Crema non volta le spalle a Cuba

La lettera della sindaca Stefania Bonaldi

Illustrazioni di Federico Zenoni

Il 23 marzo l’Italia ha voltato le spalle a Cuba, votando contro una risoluzione presentata al Consiglio per i diritti umani dell’Onu per chiedere lo stop dell’embargo di alcuni paesi tra cui Cuba, sottoposta da 61 anni a blocco economico da parte degli USA.
Il 31 marzo la sindaca di Crema Stefania Bonaldi ha inviato una lettera a Mario Draghi. La rilanciamo qui, in un tam tam con altre riviste amiche,
Erbacce, Figure, Volerelaluna.

Caro Presidente del Consiglio
Prof. Mario Draghi,

chi Le scrive è una sindaca di Provincia, che si spende per una comunità di 35mila persone e che può solo immaginare cosa significhi governare un Paese di 60milioni di abitanti, a maggior ragione in un momento così drammatico. Tuttavia, come donna, come madre, come cittadina e, infine, come sindaca, sento di dovere aggiungere un piccolo peso a quelli che già incombono sulla sua figura, perché ritengo che il nostro Paese, pochi giorni fa, abbia violato in modo grave codici di civiltà decisivi, come la riconoscenza, la lealtà, la memoria, la solidarietà.

Un anno fa la Brigata Henry Reeve, con 52 medici ed infermieri cubani, è arrivata in soccorso della mia città, Crema, della mia gente, del nostro Ospedale, aggrediti e quasi piegati dalla prima ondata pandemica.
I sanitari cubani si sono presentati in una notte di marzo dalle temperature rigidissime, in maniche di camicia, infreddoliti ma dignitosi. Avevano attraversato l’Oceano per condividere un dramma che allora ci appariva quasi senza rimedio e le giornate si consumavano in un clima di morte. Anche oggi è così, ma dodici mesi fa il nemico era oscuro e sembrava onnipotente, la scienza non aveva ancora trovato le contromisure. Oggi vediamo la luce, allora eravamo in un racconto dall’esito incerto.
In una sola notte, grazie alla solidarietà dei cremaschi e delle cremasche, li abbiamo vestiti ed equipaggiati. Da quel momento e per oltre due mesi si sono sigillati in un Ospedale da campo, montato di fianco al nostro ospedale, gomito a gomito coi nostri sanitari, per prestare cure e supporto alla popolazione colpita dal virus, generando una risposta di coraggio nelle persone, che in quei mesi si è rivelata decisiva. È stato quello il primo vaccino per noi cremaschi!
E non appena la pressione sull’ospedale è diminuita, gli stessi amici cubani si sono immediatamente convertiti all’intervento sul territorio. La medicina a Cuba si fa casa per casa, una dimensione che noi abbiamo coltivato poco, e le debolezze di questa scelta le abbiamo misurate tutte, durante la pandemia, attraversando strade ostili e non presidiate.
È bastato il suggerimento della Associazione Italia-Cuba al Ministro Roberto Speranza, perché partisse una richiesta di aiuto, e lo Stato di Cuba, in una manciata di giorni, il 21 marzo del 2020, rispondeva inviando a Crema 52 operatori sanitari, mentre altri 39 sarebbero arrivati il 13 aprile successivo a Torino, per svolgere la stessa missione umanitaria, riscrivendo la parola solidarietà nelle vite di molti italiani, abbattendo ogni barriera e depositando un lascito civile e pedagogico, per le nostre comunità ed i nostri figli. Solo allora abbiamo capito che il virus avrebbe perso la sua battaglia, e ancora oggi viviamo di quella rendita, per questo abbiamo meno paura.

Mi rendo conto che esistono “equilibri” internazionali e che vi sono tradizionali posizioni “atlantiste” del nostro Paese, ma quando ci si imbatte nello spirito umanitario dei cubani “situati”, che come ognuno di noi ambiscono a una vita migliore, quando, superati i muri ideologici, ci si trova di fronte ad un altro segmento di umanità, capace di guadagnarsi la gratitudine e la riconoscenza di tanti italiani, si finisce per trovare inqualificabile la posizione assunta dal nostro Paese in seno al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, laddove era in discussione una risoluzione che condannava l’impatto sui diritti umani di sanzioni economiche unilaterali ad alcuni stati, fra cui appunto Cuba.
“La nostra Patria è l’umanità”, con queste parole ci avevano salutato i nostri Hermanos de Cuba arrivando a Crema ed io le chiedo, caro Presidente, qual è la nostra, di Patria, se l’opportunismo e la realpolitik ci impediscono di rispondere in termini di reciprocità ai benefici ricevuti ed alla solidarietà che un Popolo assai più umile, più povero e con molti meno mezzi del nostro, ma ricco di dignità, umanità ed orgoglio, ci ha donato in uno dei momenti più drammatici della nostra storia repubblicana.

Questa presa di posizione dei nostri rappresentanti alle Nazioni Unite, peraltro su un atto dalla forte valenza simbolica, doveva essere diversa, perché era necessario rispondere con maturità politica a un’azione gratuita e generosa, che aveva salvato vite vere di italiani in carne ossa. Mi domando che senso pedagogico e politico possa avere invece avuto il nostro voto contrario. Non è così che si favorisce il cambiamento delle relazioni, persino di quelle internazionali.
Era l’occasione giusta per reagire con un atto di lungimiranza, capace di spezzare posizioni cristallizzate, vecchie di oltre mezzo secolo, proprio per dimostrare il desiderio di affratellarsi con tutte le genti, in un Pianeta in cui i confini e le ideologie appaiono ogni giorno più lontani dallo spirito delle nuove generazioni.

Chiedo a lei, signor Presidente, di fare giungere un positivo gesto istituzionale e un grazie ai nostri fratelli cubani, un atto che, dopo l’improvvida presa di posizione, li rassicuri sul nostro affetto e la nostra vicinanza, che apra la strada a un consolidamento dell’amicizia e che permetta alla democrazia di guadagnarsi una possibilità.

Con stima,

Stefania Bonaldi

Ma allora i libri chi li fa? La lettera di Redacta al Saggiatore

dalla redazione

Aggiornamento del 02 aprile 2021, la non risposta del Saggiatore e la replica di Redacta.

Con l’arrivo del 2021 il Saggiatore ha deciso di interrompere le collaborazioni esterne, motivando questa scelta con una riorganizzazione del lavoro della redazione. Nel 2020 la casa editrice ha pubblicato oltre cento titoli e nell’ultimo anno l’industria libraria, nel complesso, non ha registrato perdite. Viene da chiedersi quale sia il reale motivo di questa scelta. Senza i lavoratori e le lavoratrici che in questi anni hanno svolto attività di correzione bozze, impaginazione ma anche di editing e revisione, come farà la casa editrice a tenere alti il livello di produzione e la qualità redazionale? A meno di nuove assunzioni, verrebbe da immaginare che le collaborazioni esterne possano essere sostituite da schiere di stagisti, come da malcostume ormai diffuso. La nostra forse è solo malizia, ma l’impressione è che la direzione editoriale possa aver trovato un modo per risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro, già compresso attraverso l’uso di collaboratori esterni.

Un gruppo di collaboratrici e collaboratori del Saggiatore fa parte da tempo di Redacta e quest’ultima ha deciso di inviare una richiesta di spiegazioni alla direzione editoriale della casa editrice. Un buon modo per verificare le possibilità di conflitto e contrattazione collettiva anche all’interno dell’industria editoriale.

Pubblichiamo qui la lettera di Redacta:

Gentile direzione editoriale del Saggiatore,

scriviamo con l’intenzione di aprire un dialogo tra la casa editrice e un gruppo di vostri collaboratori e collaboratrici, che si sono rivolti a Redacta dopo essersi ritrovati a pagare le conseguenze di scelte maturate in seno alla direzione editoriale. Di queste, oggi, vi chiediamo un chiarimento.

Ci presentiamo. Redacta è una sezione di Acta, l’associazione dei freelance, nata allo scopo di tutelare i professionisti che lavorano nel settore editoriale: redattrici e redattori, grafici e traduttori, ghost writer e editor. Alcuni di loro, che in occasione delle riunioni di Redacta si sono conosciuti e hanno avuto la possibilità di confrontarsi, collaborano o hanno collaborato per anni con la redazione del Saggiatore.

A partire dai primi giorni del 2021 il numero di commissioni affidate dalla redazione ai collaboratori esterni si è rapidamente azzerato. Considerando le riprogrammazioni delle uscite a cui molti editori hanno dovuto far fronte nel 2020 e data anche la natura discontinua della professione del freelance, tutti loro hanno tenuto duro, fiduciosi. La prima spiegazione di quanto stava avvenendo è arrivata verso la fine di febbraio: un’e-mail ha chiarito che a causa di una riorganizzazione gran parte delle fasi del lavoro redazionale non sarebbe stata più affidata ad alcun collaboratore esterno, salvo occasionali eccezioni.

Se comprendere le ricadute sul piano economico è piuttosto immediato, meno scontato è riconoscere il ruolo professionale che i collaboratori del Saggiatore si sono costruiti negli anni: le redattrici e i redattori esterni, da voi appositamente formati tramite stage, si sono occupati di buona parte del processo di lavorazione, dall’impaginazione fino alla correzione di bozze, talvolta di editing e revisioni. Pur senza alcun riconoscimento contrattuale o formale, i collaboratori esterni sono stati, in questo senso, “artefici” dei libri pubblicati dalla casa editrice.

Inutile dire che questa professionalità, che è sempre stata centrale nelle battaglie di Redacta, ne esce completamente svilita. Tanto più se si considera che il numero di redattori e redattrici esterne, da voi impiegati fino a tutto il 2020, supera quello delle redattrici e dei redattori regolarmente assunti: muoversi verso un azzeramento delle collaborazioni esterne equivale a tagliare tout court il lavoro della redazione. Ci sembra quindi legittimo rivolgervi alcune domande.

– L’editoria libraria è stata uno dei pochi settori a ottenere risultati positivi nel 2020. A che tipo di ragioni è riconducibile la scelta del Saggiatore di ridurre così drasticamente i costi di cura editoriale dei suoi libri?

– Se fino al 2020 la redazione non è stata in grado di sostenere la produzione di oltre 120 titoli all’anno senza ricorrere ai collaboratori esterni, come potrà riuscirci nel 2021? Per poter mantenere la stessa qualità redazionale, è prevista una riduzione del numero dei titoli in uscita o un aumento del numero dei redattori interni?

– Negli ultimi anni il numero di stagisti in redazione è progressivamente aumentato. A quanti stagisti ricorre oggi la redazione del Saggiatore? Quanta parte del lavoro verrà a questo punto affidata loro?

La questione riguarda in ultimo la cura dei libri del Saggiatore, che con il suo catalogo costituisce da più di sessant’anni un pilastro della cultura italiana: se il lavoro verrà affidato ai soli redattori interni già presenti e a stagisti ancora in formazione, come sarà possibile garantire la stessa qualità editoriale?

Si potrebbe obiettare che i collaboratori esterni, a differenza dei dipendenti, non dovrebbero mettere bocca sulle questioni di organizzazione aziendali. Eppure, come messo in luce anche da Redacta, nel settore editoriale il lavoro produttivo è svolto in misura crescente e ormai forse maggioritaria da redattori esterni, dunque le imprese non possono ritenere di dover rendere conto del proprio operato solo ai dipendenti.

Per queste ragioni abbiamo deciso di aprire un dialogo diretto con la direzione editoriale del Saggiatore su una decisione che interessa tutta la sua rete di collaboratori esterni, fiduciosi di ricevere una risposta all’altezza della storia e dei valori incarnati dalla casa editrice.

Il canale di Suez e i bulli del nuovo Millennio

Di Sergio Bologna

Nel libro “tempesta perfetta sui mari” (2017, alle pp. 170-176) avevo parlato dell’incidente occorso il 3 febbraio 2016 nel canale di accesso al porto di Amburgo a una grossa nave portacontainer da 184 mila tonnellate. A causa di un guasto al timone, si era messa di traverso e si era incagliata, per fortuna non aveva ostruito tutto il passaggio ma era necessario toglierla da dov’era. Ci vollero giorni e furono impiegati 26 mezzi navali. Sarebbe stato più rapido se fosse stato possibile alleggerirla del carico, ma di gru montate su chiatta in grado di raggiungere il top dei container stivati in coperta pare che all’epoca ce ne fosse una sola in Europa.

Mi è venuto subito alla mente questo episodio quando è giunta notizia che la portacontenitori da 240 mila tonnellate “Ever Given” della compagnia taiwanese Evergreen, al mattino del 24 marzo 2021, causa un colpo di vento e, pare, un blackout a bordo, si è messa di traverso nel Canale di Suez ostruendo del tutto il passaggio con i suoi 400 metri di lunghezza. Decine e decine di navi di tutti i tipi che la seguivano in direzione nord e altre che si apprestavano a entrare nel Canale in direzione sud restavano bloccate.

I primi comunicati dell’Autorità del Canale parlavano di una “questione di giorni” per riuscire a spostarla e liberare almeno uno spazio sufficiente al passaggio di altre navi, ma 30 ore dopo l’incidente la società incaricata di affrontare il problema e di trovare una soluzione, la stessa, di nazionalità olandese, che era stata capace di realizzare il capolavoro di raddrizzare la “Costa Concordia” e di permetterle di esser trainata a Genova per la demolizione, faceva sapere che ci sarebbero volute forse “delle settimane” per venirne a capo, precisando che alleggerirla del carico era, allo stato, molto difficile se non impossibile.

Ipotizziamo che ci vogliano due settimane per riuscire a spostarla, significherebbe che circa 700 navi debbono riprogrammare i loro itinerari sconvolgendo intere filiere, creando problemi di approvvigionamento energetico, alimentare e tanto altro, con danni incalcolabili. Molti porti mediterranei con perdite di traffico e di giornate di lavoro superiori al 50%. Il porto di Trieste perderebbe le toccate dei servizi diretti al Molo VII, il VTE a Genova Voltri avrebbe un danno ancora maggiore. Insomma, un disastro che si aggiunge a una situazione caotica nel traffico container che dura dall’inizio della pandemia. Una seconda tempesta perfetta.

Sento dire: “Finalmente il gigantismo navale verrà messo in discussione!” Si spera. La mia opinione sull’argomento ho avuto modo di esprimerla da tempo, anche davanti agli studenti dell’Università di Genova (si veda il mio “Ritorno a Trieste. Scritti over 80, 2017-2019”) e non intendo tornare sull’argomento. Altri, più autorevoli di me, come Olaf Merk dell’OCSE, hanno dimostrato che le presunte economie di scala del gigantismo navale sono più apparenti che reali ma che per contro i costi per la comunità e i rischi che la navigazione di questi behemoth comporta sono tali per cui il gioco non vale la candela.

Ma perché allora le compagnie marittime continuano a gareggiare ordinando navi sempre più grandi? Ormai sembra che anche il limite dei 24 mila TEU di portata non sia considerato sufficiente – la nave arenatasi sull’Elba e quella sul Canale di Suez hanno una portata rispettivamente di 19 mila e di 20 mila TEU.

Che cosa trascina delle proprietà e dei management di alto livello in questa assurda gara?

“It is a question of ego”.

Questa fulminante risposta è stata data da un noto imprenditore marittimo-portuale mediterraneo sei o sette anni fa quando gli chiesero perché la compagnia, di cui aveva deciso di acquisire una consistente quota azionaria, continuava a perseguire il sogno della “nave più grande di quella del vicino”. Strategia alla quale inizialmente s’era opposto ma che negli anni successivi ha finito per accettare.

Io purtroppo continuo a credere che avesse dato la risposta giusta allora, sono convinto cioè che nella mentalità del turbocapitalismo del nuovo Millennio ci sia una componente di puro e semplice volgare “bullismo” maschile del tipo… ometto la frase che voi tutti potete immaginare e inizia con “ce l’ho…” ecc. Quel tipo di bullismo idiota che Chaplin ha meravigliosamente immortalato nella celebre scena del barbiere de “Il grande dittatore”.

Sigmund Freud invece in “Totem e tabù” parlava della fascinazione per qualcosa che ha delle dimensioni insolite come un qualcosa di “infantile” (kindisch). Ecco: questi signori che si credono padroni del mondo sono in realtà dei bulli infantili. Ovvero degli irresponsabili.

