Il tempo della storia. Una conversazione con Cesare Bermani

Andrea Bottalico e Sara Zanisi 

Quella che proponiamo è una conversazione. Caotica, dissonante, frammentata. L’abbiamo avuta una mattina d’estate a casa di Cesare Bermani, che siamo andati a trovare perché, dopo aver ascoltato Sergio Bologna e Bruno Cartosio (vedi n. 3 di OPM), ci pareva opportuno dialogare con un’altra figura importante per l’esperienza politica e culturale della rivista Primo Maggio (PM). Ma anche perché abbiamo ritenuto opportuno dialogare con una persona che con il suo lavoro ha contribuito allo sviluppo di un metodo e di un’idea di ricerca che per noi valgono ancora oggi. E che non senza difficoltà cerchiamo di portare avanti, per lasciare a chi verrà dopo di noi ciò che noi abbiamo ereditato da quelli che sono venuti prima.

L’intervista è stata raccolta a Orta S. Giulio, il 22 luglio 2021.


Bermani: Fammi delle domande

Zanisi: Non so se hai letto la prima intervista che abbiamo fatto a Sergio e Bruno…

Bermani: Sì, naturalmente.

Zanisi: Bene, allora cominciamo da lì.

Bermani: In realtà non siamo mai stati un gruppo, questa è la mia opinione… c’è stato un momento in cui le redazioni erano più di una: c’erano Milano, Firenze, Genova e Torino, a un certo punto anche un po’ Bologna, poi Roma; io alcuni di questi non li ho mai neanche visti, perché non ho la mobilità di Sergio, a lui piace viaggiare, a me non piace viaggiare. 

Zanisi: Come si fa a fare la storia militante, come avete fatto allora e come si fa oggi?

Bermani: Come si fa oggi non lo so, è tutto da inventare. Allora la cosa funzionava, avevi il movimento operaio, c’erano i partiti con i quali magari litigavi a morte, ma c’erano, e quindi erano un minimo di salvaguardia, alcune cose si potevano fare e non era impossibile pensare seriamente a cercare dei temi del passato che sarebbero stati utili al presente e viceversa, guardare il presente per capire il passato, dico questo senza farla tanto lunga.

Zanisi: E il sindacato? 

Bermani: Io non sono mai stato iscritto al sindacato, non sono la persona più idonea a parlare del sindacato, però direi che gli attacchi più forti contro PM sono venuti dal Pci, nella seconda metà degli anni Settanta. Avevo la fortuna di aver militato nel Pci, la considero una grande fortuna, per quindici anni. Nel Pci ho imparato tante cose, ma soprattutto ero stato a rischio, quando col piano Solo, quando De Lorenzo… vivevo in un partito che era organizzato… eravamo attrezzati per affrontare il colpo di stato. Quindi avendo vissuto quegli anni lì… non dico che quello che è venuto dopo fosse meglio… io ho sempre avuto l’impressione che la storia d’Italia sia fatta così, se ci pensi un momento a partire dal fascismo, dove il fascismo si occupa di distruggere le case del popolo e tutto il resto e Mussolini fa il parlamentare, direi che sempre si è andati avanti così. Quando c’è stata la bomba in piazza Fontana, i fascisti erano in parlamento. C’è sempre stata, mi permetto di dire, una continuità assoluta nella storia d’Italia, l’ho sempre vista dal 1921 a oggi. Ci sono dei momenti che le cose vanno un po’ meglio, dopo il 25 aprile 1945, ma molto presto mi sembra che le cose siano peggiorate: l’epurazione fu una burletta, nell’apparato dello Stato molti degli uomini di Mussolini rimasero ai loro posti, moltissimi criminali di guerra non vennero perseguiti e poi nel ’47 De Gasperi buttò fuori i comunisti dal governo. Questa è la realtà. La polizia era rimasta tutto sommato la stessa di prima, infatti si diceva lo slogan “Ps Ss”, per me era scontato, non mi impressionava questo fatto, anche se devo dire che quando torni a casa e te la trovi completamente scompaginata perché qualcuno è venuto dentro a fare visita non è piacevole.

Io la vedo così, eravamo molto diversi tra noi: Sergio nel Pci non c’è mai stato, ha fatto un altro percorso; Bruno è stato nel Pci come me, ma in anni diversi e questo conta nella formazione di un militante, anche se anche lui è uscito dal Pci come me nel 1970. Eravamo molto diversi e anche gli altri di PM lo erano. Ogni tanto succedevano delle cose che uno restava basito, per esempio quando Marco Revelli un giorno voleva espellere le donne padovane perché avevano fatto un articolo in cui si parlava del corpo… a me non sembrava una cosa terribile ma lui diceva: «Questo è fascismo! non si può tollerare un articolo del genere», quindi scissione della redazione, più o meno… Cose di questo genere accadevano spesso perché in realtà in PM c’era un convergere di forze completamente eterogenee, il che può andare anche bene, però devi tenere conto che possono anche succedere degli strappi improvvisi…

Tu mi chiedevi della redazione… io credo di essere andato una volta in tutta la mia vita a sentire quelli che parlavano della moneta, perché lo trovavo noiosissimo, erano cose che non mi interessavano, cioè mi interessavano di riflesso.

Bottalico: Come ti sei avvicinato alla rivista?

Bermani: Premetto che i primi due numeri della rivista non li avevo neanche letti, quindi non sapevo niente di PM, poi quando mi hanno chiesto di entrare nella redazione per il numero 3, che poi diventa numero 3-4, sono entrato non sapendo bene che tipo di rivista fosse. 

Bottalico: Chi te l’ha chiesto?

Bermani: Direi che chi ha avuto secondo me il buon senso di tirarmi dentro è stato Primo Moroni, perché aveva capito che le cose di cui mi occupavo, dalle canzoni alla storia orale, potevano essere molto importanti dentro alle “150 ore”. Non lo conoscevo neanche bene, però lui è venuto a cercarmi insieme a Sergio, e ci siamo subito trovati d’accordo, io gli ho detto di sì, poi mi han chiesto un articolo, gli ho dato un articolo sulla Resistenza [«Documenti della lotta partigiana, il caso Pomati» N.d.R.], perché era di quello che mi occupavo in quel momento: non avevo previsto che la redazione l’avrebbe pubblicato senza le note, pazienza, invece le note erano importanti perché era un tema nuovo dentro alle ricerche sulla Resistenza. 

Bottalico: Buonfino lo hai conosciuto?

Bermani: Buonfino me lo ricordo, a me stava simpatico, ma si capiva che sarebbe finito male perché era più pessimista di me, ma aveva ragione lui sull’andazzo del paese, della storia italiana, infatti poi si è suicidato perché era convinto che sarebbero arrivati gli squadroni della morte, non sono arrivati, però… non aveva poi tutti i torti. Tieni conto che queste vicende vengono tutte dopo Piazza Fontana. Buonfino sui Quaderni piacentini fece quella vignetta del tizio che si fa esplodere la bomba tra le mani, che poi è Feltrinelli… Però aveva ragione, io fui avvicinato in quegli anni da Feltrinelli che voleva tirarmi dentro nel suo giro, ma gli ho detto di no perché non mi ispirava, più che altro per il fatto che Feltrinelli era stato socialdemocratico ed era uno degli autori della cacciata di Bosio dalla rivista Movimento operaio, Feltrinelli e Togliatti insomma, e quindi forse solo per quello mi sono salvato, è così, proprio un caso… Se avessi pubblicato Pagine di guerriglia con Feltrinelli non so come sarebbe andata a finire.

Bottalico: Come hai fatto a far convergere i tuoi interessi di ricerca con la rivista? L’impressione è che tu ti sia occupato anche di temi diversi da quelli che privilegiava.

Bermani: Non mi sono affatto preoccupato di questo, non sapevo qual era la linea di PM, se non all’ingrosso. Proponevo delle cose, se andavano bene le pubblicavano. Comunque la ricerca di fonti orali sul campo fu importante anche per le ricerche in fabbrica, lì utilizzammo le interviste, Bruno ed io e anche Sergio. Non so se si può dire che fosse storia orale, anche perché io non ho mai saputo che esistesse la storia orale, per me la storia è storia e va fatta con tutte le fonti; la storia orale secondo me è un’invenzione per creare qualche cattedra. Comunque chiamiamo pure storia orale quello di cui stiamo parlando. 

Ricordo che una volta stavamo facendo un disco, come Istituto de Martino, insieme al Consiglio di fabbrica della Filati Lastex [Bergamo Redona. Filati Lastex alla Riscossa, N.d.R.], perché era la nostra linea fare dei dischi in fabbrica con gli operai. Cosa succede? Che il consiglio di fabbrica decide di introdurre nel disco un brano dove la giacca del padrone veniva presa, messa in un calderone, rimestata con una formula magica, e il padrone avrebbe dovuto morire, invece ha avuto solo un grande mal di schiena, ma gli operai erano contenti lo stesso, e quindi hanno messo dentro al disco questo pezzo… Non ti dico la Cgil: «Come, adesso gli operai credono anche alle streghe?». Che è vero, succedeva regolarmente, era ancora un’epoca in cui tra mondo magico e mondo politico c’era una connessione, dopo è continuata ma non si è vista più bene. Quel disco lo abbiamo fatto nel ’75. Mondo magico e mondo operaio. Quello c’è sempre stato, per esempio nelle manifestazioni operaie ogni tanto capitava di trovare qualcuno che aveva al collo falce e martello e cornetto. In quell’epoca c’era una commistione. L’operaio col cornetto l’ho notato perché avevo fatto una grande ricerca in Abruzzo sulle streghe, e avendo scoperto che lì allora con le streghe si mangiava a tavola assieme, mi interessava molto. Io ho sempre parlato di narrazioni a uso della storia, utilizzare la narrazione per fare storia. Per quello fu molto importante il magnetofono, contro il quale c’era una grande resistenza. L’elogio del magnetofono l’ha scritto Bosio. Bosio aveva ragione, poi si era molto divertito quando aveva saputo che io facevo i verbali della mia sezione di partito col magnetofono e che ero stato deferito ai probiviri perché il magnetofono era pericoloso. Perché fissa una realtà di un momento e se poi tu vuoi cambiare quel momento non puoi più farlo, infatti i funzionari erano incazzati. Ricordo uno che un giorno mi disse «Spegnete quella cosa, mi sento spiato». Io usavo il magnetofono dappertutto, dal ’63, adesso sono in pensione ma l’ho sempre tenuto acceso qualunque cosa facessi. Anche se facevo il risotto.

Zanisi: Ci dicevi che anche in PM lo accendevi ogni tanto nelle riunioni vostre. Le hai queste registrazioni?

Bermani: Questo è un problema. A un certo momento gli ecologisti hanno deciso che la colla che utilizzavano per fare i nastri non era ecologica, ne hanno presa una che dopo un mese i nastri si deterioravano, quindi li puoi recuperare ma li devi mettere in un fornetto, scaldarli… Io per alcuni anni l’ho fatto qui con un fornetto per essiccare i funghi e funzionava benissimo, però adesso quando mi capitano dei nastri incollati, li metto da parte per mandarli da qualcuno che è in grado di farlo meglio di me. Devo dirti che comunque erano più divertenti le riunioni nel Pci che non le nostre, almeno lì erano dei litigi aperti.

Comunque la rivista ha funzionato, veniva letta, siamo arrivati a 4.300 copie, forse anche di più in certi momenti; ancora oggi trovo della gente che mi parla di PM, ma io mi occupavo di PM e di altre cose, per esempio del movimento di cooperazione educativa. Ma di queste cose collaterali sulla rivista non ho mai trattato. Però devo dire la verità: se devo pensare alle cose importanti della mia vita, c’è anche PM. Per esempio molto importante per me come storico è aver visto in azione i partigiani, perché se non avessi visto da bambino i partigiani come si muovevano, cosa dicevano, cosa facevano, avrei un’idea completamente distorta della Resistenza. Questo per me è stato molto importante. Vederli in azione, io li ho visti dentro la casa di mio nonno Cesare Rossi, uno dei due proprietari dell’Istituto Geografico De Agostini. Sono entrati, cercavano delle armi, le armi le avevano sotto il naso, ma proprio per questo motivo non le hanno trovate. Allora sono andati in cantina dove ormai le armi non c’erano più, c’erano scatolette di ogni genere perché mio nonno aveva un ben di dio, scatolette, vino ecc. La prima cosa che fanno è prendere le scatolette, infilarsele dentro la camicia e il commissario politico dice: «Ragazzi, non siamo ladri, rimettete tutto a posto», sapendo benissimo che mio nonno… «Per carità, fate quello che volete, prendetele!». Questi aspetti di commedia quando si parla di Resistenza non si ricordano. Un’altra volta era verso mezzogiorno e sono andato incontro a mio nonno sulla strada. Mentre stavamo per rientrare è arrivato un gappista che ha detto «Commendatore, deve venire con me in montagna da Moscatelli». Mio nonno ha chiesto di potere andare a casa a mangiare per non allarmare mia nonna che soffriva di cuore. «Va bene, ma non faccia scherzi se no… l’aspetto qui alle due e mezza». Su in Valsesia da Cino Moscatelli sono andati con l’automobile di mio nonno e, come mi ha raccontato poi il gappista, di cui nel dopoguerra sono diventato amico, ai posti di blocco faceva sentire al fianco di mio nonno la canna della rivoltella. A Moscatelli fece poi avere dei soldi e si impegnò a far stampare dei volantini al De Agostini. E poi se ne tornò a casa tranquillo come una pasqua. Un momento di vero pericolo per lui fu il giorno della Liberazione. Arrivarono due operai armati di fucile e mi dissero che avrebbero ammazzato mio nonno perché uno di loro era stato licenziato, avendo rubato. Volevano entrare e che io gli aprissi la porta della cancellata della villa. Io dissi che non lo sapevo fare e loro scuotevano le sbarre e urlavano cercando di farmi paura. Nel frattempo mia nonna aveva telefonato al De Agostini e arrivarono altri partigiani che erano incaricati di tenere l’ordine pubblico e li allontanarono.

Mi ricordo anche il giorno del febbraio ’44 che arrestarono un corriere, che arrivò a casa di mia madre, impegnata con la Resistenza… Questo suona il campanello, io avevo sei anni, vado ad aprire, questo entra, si guarda in giro, aveva un impermeabile e lo butta sotto un armadio. Arrivano i fascisti, lo arrestano. Io sapevo che dovevo tacere, mi hanno, non dico interrogato, mi hanno chiesto qualcosa, io non ho detto niente. I fascisti una volta sono venuti a requisire il nostro appartamento a Novara. Mia madre era dovuta scappare in Svizzera perché ricercata… Io ero piccolo e i fascisti avevano un modo di fare che mi facevano ridere… Quando sequestravano gli alloggi ci doveva essere un parente presente. Io stavo arrivando con mia nonna, che era un po’ vecchiotta, e quindi per arrivare a casa in tempo l’ho lasciata indietro… «Vai avanti ad avvisare che stiamo arrivando», e loro: «Se tua nonna non è qui entro cinque minuti sfondiamo la porta», e lo dicono con tono minaccioso a me? Non avevano proprio il senso del ridicolo. 

Come dicevo, ho avuto un percorso completamente diverso da Sergio e gli altri perché a fianco del Pci, non distinguendolo bene, io ho lavorato, per un paio d’anni, in un centro medico-pedagogico. Il Centro medico-pedagogico di Novara era una cosa straordinaria, da lì passavano tutti i bambini della provincia e quindi tu avevi l’immagine della situazione dell’intera provincia: come stavano, cosa facevano… Quindi mi occupavo di bambini, ero insieme a una donna straordinaria come Marcella Balconi che mi aiutò moltissimo, poi è diventata parlamentare, però in quel momento non lo era ancora. Lei era una delle più importanti neuropsichiatre europee, sicuramente una che ha inventato tante cose, che aveva una grande capacità nel leggere i disegni dei bambini, quindi mi sono formato praticamente lì. Andavo nelle scuole e facevo i test, e lì ho fatto la conoscenza di questa scuola italiana pesantemente razzista, spaventosa. 

Poi mi sono occupato della Resistenza. Anche lì al centro medico pedagogico, la Balconi, che era sindaco di Grignasco, mi disse: «Perché non fai un opuscolo per commemorare il ventesimo della Resistenza a Grignasco?», e io dissi di sì, solo che l’opuscolo, quando ho cominciato a registrare, è diventato la storia di una brigata partigiana in tre volumi e cinque tomi. 

Zanisi: E questa idea della storia orale da dove è arrivata?

Bermani: La storia orale, ma io preferisco parlare di narrazioni orali per la storia, è arrivata attraverso Gianni Bosio, anche se è Roberto Leydi che mi ha messo per primo un registratore in mano. Poi sono stato io che a mia volta ho convinto Nuto Revelli a registrare, perché Nuto Revelli era uno di quelli che aveva invece l’allergia per il registratore, non gli piaceva; una volta in una lunga conversazione a Cuneo disse: «Allora provo». E così nacque Il mondo dei vinti. 

Purtroppo Bosio è morto nel ’71 e, paradossalmente, le cose più importanti di Bosio le ho messe a posto io dopo; ho fatto la ricerca sui suoi scritti giovanili che non erano conosciuti e li ho pubblicati, poi soprattutto ho pubblicato Il trattore ad Acquanegra, che era secondo me un libro fondamentale ma era rimasto incompiuto, quindi aveva bisogno di una prefazione. Prima avevo assemblato e ampliato L’intellettuale rovesciato, nel senso che l’ho più che raddoppiato rispetto alle cose che Bosio aveva messo nella prima edizione, uscita ciclostilata in 200 copie. 

Bottalico: Il tuo contributo è stato soprattutto quello di elaborare il metodo della ricerca basata sulle interviste…

Bermani: Sì, quello veniva da lontano, in parte da Danilo Montaldi, in parte da quell’altro, che confesso non ho mai frequentato, Romano Alquati. Lì c’erano anche delle storie buffe, a me Montaldi piaceva, non l’ho mai conosciuto di persona ma mi piacevano i suoi scritti, però Montaldi non era amato da Bosio e quindi diventava un po’ difficile… a Piàdena, quelli della Lega di cultura, per esempio, Montaldi lo consideravano un altezzoso, uno che s’impadroniva delle cose degli altri, un po’ come Mario Lodi, che non era un personaggio simpatico, però ha dato un importante contributo pedagogico.

Zanisi: Sono una delle bambine cresciute con i lavori di Lodi, Cipì

Bermani: Cipì era un bel libro. Ma Come nascono i bambini è stato un dramma. Il libro, proposto da Lodi, è firmato da Tina Franchini e dalla moglie di Lodi, Fiorella Ferrazza. Ma il libro sembra essere stato scopiazzato da quello di un francese. Se ben ricordo, Bosio ricevette serie minacce di essere portato in tribunale da parte di una casa editrice francese. Bosio, apriti cielo, andò su tutte le furie.

Bottalico: Raniero Panzieri lo conoscevi?

Bermani: Sì, avevo un rapporto di amicizia, andavamo al bar assieme, parlavamo di politica, però ti devo dire che io ho una visione di Panzieri molto diversa da altri, lo sentivo molto funzionario. Panzieri era un funzionario di partito, niente di male, era anche simpatico, voglio dire, ma c’era qualcosa nel linguaggio, nel modo di porsi analogo a un Berlinguer. Panzieri e Berlinguer erano due persone completamente diverse. Panzieri era simpatico, del resto anche Berlinguer non era antipatico, solo destrorso, però ti dico tutti e due un po’… un po’ funzionari. Quello che era molto simpatico era Lelio Basso, con lui mi trovavo benissimo. Ma tornando a Panzieri, i Quaderni rossi sono stati molto importanti per tutti. Li stampavamo noi alle Edizioni [Avanti!, N.d.R.], però un po’ prima che io arrivassi, perché poi sono passati alla Nuova Italia. Io avevo anche un buon rapporto con Vittorio Rieser, perché i Quaderni rossi a Milano stavano nella medesima palazzina con noi delle Edizioni Avanti! dava dei pareri sulle cose che scrivevo, era un rapporto d’amicizia il nostro.

Per me i momenti importanti sono: l’infanzia coi partigiani e il Centro medico-pedagogico… è stato anche molto importante il periodo sportivo mio, ma questa è un’altra cosa… le Edizioni Avanti!, PM, sono le cose cui ho partecipato in vita mia e che considero importanti… Ogni tanto andavo anch’io alle riunioni di redazione di PM. Possibilmente poco.

Zanisi: Perché erano noiose, come quelle sulla moneta?

Bermani: No, quelle sulla moneta per me erano insopportabili, non noiose, mi uccidevano! Non sono mai stato un’enciclopedia vivente come Sergio, io mi occupavo delle cose che mi interessavano, le altre sapevo che erano importanti, ma non mi sentirei mai di scrivere un saggio sulla moneta. Una cosa che mi ha divertito molto è stato che mentre noi ci sforzavamo di far conoscere questi scritti sulla moneta alla Cgil e ai militanti di sinistra, l’unico che si è abbonato è stato Carlo Azeglio Ciampi. So che era molto interessato alla rivista per la questione monetaria.

Quando, a un certo momento, l’operaismo entrò in crisi, secondo me nella seconda fase della rivista, quella che ho diretto io, sono state pubblicate ancora delle cose importanti, per esempio credo che fosse molto importante il saggio di Jussi Raumolin sull’ambiente, se lo vai a rileggere è un saggio straordinario, nel mio ricordo. A un certo punto mi trovo lì con questa rivista, con Sergio che va all’estero, Bruno ed io che rimaniamo lì e decidiamo di andare avanti, ci riuniamo con Primo Moroni e Italo Azimonti. Azimonti era un personaggio tosto, aveva fatto la Resistenza, era stato credo uno dei radiotelegrafisti durante la Resistenza da Milano. E quindi la cosa ci è venuta spontanea, non ci passa neanche per la mente di chiudere la rivista, non fosse altro per il fatto che è quello che desiderano gli altri, non vedo perché noi dobbiamo smettere e abbiamo deciso di andare avanti. Quindi fondiamo una struttura che permette alla rivista di uscire e andiamo avanti. Moroni, che è sempre stato un milanese, si occupa di movimenti a Milano, la Barona, quelle cose lì; io vado avanti con le cose che interessano a me e in più mi trovo a dover affrontare le cose che non avevo previsto, per esempio tutti gli scritti che arrivavano dal carcere e il fatto di avere una parte dei lettori di PM in carcere, quindi da tenere presente. Lì non so, probabilmente ho fatto anche degli errori come direttore perché sono stato indulgente, quando mi arrivavano le cose dal carcere mi sentivo in dovere di pubblicarle, ne ho pubblicata qualcuna di troppo, d’altra parte mettendomi nella condizione del carcerato, capivo che era importante anche per loro. Quindi abbiamo pubblicato varie cose che arrivavano dal carcere. Una cosa di cui sono fiero di aver pubblicato è il pezzo di Borgogno, il quale, messo in carcere, non potendo utilizzare il magnetofono, tuttavia fa come può della storia orale, va a intervistare i contrabbandieri, vari tipi di malavitosi, e quella mi è sembrata una cosa interessante, anche se poi, quando Riccardo Borgogno è uscito dal carcere si è accorto che l’Italia era cambiata completamente. D’altra parte fare lo storico vuol dire anche occuparsi del passato che sembra contemporaneo.

Bottalico: Perché li associ a errori, questi? A livello redazionale c’era chi non era d’accordo?

Bermani: No, discussioni zero, in quel momento poi scappavano tutti, facevi quello che potevi. Siamo andati avanti fino all’80, dal numero 13, io ho diretto diciassette numeri della rivista, che non sono pochi, in realtà forse anche perché spaccavamo il capello in quattro, riuscivamo ad avere anche una certa periodicità nell’uscita della rivista. C’era anche il problema che attorno a te crollavano continuamente…

Zanisi: Stai anticipando una cosa che volevamo chiedere: era una rivista che veniva letta anche in un momento in cui tutto il mondo intorno crollava, cambiava, si stava trasformando. Com’era il rapporto con chi vi leggeva, nel carcere, fuori dal carcere, nelle fabbriche, fuori dalle fabbriche? 

Bermani: Primo Moroni sosteneva che per ogni numero venduto c’erano dieci persone che lo leggevano. Quindi gli acquirenti lettori erano più di 4.000, quando si contavano… Direi che nel complesso PM è stata una rivista che ha fatto delle cose, la storia orale è stata importante… 

Ritengo che la differenza fondamentale fra ieri e oggi è che allora c’era la politica. La politica era quella che ti permetteva di trovare delle cose, io la vedo così, oggi leggo un bel libro come quello di Margherita Scotti su Giovanni Pirelli… A me di quel libro lì comunque non m’interessa sapere che cosa succedeva a Pirelli in famiglia, mi interessa sapere cosa faceva fuori dalla famiglia, che tipo di militante fosse. Verissimo, qui si cerca di dare un’immagine di Pirelli filologicamente precisa, ma non c’è più interesse per la politica e questo sfuoca la sua immagine. Secondo me si sente l’assenza della politica, nel libro, e penso che i vostri problemi interni a Officina non siano molti diversi, credo. 

Bottalico: Tu pensi che l’assenza della politica implichi una difficoltà maggiore di un’azione collettiva; questo ci pone di fronte a una difficoltà maggiore rispetto al passato, a una responsabilità diversa…

Bermani: Io credo che una spinta ti porta a modificare la società, una spinta forte, per mia esperienza personale. Non so… poi ho l’impressione che il peso dell’università così com’è oggi sia una palla al piede, ho questa impressione dall’esterno.

Bottalico: Direi che OPM abbia l’intento di socializzare il sapere che viene anche dall’università, cercare di lavorare su un binario diverso. Alcuni vengono dall’università, però l’idea è quella di fare un lavoro parallelo, per mantenere le due cose distinte. Almeno cerchiamo di mettere in circolazione le conoscenze che acquisiamo, di raccontarle in una maniera più comprensibile e meno autoreferenziale.

Bermani: Come rivista mi sembra anche meglio di PM…

Zanisi: Questa esperienza, questo rilancio dell’Officina nasce anche dal bisogno di alcuni giovani che lavorano in università, e ci lavorano bene, che vedono sempre più chiusi gli spazi di libertà dentro l’accademia, perché lì il sapere è normalizzato e condizionato da alcune regole che sono ferree, tu devi stare dentro quelle regole, non hai più la libertà che sarebbe auspicabile. Pur lavorando in un mondo che è ipercompetitivo, in un’università che li massacra da questo punto di vista, però in qualche modo loro hanno una capacità di giocare quel gioco senza farsi massacrare, qualcuno lo perdi, però c’è chi riesce a non farsi fregare…

Bermani: Noi abbiamo avuto come generazione una fortuna sfacciata, se penso a me per esempio, io contesto mio padre e contesto mia madre, e litigo con mio padre perché ritengo lo statuto dei lavoratori a cui stava lavorando una cosa molto opinabile, perché la legge di giusta causa nei licenziamenti non è estesa alle piccole fabbriche. Anche con mia madre ogni tanto litigavo, ma lei era comunque stata un’agente americana, che si occupava di fare avere dei lanci alle formazioni partigiane… avevamo quindi degli interlocutori notevoli.

Bottalico: La tua fortuna può essere stata anche quella di aver tenuto sempre i piedi fuori dall’università?

Bermani: La mia fortuna è che mi hanno bocciato al concorso! All’università mi invitavano, andavo, se capitava parlavo, dicevo quello che mi pareva e me ne ritornavo a casa. Ricordo sempre il convegno di Rimini, degli istituti storici, dove Portelli ed io facevamo un seminario sulla storia orale e c’erano altri che si contrapponevano. Infatti ci hanno attaccato da morire. Ricordo un attacco del professor Ventura, mica da ridere, a me, per il pezzo sulla Volante Rossa, dicendo che si era arrivati al punto che non si diceva più neanche il nome di chi faceva testimonianza. Io ritengo che se uno non vuole apparire e ha delle cose da raccontare, che le racconti e io non metto il nome, mi sembrava correttissimo, tanto più che erano cose allora ancora scottanti. Facevano dei calembour in quel periodo contro di noi: «Sugli aspri sentieri della storia di ieri avanzano a balzi gli storici scalzi cercando il sociale col metodo orale». Questo di Manacorda lo trovavo divertente, ma altri erano decisamente più pesanti, «Storici scalzoni, storici mascalzoni…».

Bottalico: Una volta è finita in rissa, o mi sbaglio?

Bermani: Sì, a Rimini.

Zanisi: Rimini o Mantova?

Bermani: Rimini, ma a Mantova ancora peggio!

Bottalico: Che tu sei uscito malmesso, no? Chi ha raccontato qualcosa? O tu hai dato un cazzotto a qualcuno…

Bermani: No, io ho preso un cazzotto in un occhio da un metalmeccanico inglese.

Bottalico: Non c’entra niente con questa cosa…

Bermani: No, era semplicemente il fatto che questo mi rompeva… Io continuavo a dire «Non mi occupo di dare da dormire alla gente, devi andare da quelli incaricati della cosa, io non ne so niente», e lui continuava a rompere, allora a un certo momento gli ho detto: «Se Lenin si fosse comportato come te non avrebbe fatto la rivoluzione d’Ottobre». Ed è arrivato il cazzotto. 

Riguardo a PM, oltre al Pci, i rompicazzo erano gli operai che simpatizzavano per le Br… Era una lotta per tenerli fuori, perché cercavano di partecipare alle nostre riunioni. Eravamo già sospettati di essere collusi con la lotta armata, devo dire ingiustamente, e non è che ci piacesse che si infiltrassero nelle nostre riunioni. 

Bottalico: Secondo te PM è una rivista più di storia?

Bermani: La definirei una rivista. Sì, anche di storia. Non devi chiedere a me che ho sempre avuto una difficoltà a distinguere la storia dalla sociologia e dall’antropologia. Perché per me sono la stessa roba.

Bottalico: Quindi come concepisci la memoria?

Bermani: La memoria è un processo, quindi tutte le volte che tu ricordi rielabori e questo va tenuto presente, è molto importante sapere con precisione quando una cosa ti è stata raccontata e dove, in che contesto.

Bottalico: Luca Rastello parlava della differenza tra memoria e precisione.

Bermani: Uno storico deve fare i conti con la memoria esattamente come con altre fonti, non puoi prenderla come vera a priori. Comunque se non l’hai letto, leggi Tucidide. Ed Erodoto. Tucidide però è più interessante… Ieri mi è capitato in mano il libretto di Adriano Prosperi, Un tempo senza storia, dove ci sono dentro una serie di considerazioni su questa cosa.

Bottalico: Ora lo pensavo anche per il ventennio dei fatti di Genova. È uscito adesso per Donzelli un libro di storia orale sul G8 di Genova, non l’ho ancora letto, mi domandavo se vent’anni fossero pochi per un libro del genere.

Bermani: No, vent’anni sono giusti, è la distanza giusta, questo lo so per esperienza sulla Resistenza. Dopodiché naturalmente è un lavoraccio capire cosa ti raccontano, è sempre molto complesso. Ti raccontano una cosa che è stata detta da altri e fatta propria, ti raccontano una cosa che è successa a loro e che hanno rielaborato, ti raccontano una parabola che serve per capire meglio una situazione, insomma va capito cosa ti stanno raccontando. E questo lo impari solo con la pratica, se fai tanto lavoro, piano piano…

Bottalico: Secondo te qual è stato il miglior libro, anche romanzo, sulla Resistenza?

