Cuba tra tensioni e sfide nuove: considerazioni per riflettere

Angelo Baracca

Lei lo sa quanti sono i diritti umani identificati dalle organizzazioni internazionali? 61. Lo sa quanti Paesi li rispettano tutti? Lo sa? Glielo dico io: nessuno. Cuba di questi 61 ne rispetta 47. Altri molti meno. Noi ad esempio rispettiamo i diritti umani del garantire la salute a tutti quanti, così come l’istruzione libera e gratuita. Lei trova giusto che una donna guadagni meno di un uomo? Non è anche questo un diritto umano? Potrei farle molti esempi di Paesi che non rispettano questi diritti. Venire qui a parlare di prigionieri politici e di diritti umani non è proprio giusto, è scorretto.

(Raúl Castro, 21 marzo 2016, davanti al presidente degli Stati Uniti Barack Obama)

In questa sede credo non sia necessario spendere molte parole per discutere le peculiarità delle innovazioni sociali e di politica internazionale introdotte dalla Rivoluzione cubana del 1959. Mi sforzerò pertanto di fare un bilancio proiettato verso le prospettive in un mondo in cui lo sconquasso della pandemia sta introducendo trasformazioni epocali che si cominciano appena a intravedere. Cuba naviga in mare aperto, e procelloso, senza “santi in paradiso” dopo la fine dell’Urss, contraddicendo tutte le predizioni dell’imminente crollo del proprio sistema, eppure il futuro riserva incognite impredicibili, per le quali Cuba ha forse carte nuove da giocare ma può incontrare scogli inattesi, se non addirittura cadere in trappole tese ad arte.

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Per un verso, ora come mai nel passato, Cuba conquista una visibilità nelle cronache mondiali, perché ci si accorge che ha realizzato ben cinque candidati vaccinali contro il Covid-19. Ovviamente molti dei “fulminati sulla via di Damasco” non si chiedono, o al più considerano superficialmente, come quest’isoletta (grossomodo un millesimo della popolazione mondiale) abbia potuto realizzare questo risultato, che per Cuba non è poi così eccezionale. I media mondiali dovrebbero indagare una realtà scomoda, poiché dovrebbero spiegare ai loro lettori perché altre potenze capitaliste per definizione “democratiche” non sono in grado di fare altrettanto.

Ovviamente la “democrazia” non è un tema che si possa liquidare in poche righe, né intendo farlo ripetendo semplicemente la convinzione che ho maturato negli scorsi anni, ossia che Fidel e il Pcc abbiano fatto benissimo a non ammettere la formazione di altri partiti politici, che nella loro forma attuale diventano canali di infiltrazioni (anche finanziarie) e di manovre che chiamare poco chiare è un eufemismo. Si potrebbe anche commentare che verosimilmente il gruppo dissidente di San Isidro in moltissimi Paesi “democratici” non sarebbe a piede libero. Ma non credo che si possa negare – anche con una conoscenza superficiale – che i sistemi di democrazia e controllo popolari creati con il trionfo della Rivoluzione abbiano subito un’involuzione burocratica, e che fenomeni di corruzione siano endemici, anche per le restrizioni proibitive e le conseguenti necessità materiali create dal bloqueo.

Il problema del rinnovamento a Cuba si pone, sul piano economico come su quelli politico e sociale, e lo ha riconosciuto anche Raúl Castro nel discorso di despedida al recente Congresso del Partito Comunista Cubano (Pcc). Il momento attuale potrebbe essere opportuno, pur se reso difficile dall’esasperato inasprimento del bloqueo (che disvela pienamente la sua ratio): infatti anche i dissidenti hanno le armi spuntate di fronte all’attesa salvifica di tutti i cubani per la prossima vaccinazione della popolazione. Anche i sostenitori di Cuba dovrebbero essere più attivi e chiari su questo piano: l’inflessibile sostegno su tutti i piani a Cuba potrebbe essere accompagnato al “fraterno” (si diceva così per i Paesi comunisti) stimolo a promuovere una riforma politica, tanto più complessa perché non può plagiare le forme più comuni, ma dovrebbe risvegliare l’afflato dei primordi della Rivoluzione. Vi è stato anche un modello recente, la discussione capillare della nuova Costituzione di Cuba, che a quanto sappiamo è stata sviscerata e riformulata da centinaia di assemblee a tutti i livelli per arrivare alla forma approvata il 28 febbraio 2019: anche questo un punto di partenza incoraggiante. Nell’isola i vaccini verranno commercializzati, ovviamente senza le speculazioni a cui siamo abituati nei nostri Paesi, e sarebbe opportuno che la popolazione potesse vedere un beneficio anche nella situazione materiale di penuria nelle forniture e nell’aumento dei prezzi dei generi essenziali. Ho l’impressione che le aspettative di molti cubani non considerino appieno le difficoltà che uno Stato bloqueado deve affrontare; e tanto meno le comprendiamo noi in Italia. Cuba non produce tanti generi di prima necessità, e non è autosufficiente neanche per i generi alimentari: le restrizioni per l’accesso a fonti di finanziamento trascina il resto delle materie prime e dei prodotti alimentari, rincara tutto ciò che il Paese acquista all’estero. Ma anche nel frangente eccezionale di affrontare la pandemia Cuba ha dovuto dedicare notevoli risorse per assicurare urgentemente le attrezzature e i materiali necessari per gli ospedali e l’assistenza sanitaria, dovendo ricorrere a mercati lontani e spesso indiretti per acquisire tecnologie soggette ai divieti del bloqueo, anche per l’industria biofarmaceutica.

Come inciso, chi si stupisca dell’accanimento di Washington nell’inasprire il bloqueo dovrebbe conoscere la storia passata, dalla “dottrina Monroe” e l’ideologia del “destino manifesto”, all’intervento degli Stati Uniti nel 1898 nella guerra ispano-cubana (che non a caso è nota come ispano-americana), che il grande patriota e intellettuale cubano José Marti aveva con straordinaria lucidità previsto (a lungo esule a New York, «Ho vissuto nelle viscere del Mostro»): se l’America Latina è per gli Stati Uniti il “giardino di casa”, Cuba è il balconcino, vi sono state forti correnti annessioniste, la Rivoluzione del 1959 è stata un affronto intollerabile!

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D’altra parte, se oggi indubbiamente la stessa situazione internazionale impone a Cuba trasformazioni profonde, anche noi dovremmo rivedere certi concetti. Uno di questi è il controllo statale dell’economia. Molti sono sorpresi, quando non scandalizzati, dal fatto che Cuba stia introducendo forme di imprenditorialità privata. Ma non era stata eccessiva, in qualche modo dogmatica, la statalizzazione di ogni aspetto dell’economia? (E in questo si deve osservare, a mio avviso, un limite di Fidel, senza sminuirne gli enormi meriti). Quando andai a Cuba per la prima volta nel 1995 vi erano ancora grandi empori o laboratori collettivi, per barba e capelli, o per la riparazione delle scarpe, dove non sempre la riparazione era soddisfacente. Il crollo dell’Urss determinò una drammatica caduta del Pil cubano, e Fidel proclamò un período especial in tempo di pace, la popolazione conobbe anni di grandi privazioni. Forse è necessario premettere che nei primi decenni della Rivoluzione Cuba era stata riconosciuta come uno dei Paesi più egualitari del mondo, ma nella nuova emergenza la popolazione cubana affrontò la crisi con grande dignità, sfoderando la sua proverbiale creatività. Nelle ristrettezze del período especial molti problemi vennero al pettine. Per dirne uno, nei ristoranti si mangiava malissimo, perché i condimenti venivano sottratti e venduti. Non si tratta in nessun modo di dire che «il privato è meglio». 

Ma al di là di criteri dogmatici, era stato davvero opportuno seguire alla lettera il modello sovietico? Il negozietto di barbiere, il piccolo ciabattino, tante piccole attività che non arricchivano il proprietario, dovevano per forza essere collettivizzate? Proprio nei primi anni delle mie visite la penuria dei generi di prima necessità rese indilazionabile l’apertura degli agromercati (che Fidel accettò obtorto collo), dei piccoli ristoranti privati chiamati paladar, dei meccanici di biciclette, dei ciabattini. Credo che nessuno di loro si sia arricchito, ma le differenze economiche hanno cominciato ad accentuarsi visibilmente, e hanno anche avuto riflessi sociali. Ho visto con i miei occhi laureati in ingegneria elettronica che avevano lasciato l’università perché lavorando in un pub con le sole mance dei turisti guadagnavano di più. Pullulavano i tassisti in nero, mentre le compagnie di taxi statali erano inefficienti e avevano moltissime vetture ferme per riparazioni inconcludenti.

Forse se dall’origine si fossero fatte scelte più equilibrate, la situazione oggi potrebbe essere diversa. Forse ci si potrebbe anche chiedere se e come coloro che sono cresciuti negli impieghi statali, a volte non proprio abituati a criteri di efficienza (la drastica riduzione degli impieghi pubblici si è imposta come una necessità), possono concepire (o trovare) altri impieghi che non siano solo attività di cuentapropista (autonome): dove è insito lo scopo di lucro, magari modesto, ma poi destinato ad aumentare. Ma del senno di poi son piene le fosse.

L’inefficienza è stata descritta con incomparabile senso umoristico coniugato all’altissimo livello artistico nell’ultima opera del 1995 del grande cineasta Tomás Gutiérrez Alea, con Juan Carlos Tabío, Guantanamera. Ricordo sempre un carissimo amico che aveva lasciato il ruolo di insegnante e fra varie occupazioni ne aveva presa una in una compagnia, però lo vedevo spesso a casa e mi rispose ironicamente: «Loro fingono di pagarmi e io fingo di lavorare» (nota: allora gli stipendi erano in moneta nazionale e moltissimi generi in dollari, in questi mesi si sta passando alla moneta unica).

Queste sono solo osservazioni generiche, non mi sogno neppure di cimentarmi sul problema delle riforme attuali e delle prospettive future. Ma credo che anche noi dobbiamo superare certi stereotipi.

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A proposito delle… delizie della “democrazia”, per uscire dai luoghi comuni non mi sembra superfluo richiamare en passant tragedie epocali, limitandomi all’America Latina, dalle quali Cuba è stata esente: e scusate se è un vantaggio da poco! Dall’ondata dei regimi fascisti, alla serie interminabile di colpi di Stato (insanguinati o bianchi) con rovesciamenti di regimi “democratici”, lasciando spesso lunghissimi strascichi che non sono mai veramente conclusi: le vittime, i soprusi, le violenze di ogni genere non si contano! Si sono ammantati di “democrazia” golpe come quello che nel 2009 in Honduras destituì il presidente legittimamente eletto Manuel Zelaya, per non parlare dei tentativi di golpe in Venezuela. Al contrario, Cuba è stata soggetta a un tentativo di esportazione della brillante “democrazia” statunitense con l’invasione del 1961 alla Baia dei Porci, per non parlare degli innumerevoli tentativi di sabotaggio e interferenze di ogni genere.

Proprio dall’Honduras e dal Guatemala, “modelli” di democrazie pluripartitiche, partono grandi carovane di disperati che vorrebbero raggiungere gli Stati Uniti, i quali li sbarrano in tutti i modi, mentre hanno sempre aperto le porte a coloro che uscivano da Cuba. Nessuno dei grandi media sembra essersi accorto che Cuba è il solo Paese dell’America centro-meridionale che non ha conosciuto i grandi movimenti popolari di protesta esplosi negli ultimi anni: difficile pensare che a Cuba il controllo poliziesco sia più duro che in Cile!

Secondo le proiezioni della Commissione economica per l’America Latina (Cepal), la regione registra una contrazione del Pil del 7,7%, il tasso di povertà estrema si attesterà al 12,5% nel 2020 e il tasso di povertà colpirà il 33,7% della popolazione: alla fine del 2020 il numero totale di poveri ha raggiunto i duecentonove milioni, ovvero ventidue milioni in più rispetto all’anno precedente, settantotto milioni di persone sono in estrema povertà, otto milioni in più rispetto al 2019. A Cuba, nonostante la situazione si sia deteriorata, anche un visitatore occasionale vede che non vi è nulla di simile, non esistono favelas, nessuno dorme per strada come sta dilagando negli Stati Uniti, nessuno muore di fame o è privo di cure.

La sorprendente ripresa economica di Cuba dopo la perdita di un terzo del Pil all’inizio degli anni Novanta – alla quale il rafforzamento del complesso biofarmaceutico ha dato un contributo determinante che è sopravvissuto al crollo del turismo per la pandemia – trovò una sponda al volgere del secolo con l’affermarsi dei governi di ispirazione socialista in America Latina, per i quali Cuba costituì motivo di ispirazione, e anche un supporto materiale nella cooperazione medica sulla base di uno scambio egualitario. Ma da alcuni anni il vento in America Latina è cambiato (la stabilità di Cuba dovrebbe dirla lunga sulla solidità del suo sistema politico, che come dicevo è insostenibile attribuire a un controllo poliziesco! Chiunque metta un piede a Cuba lo vede in modo lampante), e tuttora i segnali recenti di recupero delle sinistre e dei movimenti popolari sono ancora incerti. Cuba quindi non può contare oggi sul supporto di quei Paesi, anche se prosegue questo tipo scambio con il Venezuela aggirando a fatica le sanzioni statunitensi.