The Weight of the Printed Word. Text, Context and Militancy in Operaismo. Un libro di Steve Wright

di Daniele Balicco

Steve Wright è noto in Italia per essere l’autore della migliore monografia esistente sulla storia dell’operaismo: Storming Heaven (trad. it. L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo, Puerto Alegre, Roma 2008). A distanza di quasi vent’anni da questo primo volume – l’edizione inglese è del 2002, ma sappiamo dall’autore che quel saggio è in realtà un’elaborazione di una tesi di laurea precedente, scritta addirittura alla fine degli anni Ottanta’80 – Wright torna di nuovo a occuparsi del movimento anti-sistemico italiano. Questa volta però lo fa osservandolo da un’angolatura teorica originale e, mi pare, relativamente inedita.

Il precedente lavoro era organizzato come un saggio storico-politico tradizionale: Storming Heaven seguiva infatti l’itinerario dell’autonomia italiana, ricostruendolo attraverso l’analisi della nascita dei gruppi, dell’elaborazione ideologica di alcuni suoi protagonisti (su tutti: Panzieri, Tronti, Alquati, Negri, Bologna), attraverso la messa a fuoco di una metodologia originale (l’inchiesta operaia) e di un attrezzo teorico guida – il concetto di composizione di classe. Con questo nuovo lavoro – intitolato The Weight of the Printed Word. Text, Context and Militancy in Operaism, (in uscita per le edizioni Brill nel 2021) – l’operaismo viene invece studiato come fosse un soggetto collettivo impersonale, con uno sguardo a metà strada fra storia sociale e antropologia politica. Il punto di osservazione scelto è infatti quello della scrittura stampata come documento materiale. Wright la analizza seguendo molteplici ipotesi di ricerca: anzitutto come forma di elaborazione teorica individuale, come strumento di auto-consapevolezza di gruppo, come arma simbolica orientata a galvanizzare il conflitto, come “impalcatura” per l’edificazione selettiva del ceto politico militante; ma la scrittura stampata è anche un testo fisico, un oggetto materiale che necessita di piccoli o grandi investimenti per essere prodotto, così come della creazione di una rete di distribuzione capillare – autonoma, ma a volte anche sovrapponibile a quella dell’editoria tradizionale – per raggiungere la comunità di militanti, per coinvolgerla, appassionarla e attivarla. Infine, il testo scritto può essere osservato nella sua materialità anche come oggetto di consumo individuale, come un segno di appartenenza identitaria e come uno strumento di relazione fra attivisti.

Organizzato in sette sezioni distinte, questo saggio analizza – dividendolo per tipologie, funzioni e contesti – uno sconfinato repertorio di documenti eterogenei: saggi, corrispondenze epistolari, volantini, pamphlet, giornali, riviste, articoli, inchieste, interviste, documenti interni, manifesti, romanzi, testi radiofonici. Impressiona la mole dei materiali studiati; impressiona la cura minuziosa dei dettagli con cui lo studio è condotto. Le prime due sezioni del volume – tutto sommato tradizionali nell’oggetto d’analisi – affrontano, di questa tradizione politica, i documenti stampati più noti. Il lavoro di Wright parte infatti dallo studio della forma di comunicazione distintiva dell’operaismo italiano: l’inchiesta di fabbrica. Wright ricostruisce minuziosamente la storia di come è nata la prima inchiesta alla Fiat del 1960-1961 attraverso lo studio delle discussioni interne al primo nucleo di attivisti torinese (Rieser, Mottura, Accornero, Gallino, i Lanzardo, Alquati e Gobbi), presentando i testi preparatori dell’inchiesta, il rapporto con Montaldi, gli scambi epistolari mediati da Panzieri con il gruppo romano e infine la progressiva divaricazione fra gruppo “sociologico” e gruppo “politico”. La seconda sezione si occupa invece della forma saggio, quindi dei testi stampati degli autori più noti; collocandola però all’interno dello sviluppo dell’industria culturale italiana e della rete di riviste politiche che, a partire dagli anni ’50, preparano la teoria che guiderà la stagione del conflitto nel successivo ventennio; molto originale, in questa sezione, la ricostruzione della rete di relazioni che intreccia la storia dell’operaismo con il mondo dell’editoria (partendo da Panzieri con Einaudi e Negri con Feltrinelli, fino allo sviluppo delle case editrici di movimento) e con quello della ricerca universitaria.

Disegno: Malov
Disegno: Malov

A partire dalla terza sezione, il volume entra nel vivo dell’analisi dei testi scritti privi di firma individuale, fra cui molti articoli su rivista, ma soprattutto volantini, manifesti, ciclostile, opuscoli. Sono queste le tracce impersonali della vita politica di un soggetto collettivo, le forme elementari della sua soggettivazione. Grande risalto viene giustamente dato all’analisi del contenuto della forma e a come quest’ultima orienti significativamente la relazione politica fra soggetti e contesti, come nel caso del costituirsi dell’Assemblea studenti/operai a Torino nel 1969. La produzione di volantini, ciclostile e manifesti, per lo più affidata agli studenti, servì in questo contesto a sperimentare una alleanza di tipo nuovo fra ceto operaio e ceto politico; un’alleanza anzitutto di tipo conoscitivo, dove la reciproca sollecitazione creò uno spazio comunicativo inedito fra mondo esterno e mondo interno ai luoghi della produzione industriale. Furono soprattutto i volantini a galvanizzare il conflitto, a orientarlo, informando sulle azioni intraprese e su tutto quello che stava accadendo, fuori e dentro la fabbrica. Il volume continua ricostruendo l’ecosistema mediatico di Potere operaio, a partire dalla riflessione interna sulla strutturazione del partito per arrivare fino allo studio delle strategie di comunicazione esterna, nella lotta per l’egemonia sugli altri gruppi extra-parlamentari (fra cui il progetto fallito di un quotidiano con il gruppo del Manifesto, la creazione del periodico Potere operaio del lunedì, gli opuscoli marxisti Feltrinelli). La parte finale del saggio è dedicata invece all’analisi della scrittura stampata di una serie di gruppi minori dell’Autonomia, soffermandosi in particolare sull’esperienza di Rosso, sull’impatto dell’avvento delle radio libere (su tutte, Radio Onda Rossa), sui testi del Comitato operaio di Porto Marghera, di Lavoro Zero e di Lotta femminista.

La ricostruzione minuziosa di questo intero universo di scrittura stampata si chiude con una riflessione amara sul suo annientamento: è a partire dall’inchiesta giudiziaria “7 aprile” infatti che iniziò in Italia una sistematica distruzione di tutti questi materiali, nella maggior parte dei casi ridotti a semplici documenti sequestrabili in quanto prove indiziarie di appartenenza politica. Con la distruzione della scrittura stampata non sparì però solo la memoria di quello che fu, ma anche la possibilità di capire per quale ragione la potenza impressionante di questo laboratorio politico si sia dissolta così rapidamente, in uno scontro giocato ad armi impari, come un’impronta lasciata improvvidamente sulla sabbia una volta salita la marea. Potremmo forse leggere questo nuovo lavoro di Steve Wright anche come un saggio di archeologia politica. E per almeno due ragioni. Perché ci mostra la forma di vita elementare – che cosa ha significato essere liberi – all’interno dell’ultima comunità anti-sistemica di massa, prima della rivoluzione digitale. E perché ci costringe però, nello stesso tempo, ad alzare lo sguardo ben al di là dei confini di quella comunità e del nostro Paese se vogliamo capire il senso del suo annientamento.

Bibliografia

Steve Wright, Storming Heaven. Class Composition and Struggle in Italian Autonomist Marxism, Pluto Press, London 2002 (trad. it. L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo, Edizioni Alegre, Roma 2008).

Steve Wright, The Weight of the Printed Word. Text, Context and Militancy in Operaismo, Brill, London 2021.

Salario e diritti nei campi italiani

di Emiliano Zanelli

Quello che in molti si aspettavano da mesi è stato puntualmente confermato dopo il 15 di agosto, ossia allo scadere dei termini per usufruire della procedura straordinaria di regolarizzazione dei migranti: sulle oltre 200.000 istanze di regolarizzazione presentate, solamente poco più di 30.000 riguardavano lavoratori del settore agricolo. Ciò significa che i braccianti – i quali nei mesi primaverili erano stati figure assai presenti nel dibattito pubblico e avrebbero dovuto fare la parte del leone nella fase di attuazione del decreto, e per i quali la Ministra Bellanova si era commossa fino alle lacrime – a giochi fatti sono risultati figure di sfondo. Ma se anche il provvedimento avesse funzionato come previsto da alcuni, portando alla regolarizzazione di alcune centinaia di migliaia di migranti, il risultato sarebbe stato sì notevole, e per certi versi necessario, ma non avrebbe comunque risolto i molti i problemi e le criticità del settore del lavoro agricolo a partire dal quale, nelle convulse settimane di marzo 2020, aveva preso il via il dibattito poi precipitato concretamente nell’approvazione del decreto. 

Nel corso di quest’anno, infatti, abbiamo potuto assistere a un generale processo di messa a nudo delle contraddizioni delle nostre società, che in molti casi ha assunto una forma peculiare: per effetto delle misure di confinamento adottate tra la fine dell’inverno e l’inizio dell’estate, il funzionamento consueto di intere filiere produttive è stato stravolto – l’arresto improvviso della macchina ha permesso di osservarne il funzionamento più da vicino, e con maggiore chiarezza; da qui l’emergere di una inedita attenzione per il funzionamento dell’agricoltura in Italia, in tutta Europa, e in generale nel mondo intero. A titolo di esempio: in un’intervista rilasciata il 10 aprile a Isoradio, Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, ha affermato: «Oggi ci accorgiamo quanto è importante per il paese avere un’agricoltura forte». Pochi giorni, dopo, il 13 aprile, è stato addirittura Emmanuel Macron che, nel corso del messaggio alla nazione in cui annunciava quattro ulteriori settimane di confinamento, ha detto «bisognerà ricostruire un’indipendenza agricola» per la Francia. Dall’altra parte del mondo, e in una regione che, rispetto alla Francia e all’Italia, occupa una posizione completamente differente all’interno dell’economia globale, il 21 aprile Shri Pinarayi Vijayan, primo ministro dello stato indiano del Kerala e membro del Partito comunista indiano (marxista), ha esortato i suoi cittadini a rendersi autosufficienti per quanto riguarda la produzione del cibo, in modo da essere in grado di fare fronte a qualsiasi scenario in futuro, senza il fardello di una dipendenza da altri stati indiani o “esteri”. 

In tutti e tre i casi, però, a essere fonte di preoccupazione non era tanto l’agricoltura in sé, quanto la situazione di chi in essa lavora: la filiera grazie a cui il cibo raccolto nei campi si trasforma nel prodotto alimentare acquistabile nei punti vendita della distribuzione rischiava di interrompersi nel primo dei suoi tanti passaggi, a causa della carenza di lavoratori agricoli. «Rischiamo di rimanere senza cibo», hanno titolato giornali e telegiornali nei principali Stati europei, «perché mancano i lavoratori stagionali». Per effetto di quarantene, confinamenti e chiusure delle frontiere, rischiava di saltare la stagione dei raccolti, poiché oltre un milione di lavoratori stagionali, che normalmente affluiscono nell’Europa occidentale da quella orientale o da molti paesi africani e asiatici, non ha potuto o voluto farlo a causa del Coronavirus. Niente di nuovo: il processo che ha portato i lavoratori e le lavoratrici migranti a essere fondamentali per il funzionamento dell’economia europea, e particolarmente per un settore chiave come quello primario, va avanti da decenni, e ora si è reso visibile in tutta la sua portata.

Se guardiamo al caso italiano, le cifre ufficiali ci dicono che, nel 2017, quasi il 17% degli occupati nel settore agricolo era di provenienza straniera (147.122 persone, tra comunitari ed extracomunitari), impiegati per quasi il 90% con contratti a tempo determinato e in netta crescita rispetto agli anni precedenti. A marzo però la Coldiretti lamentava l’assenza di addirittura 370.000 stagionali che normalmente arrivano dall’estero e che coprono oltre un quarto della produzione agricola nazionale; ai primi di ottobre calcolava una riduzione di circa un terzo del numero di lavoratori stranieri presenti nelle campagne italiane. La difficoltà di una stima certa è strettamente legata alla irregolarità strutturale che caratterizza il settore: secondo l’ultimo rapporto dell’Inl-Ispettorato nazionale del lavoro (2019), le 5.806 ispezioni effettuate in aziende agricole hanno fatto registrare un tasso di irregolarità del 59,3%. Dei 5.340 lavoratori soggetti alle violazioni riscontrate, ne sono risultati 2.719 (51%) in nero, 229 dei quali cittadini extracomunitari senza permesso di soggiorno. 

Al di là di una stima precisa del fenomeno, alla cui entità non rendono del tutto giustizia i numeri rilevati dall’Inl, sono particolarmente interessanti le soluzioni avanzate per risolvere questa specifica emergenza, in cui il dibattito italiano ha sostanzialmente ricalcato quello europeo. In attesa di un intervento comune, le varie economie nazionali hanno cominciato a muoversi autonomamente: la Francia è stata la prima a lanciare una piattaforma online per fare incontrare la domanda di lavoro agricolo e l’offerta “autoctona”, dopo che il 24 marzo Didier Guillaume, ministro dell’Agricoltura, ha lanciato un appello a tutti i lavoratori rimasti a casa a causa del virus, affinché si unissero «alla grande armata dell’agricoltura francese» e colmassero le 200.000 posizioni lavorative lasciate scoperte dall’assenza dei consueti stagionali, provenienti soprattutto da Marocco, Romania e Polonia. Nel pronunciare questo appello Guillaume aveva in mente soprattutto i lavoratori dipendenti che stavano usufruendo dello chômage partiel, dispositivo assimilabile alla nostra cassa integrazione: secondo i dati pubblicati dal ministero del Lavoro francese, a maggio tale platea è arrivata a raccogliere 12,4 milioni di persone, alle quali è stata data la possibilità di cumulare la cassa integrazione che ricevono per il loro impiego “normale” e la retribuzione di questo impiego “straordinario”. Una sorta di incremento indiretto del salario, per rendere appetibile anche ai/alle francesi un lavoro svolto normalmente da lavoratori/trici stranieri/e per paghe minori, in quella che è stata definita una “delocalizzazione sul posto”. Una piattaforma analoga è stata lanciata anche in Germania, dove si sono fatti anche dei passi ulteriori: il 2 aprile è stato annunciato un massiccio piano di importazione della forza-lavoro dai paesi dell’Est Europa. Lavoratrici e lavoratori sono partiti dai paesi di origine e sono stati portati per via aerea in Germania, per poi essere smistati nelle campagne. Questa procedura ha coinvolto 40.000 persone per aprile e altrettante per maggio, a cui sono da affiancare le 20.000 che verranno prese dal bacino di riserva interno: disoccupati/e, studenti/esse, richiedenti asilo e cassintegrati/e. I primi effetti di questo piano non si sono fatti attendere: il 9 aprile la televisione rumena ha mostrato le immagini di centinaia di persone accalcate all’aeroporto di Cluj in attesa dei voli per la Germania – e tanto peggio per il distanziamento sociale. Aerei verso l’Est Europa sono partiti anche dalla Gran Bretagna, ma qui sono stati finanziati direttamente dalle agenzie di collocamento, che hanno sollecitato il Governo a prendersi in carico quest’onere. 

Vie simili sono state seguite in Spagna, dove il 7 aprile con un decreto si è permesso di svolgere lavoro nei campi a chi percepisce il sussidio di disoccupazione (ma non a chi percepisce un sussidio vincolato alla crisi da Coronavirus). Il Governo spagnolo, inoltre, ha deciso di ricorrere a una piattaforma online come quelle di Francia e Germania, e di rinnovare automaticamente i permessi di lavoro e di residenza di lavoratori stranieri già presenti in Spagna e in scadenza fino al 30 giugno.

Come si diceva, anche il dibattito italiano ha seguito queste linee di intervento, per cui sono state avanzate le proposte di:

 a) importare lavoratori direttamente dai paesi d’origine, attivando appositi flussi controllati come nel modello tedesco e premendo sull’Unione Europea affinché venissero istituiti appositi “corridoi verdi” per i lavoratori, oltre che per le merci; 

b) mettere al lavoro disoccupati/e, pensionati/e, studenti/esse, cassintegrati/e a causa del virus, percettori del reddito di cittadinanza: questa soluzione è stata ripetutamente evocata da Confagricoltura, da Coldiretti, dall’Alleanza cooperative agroalimentari, oltre che dalla stessa ministra Bellanova; 

c) regolarizzare i lavoratori e le lavoratrici migranti già presenti sul territorio, vale a dire il bacino di donne e uomini resi “irregolari” dalle politiche italiane di questi anni e costretti per questo a muoversi fuori dalla “legalità”: lavorare senza un contratto, abitare nei ghetti, essere sprovvisti/e di qualsiasi tutela di fronte alla violenza del caporalato, delle mafie, dei padroni.

