Partire dai salari per contrastare la povertà di chi lavora

Anna Soru

Crescita della povertà e dei working poor

Prima della pandemia il 20,3% (oltre un quinto) della popolazione italiana era sotto la soglia di povertà, un dato che la poneva tra i Paesi Europei in cima alla non invidiabile classifica della povertà, preceduta solo dalla Spagna e da alcuni Paesi dell’Est (dati Eurostat del 2018). 

La vulnerabilità al rischio di povertà è maggiore per i disoccupati, ma non ne sono esenti neppure gli occupati. In questo caso si parla di lavoratori poveri o working poor e l’inadeguatezza del loro reddito può derivare da tre elementi: discontinuità lavorativa, orari ridotti e bassi salari (disgiunti o combinati tra loro). Anche in questa classifica, l’Italia è ai primi posti, con un tasso del 12,2% (ogni 100 occupati, oltre 12 sono poveri), preceduta solo da Romania, Lussemburgo e Spagna (sempre dati Eurostat del 2018). Tra di essi non solo lavoratori a bassa qualifica, come solitamente si ritiene, ma anche lavoratori ad alta qualifica, soprattutto appartenenti ai settori legati alla cultura.

Non è possibile al momento misurare come questi indicatori siano cambiati con la pandemia, ma è facile immaginare che siano sensibilmente peggiorati. Dai dati Istat, nel 2020 risulta un aumento della disoccupazione, in particolare tra i dipendenti a termine e i lavoratori autonomi tradizionali, e una riduzione delle ore lavorate, soprattutto tra i freelance (lavoratori autonomi professionisti, con e senza ordine o albo professionale). Sulla base di segnalazioni ricevute, relative alle posizioni lavorative meno tutelate, possiamo ipotizzare che un ulteriore contributo sia venuto da una diminuzione dei compensi. Ed è questo uno dei tasti più dolenti del nostro mercato del lavoro, che rende difficile la sopravvivenza di tanti lavoratori oggi e che farà sentire i suoi effetti anche in prospettiva perché inciderà sulle loro pensioni future.

Gli esclusi dalla contrattazione collettiva non hanno strumenti di difesa del compenso

Eppure la Costituzione italiana, con l’articolo 36 comma 1, sancisce che «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

Lo strumento a cui, nei fatti, è affidato il rispetto di questo articolo della Costituzione è il contratto collettivo, e qui c’è un primo elemento che ne impedisce la piena attuazione: la contrattazione collettiva è riservata ai lavoratori dipendenti.

Ne sono esclusi i lavoratori autonomi che, per un’assurda impostazione europea, sono assimilati a imprese e in quanto tali non possono definire dei minimi contrattuali, che violerebbero la legge antitrust. Proprio questa assenza di minimi contrattuali, unita al fatto che il costo della contribuzione è a carico dei lavoratori, ha favorito il ricorso all’outsourcing anche quando questo non rispondeva all’esigenza di flessibilizzare e/o di acquisire competenze non presenti all’interno dell’azienda. L’obiettivo dell’esternalizzazione non era quello di ridurre i costi fissi a favore di quelli variabili, ma, soprattutto dopo la grande crisi del 2008, di bypassare i vincoli del lavoro dipendente e ridurre i costi tout court. Tutto lascia presagire che la crisi attuale seguirà la stessa via. 

Dalla contrattazione collettiva sono escluse anche le migliaia di stagisti, collaboratori occasionali e creativi in regime di diritto d’autore, le cui attività non sono considerate lavorative (forse sono dei passatempi) e come tali esenti anche da ogni forma di welfare. Ciò significa che non hanno costi contributivi e sono perciò particolarmente attrattive e sempre più (ab)usate dalle imprese alla ricerca di risparmi. Un ulteriore passo verso la riduzione dei costi di cui sopra, pazienza se questi “non-lavoratori” sono esclusi dal welfare. L’applicazione del diritto d’autore in questo senso può essere un buon esempio: la prestazioni che vengono fatte ricadere in questo inquadramento godono di un regime fiscale agevolato, che prevede una deduzione forfettaria del 25% (o del 40% sotto i 35 anni) e poiché non è considerato lavoro, non prevede il versamento di contributi previdenziali. Il cuneo fiscale/contributivo è quindi molto basso. Se facciamo un confronto con il lavoro dipendente, a parità di reddito netto, il costo del lavoro scende all’incirca di un terzo. Di questo vantaggio, che avrebbe dovuto essere a favore del lavoratore, si è spesso appropriato il datore di lavoro. 

Il processo di svalorizzazione del lavoro interessa anche il lavoro dipendente

Questi processi, come era inevitabile, hanno intaccato anche il lavoro dipendente, sia perché hanno creato una cultura che gradualmente ha svalorizzato il lavoro, creando un sentimento di accettazione che ha reso “normali” se non giuste, pratiche che vent’anni fa sarebbero state considerate di sfruttamento, sia perché il mercato del lavoro, seppur segmentato, rappresenta un’unica arena competitiva. Per esempio, la crescita di stage semi-gratuiti di giovani con elevate competenze influisce sulla dinamica salariale di tutto il lavoro.

