Salario e diritti nei campi italiani

di Emiliano Zanelli

Quello che in molti si aspettavano da mesi è stato puntualmente confermato dopo il 15 di agosto, ossia allo scadere dei termini per usufruire della procedura straordinaria di regolarizzazione dei migranti: sulle oltre 200.000 istanze di regolarizzazione presentate, solamente poco più di 30.000 riguardavano lavoratori del settore agricolo. Ciò significa che i braccianti – i quali nei mesi primaverili erano stati figure assai presenti nel dibattito pubblico e avrebbero dovuto fare la parte del leone nella fase di attuazione del decreto, e per i quali la Ministra Bellanova si era commossa fino alle lacrime – a giochi fatti sono risultati figure di sfondo. Ma se anche il provvedimento avesse funzionato come previsto da alcuni, portando alla regolarizzazione di alcune centinaia di migliaia di migranti, il risultato sarebbe stato sì notevole, e per certi versi necessario, ma non avrebbe comunque risolto i molti i problemi e le criticità del settore del lavoro agricolo a partire dal quale, nelle convulse settimane di marzo 2020, aveva preso il via il dibattito poi precipitato concretamente nell’approvazione del decreto. 

Nel corso di quest’anno, infatti, abbiamo potuto assistere a un generale processo di messa a nudo delle contraddizioni delle nostre società, che in molti casi ha assunto una forma peculiare: per effetto delle misure di confinamento adottate tra la fine dell’inverno e l’inizio dell’estate, il funzionamento consueto di intere filiere produttive è stato stravolto – l’arresto improvviso della macchina ha permesso di osservarne il funzionamento più da vicino, e con maggiore chiarezza; da qui l’emergere di una inedita attenzione per il funzionamento dell’agricoltura in Italia, in tutta Europa, e in generale nel mondo intero. A titolo di esempio: in un’intervista rilasciata il 10 aprile a Isoradio, Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, ha affermato: «Oggi ci accorgiamo quanto è importante per il paese avere un’agricoltura forte». Pochi giorni, dopo, il 13 aprile, è stato addirittura Emmanuel Macron che, nel corso del messaggio alla nazione in cui annunciava quattro ulteriori settimane di confinamento, ha detto «bisognerà ricostruire un’indipendenza agricola» per la Francia. Dall’altra parte del mondo, e in una regione che, rispetto alla Francia e all’Italia, occupa una posizione completamente differente all’interno dell’economia globale, il 21 aprile Shri Pinarayi Vijayan, primo ministro dello stato indiano del Kerala e membro del Partito comunista indiano (marxista), ha esortato i suoi cittadini a rendersi autosufficienti per quanto riguarda la produzione del cibo, in modo da essere in grado di fare fronte a qualsiasi scenario in futuro, senza il fardello di una dipendenza da altri stati indiani o “esteri”. 

In tutti e tre i casi, però, a essere fonte di preoccupazione non era tanto l’agricoltura in sé, quanto la situazione di chi in essa lavora: la filiera grazie a cui il cibo raccolto nei campi si trasforma nel prodotto alimentare acquistabile nei punti vendita della distribuzione rischiava di interrompersi nel primo dei suoi tanti passaggi, a causa della carenza di lavoratori agricoli. «Rischiamo di rimanere senza cibo», hanno titolato giornali e telegiornali nei principali Stati europei, «perché mancano i lavoratori stagionali». Per effetto di quarantene, confinamenti e chiusure delle frontiere, rischiava di saltare la stagione dei raccolti, poiché oltre un milione di lavoratori stagionali, che normalmente affluiscono nell’Europa occidentale da quella orientale o da molti paesi africani e asiatici, non ha potuto o voluto farlo a causa del Coronavirus. Niente di nuovo: il processo che ha portato i lavoratori e le lavoratrici migranti a essere fondamentali per il funzionamento dell’economia europea, e particolarmente per un settore chiave come quello primario, va avanti da decenni, e ora si è reso visibile in tutta la sua portata.

Se guardiamo al caso italiano, le cifre ufficiali ci dicono che, nel 2017, quasi il 17% degli occupati nel settore agricolo era di provenienza straniera (147.122 persone, tra comunitari ed extracomunitari), impiegati per quasi il 90% con contratti a tempo determinato e in netta crescita rispetto agli anni precedenti. A marzo però la Coldiretti lamentava l’assenza di addirittura 370.000 stagionali che normalmente arrivano dall’estero e che coprono oltre un quarto della produzione agricola nazionale; ai primi di ottobre calcolava una riduzione di circa un terzo del numero di lavoratori stranieri presenti nelle campagne italiane. La difficoltà di una stima certa è strettamente legata alla irregolarità strutturale che caratterizza il settore: secondo l’ultimo rapporto dell’Inl-Ispettorato nazionale del lavoro (2019), le 5.806 ispezioni effettuate in aziende agricole hanno fatto registrare un tasso di irregolarità del 59,3%. Dei 5.340 lavoratori soggetti alle violazioni riscontrate, ne sono risultati 2.719 (51%) in nero, 229 dei quali cittadini extracomunitari senza permesso di soggiorno. 

Al di là di una stima precisa del fenomeno, alla cui entità non rendono del tutto giustizia i numeri rilevati dall’Inl, sono particolarmente interessanti le soluzioni avanzate per risolvere questa specifica emergenza, in cui il dibattito italiano ha sostanzialmente ricalcato quello europeo. In attesa di un intervento comune, le varie economie nazionali hanno cominciato a muoversi autonomamente: la Francia è stata la prima a lanciare una piattaforma online per fare incontrare la domanda di lavoro agricolo e l’offerta “autoctona”, dopo che il 24 marzo Didier Guillaume, ministro dell’Agricoltura, ha lanciato un appello a tutti i lavoratori rimasti a casa a causa del virus, affinché si unissero «alla grande armata dell’agricoltura francese» e colmassero le 200.000 posizioni lavorative lasciate scoperte dall’assenza dei consueti stagionali, provenienti soprattutto da Marocco, Romania e Polonia. Nel pronunciare questo appello Guillaume aveva in mente soprattutto i lavoratori dipendenti che stavano usufruendo dello chômage partiel, dispositivo assimilabile alla nostra cassa integrazione: secondo i dati pubblicati dal ministero del Lavoro francese, a maggio tale platea è arrivata a raccogliere 12,4 milioni di persone, alle quali è stata data la possibilità di cumulare la cassa integrazione che ricevono per il loro impiego “normale” e la retribuzione di questo impiego “straordinario”. Una sorta di incremento indiretto del salario, per rendere appetibile anche ai/alle francesi un lavoro svolto normalmente da lavoratori/trici stranieri/e per paghe minori, in quella che è stata definita una “delocalizzazione sul posto”. Una piattaforma analoga è stata lanciata anche in Germania, dove si sono fatti anche dei passi ulteriori: il 2 aprile è stato annunciato un massiccio piano di importazione della forza-lavoro dai paesi dell’Est Europa. Lavoratrici e lavoratori sono partiti dai paesi di origine e sono stati portati per via aerea in Germania, per poi essere smistati nelle campagne. Questa procedura ha coinvolto 40.000 persone per aprile e altrettante per maggio, a cui sono da affiancare le 20.000 che verranno prese dal bacino di riserva interno: disoccupati/e, studenti/esse, richiedenti asilo e cassintegrati/e. I primi effetti di questo piano non si sono fatti attendere: il 9 aprile la televisione rumena ha mostrato le immagini di centinaia di persone accalcate all’aeroporto di Cluj in attesa dei voli per la Germania – e tanto peggio per il distanziamento sociale. Aerei verso l’Est Europa sono partiti anche dalla Gran Bretagna, ma qui sono stati finanziati direttamente dalle agenzie di collocamento, che hanno sollecitato il Governo a prendersi in carico quest’onere. 