Bermani: Il miglior libro sulla Resistenza? Questa è una bella domanda. Recentemente ho letto il libro di Franzinelli e Flores sulla storia della Resistenza che non è male, però come sempre mancano delle cose che avrebbero dovuto esserci. Il problema è che in Italia si fa la storia alla rovescia, nel senso che, e questo non è certo colpa di Franzinelli, se tu non puoi disporre di una serie di studi di storia locale disseminati e corposi, cosa tiri fuori? Tra l’altro la storia della Resistenza è una storia che a ogni chilometro è diversa, raramente la storia è così frastagliata. Questa è la mia opinione. Poi ci sono i Gap, le formazioni di montagna, quello di cui non si è mai parlato… Io dovevo fare un opuscolo e ho scritto tre volumi in cinque tomi.

Bottalico: Forse la letteratura è stata capace: Il Sentiero dei nidi di ragno, Cassola, Fenoglio… i primi che mi vengono in mente.

Bermani: Semplicemente perché la storia orale non è stata molto praticata per quel che riguarda la Resistenza, voglio dire che lo è stata tardi, in fondo questi sono dei surrogati di storia orale. Ogni tanto ci sono anche delle storie, per esempio mi sono sempre domandato come mai Fenoglio non abbia notato Bella Ciao, che era una canzone soprattutto cantata da gruppi di autonomi: cioè, non è una canzone comunista, è una canzone che i comunisti hanno qualche volta cantato, in Emilia anche parecchio, però Fenoglio parla di Fischia il vento, dice che è una canzone straordinaria, è meglio di un mitra. E non cita Bella Ciao, che è stata sicuramente cantata dagli autonomi di Mauri. Mah!

Zanisi: Magari non la cantavano in…

Bermani: No, la cantavano, lui non se n’è accorto. Ma per concludere, il compito principale dello storico è quello di essere curioso e porsi continuamente delle domande. Lo storico deve sempre avere davanti un punto interrogativo, cioè essere curioso di tutto. Proprio il contrario di un rivoluzionario di professione, che è bene conosca solo lo stretto necessario.

Bibliografia e sitografia

C. Bermani, Pagine di guerriglia. L’esperienza dei garibaldini della Valsesia, Sapere, Milano 1971.

C. Bermani, «Documenti della lotta partigiana, il caso Pomati» in Primo Maggio, n. 3-4, 1974, pp. 69-89.

C. Bermani, Bella ciao. Storia e fortuna di una canzone, Interlinea, Novara 2020.

C. Bermani, Primo Moroni e la Calusca, cox18stream.noblogs.org. 

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Epidemiologia e luoghi di lavoro. Intervista a Benedetto Terracini

Sergio Bologna 

Benedetto Terracini, nato nel 1931, emigrato in Argentina tra il 1939 e il 1947 a causa delle leggi razziali, si è laureato in medicina a Torino. Formatosi in anatomia patologica, a partire dagli anni Settanta è stato un pioniere degli studi dei rapporti tra ambiente e salute in Italia. Professore di Epidemiologia dei Tumori e di Statistica Sanitaria all’Università di Torino, è in pensione dal 1999. È stato consulente dell’accusa o del giudice in diversi processi penali relativi a lavoratori affetti da tumori professionali. Direttore di Epidemiologia & Prevenzione dal 2000 al 2010, è Fellow emerito del Collegium Ramazzini.

L’intervista è stata raccolta il 6 ottobre 2021.


Bologna: Benedetto, con questa intervista Officina Primo Maggio intende riproporre alle nuove generazioni esperienze molto significative degli anni Settanta. Sia io che te, io in maniera molto più marginale, abbiamo partecipato a quel movimento che ha visto studiosi, scienziati, medici, biologi, ma anche sociologi, storici, economisti, avvocati, magistrati elaborare conoscenze e idee in un rapporto stretto con il movimento operaio nelle fabbriche, con le lotte sindacali. Ci siamo ritrovati in alcune riviste. Qui vorrei parlare di quelle che ebbero come promotore Giulio Maccacaro, non solo Sapere, la più conosciuta, alla quale arrivai grazie a Giovanni Cesareo, ma anche Epidemiologia & Prevenzione, di cui tu fosti uno dei fondatori. La mia prima domanda quindi è: come nasce Epidemiologia & Prevenzione e che rapporto avevi tu con Giulio Maccacaro?

Terracini: Ho conosciuto Giulio nel 1968, però la nostra amicizia è iniziata quando è caduto Pinelli. Giulio era consulente della famiglia, io ero in Anatomia patologica ed egli mi chiese un’opinione sul protocollo dell’autopsia. E di lì è nato un rapporto buono. Intanto era diventato direttore di Sapere: concepiva la rivista come una sede di incontro tra “accademici” e lavoratori. In quel momento, in Italia, era una novità, e anche poco gradita nell’ambiente accademico, che ovviamente non voleva la contaminante presenza dei lavoratori nelle aule universitarie. Uno dei momenti migliori di Sapere era stato l’incontro con i sette Consigli di fabbrica sull’inchiesta della Fulc (Federazione unitaria dei lavoratori chimici) sugli effetti del cloruro di vinile. Alle riunioni di Sapere partecipavano collaboratori diretti di Maccacaro e alcuni ricercatori come Fiorella De Rosis e come me. Una presenza fissa era quella di Giovanni Cesareo. C’era la sensazione che Sapere potesse contribuire a uscire da quella condizione tipica dell’Italia dove la politica non ha la tradizione di trovare ragioni scientifiche alle sue scelte (lo vediamo anche adesso). Dopo qualche anno è emersa l’esigenza di andare oltre Sapere e di creare anche una rivista di taglio maggiormente scientifico, che combinasse le esigenze di rigore della ricerca con le istanze di conoscenza e di giustizia che emergevano dalle condizioni di lavoro in fabbrica. E di lì è nata Epidemiologia & Prevenzione, ora arrivata al suo quarantacinquesimo anno di esistenza. 

Bologna: Tu allora cosa insegnavi?

Terracini: Era il momento della mia conversione all’epidemiologia. Sono stato assistente in anatomia patologica fino al 1976, quando il mio professore Giacomo Mottura (da non dimenticare per il suo impegno politico e per i suoi studi sulle malattie professionali) è andato in pensione. Nel suo complesso, alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino, l’epidemiologia e la prevenzione interessavano poco, ma il preside era relativamente aperto e interessato. Io avevo cominciato a frequentare il Registro dei tumori del Piemonte, che arrancava in mezzo a molte difficoltà, con gli strumenti limitati che aveva a disposizione. Cominciai quindi a insegnare Epidemiologia dei tumori e smisi di qualificarmi come anatomo-patologo, bensì come epidemiologo. Come tale mi sono auto formato, ma ho avuto la fortuna di attirare giovani motivati sulla prevenzione delle malattie ambientali (avevano “fatto” il Sessantotto). Loro si sono poi formati in epidemiologia altrove, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Più tardi, ho anche avuto la fortuna di trovare un assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Sante Baiardi, consapevole della necessità di conoscere cosa era la misura dei tumori professionali in Piemonte. Infatti, negli anni Settanta, in Piemonte, si sono rese evidenti diverse epidemie di tumori professionali. Nel 1981, la Regione Piemonte ha integrato la mia posizione universitaria con posti di assistente ospedaliero.

Bologna: Il discorso sull’epidemia per Giulio Maccacaro era fondamentale in quanto era un statistico medico. 

Terracini: Beh, il disegno di Maccacaro era qualcosa di più della applicazione della statistica allo studio della salute delle popolazioni. Mi stai chiedendo per quale motivo la statistica è importante nello studio dei fenomeni epidemici.

Bologna: Certo.

Terracini: Senza venire ai tempi attuali e al Covid, direi per diversi motivi. Parliamo di malattie causate dall’inquinamento dell’ambiente generale o lavorativo, ma anche da altri fattori (fumo di tabacco in primis, ma non solo). L’importanza di contare il numero delle vittime e il numero di casi di malattia in eccesso causati da esposizioni ambientali è intuitiva. Contare vuol dire saper contare, definire a priori cosa si conta e cosa non si conta. È poi importante stimare il rischio, e quindi la probabilità che una persona si ammali. C’è poi la questione dell’interpretazione di uno studio epidemiologico, l’opinione pubblica non percepisce l’importanza della potenza statistica dello studio. Senza fare una lezione di statistica adesso, ricordo che la potenza statistica di uno studio è la probabilità che lo studio ha di riconoscere un’associazione, quando questa esiste. È intuitivo che uno studio su lavoratori esposti ad amianto è tanto più informativo quanto più numeroso è il campione studiato e quanti più anni esso viene seguito nel tempo. La stima di una potenza statistica richiede tutta una serie di parametri, che non sto qui a dire. A fronte di uno studio che apparentemente non dimostra alcuna associazione, è importante stabilire se l’associazione non esiste oppure lo studio non era in grado di riconoscerla. Esistono quindi studi “falsi negativi”, che tranquillizzano l’inquinatore e l’opinione pubblica ma beffano le vittime. Determinare la potenza statistica di uno studio è un’importante applicazione della statistica.

Bologna: Ricordo quando è successo l’incidente di Seveso, quando c’è stato lo scoppio all’Icmesa di Seveso e la fuoriuscita di una nube tossica di cui non si conosceva la natura. Allora un ruolo molto importante lo svolse il gruppo di operai e tecnici della Montedison di Castellanza riunito attorno a Luigi Mara. Interrogando gli operai dell’Icmesa – ai quali era stato raccomandato di non parlare con nessuno – riuscirono a ricostruire il ciclo di produzione e a capire che razza di sostanza poteva essere stata emessa con la nube. Arrivarono a capire che era diossina prima dell’inviato dell’Organizzazione mondiale della sanità. 

Terracini: Si è poi scoperto, fino a un certo momento, fino a quando non è avvenuto quello che tu dici, che soltanto la Roche era a conoscenza che c’era di mezzo la 2,3,7,8-tetraclorodibenzodiossina, e che questa è una sostanza tossica. 

Bologna: Sì la Givaudan, che faceva parte del gruppo La Roche. 

Terracini: Quello ha mostrato un altro aspetto della situazione. Cioè la totale impreparazione sui rischi ambientali da parte delle strutture pubbliche, dell’accademia e della sanità pubblica italiana, la totale ignoranza su quelli che erano i rischi nell’ambiente di lavoro. E anche la sudditanza rispetto alla grande industria.

Bologna: Ed è su questo che poi Epidemiologia & Prevenzione ha focalizzato il suo intervento, mi pare, sia sul tema della formazione degli operatori sul territorio, sia sul tema dei rapporti perversi tra ricerca scientifica e industria farmaceutica.

Terracini: Su questo magari torniamo un po’ più avanti, perché ci serve per le cose più attuali. Anche per collegare quello che tu hai detto di Seveso con Giulio. 

Giulio pubblicava quotidianamente su Il Giorno articoli critici e provocatori. Sottolineava che la struttura sanitaria lombarda reagiva in modo irrazionale, offrendo ogni forma di esame, clinico, ematologico, a tutta la popolazione, indiscriminatamente, senza darsi dei criteri razionali per distinguere tra chi era stato più esposto, meno esposto o non esposto. Era il miglior modo per non riuscire a collegare gli eventuali disturbi con l’esposizione. Mancava un disegno, un’ipotesi di ricerca. La sanità lombarda si voleva presentare come massima efficienza, massima efficacia, dando tutto a tutti. Senza definire perché dava tutto (ammesso che desse tutto), e senza definire chi erano tutti. Effettivamente, a distanza di quarant’anni, non tutti i risultati sono facilmente interpretabili. Lo stesso si può dire delle conoscenze su un altro episodio di intossicazione collettiva di quegli anni: quello dello scoppio all’Enichem di Manfredonia, ingiustamente meno noto e meno ricordato.

Bologna: Proseguiamo con le caratteristiche di Epidemiologia & Prevenzione.

Terracini: Partiamo dall’idea che la salute e l’ambiente, inteso come contesto sociale, sono collegati. È ormai stranoto che la salute dei poveri sia meno buona di quella dei ricchi. Il concetto è stato acquisito dall’opinione pubblica e dai media. Le malattie totalmente scollegate dall’ambiente sono una minoranza. Cosa vuol dire ambiente? Tu dici, giustamente, contesto sociale. Questo comprende, per esempio, lo stile di vita e le abitudini voluttuarie. Qui devo fare una autocritica. A quei tempi, alcuni di noi più giovani (non metterei Giulio di mezzo) hanno preso una posizione un po’ eccessiva, distinguendosi dalle montanti e corrette segnalazioni degli effetti del fumo di tabacco. C’era la sensazione che si volesse far passare l’idea che i comportamenti individuali e, in particolare, il fumo di tabacco, prevalessero sui fattori di rischio strettamente ambientali e quelli occupazionali. Anch’io, in più di una occasione, avevo sottovalutato i rischi da fumo di tabacco: me ne sono successivamente pentito e ne sono ancora pentito. Fondamentalmente per due motivi. Prima di tutto perché, numericamente, i rischi da fumo si sono rivelati effettivamente importanti: in Italia, parliamo di ottanta-novantamila morti all’anno. Ma l’errore che io (e altri) abbiamo allora commesso è stato il non renderci conto che la pressione a fumare è socialmente indotta e che dietro la pressione sociale vi sono loschi interessi economici (allora erano poco noti gli sporchi giochi dei ricercatori asserviti alle multinazionali del tabacco per alterare l’evidenza scientifica). Le disuguaglianze sociali che stanno dietro agli effetti del fumo del tabacco sono tanto inaccettabili come quelle retrostanti le malattie causate dall’ambiente di lavoro. 

Uno dei principi su cui si fonda Epidemiologia & Prevenzione è l’affermazione che la salute si protegge con la prevenzione. Mezzo secolo fa, il principio di precauzione era più nel nostro subcosciente che a fior di pelle. Successivamente, anche attraverso la diffusione di libri seminali come Primavera silenziosa di Rachel Carson, l’importanza del rapporto tra ambiente e salute si è diffusa al di fuori degli addetti ai lavori. Complessivamente, direi che ancora una volta si è dimostrato che i “non esperti” hanno una prospettiva ben più estesa degli esperti, sono più sensibili ai problemi sociali e politici e non sono vincolati da schemi precostituiti. 

Tornando alla tua domanda, i principali destinatari di Epidemiologia & Prevenzione erano gli operatori sanitari. 

Bologna: Operatori sanitari cosa vuol dire?

Terracini: La rivista è stata concepita e avviata negli anni immediatamente precedenti all’approvazione della riforma sanitaria (legge 833) del 1978. Oltre alla creazione del Servizio sanitario nazionale e alla parità di accesso alle strutture sanitarie, la riforma sottintendeva la creazione o il potenziamento delle strutture sanitarie extra-ospedaliere rivolte alla prevenzione (dalle malattie da lavoro ai servizi per le tossicodipendenze, dai servizi di assistenza psichiatrica ai consultori). Da queste strutture ci si aspettava non soltanto l’erogazione di prestazioni, ma anche la capacità di misurare la propria efficacia ed efficienza e di rapportarsi alla popolazione di riferimento. Fondamentale è poi che l’accesso alla prevenzione sia egualitario nella popolazione nonché esaustivo. Era un’importante innovazione nella mentalità della sanità italiana.

Peraltro, anche i medici e gli infermieri che lavorano in ospedale sono operatori sanitari. Anche per gli ospedali e per la medicina di base ci si aspetta(va) una modulazione dell’attività guidata da momenti di valutazione di efficacia e di efficienza. La realtà è stata diversa: ha prevalso una mentalità aziendale, come espresso dalla sostituzione del sostantivo “unità” in “azienda” per definire le unità territoriali di gestione del servizio sanitario. 

Bologna: In quel periodo la medicina del lavoro è forse quella che ha avuto i maggiori sviluppi, secondo te sono stati determinati dal fatto che allora c’era una conflittualità operaia abbastanza vivace?

Terracini: A quei tempi sì, senz’altro. E soprattutto in alcune regioni. Un importante cambiamento è stato il trasferimento di molte funzioni dall’Ispettorato del lavoro alle strutture del Servizio sanitario nazionale (in Piemonte si chiamano Spresal). In teoria, un punto di riferimento ben preciso per gli operai che percepiscono che forse in fabbrica ci sono dei fattori di rischio per la salute. È stata un’occasione di integrazione tra il “sapere operaio” e la “preparazione dei tecnici”. Nella mia expertise da “tecnico”, ha lasciato un segno la collaborazione con il Consiglio delle lavoratrici e dei lavoratori della Montedison di Castellanza nel disegno di studi epidemiologici. La compartecipazione era cruciale per la definizione dei quesiti e dei metodi. 

L’autogestione della salute nell’ambiente di lavoro da parte dei lavoratori stessi attraverso i questionari di gruppo omogeneo e la validazione consensuale trovava delle criticità per quanto riguarda il riconoscimento dei rischi di cancro professionale, dati i tempi di latenza di questa malattia. Gli anni Settanta, in Italia, hanno anche visto la creazione dei primi Registri tumori di popolazione. Questi si sono poi estesi fino a coprire, attualmente, quasi tutta la popolazione italiana. In un convegno a Firenze nella primavera del 1975, Giulio aveva auspicato che i registri di malattia venissero integrati con la registrazione delle esposizioni lavorative. A partire da venti anni più tardi, la proposta si è realizzata per quei tipi di tumori per i quali la proporzione di casi attribuibili alle esposizioni professionali (“frazione eziologica”) è alta. In particolare per i mesoteliomi, la maggior parte dei quali sono causati da esposizione ad amianto, ma anche per i tumori del naso e dei seni paranasali e gli angiosarcomi del fegato. Per i tumori a bassa frazione eziologica per le esposizioni professionali, la sistematica raccolta delle storie lavorative è più complessa. I registri di popolazione poi sono la più attendibile sorgente di casi per studi epidemiologici ad hoc, in quanto non sottoposti a distorsioni da selezione.

Bologna: Quando come Epidemiologia & Prevenzione affrontavate problemi legati all’ambiente di lavoro, lo facevate in collegamento con il sindacato, con i consigli di fabbrica, il vostro interlocutore chi era?

Terracini: Diciamo che la cosa era piuttosto variegata. Tutto questo si svolgeva successivamente alle lotte operaie e, in particolare, ad alcuni esempi come quelli della Fiat e della Montedison di Castellanza. Almeno nella mia esperienza sono stati i primi due modelli di proposta operaia sulla salute con cui sono venuto a contatto. Non so, se vogliamo parlare un attimo di questo, o vogliamo darlo per scontato. 

Bologna: Sì, io direi di sì.

Terracini: Il movimento per la salute dei lavoratori della Fiat degli anni Sessanta si basava su alcuni principi: la definizione dei gruppi omogenei, i quattro gruppi di fattori di rischio valutabili in prima persona da parte dei lavoratori, i principi della non delega e della validazione consensuale. Con il Sessantotto, si sono stabiliti legami tra lavoratori e studenti. I miei studenti, ma anche un po’ io, alla Quinta lega della Fiom di Torino eravamo quasi di casa. Il mio rapporto con il Consiglio di fabbrica di Castellanza è iniziato nel 1972-1973: lì la convergenza culturale si è estesa alla condivisione delle conoscenze scientifiche. Già allora, almeno a Castellanza, era obsoleto il concetto di “comunicazione del rischio”, con un emittente loquace e un ricevente passivo. Nel frattempo era iniziato il progetto di valutazione del rischio cancerogeno creato da singoli agenti ambientali da parte della Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro e condotto da Renzo Tomatis. Renzo era amico di Maccacaro, ha sempre avuto delle strette relazioni con Epidemiologia & Prevenzione e con Luigi Mara. 

Bologna: L’industria chimica ha delle situazioni ambientali di rischio molto diverse dall’industria metalmeccanica, dove i ritmi, l’intensità del lavoro rappresentano un rischio prevalente rispetto ad ambienti impregnati da sostanze tossiche, dove il problema della latenza è più acuto… Ricordo, quando insegnavo a Padova, uno studente lavoratore del Petrolchimico intossicato da piombo com’era ridotto… Castellanza è stata un’esperienza straordinaria, ma anche Marghera…

Terracini: Oh puoi dirlo! Mi è più facile parlare di Castellanza perché sono stato più coinvolto personalmente. Mentre a Marghera sono arrivato venti anni dopo, al momento del grande processo all’inizio di questo secolo. Hai perfettamente ragione. Si potrebbero menzionare anche diversi altri, i portuali di Genova…, non sono state esperienze uniche. All’inizio, ancora nei primi anni Settanta, c’era già il grosso studio organizzato dalla Fulc, Federazione unitaria lavoratori chimici, sul cloruro di vinile. Questo è stato uno studio gestito dai lavoratori. Alcuni tecnici avevano collaborato, non io, ma direi certamente Fiorella De Rosis e alcuni altri.

Bologna: Probabilmente anche Vladimiro Scatturin. Epidemiologia & Prevenzione lavora più sul piano accademico che su quello dei movimenti e si forma una scuola che si dirama nell’Università.

Terracini: Mi piace questa parola “diramare”, anche se allora l’accademia non era molto recettiva a una scienza che coinvolgesse in prima persona i lavoratori (attualmente lo è un po’ di più). Siamo stati prima di tutto allievi di Maccacaro e amici di alcuni allievi di Maccacaro. Ho in mente in particolare Cesare Cislaghi, che certamente ricorderai, laureato in scienze politiche e che oggi è uno degli statistici più competenti che si occupano di Covid. Comunica quasi quotidianamente sul suo blog. Tra gli allievi di Maccacaro, Cesare è senz’altro stato quello che è rimasto più legato alle scelte di Maccacaro: non sono sicuro che questa fedeltà non gli abbia procurato degli ostacoli nella sua carriera universitaria. Non sto qui a ricordare ciascuno degli allievi e collaboratori di Maccacaro che convergevano su Epidemiologia & Prevenzione, sia prima della morte di Maccacaro, sia nella famosa seduta del consiglio di redazione di Epidemiologia & Prevenzione del 17 gennaio 1977, quando Maccacaro è improvvisamente mancato e sia anche successivamente.

L’insegnamento di Maccacaro comunque non si è diramato soltanto nell’università, ma anche nelle strutture del Servizio sanitario nazionale. È vero che il numero di docenti di statistica medica si è più o meno decuplicato dai tempi di Giulio, ma molta epidemiologia ora viene svolta da strutture del Servizio sanitario nazionale. Credo che molti epidemiologi – almeno quelli delle generazioni più vecchie – che lavorano in istituzioni come l’Osservatorio epidemiologico della Regione Lazio o l’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) di Firenze si sentano portavoce dell’insegnamento di Maccacaro, per non parlare di molti operatori dei servizi territoriali per la salute dei lavoratori. L’esperienza dell’Istituto di statistica medica di Milano ha anche significato che a occuparsi di epidemiologia cominciassero a non essere solo medici ma anche statistici, laureati in scienze politiche, in biologia e in altre discipline. 

Bologna: Però poi ci sono tutti i tuoi allievi.

Terracini: A casa ho una placca sulla quale, quando sono andato in pensione, sono state incise le firme di oltre una ventina di miei allievi, quelli che hanno ritenuto che io abbia avuto qualche impatto sulla loro formazione professionale. Per cominciare dall’inizio, la prima esperienza, a partire dai primi anni Settanta, è stata quella dell’Ipca. Questa fabbrica (Industria piemontese di coloranti di anilina) era ubicata a Ciriè, a quindici chilometri da Torino. L’ambiente di lavoro (aerazione degli ambienti, scolo degli scarichi, indumenti di lavoro ecc.) era medievale. Produceva coloranti a base di amine aromatiche notoriamente cancerogene, senza fornire i mezzi di protezione che all’epoca erano considerati adeguati. Infatti, una epidemia di tumori della vescica è emersa alla fine degli anni Sessanta, riconosciuta grazie a due lavoratori intelligenti, bravissimi epidemiologi a piedi scalzi. Albino Stella e Gino Franza avevano lavorato all’Ipca in due periodi diversi e si sono conosciuti casualmente in un tempo successivo. Due uomini giovani, sulla quarantina, ambedue di Cirié, ambedue affetti da un cancro vescicale: scoprire che ambedue avevano lavorato all’Ipca fece accendere una lampadina. Istintivamente, fecero un’indagine tra gli ex lavoratori dell’Ipca di loro conoscenza per capire se vi erano stati altri casi. Questo, in mezzo a grandi difficoltà. Molte vittime non volevano mettere in discussione se stessi e la fabbrica che aveva dato loro un salario per anni. Inoltre, il cancro della vescica veniva considerato una cosa vergognosa, brutta e sporca. Alla fine poi Stella e Franza sono arrivati alla Cisl, hanno fatto le denunce, e di lì la storia è diventata “un caso”, il primo di quel genere in Italia. A partire dal 1950, i deceduti con certificato di morte che indicava il cancro della vescica come prima causa del decesso sono stati cinquantasette. Ma molti altri casi sono stati certificati come morti con cancro della vescica o sono stati attribuiti ad altra causa di morte. Quello dell’Ipca è stato il primo processo in sede penale in Italia per malattia da lavoro. Ha avuto luogo a Torino tra il 1977 e il 1978, si è concluso con la condanna di tutti i direttori e del medico di fabbrica.

Per me, l’Ipca ha segnato una svolta. Avevo studiato in laboratorio quelle stesse sostanze, somministrandole alle cavie. Rendermi conto che a quindici chilometri da casa mia c’erano degli uomini che le producevano, venendone esposti ed ammalandosi, mi ha aperto gli occhi. Ero consulente delle parti civili al processo e ho imparato molto dalle vittime e dalle loro famiglie, dalla lucidità dei loro ragionamenti, dalla solidarietà tra loro e dal rispetto (non privo di giustificata diffidenza) per il mondo della ricerca. In quegli anni iniziavo a insegnare epidemiologia dei tumori, alcuni dei miei allora giovani allievi hanno percepito l’umanità che c’era nella storia dell’Ipca e sono venuti a lavorare con me, consapevoli che non ero un professore che offrisse molti sbocchi professionali. Da questo punto di vista, fortunatamente negli anni successivi, con la riforma sanitaria e l’appoggio dell’assessore Baiardi le cose sono migliorate. 

Bologna: Se posso aggiungere, il mio primo incontro con questi problemi di pesante nocività in fabbrica è avvenuto quando insegnavo a Trento. C’era uno studente, poi diventato docente, il cui padre era stato intossicato o aveva contratto il cancro, non ricordo esattamente, in una fabbrica che produceva antidetonanti per la benzina, credo si trattasse di piombo tetraetile. Il movimento studentesco intervenne con grande efficacia per denunciare la situazione e venne fuori che c’erano state decine di morti silenziose. 

Terracini: La stessa storia l’ho sentita raccontare più volte da Franco Carnevale, successivamente medico del lavoro a Firenze. Credo che lo studente di cui parli sia andato a finire a Verona, in un momento in cui il professore di medicina del lavoro era Massimo Crepet, bravissimo docente e medico. Vi sono due modi di fare ricerca sulle malattie professionali croniche come i tumori. Uno consiste nella raccolta dei documenti pertinenti (libro matricola, cartelle cliniche, dati giacenti presso i registri tumori, certificati di morte), l’applicazione di alcuni metodi statistici e pubblicazione delle stime di rischio in qualche rivista scientifica. L’altro consiste nel fare le stesse cose, ma con l’aggiunta della raccolta delle testimonianze operaie e di un approfondimento del contesto locale e della storia dell’azienda, il contatto con il sindacato e con i lavoratori stessi, una condivisione con loro delle difficoltà e dei limiti della ricerca e dei risultati. Dopo l’esperienza dell’Ipca, noi abbiamo scelto questa seconda strada. A Casale Monferrato, dove la nostra ricerca sugli effetti dell’amianto utilizzato dalla Eternit e il nostro rapporto con l’Associazione famigliari e vittime dell’amianto (Afeva) ci hanno arricchiti. Il nostro è un atteggiamento un po’ diverso da quello della medicina del lavoro italiana. Basti dire che è ancora diffusa l’abitudine di non menzionare nome e cognome delle aziende studiate. Per esempio, nelle pubblicazioni dei medici del lavoro di Torino l’Ipca non è mai nominata in prima persona: diventa regolarmente “un’azienda che produce coloranti nell’Italia nordoccidentale”. Né, ovviamente, gli autori hanno ritenuto di informare la popolazione o il sindaco di Cirié delle dimensioni della tragedia che emerge dalle loro pubblicazioni più recenti. 

Noi abbiamo sempre cercato di seguire la seconda strada, e con noi molta parte degli epidemiologi italiani. Certamente, non tutti trovano il giusto equilibrio tra i risultati disponibili e le possibili prospettive di metodi innovativi nella ricerca epidemiologica (personalmente, trovo talora eccessiva l’attenzione che viene data ai big data, raccolti in modo non omogeneo). 

Bologna: Penso si possa dire che quel grande fermento e quella grande capacità di innovazione forse già verso la fine degli anni Settanta hanno cominciato a spegnersi e il sindacato stesso, che prima aveva appoggiato la lotta sull’ambiente di lavoro, è tornato, come si diceva allora, a monetizzare la salute, in particolare dopo la sconfitta alla Fiat nell’ottobre del 1980. Quando tu prendi la direzione della rivista, nel 1999, il clima è molto cambiato. 

Terracini: Non saprei dire se e quanto vi sia stato un ritorno alla monetizzazione della salute e alle indennità di rischio. Certamente, da parte della rivista, l’attenzione si è estesa dall’ambiente lavorativo a quello extra lavorativo. In questo Maria Luisa Clementi è stata una grande collaboratrice. Sono anche successe diverse cose. Una è lo studio Sentieri, tuttora in corso. svolto dagli epidemiologi dell’Istituto superiore di sanità, il responsabile è stato Pietro Comba fino a quando è andato in pensione. La legge che ha riconosciuto una cinquantina di “siti di interesse nazionale” inquinati in Italia è degli anni Ottanta. I siti complessivamente coprono circa un quinto della popolazione italiana. Sistematicamente, Sentieri monitora i dati delle statistiche sanitarie disponibili, confrontando la frequenza di malattie in ciascun sito con quello che ci si poteva aspettare che succedesse se non ci fossero differenze di esposizione tra i rischi a cui è esposta la popolazione di quel sito e quelli della popolazione della regione dove quel sito è collocato. Dove disponibili, i dati delle statistiche sanitarie sono integrati con i risultati di studi ad hoc. Oramai Sentieri è arrivato al sesto aggiornamento. Ovviamente l’obiettivo non è quello di contare i morti o i ricoverati per causa, bensì quello di bonificare e di quantificare l’efficacia della bonifica in termini di salute. Epidemiologia & Prevenzione pubblica regolarmente questi risultati. La rivista inoltre è attenta ai non pochi processi penali per malattie professionali, agli studi che vengono portati in tribunale e alle sentenze. L’epidemiologia in tribunale trova molte difficoltà, anche perché di fronte a un focolaio di tumori in una fabbrica la giustizia italiana richiede che il rapporto di causa a effetto venga stabilito caso per caso. Ai tempi del processo dell’Ipca, un avvocato della difesa mi chiese: «Ma se le statistiche ci dicono che si sarebbe comunque dovuto verificare un caso, come facciamo a escludere, per ogni lavoratore ammalato che non sia proprio quello che si sarebbe verificato comunque?». Molti procedimenti conclusi con condanna in primo grado o in appello finiscono successivamente con la prescrizione o con l’assoluzione dei possibili colpevoli da parte della Cassazione. Su questo la storia dei processi di amianto è abbastanza esemplare. 

