La digitalizzazione secondo il Recovery

Francesco Garibaldo

Matteo Gaddi ha analizzato l’insieme del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Data l’importanza della digitalizzazione, può essere utile un approfondimento specifico di tale strategia applicata alle imprese.

Nel Pnrr la digitalizzazione e l’innovazione sono uno dei tre assi strategici del piano che prevede sei missioni articolate in sedici componenti. Essa informa la Missione 1 dal titolo “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” che a sua volta registra tre componenti: la pubblica amministrazione, le imprese e il turismo. Mi concentrerò sulla seconda componente che viene classificata come “Transizione 4.0”.

Vale la pena riportare per intero la descrizione del compito di “Transizione 4.0”: 

La seconda componente riguarda l’innovazione e la digitalizzazione delle imprese (Transizione 4.0), ivi comprese quelle del comparto editoria e della filiera della stampa, la realizzazione di reti ultraveloci in fibra ottica, 5G ed investimenti per il monitoraggio satellitare. In quest’ottica, gli incentivi fiscali inseriti nel Pnrr sono riservati alle imprese che investono in beni strumentali, materiali e immateriali, necessari a un’effettiva trasformazione digitale dei processi produttivi, nonché alle attività di ricerca e sviluppo connesse a questi investimenti. Si prevedono inoltre progetti per sostenere lo sviluppo e l’innovazione del Made in Italy, delle catene del valore e delle filiere industriali strategiche, nonché la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione delle imprese, anche attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari a leva.

Sotto un’unica voce, quindi, sono ricompresi sia l’obiettivo della digitalizzazione, interpretato come processo innovativo, sia la realizzazione delle infrastrutture necessarie a sfruttare in modo efficace le potenzialità del digitale, avendo come platea tutte le imprese, ma con una particolare attenzione alle catene del valore e alle filiere strategiche. 

La sola componente riservata alle imprese vale 24,3 miliardi cioè quasi il 60% della Missione 1 che a sua volta rappresenta poco più del 21% del totale del Piano. Se si considerano sia i progetti nuovi che quelli in essere, risulta la seconda più rilevante in termini di risorse, dopo la “rivoluzione verde e la transizione ecologica”, delle sei missioni del Piano. D’altra parte, considerando solo i nuovi progetti le prime due risultano equivalenti. 

Questa componente prevede cinque interventi: la vera e propria “Transizione 4.0”, che impegna circa il 60% dei 24,3 miliardi previsti, e poi, in ordine di importanza: “reti ultraveloci”, “politiche industriali di filiera e internazionalizzazione”, “tecnologie satellitari ed economia spaziale”, “investimenti ad alto contenuto tecnologico” (cioè sostanzialmente l’industria dei microprocessori).

A parte vengono trattati gli interventi pubblici infrastrutturali per sviluppare, come viene sottolineato, azioni orizzontali e automatiche in una logica di neutralità tecnologica. Qui lo strumento principe è il credito di imposta, seguito da incentivi mirati, come nei casi delle filiere e dell’internazionalizzazione delle imprese.

Già dai titoli dei capitoli si comprende che il processo viene concepito come un adeguamento in itinere a un modello competitivo le cui caratteristiche fondamentali sono, tuttavia, di fatto già parte di uno standard definito: quello del progetto tedesco Industria 4.0 che, nella sua gestazione, risale al 2011.

Alla base c’è il concetto di sistemi cyber-fisici, che su scala macro sono costituiti da reti globali che incorporano macchinari, sistemi di stoccaggio e siti produttivi attraverso la cosiddetta “Internet delle cose” (Internet of Things, IoT), che collega “oggetti intelligenti” in grado di connettersi a una rete per elaborare dati e scambiare informazioni con altri oggetti. 

 Nella manifattura una delle idee chiave del nuovo standard è stata così riassunta da Hirsch-Kreinsen nel 2014: 

Raggiungere un nuovo livello di automazione che è basato sulla ottimizzazione continua di componenti di sistema decentrati e intelligenti e sulla loro capacità di autoregolarsi rispetto a condizioni esterne che cambiano dinamicamente, per esempio le condizioni dei mercati di sbocco, della produzione e delle catene logistiche, o a richieste in tempo reale dell’ambiente esterno [..], in altre parole i limiti attuali tecnologici ed economici dell’automazione stanno per essere spezzati ed estesi in risposta alle nuove domande poste dalla flessibilità.

Si tratta cioè di conquistare per via tecnologica una flessibilità estrema, in tempo reale, senza dover sacrificare i vantaggi storici della produzione di massa; di qui la teorizzazione del cosiddetto lotto zero o lotto uno, a seconda dei termini che vengono preferiti. 

Di cosa si tratta? La produzione di massa del Novecento si è basata sull’idea di ridurre i costi di produzione con la catena di montaggio e la riduzione di lavori complessi a lavori più semplici, dove possibile elementari. Questo ha funzionato benissimo finché si è trattato di produzione di beni uguali tra loro o con ridottissime differenze. La catena di montaggio, infatti, presuppone di potere programmare quantità significative di produzione per periodi definiti con notevole anticipo: nella programmazione entrano quindi un numero minimo di pezzi da realizzare e la dimensione dei lotti da produrre, che cambia a seconda dei prodotti. 

