese sono il risultato di decisioni politiche, di atti normativi e regolamentari che rispondono a un certo tipo di intervento statale. 

Ecco che in questo quadro si colloca il totale svilimento del lavoro, inteso come un costo da abbattere per le aziende, come un elemento da rendere flessibile e subalterno (vedi la trasformazione 4.0), e al massimo destinatario di qualche misura di formazione che sia comunque funzionale all’impresa. La vicenda della rimozione del blocco dei licenziamenti è esemplare.

Il quadro è sconfortante, ma sarebbe sbagliato pensare che sia immodificabile, condannandoci così all’impotenza. Anche sulle condizionalità imposte dal livello comunitario, per quanto possano apparire immodificabili, un atteggiamento confinato esclusivamente all’ennesima denuncia del carattere neoliberale dell’Europa rischierebbe di risultare paralizzante: ogni decisione politica è segnata da dinamiche, e in queste deve entrare il conflitto di classe. La critica deve accompagnarsi all’iniziativa, concreta, per cambiare lo stato di cose esistenti, dandosi degli obiettivi. Vanno messe in campo idee e proposte, ma soprattutto queste andranno fatte marciare sulle gambe del conflitto, l’unico strumento in grado di restituire protagonismo al mondo del lavoro.

Bibliografia

Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, maggio 2021.

European Commission, Commission Staff Working Document, Guidance To Member States. Recovery and Resilience Plans, Brussels, 17 settembre, 2020.

G30 Working Group on Corporate Sector Revitalization, Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, Designing Public Policy Interventions, 2020.

M. Mancini, Le catene del valore e la pandemia: evidenze sulle imprese italiane, Banca d’Italia, “Note Covid-19”, 17 febbraio 2021.

Servizio Studi della Camera e del Senato, Dossier del Parlamento relativo a note tecniche analitiche elaborate dal MEF, marzo 2021.

Ufficio Parlamentare di Bilancio, Rapporto sulla politica di Bilancio 2021, dicembre 2021.

Salute e ricerca scientifica a Cuba. Intervista a Rosella Franconi

Emanuele Caon

Rosella Franconi: è biologa e si occupa di biotecnologie, negli ultimi anni ha lavorato allo sviluppo di vaccini sperimentali con nuove piattaforme tecnologiche; per quest’ultimo motivo ha avuto modo di conoscere da vicino la ricerca scientifica cubana. L’intervista risale al 22 aprile 2021.

Come sei entrata in contatto con la ricerca scientifica cubana? Quali sono state le tue prime impressioni?

Per spiegarti le mie prime impressioni devo partire dal senso di frustrazione che spesso prova il ricercatore pubblico in Italia. Qualche anno fa, in collaborazione con ricercatori di un altro ente pubblico, abbiamo sviluppato un vaccino terapeutico contro i tumori causati dal papillomavirus umano (Hpv). Abbiamo fatto i test, abbiamo accertato che sugli animali il vaccino funzionava e poi lo abbiamo brevettato, questo era il massimo che potevamo fare. Il successivo sviluppo sarebbe stato fare i trial clinici e trovare un’industria interessata alla produzione. Noi abbiamo fatto mille presentazioni, ma arrivavamo sempre allo stesso punto morto, e cioè l’industria di turno ci chiedeva se avevamo fatto i trial clinici che ovviamente non potevamo aver fatto.

Perché no?

Per fare i test clinici avremmo dovuto trovare qualcuno che mettesse a disposizione qualche milione di euro, impossibile. Questo ha generato un senso di forte impotenza, mi sono chiesta, ma come? Abbiamo fatto i test, abbiamo accertato che sugli animali il vaccino funziona, ora si tratta di verificare se può andare bene per l’essere umano e proprio su questo arriva l’ostacolo del mercato. Io lì ho pensato di aver sbagliato tutto, avrei dovuto fare altro. Per dirti, sarebbe stato più facile e più remunerativo mettersi a sviluppare integratori alimentari. Proprio in quel momento conobbi Cuba. Era il 2004, durante un congresso in Francia incontrai alcuni ricercatori cubani. In seguito ho scoperto che a Cuba non c’è l’industria farmaceutica privata e il brevetto è statale (come quello da noi sviluppato), in questo senso lo intendono come collettivo. A Cuba infatti c’è un’impostazione sociale, ossia la scienza è finalizzata al bene pubblico; si parte sempre dalle esigenze sociali anche per fare ricerca. 

