“Dietro le quinte”, una ricerca di Acta sul lavoro nell’audiovisivo

Silvia Gola

Nell’ottobre 2020 Acta ha iniziato a svolgere una ricerca sul settore dell’audiovisivo e dell’editoria in Lombardia e Veneto, in collaborazione con l’Università di Milano e l’Università di Verona. I risultati sono diventati una pubblicazione nella collana “Itinerari di diritto e relazioni di lavoro” della Fondazione Brodolini. In questo approfondimento ci focalizzeremo sulla rappresentanza nel settore audiovisivo.

Animato dall’ingresso di un nuovo tipo di player come Netflix e Amazon Prime, nutrito tanto da politiche regionali e nazionali quanto da una rete di scuole che ogni anno sforna nuovi professionisti, l’audiovisivo è uno dei settori più dinamici e in evoluzione tra quelli culturali e artistici. 

Dire “audiovisivo”, tuttavia, è già dire qualcosa di non perspicuo per chiunque: in primo luogo, il settore risente della vicinanza allo spettacolo dal vivo, e anche in alcune analisi i due campi vengono accorpati, come nel caso del pur importante Vita d’artisti (2017), lo studio promosso dal Sindacato lavoratori della comunicazione, Slc-Cgil, e realizzato dalla Fondazione Di Vittorio.

Se qualcosa, comunque, negli ultimi tempi ha suo malgrado agìto da discrimine tra i due settori, è certamente la pandemia da Covid-19, che più di altri eventi storici ha messo a nudo la fragilità del lavoro e del welfare nella cultura e nell’arte.

Mentre nello spettacolo dal vivo – proprio per lo stop completo delle attività – si è potuto osservare un rinverdito senso di appartenenza alla categoria che ha portato anche a nuovi interventi legislativi, l’audiovisivo – inteso come cinema, pubblicità, televisione, documentario, etc. – non ha subìto la stessa stasi produttiva, anzi: nel 2020 la richiesta di contenuti audiovisivi ha avuto una crescita senza precedenti, perlopiù collegata ai nuovi canali distributivi.

Ovviamente, come viene sottolineato nel rapporto Io sono Cultura 2021 della Fondazione Symbola è vero che: 

L’impatto del Covid-19 non è stato omogeneo in tutto il comparto cinematografico e i vari segmenti della filiera hanno messo in campo rimedi differenti per far fronte alla crisi. I distributori hanno spostato online molti contenuti, vincolati dalla scelta di preservare i titoli già pronti in attesa della riapertura delle sale o di renderli disponibili sulle varie piattaforme; le produzioni provano ad abbattere tempi e costi facendo leva sulle nuove tecnologie, come la realtà aumentata, virtuale, interattiva; l’esercizio e i festival si sono attivati attraverso piattaforme proprietarie o appoggiandosi a servizi specializzati come MyMovies.

Se, quindi, le sale cinematografiche sono quelle ad aver sofferto più a lungo per le misure di contenimento al virus – con un decremento oltre il 71% degli incassi e delle presenze rispetto al 2019 –, i set e le produzioni sono ripartiti in sicurezza dopo il primo lockdown anche grazie all’adozione tempestiva e condivisa di protocolli sanitari, voluti fortemente da Slc-Cgil.

Per quanto riguarda la nostra ricerca, abbiamo ricostruito la fisionomia dei diversi segmenti dell’audiovisivo (in totale sei, tre più autoriali e tre maggiormente commerciali: Film e serie Tv, Format Tv e Videoclip; Pubblicità da agenzia, Video-social content ed Eventi) attraverso due linee di indagine complementari: un livello qualitativo, tramite interviste, analisi desk sul settore e un sondaggio per le professioni a carattere autoriale; e un’analisi delle fonti istituzionali (Istat, Asia-Istat, dati Inps), per ottenere dati quantitativi e avere così una cornice del mercato del lavoro italiano.

Forse però la cosa più difficile è stata orientarsi per avere una panoramica chiara sulle condizioni lavorative, dal momento che in tutti i comparti sussistono situazioni molto variegate in termini di condizioni di lavoro, inquadramento contrattuale e diritti.

Visto che risulterebbe impossibile condensare tutta la ricerca effettuata, in questa sede vogliamo concentrarci sulla vexata quaestio delle differenze tra le professionalità dell’audiovisivo in merito alla rappresentanza; da una parte, le maestranze, le professioni cosiddette “sotto la linea”, caratterizzate da un alto grado di sindacalizzazione e capacità di auto-organizzazione; dall’altra, i professionisti “sopra la linea”, ovvero le figure autoriali che faticano a mettere in rete le problematiche comuni e a far scaturire da esse una coalizione.
In generale la spaccatura tra autoriali e maestranze è evidente anche sotto altri aspetti che vanno dalle fasi di lavorazione – mentre per le maestranze l’unico universo lavorativo è il set, per le professioni creative esistono anche le fasi di pre-produzione e post-produzione che rimangono fuori dal set e vengono con ciò “invisibilizzate” –, ai percorsi professionali, alle modalità contrattuali, ai diritti (in termini di compensi e welfare).

Da una prospettiva psicologico-sociale, tra questi due diversi mo(n)di del lavoro intercorre anche una differenza nella postura rispetto al significato attribuito al proprio lavoro: come scrive Bertram Niessen, le figure con le mansioni a maggior gradiente espressivo hanno iniziato a vivere «inseguendo un sogno di realizzazione personale in un costante equilibrismo tra la ricerca dell’autenticità […] e l’iper-precarizzazione delle condizioni lavorative e di vita». 

È risaputo – e le interviste da noi condotte lo confermano – come i ruoli autoriali vengano più facilmente associati ai concetti di “passione”, “vocazione”, “missione”: svolgendo questi lavori, è più facile risemantizzare il proprio monte ore sotto una grammatica non giuslavorista; è più facile confondere il tempo di vita con il tempo di lavoro; così come è più lunga la gavetta – o quella che viene spacciata per tale – e più accettata la cultura dello sgobbo gratuito per “farsi il nome”. È questo lo scotto che si paga in molti dei lavori artistici e culturali e questo investire la propria professione di una dimensione identitaria e individualista disintegra, in molti casi, le possibilità di coalizione e sindacalizzazione.

Ciò non significa che non esistano realtà di mobilitazione nelle professioni autoriali: noi stessi ne abbiamo intervistati diverse e visto quanto molte di queste si battano, con fortune alterne, per le loro rivendicazioni.

Tuttavia, sempre basandoci sulle testimonianze dirette degli intervistati e delle intervistate, è innegabile come ancora sia dominante l’idea per cui fare un lavoro artistico/autoriale possa, tutto sommato, ricevere il suo riconoscimento fuori dai meccanismi della remunerazione. 

In generale, la percepita desiderabilità sociale di alcuni lavori fa sì che si accettino condizioni che vanno dal becero al grottesco per la paura di essere sostituiti da qualcun altro/a – magari meno problematico, magari più economico.

I cambiamenti tecnologici e le conseguenze sul lavoro

Il mercato del lavoro dell’audiovisivo appare essere un mercato del compratore, in cui l’offerta supera di gran lunga la domanda. Come è successo?

Il passaggio al digitale e la pervasività delle nuove tecnologie hanno favorito una semplificazione delle mansioni, riducendo i tempi di apprendimento tecnico e svalorizzando, in misure diverse, ruoli e competenze – un ruolo lo ha anche avuto il potenziamento delle politiche pubbliche territoriali, in particolare l’istituzione delle Film Commission. E tuttavia questo effetto di “democratizzazione” ha inciso soprattutto sulle figure a maggior contenuto creativo-autoriale. Come riporta un nostro intervistato:

Nella produzione c’è stata una grande innovazione per quanto riguarda l’hardware: quando ho iniziato a lavorare, sette anni fa, non era pensabile prescindere da una macchina che non fosse per il cinema (ammiraglia). Oggi investendo 2.000 euro si possono ottenere prodotti di buona qualità, e ci sono anche persone che girano con iPhone e possono arrivare a social e televisione. È tutto più accessibile per un freelance (Luca, 30 anni, video editor e montatore).

Ad avere maggiore familiarità con le tecnologie digitali sono i più giovani, che spesso cominciano a lavorare durante il percorso di studi, contribuendo ad alimentare un’offerta sempre più ampia. Allo stesso modo, i più giovani sono anche meno preparati dal punto di vista degli inquadramenti e della contrattazione, e questo negli anni ha portato a un uso maggiore della partita Iva (con iscrizione in Gestione Separata) al di fuori della collocazione nel cosiddetto “ex-Enpals”, il Fondo pensione lavoratori dello spettacolo (Fpls). L’inquadramento nel lavoro dello spettacolo imporrebbe, infatti, l’iscrizione al Fpls (confluita in Inps dal 2011) che garantisce al lavoro autonomo alcune tutele che attenuano le tradizionali differenze tra subordinazione e autonomia: in primo luogo, a prescindere dalla natura del rapporto di lavoro, la contribuzione previdenziale ordinaria è pari al 33% della retribuzione lorda (o compenso), di cui il 23,81% a carico del datore di lavoro/committente, e il 9,19% a carico del lavoratore, e con questa vengono coperte le prestazioni di welfare (pensione, maternità, malattia e disoccupazione, come l’Alas, la nuova indennità di disoccupazione destinata ai lavoratori autonomi dello spettacolo).

Ammaliati dal fascino di quel mondo i ragazzi si fanno sfruttare, accettano compensi irrisori. Se lavorano sul set tutti sono assicurati, ma magari sono collocati solo i giorni del set e il resto è pagato fuori busta (Paola, 48 anni, regista documentari e docente).

Le maestranze

Le nuove tecnologie, sempre più accessibili, hanno richiesto un adeguamento a nuovi strumenti, linguaggi e stili di produzione, oltre a rivedere pratiche consolidate e hanno creato nuove esigenze tecniche – come il digital imaging technician e il data manager, ruoli ricoperti in prevalenza da giovani – ma non hanno stravolto il modo di lavorare delle maestranze, le cui professionalità di derivazione artigiana vengono affinate con il lavoro e l’esperienza sul set: sono arredatori, assistenti operatori, attrezziste, costumisti, effettiste, elettricisti, fonici, macchinisti, montatrici, parrucchieri, scenografe, truccatori.

Il loro lavoro si svolge unicamente sul set e, a livello di percorso professionale, sono remunerati fin dall’inizio, senza lunghi periodi di apprendistato (o prestazioni lavorative di altro genere) gratuiti o semigratuiti, e riescono a lavorare con una certa continuità. A livello di inquadramento, sono tipicamente inseriti con contratti da dipendente e tutelati dai Contratti collettivi nazionali. Per esempio, per tecnici e maestranze del cine-audiovisivo, si applica il Ccnl Troupes, risalente al 1999 e con cui è stato definito un tetto agli straordinari (9 ore + 1 in deroga al giorno, 57+3 ore alla settimana). Come già menzionato sopra, le maestranze hanno elevata sindacalizzazione e una chiara consapevolezza dei propri diritti, difesi negli anni con diverse azioni collettive. Nel perimetro della nostra ricerca, abbiamo parlato con professionisti provenienti dalle maestranze milanesi e lombarde della pubblicità che, grazie ad Apmal (Associazione di professionisti e maestranze dell’audiovisivo in Lombardia), sono riuscite a contrattare compensi più alti che nel resto d’Italia, tanto che in alcuni casi capita che le produzioni vadano altrove in cerca di forza-lavoro più economica (in altre regioni come all’estero).

Più problematica è la situazione di chi lavora per la tv – dove vigono Ccnl differenti –, che subisce fortissime pressioni sui compensi e deve garantire la massima flessibilità. Alcuni hanno saputo organizzarsi, creando cooperative per migliorare la propria condizione di lavoro, mentre in altri territori tradizionalmente meno interessati dalla produzione audiovisiva – dove anche quindi i sindacati fanno fatica a conoscere in modo puntuale il comparto –, tramite la nostra indagine abbiamo intercettato esperienze di auto-organizzazione, partite da una “conta delle teste” e un gruppo Whatsapp, che ha portato poi al contatto con la sezione locale di Slc-Cgil, che ha deciso di sostenere le rivendicazioni dei lavoratori.