I pezzi necessari al processo produttivo, o le parti premontate utilizzate nell’assemblaggio finale, vengono fatti affluire alla catena con regolarità e precisione. Il limite di questo sistema produttivo è determinato dal fatto che a ogni cambio significativo di prodotto la catena va riorganizzata anche fisicamente: cambiano le distanze tra le singole postazioni, cambiano i componenti utilizzati, cambiano gli strumenti necessari. 

Questi cambiamenti per l’impresa comportano un doppio costo: da una parte quello costituito dal tempo perso per riattrezzare e risettare la catena, dall’altra la necessità di disporre di nuove attrezzature. Si pensi che nell’industria automobilistica ci sono 20.000 parti dettagliate con circa 1.000 componenti chiave da gestire, il che significa che le possibili configurazioni dei prodotti finali sono, in teoria, milioni; mentre nella realtà concreta della produzione si può comunque parlare di diverse migliaia di prodotti che vengono realizzati e che differiscono in base alle varianti e agli optional.

L’idea di personalizzare in maniera spinta il prodotto con questo modello era quindi irrealizzabile, al massimo la customizzazione poteva avvenire tramite attività di post produzione di tipo estetico o tramite l’aggiunta di parti non funzionali. La possibilità offerta della digitalizzazione consiste nel riuscire a gestire e processare, sulla stessa linea di montaggio, prodotti anche molto differenti tra loro, concepiti e progettati per soddisfare la richiesta di un singolo cliente, senza dovere riattrezzare la linea a ogni cambio di prodotto. Per esempio, una motocicletta personalizzata per un cliente specifico può essere prodotta sulla stessa linea di montaggio dove vengono alternati prodotti diversi, sino al caso estremo in cui vengono inseriti in essa prodotti tutti diversi, avviati alla produzione in modo casuale, cioè senza alcuna pianificazione preventiva, ma semplicemente sulla base degli ordini di produzione che vengono acquisiti.

Sostanzialmente la programmazione della produzione avviene in tempo reale, sulla base delle richieste che pervengono dai singoli clienti. Un esempio personale: ho comprato un’auto nuova e mi è stato comunicato che la “mia auto” con le “mie specifiche” era stata messa in produzione, ovviamente assieme ad altre diverse da essa, ma sulla stessa linea di montaggio. In questo modo il lotto che è possibile realizzare sia tecnicamente che economicamente è il lotto di un solo prodotto: quello che in precedenza è stato indicato come il “lotto uno” o, enfaticamente, il “lotto zero”. Questa riconfigurazione continua e flessibile dei processi produttivi, tramite le innovazioni tecnologiche della digitalizzazione, consente di combinare i vantaggi della produzione di massa, cioè di sfruttare le economie di scala derivanti dai grandi volumi, con quelli di una produzione di tipo “artigianale”, cioè in grado di garantire un prodotto personalizzato.

La seconda idea chiave è costituita dalla riorganizzazione delle catene di subfornitura che, tramite queste nuove tecnologie, verrebbero organicamente integrate nel modello flessibile delle imprese centrali, a costo ovviamente di una oggettiva subordinazione strutturale. Una conseguenza di tale processo è la possibilità di integrare organicamente anche attività geograficamente disperse, arrivando sino al singolo individuo: fenomeno al quale comunemente ci si riferisce con il termine di “economia delle piattaforme”. 

Cosa si intende quando, parlando di nuovo tipo di impresa, si utilizza il termine “piattaforma”? In sostanza si tratta di un’attività economica di intermediazione online; quando questa attività riguarda il lavoro vi è la possibilità di lavorare senza un orario predefinito e senza una sede specifica – come accade oggi per chi lavora da casa – e, cosa molto rilevante, la paga può essere calcolata sulla base di una retribuzione a pezzo per un singolo compito da svolgere o per il singolo bene da produrre. I giganti di questo nuovo settore sono Google, Apple, Facebook, Netflix e Amazon. Queste attività mediate dalla rete consentono alle imprese di esercitare dei livelli molto elevati di controllo sulle prestazioni di chi lavora, e anche sugli utenti, tanto che che questa possibilità ha dato origine ad una nuovo fenomeno definito da alcuni come “capitalismo della sorveglianza”.

La nuova forma di impresa, intesa come piattaforma, è importante perché non riguarda solo le aziende che dominano la rete, ma diventa il modello di riferimento trasversale a tutti i settori, da quelli industriali tradizionali a quelli puramente finanziari, attraversando anche i servizi e le attività commerciali tradizionali.

Infine, la terza idea chiave è costituita dalla valorizzazione estrema dei prodotti fisici attraverso l’integrazione diretta di servizi a richiesta, i cosiddetti “prodotti intelligenti”, resi tali dall’inserimento di tecnologie digitali ed Ict che consentono loro di ricevere, immagazzinare, elaborare e trasmettere dati e informazioni.