La moltiplicazione dei contratti collettivi (ormai intorno al migliaio) e la crescente competizione al ribasso anche tra CCNL stipulati dai principali sindacati, ha creato delle falle entro il perimetro del lavoro dipendente, determinando in molte situazioni una riduzione dei compensi, al di sotto della soglia di povertà. Competizione che ha esiti particolarmente deleteri nelle filiere di appalti, dove il peggioramento delle condizioni contrattuali procede di pari passo con l’allungamento della filiera, dal momento che non esiste il vincolo a mantenere la parità di trattamento. Una situazione che caratterizza soprattutto il settore dei servizi come quelli della pulizia e della vigilanza privata, come descritto dal Fatto quotidiano.

Di tutto ciò è responsabile anche e in misura rilevante la pubblica amministrazione, che, nell’obiettivo di contenere le spese e aggirare il blocco del turnover, ha fatto largo (ab)uso di lavoro autonomo per lavori eterodiretti, anche per settori importantissimi come la sanità, ha spesso emesso bandi con cui ha cercato professionisti a titolo gratuito (specie in ambito artistico, segnaliamo uno dei più recenti del comune di Salerno che cerca restauratori gratis), ha ridimensionato in modo sistematico i compensi per gli appalti, allentando allo stesso tempo tutte le attività di controllo.

Infine, anche la diffusione del welfare aziendale ha contribuito all’abbassamento dei salari, perché spesso i benefit concessi non sono in aggiunta al salario, ma in sostituzione di esso, oltretutto con il doppio svantaggio di minare il welfare di base, dato che la defiscalizzazione dei benefit riduce le risorse a disposizione dello stato.

La Pubblica amministrazione dovrebbe guidare un cambio di rotta

Non è facile invertire la spirale negativa, soprattutto in un periodo di crisi in cui le pressioni al ribasso sono ancora più forti, ma è anche difficile pensare di rilanciare la domanda aggregata senza un cambio di rotta, uscendo da una competizione basata solo sull’abbassamento del costo del lavoro, ma al contrario con azioni volte a ridare valore al lavoro e ad allargare la rete del welfare a chi oggi ne è escluso per garantire una maggiore sicurezza sul futuro.

L’avvio di una nuova fase dovrebbe partire dalla Pubblica amministrazione, in quanto principale datore di lavoro, oltre che erogatore di finanziamenti e committente di molte attività.

La proposta di riforma della Pa contenuta nel nuovo “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale”, che prevede lo sblocco del turnover e un ampio piano di assunzioni può essere un primo passo per il recupero di un corretto ruolo dello Stato come datore di lavoro.

L’azione verso la buona occupazione dovrebbe procedere a vantaggio degli occupati “indiretti” della Pa:

  1. risolvendo il problema della competizione negli appalti. Come suggerisce la giuslavorista Orsola Razzolini, sarebbe sufficiente «ritornare alla regola della parità di trattamento negli “appalti interni” (già prevista dalla legge n. 1369/1960), da intendersi oggi come appalti da eseguirsi nell’ambito del medesimo ciclo produttivo»;
  2. abolendo i bandi gratuiti e definendo parametri equi per i compensi del lavoro autonomo, come previsto dalla legge 81/2017;
  3. controllando le imprese che ricevono commesse pubbliche o destinatarie di finanziamenti pubblici (per esempio editoria, audiovisivo, arte), per verificare il rispetto di contratti e compensi nei confronti di tutti i lavoratori, anche non dipendenti.

È urgente fissare dei paletti nel settore privato 

Ma non basta, occorre intervenire direttamente anche nel settore esclusivamente privato, per contrastare il lavoro gratuito e porre dei minimi che siano validi per tutti. Le proposte ci sono, possono essere discusse e migliorate, ma occorre approvarle velocemente e renderle operative.

Due le strade prioritarie: il controllo degli stage e l’approvazione di un salario minimo legale. 

Per quanto riguarda lo stage, da troppo tempo l’obiettivo dichiarato di favorire l’occupazione giovanile ha consentito o addirittura incentivato (come nei primi tempi di Garanzia giovani) operazioni di vero e proprio sfruttamento. Una proposta interessante, sostenuta dai Giovani democratici, mira a spostare i giovani che entrano nel mercato del lavoro dallo stage all’apprendistato, tutelandoli e contrastando quello che è ormai uno strumento di dumping salariale. L’apprendistato e lo stage hanno lo stesso obiettivo, ma il primo è un vero rapporto di lavoro e come tale è tutelato, oltre che meglio remunerato. Per questo da una parte si vuole rendere meno agevole lo stage con la proposta di: 1) eliminare la distinzione tra stage curriculare ed extra-curriculare, 2) prevedere l’attivazione non oltre 3 mesi dal conseguimento del titolo di studio, 3) limitare la durata a 6 mesi per attività intellettuali e a 3 mesi per attività manuali/esecutive. Dall’altra parte si intende incentivare l’apprendistato, soprattutto con 1) semplificazione dell’attivazione e 2) flessibilizzazione, con l’introduzione di due finestre di uscita (a uno e a due anni dall’attivazione). Per evitare comportamenti opportunistici, sono previste penalizzazioni per l’eventuale uscita e la non conversione in contratto a tempo indeterminato al termine dell’apprendistato. 

