«Tra Europa e privatizzazioni, l’Ilva era già stata condannata nel 2013»

Andrea Bottalico e Carlo Tombola

Gianni Alioti, sindacalista genovese, ha acquisito quasi mezzo secolo di esperienza prima nella Flm, poi nella Fim-Cisl. Dopo una parentesi in Brasile, tra 92 e 94, è ritornato in Italia e si è impegnato da precario” nella cooperazione internazionale e in attività di ricerca e formazione, quindi è rientrato nei metalmeccanici Cisl ne ha diretto dal 2003 lUfficio internazionale. OPM lha intervistato sia come testimone e protagonista delle lotte di fabbrica degli anni Settanta [ne daremo conto nei prossimi numeri della rivista], sia perché si è a lungo occupato per il sindacato di ambiente, salute e sicurezza in fabbrica, in particolare nei grandi complessi siderurgici. Alcune sue considerazioni sulla questione Ilva” sono particolarmente interessanti.

Lintervista è stata raccolta da Andrea Bottalico e Carlo Tombola a Genova, il 24 settembre 2021.


OPM: Cominciamo dal 2001, quando rientri nei metalmeccanici Cisl: ti eri già occupato di Taranto prima?

Alioti: Dopo circa un anno dal mio ritorno dal Brasile (luglio 1994) inizio a collaborare con la Fim-Cisl sui temi ambiente, salute e sicurezza sul lavoro, e quindi mi occupo anche di siderurgia, però senza incarico politico. Allora gestivo, soprattutto, attività formative, e nei corsi degli Rls [i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, N.d.R.] che facevamo ad Amelia (Terni) comincio a interagire con i rappresentanti di Taranto, che lavoravano all’Ilva. Poi io conoscevo bene l’Italsider, la siderurgia a Genova, di cui mi ero occupato sin dagli anni Ottanta, quando ero ancora segretario della Fim-Cisl Liguria. Insieme a Franco Sartori della Fiom – in quel momento responsabile della Cgil di zona, cioè della Camera del lavoro di Sestri Ponente – stabiliamo un rapporto con il comitato delle donne di Cornigliano, che rivendicano la messa in sicurezza della fabbrica e soprattutto la fine dell’inquinamento del quartiere e del territorio. Anche perché a Genova, a differenza di alcune posizioni che si riscontrano a Taranto, il comitato che nasce mi sembra nell’85, nasce da persone che intanto non avevano una posizione antisindacale, perché venivano da famiglie operaie, sindacalizzate. C’erano anche ex delegati sindacali dell’Italsider e di diverse fabbriche, che sono andati in pensione anticipata e hanno cominciato a vivere la realtà del quartiere da nonni, da pensionati, quindi a vedere con altri occhi, con un altro sguardo l’impatto che la fabbrica ha sul territorio. In quegli anni, con la prima ondata dei prepensionamenti e con il ridimensionamento dell’Italsider a Cornigliano, si riduce nel quartiere la dipendenza economica dalla fabbrica. Ho detto spesso che c’è una forma, in certo qual modo, di monetizzazione della salute e dell’inquinamento ambientale, dove il grado di accettazione nasce anche dal fatto che dalla carrozzeria al tabacchino, dal bar al giornalaio, insomma tutti quelli che vivono e lavorano nel quartiere, in qualche modo, dipendono dalla fabbrica. Ci lavoravano più di diecimila persone, più l’indotto… Con il ridimensionamento, è chiaro che lo sguardo sulla fabbrica di molti, esercenti, abitanti, ecc. comincia a essere diverso. 