Il punto è che tale processo non è solo e principalmente tecnologico, infatti non è nemmeno omogeneo e lineare; più che di uno standard si tratta di obiettivi perseguiti e ottenuti con percorsi alternativi e da un punto di vista sociale con risultati opposti.

Vale la pena, inoltre, sottolineare che la formula di interventi automatici e orizzontali esclude, in teoria, un ruolo selettivo e di orientamento strategico da parte del potere pubblico, in modo coerente con l’idea di perseguire modelli e standard ben definiti.

Un’analisi anche superficiale di quanto già realizzato da aziende innovative non solo in Germania, ma anche in Italia, evidenzia come la situazione sia tutt’altra.

Il motore trainante non è la tecnologia ma una trasformazione radicale del rapporto tra produzione e mercato, con una preminenza della domanda in tempo reale come criterio fondante dei modelli di impresa e della loro organizzazione; la tecnologia è lo strumento per implementare questo modello. In assenza di condizionamenti sociali importanti, come per esempio i sindacati, la trasformazione è guidata dall’imperativo di eliminare ogni tempo morto e di disciplinare la forza lavoro in modi senza precedenti, grazie alla possibilità di un monitoraggio costante della prestazione lavorativa tramite, appunto, questi dispositivi e le tecnologie della rete. Parallelamente è stato costruito il mondo delle piattaforme logistiche, del crowd-working, dei lavoretti, di quei lavori cioè, legati alle piattaforme online in cui i committenti postano su una bacheca virtuale i lavori disponibili e si rivolgono a chiunque desideri candidarsi a svolgere quel lavoro.

Analogamente i rapporti tra imprese centrali e rete produttiva – specialmente di fornitura, in assenza di poteri pubblici interventisti – spostano il rapporto di potere in maniera radicale a favore delle aziende centrali; in una situazione di reti globali o, nella nuova versione post pandemia, di reti per grandi aree geo-economiche, questi sbilanciamenti di potere si traducono in sentieri di crescita industriale depauperati per i Paesi e le zone satellite.

Non si intende mettere in discussione la necessità di implementare processi di digitalizzazione dei processi produttivi, ma nel perseguirli occorre mettere al centro dei criteri sociali selettivi su come realizzarla, in particolare dal punto di vista del lavoro. Un conto, per esempio, è l’introduzione di strumenti che alleggeriscono, tramite interfacce intelligenti e robot connessi, il carico fisico e mentale di chi lavora, o la capacità di leggere in anticipo i segnali inerenti alla fatica della prestazione lavorativa e/o afferenti il rischio per la salute e sicurezza nelle attività svolte, tanto da individuare gli oggettivi elementi di pericolo. Completamente un altro conto è l’algoritmo che controlla i fattorini di Amazon, o che definisce il taglio dei tempi di lavoro e che viene realizzato grazie a un controllo diffuso e in tempo reale del processo produttivo, teso all’eliminazione di tutti i “tempi morti”, considerando tali anche i tempi fisiologici di recupero tra i compiti lavorativi. 

Ciò richiede un’iniziativa sindacale che non può essere ristretta, come sta accadendo, solo ai punti forti della presenza sindacale. Questo presuppone che vi siano delle linee guida pubbliche, che sia sancito il diritto all’informazione anche nelle aziende minori nel momento dell’introduzione di tali trasformazioni, e che si sviluppi una discussione pubblica nazionale sulle modalità e gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Analogamente serve un intervento di orientamento e sostegno attivo, da parte dei poteri pubblici, sulla riorganizzazione delle catene di fornitura con particolare attenzione alle Pmi e alle microimprese. Questi interventi, per ora insufficienti, hanno bisogno di trovare una spinta nei movimenti sociali, oltre alla sfera del sindacato.

Vi è infine il problema dell’occupazione. È troppo presto per riuscire a trarre conclusioni fondate sugli impatti occupazionali di un esteso processo di digitalizzazione. I risultati oggi disponibili sono inconcludenti e certamente fortemente differenziati da un settore all’altro, ma è certamente prevedibile che tali effetti dipenderanno anche da come si realizzerà il processo e ancora una volta il potere pubblico deve maturare delle opinioni fondate su cosa va incentivato e cosa no, e su un nuovo corso di politiche per la piena occupazione.

Per quanto riguarda gli aspetti infrastrutturali, gli obiettivi sono da raggiungere il più rapidamente possibile poiché costituiscono il presupposto materiale di ogni possibile scelta. Ma anche in questo caso si assiste a un grave ritardo, come nel caso delle rete a banda ultralarga, imputabile in gran parte alla dismissione di un ruolo attivo dello Stato. 

Bibliografia

D. Freddi, «Gli effetti occupazionali della digitalizzazione – una rassegna della letteratura», fondazionesabattini.it. 

F. Garibaldo, «Un documento di impostazione su Industria 4.0», fondazionesabattini.it. 

F. Garibaldo, E. Rebecchi (a cura di), AI&Society, volume 33, numero 3, agosto 2018.

F. Garibaldo (a cura di), «Divisione del lavoro, reti di impresa e flessibilità del lavoro: modelli alternativi», in Atti dei convegni dei Lincei 172, Accademia Nazionale di Lincei, Roma, 2001.