Per quanto concerne il salario minimo legale, periodicamente se ne parla, ma puntualmente ogni proposta viene affossata senza neppure una vera discussione. È successo con il Jobs act, che intendeva introdurlo in via sperimentale nei settori non coperti da contrattazione collettiva. Ma la misura è stata presto cancellata per evitare ulteriori scontri coi sindacati. Successivamente molti hanno continuato a proporlo, in maniera trasversale. Nel 2019 erano presenti in parlamento ben 6 progetti di legge presentati da parlamentari di diversi orientamenti (3 del Partito democratico, e uno ciascuno per Movimento 5 stelle, Liberi e uguali e Fratelli d’Italia). Ma l’opposizione congiunta di sindacati e Confindustria, che temono soprattutto la perdita di ruolo del contratto nazionale e quindi in ultima istanza dei propri iscritti, ha sino a ora impedito anche solo l’avvio di un vero dibattito. 

Guardare alle esperienze altrui potrebbe aiutare a superare i legittimi dubbi. L’esperienza estera per noi più interessante è quella della Germania, che ha introdotto il salario minimo legale in un contesto in cui i livelli retributivi minimi erano affidati ai contratti collettivi e in cui perciò la situazione di partenza era comparabile a quella italiana. Nel 2015 è stato introdotto un salario minimo legale pari a 7,5 euro l’ora. Poi è lentamente cresciuto sino a 9,35 euro e recentemente è stato approvato un provvedimento che in quattro tempi aumenterà il salario minimo a 10,45 euro a luglio 2022. Il ministro del Lavoro tedesco, che considera il salario minimo legale una storia di successo, conta di lavorare per alzarlo a 12 euro. 

Sitografia

Acta, «Occupati freelance, dopo il Covid», actainrete.it, 29 marzo 2021.

F. Baraggino, «Lavoro povero, così i contratti nazionali con paga oraria di pochi euro alimentano la concorrenza al ribasso. Anche negli appalti pubblici», ilfattoquotidiano.it, 30 marzo 2021.

O. Razzolini, «Salario minimo: la direttiva non chiude il discorso», lavoce.info, 22 gennaio 2021.

Income and living conditions Overview, ec.europa.eu.

«La Provincia di Salerno cerca restauratori gratis (anzi: che paghino gli interventi!)», finestresullarte.info, 30 marzo 2021. 

Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale, governo.it.Salva lo stagista frust(r)ato, giovanidemocraticimilano.it.

Lavori culturali senza rappresentanza?

di Mattia Cavani e Anna Soru

Negli ultimi anni, complice l’esaurimento dei movimenti dei precari, è emerso un florilegio di pessimismi della ragione e della volontà riguardo le possibilità di mobilitazione dei lavoratori autonomi e “atipici” nei settori creativi e culturali. Mentre tenevano banco le discussioni sulla classe creativa di Richard Florida e la fine del lavoro di Jeremy Rifkin, la condizione di queste professioni continuava a peggiorare e, con l’esplosione dell’emergenza sanitaria, sono diventati molto evidenti problemi già presenti da decenni. Partendo dall’esperienza di Redacta (la sezione di Acta dedicata all’editoria libraria, di cui abbiamo scritto nel primo numero di Officina Primo Maggio) e da alcuni progetti affini a cui abbiamo partecipato nell’ultimo anno (Acta-media, dedicata a chi lavora nella comunicazione e nel giornalismo, e Art Workers Italia, che riunisce le professionalità dell’arte contemporanea), in questo articolo proveremo a tracciare quali sono le problematiche concrete che si incontrano nell’organizzare questi lavoratori e lavoratrici, un passo necessario per misurare le potenzialità di una rappresentanza in grado di emanciparne la condizione, anche oltre l’ottica emergenziale.

Luoghi di aggregazione 

Il primo passo è trovare questi lavoratori: non esiste un luogo fisico analogo alla fabbrica, dove se ne possono intercettare numerosi. Sono sparpagliati e spesso lavorano da remoto in città differenti. Ciononostante, continuano a proliferare forme di auto-organizzazione all’interno della stessa professione o del settore d’appartenenza. Grazie a un mix di relazioni personali e professionali, le prime aggregazioni si manifestano di solito sul territorio; per un successivo allargamento, sono via via più importanti siti dedicati, blog e social media. Questa è per esempio la modalità impiegata da Redacta e Acta-Media.