Per continuare con quello che fa la rivista, essa va alla ricerca di quelle situazioni in cui c’è un movimento di popolazione nei confronti della salute. Ce ne sono stati diversi, dalla popolazione che risiede attorno ai ricevitori, ai radiotrasmettitori della televisione, a possibili sorgenti di campi elettromagnetici. Certamente si è omologata un po’ alle riviste di Epidemiologia internazionale. Adesso pubblica anche in inglese, mentre prima pubblicava soltanto in italiano.

Bologna: L’altra cosa che vi ha caratterizzato è la battaglia contro la ricerca succube delle case farmaceutiche, quindi tutto il discorso sull’etica professionale del ricercatore.

Terracini: Su questo vale la pena di soffermarsi. Il caso del ricercatore assoldato dagli interessi dell’industria non è esclusivo dell’industria farmaceutica, né in Italia, né altrove. In ogni settore della ricerca tra ambiente e malattia lo standard etico della produzione scientifica è radicalmente peggiorato negli ultimi trenta o quarant’anni. Un primo motivo è la quantità di danaro che parte dell’industria inquinante investe per produrre quello che noi chiamiamo “scienza a difesa del prodotto”. Questa mira principalmente a influenzare la normativa sulla produzione e l’utilizzo di sostanze pericolose. Viene anche usata nei tribunali – soprattutto in Italia – per convincere i giudici della fragilità delle conoscenze (e quindi in dubio pro reo). 

La scienza a difesa del prodotto viene creata nei paesi ricchi, ma le prime vittime sono i paesi poveri, privi di competenze utili per contrastare le valutazioni di rischio che le industrie intendono fare passare. Negli Stati Uniti, e anche in Europa, vi sono imprese finanziate dall’industria per finanziare ricerca a difesa del prodotto da parte di ricercatori consenzienti (e ben retribuiti). Mettere in discussione l’evidenza scientifica è lo strumento principale della scienza a difesa del prodotto. L’industria e i suoi consulenti sono consapevoli che l’utilizzo che essi fanno dell’incertezza per sfidare la scienza sfrutta la stessa natura della scienza, in cui la conoscenza si accumula in tempi molto lunghi e la comprensione della conoscenza evolve nel tempo. Gli scienziati non hanno la verità, essi cercano la verità. Abbiamo a che fare non con assolute certezze, bensì con il peso dell’evidenza. Sono parole di David Michaels, che alle strategie (di parte) dell’industria per produrre scienza a difesa del prodotto ha dedicato due libri, Il dubbio è il loro mestiere nel 2008 e, più recentemente Il trionfo del dubbio, che abbiamo presentato l’anno scorso su Epidemiologia & Prevenzione. Il titolo del primo libro è spiegato dallo stesso Michaels, citando un memoriale del 1969 di un anonimo pezzo grosso dell’industria del tabacco, inteso a contrastare la crescente evidenza dei danni alla salute causati dal tabacco: «Il dubbio è il nostro prodotto poiché è il miglior mezzo per competere con le conoscenze che esistono nella mente del pubblico». 

Altra causa del degrado medio della qualità della produzione scientifica su salute e ambiente è stata la conversione, almeno parziale, di molte riviste alla strategia dell’open access, che rende gratuito l’accesso ai singoli articoli. Un risvolto positivo di questa pratica è che essa allarga la fruizione dei contenuti degli articoli ai non addetti ai lavori. Ma c’è un preoccupante risvolto negativo: le spese di pubblicazione degli articoli open access sono a carico degli autori, o meglio delle istituzioni dove essi operano e dei loro “sponsor”. Purtroppo, almeno nel campo della salute, questo ha portato parte dell’editoria scientifica a convertirsi progressivamente in imprese commerciali a fine di lucro, meno rigorose nella valutazione della qualità degli studi sottoposti per pubblicazione e meno attente alla dichiarazione di conflitti di interesse da parte degli autori. 

Bologna: Benedetto, credo che non possiamo chiudere questa intervista senza aver prima accennato alla questione dell’amianto. 

Terracini: L’amianto esemplifica bene le ramificazioni della scienza per la difesa del prodotto, anche se lo stesso si potrebbe dire per il fumo passivo, il glifosato, le emissioni diesel e di tanti altri materiali tipici della nostra società. Una variabile in più: in sessantasette paesi vige il divieto di estrazione, commercio, importazione ed esportazione di amianto o materiali contenenti amianto. Il bando ha una sua logica: tutte le forme di amianto sono cancerogene per l’uomo (lo ha detto quasi mezzo secolo fa l’Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro); non vi è una dose al di sotto della quale non vi sia rischio; l’amianto è un materiale persistente e difficile da smaltire. Al momento del bando del 1992, in Italia erano presenti trenta milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto (mezza tonnellata per italiano). Altri due elementi hanno precipitato i tempi della messa al bando. Da una parte, il riscontro di epidemie di tumori causate dalla contaminazione con amianto dell’ambiente esterno a quello lavorativo (biasimevolmente, una morte “da ambiente” commuove l’opinione pubblica e i media di più di una morte “da lavoro”). Dall’altra parte, da mezzo secolo, negli Stati Uniti le cause civili per danni lavorativi da amianto, promosse dai sindacati, con indennizzi milionari, hanno portato alla bancarotta non solo le imprese che lavoravano l’amianto ma anche le loro compagnie di assicurazione. 

Alcune dozzine di paesi continuano a usare l’amianto, guidati dai principali produttori e consumatori: Russia, Cina, India, Kazakistan, Indonesia. 

La scienza a difesa dell’amianto mira a dare una mano alle autorità dei paesi che non hanno bandito l’amianto e a proteggere i responsabili nei tribunali dai quali le vittime e i loro congiunti aspettano giustizia. Gli argomenti sono ricorrenti; la possibilità di un (inapplicabile) “uso controllato” dell’amianto, il ruolo della suscettibilità individuale nella cancerogenesi da amianto, l’incertezza delle singole diagnosi, la forma del rapporto tra dose ed effetto, la potenza cancerogena relativa delle diverse forme di amianto, le modalità della interazione tra fumo di tabacco e amianto nella produzione di tumori polmonari e altri. Le inevitabili lacune nella conoscenza di tali argomenti vengono di volta in volta usate in modo ambiguo per screditare le evidenze di rischio. Nelle pubblicazioni scientifiche a difesa dell’amianto, i nomi dei committenti e i conflitti di interesse vengono celati, gli strafalcioni vengono corretti con difficoltà e tardivamente. 

Per quanto riguarda l’Italia, non credo che sia realistico pensare a un ritorno all’amianto. È invece preoccupante la difficoltà che le vittime (quasi sempre si tratta di loro congiunti) trovano per ottenere giustizia. Vorrei citare due circostanze, riguardanti rispettivamente i mesoteliomi pleurici e i tumori del polmone causati da amianto (congiuntamente, parliamo di almeno duemilacinquecento morti all’anno). Per i primi, soltanto nei tribunali italiani viene negato il fatto che il rischio di mesotelioma per gli esposti sia proporzionale alla esposizione cumulativa ad amianto e si pretende che venga indicato in quale periodo il tumore si è iniziato ed è evoluto fino alla fase della irreversibilità (date impossibili da determinare). Per i secondi, da mezzo secolo si sa che amianto e fumo di tabacco potenziano reciprocamente il rischio: eppure nei tribunali italiani passa la linea che ogni caso di tumore ha una, e una sola causa: la cultura popolare ha preso coscienza degli effetti del fumo, per cui se il malcapitato fumava, il suo cancro del polmone non può essere stato causato dall’amianto. 

Bibliografia e sitografia

V. Armanni, «“Un giorno di questi scriverò un libro apposta perché sia un altro a prefarlo”. Giulio Maccacaro e la collana “Medicina e potere” di Feltrinelli», Fondazionefeltrinelli.it, 18 marzo 2020. 

Associazione italiana cristallografia, «Vladimiro Scatturin (1922-2008)», cristallografia.org. 

S. Bologna, «Giovanni Cesareo, un “nobile” della sinistra», it.scribd.com, 18 marzo 2015.

M. Cardiroli, «Luigi Mara, a cinque anni dalla scomparsa», medicinademocratica.org.

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«Come sta la sanità? Il blog di Cesare Cislaghi», in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it.

Epidemiologia & Prevenzione. Rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia, epiprev.it. 

“MADE in blog. Interpretare e discutere i dati dell’epidemia di COVID-19”, in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it. 

Scienzainrete.it. 

Sentieri – Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it.

Sezione «Il Sapere collettivo di Maccacaro», sapere.galileonet.it.

B. Terracini, «Renzo Tomatis. Uno scienziato scomodo», in Epidemiologia & Prevenzione, 25 settembre 2007.

B. Terracini «Fiorella De Rosis. Una donna generosa», in Epidemiologia & Prevenzione, anno 32 (4-5), luglio-ottobre 2008. 

B. Terracini, D. Mirabelli, «Asbestos and product defence science», in International Journal of Epidemiology, ottobre 2016. 

B. Terracini «E il dubbio continua a trionfare… anche in Italia», in Epidemiologia & Prevenzione, anno 44 (2-3) marzo-giugno 2020.

«Tra Europa e privatizzazioni, l’Ilva era già stata condannata nel 2013»

Andrea Bottalico e Carlo Tombola

Gianni Alioti, sindacalista genovese, ha acquisito quasi mezzo secolo di esperienza prima nella Flm, poi nella Fim-Cisl. Dopo una parentesi in Brasile, tra 92 e 94, è ritornato in Italia e si è impegnato da precario” nella cooperazione internazionale e in attività di ricerca e formazione, quindi è rientrato nei metalmeccanici Cisl ne ha diretto dal 2003 lUfficio internazionale. OPM lha intervistato sia come testimone e protagonista delle lotte di fabbrica degli anni Settanta [ne daremo conto nei prossimi numeri della rivista], sia perché si è a lungo occupato per il sindacato di ambiente, salute e sicurezza in fabbrica, in particolare nei grandi complessi siderurgici. Alcune sue considerazioni sulla questione Ilva” sono particolarmente interessanti.

Lintervista è stata raccolta da Andrea Bottalico e Carlo Tombola a Genova, il 24 settembre 2021.


OPM: Cominciamo dal 2001, quando rientri nei metalmeccanici Cisl: ti eri già occupato di Taranto prima?

Alioti: Dopo circa un anno dal mio ritorno dal Brasile (luglio 1994) inizio a collaborare con la Fim-Cisl sui temi ambiente, salute e sicurezza sul lavoro, e quindi mi occupo anche di siderurgia, però senza incarico politico. Allora gestivo, soprattutto, attività formative, e nei corsi degli Rls [i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, N.d.R.] che facevamo ad Amelia (Terni) comincio a interagire con i rappresentanti di Taranto, che lavoravano all’Ilva. Poi io conoscevo bene l’Italsider, la siderurgia a Genova, di cui mi ero occupato sin dagli anni Ottanta, quando ero ancora segretario della Fim-Cisl Liguria. Insieme a Franco Sartori della Fiom – in quel momento responsabile della Cgil di zona, cioè della Camera del lavoro di Sestri Ponente – stabiliamo un rapporto con il comitato delle donne di Cornigliano, che rivendicano la messa in sicurezza della fabbrica e soprattutto la fine dell’inquinamento del quartiere e del territorio. Anche perché a Genova, a differenza di alcune posizioni che si riscontrano a Taranto, il comitato che nasce mi sembra nell’85, nasce da persone che intanto non avevano una posizione antisindacale, perché venivano da famiglie operaie, sindacalizzate. C’erano anche ex delegati sindacali dell’Italsider e di diverse fabbriche, che sono andati in pensione anticipata e hanno cominciato a vivere la realtà del quartiere da nonni, da pensionati, quindi a vedere con altri occhi, con un altro sguardo l’impatto che la fabbrica ha sul territorio. In quegli anni, con la prima ondata dei prepensionamenti e con il ridimensionamento dell’Italsider a Cornigliano, si riduce nel quartiere la dipendenza economica dalla fabbrica. Ho detto spesso che c’è una forma, in certo qual modo, di monetizzazione della salute e dell’inquinamento ambientale, dove il grado di accettazione nasce anche dal fatto che dalla carrozzeria al tabacchino, dal bar al giornalaio, insomma tutti quelli che vivono e lavorano nel quartiere, in qualche modo, dipendono dalla fabbrica. Ci lavoravano più di diecimila persone, più l’indotto… Con il ridimensionamento, è chiaro che lo sguardo sulla fabbrica di molti, esercenti, abitanti, ecc. comincia a essere diverso. 

Ma c’era anche una parte del sindacato con una forte sensibilità ambientalista, derivante dalle lotte all’inizio degli anni Settanta su “La salute non si vende”, i rapporti con Medicina Democratica, con i medici del lavoro. Io ero già andato nella Lega Flm di Sestri Ponente nel ’78 e sono rimasto lì fino all’82. Cgil, Cisl e Uil della zona Ponente, che va da Cornigliano a Cogoleto, organizzavano diverse iniziative proprio sul tema dell’ambiente e della salute. Sono gli anni successivi alla riforma sanitaria. Lo slogan era proprio “Dalla fabbrica al territorio”. Tutto il discorso della prevenzione, della medicina preventiva, si spostava anche sulla dimensione territoriale, quindi con una diversa attenzione all’ambiente. Non con lo stesso sguardo o la stessa analisi che puoi fare ora, rispetto alle conseguenze nel tempo di un nuovo insediamento industriale o portuale. In quegli anni, mentre lottavamo contro l’inquinamento ambientale (della siderurgia, delle raffinerie ecc.), facevamo anche gli scioperi e le manifestazioni perché si realizzasse il porto container a Prà Palmaro (oggi il Vte di Voltri). E lì chi si opponeva nelle fabbriche erano gli operai che vivevano in quel quartiere, magari avevano ancora la barca, un rapporto con il mare, e molti erano proprio operai dell’Italsider… Per loro sì che cambiava la vita. Noi sindacalisti invece pensavamo che il nuovo porto container avrebbe rappresentato chissà quale sviluppo e ricaduta in termini occupazionali ed economici su Genova.

A Cornigliano non solo si era creato un ponte tra alcuni sindacalisti e delegati dei Consigli di fabbrica e il comitato donne, ma il conflitto sul rapporto tra siderurgia e ambiente si era spostato dentro il sindacato, non tra sindacato e comitato delle donne. Sì, poi c’erano quelli che non potevano vedere le donne nel comitato, che ti accusavano di… ma almeno abbiamo spostato la discussione, il conflitto, al punto che poi a Genova il processo di superamento dell’area a caldo fu portato avanti attraverso negoziazioni sindacali, accordi di programma, con tutte le contraddizioni e ritardi, ma in modo positivo. Ti dividevi nel sindacato tra coloro che, allora, venivano definiti “ambientalisti” e quelli che erano per difendere l’esistente. In alcuni casi, nel medio e lungo periodo, certe logiche di difesa dei siti industriali così com’erano hanno portato poi a pagare dei prezzi in termini occupazionali molto più profondi. Ho sempre pensato, lo penso ancora adesso, che i diritti sociali – in questo caso il diritto al lavoro – e la questione ambientale devono andare insieme, però è ipocrita quando questa cosa si dice per lasciare le cose come stanno, per non far nulla perché effettivamente le due cose vadano insieme. Col risultato che poi alla fine la fabbrica chiude lo stesso – com’è avvenuto per esempio all’Acna di Cengio – senza alcuna compensazione occupazionale e con una ferita ambientale aperta sul territorio. Come a Bagnoli, il cui sito siderurgico non è stato mai bonificato. Perde il lavoro, perde la salute…

Ho cominciato a occuparmi maggiormente di siderurgia, a conoscere anche un po’ la realtà di Taranto in quegli anni, occupandomi di salute e sicurezza sul lavoro, di ambiente. Poi tra il 1999 e il 2002 è esplosa la questione dell’amianto, di cui mi occupai per il sindacato, in rappresentanza della Fim-Cisl. Si aprì un lungo contenzioso a livello nazionale sull’esposizione in fabbrica al rischio amianto. Andai a Taranto, le prime volte per riunioni specifiche, prima del 2001. Ci andavo in quanto “esperto” delle procedure per il riconoscimento dell’esposizione al rischio amianto, al fine dei benefici previdenziali degli esposti, perché partecipavo al tavolo tecnico al ministero del Lavoro. Conoscevo per similitudine la realtà siderurgica di Taranto, uguale per molti aspetti a quella di Cornigliano, ma da quintuplicare per dimensione, territorio occupato, capacità produttiva e, quindi, anche per impatto ambientale. Peggio, nel caso specifico dell’impianto di preparazione del minerale, Taranto era l’unico sito che utilizzava il processo di “sinterizzazione”, in cui il minerale di ferro viene portato a una certa temperatura e poi amalgamato, per metterlo infine insieme al coke nell’alto forno, dove si produce la ghisa. Nella lavorazione siderurgica questo è l’unico tipo di impianto che produce diossina: in qualsiasi processo di combustione se non controlli la temperatura, se hai degli abbassamenti improvvisi dovuti, che so, al fatto che il minerale conservato all’aperto si è bagnato, produci diossina. Nel 2004 avevo fatto un libro, Salute e sicurezza. Guida al settore siderurgico, e c’è anche un capitolo, una parte relativa all’ambiente.

Quando seppi della diossina io rimasi un po’ sorpreso. Nell’“agglomerato” di Cornigliano (si chiama così l’impianto di preparazione del minerale di ferro), che tra l’altro è stato il primo impianto chiuso dell’area a caldo di Cornigliano per motivi di obsolescenza, non si utilizzava la sinterizzazione bensì un processo diverso, che si chiama di “pellettizzazione”. È sempre un processo fusorio: in pratica dal minerale di ferro si producono delle palline di colore metallico chiamate pellets. Produce altri tipi di emissioni, ma non la diossina. Sulla diossina a Taranto, mi telefonò Alessandro Marescotti e mi disse «Ma Gianni tu ne sai qualcosa?». Nel dubbio andai a prendere il mio libro, che era stato costruito su analisi e ricerche in tutto il mondo realizzate dalla federazione internazionale dei sindacati metalmeccanici, a cui partecipavo dal 2003 come responsabile internazionale della Fim-Cisl. Nel libro c’è una scheda sintetica che mette in rassegna i diversi impianti e processi produttivi siderurgici esistenti nel mondo e le emissioni di sostanze tossico-nocive. E in effetti vado a vedere il caso della “sinterizzazione” e scopro che nella scheda, tra le possibili emissioni, c’era la diossina. Infatti, gli confermo il dato: «Sì Alessandro, il processo di sinterizzazione è l’unico caso in cui ci può essere emissione di diossina».

In Europa solo il sito di Taranto usa il processo di sinterizzazione. Nel resto del mondo per preparare il minerale di ferro si usano altri impianti, altri processi. In Italia nei cinque poli siderurgici a ciclo integrale “storici” (Cornigliano-Genova, Piombino, Bagnoli-Napoli, Taranto e Servola-Trieste) non mi risulta che ci fosse un processo di sinterizzazione, se non a Taranto. 

A Genova l’agglomerato, che produceva i pellets, era stato già chiuso nel 1999, ma persisteva il problema della cokeria, l’impianto in assoluto più inquinante, di cui mi ero occupato da ambientalista, non essendo allora in alcun organismo sindacale. C’è un episodio simpatico, un aneddoto. C’era una giornalista mia amica del Corriere mercantile che seguiva le pagine sindacali. Sapendo che io mi occupavo di queste tematiche, della siderurgia, dell’ambiente, chiese di intervistarmi. E io in quell’intervista nel 2001 chiesi espressamente che la cokeria a Genova fosse chiusa perché i livelli di obsolescenza impiantistica erano ormai tali da giustificare l’intervento della magistratura. Le colonnine di controllo dell’aria a Cornigliano spesso andavano in tilt e i livelli delle emissioni di inquinanti cancerogeni superiori ai limiti di legge non potevano essere occultati. Gli stessi operai delle cokerie che incontravo per strada, conoscendomi, mi fermavano e mi dicevano: «Ma Gianni, è mai possibile che non riuscite a chiuderla, la cokeria?».

In quel momento con l’esodo dell’amianto erano rimasti circa 300 lavoratori in cokeria. Alcuni potevano andare in pensione, ma anche quelli che non avevano l’età pensionabile potevano andare in mobilità nei reparti di laminazione nell’area a freddo, a sostituire coloro che stavano andando in pensione anticipata con i benefici dell’amianto. La cokeria poi chiuse definitivamente nel 2002 per decisione della magistratura.

Vale la pena ricordare che a Cornigliano, per casini fatti anche dal sindacato unitariamente, soprattutto dal sindacato nazionale, dalle ristrutturazioni degli anni Ottanta era uscito un ibrido industriale assurdo. Bagnoli ha chiuso anche in conseguenza di questo ibrido che si è imposto a Genova, a Cornigliano. In quegli anni a livello europeo c’era il problema delle quote di produzione di acciaio attribuite a ciascun paese. Oltre un totale di tonnellate d’acciaio non si poteva produrre. Cornigliano produceva 2 milioni di tonnellate d’acciaio, tante quante avrebbe dovuto produrne Bagnoli. Bagnoli ne produceva solo un milione perché c’era il tetto imposto e, a causa di ciò, non poteva raggiungere l’equilibrio economico-finanziario. Il centro siderurgico di Bagnoli non è che fosse obsoleto o improduttivo, era uno stabilimento molto meglio di tanti altri e c’era una classe operaia molto professionalizzata, c’era una cultura industriale vera. Tanto che alla fine degli anni Ottanta l’Iri decise di investire su Bagnoli e spendere 1.000 miliardi di lire per rinnovare gli impianti di laminazione a caldo e a freddo. Lo so bene perché la parte di impiantistica industriale e del sistema di automazione dei laminatoi la realizza l’Ansaldo Sistemi Industriali, con l’apporto di Elsag per le tecnologie elettroniche di controllo di processo (entrambe queste aziende genovesi le seguivo sindacalmente). Dopo un anno da questo importante investimento Bagnoli chiude!

Qual era l’ibrido impiantistico, la bestialità industriale che viene fatta? Per attenersi alle decisioni della Comunità economica europea sulle quote di produzione d’acciaio, a Cornigliano si chiude il laminatoio a caldo, cioè il punto di collegamento tra la fusione dell’acciaio (l’area a caldo) e la laminazione a freddo, e quindi il prodotto finito, i coils [laminati in grandi bobine, NdR]. Si interrompe il ciclo produttivo. La posizione iniziale dell’Iri e di Prodi nel 1983 era: chiudere tutta l’area a caldo a Cornigliano (cokeria, agglomerato, altiforni e acciaieria); sfruttare a pieno le capacità produttive di Bagnoli; investire su Bagnoli per quanto riguarda la laminazione a freddo, con nuovi impianti appena realizzati, quindi tecnologicamente molto avanzati; investire all’Italsider di Campi sugli acciai speciali. E in effetti investirono 400 miliardi di lire sulla cosiddetta “colata continua in pressione”, che riduce molto l’impatto, quello che poi Arvedi ha sviluppato portandolo alle estreme conseguenze in termini tecnologici, di automazione e di controllo, con la cosiddetta “mini acciaieria”. A Campi erano in mille a lavorare, era un’acciaieria elettrica. Il centro siderurgico di Taranto in quel momento non era in discussione. 

A Genova, in cambio della chiusura dell’area a caldo di Cornigliano, c’era il progetto di potenziare – cosa che è poi avvenuta solo in parte – altri settori come elettronica, informatica, automazione, ma anche l’area a freddo della siderurgia, cioè concentrare a Cornigliano tutti gli altri investimenti del gruppo Italsider, ad esempio sulla banda stagnata, sui laminati pre-verniciati, tutto ciò che era l’evoluzione del prodotto finito ecc. Gli stabilimenti di Cornigliano e di Novi Ligure sarebbero stati alimentati da una parte dei coils grezzi da rilaminare e trattare a freddo prodotti da Bagnoli e da Taranto, come poi in realtà è avvenuto. 

Perché fu un ibrido industriale? Si decise che tutta l’area a caldo di Cornigliano, cioè tutto il processo fusorio, invece di essere chiusa si vendeva a un consorzio di siderurgici privati, guidato da Riva. Dopo tre anni Riva è rimasto da solo, gli altri industriali son tutti scappati, dava già un’idea di chi fosse… Qual era l’assurdo? A Cornigliano hanno regalato l’area a caldo ai Riva, proprio regalata, a prezzo politico, una lira simbolica; gli hanno pagato l’investimento per ri-orientare il processo fusorio dai laminati piani ai laminati lunghi, perché il gruppo Riva lavorava solo sui prodotti lunghi principalmente il tondino per l’edilizia, sia a Brescia che a Verona. Il risultato, quindi, è che tutta l’area a caldo di Cornigliano si mette a fare blumi e billette [semilavorati a sezione quadrata N.d.R.], che poi venivano portati nei laminatoi che Riva aveva nel Nord Italia, per fare in gran parte tondini. Il processo produttivo dell’Italsider inizia, al contempo, solo con la lavorazione a freddo dei coils, che sono cominciati ad arrivare da Taranto, perché nel frattempo si decise la chiusura di Bagnoli. Nel momento in cui davi la possibilità ai Riva di produrre 2 milioni di tonnellate d’acciaio a Cornigliano, come conseguenza hai avuto la chiusura dell’Italsider di Bagnoli e la chiusura di un milione di tonnellate d’acciaio dei produttori privati in Lombardia, in Veneto, in Friuli ecc. A Cornigliano, quindi, rimangono 2 milioni di acciaio prodotti dai Riva, ma ormai per fare tondino, non per fare coils, e la parte della laminazione a freddo, così com’era gestita dall’Italsider (poi dall’Ilva), senza nuovi investimenti. Inoltre, tra le conseguenze negative di aver ceduto ai Riva l’area a caldo di Cornigliano c’è la chiusura di tante piccole e medie fabbriche siderurgiche in altre regioni del Nord, perché si doveva garantire comunque la quota massima di produzione d’acciaio imposta all’Italia dalla Comunità europea.

Questa è stata la “grande mediazione politico-sindacale” affinché non si chiudesse l’area a caldo della siderurgia a Genova. In quel momento, non chiudendo l’area a caldo principale causa dell’inquinamento ambientale, nasce il comitato donne di Cornigliano e si creano problemi a livello sindacale.

OPM: E sulla vicenda Gioia Tauro, che doveva essere il quinto polo siderurgico?

Alioti: Lì è stato proprio buttare via i soldi, è stato demenziale… Mi ricordo ancora alla sala dell’Amga, dove si facevano molte assemblee sindacali di Cgil, Cisl e Uil, l’unico che nel ’72 o ’73, forse ’74 – ricordo che io partecipavo come delegato sindacale di fabbrica a queste riunioni – l’unico che intervenne contro il quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, ovviamente argomentando il suo no, fu Amanzio Pezzolo del collettivo operaio portuale, che per questo si prese gli attacchi dalla gente che intervenne dopo di lui.

Comincio a conoscere la realtà di Taranto dal 1999 e la capisco per analogia, perché quel processo produttivo è comunque lo stesso di Cornigliano. Cambia il numero di altiforni, di acciaierie, di batterie nella cokeria, la dimensione degli impianti marittimi, l’estensione dei parchi minerali… Intanto la prima percezione – la stessa avuta visitando i grandi siti siderurgici della dimensione di Taranto, che ho visto soltanto in Russia – è l’ingestibilità, l’ingovernabilità del sito. Almeno, nella logica sovietica della pianificazione economica, questi siti industriali non avevano come prodotto finale un bene intermedio come i coils, avevano uno o più prodotti finiti destinati al consumo. Quando Indesit, cioè l’azienda di elettrodomestici di Vittorio Merloni, ha comprato la Stinol a Lipetsk, la principale azienda di frigoriferi russa, si è trovata in mano una bellissima azienda, come poteva essere la San Giorgio di Sestri Ponente nel secondo dopoguerra. Una di quelle aziende che in casa si facevano tutto, qualsiasi componente, certo con livelli di produttività bassi, costi elevati, proprio perché la filiera per produrre il frigorifero era tutta interna. La Stinol era un’azienda nata per produrre frigoriferi, che a sua volta nasceva come verticalizzazione produttiva del sito siderurgico della Novolipeck Steel. Il nastro di lamierino d’acciaio veniva portato direttamente nella fabbrica di frigoriferi attraverso un binario che partiva dal reparto spedizioni del centro siderurgico, il che garantiva economie di gestione, perché i costi di trasporto dei coils sono micidiali. In questo caso avere un sistema industriale così integrato costituiva un notevole vantaggio economico, non in altri casi. La dimensione, proprio nella gestione organizzativa e tecnologica, nel monitoraggio, nelle manutenzioni, è un fattore molto complicato, ma è decisiva.

Tornando all’Italsider e a Riva, mi arrabbio con gli amici, sindacalisti miei ex colleghi, quando mi dicono «Voi non parlate di come andavano le cose quando c’era il pubblico, quando c’erano le Partecipazioni statali!». È chiaro che c’erano cose criticabili, contestabilissime nella gestione delle Partecipazioni statali, però avevi una cultura industriale molto, molto forte in fabbrica – parlo della fabbrica, non dei manager maneggioni o dei politici corrotti – e a livello dei quadri tecnici.

Possono dire quello che vogliono, ma le Partecipazioni statali avevano creato – dal livello operaio al livello manageriale – una cultura industriale. I tecnici, gli ingegneri, i manager andavano in Giappone, andavano negli Stati Uniti, nei paesi dove Italimpianti realizzava i nuovi impianti. Per esempio, in Brasile ci sono siti siderurgici dove c’erano nostri delegati operai e tecnici dell’Italsider di Genova, che sono stati lì diversi anni per la fase di realizzazione e messa in funzione degli impianti. C’era una vera conoscenza della tecnologia, dei processi, dei diversi siti siderurgici nel mondo, c’era una cultura industriale, c’erano delle esperienze, c’erano delle competenze.

È chiaro, anche allora c’erano inquinamento e impatto ambientale, però è fuori di dubbio che a Taranto i Riva hanno preso un impianto che cominciava ad avere già un certo numero di anni e lo hanno utilizzato per altri vent’anni, senza fare interventi, non solo di innovazione tecnologica di processo, ma nemmeno di manutenzione straordinaria e, a volte, nemmeno di manutenzione ordinaria. Ma solo gli interventi indispensabili per il business, cioè soltanto per garantire il prodotto finito, per fare uscire la produzione. Riva a Taranto ha fatto sì degli investimenti, ma solo in quei segmenti di attività in cui prima non era presente, dove ha iniziato a produrre perché gli conveniva farlo. 