Pur se in maniera tortuosa e contraddittoria, l’Italia ha seguito la terza delle vie proposte – si veda anche in questo numero l’articolo di Francesco Bagnardi e Giuseppe D’Onofrio – in modo da permettere a lavoratori/trici effettivamente presenti sul territorio nazionale di dotarsi dei documenti necessari a spostarsi al suo interno in un momento in cui la circolazione delle persone era stata subordinata al possesso di determinate credenziali; per esempio un contratto di lavoro. Vale la pena notare come la retorica che ha dominato questo dibattito, almeno tra i suoi esponenti istituzionali, sia stata tanto esplicita da risultare brutale: queste persone devono ottenere diritti poiché in questo momento ci serve che si possano muovere. Proprio il fatto che, in realtà, siano state presentate così poche domande riguardanti lavoratori/trici agricoli per una misura che era stata pensata come prioritaria nei confronti dei braccianti – e non dei lavoratori e delle lavoratrici domestiche che ne hanno usufruito per l’85% – ci permette di cominciare a mettere a fuoco l’elemento centrale del problema. 

Rischiamo di rimanere senza cibo – hanno titolato giornali e telegiornali nei
principali stati europei – perché mancano i lavoratori stagionali

È interessante anche commentare l’opzione b). Qui la retorica era differente: mettiamo al lavoro chi già percepisce un’indennità di qualche tipo dallo Stato, come il reddito di cittadinanza, così che dimostri di meritarsela, oppure chi in questo frangente si trova ad avere tempo a disposizione (studenti/esse, pensionati/e, cassintegrati/e); in questo secondo caso, forziamo i limiti e le restrizioni imposti all’uso residuo dei voucher in agricoltura, in modo che tutti costoro possano essere retribuiti con questa modalità. In entrambi i casi, il tentativo è quello di contenere il più possibile il costo della forza lavoro, impiegando manodopera che sia già “pagata dallo Stato” o retribuibile il meno possibile e con garanzie minime. Mentre in Francia è stato da subito esplicitato che i lavoratori e le lavoratrici in stato di chômage partiel avrebbero cumulato la cassa integrazione e il normale contratto da lavoratore agricolo stagionale (nella grande maggioranza dei casi, un contratto a tempo determinato), in Italia le proposte in merito sono state molto più fumose. 

I tentativi di spingere in questa direzione, portati avanti dalle associazioni datoriali e dai loro referenti politici, sono del resto perfettamente in linea con l’evoluzione recente di questo specifico settore del mercato del lavoro, vale a dire con il ricorso sempre maggiore a una forza lavoro in condizione di estrema vulnerabilità, irregolarità, flessibilità, come sono nella maggior parte dei casi i lavoratori/trici migranti, regolari e irregolari. In un settore che, in ogni caso, vede ancora una grandissima maggioranza di lavoratori/trici italiani/e, una simile tendenza, più che essere legata a retoriche che già suonano stantie («gli italiani non hanno voglia di fare lavori pesanti»), sembra derivare dal fatto che il costo della forza lavoro è la principale variabile cui può ricorrere il produttore per limitare i costi di produzione. Il lavoro dipendente in campo agricolo è sottoposto a una notevole frammentazione contrattuale per via del doppio livello in cui è articolato il suo inquadramento: un Contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl) rinnovato ogni quattro anni che definisce i minimi salariali di area e un Contratto provinciale di lavoro (Cpl), anch’esso quadriennale e con rinnovo “a incastro” tra due Ccnl a cui viene affidato il compito di definire i valori dei salari relativi ai vari profili professionali. Il risultato è che il valore della retribuzione di una stessa mansione professionale può essere notevolmente differente da un territorio all’altro: in base a un’indagine riferita al 2018, l’ora di lavoro di un operaio a tempo determinato con mansioni generiche viene pagata in media 10,34 euro in Lombardia e 7,18 euro in Molise; l’oscillazione è ancora maggiore se interviene il fattore specializzazione, per cui gli “specializzati super” di Trento, Mantova e Siena ricevono all’ora più di 14 euro, mentre gli addetti alla raccolta di Padova, Cuneo o Ascoli si fermano a 6,5 euro. Costituisce pertanto uno squilibrio ulteriore il ricorso a una manodopera che può non essere contrattualizzata o che presenta molti più margini per un suo utilizzo irregolare. Per esempio lavoratori con contratto, ma di cui non vengono registrate le giornate di lavoro effettive: condizione diffusissima che accomuna forza lavoro italiana e straniera e che presenta conseguenze molto gravi come l’impossibilità di accedere, terminata la stagione, alla disoccupazione, che richiede un numero minimo di giornate lavorative registrate. 

Disegno: Zolta

Quindi si ricorre a lavoratori/trici stranieri/e per ridurre il costo del lavoro e, anche di fronte a una pandemia, ci si preoccupa non tanto che i raccolti abbiano luogo e la nazione possa nutrirsi, ma che i raccolti possano avere luogo alle condizioni di sempre, senza minare l’equilibrio tra salari e profitti.

Le rilevazioni effettuate settimanalmente dagli istituti di ricerca hanno mostrato un incremento costante delle vendite di prodotti alimentari a partire da fine febbraio, quando è iniziato il periodo di confinamento domestico. Questo incremento, però, non ha riguardato tutti i canali di vendita indiscriminatamente, ma uno in particolare: la Grande distribuzione organizzata (Gdo), ovvero supermercati, ipermercati, discount e simili, dove si trova una maggiore disponibilità di prodotti e prezzi più convenienti rispetto ad altre rivendite al dettaglio. Il confinamento non ha fatto altro che accentuare una tendenza in corso da tempo, inserendosi in un quadro che vede la quota di mercato occupata dalla Gdo in crescita costante da decenni. Nel 2016 gli oltre 26.000 supermercati presenti in Italia vendevano il 73,5% di tutto il cibo e le bevande consumate nel paese (dati 2018 tratti dal rapporto Al giusto prezzo di Oxfam). A questa concentrazione delle vendite ne corrisponde una ulteriore: dentro la stessa Gdo, infatti, assistiamo all’imporsi di pochi grandi marchi che concentrano quote di mercato sempre maggiori (nel 2017 le prime cinque aziende controllavano più del 50% del mercato). Ciò significa che per approvvigionarci di cibo dipendiamo sempre di più da un numero ristretto di imprese, che di conseguenza detengono un potere sempre maggiore. 

Cosa è successo quindi con il Coronavirus? Nelle quattro settimane dal 17 febbraio al 15 marzo – dunque dalle prime misure di confinamento applicate in pochi comuni in Lombardia e Veneto alla sua estensione a tutto il territorio nazionale – le vendite nei supermercati sono aumentate del 23% rispetto allo stesso periodo del 2019. Nelle stesse settimane aumenti ancora maggiori sono stati registrati per la spesa online: il +57% della prima diventa addirittura un +97% dell’ultima (tutti i dati vengono dal rapporto Ismea pubblicato a fine marzo 2020). Tra il 9 e il 15 marzo la variazione tendenziale è stata addirittura del +16,4%, e, seppur calando lentamente di intensità, il processo è continuato. Nel concreto, queste percentuali significano che nelle stesse settimane in cui una larga parte dell’economia ha affrontato la paralisi o la crisi, milioni di euro sono finiti nelle casse della Gdo (in molti casi anche grazie ad aumenti di prezzo dei prodotti o alla scomparsa delle consuete promozioni stagionali). Ma dove è andato a finire questo fiume di soldi? La vendita nei supermercati rappresenta il punto terminale della filiera agroalimentare: una filiera che, considerata nel suo insieme, rappresenta il primo settore economico del paese, con un fatturato di 538,2 miliardi di euro, 3,6 milioni di occupati/e e 2,1 milioni di imprese (dati dal rapporto 2019 della Fondazione Ambrosetti; per intenderci, il fatturato è oltre quattro volte superiore a quello del comparto automotive). 

Ma se è vero che il fatturato della Gdo è in costante aumento e che i prezzi degli alimentari in Italia sono del 12% più alti della media europea, non tutti i soggetti di questa lunga e composita filiera ne condividono i vantaggi. L’anello debole, in particolare, è rappresentato proprio dal settore agricolo, costituito in massima parte da imprese a conduzione familiare e con meno potere contrattuale: basti pensare che il 47% delle imprese agricole si deve spartire poco meno dell’8% del fatturato del comparto. In molti casi, tale situazione è dovuta al fatto che la Gdo, approfittando della sua posizione dominante, impone delle pratiche commerciali che poi si ripercuotono negativamente sulla filiera: nel 2013 un’inchiesta dell’Autorità garante della concorrenza del mercato (Agcm) rilevava che nel 67% dei casi il distributore propone e ottiene modifiche delle condizioni contrattuali già pattuite, e che il 74% dei fornitori intervistati percepiva queste proposte come vincolanti. Tra le pratiche più dannose figura l’asta al doppio ribasso, con cui le centrali d’acquisto della Gdo utilizzano l’offerta più bassa risultata da un primo giro di offerte come base di partenza per un’ulteriore asta, spingendo la concorrenza a livelli economicamente insostenibili per il produttore. Negli scorsi mesi, quindi, abbiamo assistito a una riproduzione su scala minore, ma iperconcentrata, di un processo in atto da anni e a cui la situazione dei lavoratori/trici agricoli/e è strettamente legata, come anche l’“emergenza” primaverile e le varie soluzioni proposte per risolverla. Le procedure elaborate dai ministeri coinvolti infatti da una parte richiedevano ai lavoratori e alle lavoratrici interessati requisiti che difficilmente essi possedevano, per esempio un ammontare di giornate di lavoro ufficialmente dichiarate negli anni scorsi: ma come fare, se il padrone non le segna? Dall’altra affidavano la domanda di emersione del rapporto di lavoro al datore di lavoro stesso, ma così facendo, quest’ultimo avrebbe dovuto intaccare volontariamente il margine di irregolarità su cui scarica la pressione della filiera e da cui deriva il suo stesso margine di profitto. 

Provare a riflettere su quanto successo in questi mesi, però, ci consente di individuare la vera questione che in questo periodo abbiamo solo sfiorato, ossia quella del salario. Essa ha attraversato sottotraccia tutto il dibattito nato dall’improvvisa carenza di lavoratori/trici stagionali nei campi europei ed è affiorata esplicitamente solo in alcuni momenti: una prima volta in occasione della mobilitazione dei braccianti che, partita dal Sud Italia, è culminata nello sciopero del 21 maggio, quando è stato chiaramente posto il problema della strutturazione della filiera agroalimentare e delle condizioni lavorative che ne derivano, e quando si è provato a coinvolgere anche coltivatori e consumatori. Una seconda volta in occasione della lotta – vittoriosa – di alcuni lavoratori e alcune lavoratrici rumeni/e in Germania: grazie al ponte aereo organizzato dal Governo tedesco, sono stati depositati/e nel paesino di Bornheim, tra Colonia e Bonn, e dopo un mese di lavoro presso la ditta Spargel Ritter, senza alcuna protezione sanitaria, senza riscaldamento negli alloggi, spesso nutriti con cibo avariato, si sono visti retribuire con un decimo della somma pattuita; inoltre, ed è un dettaglio significativo, grazie ai riflettori che si sono accesi sulla questione è emerso come l’azienda impiegasse i lavoratori rumeni accanto a una forza lavoro tedesca cui veniva corrisposto un salario maggiore e per giunta erogato a ore anziché a cottimo. 

È proprio il fatto che le due maggiori azioni conflittuali portate avanti in questi mesi siano state costruite su questi temi a mostrarci chiaramente come parlare di lavoro agricolo dovrebbe significare porre anzitutto la questione del salario, perché su tale questione sono incardinate le numerose contraddizioni di questo settore, due su tutte: il rapporto che l’agricoltura intrattiene con gli altri comparti della filiera agroalimentare, su tutti quello della distribuzione, e che lega tra loro i lavoratori di tutta la filiera; il meccanismo per cui la negazione di diritti fondamentali diventa un espediente funzionale ad abbassare il costo del lavoro e quindi ad aumentare la competitività di un’azienda agricola. È da qui, di conseguenza, che possiamo partire per pensare azioni e proposte che siano all’altezza di quanto ci troviamo a dover affrontare.

Bibliografia e sitografia

G. Ceccarelli, Al giusto prezzo. I diritti umani nelle filiere dei supermercati italiani, Oxfam Italia, 2018

A. Claire, C. Frings, J. Malamatinas, «Der Streik bei Spargel Ritter. Der wilde Streik der rumänischen Feldarbeiter*innen in Bornheim zeigt, dass auch im System rassistischer Überausbeutung Kämpfe möglich sind», Analyse & Kritik, 21 maggio 2020.

«Il lavoro in agricoltura», a cura di M.C. Macrì, Agriregionieuropa, dicembre 2018, anno 14, n. 55: da leggere in particolare gli articoli G. Mattioni, «Il lavoro dipendente in agricoltura in Italia secondo i dati Inps»Il lavoro dipendente in agricoltura in Italia secondo i dati Inps; M. D’Alessio, «I numeri chiave delle retribuzioni degli operai agricoli in Italia»I numeri chiave delle retribuzioni degli operai agricoli in Italia; E. Barberis, S. Battistelli, P. Campanella, P. Polidori, E. Righini, D. Teobaldelli, E. Viganò, «Vulnerabilità e irregolarità dei lavoratori nel settore agricolo: percezioni, determinati, interventi»Vulnerabilità e irregolarità dei lavoratori nel settore agricolo: percezioni, determinati, interventi.

Inl-Ispettorato nazionale del lavoro, Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale (anno 2019)

«Intervista a Massimiliano Giansanti»Intervista a Massimiliano Giansanti, «Rai Isoradio», 10 aprile 2020.

Ismea, Emergenza COVID–19. Rapporto sulla domanda e l’offerta dei prodotti alimentari nelle prime settimane di diffusione del virus, marzo 2020.

Ismea, Emergenza COVID–19. 2° Rapporto sulla domanda e l’offerta dei prodotti alimentari nell’emergenza Covid-19, aprile 2020.

Ismea, Emergenza COVID–19. 3° Rapporto sulla domanda e l’offerta dei prodotti alimentari nell’emergenza Covid-19, giugno 2020.

La filiera agroalimentare italiana. Formazione del valore e dei prezzi alimentari lungo la filiera, studio elaborato da Nomisma per Associazione Distribuzione Moderna, marzo 2014. 

The European House-Ambrosetti, La creazione di valore lungo la filiera agroalimentare estesa in Italia. Position Paper, The European House-Ambrosetti con Federdistribuzione, Ancc Coop, Ancd Conad e in collaborazione con Associazione Distribuzione Moderna, 2019.

E. Wigand, «Verschweigen, verdrängen, ignorieren. Die Ausbeutung osteuropäischer Wanderarbeiter*innen findet wenig Aufmerksamkeit – in Bornheim war das anders. Was folgt daraus?», Analyse & Kritik, 15 giugno 2020.

R. Willoughby, T. Gore, Maturi per il cambiamento. Porre fino allo sfruttamento nelle filiere dei supermercati, Oxfam International, 2018. 

Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria

di Francesco Bagnardi e Giuseppe D’Onofrio

Era il 13 maggio 2020 quando, con i contagi da Covid-19 in calo e gli appelli diffusi per tornare alla normalità, il governo annunciava il varo del Decreto Rilancio: un pacchetto di misure economiche straordinarie per affrontare l’impatto socio-economico del lockdown. In quell’occasione la ministra per le Politiche Agricole, Teresa Bellanova, comunicava con parole solenni l’introduzione di un provvedimento temporaneo di regolarizzazione dei migranti senza documenti di soggiorno e la possibilità per loro di far emergere e sanare i rapporti di lavoro irregolari nei settori del lavoro domestico e di cura e in agricoltura.

Da giugno ad agosto la regolarizzazione ha coinvolto 207.542 richiedenti. L’85% delle domande riguarda lavoratori e lavoratrici nel lavoro domestico e di cura e solo 30.694 – cioè il restante 15% – quelli agricoli. Il numero di regolarizzazioni attivate è il più basso nella storia recente delle sanatorie italiane. La “grande regolarizzazione” che accompagnò la legge Bossi-Fini nel 2002-03, per esempio, regolarizzò 700.000 stranieri, mentre nel 2006 e poi ancora nel 2009 furono regolarizzate le posizioni di 350.000 e 300.000 stranieri rispettivamente. Inoltre, i decreti “Immigrazione e Sicurezza” del governo Lega-Movimento 5 Stelle nel 2018 avevano di fatto moltiplicato il numero di stranieri irregolari sul territorio. Secondo le stime dell’Ispi, all’inizio del 2020, infatti, per effetto dei decreti sicurezza gli irregolari in Italia sarebbero stati circa 670.000. La stessa ministra Bellanova, in audizione alla Camera nelle settimane più drammatiche del lockdown, menzionava la presenza sul territorio di circa 600.000 irregolari e un fabbisogno di manodopera tra i 270 e 350.000 lavoratori nel solo comparto agricolo. È evidente quindi che, i trentamila lavoratori agricoli regolarizzati rappresentano un risultato marginale.

