Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe

9 ottobre 2020

Bruno Cartosio

La storia dell’ultimo mezzo secolo è «la storia della fuoruscita del capitale dalla regolamentazione sociale entro cui era stato costretto dopo il 1945». Prendo a prestito le parole di Wolfgang Streeck – e dietro le parole buona parte dell’analisi contenuta nel suo Tempo guadagnato – per racchiudere in una frase un ragionamento che ho sviluppato altrove (in Dollari e no) e che non è possibile riproporre qui se non nella forma sintetica del giudizio storico-politico. La rottura del «contratto sociale», o «patto newdealista», imperniato sul riconoscimento reciproco tra grande capitale e organizzazione operaia, tutelato dallo Stato, è stata la precondizione per la reazione neoliberista che negli Stati Uniti ha avuto in Ronald Reagan il suo eroe eponimo. Da allora l’arco temporale della Terza rivoluzione industriale ha largamente coinciso con quello del neoliberismo hayek-friedmaniano, che ha cambiato la fisionomia delle élite capitalistiche, alterato in profondità la composizione sociale del mondo del lavoro e riportato indietro l’orologio del comando padronale sui lavoratori. Poi, gli eventi che tra il 2008 e oggi hanno sollevato ogni velo residuo sulla crisi epocale in atto. Infine, Trump e ora il Covid-19, e nel dramma della pandemia la sollevazione innescata dalla risposta afroamericana al razzismo intrinseco agli omicidi polizieschi. La grande, socialmente composita sollevazione si è rarefatta – le rubano spazio le ansie preelettorali, cui si è aggiunto il contagio di Trump – ma non si è spenta. Né si sono interrotti gli scatti di conflittualità che la «nuova» classe operaia, anch’essa composita e spesso precaria, ha aperto in questi ultimi anni lontano dalle fabbriche. Sul mondo del lavoro e su questa conflittualità sarà focalizzata qui l’attenzione. (Alla politica del razzismo e alla sollevazione degli ultimi mesi Officina Primo Maggio ha dedicato nel giugno scorso l’opuscolo Uprising/Sollevazione. Voci dagli USA).

La rottura del contratto sociale del lungo secondo dopoguerra arrivò alla fine degli anni Settanta, dopo un eccezionale ciclo di lotte operaie: tra il 1967 e il 1975, il numero di scioperi, di scioperanti e di ore di lavoro perdute fu il più alto della storia statunitense. La protesta operaia coincise con gli anni finali del Movimento e con la conclusione della guerra del Vietnam. Allora, la crescente automazione e la prima fase delle ristrutturazioni (re-engineering), delle esternalizzazioni (outsourcing) e delle delocalizzazioni avevano già abbassato il tasso di sindacalizzazione nel settore privato non agricolo, che dal 31,4% del 1960 era passato al 24,6% nel 1973; era poi sceso al 16,8% nel 1983, al terzo anno della presidenza Reagan; era all’8,3% nel 2003 e aveva continuato a scendere (fino al 6,2% nel 2019). Secondo l’Ufficio statistiche del lavoro, i salari reali, dopo avere raggiunto il livello massimo di 341,73 dollari settimanali nel 1972 (in dollari costanti del 1982), scesero fino ai 266,43 dollari nel 1992, al termine dei dodici anni di Reagan-Bush, per iniziare allora una lenta risalita fino ai 310,73 dollari del 2017. Ma quanto gli anni del capitalismo neoliberista abbiano tolto ai lavoratori lo dice un rapporto appena pubblicato dalla Rand Corporation: se negli ultimi 45 anni la distribuzione della ricchezza prodotta nazionalmente fosse avvenuta come negli anni compresi tra il 1945 e i primi anni Settanta, il lavoratore con il reddito mediano odierno di 50.000 dollari annui sarebbe arrivato a 92.000-102.000 dollari annui. 

Lo sconquasso sociale e la rivoluzione tecnologico-finanziaria hanno cambiato il mondo del lavoro. Il «grande capitale» si è espresso sempre meno nella grande fabbrica manifatturiera, la cui presenza nel paese si è ridotta sempre più. Nei soli anni 1998-2015 il numero delle fabbriche con oltre 1000 dipendenti si è quasi dimezzato (da 1504 a 863) e di quelle con 500-999 dipendenti si è ridotto di un terzo. Tra il 1980 e il 2018, mentre la popolazione passava da poco più di 227 milioni a 327 milioni, i posti di lavoro nel manifatturiero scendevano da 18.640.000 a 12.809.000. Perfino nello hi-tech, che gelosamente trattiene la progettazione in patria, le lavorazioni «dure» sono delocalizzate, esattamente come per tutte le altre manifatture (meccanica, siderurgia, gomma, tessile, abbigliamento). Non lo sono, invece, i mestieri della sanità e dei servizi alla persona, del commercio al dettaglio, dei servizi pubblici, della produzione alimentare e così via.        

La General Motors non è più il maggior datore di lavoro degli Stati Uniti; oggi è al ventitreesimo posto. Al primo c’è Walmart, al secondo McDonald’s. Negli ultimi anni, entrambi i colossi sono stati investiti dalle lotte per gli aumenti salariali e la sindacalizzazione. Walmart ha accettato gli aumenti a 12 dollari orari in 500 suoi punti vendita negli Stati Uniti, ma ha preferito chiuderne uno in Canada piuttosto che accettare la sindacalizzazione decisa dai suoi dipendenti. Nonostante la manodopera di McDonald’s – in gran parte assunta come autonoma – sia organizzata in modi tali da prevenire la possibilità stessa della sindacalizzazione, è stata al centro di lunghe lotte per i diritti e per i 15 dollari orari (le fights for 15$), raccogliendo vasti appoggi e successi in molte città e stati. Anche gli operai della Gm, dopo anni di silenzio, hanno fatto uno sciopero di 40 giorni nell’autunno 2019. Ma i grandi dello hi-tech restano padroni assoluti in casa loro. Apple, Microsoft, Amazon, Facebook e Alphabet (Google), che nel loro insieme “valgono” 7,3 trilioni di dollari, sono non-union. E dettano la linea, come sottolineava la rivista In These Times ad agosto: i sindacati sono assenti anche dalla quasi totalità delle aziende minori del settore. 

Il loro antisindacalismo, o assolutismo padronale, non è un effetto avverso della pandemia, ma un fatto strutturale, che lo sciopero (globale) di un giorno contro Google del novembre 2018 e i ripetuti tentativi di penetrazione sindacale ad Amazon non hanno scalfito. Anzi, come in altri tempi, chi ha fatto attivismo filo-sindacale è stato licenziato o emarginato. Unica eccezione significativa il voto, nel febbraio 2020, con cui i lavoratori di Kickstarter – a suo modo un’azienda hi-tech – hanno deciso di aderire al sindacato. In ogni caso, le risorse finanziarie e umane della Cwa (Communication Workers) e della Opeiu (Office and Professional Employees, protagonisti del successo a Kickstarter) sono lungi dall’essere sufficienti per lanciare una campagna su vasta scala, soprattutto se a innescarla non sono agitazioni e movimenti interni alle aziende.   

 Come sappiamo, la sindacalizzazione dei settori portanti della Seconda rivoluzione industriale – auto e siderurgia – avvenne grazie a grandi battaglie durante tutti i primi decenni del Novecento e si concluse con la «Legge Wagner» e il Committee for Industrial Organization (Cio) negli anni della Grande depressione e del New Deal. Gli spezzoni di classe alla testa di quei processi compositivi furono gli operai non qualificati delle grandi fabbriche. Oggi, ammettendo la possibilità di immaginare che nella crisi attuale la ripresa delle lotte e la sollevazione in atto possano avviare una fase di ricomposizione, potrà questa partire dai non qualificati odierni? Gli afroamericani e ispanici oggi, come gli immigrati allora? 

Tralasciando il persistere dei pregiudizi etnico-razziali (di casta), due cautele devono frenare l’immaginazione. La prima: i luoghi centrali della Terza rivoluzione industriale e del nuovo secolo sono del tutto o quasi «liberi» da antagonismi organizzati al loro interno, e non è fatta di operai unskilled la manodopera che caratterizza l’occupazione nello hi-tech. Diversamente da quelle di un secolo fa, le nuove roccaforti dovrebbero essere assediate e penetrate dall’esterno. La seconda: esercitare un’egemonia implica la capacità non solo di attuare singole lotte, ma anche di allargarle politicamente – come in questi mesi: la rivolta afroamericana diventata sollevazione generale – e farle durare, mobilitando le persone e mantenendo le continuità organizzative e i ricambi interni necessari per tenere vive nel tempo le forze per la lotta. In questo si gioca la nuova partita. Non è un caso che sempre più spesso venga richiamato proprio l’esempio del Cio, vale a dire l’interazione tra attività rivendicative organizzate e azioni di protesta autonome e scioperi selvaggi, tra forze operanti nei luoghi di lavoro e altre nella società, contro disoccupazione e sfratti: tutte le forme di mobilitazione dal basso dell’antagonismo sociale e della resistenza che portarono alla creazione dei maggiori sindacati negli anni Trenta. Non è il caso di entrare nel merito della storia successiva delle politiche sindacali. Nei decenni passati abbiamo criticato il «fabbrichismo», l’economicismo e spesso l’opportunismo politico delle unions. Ma abbiamo anche dato conto della brutale de-sindacalizzazione con cui il capitalismo neoliberista ha portato le organizzazioni operaie del settore privato alla quasi irrilevanza odierna. Per questo vale ancora il monito di un militante politico del secondo dopoguerra, che dopo avere criticato il suo sindacato, la Uaw, diceva, «un sindacato è meglio che niente sindacato»: a parità di mansione, i salari dei lavoratori non sindacalizzati sono il 70% di quelli dei sindacalizzati. Inoltre, come scrivono i ricercatori dell’Economic Policy Institute, «solo i due terzi dei lavoratori non-union hanno l’assistenza sanitaria tramite il posto di lavoro, contro il 94% dei sindacalizzati […] e l’86% di questi ultimi hanno diritto a congedi di malattia pagati per curarsi o curare i familiari, contro il 72% dei lavoratori non-union».

Questo, nel complesso, era il quadro all’inizio del 2020. La pandemia ha peggiorato le cose. Anzitutto, per i devastanti effetti sulle persone: a fine settembre i contagi avevano superato i 7,3 milioni e i decessi erano quasi 210.000. E poi per le ricadute dirette sul mondo del lavoro: la disoccupazione ha sfiorato il 20% nel mese di aprile, per ridiscendere lentamente nei mesi successivi e assestarsi intorno all’8% a fine settembre (per i bianchi è passata dal 14,2% al 7%; per i neri, dal 16,7% al 12,1%, per gli ispanici dal 18,9% all’10,3%). Le riaperture rivendicate da molte aziende e gruppi «libertari» di destra, e incoraggiate da Trump, hanno prodotto il rialzo progressivo dell’occupazione e favorito, d’altra parte, una nuova ondata di contagi, il cui picco è giunto a un’altezza doppia rispetto a quello di aprile. 

All’inizio di agosto, secondo il Dipartimento del lavoro, erano ormai venti le settimane di fila in cui le richieste di sussidio di disoccupazione superavano il milione. I percettori di sussidi erano allora 32 milioni, ma i posti disponibili sul mercato del lavoro erano in quel momento meno di 6 milioni. L’ondata di licenziamenti e sospensioni (a salario zero) ha messo in piena luce sia l’indifferenza e inadeguatezza dell’amministrazione Trump nell’affrontare la pandemia e le sue ricadute sociali, sia anche, però, la storica debolezza sindacale nel difendere l’occupazione. A questa, va detto, ha contribuito il perdurante antioperaismo della legislazione del lavoro che, riscritta decenni fa per ostacolare la sindacalizzazione dei singoli luoghi di lavoro e impedire gli scioperi di solidarietà, giace immodificata. Nonostante le perenni pressioni sindacali è rimasta tale sotto tutte le amministrazioni, democratiche e repubblicane. Ora, Joe Biden ha dichiarato che, se eletto, sarà «il presidente più vicino al mondo del lavoro che ci sia mai stato».

Il Covid-19 è stato una benedizione per i grandi dello hi-tech. I loro profitti hanno avuto un’impennata, sono cresciute l’occupazione e le paghe dei loro dipendenti. C’è chi ha scritto di un generale aumento delle retribuzioni. Ma non è stato altro che l’effetto della sparizione dei salari dei lavoratori a basse paghe che hanno perso il posto nelle attività «non necessarie» sospese o ridotte (edilizia, manifatture e trasporti), e a causa del crollo del mercato nella ristorazione e negli alberghi, nel commercio al dettaglio e nelle consegne, nel lavoro di cura, nel facchinaggio e nella manovalanza ecc. Tutti campi in cui neri e ispanici, uomini e donne, costituiscono la gran parte dei dipendenti. Per oltre i due terzi di loro, il salario è stato sostituito dai sussidi di disoccupazione, che in genere hanno una durata di 26 settimane e importi variabili (in media, 382 dollari settimanali). A chi ha perso il lavoro a causa di chiusure specificamente dovute al Covid-19, è stato reso disponibile un sussidio di emergenza – in base alla «Legge Cares» del marzo 2020 – di 600 dollari per 13 settimane. Infine, un contributo una tantum di 1200 dollari è stato assegnato da Trump a chiunque abbia dichiarato nel 2019 un reddito fino a 75.000 dollari (l’importo si è ridotto progressivamente per chi ha superato quella soglia ed è arrivato a zero per i redditi da 99.000 dollari in su). Le provvidenze di emergenza sono state volute da entrambi i partiti, ed è grazie ai democratici che sono state portate al livello minimo vitale per un paese in cui i posti di lavoro non sono protetti. Ma la loro durata è terminata il 31 luglio e i repubblicani hanno finora impedito il loro prolungamento.  

Gli effetti della pandemia sono stati e sono nefasti. Insieme ai molti che hanno perso il lavoro – e con esso anche le coperture assistenziali e previdenziali che arrivano agli occupati tramite l’azienda – tanti altri il posto lo hanno conservato negli ospedali e nelle case di cura, nei macelli e nelle aziende di trattamento delle carni, nei servizi e trasporti pubblici, luoghi dove le condizioni di lavoro, il contatto con il pubblico e le scarse misure di sicurezza hanno favorito la diffusione dei contagi. E infatti donne e uomini afroamericani e ispanici sono stati i più colpiti. Non è la genetica che spiega la maggiore diffusione delle infezioni in queste fasce di popolazione, è la collocazione lavorativa e sociale. E anche la minore possibilità delle persone di accedere a medicine, cure e strutture cliniche – sia prima, sia durante la pandemia – ha fatto salire il loro tasso di mortalità. E la loro esasperazione. Tutto ciò aiuta a capire la collera esplosiva che l’insensato ma tipico omicidio di George Floyd il 25 maggio ha innescato nella comunità nera. 

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale. In questi mesi, da parte loro, non c’è stata solo la risposta rabbiosa agli omicidi polizieschi e alla precarietà dell’esistenza. Così come negli anni scorsi, nelle fasi di stanca degli operai di fabbrica, sono stati loro a dare vita ai conflitti sociali più significativi.

Le minoranze nera e ispanica sono oggi all’incirca un quarto della popolazione, ma spettano a loro le quote più alte di lavoratori nelle mansioni a basso salario e nei servizi «poveri». Sono anche i più disponibili all’adesione sindacale

Ispanici e afroamericani, uomini e donne, avevano condotto e vinto l’inattesa lotta dei janitors di Los Angeles, e sono stati loro che hanno fatto di Las Vegas una delle città più sindacalizzate del paese. Negli ultimi due-tre anni le donne ispaniche e nere sono state le protagoniste principali delle lotte diffuse per l’innalzamento delle paghe orarie a 15 dollari, per il riconoscimento di mansione e inquadramento «operaio» e per il riconoscimento del sindacato nei luoghi della ristorazione veloce. Ora, nei mesi della pandemia, sono state loro a riprendere gli scioperi contro McDonald’s nelle maggiori città e le protagoniste delle lotte negli ospedali e nelle case di cura dove erano state assunte temporaneamente – in risposta alle urgenze della pandemia – e poi licenziate al calare dei contagi. Sono maschi neri, invece, gli autisti di bus urbani di Detroit e Birmingham, i netturbini di Pittsburgh e New Orleans e i manovali dei supermercati Kroger a Memphis che hanno scioperato contro l’assenza di protezioni dal contagio. 

In tanti altri casi la composizione è stata mista. Il numero delle azioni di protesta messe in atto nei mesi della pandemia, scriveva il sociologo Mike Davis su The Nation a metà giugno, «arrivano probabilmente a 500». Le loro dimensioni, salvo casi come gli scioperi dei portuali della West Coast o dei lavoratori di cantieri navali del Maine, spesso non sono state eclatanti. Ma è interessante, scrive Davis, che in esse sono stati coinvolti sia sindacati (National Nurses, Service Employees, Electrical Worker tra gli altri), sia gruppi di militanti, alcuni dei quali con nomi significativi: Amazonians United, Whole [Food] Worker, Fight for 15$, Target Workers Unite e Gig Workers Collective. 

Sono grandi la diversità dei soggetti coinvolti, la varietà delle istanze in gioco e la dimensione locale di molte proteste. Tuttavia, non va sottovalutata la ricerca di coordinamento nell’organizzazione di alcune mobilitazioni generali, nonostante la pandemia: lo sciopero in tutti i porti del Pacifico il 19 giugno e le due mobilitazioni nazionali del 1° maggio e del 20 luglio. Sono altamente simboliche le date e il titolo delle manifestazioni: nella prima è significativa la scelta del 19 giugno, per gli afroamericani, Juneteenth, che celebra il giorno in cui fu data nel Texas la notizia che la schiavitù era abolita; nella seconda, è carico di significati il richiamo ideale alla storia, nazionale e internazionale, della classe operaia; e nella terza, intitolata «Strike for Black Lives», si riconoscono in pieno le ragioni della protesta nera odierna e il radicamento nero nel mondo del lavoro e si rinforzano sia il collegamento politico, sia il carattere di casta e classe della sollevazione in atto, anch’essa così socialmente composita. Non è poco.