Quando l’altoforno era “a fine campagna” occorreva giocoforza l’intervento di ripristino. Se parli con ex tecnici dell’Italimpianti, miei amici con i quali mi sono diplomato, che spesso andavano all’Ilva di Taranto in trasferta, mi raccontano che ogni volta che andavano a fare degli interventi di ripristino o manutenzione straordinaria rischiavano la vita. Mentre si facevano questi interventi c’era l’abitudine di non interrompere il processo di lavoro, cose veramente da pazzi… È un sito che, dopo una certa fase, è diventato ingovernabile. È stato gestito nella logica dei Riva che nei propri stabilimenti prevedeva due linee di comando: una linea di comando diciamo “formale”, quella tecnico-funzionale; e un’altra dei “fiduciari”, che arrivava sino alla gestione delle relazioni industriali e del personale. I fiduciari erano persone della famiglia o, comunque, legati alla famiglia Riva. Erano i veri decisori, con un’attenzione particolare a massimizzare il profitto, ottimizzando tutta la catena del valore. Faccio un esempio. A quelli che dicono: «Ma tutta la questione dei parchi minerali non c’era forse già anche con le Partecipazioni statali?», io rispondo sì che c’era, ma non era a quei livelli macroscopici che ci sono stati con i Riva. Ricordiamoci che Emilio Riva non nasce come industriale siderurgico, ma come commerciante di rottame. Tutto ciò che ha acquisito nella produzione siderurgica, a Brescia e altrove, è più il frutto delle sue attività commerciali che, generando profitto, gli hanno consentito di acquisire aziende in fallimento o in via di fallimento, oppure in svendita, ecc. 

A Taranto lui comincia a investire sulle materie prime, soprattutto sul minerale di ferro che come tutte le commodities consente speculazioni sull’oscillazione dei prezzi. Solo così si possono spiegare le montagne di minerale di ferro in deposito per anni nel sito di Taranto, perché acquisti tanto e solo quando il prezzo crolla. Gestendo in proprio anche gli impianti marittimi, l’ex Ilva si è sempre fornito direttamente dai produttori di minerali (Brasile, Australia, India ecc.). 

Il nastro trasportatore del minerale (ferro, carbone, additivi) che collega i moli portuali agli impianti di produzione non è mai stato coperto. Quando l’Italsider ha disegnato il layout del sito siderurgico di Taranto non ha tenuto conto che il percorso del minerale di ferro (e anche del carbone, perché i Riva facevano anche montagne di carbone) dagli impianti marittimi a dove arriva a destinazione è lunghissimo, non è molto razionale. Secondo me, però, l’Italsider a suo tempo ha dovuto mediare rispetto a vincoli e problemi posti dal territorio. Come azienda a partecipazione statale aveva un po’ più di sensibilità verso la politica e quindi anche nei confronti delle richieste delle amministrazioni pubbliche. Va comunque detto che ai tempi dell’Italsider i parchi minerali intanto non erano delle montagne, arrivavano a livello dei muri e della paratie in cui il minerale di ferro era depositato (e così anche il carbone), veniva continuamente bagnato… C’era certo la fonte di rischio, ma si facevano tutti quegli interventi per ridurre il rischio esistente.

E questo approccio Riva lo applica su tutto, anche sugli appalti. Riva va subito in attivo, guadagna molto di più di quello che guadagnava l’Italsider, per questa capacità di gestire tutta la catena del valore. Comincia a “smontare” il potere sindacale preesistente nella fabbrica, cambiando proprio i rapporti di forza. La Fim-Cisl a Taranto ai tempi dell’Italsider era il primo sindacato, avendo goduto sia di condizioni di vantaggio nel momento delle assunzioni, quando si fa il raddoppio di Taranto, voluto fortemente da Moro e dalla Dc; sia perché la Fim-Cisl negli anni Sessanta e Settanta era fatta da sindacalisti capaci, che facevano bene il loro mestiere nell’interesse dei lavoratori. Con Riva cambiano le cose. Da primo sindacato passa a essere il terzo.

Come ho raccontato, nella seconda metà degli anni Novanta mi occupavo di salute e sicurezza, e gran parte degli incidenti mortali nel sito di Taranto avvenivano – e tuttora avvengono – per cedimenti strutturali. Ricordo il caso di un manutentore, che dopo essere andato a togliere un trasformatore dalla cabina elettrica, per portarlo a riparare in officina, passando su una passerella d’acciaio precipita in basso perché questa cede per il peso suo e del trasformatore. Vuol dire che su quella passerella, su quel passaggio, su quelle scale non solo erano anni che non si faceva manutenzione, ma erano probabilmente anni che non si andava nemmeno a fare pulizia, a verificare lo stato e le condizioni dell’acciaio, magari arrugginito, bucato, assottigliato… Altrimenti non si spiegano certe cose, come i cedimenti ripetuti delle gru nella zona degli impianti marittimi che hanno causato più morti; persino il crollo di un carroponte… In questo caso non è morto nessuno, ma è pazzesco che sia potuto succedere, siamo a livelli criminogeni… E nel caso del crollo del carroponte siamo già nel pieno della gestione di Arcelor-Mittal. 

La situazione è andata avanti così, sempre peggio. La famiglia Riva dal ’97 al 2008 ha guadagnato quello che ha voluto. In quegli anni, dopo la crisi degli anni Novanta e un calo della produzione di acciaio, c’è stata la massima espansione del mercato siderurgico in Europa e nel mondo, grazie alla Cina che fino a quel momento era ancora importatore netto di acciaio, non era autosufficiente e quindi trainava molto la crescita. C’era stata una fase di ripresa economica anche in Europa e sono gli anni in cui Riva, invece di reinvestire i miliardi di euro guadagnati con Ilva (3,4 miliardi di euro di utili, al netto di ammortamenti e investimenti, tra 2003 e 2008), porta i capitali nei paradisi fiscali.

OPM: Ritorniamo brevemente sulla sequenza temporale, per chiarire bene i passaggi.

Alioti: Riva prende in mano da solo l’area a caldo di Cornigliano nel 1988 dopo che nel 1985 si era costituito il Cogea (Consorzio Genova acciai) controllato da un gruppo di privati tra cui Riva e partecipato in minoranza dalla Finsider. Cornigliano poi chiude definitivamente l’area a caldo nel 2005. L’agglomerato aveva chiuso nel ’99 e la cokeria nel 2002 per decisione della magistratura. Riva nel frattempo era già diventato proprietario di tutto il sito di Cornigliano, anche dell’area a freddo, la cui continuità produttiva con l’area a caldo non sarà comunque ripristinata. È il 1995 quando Riva compra l’Ilva dall’Iri diventando proprietario di Taranto, Cornigliano, Novi Ligure… Bagnoli e Campi chiudono alla fine del ’90. Nel 1984 si fa l’accordo da cui nasce l’anno dopo il Cogea, per garantire la non chiusura dell’area a caldo a Cornigliano, però in mano ai privati. La conseguenza di questo è la chiusura di Bagnoli e di Campi. A Campi avevano speso 400 miliardi di lire per fare la colata in pressione, non sono noccioline… e a Bagnoli 1.000 miliardi per i nuovi laminatoi, per poi mai metterli in funzione. E, infatti, li hanno venduti ai cinesi, smontati, se non fossero stati nuovi i cinesi col c… li volevano! Tra molti miei colleghi sindacalisti c’era ancora l’idea che alla Cina o altri paesi del Terzo mondo ci rifilavi gli impianti obsoleti che chiudevi…

Poi non c’è stata più nessuna logica di politica industriale e di settore. Tutta l’Ilva prodotti piani va ai Riva, la parte dei prodotti lunghi va a Lucchini (Piombino e Lovere). A Piombino, devo dire che fintanto che c’è stato Lucchini lo stabilimento è andato abbastanza bene. Poi è nato un problema economico-finanziario, per il quale i Lucchini non erano più in condizioni di investire e continuare a gestire… Si tennero Lovere e vendettero Piombino ai russi della Severstal. In quel momento si pensava che quella fosse la migliore soluzione. ThyssenKrupp prende invece l’Ast di Terni. L’unica parte della siderurgia a partecipazione statale che passa a un gruppo con una forte caratura ingegneristico-industriale, sono anzi considerati sia in Italia che in Argentina un po’ i padri della siderurgia, è la Dalmine che va al gruppo Techint della famiglia Rocca. Il nonno Agostino Rocca, dirigente dell’Iri, era stato l’artefice della creazione dell’Italsider a Cornigliano. E i Rocca nel dopoguerra si trasferirono in Argentina e con Perón contribuirono a fondare la siderurgia. Sono industriali che certo fanno i loro interessi, ma… (è un po’ come la differenza tra le aziende italiane e gran parte di quelle tedesche) sono realtà aziendali che conservano ancora un orientamento prevalente di tipo ingegneristico e non finanziario, nella gestione sia delle fabbriche, sia delle scelte d’investimento. Viceversa se vai a vedere in Italia nelle aziende privatizzate prevalgono altre logiche. E per quelle che sono rimaste in ambito pubblico, se in una fase ci sono stati i “professori” come Prodi e Reviglio, poi è cominciata l’epoca degli “avvocati” o “banchieri”.

OPM: Hai accennato a una riunione europea, a cui ha partecipato, in cui si dice con grande anticipo che Taranto è fuori dai giochi…

Alioti: Non lo si dice in maniera esplicita, però lo si capisce dai dati elaborati da Syndex su fonte Eurofer (l’associazione delle imprese siderurgiche europee). Mi sembra che fossimo nel 2013, comunque dopo il commissariamento dell’Ilva (che è del 2012). A livello siderurgico europeo, l’associazione di settore è controllata praticamente da ThyssenKrupp e da Arcelor-Mittal, i due gruppi principali. Il terzo gruppo per importanza presente in Europa è la Tata Steel, un gruppo siderurgico indiano. Quanto ad Arcelor-Mittal, è controllata sì da Mittal, un finanziere indiano della City di Londra, ma in realtà è un gruppo franco-lussemburghese che in India non ha nemmeno uno stabilimento. 

In questa riunione del coordinamento sindacale del settore siderurgico in Europa, la relazione introduttiva sullo stato e le prospettive della siderurgia è realizzata da Syndex, un centro di ricerca e studi legato alla Cfdt francese e riferimento sull’acciaio per IndustriAll Europe. In Francia tutti i sindacati hanno da sempre dei centri strutturati a supporto delle politiche industriali, del dialogo sociale e della contrattazione aziendale. Ciascuno di loro finisce per specializzarsi, generalmente, in determinati settori arrivando di fatto a una divisione dei compiti. Per esempio il centro ricerche legato alla Cgt si chiama Groupe Alpha ed è più rivolto al settore aerospaziale e della difesa; mentre la siderurgia è sempre stata un campo di Syndex.

Syndex nelle proprie analisi del settore utilizza i dati di Eurofer, che si avvale delle fonti ufficiali delle associazioni di settore dei diversi paesi (per l’Italia la Federacciai) e delle imprese. Sulla base della relazione di Syndex, la posizione sostenuta in quella riunione da IndustriAll Europe e proposta alla discussione per quanto riguarda la siderurgia europea è questa: nel periodo che va dalla crisi finanziaria del 2007-2008 fino al 2012, in Europa la siderurgia ha perso 90.000 occupati dovuti, soprattutto, alla riduzione della quota europea sul mercato mondiale (secondo dati recenti, la quota europea dell’acciaio nel mondo è arrivata nel 2020 attorno al 10%, si è quasi dimezzata, ha perso tantissimo, ovviamente a favore della Cina, ma altre aree hanno almeno mantenuto le loro quote percentuali). Abbiamo i dati di proiezione del mercato dell’acciaio fino al 2018. Dal 2013 al 2018 ci sarà una ripresa del mercato e una crescita delle produzioni. A questo punto quel che ci dobbiamo porre è non accettare più nessuna riduzione della capacità produttiva dell’acciaio in Europa. Quindi nessuna chiusura di aziende, nessun licenziamento di dipendenti posti in cassa integrazione a zero ore (era un periodo che ce n’erano molti). Insomma si fa un ragionamento “duro” di questo tipo. Nella costruzione di questi dati e nell’impostazione della linea politica da tenere nell’Ue a difesa “corporativa” della siderurgia europea c’era una condivisione di massima anche da parte della Eurofer (e quindi delle imprese del settore più influenti). Ma la capacità produttiva minima di acciaio in Europa al di sotto della quale non si doveva andare (in base alle tabelle presentate) non contabilizzava 10 milioni di tonnellate ancora esistenti, che corrispondevano esattamente alla capacità produttiva di Taranto (nei fatti l’Ilva a Taranto non ha mai prodotto più di 8 o 9 milioni di tonnellate. In genere un impianto non raggiunge mai il massimo della capacità produttiva).

È dunque implicito che i maggiori produttori europei di acciaio, dopo l’intervento della magistratura e il commissariamento di Ilva, avevano già escluso che il centro siderurgico di Taranto fosse messo ambientalmente in sicurezza e rilanciato. Avevano messo in conto che i 10 milioni di tonnellate in meno di capacità produttiva in Europa corrispondessero alla chiusura di Ilva a Taranto. E dove diventa esplicito questo interesse? Lo diventa con l’azione che la Germania avvia contemporaneamente contro l’Italia, per violazione delle norme contro gli aiuti di Stato, per la gestione commissariale dell’Ilva. Immagino che questa azione sia stata promossa su spinta della ThyssenKrupp, e non escluderei anche dei rappresentanti dei lavoratori della ThyssenKrupp, che sono sempre stati filo-aziendalisti. A differenza dei rappresentanti dei lavoratori di Arcelor-Mittal in Germania, o in generale dei rappresentanti sindacali di Ig Metall che, per esempio, hanno rapporti e contatti con la Fiom-Cgil di Genova e con quelli di Lotta comunista. 

Riepilogando: la Germania avvia una procedura contro l’Italia per violazione del divieto di aiuti di Stato. Non lo fa subito, fino a quel momento si pensava che con il commissariamento Taranto uscisse di scena. Quando capiscono che la gestione commissariale assicura la continuità, cioè che lo Stato continua a gestire operativamente tutta l’Ilva – non solo Taranto – per venderla a un produttore siderurgico, avviano questa procedura d’infrazione, che però praticamente non ha nessun esito. E solo a questo punto Arcelor-Mittal manifesta l’intenzione di rilevare Ilva. Teniamo conto che, se si tolgono altri 10 milioni di tonnellate di capacità produttiva, si scende sotto la soglia minima e la siderurgia europea diventa marginale nel contesto mondiale.

Avendo avuto responsabilità a livello internazionale, questa cosa l’ho detta in tutte le maniere alle segreterie nazionali dei sindacati metalmeccanici, a chi si occupava di siderurgia: la prima cosa che dovevamo fare era organizzare riunioni con gli altri sindacati dei paesi europei, con i lavoratori organizzati in Arcelor-Mittal in Europa, per capire qual era, o meglio quello che loro pensavano fosse l’intenzione di Arcelor-Mittal. Perché sull’acquisizione di Ilva, stranamente Arcelor-Mittal – che fino a quel momento aveva gestito i rapporti con il comitato aziendale europeo nel rispetto delle regole, delle procedure di informazione preventiva, del coinvolgimento nelle decisioni – ha tagliato proprio fuori il comitato aziendale europeo da quella discussione.

Quando Arcelor-Mittal partecipa alla gara e acquisisce l’Ilva, allora l’antitrust europeo pone il problema che il gruppo rilevando Ilva poteva creare condizioni di monopolio, di dominio, una posizione dominante a livello europeo, e soprattutto nel Sud Europa, nell’area mediterranea. Uno dei più grandi centri siderurgici di Arcelor-Mittal è a Fos-sur-Mer (Marsiglia), tanto che i sindacati francesi erano molto preoccupati per le possibili conseguenze che l’acquisizione di Ilva avrebbe potuto avere su questo sito. Sono loro che prendono contatto con gli uffici internazionali dei sindacati italiani, perché la loro preoccupazione era che automaticamente – come sarebbe stato semmai logico in questa azione dell’antitrust della Ue rivolta a Arcelor-Mittal – con l’acquisizione di Ilva si sarebbe obbligato Arcelor-Mittal a vendere Fos-sur-Mer, per uscire dalla condizione di dominanza nell’area mediterranea. 

Lì scatta, però, quello che spesso avviene per la commistione di interessi tra grandi corporation, come Arcelor-Mittal, e la Commissione europea. Alla fine – con grossi problemi all’interno sia del Comitato aziendale europeo, sia tra i sindacati dei diversi paesi – Arcelor-Mittal per compensare l’acquisizione di Ilva si libera di sei siti siderurgici suoi, che non c’entravano nulla con la produzione di Taranto e la posizione dominante nel Mediterraneo. Hanno così raggiunto due obiettivi: si sono liberati di impianti considerati obsoleti, o comunque di segmenti di attività non più ritenuti interessanti per il gruppo, e hanno messo le mani sull’Ilva.

Cedono un grosso sito in Romania, un altro in Repubblica Ceca. Vendono anche l’ex Magona di Piombino, finita in mano ad Arcelor prima ancora che fosse acquisita da Mittal. La ex Magona fa prodotti laminati piani: la sua cessione è l’unico caso in linea con la difesa della concorrenza, perché in area mediterranea acquisendo Ilva Arcelor-Mittal avrebbe controllato Cornigliano e Novi, che fanno laminazione di prodotti piani. A Piombino una volta, quando me n’ero occupato per le questioni ambientali e dell’amianto, Arcelor aveva un migliaio di dipendenti, in quel momento ne avevano tra 400 e 500, non erano più tanti. Ma a livello europeo Arcelor-Mittal con questa operazione si libera di oltre 16.000 dipendenti del gruppo (più degli occupati di Ilva), facendo una ristrutturazione interna che non è coerente con la logica della concorrenza teorizzata dalla Ue.

Sul reale interesse nei confronti di Ilva uno poteva allora anche crederci, perché Arcelor-Mittal dichiarava certe cose, manifestava interessamento. Adesso ormai a distanza di sei anni s’è capito che Arcelor-Mittal ha acquisito Ilva per sbarrare la strada a un altro soggetto industriale terzo, che poteva diventare in Europa competitore del gruppo. A un certo punto forse ha pensato che potesse diventare vantaggioso doversi far carico dell’Ilva, inglobandola nel proprio gruppo: ma poi si è capito qual era l’obiettivo iniziale, sia dal comportamento che ha avuto, sempre negoziale se non conflittuale dal punto di vista giuridico-formale, sia lasciando gli stabilimenti abbandonati a se stessi. Arcelor-Mittal negli ultimi anni ha invertito la tendenza, se fino a qualche anno fa era un gruppo che faceva acquisizioni e si espandeva, ora ha cominciato a vendere le proprie aziende negli Stati Uniti. Ti faccio vedere le dichiarazioni dei miei amici steelworkers negli Usa, sono contentissimi che ridanno la siderurgia a imprenditori veri, per i rapporti ormai pregiudicati e negativi che avevano con Arcelor-Mittal, e sono contentissimi per la cessione perché è subentrato un gruppo in cui il sindacato è legittimato, riconosciuto, conta. Il loro criterio è la reciprocità: se mi tratti bene e alla fine i tuoi interessi si riflettono sui miei rappresentati, io partecipo, coopero, facciamo le cose insieme; se non rinnovi il contratto, fai politiche antisindacali, butti fuori, ti faccio la guerra. Non ne fanno una questione ideologica. Nell’atteggiamento del sindacalismo americano, ci sono molte somiglianze con la logica sindacale dei portuali non solo genovesi, rispetto agli armatori, al sistema dei traffici… in rapporto all’affare. Se c’è un interesse condiviso in cui i vantaggi sono distribuiti preventivamente allora ti seguo, ci sto, ma se come spesso è avvenuto – e sta avvenendo adesso – al contrario perdo occupazione, perdo potere, allora bisogna imboccare altre strade.

Bibliografia e sitografia

Un contributo eco-sindacale per uscire dal dilemma: “Meglio morire di cancro, che morire di fame”, Documento ufficio ambiente, salute e sicurezza Fim-Cisl, 2008.

L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto (in quattro parti), blog di Gianni Alioti sul sito Fim-Cisl nazionale, ago-set. 2012.

«A Taranto il Comitato europeo della siderurgia “IndustriAll”: dibattito sul futuro dell’Ilva», Cronache Tarantine, novembre 2015.

Gianni Alioti, Salute e sicurezza. Guida al settore siderurgico, Edizioni Lavoro, Roma 2004.

Gianni Alioti, commento all’articolo di Giorgio Pagano, Il caso Ilva e le scelte della sinistra ambientalista, agosto 2012.

Gianni Alioti, Riflessioni sull’ILVA. Un work in progress, gennaio 2013.

Gianni Alioti, Siderurgia: il caso dell’ILVA di Taranto, Intervento all’Università di Urbino, settembre 2016 (presentazione in pdf), pp. 50.

Gianni Alioti, «Uno sguardo operaio sulla siderurgia in Cina», in Bollettino dell’acciaio. Coordinamento europeo dei Consigli di Fabbrica della siderurgia, luglio 2019.

Gianni Alioti, «Acciaio, tra guerre commerciali e interessi di classe», in Bollettino dell’acciaio. Coordinamento europeo dei Consigli di Fabbrica della siderurgia, ott. 2020.

Gianni Alioti, «L’acciaio in Europa, tra obsolescenze e un futuro green», in Sbilanciamoci, 6 ottobre 2020.

Loris Campetti, Una lettura critica di “ILVA Connection”. Inchiesta sulla ragnatela di corruzioni, omissioni, colpevoli negligenze, sui Riva e le istituzioni, Manni editore, Lecce 2013.

Stefano De Pace, «Lavoro e ambiente, l’ultima sfida di Taranto», in Notizie Verdi, 26 febbraio 2009; articolo ripreso il giorno dopo da PeaceLink e integrato con le dichiarazioni di Marco Bentivogli.

Pierluigi Mele, «Il dramma dell’Ilva. Intervista a Gianni Alioti», RaiNews24, 7 ottobre 2012.

Antonella Palermo, «Ilva, “morire di cancro o di lavoro”? Usciamo dal dilemma», Radio Vaticana, 24 ottobre 2012.

Taranto, la maledizione di essere strategici

Antonella De Palma

«Quell’angolo di mondo

Più d’ogni altro mi sorride»

Quinto Orazio Flacco, Ode a Settimio

Ormai non sappiamo più neanche come chiamarla. Acciaierie d’Italia, ex-Arcelor-Mittal, ex-Ilva; per qualcuno è ancora Italsider o, più semplicemente, “il Siderurgico”. Per la stampa e la TV è l’“Acciaieriapiùgrandedeuropa”.

Quando approdò a Taranto, nel 1960, sembrò la soluzione ai gravi problemi economici che la città stava vivendo. L’industrializzazione di Taranto era cominciata alla fine del XIX secolo quando, data la sua splendida posizione geografica, ne fu decretata l’importanza strategica per la difesa del nuovo Stato italiano. Il bacino del Mar Piccolo, fino ad allora strategico solo per la coltivazione di mitili e ostriche, fu occupato dagli edifici dell’Arsenale militare, a cui negli anni della Prima guerra mondiale si aggiunsero i cantieri navali Franco Tosi, specializzati nella costruzione di sommergibili. Intorno a questi sorsero altre piccole e medie imprese, come le Officine Galilei, la San Giorgio e vari piccoli cantieri, di cui una manciata sopravvive ancora oggi.

Le due guerre mondiali furono momenti di grande espansione demografica e benessere economico, Arsenale e cantieri avevano molte commesse e assumevano tanta manodopera. Con la pace la città entrava in crisi. Dopo il 1945 la situazione divenne catastrofica, a causa dell’incapacità del settore navalmeccanico di riconvertire la produzione. Nel giro di poco più di un decennio precipitarono i livelli di occupazione, aprendo la via all’emigrazione anche di maestranze altamente specializzate, com’erano quelle dell’Arsenale e dei cantieri.

Da una monocoltura a un’altra: l’acciaio fu la risposta. Nell’Italia del boom economico della fine degli anni Cinquanta, il mercato dell’acciaio sembrava destinato a un’espansione senza limiti, l’Iri ipotizzò così la costruzione del quarto centro siderurgico italiano a ciclo integrale, il più grande, che doveva produrre più di Cornigliano, Piombino e Bagnoli. Taranto, sempre grazie alla maledizione della sua ottima posizione geografica, fu reputato il luogo migliore per l’insediamento del nuovo impianto. E tornammo strategici.

Per la costruzione fu scelta un’area a nord della città, fra il porto e la linea ferroviaria. Seicento ettari di terreno agricolo di pregio, su cui sorgevano decine di piccole e medie masserie, acquistati o espropriati ai legittimi proprietari per far posto al progresso. Dopo il raddoppio dello stabilimento, concluso nel 1975, diventarono mille e cinquecento, due volte e mezzo l’estensione di Taranto, situati a cinque chilometri dal centro della città, ma a poche centinaia di metri dai Tamburi, un’area collocata fra la ferrovia e i cantieri Tosi, urbanizzata dai primi del Novecento, con la costruzione di case operaie e per i ferrovieri e di baraccamenti militari.

L’arrivo dell’Ilva (all’inizio si chiamava così) fu salutato con grande entusiasmo dai politici di tutti gli schieramenti, soprattutto dalla Dc e dal Pci, che ne intuirono il potenziale sfruttamento ai fini elettorali, ma anche dalla Chiesa locale, nella persona dell’arcivescovo Guglielmo Motolese, scaltro uomo d’affari che, a capo di una cordata di speculatori, si buttò nella compravendita di terreni nella zona dove si immaginava dovesse sorgere l’acciaieria. Tutti, politici e prelati, si affannarono a promettere assunzioni in cambio di voti o a lode e gloria di Dio e della sua santa Chiesa, a cui fare una congrua offerta. E, nei primi sei anni, di richieste d’assunzione ne arrivarono circa 75.000.

La “casa grande” – ecco un altro nome che prese l’acciaieria in quei primi anni – assumeva in gran quantità, stavamo uscendo da secoli di «immobilità, abbandono, rassegnazione, miseria», come scrisse Dino Buzzati per un film di propaganda aziendale del 1961. Queste parole accompagnavano immagini di ulivi secolari e masserie antiche, schiantati dalle ruspe per far posto alla modernità, al progresso, al benessere senza fine. Il 15 ottobre 1961 entrò in funzione il primo tubificio; nel 1964 fu avviato il primo altoforno. La capacità produttiva dagli iniziali 3 milioni di tonnellate annue passò a 4,5 nel 1971, per arrivare a 10,5 nel 1975, anno di conclusione dei lavori per il raddoppio dello stabilimento. Rimasta pressoché invariata fino al 2012, quando è esploso il caso Taranto, la produzione oggi è tornata ai livelli iniziali, cioè a circa 3 milioni di tonnellate all’anno. Il personale passò dai circa 6.000 addetti del 1964 ai 13.046 del 1971 e ai 19.527 al termine del raddoppio. L’occupazione massima fu raggiunta nel 1981, quando toccò la punta di 21.791 lavoratori diretti e 11.427 degli appalti, per un totale di 32.218. Oggi sono circa 8.200 i lavoratori diretti e 3.500 quelli degli appalti.

Penso che per capire il rapporto iniziale della città con la fabbrica, possa essere emblematica la storia di Enzo Quazzico, pescatore, nato in città vecchia, che amava stare sul mare e in fabbrica proprio non voleva andare, ma fu costretto dalla famiglia: «Io dicevo: non voglio andare all’Ilva. Non voglio andare all’Ilva. Allora stava succedendo il raddoppio. Tutta l’area vicino al mare. Dopo una settimana mi hanno convinto. Mio fratello mi ha preso, mi ha portato, mi ha fatto fare il colloquio. Ma a me non… Alla fine dissi «Vabbé andiamocene in fabbrica, va’». Il primo stipendio che ho preso io fu 83.000 lire. Tu pensa che gli operai della Cimi [una ditta dell’appalto per cui lavorava Enzo Quazzico, N.d.R.] si fidanzavano tutti. E si sposavano. La prima ragazza che mi ha telefonato, ci siamo dati appuntamento, mi voleva sposare subito. Avevamo 18 anni e mezzo. Anche i trasfertisti. Molti trasfertisti se li sono sposati le ragazze dei Tamburi. Era uno stipendio che uno metteva famiglia su, si sposava».

Non che il miraggio del benessere impedisse di vedere l’altro aspetto, quello degli incidenti sul lavoro, della nocività e della devastazione ambientale, ma la tranquillità economica veniva al primo posto. Le preoccupazioni per la salute e l’ambiente ci furono, e tante, fin dall’inizio. Già nel 1964 il sindaco di Taranto si dichiarava preoccupato per le conseguenze che il centro siderurgico avrebbe potuto avere sulla salute dei suoi concittadini e aveva scritto alla società Italsider (nel frattempo l’azienda aveva cambiato nome) chiedendo rassicurazioni ma – sono sue parole – si era visto opporre «una specie di segreto che se non è quello militare quasi lo raggiunge». Anche l’ufficiale sanitario di Taranto denunciò il possibile inquinamento che metteva a rischio l’ambiente e la salute dei cittadini, ma subì vessazioni e denunce che lo costrinsero a un lungo silenzio.

I pescatori protestarono già nel 1962 contro i danni che le idrovore, che dovevano portare l’acqua del Mar Piccolo agli impianti di raffreddamento, avrebbero potuto provocare alla pesca e alla mitilicoltura. Dieci anni dopo bloccarono la città vecchia per un giorno intero con barricate di barche. Ancora nel 1981 ci fu una nuova protesta, ma questa volta la richiesta fu «se non si riesce più a campare di pesca, allora chiediamo che i pescatori siano assunti nella fabbrica». Parola di sindacato. 

Inchieste e denunce si susseguirono periodicamente a partire dall’inizio degli anni Settanta. Che il quartiere Tamburi fosse altamente a rischio fu ben noto fin dalla fine di quel decennio, quando una ricerca denunciò l’aumento folle della mortalità per mesotelioma nella provincia di Taranto. Le proteste delle donne, che non ne potevano più della polvere nera che s’infilava dappertutto, erano pressoché quotidiane. Tutte denunce cadute nel vuoto.

D’altra parte l’azienda monetizzava tutto, ma proprio tutto. Salvatore Dicorato, ex sindacalista Fiom: «Con l’Ilva pubblica erano furbetti, elargivano grosse somme di denaro. A Taranto sono arrivate a cascata. Quando aveva bisogno di qualcosa la città si rivolgeva all’Italsider e l’Italsider si metteva a disposizione. Elargiva. Quindi, purtroppo, dobbiamo dire che tutti quanti si mettevano le bende sugli occhi e si andava avanti. Anche le Feste dell’Unità erano finanziate così». E ancora: «C’era il problema della sicurezza, però se mi davano dieci lire di più mi prendevo le dieci lire di più, oppure il passaggio di livello e non me ne fotteva niente se il fumaiolo menava».