In Emilia-Romagna le case di produzione che venivano da Roma proponevano paghe più basse alle troupe oppure non venivano garantiti rimborsi né diarie, oppure si portavano dietro le maestranze da Roma. Ci siamo mobilitati e insieme al sindacato abbiamo ottenuto che nei bandi della Film Commission venissero inseriti dei vincoli che condizionassero l’accesso al ricorso a una certa percentuale di maestranze locali (Marcello, 38 anni assistente operatore).

Quello che è chiaro, nelle parole di tutte le maestranze e i tecnici intervistati, è che l’esigenza di darsi una configurazione collettiva è il grimaldello che in ogni caso ha permesso e permette di sovvertire lo stato delle condizioni di lavoro quando queste non vanno. 

Le professioni autoriali: il «precariato di lusso»

Una voce collettiva che tende a essere più flebile quando si parla di capacità di mobilitazione è quella dei lavoratori/lavoratrici autoriali dell’audiovisivo, le cui professionalità derivano da un mix di formazione universitaria, scuole, corsi e apprendimento sul campo, durante i quali si sviluppano anche soft skills – soprattutto relazionali –, generalmente molto importanti in queste attività: parliamo di registi, soggettisti, sceneggiatrici, attori, comparse, sottotitolatori, doppiatrici, dialoghisti.

Sono considerate, queste, attività emotivamente soddisfacenti o socialmente desiderabili, entrambi aspetti che rappresentano forme di compenso non monetarie. Inoltre, all’interno del macro-settore, ci sono ovviamente ruoli autoriali e ruoli “più-autoriali”; per antonomasia è il cinema il settore più feticizzato – dove l’aspirazione a lavorare è altissima –, e da qualche anno anche la grande fama conosciuta dalle serie tv le ha consacrate a ulteriore “altare dell’autorialità”; così come il documentario – più spesso indipendente –, dove i budget sono spesso assenti e abbondano pratiche di auto-sfruttamento: si porta avanti il proprio progetto a qualunque condizione per motivi di interesse e/o capitale reputazionale.

Ruoli autoriali, come regia e sceneggiatura, nei comparti commerciali – pubblicità, televisione ed eventi – risentono invece di una percezione sociale che assegna loro minori prestigio e valore. Non capita di rado, quindi, che siano proprio questi settori quelli in cui ci si accaparra la “pagnotta” mentre si rincorre il sogno del cinema. Come ha riassunto bene un nostro intervistato: «Uno per la gloria, uno per la pagnotta».

È proprio questa, infatti, una delle strategie per sopravvivere facendo il lavoro desiderato, strategie che per gli autoriali sono quasi più spesso individuali che non collettive.

Accanto agli “slash workers”, che integrano il proprio reddito lavorando in altri settori, c’è d’altro canto chi riesce a fare per anni il regista grazie a una certa provenienza familiare, sia in termini di rete sociale sia per la possibilità di contare su una rendita o un appoggio finanziario quando il lavoro scarseggia o quando si è nel pieno di quelle attività di ideazione e progettazione che non sono ascrivibili al lavoro sul set.

Questi – diversificare i lavori e una inscalfibile serenità economica di partenza – sono i modi con cui chi entra nel mercato del lavoro autoriale dell’audiovisivo può affrontare probabili – se non certi – anni di magra, lavoro intermittente, welfare pressoché assente.

I compensi sono generalmente considerati dignitosi, soprattutto nella pubblicità, ma emergono diverse insoddisfazioni: prima di tutto, i compensi non sono mai di facile definizione perché più componenti concorrono al “prezzo finale” (per registi, sceneggiatori e attori esistono la cessione dei diritti d’autore o di immagine); non sempre esistono dei minimi sindacali e, quando esistono, sono interpretati in maniera piuttosto elastica; inoltre, i compensi vengono considerati non proporzionati alle competenze e alle responsabilità: nella catena del valore, chi è più in basso appare più tutelato e più “solido”, mentre chi ha più responsabilità “di firma” sul prodotto finale guadagna compensi minori. Minori anche perché si deve sempre tenere presente che le fasi di ideazione, concertazione, progettazione – prima e fuori dal set –, non vengono remunerate, e quindi si vive in una continua discontinuità lavorativa (per la quale si sono richiesti interventi di welfare; c’è al momento in discussione un progetto di legge per un’indennità che colmerebbe la strutturale intermittenza). 

Le rivendicazioni degli autoriali: tre esempi

Come scriviamo nel nostro rapporto, si deve riconoscere che «La situazione di mercato in crescita inoltre rende meno urgente un’azione di rappresentanza in un momento in cui tutte le energie sono dirette a cogliere le opportunità di lavoro». Allo stesso tempo, è vero anche quello che ci ha detto uno degli intervistati, ovvero che: «A oggi molti non sanno definirsi e questo presta il fianco a una minore regolamentazione e “coscienza di classe”». 

I nostri colloqui lo confermano: sebbene da parte dei lavoratori autoriali emerga una generica domanda di rappresentanza, non è frequente l’iscrizione a un’associazione e men che meno a un sindacato. Di piattaforme di rivendicazione ed esperienze eterogenee ne esistono in realtà molte, e il numero è decisamente cresciuto durante il primo lockdown che, come abbiamo visto, è stato il momento in cui si è intravista con più forza la fragilità del welfare per molti lavoratori di arte e cultura. Molte sigle che lavorano anche in sinergia ma che faticano nel mettersi in costellazione le une con le altre e che innescano percorsi di rappresentanza variegati, e che in alcuni casi nella diversità dell’approccio non riescono a interagire ottimamente: c’è chi si dichiara sindacato, chi è associazione di categoria, chi si auto-organizza. 

A titolo di esempio, Slc-Cgil sta mettendo a punto il primo Ccnl per figure attoriali, che nelle intenzioni si vorrebbe basare su quello degli attori teatrali – tra i quali c’è un buon livello di consapevolezza e capacità di mobilitazione. O, ancora, la Writers guild Italia (Wgi), il sindacato degli sceneggiatori, da qualche anno si batte per far circolare quanto più possibile un contratto tipo che garantisca agli scrittori “pagamenti certi, cessione dei diritti (e quindi del proprio lavoro) che si perfeziona solo quando tutto il dovuto viene saldato, condivisione dei profitti in caso di successo, limiti temporali e condizioni di lavoro chiari e rispettosi della legge sul diritto d’autore”.

Infine, un ragionamento di stampo più “trasversale” viene portato avanti da 100autori, associazione che racchiude registi, sceneggiatori, soggettisti (cinema, fiction, documentario e animazione) che da circa due anni conduce battaglie per il welfare degli autori, e che ha siglato con Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive digitali) e Apa (Associazione produttori audiovisivi) un accordo tra categorie che riguarda l’equo compenso, dove si riconosce una remunerazione aggiuntiva a favore degli autori dai contributi automatici destinati alle imprese, generati dai risultati artistici ed economici delle opere. 

Bibliografia e Sitografia

S. Fontegher Bologna, A. Soru (a cura di), Dietro le quinte. Indagine sul lavoro autonomo nell’audiovisivo e nell’editoria libraria, Fondazione Giacomo Brodolini, Roma 2022.

Fondazione Symbola, Io Sono Cultura 2021. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi, I Quaderni di Symbola, 4 agosto 2021.

S. Gola, «Vogliamo anche il pane. Una mappatura delle condizioni (e delle mobilitazioni) dei lavoratori dello spettacolo e della cultura», in Treccani-Il Tascabile, 9 ottobre 2020.

B. Niessen, Che cos’è il nuovo lavoro culturale, dal boom dei creativi al crollo del valore, chefare.com, 3 dicembre 2019. 

Sindacato lavoratori della comunicazione, Slc-Cgil, e realizzato dalla Fondazione Di Vittorio, Vita d’artisti, 2017. 

Il lavoro delle donne in Italia. Riflessioni a due anni dall’inizio della pandemia

Ariella Verrocchio

Emergenze. Brevi considerazioni preliminari su uso (e abuso) della comparazione storica nelle crisi attuali 

Non ce la fai a stare chiuso a casa? Sei annoiato da tv e videogiochi? Preoccupato perché mangi troppo? Bombardato da messaggi, stanco di disinfettarti e fare la fila ai negozi? In crisi di nervi perché i bambini sono insopportabili e non puoi uscire a far jogging, o angosciato da strade vuote e silenzio? Bene. Ora immagina che ti tolgano il gas. Niente cottura, niente riscaldamento, niente acqua calda. Immagina di avere l’elettricità tagliata: niente luce, telefono, computer, tv; niente scuola online, niente telelavoro, niente ascensore; e niente acqua, nemmeno per la toilette. Immagina che il termometro sia sotto zero e di camminare per casa con dieci strati di roba. Immagina che, invece di aspettare nella fila del supermercato, sei in fila con i bidoni per prendere acqua a tre chilometri da casa. Immagina che invece di fare jogging devi tagliare l’albero di un parco per scaldarti o stare in fila ore per un pacco di aiuti umanitari. Immagina che sei ferito mentre fai la fila per il pane o colpito da un cecchino mentre vai a respirare in terrazza. E che, invece del silenzio, hai granate che cadono ogni tre minuti. Ecco, è Sarajevo durante l’assedio.

Sono parole di Azra Nuhefendić, giornalista e scrittrice bosniaca, che dal 1995 vive e lavora a Trieste. Il messaggio, apparso sulla sua pagina Facebook durante le prime settimane del lockdown italiano, viene di lì a poco ripreso da Paolo Rumiz in «Racconto la storia e le fiabe italiane ai nipotini su Skype», pubblicato il 26 marzo 2020 nell’inserto Robinson de la Repubblica. In quelle prime settimane di confinamento, ricordo che le parole di Azra Nuhefendić ebbero su di me l’effetto di potenziare e consolidare il senso di disagio che provavo ogni qualvolta, nel discorso pubblico e mediatico, la pandemia veniva paragonata a una guerra.

Nel marzo 2020, l’uso di tale comparazione è tutt’altro che sporadico, tanto che c’è chi, come lo storico Marco Mondini, riterrà opportuno evidenziare come l’espressione “siamo in guerra” sia la «più ricorrente nelle retoriche ufficiali e nel linguaggio mediatico». A cominciare è l’Italia, seguita a ruota da Francia e Gran Bretagna. 

Nel periodo in cui per contrastare l’emergenza sanitaria è necessario adottare drastiche misure di contenimento e distanziamento sociale, sulla scena pubblica e mediatica riappare un linguaggio guerresco da molti decenni scomparso dalla narrazione. Ritorna all’inizio della crisi da Covid-19, ma rimane anche dopo il primo lockdown, una volta superata la fase maggiormente segnata da lutti e limitazioni delle libertà personali. In Italia e in Francia, è il primo conflitto mondiale, come rileva Mondini, a essere quello più utilizzato come termine ideale di riferimento per esortare la comunità nazionale a stringersi compatta nella lotta contro il Coronavirus, a rispondere con orgoglio, responsabilità, determinazione. 

Tuttavia nel marzo 2020 per chi ha conosciuto la guerra, come Azra Nuhefendić, la comparazione tra gli effetti del Covid-19 sulla vita delle persone e quelli causati da un conflitto appare inconsistente, superficiale, insensata. Sebbene la crisi pandemica sia nella sua fase più difficile e traumatica, il paragone non regge: non riesce a “competere” con il ricordo dell’impatto che la guerra vera ha sulla dimensione esistenziale quotidiana delle persone, con la sua capacità di sconvolgere la loro interiorità e coscienza, di scompaginare vite e progetti.

Durante il primo anno di pandemia, non sono mancate voci provenienti dalla storiografia che hanno espresso dubbi e perplessità riguardo l’uso di approcci comparativi tra la crisi da Covid-19 e altre crisi generate da eventi emergenziali, bellici o epidemici, avvenuti in epoche passate. Penso, tra le altre, a quelle di Teresa Bertilotti e Luisa Passerini in «Il lavoro di storiche» o degli studiosi di storia della scienza Guillame Lachenal e Gaetan Thomas in «Covid-19. When history has no lessons. Facing a crisis without precedent». Articolo quest’ultimo provocatorio e insieme stimolante, in cui i due autori invitano gli storici e le storiche a prendere le distanze dal fascino esercitato dai “precedenti pandemici” e a sostituirlo con una maggior comprensione della capacità da parte delle crisi odierne di resistere all’interpretazione storica. L’indicazione metodologica che se ne ricava è che essere meno inclini a ricercare differenze, analogie, parallelismi con altre emergenze sanitarie e pandemiche – rispetto alle quali l’influenza spagnola del 1918 è divenuta il principale elemento di confronto con il Coronavirus – non vuol dire rinunciare a interrogare il passato nel suo rapporto con la crisi del presente, bensì cercare di farlo nella consapevolezza che la situazione attuale potrebbe richiedere nuove strategie di indagine e nuove categorie interpretative. 