Bibliografia

Cartosio, Bruno, Dollari e no, DeriveApprodi, Roma 2020.

Streeck, Wolfgang, Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano 2013. 

Finalmente dovranno ascoltare

Di Rachel Kushner

(Traduzione di Daniele Balicco)

È difficile credere che George Floyd sia morto solo da due settimane. E non perché la sua morte sembri già lontana, nel tempo; ma perché resta incompiuta, nella sua brutalità. Io non riesco a vederne il video, non ce la faccio. Mi basta la descrizione: George, steso a terra, che invoca ripetutamente sua madre morta, chiedendole di intervenire per salvarlo da uno sbirro che lo sta soffocando, con un ginocchio sul suo collo. È più che sufficiente questa breve descrizione per “vedere” quel filmato. È insostenibile. Diventa quasi naturale chiedersi se la vita simbolica abbia avuto inizio, nella nostra storia, a partire dalla morte, con i martiri, con la loro immagine che si trasforma in una forza che resta presente. Il volto di George Floyd è ovunque. Così come quello di Breonna Taylor, che è stata uccisa a casa sua. Aveva 26 anni, un paramedico, lavoratrice con una formazione professionale. Uccisa senza alcun motivo, solo perché la polizia ha bussato alla porta sbagliata.

A partire dal giorno dopo la morte di George Floyd, la sollevazione è iniziata e siamo tutti entrati, qui negli USA, in un’altra dimensione temporale. Sono solo passati quindici giorni ed è già difficile ricordare come vivevamo prima, quando la vita quotidiana si ripeteva lenta e ordinata, nel suo ritmo seriale. Ora, ogni giorno è un momento diverso di questa sollevazione. Il tempo scorre in modo differente: ogni ora è un nuovo capitolo di questa storia. Un giorno di settimana scorsa, non era ancora mezzogiorno, e cinquanta macchine della polizia bruciavano a Hollywood.

Ho sempre pensato che il Kairòs fosse semplicemente un’idea, qualcosa di cui hanno scritto i filosofi, un tempo fuori dal tempo, un tempo non occupato dal lavoro o dalla scuola, e nemmeno apparentemente libero, come nei fine settimana; qualcosa di indefinibile, insomma, un Evento. Ora so che ci siamo finiti dentro. E il Kairòs, a quanto pare, produce la sua atmosfera. Ha una sua coreografia. Permette alle persone di smettere, improvvisamente, di tollerare ciò che è stato apparentemente tollerato per centinaia di anni. È come se gli americani fossero americani solo ora; e tutto in una volta. Perché hanno attivato la potenza della parola BASTA.

Due giorni fa, ho visto il mio vicino di casa che camminava con il suo figlio più giovane, di ritorno da una protesta. E quello era il loro modo di dire BASTA. Che una sola parola possa raccontare ciò che sta accadendo in America oggi ci spiega bene come funziona il linguaggio: le parole possono trasmettere l’eredità della rabbia. So molto di più sul mio vicino e sul suo ragazzo osservando il loro BASTA di quanto avrei mai potuto sapere parlando normalmente con loro. In questi giorni gira su Twitter un meme che dice: “Siete fottuti con l’ultima generazione”. Sono 400 anni che i neri vengono derubati in questo paese. Non c’è mai stata una richiesta di perdono, un risarcimento e sono i neri a rendere gli Stati Uniti un paese “grande”: la cultura americana è cultura nera. Ciò che esportiamo, ciò che il resto del mondo emula e feticizza della cultura americana è semplicemente cultura americana nera; e nessuno cerca nemmeno di negarlo. Eppure, i neri, in America, possiedono una percentuale irrisoria della ricchezza nazionale, hanno molte più probabilità di morire a causa di un incontro con la polizia e vivono in una mobilità di classe difficilissima da sbloccare. Questa è una società che adora la cultura nera, ma ne ruba la vita e ne nega l’umanità.

Una caratteristica specifica del Kairòs, qui a Los Angeles, è il suono degli elicotteri della polizia che sorvolano il centro. Vivo a quindici minuti a piedi dalla zona dei tribunali penali, del palazzo di giustizia e del municipio dove lavora il sindaco. Il Kairòs si manifesta con un rombo turbolento e incessante. Parte all’inizio della giornata e continua fino a tardi. È intervallato da un flusso continuo di sirene e da esplosioni rumorose. Ma le esplosioni provengono dalle granate che gli sbirri usano per cercare di disperdere la folla, o dai petardi M80, che i bambini usano per divertirsi e gli adulti come arma di difesa popolare?

Su Internet, dopo la protesta, guardiamo la polizia affollata nell’atrio del quartier generale mondiale della CNN ad Atlanta. Fuori i manifestanti usano gli ombrelli per difendersi, come ad Hong Kong, e lanciano piccoli petardi all’interno dell’atrio dove la polizia è arroccata. I petardi esplodono. Gli sbirri si spaventano. Il giornalista della CNN, rannicchiato dietro di loro con il suo cameraman, non riesce a capire perché le persone stiano attaccando proprio la CNN. È stupito. E anch’io sono stupita che sia così ingenuo da non rendersi conto che la CNN, così come ogni altro simbolo del potere che ha dominato sulla nostra vita per anni, sia diventato ora un obiettivo giusto. In ogni caso, la CNN resta quasi intoccabile. Il loro enorme logo, le tre lettere dell’alfabeto rosso, che i giovani deturpano per poi farsi riprendere, in piedi, con i pugni alzati inneggiando alla vittoria, vengono riverniciati il giorno successivo. È incredibile pensare che questo tipo di danno alla proprietà venga preso per “violenza”. Fa quasi tenerezza pensare ai graffiti come ad una forma di violenza in questa battaglia ad armi impari, in cui la polizia ha vinto per decenni.

La Guardia nazionale che occupa le nostre strade con grandi mezzi corazzati color sabbia del deserto l’ha chiamata il nostro sindaco, Eric Garcetti, un democratico – è stata un’altra caratteristica del Kairòs, ma questa volta fuori dal tempo. I militari devono mostrarsi come incarnazione del concetto di “ordine”, un ordine che deriva dalla legge. Ma sappiamo tutti la verità – e lo sappiamo soprattutto ora – che è la legge che proviene dall’ordine; e non viceversa. I mezzi blindati annunciano a gran voce che lo Stato ha perso la sua sovranità, come se la funzione vera di questo dispiegamento di truppe e dei loro veicoli fosse quella di farci sapere che lo Stato ha paura. I militari della Guardia nazionale sembrano annoiati, mentre si fermano vicino al municipio, con in mano i loro grossi scudi, con le loro uniformi mimetiche che, in città, invece di farli confondere nel contesto, li fanno risaltare. Non credo che la Guardia nazionale sia pericolosa, anche se, come è noto, nel 1970 assassinarono quattro studenti universitari in Ohio. Eppure, mio figlio di dodici anni non è tranquillo e, mentre marciamo davanti a loro, mi dice che tutto quello a cui riesce a pensare è il numero di colpi che un M16 può sparare al secondo e poi si mette a contare quante persone ci sono nella folla che manifesta insieme a noi. Mio figlio percepisce istintivamente il pericolo potenziale di una morte di massa che la mia troppo calcificata fiducia nella vita non riesce a capire, come se l’età mi avesse reso più stupida, piuttosto che più saggia. Per un ragazzo di dodici anni, la presenza di una forza occupante armata di M16 è chiara come un’equazione: 800 colpi al minuto, per il numero di minuti necessari a sparare, divisi per il numero di persone presenti, noi, la folla.

Per provare a rassicurarlo, chiedo ad alcuni membri della Guardia nazionale se punteranno i loro M16 contro di noi, gente per strada, nel caso in cui gli arrivasse l’ordine. Tutti scuotono la testa: no, non useranno le loro pistole contro di noi. Sono giovani. Si può accedere alla Guardia nazionale senza un diploma di scuola superiore. L’unico requisito è quello di avere almeno diciassette anni. Non vorrei fare troppo affidamento sulla loro disaffezione, né su una loro possibile defezione in massa, ma è chiaro che esiste una divisione tra loro e la polizia. La polizia è un fronte unificato, con le proprie convinzioni e valori. La Guardia nazionale è fatta per lo più di persone che si sono unite ai militari nella speranza di ripagare il debito scolastico o di acquisire una formazione tecnica che si possa trasformare in un lavoro, una volta terminati gli otto anni di servizio.  Questi ragazzi non si sono arruolati per andare in guerra contro noi civili, ma per aiutarci nella pandemia, o con gli uragani, o per proteggerci durante la stagione degli incendi, che è prematuramente alle porte. La polizia invece non svolge altro ruolo, se non quello che gli stiamo chiedendo con forza di rifiutare: vale a dire, gestire la diseguaglianza e i suoi effetti, soprattutto sulla massa dei senzatetto, dei malati mentali, di chi è costretto a lavorare nei mercati illegali a causa della precarietà economica. La polizia gestisce tutto questo esercitando forza bruta. E lo fa affidandosi ad un’ideologia, che è stata pervasiva nell’era dell’austerità del ventesimo e del ventunesimo secolo, che gli riconosce il potere di controllare la classe più povera. Ma all’improvviso tutto questo sta iniziando a frantumarsi.

Sono cresciuta con bambini i cui padri erano poliziotti. Alcuni di loro sono poi diventati sbirri a loro volta. Forse sta qui la ragione per cui mi sono sempre sentita a disagio quando attivisti cresciuti da genitori benestanti e laureati, persone che non hanno mai dovuto prendere in considerazione una carriera umile nelle forze dell’ordine, gridano contro la polizia. Una parte di me è sempre stata in conflitto con lo slogan “All Cops Are Bastards”. Ma c’era un’evidente confusione nel mio modo di pensare: non importa come siano i poliziotti presi uno per uno, individualmente. Come persone, sicuramente non sono né buoni né cattivi. Il problema è quello che rappresentano, la loro funzione, l’uniforme che indossano; chiunque entra in quegli abiti diventa parte di ciò che deve essere abolito. Come lavoratori potrebbero essere riqualificati e svolgere un mestiere pieno di senso e di dignità, invece di essere costretti ad esercitare violenza e soprusi.

Ieri sera ho riletto il famoso poema di Pasolini su Valle Giulia. Perché in questi ultimi giorni sono due le domande che rimbalzano ovunque in rete: la prima (a lungo senza risposta) è se la polizia fa parte della classe lavoratrice. La seconda, se è necessario che abbia un sindacato generale (i loro sindacati hanno per lo più una base urbana e tengono in ostaggio i sindaci delle grandi città). Ho sempre pensato che Pasolini avesse ragione, anche se non avevo mai compreso del tutto la sua tesi. Per Pasolini, la polizia ha “torto” e gli studenti “hanno ragione”, ma gli studenti sono i borghesi e gli sbirri la classe operaia. Ora però questa lotta è diversa, perché è un conflitto fra lo strato più oppresso della nostra società e la polizia e così l’argomentazione di Pasolini quasi si rafforza, ma al contrario: la polizia ha “torto” e i neri “hanno ragione” perché gli americani neri sono i veri soggetti di questa sollevazione di classe dal basso. La polizia li combatte e invece dovrebbe stare al loro fianco e combattere i potenti; che questo non accada discende della logica per cui la loro funzione è stata progettata. Come si vantava Jay Gould, magnate farabutto del diciannovesimo secolo, un capitalista può “assumere metà della classe lavoratrice per uccidere l’altra metà”.

Vedere tutta la polizia mobilitata mentre lavora per il sindaco che ha imposto, dalla sera alla mattina, il coprifuoco a partire dall’una del pomeriggio, come se stesse mandando a letto l’intera cittadinanza senza cena e senza pranzo; e vederla all’azione, mentre lancia lacrimogeni, spara contro la folla e arresta migliaia di persone solo per il fatto di aver sfidato questo coprifuoco arbitrario, tutto questo rende incredibilmente chiara una verità con cui conviviamo da sempre, ma che rimuoviamo: le tasse sul reddito prelevate dagli stipendi della gente comune, come me e i miei vicini, servono a questo. Paghiamo perché la polizia disponga di attrezzature militari letali e molto costose, il cui unico scopo è quello di fare la guerra contro di noi, quella stessa popolazione che paga per i loro armamenti. Li paghiamo per attaccarci. Nelle ultime due settimane, le armi che abbiamo finanziato con le nostre tasse hanno accecato persone; bambini sono stati colpiti da gas lacrimogeni. Una signora anziana che protestava a La Mesa, in California, è in coma per il proiettile di un’arma “non letale” che l’ha colpita direttamente in mezzo agli occhi. Una giovane donna colpita di notte da un lacrimogeno è morta la mattina dopo.

Vedere le immagini di altre città oltre alla mia, in particolare Minneapolis, ma anche New York, Chicago, Detroit, Filadelfia, Louisville, Portland, Seattle; così come vedere gente che protesta anche in città più piccole, in ogni singolo stato della nostra federazione, giorno dopo giorno, è storicamente senza precedenti. Chiedo ai miei parenti anziani: è stato così dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968? “No”, rispondono tutti rapidamente e con enfasi. “Non è stato così. Nessuno può ricordare un momento come questo, nemmeno nel passato più remoto.”

Quaranta milioni di americani hanno perso il lavoro da marzo. Centodiecimila sono morti per Covid-19 e il virus ha colpito la popolazione nera più duramente di qualsiasi altra. Il gangster alla Casa Bianca ha cercato di usare a proprio vantaggio il caos con discorsi da dittatore alla Rodrigo Duterte. Ha fatto lanciare lacrimogeni contro manifestanti per farsi scattare una fotografia. E ciò ha prodotto, oltre ad un’immagine di pessimo gusto – con lui, osceno, in posa mentre tiene in mano una bibbia – la vera rappresentazione di quello che siamo oggi: un paese con un maldestro “caudillo” che si mette in posa con le spalle rigide contro un muro pieno di insulti in vernice spray nera e rossa. Il surrealismo della sua finta America, la sua nostalgia per la supremazia bianca e per una grandezza che non è mai esistita, è ora sopraffatto dalla realtà; che sta esplodendo nel furore.

Ieri, il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, noto razzista nonché ministro della Giustizia di Trump, ha ritwittato un articolo che ho scritto l’anno scorso per il New York Times sull’abolizione del carcere e sull’insegnamento e sull’attivismo politico di Ruth Wilson Gilmore (l’articolo è stato tradotto in italiano per Internazionale). Ruth ha commentato: “Se uno come Jeff Sessions parla dell’abolizione del carcere, forse inizia davvero ad aver paura di noi”.

Ogni giorno c’è una nuova manifestazione a cui ci si può unire e ogni giorno la riflessione politica sul da farsi si modifica e si trasforma. I Democratici, anche se in modo diverso, problematici quanto è problematico Trump, si stanno arrampicando sugli specchi per trovare una posizione pubblica condivisa; posizione che di fatto resta quella in cui sono già impegnati, quella per cui non devono rinunciare a nulla. Vogliono che lo status quo continui, anche se galvanizzano e perfezionano l’apparenza di un cambiamento, come per esempio nella proposta di “diversificazione” razziale delle forze di polizia o nell’imporre agli sbirri telecamere corporee; chiedono perfino il divieto di soffocare… I Democratici sperano che questa ripulitura e lucidatura possa effettivamente impedire i cambiamenti che loro non vogliono fare.

Su Twitter gira questa battuta:

Democratici bianchi: “Ascoltiamo le donne nere!” [emoji a forma di cuore].

Donne di colore: “Aboliamo la polizia!”.

Democratici bianchi: “Ascolta” [emoji a forma cuore].

Il cinquantaquattro percento degli americani crede che l’incendio del piano terra del distretto di polizia a Minneapolis sia giustificato. Ed è una percentuale di persone più alta di quella di chi sostiene la candidatura di Donald Trump o di Joe Biden. La verità è che l’establishment democratico non è pronto a rinunciare alla polizia. E non è nemmeno pronto a pagare risarcimenti alla comunità nera. Però ora si vestono con magliette con la mappa dell’Africa e si inginocchiano. Vogliono che la polizia si inginocchi. Noi non vogliamo che i poliziotti si inginocchino. Vogliamo che la polizia si sciolga.

Inizialmente i Democratici hanno cercato di sostenere che i saccheggi erano portati avanti per lo più da “gruppi esterni”. Ma con quello che è accaduto, con devastazioni in ogni città del paese, era un discorso privo di senso: se ci sono rivolte ovunque, da dove dovrebbero arrivare mai questi “gruppi esterni”? Quindi hanno rapidamente cambiato posizione, sostenendo che i saccheggiatori erano per lo più bianchi. Ma la rivoluzione, a differenza di quanto dicono le canzoni di Gil Scott Heron, è ormai trasmessa in televisione e possiamo vedere da soli che questo enorme e multi-prospettico sollevamento politico sta coinvolgendo ogni tipo di persone, e non mancano certo anche gruppi inquietanti, come i suprematisti bianchi o i neonazi; di fatto ogni persona che si senta in diritto di essere furiosa sta bruciando macchine della polizia (https://www.fox29.com/video/689878) e negozi simbolo di questo sistema; non solo i “saccheggiatori bianchi”.