In questo articolo offriamo una breve analisi delle filiere agricole italiane e di come il Covid-19 abbia esacerbato le dinamiche di sfruttamento all’interno di esse. Partendo dall’analisi dal basso delle dinamiche di controllo e resistenza nei processi di lavoro nei campi, e usando il comparto del pomodoro da industria della provincia di Foggia come caso critico dell’intero settore, dimostriamo come la regolarizzazione abbia lasciato sostanzialmente intatti i rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori/trici migranti. Questo ha perciò reso la misura inaccessibile proprio a quei lavoratori/trici con minore potere contrattuale individuale a cui la misura proclamava di volersi rivolgere. La nostra analisi si basa sulle interviste raccolte tra lavoratori, sindacalisti, organizzazioni non governative attive sul campo in due periodi diversi. Le interviste che vengono utilizzate per illustrare i meccanismi di sfruttamento e riproduzione delle filiere agricole sono state raccolte sul campo nelle estati del 2017 e del 2018. Le interviste relative agli effetti della sanatoria sono invece state raccolte nell’agosto del 2020, principalmente a distanza.

Le filiere agricole in Italia e nel Tavoliere

Il comparto agricolo è tra i settori dell’economia italiana a maggiore incidenza di lavoro irregolare. Secondo le stime dell’Istat l’irregolarità del lavoro –- misurata come la percentuale di unità di lavoro irregolari sul totale delle unità di lavoro impiegate nel settore – tocca tassi del 24% a livello nazionale con picchi del 30% nel Mezzogiorno. Il peso dell’irregolarità nel settore è cresciuto negli ultimi anni, stabilizzandosi al Sud, e quasi raddoppiando al Nord.

I numeri forniscono una fotografia chiara, per quanto generale, del settore. L’irregolarità del lavoro significa elusione fiscale ma soprattutto sotto-salario, assenza di contratti e protezioni legali e individualizzazione dei rapporti produttivi. L’informalità rimuove i vincoli della legge e dei contratti collettivi e immerge le relazioni tra lavoratori/trici e imprese in un regime di coercizione e arbitrio delle parti in cui il lavoratore-trice non può negoziare i termini della propria attività lavorativa attraverso gli istituti collettivi della contrattazione e della tutela sindacale. Il lavoro nero coincide cioè spesso con un surplus di sfruttamento nei tempi di lavoro e nella remunerazione, nelle occasioni di negoziazione del processo produttivo e nell’accesso al welfare, che in agricoltura è legato alla capacità di accumulare una soglia minima di giornate lavorative formalmente registrate.

La persistenza e diffusione del lavoro irregolare nel comparto agricolo negli ultimi decenni segnalano quanto l’irregolarità sia una componente ormai strutturale del settore. I dati del “Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo”, che monitora le inchieste della magistratura relative ai reati di sfruttamento e intermediazione illecita di manodopera, confermano che i casi di caporalato e sfruttamento si vanno diffondendo su tutto il territorio nazionale. Il deterioramento delle condizioni di lavoro nelle campagne italiane, difatti, è anche il risultato di un’asimmetria nelle relazioni economiche e di potere tra imprese a capo delle filiere agricole produttive transnazionali e imprese loro fornitrici. La struttura e le caratteristiche della filiera, i rapporti di potere e di autorità tra le aziende al suo interno, l’instabilità e la stagionalità della produzione, e la crescente concorrenza internazionale incentrano l’intero processo produttivo sulla capacità delle aziende fornitrici di comprimere i costi e rendere iper-flessibile il lavoro.

La filiera del pomodoro d’industria, sulla quale concentriamo la nostra analisi, è un esempio tipico di tali dinamiche e una filiera cruciale del comparto agricolo nazionale. L’Italia è il primo produttore in Europa di pomodoro industriale e destina all’export il 60% della produzione nazionale. Nel paese esistono due distretti industriali specializzati nella produzione e trasformazione del pomodoro: il distretto del Nord, ubicato in Emilia-Romagna e il distretto del Sud, diviso tra la produzione che avviene in Capitanata, nella Puglia settentrionale, e la trasformazione che ha luogo nelle imprese dell’Agro Nocerino Sarnese, in Campania. La catena produttiva del pomodoro industriale italiano è una catena diretta dal compratore; in essa, cioè, gli acquirenti del prodotto e non i produttori, definiscono modi, tempi, qualità e prezzi della produzione. Un numero massiccio di industrie di trasformazione, infatti, producono per il mercato delle cosiddette private labels della grande distribuzione organizzata (Gdo), cioè i marchi di emanazione diretta della Gdo. Le grandi catene di supermercati forniscono marchio e il mercato al pomodoro che comprano dai fornitori italiani. Questi fornitori sono industrie di trasformazione localizzate principalmente nelle province di Napoli e Salerno e che lavorano il pomodoro fresco in pelato, polpa e altri prodotti. Nel distretto meridionale, oltre l’80% della produzione avviene per conto delle private labels. Nell’Agro Nocerino Sarnese, infatti, delle settanta imprese di trasformazione presenti solo tre hanno un marchio proprio. Le industrie di trasformazione acquistano il pomodoro dalle cosiddette “organizzazioni di produttori” (Op), le quali a loro volta acquistano il prodotto da imprese agricole di diverse dimensioni localizzate principalmente nell’area della piana di Capitanata. Il ruolo delle Op è stato fortemente contestato in quanto queste organizzazioni agiscono più come intermediari in cerca di rendite che come anello di raccordo tra produzione agricola e industriale. I principali acquirenti del pomodoro da industria a marchio privato, quindi, sono i giganti della Gdo che coprono il mercato domestico e il 70% dell’export nazionale. Nonostante una proposta di legge, ferma in Parlamento, punti a renderle illegali, oggi il pomodoro italiano viene acquistato di frequente attraverso aste a doppio ribasso, il cui fine è quello di comprimere il più possibile il prezzo e quindi innescare una feroce competizione tra trasformatori. Negli ultimi anni, come denunciato da alcuni trasformatori, le aste non vengono convocate dal singolo operatore della Gdo ma dalle cosiddette “alleanze d’acquisto”: cioè da organizzazioni di retailers che coordinano i rapporti di forniture comuni facendo leva sul proprio potere d’acquisto al fine di ottenere prezzi ancora più vantaggiosi. Le relazioni fortemente asimmetriche tra retailers e produttori e la politica dominante dei prezzi si ripercuotono sulle condizioni di lavoro nelle campagne.

In Capitanata, ancor più che in altri distretti, la forza lavoro agricola è fortemente segmentata lungo le linee della razza, della nazionalità e dello status migratorio. Una buona parte dei braccianti stranieri occupati in provincia vive in insediamenti informali sparsi per il territorio. Questi lavoratori rappresentano le principali riserve di manodopera da cui intermediari e datori di lavoro attingono durante la stagione della raccolta. In queste aree, il controllo del mercato del lavoro è affidato ai caporali che dettano le condizioni di lavoro e di salario dei braccianti per conto delle imprese. Essi soddisfano il bisogno di flessibilità degli agricoltori, fornendo una forza lavoro disponibile, temporanea e a basso costo da impiegare a seconda di picchi e cali di produzione. Losfruttamento lavorativo dei braccianti interessa contratti, salari, orari di lavoro, tempi e modalità di erogazione del salario. Sono tante le storie che in questi anni abbiamo raccolto durante il lavoro di campo delle nostre ricerche. Di seguito alcuni stralci:

Sono arrivato al ghetto di Rignano il 9 aprile 2016. Appena arrivato, mentre cercavo lavoro, ho conosciuto una ragazza che mi ha detto che un amico suo cercava un operaio che sapesse anche guidare il furgone. C’era una squadra di otto persone da accompagnare tutte le mattine nei campi ma non c’era l’autista. Il furgone era di questa persona. Di mattina partivo con altri otto ragazzi e andavo a lavorare. Lavoravo anch’io in campagna con loro. Da ogni ragazzo prendevo cinque euro per il trasporto e poi, a fine serata, davo i soldi al proprietario del furgone. Io non pagavo i miei cinque euro perché guidavo il furgone e per me il trasporto era gratis. Ora lavoro con un altro capo. Il lavoro è molto pesante. Di mattina si inizia alle sei e si finisce alle quattro/quattro e mezza di pomeriggio. La pausa dura una mezz’ora. In campagna non si lavora mai meno di dieci ore perché la paga è di tre euro l’ora. Se lavori dieci ore guadagni trenta euro (Intervista 1, M., bracciante, Foggia, agosto 2017).

A Foggia il lavoro in campagna è molto pesante. Per poter fare questo lavoro devi innanzitutto mangiare bene. Io lavoro anche dieci ore al giorno. La giornata di lavoro è di trentacinque euro per dieci ore di lavoro. C’è chi paga tre euro e cinquanta all’ora e chi, invece, paga quattro euro. Dipende dal capo, ci sono quelli buoni e quelli meno buoni. Però questo non è legale perché il lavoro è molto pesante. Quando torni a casa ti senti molto stanco, per questo devi mangiare bene. Di mattina usciamo alle quattro per andare a lavoro. C’è chi torna alle tre e mezza di pomeriggio, chi alle quattro e mezza e chi ancora più tardi. […] La squadra è composta da venticinque/trenta persone. In un giorno riempiamo anche sette camion, tutto a mano (Intervista 2, O., bracciante, Foggia, settembre 2018).

Io lavoro sempre a cassone perché guadagno di più. In una giornata riesco a fare anche quindici cassoni. Ogni cassone è pagato tre euro e cinquanta centesimi. Lavoro così perché quando arriva il raccolto bisogna approfittare e guadagnare tutto quello che puoi perché la raccolta non dura più di due mesi. Durante la stagione del pomodoro lavoro quasi tutti i giorni. Ogni tanto mi riposo perché il lavoro è molto pesante e mi fa male la schiena (Intervista 3, A., bracciante, Foggia, agosto 2018).

Avevo un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ora è scaduto e sono in attesa del rinnovo. Mi hanno detto che è molto difficile avere il rinnovo senza un contratto di lavoro. Io lavoro a giornata in campagna e solo per pochi mesi all’anno. Lavoro sempre con lo stesso capo ma non ho il contratto. Raccolgo pomodori, asparagi, carciofi, ecc. Guadagno venticinque euro per ogni giornata di lavoro (Intervista 4, T., bracciante, Foggia, agosto 2018).

La condizione di sfruttamento di molti braccianti agricoli nelle campagne italiane non è sempre riconducibile, come sostengono ministri e policy makers, a una condizione di irregolarità sotto il profilo dello status migratorio. Molti braccianti non comunitari, infatti, pur possedendo un regolare permesso di soggiorno – per protezione sussidiaria o umanitaria, per esempio – sperimentano le stesse violazioni sistematiche dei diritti lavorativi. Nella piana di Capitanata, così come in tante altre aree agricole italiane, ai braccianti stranieri stabilmente residenti sul territorio si aggiungono ogni anno migliaia di lavoratori stranieri provenienti da altre regioni d’Italia che seguono i circuiti stagionali della manodopera agricola, e migliaia di lavoratori europei che restano sul territorio per brevi periodi, solitamente per la durata dei raccolti. Nelle campagne del Foggiano, infatti, la maggioranza dei braccianti è costituita proprio da cittadini europei che non necessitano di uno specifico permesso di soggiorno per muoversi e lavorare in Italia e che però spesso vivono le stesse condizioni lavorative dei migranti extra-comunitari. Non da ultimo, poi, lo sfruttamento concerne anche tanti lavoratori italiani, come i fatti di cronaca spesso drammaticamente ricordano.

Quando la crisi pandemica ha portato alla riduzione drastica della libertà di movimento dei lavoratori stranieri, le fragilità di un settore basato sulla moltiplicazione delle differenze tra lavoratori e sulla frammentazione del lavoro come principale leva competitiva dell’intero comparto, ha richiesto l’azione diretta delle autorità pubbliche. Nei giorni del lockdown, la paura degli scaffali vuoti ha di colpo accresciuto visibilità e potere delle rappresentanze datoriali del settore portando all’intervento governativo.

Disegno: Zolta

Regolarizzazione e rapporti di forza nei luoghi di lavoro

In un settore in cui la forza lavoro è fortemente segmentata lungo la linea della razza, dello status migratorio e dell’accesso differenziale al welfare, l’opportunità di una regolarizzazione rappresenta un cambiamento rilevante del contesto istituzionale e può offrire a una parte dei lavoratori/trici la possibilità di ridurre la propria vulnerabilità nei confronti di datori e intermediari. L’emergere di regimi di lavoro coercitivi, infatti, va per noi compreso come il risultato dei rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori. Con rapporti di forza squilibrati e asimmetrici le occasioni di sfruttamento aumentano e le opportunità per resistervi si riducono. Occorre quindi comprendere in che misura e come la regolarizzazione abbia modificato i rapporti di forza tra lavoratori e imprese. Se, in modo specifico, l’intento annunciato dalla legge era «farsi carico della vita» degli sfruttati – come dichiarato dalla ministra Bellanova il 16 aprile scorso – strappandoli alla criminalità e al caporalato, quale efficacia ha avuto la sanatoria?

La regolarizzazione prevedeva due distinte procedure da attivarsi nel periodo compreso tra il 1° giugno e il 15 agosto, rivolte ai cittadini stranieri che avessero lavorato o trovato nuovo impiego nei settori della cura, del lavoro domestico o dell’agricoltura. Da un lato il cittadino straniero poteva far emergere, con la partecipazione attiva del datore di lavoro alla procedura, un rapporto irregolare nei settori indicati, richiedendo un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. In alternativa, il cittadino straniero con permesso di soggiorno scaduto prima del 31 ottobre 2019, che avesse già lavorato nei settori di interesse prima di quella data e che non avesse lasciato il territorio italiano dopo l’8 marzo, poteva richiedere un permesso di soggiorno temporaneo della durata di sei mesi dalla presentazione dell’istanza. Entro i sei mesi o alla fine della procedura di regolarizzazione il richiedente può trasformare il permesso temporaneo in permesso di lavoro solo se nel frattempo ha trovato lavoro nei settori di interesse.

Oltre alle indicazioni a volte poco chiare o addirittura contraddittorie del decreto (circa, per esempio, i criteri patrimoniali o di fatturato del datore), e i ritardi negli ulteriori decreti attuativi (per esempio per quantificare la somma necessaria al datore per sanare i debiti retributivi, contributivi e previdenziali pregressi dei rapporti di lavoro da far emergere), la regolarizzazione presentava alcune problematiche strutturali. Da un lato la regolarizzazione tramite l’emersione di un rapporto lavorativo irregolare lasciava di fatto le sorti del lavoratore nelle mani del datore di lavoro. Solo con l’attiva collaborazione di questi la procedura poteva essere completata. E mentre il lavoratore poteva essere impiegato senza timore di sanzione nei tempi (lunghi) della procedura, se al momento di finalizzare il contratto di soggiorno il datore avesse deciso di non firmare, nessuna sanzione poteva essergli attribuita. Il lavoratore richiedente, quindi, era in una posizione di assoluta subalternità per i lunghi tempi nelle more della procedura dal momento che il buon esito della regolarizzazione dipendeva dall’arbitrio del datore di lavoro.

Inoltre, la regolarizzazione tramite emersione è uno strumento che ha coinvolto – pur con numeri molto limitati – quei lavoratori che per le loro capacità, esperienze e conoscenze avevano già conquistato un potere contrattuale minimo con il loro datore tale da diventare difficilmente sostituibili. Come notava ad agosto Raffaele Falcone, sindacalista della Flai-Cgil di Foggia, la regolarizzazione era accessibile solo ad alcuni lavoratori, quelli che erano già riusciti a emanciparsi dal caporalato:

Ci sono delle imprese che sono disperate perché hanno operai che per anni hanno lavorato con loro e da un giorno all’altro hanno perso il permesso per colpa del decreto sicurezza. Loro [le imprese] avevano interesse a regolarizzarlo perché è uno che ormai conosce tutto [il processo lavorativo]. Per questo ho sentito datori di lavoro disperati per poterli regolarizzare. Poi è chiaro invece che il datore di lavoro che chiama il caporale che vuole trenta, quaranta, cinquanta lavoratori, non gliene frega niente… perché se me ne porti quaranta diversi da quelli che mi hai portato oggi, a me non me ne frega niente (Intervista 5, sindacalista Flai-Cgil, Foggia, agosto 2020).