Ma c’era anche una parte del sindacato con una forte sensibilità ambientalista, derivante dalle lotte all’inizio degli anni Settanta su “La salute non si vende”, i rapporti con Medicina Democratica, con i medici del lavoro. Io ero già andato nella Lega Flm di Sestri Ponente nel ’78 e sono rimasto lì fino all’82. Cgil, Cisl e Uil della zona Ponente, che va da Cornigliano a Cogoleto, organizzavano diverse iniziative proprio sul tema dell’ambiente e della salute. Sono gli anni successivi alla riforma sanitaria. Lo slogan era proprio “Dalla fabbrica al territorio”. Tutto il discorso della prevenzione, della medicina preventiva, si spostava anche sulla dimensione territoriale, quindi con una diversa attenzione all’ambiente. Non con lo stesso sguardo o la stessa analisi che puoi fare ora, rispetto alle conseguenze nel tempo di un nuovo insediamento industriale o portuale. In quegli anni, mentre lottavamo contro l’inquinamento ambientale (della siderurgia, delle raffinerie ecc.), facevamo anche gli scioperi e le manifestazioni perché si realizzasse il porto container a Prà Palmaro (oggi il Vte di Voltri). E lì chi si opponeva nelle fabbriche erano gli operai che vivevano in quel quartiere, magari avevano ancora la barca, un rapporto con il mare, e molti erano proprio operai dell’Italsider… Per loro sì che cambiava la vita. Noi sindacalisti invece pensavamo che il nuovo porto container avrebbe rappresentato chissà quale sviluppo e ricaduta in termini occupazionali ed economici su Genova.

A Cornigliano non solo si era creato un ponte tra alcuni sindacalisti e delegati dei Consigli di fabbrica e il comitato donne, ma il conflitto sul rapporto tra siderurgia e ambiente si era spostato dentro il sindacato, non tra sindacato e comitato delle donne. Sì, poi c’erano quelli che non potevano vedere le donne nel comitato, che ti accusavano di… ma almeno abbiamo spostato la discussione, il conflitto, al punto che poi a Genova il processo di superamento dell’area a caldo fu portato avanti attraverso negoziazioni sindacali, accordi di programma, con tutte le contraddizioni e ritardi, ma in modo positivo. Ti dividevi nel sindacato tra coloro che, allora, venivano definiti “ambientalisti” e quelli che erano per difendere l’esistente. In alcuni casi, nel medio e lungo periodo, certe logiche di difesa dei siti industriali così com’erano hanno portato poi a pagare dei prezzi in termini occupazionali molto più profondi. Ho sempre pensato, lo penso ancora adesso, che i diritti sociali – in questo caso il diritto al lavoro – e la questione ambientale devono andare insieme, però è ipocrita quando questa cosa si dice per lasciare le cose come stanno, per non far nulla perché effettivamente le due cose vadano insieme. Col risultato che poi alla fine la fabbrica chiude lo stesso – com’è avvenuto per esempio all’Acna di Cengio – senza alcuna compensazione occupazionale e con una ferita ambientale aperta sul territorio. Come a Bagnoli, il cui sito siderurgico non è stato mai bonificato. Perde il lavoro, perde la salute…

Ho cominciato a occuparmi maggiormente di siderurgia, a conoscere anche un po’ la realtà di Taranto in quegli anni, occupandomi di salute e sicurezza sul lavoro, di ambiente. Poi tra il 1999 e il 2002 è esplosa la questione dell’amianto, di cui mi occupai per il sindacato, in rappresentanza della Fim-Cisl. Si aprì un lungo contenzioso a livello nazionale sull’esposizione in fabbrica al rischio amianto. Andai a Taranto, le prime volte per riunioni specifiche, prima del 2001. Ci andavo in quanto “esperto” delle procedure per il riconoscimento dell’esposizione al rischio amianto, al fine dei benefici previdenziali degli esposti, perché partecipavo al tavolo tecnico al ministero del Lavoro. Conoscevo per similitudine la realtà siderurgica di Taranto, uguale per molti aspetti a quella di Cornigliano, ma da quintuplicare per dimensione, territorio occupato, capacità produttiva e, quindi, anche per impatto ambientale. Peggio, nel caso specifico dell’impianto di preparazione del minerale, Taranto era l’unico sito che utilizzava il processo di “sinterizzazione”, in cui il minerale di ferro viene portato a una certa temperatura e poi amalgamato, per metterlo infine insieme al coke nell’alto forno, dove si produce la ghisa. Nella lavorazione siderurgica questo è l’unico tipo di impianto che produce diossina: in qualsiasi processo di combustione se non controlli la temperatura, se hai degli abbassamenti improvvisi dovuti, che so, al fatto che il minerale conservato all’aperto si è bagnato, produci diossina. Nel 2004 avevo fatto un libro, Salute e sicurezza. Guida al settore siderurgico, e c’è anche un capitolo, una parte relativa all’ambiente.