Vie simili sono state seguite in Spagna, dove il 7 aprile con un decreto si è permesso di svolgere lavoro nei campi a chi percepisce il sussidio di disoccupazione (ma non a chi percepisce un sussidio vincolato alla crisi da Coronavirus). Il Governo spagnolo, inoltre, ha deciso di ricorrere a una piattaforma online come quelle di Francia e Germania, e di rinnovare automaticamente i permessi di lavoro e di residenza di lavoratori stranieri già presenti in Spagna e in scadenza fino al 30 giugno.

Come si diceva, anche il dibattito italiano ha seguito queste linee di intervento, per cui sono state avanzate le proposte di:

 a) importare lavoratori direttamente dai paesi d’origine, attivando appositi flussi controllati come nel modello tedesco e premendo sull’Unione Europea affinché venissero istituiti appositi “corridoi verdi” per i lavoratori, oltre che per le merci; 

b) mettere al lavoro disoccupati/e, pensionati/e, studenti/esse, cassintegrati/e a causa del virus, percettori del reddito di cittadinanza: questa soluzione è stata ripetutamente evocata da Confagricoltura, da Coldiretti, dall’Alleanza cooperative agroalimentari, oltre che dalla stessa ministra Bellanova; 

c) regolarizzare i lavoratori e le lavoratrici migranti già presenti sul territorio, vale a dire il bacino di donne e uomini resi “irregolari” dalle politiche italiane di questi anni e costretti per questo a muoversi fuori dalla “legalità”: lavorare senza un contratto, abitare nei ghetti, essere sprovvisti/e di qualsiasi tutela di fronte alla violenza del caporalato, delle mafie, dei padroni.

Pur se in maniera tortuosa e contraddittoria, l’Italia ha seguito la terza delle vie proposte – si veda anche in questo numero l’articolo di Francesco Bagnardi e Giuseppe D’Onofrio – in modo da permettere a lavoratori/trici effettivamente presenti sul territorio nazionale di dotarsi dei documenti necessari a spostarsi al suo interno in un momento in cui la circolazione delle persone era stata subordinata al possesso di determinate credenziali; per esempio un contratto di lavoro. Vale la pena notare come la retorica che ha dominato questo dibattito, almeno tra i suoi esponenti istituzionali, sia stata tanto esplicita da risultare brutale: queste persone devono ottenere diritti poiché in questo momento ci serve che si possano muovere. Proprio il fatto che, in realtà, siano state presentate così poche domande riguardanti lavoratori/trici agricoli per una misura che era stata pensata come prioritaria nei confronti dei braccianti – e non dei lavoratori e delle lavoratrici domestiche che ne hanno usufruito per l’85% – ci permette di cominciare a mettere a fuoco l’elemento centrale del problema. 

Rischiamo di rimanere senza cibo – hanno titolato giornali e telegiornali nei
principali stati europei – perché mancano i lavoratori stagionali

È interessante anche commentare l’opzione b). Qui la retorica era differente: mettiamo al lavoro chi già percepisce un’indennità di qualche tipo dallo Stato, come il reddito di cittadinanza, così che dimostri di meritarsela, oppure chi in questo frangente si trova ad avere tempo a disposizione (studenti/esse, pensionati/e, cassintegrati/e); in questo secondo caso, forziamo i limiti e le restrizioni imposti all’uso residuo dei voucher in agricoltura, in modo che tutti costoro possano essere retribuiti con questa modalità. In entrambi i casi, il tentativo è quello di contenere il più possibile il costo della forza lavoro, impiegando manodopera che sia già “pagata dallo Stato” o retribuibile il meno possibile e con garanzie minime. Mentre in Francia è stato da subito esplicitato che i lavoratori e le lavoratrici in stato di chômage partiel avrebbero cumulato la cassa integrazione e il normale contratto da lavoratore agricolo stagionale (nella grande maggioranza dei casi, un contratto a tempo determinato), in Italia le proposte in merito sono state molto più fumose. 

I tentativi di spingere in questa direzione, portati avanti dalle associazioni datoriali e dai loro referenti politici, sono del resto perfettamente in linea con l’evoluzione recente di questo specifico settore del mercato del lavoro, vale a dire con il ricorso sempre maggiore a una forza lavoro in condizione di estrema vulnerabilità, irregolarità, flessibilità, come sono nella maggior parte dei casi i lavoratori/trici migranti, regolari e irregolari. In un settore che, in ogni caso, vede ancora una grandissima maggioranza di lavoratori/trici italiani/e, una simile tendenza, più che essere legata a retoriche che già suonano stantie («gli italiani non hanno voglia di fare lavori pesanti»), sembra derivare dal fatto che il costo della forza lavoro è la principale variabile cui può ricorrere il produttore per limitare i costi di produzione. Il lavoro dipendente in campo agricolo è sottoposto a una notevole frammentazione contrattuale per via del doppio livello in cui è articolato il suo inquadramento: un Contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) rinnovato ogni quattro anni che definisce i minimi salariali di area e un Contratto provinciale di lavoro (Cpl), anch’esso quadriennale e con rinnovo “a incastro” tra due Ccnl a cui viene affidato il compito di definire i valori dei salari relativi ai vari profili professionali. Il risultato è che il valore della retribuzione di una stessa mansione professionale può essere notevolmente differente da un territorio all’altro: in base a un’indagine riferita al 2018, l’ora di lavoro di un operaio a tempo determinato con mansioni generiche viene pagata in media 10,34 euro in Lombardia e 7,18 euro in Molise; l’oscillazione è ancora maggiore se interviene il fattore specializzazione, per cui gli “specializzati super” di Trento, Mantova e Siena ricevono all’ora più di 14 euro, mentre gli addetti alla raccolta di Padova, Cuneo o Ascoli si fermano a 6,5 euro. Costituisce pertanto uno squilibrio ulteriore il ricorso a una manodopera che può non essere contrattualizzata o che presenta molti più margini per un suo utilizzo irregolare. Per esempio lavoratori con contratto, ma di cui non vengono registrate le giornate di lavoro effettive: condizione diffusissima che accomuna forza lavoro italiana e straniera e che presenta conseguenze molto gravi come l’impossibilità di accedere, terminata la stagione, alla disoccupazione, che richiede un numero minimo di giornate lavorative registrate. 