Lo stesso vale per la regolarizzazione per ricerca di lavoro tramite permesso temporaneo. Come spiegava sempre Falcone:

C’è chi ha lavorato in agricoltura e ha un rapporto diretto con il datore di lavoro ed è riuscito in qualche modo a regolarizzare la posizione. Ci sono centinaia, migliaia di persone invece che o vanno a lavorare con il caporale e per questo neanche conoscono il datore di lavoro, oppure sono in una condizione per cui hanno perso da dieci, quindici, venti anni, il permesso di soggiorno, e molte volte non hanno un lavoro stabile. Cioè se tu dai un permesso a questi che è comunque collegato a un contratto di lavoro, tra un mese, due mesi lo perdono. Perché uno che deve avere un permesso di soggiorno con un contratto di casa e un contratto di lavoro per rinnovarlo, come dice la legge, se vive nel ghetto e lavora a nero… cioè glielo puoi anche dare quel permesso ma tra sei mesi lo ha perso. Perché non riuscirà a trovare, fra sei mesi, un contratto di casa e un contratto di lavoro (Intervista 5, sindacalista Flai-Cgil, Foggia, agosto 2020).

In altri termini, i lavoratori che si erano già svincolati dalla dipendenza dai caporali sono quelli che avevano di fatto maggiori opportunità di accedere alla regolarizzazione, mentre sono rimasti esclusi dalla sanatoria i lavoratori più deboli, perché interscambiabili e dipendenti dai caporali per trovare lavoro. Si deve poi sottolineare che una serie di ulteriori vincoli rendeva altrettanto difficile la regolarizzazione tramite permesso temporaneo – pur non richiedendo la collaborazione del datore di lavoro. In primis, il vincolo temporale che ammetteva alla regolarizzazione solo i lavoratori il cui permesso fosse scaduto dopo il 31 ottobre 2019 non rispondeva ad alcuna logica se non quella di ridurre la platea dei potenziali beneficiari. Altri vincoli si aggiungono a rendere più difficile l’accesso alla regolarizzazione proprio ai lavoratori nelle condizioni più precarie. Per accedere al permesso di soggiorno temporaneo, come spiegava ad agosto Erminia Rizzi – operatrice legale dell’Asgi – il richiedente

Deve poter dimostrare di aver lavorato nei settori [di interesse]. Ma se è un provvedimento che dovrebbe far emergere lo sfruttamento, io come faccio a dimostrare un lavoro sfruttato, irregolare? E soprattutto perché mi metti su un piano differente la persona che ha avuto il lavoro regolare e la persona che è stato sfruttato? (Intervista 6, operatrice legale Asgi, Foggia, agosto 2020)

In altre parole, proprio i migranti con percorsi lavorativi più problematici, che sono stati impiegati in nero e hanno fatto esperienza diretta e continua delle forme più drammatiche di sfruttamento, avevano maggiore difficoltà a reperire la documentazione per dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro pregresso. E persino qualora questi fossero riusciti a ottenere un permesso temporaneo avrebbero comunque avuto un tempo molto limitato per trasformarlo in un permesso per motivi di lavoro.

La sanatoria, in altre parole, offre l’opportunità di regolarizzare la propria posizione lavorativa e il proprio status migratorio – pur tra numerose problematiche – solo a quei lavoratori che sono già riusciti, autonomamente, a instaurare un rapporto di mutua dipendenza con il proprio datore di lavoro e si sono imposti come figure cruciali nei processi produttivi dell’impresa per cui lavoravano. Esperienza, fiducia reciproca, conoscenza intima degli specifici processi produttivi, affidabilità e skills particolari rendono alcuni braccianti meno sostituibili di altri e solo per questi la sanatoria si è presentata come opportunità di regolarizzazione. Al contrario, ai lavoratori facilmente interscambiabili, quelli sfruttati dai caporali che si muovono da coltura a coltura, da raccolto a raccolto, da datore a datore a seconda delle esigenze produttive del momento, la sanatoria non ha offerto alcuno strumento di emancipazione dalla dipendenza quotidiana da imprese e caporali. 

Conclusioni

Alla fine di agosto, a regolarizzazione chiusa, la ministra Bellanova insisteva nell’affermare che la sanatoria aveva restituito «il diritto degli invisibili ad avere una loro identità». Le identità, tuttavia, non si formano per legge e la sanatoria non ha scalfito i rapporti di forza nelle campagne.

Solo se si guarda il lavoro tenendo a mente il conflitto strutturale nel quale è immerso, si capisce che si può eliminare lo sfruttamento solo facendo in modo che i lavoratori possano resistergli. Occorre quindi ridurre le vulnerabilità dei lavoratori all’interno dei contesti istituzionali in cui sono immersi, provando a limitarne la frammentazione che accresce la corsa al ribasso dei loro diritti. Serve, cioè, attuare politiche che accrescano il potere contrattuale dei lavoratori. Una regolarizzazione generalizzata e slegata dal rapporto di lavoro, come i sindacati (confederali e non) hanno a più riprese richiesto, avrebbe rappresentato un primo passo verso questa direzione. Tuttavia si deve tener conto che il conflitto, che la crisi pandemica ha scoperchiato nel comparto agricolo, risponde a questioni strutturali molteplici e complesse. Non conta solo lo status migratorio dei lavoratori, ma anche l’organizzazione delle filiere di produzione e le asimmetrie di potere al loro interno, le politiche pubbliche nazionali ed europee, la regolazione e il monitoraggio dei rapporti di lavoro nei campi. Così come restano cruciali la frammentazione della forza lavoro sulle linee della razza, del genere, delle condizioni abitative, dell’accesso al welfare e ai contratti collettivi, della sindacalizzazione e dell’organizzazione collettiva dal basso. Tutti questi aspetti vanno presi in considerazione, perché determinano gli spazi di manovra di lavoratori e imprese e danno forma alle loro molteplici strategie di controllo e di resistenza.

Per agire concretamente ed erodere i processi di sfruttamento, c’è quindi una precondizione fondamentale: riconoscere il conflitto tra capitale e lavoro dentro e fuori i luoghi di produzione. Senza questa presa di coscienza, gli attori politici potranno continuare a dividersi su misure spot e prese di posizione magniloquenti, mentre i lavoratori/trici non potranno che contare su se stessi per uscire dalla malora che i luoghi di lavoro sono diventati.

Bibliografia

T. Bellanova, N. Catalfo, intervento alla Camera, Aula, Seduta 327, «Catalfo e Bellanova, informative sull’emergenza coronavirus – Interpellanze urgenti», 16 aprile 2020.

T. Bellanova, intervento alle Camere, «Informativa alle Camere della Ministra Bellanova sulle iniziative in campo per l’agricoltura sull’emergenza Covid-19», 16 aprile 2020.

T. Bellanova, intervista: «Sanatoria migranti, Teresa Bellanova: “Se tornassi indietro rifarei la battaglia con ancor più determinazione”», La7, 4 agosto 2020.

F. Ciconte, S.Liberti, Il grande carrello: chi decide cosa mangiamo, Editori Laterza, Bari 2019.

M. Colucci, «Per una storia del governo dell’immigrazione straniera in Italia: dagli anni sessanta alla crisi delle politiche», in Meridiana, n. 91, 2018, pp. 9-36.

N. Dines, E. Rigo, «Postcolonial citizenships and the ‘refugeeization’ of the workforce: Migrant agricultural labor in the Italian Mezzogiorno», in Postcolonial transitions in Europe: contexts, practices and politics, S. Ponzanesi, G. Colpani (a cura di), Rowman and Littlefield, London 2015, pp. 151-172.

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A. Mangano, Lo sfruttamento nel piatto. Quello che tutti dovremmo sapere per un consumo consapevole, Editori Laterza, Roma-Bari 2020.

D. Perrotta, «Il lavoro migrante stagionale nelle campagne italiane», in L’arte di spostarsi. Rapporto 2014 sulle migrazioni interne in Italia, a cura di M. Colucci e S. Gallo, Donzelli, Roma 2014, pp. 21-38.

M. Villa, «I nuovi irregolari in Italia», in Ispionline, 18 dicembre 2018.

L’effetto lockdown sulla scuola

Di Monica Di Barbora

Nota: il testo è stato redatto a conclusione dell’anno scolastico 2019/20; l’impianto dell’articolo è strutturato, quindi, sulla prima esperienza di didattica a distanza nel periodo marzo/giugno. Sono stati, tuttavia, inseriti degli aggiornamenti a novembre a fronte di alcuni recenti studi e importanti novità.

Ne siamo usciti peggiori. Fare un bilancio della didattica emergenziale online che vada oltre la mera valutazione pedagogica ma provi a pensare al sistema dell’istruzione come parte fondamentale di un più ampio contesto sociale non consente un grande ottimismo. Sgombriamo subito il campo da ogni fraintendimento: i/le docenti, nella maggioranza dei casi, si sono messi in gioco con grande disponibilità e creatività. E bambine e bambini, ragazze e ragazzi hanno affrontato, in età critiche e delicate, una situazione complessa per la quale nessuno li aveva preparati. Inoltre, era oggettivamente difficile immaginare un’alternativa plausibile in una situazione così drammatica.

Ciononostante i problemi emersi sono considerevoli e coinvolgono una pluralità di piani, al di là delle valutazioni più strettamente didattiche. In generale, possiamo dire che la chiusura delle scuole ha generato un incremento delle diseguaglianze in diversi ambiti. Il punto è che lo stravolgimento comportato dal confinamento si è innestato su un sistema che dalle disparità trae vantaggio.

Per quanto riguarda, più nello specifico, il settore scolastico, è sotto gli occhi di tutti che si tratta di un contesto in enorme sofferenza. Riforme avviate e abbandonate che si succedono praticamente a ogni avvicendamento ministeriale; strutture fatiscenti; problemi annosi nel sistema di reclutamento del personale; scarso riconoscimento economico e sociale della classe docente (ricorderete gli strali della ministra Gelmini contro la scuola “stipendificio” a fronte di stipendi tra i più bassi d’Europa); contenimento delle spese, quando non veri e propri tagli (si veda il rapporto Ocse 2019 che mette a confronto le scuole dei paesi europei su una pluralità di parametri tra cui gli stipendi della classe docente). Del resto, restando sugli investimenti economici nell’istruzione, mentre la media europea destinata a questo settore copre il 10,2% della spesa pubblica totale, l’Italia si colloca all’ultimo posto, con una spesa che è crollata dal 9,1% del 2008 al 7,9% del 2017. Il nostro paese rimane fanalino di coda anche se consideriamo la spesa in relazione al Pil: a fronte di una media europea intorno al 5% l’Italia investe nell’istruzione il 3,8% del proprio prodotto interno lordo. Ripeto il dato: l’Italia è l’ultimo paese in Europa per spesa nell’istruzione. L’ultimo in Europa. Anche il dato in leggera risalita degli ultimi due anni non ci allontana dalla retroguardia. Del resto, la comunicazione politica e mediatica, nel suo complesso, non considera affatto cultura e educazione come asset prioritari.

Questa panoramica di estrema sintesi fornisce qualche elemento all’interno del quale inquadrare gli effetti che la chiusura delle scuole ha prodotto. Un sistema fragile non poteva che uscire ulteriormente indebolito da questo colpo. Vediamone alcuni aspetti.

Disegno: Diego Miedo

Partiamo dal cuore della scuola: studentesse e studenti. I dati sull’effettiva possibilità di accesso alle lezioni online sono preoccupanti. A fine marzo, secondo i dati forniti dalla ministra Azzolina durante un’interrogazione parlamentare, il 6% degli alunni non partecipava alle lezioni a distanza. Si tratta, grosso modo, di mezzo milione di ragazze e ragazzi. L’11% degli alunni e delle alunne con problemi di apprendimento, inoltre, a quella data, non aveva ricevuto dalle scuole materiali appositamente strutturati per andare incontro alle loro difficoltà. Ancora più preoccupanti i dati forniti, nello stesso periodo, dalla Caritas ambrosiana che rilevava come, in area milanese, uno studente su due non aveva avuto accesso alle lezioni online e uno su cinque non aveva a propria disposizione un dispositivo o una connessione per seguire le ore di scuola da casa. Su scala nazionale, una ricerca dell’Istat pubblicata nel mese di aprile fissava a un terzo le famiglie italiane prive di un computer o un tablet in casa. Al quale aggiungeva un dato forse ancora più sorprendente: due adolescenti su tre (14-17 anni) hanno competenze digitali basse o di base.

Eppure, in teoria, non si sarebbe dovuti partire da zero, la legge 107/2015, cosiddetta “della buona scuola”, aveva, infatti, lanciato il Piano nazionale per la scuola digitale. I mesi di blocco della scuola in presenza avrebbero potuto opportunamente anche essere utilizzati per una valutazione del Piano: cosa ha funzionato e cosa no? A che punto è l’implementazione dei punti previsti? Cosa si può migliorare? Quali modifiche andrebbero apportate alla luce della sperimentazione massiccia della didattica a distanza emergenziale?

Un altro aspetto che emerge con chiarezza dalle ricerche di questi mesi è che scarsi mezzi e scarse competenze tendono ad abbinarsi a una bassa collocazione socio-economica delle famiglie. Un bambino su due inserito nel progetto “Fuoriclasse” dell’associazione Save the children, diretto a famiglie svantaggiate, non ha accesso a Internet. Un istituto comprensivo di Arzano, cintura di Napoli, ha perso per strada il 40% dei propri alunni. Si tratta, molto spesso, di famiglie di recente immigrazione in cui ai problemi economici si aggiungono quelli linguistici.

È drammaticamente evidente come il contesto famigliare abbia, insomma, giocato un ruolo primario nell’accesso più o meno soddisfacente alle lezioni a distanza. Avere alle spalle una famiglia con un’abitazione che consentisse di avere “una stanza tutta per sé” oltre a un computer e una connessione a disposizione di ogni figlio/a e che avesse le risorse culturali per sostenerli nei momenti di difficoltà nell’apprendimento ha fatto la differenza. La classe sociale di appartenenza, che vede stemperate, anche se non annullate, le proprie ricadute sull’apprendimento nella situazione relativamente neutra della scuola pubblica, torna a essere elemento assolutamente discriminante nella scuola “a casa”. Un problema che non affligge solo il nostro paese. In Gran Bretagna ha avuto larga eco un’inchiesta del quotidiano The Guardian che sottolineava come mantenere le scuole chiuse porterà a un incremento delle diseguaglianze sociali.

Conferma il problema anche una recente indagine di un pool di ricercatori delle università di Oxford e Stoccolma, significativamente intitolata Learning Inequality During the Covid-19 Pandemic, che si è concentrata sulla situazione olandese, considerata ideale perché la chiusura è stata limitata a otto settimane e non esistono problemi di connessione e accesso agli strumenti tecnologici. Il quadro è sconfortante: l’inchiesta ha infatti rilevato un “deficit di apprendimento” pari a circa un quinto dell’anno scolastico, grosso modo corrispondente alle settimane di chiusura della scuola. Non solo, per studentesse e studenti provenienti da famiglie con un basso livello di istruzione, la perdita è superiore fino al 55% rispetto a quella media.

A questa situazione già preoccupante si aggiunga che la chiusura di molte attività durante il cosiddetto lockdown ha indebolito la situazione economica anche di famiglie che fino a quel momento erano, sotto questo profilo, solide, allargando la fascia di studentesse e studenti a rischio. Secondo un’indagine condotta da Ipsos nel mese di agosto, una famiglia su dieci temeva di non poter pagare i libri scolastici alla ripresa. Non solo, lo spettro dell’impoverimento e della necessità addirittura di essere costretti, o meglio costrette, a lasciare il lavoro per seguire i figli a casa in caso di nuova chiusura, ha portato l’8% delle famiglie intervistate a riprogrammare la scelta scolastica e a reindirizzare figlie e figli, inizialmente destinati a un liceo, verso un percorso più immediatamente spendibile nel mondo lavoro in un istituto professionale.

