Maduro esce di scena. Ex malo bonum per Pechino?
Numeri e ragionamenti manichei alla mano, l’uscita di scena di Maduro sembra proprio un colpo alla Cina. Pechino ha perso un partner collaudato e le esportazioni di greggio venezuelano sono ora incerte per le recenti intercettazioni delle petroliere di Caracas da parte statunitense. Il rischio per le consegne di greggio aumenterebbe, soprattutto se l’Iran – un’altra fonte di approvvigionamento, molto superiore a quella da Caracas – dovesse subire degli attacchi. Le raffinerie cinesi, le più importanti delle quali di proprietà statale, potrebbero soffrirne, dato l’ingente attività industriale energivora del paese. Il greggio del Venezuela è conveniente perché si è mantenuto a basso prezzo (è di qualità ridotta che richiede numerose fasi di raffinazione) e costituisce il pagamento degli investimenti cinesi nel paese latino americano. Tutto innegabile.
Inoltre – e in attesa di sviluppi che potrebbero essere clamorosi – la Cina perde un riferimento per condurre degli affari, un Presidente che la invita e ne auspica la presenza nel continente meridionale, un governo che le ha aperto la strada per operazioni inedite. Infine, sarà ora messo in discussione un network consolidato di scambi di competenze, intelligence, merci, piattaforme distributive verso altri paesi. Huawei, accusata dagli Stati Uniti di essere la longa manus del Governo cinese, ha investito in Venezuela in cloud computing, data center e chip per l’intelligenza artificiale. Si tratta di settori che hanno legami indispensabili con la sicurezza nazionale
Tuttavia, l’aleatorietà della situazione impone prudenza nei giudizi. Innanzitutto la convinzione che “il nemico del mio nemico è mio amico” va considerata una delle possibilità interpretative, non una posizione immutabile. La politica estera cinese è improntata al pragmatismo post-ideologico. Non esiste alcuna ambizione territoriale, tanto meno l’esportazione della rivoluzione. L’interesse della nazione è la stella polare di Pechino, l’unica a guidarne la politica estera. Il Venezuela – date le dimensioni rispetto al gigante asiatico – è una rotella di questo ingranaggio. È fuori luogo parlare di “alleanza” con Caracas, di “amicizia”, “asse” o di usare un lessico retorico, come quello riservato fino a pochi anni fa alla Corea del Nord, unita alla Cina “come la lingua e i denti”. Niente di tutto ciò. Esiste tra Cina e Venezuela una “convergenza di interessi” reciproca, nella quale l’antagonismo verso Washington è una conseguenza piuttosto che una scelta premeditata.
Dopo l’ingresso della Cina nel WTO, nel 2001, i rapporti tra i due paesi hanno avuto un’accelerazione spettacolare. Al tavolo negoziale si sono incontrate reciproche priorità. La Cina aveva bisogno di materie prime – soprattutto energia – per affermarsi come fabbrica del mondo; il Venezuela trovava in Pechino un cliente e un protettore politico interessato. Il pagamento del greggio avveniva con prestiti che spesso finanziavano acquisti commerciali e progetti eseguiti proprio da aziende cinesi, soprattutto nelle infrastrutture delle quali il paese aveva assolutamente bisogno. Il marchio cinese è rimasto nelle ferrovie e nelle centrali elettriche. Una win-win situation, secondo la formula preferita da Pechino. Nel 2010, Hugo Chàvez, in visita a Pechino, affermò che il suo paese era pronto a fornire “tutto il petrolio che la Cina necessita per la sua crescita e il suo consolidamento come potenza mondiale”.
Negli anni successivi questa situazione si è oggettivamente deteriorata. Donald Trump nella conferenza stampa a seguito del sequestro di Maduro non ha mai adoperato la parola “democrazia”, ma lo ha fatto 27 volte per “petrolio”. Però, la cornice dell’intervento statunitense, motivata dalla presenza di un paese ostile nel suo cortile di casa, non basta a spiegare il drammatico peggioramento del Venezuela in termini economici e sociali. La ricchezza prodotta è diminuita, sono peggiorate le condizioni di vita, la corruzione è diffusa, l’incompetenza denunciata, le libertà a rischio. Milioni di cittadini sono fuggiti dal paese. Le difficoltà di ripagare il debito cinese – che secondo stime accurate ammonta a 10 miliardi di dollari – sono evidenti e preoccupanti. Inoltre, e forse soprattutto, i collaterali venezuelani che garantivano i prestiti di Pechino hanno visto precipitare il loro valore perché le sanzioni statunitensi hanno proibito di usare i titoli venezuelani proprio per finanziarli.
Al momento, circa due terzi del greggio venezuelano vengono esportati in Cina. Il gigante asiatico è dunque di gran lunga la maggiore destinazione, dopo aver conquistato questa supremazia nel 2000, quando gli Stati Uniti hanno iniziato a imporre sanzioni a Caracas. La Cina da alcuni anni ha chiuso i rubinetti del credito, né il Venezuela sembra in grado di ripagarlo come previsto. I suoi sistemi produttivi si inceppano, le interruzioni dell’energia elettrica sono all’ordine del giorno, la burocrazia statale sembra un macigno insormontabile.
La domanda cinese è soddisfatta per più del 70% dalle importazioni. Nel 2025 gli acquisti dal Venezuela sono stati circa di 400.000 barili al giorno. Si tratta di valori relativamente modesti (che rappresentano circa il 3% del totale), rispetto a quelli della Russia, dell’Iran e dei paesi del Golfo. La Cina ha accumulato un’enorme quantità di riserve – grazie soprattutto al prezzo basso del minerale – e si è assicurata i rifornimenti per il prossimo futuro. La sua attività produttiva non dovrebbe dimostrare flessioni, ma è invece probabile che il fabbisogno energetico totale mostri arretramento o stabilità, come se il picco dei consumi fosse stato già raggiunto. Oltre alle riserve assicurate, un intervento importante è stato il risparmio per la transizione verso motori elettrici per i quali nell’automotive la Cina vanta ormai il primato mondiale. Infine, gli allarmi sulla sovraproduzione industriale non cessano perché i consumi interni crescono molto lentamente e le esportazioni sono il traino maggiore per la vendita.
È di tutta evidenza quindi che la Cina sia più importante per il Venezuela che l’opposto. Ciò è dovuto non soltanto alle dimensioni ma anche alle performance dei due paesi. La reazione di Pechino all’intervento della Casa Bianca ufficialmente non lascia dubbi: “uso evidente della forza, azioni di bullismo unilaterale, severa minaccia all’ordine internazionale”. Tuttavia è in corso da anni una riconsiderazione dell’impegno cinese. Maduro non è Chavez e la tensione ideale del socialismo bolivariano fa i conti con l’ostilità esterna e le incompetenze interne. Si tratta di una combinazione di fattori che può divenire difficile da gestire anche per Pechino. Esiste oggettivamente la possibilità – che andrà misurata politicamente – che il Venezuela abbia esaurito il suo ruolo per la Cina e che l’eredità sia un fardello più che un’opportunità. Finora il paese è rimasto nell’orbita cinese per trascinamento e per un redditizio residuo di convenienza dopo esserne stata l’apripista. Ora la forza della Cina in America Latina è consolidata e, almeno economicamente, dominante. L’uscita di scena di Maduro potrebbe essere l’occasione per capitalizzare sulla posizione conquistata e approfondire i legami, già maturi, con paesi più importanti, stabili e affidabili del Venezuela come Brasile, Messico e Colombia.