In ogni caso, da qualsiasi punto di vista la si guardi, l’emergenza sanitaria Covid-19 ha rappresentato un evento dirompente, il più dirompente dopo la Seconda guerra mondiale. Tanto impattante da costituire uno spartiacque nello scenario sociale, economico, politico come nella dimensione esistenziale ed esperienziale, nella percezione di sé e del futuro delle persone. La pandemia ha anche mostrato di avere un impatto differenziato su uomini e donne, ponendo numerosi interrogativi sulla sua capacità di produrre disuguaglianze di genere nel breve e medio periodo. Interrogativi che, per altro, non trovano sufficienti elementi di comparazione con il passato, da momento che, come rileva Michal Brzezinski, vi è una sostanziale mancanza di studi sull’impatto delle passate pandemie sulla disuguaglianza di genere.

In questo contributo mi propongo di ritornare con sguardo più distaccato a quel 2020, rivisitare alcune delle riflessioni scientifiche elaborate allora a caldo, ripercorrere parte degli sforzi che, con dinamismo e prontezza, tra il 2020 e il 2021, furono compiuti dalla ricerca per capire cosa stava succedendo nelle nostre vite. Un intervento che vuole tornare a focalizzare l’attenzione sul tema dell’impatto dell’emergenza sanitaria sul lavoro delle donne, già affrontato nel numero 3 di OPM, con l’ambizione di provare a ri-tratteggiare una riflessione sull’occupazione femminile. Il contesto in cui riprendere e rintrecciare i fili di questa riflessione è però mutato: una guerra vera è scoppiata in Europa. Insieme allo scenario è cambiata la narrazione in cui siamo immersi: a quella pandemica, che per due anni ha monopolizzato in modo martellante l’informazione, si è sostituita un’altra narrazione emergenziale, onnipresente e pervasiva. 

Il disegno è di Pat Carra, già pubblicato su InGenere

Che genere di incertezza 

Negli ultimi tempi, il senso di incertezza è aumentato e continua ad aumentare nelle persone. Altre paure e inquietudini si aggiungono, intrecciano e sovrappongono a quelle generate dalla crisi pandemica. La guerra appare come un nuovo potente fattore di destabilizzazione, le speranze di una ripresa economica si affievoliscono ogni giorno di più, lasciando il posto a nuove preoccupazioni e nuovi interrogativi sul futuro. Ci si chiede quali saranno le conseguenze delle sanzioni per il nostro paese, se per il mondo del lavoro si aprirà un altro periodo di difficoltà e sofferenze, se vi sarà una rimodulazione degli obiettivi del Pnrr, quale sarà l’evoluzione del rapporto tra debito pubblico e Pil a fronte di nuove crisi. A proposito di quest’ultimo e di comparazioni con il passato, vorrei brevemente richiamare l’attenzione sul contributo del 2021 di Paolo Piacentini, «Il dopoguerra post-pandemico. I problemi del prossimo futuro e i moniti del lontano passato», specialmente per quanto concerne il fenomeno del «salto verso l’alto» e la persistenza nel tempo del debito, fenomeno per il quale secondo l’autore risulta «pregnante l’accostamento tra questa crisi pandemica ed eventi osservati dopo i due conflitti mondiali». Se nell’esperienza degli anni Venti e Trenta “a pagare il debito” fu la generazione sopravvissuta alla guerra, che vide falcidiati risparmi e redditi, la speranza di Piacentini è che, a un secolo di distanza, «fra le nazioni di una Europa non più in conflitto, ma unita nei vincoli di una unione politica ed economica, processi destabilizzanti possono essere scongiurati». Auspicio che in questi ultimi mesi appare un po’ meno convincente. 

Un profondo senso di incertezza è entrato nelle vite delle persone, ma con declinazioni e implicazioni diverse su uomini e donne. Con la crisi da Covid-19 l’incertezza economica, percepita e reale, è sensibilmente aumentata tra queste ultime. La precarietà lavorativa femminile, in quanto fattore strutturale e di lungo periodo, si è rivelata per molte un vero e proprio boomerang durante la crisi da Covid-19, esponendole maggiormente tanto a fenomeni di uscita dal mercato del lavoro che a rischi di povertà. Al proposito basterà richiamare l’attenzione sul divario di genere nel ricorso alla Cig (Cassa integrazione guadagni), come messo in luce da Paola Villa, tra marzo e settembre 2020, periodo durante il quale oltre sei milioni di dipendenti – quasi la metà di quelli occupati in imprese private – sono stati sospesi e interessati dal provvedimento. I dati ci mostrano come le donne siano state fortemente penalizzate dal venir meno di rapporti di lavoro a termine, ovvero in scadenza e non rinnovati: a fronte del 42% di donne sul totale dei dipendenti del settore privato, solo il 27% risulta beneficiario di Cig. Inoltre, come evidenziato da diverse indagini, e tra le altre, dal Gender Policies Report 2021 dell’Inapp (Istituto nazionale analisi politiche pubbliche), nel secondo anno pandemico l’occupazione femminile ha registrato una crescita dei rapporti di lavoro instabili e precari: proprio questa tipologia di contratto nel 2020 è stata tra le principali cause della perdita del posto di lavoro per le donne. 

Costituisce un dato ampiamente condiviso il fatto che le donne, nelle particolari circostanze createsi con l’emergenza sanitaria, si siano trovate sovrarappresentate tanto nei settori in prima linea nella lotta contro il Coronavirus, quanto in quelli più colpiti dalla recessione innescata dalle misure di contenimento. Questo impatto differenziato è stato principalmente ricondotto alla diversa distribuzione di donne e uomini nel mercato del lavoro, ovvero alla concentrazione delle prime in determinati settori produttivi – quali servizi commerciali, educativi, sanitari, domestici, assistenziali. Se interpretato alla luce delle sue implicazioni storiche, tale impatto ci appare anche sotto un’altra luce, vale a dire come il risultato di fenomeni persistenti e di lungo periodo. Fenomeni che hanno radici lontane, in larga misura riconducibili ai processi di femminilizzazione, ottocenteschi e primo novecenteschi, degli ambiti lavorativi sopra richiamati. La letteratura scientifica sulla storia del lavoro femminile ha messo in luce come la cura abbia rappresentato per le donne un importante fattore di inclusione nel lavoro retribuito. Tra le principali tappe di tale percorso, vi è quella risalente all’età risorgimentale, quando, con l’estensione alla sfera pubblica di alcuni tradizionali ruoli femminili familiari e privati, troviamo sempre più donne occupate nell’educazione, in compiti di cura e di assistenza a poveri e bisognosi. Tuttavia è con la Prima guerra mondiale che la cura inizia a divenire per le donne un vero e proprio lasciapassare nel mondo del lavoro. Basti pensare all’accelerazione e al consolidamento che durante il conflitto conosce la professionalizzazione della figura dell’infermiera. La cura di corpi adulti sarà affidata alle donne alcuni decenni più tardi, ovvero dopo il loro inserimento nell’educazione elementare – si pensi al protagonismo della maestra nell’Italia postunitaria, figura che, come scrive Simonetta Soldani, svolse una sorta di «sacerdozio laico della nazione», creando una preziosa cerniera tra dimensione materna e civile, tra spazio pubblico e privato. Il processo di femminilizzazione della professione infermieristica prosegue anche dopo il conflitto, espandendosi fino a farlo divenire uno dei settori tradizionali dell’occupazione femminile (in Italia le infermiere rappresentano oggi oltre il 76% degli iscritti all’ordine professionale). Per concludere questo breve excursus storico, possiamo dire che, se guardiamo a eventi emergenziali avvenuti in altri periodi, la Prima guerra mondiale rappresentò un fondamentale momento di snodo nell’accelerare e nel consolidare la femminilizzazione di determinate attività – oltre alla presenza delle donne nell’insegnamento, anche nel settore dei servizi sociali, sanitario, impiegatizio. La spinta propulsiva modernizzante innescata dal conflitto, come rileva la storica Barbara Curli, costituì una cesura così forte da non poter essere frenata nemmeno dal fascismo. 

Se guardiamo all’impatto del Covid-19 con una prospettiva di genere e di lungo periodo, possiamo osservare come l’emergenza sanitaria abbia portato alla luce la specificità dell’esperienza professionale e lavorativa femminile, le sue radici storiche e identitarie, e con essa il patrimonio sociale di cura e di relazione storicamente acquisiti dalle donne. C’è però anche un’altra faccia della medaglia a cui dobbiamo guardare. L’impatto dell’evento pandemico sul lavoro femminile ha mostrato come le donne siano molto più esposte ai rischi sociali generati da crisi di questo tipo. 

Tracciare percorsi di riflessione su trasformazioni ancora in atto è tutt’altro che semplice, tuttavia sembrano esserci dei punti fermi. E tra questi la certezza che, a fronte di altre e nuove crisi pandemiche, i costi più alti saranno nuovamente pagati dalle donne se non ci saranno significative trasformazioni nell’attuale struttura del mercato del lavoro. 

Oltre alla precarietà lavorativa e alla concentrazione in determinati settori professionali, durante la pandemia l’altro fattore strutturale che ha largamente concorso a mettere le donne in condizioni di sofferenza e difficoltà è stato il carattere del welfare italiano, fondato su un modello sostanzialmente familiare, di cui la donna è l’asse portante.

L’esperienza dei lockdown, e specialmente del primo, ha avuto un impatto particolarmente forte sulle esistenze femminili e ciò per molte ragioni: ha esasperato situazioni di stress, stanchezza, affaticamento, compromesso equilibri già di per sé difficili e precari nella conciliazione tra vita e lavoro, scompaginato e modificato spazi, abitudini, ritmi, organizzazione. Nell’aprile del 2020, riflettendo su cosa stava accadendo nella vita delle donne, Sabrina Alfonsi scriveva: «Trascorrere il tempo del lavoro, il tempo della cura, il tempo del privato nello stesso luogo, senza la possibilità di staccare, è per le donne un boomerang che le colpisce sul fianco più scoperto. Quello che resta è un carico enorme, quel lavoro sommerso, di cura emotiva di figli e anziani, e lavoro domestico». La pandemia, specialmente nella fase di maggior emergenza, inasprisce la fatica fisica e psicologica del lavoro riproduttivo favorendo con una forza senza precedenti lo svelamento della sua qualità specifica: quella di servire alla vita, di ricreare la vita, di stare alla base di ogni lavoro, permettendo l’esistenza di chi compie gli altri lavori. La qualità che ne fa, per dirlo con le parole di Sara Ongaro, un’attività che si trova in una relazione verticale con gli altri lavori. 

In tale contesto, alle prese con un lavoro familiare reso ancora più impegnativo e gravoso, immaginare il futuro ha per molte donne significato individuare nella riforma del sistema di welfare italiano una necessità prioritaria, non più procrastinabile.

Tuttavia, come è stato da più parti evidenziato, il Pnrr sembra più che altro orientato a colmare alcune grandi mancanze del welfare italiano, piuttosto che a favorire processi di vera e propria trasformazione. Trasformazione che, come osservano Ugo Ascoli e Rossella Ciccia, richiederebbe ben altre risorse finanziare e specialmente un diverso orientamento culturale e politico, capace di guardare la questione della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro come problema non solo femminile; richiederebbe infatti una visione propensa ad accogliere sfide più innovative: «Una prospettiva di genere intersezionale che riconosca le donne come un gruppo eterogeneo, che metta al centro la riprogettazione degli orari e delle forme di lavoro, così come il funzionamento dei sistemi scolastici, che affronti la scarsità di visioni femministe nei luoghi di potere, che sappia contrastare con forza la violenza contro le donne e le persone Lgbtqi». 