Credo che per mezzo mondo scoprire che Cuba stava approntando un suo vaccino sia stato quasi uno shock. Insomma, è un’isola con undici milioni di abitanti. E poi sono i Paesi sviluppati che producono conoscenza, no? 

Guarda io questo shock (molto positivo!) l’ho avuto anni fa, mi sono proprio chiesta: ma come fanno? Allora insieme ad Angelo Baracca ho ricostruito la storia e il ruolo della ricerca cubana. Tutto inizia con la Rivoluzione. I cubani hanno avuto un intellettuale importantissimo, José Marti (1853-1895), che spiegava che il presupposto per essere liberi è proprio quello di essere colti, nel senso che la conoscenza è un prerequisito fondamentale per rendersi indipendenti. Quindi con la Rivoluzione viene presa di petto la questione culturale, si combatte l’analfabetismo, le caserme vengono trasformate in scuole. Si intuisce che la scuola e la sanità pubbliche sono fondamentali, e si dà enfasi alla ricerca e allo sviluppo scientifico. Pensa che Fidel Castro dirà già nel 1960 che il futuro di Cuba dovrà essere un futuro di uomini (e donne!) di scienza. Il problema è che nel 1962 arriva l’embargo e diventa subito chiaro che Cuba deve essere indipendente, che poi significa che per avere una vera sanità pubblica è necessario dotarsi di una propria industria farmaceutica. 

Quindi l’educazione, la salute, la ricerca vengono messe insieme, coordinate perché siano al servizio dei bisogni del popolo cubano, e attorno a questo progetto si mobilita tutta la società. Nel primo decennio della Rivoluzione sostanzialmente si preparano le basi per costruire un popolo di pensatori e scienziati.

Nel campo della fisica Cuba ha avuto l’appoggio dell’Urss, lì andavano a formarsi gli studenti cubani; però l’Unione Sovietica era arretrata nel campo delle biotecnologie. Anche in questo caso i cubani sono originali, perché senza farsi troppi problemi iniziano a collaborare con altre nazioni, infatti tanti ricercatori andranno a studiare e a formarsi in Paesi come la Francia, l’Italia ecc. cioè nel campo avversario, quello del blocco capitalista.

Cuba quindi entra fin da subito nel settore delle biotecnologie grazie a un’intuizione di Fidel sull’interferone, che all’epoca era considerato una molecola antitumorale. Fidel prende contatto con Kari Cantell, colui che in Finlandia aveva sviluppato il modo di produrlo, e gli chiede di poter mandare lì un gruppo di ricercatori cubani. In soli due mesi i cubani riusciranno a riprodurre autonomamente il processo per la sintesi dell’interferone (era il 1981); in quel periodo a Cuba ci fu un’epidemia di dengue emorragica. I medici decidono di applicare questa molecola per controllare l’epidemia, mentre tutto il mondo la stava usando contro il cancro. Iniziarono successivamente a produrre interferone ricombinante con le tecniche dell’ingegneria genetica, e intorno a questa molecola i cubani fanno palestra, sia come farmaco sia come occasione di mettere in piedi un’impresa di Stato ad alta tecnologia. E mentre nel mondo le biotecnologie sono nate come occasione per fare profitto, a Cuba sono un modello alternativo. Ancora oggi i ricercatori cubani lavorano a ciclo chiuso, cioè il ricercatore ha l’idea, sviluppa la molecola e poi la si produce, anche a fini di esportazione.