Quando seppi della diossina io rimasi un po’ sorpreso. Nell’“agglomerato” di Cornigliano (si chiama così l’impianto di preparazione del minerale di ferro), che tra l’altro è stato il primo impianto chiuso dell’area a caldo di Cornigliano per motivi di obsolescenza, non si utilizzava la sinterizzazione bensì un processo diverso, che si chiama di “pellettizzazione”. È sempre un processo fusorio: in pratica dal minerale di ferro si producono delle palline di colore metallico chiamate pellets. Produce altri tipi di emissioni, ma non la diossina. Sulla diossina a Taranto, mi telefonò Alessandro Marescotti e mi disse «Ma Gianni tu ne sai qualcosa?». Nel dubbio andai a prendere il mio libro, che era stato costruito su analisi e ricerche in tutto il mondo realizzate dalla federazione internazionale dei sindacati metalmeccanici, a cui partecipavo dal 2003 come responsabile internazionale della Fim-Cisl. Nel libro c’è una scheda sintetica che mette in rassegna i diversi impianti e processi produttivi siderurgici esistenti nel mondo e le emissioni di sostanze tossico-nocive. E in effetti vado a vedere il caso della “sinterizzazione” e scopro che nella scheda, tra le possibili emissioni, c’era la diossina. Infatti, gli confermo il dato: «Sì Alessandro, il processo di sinterizzazione è l’unico caso in cui ci può essere emissione di diossina».

In Europa solo il sito di Taranto usa il processo di sinterizzazione. Nel resto del mondo per preparare il minerale di ferro si usano altri impianti, altri processi. In Italia nei cinque poli siderurgici a ciclo integrale “storici” (Cornigliano-Genova, Piombino, Bagnoli-Napoli, Taranto e Servola-Trieste) non mi risulta che ci fosse un processo di sinterizzazione, se non a Taranto. 

A Genova l’agglomerato, che produceva i pellets, era stato già chiuso nel 1999, ma persisteva il problema della cokeria, l’impianto in assoluto più inquinante, di cui mi ero occupato da ambientalista, non essendo allora in alcun organismo sindacale. C’è un episodio simpatico, un aneddoto. C’era una giornalista mia amica del Corriere mercantile che seguiva le pagine sindacali. Sapendo che io mi occupavo di queste tematiche, della siderurgia, dell’ambiente, chiese di intervistarmi. E io in quell’intervista nel 2001 chiesi espressamente che la cokeria a Genova fosse chiusa perché i livelli di obsolescenza impiantistica erano ormai tali da giustificare l’intervento della magistratura. Le colonnine di controllo dell’aria a Cornigliano spesso andavano in tilt e i livelli delle emissioni di inquinanti cancerogeni superiori ai limiti di legge non potevano essere occultati. Gli stessi operai delle cokerie che incontravo per strada, conoscendomi, mi fermavano e mi dicevano: «Ma Gianni, è mai possibile che non riuscite a chiuderla, la cokeria?».

In quel momento con l’esodo dell’amianto erano rimasti circa 300 lavoratori in cokeria. Alcuni potevano andare in pensione, ma anche quelli che non avevano l’età pensionabile potevano andare in mobilità nei reparti di laminazione nell’area a freddo, a sostituire coloro che stavano andando in pensione anticipata con i benefici dell’amianto. La cokeria poi chiuse definitivamente nel 2002 per decisione della magistratura.