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Credo che anche fra noi si debba uscire da stereotipi di parte. Cuba non è un Paese socialista, anche se la Rivoluzione ha avviato un processo di rinnovamento sociale ed economico di impostazione chiaramente socialista. Il socialismo non esiste in nessun Paese. Come ho ricordato, Cuba è stato fra i Paesi più egualitari al mondo, ha sradicato la povertà estrema che impera ancora oggi in tutta l’America Latina (ma anche negli Stati Uniti): era anche “all’ombra” dell’Urss (a cui peraltro ha portato contributi importanti, per esempio sul piano biofarmaceutico), e con il crollo di questa ha attraversato una gravissima crisi dalla quale si è ripresa proprio puntando sull’industria biotech. Ma le disuguaglianze economiche si sono accentuate: il socialismo non si fa ripartendo la penuria. In particolare sono privilegiati coloro, e sono tanti, che hanno qualche parente che emigrò negli Stati Uniti.

È necessario abbandonare qualsiasi stereotipo se si vuole cercare di capire la realtà.

In Italia conosciamo i corsivi sul Corriere di Panebianco, che denota Cuba come una «prigione a cielo aperto». Pochi fra i critici di Cuba sembrano riflettere che è singolare un sistema totalitario che ha sradicato l’analfabetismo, trasformato seicento caserme in scuole, istituito un sistema d’istruzione moderno e gratuito fino ai livelli più alti, organizzato un sistema di salud pùblica universale e gratuito che ha sradicato le malattie che inflazionano nei Paesi sottosviluppati, realizzando un profilo sanitario della popolazione fra i migliori al mondo (un solo esempio, l’indice di mortalità infantile è inferiore a quello degli Usa, e di alcune regioni italiane). Non mi sembra esagerato chiamarli elementi di socialismo. Realizzazioni che il potente vicino imperiale, che agita di continuo i diritti umani, certo non ha apprezzato (e non ha la minima intenzione di attuare in casa propria), altrimenti avrebbe sollevato il bloqueo, almeno per i beni riguardanti questi settori. Ma la crisi degli anni Novanta ha incrinato questi diritti egualitari, sia per il deterioramento delle attrezzature e la difficoltà di mantenerle e rinnovarle, sia perché, al di là della retorica, conosco direttamente come per ottenere certi servizi le persone debbano fornire qualche “presente”, e diviene comprensibile quando tutti sono necessitati: ma penso che qualsiasi predica mossa dal nostro pulpito sia pura ipocrisia! In ogni caso questa situazione mi rattrista.

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Il problema della perdita della memoria storica è molto grave in tutti i Paesi, ma a Cuba assume aspetti peculiari. Forse si potrebbe dire che i cubani sono abituati male, per decenni non hanno pagato imposte, vivono al di sopra delle loro possibilità, per lo meno attuali. I giovani da un lato sono cresciuti con i benefici attuati dal governo, dall’altro con l’apertura a Internet subiscono le sirene del capitalismo. 

Del resto io mi sono trovato spesso discutendo con cubani scontenti a dire loro che non vivevano nel posto peggiore del mondo, e bastava guardare l’America Latina per vedere che c’era enormemente di peggio. E allora vorrei chiudere riportando la conclusione di Lia De Feo in un Omaggio a Fidel, per la sua morte: mi piace citarlo spesso perché l’autrice è grande conoscitrice di Cuba e dei Paesi caraibici, e dichiara chiaramente di non amare i cubani:

E alla fine, è questo: [i cubani; N.d.A.] li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un’elemosina, finisce che non vedi l’ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l’uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. Lo dici al taxista che ti riporta all’Avana e lui è contento, rincara la dose: “È vero, noi ci lamentiamo e ci dimentichiamo del buono, ma è proprio vero. Anche i nostri portatori di handicap, non c’è confronto. E che dire della delinquenza, del narcotraffico? Siamo fortunati, noi.” Sì, sono fortunati, loro. Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi. 

Il sistema sociale, economico e politico cubano è soggetto a tensioni e a sfide nuove, davanti alle quali vengono agitate le stesse critiche di stampo dottrinario, che non aiutano a trovare soluzioni adeguate per una trasformazione positiva, pacifica e condivisa della situazione del Paese, dal momento che chi le muove (in primis gli Stati Uniti) ha solo il chiodo fisso del (adverse) regime change.

Bibliografia e sitografia:

A. Baracca, «60 anni fa il popolo cubano umiliò il tentativo di invasione alla Baia dei Porci», pressenza.com/it, 17 aprile 2021.

A. Baracca, R. Franconi, Cuba: Medicina Scienza e Rivoluzione. Perché il Servizio Sanitario e la Scienza Sono all’Avanguardia, Zambon, Berlin 2020.

A. Baracca, R. Franconi, Subalternity vs. Hegemony, Cuba’s Outstanding Achievements in Science and Biotechnology, 1959-2014, Springer Nature, Berlin 2016.

L. De Feo, «Omaggio a Fidel», contropiano.org, 27 novembre 2016.

C. Re, «Cuba: abbiamo dimostrato che si è potuto, si può e si potrà», intervista a José Luis Rodríguez, strettissimo collaboratore di Fidel Castro e Ministro dell’Economia di Cuba durante gli anni del Período Especial, coniarerivolta.org, 24 aprile 2021.

M.C. Santana Espinosa et al., «Maternal and child health care in Cuba: achievements and challenges», iris.paho.org, aprile 2018.

M. Had, et al., «Women on the Front Lines of Health Care State of the World’s Mothers 2010», Savethechildren.org, maggio 2010.La Costituzione della Repubblica di Cuba può essere letta sul sito Cubadebate.cu, «Descague la Constitución de la República de Cuba», 9 aprile 2019.

Insurgent Universality. An alternative Legacy of Modernity. Un libro di Massimiliano Tomba

Daniele Balicco

Massimiliano Tomba è un filosofo politico di formazione padovana che, purtroppo, come tanti suoi colleghi ormai, ha lasciato qualche anno fa l’Italia: oggi insegna nel prestigioso dipartimento di History of Consciousness dell’Università di Santa Cruz, in California. Il suo ultimo lavoro – pubblicato da Oxford University Press nel 2019 e in attesa di essere tradotto in italiano – è un saggio politico ambizioso, dove alcuni strumenti teorici della tradizione filosofica tedesca, su cui Tomba ha già a lungo meditato (su tutti: Kant, Marx, Benjamin e Bloch), vengono messi alla prova di eventi storici circostanziati: lo scopo è quello di costruire una genealogia critica capace di indicare tracce, emersioni storiche significative, perché concretamente universalistiche, di quell’altra modernità che si è continuamente opposta, per secoli, all’incardinarsi unidimensionale della sovranità europea e del suo dominio sul pianeta. 

Il libro si apre con un’immagine, che ben riassume l’oggetto di studio di questo lavoro. Pensiamo a un fiume la cui acqua sia stata canalizzata. Nella parte destra dell’argine artificiale stanno i guardiani dello Stato e della reazione; in quella sinistra, i progressisti. Passano il tempo a combattersi, anche violentemente, ma solo a parole. In realtà, convergono su un punto dirimente: il fiume non deve abbandonare l’argine del suo percorso forzato. Tutt’al più si può aumentare o diminuire – di volta in volta, se cambiano i rapporti di forza – l’intensità della pressione dell’acqua canalizzata. Ma inaspettatamente poi accade, un giorno, all’improvviso, che la forza del fiume rompa gli argini, travolgendo i confini artificiali nel quale è stato costretto, magari per decenni. Lo spazio che lo circonda di colpo cambia. Si aprono mille rivoli, cadono vecchie recinzioni, le linee si frastagliano: emergono antiche tracce, ora utili a convogliare la forza dell’acqua, libera, altrove. 

L’universalità insorgente si manifesta così, come un’inondazione. Agisce emergendo quasi all’improvviso come una forza capace di travolgere gli steccati e le separazioni imposte dal potere moderno. Dalle lotte contadine tedesche del 1525 fino al movimento zapatista della fine del secolo scorso, è come se si sviluppasse una nota bassa continua che accompagna forme di resistenza radicali, molto diverse fra loro, ma tutte orientate su alcuni assi portanti: anzitutto, su un’idea di “usufrutto” comune – e non di appropriazione privata – della terra e dei beni; quindi, sulla valorizzazione del collettivo, dei gruppi, dell’autogoverno; sulla sperimentazione di una pluralità di poteri convergenti su un’idea di responsabilità come patto fra le generazioni, che unisce passato e futuro nella cura della comunità, del singolo e della terra. Una responsabilità che antepone la relazione agli individui e che per questa ragione, più o meno consapevolmente, è stata capace di opporsi alla produzione moderna di quella soggettività sradicata che è “libera” di vendersi sul mercato, ma solo come appendice inessenziale del lavoro astratto capitalista. 

Lettore di Bloch e di Benjamin, e soprattutto dell’ultimo Marx, quello “populista” delle lettere a Vera Zasulič, Tomba ha come primo obiettivo quello di scardinare la prigione unidimensionale della temporalità del moderno. Se vede nel gesto teorico dello storico indiano Dipesh Chakrabarty, autore di Provincializzare l’Europa, un passo decisivo per minare l’auto-incoronazione europea a ultimo stadio del progresso mondiale, non ne segue però la prognosi, tutto sommato elementare. Perché, secondo Tomba, è storicamente fuorviante pensare che esista, o che sia realmente esistita, un’unica e sola modernità europea, contro cui ogni Paese del resto del mondo deve ora riaffermare il valore strategico di singolarità alternativa. Il processo storico che ha portato all’imporsi della sovranità europea moderna va invece osservato in modo prismatico, facendo attenzione soprattutto alle sue linee di frizione: la modernità apparirà così come un percorso frastagliato, sempre a rischio di crisi, perché instabile e perché continuamente combattuto, all’esterno e all’interno dell’Europa stessa, da forze politiche che si sono di volta in volta opposte al progredire della forma Stato come garanzia e motore dell’accumulazione di capitale. La prospettiva teorica di Tomba permette così di disattivare la logica elementare oppositiva di un conflitto netto fra Europa e resto del mondo, e di tracciare, invece, la mappa di uno spazio mondiale multiverso e interconnesso, dove realtà storiche e geografiche, talora anche molto distanti fra loro, coloniali e post-coloniali, europee e non, antiche e contemporanee, si rincorrono in un processo paradossalmente unitario di resistenza, attraverso la sperimentazione di “atti universalistici” (fatti di proposte, leggi, costituzioni, manifesti) che ci parlano, non certo di caos e anarchia, o di ritorno dell’arcaico, come vorrebbe la tradizione liberale; ma all’opposto di una vera e propria fabbrica costituente, orientata alla verifica comune dei poteri e alla sperimentazione di forme possibili di autogoverno.

Il volume si concentra su quattro specifiche emersioni storiche: parte da un appassionante confronto fra le prime due costituzioni della rivoluzione francese – quella del 1791, che fonda, contro la giurisdizione dell’ancien régime, i diritti individuali del cittadino all’interno della forma Stato; la seconda, montagnarda, del 1793, che invece mette in questione l’ordine politico e sociale, attraverso il riconoscimento degli individui, ma come membri di gruppi e di assemblee; e all’interno della quale risuonano le lotte degli schiavi di Haiti, l’azione politica delle donne, dei sans-culottes e dei contadini. La seconda tappa è il 1871, la Comune di Parigi. Tomba lavora ancora una volta sui documenti pubblici, sui manifesti, sulla Dichiarazione del Popolo Francese del 1871, mostrando il significato politico del ripristino del vincolo di mandato e del dominium utile, come riattivazione di un’idea di responsabilità comunitaria della rappresentanza e della proprietà che la società liberale aveva bandito, come residuo arcaico di sovranità medievale. Quindi, la Costituzione sovietica del 1918, che formalizza l’esperienza della pluralità dei poteri (gruppi, associazioni, consigli, soviet) come rottura rivoluzionaria rispetto ai diritti del cittadino e dello Stato: soggetto della costituzione è ora un universale concreto, una classe sociale, i lavoratori e gli sfruttati, organizzati in una federazione di consigli. L’ultima tappa è rappresentata dal movimento zapatista messicano attraverso l’analisi dei suoi manifesti, della proposta di rivoluzione agraria e di riforma costituzionale stilate all’inizio degli anni Novanta. Attraverso quest’ultima emersione, ci dice Tomba, è come se si riattivassero cinquecento anni di lotte contro la colonizzazione dell’America, nella pratica costituente di forme di potere comunitarie, capaci di ibridare consuetudini della tradizione indigena recuperando, forse inaspettatamente, il sentiero interrotto dalla rivoluzione bolscevica: l’eredità populista dell’obščina della Zasulič e di Cernjsevskji. 