La prospettiva di essere obbligate a lasciare il lavoro per seguire figlie e figli a casa, o con orari scolastici differenziati, pesa soprattutto sulle donne. Secondo la già citata ricerca Ipsos per Save the children, tra chi pensa di abbandonare la propria occupazione per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia ci sono il 23% delle madri e il 4% dei padri. Per il nostro paese, il dato non è, purtroppo, una sorpresa. Nell’ultima edizione dell’annuale Gender gap report, l’Italia perde addirittura posizioni mostrando un accrescimento del divario tra donne e uomini. Ancora una volta, i problemi legati all’esplosione pandemica si innestano su una situazione già problematica, rendendone ancora più drammatici gli effetti. Ha confermato questo cupo quadro un’indagine pubblicata nello scorso mese di luglio dall’Università di Milano Bicocca – a cura di Pastori, Mangiatordi, Pagani, Pepe – su un campione di circa settemila genitori. La ricerca ha calcolato, tra l’altro, la media delle ore giornaliere passate da un genitore, nella maggioranza dei casi la madre, ad accompagnare figlie e figli nell’attività scolastica: per la scuola primaria la media è addirittura 3,2 ore al giorno, quasi un part-time che scendono a 2,8 nella secondaria di primo grado e a 2 nella secondaria di secondo grado. Le emozioni collegate all’esperienza sono state, nell’ordine: frustrazione, solitudine, rabbia, ansia, senso di inadeguatezza. Bisogna arrivare al sesto scalino per trovare la prima emozione positiva, la soddisfazione, percepita dal 2,52% delle intervistate (le madri che hanno risposto al questionario sono state il 94%).

È evidente come il
contesto famigliare
abbia giocato un
ruolo primario
nell’accesso più o meno
soddisfacente alle
lezioni a distanza

Non che l’Italia sia l’unico paese a riscontrare questa diseguaglianza. In ambito sovranazionale, una serie di inchieste, segnalate da The Guardian e Nature, ha rilevato, per esempio, come la chiusura totale abbia impattato negativamente sulle docenti universitarie che hanno pubblicato meno e attivato un minor numero di progetti di ricerca. Al contrario, gli articoli dei docenti uomini hanno visto un incremento addirittura del 50%. Evidente riflesso di come i compiti di cura e i lavori domestici rimangano fondamentalmente appannaggio delle donne.

Ma l’insegnamento a distanza apre anche un’altra serie di questioni sul ruolo e i diritti delle/dei docenti nelle università, trasversali al genere. La didattica a distanza o blended (che integra teledidattica e insegnamento in presenza) sembra essersi perfettamente inserita all’interno di una tendenza alla digitalizzazione del lavoro docente già in atto nelle università e che risponde quasi esclusivamente a logiche di mercato. Del resto, già nel 2012 un documento della Fondazione Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) definiva lo studente che si immatricola come “un semilavorato pregiato in ingresso” che, dopo la laurea, si trasforma in un “output” del processo formativo universitario. Alle/ai docenti, quindi, spetta il compito di completare “la lavorazione” per ottenere un “prodotto” integrato e socialmente (cioè, di fatto, economicamente) funzionale. Secondo le/i docenti universitari firmatari/e dell’appello “Disintossichiamoci – sapere per il futuro”, scritto proprio per opporsi a questa deriva, la teledidattica attivata dalle università a seguito dell’emergenza non sarebbe, appunto, uno strumento emergenziale, ma la prefigurazione dell’obiettivo finale. Con buona pace dell’autonomia didattica, dei diritti sindacali delle/dei docenti, della garanzia di un lavoro stabile, delle regole minime di privacy di docenti e studentesse/i.

La situazione per il corpo insegnante non è molto migliore nelle scuole primarie e secondarie. Un’indagine su più di mille docenti promossa dalla Flc-Cgil in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Di Vittorio, condotta su un campione di oltre mille docenti e pubblicata nello scorso ottobre, «ha indagato i processi decisionali attuati nei contesti scolastici; l’esperienza pregressa di didattica a distanza e i percorsi formativi per i docenti; gli strumenti a disposizione e le modalità adottate per la didattica; la partecipazione degli studenti ai corsi e le disuguaglianze; il carico di lavoro per i docenti e la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro; le difficoltà incontrate e il giudizio complessivo su questa esperienza». Il termine “diseguaglianze” torna più e più volte anche in questa ricerca, così come l’evidente squilibrio tra impegno personale di gran parte del corpo docente (il 90% del campione ha definito “aumentato” il proprio carico di lavoro che, per l’88%, ha comportato anche difficoltà nella conciliazione dei tempi) e scarso o nullo riconoscimento di questo impegno, in termini professionali e di riscontro economico. Solo il 30,8%, meno di un terzo quindi, è riuscito a raggiungere, con la didattica da casa, la totalità delle      proprie studentesse e studenti, con i problemi maggiori rilevati da docenti del Sud del paese.

La necessità ha portato infatti, tra l’altro, a un utilizzo costante delle piattaforme di insegnamento online (peraltro tutte di proprietà privata, mentre è praticamente sconosciuta la piattaforma completamente gratuita nata dal Consortium Garr, in collaborazione con lo stesso Miur). Questo, a sua volta, ha comportato una serie di aggravi per il corpo docente: formazione e autoformazione in corso d’opera, utilizzo di propri strumenti con conseguente aumento delle spese, accresciuto numero di ore di lavoro, difficoltà a separare il tempo-lavoro dal tempo cosiddetto libero… Un impegno che in molte e molti si sono assunte/i con coscienza ma che non è stato affiancato da alcun riconoscimento di tipo sindacale (nonostante il decreto legge 8 aprile 2020, n. 22, convertito con modificazioni dalla legge 6 giugno 2020, n. 41, prevedesse che le prestazioni a distanza del personale docente dovessero essere regolate mediante un apposito accordo contrattuale integrativo) né economico. Purtroppo, anche in questo caso, ci troviamo su una linea di progressione che era già ben evidente prima della pandemia: il costante aumento delle richieste in termini formativi, di tempo, di incombenze burocratiche non corrisponde a un miglioramento della condizione del corpo insegnante. Ne sono un esempio il recente caso delle modalità di introduzione dell’insegnamento dell’educazione civica o l’ordinanza ministeriale relativa ai corsi di recupero: a partire da questo anno scolastico, 2020/2021, viene introdotto l’insegnamento dell’educazione civica come disciplina a sé stante, ma nessun compenso aggiuntivo è dovuto alle/ai docenti che la insegneranno, mentre può essere valutata dal singolo istituto un’eventuale retribuzione aggiuntiva della coordinatrice o del coordinatore (Legge n. 92 del 20 agosto 2019). È vero che l’inserimento della nuova disciplina non comporta un aumento delle ore di docenza ma è anche vero, come sa qualunque insegnante, che alle ore di lavoro passate in classe vanno aggiunte le ore di formazione (in particolare nel caso dell’inserimento di una nuova disciplina), le ore di preparazione delle lezioni, le ore di stesura e correzione delle verifiche, le ore di riunione e confronto con colleghe e colleghi (in particolare nel caso di un insegnamento trasversale alle diverse materie come questo). In merito ai corsi di recupero lo scorso 26 agosto il ministero ha inviato la nota 1494 ai dirigenti scolastici che stabiliva, contro il parere dei sindacati, che non fossero retribuite le attività di recupero connesse ai Pia (Piani integrazione apprendimenti) e Pai (Piani apprendimento individualizzato), corsi da svolgersi dal 1° settembre alla ripresa delle lezioni.

Soltanto il 6 novembre scorso, dopo mesi in cui le/i docenti hanno lavorato a distanza e dopo due mesi dalla ripartenza dell’anno scolastico, la Flc-Cgil ha sottoscritto il contratto integrativo sulla Ddi (la dicitura “Didattica digitale integrata” ha sostituito la precedente Dad, “Didattica a distanza”, nella classica euforia da acronimo ministeriale). Il nuovo contratto, che ora passerà al vaglio delle assemblee di lavoratori e lavoratrici, prevede «un confronto costante su tutte le tematiche connesse all’effettività dell’esercizio del diritto allo studio; l’attivazione di un sistema di relazioni sindacali che, in maniera permanente e sistematica, affronti le questioni relative al lavoro di tutto il personale della scuola; il finanziamento della formazione del personale anche in conseguenza dell’applicazione del Ccni sulla didattica digitale integrata. Il Ministero ha garantito altresì il sostegno al lavoro del personale docente e del personale a tempo determinato che non dispone della card per le spese in strumentazione tecnologica per la Ddi, e lo stanziamento delle risorse finanziarie per implementare la connettività delle scuole anche attraverso la dotazione di una piattaforma per la didattica digitale accessibile gratuitamente alle studentesse, agli studenti e al personale. È stata stabilita inoltre l’apertura, entro il mese di novembre, di un confronto sul lavoro svolto in modalità agile da parte del personale amministrativo, tecnico e ausiliario». Un primo passo nella giusta direzione, quindi, che sembrerebbe confermato dalla dichiarazione congiunta di Miur e parti sindacali del 9 novembre scorso, ma ancora tutto da costruire e verificare.

Non solo, proprio le/i docenti hanno anche svolto la funzione di capri espiatori di tutte le difficoltà riscontrate, con un ulteriore indebolimento del loro già scarsissimo riconoscimento sociale.

In conclusione, l’emergenza seguita alla pandemia non ha portato a un cambiamento delle dinamiche ma, semplicemente, a uno scarto nella scala di velocità di un processo che ha radici profonde, non solo all’interno del mondo dell’istruzione ma nella visione economica sociale dominante, e del quale non abbiamo ancora visto tutti gli effetti.

Bibliografia e sitografia

Tutti i siti sono stati consultati l’ultima volta il 10 novembre 2020.

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«Caritas ambrosiana: didattica a distanza, escluso un alunno su due», Orizzonte scuola, 31 maggio 2020.

D. Di Nunzio, M. Pedaci, F. Pirro, E. Toscano, «La scuola “restata a casa”. Organizzazione, didattica e lavoro durante il lockdown per la pandemia di Covid-19», Working Paper FDV, Flc-Cgil-Fondazione Giuseppe Di Vittorio, n. 2, 2020.

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Flc-Cgil, Comunicato stampa della Flc-Federazione Lavoratori della Conoscenza-Cgil, novembre 2020.

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Fondazione Openpolis, Quanto spendono l’Italia e gli altri paesi Ue nell’educazione dei cittadini, 19 dicembre 2019.

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Miur, Piano nazionale per la scuola digitale.

Oecd, Education at a Glance 2020. OECD Indicators, 8 settembre 2020.

G. Pastori, A. Mangiatordi, V. Pagani, A. Pepe, Che ne pensi? La didattica a distanza dal punto di vista dei genitori, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “R. Massa”, luglio 2020.

M.C. Pievatolo, «Teledidattica: proprietaria e privata o libera e pubblica?», Roars, 8 giugno 2020.

V. Pinto, D. Borrelli, M.C. Pievatolo, F. Bertoni, «Disintossichiamoci. Sapere per il futuro», Roars , febbraio 2020.

V. Pinto, «Didattica blended: una tappa verso l’università delle piattaforme?», Roars, 24 giugno 2020.

Save the children, Progetto Fuoriclasse.

Save the children, La scuola che verrà. Attese, incertezze e sogni all’avvio del nuovo anno scolastico, 4 settembre 2020.

G. Viglione, «Are women publishing less during the pandemic? Here’s what the data say», Nature, 20 maggio 2020.

Worl Economic Forum, Global Gender Gap Report 2020, 2019.

Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica: una cronologia

di Andrea Bottalico

Quella che segue è una cronologia degli avvenimenti principali relativi all’impatto dell’emergenza sanitaria sul lavoro lungo la catena logistica del trasporto merci tra febbraio e maggio 2020 in Italia. Tra le fonti principali sono stati privilegiati i quotidiani nazionali e le newsletter specialistiche. Non si tratta di una cronologia esaustiva, ma di uno strumento che può favorire, con il senno di poi, la possibilità di trovare un filo rosso capace di connettere i fatti avvenuti a un ritmo rapidissimo nei mesi che hanno cambiato la vita di tante e tanti (18 novembre 2020).

***

11 febbraio 2020 – A causa della completa interruzione dei flussi di merci da e per la Cina, l’epidemia di Covid-19 ha ripercussioni negative sull’intera filiera del trasporto e della fornitura d’impianti produttivi a livello globale.

17 febbraio 2020 – Da quando è stata annunciata l’epidemia in Cina (gennaio 2020) il trasporto marittimo di container ha subito un danno economico complessivo di 350 milioni di dollari la settimana. Sono state cancellate almeno ventuno partenze di portacontainer dalla Cina verso l’America e dieci verso l’Europa. Un altro problema rilevante è l’intasamento dei container nei porti cinesi a causa dell’annullamento delle partenze e della riduzione dei traffici in export.

19 febbraio 2020 – Sciopero degli autisti italiani di Amazon in Lombardia proclamato da Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti. Un migliaio gli autisti coinvolti. Sono previsti ritardi alle consegne degli acquisti online compiuti sulla piattaforma. I sindacati protestano contro gli eccessivi carichi di lavoro aggravati dalle condizioni del traffico.

23 febbraio 2020 – Primo focolaio in Italia. Il comune di Codogno, nella parte meridionale della provincia di Lodi, al confine con quella di Piacenza, è al centro di un focolaio di Coronavirus. Si tratta di una zona che comprende dieci comuni abitati da cinquantamila persone, sede di diverse imprese di produzione e di piattaforme logistiche. Per evitare la diffusione del contagio, il ministero della Salute emette un’ordinanza che vieta in questi comuni diverse attività (è la prima “zona rossa” in Italia). Emerge il problema della tutela della salute sul posto di lavoro e la necessità di usufruire di dispositivi di protezione individuale come le mascherine, coi relativi costi.

24 febbraio 2020 – Gli addetti ai lavori iniziano a parlare di emergenza logistica causata dall’epidemia. La compagnia di navigazione francese Cma Cgm in una circolare fa sapere che ha cancellato alcune partenze di servizi di trasporto di linea fra l’Asia e l’Europa, compresa l’Italia (blank sailing).

26 febbraio 2020 – Secondo gli specialisti di settore, la logistica italiana rischia il collasso. Il flusso di merci che proviene dai paesi extra-europei, e non solo dalla Cina, richiede tempi per i controlli che raggiungono livelli insostenibili. Nel principale porto gateway di Genova l’attesa media di completamento dei controlli sulle merci in ingresso passa da due a otto giorni.

27 febbraio 2020 – La Filt-Cgil indice uno sciopero contro il cambio di appalto nella logistica automotive a Verona; l’obiettivo è difendere sessanta lavoratori a rischio licenziamento di una cooperativa che svolge attività di carico e scarico di autovetture dai treni alle bisarche stradali per conto di Bertani Autotrasporti.

28 febbraio 2020 – Il sindacato di base Usb denuncia le condizioni dei camionisti al terminal container Psa di Genova Voltri. Le disposizioni per prevenire il contagio limitano la permanenza nella sala d’attesa a un massimo di venti persone e gli autisti eccedenti devono sostare in fila all’aperto, con code che possono essere lunghe.

Disegno: Zolta
Disegno: Zolta

03 marzo 2020 – I sindacati di base Adl Cobas e SiCobas inviano una comunicazione ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico per chiedere un incontro sul rinnovo del contratto nazionale Trasporto Merci, Logistica e Spedizioni. Le due sigle non partecipano alla trattativa in corso tra le parti sociali, ma non intendono restare esclusi. Il 21 febbraio 2020 Adl Cobas e SiCobas hanno organizzato un’assemblea dove è stato deciso uno sciopero nazionale della logistica per il 2 e 3 aprile se le associazioni datoriali non risponderanno alle richieste ed eviteranno un incontro con i due sindacati. Riguardo al Covid-19, i due sindacati ribadiscono che «tutte le vertenze a livello aziendale non possono essere sospese, non possiamo neppure accettare che il nostro percorso di mobilitazione sul piano nazionale possa subire grandi rinvii, visto comunque che in tutti i magazzini si continua a lavorare come se il problema coronavirus non esistesse».

04 marzo 2020 – Dopo la scoperta dei focolai in Lombardia e Veneto si diffonde una crescente diffidenza degli autisti stranieri verso l’Italia e diverse aziende di autotrasporto europee sono costrette a dichiarare esplicitamente che non serviranno le aree isolate. Le cronache riportano casi di psicosi tra gli autotrasportatori, di merci italiane rifiutate all’estero per il timore di contaminazione e di blocchi di merci alle frontiere.

05 marzo 2020 – Aumentano i blocchi dell’export dei Dispositivi di protezione individuale in Italia e all’estero. L’Italia non può esportare Dpi senza autorizzazione delle autorità competenti per sopperire a eventuali carenze interne. Sui mercati internazionali intanto le mascherine hanno raggiunto prezzi stratosferici.