Disegno: Zolta

Quindi si ricorre a lavoratori/trici stranieri/e per ridurre il costo del lavoro e, anche di fronte a una pandemia, ci si preoccupa non tanto che i raccolti abbiano luogo e la nazione possa nutrirsi, ma che i raccolti possano avere luogo alle condizioni di sempre, senza minare l’equilibrio tra salari e profitti.

Le rilevazioni effettuate settimanalmente dagli istituti di ricerca hanno mostrato un incremento costante delle vendite di prodotti alimentari a partire da fine febbraio, quando è iniziato il periodo di confinamento domestico. Questo incremento, però, non ha riguardato tutti i canali di vendita indiscriminatamente, ma uno in particolare: la Grande distribuzione organizzata (Gdo), ovvero supermercati, ipermercati, discount e simili, dove si trova una maggiore disponibilità di prodotti e prezzi più convenienti rispetto ad altre rivendite al dettaglio. Il confinamento non ha fatto altro che accentuare una tendenza in corso da tempo, inserendosi in un quadro che vede la quota di mercato occupata dalla Gdo in crescita costante da decenni. Nel 2016 gli oltre 26.000 supermercati presenti in Italia vendevano il 73,5% di tutto il cibo e le bevande consumate nel paese (dati 2018 tratti dal rapporto Al giusto prezzo di Oxfam). A questa concentrazione delle vendite ne corrisponde una ulteriore: dentro la stessa Gdo, infatti, assistiamo all’imporsi di pochi grandi marchi che concentrano quote di mercato sempre maggiori (nel 2017 le prime cinque aziende controllavano più del 50% del mercato). Ciò significa che per approvvigionarci di cibo dipendiamo sempre di più da un numero ristretto di imprese, che di conseguenza detengono un potere sempre maggiore. 

Cosa è successo quindi con il Coronavirus? Nelle quattro settimane dal 17 febbraio al 15 marzo – dunque dalle prime misure di confinamento applicate in pochi comuni in Lombardia e Veneto alla sua estensione a tutto il territorio nazionale – le vendite nei supermercati sono aumentate del 23% rispetto allo stesso periodo del 2019. Nelle stesse settimane aumenti ancora maggiori sono stati registrati per la spesa online: il +57% della prima diventa addirittura un +97% dell’ultima (tutti i dati vengono dal rapporto Ismea pubblicato a fine marzo 2020). Tra il 9 e il 15 marzo la variazione tendenziale è stata addirittura del +16,4%, e, seppur calando lentamente di intensità, il processo è continuato. Nel concreto, queste percentuali significano che nelle stesse settimane in cui una larga parte dell’economia ha affrontato la paralisi o la crisi, milioni di euro sono finiti nelle casse della Gdo (in molti casi anche grazie ad aumenti di prezzo dei prodotti o alla scomparsa delle consuete promozioni stagionali). Ma dove è andato a finire questo fiume di soldi? La vendita nei supermercati rappresenta il punto terminale della filiera agroalimentare: una filiera che, considerata nel suo insieme, rappresenta il primo settore economico del paese, con un fatturato di 538,2 miliardi di euro, 3,6 milioni di occupati/e e 2,1 milioni di imprese (dati dal rapporto 2019 della Fondazione Ambrosetti; per intenderci, il fatturato è oltre quattro volte superiore a quello del comparto automotive). 

Ma se è vero che il fatturato della Gdo è in costante aumento e che i prezzi degli alimentari in Italia sono del 12% più alti della media europea, non tutti i soggetti di questa lunga e composita filiera ne condividono i vantaggi. L’anello debole, in particolare, è rappresentato proprio dal settore agricolo, costituito in massima parte da imprese a conduzione familiare e con meno potere contrattuale: basti pensare che il 47% delle imprese agricole si deve spartire poco meno dell’8% del fatturato del comparto. In molti casi, tale situazione è dovuta al fatto che la Gdo, approfittando della sua posizione dominante, impone delle pratiche commerciali che poi si ripercuotono negativamente sulla filiera: nel 2013 un’inchiesta dell’Autorità garante della concorrenza del mercato (Agcm) rilevava che nel 67% dei casi il distributore propone e ottiene modifiche delle condizioni contrattuali già pattuite, e che il 74% dei fornitori intervistati percepiva queste proposte come vincolanti. Tra le pratiche più dannose figura l’asta al doppio ribasso, con cui le centrali d’acquisto della Gdo utilizzano l’offerta più bassa risultata da un primo giro di offerte come base di partenza per un’ulteriore asta, spingendo la concorrenza a livelli economicamente insostenibili per il produttore. Negli scorsi mesi, quindi, abbiamo assistito a una riproduzione su scala minore, ma iperconcentrata, di un processo in atto da anni e a cui la situazione dei lavoratori/trici agricoli/e è strettamente legata, come anche l’“emergenza” primaverile e le varie soluzioni proposte per risolverla. Le procedure elaborate dai ministeri coinvolti infatti da una parte richiedevano ai lavoratori e alle lavoratrici interessati requisiti che difficilmente essi possedevano, per esempio un ammontare di giornate di lavoro ufficialmente dichiarate negli anni scorsi: ma come fare, se il padrone non le segna? Dall’altra affidavano la domanda di emersione del rapporto di lavoro al datore di lavoro stesso, ma così facendo, quest’ultimo avrebbe dovuto intaccare volontariamente il margine di irregolarità su cui scarica la pressione della filiera e da cui deriva il suo stesso margine di profitto. 

Provare a riflettere su quanto successo in questi mesi, però, ci consente di individuare la vera questione che in questo periodo abbiamo solo sfiorato, ossia quella del salario. Essa ha attraversato sottotraccia tutto il dibattito nato dall’improvvisa carenza di lavoratori/trici stagionali nei campi europei ed è affiorata esplicitamente solo in alcuni momenti: una prima volta in occasione della mobilitazione dei braccianti che, partita dal Sud Italia, è culminata nello sciopero del 21 maggio, quando è stato chiaramente posto il problema della strutturazione della filiera agroalimentare e delle condizioni lavorative che ne derivano, e quando si è provato a coinvolgere anche coltivatori e consumatori. Una seconda volta in occasione della lotta – vittoriosa – di alcuni lavoratori e alcune lavoratrici rumeni/e in Germania: grazie al ponte aereo organizzato dal Governo tedesco, sono stati depositati/e nel paesino di Bornheim, tra Colonia e Bonn, e dopo un mese di lavoro presso la ditta Spargel Ritter, senza alcuna protezione sanitaria, senza riscaldamento negli alloggi, spesso nutriti con cibo avariato, si sono visti retribuire con un decimo della somma pattuita; inoltre, ed è un dettaglio significativo, grazie ai riflettori che si sono accesi sulla questione è emerso come l’azienda impiegasse i lavoratori rumeni accanto a una forza lavoro tedesca cui veniva corrisposto un salario maggiore e per giunta erogato a ore anziché a cottimo. 