Un ex dirigente, procuratore legale, che intervistai anni addietro, mi raccontò qualcosa di analogo a proposito degli incidenti sul lavoro: «[Ce ne furono] parecchi, tant’è vero che poi io me ne occupavo sia per la difesa penale di quelli imputati di omicidio, colposo naturalmente, sia per la liquidazione delle famiglie. Tante volte, io mi ricordo, andavamo anche, non dico di notte, nei paesi intorno, dove questi qua avevano la famiglia e liquidavamo… Abbiamo avuto, devo dire la verità, in quel periodo anche la collaborazione del tribunale, perché il tribunale ci chiamava e mediava perché diceva“che dobbiamo fare? È inutile mandare in galera…”, perché poi sarebbero state inchieste lunghissime, allora diceva “cercate se ha un fratello, assumete la moglie…”».

L’Italsider delle Partecipazioni statali investì tanto nella cultura industriale: tecnici e anche operai fin da subito furono mandati all’estero (prima in America e poi in Giappone) a imparare l’uso delle tecnologie che avrebbero poi utilizzato in patria; tutti frequentavano corsi di avviamento e di aggiornamento. Fuori dalla fabbrica organizzava stagioni teatrali e musicali di alto livello, mostre d’arte, aveva un circolo velico e uno spazio culturale e sportivo, il Circolo Vaccarella, aperti a tutti. I dipendenti avevano diritto a prezzi ridotti. Mai nella memoria della città abbiamo avuto stagioni culturali così importanti.

E così per anni si nascosero le porcherie sotto il tappeto. Poi però i morti diventarono troppi e la polvere rossa era dappertutto e il cielo un caleidoscopio di colori e le malattie colpivano sempre più duramente. Non si poté più chiudere gli occhi.

Il rapporto della città con la fabbrica inizia a incrinarsi già negli anni Ottanta, quando comincia a sentirsi aria di crisi, e si rompe definitivamente con la cessione dell’azienda (che è tornata a chiamarsi Ilva) al gruppo Riva, nel 1995. Il nuovo padrone si propone come obiettivo la liquidazione del sindacato e del conflitto in fabbrica. E lo fa liberandosi della vecchia classe operaia, grazie ai prepensionamenti e ai riconoscimenti dell’esposizione all’amianto che a Taranto, si dice, vennero concessi con molta prodigalità. Ai nuovi assunti viene imposto abbastanza apertamente il diktat “lavoro in cambio di diritti” e li si invita a non iscriversi al sindacato. Se nel periodo delle Partecipazioni statali il livello di sindacalizzazione era pressoché totale, con i Riva scende al 44%. Poi ci sono i “fiduciari”, oscure figure di controllo, non contemplati nell’organigramma aziendale, che devono instaurare la disciplina voluta dalla nuova gestione. Chi si oppone al volere del padrone può finire mobbizzato nella palazzina Laf, un edificio in disuso in cui per mesi vengono confinati una settantina di dipendenti, per lo più tecnici, laureati, quadri e dirigenti che non accettano la “novazione” (retrocessione di livello a parità di trattamento economico) o sono troppo sindacalizzati. Qualcuno chiede aiuto alla psichiatra Marisa Lieti, che denuncia lo scandalo pubblicamente. Così la questione finisce nelle mani della magistratura, che condanna i dirigenti dell’Ilva e pure Emilio Riva. Il fatto è che questa faccenda all’interno dell’Ilva era nota sia agli altri dipendenti, a cui “quelli della Laf” erano indicati come cattivo esempio, sia ai sindacati, a cui alcuni dei confinati si erano rivolti, inutilmente, per chiedere aiuto. Nel 1996, d’altronde, il gruppo Riva affida la gestione del Circolo Vaccarella ai tre sindacati confederali e gli dà pure un contributo economico, valutato in 9 milioni di euro dal 1996 al 2013. Così, tanto per gradire. 

Abolizione di diritti da un lato, pressoché nessuna manutenzione degli impianti dall’altro: questi i principali elementi che connotano la gestione Riva. Non poteva andare avanti a lungo. Il degrado ambientale, la scarsa sicurezza sul lavoro (36 morti sul lavoro dal 1995 al 2012), l’aggravarsi della situazione sanitaria sono sempre più evidenti. Fra il 2006 e il 2007 si comincia a parlare di diossina derivante dal processo produttivo dell’Ilva. Alessandro Marescotti, fondatore della rete pacifista e ambientalista PeaceLink, ne aveva avuto il sospetto e aveva interpellato in merito Gianni Alioti, che nella Fim-Cisl nazionale si occupava anche di ambiente, salute e sicurezza, il quale aveva verificato che «in effetti, nel processo di agglomerazione del minerale di ferro presente a Taranto (ma non a Cornigliano) erano possibili emissioni di diossina».

La caparbietà di Marescotti, che presenta prove sempre più inequivocabili sull’inquinamento dei suoli e degli alimenti, ha innescato la miccia; l’indagine della magistratura, che nel luglio 2012 porta al sequestro dell’area a caldo, pur consentendone la facoltà d’uso, ha fatto esplodere la mina. La protesta esplosa a Taranto nell’agosto dello stesso anno contro la fabbrica che uccide, si connota subito anche come protesta nei confronti del sindacato, accusato di connivenza coi padroni. Sul famoso “tre ruote” che irrompe nella piazza della Vittoria gremita di gente il 2 agosto, seminando scompiglio alla manifestazione sindacale e togliendo la parola ai segretari confederali, che restano lì basiti, ci sono anche alcuni esponenti della Fiom locale, che scelgono il terreno della lotta e tagliano i ponti con la loro organizzazione. 

Però dal 2012 a oggi, nonostante il cambio di gestione, poco o nulla è cambiato, se non che sono passati quasi dieci anni e gli impianti sono ancora più decrepiti [per la descrizione del ciclo produttivo, della situazione degli impianti e per le vicende che hanno accompagnato i passaggi di proprietà rimandiamo all’intervista a Gianni Alioti, in questo numero di OPM N.d.R.]. La sensazione che abbiamo è che ormai non sia più possibile rimetterla in sesto, neanche invocando il cambio di tecnologie produttive, e che l’unica soluzione resti la chiusura. Lei è lì, incurante di tutte le proteste e denunce di cittadini e comitati, delle sentenze della magistratura, dei morti e delle devastazioni ambientali; incombe su di noi con le sue puzze e con i suoi fumi. Strategica. 

E non possiamo neanche sperare di sentire, un giorno, nella nostra segreteria telefonica un messaggio che dica più o meno così: «Visto e considerato che la nostra più che decennale collaborazione è andata a farsi fottere […] ho preso una decisione. […] Me ne vado. Di mia spontanea volontà. […] Sono io che voglio scomparire. Ho scoperto che è facile. Da questo momento comincio a cancellarmi. Basta un attimo. Sto già cominciando a non esserci più, sento che perdo rap… mente pe… so e vo… lume…[…]». 

Chiedo scusa ad Andrea Camilleri, ovunque egli sia, per aver copiato il finale di Riccardino.

Bibliografia

M. Balconi, La siderurgia italiana (1945-1990). Tra controllo pubblico e incentivi del mercato, Il Mulino, Bologna 1991.

A. Camilleri, Riccardino, Sellerio, Palermo 2020.

P. Consiglio, F, Lacava, Il caso Taranto. Sviluppo economico, lotte sociali, democrazia in fabbrica, Ediesse, Roma 1985.

A. De Palma, «In nome del profitto. Taranto e la “sua” fabbrica», Il de Martino. Rivista dell’Istituto Ernesto de Martino, nn. 22-23, 2013, pp. 11-33.

A. De Palma, «Taranto. Ilva: la grande disillusione», in Storia. storie di amianto, a cura di Ariella Verrocchio, Ediesse, Roma 2012, pp. 81-90.

G. Leone, «Ilva,Vaccarella. Il circolo inguaia i metalmeccanici», Il Manifesto, 28 maggio 2013.

L. Parise, «Ilva, la rivincita degli emarginati. “Risarciti dopo anni di mobbing”», La Repubblica, 24 settembre 2003.

Ufficio Studi dell’Amministrazione provinciale di Taranto (a cura di), Convegno di studi su “Problemi di medicina sociale in una zona a rapido sviluppo industriale”, Taranto 24-25 ottobre 1964, Lacaita editore, Manduria 1965.

Interviste utilizzate nel testo

Enzo Quazzico, operaio Cimi (ditta dell’appalto Italsider), Taranto 17.01.2006.

Salvatore Dicorato, operaio Italsider, sindacalista Fiom, 12.01.2006.

D. P., dirigente dell’ufficio legale Italsider, 13.11.2006.

Le interviste sono conservate nel Fondo De Palma presso l’archivio sonoro della “Società di mutuo soccorso Ernesto de Martino” di Venezia.

Vertenze sindacali nella logistica emiliana. Intervista a Marco Righi e Federico Leoni

Matteo Gaddi

Marco Righi e Federico Leoni sono rispettivamente segretario provinciale e funzionario della Filt-Cgil di Reggio Emilia. L’intervista è stata registrata online il 27 ottobre 2021.


Gaddi: Inizierei chiedendovi una panoramica generale sul mondo della logistica della zona di Reggio Emilia.

Leoni: Il mondo della logistica è estremamente esteso. In questo momento stiamo lavorando su tre macro aree. La prima è la logistica dei magazzini, siano quelli dei prodotti alimentari o delle aziende metalmeccaniche; inoltre, nella zona di Reggio, molti magazzini sono legati ai marchi della moda. La seconda è tutta l’area – in forte espansione – dei corrieri espresso, raggruppata attorno ai grandi marchi nazionali e internazionali dell’e-commerce: Ups, Dhl, FedEx, Gls, Sda. In questo caso sono comprese sia la figura del magazziniere in filiale, sia il corriere espresso. Infine, il grande mondo, in parte sconosciuto, dell’autotrasporto pesante. Quest’ultimo, rispetto alle altre aree, è molto più frastagliato, perché non c’è un grosso gruppo sul territorio, ma ci sono molte aziende che spesso lavorano per conto terzi. La stessa Transcoop, che è una delle più grosse cooperative di trasporto pesante, sostanzialmente si affida a consorzi, contoterzisti o a propri associati; ognuno di questi è un’impresa, a volte anche individuale. 

Righi: Va aggiunto che anche nella zona di Reggio Emilia sta emergendo tutto l’universo dei ciclofattorini e dei rider con cui è molto difficile relazionarsi, anche perché talvolta sono lavori che si fanno per un periodo. Considera anche che Reggio è la seconda città in Italia in cui Just Eat ha avviato contratti di tipo dipendente, proprio per la rilevanza di questo settore. Ma si tratta appunto di una nebulosa in continua evoluzione. C’è poi una particolarità per le merci che è l’azienda Fagioli, specializzata in trasporti e sollevamenti eccezionali comprensivi della movimentazione di grandi componenti, per esempio gli architravi del ponte di Genova. È una specificità interessante di questo territorio, legata al mondo dei trasporti ma anche all’ingegneria della movimentazione. 

Gaddi: Potete spiegarmi il ruolo delle cooperative?

Leoni: La nostra provincia anche per il lavoro di magazzino si caratterizza ancora oggi per una presenza forte di un soggetto cooperativo, e intendo una cooperativa con la C maiuscola, dove – nonostante una forte conflittualità sui contratti– c’è ancora un certo ristorno e rispetto della vita associativa. Mi riferisco in particolare a Coopservice, con ventimila addetti in tutta Italia, che tra Reggio e Modena aveva oltre mille soci nella sola linea logistica. Di questi attualmente ne sono rimasti circa 600. L’abbandono da parte di Coopservice di molti appalti di logistica ha prima contribuito alla ripresa degli appalti mediante nuove cooperative, a loro volta entrate in crisi, e quindi in parte liquidate e chiuse, in parte sostituite da Srl. Un particolare vanto che ci facciamo in queste zone è che laddove la forma cooperativa era stata imposta al lavoratore con il pagamento della quota sociale obbligatoria e come forma di fiscalità agevolata a vantaggio dell’impresa, siamo riusciti a spingere verso il superamento della forma cooperativa, anche favorendo la loro trasformazione in Srl. Si è cercato quindi di ottenere la restituzione delle quote sociali e di pulire il mercato di forme strane e spesso improprie nell’uso dei soci lavoratori. Inoltre, le cooperative sono diminuite nel territorio anche perché sono venute a mancare, nel senso che hanno chiuso. Penso alla cooperativa Alice, che gestiva il magazzino di Centrale Adriatica. Anche questa provincia ha visto un cambiamento con la crisi nazionale della cooperativa Mr. Job, che gestiva gli appalti della ceramica della provincia di Reggio Emilia. Teniamo conto che Coopservice, che prima qui operava incontrastata, ha dimezzato gli appalti, subendo nel corso degli ultimi anni la concorrenza di altri soggetti. Tendenzialmente il numero delle cooperative e quello dei loro soci vanno diminuendo.

Gaddi: Vorrei che mi raccontaste alcune vertenze che avete seguito in questi anni. Mi interessa sia che entriate nel merito della vertenza, spiegando che cosa c’era in ballo, sia che mi spiegaste l’aspetto organizzativo, cioè le forme che le lotte hanno assunto, dai picchetti al ruolo della partecipazione in assemblea.

Righi: Il funzionario sindacale della logistica ha una pratica quotidiana di vertenze. Potrei raccontarti la più clamorosa e vicina a noi: è successa a metà 2018, quando Coopservice – la più grossa cooperativa presente sul territorio – per far fronte a una crisi propria della linea logistica pensò di sostituire il contratto logistica con quello pulizie e multiservizi. Dopo una riunione clandestina dell’azienda con alcuni soggetti apicali della logistica viene preannunciato un cambiamento, dicendo più o meno che era necessario un piccolo sacrificio per assicurare i posti di lavoro. Ai soci lavoratori negli anni erano stati tolti (sia contrattualmente sia dall’assemblea sociale, parliamo, appunto, di una cooperativa) alcuni diritti: i primi tre giorni di malattia pagati, i buoni pasto. Nel 2015, inoltre, nella Coopservice venne firmato il cosiddetto accordo 8 Maggio 2015, con cui si toglievano le Rol [riduzione orario di lavoro, cioè le 72 ore di permessi retribuiti annui, N.d.R.] e si istituiva una banca ore fittizia (che equiparava le ore di straordinario a quelle ordinarie) e un premio di risultato basato sulle Rol stesse (sostanzialmente trasformando salario fisso in variabile). Quindi i lavoratori sentivano di avere già fatto la loro parte, ma continuavano a veder perdere sia magazzini che diritti, quando invece la cooperativa diceva che andava tutto bene. 

Leoni: Ricordo anche che c’era stato un precedente di mobilitazione, cioè una forte partecipazione dei lavoratori agli scioperi di novembre e dicembre 2017 per il rinnovo del contratto nazionale. C’era stata, grazie alla Filt di Reggio Emilia, l’abolizione della banca ore e l’istituzione di un premio di risultato vero. Quindi i lavoratori con questi due episodi hanno visto da una parte un’organizzazione sindacale che ha ripreso a funzionare, dall’altra una cooperativa che continua a muoversi secondo le solite logiche. Quando nel maggio 2018 è arrivata la notizia del tentativo di sostituzione del contratto logistica con quello multiservizi, praticamente non abbiamo fatto in tempo a finire le assemblee che i lavoratori ci hanno chiesto lo sciopero immediato, provocando una reazione a catena. Finita l’assemblea sono partite le prime quattro ore di sciopero. È importante ricordare che la vicenda ha avuto un lieto fine e che noi l’abbiamo vinta perché erano donne, c’è tanto personale femminile in Coopservice. Reggere uno sciopero improvvisato di quattro ore, uscire dalla fabbrica e fare il blocco degli straordinari richiede una grande forza morale e fisica, oltre che di tenuta politica. Ma qui non si è arrivati alle pressioni che può ricevere un lavoratore dai vari team leader o capi magazzino, che sono molto più pesanti e spesso arrivano al livello del ricatto.

Righi: Tornando alla vicenda, per un mese riusciamo a bloccare gli straordinari a Coopservice in piena stagione lavorativa, partono alcuni scioperi intervallati e poi una grande manifestazione sotto la sede, con uno sciopero di otto ore e una grande rilevanza nella stampa cittadina. Anche perché, di fatto, la mobilitazione diventa un sondaggio per la cooperativa, i soci dicono che non ci stanno. Tutto questo a maggio, che è uno dei mesi lavorativi più intensi; dopo sedici ore di sciopero la cooperativa tentenna. La mossa decisiva è stata un’azione inedita rispetto alla vita associativa, per la presenza di alcuni funzionari sindacali che sono anche soci in distacco della cooperativa. Abbiamo presidiato in massa l’assemblea sociale di bilancio, i soci hanno fatto una marea di interventi critici sulle scelte in corso e sulla gestione umana del personale. Due giorni dopo, l’assemblea dei soci Coopservice ci manda una lettera, nella quale in sostanza dicono che non vogliono percorrere scelte che vanno contro la volontà dei soci, anche se lo farebbero per il loro bene. Se ne escono così. Il tentativo quindi non passa, la proposta è ritirata. A questo punto però continuano altre azioni sindacali, perché dopo una trattativa vinta si decide di proseguire verso la riconquista totale del contratto nazionale della logistica. Già in alcuni magazzini di Coopservice i lavoratori avevano acconsentito – inconsapevolmente – ad accettare che il contratto multiservizi fosse applicato ai nuovi assunti o ai nuovi soci, che spesso coincidono. 

Leoni: Oltre a questo, riesce un’altra operazione. In zona c’è il cosiddetto “cantiere” Aven (Area Vasta Emilia Nord), è il magazzino del farmaco che approvvigiona gli ospedali e le farmacie da Piacenza a Reggio Emilia. In questo contesto coesisteva un nucleo di lavoratori anziani, spesso coincidenti con le figure apicali con il contratto del merci-logistica, e tante persone con il contratto del multiservizi. Per tre anni questo cantiere è stato in sofferenza: turnover continuo, malattia continua ecc. La cooperativa capisce che non è abbassando i salari che riuscirà a far funzionare un magazzino, ci muoviamo quindi per far applicare – con un accordo nazionale – a tutti lavoratori il giusto contratto di riferimento, che è quello merci-logistica. Inoltre, l’intenzione è di andare verso l’adozione del contratto della distribuzione del farmaco. Nel giro di ventiquattro mesi da quando arriva quell’accordo, dopo anni in cui il magazzino perdeva centinaia di migliaia di euro, per la prima volta il cantiere di Aven registra alla fine dell’anno un segno positivo. È stata quindi smontata la logica che abbassando i salari e i diritti dei lavoratori non si possano migliorare le performance aziendali. Anzi, è l’esatto contrario. 

Poi andrebbero citate decine di vertenze. Perché nonostante ci sia un contratto nazionale che ci tutela, ogni cambio d’appalto è una battaglia. In ogni caso posso raccontarti un’altra vertenza, non proprio sindacale, ma in cui il sindacato ha esercitato un ruolo importante, anche come lavoro confederale. All’interno di un grosso appalto di prodotti alimentari – relativo alla Parmareggio, per la confezione del parmigiano – operava in maniera non idonea una cooperativa spuria, che non applicava il contratto nazionale. Lì, grazie al lavoro congiunto tra alcuni lavoratori che non accettavano più di subire certe condizioni, è stata fatta una operazione dalla categoria della Flai-Cgil [Federazione lavoratori agro industria, N.d.R.] e della Cgil (la Confederazione nazionale) in collaborazione con l’Ispettorato del lavoro. Si è riusciti a far chiudere l’appalto ottenendo però la reinternalizzazione di tutti i lavoratori coinvolti in quello che era un appalto rivelatosi improprio, e su questo infatti è intervenuto anche l’Ispettorato del lavoro. Quindi i lavoratori sono stati reinternalizzati direttamente dalla committente con il contratto degli alimentaristi a tempo indeterminato fin dal primo giorno di assunzione. Questa operazione è stata importante proprio perché ha visto il coinvolgimento di due categorie sindacali, delle istituzioni (l’Ispettorato), con il contributo dei lavoratori. Non è un caso che l’azione dei lavoratori abbia portato alla buona riuscita della vicenda.

Gaddi: Vorrei continuare su quest’ultimo punto. Ci sono altri esempi di vertenze che hanno visto il coinvolgimento di più categorie sindacali? Ve lo chiedo per approfondire il tema della competizione e della collaborazione tra categorie.

Leoni: Posso raccontarti due vicende in cui si è riusciti a superare diffidenza e competizione interna, questo grazie soprattutto a una regia confederale. Una ha visto il coinvolgimento dei compagni della Filcams-Cgil, ed è la storia che ti ho accennato della battaglia in Aven. Si tratta del contratto che sia Filcams che Filt hanno auspicato per tutti i lavoratori, al di là che siano inquadrati nel contratto multiservizi. La Filcams su questo ha ragionato oltre la sua stessa categoria. Ha cioè deciso di ragionare sul miglior contratto per i lavoratori, che non era quello multiservizi di sua competenza; di converso però la Filt ha cercato di indicare l’orizzonte a cui puntare. Ossia, siamo riusciti a ottenere il contratto merci-logistica, ma il punto di arrivo dovrebbe essere il contratto del farmaco così come applicato in altri magazzini della regione. Detto in altre parole, per quel magazzino consideriamo il contratto merci-logistica una fase di passaggio. Altrove è stato possibile, in particolare con i compagni metalmeccanici, il superamento in alcuni grossi appalti del settore metalmeccanico. Per esempio, in un’azienda – la B810 di Reggio, per assemblaggio di componenti metalmeccanici – che lavora tutta in committenza, noi abbiamo un’ottantina di iscritti e di lavoratori che operando all’interno dei cicli della metalmeccanica sono stati completamente riassorbiti dal contratto dei meccanici, che ancora offre qualche tutela economica in più rispetto a quello merci-logistica. Questa è una lotta che non riguarda solo l’applicazione del contratto corretto o più conveniente. Perché se dei lavoratori sono strutturali all’interno dell’impresa e l’appalto non è secondario, se cioè quei lavoratori sono il tuo core business, non ha senso che siano esternalizzati. Con un’operazione di questo tipo si dà centralità al luogo di lavoro e al lavoro stesso, riconoscendo che tutti sono sotto lo stesso tetto e quindi tutti devono stare sotto lo stesso contratto. Se ci aggiungiamo che è un contratto migliorativo per alcune prestazioni, ancora meglio. Ma c’è anche la necessità di ricreare unità tra i lavoratori senza cercare il protagonismo di questa o quella sigla e quindi questa o quella categoria.

La dico con una battuta che usiamo tra noi: se la Filt si svuota e perde le tessere, perché dimostriamo che i lavoratori devono essere reinternalizzati ma continuano a essere iscritti alla Cgil, forse abbiamo fatto il nostro dovere, che è quello di dare alle persone le migliori condizioni lavorative.

Gaddi: Come valutate il nuovo Ccnl logistica?

Righi: Innanzitutto, quel contratto è stato ottenuto senza scambi impropri, senza cedimenti dal punto di vista contrattuale. E questo perché nell’aprile 2021 c’è stata una forte mobilitazione dei lavoratori: anche in questa provincia, oltre alla forza storica che abbiamo nei magazzini della logistica, si è aggiunta una potente batteria di fuoco che è il mondo dei corrieri. Ovvero quei lavoratori che sono stati chiamati gli eroi della pandemia, gli stessi che sono stati colpiti nei loro diritti a causa del tentativo padronale di non rinnovare il contratto. Questi lavoratori hanno riempito le piazze di tutta Italia e hanno bloccato per ventiquattro ore l’e-commerce di questo paese e ci hanno dato molta forza. Se io guardo il contratto nazionale, direi innanzitutto che non ci sono stati cedimenti (per esempio nel campo della tutela della malattia e dell’orario di lavoro multiperiodale, cioè flessibile in un periodo di tempo), anche se è vero che non abbiamo avanzato su alcune posizioni di diritto; e in particolare su una miglior definizione del campo di applicazione del contratto logistica. La questione non è secondaria, data la concorrenza che subiamo dal contratto multiservizi da parte delle imprese che lo applicano impropriamente. Intanto devo dire che già la firma del contratto segna un punto importante: il mondo delle cooperative e di alcune sigle dell’autotrasporto che non firmavano mai il contratto nazionale, ma lo recuperavano magari due anni dopo, appena prima della scadenza, quest’anno non ha avuto scampo. O siamo tutti assieme, avevamo detto, o non si firma, e così è stato. Cioè tutte le sigle datoriali hanno sottoscritto quel contratto, così nel nostro territorio, ma in generale in tutta Italia, e questo fa una grande differenza. Il contratto nazionale ha un altro elemento buono, prosegue l’onda lunga di riacquisizione economica fatta dal contratto precedente e alla fine quando si arriverà all’ultima tranche di aumento, un lavoratore della logistica al quinto livello – la figura base, quella più diffusa dell’operaio della logistica – avrà la stessa Ral [retribuzione annua lorda, N.d.R.] di un terzo livello della metalmeccanica. Questo però non significa che abbiamo recuperato una logica di competizione interna rispetto alla Fiom, ma che la logistica non è più considerata la parente povera del lavoro o un tratto marginale non specializzato, piuttosto ambisce alla stessa dignità, anche economica, del principale contratto dell’industria italiana. La logistica allora diventa un’impresa vera, non solo più un luogo di sfruttamento, ma cerca di affrancarsi dal mero facchinaggio all’azienda, così le si riconosce di essere uno dei principali fattori di sviluppo di questo paese, che infatti muove otto punti di Pil. 

Noi però abbiamo un altro problema sul contratto nazionale. Soprattutto per i lavoratori che guidano. Il grande tema delle sanzioni per infrazioni del codice della strada ed eventuali danni, su questo argomento il contratto nazionale non è riuscito a dare una definizione nuova, né a ristabilire nuove regole di ingaggio e di pagamento. Le imprese sfruttano questa mancata definizione per fare pesare certi costi sui propri dipendenti; questa è la grande pecca del nuovo Ccnl.

Gaddi: Come sono i rapporti con gli altri sindacati? Penso in particolare al sindacalismo di base.

Leoni: Premetto che la situazione di Reggio Emilia è un po’ anomala, perché qui – in particolare negli ultimi tre anni – il sindacato di riferimento è la Filt-Cgil, e questo è dovuto anche alle difficoltà delle altre organizzazioni sindacali. Ma anche dal fatto che questa zona non ha visto una grande espansione del sindacalismo autonomo, perché pur con difficoltà e limiti la Camera del lavoro è sempre stata molto attenta al mondo della logistica. Anche il fatto che ci fosse Coopservice che applicava il contratto nazionale ha aiutato a far sì che non ci fosse un’esplosione di cooperative spurie e quindi un habitat ideale per il sindacato autonomo dell’epoca. 

Venendo però al sindacalismo di base. C’è stata una presenza del Si Cobas nel mondo della chimica in un’azienda che ha chiuso. Vediamo la presenza di un sindacato autonomo all’interno di un gruppo dei corrieri della Gls, dove siamo presenti anche noi, ma per la verità non c’è stata volontà da parte del Si Cobas di trovare forme di scambio o di collaborazione. C’è piuttosto un’atmosfera di competizione, ognuno parla con l’azienda da solo. Mentre con Adl Cobas ci sono stati due importanti episodi di collaborazione. Uno in occasione del cambio appalto per il magazzino di Centrale Adriatica, una lotta molto dura per vedere applicato il contratto nazionale e recuperare le spettanze, anche da cooperativa, cioè la quota sociale che rischiava di andare persa. Lì si è creato un patto, fondamentalmente sul campo, e più tra i lavoratori che tra le organizzazioni. Alla cooperativa Alice abbiamo avuto uno sciopero organizzato dalla Cgil, questo sciopero si è esteso al magazzino dove c’era una presenza molto forte dell’Adl Cobas. Io ho contattato a suo tempo il coordinatore dell’Adl qui a Reggio e gli ho detto che secondo me si trattava di una battaglia di tutti; lui è stato d’accordo, ha aderito quindi allo sciopero totale del magazzino per portare a casa il risultato. Abbiamo chiesto che, dato che si era creata un’unità tra i lavoratori, questa dovesse corrispondere anche all’unità tra le sigle sindacali. Cioè che non sarebbero stati fatti accordi senza chi rappresentava quei lavoratori in magazzino e quindi tutti, compresa la Cisl, ci siamo mossi per il cambio di appalto. L’accordo poi è stato firmato da Cisl, Filt-Cgil e Adl Cobas. Anche il successivo integrativo aziendale ha questa caratteristica, cioè sul campo i lavoratori riconoscono alla Cgil di aver aperto quella lotta, ai Cobas di esserci stati senza puntare a interessi locali; questo crea quindi uno spazio, certo tra i funzionari – sia politicamente che umanamente – ma anche tra i lavoratori. Oggi sarebbe impensabile andare a dire a quei lavoratori, da parte di Adl – come aveva fatto in passato –, «faccio un accordo senza i confederali che stanno dalla parte dei padroni». Né noi potremmo andargli a dire che siamo gli unici legittimati a fare un accordo perché abbiamo firmato il contratto nazionale. La legittimazione alle sigle viene da un percorso che a noi piace particolarmente: si fa la trattativa, e ogni risultato viene messo al voto segreto dei lavoratori. Questo ci sta garantendo un rapporto di leale collaborazione, pur con la competizione sugli iscritti. Stessa cosa è stata fatta dal collega Righi sempre con Adl, negli appalti alimentari, all’interno del fallimento della cooperativa Taddei (a cavallo tra Reggio e Parma), quando un gruppo di lavoratori aveva aderito ad Adl Cobas in magazzini che noi conoscevamo pochissimo. Si è cercato di collaborare, anche lì con un patto, dicendoci che tra organizzazioni un accordo si può trovare, ma che la legittimazione viene dai lavoratori. Bisogna però avere degli interlocutori che questi discorsi li vogliono fare, perché è più facile nascondersi dentro le logiche di organizzazione, e intendo da una parte e dall’altra: tu sei un venduto, sei un moderato; oppure no, tu non puoi esistere perché non hai firmato il contratto nazionale. Quindi delle collaborazioni si riescono a costruire tenendo al centro una pratica non tanto esclusivamente di radicalità, ma di contatto diretto con le persone che rappresentiamo, e questo si fa solo con le vertenze. Da qui si possono costruire relazioni interessanti anche con il sindacato di base.

La logistica in Italia. Intervista a Stefano Malorgio

Matteo Gaddi

Stefano Malorgio è segretario generale per la Filt – Cgil. L’intervista è stata registrata il 7 ottobre 2021.


Gaddi: Iniziamo da uno sguardo generale sulla logistica in Italia. Quali sono le tendenze in atto e i principali attori? Quali i problemi più rilevanti per il movimento sindacale e quale rapporto si intrattiene con le istituzioni? 

Malorgio: La pandemia da Covid-19 e la crisi del canale di Suez hanno messo in evidenza quanto sia centrale la logistica, sia per le merci di consumo finale, sia per il funzionamento delle catene di produzione che hanno una dimensione internazionale. Quindi la logistica ha palesato, con queste due crisi tra loro diverse, la sua centralità per l’Italia e per il mondo. La produzione è estremamente frammentata e diffusa capillarmente a livello internazionale, la logistica ne rappresenta il sistema nervoso: connette tutti i nodi dando vita alle supply chain. 

L’opinione pubblica si è resa conto di questa centralità, sui media se ne è parlato tantissimo, eppure il tema non è altrettanto centrale nella discussione politica. O meglio, non lo è per la politica italiana.