06 marzo 2020 – Dopo il sindacato di base Usb, anche i sindacati confederali contestano l’esito di un provvedimento preso dal terminal container Psa di Genova Voltri che riguarda l’ingresso contingentato degli autisti nell’ufficio merci. La misura evita il sovraffollamento all’interno dell’ufficio, ma lo causa all’esterno, dove gli autisti aspettano in fila esposti alle intemperie. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti inviano una lettera alla società terminalista e all’Autorità di sistema portuale, in cui contestano le misure precauzionali attuate perché causano un’interminabile colonna di autisti.

08 marzo 2020 – Il presidente del consiglio firma il decreto che estende i limiti agli spostamenti in un’ampia area del Centro-Nord, un bacino che comprende milioni di abitanti e produce una parte rilevante del Pil italiano, con migliaia di imprese che esportano in tutto il mondo e piattaforme logistiche che servono un’area molto più ampia di quella chiusa. In ogni caso le merci possono circolare. Il trasporto delle merci è considerato un’attività fondamentale. Il personale coinvolto nella conduzione di mezzi di trasporto può entrare e uscire dai territori interessati.

09 marzo 2020 – Lockdown nazionale. In seguito a una crescita importante dei contagi, e a meno di 48 ore dalla firma del decreto che ha stabilito la zona protetta in Lombardia e in quattordici province del Centro-Nord, il Presidente del consiglio annuncia in diretta televisiva che firmerà un nuovo decreto per allargare le disposizioni all’intero territorio nazionale, mantenendo la libera circolazione delle merci. 

10 marzo 2020 – Scioperi e proteste nelle piattaforme logistiche italiane. I sindacati di base intensificano le azioni per equipaggiare il personale che lavora nel trasporto e nella logistica con dispositivi di protezione e in alcuni casi avviano o proclamano azioni di protesta. Il SiCobas di Piacenza comunica che nella piattaforma logistica Xpo di Pontenure i lavoratori scioperano per pretendere la distribuzione di guanti, mascherine e disinfettante nei bagni. L’Usb indice uno sciopero alla Bartolini di Caorso per chiedere azioni immediate per la protezione dei lavoratori delle piattaforme e dei veicoli.

11 marzo 2020 – Lunghe code ai confini. L’Austria inizia i controlli sanitari mirati sui veicoli che entrano dai valichi italiani e subito si creano lunghissime code di camion in territorio italiano, in particolare sull’autostrada A22 tra Bolzano e il Brennero. Nel pomeriggio il serpentone di veicoli pesanti in direzione del confine austriaco è lungo ottanta chilometri. Difficoltà anche al confine con la Slovenia, dove le Autorità hanno introdotto controlli sanitari. L’Europa chiude progressivamente le frontiere alle persone lasciando viaggiare le merci, ma anche queste trovano difficoltà nel passare da uno Stato all’altro.

11 marzo 2020 – Dal primo decreto che poneva restrizioni alla circolazione si è registrata un’impennata di ordini telematici. I prodotti di largo consumo venduti online sono aumentati del 30% rispetto alla settimana precedente. La filiera logistica non è pronta a questa crescita repentina e la conseguenza è l’aumento dei tempi di consegna, che mette sotto stress gli operatori dell’ultimo miglio e i loro autisti. Questi sono sempre più preoccupati della propria salute e chiedono con insistenza dispositivi di protezione. La Cgil proclama lo stato di agitazione nelle piattaforme Amazon di Passo Corese (Ri) e Torrazza Piemonte (To), dove è stata rilevata la positività di una lavoratrice.

12 marzo 2020 – Prosegue il fermo al terminal container Psa di Genova Voltri. I lavoratori portuali chiedono che la sanificazione delle macchine avvenga a ogni cambio di turno. La sospensione del lavoro comporta il blocco di decine di veicoli in attesa di caricare o scaricare. Centinaia di autisti si affollano per ore davanti all’ufficio merci del terminal.

13 marzo 2020 – Dopo alcune riunioni con gli operatori portuali i sindacati confederali proclamano uno sciopero al porto della Spezia. Chiedono dispositivi di protezione per i lavoratori e provvedimenti per evitare l’affollamento. Altri scioperi coinvolgono alcuni corrieri a Genova.

14 marzo 2020 – Governo, associazioni datoriali e sindacati firmano il protocollo per la prevenzione dal Covid-19 nei luoghi di lavoro: un documento che contiene le linee guida per agevolare le aziende nell’adozione dei protocolli di sicurezza anti-contagio.

14 marzo 2020 – Aumentano le tensioni nelle piattaforme logistiche e tra gli autisti che svolgono le consegne nell’ultimo miglio, in diversi casi sfociano in scioperi locali. Le principali azioni sono organizzate dai sindacati di base, che chiedono misure di protezione per i lavoratori. Il SiCobas organizza diversi scioperi in alcune piattaforme dei corrieri e della logistica per conto terzi.

16 marzo 2020 – Amazon annuncia l’assunzione di centomila persone negli Stati Uniti e investimenti di 350 milioni di dollari a livello globale. «Stiamo assistendo a un significativo aumento della domanda, il che significa che il nostro fabbisogno di manodopera non ha precedenti in questo periodo dell’anno», afferma Dave Clark, vice presidente delle operazioni su scala globale.

16 marzo 2020 – A mano a mano che la pandemia di Covid-19 chiude in casa sempre più persone in diversi paesi del mondo, aumenta la domanda di acquisiti online; le risorse destinate alla logistica per l’ultimo miglio si rivelano sempre più inadeguate. I tempi di consegna di tutte le attività di e-commerce aumentano, anche per i generi di prima necessità. Scioperano gli autisti della Gls a Sesto San Giovanni. Il SiCobas pubblica un elenco di una quarantina di piattaforme di tutta Italia e di diverse aziende che si sarebbero fermate completamente o parzialmente.

17 marzo 2020 – Scioperi nelle piattaforme logistiche in Italia. Lo sciopero più eclatante è quello della piattaforma Amazon di Castel San Giovanni (Pc) dove i sindacati affermano di avere riscontrato la «mancata integrale applicazione da parte di Amazon a quanto si è tradotto nell’intesa siglata tra Governo e Parti Sociali, con la redazione del Protocollo per il contrasto e il contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro». Ma la mappa degli scioperi nella logistica comprende altre località. Le principali proteste vengono organizzate dai sindacati di base, ma si mobilitano anche quelli confederali.

18 marzo 2020 – L’unione delle associazioni dell’autotrasporto chiede alla ministra dei Trasporti di sospendere temporaneamente le regole sui tempi di guida e di riposo degli autisti di veicoli industriali, invocando lo stato d’emergenza causato dalla pandemia. Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti inviano una lettera alla ministra con la richiesta opposta: non consentire alcuna deroga, mantenendo quindi in vigore le regole. Sindacati confederali e di base danno indicazione agli autisti che operano per i corrieri di astenersi dal lavoro se non sono dotati di dispositivi di protezione e se i veicoli non vengono igienizzati.

19 marzo 2020 – Le imprese straniere con cui l’Italia aveva siglato dei contratti per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale si sono viste requisire i prodotti dai loro paesi o, in alcuni casi, anche dalle nazioni per le quali sono transitati. Circa 19 milioni di mascherine destinate all’Italia sono bloccate all’estero.

19 marzo 2020 – Ripartono le portacontainer dalla Cina, ma mancano i container. Una delle conseguenze globali di questa emergenza è il drastico calo di container in uscita dai porti cinesi, a causa delle riduzioni della produzione e dell’isolamento imposto a migliaia di operatori della filiera logistica. A metà marzo le portacontainer stanno ricominciando a caricare i container nei principali porti. La ripartenza delle portacontainer cinesi non ha però ancora riequilibrato il traffico di container, molti dei quali sono rimasti nei porti asiatici e quindi mancano in quelli Europei e nordamericani. 

20 marzo 2020 – La situazione sindacale delle piattaforme Amazon in Italia appare ancora tesa a causa delle vertenze sulla sicurezza connessa alla pandemia. Non si trova un accordo tra Amazon e i sindacati sulle misure di prevenzione da prendere nei magazzini italiani. Le cronache parlano di sopralluoghi nei magazzini dei Nas, di tensioni nei magazzini di Passo Cortese e Castel San Giovanni. In questo magazzino è stato proclamato uno sciopero a oltranza il 17 marzo, proseguito anche il giorno successivo: si chiede un potenziamento delle misure di protezione e una riduzione del carico di lavoro tramite la sospensione degli ordini di prodotti non indispensabili.

23 marzo 2020 – Per contenere la pandemia il governo italiano ferma le attività produttive non essenziali. Il presidente di Confindustria manda una lettera al Presidente del consiglio in cui chiede alcuni correttivi al decreto di chiusura delle attività; l’obiettivo è lasciare aperte alcune attività, come il trasporto e la logistica, che non sono nell’elenco di quelle essenziali ma sono a esse funzionali.

23 marzo 2020 – La chiusura dei negozi e di alcune imprese crea problemi nelle piattaforme logistiche, nella distribuzione nell’ultimo miglio e nell’autotrasporto di linea. Gli operatori dei magazzini e gli autisti sono sottoposti a turni di lavoro pesanti e temono di contrarre la malattia. Aumentano gli scioperi e le astensioni individuali dal lavoro in diverse piattaforme italiane. Una circolare diffusa il 21 marzo 2020 dal ministero dell’Interno ai prefetti afferma che «alcune associazioni della categoria logistica, trasporto e spedizioni» hanno segnalato la conflittualità del comparto, che sta determinando «una situazione di rallentamento nella consegna di prodotti di indispensabile uso in questo contesto, quali farmaci, mascherine, camici e materiali di supporto all’attività medica» causata dalla protesta di alcune sigle sindacali. A questa situazione si aggiungono «azioni di protesta a causa dell’asserita mancata applicazione da parte delle aziende delle misure di protezione stabilite dai recenti provvedimenti». Il ministero invita i prefetti a una «rinnovata attenzione, attraverso una costante e specifica vigilanza».

23 marzo 2020 – La segreteria provinciale di Bergamo della Fit-Cisl chiede la chiusura di tutte le piattaforme di logistica per l’e-commerce, dove lavorano circa tremila persone tra facchini e autisti. Il sindacato precisa che alcuni corrieri hanno già chiuso, ma Amazon e alcune società di logistica in conto terzi tengono aperti gli impianti; nello stesso comunicato si dice anche che in alcune di queste piattaforme c’è un tasso di assenza elevato, fino al cinquanta percento, causato sia dalla diffusione della malattia tra gli operai sia dal timore del contagio, d’altra parte chi resta a lavorare lo fa con turni «massacranti». Il sindacato precisa che «le condizioni di lavoro all’interno dei magazzini di smistamento e spedizione non garantiscono il contrasto e il contenimento della diffusione del virus».

24 marzo 2020 – I distributori di carburanti minacciano la serrata. A rischio il trasporto delle merci essenziali. Le associazioni datoriali dell’autotrasporto chiedono al Governo la precettazione dei distributori.

24 marzo 2020 – Bruxelles proroga l’esenzione dalle norme antitrust alle compagnie marittime fino al 2024. L’esenzione consente agli operatori di trasporto marittimo di linea di stipulare accordi di cooperazione per la prestazione di servizi di trasporto marittimo di linea in comune, senza violare le norme antitrust dell’Unione Europea.

25 marzo 2020 – Assarmatori chiede lo stato di calamità per il trasporto marittimo. Ciò permetterebbe al comparto marittimo di ottenere i benefici previsti dal Decreto del presidente del consiglio, tra cui il supporto alla liquidità.

26 marzo 2020 – Federlogistica denuncia il rischio di collasso dei porti. Il presidente Luigi Merlo dichiara che c’è una pericolosissima sottovalutazione dello sforzo che il sistema logistico, portuale e marittimo sta facendo per garantire servizi essenziali al paese, ma questo sacrificio non può durare a lungo in assenza di provvedimenti concreti.

30 marzo 2020 – La Filt-Cgil organizza uno sciopero nella piattaforma Amazon di Calenzano, aggiungendolo così alle mobilitazioni avviate nei giorni precedenti in quelle di Piemonte, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna. Il sindacato chiede maggiori protezioni per i lavoratori e di ridurre i carichi di lavoro, limitando l’attività ai soli beni essenziali. La Filt chiede di applicare sia il protocollo firmato da sindacati e imprese sulle condizioni di lavoro negli stabilimenti, sia le linee guida del ministero dei Trasporti per quanto riguarda in modo specifico il trasporto e la logistica. I tre punti principali sono la fornitura dei dispositivi di protezione individuale, il mantenimento delle distanze di sicurezza e la priorità ai prodotti di prima necessità, in un contesto dove gli acquisti online sono triplicati.

31 marzo 2020 – Gli spedizionieri lanciano l’allarme sulle migliaia di container salpati dalla Cina e diretti in Italia, che non potranno essere svuotati perché le destinazioni sono impianti chiusi per la pandemia. Le associazioni datoriali chiedono al Governo di permettere l’apertura dei magazzini anche delle fabbriche chiuse. La Filt-Cgil suggerisce invece di stoccare i container nei retroporti e negli interporti.

10 aprile 2020 – I giorni passano scanditi dai numeri sui contagi, i morti e i posti occupati in terapia intensiva. I segretari di tre confederazioni internazionali dei sindacati dei trasporti scrivono una lettera aperta ai lavoratori di Amazon di tutto il mondo. La lettera esordisce con un ringraziamento. Poi viene subito al punto: «Amazon non sta facendo abbastanza per proteggere voi o il pubblico dal Covid-19. Lavoratori di tutto il mondo sono risultati positivi nei magazzini di Amazon e in tutta la rete di trasporto e consegna dell’azienda e, a meno che non ci siano cambiamenti reali nel funzionamento dell’attività, i magazzini continueranno a presentare un rischio di contagio non solo per i lavoratori ma anche per la comunità». Sulla situazione internazionale i tre segretari affermano che molti lavoratori di tutto il mondo sono uniti: «In Italia, i lavoratori di Amazon hanno scioperato per undici giorni, sono rimasti uniti e hanno costretto Amazon ad attuare cambiamenti. In Spagna e in Francia, i lavoratori con i loro sindacati hanno lottato per rallentare i ritmi di lavoro, per garantire l’allontanamento tra le persone e ottenere altre protezioni. Questa è la democrazia in azione, e noi vogliamo ciò per tutti i lavoratori di Amazon».

18 aprile 2020 – La Filt-Cgil prosegue la mobilitazione nella piattaforma Amazon di Torrazza Piemonte, iniziata in concomitanza con l’esplosione della pandemia. Nell’impianto lavorano milleduecento persone e il sindacato afferma che l’azienda non offre trasparenza e un’adeguata prevenzione contro la malattia.

22 aprile 2020 – Dopo i provvedimenti del Governo che limitano o impediscono alcune attività produttive e commerciali, la Regione Lombardia emette una serie di ordinanze che ammettono alcune delle attività impedite dal Governo, tra cui la possibilità di distribuire numerose tipologie di merce tramite il commercio elettronico. Contrari i sindacati confederali, che chiedono la sola vendita di prodotti essenziali.

23 aprile 2020 – Il porto di Genova subisce un calo di volumi e prepara la cassa integrazione.

29 aprile 2020 – Dopo una fase di mobilitazioni in diverse piattaforme logistiche per chiedere di limitare la consegna ai soli prodotti essenziali e misure di protezione per facchini e autisti, i sindacati di base SiCobas e Adl Cobas proclamano due giorni di sciopero nazionale (giovedì 30 aprile e venerdì 1° maggio) per l’intero comparto della logistica e del trasporto merci.

05 maggio 2020 – Sciopero con occupazione alla Tnt proclamato dal sindacato di base SiCobas. La protesta è innescata dalla decisione della multinazionale di sospendere alcuni lavoratori a tempo determinato perché, secondo la sigla sindacale, avevano aderito a scioperi precedenti. Ma le motivazioni sono più ampie: il SiCobas afferma che l’azienda non ha firmato un protocollo di sicurezza per prevenire il contagio. Lo sciopero coinvolge diverse piattaforme della Tnt; in quella di Peschiera Borromeo, interessata dal licenziamento di 66 persone, viene occupato il magazzino.

Mutualismo a Padova. Fare Politica ai tempi del Covid.

Pubblichiamo il documentario sul mutualismo realizzato dalla redazione di Seizethetime. Il filmato non solo prova a rendere conto dell’attivazione che gruppi e organizzazioni politiche hanno messo in piedi per sostenere la popolazione, ma cerca anche di ragionare attorno alla funzione politica che può avere il mutualismo.