Anche restando nell’ambito di obiettivi volti a correggere alcune delle mancanze più gravi del welfare italiano, come nel caso della scarsità di asili nido, permangono alcune criticità e ritardi. Come evidenziato nel novembre 2021 da Luca Brugnara, stando alle indicazioni contenute nel materiale preliminare del Pnrr, si prevede un passaggio, entro la fine del 2025, dall’attuale 26,9% per cento di copertura di servizi per la prima infanzia a quasi il 40%. Obiettivo che in ogni caso non permetterà all’Italia di garantire per il 2026 una disponibilità di posti del 50%, traguardo già raggiunto nel 2019 da Spagna e Francia. Un’altra questione aperta è quella della loro distribuzione territoriale, non fissando il piano asili nido specifici vincoli volti al superamento delle marcate disuguaglianze regionali nell’offerta di questi servizi. Il rapporto nazionale promosso da Openpolis e Con i bambini offre un quadro molto esaustivo dei divari interni, ampi e profondi, esistenti nel nostro paese: tra le aree del centro-nord che, con 32 posti ogni 100 bambini, hanno quasi raggiunto l’obiettivo europeo del 33%, e il Mezzogiorno, dove i posti ogni 100 bambini scendono a 13,5 e il servizio è garantito in meno della metà dei comuni (47,6%). Per dare un’idea dell’ampiezza dello squilibrio, basterà dire che se a Bolzano vi è una disponibilità di quasi 7 posti ogni 10 bambini, a Catania e Crotone questa è sotto i 5 bambini su 100.

Non è bastata una pandemia, con tutto il suo disperato bisogno di cura, a mettere in gioco altri orizzonti, capaci di riconoscere nel lavoro riproduttivo un lavoro tanto impegnativo quanto prezioso e indispensabile alla vita, e ancor meno di pensarlo nel suo rapporto con la produzione e con la ri-progettazione di infrastrutture sociali. Il problema di fondo, come la crisi da Covid-19 ha ancor più evidenziato, non risiede nel suo essere un lavoro non retribuito, ma nello scarso riconoscimento del suo valore. Anzi, è proprio con la sua monetizzazione e collocamento nel mercato del lavoro che, come spiega con chiarezza il contributo di Lucia Amorosi contenuto in questo numero, la contraddizione diventa ancor più evidente ed esplosiva: la cura, anziché acquisire uno statuto dignitoso, diviene un sotto-lavoro, privo di adeguate regolamentazioni e tutele.

La pandemia ha evidenziato e inasprito problemi strutturali che da tempo penalizzano le lavoratrici – precarietà, salari bassi, scarsa occupazione, per citare alcuni dei più rilevanti. A influenzare la percezione che abbiamo di noi stesse e del futuro non sono però solo fattori strutturali (quali lavoro e reddito). Ve ne sono anche molti altri di cui, specialmente nella particolare congiuntura storica che stiamo vivendo, dovremmo tener conto. Tra questi penso al ruolo giocato da una narrazione pandemica onnipresente, martellante, nonché incline a usare una retorica bellica, o da un lavoro familiare che si è mostrato in tutto il suo carico di fatica e responsabilità. Che cosa sia accaduto nelle famiglie italiane (e nelle esistenze femminili) nei periodi di più forte emergenza è difficile dirlo, sebbene la ricerca abbia compiuto sforzi importanti per provare a capirlo. Indagare e delineare traiettorie di trasformazioni che sono ancora in atto è infatti compito piuttosto arduo. Tuttavia formulare delle domande e provare a riflettere su alcuni dei possibili mutamenti attivati o non attivati dalla crisi da Covid-19 è un atto da compiere. 

La domesticità ai tempi del Coronavirus

La pandemia ha messo sotto la luce dei riflettori la dimensione domestica, trasformandola, specie nei periodi di più forte emergenza, in una sorta di laboratorio/osservatorio sul lavoro familiare. Le indagini condotte da diversi gruppi di ricerca su campioni indipendenti – di cui ho cercato di dar conto nel mio contributo contenuto nel n. 3 di OPM – hanno evidenziato come la straordinaria convergenza spazio-temporale delle attività creatasi durante il primo lockdown non abbia sostanzialmente prodotto significativi cambiamenti nella distribuzione del lavoro familiare. Anzi, la tendenza è stata semmai contraria: uno dei dati comuni e trasversali a tutte le indagini è infatti rappresentato dall’aumento per le donne del carico di lavoro domestico e della responsabilizzazione verso la cura dei propri familiari. C’è da dire, che anche in presenza della messa in campo di esperienze orientate verso una più ampia condivisione del lavoro familiare tra uomini e donne, esse non sono di per sé sufficienti a produrre mutamenti culturali duraturi. Inoltre, va anche tenuto presente, che i piccoli segnali positivi che sono stati registrati da alcune ricerche – in particolare per quanto riguarda un maggior impegno da parte dei padri a occuparsi della cura dei figli durante il lockdown – sono stati dettati dalla eccezionalità della situazione emergenziale italiana, tale da fare del nostro paese un caso particolare, il primo tra quelli europei a essere duramente colpito dalla pandemia e a adottare, per periodi anche molto lunghi, drastiche misure di contenimento. La congiuntura può aver favorito l’affermarsi di nuove consapevolezze sulla centralità della cura, come più forti aspettative in direzione di una più equa distribuzione dei compiti familiari, tuttavia tutto ciò, se non è poi sostenuto da adeguate politiche di welfare, non basta ad attivare processi trasformativi capaci di produrre mutamenti culturali duraturi e tanto meno a correggere squilibri profondamente radicati nella nostra società: secondo i dati pubblicati nel 2021 dall’European Institute for Gender Equality (Eige) l’Italia è tra i paesi europei con i più bassi indici di uguaglianza per quanto riguarda il tempo dedicato alla cura e al lavoro domestico. 

Nel valutare l’impatto dell’emergenza sanitaria sulla dimensione domestica, la questione di fondo non è tanto rappresentata dal non aver favorito lo scardinamento di vecchie abitudini e comportamenti, quanto piuttosto dall’aver confermato la forza e la vitalità degli stereotipi di genere nelle famiglie italiane. Stereotipi che, non solo si sono mostrati tutt’altro che indeboliti e compromessi, ma che proprio attraverso la pandemia potrebbero aver anche trovato nuove opportunità di rivitalizzazione. A questo riguardo, alcune indagini condotte nel 2020 hanno offerto a mio avviso spunti molto interessanti, sui quali vorrei riportare l’attenzione. Mi riferisco, in particolare, all’indagine nazionale Che ne pensi? La didattica a distanza dal punto di vista dei genitori, condotta da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze umane dell’Università Milano-Bicocca, e finalizzata a raccogliere, attraverso un questionario on line, dati e informazioni su come fosse stata percepita e vissuta dai genitori l’esperienza della Dad (Didattica a distanza). Tra i dati che saltano subito all’occhio è la netta prevalenza di risposte femminili: su un totale di settemila genitori, a partecipare al questionario sono nella grandissima maggioranza madri (94%), con un’età media di quarantadue anni, per lo più lavoratrici (80%), nell’89% dei casi con un partner, e una provenienza regionale prevalentemente nell’area del Nord-Ovest (70%, contro il 20% in quelle centrali e il 10 % nel Mezzogiorno). L’indagine quantifica in tre/quattro ore al giorno il tempo dedicato dalle madri per supportare l’attività scolastica dei figli in Dad. Al di là del pesante impatto della didattica a distanza sul lavoro familiare, il dato che si impone all’attenzione è il grande e pressoché esclusivo impegno, il forte senso di responsabilità delle donne nell’educazione dei figli. Un altro dato che colpisce particolarmente, anzi ancor di più dei precedenti, è la percentuale di donne, pari a ben il 30%, che non esclude la possibilità di lasciare il lavoro nel caso la didattica a distanza dovesse continuare. È una risposta che merita molta attenzione e che non può essere letta solo come difficoltà di conciliazione tra attività professionale e assistenza ai figli in Dad. Il lavoro svolto dalle donne tra le mura domestiche è stato per lungo tempo adombrato da visioni politiche ed economiche fondate sulla separazione tra lavoro riproduttivo e produttivo. Incapaci di cogliere il profondo nesso che intercorre tra queste due sfere di attività, il lavoro riproduttivo è rimasto in un cono d’ombra e con esso l’esperienza derivante dal patrimonio sociale di cura e di relazione storicamente acquisito dalle donne. Se vogliamo (davvero) interrogarci sulle difficoltà di conciliazione tra vita e lavoro e su possibili strategie di superamento, un aspetto della questione di cui dobbiamo tenere ampiamente conto è rappresentato dal valore che le donne attribuiscono a tale patrimonio. La pandemia ci ha mostrato in modo esasperato ciò che già sapevamo, che quando i servizi scolastici sono inadeguati, carenti, fragili il tempo dedicato dalle donne alla cura dei figli aumenta.

La crisi pandemica ha dato al lavoro riproduttivo una visibilità del tutto inedita, che tuttavia non è bastata ad attivare, almeno non per il momento, mutamenti di prospettiva capaci di riconoscere nella cura una questione politica e sociale. Il lavoro riproduttivo è sostanzialmente rimasto un affare privato e familiare. E qualora le circostanze dovessero richiederlo, potrebbero essere ancora le donne a restare e/o a ritornare a casa.

I problemi irrisolti dell’attività riproduttiva vanno valutati da varie prospettive e punti di vista, nonché alla luce di altri grandi nodi e ritardi inerenti il lavoro femminile in Italia. Un paese nel quale – è bene ricordare – le casalinghe rappresentano ancor oggi un fenomeno diffuso e socialmente accettato. Le donne che lavorano solo in casa non sono infatti certamente scomparse, anzi. Le ragioni possono essere diverse, come ci spiegano Franca Maria Alacevich e Annalisa Tonarelli in un contributo molto interessante pubblicato nel 2013 dalla rivista internazionale AG About Gender, tuttavia ciò che va sottolineato è come si tratti di una condizione spesso non temporanea, fino a costituire un status che può talvolta prolungarsi anche per l’intera esistenza della persona. I diversi profili delle donne di casa descritti dalle autrici poco fa richiamate ci mostrano che oggi, più che in passato, non si diventa casalinga per vocazione. Le ragioni di questo status vanno cercate in un mercato del lavoro ancora troppo poco inclusivo, nella sua forza espulsiva, e insieme nella scarsità e inadeguatezza dei servizi scolastici, per l’infanzia, per le persone anziane. In un contesto di crisi come quello attuale, a preoccupare sono specialmente le donne più giovani, tra cui più diffusa è la precarietà lavorativa: l’ingresso e/o il rientro nel mercato del lavoro sono incerti, e l’intervallo tra una occupazione e l’altra può essere anche molto lungo. Nell’attesa, la dimensione domestica può divenire l’ambito in cui investire e attraverso il quale controbilanciare l’assenza di realizzazione fuori casa.

Bibliografia e sitografia

F. M. Alacevich e A. Tonarelli, «Convinte o disperate. Casalinghe italiane in tempo di crisi», in AG About Gender, vol. 2 N. 4 anno 2013, riviste.unige.it.

S. Alfonsi, «La casa disuguale», in rubriche #donne&lavoro/8 Il manifesto, 28 aprile 2020. 

U. Ascoli e R. Ciccia, «Introduzione» a «Le donne in Italia durante la pandemia: politiche sociali e prospettive future», Social cohesion papers, n. 2 2021, pp. 7-11.

T. Bertilotti, L. Passerini, «Il lavoro di storiche», in rubriche #donne&lavoro/39 Il manifesto, 30 novembre 2020.

E. Betti, Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana, Carocci, Roma 2019.

L. Brugnara, «Quanto aumenta la disponibilità di asili nido con il Pnrr?», in Osservatorio sui conti pubblici italiani (Ocpi), 5 novembre 2021. 

M. Brzezinski, «Einfluss auf wirtschaftliche und geschlechtsspezifische Ungleichheiten», in coronakrise-europa.net, 3 giugno 2021. 

B. Curli, Dalla Grande Guerra alla Grande crisi: I lavori delle donne, in Aa.Vv., Storia del lavoro in Italia. Il Novecento 1896-1945, vol. I, a cura di S. Musso, Castelvecchi, Roma 2015, pp. 201-251.