Insurgent Universality è un volume appassionante; non un semplice saggio di storia politica, ma un manifesto teorico che risponde a un problema comune del nostro presente: come scardinare l’unico universalismo oggi rimasto, che è quello astratto dell’accumulazione capitalistica e del potere statale? Pensare a un universalismo insorgente significa rompere questo sortilegio che ci imprigiona in un moto coattivo unidirezionale. Come sappiamo, le forme giuridiche dell’universalismo astratto lavorano precisamente per separare gli individui dalle comunità, rendendoli apparentemente sovrani, ma solo nel regno protetto del diritto e del consumo. La potenza delle lotte insorgenti descritte in questo volume ci ricorda però che, contro la cecità dell’individualismo proprietario, esiste una responsabilità comune, reale, pratica che lega le generazioni nella cura delle comunità e degli individui; e, soprattutto, nell’usufrutto della terra. Ed è una responsabilità politica orientata non solo verso il presente e gli altri viventi; ma soprattutto verso il futuro. In forme diverse, lo ripetono gli zapatisti messicani, gli indiani d’America, i rivoluzionari francesi, gli schiavi di Haiti, i comunardi, i primi sovietici, i populisti russi; e moltissimi altri, come lo stesso Marx, quasi alla fine del libro III del Capitale: 

Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata, come boni patres familias, alle generazioni successive (K. Marx, Il Capitale, libro III).

Bibliografia

D. Chakrabarty, Provincializzare l’Europa, Meltemi, Roma 2000.

M. Tomba, Insurgent Universality. An alternative Legacy of Modernity, Oxford University Press, Oxford 2019.

Tra conflitto e pratica dell’obiettivo: intervista alla Tech workers coalition italiana

Riccardo Emilio Chesta

Anche in seguito alla crisi da Covid-19 da circa un anno in Italia si è costituita una sezione della Tech workers coalition (Twc), rete transnazionale dei lavoratori delle aziende Ict. Li abbiamo incontrati dopo un evento pubblico online di presentazione delle loro attività. Composta di lavoratori qualificati nel settore informatico, grafico, che include progettisti e sviluppatori, la Twc è un soggetto che cerca di parlare a diverse realtà lavorative investite dagli attuali processi di digitalizzazione e innovazione tecnologica. Si propone di coinvolgere nelle proprie iniziative non solo chi le tecnologie digitali le programma e sviluppa ma anche chi le esperisce nel proprio lavoro, come i rider delle piattaforme di food-delivery o i magazzinieri della logistica, tentando dunque di gettare ponti che leghino i lavoratori più tecnicamente qualificati con i lavoratori manuali sempre più coinvolti dai processi di digitalizzazione. Da un lato la Twc si pone obiettivi specifici e settoriali – è composta in prevalenza da lavoratori e lavoratrici del settore informatico – ma ritiene che possano essere un mezzo attraverso cui coinvolgere nella propria organizzazione tanto lavoratori manuali quanto figure tecniche ibride, a cavallo col lavoro culturale, come i grafici e i designer.

Già l’adozione del termine “coalizione” li identifica come un soggetto aperto, non corporativo che tenta di andare oltre un’opera pur necessaria di sindacalizzazione e organizzazione, ponendosi come obiettivo un’opera più generale di acculturazione all’azione collettiva e alla costruzione di solidarietà tra i lavoratori tech, in primis sul proprio posto di lavoro ma anche al di là, invitando a riflettere sui legami tra la propria professionalità e le implicazioni più generali in società. Legando azione locale e transnazionale, opera di critica e costruzione di alternative tecnologiche, costruzione di solidarietà sui luoghi di lavoro e sperimentazione di forme di lavoro cooperativo. Quella che segue è un’intervista collettiva gentilmente concessa dalla Twc a Officina Primo Maggio.

Come è nata e qual è la composizione sociale di Tech workers coalition Italia?

Anche se la nostra aspirazione è creare una coalizione con categorie come magazzinieri o rider, in realtà nella nostra coalition ce ne sono pochi, più che altro perché sono già organizzati e anche perché noi non abbiamo granché da insegnargli. Ma sarebbe bello unire le forze.

Il grosso delle persone che partecipano sono programmatori e sistemisti, un mix tra lavoratori in consulenza, poco privilegiati, e poi un blocco che galleggia meglio, che lo fa per spirito di solidarietà. Nel mezzo dell’associazione ci sono anche alcuni rider, qualche ricercatore, o qualche sociologo prestato all’industria, anche se sono più l’eccezione che la regola. Lo zoccolo duro di Tech workers coalition Italia è costituito da tecnici dediti allo sviluppo e gestione di software. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti c’è maggiore commistione. C’è anche lì grande aspirazione a essere qualcosa di più ecumenico, ma i tecnici sono comunque la maggioranza. Da noi, la distinzione è tra il livello più tecnico – il grafico, il sistemista – e quello più culturale – come il social media manager, il copywriter o l’art worker. Il grosso sono persone impiegate a tempo indeterminato o determinato. Quello di precari e “atipici” è uno spazio che vorremmo sfondare perché è pertinente, ma per il momento abbiamo pochi freelance e pochi stagisti.

L’iniziativa di far creare la Tech workers coalition è nata perché alcuni di noi avevano contribuito a fondare quella berlinese – lavorando a Berlino – ma poi il Covid ha fatto sorgere con forza la necessità di lanciare una sezione italiana. Ognuno ha coinvolto reti di cui faceva parte, ma il tutto è nato spontaneamente senza che ci conoscessimo di persona.

È stata sin dall’inizio una rete transnazionale?

La Tech workers coalition Italiana nasce sicuramente ispirandosi a esperienze come quella tedesca, che a sua volta è nata ispirandosi al modello di attivismo americano. Molti attivisti della Twc Germania sono americani espatriati. Chiaramente va tenuta presente la distinzione, perché il contesto tedesco è diversissimo da quello americano. Così alcuni di noi hanno capito che bisognava fare qualcosa anche in Italia, ma su basi diverse. A livello di idee, di contenuti e di comunicazione ereditiamo tantissimo dalle sezioni americane. Poi l’organizzazione sul terreno deve ancora arrivare veramente, visto che a causa del Covid-19 gli spazi fisici sono sospesi, per cui non siamo ancora arrivati nelle aziende. Altre esperienze hanno poi contribuito a creare questa rete. Alcuni di noi si sono incontrati con l’esperienza di Game workers unite, il sindacato dei programmatori dei videogiochi, organizzazione cugina della Tech workers coalition, con varie sezioni in città come San Francisco o New York. A Londra ci sono altre sezioni, con alcune parti legate ai sindacati di base – assieme a rider e lavoratori migranti di seconda generazione – e alcune realtà ispirate più da logiche autonome del sindacato. In Italia, l’organizzazione nel mondo reale segue aspettative e standard molto diversi da quelli americani e tedeschi. In Germania il focus è sostenere i lavoratori con i work councils, che in Italia non sono tutelati dalla legge. Nonostante l’erosione di questo strumento a seguito di processi di deregolamentazione e della spinta da parte delle multinazionali, non da ultima Amazon, per aggirarlo, il modello tedesco pare resistere in parte in diversi settori tech. Forme di rappresentanza sindacale garantite a livello aziendale che in Germania hanno una lunga e consolidata tradizione, tanto che in diversi settori permettono livelli di democrazia definiti di “co-gestione”. In Germania puoi farli e spiegare direttamente l’esperienza attraverso questi spazi, investendo su tali pratiche. Negli Stati Uniti invece non esistono, e si formano delle rappresentanze sindacali come farebbero in Italia ma su parametri assolutamente diversi, per esempio intorno a temi come l’antimilitarismo, l’ecologismo o il femminismo che usano come leva per introdurre le persone ai temi del lavoro. In Italia non so quanto queste strategie potrebbero funzionare. È comunque un dibattito che vorremmo aprire, anche se questo tentare di attirare i liberal sui temi del lavoro, non so quanto possa risultare convincente come negli Stati Uniti.

Qual è il modello di organizzazione a cui vi ispirate? Quello delle guilds o delle unions?

Sicuramente non ci poniamo nello stesso spazio dei sindacati. Ci consideriamo dentro la logica dell’Alt-Labor che è un po’ una forma innovativa, da sperimentare. In parte cerchiamo di fare da complemento alle forme di sindacalismo tradizionale, ma l’obiettivo è anche crearne di nuove, visto che alcune non sono riuscite a entrare nell’It italiano nonostante questo settore sia rilevante da trent’anni. A livello di identità, di comunicazione, di pratiche, di idee, per ora c’è un gap da colmare. Non credo nessuno abbia delle risposte concrete, quindi si tratta di fare analisi e di creare pratiche sperimentando assieme, anche con il rischio di diventare poco d’impatto. Ma fa parte del gioco. Non ci interessa porci sullo stesso piano dei sindacati, ma aprire un dialogo con la loro parte più sana. Ci vediamo come un ponte comunicativo, che spieghi ai tecnici e agli informatici in generale quel mondo, ovvero il conflitto per conquistare o mantenere diritti sul lavoro, che i genitori capivano e loro non capiscono più. È uno spazio difficile perché la realtà del lavoro è veramente cambiata, vediamo persone che notano problemi, fanno iniziative specifiche, facendo sondaggi e inchieste sulle condizioni di lavoro, ma serve qualcosa di più.

Tra di noi c’è anche chi è invece più avvezzo al sindacalismo tradizionale, sia quello meno conflittuale come i confederali, sia quello più di base, ma che non ha molta conoscenza dei tech-workers, specialmente i tecnici. Come Twc stiamo diventando degli interlocutori perché non facciamo attività sindacale pura, ma svolgiamo la parte di sensibilizzazione, comunicazione e di prima organizzazione. Speriamo che questo riesca a sensibilizzare i sindacati su tali questioni. Abbiamo avuto interlocuzioni sia con i sindacati confederali che di base, perché vediamo un interesse, anche solo di conoscerci. Questa attività di comunicazione e sensibilizzazione aiuta a sentire parlare di diritti del lavoro anche in luoghi dove qualcuno non ne ha mai sentito parlare, specie in un mondo come questo, molto competitivo, dove di questo non si riesce a parlare nemmeno tra colleghi nella stessa stanza.

Far capire cosa fare nel senso più largo del termine sindacale, imparare a leggere un contratto, che differenza c’è tra un permesso e un giorno di ferie. Non è solo ignoranza, ma la mole di lavoro spesso è talmente grande che non si ha nemmeno il tempo di discuterne. Le aziende poi non la discutono perché chiaramente hanno tutto l’interesse a non farlo. Lo facciamo spesso noi attraverso i social e ci sono persone che ci scrivono esplicitamente per questioni simili.

Ci sono delle vertenze che reputate particolarmente importanti o prioritarie?

Ci sono vertenze che vanno avanti da tempo. Il mondo italiano è costellato di micro-aziende di consulenza di cui nemmeno noi siamo a conoscenza, che si fondano nella maggior parte dei casi sul body-rental. Ovvero, sulla pratica di essere dislocati con un contratto da parte di un’azienda A per lavorare alle dipendenze di un’azienda B, come consulenti e non come dipendenti, quando in realtà questa pratica dovrebbe essere normata attraverso i contratti interinali, ma in realtà è prassi nel mondo dell’informatica, sia nel privato che nel pubblico, aggirando così tutte le tutele che dovrebbero esserci. Un vero meccanismo di scatole cinesi. Tutto questo è legato a processi di esternalizzazione dei servizi, a cui anche quelli informatici sono soggetti. È lo stesso meccanismo che avviene ad esempio anche nelle cooperative dei servizi di mensa scolastica. I ministeri ad esempio, tuttora non fanno assunzioni, non fanno concorsi, però spendono tantissimi soldi perché chiamare aziende esterne per fare questo servizio ti costa più del doppio di quanto costerebbe avere lavoratori competenti all’interno. Tutta la parte che riguarda la digitalizzazione della pubblica amministrazione, come ad esempio l’ex Formez Pa, ha lasciato partire un sacco di persone competenti che, visto il meccanismo degli appalti, se ne sono andate. Un’altra vertenza importante è quella legata all’Agile: una forma di organizzazione del lavoro che attraverso le potenzialità delle tecnologie digitali introduce un aspetto di flessibilità temporale nell’espletamento delle prestazioni lavorative. Organizzato per “obiettivi”, la forma di lavoro agile può in teoria favorire una crescente autonomia del lavoratore, ma se non è negoziata coinvolgendo il prestatore d’opera introduce nuovi rischi riguardo alla difficoltà di misurare l’entità di sforzo lavorativo richiesto per una specifica opera o progetto, favorendo lavoro sottopagato, forme di stress, confusione tra tempi di vita e lavoro.

Quanto la Twc si inserisce più in generale in un discorso sul ruolo critico dei tech worker nelle grandi imprese del capitalismo digitale?