È proprio il fatto che le due maggiori azioni conflittuali portate avanti in questi mesi siano state costruite su questi temi a mostrarci chiaramente come parlare di lavoro agricolo dovrebbe significare porre anzitutto la questione del salario, perché su tale questione sono incardinate le numerose contraddizioni di questo settore, due su tutte: il rapporto che l’agricoltura intrattiene con gli altri comparti della filiera agroalimentare, su tutti quello della distribuzione, e che lega tra loro i lavoratori di tutta la filiera; il meccanismo per cui la negazione di diritti fondamentali diventa un espediente funzionale ad abbassare il costo del lavoro e quindi ad aumentare la competitività di un’azienda agricola. È da qui, di conseguenza, che possiamo partire per pensare azioni e proposte che siano all’altezza di quanto ci troviamo a dover affrontare.

Bibliografia e sitografia

G. Ceccarelli, Al giusto prezzo. I diritti umani nelle filiere dei supermercati italiani, Oxfam Italia, 2018

A. Claire, C. Frings, J. Malamatinas, «Der Streik bei Spargel Ritter. Der wilde Streik der rumänischen Feldarbeiter*innen in Bornheim zeigt, dass auch im System rassistischer Überausbeutung Kämpfe möglich sind», Analyse & Kritik, 21 maggio 2020.

«Il lavoro in agricoltura», a cura di M.C. Macrì, Agriregionieuropa, dicembre 2018, anno 14, n. 55: da leggere in particolare gli articoli G. Mattioni, «Il lavoro dipendente in agricoltura in Italia secondo i dati Inps»Il lavoro dipendente in agricoltura in Italia secondo i dati Inps; M. D’Alessio, «I numeri chiave delle retribuzioni degli operai agricoli in Italia»I numeri chiave delle retribuzioni degli operai agricoli in Italia; E. Barberis, S. Battistelli, P. Campanella, P. Polidori, E. Righini, D. Teobaldelli, E. Viganò, «Vulnerabilità e irregolarità dei lavoratori nel settore agricolo: percezioni, determinati, interventi»Vulnerabilità e irregolarità dei lavoratori nel settore agricolo: percezioni, determinati, interventi.

Inl-Ispettorato nazionale del lavoro, Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale (anno 2019)

«Intervista a Massimiliano Giansanti»Intervista a Massimiliano Giansanti, «Rai Isoradio», 10 aprile 2020.

Ismea, Emergenza COVID–19. Rapporto sulla domanda e l’offerta dei prodotti alimentari nelle prime settimane di diffusione del virus, marzo 2020.

Ismea, Emergenza COVID–19. 2° Rapporto sulla domanda e l’offerta dei prodotti alimentari nell’emergenza Covid-19, aprile 2020.

Ismea, Emergenza COVID–19. 3° Rapporto sulla domanda e l’offerta dei prodotti alimentari nell’emergenza Covid-19, giugno 2020.

La filiera agroalimentare italiana. Formazione del valore e dei prezzi alimentari lungo la filiera, studio elaborato da Nomisma per Associazione Distribuzione Moderna, marzo 2014. 

The European House-Ambrosetti, La creazione di valore lungo la filiera agroalimentare estesa in Italia. Position Paper, The European House-Ambrosetti con Federdistribuzione, Ancc Coop, Ancd Conad e in collaborazione con Associazione Distribuzione Moderna, 2019.

E. Wigand, «Verschweigen, verdrängen, ignorieren. Die Ausbeutung osteuropäischer Wanderarbeiter*innen findet wenig Aufmerksamkeit – in Bornheim war das anders. Was folgt daraus?», Analyse & Kritik, 15 giugno 2020.

R. Willoughby, T. Gore, Maturi per il cambiamento. Porre fino allo sfruttamento nelle filiere dei supermercati, Oxfam International, 2018. 

Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria

di Francesco Bagnardi e Giuseppe D’Onofrio

Era il 13 maggio 2020 quando, con i contagi da Covid-19 in calo e gli appelli diffusi per tornare alla normalità, il governo annunciava il varo del Decreto Rilancio: un pacchetto di misure economiche straordinarie per affrontare l’impatto socio-economico del lockdown. In quell’occasione la ministra per le Politiche Agricole, Teresa Bellanova, comunicava con parole solenni l’introduzione di un provvedimento temporaneo di regolarizzazione dei migranti senza documenti di soggiorno e la possibilità per loro di far emergere e sanare i rapporti di lavoro irregolari nei settori del lavoro domestico e di cura e in agricoltura.

Da giugno ad agosto la regolarizzazione ha coinvolto 207.542 richiedenti. L’85% delle domande riguarda lavoratori e lavoratrici nel lavoro domestico e di cura e solo 30.694 – cioè il restante 15% – quelli agricoli. Il numero di regolarizzazioni attivate è il più basso nella storia recente delle sanatorie italiane. La “grande regolarizzazione” che accompagnò la legge Bossi-Fini nel 2002-03, per esempio, regolarizzò 700.000 stranieri, mentre nel 2006 e poi ancora nel 2009 furono regolarizzate le posizioni di 350.000 e 300.000 stranieri rispettivamente. Inoltre, i decreti “Immigrazione e Sicurezza” del governo Lega-Movimento 5 Stelle nel 2018 avevano di fatto moltiplicato il numero di stranieri irregolari sul territorio. Secondo le stime dell’Ispi, all’inizio del 2020, infatti, per effetto dei decreti sicurezza gli irregolari in Italia sarebbero stati circa 670.000. La stessa ministra Bellanova, in audizione alla Camera nelle settimane più drammatiche del lockdown, menzionava la presenza sul territorio di circa 600.000 irregolari e un fabbisogno di manodopera tra i 270 e 350.000 lavoratori nel solo comparto agricolo. È evidente quindi che, i trentamila lavoratori agricoli regolarizzati rappresentano un risultato marginale.

In questo articolo offriamo una breve analisi delle filiere agricole italiane e di come il Covid-19 abbia esacerbato le dinamiche di sfruttamento all’interno di esse. Partendo dall’analisi dal basso delle dinamiche di controllo e resistenza nei processi di lavoro nei campi, e usando il comparto del pomodoro da industria della provincia di Foggia come caso critico dell’intero settore, dimostriamo come la regolarizzazione abbia lasciato sostanzialmente intatti i rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori/trici migranti. Questo ha perciò reso la misura inaccessibile proprio a quei lavoratori/trici con minore potere contrattuale individuale a cui la misura proclamava di volersi rivolgere. La nostra analisi si basa sulle interviste raccolte tra lavoratori, sindacalisti, organizzazioni non governative attive sul campo in due periodi diversi. Le interviste che vengono utilizzate per illustrare i meccanismi di sfruttamento e riproduzione delle filiere agricole sono state raccolte sul campo nelle estati del 2017 e del 2018. Le interviste relative agli effetti della sanatoria sono invece state raccolte nell’agosto del 2020, principalmente a distanza.

