Volantino del Partito Comunista Francese che prende in giro lo slogan di Vichy
Storia e memoria

Perché la destra è ancora estranea alla cultura italiana

Pubblichiamo questo contributo di Francesco Germinario del Comitato scientifico della Casa della memoria di Brescia. L’immagine di copertina è un volantino comunista che ironizza sul motto della “Rivoluzione Nazionale” di Vichy.

Nella polemica di questi giorni fra il filosofo e saggista Marcello Veneziani e l’attuale ministro della cultura, Alessandro Giuli, i due protagonisti hanno detto molto, ma non hanno detto tutto. Intanto, si comparino le biografie dei due interlocutori: mentre Giuli, prima di approdare al giornalismo, preferiva confrontarsi con le opere di Julius Evola, filosofo controverso per le sue ben note posizioni razziste, Marcello Veneziani dava alle stampe il libro più serio pubblicato dalla destra negli ultimi decenni, La rivoluzione conservatrice in Italia. (Sugarco edizioni), esaurito e ristampato in nuova edizione, arricchita di nuovi capitoli, nel 1994, in occasione della prima vittoria elettorale di Silvio Berlusconi. Se si vuole giudicare l’attuale livello della cultura di destra in Italia, si compari quell’ormai lontano libro di Veneziani con la modestia d’analisi della Storia del pensiero conservatore di Francesco Giubilei, autore-editore onnipresente, in rappresentanza della cultura di destra, nelle varie trasmissioni televisive. Quello di Giubilei è poco più che un testo compilatorio, le cui pagine sembrano prive di originalità.

Questo potrà sembrare un giudizio storiografico stroncatorio, ma si può muovere da qui per registrare un paradosso; e il paradosso è questo: la destra governa l’Italia, ma non ha mai avuto, dal 1945, una cultura radicata nella tradizione nazionale. Rimaniamo alle prove più recenti. Si veda l’elenco degli invitati alla festa di Atrejeu, a Roma: sono pochi coloro che sono schierati esplicitamente a destra. Si verifichi il catalogo della casa editrice Passaggio al bosco, la cui presenza alla recente all’esposizione libraria romana ha suscitato discussioni e contestazioni. Quasi metà degli autori pubblicati sono stranieri. Ad esempio, è fresca di stampa la prima traduzione italiana del testo integrale de La rivoluzione conservatrice di Armin Mohler, una dettagliata ricostruzione della cultura della destra tedesca degli anni Venti, probabilmente la cultura più raffinata prodotta dalla destra nel Novecento. Il libro di Mohler è un classico; e l’autore era un politologo e filosofo svizzero. La traduzione italiana è preceduta da un informato saggio introduttivo del filosofo della Nouvelle droite, Alain de Benoist. Nulla a che vedere, insomma, con l’Italia. La destra italiana ha sempre guardato all’estero, editando opere di Drieu La Rochelle e Brasillach, Sérant e Moeller van den Bruch, Guénon, Spengler e Niekish, Tolkien e Mishima. Lo stesso Veneziani, nel testo che ho appena richiamato, utilizzava già nel titolo un concetto, quello di “rivoluzione conservatrice”, importato dalla Germania di Weimar e, a quanto ho potuto appurare, poco noto fra gli intellettuali fascisti italiani.

Si vuole l’ulteriore riprova della cultura di destra ancora estranea alla cultura italiana?

La riprova sta nel nome medesimo della casa editrice. Passaggio al bosco evoca il titolo, infatti, di uno dei maggiori scrittori tedeschi del Novecento, Ernst Jünger, uno dei punti di riferimento della destra tedesca post-1918.

Mi si potrà obiettare che nei cataloghi delle case editrici di destra figurano opera di filosofi italiani come Giovanni Gentile e abbondano i titoli di e su Julius Evola. Ebbene, Evola era italiano solo all’anagrafe, avendo elaborato un sistema filosofico in cui si riprendevano temi presenti nella cultura della destra di Weimar, sintetizzati con quelli delle filosofie orientali. Rimane Gentile. Sia detto senza supponenza: di Gentile, la nostra destra – mi riferisco, ovviamente, alla classe dirigente – preferisce ricordare che era stato ammazzato da partigiani, piuttosto che leggere le sue opere.

Perché la nostra destra, per quanto riguarda i suoi riferimenti culturali, è poco patriottica ma molto esterofila?

È presto detto: essa ha sempre guardato con ostilità alla cultura italiana post-1945 perché la grande maggioranza degli intellettuali italiani, nel periodo 1943-45, quando infuriava la guerra civile, si erano schierati a favore dell’antifascismo. Nei decenni successivi si erano dichiarati antifascisti persino quegli intellettuali italiani che per la destra hanno rappresentato un punto di riferimento. Mi riferisco a uno storico tra i maggiori che l’Italia abbia avuto dopo il 1945, Renzo De Felice, il quale, destinatario di aspre critiche a sinistra, amava pur sempre definirsi «antifascista senza fanfare», e al filosofo cattolico Augusto Del Noce che, conservatore fin quanto si vuole e critico della modernità, era stato comunque antifascista persino durante gli anni del regime.