Soprattutto negli Stati Uniti, la Tech workers coalition ha una strategia di meta-organizzazione: su vertenze specifiche ha un ruolo di coordinamento di altre organizzazioni, come Alphabet workers union o Amazon employees for climate justice. L’obiettivo non è fare una organizzazione grossa ma creare un luogo di incontro per organizzatori o potenziali organizzatori. Non si entra mai con il nome di Twc. A volte è la Twc a condurre, a volte è solo di supporto, però tutte queste iniziative vedono coinvolta la Twc. Per fare un esempio, KickStarter, la prima azienda It americana ad avere una rappresentanza sindacale di soli informatici, ha tra gli organizzatori principali Clarissa Redwine, un’esponente di primo piano di Tech workers coalition New York. 

Tech workers coalition è nata in Google nel 2014 da scioperi e organizzazioni preesistenti nate per chiedere l’assunzione dei lavoratori della mensa esternalizzati. Dal 2018 l’organizzazione di San Francisco si è specializzata in vertenze più specifiche da cui sono nate organizzazioni di lavoratori in aziende come Facebook e Google. Stessa cosa a Londra, dove tutti sono confluiti dentro un sindacato tradizionale. Questa strategia è pienamente supportata da Twc perché l’obiettivo non è crescere o fare tessere. Ci sentiamo parte di questi processi senza prenderci meriti o senza mostrare i muscoli. Diverso è il discorso per l’Italia, dove questa non pare essere la strategia migliore. Questo è uno dei motivi per cui siamo un’organizzazione nazionale, mentre altrove sono tutte sezioni più locali. Al momento la nostra prospettiva è di fare massa perché, a differenza che negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in Italia al momento c’è un vuoto. Da noi c’è molto più immobilismo mentre da loro ci sono un sacco di esperienze spontanee.

Concretamente come si può definire uno sciopero nel settore It?

Questo è un ragionamento che stiamo facendo da tempo. A livello di danno economico, nel nostro settore non esiste la stessa modalità di sciopero che potevi fare nella fabbrica fordista, con dieci persone a monte della catena che ne bloccavano mille a valle, e questo per le caratteristiche del processo produttivo nell’It. In più, se tu non lavori 8 ore oggi, lavori il doppio domani con straordinari non pagati, con il lavoratore che per di più si assorbe il danno. Si possono immaginare atti clamorosi in cui ci si ferma per mesi o non si fa manutenzione per settimane, però non ci può essere una gradualità. Lo sciopero perciò è protesta, il danno è più che altro d’immagine, ed è comunque di nicchia. Questo aspetto simbolico, d’identità – come l’estetica del picchetto – non arriva alla maggioranza dei tech worker, ma solo a una nicchia di lavoratori già radicalizzati. Lo sciopero non può quindi essere lo strumento principale. Su questo c’è un vuoto di elaborazione che va riempito anche con il lavoro teorico. Sicuramente mancano dei metodi aggiornati per il lavoro cognitivo.

Invece come è possibile creare spazi di socialità condivisa che superino l’individualizzazione del modo di lavorare e del luogo del lavoro? 

Lo spazio nell’ufficio It non è quello della fabbrica. È difficile avere qualcosa di più del discorso uno a uno. Le pratiche di organizzazione sul luogo di lavoro cercano di sviluppare relazioni uno a uno per arrivare a formare un gruppo capace poi di espandersi tra le varie reti. È difficile avere uno spazio per i lavoratori, in generale. In alcune aziende magari esiste, ma è più legato alla socialità esterna, tra colleghi che si frequentano nel tempo libero. 

Chat, social, mezzi di comunicazione digitale sono strumenti che voi tech worker in primis siete in grado di mobilitare per superare la frammentazione e l’atomizzazione lavorativa. In che modo diventano strumenti di socialità critica?

I tecnici si organizzano online, si parlano online, socializzano online molto più della gente comune, anche adesso che i mezzi sono diventati di massa. La situazione era la stessa decenni fa quando questi erano mezzi di nicchia. L’idea di interagire online con sconosciuti per i tech worker è una cosa comune. Capire come comunicare con un pubblico It, con una comunità di lavoratori è un lavoro vero e proprio. Il limite di questi strumenti è che portano a poca densità. Conosci qualche sparuto lavoratore per azienda ed è impossibile fare una vertenza con numeri così bassi. In questa fase, a nemmeno un anno dalla nostra nascita, non ci interessa avere un impatto nell’immediato, ma semmai costruire qualcosa più sul lungo termine. Già lo sviluppo di queste pratiche è fondamentale. Quello che varie vertenze a livello internazionale ci ha insegnato è che l’elemento fondamentale è lavorare sulle relazioni uno a uno, sviluppare fiducia tra i lavoratori, capire di chi fidarsi, visto che è facilissimo incontrare qualcuno che magari mette i bastoni tra le ruote. Quello che dà fiducia è che in questi pochi mesi abbiamo raggiunto persone che non pensavamo di raggiungere mai. C’è chi si affaccia in forma anonima anche a seconda di quanto teme per eventuali ritorsioni e chiede, si informa. Anche persone che provengono dai giganti della consulenza italiana. A volte ci sono persone che non hanno la consapevolezza delle ritorsioni e siamo noi a mettere in guardia i lavoratori, se sono connessi esplicitamente con il loro nome e cognome. Alcuni di noi non hanno problemi con la loro azienda e possono esporsi, specie quelli con maggiore esperienza e competenze, anche per esempio condividendo istanze esplicitamente su social come LinkedIn. Diversa è chiaramente la situazione di chi si trova nel vortice della consulenza, non per scelta, ma per farsi qualche anno di formazione e poi andare con un buon curriculum verso aziende migliori. C’è chi invece rimane invischiato dopo dieci anni e non avendo avuto il tempo di formarsi il dovuto, di aggiornarsi, magari finendo in progetti legati a trend che sono spinti da fornitori e non sono realmente innovativi tecnologicamente. Se uno rimane arretrato su questi, poi viene tagliato fuori. Per esempio come chi è tagliato fuori dallo sviluppo Web perché non è formato alle tecnologie FrontEnd, il codice che gira sui browser degli utenti, o BackEnd, il codice che gira sui server, la logica del programma che riguarda poi i dati da registrare, validare ed analizzare. Se dovesse ributtarsi sul mercato del lavoro come Developer Web non riuscirebbe a farlo. E questo viene spesso fatto di proposito dalle aziende per schiacciare le ambizioni di andarsene dei lavoratori. C’è una platea di lavoratori molto diversa, per questo tendiamo a sensibilizzare anche i lavoratori a essere cauti, per tutelarne la privacy, perché sappiamo che potrebbero esserci ritorsioni.

In che modo la piattaformizzazione può avere avuto un impatto su tipologie di lavoratori tech?

Sicuramente è rilevante per grafici e designer, molto meno per programmatori e sistemisti. Il sistemista è una categoria che ha bisogno di un rapporto più duraturo con l’azienda, mentre qualche programmatore, specie tra quelli più precari, quando le cose vanno male, va sulle piattaforme e prende degli stipendi ridicoli. Ce ne sono una marea, ma Fiberr o Upwork vanno per la maggiore. È più che altro un lavoro semi-qualificato, poco pagato, per chi si accontenta, che non può catturare la grossa fetta di mercato. Se sei una grande azienda non puoi farti fare un sito da una persona con poca esperienza. La qualità e l’estetica contano. Semmai, quel tipo di lavoro semi-qualificato e poco pagato può andar bene per piccole aziende che si affidano a piattaforme per cercare quel tipo di lavoro senza pretese. Ma questo, che dà anche forma a un processo di deskilling e di spersonalizzazione del rapporto di lavoro, alla lunga non tiene. Già alcuni decenni fa molte grandi aziende fecero outsourcing in massa in Paesi come l’India e alla fine si arresero all’evidenza di un esperimento fallito, perché perdevano in qualità del lavoro. Tuttora esiste l’outsourcing ma è appunto confinato ad alcune nicchie. 

Quali sono nella fase attuale le rivendicazioni principali della Tech Workers Coalition?

Una migliore legislazione sul body-rental è un obiettivo concreto, sul breve, che si può ottenere. L’annoso tema del Contratto collettivo nazionale del lavoro per gli informatici non ci convince, nel senso che in questo momento non farebbe altro che cristallizzare la debolezza della categoria, anche se a livello comunicativo, o a livello di feedback, tutti lo vogliono. Se tu vai sulle varie comunità, tutti ne parlano e lo vogliono, anche chi non sa cosa realmente significhi. Noi attualmente non la consideriamo una priorità. Quello che ci poniamo poi è anche un lavoro più ampio, di stimolazione di una cultura del sistema produttivo, della produzione di tecnologia tramite cooperative, di nuove forme di organizzazione del lavoro o anche nuovi mercati. Non abbiamo solo una prospettiva di critica a ciò che non va. Non c’è solo il lato sindacale, ma ci proponiamo anche di formare una generazione di tecnici che abbia gli strumenti per porsi in maniera conflittuale non solo con il datore di lavoro ma anche col sistema produttivo in sé. Abbiamo iniziato un ciclo di seminari sul cooperativismo, su come distinguere forme autentiche di cooperative da quelle farlocche e malsane. Una parte di questa critica i lavoratori non la vuole investire nel picchetto o nella protesta ma nel programmare diversamente. 

Quali sono le esperienze di cooperativismo che sentite vicine, o a cui collaborate? 
Quello delle piattaforme cooperative è un tema che i sociologi conoscono meglio di noi tecnici. Noi siamo in contatto con una realtà come Hypernova, che fa lo stesso lavoro di altri consulenti ma con dei margini che vengono lasciati al lavoratore, in un ambiente di lavoro più sano, con una selezione etica dei progetti che vai a prendere. All’estero ci sono esperienze tra le più variegate, come Lumioo, una cooperativa neozelandese che “fa prodotto”, ovvero compete sul mercato con una tecnologia o software di cui detiene la proprietà. In Spagna e in Nuova Zelanda il cooperativismo è forte, ma anche negli Stati Uniti ci sono molte piccole cooperative che fanno le cose più disparate, da videogiochi come Dead Cells, prodotto da una cooperativa anarchica dove tutti i lavoratori hanno lo stesso stipendio, capace di creare un videogioco premiatissimo e vendutissimo, anche se è una realtà piccola. Serve molta consapevolezza per creare una cosa così. La startup è molto più semplice da fare, essendo immersa in un ecosistema più grande e anche perché ha una narrazione per cui vedono quello sveglio in università, lo pigliano come se avessero un braccio meccanico, lo piazzano in un incubator ed esce la startup. Questo non esiste con le cooperative, anche se è un obiettivo che ci dovremmo porre. Incubator di cooperative ce ne sono, fondi di investimento in cooperative ci sono, ma manca la catena di trasmissione con i tecnici. Tech workers coalition vuole essere un ponte su questo. Abbiamo cooperative che vengono da noi a dirci che non riescono a trovare programmatori, quando noi in primis abbiamo persone che premono per andare a lavorare in una cooperativa, anche se non sanno bene cosa andranno a fare. C’è una disconnessione. Essenzialmente queste sono tutte cose che compongono il nostro obiettivo principale, che è quello di creare consapevolezza tra i lavoratori, una cultura del lavoro, quindi di fare meta-organizzazione, formare a costituire una rappresentanza sindacale, forme di azione collettiva in azienda.

Se il capitalismo verde è l’ultima speranza

Salvatore De Rosa

Nell’architettura dei finanziamenti Ue per far ripartire la crescita economica del continente, la mitigazione dei cambiamenti climatici e la preservazione e rigenerazione degli ecosistemi rappresentano in teoria lo scheletro dell’intero edificio di aiuti. Ogni progetto presentato dagli Stati nei piani di ripresa e resilienza per accedere ai fondi di Next Generation Eu è tenuto a esercitare un impatto positivo su decarbonizzazione, sostenibilità e salvaguardia della biodiversità, o almeno a non contribuirvi negativamente. 

Alla missione della cosiddetta transizione ecologica devono essere destinati almeno il 37% dei fondi per i singoli Paesi, che per l’Italia ammontano a oltre 200 miliardi di euro. Il Recovery italiano dovrà anche essere complementare alla Strategia di lungo termine per la decarbonizzazione e al Piano nazionale energia e clima, il quale proietta la fine del carbone entro il 2025 e prefigura aumenti in capacità di energia rinnovabile ed efficienza energetica del 32% entro il 2030, entrambi da aggiornare in base alla più stringente climate law recentemente approvata dall’Ue.

Le proposte di piano saranno vagliate e monitorate dalla Commissione europea sulla base dei target proposti, degli indicatori quantitativi, del cronoprogramma, e della fattibilità e coincidenza con gli obiettivi climatici ed ecologici continentali. Quali progetti nello specifico saranno considerati in linea con questi ultimi obiettivi dipenderà anche dai criteri stabiliti nella tassonomia degli investimenti sostenibili dell’Ue, un documento in discussione e aggiornato a scadenze fisse sul quale si giocano battaglie politiche e scientifiche senza esclusione di colpi, soprattutto in relazione ai progetti legati al gas fossile, al nucleare e all’energia da biomasse. 