Cerchiamo così di osservare e dare spazio alle pratiche di mutualismo e solidarietà, in continuità con quanto fatto nel nostro primo numero:

Pratiche per l’egemonia: il mutualismo

Cartoline dal Nordest: Berta si racconta

Riportiamo qui la presentazione al documentario scritta dalla redazione di Seizethetime.

Primavera 2020: tutto chiuso. Una grande ondata di solidarietà e di attivazione ha attraversato Padova. Singoli, gruppi, spazi, organizzazioni hanno messo a disposizione le proprie energie e risorse per provare a sostenere la popolazione, per prima cosa attraverso distribuzioni di cibo. La sinistra di movimento, in tutto questo, ha dato in città buona prova di sé, ragionando e operando attorno al concetto di mutualismo.

Il comune di Padova, assieme alla Caritas e al CSV, ha provato ad organizzare la solidarietà attorno alla rete Per Padova noi ci siamo. Alcuni hanno aderito, riconoscendo come in una situazione di crisi come quella in corso l’organizzazione e le strutture fossero essenziali. Altri, invece, hanno provato a organizzare autonomamente il mutualismo, rilevando alcune carenze nel progetto comunale – prima fra tutti, la necessità della residenza per ottenere aiuti, che lasciava fuori molti. Ciascuna scelta comportava vantaggi e punti critici, sia politicamente che dal punto di vista dell’efficacia della solidarietà.

La redazione di Seizethetime non è stata a guardare: un po’ perché, individualmente, abbiamo fatto la nostra parte; un po’ perché abbiamo girato, con microfono e videocamera, a vedere alcune delle cose che stavano accadendo. Ne è venuto fuori un documentario di una mezz’ora scarsa, che offriamo come patrimonio comune: Mutualismo a Padova. Fare politica ai tempi del Covid.

Ringraziamo tutti quelli che si sono prestati a farsi intervistare per quello che hanno fatto allora e fanno oggi, tutti i giorni.

Buona visione!

Lavori culturali senza rappresentanza?

di Mattia Cavani e Anna Soru

Negli ultimi anni, complice l’esaurimento dei movimenti dei precari, è emerso un florilegio di pessimismi della ragione e della volontà riguardo le possibilità di mobilitazione dei lavoratori autonomi e “atipici” nei settori creativi e culturali. Mentre tenevano banco le discussioni sulla classe creativa di Richard Florida e la fine del lavoro di Jeremy Rifkin, la condizione di queste professioni continuava a peggiorare e, con l’esplosione dell’emergenza sanitaria, sono diventati molto evidenti problemi già presenti da decenni. Partendo dall’esperienza di Redacta (la sezione di Acta dedicata all’editoria libraria, di cui abbiamo scritto nel primo numero di Officina Primo Maggio) e da alcuni progetti affini a cui abbiamo partecipato nell’ultimo anno (Acta-media, dedicata a chi lavora nella comunicazione e nel giornalismo, e Art Workers Italia, che riunisce le professionalità dell’arte contemporanea), in questo articolo proveremo a tracciare quali sono le problematiche concrete che si incontrano nell’organizzare questi lavoratori e lavoratrici, un passo necessario per misurare le potenzialità di una rappresentanza in grado di emanciparne la condizione, anche oltre l’ottica emergenziale.

Luoghi di aggregazione 

Il primo passo è trovare questi lavoratori: non esiste un luogo fisico analogo alla fabbrica, dove se ne possono intercettare numerosi. Sono sparpagliati e spesso lavorano da remoto in città differenti. Ciononostante, continuano a proliferare forme di auto-organizzazione all’interno della stessa professione o del settore d’appartenenza. Grazie a un mix di relazioni personali e professionali, le prime aggregazioni si manifestano di solito sul territorio; per un successivo allargamento, sono via via più importanti siti dedicati, blog e social media. Questa è per esempio la modalità impiegata da Redacta e Acta-Media.

La pandemia in corso ha da un lato reso evidente l’estrema debolezza di tanti lavoratori e lavoratrici non dipendenti, spesso senza neppure un contratto, rendendo urgente la necessità di coalizzarsi; dall’altro ha accentuato l’importanza di Internet e dei social, non solo come luoghi di manifestazione del disagio, ma anche come spazi di aggregazione. Da qui è nata Awi, che in due mesi ha raccolto oltre 2500 aderenti e che tra le sue fila conta alcune delle categorie più colpite dal blocco delle attività. Esperienza partita come gruppo Facebook, diversamente dalla maggioranza dei gruppi di mestiere nati sui social è riuscita ad avviare un processo di riflessione critica e di presa di coscienza culminata con la recente costituzione di un’associazione formale.

Identità (professionali?)

È difficile, e come Acta l’abbiamo sperimentato, organizzare alleanze sociali di interessi molto differenti in nome di un fine sociale comune. In particolare, i lavoratori autonomi hanno condizioni eterogenee che spingono a una forte individualizzazione, sono poco abituati ad agire collegialmente e ad assumere un punto di vista collettivo.

Aggregare lavoratori che condividono la stessa attività (craft unionism), nella logica dei vecchi sindacati di mestiere è più semplice, perché:

  • c’è, soprattutto nelle professioni più nuove o meno definite, un’esigenza di identificazione professionale, che richiede un processo di ricostruzione di attività frammentate. L’introduzione di un codice Ateco (un codice alfanumerico che indica il settore economico principale nel quale opera il professionista) ad hoc è spesso considerata un primo passo in questa direzione; 
  • ci sono alcuni problemi che sono specifici della professione ed è diffusa una percezione di atipicità (se non unicità) del proprio ambito lavorativo. C’è maggiore disponibilità al confronto con chi si trova nella stessa situazione.

In realtà molti dei principali problemi sono comuni ai diversi “mestieri”, ma la partecipazione diretta, non mediata dalla delega, a un gruppo di “mestiere” aiuta a dare identità e appartenenza, ad acquisire consapevolezza delle condizioni in cui si opera e a creare i presupposti per una coalizione più ampia.

Inchieste e sondaggi online auto-organizzati hanno rappresentato uno strumento prezioso attraverso cui approfondire i problemi, ma soprattutto sono stati dei veri e propri veicoli di coalizione, hanno funzionato come momento seminale per Redacta e Acta-media e sono stati un momento di passaggio importante anche per Awi.

Disegno: Pat Carra

La rappresentanza

Il sindacato ha inizialmente affrontato il proliferare di nuovi lavori cercando di ricondurli all’interno dei confini del lavoro dipendente. Più di recente sembra aver accettato che il lavoro autonomo non solo esiste, ma spesso è scelto dal lavoratore, e che ha alcune sue specificità. Enunciazioni di principio in questo senso (come la Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil) si sono tuttavia rivelate difficili da mettere in pratica. Soltanto in alcuni ambiti, per esempio la sicurezza sul lavoro, c’è stato un effettivo allargamento delle tutele.

Allo stesso tempo però, questo spazio non è stato colto dalle associazioni di tipo professionale, che tipicamente includono lavoratori e datori di lavoro (in genere sotto forma di studi professionali) con interessi che possono essere contrapposti. Quando questo avviene, prevalgono quelli dei committenti, più forti nel mercato ed entro le associazioni. 

Le prime organizzazioni che sono nate per rappresentare il lavoro autonomo di seconda generazione sono organizzazioni non tradizionali, definite quasi-Union, che hanno spesso la configurazione di associazioni, nascono dal basso come auto-organizzazione, sono prevalentemente basate sul lavoro volontario dei propri soci e hanno una membership liquida (non sempre è chiaro chi è socio e chi non lo è). In Italia la prima di queste organizzazioni è stata Acta, l’associazione dei freelance, che corrisponde in pieno a questa definizione.

Il nodo dei compensi

Sul tema dei compensi, che per moltissimi freelance è il problema, tuttavia neanche Acta è stata particolarmente incisiva. La letteratura giuridica ha a lungo dibattuto sulla compatibilità tra contrattazione collettiva e diritto della concorrenza per lavoratori autonomi. Nel lavoro dipendente, in virtù del rapporto di subordinazione, si presuppone che il lavoratore abbia minore potere contrattuale del datore di lavoro, e la contrattazione collettiva serve a riequilibrare il rapporto. Un’analoga presunzione non può essere applicata nel lavoro autonomo, dove il lavoratore potrebbe avere potere contrattuale analogo o superiore a quello del committente e quindi la contrattazione collettiva altererebbe la concorrenza. 

Alcune esperienze sembrano indicare che questo problema di compatibilità giuridica sia in realtà superabile (la contrattazione collettiva è normalmente applicata per gli accordi economici del contratto di agenzia e di rappresentanza commerciale), e sembra che anche la Commissione Europea si stia muovendo in quest’ottica.

È interessante ripercorrere le tappe dell’esperienza per la fissazione dell’equo compenso dei giornalisti freelance. Questo compenso – frutto di un accordo siglato tra il Fnsi, sindacato unitario dei giornalisti, la Fieg, controparte degli editori, il Governo e l’Inpgi, cassa di previdenza dei giornalisti – era equo solo di nome, dato che prevedeva una retribuzione di 20 lordi euro ad articolo; un valore totalmente svincolato dai contratti collettivi dei dipendenti. Il sindacato non è riuscito a tutelare le esigenze dei freelance, privilegiando un approccio che non rischiasse di danneggiare i diritti degli insider. La certificazione di questo fallimento è arrivata con la bocciatura del Consiglio di Stato, che ha giudicato illegittimo distinguere tra giornalisti autonomi e parasubordinati, e ha chiarito che un compenso equo deve essere coerente con quello previsto dai contratti collettivi.

Altrettanto deludente quello che è successo con la norma della riforma Fornero, che indicava per le collaborazioni a progetto la necessità di ancorare la retribuzione del collaboratore alla contrattazione collettiva per figure con analoghi livelli di professionalità, ma questa opportunità non è stata sfruttata e ormai le co.co.pro non esistono più.  

Il sindacato ha inizialmente affrontato
il proliferare di nuovi lavori cercando di
ricondurli all’interno dei confini del lavoro
dipendente

Redacta sta seguendo una strada nuova, su un duplice binario. Da un lato ha fatto un’operazione di trasparenza, raccogliendo su una piattaforma online i tariffari delle maggiori aziende editoriali; dall’altro ha calcolato, per le principali attività, dei parametri di compenso dignitoso. In questo modo fornisce delle indicazioni molto utili a tutti i freelance, in particolare ai più giovani, spesso impreparati a dare il giusto valore ai servizi che offrono.

È presto per dire se questa azione di sensibilizzazione e di coinvolgimento attivo dei lavoratori e delle lavoratrici riuscirà a contrastare le pressioni al ribasso sui compensi, divenute ancora più forti a seguito della pandemia. È possibile che sia propedeutica, laddove ce ne siano le condizioni, a un rilancio della contrattazione collettiva con il coinvolgimento delle associazioni in cui questi lavoratori si riconoscono.

D’altra parte la contrattazione collettiva non è applicabile a tutte le situazioni lavorative, perché non sempre la controparte è individuabile in maniera chiara. Si pensi per esempio a un informatico o a un formatore che lavora con imprese distribuite su molti settori.

Di certo diventa sempre più urgente l’intervento istituzionale per contrastare l’insostenibile concorrenza che proviene dal lavoro gratuito e semi-gratuito, con l’introduzione di un salario minimo legale che rappresenti un riferimento per tutto il lavoro e con il controllo degli stage, spesso abusati, oltre che con l’individuazione di equi compensi, in applicazione della legge finanziaria 2018, il cui rispetto dovrebbe essere garantito nelle attività della pubblica amministrazione e condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione o commessa pubblica. Se i provvedimenti adottati nell’emergenza sono indicativi di una tendenza, possiamo dire che il legislatore è molto lontano da questo approccio. 

Per esempio il Governo ha stanziato 10 milioni di aiuto diretto agli editori di libri classificabili come micro-imprese (considerando il livello di esternalizzazione del lavoro e i fatturati medi, ricadono in questa categoria diversi editori, non solo i più piccoli) e più di 200 milioni per il finanziamento degli acquisti delle biblioteche e di programmi a sostegno della lettura e della domanda di libri (come la 18app).

Nel silenzio delle associazioni professionali del settore, queste misure hanno finanziato direttamente le aziende o progetti che vanno avanti da anni senza ripercussioni apprezzabili sulla remunerazione del lavoro. Redacta aveva proposto, inascoltata, di porre come condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione il rispetto – per tutte le fasi della lavorazione del libro, dalla traduzione alla rilettura delle bozze – dei corretti contratti nazionali ai propri dipendenti e/o dei compensi dignitosi per i lavoratori autonomi coinvolti.

Welfare oltre l’emergenza

Se il tema dei compensi e del sostegno pubblico alle imprese sembrano poter essere affrontati anche da un punto di vista settoriale, il welfare riporta inevitabilmente a coalizioni e approcci ben più ampi. Le misure di sostegno del reddito per i lavoratori autonomi sono state un tabù per anni, ma durante l’emergenza sono state messe in pratica, anche se in modo per molti versi discutibile. Forse il caso più clamoroso è stato il criterio per ricevere i 1.000 euro di maggio: un calo degli incassi del 33% nei mesi di marzo e aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Data la strutturale aleatorietà dei tempi di pagamento dei professionisti, gli aiuti si sono trasformati in lotteria: un professionista in difficoltà potrebbe essere pagato a marzo per un lavoro svolto l’anno precedente, un altro potrebbe non avere problemi eppure avere un mese in cui i pagamenti slittano in avanti.

In altri casi, il Governo ha seguito logiche esplicitamente corporativiste. Ci riferiamo in particolare alla parte del Decreto Rilancio che ha assegnato 5 milioni di euro di un fondo a sostegno dell’intero settore editoriale ai soli traduttori editoriali. Una scelta arbitraria per cui è difficile trovare una ratio convincente, se non la soddisfazione di interessi meramente corporativi.

Oltre a una questione di equità, questo provvedimento ne solleva anche una tattica: è pensabile che la moltitudine di lavoratori e lavoratrici (spesso slash workers, professionisti che svolgono più mestieri) con i più diversi inquadramenti contrattuali e fiscali che compone la forza lavoro attuale riesca a vedersi garantite le tutele fondamentali di welfare organizzandosi per corporazioni? Ci pare irrealistico. L’esito più probabile è un’ulteriore frammentazione tra minoranze di garantiti, in forza di qualche estemporanea manovra parlamentare, e “tutti gli altri”.

Non è più possibile rimandare l’evoluzione verso un welfare che assicuri alcune tutele di base a tutte le tipologie di lavoro, incluse quelle più spurie come la cessione di diritti d’autore, superando discontinuità e frammentazioni contrattuali. Occorre cioè cambiare il nostro sistema di welfare, costruito sul lavoro dipendente, per arrivare a un welfare che tuteli tutto il lavoro, senza le attuali suddivisioni in casse previdenziali, che discriminano i lavoratori non dipendenti e creano difficoltà nelle situazioni di passaggio da un contratto a un altro e nelle situazioni in cui coesistono più incarichi. Per esempio se un lavoratore dipendente diventa autonomo, nei primi mesi di lavoro non sarà coperto da alcuna tutela, perché la protezione da lavoro dipendente si è esaurita con la cessazione del rapporto subordinato, mentre quella da lavoratore autonomo non è ancora attiva perché manca un pregresso contributivo. Se invece consideriamo un lavoratore con più lavori, che afferiscono a diverse casse previdenziali, in caso di malattia o maternità potrà accedere solo alle tutele connesse ad una cassa o addirittura a nessuna tutela se non ha raggiunto i minimi contributivi in una delle casse, perché non è prevista la cumulabilità.

Il 28 ottobre Acta ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati una proposta per garantire la copertura di malattia, genitorialità e riduzione involontaria del reddito a tutti lavoratori.

Emerge con forza il nesso fra forme e attori della rappresentanza e capacità di incidere in modo positivo sulla situazione attuale. Se non saremo in grado di inventare nuove forme di conflitto sui compensi e allargare le tutele di welfare a tutti, gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici, in molti casi la parte più giovane, rimarrà fragile e preda dei capricci della contingenza e questo continuerà ad avere effetti evidenti anche sul resto del mercato del lavoro. 

Davanti a una contingenza della portata della crisi pandemica è evidente che queste sfide non sono più prorogabili.

Bibliografia

M. Biasi, «Ripensando il rapporto tra il diritto della concorrenza e la contrattazione collettiva relativa al lavoro autonomo all’indomani della l. n. 81 del 2017», Argomenti di Diritto del Lavoro, 2/2018.

S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.

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