Di recente, a destra si è ripresentato l’interesse a leggere Pasolini nella veste di un compagno di strada, se non di un intellettuale di destra, anche perché era stato per la sua omosessualità espulso dal Partito comunista. Era stato un interesse già presente, negli ambienti giovanili della destra, alla fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta. Non parliamo, poi, dei richiami da destra a Gramsci. Siamo al solito arruolamento che ha attraversato la destra addirittura dalla fine dell’Ottocento: quando a destra ci si vuole rinnovare, si accede alla sinistra.

Perché la destra accede alla sinistra? Il motivo che essa avanza è che non si può suddividere la cultura in destra e sinistra. Questo è poco più che un motivo ideologico e ipocrita, smentito dal fatto che la cultura di destra, nel secolo scorso, ha svolto un ruolo significativo: da Giovanni Gentile e Carl Schmitt a Céline. Il discorso si fa storiografico; e avanzerei due motivi. Il primo è che la bulimia culturale della destra è provocata dal sospetto che la sinistra si sia sempre trovata a proprio agio nell’operare nella modernità. Anzi, la convinzione della destra era che la modernità medesima, sia nella versione liberale che in quella socialista, fosse di sinistra. I padri fondatori del pensiero di destra, da Burke a Maistre, Bonald, Donoso Cortés erano stati tutti, sia pure con diverse gradazioni, critici della modernità nata col 1789 e poi, con Donoso, critici del socialismo di Proudhon.

Un motivo generale, direi quasi ontologico. La destra è sempre stata diffidente nei confronti della figura dell’intellettuale, non foss’altro perché figura di origine illuministica. Maurice Barrès, ai tempi dell’Affaire Dreyfus, quando con Zola si era avuta la mobilitazione degli intellettuali a favore della revisione del processo a Dreyfus, aveva sostenuto che era meglio essere intelligenti che intellettuali. Quasi un quarantennio dopo, Oswald Spengler aveva sentenziato che l’intellettuale era una figura collocata sempre a sinistra, perché cosmopolita per vocazione. A destra si sono rispettati solo quegli intellettuali che avevano sacrificato la loro vita per le loro posizioni politiche ovvero erano stati perseguiti dopo il 1945 da Giovanni Gentile a Pierre Drieu La Rochelle, Robert Brasillach; quanto ai perseguiti dalla giustizia, la galleria è ancor più nutrita: da Céline, Pound a Schmitt, Heidegger lo storico Gioacchino Volpe ecc.

Consueta celebrazione del mito politico della morte, mito così diffuso a destra? Certo; ma a questo mito si associava anche una visione attivistica della vita e della politica: una visione attivistica che induceva a privilegiare la figura del militante (lo squadrista, la SA, l’ordinovista nel secondo dopoguerra ecc.) rispetto all’intellettuale impegnato a riflettere nella sua biblioteca. Non a caso a destra, malgrado l’impegno nella lettura dell’opera gramsciana, è sempre mancata, almeno dopo il 1945, la figura dell’intellettuale organico. Si pensi all’Italia: ammesso che si riconoscano ancora a destra (del che è lecito dubitare) intellettuali come Franco Cardini e Marcello Veneziani ecc., sono mai stati organici a qualche partito della destra? L’intellettuale di destra è sempre stato costretto a rispondere di persona delle posizioni assunte, evitando di riferirsi a una qualsiasi sigla politica.

Dicevo che la bulimia culturale della destra trova una delle sue cause nella difficoltà di confrontarsi con la modernità. Aggiungo un secondo motivo. La destra ha sempre preteso di ispirarsi al mondo dei valori contrapponendo questi alle ideologie: queste erano praticate, invece, dal liberalismo e dalla sinistra. I valori erano presentati quali trascendenti il mondo litigioso e divisivo delle ideologie. Essi erano presentati come impolitici e perciò da rispettare; un’eventuale discussione su questi valori implicava la conseguenza di essere emarginati oppure dirotti da avversari a nemici. Un tempo quei valori erano stati la nazione e la razza; oggi, almeno nel caso della destra italiana, corrispondono alla triade Dio-Patria-Famiglia.

Nessuno, che io sappia, ha rilevato che quella triade nostrana risulta uno slogan quasi identico a quello del collaborazionismo di Vichy: Lavoro-Patria-Famiglia.

Ora, se i valori sono rivendicati come appartenenti all’impoliticità, nel momento in cui si accede alla politica è necessario che quei valori trovino pure una loro sostanza. Questo significa che sono costretti a contaminarsi: quella contaminazione avviene accedendo alla cultura della sinistra. Viene da osservare che con i valori è difficile fare politica: hanno necessariamente bisogno di tradursi in ideologia. A Vichy quei valori si tradussero in collaborazione con i nazisti, nella legislazione antiebraica ecc. E quindi, i valori tanto sbandierati in ogni occasione sono proprio estranei alla prosaicità della politica?