Per altri Stati non è così, infatti molti dei grandi attori della logistica internazionale sono proprio degli Stati. Basta pensare alla Cina: questo Paese fa della logistica quello che gli Usa hanno fatto di Hollywood, cioè un elemento di egemonia. Questa strategia comporta grandi investimenti e decisioni strategiche da parte della politica; un esempio chiarissimo è il progetto della Via della Seta. Non si tratta solo di enormi investimenti in infrastrutture, ma significa anche relazioni internazionali e controllo di molti snodi e corridoi decisivi.

Oppure pensiamo al fatto che il 90% delle merci viaggia via mare; questo mercato è in mano ai grandi armatori che sono organizzati in tre grandi alleanze internazionali: una con baricentro europeo, una negli Usa e una in Cina. Cioè nel caso degli armatori siamo di fronte a un vero oligopolio. 

Questi grandi gruppi stanno sviluppando una capacità di penetrazione anche nel mercato di terra. In altre parole controllano tutta la filiera: dalla nave alla banchina (grazie al fatto che acquisiscono il controllo dei terminal portuali) e da lì sviluppano il resto della catena logistica secondo logiche di forte integrazione verticale che mettono assieme nave, banchina e mezzi di terra come i treni. Si tratta di strategie che puntano a ottenere il governo dell’intera filiera. In questo modo un settore così strategico finisce per essere in mano a un oligopolio internazionale. 

Anche l’Europa, che pure è attentissima alla regolazione del mercato e che non perde occasione di agire contro qualsiasi intervento che secondo loro somigli a degli aiuti di Stato o a una distorsione della concorrenza (pensiamo alla vicenda Alitalia), ha applicato per due volte delle deroghe alla normativa anti-trust in presenza di operazioni fatte da armatori, si tratta del regolamento conosciuto come Consortia Block Exemption Regulation

Gaddi: Sul Pnrr hai qualcosa da dirci? Che cosa vi aspettate dal piano di investimenti?

Malorgio: Possiamo usare una metafora e dire che nel Pnrr per la logistica c’è tanto hardware ma poco software. Cioè sono previste tante opere infrastrutturali, ma c’è pochissimo la dimensione della politica industriale. Lo Stato italiano non dispone di leve per farla in questo settore e nemmeno per rapportarsi con i grandi colossi privati. Per esempio, se un armatore decide di non andare più in un porto quel porto chiude. Non essendoci nessun armatore italiano il rischio di non avere peso nelle scelte industriali mi pare oltremodo alto. 

A questo si aggiunge il fatto che le aziende italiane sono fuori dai grandi gruppi della logistica che sono tutte imprese straniere: americane, cinesi, francesi, tedesche, danesi, svizzere. Facciamo qualche esempio: Dhl è delle poste tedesche (Deutsche Post), Brt è a controllo francese, Gls fa parte del gruppo inglese Royal Mail, FedEx nasce da un’operazione fatta tra olandesi e americani, ecc.

Anziché affrontare i temi della logistica da un punto di vista di politica industriale il Pnrr mette tanto hardware, cioè infrastrutture che per certi versi vanno bene, ma lasciano che la logistica italiana rimanga un settore frammentato in tante imprese, alcune molto piccole e con scarsi mezzi. Questo ha pesanti conseguenze, sia in termini di organizzazione del lavoro e della sua qualità, sia in termini di contrattazione: con la bassa marginalità che riescono a fare le piccole imprese italiane ci sono spazi stretti di contrattazione salariale. 

Gaddi: Quali sono state le principali vertenze seguite da Filt nell’ultimo periodo? Spiegaci anche i contenuti delle vertenze, i risultati ottenuti, le forme di iniziativa sindacale e di lotta che sono state adottate…

Malorgio: La Filt si è mossa su tre grandi binari.

Uno è stato il rinnovo del contratto nazionale della logistica che è un contratto di filiera, cioè impone l’applicazione dello stesso Ccnl a tutta la filiera e prevede l’obbligo di clausola sociale in caso di cambio appalto. In questo senso esso copre ciò che la legge lascia scoperto, cioè la regolazione sugli appalti privati. Ovviamente non supplisce a tutti i problemi, ma da questo punto di vista rimedia a un’evidente carenza della legge e tiene assieme un settore che in mancanza di un contratto unico avrebbe visto un ulteriore proliferare di contratti in concorrenza al ribasso.

In questo senso è stato un importante risultato il fatto che sia stato sottoscritto nello stesso momento da tutte le associazioni datoriali del settore (spedizionieri, e-commerce, logistica, autotrasporto, cooperazione dentro e fuori dalla filiera, artigiani) dando così copertura a circa un milione di lavoratori. 

Oltre a questo, come Filt, abbiamo cercato di sindacalizzare e contrattualizzare settori che in precedenza erano scoperti. Citerei due casi: Amazon e i rider. 

Per Amazon siamo di fronte al primo accordo in Europa e forse nel mondo in cui si riconosce un sistema di relazioni, tanto che anche a livello locale si sta dando avvio alle prime contrattazioni e in cui si istituisce un premio di risultato.

Per noi l’obiettivo era quello di entrare in un settore che non era sindacalizzato e che se lasciato scoperto avrebbe contribuito a destrutturare ulteriormente il mondo del lavoro. Amazon infatti è un colosso e quindi rappresenta un modello di organizzazione e regolazione del lavoro che produce effetti più ampi, è un esempio generale che rischia di investire grandi parti del mondo del lavoro.

Per intervenire in Amazon siamo partiti dal punto in cui avevamo maggiore forza, cioè dal settore dei driver che era stato sindacalizzato con buoni risultati e da lì abbiamo progressivamente coinvolto tutto il gruppo. Devo dire che almeno in questa occasione l’intervento della politica è stato positivo. L’impegno del ministro del Lavoro a convocare le parti nel mezzo della vertenza è risultato essere molto importante e ha dato l’idea di uno Stato che poneva a una multinazionale la questione della difesa di un sistema di relazioni del Paese che andavano rispettate. Manca da chiudere l’accordo con le aziende che lavorano in appalto, stiamo provando a realizzarlo proprio in questi giorni. Non tutto è risolto ovviamente, anzi. Oggi però almeno abbiamo un primo strumento di interlocuzione.  

Sempre in questo filone colloco il lavoro svolto con la Cgil sui rider. L’accordo sottoscritto in Just Eat, una delle più grandi e strutturate multinazionali del delivery, riconosce a quei lavoratori il lavoro subordinato e il Ccnl della logistica nel quale, già a partire dal precedente rinnovo, era stata inserita la figura del rider. Anche in questo caso si tratta di dare diritti a quei lavoratori ma anche impedire che avanzino modelli di indebolimento del lavoro. Rimane ancora da fare ma senza dubbio si è smontato il teorema di chi diceva che il contratto e il lavoro subordinato non erano adatti a rappresentare questa nuova frontiera del lavoro. 

Il terzo grande binario sul quale ci siamo mossi è stato quello delle internalizzazioni, di cui la vicenda più nota è quella di FedEx (Tnt). Anche in questo caso si arriva all’accordo a seguito delle lotte che ci sono state e che hanno messo in luce una fragilità sulla quale anche l’azienda non poteva più reggere: la filiera si era talmente allungata che era diventata ingestibile sia da un punto di vista del lavoro che del controllo della produzione. Per cui mettendo in evidenza questo elemento di debolezza abbiamo iniziato a spingere per l’internalizzazione di tutte le fasi che fanno parte del ciclo produttivo di FedEx.

Sempre in questo filone abbiamo le recenti internalizzazioni in Dhl Supply Chain. Insomma siamo di fronte a un possibile cambio di fase. Non pensiamo che tutto sia internalizzabile. Pensiamo però che si debba tornare a una forma in cui l’appalto è un elemento gestionale e non di riduzione di costi del lavoro e dei diritti. Il Ccnl di filiera è stato decisivo in questo ambito avvicinando sempre di più la condizione dei lavoratori diretti a quella degli indiretti, rendendo sempre meno convenienti le esternalizzazioni. Allo stesso tempo erano ormai evidenti le contraddizioni di un sistema che esternalizzava tutto scaricando sulle aziende committenti controlli che non riuscivano più a fare e inficiava la capacità di gestione stessa del ciclo produttivo. Questa è la contraddizione in cui ci siamo inseriti. 

Per raggiungere questi risultati abbiamo fatto sia conflitto che contrattazione: il settore della logistica è sicuramente caratterizzato da lotte molto forti, con blocco ai cancelli, scioperi, picchetti, ma è anche un settore dove grazie all’organizzazione dei lavoratori si riescono a fare contrattazioni. È un settore molto sindacalizzato e complesso, ci trovi lotte estreme, ma non solo, si fa anche contrattazione.

Gaddi: L’accordo con FedEx sulle internalizzazioni ha suscitato uno scontro fortissimo con il sindacalismo di base, perché? 

Malorgio: Tnt aveva un sistema molto esternalizzato. Quando si fonde con Fedex, la seconda porta una filosofia per cui tutto deve essere gestito internamente, escluse quelle poche cose per cui è quasi obbligatorio fare degli appalti. I due modelli entrano inizialmente in conflitto ma a un certo punto il modello FedEx prevale e si inizia quindi un lavoro di internalizzazione degli appalti. Mentre si sta discutendo l’accordo quadro su tale materia, l’azienda decide di chiudere l’impianto di Piacenza con un impatto su 260 lavoratori. Lì noi siamo poco presenti, se non pochissimo, mentre sono fortemente radicati i Si Cobas. Noi ci siamo trovati quindi incastrati in una situazione in cui da un lato si realizza un risultato storico – cioè si internalizzano i lavoratori – ma dall’altro lato chiudono l’impianto di Piacenza. 

Qui nasce lo scontro con l’azienda che però si riverbera sulla Cgil, tanto che le prime manifestazioni del Si Cobas sono contro la Camera del lavoro di Piacenza, come se fossero state la Cgil o la Filt di Piacenza ad aver firmato un accordo di chiusura dell’impianto di Piacenza. Quella vicenda produce una serie di blocchi in giro per l’Italia, anche in settori che non c’entravano direttamente. Nel mezzo accadono i gravissimi fatti della Lidl di Novara con la morte del sindacalista dei Si Cobas, Adil Belakhdim, in un impianto dove si applica il Ccnl del commercio. Anche quella vicenda viene usata soprattutto contro la Cgil segnando un’ulteriore frattura che però non ha fatto altro che rafforzare l’azienda impedendo di condurre una battaglia assieme. A nulla sono valsi i nostri appelli all’unità del lavoro.  

Qualche giorno fa abbiamo sottoscritto un accordo con FedEx che definisce un certo numero di ricollocazioni e di risorse economiche per chi non accetta la ricollocazione. Un accordo necessario: dopo mesi i lavoratori, anche quelli non iscritti con noi,  ti chiedono che cosa fare. Abbiamo fatto un’assemblea, settanta persone su duecentosessanta si sono presentate e hanno votato a favore. Abbiamo detto a FedEx che quell’accordo è a disposizione di chi lo accetta e non ha valore per tutti, non avendo la maggioranza degli aventi diritto.

Gaddi: Ci sono state (e ci sono) esperienze di cooperazione con altre categorie Cgil per alcune vertenze o temi generali? Penso alla contrattazione di sito o di filiera, alle internalizzazioni.

Malorgio: Amazon è stata un’esperienza di cooperazione. L’azienda infatti applica il contratto merci e logistica in tutta Italia, a parte l’impianto di Piacenza. Abbiamo lavorato soprattutto con Nidil [Nuove Identità di Lavoro, categoria sindacale Cgil che rappresenta i lavoratori atipici (somministrati, collaboratori, autonomi, disoccupati), N.d.R.], questo perché nei magazzini di Amazon – dove ci sono i lavoratori diretti della multinazionale – ci sono soprattutto lavoratori interinali, atipici; e sono rappresentati da Nidil. Qui si annidano anche condizioni di lavoro molto complicate. Con Nidil e con i corrispondenti di Cisl e Uil abbiamo sottoscritto un accordo con Amazon. Adesso dovremo affrontare il tema della precarietà del lavoro lì dentro e ovviamente bisogna provare a unificare sempre più i lavoratori.

Bisognerebbe però compiere un passo avanti sul piano della cultura complessiva della Cgil, come stiamo provando a fare in questa conferenza di organizzazione; voglio dire che per molto tempo la logistica è stata considerata altro dalla produzione, non solo dalle imprese, ma anche da noi. Nel senso che per lungo tempo i metalmeccanici o i lavoratori e le lavoratrici dell’agroalimentare o della grande distribuzione si percepivano altra cosa dai lavoratori e dalle lavoratrici della logistica. Quindi la Cgil, che vuole iniziare a ragionare su forme di contrattazione inclusiva, deve per prima cosa fare in modo che questi lavoratori si parlino e bisogna provare a metterli assieme. L’esempio di Amazon è positivo, non è l’unico: qui c’è una grande funzione confederale che va svolta e organizzata, anche con forme di coordinamento regionale; e questo però è un punto su cui dobbiamo ancora fare tanto.  

Gaddi: Come sono i rapporti con gli altri sindacati, in particolare con i sindacati di base?

Malorgio: I rapporti con gli altri sindacati confederali sono buoni. Invece, con i sindacati autonomi abbiamo rapporti a macchia di leopardo. Nell’ultima fase, con la vicenda FedEx (Tnt) i rapporti sono stati molto duri. In alcuni casi sono proprio diversi gli obiettivi; la nostra idea è quella di lavorare per dare dignità a quel lavoro, che significa salario, ma anche diritti e garanzie. Dall’altro lato la sfida è quella di spingere molto di più sul salario, in particolare sul salario netto e questo è un punto molto complicato. Spesso alle aziende conviene quest’ultima soluzione, nel senso che chiudere le vertenze, per esempio, pagando di più una trasferta, è molto più semplice che non portarsi a casa le internalizzazioni o l’applicazione corretta del contratto nazionale. Su questo, quando ci furono i fatti di Novara, io lanciai un appello su Repubblica dicendo che era il caso di chiudere questa fase di conflitto tra sindacati confederali e di base, e provare a darci un obiettivo più alto, come quello di riuscire a dare dignità politica a questi lavoratori e a questo lavoro: battiamoci per una legge sugli appalti privati e soprattutto proviamo a evitare di fare una battaglia appalto per appalto per le imprese, ma proviamo a costruire una vertenza generale. Purtroppo quell’appello, a oggi, è rimasto inascoltato, non ha ricevuto dei no, ma nemmeno dei sì.

Il clima, nel momento in cui ti sto parlando, non è di scontro aperto, ma la situazione è molto aleatoria; anche perché il sindacato autonomo della logistica è molto frammentato, diviso tra territori e manca un punto di sintesi. Spesso quindi ogni territorio dà una risposta sua, con qualcuno litighi, con altri collabori, con qualcuno ti guardi un po’, con altri non incroci nemmeno lo sguardo. Non c’è insomma una struttura omogenea di discussione.

Gaddi: Ti chiedo di approfondire il discorso che hai fatto sul possibile valore del contratto nazionale come contratto di filiera. Sempre sulla scia di quello che hai detto e cioè che non basta un contratto di filiera per la logistica, ma serve una dimensione successiva. Come Filt state facendo qualche proposta?

Malorgio: Sì, noi abbiamo fatto una proposta alla segreteria nazionale. Diciamo che la questione è questa: se hai contratti molto larghi, laddove siano impropriamente applicati ed esiste un altro contratto, tu fai la vertenza per la giusta applicazione del contratto di competenza. Lo so che è una contraddizione che la Cgil possa fare vertenze su contratti che lei stessa ha firmato, ma certi contratti, per come sono fatti e per quanto sono larghi, in molti ambiti risultano impropriamente applicati. Il primo elemento di proposta è che quella diventi una strategia confederale. La seconda proposta è la costruzione del coordinamento tra delegati, non tanto di sito (tipo un aeroporto), ma piuttosto per mettere insieme, per fare un esempio, i lavoratori della produzione con i lavoratori della logistica. Il nostro punto di forza nella logistica è stato riuscire a dialogare contemporaneamente con la committenza e con le aziende appaltanti. Se però il committente non è un interlocutore della categoria, per arrivare a lui e migliorare le condizioni di quel lavoro devo avere con me la sua categoria e i rispettivi delegati. Allora l’idea è di costruire dei coordinamenti tra i delegati che insistono sullo stesso impianto vedendo l’insieme della produzione, non solo produzione e vendita, ma anche tutta la filiera della logistica.

Gaddi: Interessante, anche perché ormai buona parte delle logistiche che servono le manifatture sono tutte esternalizzate.


Malorgio: E ormai non si torna più indietro. Ormai le aziende che fanno servizio logistica per le imprese sono colossi, hanno le loro specificità e non li puoi più rimettere dentro un contratto diverso. Il punto allora è garantire che le tariffe permettano l’applicazione di quel contratto, perché altrimenti è il caos totale. Altrimenti succede che l’applicazione del contratto in filiera è reale, perché abbiamo per controparte la committenza corretta che è la mia stessa appaltante. Fuori filiera invece trovi contratti che fanno dumping e la tariffa non riesce a permettere il pagamento del contratto merci e logistica, e quindi le aziende non lo applicano. E allora ti serve da un lato la strategia sindacale e dall’altro serve la battaglia sulla legge per gli appalti privati.

Un Pnrr per i lavoratori. Il caso di due filiere produttive nel Bellunese

Matteo Gaddi

Dopo aver pubblicato articoli di analisi e critica del Pnrr, riportiamo qui una serie di riflessioni  scaturite dal lavoro che alcune categorie e strutture locali della Cgil hanno condotto, con il decisivo contributo di delegati di fabbrica e di tanti lavoratori, per elaborare proposte di politiche industriali che si ispirano a logiche diverse da quelle del Governo ma che sono in grado d’intercettare i finanziamenti del Pnrr.

Partiremo dal caso del territorio bellunese, dove prenderemo in considerazione due specializzazioni produttive: quella degli occhiali e quella degli elettrodomestici che, seppur diverse per tipologia di prodotto e per dati economici e occupazionali, presentano comunque diverse affinità; le categorie sindacali che hanno partecipato al lavoro di ricerca, oltre al livello confederale, sono la Filctem (la Federazione dei lavoratori chimici e tessili) e la Fiom (la Federazione dei metalmeccanici).

Uno sguardo ai flussi di import-export dei due settori

I dati relativi alle esportazioni e importazioni sono importanti per fornire indicazioni sull’andamento della produzione e su eventuali processi di sostituzione di volumi produttivi nazionali con importazioni dall’estero. 

Analizziamo innanzitutto i dati relativi alle esportazioni e importazioni di montature e supporti per occhiali, cioè del componente centrale di questo prodotto. Nella parte superiore della Tabella 1 sono riportati i dati di esportazioni e importazioni in termini di peso per gli anni 1995, 2000, 2010 e 2020, mentre nella parte inferiore ci si è focalizzati sugli ultimi cinque anni.

Le esportazioni aumentano nel 2020, del 41,9% rispetto al 1995, ma la crescita delle importazioni è impressionante (706,26%); inoltre, mentre le esportazioni nel 2020 calano del 10,3% rispetto al 2010, le importazioni continuano ad aumentare, seppur a un tasso inferiore (+6,39%) rispetto ai picchi degli anni precedenti. Ne consegue un netto peggioramento dell’indice esportazioni/importazioni, che passa da 7,45 di inizio periodo a 1,31 nel 2020.

Tabella 1. Esportazioni ed importazioni di montature e supporti per occhiali. Periodi 1995-2020 e 2016-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
19952.403.822322.658
20002.667.05610,95632.61896,06
20103.804.22642,642.445.201286,52
20203.411.146-10,332.601.4786,3
Variazione % totale41,9706,26
20164.535.6562.983.816
20174.699.7113,623.370.11712,95
20184.164.255-11,393.466.2172,85
20194.380.3345,193.475.3580,26
20203.411.146-22,132.601.478-25,15
Variazione % totale-24,79-12,81
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Focalizzandoci sugli ultimi 5 anni, possiamo notare che le esportazioni nel 2020 sono calate del 24,79% rispetto al 2016, mentre le importazioni sono calate solo del 12,81%.

In entrambi casi è plausibile ritenere che sia stata la crisi Covid-19 a impattare notevolmente, a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia che hanno prodotto effetti notevoli sul commercio internazionale. 

Da questi dati, quindi, risulta evidente che una quota assai rilevante di montature e supporti utilizzati per la produzione di occhiali in Italia non viene  prodotta a livello nazionale, ma importata dall’estero.

Tabella 2. Importazioni di montature e supporti per occhiali, per paese

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Cina32,22Cina79,61Cina80,75
Austria17,21Slovenia8,12Austria6,68
Francia12,84Germania3,38Slovenia2,47
Germania 11,51Austria2,15Olanda2,43
Slovenia9,48Francia0,91Germania1,39
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Come si può notare, in tutti gli anni considerati (i dati per il 1995 non sono disponibili) la Cina occupa la prima posizione con una crescita impressionante della sua quota che nel 2000 era di poco superiore al 30%,  per poi arrivare attorno all’80% della produzione di componenti.

Invece, dal punto di vista del prodotto finito sono stati elaborati solo i dati degli occhiali da sole.

Tabella 3. Esportazioni ed importazioni di occhiali da sole. Periodi 1995-2020 e 2016-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
19951.199.167453.801
20002.790.031132,661.456.281220,91
20107.680.209175,271.760.44420,89
20206.437.270-16,182.221.27326,18
Variazione % totale436,81389,48
20162.883.884
20179.262.2003.022.8224,82
20188.667.917-6,422.703.831-10,55
20198.683.5360,182.978.79910,17
20206.437.270-25,872.221.273-25,43
Variazione % totale-30,50-22,98
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

In questo caso si nota un andamento diverso rispetto al caso precedente: le esportazioni nel 2020 crescono del 436,81%, mentre le importazioni del 389,48%. 

Anche se in questo caso il divario tra esportazioni e importazioni è di un ordine di grandezza diverso rispetto a quello delle montature, si assiste comunque a un incremento notevole dei quantitativi importati, a testimonianza del fatto che una quota significativa anche di prodotto finito viene realizzata all’estero. 

Tabella 4. Importazioni di occhiali da sole per paese 

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Cina57,81Cina55,22Cina54,96
Irlanda9,66USA10,68USA11,88
Francia9,09Slovenia10,56Portogallo7,2
Austria6,27Francia5,61Irlanda3,84
Altri Asia5,89Altri Asia4,69Olanda3,74
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Anche in questo caso, che riguarda il prodotto finito, è la Cina a occupare la prima posizione, seppur con una percentuale più bassa rispetto al caso delle montature. 

Questa differenza di dati tra montature (prodotto intermedio) e occhiali da sole (prodotto finito) mette in evidenza due cose:

  • l’incremento della produzione in paesi a basso costo del lavoro di input intermedi (che potrebbero essere prodotti in Italia, anche alla luce del fatto che stiamo parlando di prodotti che si fregiano dell’etichetta di Made in Italy);
  • la grande fragilità della catena di produzione dell’occhiale, che dipende in grande misura dalle forniture dall’estero.

Passiamo ora al settore degli elettrodomestici. Qui ci siamo concentrati su un solo prodotto finito (impianti di refrigerazione e congelamento) e un solo prodotto intermedio (compressori). 

Tabella 5. Esportazioni e importazioni di impianti di refrigerazione e congelamento. Periodo 1995-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
1995426.434.08038.367.160
2000526.190.24523,3964.440.50467,96
2010312.443.400-40,62175.630.568172,55
2020283.184.369-9,361.888.011.3457,5
Variazione % totale-33,59392,1
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

In questo caso, mentre le esportazioni del 2020 rispetto a quelle del 1995 calano del 33,59%, le importazioni crescono in maniera molto consistente, del 392,10%. Segno di una evidente sostituzione della produzione nazionale con importazioni dall’estero.

È interessante notare i cambiamenti che sono intervenuti tra i paesi dai quali importiamo il prodotto finito.

Tabella 6. Importazioni per paese di impianti di refrigerazione e congelamento

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Spagna14,02Cina26,32Cina37,16
Francia13,75Turchia12,25Turchia15,94
Germania13,21Polonia11,15Polonia12,79
Corea del Sud8,02Germania8,02Romania7,52
Turchia6,72Ungheria5,81Germania5,48
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Mentre nel 2000 le prime tre posizioni erano occupate da paesi dell’Europa occidentale, nel tempo il cambiamento appare molto significativo: nel 2010 e nel 2020 sono occupate da Cina, Turchia e Polonia, mentre dei due paesi rimanenti solo la Germania si mantiene nei primi cinque. 

In sostanza, nel 2010 e 2020 ben 4 posizioni su 5 sono occupate da paesi a basso costo del lavoro.

I processi di delocalizzazione hanno investito pesantemente il settore degli elettrodomestici: mentre una volta l’Italia era uno dei principali produttori a livello mondiale, nel corso del tempo i volumi sono crollati, soprattutto a seguito del loro spostamento verso i paesi a basso costo del lavoro.

Questa riduzione dei volumi prodotti, provocata dai processi di riorganizzazione delle multinazionali dell’elettrodomestico, ha avuto conseguenze anche sulla produzione di componentistica, come nel caso del compressore.

Tabella 7. Esportazioni e importazioni di compressori, del tipo utilizzato negli impianti di refrigerazione. Periodi 2000-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
200083.222.13294.072.096
201053.596.047-35,661.044.681-35,11
202026.801.569-50,0057.724.776-5,44
Variazione % totale-67,79-38,64
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Le esportazioni nel 2020 sono calate del 67,79% rispetto al 2000, e così pure le importazioni, ma di una percentuale inferiore (38,64%).

In questo caso ci troviamo di fronte a dati diversi rispetto a quelli delle montature per occhiali.

Nel caso delle montature crescevano le esportazioni ed esplodevano le importazioni: la filiera dell’occhiale si è ristrutturata mantenendo una parte di produzione del prodotto finito in Italia (nonostante volumi ingenti di prodotto finito siano andati all’estero) e delocalizzando pesantemente la produzione di input intermedi all’estero.

Nel caso dell’elettrodomestico, invece, il crollo della produzione di prodotto finito in Italia ha avuto l’effetto di penalizzare tanto la produzione interna quanto l’importazione di componentistica.

Tabella 8. Importazioni  per paese di compressori del tipo utilizzato negli impianti di refrigerazione

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Slovacchia20,64Brasile18,36Germania36,87
Brasile10,2Francia13,98Cina21,21
Austria9,06Germania13,2Slovacchia12,12
Spagna8,43Cina11,06Brasile6,89
Belgio8,37Belgio9,65Francia6,78

Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade [Nota: il codice Comtrade utilizzato non consente di distinguere tra compressori utilizzati per grandi impianti e quelli destinati agli elettrodomestici di casa: per quest’ultima tipologia infatti, è la Cina a svolgere un ruolo preponderante come vedremo anche in seguito].

La rete di produzione

In entrambi i settori considerati la produzione è stata riorganizzata attraverso profondi processi di esternalizzazione e, come abbiamo visto, di delocalizzazione.

Nel caso dell’occhialeria il processo produttivo è stato scomposto e diverse fasi sono state affidate a imprese localizzate sia all’estero che sul territorio, queste ultime in genere di dimensioni molto piccole.

La maggior parte delle minuterie e dei semilavorati forniti dall’estero proviene dalla Cina:  a causa di difetti e problemi di qualità, molte volte questo materiale deve essere “ripreso” dai lavoratori degli stabilimenti bellunesi, che in questo modo vedono intensificata la loro prestazione, dovendo, oltre alle mansioni “normali” svolgere anche queste operazioni aggiuntive.

La qualità che garantivano i terzisti del territorio era migliore rispetto a quella delle forniture cinesi: in precedenza c’erano imprese del Bellunese specializzate in una fase in grado di produrre elevati volumi con ottima qualità.

Le grandi imprese dell’occhialeria bellunese hanno sempre fatto ricorso a massicce esternalizzazioni verso piccole o piccolissime imprese del territorio che si muovevano in un contesto di forte concorrenza sui prezzi: le aziende committenti pagavano al pezzo imponendo un continuo abbassamento dei costi e una competizione al ribasso. Ovviamente la concorrenza sui prezzi esercitata dalle produzioni cinesi ha completamente spiazzato i fornitori del territorio, già ampiamente indeboliti da questa corsa al ribasso sui prezzi.  

In genere la decisione di esternalizzare alcune fasi del processo produttivo dell’occhiale dipende da almeno quattro ordini di ragioni:

a) l’abbassamento dei costi di produzione; 

b) i carichi di lavoro, in quanto i picchi di ordini a volte sono tali da non poter essere evasi con la disponibilità di personale e le capacità impiantistiche interne all’azienda;

c) il tipo di lavorazione da svolgere: alcune imprese produttrici di occhiali, infatti, non si sono mai strutturate per realizzare internamente alcune fasi del processo, cioè non hanno mai investito per l’acquisto dei macchinari o l’assunzione di personale specializzato;

d) le decisioni assunte dai brand, cioè dalle grandi imprese che detengono la proprietà dei marchi e che, in quanto tali, assegnando una commessa produttiva decidono quali fasi possono essere esternalizzate e quali devono essere eseguite internamente.

Riorganizzazione della catena gerarchica del ciclo produttivo

Dal punto di vista del processo tecnologico, tutte le fasi possono essere esternalizzate, da quelle iniziali a quelle finali. Per esempio, una volta realizzato lo “scheletro” dell’occhiale, questo può essere affidato a imprese esterne per le lavorazioni di abbellimento. 

In alcuni casi l’esternalizzazione riguarda una fase “ampia” del processo produttivo, per esempio, quando un’azienda esterna si occupa di lavorazioni sulla plastica deve realizzare  necessariamente tutte le fasi che compongono questo processo. 

Questo doppio processo di esternalizzazione, cioè verso l’estero e/o verso le imprese del territorio, ha conseguenze piuttosto problematiche.

Dal punto di vista delle delocalizzazioni le conseguenze principali riguardano: a) la perdita di posti di lavoro e di volumi di produzione sul territorio; b) problemi di qualità delle forniture; c) rischi di interruzione della catena di fornitura. 

Dal punto di vista delle esternalizzazioni alle imprese del territorio, i principali problemi sono determinati dalla piccola o addirittura piccolissima dimensione delle imprese fornitrici o terziste. Questo determina: a) la loro incapacità di effettuare investimenti (si pensi all’acquisto di macchine Cnc o di macchine per lavorazioni galvaniche); b) la loro debolezza dal punto di vista finanziario, in particolare per quanto concerne l’accesso al credito; c) la fragilità congenita per cui a una situazione di crisi può corrispondere la cessazione dell’attività di impresa; d) la difficoltà a formare il personale o a svolgere attività di ricerca e sviluppo; e) l’estrema dipendenza dagli ordini e dalle condizioni imposte dalla committenza. 

Per quanto concerne il punto e), questo aspetto non riguarda più soltanto le imprese fornitrici o terziste, ma anche i produttori di occhiali. 