Il tema della transizione ecologica è dunque trasversale e dominante, una formula magica che sembra promettere crescita economica, preservazione delle risorse, difesa della biodiversità e stabilizzazione del clima. Ma a un più attento scrutinio, questa coppia semantica si rivela ambigua e proteiforme, un significante evocativo eppure vuoto. In altre parole, la direzione di questa “transizione” e il contenuto di ciò che verrà considerato “ecologico”, sono un terreno di conflitto dagli esiti tutt’altro che scontati.

Qualche punto fermo lo abbiamo. La recente legge climatica europea pone come obiettivo al 2030 una riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990, e al 2050 il raggiungimento dello zero netto di emissioni. Al di là delle retoriche celebrative, ci sono ragioni fisiche e storiche per le quali gli entusiasmi sono del tutto malposti. In prima battuta, l’atmosfera se ne frega dell’ambizione, conta l’azione. Considerando l’urgenza di mitigazione che intimano i modelli climatici più recenti, i target sono troppo lontani e insufficienti per avere buone probabilità di restare al di sotto di 1,5°C di riscaldamento, come da accordi di Parigi, e per limitare sconvolgimenti estremi. In secondo luogo, l’insistenza sul “netto” costituisce una scappatoia per ritardare i tagli diretti e immediati alle emissioni, cosí da contenere la CO2 nell’atmosfera e rallentare il riscaldamento globale. 

L’enfasi su zero “netto” fornisce la licenza per continuare a bruciare combustibili fossili sulla base di forme di compensazione contraddittorie e insufficienti, e di dispiegamenti irrealistici di tecniche per la rimozione di carbonio su larga scala, naturali e artificiali. Infine, gli obiettivi non fanno i conti con le responsabilità storiche: le emissioni cumulative dagli albori dello sviluppo industriale causate da Europa e Stati Uniti per raggiungere i loro alti standard di benessere rappresentano più del 50% della CO2 antropogenica totale in atmosfera, molto più della quota di emissioni permissibili per Paese dividendo equamente lo spazio atmosferico. Questo overshoot impone che, in un’ottica di giustizia, le riduzioni dei Paesi maggiormente responsabili debbano essere largamente superiori rispetto agli altri – inclusi gli attuali grandi emettitori come India e Cina – e contestualmente che i Paesi ricchi forniscano risorse a fondo perduto per lo sviluppo economico, l’adattamento climatico e la compensazione di danni e perdite inevitabili nei Paesi meno responsabili, più impoveriti e più esposti, onorando il proprio debito climatico ed ecologico. 

Scienza e giustizia, tuttavia, non guidano i piani di Recovery. Questi sono primariamente strumenti di ripresa economica entro gli assetti dominanti, nominalmente verdi, soggetti a limitata influenza da parte dei cittadini, e convenientemente nazionalisti. Secondo un calcolo di Green Recovery Tracker basato sui piani già disponibili, solo attorno al 36% dei progetti presentati avrà un effetto positivo su clima e ambiente, mentre la parte restante avrà implicazioni da neutre a molto negative. Anche nelle bozze di piano italiano (al 25 aprile 2021) sono riscontrabili contraddizioni profonde, sia complessive che nello specifico della missione della transizione ecologica. Mentre si intende mantenere in vita artificialmente interi settori ormai fuori tempo massimo e puntare su infrastrutture obsolete, entrambi incompatibili con la decarbonizzazione quindi destinati presto a essere fuori mercato e inutili, si pianifica anche un’accelerazione sugli investimenti in progetti futuribili ma al momento marginali, sottraendo cosí risorse, attenzione e incentivi ad aree e interventi la cui utilità è provata, le cui tecnologie necessarie sono disponibili già ora, e che creano valore sociale ed ecologico piuttosto che immediato valore monetario.

Il passato duro a morire si riscontra dal lato di opere pubbliche già in corso o pianificate per un valore complessivo di 82,7 miliardi di euro, finanziate parzialmente da recenti Dpcm e completate dal Pnrr. Autostrade, alta velocità ferroviaria capillare, porti per accomodare navi sempre più grandi, progetti invasivi dati in mano ai famigerati commissari che agiranno in deroga alle leggi, e con i sindacati confederali già messi in riga dal miraggio di decine di migliaia di posti di lavoro. Gli stessi posti di lavoro che si sarebbero potuti creare spingendo radicalmente verso altre infrastrutture e aree d’intervento. Nella bozza di piano Draghi, secondo un’analisi di Eccø, è riscontrabile un taglio netto complessivo di 7 miliardi rispetto al piano Conte nel settore dell’efficienza energetica per l’edilizia pubblica, risorse mancanti che avrebbero beneficiato direttamente la collettività. Per esempio, sulle circa 32.000 scuole in attesa di interventi in tal senso, il Pnrr identifica risorse per soli 195 edifici.

Rispetto alla produzione di energia, in Italia sono pianificati entro questa decade impianti termoelettrici a ciclo combinato alimentati a gas per 14 gigawatt, collegati a una ragnatela di gasdotti in costruzione per le importazioni, come da strategia del Piano nazionale clima e energia per superare le centrali a carbone. Ma secondo Carbon tracker, un think tank indipendente, ciò comporterebbe la perdita di 11 miliardi di investimenti: gli impianti a gas diventeranno presto capitale svalutato poiché nel contesto normativo ed economico della decarbonizzazione il loro valore sarà bruciato in breve tempo, conducendo gli operatori a rifarsi delle perdite sugli utenti finali attraverso aumenti dei prezzi. Più sensato sarebbe investire da subito in una combinazione di fonti energetiche rinnovabili che offrirebbero gli stessi livelli di energia a un costo inferiore: eolico, solare, efficientamento, accumuli, e sistemi di risposta e redistribuzione in base alla domanda. 

Ma nelle bozze del Pnrr le misure per le energie rinnovabili proposte porterebbero alla realizzazione di soli 4,2 gigawatt di nuova capacità, meno di quanto l’Italia dovrebbe installare in un solo anno per entrare in una traiettoria di crescita delle fonti rinnovabili in linea con gli obiettivi europei. Eppure, nel 2019 i costi per produrre un megawatt di energia da fonti rinnovabili e da fonti fossili si sono equalizzati; nel futuro continueranno a scendere per le rinnovabili mentre saliranno e saranno oggetto della volatilità geopolitica quelli per le fonti fossili. Investire nel gas non ha senso, sia dal punto di vista climatico che economico. Ma gas e rinnovabili in Italia non competono equamente. Qui la corsa a costruire nuove centrali si spiega con i pagamenti del capacity market (il meccanismo che assegna contratti su basi competitive per assicurare la medesima capacità di energia fornita attualmente dal carbone nel passaggio ad altre fonti) che ricompensano in modo sproporzionato il gas. In più, lo sviluppo delle rinnovabili sul mercato italiano è bloccato dall’impossibilità di ottenere autorizzazioni in tempi ragionevoli e da un mancato completamento delle policy nazionali. Il bivio in cui si trova la Sardegna tra possibilità di elettrificazione o di gassificazione, e la spinta delle aziende fossili italiane verso la seconda, è paradigmatico dello stallo artificiale in cui si trova il Paese, preda della mancanza di coraggio e di visione di una classe politica che neppure davanti alle implicazioni gigantesche e a lungo termine delle scelte che si faranno ora riesce a essere all’altezza del compito.

Queste contraddizioni sono soprattutto il risultato del potere d’influenza di lobby internazionali e aziende para-pubbliche come Eni, Snam ed Enel. È palese che l’industria fossile intenda mantenere la sua centralità, riprodurre la dipendenza dai combustibili che estrae e fa circolare, e presentarsi come protagonista della transizione. L’alternativa della de-centralizzazione energetica la spaventa perché significherebbe una diminuzione del suo potere, economico e politico. Ritardando il passaggio alle rinnovabili decentralizzate, mantiene una supremazia di fatto e riproduce la dipendenza dello Stato dai suoi prodotti e la dipendenza del Paese nei confronti di una infrastruttura inquinante e vulnerabile. Passare da carbone o petrolio al gas era uno switch già vecchio negli anni Novanta eppure è una delle colonne sia del Piano energia e clima che del Recovery, anche in relazione all’anelata “rivoluzione dell’idrogeno”. Inoltre, bisogna tenere a mente che le stesse aziende esercitano da anni pressioni affinché le proteste civiche contro infrastrutture e siti del fossile vengano inquadrate nell’ambito del terrorismo, dell’eversione se non del crimine organizzato. E tra decreti e sospensione dei diritti sotto pandemia, protestare sta effettivamente diventando sempre più rischioso per i singoli e per le comunità. 

La presa del mercato sull’immaginazione politica impedisce di concepire una transizione al di fuori della logica dell’accumulazione e quindi del dogma della crescita illimitata. Se transizione ci deve essere, le élite devono farci soldi: bisogna vendere la crisi climatica ai mercati finanziari e agli investitori come grande opportunità di crescita. Milioni di posti di lavoro e innovazione tecnologica fantascientifica conditi di aiuti di Stato sono lo specchietto per attirare il settore privato. Nei circoli giusti salvare il clima è presentato soprattutto come un affare di transizione economica, cioè un’ennesima rivoluzione del capitalismo verde che non alteri significativamente le strutture dominanti. Sembra che questo sia rimasto l’unico linguaggio possibile della politica. La crescita deve continuare: ci sarà il disaccoppiamento (crescita economica slegata dalle emissioni e dalla pressione sulle risorse) e poco importa che un approccio sensato alla tanto sbandierata economia circolare inizia da una riduzione dell’impronta materiale dell’economia. L’estrazione di combustibili fossili deve continuare: cattureremo il carbonio in eccesso (a cominciare dall’impianto di cattura e stoccaggio di carbonio pianificato nel mare di fronte a Ravenna da Eni e benedetto da Cingolani) e compenseremo le emissioni. Il treno in corsa verso il disastro non altera la traiettoria – stesso treno, stesso motore, stesse divisioni di classe – ma si suppone possa arrivare alla stazione sicura dell’equilibrio ecologico.

Il piano di transizione dunque funziona come catalizzatore di speranze nel mezzo della perdita totale di speranza. Serve a riesumare lo slancio utopico dell’ideologia del progresso come autogiustificazione del capitalismo. Finalmente una direzione! Certo, una direzione fittizia nell’assenza di un progetto reale di futuro, finanche di una possibilità di futuro a queste condizioni nel quadro della crisi climatica, ma la sua funzione è proprio quella di conferire una patina di senso al movimento insensato della macchina dell’accumulazione, giustificando i sacrifici passati, presenti e futuri dei lavoratori in nome di un’utopia ecologica da realizzare a botta di infusioni di denaro – pubblico e/o a debito – che a quei lavoratori daranno lavoro verde, ai cittadini una città ecologica, agli agricoltori un’agricoltura biologica. Il neo-ambientalismo dei mercati, della crescita e della sosteniblità. 

Se i movimenti non elaborano un’agenda climatica che sia all’altezza dei bisogni reali degli esclusi, che tenga insieme la necessità di assicurare a tutti condizioni dignitose di vita con l’imperativo della decarbonizzazione, che metta in primo piano la mitigazione delle emissioni e l’adattamento della società, la preparazione dei territori, l’agroecologia e la rigenerazione degli ecosistemi, nessun altro lo farà. Ispra calcola che ci sarebbe bisogno di almeno 26 miliardi di euro per affrontare il dissesto idrogeologico e ridurre il rischio di alluvioni in tutto il Paese; il Pnrr assegna alla messa in sicurezza del territorio solo 2,49 miliardi in sei anni. Il ministero della Transizione guidato da Cingolani ha già manifestato il tenore del suo ecologismo autorizzando permessi estrattivi in Adriatico e Val d’Agri nel mese di marzo, ed esprimendo rammarico per lo stop all’ex Ilva di Taranto da parte del Tar pugliese. Le banche italiane Unicredit e Intesa San Paolo hanno finanziato con, rispettivamente, 26 e 12 miliardi di euro il settore dei combustibili dei fossili tra il 2016 e il 2020. Nello stesso periodo, ben lontano dai riflettori, Sace, l’agenzia di credito all’esportazione italiana, ha fornito garanzie per 8,6 miliardi di euro ai comparti del petrolio e del gas. Se questa è la loro transizione, preferiamo la rivoluzione. 

Nel momento in cui tutti i piani saranno consegnati, ci si renderà conto che i governi europei non riescono ad andare al di là del ventesimo secolo per affrontare una sfida che in quest’inizio di ventunesimo non è neppure entrata nel pieno dei suoi effetti. Difficile prevedere se la Commissione europea terrà fede ai propri proclami premiando solo i progetti realmente sostenibili e solidali. Di certo, ogni progetto, cantiere, finanziamento andrà vagliato e il più possibile influenzato dalle forze sociali che sono già organizzate sui territori e sui posti di lavoro, e da quelle che per forza di cose dovranno emergere. L’evidenza che questa decade è “l’ultima chance” che rimane prima di superare le soglie di abitabilità in diverse zone del pianeta e di assistere a reazioni a catena devastanti, è forse l’unica verità affiorata dalla retorica senza limiti dei governanti. Ma loro saranno protetti. A noi spetta il compito di coordinare gli sforzi per non lasciare indietro nessuno e non far spostare il problema altrove (il metodo primario attraverso cui il capitalismo ha risolto le sue crisi nella storia). Perché un altrove non esiste più.