Fammi un esempio concreto di come funziona l’intero ciclo.

Prendiamo il caso di un vaccino, innanzitutto si decide che tipo di vaccino sviluppare, lo si sperimenta per verificare che sugli animali funziona, poi bisogna produrlo su larga scala per fare i trial clinici con l’approvazione degli enti regolatori cubani. Prima però si brevettano le molecole, pure all’estero, mica solo a Cuba, questo per difendere le invenzioni cubane. Poi c’è la fase di esportazione, ma solo se le dosi non servono a Cuba. Perché per Cuba il mercato è quello esterno, non quello interno. Queste fasi negli ultimi anni sono state organizzate in una struttura superiore che è quella di BioCubaFarma, l’industria di Stato ad alta tecnologia, che è l’unione di istituti di ricerca (per esempio, il Centro di ingegneria genetica e biotecnologie, Cigb, con il suo impianto di produzione interna) e industria farmaceutica. Questa struttura è quella che cura tutti i rapporti commerciali con l’estero. Cuba punta quindi a sviluppare un’industria di Stato ad alta tecnologia anche con appoggi esterni, insomma poi ci sono le fabbriche pure in Cina e Vietnam. 

Tu mi descrivi un sistema molto coeso, gestito dallo Stato, in cui si studiano i bisogni, si stabiliscono degli obiettivi e poi si perseguono. La popolazione però alla fine ha veramente accesso a una sanità di qualità?

Ti do un po’ di numeri. Tieni a mente che Cuba ha una popolazione di undici milioni di abitanti. Dall’inizio della pandemia al 21 aprile 2021, se noi prendiamo i casi di Covid-19 confermati Cuba aveva 95.000 casi, l’Italia 3.891.000; i morti: Cuba 538, l’Italia 117.633. Guardiamo il tasso di mortalità, su 100 infetti l’Italia ha cinque volte più morti di Cuba. Oppure a Cuba i morti sono 4,75 su 100.000 abitanti contro i nostri 195,09, quindi abbiamo circa quarantuno volte i morti di Cuba. 

Come lo spieghi?

Per i dati che ti ho citato ancora non si vedevano gli effetti del vaccino, quindi lasciamo stare questo discorso, anche se in Italia non abbiamo pensato ad altro. Constatiamo che Cuba è tra i Paesi che meglio hanno difeso la popolazione, questo perché Cuba ha un medico ogni 122 abitanti, noi ne abbiamo uno ogni 1.132 abitanti. 

Il Sistema sanitario cubano si basa su tre livelli amministrativi e tre di servizio: nazionale, provinciale, municipale. Il livello di base, quello municipale, è costituito da consultori con medici e infermieri attivi 24h/24h che provvedono a circa l’80% dei problemi di salute. Poi al secondo livello abbiamo gli ospedali provinciali che coprono il 15% dei problemi di salute, quindi il loro bacino d’utenza è di qualche migliaio di persone. Avere una buona medicina del territorio significa che ci sono gli ambulatori che in qualsiasi ora del giorno ti accolgono con i loro medici e i loro infermieri. Inoltre, l’infermiere viene dalla comunità, si tratta di una persona che conosce la gente ed è il riferimento per tutti. Aggiungici pure che il medico vive spesso sopra l’ambulatorio. Inoltre, i medici fanno regolarmente visite a casa dei pazienti.

Durante la pandemia 28.000 studenti e studentesse di medicina hanno visitato la popolazione nelle case per capire se stava bene e se c’erano casi da segnalare. Quando riscontravano pazienti con episodi di febbre o infezioni respiratorie li segnalavano, li ricoveravano e poi iniziava subito il tracciamento. Insomma questo insieme di medici, infermieri, studenti ha il compito di sostenere un sistema di vigilanza attiva, la prevenzione è possibile proprio perché la medicina del territorio funziona.