Le filiere agricole in Italia e nel Tavoliere

Il comparto agricolo è tra i settori dell’economia italiana a maggiore incidenza di lavoro irregolare. Secondo le stime dell’Istat l’irregolarità del lavoro –- misurata come la percentuale di unità di lavoro irregolari sul totale delle unità di lavoro impiegate nel settore – tocca tassi del 24% a livello nazionale con picchi del 30% nel Mezzogiorno. Il peso dell’irregolarità nel settore è cresciuto negli ultimi anni, stabilizzandosi al Sud, e quasi raddoppiando al Nord.

I numeri forniscono una fotografia chiara, per quanto generale, del settore. L’irregolarità del lavoro significa elusione fiscale ma soprattutto sotto-salario, assenza di contratti e protezioni legali e individualizzazione dei rapporti produttivi. L’informalità rimuove i vincoli della legge e dei contratti collettivi e immerge le relazioni tra lavoratori/trici e imprese in un regime di coercizione e arbitrio delle parti in cui il lavoratore-trice non può negoziare i termini della propria attività lavorativa attraverso gli istituti collettivi della contrattazione e della tutela sindacale. Il lavoro nero coincide cioè spesso con un surplus di sfruttamento nei tempi di lavoro e nella remunerazione, nelle occasioni di negoziazione del processo produttivo e nell’accesso al welfare, che in agricoltura è legato alla capacità di accumulare una soglia minima di giornate lavorative formalmente registrate.

La persistenza e diffusione del lavoro irregolare nel comparto agricolo negli ultimi decenni segnalano quanto l’irregolarità sia una componente ormai strutturale del settore. I dati del “Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo”, che monitora le inchieste della magistratura relative ai reati di sfruttamento e intermediazione illecita di manodopera, confermano che i casi di caporalato e sfruttamento si vanno diffondendo su tutto il territorio nazionale. Il deterioramento delle condizioni di lavoro nelle campagne italiane, difatti, è anche il risultato di un’asimmetria nelle relazioni economiche e di potere tra imprese a capo delle filiere agricole produttive transnazionali e imprese loro fornitrici. La struttura e le caratteristiche della filiera, i rapporti di potere e di autorità tra le aziende al suo interno, l’instabilità e la stagionalità della produzione, e la crescente concorrenza internazionale incentrano l’intero processo produttivo sulla capacità delle aziende fornitrici di comprimere i costi e rendere iper-flessibile il lavoro.

La filiera del pomodoro d’industria, sulla quale concentriamo la nostra analisi, è un esempio tipico di tali dinamiche e una filiera cruciale del comparto agricolo nazionale. L’Italia è il primo produttore in Europa di pomodoro industriale e destina all’export il 60% della produzione nazionale. Nel paese esistono due distretti industriali specializzati nella produzione e trasformazione del pomodoro: il distretto del Nord, ubicato in Emilia-Romagna e il distretto del Sud, diviso tra la produzione che avviene in Capitanata, nella Puglia settentrionale, e la trasformazione che ha luogo nelle imprese dell’Agro Nocerino Sarnese, in Campania. La catena produttiva del pomodoro industriale italiano è una catena diretta dal compratore; in essa, cioè, gli acquirenti del prodotto e non i produttori, definiscono modi, tempi, qualità e prezzi della produzione. Un numero massiccio di industrie di trasformazione, infatti, producono per il mercato delle cosiddette private labels della grande distribuzione organizzata (Gdo), cioè i marchi di emanazione diretta della Gdo. Le grandi catene di supermercati forniscono marchio e il mercato al pomodoro che comprano dai fornitori italiani. Questi fornitori sono industrie di trasformazione localizzate principalmente nelle province di Napoli e Salerno e che lavorano il pomodoro fresco in pelato, polpa e altri prodotti. Nel distretto meridionale, oltre l’80% della produzione avviene per conto delle private labels. Nell’Agro Nocerino Sarnese, infatti, delle settanta imprese di trasformazione presenti solo tre hanno un marchio proprio. Le industrie di trasformazione acquistano il pomodoro dalle cosiddette “organizzazioni di produttori” (Op), le quali a loro volta acquistano il prodotto da imprese agricole di diverse dimensioni localizzate principalmente nell’area della piana di Capitanata. Il ruolo delle Op è stato fortemente contestato in quanto queste organizzazioni agiscono più come intermediari in cerca di rendite che come anello di raccordo tra produzione agricola e industriale. I principali acquirenti del pomodoro da industria a marchio privato, quindi, sono i giganti della Gdo che coprono il mercato domestico e il 70% dell’export nazionale. Nonostante una proposta di legge, ferma in Parlamento, punti a renderle illegali, oggi il pomodoro italiano viene acquistato di frequente attraverso aste a doppio ribasso, il cui fine è quello di comprimere il più possibile il prezzo e quindi innescare una feroce competizione tra trasformatori. Negli ultimi anni, come denunciato da alcuni trasformatori, le aste non vengono convocate dal singolo operatore della Gdo ma dalle cosiddette “alleanze d’acquisto”: cioè da organizzazioni di retailers che coordinano i rapporti di forniture comuni facendo leva sul proprio potere d’acquisto al fine di ottenere prezzi ancora più vantaggiosi. Le relazioni fortemente asimmetriche tra retailers e produttori e la politica dominante dei prezzi si ripercuotono sulle condizioni di lavoro nelle campagne.

In Capitanata, ancor più che in altri distretti, la forza lavoro agricola è fortemente segmentata lungo le linee della razza, della nazionalità e dello status migratorio. Una buona parte dei braccianti stranieri occupati in provincia vive in insediamenti informali sparsi per il territorio. Questi lavoratori rappresentano le principali riserve di manodopera da cui intermediari e datori di lavoro attingono durante la stagione della raccolta. In queste aree, il controllo del mercato del lavoro è affidato ai caporali che dettano le condizioni di lavoro e di salario dei braccianti per conto delle imprese. Essi soddisfano il bisogno di flessibilità degli agricoltori, fornendo una forza lavoro disponibile, temporanea e a basso costo da impiegare a seconda di picchi e cali di produzione. Losfruttamento lavorativo dei braccianti interessa contratti, salari, orari di lavoro, tempi e modalità di erogazione del salario. Sono tante le storie che in questi anni abbiamo raccolto durante il lavoro di campo delle nostre ricerche. Di seguito alcuni stralci:

Sono arrivato al ghetto di Rignano il 9 aprile 2016. Appena arrivato, mentre cercavo lavoro, ho conosciuto una ragazza che mi ha detto che un amico suo cercava un operaio che sapesse anche guidare il furgone. C’era una squadra di otto persone da accompagnare tutte le mattine nei campi ma non c’era l’autista. Il furgone era di questa persona. Di mattina partivo con altri otto ragazzi e andavo a lavorare. Lavoravo anch’io in campagna con loro. Da ogni ragazzo prendevo cinque euro per il trasporto e poi, a fine serata, davo i soldi al proprietario del furgone. Io non pagavo i miei cinque euro perché guidavo il furgone e per me il trasporto era gratis. Ora lavoro con un altro capo. Il lavoro è molto pesante. Di mattina si inizia alle sei e si finisce alle quattro/quattro e mezza di pomeriggio. La pausa dura una mezz’ora. In campagna non si lavora mai meno di dieci ore perché la paga è di tre euro l’ora. Se lavori dieci ore guadagni trenta euro (Intervista 1, M., bracciante, Foggia, agosto 2017).