La pandemia in corso ha da un lato reso evidente l’estrema debolezza di tanti lavoratori e lavoratrici non dipendenti, spesso senza neppure un contratto, rendendo urgente la necessità di coalizzarsi; dall’altro ha accentuato l’importanza di Internet e dei social, non solo come luoghi di manifestazione del disagio, ma anche come spazi di aggregazione. Da qui è nata Awi, che in due mesi ha raccolto oltre 2500 aderenti e che tra le sue fila conta alcune delle categorie più colpite dal blocco delle attività. Esperienza partita come gruppo Facebook, diversamente dalla maggioranza dei gruppi di mestiere nati sui social è riuscita ad avviare un processo di riflessione critica e di presa di coscienza culminata con la recente costituzione di un’associazione formale.

Identità (professionali?)

È difficile, e come Acta l’abbiamo sperimentato, organizzare alleanze sociali di interessi molto differenti in nome di un fine sociale comune. In particolare, i lavoratori autonomi hanno condizioni eterogenee che spingono a una forte individualizzazione, sono poco abituati ad agire collegialmente e ad assumere un punto di vista collettivo.

Aggregare lavoratori che condividono la stessa attività (craft unionism), nella logica dei vecchi sindacati di mestiere è più semplice, perché:

  • c’è, soprattutto nelle professioni più nuove o meno definite, un’esigenza di identificazione professionale, che richiede un processo di ricostruzione di attività frammentate. L’introduzione di un codice Ateco (un codice alfanumerico che indica il settore economico principale nel quale opera il professionista) ad hoc è spesso considerata un primo passo in questa direzione; 
  • ci sono alcuni problemi che sono specifici della professione ed è diffusa una percezione di atipicità (se non unicità) del proprio ambito lavorativo. C’è maggiore disponibilità al confronto con chi si trova nella stessa situazione.

In realtà molti dei principali problemi sono comuni ai diversi “mestieri”, ma la partecipazione diretta, non mediata dalla delega, a un gruppo di “mestiere” aiuta a dare identità e appartenenza, ad acquisire consapevolezza delle condizioni in cui si opera e a creare i presupposti per una coalizione più ampia.

Inchieste e sondaggi online auto-organizzati hanno rappresentato uno strumento prezioso attraverso cui approfondire i problemi, ma soprattutto sono stati dei veri e propri veicoli di coalizione, hanno funzionato come momento seminale per Redacta e Acta-media e sono stati un momento di passaggio importante anche per Awi.

Disegno: Pat Carra

La rappresentanza

Il sindacato ha inizialmente affrontato il proliferare di nuovi lavori cercando di ricondurli all’interno dei confini del lavoro dipendente. Più di recente sembra aver accettato che il lavoro autonomo non solo esiste, ma spesso è scelto dal lavoratore, e che ha alcune sue specificità. Enunciazioni di principio in questo senso (come la Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil) si sono tuttavia rivelate difficili da mettere in pratica. Soltanto in alcuni ambiti, per esempio la sicurezza sul lavoro, c’è stato un effettivo allargamento delle tutele.

Allo stesso tempo però, questo spazio non è stato colto dalle associazioni di tipo professionale, che tipicamente includono lavoratori e datori di lavoro (in genere sotto forma di studi professionali) con interessi che possono essere contrapposti. Quando questo avviene, prevalgono quelli dei committenti, più forti nel mercato ed entro le associazioni. 

Le prime organizzazioni che sono nate per rappresentare il lavoro autonomo di seconda generazione sono organizzazioni non tradizionali, definite quasi-Union, che hanno spesso la configurazione di associazioni, nascono dal basso come auto-organizzazione, sono prevalentemente basate sul lavoro volontario dei propri soci e hanno una membership liquida (non sempre è chiaro chi è socio e chi non lo è). In Italia la prima di queste organizzazioni è stata Acta, l’associazione dei freelance, che corrisponde in pieno a questa definizione.

Il nodo dei compensi

Sul tema dei compensi, che per moltissimi freelance è il problema, tuttavia neanche Acta è stata particolarmente incisiva. La letteratura giuridica ha a lungo dibattuto sulla compatibilità tra contrattazione collettiva e diritto della concorrenza per lavoratori autonomi. Nel lavoro dipendente, in virtù del rapporto di subordinazione, si presuppone che il lavoratore abbia minore potere contrattuale del datore di lavoro, e la contrattazione collettiva serve a riequilibrare il rapporto. Un’analoga presunzione non può essere applicata nel lavoro autonomo, dove il lavoratore potrebbe avere potere contrattuale analogo o superiore a quello del committente e quindi la contrattazione collettiva altererebbe la concorrenza. 

Alcune esperienze sembrano indicare che questo problema di compatibilità giuridica sia in realtà superabile (la contrattazione collettiva è normalmente applicata per gli accordi economici del contratto di agenzia e di rappresentanza commerciale), e sembra che anche la Commissione Europea si stia muovendo in quest’ottica.