L’altro giorno, il capo della polizia qui a Los Angeles ha dichiarato che sono i manifestanti i responsabili della morte di George Floyd. È incredibile! E il sindaco ha subito difeso il capo della polizia. Entrambi devono dimettersi. Nel frattempo, i Democratici rimangono concentrati su “novembre”, sulle nostre elezioni presidenziali. “Speriamo che questi rivoltosi votino”, dicono. Ma l’uccisione di neri disarmati da parte della polizia, così come il continuo assalto alla vita dei neri qui in America, non ha nulla a che fare con “novembre”. La polizia ha continuato ad uccidere neri disarmati – e perfino bambini neri – anche negli otto anni in cui Obama è stato presidente. Inoltre, questi omicidi, questa violenza generalizzata contro la vita dei neri, è più acuta e visibile proprio nelle nostre città più importanti, quelle che hanno tutte sindaci democratici e “progressisti”. Non c’è nulla per cui votare che possa rispondere a questa richiesta, al nostro “BASTA”. È la rivolta che sta facendo sentire il nostro BASTA. È la rivolta che sta costringendo le persone ad agire. Chiara e semplice, è la rivolta che sta parlando. E finalmente dovranno ascoltare.

Conflitto e subconscio bianco

Note su una riforma possibile della polizia dopo Floyd

10 giugno 2020

Mattia Diletti

Sedetevi e proiettatevi all’indietro di un mese. Ovvero, due settimane prima che un poliziotto del dipartimento di polizia di Minneapolis, Derek Chauvin, soffocasse fino alla morte per asfissia un cittadino afroamericano, George Floyd, davanti a un gruppo di persone che lo stavano filmando. Chi di voi avrebbe mai immaginato che ci saremmo trovati a metà del 2020 di fronte a un movimento così forte da imporre nell’agenda politica degli Stati uniti il tema della riforma della polizia? Il movimento Black Lives Matter avrà un impatto su diversi aspetti della politica americana nel breve e medio periodo, ma senza dubbio ne avrà uno sulle politiche pubbliche che regolano il funzionamento dei dipartimenti di polizia. In che misura, con che continuità e in quali zone del paese lo scopriremo nei prossimi mesi e anni, ma intanto va circoscritto il fatto politico/culturale e quello più prettamente “riformatore”, che genera cioè cambiamenti nella regolamentazione e nell’implementazione di nuove politiche locali, statali e federali attorno al tema della regolazione dei comportamenti e della condotta della polizia americana (e più in generale di quale debba essere la sua stessa ragione sociale: strumento della comunità o della militarizzazione del territorio e delle risposte alle “devianze” sociali?).

Nel primo caso la violenza della polizia a sfondo razziale è, ora, riconosciuta come problema strutturale e non episodico della società americana. È finalmente riconosciuto anche da una parte importante dell’America bianca (che partecipa in misura maggiore del solito alle proteste, ma che ormai riconosce la questione anche stando seduta a casa di fronte al televisore) nonostante sia un problema vecchio di un secolo: ci sono voluti altri dieci anni di violenza sistematica e un movimento come Black Lives Matter, ma soprattutto che tutto sia stato filmato e divulgato pubblicamente in modo capillare grazie alle infrastrutture dell’informazione digitale.

Nel secondo caso – quello dell’impatto riformatore – è evidente che l’onda mediatica e il conflitto scaturito da queste settimane di proteste favorisca iniziative di natura politica nel livello istituzionale. Alcuni sostengono che l’intero movimento produrrà un effetto di rinculo che premierà i repubblicani (ovvero l’elettorato bianco che si ricompatta attorno al messaggio “Law and Order” di Trump, riproducendo un “effetto Nixon” come nelle elezioni presidenziali del 1968), elemento che porterebbe a vanificare le iniziative riformatrici avanzate in questi giorni e già – in alcuni casi – al vaglio del legislatore. Se anche fosse così – e c’è più di una ragione per dubitarne – il livello della polarizzazione politica è tale che le differenze interne al paese (sociali, demografiche e culturali) produrranno comunque trasformazioni a macchia di leopardo, in città e stati che diventeranno nuovi laboratori politici. Pensate, per esempio, al livello di eterogeneità che esiste negli Stati Uniti rispetto al consumo di marijuana, che va dalla legalizzazione dell’uso ricreativo al divieto assoluto e penalmente perseguibile.

Un frame della comunicazione di Black Lives Matter – non è questo il tema in discussione in questo pezzo, ma questi movimenti posseggono la caratteristica di portare all’attenzione pubblica un messaggio generale, che si scompone poi in sotto-argomenti che possono avere una caduta pragmatica, ovvero produrre politiche pubbliche – è il “defunding police”. Sintetizzando all’osso, l’obiettivo è il definanziamento dei dipartimenti di polizia a favore di un rifinanziamento delle politiche sociali. È quello che, per esempio, propone in questi giorni il sindaco di New York Bill De Blasio, anche se lo stesso sindaco è sottoposto da tempo a forti critiche per la debolezza con la quale ha affrontato altri casi di violenza poliziesca (il tema, comune a molte altre città, è il potere politico dei capi della polizia e dei sindacati di polizia, un importante bacino di voti per molti eletti locali).

La cronaca di questi giorni ha portato all’attenzione, ovviamente, il caso di Minneapolis, sul quale vale la pena soffermarsi. Il paradosso è che un sindaco progressista di una città mediamente progressista, che aveva già avviato la riforma della polizia, oggi è sotto attacco perché si è detto contrario allo scioglimento del dipartimento di polizia: nove consiglieri comunali su tredici intendono promuoverlo, con una maggioranza a prova di veto del sindaco. Si sono espressi a favore dello scioglimento e della creazione di una nuova struttura di law enforcement “community based” (i dettagli non sono noti e nessuna azione istituzionale è stata davvero intrapresa). La storia è paradigmatica: Jacob Frey, il sindaco trentanovenne di Minneapolis in carica dal 2018, è un ex community organizer che si è occupato di affordable housing (triplicando i fondi per l’accesso a case con prezzo calmierato), de-segregazione dei quartieri poveri (la zoning reform) e, appunto, riforma della polizia. Frey ha selezionato a capo della polizia Madaria Arradondo, il primo uomo di colore a ricoprire questa carica nella storia della città: uno degli obiettivi elettorali di Frey era quello di ricucire i rapporti fra polizia e comunità locale, in particolare quella afroamericana. Lo stesso Arradondo, tempo fa, mosse causa al dipartimento di polizia per discriminazione razziale nei confronti suoi e di alcuni colleghi (la città di Minneapolis spende, di media, più di un milione di dollari l’anno in risarcimenti causati dalla cattiva condotta della polizia). Nonostante ciò, Frey è ora in difficoltà: una parte degli eletti e una parte di chi protesta lo contesta per mancanza di coraggio. Malgrado l’evidente novità di alcune sue politiche, la forza della vecchia realtà – un dipartimento di polizia violento e piuttosto impermeabile al cambiamento – sembra averlo sconfitto.

L’esempio di Minneapolis dà l’idea di come stia evolvendo il dibattito. A Seattle, a Minneapolis, in California, in New Mexico, nello Stato di New York… ma anche al Congresso – dove i democratici propongono una legge, la “Justice in Police Acting”, che darebbe al Governo federale un importante potere di monitoraggio delle polizie locali e renderebbe più trasparenti, meno arbitrari e meno violenti alcuni schemi d’intervento della polizia – le questioni all’ordine del giorno sono cinque: il razzismo dei corpi di polizia, il divieto delle metodologie di arresto violente (come quella che ha soffocato Floyd), l’implementazione di nuove strategie di intervento nelle proteste di piazza, la demilitarizzazione dei corpi di polizia (un’eredità della lotta alla droga, ma anche una politica che genera affari e consenso), l’effettivo sanzionamento dei poliziotti più violenti.

Il primo punto è quello cruciale: la brutalità della polizia verso gli afroamericani può essere letta, infatti, come un’espressione del subconscio bianco. È un sintomo che ci parla della paura di perdere potere, status e controllo verso altri pezzi della società. Il paese infatti, in venticinque anni, diventerà “minority/majority”, ovvero un paese nel quale la popolazione bianca rappresenterà solo la minoranza più grande. La polizia, in fondo, è percepita come un rassicurante strumento contro lo sbriciolamento progressivo, e inevitabile, della color line: questa linea di demarcazione è ancora netta, ma quanto ancora potrà tenere senza che si alzi ulteriormente il livello del conflitto?

Postfazione

Scrivevamo nel nostro Manifesto pubblicato un mese e mezzo fa:

Officina Primo Maggio è un progetto politico-culturale di parte, consapevolmente volto a esplorare le condizioni che rendono praticabile il conflitto, inteso come capacità di attivarsi da parte dei soggetti direttamente coinvolti nei processi produttivi, distributivi, insediativi ecc. Pur consapevoli che molte delle modalità in cui si è espressa la conflittualità sociale nel fordismo sono divenute obsolete, restiamo convinti che sul terreno del lavoro molto resti ancora da fare e da sperimentare, se teniamo conto non solo del conflitto dispiegato ma anche di quello tacito, intrinseco, latente e delle sue possibilità di espressione nell’universo digitale.

Oggi chi ci legge può legittimamente chiedere: avete evocato la parola “conflitto” che era un po’ passata di moda e sostituita da altre (per esempio “diseguaglianze”) e ora vi trovate dinanzi a una forma di conflitto che rasenta la guerra civile. Come vi ponete di fronte a questi avvenimenti? Rientrano nella vostra idea di conflitto?

Certo che rientrano, ma per capirci meglio sarà necessario fare una precisazione.

La rivista “Primo Maggio” alla cui tradizione e impostazione si ispira questo nostro progetto, utilizzava criteri di analisi elaborati da quel sistema di pensiero che va sotto il nome di “operaismo italiano”.  Una delle sue caratteristiche era quella di chiedersi se il conflitto sociale, in particolare il conflitto industriale, potesse essere concepito non come un’eruzione cutanea di una società imperfetta, né tantomeno come un atto simbolico che mette in scena la divisione di classe, ma come un fenomeno storico di comportamento collettivo con delle leggi intrinseche di sviluppo, riconoscibili nelle loro categorie, come quelle che vengono normalmente chiamate “le leggi dell’economia”. Sicché, se pare esagerato poter parlare per l’operaismo italiano di una “scienza del conflitto”, non sembra azzardato poter parlare di una ratio sottostante a una serie di avvenimenti nel tempo che presentano determinate costanti e dunque possono essere ricomposte in una sequenza, in un codice genetico riconoscibile.

La realtà non è mai uguale a se stessa, ma la dinamica del conflitto – che va concepito sempre come processo di eventi concatenati, non come episodio avulso da una logica di medio periodo – non è meno “razionale” o meno prevedibile della dinamica dell’economia. In questo senso l’operaismo ha sottratto il conflitto sia alla pura sfera del volontarismo che al mero manifestarsi degli interessi materiali. Ne ha fatto una disciplina “politica” a tutto campo. Infatti, quando si definisce frettolosamente l’operaismo italiano come quella corrente del marxismo critico che ha messo al centro la classe operaia e ne ha fatto quasi il motore dello sviluppo capitalistico, si dice una cosa imprecisa perché non è la classe operaia ma la lotta operaia che viene assunta come categoria fondamentale. Il conflitto è il punto di partenza, non quello di arrivo. La lotta operaia però, così come tutti i movimenti con radici di classe, è un processo che ha una lunga maturazione, un processo che cambia nel tempo, anche perché può cambiare la tipologia di attore collettivo. Nel periodo che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni Venti il processo di maturazione della lotta operaia è passato per le prime forme di coalizione, le prime società di mutuo soccorso, ed è arrivato all’organizzazione sindacale e poi a quella politica. Ma la lotta degli afroamericani – per tornare al nostro argomento – o la lotta delle donne per l’emancipazione femminile non hanno seguito lo stesso percorso, non hanno adottato lo stesso lessico e non avevano nemmeno lo stesso nemico. Ciononostante, il punto di vista operaista ritiene che anche nelle lotte dei neri d’America o delle donne sia possibile riconoscere una dinamica con proprie leggi di sviluppo riconoscibili. La ragione è molto semplice: la lotta nel rapporto di lavoro, la lotta alla segregazione razziale e la lotta per la liberazione della donna sono strettamente intrecciate, quasi si alimentano a vicenda.

Molti si sono meravigliati per l’estensione e la durezza degli scontri in una cinquantina di città americane, ma se qualcuno avesse avuto attenzione a quanto è successo negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni avrebbe potuto vedere senza difficoltà che il conflitto, in particolare il conflitto nei rapporti di lavoro, è diventato una costante, un fenomeno quotidiano, ed è quello che ha contribuito a far crescere una tensione che, unita ad altre tensioni – vedremo quali – ha finito per costituire la miscela esplosiva che aspettava solo l’uccisione di George Floyd per deflagrare. Quando qualcuno si meraviglia di vedere tanti bianchi a protestare e a battersi con la polizia vuol dire che ha dimenticato la composizione etnica, sociale, di genere, della massa di persone confinate nella gig economy, nel lavoro nero, nella disoccupazione. I saccheggi di negozi alimentari non sono fatti solo da vandali ma da gente che letteralmente ha fame, che normalmente ha fame.

L’evento imprevisto è stata l’epidemia da Coronavirus, unico nel suo genere, non tanto nei suoi aspetti pandemici quanto nei metodi per contenerli, lockdown, distanziamento sociale. Ma è anche l’evento che meglio di qualunque altro, di qualunque analisi marxista, ha fatto capire agli stessi afroamericani, agli stessi lavoratori della gig economy, a tutti i milioni di emarginati, la tragica dimensione della loro condizione. Si sono visti morire di Coronavirus in proporzione enormemente maggiore, si sono visti seppellire in fosse comuni. Si sono visti allo specchio. E a quelli tra di loro che ancora non avevano capito di non avere nulla da perdere, ci ha pensato l’irresponsabile comportamento di Trump a farglielo capire. Le conseguenze del virus e la follia del Presidente sono state come due lunghe micce che, bruciando, si sono avvicinate inesorabilmente al punto di scoppio.

Che cosa si vuole dire con questo? Che le rivolte di oggi stavano iscritte nella situazione sociale dell’America da lungo tempo. E chi di noi aveva esperienza di dinamiche di conflitto, chi aveva assistito alle rivolte del 1967-68 e aveva partecipato a quelle italiane, quasi le “sentiva” venire, capiva – come il marinaio che fiuta il vento – che qualcosa sarebbe dovuto succedere, se non altro perché Trump stava tirando troppo la corda. E proprio per questo, oggi che bruciano i fuochi della rivolta, non siamo per niente portati a contemplare con estetizzante compiacimento la ribellione di un popolo, sappiamo quanta sofferenza, quanto dolore sta in quella protesta, quanti morti, arresti, processi, licenziamenti dovranno subire ancora gli afroamericani e le afroamericane e chi lotta al loro fianco. Sappiamo soprattutto come sia difficile governare una ribellione spontanea, come sia facile infiltrarla.

Già ora, mentre scriviamo e aumentano i saccheggi, sappiamo bene come una parte dell’opinione pubblica, inizialmente favorevole, prenderà le distanze, e magari ci sarà spaccatura nel fronte della protesta e allora in queste fratture si butterà a capofitto quella che non sappiamo nominare altrimenti che con il suo vecchio nome, la reazione. Per non parlare dell’incognita rappresentata dal suprematismo bianco, armato fino ai denti. Tuttavia, comunque vada a finire, dopo queste giornate di rabbia, dopo questi cortei pacifici di massa, un poliziotto ci penserà due volte prima di mettere le mani addosso a un nero. Comunque vada a finire, il monito è stato lanciato: attenzione a non tirare troppo la corda! Attenzione che non potete lasciare la gente senza assistenza sanitaria! Attenzione che non potete licenziare senza pagare un prezzo! Attenzione che, volendo, sappiamo farci rispettare! Per queste e altre ragioni riteniamo che quei moti di rivolta, in tutte le loro manifestazioni, anche quelle più estreme, siano stati salutari, siano stati un gesto di dignità, di giustizia, di civiltà.

Nancy Goldring, History teacher, New York 2020.

Che insegnamento ne possiamo trarre per la nostra situazione?

Innanzitutto che resta confermata la tesi che il conflitto, inteso come processo collettivo, deve essere un comportamento individuale permanente – mentre in una certa cultura sindacale viene considerato come “ultima ratio” – perché la pressione del capitale per aumentare lo sfruttamento non ha un “punto di equilibrio” oltre il quale lo stesso capitale si ferma, no, continua in assenza di resistenza fino all’estinzione di certi strati di forza lavoro, potendo disporre, grazie alle nuove tecnologie informatiche, di una riserva praticamente illimitata. Non ci sarà mai un salario “sufficientemente basso”, no, ci sarà il lavoro gratuito. Questo è particolarmente vero per il lavoro intellettuale, dove il conflitto è rimasto assente o si è manifestato in maniera del tutto insufficiente o scollegato, con effetti particolarmente devastanti sulla qualità del ceto politico. Qui da noi non dobbiamo scimmiottare i riots americani, dobbiamo riprendere la tradizione di lotte del lavoro intellettuale e professionale che, anche quando espongono rivendicazioni puramente economiche, sanno proporre una radicale riforma della disciplina d’appartenenza. Quanto è avvenuto e sta avvenendo nel mondo della sanità con l’esperienza del coronavirus e con il rilancio di una medicina di base in grado soprattutto di prevenire, ci sembra l’esempio più calzante. Ma se questa cosa entra in fabbrica o magari prorompe dalla fabbrica mediante il veicolo della medicina del lavoro, già si comincia a intravvedere una ricomposizione sociale di largo respiro. Se poi il problema lo spostiamo sulla formazione, sugli insegnanti, sulla scuola nella doppia veste di macchina educativa e di ammortizzatore sociale, e da qui a cascata su tutti i campi in cui il lavoro cognitivo, creativo, può mobilitarsi, l’orizzonte che ci si apre davanti con il conflitto è sconfinato. E ricchissimo il patrimonio storico cui possiamo attingere.