A Foggia il lavoro in campagna è molto pesante. Per poter fare questo lavoro devi innanzitutto mangiare bene. Io lavoro anche dieci ore al giorno. La giornata di lavoro è di trentacinque euro per dieci ore di lavoro. C’è chi paga tre euro e cinquanta all’ora e chi, invece, paga quattro euro. Dipende dal capo, ci sono quelli buoni e quelli meno buoni. Però questo non è legale perché il lavoro è molto pesante. Quando torni a casa ti senti molto stanco, per questo devi mangiare bene. Di mattina usciamo alle quattro per andare a lavoro. C’è chi torna alle tre e mezza di pomeriggio, chi alle quattro e mezza e chi ancora più tardi. […] La squadra è composta da venticinque/trenta persone. In un giorno riempiamo anche sette camion, tutto a mano (Intervista 2, O., bracciante, Foggia, settembre 2018).

Io lavoro sempre a cassone perché guadagno di più. In una giornata riesco a fare anche quindici cassoni. Ogni cassone è pagato tre euro e cinquanta centesimi. Lavoro così perché quando arriva il raccolto bisogna approfittare e guadagnare tutto quello che puoi perché la raccolta non dura più di due mesi. Durante la stagione del pomodoro lavoro quasi tutti i giorni. Ogni tanto mi riposo perché il lavoro è molto pesante e mi fa male la schiena (Intervista 3, A., bracciante, Foggia, agosto 2018).

Avevo un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ora è scaduto e sono in attesa del rinnovo. Mi hanno detto che è molto difficile avere il rinnovo senza un contratto di lavoro. Io lavoro a giornata in campagna e solo per pochi mesi all’anno. Lavoro sempre con lo stesso capo ma non ho il contratto. Raccolgo pomodori, asparagi, carciofi, ecc. Guadagno venticinque euro per ogni giornata di lavoro (Intervista 4, T., bracciante, Foggia, agosto 2018).

La condizione di sfruttamento di molti braccianti agricoli nelle campagne italiane non è sempre riconducibile, come sostengono ministri e policy makers, a una condizione di irregolarità sotto il profilo dello status migratorio. Molti braccianti non comunitari, infatti, pur possedendo un regolare permesso di soggiorno – per protezione sussidiaria o umanitaria, per esempio – sperimentano le stesse violazioni sistematiche dei diritti lavorativi. Nella piana di Capitanata, così come in tante altre aree agricole italiane, ai braccianti stranieri stabilmente residenti sul territorio si aggiungono ogni anno migliaia di lavoratori stranieri provenienti da altre regioni d’Italia che seguono i circuiti stagionali della manodopera agricola, e migliaia di lavoratori europei che restano sul territorio per brevi periodi, solitamente per la durata dei raccolti. Nelle campagne del Foggiano, infatti, la maggioranza dei braccianti è costituita proprio da cittadini europei che non necessitano di uno specifico permesso di soggiorno per muoversi e lavorare in Italia e che però spesso vivono le stesse condizioni lavorative dei migranti extra-comunitari. Non da ultimo, poi, lo sfruttamento concerne anche tanti lavoratori italiani, come i fatti di cronaca spesso drammaticamente ricordano.

Quando la crisi pandemica ha portato alla riduzione drastica della libertà di movimento dei lavoratori stranieri, le fragilità di un settore basato sulla moltiplicazione delle differenze tra lavoratori e sulla frammentazione del lavoro come principale leva competitiva dell’intero comparto, ha richiesto l’azione diretta delle autorità pubbliche. Nei giorni del lockdown, la paura degli scaffali vuoti ha di colpo accresciuto visibilità e potere delle rappresentanze datoriali del settore portando all’intervento governativo.

Disegno: Zolta

Regolarizzazione e rapporti di forza nei luoghi di lavoro

In un settore in cui la forza lavoro è fortemente segmentata lungo la linea della razza, dello status migratorio e dell’accesso differenziale al welfare, l’opportunità di una regolarizzazione rappresenta un cambiamento rilevante del contesto istituzionale e può offrire a una parte dei lavoratori/trici la possibilità di ridurre la propria vulnerabilità nei confronti di datori e intermediari. L’emergere di regimi di lavoro coercitivi, infatti, va per noi compreso come il risultato dei rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori. Con rapporti di forza squilibrati e asimmetrici le occasioni di sfruttamento aumentano e le opportunità per resistervi si riducono. Occorre quindi comprendere in che misura e come la regolarizzazione abbia modificato i rapporti di forza tra lavoratori e imprese. Se, in modo specifico, l’intento annunciato dalla legge era «farsi carico della vita» degli sfruttati – come dichiarato dalla ministra Bellanova il 16 aprile scorso – strappandoli alla criminalità e al caporalato, quale efficacia ha avuto la sanatoria?

La regolarizzazione prevedeva due distinte procedure da attivarsi nel periodo compreso tra il 1° giugno e il 15 agosto, rivolte ai cittadini stranieri che avessero lavorato o trovato nuovo impiego nei settori della cura, del lavoro domestico o dell’agricoltura. Da un lato il cittadino straniero poteva far emergere, con la partecipazione attiva del datore di lavoro alla procedura, un rapporto irregolare nei settori indicati, richiedendo un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. In alternativa, il cittadino straniero con permesso di soggiorno scaduto prima del 31 ottobre 2019, che avesse già lavorato nei settori di interesse prima di quella data e che non avesse lasciato il territorio italiano dopo l’8 marzo, poteva richiedere un permesso di soggiorno temporaneo della durata di sei mesi dalla presentazione dell’istanza. Entro i sei mesi o alla fine della procedura di regolarizzazione il richiedente può trasformare il permesso temporaneo in permesso di lavoro solo se nel frattempo ha trovato lavoro nei settori di interesse.

Oltre alle indicazioni a volte poco chiare o addirittura contraddittorie del decreto (circa, per esempio, i criteri patrimoniali o di fatturato del datore), e i ritardi negli ulteriori decreti attuativi (per esempio per quantificare la somma necessaria al datore per sanare i debiti retributivi, contributivi e previdenziali pregressi dei rapporti di lavoro da far emergere), la regolarizzazione presentava alcune problematiche strutturali. Da un lato la regolarizzazione tramite l’emersione di un rapporto lavorativo irregolare lasciava di fatto le sorti del lavoratore nelle mani del datore di lavoro. Solo con l’attiva collaborazione di questi la procedura poteva essere completata. E mentre il lavoratore poteva essere impiegato senza timore di sanzione nei tempi (lunghi) della procedura, se al momento di finalizzare il contratto di soggiorno il datore avesse deciso di non firmare, nessuna sanzione poteva essergli attribuita. Il lavoratore richiedente, quindi, era in una posizione di assoluta subalternità per i lunghi tempi nelle more della procedura dal momento che il buon esito della regolarizzazione dipendeva dall’arbitrio del datore di lavoro.