European Institute for Gender Equality (Eige), eige. europa.eu.

Inapp, Gender Policies Report 2021, dicembre 2021.

G. Lachenal, G. Thomas «Covid-19. When history has no lessons. Facing a crisis without precedent», in publicseminar.org, 6 aprile 2020. 

M. Mondini, «In guerra, senza una guerra», in ilbolive.unipd.it., 18 marzo 2020. 

M. Mondini, «In guerra, senza una guerra: pandemia e narrazioni guerriere. In dialogo con Nicolas Beaupré ed Emmanuel Debruyne (prima parte)», in ilbolive.unipd.it., 8 maggio 2020. 

S. Ongaro, Produzione e riproduzione: nuove frontiere di in/esclusione per le donne, in Genere e mutamento sociale, a cura di D. Barazzetti e C. Leccardi, Rubettino, Soveria Mannelli 2001, pp. 31-43. 

Openpolis e Con i bambini, Rapporto nazionale «Asili nido in Italia. I divari nell’offerta di nidi e servizi per l’infanzia sul territorio nazionale, tra Mezzogiorno e aree interne», 27 aprile 2021. 

G. Pastori et al., Che ne pensi? La Dad dal punto di vista dei genitori, Dipartimento di Scienze umane per la formazione Università degli studi di Milano Bicocca, unimib.it, luglio 2020. 

A. Pescarolo, Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea, Viella, Roma 2019.

P. Piacentini, «Il dopoguerra post-pandemico. I problemi del prossimo futuro e i moniti del lontano passato», in coronakrise-europa.net, 30 novembre 2021. 

P. Rumiz, «Racconto la storia e le fiabe italiane ai nipotini su Skype », Robinson inserto di La Repubblica, 26 marzo 2020. 

S. Soldani, Nascita della maestra elementare, in Fare gli Italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, a cura di S. Soldani e G. Turi, Bologna, il Mulino, 1993, vol. I, pp. 67-130.

S. Soldani, Maestre d’Italia, in Il lavoro delle donne, a cura di A. Groppi, Laterza, Roma-Bari 1996.

P. Villa, «L’impatto della crisi pandemica sull’occupazione femminile», in «Le donne in Italia durante la pandemia: politiche sociali e prospettive future» a cura di U. Ascoli e R. Ciccia, in Social cohesion papers, n. 2 2021, pp. 12-19. 

In ricordo di Piergiorgio Bellocchio

Sergio Fontegher Bologna

Il suo nome è indissolubilmente legato a quello della rivista Quaderni piacentini, da lui fondata e diretta assieme a Grazia Cherchi. Una rivista sulla quale Piergiorgio ha scritto poco, mai scritto un editoriale, ma solo una breve, graffiante, saltuaria rubrica di libri da leggere e da non leggere. Su questo suo tenersi dietro le quinte qualcosa è stato scritto eppure andrebbe ricordato come un tratto distintivo della sua personalità, che ha fatto sì che quella pubblicazione possa essere considerata un caso unico nel panorama pur molto frequentato della cultura critica italiana degli anni Sessanta e Settanta. Un tratto distintivo in parte del carattere della persona ma in parte una scelta programmatica: quella di mettersi al servizio dell’intelligenza altrui. Quella di far tacere la propria voce, di soffocare i propri pensieri, per consentire ad altri di tirare fuori le cose che hanno da dire. Era una tecnica? Era un’arte? Sicuramente la condivideva in pieno con Grazia Cherchi. Le riviste in genere ricevono il tono dai loro fondatori, sono loro i protagonisti, anche nei casi migliori in cui condividono la responsabilità con un comitato di redazione. Nei Quaderni piacentini non era così, almeno non nei primi anni in cui la rivista acquistò la sua inconfondibile fisionomia, quando ebbi l’occasione d’incontrarla proprio agli inizi. Piergiorgio agiva con mentalità da editore, annusava il terreno dove si muovevano i possibili autori, non avendo un comitato di redazione alle spalle ma dei riferimenti “illustri”, delle figure di patronage, Franco Fortini, Renato Solmi, Cesare Cases. E per ogni numero riprendeva la sua ricerca, paziente, penetrante. Una telefonata, un invito a pranzo, una conversazione – almeno nel mio caso, sempre allegra, con un sacco di risate – e quando l’interlocutore rivelava i suoi lavori o pensieri in corso buttava là, quasi distrattamente, un «Perché non ci scrivi qualche riga?». Per questo il ricordo che conservo degli incontri con Piergiorgio è di quelli che si classificano come ricordi di “ore liete” dell’esistenza, le ore serene, ricche, da cui nasce un affetto che non si cancella più anche se non c’è più ragione di vedersi. Eppure quanta fatica può essergli costata questo suo quasi annullarsi per consentire all’interlocutore di esprimersi! E poi a inseguirlo perché il pezzo sia consegnato in tempo, seguire la stampa e poi distribuire materialmente la rivista alle librerie! Quanta fatica deve essergli costata questo rispetto per l’altro, un rispetto, un ritrarsi, che strideva con l’innato egocentrismo degli intellettuali. Non a caso, chiusi i Quaderni, farà una rivista scritta tutta da lui e da un altro. Finalmente liberato dalla naja dei Quaderni piacentini – dirà a un parente negli anni tardi della sua vita. Ma nulla, credo, gli fosse estraneo quanto quei comportamenti a cui si associano parole come “altruismo”, “dedizione”, “slancio”. Non era nel suo stile la beneficenza cattolica o il volontariato comunista, quella totale dedizione agli altri che a volte appare disumana. No, quel suo ritrarsi, stare tra le quinte, era il modo in cui proteggeva il suo spazio privato, il suo ambiente creativo, il suo diritto all’esistenza solitaria di pensatore, di scrittore. Là dentro respirava, là dentro non entrava nessuno. Questa netta, assoluta, separazione tra pubblico e privato è una delle cose che più ho ammirato in lui, perché avveniva in un contesto in cui l’assordante ripetizione che il pubblico è privato e viceversa faceva perdere di vista le buone ragioni per le quali quello slogan era nato. Il Piergiorgio “borghese” mi piaceva tanto quanto quello che svolgeva disciplinatamente il suo servizio al movimento (per esempio prestando il suo nome come responsabile di certe pubblicazioni). Sul lato formale Quaderni piacentini appariva come un collage di testi, ma in sostanza sapeva esprimere una sua misteriosa omogeneità, pur raccogliendo voci assai diverse l’una dall’altra di persone spesso distanti l’una dall’altra. Aveva una sua inconfondibile cifra. Era un periodo che sollecitava il pensiero e l‘azione, ma anche di un grande rumore di fondo, come accade quando la gente, tanta gente, prende la parola. Piergiorgio sapeva in quel rumore distinguere le voci più chiare secondo suoi personalissimi criteri di scelta. E in genere non sbagliava. Forse i Quaderni piacentini sono l’unico cippo che quella generazione ha saputo erigere a sua propria memoria, l’unica pietra su cui ha saputo incidere il suo nome. Pur non facendo parte del core della rivista, appartenendo io a un’altra “parrocchia”, ho sempre avuto verso Piergiorgio una simpatia, un affetto, una stima così profondi che mi riesce difficile oggi impormi il distacco del ricordo o frenare il pianto. Quella sua signorile ironia, quel suo sapersi mettere sempre “dalla parte del torto” con eleganza, con un gesto naturale, senza la minima enfasi, quel suo rispetto delle virtù e delle consuetudini borghesi, che rendevano ancora più convincente la sua scelta di campo e ancora più sovvertitrici le sue critiche all’ordine costituito. Un uomo straordinario, un intellettuale straordinario, uno scrittore di poche parole. Un amico che guardava con bonario scetticismo alle mie scelte “operaiste” di scuola trontiana ma le rispettava con l’aria di dire «Se a lui piace così…». Eugenio Gazzola ha realizzato un documentario di otto ore sulla storia dei Quaderni, dà un’idea assai chiara del contributo che quella rivista ha procurato alla cultura di un’Italia che vorremmo. Ed è un tributo all’opera dei suoi fondatori. Alla proiezione del documentario presso la Fondazione Feltrinelli abbiamo avuto ancora l’occasione di salutarci. Non sapevamo che sarebbe stata l’ultima.

Editoriale

Non si può certo dire che dall’inizio dell’“operazione speciale” dei russi in Ucraina siano mancate le analisi approfondite, documentate, sulle cause remote del conflitto, sugli squilibri geopolitici, né che siano mancate le informazioni corrette. Tanto più oscene sono le manifestazioni della canea guerrafondaia dei nostri maggiori organi di stampa, la spudoratezza delle fake news, l’abbandono di ogni ritegno da parte di partiti di sinistra ed ecologisti nel volgere le spalle ai loro valori fondativi. Tanto da non accorgersi nemmeno che il ventre molle dei popoli non vuole saperne di guerra, per non veder disturbati i loro programmi di vacanza, le loro abitudini di consumo, mangiati i loro conti in banca da un’inflazione che s’annuncia devastante.

Si ha la sensazione che per la maggioranza degli italiani tutto quel che succede in Ucraina sia un videogioco oppure un’altra occasione per dividersi in tifoserie, sembra che dimenticare la quaresima della pandemia sia il comportamento prevalente. L’Italia vuol tornare a cullarsi nel suo essere diventata irrimediabilmente paese turistico, del passatempo, dei sistemi effimeri, mentre in quel che resta dello spazio della politica, ridotta la sinistra a sparuto gruppetto, non c’è neanche la soddisfazione di veder nascere una nuova destra, con magari qualche idea originale. Nulla, se non marionette che si divertono a scimmiottare vecchi riti squadristi, grottesche riesumazioni del passato che portò questo Paese a combattere a fianco di uno dei peggiori criminali della storia e a uscirne distrutto.

A fine aprile è uscito il Rapporto intermedio della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia. Ai nostri deputati è bastata la lettura di due tesi di laurea (incredibile, se si pensa alla massa di documentazione disponibile accumulata in quest’ultimo decennio) per sentenziare che la situazione più preoccupante del mercato delle braccia è nel settore della logistica e aggiungere che il caporalato è comune anche in «edilizia, sanità, assistenza, case di cura, call-center, ristorazione, servizi a domicilio, pesca, cantieristica navale». E propongono di rimpolpare il Codice Penale per comprendervi anche fattispecie di reato non previste dallo stesso. Qualcuno ha applaudito, come sempre quando lo stato fa la faccia severa e dice: «Adesso vi sistemo io, bricconi».

In realtà nel nostro mercato del lavoro non è l’illegalità il problema, ma la normalità, quella che ci dicono i numeri dell’Inail, pubblicati negli stessi giorni in cui usciva il Rapporto: tre morti al giorno per infortuni sul lavoro, 47% in più negli ultimi due anni. Sono i salari da working poor, gli stage extracurricolari, la fuga di gente preparata all’estero. La normalità insomma, quella è il vero problema. Quella che le nostre inchieste si sforzano di raccontare.

E ci chiediamo allora su questa normalità quali effetti potranno avere le conseguenze economiche della guerra e quelle, forse ancora più pesanti, delle sanzioni. Basta guardare l’aumento dei prezzi di diverse materie prime, dell’energia e di tanti semilavorati: decine di aziende che chiudono perché la struttura dei costi non regge più (e comprimere ulteriormente il costo del lavoro, quando hai toccato il fondo del barile, non ha margini). Difficoltà negli approvvigionamenti: stesse conseguenze, i nostri articoli sui microchip parlano chiaro. Ma quella che rischia di saltare è l’architrave della resilienza del sistema, il nostro beneamato Pnrr, non solo perché i progetti previsti al suo interno debbono essere riscritti per l’alterazione dei costi ma perché, se le banche centrali sono costrette ad alzare i tassi per frenare l’inflazione, l’indebitamento dell’Italia torna su livelli preoccupanti (vero è che la spirale tradizionale prezzi-salari oggi non sembra verificarsi per l’incapacità negoziale del mondo salariato). Oppure ci si troverà a dover scegliere tra i progetti. Sanità, istruzione, sostenibilità, cultura… le prime a essere sacrificate? Sono tornati in auge i militari, sono i nuovi manager (vedi Fincantieri). E la transizione energetica? Dove andrà a finire? Leggiamo che il mondo dello shipping prevede da solo di consumare energie fossili pari all’intero prodotto delle rinnovabili. Aggiungiamo i disastri che i cambiamenti climatici producono sulla produzione agricola e concludiamo che bisogna prepararsi – al netto dell’Ucraina – a un periodo in cui sconvolgimenti sociali e politici di proporzione e di direzione inimmaginabili sono possibili, l’ordine costituito, quest’ordine fluido, liquido, dell’universo e del metaverso, non può reggere a tutte queste spinte assieme.

