Un secolo di rivolte

9 giugno 2020

Ferdinando Fasce

Le enormi manifestazioni di protesta scoppiate negli Stati Uniti e nel mondo in risposta all’uccisione di George Floyd hanno spinto gli osservatori a evocare gli urban o race riots, le rivolte dei ghetti, degli anni Sessanta. Per capire ciò che sta accadendo è però forse necessario allungare l’orbita all’indietro, con una breve ricognizione sulle peripezie che l’espressione race riots – che tende ad appiattire la questione razziale sulla dicotomia nero-bianco – ha conosciuto dalla sua prima comparsa negli anni Novanta dell’Ottocento. Allora indicava gli attacchi violenti inscenati da bianchi contro i quartieri neri in città del Sud e del Nord. Città verso le quali gli afroamericani stavano spostandosi, in cerca di condizioni meno inique di quelle nelle quali vivevano nelle campagne del Sud, pure a diversi decenni dall’abolizione della schiavitù. Gli attacchi erano tanto virulenti da sovrapporsi talora ai linciaggi, concentrati al Sud, ma segnalati, con l’eccezione del New England, anche al Nord o nel Centro. Le ragioni e i pretesti erano i più vari, ma si riassumevano in una qualunque, vera o presunta, violazione del rigido apartheid legale in vigore al Sud, e di quello, più fluido, ma non privo di pesanti discriminazioni, in atto nei confronti dei ghetti afroamericani nel resto della nazione. Protagonisti di questi attacchi, strati popolari bianchi preoccupati della concorrenza nera sul mercato del lavoro o abitativo e forse soprattutto desiderosi, in coincidenza con strette economiche e sociali, di far valere sul piano simbolico e culturale il privilegio compensatorio della propria “bianchezza”. Agivano col sostegno di ampi segmenti di ceto medio e l’acquiescenza, quando non l’appoggio, delle élites bianche, preoccupate solo che la cosa non degenerasse in una pericolosa messa in discussione dell’ordine costituito, e quindi con l’appoggio, quando necessario molto attivo, delle polizie e dei tribunali.

La pratica conobbe un’impennata negli anni a cavallo della Grande guerra, mentre si infittiva, causa la domanda di braccia suscitata dalla mobilitazione bellica, la grande migrazione nera verso le città, in particolare, ma non solo, del Nord. Ecco allora scontri razziali particolarmente brutali, con decine di vittime, a St. Louis e a Chicago. Ecco una ventina di città investite da sommosse razziali nel 1919, sommosse cui corrispondevano un’ottantina di linciaggi, il doppio di quelli del 1917. Ecco incidenti ancora l’anno successivo, mentre mordeva la breve, ma terribile recessione, frutto della travagliata riconversione internazionale postbellica. E continuavano a infiammarsi le lotte operaie del “biennio rosso” e, in risposta a ciò, prendeva corpo la durissima crociata antioperaia e repressiva che avrebbe portato all’arresto di Sacco e Vanzetti. Tra questi riots, sempre scatenati dai bianchi con le solite modalità, e quelli del periodo prebellico c’era, però, una differenza significativa. In questo ciclo di “disordini” i neri provavano, con più determinazione che in passato, a contrattaccare, con la propria autoorganizzazione di quartiere e con l’incoraggiamento e l’assistenza legale della loro principale associazione nazionale, la National Association for the Advancement of Colored People.

Si facevano forti del fatto di essere diventati di più, nelle città del Nord, e di aver acquisito nel frattempo una nuova consapevolezza dei propri diritti di cittadini e cittadine, prestando servizio nell’esercito, per quanto in reggimenti rigidamente segregati, o entrando a far parte dell’”altro esercito”, rimasto a casa, della macchina produttiva bellica. Si rinsaldava ed estendeva così, sia pure fra mille asperità, un’esperienza di oscura e molecolare mobilitazione comunitaria afroamericana che, sopravvissuta ai difficili anni Venti infestati dal Ku Klux Klan e ai non meno duri anni Trenta della Grande depressione, avrebbe trovato nel secondo conflitto mondiale terreno fertile di aggregazione e consolidamento. La alimentavano i legami, ideali e di militanti, con le lotte di liberazione anticoloniali, l’allargamento degli spazi di manovra reso possibile dal completamento delle migrazioni al Nord e l’impegno del paese nella battaglia antifascista. Impegno che per gli afroamericani e le afroamericane diventava richiesta di una “doppia vittoria”, anche sul fronte interno dei diritti per le minoranze. E gettava le basi per la costruzione del vasto movimento per i diritti civili che sarebbe poi esploso nel Secondo dopoguerra, col sostegno crescente di ampi segmenti dell’opinione pubblica nazionale e internazionale.