Vale la pena ricordare che a Cornigliano, per casini fatti anche dal sindacato unitariamente, soprattutto dal sindacato nazionale, dalle ristrutturazioni degli anni Ottanta era uscito un ibrido industriale assurdo. Bagnoli ha chiuso anche in conseguenza di questo ibrido che si è imposto a Genova, a Cornigliano. In quegli anni a livello europeo c’era il problema delle quote di produzione di acciaio attribuite a ciascun paese. Oltre un totale di tonnellate d’acciaio non si poteva produrre. Cornigliano produceva 2 milioni di tonnellate d’acciaio, tante quante avrebbe dovuto produrne Bagnoli. Bagnoli ne produceva solo un milione perché c’era il tetto imposto e, a causa di ciò, non poteva raggiungere l’equilibrio economico-finanziario. Il centro siderurgico di Bagnoli non è che fosse obsoleto o improduttivo, era uno stabilimento molto meglio di tanti altri e c’era una classe operaia molto professionalizzata, c’era una cultura industriale vera. Tanto che alla fine degli anni Ottanta l’Iri decise di investire su Bagnoli e spendere 1.000 miliardi di lire per rinnovare gli impianti di laminazione a caldo e a freddo. Lo so bene perché la parte di impiantistica industriale e del sistema di automazione dei laminatoi la realizza l’Ansaldo Sistemi Industriali, con l’apporto di Elsag per le tecnologie elettroniche di controllo di processo (entrambe queste aziende genovesi le seguivo sindacalmente). Dopo un anno da questo importante investimento Bagnoli chiude!

Qual era l’ibrido impiantistico, la bestialità industriale che viene fatta? Per attenersi alle decisioni della Comunità economica europea sulle quote di produzione d’acciaio, a Cornigliano si chiude il laminatoio a caldo, cioè il punto di collegamento tra la fusione dell’acciaio (l’area a caldo) e la laminazione a freddo, e quindi il prodotto finito, i coils [laminati in grandi bobine, NdR]. Si interrompe il ciclo produttivo. La posizione iniziale dell’Iri e di Prodi nel 1983 era: chiudere tutta l’area a caldo a Cornigliano (cokeria, agglomerato, altiforni e acciaieria); sfruttare a pieno le capacità produttive di Bagnoli; investire su Bagnoli per quanto riguarda la laminazione a freddo, con nuovi impianti appena realizzati, quindi tecnologicamente molto avanzati; investire all’Italsider di Campi sugli acciai speciali. E in effetti investirono 400 miliardi di lire sulla cosiddetta “colata continua in pressione”, che riduce molto l’impatto, quello che poi Arvedi ha sviluppato portandolo alle estreme conseguenze in termini tecnologici, di automazione e di controllo, con la cosiddetta “mini acciaieria”. A Campi erano in mille a lavorare, era un’acciaieria elettrica. Il centro siderurgico di Taranto in quel momento non era in discussione. 

A Genova, in cambio della chiusura dell’area a caldo di Cornigliano, c’era il progetto di potenziare – cosa che è poi avvenuta solo in parte – altri settori come elettronica, informatica, automazione, ma anche l’area a freddo della siderurgia, cioè concentrare a Cornigliano tutti gli altri investimenti del gruppo Italsider, ad esempio sulla banda stagnata, sui laminati pre-verniciati, tutto ciò che era l’evoluzione del prodotto finito ecc. Gli stabilimenti di Cornigliano e di Novi Ligure sarebbero stati alimentati da una parte dei coils grezzi da rilaminare e trattare a freddo prodotti da Bagnoli e da Taranto, come poi in realtà è avvenuto. 

Perché fu un ibrido industriale? Si decise che tutta l’area a caldo di Cornigliano, cioè tutto il processo fusorio, invece di essere chiusa si vendeva a un consorzio di siderurgici privati, guidato da Riva. Dopo tre anni Riva è rimasto da solo, gli altri industriali son tutti scappati, dava già un’idea di chi fosse… Qual era l’assurdo? A Cornigliano hanno regalato l’area a caldo ai Riva, proprio regalata, a prezzo politico, una lira simbolica; gli hanno pagato l’investimento per ri-orientare il processo fusorio dai laminati piani ai laminati lunghi, perché il gruppo Riva lavorava solo sui prodotti lunghi principalmente il tondino per l’edilizia, sia a Brescia che a Verona. Il risultato, quindi, è che tutta l’area a caldo di Cornigliano si mette a fare blumi e billette [semilavorati a sezione quadrata N.d.R.], che poi venivano portati nei laminatoi che Riva aveva nel Nord Italia, per fare in gran parte tondini. Il processo produttivo dell’Italsider inizia, al contempo, solo con la lavorazione a freddo dei coils, che sono cominciati ad arrivare da Taranto, perché nel frattempo si decise la chiusura di Bagnoli. Nel momento in cui davi la possibilità ai Riva di produrre 2 milioni di tonnellate d’acciaio a Cornigliano, come conseguenza hai avuto la chiusura dell’Italsider di Bagnoli e la chiusura di un milione di tonnellate d’acciaio dei produttori privati in Lombardia, in Veneto, in Friuli ecc. A Cornigliano, quindi, rimangono 2 milioni di acciaio prodotti dai Riva, ma ormai per fare tondino, non per fare coils, e la parte della laminazione a freddo, così com’era gestita dall’Italsider (poi dall’Ilva), senza nuovi investimenti. Inoltre, tra le conseguenze negative di aver ceduto ai Riva l’area a caldo di Cornigliano c’è la chiusura di tante piccole e medie fabbriche siderurgiche in altre regioni del Nord, perché si doveva garantire comunque la quota massima di produzione d’acciaio imposta all’Italia dalla Comunità europea.