Di nuovo vorrei tornare sul ruolo dello Stato. La medicina del territorio è efficiente, ma rispetto al piano locale che ruolo ha lo Stato?

Lo Stato è presente e organizzato, i medici sono stati avvisati e coordinati quando a Cuba ancora non c’era stato ancora il primo caso di Covid-19. I medici specialisti per ogni provincia sono stati selezionati e formati perché poi tornassero sul territorio a formare gli altri medici. Penso a come invece è andata da noi la comunicazione; io, che pure sono del campo, ho davvero dovuto faticare perché all’inizio non si capiva nulla. A Cuba invece anche la comunicazione è stata gestita con rigore, poi certo i cubani stessi sono un popolo abituato alle epidemie. La stessa BioCubaFarma si è riconvertita a produrre mascherine e a riparare ventilatori, c’è stato uno sforzo collettivo di riorganizzazione. Gli stessi dirigenti sono stati mandati negli ambulatori di base per supportare il territorio. 

In Italia fino a un certo punto sembrava che nessuno sapesse quel che si doveva fare, infatti arrivavano tantissime informazioni contrastanti. Cuba ha avuto gli stessi problemi?

A difesa dell’Italia potremmo dire che nemmeno l’Oms è riuscita a dare delle linee guida chiare. Cuba però ha avuto sicuramente un approccio originale. Innanzitutto l’industria biofarmaceutica cubana ha fatto sì che tutti farmaci di base fossero garantiti, infatti ha puntato a prevenire l’infezione nelle categorie deboli, per farlo sono stati distribuiti agli anziani e alle persone più sensibili degli integratori ad attività immunostimolante. Sappiamo che per contrastare il Covid-19 è fondamentale il buon funzionamento del sistema immunitario, qui Cuba si è giocata la sua grande esperienza. Cuba infatti ha un vaccino terapeutico contro il tumore al polmone che è basato proprio su l’immunoterapia, i cubani sono stati tra i primi a sviluppare questo approccio, e cioè di attivare la risposta immunitaria dell’organismo contro i tumori e contro le malattie infettive. 

Tornando al Covid-19, al di là della prevenzione, Cuba ha provato a utilizzare sostanze antivirali, somministrandole nella prima fase dell’infezione, qui ritorna in gioco l’interferone. Se l’infezione nel paziente proseguiva, i medici utilizzavano degli anticorpi, sempre di produzione nazionale. Non l’ho detto prima, ma tutto ciò si capisce meglio se si pensa che Cuba ha ricevuto diverse medaglie d’oro per i suoi prodotti farmaceutici, una l’ha presa nel 2015 per l’anticorpo monoclonale utilizzato nel trattamento della psoriasi che è una malattia autoimmune. Questo anticorpo è stato utilizzato anche per la tempesta di citochine che si ha nel Covid-19. Ci sarebbero poi tante altre molecole da citare, ma questo esempio è utile per riuscire a capire come è stata impostata la prevenzione. Si è lavorato molto sia sui meccanismi di contorno all’infezione del virus, sia nello stimolo della risposta del sistema immunitario, questa doppia azione ha sicuramente ridotto molto la mortalità. 

Veniamo ora ai vaccini.

I vaccini (o meglio, finché non approvati, sarebbe meglio dire: candidati vaccinali) sono stati sviluppati da due istituti, uno è l’Istituto Finlay che, storicamente, si occupa di vaccini tradizionali. Però collaborando con il centro di immunologia molecolare (Cim) ha fatto anche vaccini ricombinanti di nuova generazione, si è arrivati così allo sviluppo dei vaccini contro il Covid-19, si chiamano Soberana. Il Soberana II è in fase avanzata (fase 3). L’altro istituto è il Cigb, già citato in precedenza, che ha sviluppato i due candidati Abdala e Mambisa, di cui il primo anche in fase 3. Questi candidati vaccinali sono presenti sul sito dell’Organizzazione Mondiale della salute (Oms).