F. Garibaldo, «Il capitalismo delle piattaforme», in Lavoro alla spina, welfare à la carte – Lavoro e Stato sociale della gig economy, a cura di A. Somma, Meltemi, Milano 2019.

F. Garibaldo, «Recensione di Il Capitalismo della Sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri», in Quaderni di rassegna Sindacale, n. 1-2, 2020.

F. Garibaldo, «Una nuova fase del capitalismo, una nuova classe operaia. Quali conseguenze politiche?», in Economia& Lavoro, n. 2, 2020.

N. Srnicek, Platform Capitalism, Polity Press, Cambridge 2017.

Se il capitalismo verde è l’ultima speranza

Salvatore De Rosa

Nell’architettura dei finanziamenti Ue per far ripartire la crescita economica del continente, la mitigazione dei cambiamenti climatici e la preservazione e rigenerazione degli ecosistemi rappresentano in teoria lo scheletro dell’intero edificio di aiuti. Ogni progetto presentato dagli Stati nei piani di ripresa e resilienza per accedere ai fondi di Next Generation Eu è tenuto a esercitare un impatto positivo su decarbonizzazione, sostenibilità e salvaguardia della biodiversità, o almeno a non contribuirvi negativamente. 

Alla missione della cosiddetta transizione ecologica devono essere destinati almeno il 37% dei fondi per i singoli Paesi, che per l’Italia ammontano a oltre 200 miliardi di euro. Il Recovery italiano dovrà anche essere complementare alla Strategia di lungo termine per la decarbonizzazione e al Piano nazionale energia e clima, il quale proietta la fine del carbone entro il 2025 e prefigura aumenti in capacità di energia rinnovabile ed efficienza energetica del 32% entro il 2030, entrambi da aggiornare in base alla più stringente climate law recentemente approvata dall’Ue.

Le proposte di piano saranno vagliate e monitorate dalla Commissione europea sulla base dei target proposti, degli indicatori quantitativi, del cronoprogramma, e della fattibilità e coincidenza con gli obiettivi climatici ed ecologici continentali. Quali progetti nello specifico saranno considerati in linea con questi ultimi obiettivi dipenderà anche dai criteri stabiliti nella tassonomia degli investimenti sostenibili dell’Ue, un documento in discussione e aggiornato a scadenze fisse sul quale si giocano battaglie politiche e scientifiche senza esclusione di colpi, soprattutto in relazione ai progetti legati al gas fossile, al nucleare e all’energia da biomasse. 

Il tema della transizione ecologica è dunque trasversale e dominante, una formula magica che sembra promettere crescita economica, preservazione delle risorse, difesa della biodiversità e stabilizzazione del clima. Ma a un più attento scrutinio, questa coppia semantica si rivela ambigua e proteiforme, un significante evocativo eppure vuoto. In altre parole, la direzione di questa “transizione” e il contenuto di ciò che verrà considerato “ecologico”, sono un terreno di conflitto dagli esiti tutt’altro che scontati.

Qualche punto fermo lo abbiamo. La recente legge climatica europea pone come obiettivo al 2030 una riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990, e al 2050 il raggiungimento dello zero netto di emissioni. Al di là delle retoriche celebrative, ci sono ragioni fisiche e storiche per le quali gli entusiasmi sono del tutto malposti. In prima battuta, l’atmosfera se ne frega dell’ambizione, conta l’azione. Considerando l’urgenza di mitigazione che intimano i modelli climatici più recenti, i target sono troppo lontani e insufficienti per avere buone probabilità di restare al di sotto di 1,5°C di riscaldamento, come da accordi di Parigi, e per limitare sconvolgimenti estremi. In secondo luogo, l’insistenza sul “netto” costituisce una scappatoia per ritardare i tagli diretti e immediati alle emissioni, cosí da contenere la CO2 nell’atmosfera e rallentare il riscaldamento globale. 

L’enfasi su zero “netto” fornisce la licenza per continuare a bruciare combustibili fossili sulla base di forme di compensazione contraddittorie e insufficienti, e di dispiegamenti irrealistici di tecniche per la rimozione di carbonio su larga scala, naturali e artificiali. Infine, gli obiettivi non fanno i conti con le responsabilità storiche: le emissioni cumulative dagli albori dello sviluppo industriale causate da Europa e Stati Uniti per raggiungere i loro alti standard di benessere rappresentano più del 50% della CO2 antropogenica totale in atmosfera, molto più della quota di emissioni permissibili per Paese dividendo equamente lo spazio atmosferico. Questo overshoot impone che, in un’ottica di giustizia, le riduzioni dei Paesi maggiormente responsabili debbano essere largamente superiori rispetto agli altri – inclusi gli attuali grandi emettitori come India e Cina – e contestualmente che i Paesi ricchi forniscano risorse a fondo perduto per lo sviluppo economico, l’adattamento climatico e la compensazione di danni e perdite inevitabili nei Paesi meno responsabili, più impoveriti e più esposti, onorando il proprio debito climatico ed ecologico. 