Black Lives Matter: culmine di una resistenza decennale

La redazione di Officina Primo Maggio ha intervistato Rick Perlstein, storico e giornalista. Tra le sue pubblicazioni: The Invisible Bridge: The Fall of Nixon and the Rise of Reagan (2014) e Nixonland: The Rise of a President and the Fracturing of America (2008).

10 giugno 2020

· Quali sono le forme della protesta e in che modo costituiscono un salto di qualità rispetto alla storia politica di Black Lives Matter?

A Chicago, dove vivo, ci sono stati molti cortei nel centro della città anche se il sindaco ha fatto bloccare i ponti per evitare che le persone arrivassero al quartiere finanziario. A partire dagli omicidi di afroamericani da parte della polizia del 2014, le rivolte sono sempre state circoscritte alla città in cui queste violenze hanno avuto luogo, mentre sono mancate rivolte in solidarietà altrove. Anche negli anni Sessanta i tumulti rimanevano spesso confinati nelle città in cui c’era stato un omicidio per mano della polizia. Oggi invece abbiamo proteste in solidarietà anche nel quartiere ispanico di Chicago, per esempio. In questo momento BLM vive nei cortei, nelle veglie e nei flash mob di cui siamo testimoni. A Denver migliaia di persone si sono stese per terra cantando “I can’t breathe” (“non riesco a respirare”, le ultime parole di George Floyd prima di morire). A questo si accompagnano forme di lobbying che hanno l’obiettivo di mettere fine all’uso criminale del potere della polizia.

· C’è un qualche movimento dietro alle proteste di questi giorni? Sta nascendo qualcosa di nuovo?

Non è semplice rispondere a queste domande. Senza un movimento di resistenza alle violenze della polizia che va avanti almeno da dieci anni non sarebbe successo quello che è successo. A questo proposito posso consigliare un bel film, Prossima Fermata: Fruitvale Station, ambientato a Oakland – la città in cui sono nate le Black Panthers – che racconta un episodio di violenza risalente al 2008. Dopo l’uccisione di Michael Brown a Ferguson nel 2014, è cresciuto il movimento che si è chiamato Black Lives Matter, un movimento con molte facce che include cortei, atti di disobbedienza civile, ma ha anche una “sponda” istituzionale. Negli Stati Uniti i procuratori distrettuali, i District Attorney, sono cariche espressione del voto popolare. Al momento ce ne sono almeno tre – Larry Krasner, Chesa Boudin e Kim Foxx – che sono stati eletti con una piattaforma progressista che punta a riformare il sistema penale americano. L’ebreo Larry Krasner a Filadelfia. Il bianco Chesa Boudin, figlio di due membri dei Weather Underground [gruppo di sinistra radicale attivo a partire dal 1969, N.d.R.], a San Francisco. L’avvocatessa afroamericana Kim Foxx di Chicago cresciuta a “Cabrini-Green” – un quartiere di case popolari con la fama di essere un posto molto pericoloso, ora abbattuto – ha sviluppato una visione critica del sistema penale americano e della cosiddetta “guerra alla droga” anche grazie al vissuto della madre, malata psichiatrica che si curava facendo uso di droghe. Direi che BLM si manifesta in un continuum cha va da chi approfitta delle rivolte per accaparrarsi quello che può, agli atti di disobbedienza civile e alle campagne politiche fino a magistrati eletti. Dopo Ferguson ci sono state molto rivolte in cui sono state bruciate auto, distrutte vetrine ed è stato dato fuoco a luoghi più o meno simbolici delle città. La scala delle distruzioni di proprietà privata è stata comunque molto minore rispetto a quello che avveniva negli anni Sessanta. Quello che vediamo oggi è il culmine di una lotta di resistenza decennale. A tutto questo aggiungiamo l’impatto del Covid-19 sulla popolazione nera e l’elezione di un presidente autoritario come Trump.

· Pensi si possano fare paragoni tra Black Lives Matter e il Movimento per i diritti civili?

Per rispondere a questa domanda si dovrebbero scrivere libri interi… In BLM ci sono tante persone diverse… Il movimento per i diritti civili nato negli anni Cinquanta aveva come obiettivo politico la fine della segregazione legalizzata che esisteva negli stati del Sud, ed era radicato principalmente in queste zone. Nel tempo si è poi ramificato nel Black Power che ha avuto diverse gemmazioni, alcune sono andate verso le Black Panthers mentre altre sono entrate nelle istituzioni. Anche il ruolo delle chiese nei due movimenti è nettamente diverso. Anche BLM è essenzialmente fatto di persone giovani, che stanno dando nuova linfa alla tradizione del movimento per i diritti civili.

· Qual è il contesto socio-economico delle proteste?

Le conseguenze della crisi finanziaria del 2007-2008 si sono abbattute sulla popolazione afroamericana, che non se l’è mai passata particolarmente bene. A questo si è aggiunto l’impatto della pandemia di Covid-19, che ha colpito in maniera sproporzionata la popolazione nera. Contano anche le ineguaglianze sancite dal costo dell’istruzione: per entrare nella classe media serve una laurea e, nella meno esosa delle università pubbliche, le tasse del college possono costare anche 20.000 dollari, una cifra proibitiva per molte famiglie. Questo spiega in parte perché alle proteste partecipano anche molte persone non afroamericane. Ogni giorno abbiamo sotto gli occhi quanto stia divenendo imponente la massa mobilitata da BLM. E non dimentichiamo che negli Stati Uniti abbiamo un movimento antifascista, “Antifa”, che – nonostante sia diventato il capro espiatorio preferito di Donald Trump – si è coagulato attorno all’esigenza di confrontarsi con i gruppi fascisti e suprematisti che hanno il presidente come punto di riferimento.

· Nel tuo lavoro di storico hai studiato e analizzato le conseguenze che i movimenti degli anni Sessanta hanno avuto sullo scenario politico americano. In che modo le proteste attuali possono trasformare l’immaginario politico americano?

In periodi di inquietudine sociale, come sono stati gli anni tra i Sessanta e i Settanta, negli Stati Uniti l’elettorato ha votato per chi prometteva una pacificazione sociale: nel ‘68 scelsero i repubblicani Law and Order, nel ’70 invece vinsero i democratici dato che sembrava che i repubblicani stessero istigando il conflitto sociale. Nelle presidenziali del 1972 il candidato democratico George McGovern sembrava più isolazionista e vicino al movimento pacifista, mentre Nixon vinse promettendo di mettere fine alla guerra del Vietnam. Dunque non è scontato che l’elettorato si rivolga al partito più reazionario.

Nel 1992 Bush padre cercò di dare la colpa dei tumulti di Los Angeles – scatenati dall’ennesimo episodio di violenza poliziesca contro un afroamericano – all’approccio tollerante dei liberal, ma Clinton ebbe la meglio attribuendo la responsabilità di quei disordini ai repubblicani che erano stati al potere nei precedenti 12 anni.

In che modo queste proteste stanno influenzando le dinamiche istituzionali della società americana?

Questo è l’aspetto che dovremo monitorare. Molti membri dell’establishment hanno mostrato solidarietà con gli umori delle proteste, se non direttamente con chi è sceso in piazza, e la risposta autoritaria di Trump ha generato dei contraccolpi nello stesso Partito repubblicano. Nonostante Trump abbia avuto una grande influenza sul partito, ora questo potere sta cominciando a svanire. Per esempio, la senatrice dell’Alaska Lisa Murkowski ha dichiarato di far fatica a supportare il presidente. E non bisogna dimenticare la presa di posizione contro il presidente del generale James Mattis, un ex militare assai rispettato negli ambienti più conservatori dell’esercito. Un altro generale [Mark Milley N.d.R.] ha sottolineato che i soldati hanno giurato fedeltà alla Costituzione e non sono obbligati a eseguire ordini illegali. È un momento di rottura dentro l’establishment.

La questione razziale è essenziale per definire entità e natura delle diseguaglianze negli Stati Uniti fino al punto che è complicato districare la matrice economica e quella razziale. In che modo il Partito democratico e il movimento di Bernie Sanders hanno cercato di dare un’analisi di questi problemi e di dettare un’agenda politica progressista?

Esiste un esteso dibattito sul ruolo avuto dalla schiavitù nel dare forma al capitalismo americano. La razza è un significante visuale molto potente e le divisioni che determina sono una sfida per chiunque voglia promuovere una politica di classe di massa. Il problema della “identity politics” nasce appunto da qui: ci si può identificare con le lotte degli afroamericani e appoggiare politiche economiche che sono contrarie agli interessi della classe lavoratrice. La comunità afroamericana è la spina dorsale del Partito democratico sul piano elettorale e anche coloro che tra i Democratici rappresentano le istanze delle élites neoliberali non possono non prendere le difese della causa afroamericana. Per esempio, anche una moderata come Hillary Clinton ha portato le madri dei giovani neri uccisi dalla polizia a parlare sul palco della convention democratica del 2016. Nel corso delle ultime Primarie abbiamo potuto vedere che una larga parte degli afroamericani è stata fondamentale per spingere Joe Biden verso la vittoria. Questi elettori non sono particolarmente inclini all’avventurismo politico: trovandosi ad affrontare il problema della propria sopravvivenza non sono propensi a scegliere un candidato radicale come Sanders. Negli Stati Uniti una persona di colore può essere miliardaria ma finire comunque uccisa dalla polizia. Anche se un afroamericano frequenta un college di buon livello e riesce a ottenere un buon lavoro, io come bianco avrò sempre un vantaggio su di lui perché la mia famiglia mi ha lasciato in eredità una casa, per esempio. Fino agli Sessanta, infatti, ai neri non venivano concessi mutui o prestiti. Non c’è modo di ignorare il fatto che il capitalismo americano si è organizzato attorno a questa differenziazione. Anche se per un miracolo riuscissimo a ripartire da una situazione di compiuta uguaglianza, ci sarebbero comunque poliziotti razzisti pronti a sparare, un sistema economico che non permette agli afroamericani di accumulare e trasferire ricchezza da una generazione all’altra, e qualcuno che non legge i curriculum delle persone con un nome o un indirizzo “troppo da nero”.

Quali sono le sfide per i movimenti come Black Lives Matter in cui si incontrano lotte antirazziste e forme di lotte di classe interne al mondo del lavoro?

Questa è una domanda da un milione di dollari. Se in America avessimo sindacati più forti forse potremmo avere qualche giorno di malattia o di vacanza in più o diritto ai congedi parentali in tutti gli stati. Nel nostro sistema politico chi vince piglia tutto – e chi perde non prende niente. Anche per questo non abbiamo un Labor Party o un Black Party. Tutti i movimenti politici di sinistra fanno poca strada nelle istituzioni e il Partito democratico può, per esempio, permettersi di dare per scontato il voto degli afroamericani. A meno che tu non distrugga della proprietà privata è molto difficile trovare un politico disposto a darti retta. Anche i sindacati più forti non hanno modo di far valere il loro peso politico se non appoggiano uno dei due partiti maggioritari.

Una polveriera ancora umida

09 giugno 2020

Ferruccio Gambino

La scena dell’omicidio appare in filigrana come l’ultimo atto di un fatale linciaggio con mancata impiccagione. Al centro sta un boia in divisa da poliziotto, sprovvisto, suo malgrado, di una forca o di un albero a cui appendere il malcapitato: e quindi George Floyd viene soffocato dal boia che per quasi nove minuti gli tiene il ginocchio sul collo e, con noncuranza, ha la mano sinistra in tasca, mentre tre colleghi presidiano e assicurano l’ordine pubblico contro gli astanti indignati. Un linciaggio alla spicciolata, in presenza di alcune persone ostili al boia, e non più, come un tempo, di una folla di linciatori assetati di sangue. La scena è stata ripresa e ha fatto il giro del mondo.

Negli Usa gli antichi soprusi si legano ai nuovi, gli omicidi della polizia corrono sotto traccia con i morti di pandemia, l’indignazione di fronte alle angherie e alle disuguaglianze va intensificandosi e a fine maggio sfocia in vaste rivolte e dimostrazioni urbane. È la più ampia ondata di sollevazioni dopo gli anni Sessanta ed è scatenata dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis, una delle dieci città più vivibili degli Stati Uniti.

George Floyd, afroamericano, era uno dei quasi 40 milioni di individui rimasti senza lavoro né salario, né assicurazione sanitaria, né assistenza pubblica a seguito del Covid-19. Floyd era stato recentemente licenziato dal suo posto in un supermercato. Il corpo del reato che ha portato al fermo di Floyd è una sua banconota da 20 dollari che il cassiere di un negozio ha sospettato essere falsa. A fronte di una banconota sospetta la polizia lo ha arrestato. Questo è uno dei tanti omicidi di routine da parte delle polizie locali.

Negli Stati Uniti le forze di polizia dipendono in gran parte dai poteri locali e in particolare dal sindaco. Si tratta di circa 800.000 agenti, di cui il 13,3 % afroamericani (in linea con la loro incidenza demografica), e soltanto il 12 % donne. Dunque, si tratta di una rete organizzativa capillare e con forti legami conservatori, a schiacciante predominanza maschile: impiegati municipali remunerati convenientemente e dotati del potere di sparare e di arrestare, mentre le polizie federali contano circa 120.000 effettivi. Nei 233 anni che ci separano dal varo della Costituzione degli Stati Uniti, così come non è ancora stata approvata una legge federale contro il linciaggio, non si è trovata l’occasione di stabilire un protocollo federale per il reclutamento, i criteri di selezione e di formazione, i limiti degli interventi delle polizie locali e la rendicontazione del loro operato. La combinazione di un potere federale cinicamente remoto con il dominio delle consorterie locali è il frutto bacato di una struttura decentrata nell’immensa provincia statunitense. Le polizie locali sono sorte verso la metà dell’Ottocento in formazioni sociali differenziate al Nord, al Sud e all’Ovest, ma quasi dappertutto intorno al patriziato danaroso e ci restano abbarbicate.

Prima dell’Indipendenza, nel Nord coloniale i maschi abili erano sempre reclutabili per il mantenimento dell’ordine, e ancor più per l’accaparramento di terre e per la difesa della sicurezza degli europei contro le popolazioni native. Verso la metà dell’Ottocento, quando l’immigrazione dall’Europa diventa massiccia, i poteri locali strutturano le prime forze di polizia. I penultimi immigrati devono tenere a bada gli ultimi arrivati, sicché gli anglo-sassoni sorvegliano irlandesi e tedeschi, poi questi sorvegliano russi, polacchi e italiani. Infine, nel Novecento, durante la Grande migrazione dal Sud degli ex-schiavi afroamericani (1910-1970), i gendarmi di origine europea sorvegliano strettamente i ghetti. Tuttavia dagli anni Cinquanta, grazie alle lotte per i diritti civili, si apre un varco di accesso agli afroamericani nei corpi di polizia, anche se con forti differenze tra città.

Fin dai tempi coloniali nel Sud schiavista e nei territori di confine i maschi bianchi abili erano reclutabili non soltanto contro le fughe e le insurrezioni di schiavi, ma anche contro i loro innocui assembramenti. Un bianco ordinario poteva essere amico del singolo afroamericano ma si allarmava e diventava minaccioso quando ne notava un gruppo in uno spazio pubblico. Nelle campagne del Sud le cosiddette “pattuglie schiaviste”, prima della Guerra civile, erano mobilitabili a un cenno delle autorità locali, anticipando di qualche decennio il Ku Klux Klan e le altre organizzazioni suprematiste, sorte in reazione all’abolizione della schiavitù.

Insieme con il pattugliamento, il linciaggio, sovente un linciaggio popolare bianco, è stato l’altro cardine della “legge e ordine” a sfondo razzista, un fenomeno endemico, prima nel West contro chi era etichettato come intruso e malfattore, e poi nel Sud contro gli afroamericani non più schiavi e contro altre minoranze, in un crescendo che toccò il suo picco alla fine dell’Ottocento. Durante la Grande migrazione afroamericana verso il Nord, come qui spiega Ferdinando Fasce, i riots dei bianchi contro gli insediamenti degli afroamericani in quartieri misti hanno progressivamente terrorizzato e rinchiuso gli afroamericani e le afroamericane nei ghetti. La rendita immobiliare fondata sul razzismo si è incrinata soltanto dopo le rivolte antirazziste degli anni Sessanta.

Il Tuskegee Institute ha contato 4473 linciaggi tra il 1882 e il 1968, di cui 3446 contro afroamericani, una cifra che pecca per difetto. Nel Novecento gli organi federali hanno spinto a favore della pena di morte legale per diminuire il numero dei linciaggi e mitigare la cattiva fama degli Stati Uniti in proposito; al contempo, il governo ha lasciato alle polizie locali ampio margine alle esecuzioni per le spicce sul luogo del presunto crimine. Così è andato quasi azzerandosi il numero dei linciaggi dopo gli anni Cinquanta, mentre diminuiva anche il numero delle esecuzioni capitali legali fino agli anni Settanta e poi ancora nello scorso ventennio. In compenso, aumentava il numero degli omicidi da parte delle polizie. Studiando la storia dei linciaggi lo storico Michael Pfeiffer ha scritto che i moderni eccessi razzisti delle polizie urbane del ventesimo secolo e anche dopo hanno caratteristiche da linciaggio.