Questa è stata la “grande mediazione politico-sindacale” affinché non si chiudesse l’area a caldo della siderurgia a Genova. In quel momento, non chiudendo l’area a caldo principale causa dell’inquinamento ambientale, nasce il comitato donne di Cornigliano e si creano problemi a livello sindacale.

OPM: E sulla vicenda Gioia Tauro, che doveva essere il quinto polo siderurgico?

Alioti: Lì è stato proprio buttare via i soldi, è stato demenziale… Mi ricordo ancora alla sala dell’Amga, dove si facevano molte assemblee sindacali di Cgil, Cisl e Uil, l’unico che nel ’72 o ’73, forse ’74 – ricordo che io partecipavo come delegato sindacale di fabbrica a queste riunioni – l’unico che intervenne contro il quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, ovviamente argomentando il suo no, fu Amanzio Pezzolo del collettivo operaio portuale, che per questo si prese gli attacchi dalla gente che intervenne dopo di lui.

Comincio a conoscere la realtà di Taranto dal 1999 e la capisco per analogia, perché quel processo produttivo è comunque lo stesso di Cornigliano. Cambia il numero di altiforni, di acciaierie, di batterie nella cokeria, la dimensione degli impianti marittimi, l’estensione dei parchi minerali… Intanto la prima percezione – la stessa avuta visitando i grandi siti siderurgici della dimensione di Taranto, che ho visto soltanto in Russia – è l’ingestibilità, l’ingovernabilità del sito. Almeno, nella logica sovietica della pianificazione economica, questi siti industriali non avevano come prodotto finale un bene intermedio come i coils, avevano uno o più prodotti finiti destinati al consumo. Quando Indesit, cioè l’azienda di elettrodomestici di Vittorio Merloni, ha comprato la Stinol a Lipetsk, la principale azienda di frigoriferi russa, si è trovata in mano una bellissima azienda, come poteva essere la San Giorgio di Sestri Ponente nel secondo dopoguerra. Una di quelle aziende che in casa si facevano tutto, qualsiasi componente, certo con livelli di produttività bassi, costi elevati, proprio perché la filiera per produrre il frigorifero era tutta interna. La Stinol era un’azienda nata per produrre frigoriferi, che a sua volta nasceva come verticalizzazione produttiva del sito siderurgico della Novolipeck Steel. Il nastro di lamierino d’acciaio veniva portato direttamente nella fabbrica di frigoriferi attraverso un binario che partiva dal reparto spedizioni del centro siderurgico, il che garantiva economie di gestione, perché i costi di trasporto dei coils sono micidiali. In questo caso avere un sistema industriale così integrato costituiva un notevole vantaggio economico, non in altri casi. La dimensione, proprio nella gestione organizzativa e tecnologica, nel monitoraggio, nelle manutenzioni, è un fattore molto complicato, ma è decisiva.

Tornando all’Italsider e a Riva, mi arrabbio con gli amici, sindacalisti miei ex colleghi, quando mi dicono «Voi non parlate di come andavano le cose quando c’era il pubblico, quando c’erano le Partecipazioni statali!». È chiaro che c’erano cose criticabili, contestabilissime nella gestione delle Partecipazioni statali, però avevi una cultura industriale molto, molto forte in fabbrica – parlo della fabbrica, non dei manager maneggioni o dei politici corrotti – e a livello dei quadri tecnici.