Scienza e giustizia, tuttavia, non guidano i piani di Recovery. Questi sono primariamente strumenti di ripresa economica entro gli assetti dominanti, nominalmente verdi, soggetti a limitata influenza da parte dei cittadini, e convenientemente nazionalisti. Secondo un calcolo di Green Recovery Tracker basato sui piani già disponibili, solo attorno al 36% dei progetti presentati avrà un effetto positivo su clima e ambiente, mentre la parte restante avrà implicazioni da neutre a molto negative. Anche nelle bozze di piano italiano (al 25 aprile 2021) sono riscontrabili contraddizioni profonde, sia complessive che nello specifico della missione della transizione ecologica. Mentre si intende mantenere in vita artificialmente interi settori ormai fuori tempo massimo e puntare su infrastrutture obsolete, entrambi incompatibili con la decarbonizzazione quindi destinati presto a essere fuori mercato e inutili, si pianifica anche un’accelerazione sugli investimenti in progetti futuribili ma al momento marginali, sottraendo cosí risorse, attenzione e incentivi ad aree e interventi la cui utilità è provata, le cui tecnologie necessarie sono disponibili già ora, e che creano valore sociale ed ecologico piuttosto che immediato valore monetario.

Il passato duro a morire si riscontra dal lato di opere pubbliche già in corso o pianificate per un valore complessivo di 82,7 miliardi di euro, finanziate parzialmente da recenti Dpcm e completate dal Pnrr. Autostrade, alta velocità ferroviaria capillare, porti per accomodare navi sempre più grandi, progetti invasivi dati in mano ai famigerati commissari che agiranno in deroga alle leggi, e con i sindacati confederali già messi in riga dal miraggio di decine di migliaia di posti di lavoro. Gli stessi posti di lavoro che si sarebbero potuti creare spingendo radicalmente verso altre infrastrutture e aree d’intervento. Nella bozza di piano Draghi, secondo un’analisi di Eccø, è riscontrabile un taglio netto complessivo di 7 miliardi rispetto al piano Conte nel settore dell’efficienza energetica per l’edilizia pubblica, risorse mancanti che avrebbero beneficiato direttamente la collettività. Per esempio, sulle circa 32.000 scuole in attesa di interventi in tal senso, il Pnrr identifica risorse per soli 195 edifici.

Rispetto alla produzione di energia, in Italia sono pianificati entro questa decade impianti termoelettrici a ciclo combinato alimentati a gas per 14 gigawatt, collegati a una ragnatela di gasdotti in costruzione per le importazioni, come da strategia del Piano nazionale clima e energia per superare le centrali a carbone. Ma secondo Carbon tracker, un think tank indipendente, ciò comporterebbe la perdita di 11 miliardi di investimenti: gli impianti a gas diventeranno presto capitale svalutato poiché nel contesto normativo ed economico della decarbonizzazione il loro valore sarà bruciato in breve tempo, conducendo gli operatori a rifarsi delle perdite sugli utenti finali attraverso aumenti dei prezzi. Più sensato sarebbe investire da subito in una combinazione di fonti energetiche rinnovabili che offrirebbero gli stessi livelli di energia a un costo inferiore: eolico, solare, efficientamento, accumuli, e sistemi di risposta e redistribuzione in base alla domanda. 

Ma nelle bozze del Pnrr le misure per le energie rinnovabili proposte porterebbero alla realizzazione di soli 4,2 gigawatt di nuova capacità, meno di quanto l’Italia dovrebbe installare in un solo anno per entrare in una traiettoria di crescita delle fonti rinnovabili in linea con gli obiettivi europei. Eppure, nel 2019 i costi per produrre un megawatt di energia da fonti rinnovabili e da fonti fossili si sono equalizzati; nel futuro continueranno a scendere per le rinnovabili mentre saliranno e saranno oggetto della volatilità geopolitica quelli per le fonti fossili. Investire nel gas non ha senso, sia dal punto di vista climatico che economico. Ma gas e rinnovabili in Italia non competono equamente. Qui la corsa a costruire nuove centrali si spiega con i pagamenti del capacity market (il meccanismo che assegna contratti su basi competitive per assicurare la medesima capacità di energia fornita attualmente dal carbone nel passaggio ad altre fonti) che ricompensano in modo sproporzionato il gas. In più, lo sviluppo delle rinnovabili sul mercato italiano è bloccato dall’impossibilità di ottenere autorizzazioni in tempi ragionevoli e da un mancato completamento delle policy nazionali. Il bivio in cui si trova la Sardegna tra possibilità di elettrificazione o di gassificazione, e la spinta delle aziende fossili italiane verso la seconda, è paradigmatico dello stallo artificiale in cui si trova il Paese, preda della mancanza di coraggio e di visione di una classe politica che neppure davanti alle implicazioni gigantesche e a lungo termine delle scelte che si faranno ora riesce a essere all’altezza del compito.