Le uccisioni di uomini e donne da parte delle polizie locali statunitensi suppliscono ai linciaggi e soddisfano non solo i suprematisti bianchi in senso stretto, ma anche i difensori a oltranza della proprietà, che viene prima della vita degli altri, come argomenta qui l’articolo di Bruno Cartosio. In particolare, chi è maschio, giovane e afroamericano deve prendere continue precauzioni per evitare l’incidente, lo scontro e l’arresto con le polizie, anche per futili motivi, così come hanno sempre fatto i suoi antenati negli scorsi 350 anni. Dal canto loro, fin dall’inizio della Grande migrazione, come dimostrano le statistiche, le donne afroamericane hanno preso la via dell’emigrazione dal Sud ancor prima dei loro fratelli e mariti, al fine di sfuggire agli stupri e alle violenze dei padroni bianchi.

Anche nel Nord e nell’Ovest la vigilanza costante è d’obbligo per evitare guai con le polizie. Nel confronto con l’Europa, il reclutamento e la formazione delle forze locali negli Stati Uniti lasciano a desiderare. Contro un periodo di circa due anni di tirocinio richiesto in Europa, negli Stati Uniti bastano in media 16-20 settimane di addestramento per prendere servizio in molte polizie locali. La paga è sicura e conveniente e neppure l’omicidio intenzionale da parte di un poliziotto può diventare un reato federale.

Il degno rappresentante democratico al Congresso Hank Johnson, afroamericano e buddhista, ha un bel presentare e ripresentare il suo disegno di legge (Police Accountability Act) fin dal 2017 per rendere reati federali gli omicidi premeditati e preterintenzionali da parte di poliziotti, ma finora senza alcun successo. Inoltre, le forze di polizia statunitensi possiedono un armamento inimmaginabile per le polizie di molti altri paesi. Con il cosiddetto Programma 1033 della presidenza Clinton (1997) la linea di demarcazione tra l’armamento delle forze armate federali e quello delle polizie locali è sempre più sfocata. Il Programma 1033 ha perfezionato la collaudata consuetudine dei conferimenti gratuiti di surplus militare – comprensivo di armi da guerra – alle polizie locali. Il Programma, calcolato in 6,8 miliardi di dollari di conferimenti, è stato parzialmente interrotto sotto la presidenza Obama (2015). Con l’avvento di Trump il Programma 1033 è ripreso a tutto vapore (2017). In breve, le polizie locali sono militarizzate e generalmente dimostrano di esserne fiere e appagate.

Quando, com’è accaduto di recente, un senatore repubblicano di Washington ha richiesto «una soverchiante dimostrazione di forza per disperdere, arrestare e in definitiva dissuadere i facinorosi», ossia «gli infiltrati Antifa, i criminali nichilisti e i radicali di sinistra», tutti hanno capito che il suo ovvio riferimento non è certamente alle armi leggere. In una recente intervista concessa al londinese Guardian, l’attivista californiano di Black Lives Matter, Cephus X Johnson ha così riassunto la situazione: «Il suprematismo bianco non vincerà ma l’aspetto doloroso è che diventerà ancora più malvagio». E tuttavia va notato che albeggia la fine dell’isolamento e della solitudine dei “popoli scuri” negli Stati Uniti, che il mito della classe media statunitense è in crisi profonda e che le enormi sperequazioni di classe sono diventate insopportabili per tanti/e giovani, quale che sia il colore della loro pelle. La solidarietà internazionale contro la discriminazione induce anche giovani di altri continenti a dimostrare e a fare i conti con il passato coloniale e il presente neocoloniale, non soltanto in Europa ma anche – pur tra enormi rischi di repressione – in Africa e altrove: un potenziale fino a poco tempo fa pressoché invisibile. Anche queste scene sono state riprese e hanno fatto il giro del mondo.

Le strade della sollevazione

9 giugno 2020

Bruno Cartosio

L’omicidio di George Floyd a Minneapolis il 25 maggio ha innescato una sollevazione generale. Una conflittualità sociale dispiegata e duratura come nessun’altra da decenni, violenta e non violenta, afroamericana e non, di uomini e donne di “colori”, età e condizione diverse. Una ragnatela di centinaia di manifestazioni di massa, constatava il New York Times il 7 giugno, che ha avvolto gli Stati Uniti in un «coerente movimento nazionale contro il razzismo del sistema». Gli afroamericani sono alla testa della protesta, come lo erano stati negli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, quando l’ultimo loro grande movimento aveva imposto cambiamenti radicali – contro il razzismo istituzionale e contro la povertà – nella società statunitense. Ma dopo quest’ultimo mezzo secolo di reazione la storia si deve ripetere. E stavolta la rabbia per gli omicidi da parte delle polizie locali, già allora scintilla delle rivolte urbane, è esasperata dall’innalzamento drammatico della disoccupazione e dalla devastazione dei contagi da Covid-19 degli ultimi mesi.

La polizia è violenta sempre, ma il numero degli afroamericani ammazzati dai poliziotti negli anni recenti – gli ultimi noti tra marzo e maggio: George Floyd in Minnesota, Ahmaud Arbery in Georgia (da ex poliziotti), Breonna Taylor in Kentucky e Manuel Ellis nello stato di Washington – è insopportabilmente alto: 755 tra il 2017 e oggi, quasi la metà dei bianchi (1308), nonostante che i neri siano il 13% della popolazione. È in risposta a questa brutalità selettiva che sono venute, storicamente, le rivolte più distruttive. “Occhio per occhio” era scritto su un cartello illuminato dalle fiamme: stazioni e auto della polizia incendiate, vetrine infrante e negozi saccheggiati. E quindi repressione con forze di polizia militarizzate e Guardia nazionale (e con l’esercito dispiegato come forza di occupazione interna, se i militari avessero obbedito a Trump). Il quale ha scritto con sincerità tanto rivelatrice quanto provocatoria: «Quando cominciano i saccheggi, si comincia a sparare»; citando le parole del capo razzista della polizia di Miami, Walter Headley (1967) e del razzista segregazionista governatore dell’Alabama George Wallace (1968) ed evocando quelle con cui nel 1970 Ronald Reagan – allora governatore della California – aveva invocato un “bagno di sangue” per ridurre al silenzio il movimento contro la guerra.

Nella rabbia di oggi c’è un condensato di verità storica. Le parole di Tamika Mallory a Minneapolis, una delle organizzatrici della prima grande “Women’s March” del 2017 contro Trump, sono state taglienti: «La ragione per cui gli edifici bruciano è perché questa città, questo stato hanno preferito conservare [il] nazionalismo bianco e [la] mentalità suprematista bianca… I giovani rispondono. Sono arrabbiati… Siate coerenti con quando dite che l’America è la terra dei liberi; non è stata libera per la gente nera. Siamo stanchi. Non parlateci di saccheggi, siete voi i saccheggiatori. L’America ha saccheggiato la gente nera; ha saccheggiato le terre dei nativi americani… Saccheggiare è quello che avete sempre fatto. E’ da voi che abbiamo imparato la violenza, quindi se volete che siamo migliori, allora siate voi a essere migliori».

Meno taglienti e altrettanto vere sono state le parole di Kareem Adbul-Jabbar, indimenticata superstar del basket: tu bianco vedi i neri che saccheggiano le vetrine di Target e pensi, non va bene, è una cosa che danneggia la vostra causa. «Non hai torto», ha scritto Kareem, «ma non hai neppure ragione»: il «razzismo in America è come il pulviscolo nell’aria. Sembra invisibile, anche se ti sta soffocando, fino a che non lasci entrare il sole. Allora vedi che è dappertutto».

Tuttavia, per la prima volta, la realtà di questa contraddizione non diventa un ostacolo insormontabile alla solidarietà e alla condivisione della piazza. La spiegazione c’è. Il crescere dei diversi antagonismi contro Trump e i drammi sociali degli ultimi mesi, direttamente e indirettamente legati alla pandemia, hanno fatto da catalizzatore. Pressoché ovunque al seguito dell’iniziale ribellione nera si è formata una composita corona di solidarietà politica combattiva e largamente non violenta. Tanto rappresentativa che non potrà essere ignorata, né ridotta a “delinquenti” (thugs), come li ha bollati Trump. Sufficientemente grande prima da accerchiare la Casa Bianca e costringere Trump a chiudersi nel bunker sotterraneo, e poi da riempire la capitale con un milione di dimostranti.

È forte la preoccupazione che le immagini di incendi e saccheggi possano giocare a favore della rielezione di Trump a novembre. E allora i grandi media, dopo lo sconcerto iniziale, hanno puntato cronache e immagini sulla tranquillizzante non violenza della protesta e le vaste solidarietà trasversali, tra cui quelle dei poliziotti “buoni” in ginocchio con i dimostranti. In tanti temono il ripetersi dei supposti effetti negativi che agitazioni e proteste ebbero sul voto del novembre 1968, quando Nixon vinse per un pelo sul candidato democratico Humphrey. Più che equivoco, quel richiamo è sbagliato: Nixon e la sua “maggioranza silenziosa” non vinsero per colpa del Movimento, ma grazie al 13,5% dei voti “sottratti” ai democratici nel Sud razzista da George Wallace, candidato indipendente dopo essere uscito dal Partito democratico contro la svolta johnsoniana a favore dei diritti civili e di voto dei neri.

Il pulviscolo razzista è presente «nel sistema educativo e giudiziario e nel mondo del lavoro»; è sempre lì, dice Kareem, l’ago dell’ingiustizia «non smette di pungere». Per i neri, anche se nelle strade è tanta la gente di buona volontà, alla violenza poliziesca si sovrappongono le altre due grandi crisi, disoccupazione e pandemia. La comunità afroamericana ne è stata investita più di ogni altra. L’Economic Policy Institute dà le cifre della realtà che i neri denunciano e contro cui hanno allargato la conflittualità attuale: sono il 13% della popolazione, ma i casi di Covid-19 sono per loro al 22% e le morti al 23%, e nel crollo verticale dell’occupazione la loro disoccupazione è di quattro-cinque punti più alta che per i bianchi.

Il prolungato disinteresse di Trump per le minacce della pandemia e le sue incoerenti decisioni ed esternazioni hanno avuto effetti devastanti su lavoro e salute. Tutte le rilevazioni hanno mostrato che gli afroamericani sono stati i più colpiti dal contagio (anche nelle carceri, dove sono in maggioranza). Poi, ad aprile, si sono aggiunte le chiusure e la crescita repentina dei licenziamenti, che in meno di due mesi hanno lasciato a casa 40 milioni di persone. Tra chi ha perso il lavoro la percentuale di afroamericani e latinoamericani, uomini e donne, è stata sproporzionatamente alta. Molti di loro non hanno risparmi accantonati e, perdendo il lavoro, hanno perso anche le coperture assistenziali (che arrivano tramite il datore di lavoro). I sussidi non bastano.

Non tutti i licenziamenti saranno definitivi, si dice, e alla lunga probabilmente sarà così: nelle ultime settimane di allentamento del lockdown quasi tre milioni di persone sono tornate a lavorare. Una parte saranno riassunzioni, ma molti posti di lavoro – sia nuovi, sia tra quelli che non sono stati cancellati – saranno a tempo parziale e a salari più bassi di prima. Nelle catene di fast food si rischia di perdere le conquiste salariali ottenute con le lotte degli ultimi anni. Lo stesso vale per i lavoratori e le lavoratrici che nel commercio, nella ristorazione, nell’alberghiero, nell’edilizia, nelle manifatture, nelle consegne erano riusciti a strappare condizioni di lavoro migliori e in qualche caso la sindacalizzazione. Gli assunti e le assunte negli ospedali e negli istituti di cura – anche lì salutati come gli “eroi del Covid-19” – hanno cominciato a essere tagliati, con l’attenuarsi dei contagi, e già in questi mesi hanno dato vita a significative forme di resistenza.

Tutti questi sono i settori a più alta occupazione di afroamericani e ispanici, quelli in cui le lotte salariali e per la sindacalizzazione sono state condotte con maggiore forza negli anni passati. Dovranno tutti tornare a lottare. Del resto, i maschi neri sono da decenni la componente di lavoratori più sindacalizzata e le donne nere e ispaniche sono state le protagoniste delle rivendicazioni degli ultimi anni. Non è un caso che siano stati i primi a essere licenziati e molti non saranno più assunti. Ma proprio la decisione con cui hanno lottato negli anni recenti ha dato anche ora a tanti di loro la motivazione necessaria per scendere nelle strade. La loro è una rabbia lucida, che coniuga l’insopportabilità delle violenze poliziesche con la risposta all’insulto razziale e l’inaccettabilità della condizione sociale. In prima linea nelle azioni di fuoco sono i più giovani, ma come in tutte le resistenze i meno giovani sono il retroterra necessario per dare peso politico, fare coalizione e tenere la barra del movimento.  

Editoriale

Marzo 2020

Scrive Sarah Lazare nel numero di In These Times del 12 marzo: «Pensavamo che il nostro sistema fosse caratterizzato da precarietà e senso di paura dei lavoratori, il Coronavirus ci ha fatto capire che è stato costruito così deliberatamente».

È vero. Tutte le caratteristiche negative del nostro tempo, in termini di sistema capitalistico in generale e in termini di sistema-Italia, stanno venendo a galla in maniera più chiara e più comprensibile di quanto abbiano potuto fare le migliaia di analisi e di denunce degli ultimi vent’anni.

Noi cominciamo qui la nostra avventura di Officina Primo Maggio. Eravamo pronti a uscire quando è partita l’emergenza. Far finta di nulla era ridicolo, mettersi a fare grandi analisi, tanti lo facevano, meglio di quanto avremmo potuto fare noi. Vorremmo provare allora a cambiare gioco e a pensare che cosa di positivo potrebbe nascere nella testa della gente, perché se c’è un dato certo è che il “pensiero unico” con il Coronavirus è andato in frantumi, e almeno su un paio di cose dovrebbe avere qualche difficoltà a ricostruire la sua compattezza di prima.

Primo, il ruolo dello stato e del servizio pubblico in generale.

Il problema però non dobbiamo guardarlo solo con l’ottica dell’emergenza: anche il più accanito neoliberale oggi è disposto a invocare uno stato autorevole, un comando centralizzato, una sanità pubblica efficace per combattere un virus. No, dobbiamo ripensare il ruolo dello stato da dove lo avevamo lasciato con Primo Maggio, e precisamente da quando ci siamo posti il problema dello smantellamento del welfare state. Quello che stava accadendo ce lo avevano spiegato Fox Piven e Cloward: non era tanto la demolizione del welfare quanto la sua trasformazione in sistema di regolazione e controllo. Si era in piena stagione dei movimenti di rivolta, Regulating the Poor era il titolo del loro libro e noi trovavamo analogie impressionanti con quanto avveniva in Italia con la cassa integrazione: non era solo un ammortizzatore sociale, era un’arma di pacificazione di massa per ingabbiare le lotte del “lungo autunno”.

Queste cose ce le siamo scordate completamente quando agli inizi del millennio e di fronte al crescere della precarizzazione si è lanciata la parola d’ordine del “reddito garantito” e non si è riflettuto abbastanza che le forme di erogazione di sussidi possono diventare strumenti di marginalizzazione – visto che l’attivazione di politiche del lavoro rimane fine a se stessa – oppure di limitazione della libertà individuale quando occorre. Proprio in Germania, il paese forse più attrezzato per questo, tanti giovani poveri rinunciavano al sussidio pur di non vedersi capitar in casa i controllori a metter le mani negli armadi. Con l’emergenza attuale tutti corrono a chiedere elemosina allo stato, il sussidio (chiamato ipocritamente “incentivo”) rischia di diventare un modello di politica economica. Sono le imprese a sgomitare in prima fila con il cappello in mano, la mano invisibile del mercato se la sono scordata.

Se il governo Renzi si è divertito ad amputare tentacoli piccoli e grandi di stato – dalla soppressione delle province e delle loro competenze sulle tematiche del lavoro, alla soppressione del corpo dei forestali (pochi mesi prima che una bufera eccezionale sradicasse parti importanti e preziose dei nostri boschi), a quella del Magistrato alle Acque di Venezia –, già prima di lui era cominciata la grande svendita dei beni demaniali: aree ed edifici pubblici ceduti ai privati a prezzi di mercato, rinunciando a investire in progetti di impiego sociale o di pubblica utilità. E ancor prima: nel 1997 Bassanini proponeva di trasformare in Spa tante aziende municipalizzate dei servizi essenziali. Quattordici anni dopo per salvare l’acqua pubblica ci vorrà addirittura un referendum. Il risultato fu chiarissimo: no alla privatizzazione. Ma non è bastato. Insomma, è dall’epoca di Mani Pulite e dello yacht Britannia, cioè per tutto il tempo della Seconda Repubblica, che il mestiere dei nostri governi è demolire lo stato dopo averlo logorato o svenduto.

Quello che è avvenuto in questi anni non è solo la riduzione dello stato al minimo ma anche la trasformazione di quel minimo in strumento di controllo, selezione e in ultima analisi creazione di diseguaglianza: un apparato burocratico che appare sempre più pesante, parassitario e corrotto.

Sicché non basta dire “torniamo al pubblico” ma occorre andare alle radici per rifondare la cultura, l’etica del servizio pubblico contro l’idea neoliberale della “pura efficienza” dell’apparato, perché questa invocazione dell’efficienza è quella che ha consentito d’introdurre i dettami del mercato nel sistema pubblico. Riscoprire il ruolo dello stato non è possibile senza una rivalutazione del senso etico del funzionario pubblico, di quello che un tempo si chiamava “senso di responsabilità”. Ed è proprio questo che la pandemia da Covid 19 ha dimostrato: la figura simbolo in questa emergenza s’identifica oggi con la professione nella quale vige un vincolo di giuramento a un preciso codice deontologico: la professione sanitaria. E subito dopo il pensiero corre alla figura dell’insegnante. Sanità e scuola, se non poggia su queste fondamenta, ogni discorso sullo stato mostra la corda. In principio c’è la “sostanza umana” della professione, il Beruf weberiano, poi viene la scienza dell’organizzazione, poi le tecnologie – delle quali comunque, come si vede dall’indice, intendiamo occuparci.