Gaming vs mining

Maurizio Coppola

Negli ultimi tempi, il mondo dei videogiochi attraversa una vera e propria crisi. Essa non è dovuta tanto al mondo del gaming in sé, che anzi negli ultimi anni sta vivendo una vera e propria ascesa: il numero dei videogiocatori (i gamers) è aumentato esponenzialmente e il mercato videoludico riesce a smuovere cifre astronomiche. Tuttavia, questo settore si è recentemente trovato di fronte un ostacolo insormontabile che riguarda la penuria di materiale informatico, in particolare processori e schede video. Queste ultime rappresentano il pezzo più ambito per poter accedere ai giochi più moderni, i cosiddetti tripla A, ovvero quelli che per funzionare al meglio hanno bisogno delle piattaforme più performanti e moderne, le uniche capaci di generare la potenza di calcolo necessaria per elaborare gli effetti grafici e far “girare” i videogiochi.

La mancanza di schede video (ma anche di processori, le “Cpu”) è dovuta a molteplici fattori. Uno di questi è la recente espansione dell’informatica che negli ultimi anni ha amplificato la domanda per i prodotti in silicio, costringendo le aziende a ricollocare le proprie catene produttive. A questo si aggiunge l’impatto che la pandemia ha avuto sulla logistica mondiale, provocando ritardi e difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime. Come è stato ben descritto da Xaviet Tabet, il lockdown non ha avuto delle conseguenze solo dal punto di vista sanitario, ma ha anche generato una sovrapposizione tra la sfera pubblica e quella privata dei cittadini. L’obbligo di restare a casa e il telelavoro hanno costretto molti lavoratori a diventare dei veri imprenditori di sé stessi. Una delle conseguenze è stata appunto il dover equipaggiare la casa come il proprio ufficio, dirigendo le spese verso quei prodotti informatici destinati di solito allo “spazio pubblico” del lavoro.

Tuttavia, questo spiega in parte le ragioni della carenza di schede video. Il vero motivo per cui i videogiocatori penano nel trovare questi componenti è dovuto ai nuovi interessi economici che ruotano intorno alle criptovalute. In effetti, è grazie alle schede video che è possibile minare (dall’inglese mining), ovvero estrarre, le monete virtuali come bitcoin o etherum. In sostanza, e senza entrare troppo nel dettaglio di argomentazioni tecniche, una moneta virtuale è il processo di un’operazione di crittografia, una blockchain, un insieme di dati strutturato e immutabile. Diverse schede video collaborano alla produzione di queste catene di dati crittografati e più la moneta virtuale è solida più è esente da contraffazioni. Per questo motivo le schede video si trovano al centro di un contenzioso fra gli interessi dei videogiocatori e quelli dei “minatori”.

La crescita delle criptovalute negli ultimi anni è un fenomeno mondiale e il valore di ogni singolo bitcoin ha assunto delle cifre vertiginose: per un bitcoin bisogna sborsare più di quarantacinque mila euro (sebbene tali cifre sono soggette spesso a forti oscillazioni). Alcuni grandi aziende hanno iniziato ad accettare pagamenti in bitcoin (come per esempio il gigante assicurativo Axa o come Paypal) sebbene questo sistema presenta ancora molte criticità (di recente, Elon Musk ha prima confermato e poi annullato il pagamento in bitcoin per le sue Tesla). Tuttavia, si può capire come l’utilizzo delle criptovalute abbia creato una vera e propria nuova fase dell’economia mondiale in cui gli equilibri vengono spostati da chi è in grado di generare più velocemente e in quantità maggiori tale “valuta virtuale”, a fronte di rischi e conseguenze notevoli.

E in effetti, Paesi come la Russia e la Cina hanno investito e stanno investendo in bitcoin, sebbene abbiano da tempo approvato alcune misure restrittive per arginare il fenomeno del mining. In certi casi si parla addirittura di Stati interessati a sfruttare le caratteristiche delle criptovalute per garantirsi delle forme di rendita complementari alle valute classiche. L’obiettivo della Russia, per esempio, è eliminare la dipendenza dal dollaro e permettere una maggiore flessibilità sulle transazioni e sui mercati finanziari. Da questo punto di vista, investire nel mining potrebbe rappresentare un vantaggio per quei Paesi che mirano ad una maggiore autonomia economica, benché il mercato del bitcoin sia ancora una realtà molto più instabile che i mercati finanziari classici. 

Non è raro vedere oggigiorno foto in cui appaiono centinaia di schede video messe insieme per generare criptovaluta. I “minatori” (ma non solo loro) hanno sviluppato recentemente delle tecniche ancora più sofisticate per arrivare a mettere le mani il prima possibile sulle nuove uscite hardware. Il metodo più noto è quello di utilizzare dei bot, ovvero dei programmi in grado di setacciare il web e le piattaforme di vendita online in modo da individuare e ordinare in modo automatico e veloce le schede video sul mercato. Di fronte alle difficoltà del momento e alla voracità dei miner, i due maggiori produttori di schede, le americane Amd e Nvidia hanno cercato di porre dei paletti a questa pratica, senza tuttavia riuscirci. L’unica soluzione resta quella di aumentare la produzione, ma il problema della reperibilità delle componenti hardware perdurerà ancora per molto tempo. Infatti, per sviluppare nuove catene di produzione c’è bisogno di competenze e di risorse che pochi specialisti possiedono, tra cui Taiwan con la fonderia Tsmc.

Come è stato evidenziato da Antonio Casilli, nel nuovo capitalismo, fatto di algoritmi ed apps, l’automazione gioca un ruolo determinante nell’evoluzione del lavoro e delle strutture sociali. Tuttavia, in questa storia, il vero protagonista è il know-how, ovvero la capacità di un’azienda e di una nazione di spostare risorse e tecnologie utili alla produzione. In effetti, il mondo dell’alta tecnologia sta modificando, in modo molto rapido, il peso di alcune nazioni nella politica mondiale, poiché ad uscire vincitori sono quei Paesi che possiedono le risorse (come per esempio un basso costo dell’energia elettrica o una rete internet all’avanguardia) e i saperi necessari allo sviluppo di questa economia altamente specializzata. Proprio per fronteggiare questa nuova sfida globale, il presidente americano Joe Biden ha di recente firmato degli emendamenti per aumentare la produzione di chip in madrepatria, invertendo una rotta che vedeva le aziende americane delocalizzare sempre di più nei Paesi asiatici. L’Unione europea, notevolmente in ritardo rispetto al duopolio produttivo Stati Uniti/Asia, ha dichiarato che il suo obiettivo è quello di portare al 20% la produzione di chip fatti in casa. Recentemente, anche l’Italia ha iniziato a perseguire una politica simile, e il primo ministro Mario Draghi ha attivato il golden power per impedire l’acquisizione da parte di una società cinese della Lpe di Baranzate, specializzata nella produzione di semiconduttori.

È chiaro che la battaglia fra miners e gamers rappresenta soltanto un fenomeno in un processo più ampio in cui la tecnologia è sempre più fondamentale per determinare il futuro dell’economia mondiale: tanto che i semiconduttori ormai assumono un peso notevole nelle politiche internazionali, quasi quanto il petrolio. A ben vedere, dalla disponibilità di semiconduttori possono dipendere alcuni dei settori strategici dell’economia di una nazione: per esempio, l’industria dell’automobile ha subito gli effetti più eclatanti della recente scarsità, con diverse aziende (come il neonato gruppo Stellantis) che hanno dovuto diminuire o reimpostare la loro produzione, mentre altre l’hanno persino interrotta.

A farne le spese maggiori sono i Paesi che letteralmente dipendono dall’importazione delle tecnologie, tra questi ve ne sono molti del vecchio continente, compresa l’Italia. Anzi, proprio il vecchio continente rischia di essere esautorato da questa corsa alla tecnologia da parte di asiatici e americani. Basti pensare all’ultima battaglia che ha visto scontrarsi gli Stati Uniti di Trump contro la Cina per la nuova rete del 5G. La globalizzazione, che ha imposto come imperativi categorici la delocalizzazione e la riduzione del costo del lavoro, sta facendo pagare i conti a quei Paesi, come quelli europei, che hanno abbandonato l’industria informatica ai nuovi Paesi emergenti. E i lavoratori e le lavoratrici, in questo caso, sono quelli che rischiano di più proprio perché, come è stato detto, l’economia di molti Paesi dipende ormai da questi settori produttivi.

In sintesi, è importante sottolineare come nella battaglia fra mining e gaming, la partita ruota attorno a questa particolare configurazione del nuovo capitalismo in cui tuttavia affiorano i vecchi conflitti nazionali e in cui è in gioco la leadership mondiale.

Bibliografia

A. Casilli, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli, Milano 2020.

C. Marazzi, «I segreti del bitcoin», in Primo maggio, marzo 2018.

A. Narayanan et al., Bitcoin and Cryptocurrency Technologies. A Comprehensive Introduction, Princeton University Press, Princeton 2016.

X. Tabet, Lockdown. Diritto alla vita e biopolitica Ronzani, Dueville (Vi) 2021.

Partire dai salari per contrastare la povertà di chi lavora

Anna Soru

Crescita della povertà e dei working poor

Prima della pandemia il 20,3% (oltre un quinto) della popolazione italiana era sotto la soglia di povertà, un dato che la poneva tra i Paesi Europei in cima alla non invidiabile classifica della povertà, preceduta solo dalla Spagna e da alcuni Paesi dell’Est (dati Eurostat del 2018). 

La vulnerabilità al rischio di povertà è maggiore per i disoccupati, ma non ne sono esenti neppure gli occupati. In questo caso si parla di lavoratori poveri o working poor e l’inadeguatezza del loro reddito può derivare da tre elementi: discontinuità lavorativa, orari ridotti e bassi salari (disgiunti o combinati tra loro). Anche in questa classifica, l’Italia è ai primi posti, con un tasso del 12,2% (ogni 100 occupati, oltre 12 sono poveri), preceduta solo da Romania, Lussemburgo e Spagna (sempre dati Eurostat del 2018). Tra di essi non solo lavoratori a bassa qualifica, come solitamente si ritiene, ma anche lavoratori ad alta qualifica, soprattutto appartenenti ai settori legati alla cultura.

Non è possibile al momento misurare come questi indicatori siano cambiati con la pandemia, ma è facile immaginare che siano sensibilmente peggiorati. Dai dati Istat, nel 2020 risulta un aumento della disoccupazione, in particolare tra i dipendenti a termine e i lavoratori autonomi tradizionali, e una riduzione delle ore lavorate, soprattutto tra i freelance (lavoratori autonomi professionisti, con e senza ordine o albo professionale). Sulla base di segnalazioni ricevute, relative alle posizioni lavorative meno tutelate, possiamo ipotizzare che un ulteriore contributo sia venuto da una diminuzione dei compensi. Ed è questo uno dei tasti più dolenti del nostro mercato del lavoro, che rende difficile la sopravvivenza di tanti lavoratori oggi e che farà sentire i suoi effetti anche in prospettiva perché inciderà sulle loro pensioni future.

Gli esclusi dalla contrattazione collettiva non hanno strumenti di difesa del compenso

Eppure la Costituzione italiana, con l’articolo 36 comma 1, sancisce che «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

Lo strumento a cui, nei fatti, è affidato il rispetto di questo articolo della Costituzione è il contratto collettivo, e qui c’è un primo elemento che ne impedisce la piena attuazione: la contrattazione collettiva è riservata ai lavoratori dipendenti.

Ne sono esclusi i lavoratori autonomi che, per un’assurda impostazione europea, sono assimilati a imprese e in quanto tali non possono definire dei minimi contrattuali, che violerebbero la legge antitrust. Proprio questa assenza di minimi contrattuali, unita al fatto che il costo della contribuzione è a carico dei lavoratori, ha favorito il ricorso all’outsourcing anche quando questo non rispondeva all’esigenza di flessibilizzare e/o di acquisire competenze non presenti all’interno dell’azienda. L’obiettivo dell’esternalizzazione non era quello di ridurre i costi fissi a favore di quelli variabili, ma, soprattutto dopo la grande crisi del 2008, di bypassare i vincoli del lavoro dipendente e ridurre i costi tout court. Tutto lascia presagire che la crisi attuale seguirà la stessa via. 