Queste contraddizioni sono soprattutto il risultato del potere d’influenza di lobby internazionali e aziende para-pubbliche come Eni, Snam ed Enel. È palese che l’industria fossile intenda mantenere la sua centralità, riprodurre la dipendenza dai combustibili che estrae e fa circolare, e presentarsi come protagonista della transizione. L’alternativa della de-centralizzazione energetica la spaventa perché significherebbe una diminuzione del suo potere, economico e politico. Ritardando il passaggio alle rinnovabili decentralizzate, mantiene una supremazia di fatto e riproduce la dipendenza dello Stato dai suoi prodotti e la dipendenza del Paese nei confronti di una infrastruttura inquinante e vulnerabile. Passare da carbone o petrolio al gas era uno switch già vecchio negli anni Novanta eppure è una delle colonne sia del Piano energia e clima che del Recovery, anche in relazione all’anelata “rivoluzione dell’idrogeno”. Inoltre, bisogna tenere a mente che le stesse aziende esercitano da anni pressioni affinché le proteste civiche contro infrastrutture e siti del fossile vengano inquadrate nell’ambito del terrorismo, dell’eversione se non del crimine organizzato. E tra decreti e sospensione dei diritti sotto pandemia, protestare sta effettivamente diventando sempre più rischioso per i singoli e per le comunità. 

La presa del mercato sull’immaginazione politica impedisce di concepire una transizione al di fuori della logica dell’accumulazione e quindi del dogma della crescita illimitata. Se transizione ci deve essere, le élite devono farci soldi: bisogna vendere la crisi climatica ai mercati finanziari e agli investitori come grande opportunità di crescita. Milioni di posti di lavoro e innovazione tecnologica fantascientifica conditi di aiuti di Stato sono lo specchietto per attirare il settore privato. Nei circoli giusti salvare il clima è presentato soprattutto come un affare di transizione economica, cioè un’ennesima rivoluzione del capitalismo verde che non alteri significativamente le strutture dominanti. Sembra che questo sia rimasto l’unico linguaggio possibile della politica. La crescita deve continuare: ci sarà il disaccoppiamento (crescita economica slegata dalle emissioni e dalla pressione sulle risorse) e poco importa che un approccio sensato alla tanto sbandierata economia circolare inizia da una riduzione dell’impronta materiale dell’economia. L’estrazione di combustibili fossili deve continuare: cattureremo il carbonio in eccesso (a cominciare dall’impianto di cattura e stoccaggio di carbonio pianificato nel mare di fronte a Ravenna da Eni e benedetto da Cingolani) e compenseremo le emissioni. Il treno in corsa verso il disastro non altera la traiettoria – stesso treno, stesso motore, stesse divisioni di classe – ma si suppone possa arrivare alla stazione sicura dell’equilibrio ecologico.

Il piano di transizione dunque funziona come catalizzatore di speranze nel mezzo della perdita totale di speranza. Serve a riesumare lo slancio utopico dell’ideologia del progresso come autogiustificazione del capitalismo. Finalmente una direzione! Certo, una direzione fittizia nell’assenza di un progetto reale di futuro, finanche di una possibilità di futuro a queste condizioni nel quadro della crisi climatica, ma la sua funzione è proprio quella di conferire una patina di senso al movimento insensato della macchina dell’accumulazione, giustificando i sacrifici passati, presenti e futuri dei lavoratori in nome di un’utopia ecologica da realizzare a botta di infusioni di denaro – pubblico e/o a debito – che a quei lavoratori daranno lavoro verde, ai cittadini una città ecologica, agli agricoltori un’agricoltura biologica. Il neo-ambientalismo dei mercati, della crescita e della sosteniblità. 

Se i movimenti non elaborano un’agenda climatica che sia all’altezza dei bisogni reali degli esclusi, che tenga insieme la necessità di assicurare a tutti condizioni dignitose di vita con l’imperativo della decarbonizzazione, che metta in primo piano la mitigazione delle emissioni e l’adattamento della società, la preparazione dei territori, l’agroecologia e la rigenerazione degli ecosistemi, nessun altro lo farà. Ispra calcola che ci sarebbe bisogno di almeno 26 miliardi di euro per affrontare il dissesto idrogeologico e ridurre il rischio di alluvioni in tutto il Paese; il Pnrr assegna alla messa in sicurezza del territorio solo 2,49 miliardi in sei anni. Il ministero della Transizione guidato da Cingolani ha già manifestato il tenore del suo ecologismo autorizzando permessi estrattivi in Adriatico e Val d’Agri nel mese di marzo, ed esprimendo rammarico per lo stop all’ex Ilva di Taranto da parte del Tar pugliese. Le banche italiane Unicredit e Intesa San Paolo hanno finanziato con, rispettivamente, 26 e 12 miliardi di euro il settore dei combustibili dei fossili tra il 2016 e il 2020. Nello stesso periodo, ben lontano dai riflettori, Sace, l’agenzia di credito all’esportazione italiana, ha fornito garanzie per 8,6 miliardi di euro ai comparti del petrolio e del gas. Se questa è la loro transizione, preferiamo la rivoluzione. 