Eppure non basta nemmeno questo, non è possibile riscoprire il ruolo dello stato e nello stesso tempo evitarne i poteri di controllo senza uno slancio di reale partecipazione democratica. Per esempio, un aiuto statale, in forma di sussidi per pagare l’affitto, può rivelarsi uno strumento di oppressione: chi avrà diritto a questi incentivi? E nello stesso tempo, in ragione delle regole di mercato, più che alleggerire il problema, può benissimo generare un innalzamento degli affitti. Ben altra partecipazione popolare richiede una reale gestione democratica del diritto all’abitare.

E l’economia? Questo è il terreno sul quale molto probabilmente, superato il virus, il “pensiero unico” può ricomporsi. Bisogna impedirlo. Per ora non ci addentriamo, lo mettiamo però in agenda nel lavoro di Officina Primo Maggio, limitandoci a richiamare l’attenzione su quei testi che sono tornati a parlare di “economia fondamentale”. Ciò che ha costituito la caratteristica del capitalismo degli algoritmi, simboleggiato dal modello Amazon e dalla funzione logistico-distribuiva, è la sua vocazione a soddisfare bisogni non essenziali. Riportare lo stato nella sfera economica significa concentrare le scelte prioritarie sui bisogni essenziali. Ci diranno che è facile a dirsi in situazioni d’emergenza dove qualche regola di mercato può essere sospesa senza troppi ostacoli, ma come farlo passare nel “new normal”? Un modo potrebbe essere prendendo il toro dalle corna digitali, come abbiamo tentato di fare in alcuni nostri articoli. A ben pensare, la rivoluzione digitale intesa come capitalismo delle piattaforme e degli algoritmi si è concentrata soprattutto sulla prestazione di servizi che non rispondono a bisogni essenziali. In questo primo numero abbiamo cercato di guardare in concreto cosa succede nel mondo di Industria 4.0. e di Logistica 4.0. Nel prossimo, se vogliamo parlare di stato, dovremo misurarci con l’Agenda digitale, con la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. È un salto in avanti oppure un modo per congelare lo stato attuale del sistema pubblico e renderne più complessa una riforma sostanziale? Su questo terreno, sul terreno delle reti, l’emergenza ha messo a nudo il ruolo essenziale di Internet – come potrebbe altrimenti una popolazione chiusa in casa comunicare e lo smart working di molte aziende funzionare? – e la sua natura di habitat dal quale non possiamo più uscire. L’art. 82 del decreto Cura Italia è tra quelli meno criticabili.

Se dobbiamo guardare avanti e immaginare che questa emergenza possa riaprire delle partite che ormai sembravano definitivamente chiuse, uno dei terreni a noi più congeniali – avendo messo in testa al nostro programma il conflitto nei rapporti di lavoro – è quello della fabbrica. Sì, quanto è accaduto e sta accadendo in quella specie di sfera residua del paese che si chiama “manifattura”, che si chiama “industria” – tanto residua da far dire ai primi decreti che lì tutto continuava as usual,mentre altrove tutto si poteva e si doveva fermare – riapre un orizzonte di rapporti sociali e di dinamiche organizzative che non dobbiamo chiederci se sono obsolete o meno ma se sono o non sono espressione di bisogni essenziali, senza i quali parlare di democrazia non ha senso.

È nelle fabbriche, infatti, che si è manifestata la prima scossa a un sistema imputridito. Dettata dalla paura, certo (ma perché, la classe operaia deve avere sempre “nobili sentimenti”?). Abbiamo cercato di capire che cosa stava succedendo con un lavoro di inchieste-lampo.

Le agitazioni erano cominciate prima, ma è dopo la conferenza stampa di Conte della sera dell’11 marzo che esplode la protesta, a sentir dire il premier che tutto (o quasi) si poteva chiudere in Italia, tranne le fabbriche. Tale e quale la posizione espressa da Confindustria: la produzione industriale non si doveva assolutamente fermare, una sospensione delle attività avrebbe provocato danni irreparabili al sistema economico, tagliando fuori le aziende italiane dalle catene di produzione internazionali e dalla possibilità di competere. Immediata la reazione degli operai: il giorno dopo scioperi e fermate un po’ ovunque.

Invece di capire al volo che il clima era mutato di colpo, Assolombarda per bocca del suo presidente definiva irresponsabili quei sindacati che avevano dichiarato sciopero, anzi “istigato” allo sciopero. Non aveva capito che erano stati “spinti” e talvolta “costretti” allo sciopero non da chissà quale voglia di protagonismo ma dai loro delegati, pressati, sommersi da una moltitudine operaia che si era sentita come presa in trappola. «Come? Gli impiegati possono lavorare a casa, in smart working, e noi chiusi qua dentro senza misure precauzionali, senza mascherine, senza disinfezione degli ambienti, senza tute protettive, attaccati spesso l’uno all’altro, mentre a tutti gli italiani si chiede di stare almeno a un metro e mezzo di distanza?». E allora di colpo, nel giro di poche ore, è caduto il sipario sulle condizioni igieniche dei nostri luoghi di lavoro, dalla metalmeccanica alle banchine dei porti alla cantieristica. Si è rotta la coltre di silenzio e di omertà che ormai da molti anni impediva di vedere e di dire che in molti luoghi di lavoro non esisteva nemmeno il sapone nei bagni, dove gli interventi di igienizzazione e sanificazione non erano mai stati fatti, dove i dispositivi di protezione individuali non erano mai stati introdotti; mancavano le premesse per una gestione ordinaria dell’igiene, figuriamoci per una situazione d’emergenza. Alla faccia dello Statuto dei Lavoratori, di cui tra poco festeggeremo il cinquantesimo anniversario.

Questa spinta operaia si è rovesciata innanzitutto sui delegati di fabbrica, sulle rappresentanze sindacali aziendali (Rsu), sui rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls), figure che nel corso degli anni erano state ritenute “ridondanti” e poco per volta erano state “sfoltite”, decimate, depotenziate, mentre aumentava a dismisura la produzione normativa sulla sicurezza e il suo delirante corredo burocratico. Il Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 maggio 2014, sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria prevede che il numero dei componenti delle Rsu deve essere di 3 nelle unità produttive che occupano fino a 200 dipendenti; 3 ogni 300 dipendenti nelle unità produttive che occupano fino a 3.000 dipendenti; 3 ogni 500 dipendenti nelle unità produttive di maggiori dimensioni. Nessun criterio viene definito invece sul rapporto numero di dipendenti/responsabili della sicurezza territoriali (Rlst).

E d’improvviso queste figure, questo esile strato di rappresentanza, diventano l’unico filtro, l’unica mediazione, l’unica realtà istituzionale che si frappone tra una rabbia esasperata, mista a sconcerto e paura, e un padronato, un management, incapaci di rendersi conto di quanto sta succedendo. E trovano di nuovo, forse dopo anni, decenni, una loro legittimazione, una loro autorevolezza, che ha consentito di concludere decine di accordi. Là dov’era più forte, il sindacato – in particolare la Fiom – veniva a trovarsi come unico punto di riferimento istituzionale, mentre Confindustria e le rappresentanze padronali sul territorio venivano messe da parte come un inutile ingombro, le multinazionali non le consideravano nemmeno e la maggioranza dei datori di lavoro presto capiva con chi era meglio mettersi a un tavolo. Bisognava trovare la quadratura del cerchio: da un lato chiudere le fabbriche per consentire di adottare le misure minime di sicurezza, ma chiuderle quel tanto che non avrebbe impedito di evadere gli ordini, che in molti casi erano schizzati in alto proprio a causa del virus. Ordini di clienti esteri, che temevano di vedersi arrivare addosso le misure drastiche che l’Italia stava adottando e volevano riempire le scorte. Non tutte le fabbriche si trovavano in questa condizione ovviamente, perché tante erano a corto di ordini da tempo, per queste andava bene poter fare un po’ di Cig. In tutte però il tasso di assenteismo era cresciuto, era al 20-25%, per autodifesa o, soprattutto, per far fronte a obblighi familiari resi difficili dalla chiusura delle scuole. Quindi occorreva trovare soluzioni differenziate. Per averne un’idea, citiamo dal comunicato sindacale della Fiom di Brescia del 12 marzo:

Dopo le aziende in cui è già stata definita la chiusura nei giorni scorsi in misura diversa […] sono aumentate le realtà dove è stata disposta una diversa organizzazione del lavoro, dal turno centrale a turni avvicendati, con riduzione degli orari, oppure riduzione dell’orario pur su un unico turno di lavoro, oppure rotazione delle presenze con utilizzo permessi/ferie per assenti.

Ma là dove il sindacato è più forte, come a Reggio Emilia e in parti della Regione emiliano-romagnola, i provvedimenti sono stati presi in anticipo anche rispetto ai decreti del governo. Grazie alla presenza capillare dei delegati, il sindacato è stato in grado di capire prima dell’autorità sanitaria (le Asl si sono rivelate strutture inconsistenti dopo la falcidia agli organici inflitta loro negli ultimi anni) quali misure di sicurezza assumere e ha redatto un vademecum fatto pervenire alle fabbriche, utilizzando anche una What’sApp cui erano iscritti più di 500 delegati.

Ma anche in Emilia Romagna, come in Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Liguria, interi settori sono sguarniti sindacalmente, la presenza di sindacati di base talvolta compensa l’assenza o l’inconsistenza delle grandi centrali ma spesso c’è il vuoto. Tuttavia anche in questi settori la protesta spontanea di base, pur timidamente, si è manifestata ed è riuscita a smuovere le acque, qualcosa dunque sta cambiando. E poi c’è il resto, il buio delle migliaia di piccole e minuscole realtà da dove non arrivano voci. E poi ci sono le ditte d’appalto che lavorano per le aziende sindacalizzate e non: non hanno diritti, figurarsi protezioni o mascherine. Da loro non è mai entrata la Costituzione (ma grazie a loro siamo leader mondiali nella costruzione di navi da crociera…). E poi ci sono i precari, gli occasionali, i freelance, c’è il mondo brulicante della gig economy, l’universo dove il conflitto non è mai arrivato.

Ci sono luoghi dove le nostre inchieste-lampo non sono arrivate a raccogliere informazioni sufficienti, altri dove abbiamo potuto ascoltare un po’ di voci. Il Veneto è uno di questi. Ed è emerso un quadro variegato, contraddittorio dove paura di ammalarsi e rabbia nel vedersi messi in ferie forzate convivono nella stessa persona. Alcuni padroncini si sarebbero attivati per procurare mezzi di protezione, timorosi di veder arrivare i controlli; ma pochissimi tra operaie e operai ci hanno poi detto di aver veramente visto arrivare i controlli delle delle autorità competenti. Molte microimprese e certe Pmi sono aziende a conduzione famigliare, contesti in cui buona parte del parentado lavora a stretto contatto con i dipendenti, sono aziende subfornitrici che fanno lavorazioni conto terzi. «Non è che i padroni non ci pensano, hanno paura anche loro di ammalarsi. Sono tutto il giorno in fabbrica. Ma se chiudiamo c’è il rischio di perdere i clienti, questi poi si trovano un altro fornitore e non li rivedi più». Aziende fragili, raramente sindacalizzate. In questi casi le aspettative risiedono tutte nell’azione del governo, sono luoghi dove la frustrazione potrebbe esplodere quando verrà chiesto di stringere i denti per risollevare l’Italia. È troppo presto per fare previsioni, chissà, forse tra qualche mese la rabbia che seguirà alle difficoltà economiche potrebbe spingere alla coesione con il piccolo padronato, e rivolgersi direttamente contro la politica, contro lo Stato, reo di non aver elargito sussidi a sufficienza.

Ma eccoci a un secondo atto del dramma. Il 22 marzo, di fronte a una protesta operaia che chiede sicurezza e sospende il lavoro, il governo emana un nuovo Decreto dove si definiscono le attività industriali e commerciali considerate essenziali e autorizzate a funzionare, tutte le altre avrebbero dovuto chiudere. A detta dei sindacati l’elenco delle attività industriali contenute nel Dpcm era troppo ampio e comprendeva settori che con i servizi fondamentali (sanità, agro-alimentare, energia ecc.) avevano ben poco a che fare.

Le dichiarazioni pubbliche di Confindustria che rivendicavano il merito di aver ottenuto un elenco di attività così “ecumenico” hanno riacceso gli animi e si è arrivati a una serie di scioperi dichiarati da intere categorie sindacali, in maniera unitaria (settore metalmeccanico, chimico-tessile-gomma-plastica e carta) con il risultato che il 25 marzo il governo è nuovamente intervenuto modificando, con un Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, il precedente elenco in modo da diminuire il numero di lavoratori chiamati al lavoro. Ad esempio, nel settore metalmeccanico si stima che la sospensione poteva avere effetto sul 90% della forza lavoro. Ma nella norma era stata inserita una scappatoia per le imprese “escluse” che avrebbero potuto, mediante autocertificazione, dichiarare di essere al servizio delle filiere fondamentali e chiedere l’autorizzazione a proseguire l’attività. Affidato ai prefetti, rappresentanti territoriali dello stato, il compito di verificare la veridicità delle autocertificazioni. Clamorosa la deroga che consente le attività dell’industria dell’aerospazio e della difesa, sempre previa autorizzazione dei prefetti. Considerarle attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, al pari del settore sanitario e agroalimentare, è una decisione che non ha bisogno di commenti. La norma, scritta – com’è buona tradizione italica – in maniera imprecisa e ambigua, ha gettato i territori nella più totale confusione. Com’è consolidata tradizione dei paesi dove lo stato è debole, le singole prefetture si sono mosse in maniera difforme, in particolare per quanto riguarda il coinvolgimento del sindacato nel processo di selezione: alcune hanno fornito gli elenchi delle imprese che avevano inoltrato l’autodichiarazione, altre hanno semplicemente comunicato l’elenco delle imprese che avevano già autorizzato a operare, alcune si sono preoccupate di mantenere un rapporto di condivisione con il sindacato avendo un occhio all’ordine pubblico, altre hanno semplicemente manifestato la loro impotenza, travolte dalle richieste e impossibilitate a esaminarle celermente. Sta di fatto però che Confindustria è riuscita a far rientrare dalla finestra quello che era stato cacciato dalla porta. Mentre chiudiamo questo editoriale ci sono segnali che le agitazioni stanno riprendendo, la parola è di nuovo ai territori. Che tenuta avrà questa possibile seconda ondata di scioperi? Quante famiglie ormai cominciano a non avere i soldi per mangiare? La riapertura di molte attività avrà l’effetto di ritardare il superamento dell’emergenza e il ritorno alla normalità? Oltre a tutti i danni che ha prodotto negli ultimi decenni, dovremo ringraziare Confindustria anche di averci fatto pagare un prezzo più alto in termini di contagiati e di morti? Noi del conflitto – del conflitto dentro il rapporto di lavoro – abbiamo fatto un programma, il primo punto di un’agenda culturale, di un’intenzione di ricerca. E riteniamo che il conflitto manchi soprattutto dentro il lavoro intellettuale, creativo, digitale. Non ci facciamo illusioni, il paese, uscito stremato dalla crisi del Coronavirus, chiederà alla gente di lavorare “pancia a terra”, ma forse qualche spinta verso il superamento dell’individualismo e della rassegnazione porterà la gente a guardare con occhi diversi la necessità della coalizione. E quando accadrà, saremo pronti a dare una mano. Non c’interessa fare una rivista, c’interessa fare un’operazione politico-culturale, c’interessa mettere il nostro minuscolo gettone per cambiare le cose.

Emergenza Covid-19. Intervista a Vittorio Agnoletto

Sara Zanisi

Pubblichiamo l’intervista raccolta da Sara Zanisi a Vittorio Agnoletto, medico del lavoro, docente di “Globalizzazione e Politiche della Salute” presso l’Università degli studi di Milano, tra i fondatori della Lila Lega italiana per la lotta contro l’Aids. La conversazione è stata registrata in audio lo scorso 17 marzo a Milano attraverso una video call, perché erano già in vigore le restrizioni di movimento e incontro imposte dall’emergenza Covid-19. È su questo argomento che la redazione di Opm ha voluto ascoltare la testimonianza di un medico impegnato non solo sul fronte del contenimento dell’epidemia, ma anche su quello dell’informazione e della divulgazione scientifica: Vittorio Agnoletto infatti è stato da subito attivo sul piano della comunicazione alla cittadinanza, sia attraverso Radio Popolare – emittente milanese in cui dal 2015 conduce la trasmissione “37 e 2” sui temi dell’handicap e dell’invalidità civile –, sia attraverso il blog su Il Fatto Quotidiano, il blog personale e la pagina Facebook – da cui trasmette quotidianamente dal 18 marzo 2020 un video-aggiornamento quotidiano sul Coronavirus.[1]

Zanisi: A noi interessa mettere a fuoco gli aspetti dal punto di vista del lavoro, oggi – com’è organizzato il lavoro e cosa resterà sul lavoro in futuro. La prima questione: cos’è successo quando l’emergenza Covid-19 è arrivata e come ha impattato sul modello regionale che abbiamo in Lombardia?

Agnoletto: Io proporrei come percorso di analizzare i problemi che si sono verificati di fronte alla vicenda Covid in Regione Lombardia e in Italia. Poi comincerei a vedere il perché, cosa è successo, dando qualche dato di riferimento legislativo a livello nazionale, per capire perché la situazione è andata così. Va bene questo taglio?