È interessante ripercorrere le tappe dell’esperienza per la fissazione dell’equo compenso dei giornalisti freelance. Questo compenso – frutto di un accordo siglato tra il Fnsi, sindacato unitario dei giornalisti, la Fieg, controparte degli editori, il Governo e l’Inpgi, cassa di previdenza dei giornalisti – era equo solo di nome, dato che prevedeva una retribuzione di 20 lordi euro ad articolo; un valore totalmente svincolato dai contratti collettivi dei dipendenti. Il sindacato non è riuscito a tutelare le esigenze dei freelance, privilegiando un approccio che non rischiasse di danneggiare i diritti degli insider. La certificazione di questo fallimento è arrivata con la bocciatura del Consiglio di Stato, che ha giudicato illegittimo distinguere tra giornalisti autonomi e parasubordinati, e ha chiarito che un compenso equo deve essere coerente con quello previsto dai contratti collettivi.

Altrettanto deludente quello che è successo con la norma della riforma Fornero, che indicava per le collaborazioni a progetto la necessità di ancorare la retribuzione del collaboratore alla contrattazione collettiva per figure con analoghi livelli di professionalità, ma questa opportunità non è stata sfruttata e ormai le co.co.pro non esistono più.  

Il sindacato ha inizialmente affrontato
il proliferare di nuovi lavori cercando di
ricondurli all’interno dei confini del lavoro
dipendente

Redacta sta seguendo una strada nuova, su un duplice binario. Da un lato ha fatto un’operazione di trasparenza, raccogliendo su una piattaforma online i tariffari delle maggiori aziende editoriali; dall’altro ha calcolato, per le principali attività, dei parametri di compenso dignitoso. In questo modo fornisce delle indicazioni molto utili a tutti i freelance, in particolare ai più giovani, spesso impreparati a dare il giusto valore ai servizi che offrono.

È presto per dire se questa azione di sensibilizzazione e di coinvolgimento attivo dei lavoratori e delle lavoratrici riuscirà a contrastare le pressioni al ribasso sui compensi, divenute ancora più forti a seguito della pandemia. È possibile che sia propedeutica, laddove ce ne siano le condizioni, a un rilancio della contrattazione collettiva con il coinvolgimento delle associazioni in cui questi lavoratori si riconoscono.

D’altra parte la contrattazione collettiva non è applicabile a tutte le situazioni lavorative, perché non sempre la controparte è individuabile in maniera chiara. Si pensi per esempio a un informatico o a un formatore che lavora con imprese distribuite su molti settori.

Di certo diventa sempre più urgente l’intervento istituzionale per contrastare l’insostenibile concorrenza che proviene dal lavoro gratuito e semi-gratuito, con l’introduzione di un salario minimo legale che rappresenti un riferimento per tutto il lavoro e con il controllo degli stage, spesso abusati, oltre che con l’individuazione di equi compensi, in applicazione della legge finanziaria 2018, il cui rispetto dovrebbe essere garantito nelle attività della pubblica amministrazione e condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione o commessa pubblica. Se i provvedimenti adottati nell’emergenza sono indicativi di una tendenza, possiamo dire che il legislatore è molto lontano da questo approccio. 

Per esempio il Governo ha stanziato 10 milioni di aiuto diretto agli editori di libri classificabili come micro-imprese (considerando il livello di esternalizzazione del lavoro e i fatturati medi, ricadono in questa categoria diversi editori, non solo i più piccoli) e più di 200 milioni per il finanziamento degli acquisti delle biblioteche e di programmi a sostegno della lettura e della domanda di libri (come la 18app).

Nel silenzio delle associazioni professionali del settore, queste misure hanno finanziato direttamente le aziende o progetti che vanno avanti da anni senza ripercussioni apprezzabili sulla remunerazione del lavoro. Redacta aveva proposto, inascoltata, di porre come condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione il rispetto – per tutte le fasi della lavorazione del libro, dalla traduzione alla rilettura delle bozze – dei corretti contratti nazionali ai propri dipendenti e/o dei compensi dignitosi per i lavoratori autonomi coinvolti.

Welfare oltre l’emergenza

Se il tema dei compensi e del sostegno pubblico alle imprese sembrano poter essere affrontati anche da un punto di vista settoriale, il welfare riporta inevitabilmente a coalizioni e approcci ben più ampi. Le misure di sostegno del reddito per i lavoratori autonomi sono state un tabù per anni, ma durante l’emergenza sono state messe in pratica, anche se in modo per molti versi discutibile. Forse il caso più clamoroso è stato il criterio per ricevere i 1.000 euro di maggio: un calo degli incassi del 33% nei mesi di marzo e aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Data la strutturale aleatorietà dei tempi di pagamento dei professionisti, gli aiuti si sono trasformati in lotteria: un professionista in difficoltà potrebbe essere pagato a marzo per un lavoro svolto l’anno precedente, un altro potrebbe non avere problemi eppure avere un mese in cui i pagamenti slittano in avanti.