Nel momento in cui tutti i piani saranno consegnati, ci si renderà conto che i governi europei non riescono ad andare al di là del ventesimo secolo per affrontare una sfida che in quest’inizio di ventunesimo non è neppure entrata nel pieno dei suoi effetti. Difficile prevedere se la Commissione europea terrà fede ai propri proclami premiando solo i progetti realmente sostenibili e solidali. Di certo, ogni progetto, cantiere, finanziamento andrà vagliato e il più possibile influenzato dalle forze sociali che sono già organizzate sui territori e sui posti di lavoro, e da quelle che per forza di cose dovranno emergere. L’evidenza che questa decade è “l’ultima chance” che rimane prima di superare le soglie di abitabilità in diverse zone del pianeta e di assistere a reazioni a catena devastanti, è forse l’unica verità affiorata dalla retorica senza limiti dei governanti. Ma loro saranno protetti. A noi spetta il compito di coordinare gli sforzi per non lasciare indietro nessuno e non far spostare il problema altrove (il metodo primario attraverso cui il capitalismo ha risolto le sue crisi nella storia). Perché un altrove non esiste più.

Gaming vs mining

Maurizio Coppola

Negli ultimi tempi, il mondo dei videogiochi attraversa una vera e propria crisi. Essa non è dovuta tanto al mondo del gaming in sé, che anzi negli ultimi anni sta vivendo una vera e propria ascesa: il numero dei videogiocatori (i gamers) è aumentato esponenzialmente e il mercato videoludico riesce a smuovere cifre astronomiche. Tuttavia, questo settore si è recentemente trovato di fronte un ostacolo insormontabile che riguarda la penuria di materiale informatico, in particolare processori e schede video. Queste ultime rappresentano il pezzo più ambito per poter accedere ai giochi più moderni, i cosiddetti tripla A, ovvero quelli che per funzionare al meglio hanno bisogno delle piattaforme più performanti e moderne, le uniche capaci di generare la potenza di calcolo necessaria per elaborare gli effetti grafici e far “girare” i videogiochi.

La mancanza di schede video (ma anche di processori, le “Cpu”) è dovuta a molteplici fattori. Uno di questi è la recente espansione dell’informatica che negli ultimi anni ha amplificato la domanda per i prodotti in silicio, costringendo le aziende a ricollocare le proprie catene produttive. A questo si aggiunge l’impatto che la pandemia ha avuto sulla logistica mondiale, provocando ritardi e difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime. Come è stato ben descritto da Xaviet Tabet, il lockdown non ha avuto delle conseguenze solo dal punto di vista sanitario, ma ha anche generato una sovrapposizione tra la sfera pubblica e quella privata dei cittadini. L’obbligo di restare a casa e il telelavoro hanno costretto molti lavoratori a diventare dei veri imprenditori di sé stessi. Una delle conseguenze è stata appunto il dover equipaggiare la casa come il proprio ufficio, dirigendo le spese verso quei prodotti informatici destinati di solito allo “spazio pubblico” del lavoro.

Tuttavia, questo spiega in parte le ragioni della carenza di schede video. Il vero motivo per cui i videogiocatori penano nel trovare questi componenti è dovuto ai nuovi interessi economici che ruotano intorno alle criptovalute. In effetti, è grazie alle schede video che è possibile minare (dall’inglese mining), ovvero estrarre, le monete virtuali come bitcoin o etherum. In sostanza, e senza entrare troppo nel dettaglio di argomentazioni tecniche, una moneta virtuale è il processo di un’operazione di crittografia, una blockchain, un insieme di dati strutturato e immutabile. Diverse schede video collaborano alla produzione di queste catene di dati crittografati e più la moneta virtuale è solida più è esente da contraffazioni. Per questo motivo le schede video si trovano al centro di un contenzioso fra gli interessi dei videogiocatori e quelli dei “minatori”.

La crescita delle criptovalute negli ultimi anni è un fenomeno mondiale e il valore di ogni singolo bitcoin ha assunto delle cifre vertiginose: per un bitcoin bisogna sborsare più di quarantacinque mila euro (sebbene tali cifre sono soggette spesso a forti oscillazioni). Alcuni grandi aziende hanno iniziato ad accettare pagamenti in bitcoin (come per esempio il gigante assicurativo Axa o come Paypal) sebbene questo sistema presenta ancora molte criticità (di recente, Elon Musk ha prima confermato e poi annullato il pagamento in bitcoin per le sue Tesla). Tuttavia, si può capire come l’utilizzo delle criptovalute abbia creato una vera e propria nuova fase dell’economia mondiale in cui gli equilibri vengono spostati da chi è in grado di generare più velocemente e in quantità maggiori tale “valuta virtuale”, a fronte di rischi e conseguenze notevoli.

E in effetti, Paesi come la Russia e la Cina hanno investito e stanno investendo in bitcoin, sebbene abbiano da tempo approvato alcune misure restrittive per arginare il fenomeno del mining. In certi casi si parla addirittura di Stati interessati a sfruttare le caratteristiche delle criptovalute per garantirsi delle forme di rendita complementari alle valute classiche. L’obiettivo della Russia, per esempio, è eliminare la dipendenza dal dollaro e permettere una maggiore flessibilità sulle transazioni e sui mercati finanziari. Da questo punto di vista, investire nel mining potrebbe rappresentare un vantaggio per quei Paesi che mirano ad una maggiore autonomia economica, benché il mercato del bitcoin sia ancora una realtà molto più instabile che i mercati finanziari classici. 