Proprio mentre le richieste di tale movimento trovavano, seppur fra le persistenti e violente resistenze dei bianchi sudisti, un primo riconoscimento formale nelle leggi per i diritti civili di metà anni Sessanta, l’espressione race riots assumeva un nuovo significato. Veniva a indicare le rivolte incendiarie dei ghetti ricordate in apertura di questo articolo e senz’altro più note al grande pubblico dei race riots a trazione bianca razzista che le avevano precedute. Note, ma paradossalmente ancora da esplorare adeguatamente, come sottolineano gli esperti in materia. Che indicano tre elementi decisivi di questa stagione di lotte, nel quadro più generale delle battaglie dei “lunghi anni Sessanta”.

Il primo è quello di una presa di parola, disperata e drammatica, ma straordinariamente incisiva da parte degli strati più poveri rimasti, per dirla con Martin Luther King, «inascoltati».  Una presa di parola, un grido rivolto al resto della società, in genere originato da una violenza della polizia bianca, che indusse il presidente Johnson a creare una speciale commissione sul tema. E ad accelerare l’avvio della “guerra alla povertà”, il grande progetto di riforme strutturali da lui annunciato pochi mesi prima del primo riot di Harlem, nel gennaio 1964. In secondo luogo queste ribellioni, per quanto volte a richiamare l’attenzione del paese, avevano come perimetro il ghetto, restavano rinchiuse all’interno degli spazi del degrado e dell’emarginazione al quale appartenevano i suoi protagonisti. Il diciassettenne prototipo dei ragazzi che troviamo al centro del riot di Watts, agosto 1965, scatenava la sua rabbia distruttiva a un miglio dalla propria abitazione.  Infine, riguardo alle conseguenze è vero che, come alcuni hanno osservato in questi giorni, il centinaio di manifestazioni anche violente che seguirono all’assassinio di King, nell’aprile 1968, furono abilmente usate dalla campagna elettorale “legge e ordine” che nemmeno sette mesi dopo portò il reazionario Richard Nixon alla Casa Bianca. Ma è anche vero che il backlash, la reazione destrorsa, era in atto in forma “preventiva” già da prima dei riots, addirittura dall’estate del 1963, prima dell’uccisione di John Kennedy. Piuttosto, va detto che le rivolte spinsero Johnson – preoccupato di coprirsi presso l’opinione pubblica moderata, in una situazione che il Vietnam rendeva esplosiva – a sovrapporre (e addirittura anteporre) al coraggioso progetto della “guerra alla povertà” la “guerra al crimine”. Ovvero, quella lotta senza quartiere alla piccola “devianza” che, fortemente impregnata di stigmi razzisti, rinforzò pregiudizi e arroganza delle strutture poliziesche ancora prevalentemente bianche e aprì la strada all’incarcerazione di massa, con al centro gli afroamericani, che ha caratterizzato gli ultimi decenni.

Fenomeni, questi, che ci portano dritti ai nostri giorni. A quella Minneapolis nella quale gli afroamericani, quasi un quinto della popolazione, hanno nove probabilità più dei bianchi di venir arrestati per reati minori. Col rischio di subire poi, come George Floyd, la criminale violenza poliziesca. Ad altri, nelle pagine che seguono, il compito di illustrare la sua vicenda e le mobilitazioni senza precedenti, che tendono a spezzare i vincoli della riduttiva dicotomia nero-bianco, che ne sono scaturite.