In altri casi, il Governo ha seguito logiche esplicitamente corporativiste. Ci riferiamo in particolare alla parte del Decreto Rilancio che ha assegnato 5 milioni di euro di un fondo a sostegno dell’intero settore editoriale ai soli traduttori editoriali. Una scelta arbitraria per cui è difficile trovare una ratio convincente, se non la soddisfazione di interessi meramente corporativi.

Oltre a una questione di equità, questo provvedimento ne solleva anche una tattica: è pensabile che la moltitudine di lavoratori e lavoratrici (spesso slash workers, professionisti che svolgono più mestieri) con i più diversi inquadramenti contrattuali e fiscali che compone la forza lavoro attuale riesca a vedersi garantite le tutele fondamentali di welfare organizzandosi per corporazioni? Ci pare irrealistico. L’esito più probabile è un’ulteriore frammentazione tra minoranze di garantiti, in forza di qualche estemporanea manovra parlamentare, e “tutti gli altri”.

Non è più possibile rimandare l’evoluzione verso un welfare che assicuri alcune tutele di base a tutte le tipologie di lavoro, incluse quelle più spurie come la cessione di diritti d’autore, superando discontinuità e frammentazioni contrattuali. Occorre cioè cambiare il nostro sistema di welfare, costruito sul lavoro dipendente, per arrivare a un welfare che tuteli tutto il lavoro, senza le attuali suddivisioni in casse previdenziali, che discriminano i lavoratori non dipendenti e creano difficoltà nelle situazioni di passaggio da un contratto a un altro e nelle situazioni in cui coesistono più incarichi. Per esempio se un lavoratore dipendente diventa autonomo, nei primi mesi di lavoro non sarà coperto da alcuna tutela, perché la protezione da lavoro dipendente si è esaurita con la cessazione del rapporto subordinato, mentre quella da lavoratore autonomo non è ancora attiva perché manca un pregresso contributivo. Se invece consideriamo un lavoratore con più lavori, che afferiscono a diverse casse previdenziali, in caso di malattia o maternità potrà accedere solo alle tutele connesse ad una cassa o addirittura a nessuna tutela se non ha raggiunto i minimi contributivi in una delle casse, perché non è prevista la cumulabilità.

Il 28 ottobre Acta ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati una proposta per garantire la copertura di malattia, genitorialità e riduzione involontaria del reddito a tutti lavoratori.

Emerge con forza il nesso fra forme e attori della rappresentanza e capacità di incidere in modo positivo sulla situazione attuale. Se non saremo in grado di inventare nuove forme di conflitto sui compensi e allargare le tutele di welfare a tutti, gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici, in molti casi la parte più giovane, rimarrà fragile e preda dei capricci della contingenza e questo continuerà ad avere effetti evidenti anche sul resto del mercato del lavoro. 

Davanti a una contingenza della portata della crisi pandemica è evidente che queste sfide non sono più prorogabili.

Bibliografia

M. Biasi, «Ripensando il rapporto tra il diritto della concorrenza e la contrattazione collettiva relativa al lavoro autonomo all’indomani della l. n. 81 del 2017», Argomenti di Diritto del Lavoro, 2/2018.

S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.

C. Heckscher, F. Carré, «Strength in networks: Employment rights organisations and the problem of coordination», British Journal of Industrial Relations, 44, 4, 2016.

E. Sinibaldi, La rappresentanza del nuovo lavoro autonomo, tesi di dottorato, Università di Pavia, Pavia 2014.

La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria

Mattia Cavani

Disegno: Pat Carra

La redazione di OPM ha raccolto la testimonianza di Mattia Cavani, editor freelance e membro di Redacta, un gruppo di professionisti dell’editoria libraria che sta portando avanti un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nel settore. Nato all’interno di Acta, l’associazione dei freelance, questo progetto ha raccolto testimonianze e dati da redattori, traduttori, illustratori, grafici e addetti stampa con l’obiettivo di riaprire il dibattito sullo sfruttamento nell’industria culturale.

Com’è nata l’esperienza di Redacta?

Con Acta[1] ci siamo sempre mossi trasversalmente rispetto alle singole professioni, insistendo su temi che riguardano tutti i freelance: fisco, welfare e previdenza. Tuttavia, uno sguardo così ampio non ci consentiva di mettere sufficientemente a fuoco il problema principale di lavoratrici e lavoratori autonomi, quello dei compensi (che ha implicazioni ovvie per la previdenza e, a causa del meccanismo dei minimi contributivi, sull’accesso effettivo al welfare). Così abbiamo provato a concentrarci su un micro-mercato del lavoro, l’editoria libraria.

Per noi di Redacta[2], oltretutto, questo progetto costituisce un groviglio inestricabile con le nostre carriere nell’industria libraria.  Abbiamo  passato il nostro primo lustro da lavoratori e lavoratrici dell’editoria a rafforzare il profilo professionale: formarci, specializzarci – stando allo stesso tempo bene attenti ad ampliare il ventaglio delle nostre specialità –, coltivare contatti, allargare la nostra rete anche al di fuori dell’editoria tradizionale, e perfino imparare a negoziare per spuntare qualche centesimo in più. Tuttavia la competizione al ribasso sui compensi e sulle condizioni di lavoro, esacerbata dagli abusi sugli stage e dalla mancanza di compensi minimi, ha continuato a svalutare le nostre competenze. Constatati i limiti dell’azione individuale abbiamo presto realizzato che l’unica strada per uscire da questo pantano passava per la costruzione di un solido fronte comune.