Non è raro vedere oggigiorno foto in cui appaiono centinaia di schede video messe insieme per generare criptovaluta. I “minatori” (ma non solo loro) hanno sviluppato recentemente delle tecniche ancora più sofisticate per arrivare a mettere le mani il prima possibile sulle nuove uscite hardware. Il metodo più noto è quello di utilizzare dei bot, ovvero dei programmi in grado di setacciare il web e le piattaforme di vendita online in modo da individuare e ordinare in modo automatico e veloce le schede video sul mercato. Di fronte alle difficoltà del momento e alla voracità dei miner, i due maggiori produttori di schede, le americane Amd e Nvidia hanno cercato di porre dei paletti a questa pratica, senza tuttavia riuscirci. L’unica soluzione resta quella di aumentare la produzione, ma il problema della reperibilità delle componenti hardware perdurerà ancora per molto tempo. Infatti, per sviluppare nuove catene di produzione c’è bisogno di competenze e di risorse che pochi specialisti possiedono, tra cui Taiwan con la fonderia Tsmc.

Come è stato evidenziato da Antonio Casilli, nel nuovo capitalismo, fatto di algoritmi ed apps, l’automazione gioca un ruolo determinante nell’evoluzione del lavoro e delle strutture sociali. Tuttavia, in questa storia, il vero protagonista è il know-how, ovvero la capacità di un’azienda e di una nazione di spostare risorse e tecnologie utili alla produzione. In effetti, il mondo dell’alta tecnologia sta modificando, in modo molto rapido, il peso di alcune nazioni nella politica mondiale, poiché ad uscire vincitori sono quei Paesi che possiedono le risorse (come per esempio un basso costo dell’energia elettrica o una rete internet all’avanguardia) e i saperi necessari allo sviluppo di questa economia altamente specializzata. Proprio per fronteggiare questa nuova sfida globale, il presidente americano Joe Biden ha di recente firmato degli emendamenti per aumentare la produzione di chip in madrepatria, invertendo una rotta che vedeva le aziende americane delocalizzare sempre di più nei Paesi asiatici. L’Unione europea, notevolmente in ritardo rispetto al duopolio produttivo Stati Uniti/Asia, ha dichiarato che il suo obiettivo è quello di portare al 20% la produzione di chip fatti in casa. Recentemente, anche l’Italia ha iniziato a perseguire una politica simile, e il primo ministro Mario Draghi ha attivato il golden power per impedire l’acquisizione da parte di una società cinese della Lpe di Baranzate, specializzata nella produzione di semiconduttori.

È chiaro che la battaglia fra miners e gamers rappresenta soltanto un fenomeno in un processo più ampio in cui la tecnologia è sempre più fondamentale per determinare il futuro dell’economia mondiale: tanto che i semiconduttori ormai assumono un peso notevole nelle politiche internazionali, quasi quanto il petrolio. A ben vedere, dalla disponibilità di semiconduttori possono dipendere alcuni dei settori strategici dell’economia di una nazione: per esempio, l’industria dell’automobile ha subito gli effetti più eclatanti della recente scarsità, con diverse aziende (come il neonato gruppo Stellantis) che hanno dovuto diminuire o reimpostare la loro produzione, mentre altre l’hanno persino interrotta.

A farne le spese maggiori sono i Paesi che letteralmente dipendono dall’importazione delle tecnologie, tra questi ve ne sono molti del vecchio continente, compresa l’Italia. Anzi, proprio il vecchio continente rischia di essere esautorato da questa corsa alla tecnologia da parte di asiatici e americani. Basti pensare all’ultima battaglia che ha visto scontrarsi gli Stati Uniti di Trump contro la Cina per la nuova rete del 5G. La globalizzazione, che ha imposto come imperativi categorici la delocalizzazione e la riduzione del costo del lavoro, sta facendo pagare i conti a quei Paesi, come quelli europei, che hanno abbandonato l’industria informatica ai nuovi Paesi emergenti. E i lavoratori e le lavoratrici, in questo caso, sono quelli che rischiano di più proprio perché, come è stato detto, l’economia di molti Paesi dipende ormai da questi settori produttivi.

In sintesi, è importante sottolineare come nella battaglia fra mining e gaming, la partita ruota attorno a questa particolare configurazione del nuovo capitalismo in cui tuttavia affiorano i vecchi conflitti nazionali e in cui è in gioco la leadership mondiale.

Bibliografia

A. Casilli, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli, Milano 2020.

C. Marazzi, «I segreti del bitcoin», in Primo maggio, marzo 2018.

A. Narayanan et al., Bitcoin and Cryptocurrency Technologies. A Comprehensive Introduction, Princeton University Press, Princeton 2016.

X. Tabet, Lockdown. Diritto alla vita e biopolitica Ronzani, Dueville (Vi) 2021.