Conflitti,  Internazionale

Due vertici per un successo annunciato

La Cina – il Paese di Mezzo – ha attratto l’attenzione internazionale nell’ultima settimana. A Tianjin ha avuto luogo la 25^ edizione della SCO, Shanghai Cooperation Organization. A Pechino, il 3 settembre, lungo il Viale della Lunga Pace che attraversa Piazza Tian Anmen, si è svolta la parata militare per l’80° anniversario della vittoria sul Giappone nella guerra antifascista del secondo conflitto mondiale. Numerosi Capi di Stato e di governo hanno partecipato, rappresentando sostanzialmente il Global South, cioè il mondo che non è assimilabile ai modelli europei, nordamericani e dei loro alleati. In particolare, alla parata hanno assistito esponenti di quei pochi Stati che – oltre la Cina – si definiscono comunisti. Due sintesi possono essere tratte tra le tante che emergono dai 2 summit.

1. I commentatori internazionali – cioè la stampa, l’opinione pubblica e i governanti del mainstream – hanno espresso preoccupazione, seppure a diversi livelli di profondità. Rappresentanti del west, sembrano aver scoperto The rest. Sembra inimmaginabile che rappresentanti di più della metà della popolazione, del territorio, del Pil, delle quote del commercio internazionale, dei tassi di sviluppo mondiali si incontrino per affrontare problemi globali, cioè non regionali, non afferenti al sottosviluppo, l’unico terreno a loro finora ritenuto congeniale. In Cina si è discusso di nuovo ordine mondiale, di architettura di sicurezza, di globalizzazione e di liberi commerci. Il Presidente Xi Jinping, sembrava aver preso a prestito dall’arsenale neoliberista i concetti che ha espresso tra gli applausi: uguaglianza sovrana, rispetto internazionale della legge, multilateralismo. Non ha evitato di scagliarsi contro i dazi che creano distorsioni nel mercato. Sembrava che un paese formalmente comunista avesse preso il posto di quello campione dell’iniziativa privata e del libero mercato. Non ha sentito il bisogno di scaldare il cuore dei presenti anche solo citando i diritti umani. Al contrario ha ribadito la non interferenza negli affari interni di ogni paese e ha messo in guardia che la Cina è pronta a “salvaguardare risolutamente i frutti della nostra vittoria nella guerra e a offrire ancora benefici all’umanità attraverso la riforma del sistema globale di governance”. Quest’ultima, proprio perché centrale e controversa, è stata il filo che ha collegato l’intero evento. Pur diversi tra loro per sistemi politici, organizzazioni sociali e sovrastrutture, i partecipanti hanno confluito sulla necessità di creare un contrappeso al potere statunitense e dei suoi alleati, di modellare un equilibrio strategico non subordinato. La loro eterogeneità non ha impedito di raccogliere l’invito della Cina e di offrire a Pechino un successo diplomatico innegabile. La loro stella polare è il pragmatismo, non l’apparteneza politica, tanto meno lo schieramento ideologico. Alcuni di questi paesi sono amici degli Stati Uniti; per interesse, non per necessaria subordinazione. Non hanno remore a presentarsi in Cina, perché a loro non viene chiesta alcuna abiura, ma vengono offerti palcoscenico e opportunità. La posizione dell’India rappresenta probabilmente la novità più eclatante. Coltivata per anni in funzione anti-cinese, esaltata come alternativa produttiva alla Cina, celebrata come “più grande democrazia al mondo”, l’India ha tradito queste aspettative: ha continuato la sua presenza nei Brics, ha evitato di condannare apertamente l’invasione dell’Ucraina, ha iniziato un dialogo pacifico, nuovo e redditizio con Pechino.

    2. Verosimilmente la conclusione più importante dei 2 vertici è stata averli realizzati con tanta fanfara e con una meticolosa organizzazione che ha messo in evidenza il ruolo centrale della Cina appunto per un nuovo global governance system. La SCO esiste dal 2000, la parata si è svolta anche 10 anni fa. L’acronimo Brics è nato nel 2001, la stessa organizzazione internazionale nel 2009, la New Development Bank (per finanziarne i progetti) nel 2014. La Belt&Road Initiative (la Nuova Via della Seta) è stata lanciata nel 2013. Da tanti anni esistono dunque i presupposti che hanno innervato i 2 eventi. Evidentemente ora Pechino si sente pronta per una accelerazione politica. La sua forza è nei numeri, poi nella difesa, infine nella capacità di essere percepita come campione di stabilità e di convenienze economiche. Xi sta consegnando alla storia un paese timido nelle vicende internazionali, occupato a sconfiggere l’arretratezza, a diventare la fabbrica del mondo per tutti. Ora è tempo di passare a rivendicazioni politiche e territoriali. Trainata dai successi economici, Pechino ambisce a un ruolo più forte. Lo fa con alleanze inedite, importanti, ma non necessariamente strategiche. La stella polare è la protezione dei propri interessi, che almeno per ora sono diversi e divergenti da quelli statunitensi. Ecco perché le tensioni che possono provocare due vertici apparentemente di routine o propagandistici non possono essere trascurate. Sono in vista nuovi assetti, la cui analisi certamente non può essere confinata alla superficialità delle formule giornalistiche che abbondano di foto di “asse dei dittatori” o di titoli sulla Limousine diplomacy di Putin che invita a salirvi Narendra Modi e Kim Jong-un.