Dalla contrattazione collettiva sono escluse anche le migliaia di stagisti, collaboratori occasionali e creativi in regime di diritto d’autore, le cui attività non sono considerate lavorative (forse sono dei passatempi) e come tali esenti anche da ogni forma di welfare. Ciò significa che non hanno costi contributivi e sono perciò particolarmente attrattive e sempre più (ab)usate dalle imprese alla ricerca di risparmi. Un ulteriore passo verso la riduzione dei costi di cui sopra, pazienza se questi “non-lavoratori” sono esclusi dal welfare. L’applicazione del diritto d’autore in questo senso può essere un buon esempio: la prestazioni che vengono fatte ricadere in questo inquadramento godono di un regime fiscale agevolato, che prevede una deduzione forfettaria del 25% (o del 40% sotto i 35 anni) e poiché non è considerato lavoro, non prevede il versamento di contributi previdenziali. Il cuneo fiscale/contributivo è quindi molto basso. Se facciamo un confronto con il lavoro dipendente, a parità di reddito netto, il costo del lavoro scende all’incirca di un terzo. Di questo vantaggio, che avrebbe dovuto essere a favore del lavoratore, si è spesso appropriato il datore di lavoro. 

Il processo di svalorizzazione del lavoro interessa anche il lavoro dipendente

Questi processi, come era inevitabile, hanno intaccato anche il lavoro dipendente, sia perché hanno creato una cultura che gradualmente ha svalorizzato il lavoro, creando un sentimento di accettazione che ha reso “normali” se non giuste, pratiche che vent’anni fa sarebbero state considerate di sfruttamento, sia perché il mercato del lavoro, seppur segmentato, rappresenta un’unica arena competitiva. Per esempio, la crescita di stage semi-gratuiti di giovani con elevate competenze influisce sulla dinamica salariale di tutto il lavoro.

La moltiplicazione dei contratti collettivi (ormai intorno al migliaio) e la crescente competizione al ribasso anche tra CCNL stipulati dai principali sindacati, ha creato delle falle entro il perimetro del lavoro dipendente, determinando in molte situazioni una riduzione dei compensi, al di sotto della soglia di povertà. Competizione che ha esiti particolarmente deleteri nelle filiere di appalti, dove il peggioramento delle condizioni contrattuali procede di pari passo con l’allungamento della filiera, dal momento che non esiste il vincolo a mantenere la parità di trattamento. Una situazione che caratterizza soprattutto il settore dei servizi come quelli della pulizia e della vigilanza privata, come descritto dal Fatto quotidiano.

Di tutto ciò è responsabile anche e in misura rilevante la pubblica amministrazione, che, nell’obiettivo di contenere le spese e aggirare il blocco del turnover, ha fatto largo (ab)uso di lavoro autonomo per lavori eterodiretti, anche per settori importantissimi come la sanità, ha spesso emesso bandi con cui ha cercato professionisti a titolo gratuito (specie in ambito artistico, segnaliamo uno dei più recenti del comune di Salerno che cerca restauratori gratis), ha ridimensionato in modo sistematico i compensi per gli appalti, allentando allo stesso tempo tutte le attività di controllo.

Infine, anche la diffusione del welfare aziendale ha contribuito all’abbassamento dei salari, perché spesso i benefit concessi non sono in aggiunta al salario, ma in sostituzione di esso, oltretutto con il doppio svantaggio di minare il welfare di base, dato che la defiscalizzazione dei benefit riduce le risorse a disposizione dello stato.

La Pubblica amministrazione dovrebbe guidare un cambio di rotta

Non è facile invertire la spirale negativa, soprattutto in un periodo di crisi in cui le pressioni al ribasso sono ancora più forti, ma è anche difficile pensare di rilanciare la domanda aggregata senza un cambio di rotta, uscendo da una competizione basata solo sull’abbassamento del costo del lavoro, ma al contrario con azioni volte a ridare valore al lavoro e ad allargare la rete del welfare a chi oggi ne è escluso per garantire una maggiore sicurezza sul futuro.

L’avvio di una nuova fase dovrebbe partire dalla Pubblica amministrazione, in quanto principale datore di lavoro, oltre che erogatore di finanziamenti e committente di molte attività.

La proposta di riforma della Pa contenuta nel nuovo “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale”, che prevede lo sblocco del turnover e un ampio piano di assunzioni può essere un primo passo per il recupero di un corretto ruolo dello Stato come datore di lavoro.

L’azione verso la buona occupazione dovrebbe procedere a vantaggio degli occupati “indiretti” della Pa:

  1. risolvendo il problema della competizione negli appalti. Come suggerisce la giuslavorista Orsola Razzolini, sarebbe sufficiente «ritornare alla regola della parità di trattamento negli “appalti interni” (già prevista dalla legge n. 1369/1960), da intendersi oggi come appalti da eseguirsi nell’ambito del medesimo ciclo produttivo»;
  2. abolendo i bandi gratuiti e definendo parametri equi per i compensi del lavoro autonomo, come previsto dalla legge 81/2017;
  3. controllando le imprese che ricevono commesse pubbliche o destinatarie di finanziamenti pubblici (per esempio editoria, audiovisivo, arte), per verificare il rispetto di contratti e compensi nei confronti di tutti i lavoratori, anche non dipendenti.

È urgente fissare dei paletti nel settore privato 

Ma non basta, occorre intervenire direttamente anche nel settore esclusivamente privato, per contrastare il lavoro gratuito e porre dei minimi che siano validi per tutti. Le proposte ci sono, possono essere discusse e migliorate, ma occorre approvarle velocemente e renderle operative.

Due le strade prioritarie: il controllo degli stage e l’approvazione di un salario minimo legale. 

Per quanto riguarda lo stage, da troppo tempo l’obiettivo dichiarato di favorire l’occupazione giovanile ha consentito o addirittura incentivato (come nei primi tempi di Garanzia giovani) operazioni di vero e proprio sfruttamento. Una proposta interessante, sostenuta dai Giovani democratici, mira a spostare i giovani che entrano nel mercato del lavoro dallo stage all’apprendistato, tutelandoli e contrastando quello che è ormai uno strumento di dumping salariale. L’apprendistato e lo stage hanno lo stesso obiettivo, ma il primo è un vero rapporto di lavoro e come tale è tutelato, oltre che meglio remunerato. Per questo da una parte si vuole rendere meno agevole lo stage con la proposta di: 1) eliminare la distinzione tra stage curriculare ed extra-curriculare, 2) prevedere l’attivazione non oltre 3 mesi dal conseguimento del titolo di studio, 3) limitare la durata a 6 mesi per attività intellettuali e a 3 mesi per attività manuali/esecutive. Dall’altra parte si intende incentivare l’apprendistato, soprattutto con 1) semplificazione dell’attivazione e 2) flessibilizzazione, con l’introduzione di due finestre di uscita (a uno e a due anni dall’attivazione). Per evitare comportamenti opportunistici, sono previste penalizzazioni per l’eventuale uscita e la non conversione in contratto a tempo indeterminato al termine dell’apprendistato. 

Per quanto concerne il salario minimo legale, periodicamente se ne parla, ma puntualmente ogni proposta viene affossata senza neppure una vera discussione. È successo con il Jobs act, che intendeva introdurlo in via sperimentale nei settori non coperti da contrattazione collettiva. Ma la misura è stata presto cancellata per evitare ulteriori scontri coi sindacati. Successivamente molti hanno continuato a proporlo, in maniera trasversale. Nel 2019 erano presenti in parlamento ben 6 progetti di legge presentati da parlamentari di diversi orientamenti (3 del Partito democratico, e uno ciascuno per Movimento 5 stelle, Liberi e uguali e Fratelli d’Italia). Ma l’opposizione congiunta di sindacati e Confindustria, che temono soprattutto la perdita di ruolo del contratto nazionale e quindi in ultima istanza dei propri iscritti, ha sino a ora impedito anche solo l’avvio di un vero dibattito. 

Guardare alle esperienze altrui potrebbe aiutare a superare i legittimi dubbi. L’esperienza estera per noi più interessante è quella della Germania, che ha introdotto il salario minimo legale in un contesto in cui i livelli retributivi minimi erano affidati ai contratti collettivi e in cui perciò la situazione di partenza era comparabile a quella italiana. Nel 2015 è stato introdotto un salario minimo legale pari a 7,5 euro l’ora. Poi è lentamente cresciuto sino a 9,35 euro e recentemente è stato approvato un provvedimento che in quattro tempi aumenterà il salario minimo a 10,45 euro a luglio 2022. Il ministro del Lavoro tedesco, che considera il salario minimo legale una storia di successo, conta di lavorare per alzarlo a 12 euro. 

Sitografia

Acta, «Occupati freelance, dopo il Covid», actainrete.it, 29 marzo 2021.

F. Baraggino, «Lavoro povero, così i contratti nazionali con paga oraria di pochi euro alimentano la concorrenza al ribasso. Anche negli appalti pubblici», ilfattoquotidiano.it, 30 marzo 2021.

O. Razzolini, «Salario minimo: la direttiva non chiude il discorso», lavoce.info, 22 gennaio 2021.

Income and living conditions Overview, ec.europa.eu.

«La Provincia di Salerno cerca restauratori gratis (anzi: che paghino gli interventi!)», finestresullarte.info, 30 marzo 2021. 

Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale, governo.it.Salva lo stagista frust(r)ato, giovanidemocraticimilano.it.

Editoriale

Ci sono state due Italie dall’inizio della pandemia. Quella che è stata fermata e quella che ha lavorato come prima, anzi più di prima. Eppure nei media solo quella bloccata è stata al centro della scena e lo slogan «L’Italia è ferma, fatela ripartire, lasciateci lavorare» è stato gridato con tutta la sua carica di mistificazione da leghisti e pronipoti di Mameli, che non hanno fatto altro che marciare sulla rabbia di pizzaioli e gestori di Airbnb. Invece dovremmo occuparci – ed essere fieri – dell’altra Italia, quella che ha fatto gli straordinari nelle fabbriche, i turni negli ospedali, quella che ha passato le giornate nella didattica a distanza, che s’è ammazzata per consegnare un pacchetto in più. Sanità, scuola, industria, logistica e trasporti. Il minimo indispensabile, ma comunque sufficiente, per tenere in piedi un Paese. Se potessimo decidere noi l’impiego dei soldi europei ne metteremmo la massima parte in questi settori. Le scelte demenziali dei decenni precedenti li hanno ridotti a settori marginali, quasi dei vuoti a perdere. Qualcuno dice qualcosa sulla vicenda Stellantis? Al fatto che l’Italia avesse perduto l’industria dell’auto ci eravamo abituati, Marchionne in parte ce l’aveva riportata, a modo suo, ma ce l’aveva riportata. Oggi un manager portoghese qualunque se la ripiglia e si mette in valigia anche la componentistica. E nessuno fiata. Né potrebbe essere altrimenti in un Paese che aspira a trasformare se stesso in un coacervo di turismo, fiere, congressi, gastronomia e divertimento. Un Paese dove il gioco d’azzardo è una componente rilevante del Pil, un Paese che ha lasciato correre i contagi pur di lasciare aperte le discoteche d’estate. Un Paese che ormai sottomette l’arte, la cultura ai ritmi e alle esigenze dei tour operator. E chiama tutto questo “terziario”. 

Come non mettere oggi al primo posto di tutti i pensieri e di tutte le azioni il cambiamento del modello di sviluppo? Come non porre questa come discriminante delle scelte politiche? Modello di sviluppo ma anche assetto istituzionale. Non è possibile andare avanti con uno Stato in balìa di sedicenti “governatori”. Perché Stato deve esserci, altrimenti che senso ha parlare di “servizio pubblico”? Perché solo il potere concentrato di un intervento pubblico può modificare un modello di sviluppo. Un potere statale bilanciato dalla rete di comunità autogestite, autodeterminate, consapevoli. 

Hanno presentato in Europa il Pnrr e, ancora una volta, è assente il problema “lavoro”, inesistente nel Piano Industria 4.0, inesistente nel Pnrr.

Hanno presentato in Europa il Pnrr e, ancora una volta, è assente il problema “lavoro”, inesistente nel Piano Industria 4.0, inesistente nel Pnrr. Invece quello che regge sanità, scuola, industria, logistica è il lavoro. Il servizio pubblico di per sé è lavoro al 90%, perché solo l’impegno individuale, l’abnegazione delle persone riesce a far funzionare un insieme di norme, di regolamenti, di procedure che sembrano partoriti da menti malate. Sanità e scuola, solo il fattore umano le tiene in piedi, non c’è finanza, automazione, tecnologia, digitalizzazione che tenga. Industria e logistica, il fattore umano non conta? Tutto è software, robot, algoritmo, certificazione di qualità? E la cultura? Quella che ancor si sottrae alla mercificazione turistica, quella che trae alimento solo dalla creatività, in quella – cos’è che vale se non il fattore umano?

Certo, ci sono dei settori della cultura dove l’oligopolio e la tecnologia sovrastano, determinano, condizionano, sussumono interamente la creatività. L’associazione di freelance Acta sta conducendo un’indagine sul settore audiovisivo in Lombardia e Veneto, dalle decine di interviste approfondite con varie figure professionali del settore emerge il potere sovrastante di Netflix, che non è diverso da quello di Amazon nella logistica, da quello di Google, di Facebook, di quei colossi che ormai costituiscono l’odierno Leviatano. Qualche sciopero di macchinisti, di elettricisti, ricorda ancora che quell’elemento residuo, il lavoro, persiste. Ma sono punzecchiature di spillo in un ambiente, un mercato, dove la marxiana sussunzione reale al capitale sembra aver raggiunto lo stadio finale. La cultura – che vorremmo aggiungere ai quattro pilastri sanità, scuola, industria, logistica come essenza della società civile – sembra trovarsi stretta proprio tra essere una variabile del turismo ed essere funzione del Leviatano.