Possono dire quello che vogliono, ma le Partecipazioni statali avevano creato – dal livello operaio al livello manageriale – una cultura industriale. I tecnici, gli ingegneri, i manager andavano in Giappone, andavano negli Stati Uniti, nei paesi dove Italimpianti realizzava i nuovi impianti. Per esempio, in Brasile ci sono siti siderurgici dove c’erano nostri delegati operai e tecnici dell’Italsider di Genova, che sono stati lì diversi anni per la fase di realizzazione e messa in funzione degli impianti. C’era una vera conoscenza della tecnologia, dei processi, dei diversi siti siderurgici nel mondo, c’era una cultura industriale, c’erano delle esperienze, c’erano delle competenze.

È chiaro, anche allora c’erano inquinamento e impatto ambientale, però è fuori di dubbio che a Taranto i Riva hanno preso un impianto che cominciava ad avere già un certo numero di anni e lo hanno utilizzato per altri vent’anni, senza fare interventi, non solo di innovazione tecnologica di processo, ma nemmeno di manutenzione straordinaria e, a volte, nemmeno di manutenzione ordinaria. Ma solo gli interventi indispensabili per il business, cioè soltanto per garantire il prodotto finito, per fare uscire la produzione. Riva a Taranto ha fatto sì degli investimenti, ma solo in quei segmenti di attività in cui prima non era presente, dove ha iniziato a produrre perché gli conveniva farlo. 

Quando l’altoforno era “a fine campagna” occorreva giocoforza l’intervento di ripristino. Se parli con ex tecnici dell’Italimpianti, miei amici con i quali mi sono diplomato, che spesso andavano all’Ilva di Taranto in trasferta, mi raccontano che ogni volta che andavano a fare degli interventi di ripristino o manutenzione straordinaria rischiavano la vita. Mentre si facevano questi interventi c’era l’abitudine di non interrompere il processo di lavoro, cose veramente da pazzi… È un sito che, dopo una certa fase, è diventato ingovernabile. È stato gestito nella logica dei Riva che nei propri stabilimenti prevedeva due linee di comando: una linea di comando diciamo “formale”, quella tecnico-funzionale; e un’altra dei “fiduciari”, che arrivava sino alla gestione delle relazioni industriali e del personale. I fiduciari erano persone della famiglia o, comunque, legati alla famiglia Riva. Erano i veri decisori, con un’attenzione particolare a massimizzare il profitto, ottimizzando tutta la catena del valore. Faccio un esempio. A quelli che dicono: «Ma tutta la questione dei parchi minerali non c’era forse già anche con le Partecipazioni statali?», io rispondo sì che c’era, ma non era a quei livelli macroscopici che ci sono stati con i Riva. Ricordiamoci che Emilio Riva non nasce come industriale siderurgico, ma come commerciante di rottame. Tutto ciò che ha acquisito nella produzione siderurgica, a Brescia e altrove, è più il frutto delle sue attività commerciali che, generando profitto, gli hanno consentito di acquisire aziende in fallimento o in via di fallimento, oppure in svendita, ecc. 

A Taranto lui comincia a investire sulle materie prime, soprattutto sul minerale di ferro che come tutte le commodities consente speculazioni sull’oscillazione dei prezzi. Solo così si possono spiegare le montagne di minerale di ferro in deposito per anni nel sito di Taranto, perché acquisti tanto e solo quando il prezzo crolla. Gestendo in proprio anche gli impianti marittimi, l’ex Ilva si è sempre fornito direttamente dai produttori di minerali (Brasile, Australia, India ecc.). 