La nostra rivista si è mossa sin dall’inizio nello spazio di questa oscena “normalità”, ci siamo abituati ai conflitti, ai cambiamenti e continueremo a cercare, nel mutualismo, nella coalizione, nella resistenza, non solo di salvare la dignità del lavoro ma di costruire con altri territori di convivenza civile, di pensiero, di blochiana speranza.

Civitavecchia: un risultato straordinario per andare oltre

Mario Agostinelli

L’Italia ha assunto l’impegno di dismettere le centrali a carbone entro il 2025. Tuttavia i gestori delle centrali, e in primo luogo Enel, in accordo con il ministero per la Transizione ecologica, si sono orientati verso una soluzione “dal fossile al fossile”, cioè verso una riconversione degli impianti a carbone ancora funzionanti in impianti turbogas. Così, nonostante la compatta opposizione di cittadini e delle amministrazioni locali (Regione Liguria compresa), si è prefigurata una conversione a turbogas per la centrale della Spezia, chiusa – non si sa quanto definitivamente – nel dicembre 2021. E così per le sei centrali a carbone ancora in funzione: quattro gestite da Enel (Fusina, Torrevaldaliga, Brindisi, Portoscuso), una da A2A (Monfalcone) e una dal gruppo ceco Eph (Fiume Santo).

Al turbogas si contava del resto di ricorrere – prima della guerra in Ucraina – per sostenere gran parte della transizione energetica e del cosiddetto capacity market, cioè il “mercato della potenza” in grado di compensare la discontinua produzione di energia delle fonti rinnovabili: una cinquantina di progetti con diverse tecnologie (a ciclo aperto, a ciclo combinato, a generatori con motori a cilindri e pistoni) e distribuiti su tutto il territorio nazionale.

A Civitavecchia invece sta avanzando il progetto “virtuoso” di sostituire il carbone con un mix di eolico galleggiante e fotovoltaico assistito da stoccaggi a idrogeno verde, soluzione per cui si sono mobilitati i Comitati contro i fossili assieme al sindacato, a parlamentari e associazioni locali, oltre ai cittadini che per mesi hanno fatto pressione sui rappresentanti politici e amministrativi. Significativi i due scioperi dei lavoratori della centrale, due ore per turno, indetti da Fiom, Uilm e Usb nel marzo 2021. Così, nello scorso febbraio Enel ha annunciato il ritiro del progetto di riconversione a turbogas della centrale a carbone di Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia, il polo energetico che con le sue emissioni (oltre 8 milioni di tonnellate di CO2 all’anno) è il più inquinante d’Italia.

OPM ha chiesto a Mario Agostinelli, presidente dell’associazione Laudato si’ – un’alleanza per il clima, la terra e la giustizia sociale un breve commento sulla vicenda di Civitavecchia.

L’obiettivo di accedere ai fondi del Pnrr per affrontare il cambiamento climatico è risultato distorto e ritardato da resistenze politiche e procedure burocratiche che hanno complicato la partecipazione delle comunità locali e da difficoltà create dalla carenza di strategie realmente innovative e di portata nazionale per la produzione e il risparmio di energia. Gran parte del “nuovo” non avanza per responsabilità degli enti e delle ex municipalizzate che, con l’eccezione di alcune aperture in Enel, a partire dall’amministratore delegato Storace, reiterano vecchi modelli e soluzioni inadeguate anche a livello economico.

Non ci sono segni evidenti che il modello di produzione e di consumi che caratterizzerà il futuro prossimo, che potrebbe diventare drammatico per la specie umana, contempli i necessari mutamenti profondi e condivisi per rimediare a una rottura con la natura e il resto dei viventi, e anche per la conquista di una maggiore giustizia sociale.

I pochi titoli sui Pnrr che circolano, silenziati dal clamore delle manifestazioni per il green pass, dalla guerra e dalle sanzioni conseguenti, sono sussurrati con pudore e rimbalzano tra capitoli incompatibili con gli allarmi del mondo scientifico sul clima.

Non c’è traccia, per esempio, della qualità dell’occupazione che deriverebbe da uno spostamento dal profitto alla cura dell’orario di vita, con studio e lavoro rivisitati per le nuove generazioni dopo la terribile prova del virus.

Si direbbe, invece, che la strategia del governo punti a non correggere i rapporti di forza che ostacolano le innovazioni necessarie e che, di conseguenza non siano resi agibili né un protagonismo di massa né una dialettica coraggiosamente democratica applicata alle scelte del più ampio piano di intervento pubblico necessario, da mettere a disposizione del paese

Non a caso Carlo Stagnaro e Chicco Testa hanno sostenuto, sul Foglio del 15 ottobre 2021, che c’è stato «l’errore di sacrificare la crescita senza benefici ambientali», senza comprendere che l’errore sta nel non avere puntato abbastanza su un nuovo modello energetico fondato sulle rinnovabili e non nel suo contrario, perché la politica energetica abbandonata al mercato risponde solo alla ricerca del massimo profitto. Per loro il World Energy Outlook 2021 è solo un «difficile esercizio di equilibrio tra l’esigenza (politica) di indicare l’obiettivo della neutralità carbonica, e le spinte della realtà».

Perciò, si dovrebbe rinunciare alla soglia di 1,5 °C, «ricorrere al nucleare ove accettabile, produrre l’idrogeno a bassa impronta di carbonio (verde o blu) e la cattura e stoccaggio della CO2». Una politica energetica conservatrice e regressiva che per di più mantiene l’Italia in una condizione di dipendenza dall’estero, mentre le rinnovabili consentirebbero di aumentare di molto l’autonomia nazionale. In fondo è quanto ripetono più o meno a pappagallo Cingolani, Bonomi, i guru di Nomisma, i dirigenti dell’Eni, i più renitenti conservatori di Enel, le dirigenze delle grandi municipalizzate.

Contro questo schieramento conservatore va sottolineato il successo della popolazione di Civitavecchia che ha conseguito un progetto di fuoriuscita dal fossile al punto da farne il caso nazionale di riferimento.

Sono molti e ragionevoli i motivi per un salto di qualità qui e ora, lontano dalla combustione dei fossili e dai gas climalteranti, in un paese che ha sovrapproduzione di energia elettrica e non usa i pompaggi e nemmeno investe per creare stoccaggi di idrogeno verde laddove già è possibile.

Il progetto che approderà – con il consenso del Comune di Civitavecchia, della Regione Lazio e dell’Enel – sulle coste tirreniche è largamente condiviso sia a livello istituzionale, che politico, sindacale, sociale nel territorio.

Al posto di un turbogas da oltre 1800 MW, verrebbe rivisto il sostegno alla rete dei pompaggi e, soprattutto, verrebbe realizzato un sistema eolico offshore galleggiante, a 30 km dalla costa con caratteristiche corrispondenti al fondale marino e all’intensità dei venti, per una produzione iniziale di 210 MW, da estendere ulteriormente lungo lo stesso braccio di mare. Naturalmente il progetto richiede un ripensamento del modo di consumare energia nel territorio e una riconsiderazione sulla creazione di comunità energetiche e di progetti per la mobilità sostenibile, che andrebbero sostenuti con i fondi del Pnrr e una partecipazione o addirittura un azionariato pubblici.

Nascerebbe nella città laziale un vero e proprio hub del Mediterraneo per l’eolico offshore, dove assemblare i componenti e successivamente organizzare le attività di progettazione e costruzione per altri siti, creando vere opportunità di nuova occupazione e di lavoro di qualità e, naturalmente, una importante domanda di acciaio a basso impatto ambientale, che potrebbe riguardare le crisi che da tempo agitano le prospettive di grandi siti: da Taranto a Terni, a Cremona.

Nel caso specifico di Civitavecchia, le attività portuali conterebbero su un sistema fotovoltaico con accumulo di idrogeno, da impiegare come vettore nei servizi.

Al posto di nuove emissioni e di un calo occupazionale, avremmo indiscutibili vantaggi:

1. Il kWh da nuovi impianti a fonti rinnovabili costerebbe un terzo di quello prodotto dalle centrali a gas esistenti;

2. La crisi del metano rischia di diventare irreversibile sul piano climatico e geopolitico e di rendere costoso e incerto l’impiego di una fonte oggi computata come la più pesantemente climalterante. Non siamo più solo di fronte a una larga opposizione alla etichettatura del gas come energia verde nella tassonomia europea, ma a un atteggiamento dubbioso se non contrario degli investitori, che temono che l’imposizione di limiti severi per raggiungere le emissioni zero metta in difficoltà i capitali investiti nei fossili;

3. Anche al di là dei problemi immediati posti dalle sanzioni al gas russo, sta diventando ormai strutturale la finanziarizzazione del mercato del metano, con l’uso sistematico dei futures, strumenti finanziari il cui utilizzo spregiudicato porta a rafforzare la speculazione sull’aumento dei prezzi. La strategia dei gruppi finanziari, che ricavano ingenti profitti da contratti per le forniture elettriche stipulati in condizioni eccezionali, sta nel far lievitare i prezzi delle materie prime, a partire dal gas e dal carbone fino ad arrivare allo spreco di acqua consumata nelle turbine. Il prezzo del kWh ora diventerà sempre più aleatorio e la battaglia sul contenimento delle bollette energetiche avrà ancora meno frecce al suo arco con il protrarsi delle guerre in corso.

Tutte queste considerazioni fanno di Civitavecchia un esempio di un possibile nuovo indirizzo di politica energetica nazionale. Per questo il governo non può lasciare alle aziende partecipate (Enel, Eni, A2A) spazio per compromettere il futuro finanziario, industriale, oltre che ambientale e climatico del paese.

Quella di Civitavecchia è una vittoria dal basso, popolare, partecipata, basata su un’accurata verifica scientifica e con un serio riscontro industriale. Alla costruzione del progetto di rinnovabili alternative – eolico al largo e fotovoltaico sul porto – hanno contribuito ricercatori e docenti universitari di grande valore, un’opinione pubblica informata e responsabile, le organizzazioni sindacali preoccupate di creare lavoro sufficiente e dignitoso, i comitati locali per la salute e l’ambiente, l’Osservatorio sulla transizione ecologica-Pnrr, gli studenti, le nuove generazioni che hanno partecipato alla mobilitazione.

L’uso che, sia pure come transizione e sotto la pressione delle sanzioni, il governo sta proponendo per un maggior impiego di carbone e di gas da perforazioni sul territorio nazionale o da metanodotti trans-mediterranei non corrisponde a una risposta strutturale, che guarda al futuro. L’urgenza di intervenire sul clima e di cercare una soluzione contro le crescenti diseguaglianze e la divaricazione sociale, impone che, proprio in risposta all’atrocità della guerra in corso, nasca una forte risposta in linea con l’obiettivo dell’ecologia integrale, alla ricerca di un’armonia tra genere umano, viventi e natura, che assicuri benessere e crei condizioni stabili per fare della pace un diritto fondamentale per tutti.


Super-ricchi e super-poteri

Bruno Cartosio

La statunitense Freedom House, un’organizzazione che misura il “grado di democrazia” negli stati del mondo, ha pubblicato nel 2021 un rapporto speciale sugli Stati Uniti, che si trovano «in una acuta crisi di democrazia». Dal Rapporto risulta che nei dieci anni tra il 2010 e 2020 il paese è retrocesso di undici punti – da 90 a 83, in una scala da 1 a 100 in cui 62 è il livello minimo – in fatto di diritti politici e libertà civili. Il culmine della crisi americana attuale è stato raggiunto al termine della presidenza Trump, ma «la crisi non è germogliata improvvisamente in un ambiente politicamente sano» e i problemi che sono sfociati nel 6 gennaio 2021 «si sono accumulati per anni». Alla fine dello stesso anno, anche lo svedese International institute for democracy and electoral assistance, giudicava quella statunitense una «democrazia in arretramento». Che la democrazia negli Stati Uniti abbia «urgente bisogno di riparazioni», come ha scritto la Freedom house, è l’assunto da cui ha preso le mosse il New York Times nel marzo 2022, sottoponendo i contenuti dei documenti citati a sei esperti chiamati a discuterne in una tavola rotonda.