La vignetta è di Pat Carra, uscita su inGenere.it

Dentro il lavoro chi ha sofferto di più sono le donne. Tra i tanti aspetti fondamentali del nostro modello di società che la pandemia ha messo a nudo questo dovrebbe essere collocato al primo posto nelle politiche riformatrici. Tra l’altro ci rivela quanta mistificazione ci sia nella filosofia, nelle pratiche, delle “quote di genere”. La presenza sempre più massiccia di donne nella politica e nel management aziendale non ha minimamente migliorato la condizione della donna che lavora, in particolare se si tratta di donne madri. Dovremmo accettare che un secolo di femminismo venga ridotto alla semplice possibilità per qualche donna di “fare carriera”? Durante la pandemia le donne hanno pagato il prezzo più alto in termini occupazionali e il prezzo più alto – soprattutto se madri – in termini di condizioni di lavoro. Avere ancora una volta cancellato dall’agenda il tema “lavoro” dal Pnrr ci fa concludere che sulla questione di genere siamo al punto di prima. E la parte che vediamo comunque dedicata ai servizi sociali ci sembra troppo limitata soprattutto se messa a confronto con l’assordante rumore prodotto dalla banda degli ottoni della “svolta green”, ultimo camuffamento del capitalismo di rapina. L’unico intervento messo in atto dal governo Draghi che potrebbe avere conseguenze importanti sul tema lavoro è quello che riguarda la riforma degli ammortizzatori sociali. Qui potrebbe giocarsi una partita molto grossa, su questa riforma vanno puntati i fari dell’attenzione democratica. Non dimentichiamo che il sistema vigente è nato come strumento di pacificazione di massa nel pieno delle lotte operaie degli anni Settanta. Se venisse ricondotto alla sua funzione originaria di strumento di politica industriale sarebbe già un passo avanti, se invece diventa un ulteriore incentivo alla flessibilità della forza lavoro finisce solo per creare ulteriore disagio. Se una riforma degli ammortizzatori non viene in qualche modo agganciata all’introduzione del salario minimo legale, realizzarla oggi nel terzo decennio del nuovo millennio, può essere totalmente inefficace o, appunto, produrre effetti di ulteriore impoverimento della società.

Osservando lo spazio pubblico della politica, vediamo che nessuno degli ambiti di attività che abbiamo evocato e ritenuto essenziali alla sopravvivenza di una società civile è presente nei discorsi che là dentro circolano. E questo dà la misura dell’abisso che separa la politica dalle cose che contano. Ma ancora più preoccupante sembra la fiducia riposta nei “tecnici” come possibile rimedio all’insulsaggine del discorso politico, fiducia che poggia sull’illusione che essi abbiano ancora potere, che la loro “integrità” possa avere la meglio sulle beghe di partito, che la loro “lontananza” dalla politica possa conferire autorità alle loro decisioni. Da qui tutta la fiducia messianica nel profeta Draghi. I suoi tecnici potranno scrivere sulla carta i programmi più sofisticati del mondo ma a metterli in pratica saranno i lestofanti, i minus habens delle mille istituzioni dove i partiti hanno riempito gli organici del personale. Per cui ha ragione il Forum Dd di Fabrizio Barca a dire che salvare il salvabile è possibile solo se i tecnici vengono affiancati, supportati, consigliati, dalle tante istanze della società civile, che bene o male nel loro sforzo quotidiano di controllo dei comportamenti della Pubblica amministrazione talvolta riescono a evitare il peggio. Non c’è dunque una parola sul lavoro nel Pnrr, perché sanità, scuola, industria, cultura, in trent’anni di colpi di piccone sono stati ridotti a settori residuali. 

È davvero surreale la noncuranza con cui i “tecnici” hanno evitato qualsiasi confronto con i corpi intermedi. “Non c’era tempo”, dicono. Magari qualcuno pensa che avevano ragione, tanto… che sangue ci cavi dalle rape dei corpi intermedi? Non è vero, basta leggere la spietata disamina del Pnrr scritta qui da Matteo Gaddi per constatare che persino il tanto bistrattato sindacato ha da tempo abbozzato delle idee di politica industriale, buone o cattive che siano con esse ci si può misurare. E quelle avanzate da tante istanze ambientaliste, per esempio sulla politica energetica, non hanno forse un certo peso? I corpi intermedi sono ridotti male, d’accordo, ma l’Italia è piena di iniziative della società civile, della ricerca, che continuano a sfornare ragionamenti utili a modificare almeno in parte il modello di sviluppo. Niente.

E allora diciamolo: “le bellezze dell’Italia” tanto decantate si riducono a questo: lavoro instabile, mal pagato, spesso illegale, con orari pesanti

Proviamo allora a spostare lo sguardo su quei settori che il modello di sviluppo finora perseguito considera strategici, in particolare ristorazione e turismo. Si dice che servono a valorizzare la tradizione della nostra cultura gastronomica, la bellezza del paesaggio e la maestosità del patrimonio storico-artistico, si dice che quella è la grande dotazione di capitale collettivo che viene messa a valore. È davvero così? Quei settori si reggono su lavoro precario a basso costo, nella gestione del patrimonio artistico anche su lavoro gratuito. È il lavoro che tiene in piedi ristorazione e turismo. La molla del turismo moderno – in questo senso l’industria delle crociere è un esempio da laboratorio – è il basso costo, il turismo di massa vola low cost. E cos’è il basso costo se non il basso costo del lavoro? La grande risorsa italiana non è il Ponte di Rialto o il Battistero di Firenze, è il cuoco senegalese che sta in cucina dodici ore al giorno senza contributi, è il cameriere brasiliano che dorme in una stanza d’affitto con altri sei. Il tour operator come potrebbe confezionare i suoi bei pacchetti (Venezia, Firenze, Roma in due giorni) senza disporre di un autista di pullman che guida per dieci ore al giorno e di un’accompagnatrice turistica a partita Iva con orari di lavoro ancora più lunghi? Proviamo a immaginare se, per un colpo di bacchetta magica, tutto il personale della ristorazione, bar, trattorie, pizzerie ecc., percepisse un salario orario di 9,35 euro, maggiorato di 1 euro per le ore di straordinario oltre le 8 giornaliere (abbiamo assunto come parametro il salario minimo legale tedesco) e pagamento regolare dei contributi. Quanti esercizi resterebbero ancora aperti? 30% è un calcolo ottimistico, secondo un sindacalista che abbiamo interpellato. E allora diciamolo: “le bellezze dell’Italia” tanto decantate si riducono a questo: lavoro instabile, mal pagato, spesso illegale, con orari pesanti. Quale futuro può avere un Paese che si affida allo sviluppo di ristorazione e turismo? Che prospettive può dare ai suoi giovani? Quelli che studiano, l’élite, quelli dei dottorati, dei master, dell’inglese parlato meglio dell’italiano, quelli son destinati ad andarsene, come fossimo nella Ddr. Preparava professionisti e tecnici di alto livello la Germania di Ulbricht, ritenuti spesso migliori di quelli usciti dalle università della Repubblica federale. Finiti gli studi se ne scappavano all’Ovest. E hanno fecondato sia la Germania della contestazione (Rudy Dutschke era una promessa dell’atletica leggera comunista) sia la Germania della leadership europea (Angela Merkel figlia di un pastore protestante di Amburgo, è cresciuta nella Deutsche demokratische republik). 

Prima della pandemia il Paese ci appariva, dal punto di vista del lavoro e delle prospettive delle nuove generazioni, nettamente spaccato in due: quelli che hanno il privilegio di una formazione di alto livello che se ne vanno all’estero e quelli ai quali non resta che cercare in Italia una pseudo-occupazione nella gig economy. Tra i due lo strato pervasivo, sempre più infestante, di coloro che pian piano occupano ruoli direttivi non per merito ma per cooptazione praticata dai partiti. Su queste tre gambe, sempre più traballanti, si regge il lavoro in Italia. Quindi necessariamente lo strato più consapevole, più aperto, più disponibile, più competente – il vero grande patrimonio umano della nazione – è costretto a cercarsi uno spazio extraistituzionale di espressione e di azione, non sempre intercettato dalla rete delle comunità (che non sono né debbono essere solo comunità di cura). In questo Paese ci si ritrova a sentirsi ai margini, si finisce per diventare apolidi. Sensazione fortissima in questo periodo in cui le restrizioni imposte dalla pandemia hanno tagliato le gambe al conflitto, cioè alla forma di azione collettiva che maggiormente ci restituisce ancora il senso di una cittadinanza. 

Ma questa condizione forse è in via di superamento grazie alle campagne vaccinali, non vediamo l’ora di poter riprendere l’agibilità di strategie conflittuali. Non vediamo l’ora di poterci misurare ancora con lo stato d’animo, con le idee delle persone, con le tante tantissime esperienze che nel sociale e nella ricerca militante riescono ad impedire che questo Paese scivoli nel baratro. Sugli obiettivi da perseguire abbiamo ora le idee più chiare. La pandemia ha messo a nudo quelle realtà scomode che tante volte avevamo denunciato. Certo, il rischio che questo Pnrr, proprio per le ragioni qui esposte, dia il colpo di grazia a un Paese già provato da scelte disastrose, c’è. Ma non è detto che debba sempre finir male. Dipende anche da noi.

Sommario

Si torna a parlare di piano e ruolo dello Stato, purtroppo non nei modi che avremmo voluto. Nell’Editoriale tracciamo alcuni scenari, mettiamo in risalto il dramma del lavoro in Italia e la mancanza di partecipazione alle scelte politiche che hanno dato vita al Pnrr. Nei prossimi cinque anni bisognerà farci i conti, alcuni di noi hanno letto le 2600 pagine inviate a Bruxelles, ora iniziamo con una serie di approfondimenti. Il Recovery è per le imprese, non per il lavoro analizza quali sono i progetti l’industria italiana e quale ruolo è assegnato al lavoro. Debito, finanza, spesa pubblica: il mondo dopo la pandemia spiega in che termini si prospetta l’intervento economico italiano ed europeo e si interroga sulla possibile riconfigurazione delle politiche neoliberiste. Se il capitalismo verde è l’ultima speranza mostra come sia declinata la tanto declamata transizione ecologica, uno degli assi portanti del Recovery plan. La digitalizzazione secondo il Recovery chiude la sezione questionando la strategia sottesa a Transizione 4.0, indicandone insufficienze e pericoli.

La parte centrale del n. 3 è dedicata al lavoro, iniziamo con Impatto del Covid-19 sul lavoro femminile in Italia. Alcune riflessioni che focalizzandosi sulla questione di genere prospetta la direzione verso cui rischia di andare la nostra società. Segue Partire dai salari per contrastare la povertà di chi lavora perché lavorare ed essere poveri è sempre più probabile, si impone quindi con urgenza la questione salariale. Continuiamo con una serie di approfondimenti dal mondo della logistica. La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso ripercorre un anno di lotte e interroga le strategie sindacali, in particolare l’organizzazione del conflitto da parte del sindacalismo di base. Non c’è merce per la nuova diga analizza il colossale progetto di ampliamento del porto di Genova, l’ennesimo caso in cui le infrastrutture sembrano rispondere solo a logiche speculative. Tra conflitto e pratica dell’obiettivo: intervista alla Tech workers coalition ci riporta all’interno dei tentativi di organizzazione dei lavoratori. Infine, Gaming vs mining esamina le difficoltà di approvvigionamento dei semiconduttori, ormai fondamentali per il futuro di un’economia in tensione tra globalizzazione capitalista e interessi nazionali.

Mettiamo poi il naso nelle vicende dell’America Latina, Salute e ricerca scientifica a Cuba. Intervista a Rosella Franconi racconta come Cuba abbia fatto fronte al Covid-19 e in quale modo la ricerca scientifica cubana sia riuscita a raggiungere altissimi livelli di sviluppo. Segue l’approfondimento Cuba tra tensioni e sfide nuove: considerazioni per riflettere, mentre Brasile: virus sanitario e virus politico analizza il rapporto tra gestione della pandemia e situazione politica brasiliana. 

L’ultima parte è dedicata al confronto. Primo Maggio, una storia irripetibile. Intervista a Sergio Bologna e Bruno Cartosio è un modo per recuperare un pezzo di memoria e riflettere sulle pratiche e i fini della cultura militante. Chiudiamo dando spazio a due recensioni. La prima Due libri, un solo autore ci permette di parlare delle falle del capitalismo. La seconda, Insurgent Universality. An alternative Legacy of Modernity. Un libro di Massimiliano Tomba offre un’occasione per ragionare sull’organizzazione del conflitto sociale.