La presenza sul mercato dell’occhialeria bellunese di Kering e Lvhm ha cambiato completamente la situazione. Questi grandi gruppi della moda sono i detentori dei marchi la cui produzione, in base ai vari modelli, viene assegnata come commessa alle imprese del territorio, non solo quelle piccole, ma anche a nomi storici come Safilo, De Rigo, Marcolin, ecc., i quali per accaparrarsi le commesse sono costretti ad accettare le condizioni imposte dai grandi gruppi su costi e tempi di consegna. Questo aspetto, ovviamente, sta scatenando una forte concorrenza tra le imprese del territorio e crea delle difficoltà nella programmazione della produzione.

Questa situazione, se da una parte garantisce volumi produttivi alle imprese costruttrici, dall’altra comporta una serie di problematiche: a) debolezza derivante da situazioni di monocommittenza; b) continua pressione sui costi da parte della committenza che si scarica esclusivamente sul fattore lavoro; c) modalità di trasmissione degli ordini di produzione, con i relativi volumi, che obbligano le imprese costruttrici a riformulare continuamente la loro organizzazione produttiva (inclusa la catena di fornitura), limitando la possibilità di pianificazione dei processi.  

In sostanza i grandi gruppi controllano il primo anello (detengono il marchio, e al massimo il disegno di stile) della catena e l’ultimo (la distribuzione commerciale); per il resto – dalla progettazione alla produzione, passando per la logistica – utilizzano le imprese del territorio.

Il terzo grande attore del territorio è Luxottica che ha imposto un sistema in base al quale assegna le commesse ai produttori, i quali stoccano i pezzi prodotti in un magazzino ma vengono pagati solo quando Luxottica preleva dal magazzino il prodotto finito (chiedendo uno sconto) e addossando al fornitore anche il costo del deposito.

Cambiamenti nella filiera dell’elettrodomestico

Vediamo il caso dell’elettrodomestico, ma prima facciamo un passo indietro. 

Negli anni Sessanta la Zanussi avvia un processo di integrazione verticale delle produzioni, realizzando internamente i componenti principali degli elettrodomestici, tra cui i compressori. Nel marzo 1985, a seguito dell’acquisizione da parte di Electrolux, il piano di riorganizzazione del gruppo Zanussi affronta il tema della componentistica prevedendo solo investimenti “difensivi”; nel corso degli anni il disimpegno di Electrolux nei confronti della produzione di componenti si accentua arrivando alla cessione della produzione di compressori.

Si verifica quindi un processo di disintegrazione “verticale” del Gruppo. La cessione a operatori esterni della componentistica e i processi di riorganizzazione internazionale che hanno pesantemente investito anche questo settore finiscono per determinare la situazione attuale, caratterizzata da un elevato livello di fragilità della catena produttiva.  

Questa fragilità investe in particolar modo il compressore, che costituisce il componente chiave degli impianti di refrigerazione: il suo funzionamento governa quello complessivo dell’impianto di refrigerazione e impatta notevolmente sui consumi energetici.

Nei prossimi due anni la produzione di frigoriferi in Europa sembra attestarsi su livelli significativi, come si vede dalla tabella 9. 

Tabella 9. Le previsioni di produzione di frigoriferi in Europa (in pezzi)

Costruttore20212022
Arcelik6.000.0006.000.000
Bosch4.050.0004.100.000
Electrolux2.700.0002.700.000
Liebherr2.000.0002.100.000
Samsung1.500.0001.500.000
Vestel3.400.0003.500.000
Whirpool3.850.0003.850.000
Totale28.100.00028.500.000
Fonte: nostri calcoli sui piani industriali e i bilanci delle imprese.

In Europa nei prossimi anni è prevista una produzione di frigoriferi superiore a 28 milioni di pezzi. A questi si dovrebbero aggiungere anche gli impianti di refrigerazione a uso industriale. 

La domanda è: chi, e da dove, fornirà i compressori necessari a questi frigoriferi?

Il mercato mondiale dei compressori domestici e commerciali vale in totale 170 milioni di pezzi, di cui 140 destinati all’elettrodomestico di casa, e i restanti 30 a uso commerciale (professionali, banchi frigo ecc.).

Il numero di produttori di compressori si è notevolmente abbassato nel corso degli ultimi decenni e la produzione ha conosciuto un processo di concentrazione aziendale e geografica notevole.

In Cina producono Jiaxipera (35 milioni di pezzi), Gmcc (30  milioni), Donper (20 milioni), Wanbao (15 milioni). La giapponese Nidec, grazie a una serie di acquisizioni, produce oltre 35 milioni di pezzi con siti localizzati in Brasile, Cina e Slovacchia. Le coreane Samsung e Lg  e la giapponese Panasonic hanno le produzioni localizzate prevalentemente in Cina, mentre un altro grande produttore è Tee (del gruppo turco Arcelik). Oltre a Secop, la cui produzione è localizzata in Slovacchia e Cina, l’unico produttore europeo di compressori è Acc di Belluno. 

Dei 140 milioni di compressori per frigoriferi domestici prodotti a livello mondiale, solo 12 milioni  (comprendendo anche Russia e Turchia) sono prodotti in Europa, cioè solo l’8,5%.

Tabella 10. Quote di mercato dei compressori in Europa nel 2018 

ProduttoreQuota di mercato in %
Jiaxipera38
Embraco13
Tee9
Secop7
Acc 7
Donper7
Gmcc6
Samsung6
Altri3
Atlant3
Wanbao2
Panasonic1

In sostanza, le produzioni europee di frigoriferi dal punto di vista del compressore dipendono in larghissima misura da forniture localizzate in altre aree del mondo. 

Il venir meno di Acc, che è l’unico produttore europeo, non farebbe che incrementare ulteriormente questa dipendenza. 

La ricostruzione e il rafforzamento delle filiere industriali dell’occhiale e dell’elettrodomestico

In entrambi i casi la produzione del prodotto finito risulta fortemente dipendente da catene di produzione sempre più frammentate e geograficamente disperse.

Questo costituisce indubbiamente un elemento di fragilità in quanto qualsiasi shock (una pandemia, il blocco di importanti canali di trasporto, ecc.) può determinare l’interruzione della catena di produzione. 

La prossimità geografica rispetto alla produzione del prodotto finito, consente di accorciare le filiere, ridurre i tempi di consegna, ridurre i costi economici e ambientali dei trasporti, rafforzare l’intera catena di produzione con possibili ricadute occupazionali.

Nel caso dell’elettrodomestico, oltretutto, i dati sembrano indicare una ripresa significativa di questo prodotto. 

Nel comunicato stampa del febbraio 2021, Applia [Associazione dei produttori di apparecchi elettrici  domestici e professionali, N.d.R.] ha fornito una serie di dati relativi all’andamento del settore: i grandi elettrodomestici hanno chiuso il 2020 con una “sostanziale tenuta”. In Italia si è registrata una crescita in termini di valore dello 0,8%, e in termini di volume dello 0,3%. Le vendite all’estero, in volume, hanno registrato un +2,2%, grazie al forte recupero che ha fatto seguito al crollo dovuto al lockdown. Dal punto di vista della produzione, mentre nei primi due trimestri c’è stata una grande riduzione dei volumi (segnando, rispettivamente, -16,1% e -26,6%), nei due periodi successivi c’è stata una ripresa (+19,6%, +26,3%). Complessivamente nel 2020, nonostante i problemi determinati da pandemia e lockdown, la produzione ha chiuso con un incremento dello 0,4%.  Di assoluto rilievo i numeri registrati per i piccoli elettrodomestici, che confermano anche per quest’anno, in maniera ancora più significativa, una crescita maggiore sia in valore (+19,4%), sia in volume (+13,3%). Le vendite, supportate significativamente dall’online (arrivato a pesare quasi il 40% del totale del mercato), sono proseguite in maniera sostenuta lungo tutto l’anno. 

Questi dati possono essere letti anche alla luce dell’andamento positivo del settore arredamento. L’elettrodomestico, e in particolare il frigorifero, può essere pensato come parte integrante di una filiera, quella dell’arredamento domestico, che costituisce una delle eccellenze del Made in Italy. 

Quindi il settore della refrigerazione e dell’occhiale vanno trattati in termini di filiere produttive Made in Italy e questo consente di formulare alcune proposte in materia di politiche industriali, con uno sguardo rivolto al Pnrr.

Il sostegno dato dal sistema di bonus tanto al settore arredo, quanto a quello degli elettrodomestici, si giustifica in questo senso.

Secondo i dati forniti il 31 agosto 2021 da FederLegnoArredo, nel primo semestre 2021, rispetto al 2020 si è registrato un aumento delle vendite complessive del 56,2% (mercato italiano +65%); rispetto al primo semestre 2019 la crescita è stata del 15,4% per le vendite totali e del 19,5% per le vendite Italia.   

L’investimento 5 della Missione 1, Componente 2 (M1C2) del Pnrr riguarda proprio le “Politiche industriali di filiera e internazionalizzazione” e segnala come criticità delle filiere del Made in Italy «la frammentazione e le ridotte dimensioni (che) hanno portato nel lungo periodo a problemi di competitività, soprattutto nei settori dove sono maggiormente rilevanti le economie di scala e la capacità di investimento».

Questa formulazione sembra indicare nell’aggregazione delle imprese di una stessa filiera una via per aumentare la dimensione media, concentrando risorse in grado di rafforzarle dal punto di vista occupazionale, industriale, finanziario, della ricerca ecc. Si può infatti ipotizzare la creazione di un fondo espressamente dedicato all’aggregazione di queste imprese. 

Questo fondo potrebbe essere integrato con altri strumenti, quali per esempio, il fondo di capitalizzazione delle Pmi già previsto nel Decreto Rilancio la cui gestione è stata affidata a Invitalia. I soggetti pubblici interessati a un’operazione del genere, oltre a Invitalia, potrebbero essere Cassa depositi e prestiti e il Fondo italiano d’investimento (controllato da Cdp) in cui opera il Fondo consolidamento e crescita, dedicato all’acquisizione di partecipazioni dirette nel capitale di piccole e medie imprese italiane con l’obiettivo di favorire i processi di aggregazione all’interno delle rispettive filiere produttive. 

Occorre precisare tuttavia che un’esercitazione di questo tipo ha un minimo di senso solo se è inquadrata all’interno degli strumenti attuativi che il Pnrr prevede, altrimenti resta sospesa nel vuoto. Uno di questi strumenti è il cosiddetto “Contratto di sviluppo”. 

Una volta individuate le imprese con la stessa tipologia di prodotto o con prodotti complementari o parti di prodotti sequenziali, va costruito un progetto di aggregazione/crescita dimensionale che comprenda anche politiche industriali di filiera (cioè che rafforzino il legame tra imprese clienti e aggregazioni/cluster di fornitura), meccanismi a supporto della contrattazione inclusiva di filiera, misure di stabilizzazione dei lavoratori ecc. In questo caso non stiamo parlando di aggregazioni tra imprese che rischierebbero di far emergere possibili sovrapposizioni, con possibili conseguenze sui livelli occupazionali in termini di riduzione della forza lavoro. Al contrario, il rafforzamento derivante da processi di aggregazione costituirebbe l’unica garanzia per mantenere sul territorio significativi volumi di produzione per tutelare, e possibilmente incrementare, i livelli occupazionali. Infatti, spesso  per le piccole e piccolissime imprese della filiera dell’occhiale un momento di crisi coincide con la loro chiusura, ma i loro volumi produttivi non possono essere assorbiti da altre aziende del territorio in quanto la loro ridotta dimensione gli impedisce di realizzare i necessari investimenti per incrementare la capacità produttiva. Questi volumi, quindi, vengono persi dal territorio prendendo la strada dell’estero. Ci si trova di fronte a una sorta di “trappola dimensionale”: le piccole imprese producono su commessa delle grandi solo finché sono in grado di reggere; e la loro debolezza non gli consente di fare investimenti per crescere e rafforzarsi in modo da mantenere produzione e occupazione sul territorio.

Questi processi di rafforzamento della filiera:

  • nel caso dell’occhialeria dovrebbero assumere come obiettivi sia l’aggregazione di natura orizzontale (aziende impegnate nelle stesse tipologie di produzione), sia quella verticale (integrazione delle varie fasi della filiera); inoltre, alla luce delle dinamiche descritte in precedenza, appare opportuno che anche imprese di dimensioni rilevanti realizzino processi di aggregazione, soprattutto a fronte della trasformazione di produttori storici in fornitori di Kering e Lvmh;
  • nel caso dell’elettrodomestico, il Contratto di sviluppo dovrebbe essere centrato sul salvataggio di Acc quale produttore del componente principale del frigorifero e sul coinvolgimento delle principali imprese utilizzatrici di questo prodotto con la finalità del rafforzamento della filiera.

Il superamento della fragilità delle filiere di produzione, e del conseguente rischio di una loro interruzione, passa attraverso una riverticalizzazione dei processi di produzione sia tramite processi di in-sourcing che di rilocalizzazione di ciò che prima era stato delocalizzato.

Ovviamente la rilocalizzazione non avverrà spontaneamente, cioè senza un forte intervento di politica industriale.

Questo tema sembra essere stato colto dal governo francese che nel suo Piano di rilancio (settembre 2020) ha messo in evidenza le criticità dell’attuale struttura industriale e previsto alcune misure di intervento. Questo Piano indica chiaramente come la sfida sia quella di sostenere gli investimenti che permetteranno all’economia francese di garantire la sua indipendenza dalle forniture da paesi terzi. Pertanto l’obiettivo del Piano francese è quello di concentrarsi su alcuni settori e catene del valore strategiche per sostenerne gli attori in modo da assicurare gli approvvigionamenti, creare nuove attività e quindi posti di lavoro sul territorio francese.

Oltre alle catene del valore strategiche, il Piano francese prevede come obiettivo generale il supporto ai progetti di localizzazione di attività industriali nei territori, al fine di sostenere questi ecosistemi industriali locali, con il coinvolgimento del braccio pubblico, rappresentato da Bpifrance.  

Nel caso dell’elettrodomestico è possibile avanzare un ulteriore esempio di processo di aggregazione: quello cioè che potrebbe coinvolgere anche i principali attori del settore della refrigerazione industriale. In questo modo si potrebbe: a) dar vita ad un forte soggetto industriale del settore; b) rafforzare ulteriormente la filiera in quanto la produzione di compressori avrebbe come riferimento principale a livello nazionale questo soggetto. Il soggetto industriale risultante da questa aggregazione avrebbe dimensioni rilevanti, come si può notare dalla tabella 11. 

Tabella 11. Un esempio di “campione nazionale” derivante da un processo di aggregazione in termini di valore della produzione (dati dai bilanci aziendali).

ImpresaValore della produzione (2019) – dati in migliaia di euroDipendenti
Ali Group458,911.677
Arneg272,51671
De Rigo Refrigeration54,95276
Epta Costan381,991.920
Rivacold167,93981
Totale1.336,2385.525

Questa aggregazione darebbe vita a un produttore con 1,3 miliardi di valore della produzione e 5.525 dipendenti (contando solo quelli direttamente dipendenti dall’azienda). In questo esempio andrebbe inserito anche il settore professional di Electrolux. 

Ovviamente non esiste nessun automatismo che porterebbe a un rafforzamento della filiera. Se questi processi venissero lasciati al mercato non vi sarebbe nessuna garanzia di tenuta per la filiera di fornitura degli impianti di refrigerazione, a partire dalla produzione del compressore. Si renderebbe necessario, come anticipato, accompagnare questi processi di aggregazione tramite lo strumento del Contratto di sviluppo. 

I riferimenti all’utilizzo di specifici e concreti strumenti di intervento, già esistenti, muovono dalla preoccupazione di costruire ipotesi di politica industriale che siano credibili e fattibili con gli elementi che sono a disposizione di un governo; altrimenti qualsiasi ragionamento si limiterebbe a un esercizio di stile. 

Un nuovo concetto di Made in Italy

In entrambi i casi (occhialeria ed elettrodomestico), si rende necessaria una ridefinizione del marchio Made in Italy, anche per evitare, come nel caso di Smeg, che si consideri fabbricato in Italia un frigorifero realizzato da Beko in Turchia e Spagna, sul quale vengono assemblati in Italia solo porta, tetto e fianchi. Così come non può essere considerato Made in Italy un occhiale che viene realizzato pressoché interamente in Cina e che in Italia è oggetto soltanto di attività di tampografia e abbellimento. Nel caso dell’elettrodomestico si dovrebbe verificare se è compatibile con la filiera dell’arredamento.

In questo senso l’articolo 60 del Codice Doganale dell’UE, al comma 2, prevede una disposizione che sembra fatta apposta per ridicolizzare il concetto di Made in Italy, laddove recita che le merci sono considerate originarie del paese in cui hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale.  

Anche la “Regola del valore aggiunto dell’X%” è poco tutelante, in quanto si limita a indicare una percentuale di valore aggiunto da realizzare per ottenere l’indicazione di origine. Nel caso dell’Italia il valore aggiunto minimo deve essere del 45%: appare abbastanza chiaro come, a occhiali provenienti dalla Cina, basti ben poco per aggiungere questa quota di valore aggiunto.

Per questo appare necessario ridefinire il concetto di “Made in Italy”, per riservare  gli strumenti di sostegno pubblico (in termini di sostegno a R&D e supporto agli investimenti ecc.) solo a produzioni realizzate veramente in Italia.

I canali commerciali e l’internazionalizzazione

Il Pnrr prevede una specifica linea di intervento (sempre alla M1C2, Investimento 5) attraverso il rifinanziamento del Fondo 394/81 gestito da Simest che eroga sostegno finanziario alle imprese, in particolare Pmi, per sostenerne l’internazionalizzazione mediante vari strumenti. 

L’individuazione di nuovi canali commerciali appare un passaggio obbligato in particolare per l’occhialeria, che si basa in maniera significativa sull’export; al tempo stesso un servizio di logistica centralizzata potrebbe fornire+- un adeguato supporto all’attività del settore. Non si tratta di costituire un unico distributore commerciale, ma piuttosto di fornire un servizio centralizzato di logistica a supporto delle imprese del territorio, a partire da quelle di dimensioni inferiori. 

Il supporto ai processi di internazionalizzazione, tuttavia, non può avvenire a spot o a sportello per ogni singola realtà imprenditoriale, ma deve essere programmato attraverso uno specifico strumento (Accordo di programma ecc.) che assuma come unità minima di intervento l’intero distretto. Anche in questo caso, quindi, parliamo di strumenti concreti esistenti da collocare, tuttavia, in un quadro più ampio di politica industriale, da realizzare con strumenti di programmazione quali appunto gli Accordi di programma. 

Transizione 4.0 

Il Pnrr prevede quasi 19 miliardi di euro per sostenere, tramite agevolazioni fiscali, gli investimenti delle imprese in beni strumentali materiali e immateriali 4.0, nonché attività di R&D&I.

Questa linea di intervento è già stata oggetto di un’ampia analisi critica sul numero precedente di OPM. Queste risorse non possono essere elargite alle imprese senza la definizione di precisi vincoli sociali e industriali al loro utilizzo. Andrebbero pertanto definiti strumenti (Contratti o Accordi di programma) in grado di fissare precisi impegni da parte delle imprese che intendono fruire di questi sostegni. A titolo di esempio:

  • il divieto di procedere con licenziamenti o con altre forme di riduzione dell’occupazione per i prossimi dieci anni;
  • il divieto di delocalizzare la produzione o parti di essa, così come di esternalizzare parti del ciclo, di appaltare ecc.;
  • meccanismi premianti per chi intende reinternalizzare, generando incrementi occupazionali, parti del ciclo precedentemente esternalizzate o delocalizzate;
  • l’impegno a garantire il pieno esercizio dei diritti sindacali: la contrattazione di secondo livello; la possibilità di contrattare qualità e volumi degli investimenti e l’organizzazione del lavoro (compresi tempi e metodi); la rappresentanza democratica di tutti i lavoratori coinvolti nel processo produttivo (contrattazione inclusiva ecc.);
  • piani di miglioramento dell’ambiente di lavoro in grado di assicurare condizioni di salute e sicurezza tramite investimenti e interventi adeguati ecc.

Conclusioni

Abbiamo analizzato i settori dell’occhialeria e della refrigerazione, che costituiscono due specializzazioni produttive del territorio bellunese e che sono attraversati da processi di riorganizzazione e di crisi molto significativi. 

La ricostruzione dei cicli di produzione e delle filiere è avvenuta in maniera collettiva, tramite momenti di inchiesta condotti con i delegati e i funzionari sindacali di questi settori. In maniera altrettanto collettiva sono state discusse e definite le ipotesi di politica industriale possibili per questi settori, alla luce degli strumenti già previsti dalla normativa e dal Pnrr. 

Vanno evitate illusioni sul fatto che governo e Confindustria (o le singole imprese) si muoveranno, spontaneamente, nelle direzioni indicate. Non basta, cioè, indicare gli obiettivi giusti e gli strumenti concreti per perseguirli: sarà tutto rimesso al conflitto di classe. Ecco perché la costruzione di un punto di vista autonomo e indipendente delle lavoratrici e dei lavoratori appare come un momento ineludibile per mettere in campo iniziative concrete, che consentano di tracciare e sostenere politiche industriali e forme di intervento pubblico alternative alla logica egemone. 

La logistica delle guerre. Dialogo con Carlo Tombola

Nato due anni fa a Genova, The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei è un punto d’incontro tra militanti antimilitaristi, lavoratori dei trasporti ed esperti a vario titolo di logistica, che intende seguire la strada aperta una ventina di anni fa da un pioniere quale Sergio Finardi, scomparso nel 2015. In questo breve periodo, The Weapon Watch ha contribuito ad alcune delle più incisive lotte dei lavoratori portuali contro le guerre, in particolare a Genova, Livorno, Trieste, Ravenna, e si è inserita nel network europeo che coordina le iniziative per limitare la produzione e il commercio di armamenti. Un suo progetto, quello di un atlante europeo dell’industria militare, ha raccolto l’interesse di partner qualificati nel Regno Unito, in Spagna, in Belgio e in Germania, e ha già prodotto una cospicua databank delle aziende italiane coinvolte nel militare, in via di pubblicazione sul web. A suo merito, anche quello di aver fatto conoscere in Italia la Ziviler Hafen, l’iniziativa popolare in corso ad Amburgo per un referendum che escluda l’esportazione di armamenti dal traffico portuale.

OPM ha chiesto a Carlo Tombola di raccontare questa esperienza, dal suo speciale punto di vista come redattore della rivista e come attivista dell’osservatorio.

Il disegno è di Arpaia

OPM: A quando risale l’idea di fondare The Weapon Watch?

Tombola: Si può tornare a un giorno, il 20 maggio 2019, e a un luogo preciso, il porto di Genova, dove i portuali si accorsero che all’imbarco su una nave saudita c’erano merci presentate come “civili” ma in realtà destinate a un corpo militare d’élite, la Guardia nazionale del Regno, impiegato nella guerra in Yemen. Su quelle merci si aprì un duro contenzioso tra alcuni delegati sindacali, che chiedevano chiarimenti, e dall’altra parte il terminalista e l’autorità portuale, che minimizzavano e minacciavano di accollare i danni. Accadde anche che di colpo, all’alba, arrivarono al presidio in porto centinaia di giovani, giornalisti, pacifisti, persino gli scout di Sampierdarena, e che il console della Compagnia unica si spingesse a prevedere lo sciopero su quelle merci. Quando i compagni del Calp-Collettivo autonomo lavoratori portuali mi mandarono le foto e i documenti relativi, scoprii che la ditta romana produttrice di questi shelters (sono centri di comando e telecomunicazioni collocati in speciali container, condizionati e dotati di generatori elettrici) li offriva sul sito web a utilizzatori esplicitamente militari, e che per di più ne aveva richiesto – a norma di legge – l’autorizzazione per esportarli in Arabia Saudita quale materiale militare. Quando i rappresentanti dei lavoratori portarono alla discussione i nuovi dati, la partita si chiuse: il prefetto decise che le merci dovevano rimanere in porto “per accertamenti”, e la nave ripartì. 

Poi questa vicenda fece il giro del mondo, abbiamo ricevuto attestati dai dockers di Oakland e da quelli di Durban, dai sindacati scozzesi… ma per noi fu soprattutto occasione di riflessione. Intanto, l’azione era stata resa possibile dall’allarme internazionale che aveva preceduto l’arrivo in porto della «Bahri Yanbu». Si sapeva cioè che avrebbe dovuto imbarcare a Le Havre degli speciali cannoni a lungo raggio di produzione francese. Quei cannoni giusto poche settimane prima erano stati al centro di un dossier del sito investigativo Disclose, in cui si documentava il loro impiego in Yemen e il fatto che Macron ne fosse a conoscenza, al contrario di ciò che il presidente francese aveva dichiarato in pubblico. In Francia i dockers della Cgt si erano schierati con Amnesty International e i pacifisti cristiani per il boicottaggio della nave. Quando la nave ripartì dopo aver “saltato” Le Havre, a Genova – successivo scalo previsto – c’era un clima battagliero, fiorivano le discussioni, e pesava l’appello alla solidarietà portuale lanciato dalla Cgt e dalle ong francesi. Probabilmente senza quella rete internazionale di informazione e lotta Genova non si sarebbe mossa, e così abbiamo pensato di mettere in qualche modo basi più stabili – informative, legali, di analisi – ad azioni che per loro natura dovevano seguire, anzi anticipare, le navi lungo catene logistiche molto consolidate, “servizi regolari” secondo gli schemi tipici della moderna shipping industry. Azioni che rimangono esemplari (le merci bloccate a Genova qualche settimana dopo andarono via gomma a Marghera, e da lì imbarcate per il porto di destinazione, Jeddah) ma che servono a dare visibilità alla catena e al suo traffico specifico. Oggi si sa tutto della compagnia Bahri, a cui appartengono quelle sei navi gemelle, e ogni volta che una tocca Genova, cioè ogni venti giorni circa, viene accolta dai petardi del Calp e si muovono i giornalisti. I camalli genovesi sono sotto i riflettori, partecipano a convegni e riunioni internazionali, sono andati in tv (vedi la puntata di PresaDiretta andata in onda il 22 marzo scorso). Certo, qualcuno del Calp è finito indagato per associazione a delinquere e attentato alla sicurezza dei trasporti, ma d’altra parte una loro delegazione è stata ricevuta in udienza privata da papa Francesco, che peraltro li ha più volte lodati per il loro coraggio civile.

Insomma si tratta di forme di lotta “mediatica”, difficili, da condursi contemporaneamente a diverse scale geografiche, locale e internazionale, e sempre “in rete” con altre organizzazioni di sensibilità diverse. La decisione di dar vita a The Weapon Watch è stata un po’ la risposta a queste esigenze diverse: un osservatorio in cui fossero fianco a fianco lavoratori, portatori di saperi tecnici nel trasporto e nella logistica, consulenti legali e sindacali che possono suggerire come fare pressione sulle autorità, e naturalmente diverse sensibilità della militanza. 

OPM: Nel programma di The Weapon Watch si dice esplicitamente che è un “osservatorio”, cioè prende a modello l’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia a cui collabori da tempo?

Tombola: Quello di Opal è per me un modello di riferimento, oltre che un’esperienza preziosa per le persone straordinarie che vi ho trovato, determinate a documentare giorno dopo giorno quale sia il ruolo dei grandi produttori del distretto bresciano, a cominciare da Beretta, nella diffusione delle armi leggere e “sportive” fabbricate in Italia, soprattutto nelle aree della violenza endemica urbana e della guerra perpetua. Però nello statuto di The Weapon Watch si fa esplicito richiamo alle battaglie dei portuali e nei porti, non solo al movimento contro la guerra e ai principi della nonviolenza. Inoltre indichiamo come obiettivo di lotta, conoscenza e propaganda la particolare “catena logistica” della guerra, nelle sue varie forme e gradi di attuazione. Non bisogna dimenticare quello che scrive che per l’invasione dell’Iraq del marzo-aprile 2003 l’amministrazione Bush si servì dei big mondiali della logistica, Maersk in testa, e che i primi contratti furono firmati già nell’agosto del 2002, cioè sei mesi prima della sceneggiata di Colin Powell all’Onu. La logistica per la guerra è sempre un gigantesco business, sempre internazionale, anzi direi intergovernativo, e si mette in moto molto prima che i soldati posino i loro boots on the ground. Di qui l’urgenza di una rete che osservi e controlli i porti strategici per l’approvvigionamento militare e che contribuisca a rendere trasparente quello che non lo è, sebbene il commercio di armi e munizioni – anche di quelle utilizzate per commettere gravissimi crimini di guerra contro popolazioni civili – si svolga sotto i nostri occhi, con vettori commerciali e senza particolari misure di sicurezza. Una rete che raccolga e diffonda informazioni relative alla logistica militare può anche contribuire a promuovere forme di lotta adeguate a un “avversario” che ha ed esercita enormi poteri di pressione sull’opinione pubblica – si pensi alle molte aziende “strategiche”, a cui il governo ha permesso di continuare a lavorare anche durante i momenti più gravi della pandemia, nella primavera del 2020 – ma che, secondo le nostre valutazioni, ha un peso tutto sommato limitato quanto a creazione di ricchezza e di posti di lavoro.

In questo senso, penso che la mia presenza, oltre che nella direzione di Opal, anche nella redazione di OPM sia coerente, il progetto della rivista e quello di The Weapon Watch si riferiscono entrambi agli stessi metodi (indagine sul campo, conricerca, interviste, ecc.), alla stessa attenzione al mondo del lavoro, alla stessa contaminazione dei saperi tecnici e delle esperienze di lotta. Del resto anche Andrea Bottalico e Riccardo Degl’Innocenti condividono la mia stessa doppia presenza, in OPM e in The Weapon Watch…

OPM: È chiaro che il settore militare, più ancora che per il suo peso economico, conta perché è immediatamente a contatto con il decisore politico, e perché riguarda l’impiego sul campo delle forze armate e il sistema delle alleanze internazionali.

Tombola: Pensiamo a Leonardo. La maggiore azienda italiana impegnata nel militare è formalmente controllata dal ministero dell’Economia con il 30% delle azioni, ma in realtà i due terzi del capitale sono nelle mani di investitori istituzionali inglesi e americani, assai più vicini ai grandi clienti di Leonardo che al governo di Roma. Leonardo fornisce Boeing, Lockheed Martin, Rolls Royce, Northrop Grumman, Bae Systems ecc., mantiene venti stabilimenti negli USA e ha 7.000 posti di lavoro nel Regno Unito. Voglio dire che Profumo e i manager di Leonardo hanno un canale diretto con il Pentagono e la Casa Bianca, e ne riportano i messaggi a chi in quel momento siede al governo… Qui si aprirebbe anche il tema di cosa sia realmente “militare” o per la difesa, in settori produttivi largamente dual use, cioè che producono sia per il civile che per il militare: le cifre talvolta fornite dalle aziende non sembrano credibili e certo non sono verificabili, dal momento che non c’è alcun obbligo civilistico di specificare il valore della produzione di un singolo impianto, né tanto meno quale parte del fatturato riguardi il militare. Leonardo in Italia ha ben 38 unità produttive dirette, e sono solo una decina quelle esclusivamente o prevalentemente rivolte al militare. Da parte sua, Fincantieri dichiara il 24% del fatturato dal settore difesa nel 2020, Beretta negli ultimi vent’anni non ha mai dichiarato più del 15% …

OPM: Cosa siete riusciti a realizzare in questi due anni?