In modo più generale possiamo dire che Cuba sta approntando vaccini proteici, piattaforme che utilizza da decine di anni e che sono già state impiegate per altri vaccini. Sono quindi tecnologie collaudate, a differenza di quelle impiegate per alcuni dei vaccini attualmente disponibili contro il Covid-19, che sono utilizzate su larga scala per la prima volta. Un vaccino proteico è quello che sta alla base di tutti i vaccini moderni, per esempio il vaccino per il papillomavirus umano o quello contro l’epatite B si basano su tecnologie di questo tipo e sono vaccini a subunità proteica. Inoltre, Cuba ha riconvertito parte dei suoi impianti per produrre vaccini contro il Covid-19, si tratta di impianti di produzione statale del Cim, che fa parte anch’esso di BioCubaFarma e messi a disposizione dell’istituto Finlay. Si tratta quindi un complesso incastro di strutture e competenze differenti che collaborano tra di loro.

Senti, da decenni ci raccontano che l’intervento statale è troppo costoso e poco efficiente. Eppure, Cuba sembra dimostrare che lo Stato può darsi un ruolo di pianificazione, progettazione e coordinamento, impiegando risorse in modo virtuoso, che anzi forse è meno dispendioso delle logiche competitive del privato.

In Italia, in piena pandemia, lo Stato ha deciso di regalare i soldi all’industria: infatti anche se si parla di vaccino italiano nei fatti l’Italia ha regalato ottanta milioni alla Reithera che è un’impresa di biotecnologie svizzera, anche se con una sede in Lazio [successivamente il finanziamento è stato bloccato dalla Corte dei Conti, N.d.R.]. E per di più per sviluppare un vaccino basato su un adenovirus, la stessa tecnologia di Astrazeneca. Tutto ciò mentre i ricercatori pubblici non hanno avuto accesso a un singolo bando per sviluppare un vaccino contro il Covid-19. Questo dovrebbe farci arrabbiare, perché i ricercatori pubblici avrebbero potuto fare quello che hanno fatto Moderna o BioNTech o altro, saremmo stati benissimo capaci di sviluppare candidati vaccinali. Lo Stato avrebbe potuto sostenere un sistema pubblico di ricerca e poi semmai andare a negoziare con il privato la fase di produzione. Io mi chiedo a cosa serva la ricerca pubblica, forse tengono i ricercatori, così, per giocare. Perché ora che il gioco si è fatto serio lo Stato non ci ha chiesto nulla, ha completamente scavalcato i suoi ricercatori. Certo è molto più semplice appaltare all’esterno, ma quando faccio il paragone con Cuba, che appunto è un Paese piccolo e povero, non posso fare a meno di sentire che in Italia i ricercatori non hanno nessun ruolo sociale.

Voglio anche citare alcuni riconoscimenti ottenuti da Cuba, servono a contraddire la classica correlazione diretta tra Pil e indicatori di salute. Save the Children nel 2010 definì Cuba il miglior Paese dove essere madre; nel 2015 l’Oms nominò Cuba come esempio, primo Paese al mondo ad aver eliminato la trasmissione di Hiv e sifilide tra madre e figlio con farmaci prodotti a Cuba. Nel febbraio 2019 Bloomberg ha incluso Cuba tra i trenta Paesi più sani al mondo, più in alto di tutta l’America Latina, ma anche degli Stati Uniti e la lista potrebbe continuare. Cuba è proprio la dimostrazione del fatto che non servono risorse enormi, si tratta piuttosto di usarle bene.

Ti segnalo questi riconoscimenti anche per spiegarti che non sono invasata di Cuba, ma ci sono proprio dei dati oggettivi in grado di testimoniare il livello raggiunto dall’isola. Queste sono informazioni che sarebbe importante far conoscere alle persone, perché farsi un’idea meno artefatta di Cuba può essere uno stimolo per rivedere il nostro sistema, credo che la pandemia ce ne abbia mostrato le fragilità. Non si tratta infatti solo di riuscire a vaccinare tutta la popolazione, questa dovrebbe essere un’occasione per ripensare la nostra società, per recuperare la riforma del Sistema sanitario del 1978. 