Inoltre, la regolarizzazione tramite emersione è uno strumento che ha coinvolto – pur con numeri molto limitati – quei lavoratori che per le loro capacità, esperienze e conoscenze avevano già conquistato un potere contrattuale minimo con il loro datore tale da diventare difficilmente sostituibili. Come notava ad agosto Raffaele Falcone, sindacalista della Flai-Cgil di Foggia, la regolarizzazione era accessibile solo ad alcuni lavoratori, quelli che erano già riusciti a emanciparsi dal caporalato:

Ci sono delle imprese che sono disperate perché hanno operai che per anni hanno lavorato con loro e da un giorno all’altro hanno perso il permesso per colpa del decreto sicurezza. Loro [le imprese] avevano interesse a regolarizzarlo perché è uno che ormai conosce tutto [il processo lavorativo]. Per questo ho sentito datori di lavoro disperati per poterli regolarizzare. Poi è chiaro invece che il datore di lavoro che chiama il caporale che vuole trenta, quaranta, cinquanta lavoratori, non gliene frega niente… perché se me ne porti quaranta diversi da quelli che mi hai portato oggi, a me non me ne frega niente (Intervista 5, sindacalista Flai-Cgil, Foggia, agosto 2020).

Lo stesso vale per la regolarizzazione per ricerca di lavoro tramite permesso temporaneo. Come spiegava sempre Falcone:

C’è chi ha lavorato in agricoltura e ha un rapporto diretto con il datore di lavoro ed è riuscito in qualche modo a regolarizzare la posizione. Ci sono centinaia, migliaia di persone invece che o vanno a lavorare con il caporale e per questo neanche conoscono il datore di lavoro, oppure sono in una condizione per cui hanno perso da dieci, quindici, venti anni, il permesso di soggiorno, e molte volte non hanno un lavoro stabile. Cioè se tu dai un permesso a questi che è comunque collegato a un contratto di lavoro, tra un mese, due mesi lo perdono. Perché uno che deve avere un permesso di soggiorno con un contratto di casa e un contratto di lavoro per rinnovarlo, come dice la legge, se vive nel ghetto e lavora a nero… cioè glielo puoi anche dare quel permesso ma tra sei mesi lo ha perso. Perché non riuscirà a trovare, fra sei mesi, un contratto di casa e un contratto di lavoro (Intervista 5, sindacalista Flai-Cgil, Foggia, agosto 2020).

In altri termini, i lavoratori che si erano già svincolati dalla dipendenza dai caporali sono quelli che avevano di fatto maggiori opportunità di accedere alla regolarizzazione, mentre sono rimasti esclusi dalla sanatoria i lavoratori più deboli, perché interscambiabili e dipendenti dai caporali per trovare lavoro. Si deve poi sottolineare che una serie di ulteriori vincoli rendeva altrettanto difficile la regolarizzazione tramite permesso temporaneo – pur non richiedendo la collaborazione del datore di lavoro. In primis, il vincolo temporale che ammetteva alla regolarizzazione solo i lavoratori il cui permesso fosse scaduto dopo il 31 ottobre 2019 non rispondeva ad alcuna logica se non quella di ridurre la platea dei potenziali beneficiari. Altri vincoli si aggiungono a rendere più difficile l’accesso alla regolarizzazione proprio ai lavoratori nelle condizioni più precarie. Per accedere al permesso di soggiorno temporaneo, come spiegava ad agosto Erminia Rizzi – operatrice legale dell’Asgi – il richiedente

Deve poter dimostrare di aver lavorato nei settori [di interesse]. Ma se è un provvedimento che dovrebbe far emergere lo sfruttamento, io come faccio a dimostrare un lavoro sfruttato, irregolare? E soprattutto perché mi metti su un piano differente la persona che ha avuto il lavoro regolare e la persona che è stato sfruttato? (Intervista 6, operatrice legale Asgi, Foggia, agosto 2020)

In altre parole, proprio i migranti con percorsi lavorativi più problematici, che sono stati impiegati in nero e hanno fatto esperienza diretta e continua delle forme più drammatiche di sfruttamento, avevano maggiore difficoltà a reperire la documentazione per dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro pregresso. E persino qualora questi fossero riusciti a ottenere un permesso temporaneo avrebbero comunque avuto un tempo molto limitato per trasformarlo in un permesso per motivi di lavoro.

La sanatoria, in altre parole, offre l’opportunità di regolarizzare la propria posizione lavorativa e il proprio status migratorio – pur tra numerose problematiche – solo a quei lavoratori che sono già riusciti, autonomamente, a instaurare un rapporto di mutua dipendenza con il proprio datore di lavoro e si sono imposti come figure cruciali nei processi produttivi dell’impresa per cui lavoravano. Esperienza, fiducia reciproca, conoscenza intima degli specifici processi produttivi, affidabilità e skills particolari rendono alcuni braccianti meno sostituibili di altri e solo per questi la sanatoria si è presentata come opportunità di regolarizzazione. Al contrario, ai lavoratori facilmente interscambiabili, quelli sfruttati dai caporali che si muovono da coltura a coltura, da raccolto a raccolto, da datore a datore a seconda delle esigenze produttive del momento, la sanatoria non ha offerto alcuno strumento di emancipazione dalla dipendenza quotidiana da imprese e caporali. 

Conclusioni

Alla fine di agosto, a regolarizzazione chiusa, la ministra Bellanova insisteva nell’affermare che la sanatoria aveva restituito «il diritto degli invisibili ad avere una loro identità». Le identità, tuttavia, non si formano per legge e la sanatoria non ha scalfito i rapporti di forza nelle campagne.

Solo se si guarda il lavoro tenendo a mente il conflitto strutturale nel quale è immerso, si capisce che si può eliminare lo sfruttamento solo facendo in modo che i lavoratori possano resistergli. Occorre quindi ridurre le vulnerabilità dei lavoratori all’interno dei contesti istituzionali in cui sono immersi, provando a limitarne la frammentazione che accresce la corsa al ribasso dei loro diritti. Serve, cioè, attuare politiche che accrescano il potere contrattuale dei lavoratori. Una regolarizzazione generalizzata e slegata dal rapporto di lavoro, come i sindacati (confederali e non) hanno a più riprese richiesto, avrebbe rappresentato un primo passo verso questa direzione. Tuttavia si deve tener conto che il conflitto, che la crisi pandemica ha scoperchiato nel comparto agricolo, risponde a questioni strutturali molteplici e complesse. Non conta solo lo status migratorio dei lavoratori, ma anche l’organizzazione delle filiere di produzione e le asimmetrie di potere al loro interno, le politiche pubbliche nazionali ed europee, la regolazione e il monitoraggio dei rapporti di lavoro nei campi. Così come restano cruciali la frammentazione della forza lavoro sulle linee della razza, del genere, delle condizioni abitative, dell’accesso al welfare e ai contratti collettivi, della sindacalizzazione e dell’organizzazione collettiva dal basso. Tutti questi aspetti vanno presi in considerazione, perché determinano gli spazi di manovra di lavoratori e imprese e danno forma alle loro molteplici strategie di controllo e di resistenza.