Dalla pur opportuna discussione del problema, di cui sono riconosciute centralità e urgenza, emerge un tratto ricorrente nella cultura politica statunitense: guardare la democrazia quasi soltanto in termini politico-elettorali e istituzionali. Nel caso specifico, mettendo in evidenza sia le deformazioni ideologiche secondo cui più della metà dei repubblicani continuano a ritenere che Trump sia stato derubato della vittoria elettorale nel 2020, sia i tentativi – sempre repubblicani – di attuare una pesante voter suppression, introducendo nei singoli stati leggi gravemente lesive del diritto di voto dei cittadini (in particolare poveri e appartenenti alle minoranze, tendenzialmente propensi a votare democratico) in vista delle prossime elezioni del novembre 2022. La disparità delle posizioni ideologico-politiche è reale; attraversa le appartenenze di classe e di genere (soprattutto tra i bianchi) e contribuisce a dividere il paese. Ma non si possono lasciare sullo sfondo le profonde disuguaglianze sociali che, in gran parte, le generano.

Nella sintesi dell’ex vice presidente della Banca mondiale Joseph Stiglitz, «la disuguaglianza economica determina una disuguaglianza politica». Stiglitz è una delle più recenti figure autorevoli che, a partire dal giudice Louis Brandeis nei primi anni Trenta del Novecento, hanno affermato sia con altrettanta brevità, sia con altre parole ed esempi, lo stesso concetto. Brandeis aveva detto: «Dobbiamo scegliere. Possiamo avere la democrazia, o possiamo avere la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non possiamo avere entrambe».

Le disuguaglianze sociali erano arrivate alla loro minore estensione alla fine del lungo secondo dopoguerra, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Da allora, nei decenni del vangelo neoliberista, la “scelta” è stata di approfondirle costantemente, a scapito della democrazia. La crisi sociale è stata l’altra faccia della mutazione capitalistica dell’ultimo quarantennio. Già nel 1990, dopo gli anni di Reagan, lo storico Kevin Phillips denunciava il «trionfo dell’America più ricca» e la «glorificazione del capitalismo, dei mercati e della finanza». Nel 2002, lo stesso Phillips poteva ormai spingersi ad affermare che «gli Stati Uniti erano una plutocrazia […]. Le grandi fortune d’America dei primi anni Duemila si erano triplicate o quadruplicate rispetto al 1990, a riprova dell’esplosiva convergenza tra innovazione, speculazione e mania finanziaria e tecnologica.» Soprattutto, «la ricchezza» aveva acquisito la capacità di «trascendere i propri confini per arrivare a controllare anche la politica e il governo». E nel 2012, un anno dopo il piccolo terremoto delle denunce di Occupy Wall Street contro l’“1 per cento”, la giornalista Chrystia Freeland pubblicava un libro dal titolo altrettanto inequivoco, Plutocrati. L’affermazione dei nuovi super-ricchi globali e la caduta di tutti gli altri.

Oggi, la “monopolizzazione dell’America” è lo stato di fatto; poche enormi corporation economico-finanziarie esercitano il loro dominio in tutti i maggiori settori a proprio esclusivo vantaggio e condizionano la politica istituzionale e il resto della società.

Il mondo del lavoro e le sue organizzazioni, schiacciati, si stanno risollevando solo ora. Il vertice elitario delle forze economiche e politiche è riuscito a rilegittimare per sé privilegi che classismo, razzismo e sessismo garantivano ai loro omologhi tra fine Ottocento e anni Venti. I grandi capitalisti, che nel secondo dopoguerra avevano subito senza mai veramente accettare i compromessi del “capitalismo sociale” e il welfare state, hanno riconquistato – con la violenza economica e sociale e la collusione della politica – un dominio di classe che poi hanno esercitato senza mediazioni, né compromessi. Fino a ora. La loro supremazia non è un’anomalia nella democrazia, ma la prova materiale del degrado dell’idea stessa di democrazia, del suo concreto regresso a forme di dominio sistematico che sembrano rinverdire l’ottocentesca Gilded Age e il capitalismo dei robber barons: senza regole e senza organizzazioni dei lavoratori. Nella definizione di Wolfgang Streeck, quella odierna è la «de-democratizzazione del capitalismo».

Le pagine che seguono hanno una pretesa molto limitata; riguardano alcuni dei tratti e dei modi di funzionare dei super-ricchi e sono estratte da un più ampio lavoro di aggiornamento dei contenuti e delle analisi che in Dollari e no, uscito nel 2020, erano arrivate alle soglie della pandemia da Covid-19.

La presunzione di onnipotenza che ha caratterizzato quest’ultima fase di espansione del dominio economico-finanziario capitalistico, innescata dagli Stati Uniti e divenuta globale, si è alimentata sottraendo potere, reddito e condizione sociale ai lavoratori. Quando il finanziere Warren Buffett, una delle persone più ricche del mondo, ha detto e ripetuto che la «classe dei ricchi» ha combattuto la «guerra di classe» e l’ha vinta, diceva un’amara verità. Lo faceva anche quando diceva, con la signorilità del vincitore, che la “sua” classe dovrebbe pagare più tasse, perché era ingiusto che lui stesso ne pagasse meno della sua segretaria. Ma è un’amara verità anche il fatto che la generosità con la quale lui e altri come lui finanziano delle “buone cause” si accompagna al loro pagare meno tasse o anche niente tasse. Apriamo una parentesi su alcune delle mediazioni attraverso cui si articola la lotta di classe dei “signori”.

I grandi ricchi e le grandi corporation in cui investono il loro denaro hanno eserciti di esperti al loro servizio che gestiscono le loro strategie finanziarie, filantropiche e antisindacali e li aiutano a pagare meno tasse possibile. Oltre a fare ricorso alle scatole cinesi e ai paradisi fiscali fuori dei confini, sfruttano le leggi esistenti (o la loro assenza), oppure ottengono di cambiare le leggi a loro favore (o impediscono il possibile cambiamento a loro sfavore) grazie alle disponibilità finanziarie che hanno e che usano per la propria convenienza. In poche parole, realizzano quella che gli economisti Gabriel Zucman e Gus Wezerek hanno definito «evasione pura e semplice».

Il rapporto con le tasse dell’“1 per cento” è stato oggetto di molte analisi e denunce. Ne cito una sola. Nel 2021 ProPublica, un’organizzazione non-profit che fa giornalismo d’indagine, ha pubblicato uno studio puntiglioso sulle tasse sul reddito dei 25 maggiori super-ricchi. Le sue prime righe sono fulminanti:

Nel 2007, Jeff Bezos, allora un multimiliardario e ora l’uomo più ricco del mondo, non ha pagato un centesimo di tasse federali sul reddito. Ha realizzato di nuovo la stessa prodezza nel 2011. Nel 2018, anche Elon Musk, il fondatore di Tesla e il secondo più ricco al mondo, non ha pagato tasse federali sul reddito. Michael Bloomberg è riuscito a fare la stessa cosa in anni recenti. L’investitore miliardario Carl Icahn lo ha fatto per due volte. George Soros non ha pagato tasse federali sul reddito per tre anni di fila.

Nel caso di Jeff Bezos, scrivono i ricercatori di ProPublica, l’elusione fiscale risulta particolarmente eclatante «se si esaminano gli anni 2006-2018, per i quali ProPublica ha i dati completi. La sua ricchezza è cresciuta di 127 miliardi di dollari, secondo Forbes, ma Bezos ha dichiarato redditi per un totale di 6,5 miliardi. L’1,4 miliardo che ha pagato in tasse federali personali sono una somma imponente, che però ammonta a una tassa reale dell’1,1 per cento sull’incremento della sua ricchezza».

Nel loro insieme, i dati provenienti dagli schedari dell’Internal revenue service (Irs) analizzati da ProPublica «demoliscono il mito fondante del sistema fiscale statunitense, secondo cui ognuno paga la sua giusta quota e gli americani più ricchi pagano il massimo. I registri dell’Irs mostrano che i più ricchi riescono a pagare – in modo del tutto legale – tasse federali sul reddito che sono soltanto una piccola frazione delle centinaia di milioni, se non miliardi, che le loro fortune accumulano ogni anno». La ricchezza deriva dal valore delle proprietà e delle azioni possedute, che nel caso dei miliardari sono grandi e negli ultimi decenni hanno avuto crescite monumentali. Ma quella ricchezza non è tassabile: secondo la legge statunitense diventa reddito, quindi tassabile, soltanto quando è oggetto di compravendita.

I risultati dell’indagine sono lampanti: «Secondo Forbes, quelle 25 persone hanno visto aumentare la loro ricchezza complessiva di 401 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2018. In quei cinque anni, i dati dell’Irs mostrano che esse hanno pagato un totale di 13,6 miliardi in tasse federali sul reddito. La somma appare enorme, ma corrisponde a un’aliquota reale solo del 3,4 per cento». Chi ha pagato di meno sembra sia stato Warren Buffett. Sempre secondo Forbes, in quel periodo le sue ricchezze sono aumentate di 24,3 miliardi e i dati mostrano che ha pagato tasse per 23,7 milioni, il che corrisponde a «un’aliquota reale dello 0,1 per cento, cioè meno di 10 centesimi per ogni 100 dollari che si sono aggiunti alla sua ricchezza». Alcuni dei super-ricchi a cui ProPublica ha sottoposto i risultati del suo studio – Buffett incluso – hanno risposto semplicemente che hanno pagato il dovuto. A titolo di confronto: il quadro è completamente diverso per gli statunitensi di classe media. Per esempio, «lavoratori quarantenni stipendiati» che nello stesso periodo hanno avuto incrementi di ricchezza medi di circa 65.000 dollari, legati soprattutto all’aumento di valore delle loro case, hanno pagato tasse per quasi 62.000 dollari.

L’altro strumento classico con cui i grandi ricchi fanno i loro interessi è il lobbying. Le corporation mantengono un esercito di lobbisti il cui compito è far sì che i legislatori “producano” leggi a favore o in difesa degli interessi delle stesse corporation. L’istituto del lobbismo è l’esplicito riconoscimento istituzionale del fatto che esistono rapporti di forza nella società e che chi ha più denaro ha il diritto di esercitare sulle leve del potere legislativo le pressioni ritenute necessarie e adeguate a raggiungere i propri fini: chi ha più soldi ha più potere e chi ha più potere lo esercita tramite il denaro che è in grado di spendere per difendere i propri interessi sul terreno istituzionale. «Money buys influence; big money buys big influence», ha scritto con esemplare semplicità l’economista Paul Krugman, che aggiungeva: «E le politiche che ci hanno portato dove ci troviamo non hanno mai fatto molto per la maggioranza della popolazione, mentre sono state, almeno per un certo periodo, assai buone per le poche persone al vertice». I mondi degli affari, della politica e delle istituzioni procedono di conserva, dopo la fine del Novecento come all’inizio dello stesso secolo. Raramente si rompe la formazione; normalmente ognuno svolge il suo ruolo per la difesa dei propri interessi settoriali, che però formano nel loro insieme un fronte comune.