Tombola: L’associazione The Weapon Watch è nata nel gennaio 2020 e siamo stati subito bloccati dal lockdown, avevamo in corso tre iniziative rilevanti che sono rimaste al palo o che proprio abbiamo dovuto abbandonare. Abbiamo rinunciato al progetto sostenuto dalla Rosa-Luxemburg-Stiftung – la fondazione del partito Die Linke – o meglio abbiamo dovuto rinunciare al loro finanziamento. Però non abbiamo rinunciato al progetto di realizzare un “atlante interattivo” dell’industria italiana della difesa, anzi in qualche modo durante il confinamento abbiamo lavorato più intensamente, raccolto una gigantesca databank collegata alla mappa: se ne può vedere una versione, ancora in bozza e incompleta, all’indirizzo http://sergiofinardi.info/ww/#. Come The Weapon Watch vogliamo contribuire a una seria critica dei dati, perché secondo noi sono troppo appiattiti sulle fonti di Confindustria e delle grandi aziende aderenti ad Aiad-Associazione delle industrie aerospazio e difesa, la lobby italiana delle armi diretta da Guido Crosetto, fondatore ed ex segretario di Fratelli d’Italia. Ne risulta un’opacità complessiva del settore e una carenza – per non dire un’assenza – di analisi indipendenti.

Abbiamo portato avanti anche una seconda iniziativa, almeno in parte: il confronto con i rappresentanti dei lavoratori sui temi del controllo del commercio di armamenti, della riconversione, delle guerre disumane e dei loro effetti sulle società europee. Qui siamo stati facilitati dalla presenza nelle nostre fila di alcuni portuali genovesi protagonisti della lotta contro le navi Bahri e di alcuni tra gli osservatori più attenti al mondo della logistica marittima – peraltro anche presenti nella redazione di OPM, in coerenza con il pionieristico approccio di Primo Maggio e di Sergio Bologna in particolare. Ci manca ancora, perché va costruito con pazienza e senza ideologie o fatalismi, il confronto diretto con i lavoratori delle stesse aziende della difesa e dell’aerospazio, anche qui per riprendere il metodo della conricerca, nonché la tradizione del movimento nonviolento italiano, che in molti storici distretti produttori di armamenti – penso al Bresciano, al Varesotto, all’area fiorentina, alla stessa Genova – conobbe in passato originali esperienze di obiezione di coscienza sul luogo di lavoro. Crediamo che The Weapon Watch possa offrire, anche grazie alla divulgazione delle informazioni e al suo metodo di lavoro, un primo livello di confronto e critica, quello sui dati – sugli incroci delle subforniture, sulla logistica specializzata – che con il contributo di tecnici e operai possono diventare meno opachi e univoci. Per fare un esempio, non mi sembra che qualcuno abbia detto quanto il gruppo Gkn sia implicato nell’aerospace sia civile che militare: hanno come clienti quasi tutti i maggiori produttori mondiali di aeromobili e di motori jet, impiegati anche negli aerei da combattimento di quinta generazione, di cui sono fornitori di “livello 1” con 41 siti di produzione in 13 paesi. Si è messa in relazione la chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio con i cambiamenti nella geografia produttiva dell’automotive e con la fine di Fca, ma si è tralasciato di guardare più in profondità, alla logica dietro le decisioni del fondo Melrose, che chiude a Campi ma non a Brunico, per limitarci all’Italia.

Al terzo punto del progetto The Weapon Watch, l’ho già accennato prima, c’è l’obiettivo di contribuire a costruire una rete tra i porti europei, cioè in concreto tra  lavoratori e lavoratrici,  sindacati, Ong, movimenti pacifisti e religiosi delle città in cui operano le multinazionali della logistica e attraverso cui passano le navi più implicate nell’approvvigionamento militare. Anche qui ci vuole tempo, “a distanza” non si può fare molto, ma siamo impegnati a costruire una trama forte di rapporti e scambi informativi, a organizzare gli osservatori sul campo, a far nascere iniziative comuni in grado di mobilitare l’attenzione: soprattutto laddove la catena logistica militarizzata viene allo scoperto, si rivela, lascia le sue tracce documentali e incontra lavoratori che non sono disposti alla complicità, sia pure indiretta, che comporta maneggiare container di bombe, imbarcare veicoli destinati a massacrare qualche famiglia di abitanti di zone lontane dai nostri occhi e dalle telecamere dei nostri media. Nel maggio scorso, mentre l’esercito israeliano bombardava Gaza, in tre porti italiani sono scattati dei “blocchi preventivi” per non imbarcare esplosivi (cioè bombe e proiettili) diretti a Haifa, azioni promosse da sigle sindacali diverse e sulla base di allerte e messaggi sui social. La forza di queste azioni è stata enorme, pensate che come reazione immediata la sezione dei portuali di Haifa iscritti alla Histadrut – il sindacato unico israeliano – ha minacciato un contro-blocco su tutte le merci italiane in entrata, mettendo subito in moto le diplomazie dei due paesi.

OPM: Recentemente siete stati ad Amburgo per la giornata contro la guerra e alla Friedenskonferenz (la conferenza sulla pace) organizzata dal sindacato ver.di. Come mai questo interesse per l’attivismo pacifista tedesco?

Dei contatti con la fondazione Rosa Luxemburg abbiamo detto. Poi Jackie Anders della redazione di Ausdruck, la rivista di Imi-Informationsstelle Militarisierung di Gottinga, ci ha pubblicato un articolo uscito nello scorso giugno, il che credo abbia contribuito al doppio invito ad Amburgo: Sandro Capuzzo ha rappresentato The Weapon Watch all’Antikriegstag del primo settembre, giorno in ricordo dell’invasione nazista della Polonia; Stefano Odoardi e io siamo intervenuti alla conferenza del 16 settembre. Seguiamo sin dall’origine le faccende tedesche, che per il nostro progetto sono molto rilevanti in tutt’e tre le linee d’azione in cui si articola.

In quella città, che è uno dei maggiori porti d’Europa nonché la capitale di un piccolo Land, si è messo in moto un complicato iter per ottenere un referendum popolare riservato ai residenti, a cui verrà chiesto di dichiararsi pro o contro il commercio degli armamenti nel porto. È un iter in tre fasi, si è appena conclusa la prima raccolta firme, ora il quesito sarà sottoposto a un parere di tipo costituzionale locale, quindi si dovrà ripetere una ben più impegnativa raccolta firme – 65.000 in un mese. Se tutto andrà secondo gli auspici degli organizzatori, il referendum si potrà tenere nel 2025, ma la cosa rilevante è che ora ha ottenuto anche il sostegno di ver.di, il maggior sindacato tedesco dei servizi e del pubblico impiego, due milioni e mezzo di iscritti,  tra cui i lavoratori della logistica portuale. Insomma, i dockers di Amburgo sono in gran parte iscritti a ver.di e il loro sindacato sta sostenendo un referendum per escludere le merci militari d’esportazione dal traffico portuale: non senza forti resistenze interne, ci hanno detto i dirigenti locali, molti dei quali di origini italiane. Tra l’altro, la nostra visita ha mobilitato le energie dei compagni tedeschi che già stavano lavorando alla redazione di un atlante tedesco dell’industria della difesa, un po’ sul modello di quello di The Weapon Watch, e che potrebbe essere un’altra colonna del progetto di atlante europeo che stiamo proponendo.

OPM: Quello della sensibilità dei lavoratori alle lotte più chiaramente politiche, nascano o meno dalle organizzazioni sindacali, è un tema che sta molto a cuore alla redazione di OPM. Che idea vi siete fatta al proposito?

Tombola: È un terreno molto impervio, segnato tanto in Italia che in Germania da decenni di contrapposizioni, fratture, incomprensioni, sul fondo di un arretramento generalizzato del movimento dei lavoratori e di un mutamento non solo politico-sociale ma direi anche antropologico degli stessi iscritti ai sindacati, più disponibili a difendere l’esistente e meno inclini a esporsi su motivazioni politiche. Tuttavia nello specifico della nostra azione, e nel breve arco di tempo di cui sopra, il quadro non è così nero. A Brema ci hanno detto chiaramente che uno sciopero o un’azione su un tema “politico” non strettamente sindacale è semplicemente impensabile, dal momento che il sindacato siede nel comitato di gestione del porto. Da noi non è così. Ci conforta molto che quando riusciamo ad arrivare di fronte ai lavoratori ci sia attenzione. A Genova, ad esempio, alcuni rls (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, N.d.R.) hanno ripreso gli argomenti circostanziati che abbiamo sollevato sul nostro sito web, dove abbiamo lanciato l’allarme: quando attraccano in porto, le navi Bahri sono cariche di munizioni ed esplosivi di classe 1, e la banchina del terminal è a soli 400 metri dalle case di Sampierdarena, mentre nel raggio di 800 metri troviamo i depositi costieri della Silomar e della Get Oil, oltre all’area “merci esplosive in transito” del terminal Spinelli. Per dare un’idea del rischio, l’esplosione dell’agosto 2020 nel porto di Beirut ha devastato un’area in un raggio di 3.200 metri dall’epicentro.

D’altra parte, la Cgil nazionale è dentro la Rete italiana per la pace e il disarmo, e anche se il sindacalismo di base è stato protagonista delle azioni più clamorose, a Genova e a Livorno, trovo che sia molto significativo quel che è accaduto a Ravenna lo scorso maggio, quando i confederali hanno annunciato lo sciopero unitario appena ricevuta la notizia di un previsto imbarco di esplosivi diretti a Haifa, mentre le forze armate di Israele bombardavano Gaza. Anche se il green pass rischia di aggiungere nuove fratture, continuo a credere che sui temi internazionalisti più “globali” sia possibile non solo l’alleanza dei lavoratori entro i porti e tra i porti italiani, ma anche il sostegno alle loro lotte da parte di importanti componenti culturali e politiche del paese, dalla sinistra critica ai cattolici impegnati, dal movimento ambientalista a quello libertario.

Sitografia

The Weapon Watch weaponwatch.net 

Opal opalbrescia.org 

Rete italiana per la pace e il disarmo retepacedisarmo.org/ 

«The itinerary of a secret shipment», Disclose, 15 aprile 2019. 

C. Tombola, A. Bottalico, «Die Waffenschiffe im Netz der Friedenshäfen»,  IMI-Analyse, 2021/26, 8 giugno 2021

Leggere Radici connettive, un libro a cura di Beatrice Andreose

di Bruno Zanatta

Il disegno è di Arpaia

Beatrice Andreose è autrice e curatrice di un libro che vuole colmare un vuoto di memoria documentale  sul periodo 1967-1971 a Este e nella Bassa padovana, che è stato un periodo molto importante dal punto di vista politico. Nella introduzione racconta come un gruppo eterogeneo di giovani operai, lavoratrici, studentesse e studenti, futuri agitatori politici, sia riuscito a promuovere, anche mediante la costituzione di un comitato, tanto lotte nelle piccole fabbriche e nei laboratori sparsi (ma anche in una grande fabbrica metalmeccanica), che lotte studentesche tra 1.700 giovani gravitanti attorno alla piccola città.

È il 3 ottobre del ’69, quando gli operai dell’Utita (la più grande fabbrica metalmeccanica della Bassa  padovana) in sciopero per il rinnovo del Ccnl, escono in strada e neutralizzano i fascisti calati da Padova, rafforzando così l’iniziativa del Comitato operai-studenti di Este, nato nell’autunno del ’68 sull’onda delle lotte operaie venete di Marghera e Valdagno, presente ai cancelli. L’evento cambierà irreversibilmente l’aria nella zona. 

Così racconta un esponente del consiglio di fabbrica: «Dal Sessantotto le cose  hanno cominciato a cambiare quando si è riusciti a scuotere gli operai. E lo scossone è venuto da fuori non da dentro. Questo è chiaro a tutti. Con lo scossone venuto da fuori tramite i compagni studenti sono venuti fuori alcuni personaggi all’interno della fabbrica che hanno cominciato a darsi da fare».

Nel Comitato ci sono giovani operai che accendono la miccia delle lotte di fabbrica e poi d’estate vanno ai concerti rock e jazz europei, studenti e universitari di sinistra, militanti politici di base che sono anche operatori culturali nei cineforum, che organizzano mostre e dibattiti, e altri provenienti dalla militanza cattolica-sociale. 

Fecondità della scaturigine sessantottina… «Nelle riunioni si parlava di politica ma anche di libertà, il lavoro non era più al centro dei nostri interessi in maniera esclusiva: musica, jazz, arte, libri, cinema diventarono vissuto comune. Si poteva vivere diversamente». 

Il libro è dedicato a Gianangelo Gennaro e Antonio Liverani (ai quali è dedicata anche un’appendice con dieci interventi-ricordo di vari compagni e alcune fotografie) che furono importanti figure per il loro ruolo e l’impegno militanti. 

Il volume comprende una corposa Introduzione della curatrice, sei Testimonianze, cinque Interviste, tre brevi ritratti e pensieri sparsi, l’Appendice suddetta e una Postfazione di Toni Negri.

Il biennio 1968-1969 ruota attorno a lotte operaie di varia natura ed entità che si uniranno poi con quelle studentesche contro l’autoritarismo e sui trasporti, promosse e organizzate  dal Comitato operai-studenti di Este che nei primi anni Settanta diventerà, allargando il suo orizzonte, Comitato politico Este-Monselice. L’influenza  di presenze militanti provenienti da Potere operaio genererà in successione la confluenza  permanente nell’area della Autonomia. Alcuni compagni negli anni successivi saranno coinvolti nell’ondata di arresti del 7 aprile 1979 e subiranno persecuzioni, scontando anche pene pesanti. 

La tradizione ambientalista per la tutela dei Colli Euganei si sarebbe articolata più tardi con le lotte sul cementificio e sui rifiuti, che si prolungano sino ai giorni nostri, accese e importanti.
Altri compagni provenienti da questa storia  promuoveranno negli ultimi decenni significative confluenze e dinamiche organizzative nel settore del lavoro, in particolare nel campo della logistica in area padovana e veneta.

«Vedevano lontano» conclude Negri «questi compagni: allora la lotta era per il salario e per una vita civile, più tardi, domani, sarebbe stato scontro con un padronato che voleva condannarli alla precarizzazione e alla perdita di ogni autonomia». La loro era un’esperienza «di giovani operai e liceali che riesce a sviluppare lotta di classe e stringere una generazione in una promessa di emancipazione e libertà…». La loro è una microstoria singolare «che si è ripetuta mille volte altrove, sempre differente, ma sempre capace di rompere la scorza di una cultura padronale fascista che anche sotto queste colline incupiva la gioventù. Credo ci sia un solo modo per distruggere quella storiaccia di piombo cui ci vogliono ridurre, ed è quello di mettere insieme tante microstorie di questa luminosità».

Bibliografia

Radici connettive. Il 68 a Este e nella Bassa padovana, a cura di Beatrice Andreose, Derive Approdi, Roma 2021.

Il capitalismo flessibile alla Grafica Veneta

di Alfiero Boschiero 

Il disegno è di Arpaia

Nicola Atalmi, cinquant’anni, abita a Treviso, ha alle spalle una lunga esperienza politica, è stato consigliere regionale per i Comunisti unitari ai tempi della “monocrazia” di Galan. Sindacalista della Cgil da una decina d’anni, è responsabile regionale del Sindacato dei lavoratori della comunicazione (Slc), dove la Cgil ha inserito anche un segmento manifatturiero pregiato, la grafica, con una lunga storia veneziana e veneta. Atalmi è uno dei testimoni chiave delle vicende di Grafica Veneta rimbalzate al (dis)onore della cronaca nella calda estate 2021. Una storia di sfruttamento di lavoratori pachistani, al limite della schiavitù, nel magazzino di un’azienda di successo. 

Siamo a Trebaseleghe, un comune padovano sulla Castellana, la direttrice che unisce Mestre-Venezia a Castelfranco, attorno alla quale lavorano migliaia di persone. Aree industriali, traffico pesante, abitazioni, scuole, welfare, municipi: una società messa al lavoro. Lavori a soggettività individuale e senza rappresentanza collettiva. 

Il capitalismo flessibile nel cuore geografico e culturale del Veneto.

Alla Castellana, non più periferia industriale ma piattaforma produttiva globale, manca la città come luogo denso, plurale, conflittuale. Quello di Grafica Veneta appare un capitalismo senza borghesia e senza cultura. Ogni giorno lavoratori, manager e imprenditori bevono il caffè nella stessa piazza. E la piazza non vede le contraddizioni, neppure quelle odiose e razziste, preferisce sognare una comunità che non c’è più, invece che far diventare questi temi discorso pubblico, democrazia partecipata, responsabilità.

Il valore del lavoro e la sua rappresentanza collettiva esigono una rivoluzione culturale, come il futuro di Trebaseleghe e del Veneto.

L’intervista è stata raccolta dall’autore a Mestre, l’8 novembre 2021.

Boschiero: Grafica Veneta è una media azienda veneta o una multinazionale tascabile?

Atalmi: La storia di Grafica Veneta è una storia visceralmente veneta, nasce e cresce nel ventre della pianura padana, con tutta la vitalità e tutte le contraddizioni che caratterizzano il capitalismo flessibile delle nostre terre. In trent’anni, una tipografia con tre dipendenti diventa lo stabilimento di Trebaseleghe, che ha letteralmente ridisegnato un paese di tredicimila abitanti, occupandone un intero quartiere. «Pensi che è lungo un chilometro!», ci spiegano con orgoglio. Occupa trecentonovantaquattro persone tra diretti e indiretti, più un centinaio di addetti in altri siti veneti, e recentemente è sbarcata negli Usa, acquisendo uno stabilimento a Chicago. A ridosso della fabbrica una magnifica villa del Settecento, restaurata a regola d’arte, ricorda gli investimenti e il prestigio dei nobili veneziani nello “stato da tera”.

Un classico esempio di impresa globale “in dialetto” che intreccia l’internazionalizzazione dei mercati di sbocco con la velocità dell’instant book, dall’autobiografia di Mandela a quella di Michelle e Barack Obama. Si pubblicizza come l’azienda in grado di stampare un libro in un giorno. Fece notizia quando il titolare, con la solita esagerazione, dichiarò di aver preso la commessa per stampare gli elenchi telefonici di tutto il Corno d’Africa. 

Boschiero: Chi sono i protagonisti della scena?

Atalmi: Come in tutte le aziende della rude razza padana, ci sono un “paròn”, Fabio Franceschi, e la sua famiglia, e c’è il paese. È la piazza di Trebaseleghe, una piccola patria, con una chiesa troppo grande, il primo specchio della ricchezza e della reputazione, ancor prima dei bilanci aziendali e dei mass media; seppure Franceschi dimostra di saperla usare, la comunicazione pubblica. Al fondo, permane un paternalismo poco incline a concertazioni con il sindacato e del tutto allergico ai conflitti. 

In estate esplode lo scandalo sullo sfruttamento dei lavoratori pachistani, corro a Trebaseleghe. Vedo uscire una Rolls Royce Phantom, una cosa da quattrocentomila euro, alla guida il Franceschi. Era appena finito il Cda, si levavano in volo addirittura due elicotteri. Entro e discuto, animatamente, con iscritti e delegati per capire come fosse potuta succedere una cosa simile. Il titolare, avvisato del mio arrivo, era rientrato e mi voleva incontrare. Le auto di padre e figlio erano parcheggiate all’ingresso, la Rolls e una Ferrari. Entriamo nello spazio produttivo, moderno, tecnologico, gigantesco. E scopro lo stile di Franceschi: quando è in azienda inforca una bicicletta e gira per lo stabilimento, si ferma a parlare con i lavoratori per verificare, controllare, conoscere i problemi…

Non manca l’intreccio con la politica. La sindaca e la giunta comunale sono espresse dalla Lega Nord. Inevitabile la stima ricambiata con il doge Luca Zaia, dopo la delusione patita da Forza Italia nel 2018 per la mancata elezione di Franceschi in Parlamento. Con Zaia il paròn gestisce mirabilmente l’operazione anti Covid nella primavera drammatica del 2020, fornendo milioni di mascherine targate “Regione Veneto”, del tutto inefficaci contro la pandemia finché erano gratis e subito dopo, diventate chirurgiche, un vero business per l’azienda. Qualche uscita nei salotti televisivi per riproporre la difficoltà a reperire manodopera, accusando i giovani di essere indisponibili ai disagi del lavoro operaio e ai turni. Il tutto in un’azienda dove per lungo tempo non si è applicato il contratto nazionale, gli orari erano senza limite, la disciplina molto dura; non a caso, con un alto turn over.

Boschiero: La vicenda dei pachistani percossi, ammanettati e trattati come schiavi, spezza questo incantesimo? Oppure le cose si trascinano come prima? Ad agosto, chi reagisce prontamente sono i Cobas, subito dopo arriva la Fiom, in base al fatto che gli appalti applicano il contratto dei metalmeccanici. Dobbiamo guardare in faccia la Slc, la federazione dei grafici, che in fabbrica è presente da anni e che dovrebbe educare alla libertà e alla solidarietà. I sindacalisti di fabbrica si sono mobilitati? Avevano visto? Perché non sono intervenuti?

Atalmi: In Grafica Veneta non è mai stato facile fare sindacato. Per anni si è cercato di eludere il problema con la creazione di sigle sindacali di comodo. Famosa nel Padovano è quella ispirata dall’avvocato Emanuele Spata, legale dell’azienda e responsabile delle relazioni sindacali, ma anche animatore di un sindacato “di base” che ha le medesime iniziali del suo studio: lo Studio legale Spata diventa Sindacato lavoro società: stesso acronimo, Sls. Per evitare un plateale conflitto di interessi, a Trebaseleghe viene fatto entrare un “Sindacato della stampa”, con qualche decina di iscritti. Se verifichi in internet trovi una fantomatica sede, a Camposampiero, e le foto dell’unica azienda in cui vanta iscritti, Grafica Veneta, appunto. 

Nonostante tutto, nel 2014 Grafica ha dovuto cedere e riconoscere la rappresentanza della Slc-Cgil; beninteso, dopo una lotta serrata, compresa una denuncia per comportamento antisindacale. In ogni caso, riconosco un ritardo dei nostri iscritti e dei delegati, una sottovalutazione grave, un’incapacità di capire cosa c’era dietro quell’appalto. 

Boschiero: Alla Gkn di Firenze, negli stessi giorni d’agosto, i lavoratori in lotta usano una parola precisa: “Insorgiamo!”, praticano una soggettività forte, consapevoli che la fabbrica è anzitutto lavoro e capacità professionale. A Trebaseleghe non c’è conflitto, si tende a smorzare i toni, prevale l’assuefazione: perché? C’è al fondo una subalternità culturale?

Atalmi: All’esplosione della vicenda, con le testimonianze fotografiche dei maltrattamenti cui erano sottoposti i pachistani del magazzino, ci siamo confrontati aspramente con la rappresentanza aziendale: com’era possibile che nessuno si fosse accorto di queste persone e delle loro condizioni? Gli attivisti della Cgil non dovevano restare indifferenti! Uno di loro, un compagno esperto, mi ha risposto: «Hai ragione, siamo rimasti travolti da questa vicenda e ci sentiamo in colpa per non esserci accorti di nulla. Parlavano poco l’italiano, non erano mai gli stessi, li incrociavamo solo quando portavamo in magazzino la merce da lavorare. Al massimo, ciao ciao». Evidentemente, le violenze e i soprusi avvenivano anche fuori di qui. Abbiamo incontrato i titolari e abbiamo chiesto che questa triste vicenda si chiuda con l’assunzione dei lavoratori interessati.

Boschiero: Avete approfondito le cose dentro l’azienda che gestiva il magazzino? Qualcuno ha ascoltato i pachistani?

Atalmi: Alla Grafica, inizialmente, i pachistani svolgevano mansioni marginali e di fatica, a ridosso dei dipendenti diretti; quando i sindacalisti di fabbrica hanno chiesto di regolarizzare il rapporto con questi lavoratori, come previsto dal Ccnl grafico, la direzione ha deciso di costruire un “bantustan pachistano”, ha recintato cioè uno spazio separato con delle reti termosaldate, all’interno del quale potevano operare solo i lavoratori di Bm Services. Risulta che vi siano state negli anni ben due ispezioni dell’Ispettorato del lavoro, senza che fossero registrate anomalie: cosa inquietante, bastava qualche visura camerale per capire che qualcosa non quadrava. Ma nessuno è intervenuto.

L’utilizzo della Bm Services, come sollevato in più occasioni dalle rappresentanze aziendali, violava quanto previsto dal Ccnl, in merito per esempio al contratto applicato, ma anche alle verifiche preliminari di cui è responsabile il committente, cioè Grafica Veneta. È emerso un quadro impressionante di sfruttamento: per rispondere ai picchi lavorativi in Grafica Veneta, la Bm Services utilizzava migranti pachistani – spesso richiedenti asilo provenienti da centri di accoglienza – che lavoravano fino a dodici ore al giorno, a fronte di salari decisamente inferiori. Non basta! I caporali applicavano ulteriori trattenute sulle buste paga attraverso carte postali che, nelle mani degli sfruttatori, erano strumenti di ricatto.

Per questo motivo fin dall’inizio della vertenza la Slc-Cgil ha rivendicato che Grafica Veneta si assumesse la responsabilità di ciò che è avvenuto in Bm Services e che desse un segnale inequivocabile, assumendo in azienda le persone coinvolte come risarcimento per le violenze subite. Si era avviata una trattativa aziendale, bloccatasi poi quando, al tavolo in Prefettura a Padova, il legale di Grafica Veneta non ha mantenuto gli impegni presi. E Franceschi ha preferito chiedere il rito abbreviato per i due dirigenti indagati, dietro i quali aveva mascherato le sue responsabilità, e pagare una multa. 

Boschiero: La vertenza è ancora aperta? O tutto si chiude così, con una multa ridicola? 

Atalmi: La vicenda penale è chiusa, Grafica Veneta ne è uscita con il patteggiamento, che però, va ricordato, è sempre un’ammissione di colpevolezza. I lavoratori pachistani erano tutti a tempo determinato, alcuni con contratti scaduti, altri hanno problemi con il permesso di soggiorno. Rimane in piedi il processo per caporalato contro la Bm Services, i nostri legali tenteranno di far riconoscere la responsabilità in solido del committente Grafica Veneta. La rappresentanza sindacale interna continua a chiedere che l’azienda assuma i lavoratori. 

Boschiero: Trebaseleghe, il paese e l’opinione pubblica, hanno reagito? Grafica Veneta periodicamente fa notizia sui giornali…

Atalmi: Nel 2012 le cronache segnalarono che un gruppo di mogli dei dipendenti vedevano con sospetto l’assenza prolungata dei mariti a seguito di ripetuti turni notturni; la cosa ovviamente stuzzicò la curiosità giornalistica. Ma, invece che risvolti boccacceschi, emerse semplicemente un uso smodato dei turni e dello straordinario. Un nostro sindacalista, controllando le buste paga, scoprì che lo stipendio mensile lordo era di tremilatrecento euro, con un netto di duemiladuecento. Nel lordo risultavano duecentocinquanta euro di straordinario, quattrocentocinquanta euro di lavoro notturno e ben novecentocinquanta di premio individuale. In quel mese l’operaio aveva lavorato trecento ore!

L’azienda fattura attorno ai centotrentacinque milioni di euro, con una crescita continua negli anni, ma non ha mai negoziato un premio aziendale collettivo. Perché dovrebbe sottoscrivere con il sindacato un premio di risultato? Gli strumenti più semplici sono gli straordinari, sempre e comunque, e il controllo individuale sulle persone. Questa enorme disponibilità dei dipendenti è una delle condizioni che garantisce a Grafica Veneta il vantaggio competitivo che l’ha portata al vertice in Italia e nel mondo: consegne veloci, unite ad affidabilità e qualità. Serve una diversa cultura del lavoro, consapevolezza dei propri diritti, orgoglio.

Boschiero: Proprio i brillanti risultati economici dovrebbero aprire lo spazio al sindacato. Al contrario, la Cgil appare timorosa, incerta: la debolezza sui migranti sottoposti a uno sfruttamento feroce fa pensare a una contrattazione aziendale altrettanto incerta, difensiva… Mi spieghi meglio il processo che porta Franceschi a servirsi di (sedicenti) cooperative?

Atalmi: Nel 2015 entrano in Grafica Veneta due ditte in appalto. Una che impiega esclusivamente donne rumene, la So-Giu Scarl, e la (famigerata) Bm Services Sas, di proprietà di due pachistani e con solo lavoratori pachistani. Nella stampa dei libri il finissaggio – apposizione di fascette, adesivi o sovra-copertine, finalizzati a promuovere le vendite – viene eseguito a mano ed è soggetto a picchi lavorativi. Un lavoro povero e discontinuo che può essere appaltato senza troppi problemi. La stessa forma cooperativa è puramente strumentale.

La Bm Services, che si propone come “professionisti del mondo dell’editoria”, ha sede legale a Lavis (Trento), curiosamente come altre aziende del settore concorrenti di Grafica Veneta – Lego, Lego Digit, Esperia, Alcione, Elcograf e la Printer Trento –, opera in diverse di queste aziende, applicando peraltro ai dipendenti, inopinatamente, il contratto metalmeccanico. Sin qui non è emerso a sufficienza che la Bm Services ha appalti con tutte le maggiori ditte del settore, e continua ad acquisirne.

Boschiero: Franceschi ha rilasciato in questi giorni alcune interviste imbarazzanti, dove si lascia andare a considerazioni razziste: «I pachistani sono un po’ così, pulizia e bellezza non è che facciano parte della loro cultura…», e afferma che d’ora in poi non intende più servirsi di loro e che assumerà solo veneti doc: «Il nostro territorio è un po’ traumatizzato da questa presenza. Non ce la sentiamo di assumere gente che non vive qui, perché la nostra è come fosse una famiglia…». 

Atalmi: Franceschi riaccende una polemica culturalmente devastante e danneggia l’immagine della stessa azienda. Anche qui realtà e finzione si rincorrono, perché Grafica Veneta non è e non è mai stata un’azienda “padana”. Dei trecentonovantaquattro dipendenti dello stabilimento di Trebaseleghe, duecentoquarantanove sono italiani, ma centoquarantacinque vengono da Romania, Marocco, Albania, Filippine, Senegal, Bielorussia, Egitto, Ucraina… E neppure è vero che occupa solo lavoratori diretti, vi è una forte presenza di lavoratori interinali.

Ancora un aneddoto. Nell’incontro estivo di cui dicevo, alla nostra richiesta di assumere i pachistani, se non per dovere morale, almeno per evitare campagne di boicottaggio internazionale – erano in corso di stampa i libri di papa Francesco e della Merkel, e già alcuni scrittori italiani avevano diffidato le loro case editrici a servirsi di Grafica –, il patron rispose con disarmante franchezza: «Più che il boicottaggio internazionale io non dormo la notte perché in piazza a Trebaseleghe la gente mi guarda e magari è convinta che sia io ad aver permesso quelle cose in fabbrica». 

L’indagine sul capitalismo flessibile in Veneto di Alfredo Boschiero continua.