Cuba è ben inserita in un sistema di scambi commerciali sud-sud, e lo fa soprattutto attraverso i farmaci. Come mai questa scelta? Anche alla luce del fatto che le principali case farmaceutiche mondiali sembrano poco interessate a direzionare la loro ricerca scientifica verso le urgenze dei Paesi meno ricchi, ci dicono infatti che quel mercato non è redditizio; in questo modo tante malattie restano senza una cura.

Penso che Cuba prima faccia le cose per sé e poi le venda. Per esempio, una delle cose più avanzate che hanno, un farmaco per il piede diabetico, prima ci curano i cubani poi lo vendono anche all’esterno. Anche a guardare il listino di BioCubaFarma si vede che partono dalle loro esigenze e non dal mercato. Va detto che nei Paesi ricchi non si muore più tanto per malattie infettive; abbiamo imparato a controllare l’Aids, ma non ci interessiamo più alla malaria o alla tubercolosi, sono malattie che non sembra ci riguardino. Invece Cuba ci deve fare i conti; per esempio, per l’Hiv produce i suoi biosimilari, quindi degli inibitori con cui per prima al mondo è riuscita a bloccare la trasmissione madre/figlio. Prodotti come questi in alcuni Paesi – penso a tanti stati africani – sono utilissimi, anche perché Cuba fa profitti ma direi in modo etico, vende a prezzi calmierati.

Mi dici qualcosa a proposito delle brigate mediche cubane? Tutta propaganda?

Cuba ha sviluppato la sua politica estera e parte della sua diplomazia attraverso la cooperazione medica con Paesi in via di sviluppo. Le missioni mediche internazionali sono attuate sulla base dell’art. 16 della nuova Costituzione dedicato alle relazioni internazionali basate su principi antimperialisti e in funzione dell’interesse del popolo; nella lettera g) si afferma l’impegno di Cuba nella difesa dei diritti umani. Cuba invia medici in tutto il mondo, negli ultimi 47 anni sono stati sviluppati diversi programmi. Tra questi ricordo almeno l’Operación Milagro, che ha assistito 600.000 persone con problemi di vista provenienti da 30 Paesi tra Caraibi, America Latina e Africa; tutto gratis. Un altro pilastro fondamentale della cooperazione è rappresentato dalla scuola latino americana di medicina (Escuela Latino Americana de Medicina, Elam) in cui si sono formati finora 35.000 medici provenienti da Paesi di tutto il mondo. Il patto poi è questo, che chi va a formarsi in questa scuola per diventare medico deve tornare nel proprio Paese povero a fare attività. Questa operazione è sotto attacco da tempo da parte degli Stati Uniti (e non solo), basti ricordare i tre milioni di dollari stanziati dall’agenzia dello sviluppo internazionale (la cosiddetta Usaid, US agency for international development) e destinati a progetti contro le brigate mediche di Cuba all’estero, si tratta di campagne facilmente riconoscibili come false e denigratorie. Ricordiamoci che i medici cubani sono venuti l’anno scorso in Italia, dalle testimonianze emerge l’aiuto e l’umanità che hanno portato, anche perché sapevano come affrontare una pandemia. Alcuni di loro infatti avevano lavorato in Africa contro l’ebola. Teniamo a mente che, alle regioni interessate (Piemonte e Lombardia) sono costati pochissimo, praticamente solo le spese di vitto e alloggio (circa 50 euro al giorno). Poi chiaramente è la loro diplomazia, Cuba esporta sia farmaci sia servizi medici. Per esempio Cuba dava medici al Venezuela in cambio del petrolio, ma non ne farei uno scandalo, diciamo che è un po’ il loro capitale, capitale umano però. Dopotutto non esportano bombe.