Zanisi: Assolutamente sì, poi alcune questioni che abbiamo messo a fuoco per capire meglio se possiamo parlare di una “visione fordista” della sanità pubblica. Perché si è scelto di “efficientare” il servizio sanitario, riducendo il numero dei posti-letto? Se c’è una visione di questo tipo, che conseguenze ha avuto e ha? Cosa sta succedendo a chi lavora nel sistema sanitario, come vengono tutelati oggi i lavoratori e le lavoratrici della sanità?

Agnoletto: Vado a schema, vediamo cosa non ha funzionato, poi vedremo le ragioni. Primo punto: avevamo una “finestra di opportunità” – così definita dall’Oms – cioè il periodo da quando il virus è arrivato in Cina a quando è comparso in Occidente, ossia in Italia. Questa finestra di opportunità di circa un mese, considerato che il virus sarebbe comunque arrivato – in un mondo globalizzato era inevitabile –  avrebbe dovuto essere utilizzata per preparare tutte le strategie necessarie per cercare di contrastarlo e ridurne al minimo l’impatto. Si è persa questa finestra di opportunità, al di là delle vicende dei voli, non è stato attivato il servizio sanitario soprattutto nell’ambito della prevenzione, della informazione, del coinvolgimento della popolazione. Qualche esempio semplice. Prima cosa, banale, si deve informare la popolazione: bisogna avere un numero di telefono dedicato per poter dare le informazioni, perché nel momento in cui si annuncia l’arrivo di un virus con quelle caratteristiche si sa che una fetta di popolazione andrà in ansia. Tutto questo non è stato fatto, e questo è il primo errore. Sono questioni di sanità pubblica, non è solo questione di buon senso, sono cose che si studiano.

Zanisi: Ci puoi spiegare meglio cos’è la sanità pubblica e cosa non c’è stato in termini di prevenzione, studi epidemiologici, gestione di sanità pubblica?

Agnoletto: Non è stato creato un numero di telefono dedicato ma sono state convogliate tutte le domande per avere informazioni sul 112, che invece è un numero per le emergenze (infarti, borseggi, incidenti, eccetera), così hanno bloccato il numero di telefono importantissimo per le emergenze. Questo è stato un errore assolutamente fondamentale. Quando poi hanno dato i numeri dedicati suddivisi a livello regionale hanno messo pochi operatori e non hanno puntato sulla loro formazione, che invece è stata la prima cosa realizzata in Cina. Non c’è stato poi uno staff governativo dedicato a informare il paese e i mass media da un punto di vista scientifico e comunicativo, come invece si deve fare di fronte a un problema di sanità pubblica: cercare di avere una comunicazione che dia l’impressione che il governo non è stato colto alla sprovvista e che ha una serie di informazioni su come affrontare la situazione; comunicare quello che avremmo incontrato, come sarebbe stato gestito, quali sono i rischi veri, quali sono le tematiche, in modo da evitare allarmismi. C’era circa un mese e mezzo di tempo, le autorità cinesi erano disponibili a condividere tutte le informazioni, c’erano i report dell’Oms, ma tutto questo non è stato fatto. Questo avrebbe bloccato l’allarmismo e alcuni meccanismi dei media? Sicuramente no, avrebbe però potuto fortemente ridurne l’impatto emotivo, avrebbe reso autorevole l’intervento delle massime istituzioni sanitarie per segnalare quale media stava fornendo informazioni errate e avrebbe modificato il rapporto con la stampa. È un punto di vista tecnico, non politico, che dovrebbe essere ovvio quando si gestisce una problematica di salute pubblica. Questo non è stato fatto.

E non è stata fatta una terza cosa, fondamentale nella sanità pubblica, cioè la corresponsabilizzazione della popolazione attraverso le informazioni e la spiegazione di come queste debbano essere utilizzate. Per rifarsi a un riferimento culturale, in Nemesi Medica. L’espropriazione della salute (1976), Ivan Illich poneva il problema di non delegare la cura della propria salute, che deve essere il risultato di una collaborazione tra l’apparato sanitario e la popolazione che diventa corresponsabile e consapevole della propria condizione.

D’altra parte noi avevamo un’esperienza fortissima in Italia, quella di decenni di lotta contro l’aids, in cui si è dimostrato come l’azione della società civile e delle associazioni aveva svolto un ruolo enorme, perché queste realtà sapevano comunicare, trovare le parole giuste e soprattutto sapevano che la comunicazione si fa per target mirati. Nella nostra situazione, la comunicazione ad ampio spettro – cioè quella televisiva, per capirci – può avere un’importanza abbastanza limitata, si deve comunicare utilizzando vari linguaggi comprensibili. Questi sono studi, pratiche, scuole di sanità pubblica, che andavano fatti, ma tutto questo non è stato realizzato, punto a capo.

I medici di medicina generale sono stati lasciati completamente allo sbando.

Non sono stati protetti gli operatori di pronto soccorso né gli ospedali

Seconda problematica. Noi abbiamo una rete di operatori sanitari che sono gli Mmg, i medici di medicina generale con un contratto di convenzione a livello nazionale. È la rete più diffusa: tutto il mondo ci invidia questa rete, grazie alla quale tutti coloro che risiedono in Italia – cittadini italiani, immigrati regolari e perfino i minori irregolari – sono iscritti presso un medico, il pediatra di libera scelta o il medico di medicina generale; certo gli Mmg sono stati ridotti di numero, ma tutti i cittadini sono iscritti. Questa era la prima linea che avevamo, che andava rafforzata e messa in condizioni di sapere cosa doveva fare e di agire in sicurezza. Rispetto a questi operatori non è stato fatto nulla, sono come la prima linea di una truppa che è stata lasciata completamente allo sbando sotto il fuoco avversario senza avere nessuno strumento per difendersi. La prima mail che è arrivata loro, dicendo che potevano andare a ritirare le mascherine a Milano, è arrivata il 4 marzo, quindi oltre dieci giorni dopo la comparsa del caso di Codogno. Prima che comparisse questo caso – e c’era già stata l’avvisaglia di due cinesi a Roma – bisognava dare le istruzioni ai medici di base, procurare guanti, camici monouso e mascherine; bisognava prepararsi a dirigere il flusso; avvisare la popolazione che non doveva – se sospettava il Coronavirus – dirigersi verso i pronto soccorso, perché questi luoghi sarebbero diventati un ambito dove vi era il forte rischio di diffusione del virus; né doveva andare nelle sale di attesa dei medici di medicina generale, perché sono in genere affollate e vi sarebbe stata una significativa possibilità di infettarsi o di infettare altre persone. Quindi anche qui altri errori enormi: i cittadini avrebbero dovuto avere a disposizione un numero verde, da una parte, e dall’altra ricevere l’indicazione di contattare telefonicamente il proprio medico curante, il quale avrebbe dovuto ricevere l’indicazione di fissare gli appuntamenti per i sospetti di Coronavirus in orari distanziati l’uno dall’altro, sarebbe cioè stato necessario pianificare l’azione dei medici di medicina generale.

Tutto questo col senno di poi? No, tutte le informazioni c’erano, perché la cosa importante in questo caso è sapere qual è la via di trasmissione del virus. Se si conosceva la via di trasmissione del virus, si sapeva anche come si poteva trasmettere l’infezione dall’uno all’altro, si era assolutamente in grado di prendere tutte queste precauzioni. Queste cose non sono state fatte. Non solo, non sono stati neanche protetti gli operatori dei pronto soccorso e degli ospedali.

Zanisi: Perché? Questo è il risultato del costante smantellamento della medicina preventiva e della medicina del lavoro?

Agnoletto: Perché da noi la medicina del lavoro in ambito ospedaliero e in ambito sanitario è una parola, non è un fatto. I servizi di medicina preventiva sono ridotti al lumicino, i medici del lavoro sono liberi professionisti, che lavorano per datori di lavoro che possono licenziarli quando vogliono – io stesso sono stato licenziato. Alla Asl è rimasto solo il ruolo ispettivo. Anche dentro gli ospedali tutte le misure universali di precauzione definite dall’Oms sono giusto un testo che si studia solo se uno fa l’esame di “Medicina Preventiva” prima di laurearsi. Questa è un’altra questione grave, non sta nella “normalità” di un’epidemia che si arrivi ad avere circa il 12% degli infettati tra il personale sanitario, è una cosa assolutamente gravissima, perché in questa situazione si ammalano coloro che devono curare la popolazione!

Zanisi: Cosa sta succedendo, che tipo di osservatorio hai? Gli operatori sanitari come si stanno organizzando, autodifendendo? Perché poi c’è tutto il tema delle inadeguatezze negli approvvigionamenti dei dispositivi di protezione individuale, a cui stiamo assistendo soprattutto negli ultimi giorni: hai qualche segnale da parte degli operatori sanitari?

Agnoletto: Sono sommerso da segnali degli operatori sanitari 24 ore al giorno, da tutti gli ospedali. Ovunque la situazione è drammatica, realmente drammatica. Le mascherine Ffp3 o Ffp2 sono in numero scarsissimo. Nelle linee del Ministero hanno previsto che all’interno degli ospedali i dispositivi di protezione individuali siano obbligatori unicamente per coloro che trattano i pazienti Coronavirus-positivi, tutti coloro che fanno altre pratiche o altri triage non hanno l’obbligo di questi dispositivi, hanno solo l’obbligo della distanza. Una follia, perché questo vuol dire che si ammalano moltissimi operatori sanitari. Quattro giorni fa [il 13 marzo, n.d.r.] avevamo 1.674 operatori sanitari infetti, oggi possiamo pensare che di aver superato abbondantemente le 2.000 unità di personale medico o sanitario infetto. Quindi ci sono pochissimi strumenti di protezione individuale anche proprio dentro gli ospedali, per non parlare dei medici di medicina generale. È un problema gravissimo.

Sono usciti due comunicati – uno dell’Ordine nazionale e uno dell’Ordine dei medici della Lombardia – drammatici. Questi comunicati non sono fake news, sono reali, sono comunicati durissimi perché gli Ordini dicono al governo che quello che è avvenuto – la mancanza di strumenti di protezione – sta trasformando coloro che devono curare in coloro che diffondono il virus. È una situazione veramente pesantissima. Come ha reagito il governo a queste vicende, come ha reagito la Regione? La Regione Lombardia ha fatto un disastro, non ha fatto nulla di quello che abbiamo detto sopra, ha voluto poi dimostrare che erano in grado di agire direttamente senza passare attraverso il governo e hanno ordinato delle mascherine che non sono mai arrivate. Poi c’è la polemica: non sono mai arrivate perché loro hanno sbagliato gli indirizzi di ordinazione, perché hanno preso una lista di aziende chiuse? Oppure non sono arrivate perché le aziende avevano detto che le avrebbero mandate e poi non le hanno mandate? Questo non lo sappiamo. Sta di fatto che le ordinazioni fatte dalla Regione non sono andate a buon fine, non è arrivato nulla, per questo motivo la Regione ha perso parecchi giorni prima di passare la palla alla Protezione Civile. A quel punto la Protezione Civile agiva anch’essa in ritardo: ha dovuto andare a recuperare le mascherine sul mercato internazionale, con tutta la concorrenza e le problematiche che ci sono in questi giorni. Questo è quanto successo dal punto di vista prevenzione.

Di fronte a questa situazione il governo cosa fa? Fa linee guida dove dice: tutti i cittadini che sono venuti in contatto con una persona positiva al Coronavirus devono stare in quarantena protettiva – di prevenzione, definiamola – per 14 giorni, tranne il personale che ha il contratto sanitario; costoro, se sono venuti a contatto con un collega che è positivo, vanno avanti a lavorare e solo qualora dovessero mostrare la febbre e sintomi respiratori, a quel punto verranno sottoposti a tampone. Questa è una roba da pazzi. Perché l’hanno fatto? Perché si sono resi conto di quanti sono gli operatori che si sono infettati: se si dovesse andare a verificare gli operatori infettati, molti di loro dovrebbero restare a casa e dovrebbero essere chiusi molti reparti. Ma se li lasciano lavorare pur essendo positivi, questi rischiano di infettare altre persone, altri colleghi e altri pazienti che sono ricoverati, con il risultato che se l’epidemia non si risolve in pochissimi giorni una parte del personale sanitario che si è infettato a un certo punto evolverà verso la fase più grave, mostrerà sintomi conseguenti all’infezione e vi sarà un numero enorme di operatori sanitari che staranno a casa. Se per ogni medico che diventa positivo non si possono lasciare a casa tutti i colleghi che sono venuti in rapporto con lui, altrimenti si rimarrebbe senza medici, allora bisogna garantire una sorveglianza sanitaria continua. Per esempio a costoro si deve fare il tampone ogni tre giorni, in modo tale che si trovi il virus immediatamente, appena si presenta. A quel punto si lasciano a casa, non si può rischiare che questi continuino a lavorare essendo positivi infettando altre persone, perché a un certo punto una parte di costoro evolverà, e si registrerà una curva in ascesa di operatori sanitari a casa. Questo è quello che sta avvenendo in questo momento. Gli esempi di guerra sono tremendi… dopo aver sacrificato la prima linea si finisce per sacrificare – purtroppo è così – anche la seconda linea di operatori scelti, e bisogna rimpiazzarli col reclutamento. In guerra era così, i ragazzi tra i 16 e 18 anni, nella Prima guerra mondiale andò così…

Zanisi: E i “ragazzi del ’99” sono i neolaureati?

Agnoletto: Bravissima, questo è il quadro! C’è una follia nella gestione, anche perché oggi non c’è bisogno di medici generici, c’è bisogno di medici di pronto soccorso, del dipartimento emergenze, di malattie infettive; ed è chiaro che non c’è bisogno di neolaureati né di ultrasettantenni, che sono le persone più suscettibili all’infezione. C’era un patrimonio sanitario non indifferente e questo patrimonio bisognava tutelarlo. Quando il virus supera la prima linea, mette in crisi la seconda linea e impatta sui reparti ad alta specializzazione, cioè impatta sulle emergenze.

Zanisi: Il più grave rischio sanitario attuale sembra sia il limite del numero dei letti ospedalieri, in particolare quelli delle terapie intensive: ma perché siamo a questo punto? Perché in Italia abbiamo 5.000 posti di terapia intensiva contro i 28.000 in Germania e i 20.000 in Francia?

Agnoletto: Qui si apre un altro problema: noi abbiamo un numero limitato di posti di emergenza e soprattutto di macchinari, per cui se c’è il letto ma non ad esempio la cpap (Continuous Positive Airway Pressure), cioè quello strumento che serve per fare una respirazione forzata attraverso una pressione positiva di ossigeno, paradossalmente il letto è inutile. Quindi alla carenza di materiale protettivo si aggiunge quella di strumenti tecnologici di cura: anche su questo non si è previsto assolutamente nulla – eppure dalla Cina le informazioni erano precise – e poi bisogna andare sul mercato a cercarle, ma a questo punto sul mercato ci sono Francia, Germania, Austria, Svizzera, Spagna e via dicendo, anche questo è stato un altro punto problematico.

La Lombardia ha distrutto i servizi di prevenzione verso la popolazione e nei luoghi di lavoro:

sono stati ridotti in termini di numero e di vigilanza

Questo è il quadro che abbiamo di fronte adesso. Cerchiamo di capire le ragioni, in modo schematico. Sono molto semplici, consistono nella privatizzazione del servizio sanitario e nell’assunzione della logica della privatizzazione anche dentro le strutture pubbliche. Quindi c’è un dato materiale: la forte presenza del privato nella sanità. Che a sua volta amplifica un’ideologia aziendale che ha pervaso tutto il servizio sanitario: in Lombardia il privato sanitario convenzionato raccoglie il 40% della spesa sanitaria corrente della Regione.

Zanisi: Questo è un dato che mi interessa approfondire. Si destina il 40% del budget disponibile a un numero di strutture e soprattutto di posti letto molto più basso. Stando ai dati pubblicati qualche giorno fa, notavo che in Lombardia ci sono 68 strutture di privato convenzionato con circa 7.500 posti letto – di cui 380 in terapia intensiva – che sono più o meno il 20% dei posti letto lombardi, ma a fronte di un budget che è il doppio. Il privato convenzionato gestisce una percentuale molto maggiore del totale della spesa sanitaria: quasi 7 miliardi, sui 17,5 miliardi annui spesi in Lombardia, vanno a soggetti privati convenzionati. Ora è evidente questo dato, che forse non era così esplicito ed evidente prima, se non per gli addetti ai lavori.

Agnoletto: Il privato costa molto di più del pubblico, lo confermano tutte le statistiche internazionali.

Zanisi: Prova a spiegare perché.

Agnoletto: Perché le forme di rimborso del pubblico verso il privato sono maggiori dei costi che sosterrebbe il pubblico per il medesimo intervento; perché una volta che sono stati istituiti i drg – ossia un sistema che permette di classificare tutti i pazienti attraverso la diagnosi di dimissione, dalla quale dipende l’entità dei rimborsi – il privato è molto bravo a cercare di utilizzare questi meccanismi per avere i maggiori profitti possibili: il privato è in grado di giocare con le varie diagnosi per le diverse patologie, con lo scopo di massimizzare i rimborsi attraverso le diagnosi maggiormente remunerative.

Senza contare tutto quello che è vera e propria truffa – la Lombardia è piena anche di inchieste sulla corruzione in ambito sanitario –, come ad esempio dichiarare patologie che non ci sono, fare interventi chirurgici che sono ben retribuiti quando magari non sono necessari e si potrebbe continuare a lungo con molti altri esempi. E dato che la Regione ormai da tempo ha rinunciato a una forma seria di controllo dell’agire del privato, è evidente che il privato, una volta stabilite le modalità di rimborso, giocherà al rialzo per avere il massimo di rimborsi possibili.

Zanisi: Questo c’entra anche con il fatto che i posti in terapia intensiva presso le strutture private sono pochi?