Per agire concretamente ed erodere i processi di sfruttamento, c’è quindi una precondizione fondamentale: riconoscere il conflitto tra capitale e lavoro dentro e fuori i luoghi di produzione. Senza questa presa di coscienza, gli attori politici potranno continuare a dividersi su misure spot e prese di posizione magniloquenti, mentre i lavoratori/trici non potranno che contare su se stessi per uscire dalla malora che i luoghi di lavoro sono diventati.

Bibliografia

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T. Bellanova, intervento alle Camere, «Informativa alle Camere della Ministra Bellanova sulle iniziative in campo per l’agricoltura sull’emergenza Covid-19», 16 aprile 2020.

T. Bellanova, intervista: «Sanatoria migranti, Teresa Bellanova: “Se tornassi indietro rifarei la battaglia con ancor più determinazione”», La7, 4 agosto 2020.

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D. Perrotta, «Il lavoro migrante stagionale nelle campagne italiane», in L’arte di spostarsi. Rapporto 2014 sulle migrazioni interne in Italia, a cura di M. Colucci e S. Gallo, Donzelli, Roma 2014, pp. 21-38.

M. Villa, «I nuovi irregolari in Italia», in Ispionline, 18 dicembre 2018.

SOMMARIO English version

Shock and awe. This is how Naomi Klein described the effect and intention of “disaster capitalism”. But, as we explained in the Editoriale, we try to overcome the “awe” that the coronavirus pandemic inspires in us by re-reading in a different light the transformations taking place under our eyes. First, we asked the body of Democratic Medicine the questions found in Il costo sanitario della pandemia.  We were still in the “first wave”, and Italy was already leading the ranking in terms of sickness and deaths. Some interviews, collected in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, then explained what were the conditions of safety or rather, of insecurity in the infected workplaces of the Lombardy health system.Moreover, protests and conflicts in the workplace immediately accompanied the first appearance of the pandemic, as we reported in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, both for general lack of preparation and for the employers’ attempts to unload the costs on the workers or, failing to do so, on the community. In Pianificazione e controllo dei lavoratori, the role of the state and workers’ participation in decision-making processes are discussed, drawing inspiration from past experiences. With regard to La logistica della pandemia we look at what happened in one of the key economic sectors, the one that perhaps carried the greatest weight throughout 2020, as Cartoline dal porto di Genova told us. The Italian logistical hub suffered global repercussions and struggles, accounted in chronological order in Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica. However, no other field has perhaps suffered so intensively and extensively as education, of which L’effetto lockdown sulla scuola draws up an initial balance. Naturally, the coronavirus pandemic overlapped with problems and tensions already underway, of which we give a brief overview. Let’s start with the Decreto Rilancio and the regularization of foreign workers without work permit, an “amnesty” that has practically failed in the agricultural sector, as reported by Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Yet European experiences indicate the need, made strategic by the ongoing health emergency, to strengthen internal food self-sufficiency and raise agricultural wage levels, as reported in Salario e diritti nei campi italiani. The urgency of organizing freelance workers especially in creative and cultural sectors – cleared by the lockdown – is reaffirmed in Lavori culturali senza rappresentanza? The “workers’ inquiry” served to reconsider Il lavoro in Veneto, especially from the point of view of temporary workers. Finally, two methods underlining. First, United States today: brief view of class conflict, is useful to reiterate the importance of the historical-political method for understanding the nature and objectives of the “new” American working class struggles. Second, The Weight of the Printed Word. A book by Steve Wright signals the return to consultation of the written sources of one of the greatest connoisseurs of  Italian Operaismo.

Sommario

Shock and awe: così Naomi Klein descriveva l’effetto e l’intenzione del “capitalismo dei disastri”. Ma, come spieghiamo nell’Editoriale, cerchiamo di superare la “soggezione” che ci incute la pandemia da Covid-19 rileggendo sotto luce diversa le trasformazioni già avvenute e che stanno avvenendo sotto i nostri occhi. Per prima cosa, abbiamo posto al collettivo di Medicina Democratica le domande che si ritrovano ne Il costo sanitario della pandemia. Si era ancora nella “prima ondata”, e già l’Italia guidava la terribile classifica dei malati e dei decessi. Alcune interviste, raccolte in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, spiegano poi quali sono state (e rimangono) le condizioni di sicurezza o meglio, di insicurezza sui luoghi di lavoro contagiati della sanità lombarda. Del resto, proteste e conflitti nei luoghi di lavoro hanno accompagnato immediatamente il primo manifestarsi della pandemia, come riferiamo in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, sia per la generale impreparazione, sia per i tentativi padronali di scaricarne i costi sui lavoratori o, non riuscendoci, sulla collettività. In Pianificazione e controllo dei lavoratori si ragiona sul ruolo dello stato e la partecipazione operaia nei processi decisionali traendo spunto dalle esperienze del passato. Con La logistica della pandemia guardiamo a ciò che è accaduto in uno dei settori chiave dell’economia, quello che forse ha sopportato il peso maggiore lungo tutto il 2020, come ci raccontano anche le Cartoline dal porto di Genova.

Nello snodo logistico, in Italia, si sono fatte sentire le ripercussioni mondiali e le proteste e lotte locali, di cui dà conto in modo cronologico Emergenza sanitaria, lavoro e logistica. Ma forse in nessun altro campo la sofferenza è stata tanto intensa ed estesa come in quello della scuola, ne tira un primo bilancio L’effetto lockdown sulla scuola. Naturalmente la pandemia da Covid-19 si è sovrapposta a problemi e tensioni già in atto, di cui diamo una sommaria panoramica. Partiamo dal Decreto Rilancio e dalla regolarizzazione dei lavoratori stranieri privi di permessi, una “sanatoria” in pratica andata a vuoto nel settore agricolo, come riferisce Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Eppure le esperienze europee indicano la necessità, resa strategica dalla pandemia, di rafforzare l’autosufficienza alimentare interna e alzare i livelli salariali agricoli, come riportato in Salario e diritti nei campi italiani. L’urgenza di organizzare i lavoratori autonomi soprattutto nei settori creativi e culturali – quelli azzerati dal lockdown – viene ribadita in Lavori culturali senza rappresentanza?, così come in questa fase il metodo dell’inchiesta è servito a riconsiderare Il lavoro in Veneto, soprattutto dal punto di vista dei “precari”. Infine due sottolineature di metodo. La prima, Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe, per ribadire l’importanza del metodo storico-politico per comprendere la natura e gli obiettivi delle lotte della “nuova” classe operaia americana.

La seconda, contenuta in The Weight of the Printed Word. Un libro di Steve Wright, segnala il ritorno alla consultazione delle fonti scritte da parte di uno dei maggiori conoscitori dell’operaismo italiano.