Un primo passo necessario è stato capire di quali lavoratori e lavoratrici stavamo parlando e di quali condizioni di lavoro, un tema da sempre escluso dai report annuali dell’Associazione Italiana Editori e che era stato affrontato una prima volta nel 2012 dall’indagine realizzata dalla Rete dei Redattori Precari in collaborazione con la Cgil[3]. Così, insieme ad ACTA, l’associazione dei freelance, abbiamo pensato di far partire la nostra inchiesta. Nell’aprile 2019 sono cominciate le riunioni carbonare con colleghi, amici e amici di amici, poi la rete si è progressivamente ampliata grazie a una serie di interviste e a un sondaggio online. I primi dati[4] parziali non ci hanno sorpreso più di tanto: oltre la metà di chi ha compilato dichiara di avere un reddito annuo lordo inferiore a 15.000 euro lavorando per il settore tra le 30 e le 50 ore alla settimana. Lavorano tanto e guadagnano poco. In tantissimi vivono a Milano, dove si concentra la maggior parte degli editori, ma il costo della vita complica molto le cose.

Disegno: Pat Carra

A fine ottobre 2019 abbiamo presentato una piattaforma programmatica[5] che include una proposta di riordino della normativa sugli stage, compensi dignitosi per limitare il dumping tra i professionisti e misure per farli uscire dall’invisibilità; inoltre abbiamo sfruttato l’occasione per denunciare l’istituzionalizzazione di pratiche palesemente illegali su contratti e tempi di pagamento. Negli ultimi mesi abbiamo portato le nostre proposte sulla stampa[6] e alle fiere di settore (Bookcity a Milano e Più Libri Più Liberi a Roma). A partire da gennaio 2020 abbiamo istituito una riunione mensile per dare una continuità alla nostra azione e rispondere alla crescente domanda di partecipazione che riceviamo.

Quali sono state le reazioni più significative e indicative di uno stato d’animo generale che la vostra proposta ha provocato?

Una parte del nostro sondaggio online riguarda la raccolta dei tariffari dei committenti. Nonostante la garanzia di totale anonimato, nel campo dedicato al nome dell’editore di cui i compilatori fornivano la tariffa abbiamo trovato diverse sorprese: «Campo vuoto, Non posso dirlo, Non si dice il peccatore, Non voglio fare nomi, Pinco Pallo, XXX». Risposte di questo tipo rendono l’idea di quanto sia stata interiorizzata la paura di confrontarsi con gli altri, figuriamoci quindi a che punto siamo con le pretese di “alzare la testa”. Lo stesso timore emerge spesso durante le nostre riunioni: dobbiamo perciò coniugare la massima apertura alla partecipazione con il massimo grado di protezione dell’identità dei partecipanti. Questo vale soprattutto per le numerose “finte partite iVa” che nel settore coprono spesso collaborazioni esclusive e (ne abbiamo conosciute diverse) anche decennali. La stragrande maggioranza del reddito di questi professionisti deriva da un singolo committente, che con un forfait annuale assorbe la quasi totalità del tempo del lavoratore. Lo squilibrio di potere che si viene a creare è notevole anche perché, in un settore relativamente piccolo dove «ci si conosce tutti», passare a vie giudiziarie per sanare la propria posizione costituisce una sorta di harakiri. Così professionisti con grande esperienza e redditi tutto sommato decenti alle riunioni finiscono per essere i più cauti.

Anche i nostri tentativi di ragionare sul tema dei compensi orari hanno scatenato reazioni scomposte. Abbiamo presentato i dati parziali dell’inchiesta in occasione della European Freelancers Week, in un dibattito pubblico a cui partecipava anche un piccolo editore, di quelli di chiara fede progressista. Quando abbiamo mostrato i miseri compensi orari attuali e le nostre proposte per portarli a un livello dignitoso, l’editore è arrivato a sostenere che i nostri dati erano viziati dalla pigrizia dei rispondenti; a suo dire, i cottimisti editoriali, nonostante le tariffe patetiche, se la prenderebbero troppo comoda, esagerando con le pause caffè. In quel momento dal pubblico si sono alzate le mani di tanti che hanno chiesto di intervenire per testimoniare come, in realtà, l’abbassamento delle tariffe delle singole prestazioni sia stato progressivamente accompagnato da un aumento del carico di lavoro previsto per adempiere ciascuna prestazione (non ci sembra un caso che le prime proteste si siano levate quando l’editore ha apostrofato i nostri rispondenti con l’epiteto svilente di «refusisti»). Conoscenti e sconosciuti, freelance e dipendenti, hanno voluto prendere la parola per raccontare la propria verità. Non c’è stato tempo di far parlare tutti, ma è stato un momento importante per noi e per tutti quelli che erano in sala: per la prima volta abbiamo visto la potenza che poteva scatenare una coalizione tra i “cani randagi” di un settore considerato sempre come irriformabile. L’editore che ha scatenato il putiferio si è preso l’ultima parola per precisare, citazione testuale, che lui è «sempre dalla parte dei lavoratori, mica dei padroni»: una chiosa a suo modo perfetta.