I lobbyists ufficialmente operativi a Washington e regolarmente registrati in un apposito albo federale erano 12.137 nel 2021, vale a dire poco meno di 23 lobbisti per ognuno dei 535 membri del Congresso, e nel loro insieme le corporation hanno speso circa 3,73 miliardi di dollari per influenzare – o comprare – i comportamenti degli eletti dal popolo. Il loro lavoro non è la corruzione tradizionale; non è fatto sottobanco (benché, naturalmente, ci sia anche quello), ma alla luce del sole, sotto forma di regalie, sovvenzioni e contributi per le campagne elettorali dei singoli. Secondo OpenSecrets, al primo posto tra chi spende di più in lobbying si trovava nel 2021 l’industria farmaceutica e della salute, che ha speso oltre 677 milioni di dollari, facendo lavorare 3.130 lobbisti, il 47,83 per cento dei quali – a proposito di interazione tra macchine statale e industriale-finanziaria – erano ex dipendenti del governo. Seguivano a distanza: il settore finanziario, assicurativo e immobiliare (514 milioni), le associazioni imprenditoriali (508), il settore dell’elettronica e delle comunicazioni (491), il settore del petrolio e delle risorse naturali (316). Anche sindacati, associazioni e organizzazioni di varia natura hanno i loro gruppi di pressione nella capitale, ma la quantità di denaro che investono, e quindi l’“influenza” che sono in grado di esercitare sulle decisioni politiche, è incomparabilmente inferiore rispetto a quella di cui è capace il mondo degli affari. Nel 2021, il mondo del lavoro per i suoi lobbisti ha speso 49 milioni di dollari. Sul terreno su cui si gioca la partita le proporzioni e dotazioni delle squadre contano.

Inoltre, spostando l’attenzione sugli eletti che dei lobbisti sono gli interlocutori, ognuno dei concorrenti nelle campagne elettorali sia per la House of Representatives, sia per il Senato è disposto a spendere grandi quantità di denaro, proprio e donato da sostenitori interessati alla sua vittoria. Un dato di OpenSecrets vecchio di qualche anno resta rappresentativo: «Nel 2010, i vincitori nelle elezioni per la Camera hanno speso in media 1,4 milioni di dollari ciascuno nella loro campagna. E per il Senato? Quasi sette volte di più» . Questo non può non fare pensare che la carica porti con sé cospicue ricompense collaterali. Russ Choma del Center for responsive politics, scriveva nel 2014 che «per la prima volta nella storia la maggioranza dei membri del Congresso sono milionari». Alle soglie della pandemia quella constatazione veniva riconfermata, e veniva sottolineato che il “valore” finanziario mediano dei singoli membri del Congresso era «di poco superiore al milione di dollari», con punte significative verso l’alto. A titolo di esempio, Karl Evers-Hillstrom scriveva che la ricchezza di Nancy Pelosi, la presidente democratica della House, era salita da 41 milioni di dollari nel 2004 a 115 milioni nel 2018 e che quella di Mitch McConnell, l’ex leader della maggioranza repubblicana al Senato, era passata nello stesso periodo da 3 milioni a oltre 34 milioni.

In sostanza, quello che aveva scritto Larry Bartels riferendosi ai membri del Senato – che la loro condizione economica privilegiata è da tenere in conto «se si vuole comprendere il forte legame che esiste […] tra il voto che essi esprimono in aula e le preferenze dei loro elettori ricchi» – è stato confermato anche nelle presidenziali del 2020. Come sempre, la componente sociale che nell’intero corpo elettorale ha partecipato di più al voto è stata quella dei ricchi e dei benestanti: il loro tasso di partecipazione nel 2020 è stato dell’88 per cento, contro il 65 per cento – peraltro, una percentuale insolitamente alta – di chi aveva redditi inferiori ai 40.000 dollari annui e al 78 per cento degli elettori con redditi fino a 75.000 dollari annui. Questo fa sì che «siano gli elettori bianchi più ricchi a prevalere nelle decisioni relative a quali leggi approvare, piegando la legislazione in materia economica a favore dei ricchi e potenti».

Torniamo a Buffett e ai suoi soldi. Ma prima alla notizia secondo cui all’inizio del 2022 il valore di mercato di Apple ha superato i 3.000 miliardi di dollari. Per dare un’identità in qualche modo tangibile a quel valore così astratto, l’articolista Jack Nicas esordiva con due frasi altamente esplicative: «Mettete insieme Walmart, Disney, Netflix, Nike, Exxon Mobil, Coca-Cola, Comcast, Morgan Stanley, McDonald’s, AT&T, Goldman Sachs, Boeing, Ibm e Ford. Apple vale ancora di più». Subito dopo specificava che il tempo necessario per incrementare il proprio valore da 2.000 a 3.000 miliardi di dollari è stato di 16 mesi e mezzo (i mesi della pandemia da Covid-19). In quell’arco di tempo, Buffett – che è uno dei maggiori azionisti di Apple, con una quota del 5,5 per cento – ha guadagnato 120 miliardi di dollari. E la Berkshire Hathaway, la conglomerata che Buffett controlla, ha guadagnato poco meno di 90 miliardi di dollari nel 2021, più del doppio rispetto al 2020. Secondo Forbes, nel 2021 Buffett – il maggior “donatore” statunitense – ha destinato 4,1 miliardi in opere filantropiche (ne aveva donati 2,9 nel 2020).

Ma Buffett non è solo. Che la filantropia sia parte di una generale strategia finanziaria è universalmente noto. Secondo ProPublicail super-ricco ex sindaco di New York Michael Bloomberg, per esempio, nel 2018 ha dichiarato un reddito di 1,9 miliardi e ha tagliato le sue tasse sfruttando «le deduzioni rese possibili dalle leggi volute da Trump, le donazioni caritatevoli per 968,3 milioni e i crediti su tasse pagate all’estero», con il risultato finale «che su quei quasi 2 miliardi di reddito ha pagato 70,7 milioni di tasse. Il che ammonta ad appena il 3,7 per cento. E tra il 2014 e il 2018 la tassa reale di Bloomberg è stata dell’1,30 per cento». Nel corso della loro vita, stando sempre ai conti di Forbes, «i 25 “maggiori filantropi” tra i miliardari americani hanno donato un totale di 169 miliardi di dollari. […Questa somma] stimata a tutto il 2021 è considerevolmente maggiore dei 149 miliardi raggiunti nell’anno precedente, grazie in parte al fatto che quei miliardari nel loro insieme sono più ricchi per 150 miliardi – in media: +18 per cento – rispetto al 2020».

All’inizio di un libro denso di informazioni, Nicoletta Dentico ne fa il ritratto di gruppo:

È l’élite più socialmente impegnata ma anche la più predatoria della storia quella che ha sapientemente concettualizzato e architettato il filantrocapitalismo. Perlopiù sono uomini, uomini bianchi (le poche protagoniste donne sono “mogli di”). Sono americani, perlopiù. Monopolisti nel settore economico di riferimento, hanno congegnato con le loro fondazioni la grande trasformazione della governance mondiale per arrivare a monopolizzare le leve della politica internazionale..

Con i miliardi delle loro donazioni i super-ricchi tengono in piedi fondazioni che finanziano istituzioni benefiche, culturali, artistiche e sportive, ma anche centri di ricerca e di iniziativa esplicitamente rivolti all’acquisizione o conservazione del controllo politico delle istituzioni..

Sul terreno delle opere benefiche, finanziano campagne contro la povertà, per lo sviluppo agricolo e per la protezione sanitaria negli Stati Uniti e nel mondo, devolvendo grandi somme a favore di progetti e soggetti che loro stessi selezionano. Spesso coinvolgono come co-finanziatrici strutture pubbliche nazionali e sovranazionali, indirizzandone le scelte grazie ai finanziamenti iniziali con cui lanciano i propri progetti. Per la legislazione degli Stati Uniti, scrive Dentico,

Chi fa filantropia gode di agevolazioni fiscali enormi, e fare donazioni è tanto più premiante quanto più ricco sei (mentre le piccole associazioni con piccoli donatori non sono riconosciute). Quindi, chi ha una grande fondazione come quella di Gates o Zuckerberg si ritrova con almeno un terzo dei proventi totalmente defiscalizzati. Se pensiamo che la Fondazione Gates è partita con un gruzzolo di 15,5 miliardi di dollari nel 2000 e che la Microsoft e la Fondazione Gates hanno avuto per oltre quindici anni vite parallele [a marzo 2020 Bill Gates è uscito da Microsoft; nel 2021 Buffett ha abbandonato la Fondazione di Bill e Melinda Gates, N.d.A.], vediamo che privato profit e privato non-profit interagiscono in maniera complementare, con grandi benefici sui due fronti. 

Ma i “benefattori” sfruttano anche le norme «stabilite dai governi in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), che permettono alla produzione di conoscenza di essere privatizzata e all’innovazione di essere costruita intorno a monopoli – e quindi ad abusi di posizione dominante – che durano vent’anni». Non pagano le tasse (e quindi non contribuiscono alla fiscalità generale e al bilancio dello Stato), ma aiutano i poveri, i malati e i bisognosi – anche finanziando la ricerca farmaceutica – rendendo meno pericolose le loro malattie e disagevoli i luoghi in cui vivono. Purché in quei luoghi essi rimangano e non cerchino di cambiare né il mondo, né la loro posizione nel mondo. E purché nei propri feudi produttivi nessuna area del loro dominio assoluto sia terreno di contrattazione o messo in discussione in alcun modo.

Un po’ più di cent’anni fa, il padrone delle ferriere e filantropo Andrew Carnegie faceva costruire biblioteche pubbliche in tutti gli Stati Uniti per l’elevazione del popolo, ma faceva sparare addosso ai suoi operai che chiedevano salari più alti e la possibilità di organizzarsi in sindacato. E l’altro benefattore John D. Rockefeller, finanziatore delle scuole per gli afroamericani nel Sud, faceva massacrare dalle sue squadracce armate decine di minatori in sciopero a Ludlow, in Colorado. I tycoons e filantropi di oggi non sparano sui loro operai, ma come i loro precursori sono assolutisti che non accettano compromessi. Non ne accettava Bill Gates, fino a quando è stato a capo della Microsoft, né li hanno mai accettati nei loro stabilimenti gli amministratori delegati che hanno guidato Google. A fine 2021, con Sundar Pichai amministratore delegato, alcune centinaia di lavoratori, dopo avere messo in atto piccole forme di resistenza interna e avere “tramato” in segreto per non essere licenziati, hanno formato la loro Alphabet workers’ union e aderito alla Communications workers of America [ne abbiamo parlato con la Tech workers coalition nel numero 3 di OPM N.d.R.]. All’inizio di aprile del 2022, dice la Awu, gli iscritti sono più di 900, sui 260.000 dipendenti di Google. Il loro è un sindacato anomalo e non riconosciuto, che esiste soltanto in quanto iniziativa solidale autonoma e attiva soltanto fuori dalle mura aziendali, senza nessuna capacità contrattuale e di rappresentanza interna. Per ora. Negli ultimi sei mesi, l’altro filantropo Howard Schultz, l’amministratore delegato di Starbucks, ha subito la sindacalizzazione di dieci suoi negozi e dovrà affrontare l’«assalto della sindacalizzazione» – parole sue – in altri 150. Neppure Jeff Bezos spara, ma anche lui ha fatto di tutto, finora, per non doversi trovare a discutere con un sindacato delle linee, dei tempi, degli orari e dei carichi di lavoro dentro Amazon. Aveva fatto notizia il tentativo – poi sconfitto nel voto – di portare il sindacato nello stabilimento di Bessemer, in Alabama, nell’aprile 2021. Ma tre mesi dopo, il National labor relations board (Nlrb) ha annullato quelle elezioni, perché la dirigenza Amazon aveva intimidito i dipendenti, aveva impedito la segretezza all’atto del voto e aveva in vario modo interferito con il procedimento elettorale, falsandone l’esito a proprio favore. Ma dopo la piccola Bessemer, in uno stato in cui la percentuale di sindacalizzati nel settore privato è all’8,5 per cento, è venuta New York City, nel cui stato omonimo è invece al 21 per cento. E con un’altra differenza: nello stabilimento di Staten Island sono stati i lavoratori a sfidare repressioni e licenziamenti, a “vedersi” tra loro, a mobilitarsi, mettere in piedi la loro Amazon workers union e ottenere infine dal Nlrb il diritto di votare. Hanno impiegato quasi due anni per raggiungere quell’obiettivo e all’inizio di aprile – mentre a Bessemer la nuova votazione ridava la vittoria ad Amazon, anche se stavolta di stretta misura – hanno votato in maggioranza a favore dell’introduzione del sindacato in azienda. È difficile dire se sarà «una delle maggiori vittorie per il lavoro organizzato di questa generazione», come ha scritto il New York Times, o se invece le reazioni di Amazon allo smacco subito riavranno la meglio, oppure ancora, se le diffuse mobilitazioni di questi ultimi mesi avranno la forza per continuare e portare altre vittorie.

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