Agnoletto: Stiamo dicendo che il 40% della spesa sanitaria in Lombardia va al privato, questo privato che finalità ha? Sono cose banali ma ce le dimentichiamo, la sanità privata è frutto di azionisti che sono finanziarie, banche, grandi multinazionali ecc., che investono nella struttura privata perché vogliono avere dei profitti, ovvio, come qualunque altra azienda. Il privato ha profitti quanto più ci sono malattie, è banale ma è così: è evidente che il privato non ha nessun vantaggio a lavorare sulla prevenzione, perché non solo la prevenzione non produce profitti, ma la prevenzione abbassa i profitti. Se anziché avere quattro pazienti oncologici ne hai tre perché si riesce a convincere qualcuno a fumare di meno e quindi non sviluppa il tumore, è evidente che al privato questo non va bene, perché guadagna sul malato oncologico, non guadagna sul cittadino che ha smesso di fumare e non sviluppa il tumore, quindi quanti più malati ci sono tanti più profitti fa il privato. Mentre la logica del pubblico è esattamente il contrario: quanti meno malati ci sono, quanto più il pubblico guadagna perché risparmia nella fiscalità generale e spende meno nella cura; sono due culture totalmente diverse.

In Italia, in particolar modo in Lombardia, non solo è stato appaltato moltissimo al privato, ma abbiamo introiettato nel pubblico la logica del privato quando siamo passati dalle Ussl (unità socio-sanitarie locali) alle Asl (aziende sanitarie locali), abbiamo trasformato il servizio sanitario in aziende che hanno assunto la logica delle aziende private. Quindi noi abbiamo il privato che non ha nessun interesse nella prevenzione e non ha interesse in alcuni settori, quali il pronto soccorso e le emergenze, perché sono settori che hanno un basso margine di guadagno, mentre il privato ha interesse nella chirurgia, nella cura delle patologie croniche, tutti ambiti dove si possono realizzare guadagni enormi. I dati sono vecchi, perché sono riferiti al 2006/2007 ma non credo che siano cambiati molto: circa il 60-70% delle strutture pubbliche ha i pronto soccorso e il dipartimento di emergenza; nel privato questa percentuale non arrivava al 30%.

Zanisi: Come l’integrazione pubblico/privato e la riforma del sistema dei rimborsi ha impattato sull’organizzazione del lavoro nella sanità in Lombardia?

Agnoletto: Il pubblico da parte sua cosa ha fatto in questi anni? Ha praticamente distrutto quelli che in Lombardia erano i servizi numero uno: i servizi addetti alla prevenzione verso la popolazione, la prevenzione nei luoghi di lavoro, le vaccinazioni, le campagne di informazione ecc. Non solo sono stati ridotti in termini di numero, ma è sempre più ridotta l’attività ed è ridotta ai minimi termini tutta l’attività di vigilanza e di controllo. Quindi noi abbiamo una medicina che è privatizzata in gran parte e, secondo, abbiamo una medicina dove il settore privato comanda sul pubblico in termini di ideologia, quindi di comportamenti e di indicatori di valutazione – per esempio per confermare o meno un direttore generale nel pubblico, che è una nomina politica, le Regioni, salvo rare eccezioni, usano gli indicatori propri delle aziende private: i profitti realizzati, e non per esempio la soddisfazione dell’utenza, la capacità di fornire servizi e via dicendo.

Infine si è aggiunto un altro elemento: le politiche degli ultimi trent’anni hanno sempre più tagliato il settore sanitario e il welfare. Prendiamo un dato solo come riferimento: nel 1981 avevamo in Italia 530.000 posti letto, nel 2017 ne abbiamo meno della metà. Quindi questo ci dà immediatamente la misura. Nel 2016 avevamo 3,2 posti letto per 1.000 abitanti in confronto a una media dei paesi Ocse che arrivava a 4,7.

Quindi il virus è arrivato quando il Servizio Sanitario Nazionale era già sotto un fortissimo attacco da parte delle scelte di tutti gli ultimi governi. Poi, senza dilungarci troppo, possiamo tranquillamente dire che in Regione Lombardia siamo andati anche oltre: il tentativo di fare la riforma sui malati cronici che affidava le patologie croniche a gestori per la maggior parte privati era proprio il timbro che l’ente pubblico rinunciava ad assumersi la responsabilità della cura dei cittadini e la delegava ad aziende private, che su quello avrebbero creato il business. Questo avviene al di fuori di qualunque visione clinica, medica, perché si chiede a una persona di affidare la cura delle patologie croniche a un gestore e di rimanere per le patologie acute con il proprio medico di base, medico di famiglia. Un’assurdità, perché noi siamo una persona sola, è necessaria una visione olistica: se si affida il diabete al gestore perché è una patologia cronica e una insufficienza renale acuta al medico di base, cosa succede se uno non ha i dati raccolti dall’altro? Una follia. Ma dentro queste delibere regionali c’era la logica della privatizzazione dei malati cronici, che costituiscono il 70% della spesa sanitaria corrente della Regione Lombardia, quindi una scelta molto precisa. Una scelta che s’è dimostrata anche attraverso la chiusura di molti ospedali e di molti reparti nel pubblico, e poi lì vicino apriva una clinica privata che lavorava sugli stessi settori dove chiudeva l’ospedale pubblico. La Lombardia è disseminata di situazioni di questo tipo. Per questo abbiamo lanciato una campagna dicendo che prima di andare a costruire nuovi ospedali occorre riaprire gli ospedali pubblici che la Regione aveva appena chiuso, adesso ovviamente è necessario vedere in che condizioni li hanno conservati.

Zanisi: Si sta parlando di incremento di posti letto nel privato convenzionato e di accelerazione del sistema di accreditamento: cosa sta succedendo? Quali differenze ci sono tra aprire nuovi accreditamenti nel privato, allestire un ospedale di emergenza al Portello affidandolo a Bertolaso o recuperare reparti e spazi anche dentro ospedali pubblici? Qui mi sembra di vedere che si contrappone questa logica, che hai descritto molto chiaramente, di privatizzazione del pubblico e di interiorizzazione di questo modello: ce lo stiamo ritrovando identico in questo momento di emergenza, mi sembra di capire…

Agnoletto: È assolutamente così. Poi, se vogliamo, possiamo vedere come è avvenuto tutto questo.

Zanisi: Perfetto. Possiamo provare a fare una breve storia, dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978 alle riforme degli anni Novanta, fino a oggi, anche solo per pietre miliari, però rileggibili in prospettiva storica.

Agnoletto: Tutto parte con la legge 833 del dicembre 1978, che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) e che sostituisce le mutue precedentemente esistenti. Questa riforma ha come fondamento il diritto universale alla salute. È una riforma che si richiama all’articolo 32 della Costituzione sul diritto alla salute e in particolare – come pochi sanno – alla seconda parte dell’articolo 3 della Costituzione. Tutti ne conoscono la prima parte, “non è ammessa nessuna discriminazione…” ecc., ma pochi sanno che la seconda parte dice che è responsabilità della Repubblica rimuovere quegli ostacoli che impediscono di usufruire dei diritti sanciti dalla Costituzione. Questo è l’articolo che attraverso la nostra Costituzione affida alla Repubblica un ruolo attivo, e non di puro arbitro della dinamica sociale: la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che impediscono ai cittadini di beneficiare dei loro diritti, tra questi c’è il diritto alla salute. La legge del 1978 istituisce questo sistema universale, che è quel che poi ci è stato invidiato da tutto il mondo. Veniva istituito un Piano sanitario nazionale (Psn) che stabiliva obiettivi, durata, importo del fondo sanitario nazionale e che quindi prevedeva una capacità amministrativa nazionale che permetteva di individuare degli obiettivi: non si va più solo a gestire l’esistente ma si stabiliscono degli obiettivi, e questo è importante. Non solo, veniva affidato il ruolo ai Comuni e ai sindaci di svolgere il controllo sull’operato delle Ussl, le unità socio-sanitarie locali: attraverso i Comuni si dà un ruolo attivo alla cittadinanza. Di fronte a questa riforma scattarono da parte del settore privato attacchi pesanti, perché la sanità rappresentava già allora un forte business: nel 1978 abbiamo in Italia l’apice delle riforme in difesa della sanità pubblica, poi da lì la storia comincia a girare nel senso opposto. L’altro elemento arrivò nel 1992 con la legge 502, che inserì dentro la riforma del 1978 elementi tipici del settore privato, quali l’aziendalizzazione e l’orientamento al mercato. Poi aumentarono le competenze e la responsabilità delle Regioni, quindi si lasciò alle Regioni per esempio la determinazione dei principi sull’organizzazione dei servizi e sull’attività destinata alla tutela della salute e sui criteri di finanziamento delle unità socio-sanitarie locali e delle aziende ospedaliere (Ao), e quindi cominciò a entrare dentro al Ssn anche la logica dell’azienda. Le Ussl vennero trasformate in Asl (aziende sanitarie locali) e in Ao (aziende ospedaliere), separando l’attività territoriale da quella ospedaliera. Questo è un altro passaggio, una medicina orientata al business punta solo unicamente sulla cura, come abbiamo visto, e trasforma l’ospedale nel centro di tutto, prosciugando il territorio. La 502 cominciò a separare, da quel momento si ebbero le Asl, strutture più povere, e le Ao che invece drenavano la maggior parte delle risorse. Tra l’altro, da quel momento il direttore generale cominciò ad avere un contratto di diritto privato con una durata dai tre ai cinque anni: questo accadde nella seconda fase.

Una medicina orientata al business punta solo sulla cura, non sulla prevenzione:

trasforma l’ospedale nel centro di tutto, prosciugando il territorio

Arriviamo a un altro passaggio: il “decreto Bindi”, D.L. 229 del 1999, che introdusse il concetto di accreditamento. Venne data alle strutture private la possibilità di competere ufficialmente con quelle pubbliche, entrambe però devono essere accreditate in modo da essere riconosciute regionalmente. Qui cominciò la competizione – in realtà una competizione truccata – tra il pubblico e il privato, che trasformerà lentamente il pubblico in una struttura che supporta il privato e lavora per il privato. Con la riforma Bindi i medici, che erano dipendenti pubblici, poterono scegliere tra rapporto di lavoro esclusivo a tempo pieno e il rapporto non esclusivo. I medici che scelsero di lavorare solo per il pubblico – scegliendo cioè il rapporto esclusivo – ebbero però l’autorizzazione a esercitare la cosiddetta intra moenia, cioè la libera professione all’interno dell’ospedale: prestazioni di un medico dipendente dell’ospedale che visita a pagamento un cittadino in un ambulatorio interno dell’ospedale, o talvolta anche esterno ma concordato con la direzione ospedaliera. Invece il rapporto non esclusivo con il Servizio Sanitario Nazionale consentì al medico di svolgere attività di libera professione indipendentemente dall’ospedale, quindi fuori della stessa struttura ospedaliera, nei propri studi privati, case di cura private, nei vari centri privati… Poi arrivò un contratto collettivo nazionale di lavoro successivo, che stabilì che i primari non avevano l’obbligo di orario bensì quello di perseguire gli obiettivi che gli venivano assegnati: questo nei fatti fece sì che qualche primario rimase in corsia per questione di coscienza, mentre qualche altro cominciò a farsi vedere meno delegando ad altri la gestione del reparto, garantendo però che venissero raggiunti gli obiettivi.

Col Piano sanitario nazionale che negli ultimi anni ha istituito i Livelli essenziali di assistenza (Lea) è stata introdotta la partecipazione alla spesa sanitaria, cioè i ticket. I ticket sono stati motivati dall’intento di disincentivare una richiesta di esami che finiva fuori controllo: come dire, lo stato già ti cura gratuitamente, tu però devi contribuire alla spesa. Questo obiettivo non è stato raggiunto, il ticket è un controsenso. Se diciamo che la fiscalità generale è quella che supporta il Servizio Sanitario Nazionale, semmai bisogna fare l’opposto di quello che hanno fatto i governi, cioè intervenire sulla fiscalità generale aumentando le aliquote. Nel dopoguerra c’erano dieci aliquote, adesso stiamo andando verso l’appiattimento. Tra l’altro il ticket è un’arma a doppio taglio. Se si introducono ticket uguali per tutti, è evidentemente un’ingiustizia sociale. Se invece vengono stabiliti ticket differenti in relazione al reddito, imponendo ticket troppo alti alle classi più agiate, queste si rivolgeranno direttamente al privato uscendo dal Servizio Sanitario Nazionale.

Questa è anche la questione contro la quale è andato a sbattere il ministro Speranza: non si agisce da sinistra se si aumenta il ticket, perché tutti i dati dimostrano che la classe sociale media viene spinta a rivolgersi al privato. Anche i ticket hanno contribuito a distruggere il Servizio Sanitario Nazionale. L’accesso ai servizi sanitari dovrebbe essere gratuito, il finanziamento dovrebbe arrivare da una fiscalità generale rimodulata; e, se si ritiene, quando vi sia un eccesso di prescrizioni inutili – seriamente documentato – si dovrebbero avviare percorsi di informazione e linee guida rivolte ai medici.

Faccio due ultimi accenni, in questo quadro nazionale, alla Lombardia, che ha amplificato tutta la questione della privatizzazione: la riforma Formigoni con la legge 31 dell’11 luglio del 1997 ha inserito il principio di sussidiarietà solidale. La sussidiarietà non è stata prevista solo tra le persone e le famiglie, ma anche tra servizi pubblici e servizi privati accreditati, e questo meccanismo è quello che ha favorito ancora di più la privatizzazione. A questo poi sono seguiti vari aggiustamenti, le varie leggi regionali approvate successivamente che seguono questa indicazione, fino ad arrivare alla riforma sanitaria di Maroni del 5 agosto del 2015, che determina le Asst (Aziende socio-sanitarie territoriali), rimarcando ancora una volta la divisione tra ospedale e territorio. Poi recentemente hanno istituito la divisione tra Asst (Azienda socio-sanitarie territoriale) e Ats (Azienda di tutela della salute), creando un’altra serie di complicazioni nella programmazione e arrivando poi alle famose delibere – neanche sono legge, sono delibere – sui malati cronici. Questo è il quadro caratteristico della Lombardia, che parte con la riforma Formigoni e la logica della sussidiarietà, che poi vuol dire che il privato sta sulle spalle del pubblico.

Zanisi: Hai fatto una sintesi chiarissima, efficacissima, che ci fa capire meglio come funziona il sistema. Con questo ultimo aspetto degli accreditamenti vorrei ritornare alla questione emergenza. Abbiamo visto in queste settimane come siano stati accelerati alcuni nuovi posti letto accreditati presso strutture private. Di questo, cosa è stato, come ha funzionato, cosa resterà dopo l’emergenza Covid-19?

Agnoletto: Quello che sta succedendo adesso è che inizialmente è stato coinvolto solamente il pubblico, poi c’è stata una grande forma di pressione – anche con la trasmissione “37 e 2” di Radio Popolare, dalla radio riusciamo effettivamente a esercitare una forma di pressione sulla Regione – e hanno cominciato a coinvolgere il privato accreditato. Cosa significa? Significa che la Regione in un pomeriggio fa quello che normalmente fa in sei mesi, cioè accredita nuovi letti, nuovi reparti, nuove strutture al privato: se c’è un ospedale, senza far nomi, che ha trenta letti di malattia infettiva accreditati col pubblico, di colpo ne accreditano altri quattordici e quindi lavoreranno accreditati col pubblico, e su questi letti il pubblico farà i rimborsi che ovviamente sono fonte di guadagno per il privato. Arriveremo alla fine della vicenda Coronavirus con un privato paradossalmente ancora più potente, perché avrà avuto gli accreditamenti a tempo di record. Si sta spostando ulteriormente l’asse verso le strutture private.

Secondo aspetto: con la delibera regionale n. 2906 dell’8 marzo 2020 la Regione Lombardia ha autorizzato le strutture pubbliche e le strutture private convenzionate, tranne quelle che lavorano solo come ambulatori distaccati dagli ospedali, a cancellare tutte le visite e gli esami che non rientrano nelle due categorie con codice “U” o “B”, cioè le urgenze entro tre giorni o quelle con attesa “breve” da eseguire entro dieci giorni. Le centinaia di migliaia di persone che si sono viste cancellare queste visite si sono rivolte al privato, chi aveva i soldi, perché sanno che altrimenti dovranno aspettare mesi per ri-prenotare. In un dibattito televisivo abbiamo chiesto direttamente all’assessore di far sì che il privato-privato (non convenzionato) che ha ereditato queste visite, le svolga facendo pagare al cittadino solo il ticket – o nulla, se esente; e che in seguito la Regione rimborsi le visite effettuate al medesimo costo che sarebbe stato sopportato dal servizio pubblico. Ma ovviamente nulla di tutto questo è stato fatto, quindi oggi abbiamo migliaia di cittadini lombardi che vanno a fare le visite nelle strutture private pagando cifre molto alte. Quindi alla fine della vicenda Coronavirus avremo un ulteriore spostamento di spesa sanitaria pubblica verso il privato, sia attraverso l’accreditamento, sia per un aumento della spesa out-of-pocket – cioè della spesa dei cittadini e delle famiglie – verso il privato, visto che il pubblico è stato bloccato in questa situazione e che il pubblico non ha ritenuto di dover intervenire con le modalità da noi proposte sulle strutture private.

Zanisi: Rimarremo anche noi attenti alle evoluzioni future. L’intenzione è quella di proseguire, con altre interviste e altri articoli, e rivedere a distanza di tempo cosa è successo, cosa è rimasto, cosa è cambiato. Grazie tantissimo.


[1] Si veda: Radio Popolare “37 e 2” ; Blog su Il fatto quotidiano; Sito e pagina Facebook di Vittorio Agnoletto.