Ci sembra che siate riusciti a creare una presa di coscienza. La prima battaglia da condurre è sempre all’interno del soggetto collettivo. Poi in un secondo tempo si affronta il discorso con la controparte. Anche per voi è così?e. Anche per voi è così?

La prospettiva di un confronto con gli editori su compensi e abuso dei tirocini (tanto per cominciare da due temi essenziali) dovrebbe garantirci, di per sé, il sostegno della maggior parte di colleghi e colleghe, ma questo non è affatto scontato. Per esempio, è molto difficile convincere le persone a ragionare sullo stato dell’arte del settore al di là degli schemi preconfezionati dall’Associazione Italiana Editori. Ogni anno il Rapporto sullo stato dell’editoria evidenzia che in Italia si producono troppi libri (siamo vicini alle 80.000 novità all’anno, un 29% in più del dato 2010), una valanga di titoli che crea cortocircuiti logistici e commerciali (denunciati a ogni piè sospinto dalle librerie) e mette in difficoltà persino la promozione. Tra le mille variabili rilevate dal rapporto non c’è mai quella dei compensi; tuttavia un’idea sulla loro evoluzione si può avere dal crollo delle tirature medie (rispetto al 2000 siamo a -47%). In altre parole, il punto di break even per ogni titolo è sempre più basso, dunque lavoro più intenso e meno pagato. Questo banale ragionamento di solito viene accolto con tiepido scetticismo o iperbolica sorpresa (tanti ci chiedono dove abbiamo trovato questi dati, tratti dal più pubblicizzato dossier sullo stato del settore). Sarebbe comprensibile se l’assetto attuale fosse difeso solo dai pochi che, grazie a una rendita di posizione più o meno simbolica, ne traggono ancora qualche vantaggio; ma alle nostre riunioni siamo rimasti basiti quando abbiamo sentito anche alcuni working poor giustificare la propria condizione con varianti dell’adagio: «È il mercato, bellezza».

Disegno: Pat Carra

Dunque prima di pensare a un confronto con   la controparte occorre rimboccarsi le maniche e smontare pazientemente tutto l’immaginario pacificato che è stato costruito intorno al settore; per esempio, spiegare la differenza tra autosfruttamento degli editori (che diventano così gli eroi della situazione) e lo sfruttamento dei lavoratori pagati in gloria o visibilità. Potrebbe sembrare un voler battere sempre sullo stesso tasto, ma occorre restituire la consapevolezza che ogni volta che si lavora per conto terzi esiste un conflitto tra le pretese del professionista e quelle del committente, ovvero uno spazio di negoziazione. Non si può dare niente per scontato, e crediamo che questo valga anche per molti altri settori e per una larga fetta dei lavoratori autonomi.

Ripartire dalle basi non significa, in ogni caso, rinunciare alla fantasia. Durante Bookcity, la settimana di novembre in cui Milano celebra il feticcio del libro e della sua compagnia di giro, abbiamo invaso il passeggio del sabato con una Via Crucis[7]. Dalla Fondazione Feltrinelli al Castello Sforzesco, abbiamo preso come stazioni i luoghi simbolo dell’editoria milanese (tra cui la sede storica del Corriere della Sera in via Solferino, il Laboratorio Formentini e la sede De Agostini a Brera). A ogni tappa un monologo sulla “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria, intesa sia come cammino doloroso, sia come ambigua retorica usata per giustificare la mancanza di scrupoli degli editori. Il successo di questa performance di arte pubblica e delle nostre riunioni, eventi offline e partecipativi, ci fa sospettare di essere sulla buona strada per ripoliticizzare tutto il discorso intorno al libro.


[1] Acta è l’associazione che da quindici anni studia, difende e rappresenta i freelance in Italia.

[2] Per una breve storia del progetto si veda: Redacta libera tutti.

[3] L’indagine Editoria Invisibile, realizzata tra il 2011 e il 2012, è ancora oggi un buon punto di partenza per capire le dinamiche dell’industria editoriale.

[4] Sui primi risultati dell’indagine di Redacta si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Prima parte)

[5] Sulle quattro proposte di Redacta per cambiare il settore editoriale si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Seconda parte).

[6] Intervista rilasciata a «Il lavoro culturale» nel dicembre 2019, si veda: La passione editoriale.

[7] Per un resoconto della Via Crucis organizzata durante Bookcity si veda: Che cos’è successo alla nostra passione? .