Il nastro trasportatore del minerale (ferro, carbone, additivi) che collega i moli portuali agli impianti di produzione non è mai stato coperto. Quando l’Italsider ha disegnato il layout del sito siderurgico di Taranto non ha tenuto conto che il percorso del minerale di ferro (e anche del carbone, perché i Riva facevano anche montagne di carbone) dagli impianti marittimi a dove arriva a destinazione è lunghissimo, non è molto razionale. Secondo me, però, l’Italsider a suo tempo ha dovuto mediare rispetto a vincoli e problemi posti dal territorio. Come azienda a partecipazione statale aveva un po’ più di sensibilità verso la politica e quindi anche nei confronti delle richieste delle amministrazioni pubbliche. Va comunque detto che ai tempi dell’Italsider i parchi minerali intanto non erano delle montagne, arrivavano a livello dei muri e della paratie in cui il minerale di ferro era depositato (e così anche il carbone), veniva continuamente bagnato… C’era certo la fonte di rischio, ma si facevano tutti quegli interventi per ridurre il rischio esistente.

E questo approccio Riva lo applica su tutto, anche sugli appalti. Riva va subito in attivo, guadagna molto di più di quello che guadagnava l’Italsider, per questa capacità di gestire tutta la catena del valore. Comincia a “smontare” il potere sindacale preesistente nella fabbrica, cambiando proprio i rapporti di forza. La Fim-Cisl a Taranto ai tempi dell’Italsider era il primo sindacato, avendo goduto sia di condizioni di vantaggio nel momento delle assunzioni, quando si fa il raddoppio di Taranto, voluto fortemente da Moro e dalla Dc; sia perché la Fim-Cisl negli anni Sessanta e Settanta era fatta da sindacalisti capaci, che facevano bene il loro mestiere nell’interesse dei lavoratori. Con Riva cambiano le cose. Da primo sindacato passa a essere il terzo.

Come ho raccontato, nella seconda metà degli anni Novanta mi occupavo di salute e sicurezza, e gran parte degli incidenti mortali nel sito di Taranto avvenivano – e tuttora avvengono – per cedimenti strutturali. Ricordo il caso di un manutentore, che dopo essere andato a togliere un trasformatore dalla cabina elettrica, per portarlo a riparare in officina, passando su una passerella d’acciaio precipita in basso perché questa cede per il peso suo e del trasformatore. Vuol dire che su quella passerella, su quel passaggio, su quelle scale non solo erano anni che non si faceva manutenzione, ma erano probabilmente anni che non si andava nemmeno a fare pulizia, a verificare lo stato e le condizioni dell’acciaio, magari arrugginito, bucato, assottigliato… Altrimenti non si spiegano certe cose, come i cedimenti ripetuti delle gru nella zona degli impianti marittimi che hanno causato più morti; persino il crollo di un carroponte… In questo caso non è morto nessuno, ma è pazzesco che sia potuto succedere, siamo a livelli criminogeni… E nel caso del crollo del carroponte siamo già nel pieno della gestione di Arcelor-Mittal. 

La situazione è andata avanti così, sempre peggio. La famiglia Riva dal ’97 al 2008 ha guadagnato quello che ha voluto. In quegli anni, dopo la crisi degli anni Novanta e un calo della produzione di acciaio, c’è stata la massima espansione del mercato siderurgico in Europa e nel mondo, grazie alla Cina che fino a quel momento era ancora importatore netto di acciaio, non era autosufficiente e quindi trainava molto la crescita. C’era stata una fase di ripresa economica anche in Europa e sono gli anni in cui Riva, invece di reinvestire i miliardi di euro guadagnati con Ilva (3,4 miliardi di euro di utili, al netto di ammortamenti e investimenti, tra 2003 e 2008), porta i capitali nei paradisi fiscali.

OPM: Ritorniamo brevemente sulla sequenza temporale, per chiarire bene i passaggi.

Alioti: Riva prende in mano da solo l’area a caldo di Cornigliano nel 1988 dopo che nel 1985 si era costituito il Cogea (Consorzio Genova acciai) controllato da un gruppo di privati tra cui Riva e partecipato in minoranza dalla Finsider. Cornigliano poi chiude definitivamente l’area a caldo nel 2005. L’agglomerato aveva chiuso nel ’99 e la cokeria nel 2002 per decisione della magistratura. Riva nel frattempo era già diventato proprietario di tutto il sito di Cornigliano, anche dell’area a freddo, la cui continuità produttiva con l’area a caldo non sarà comunque ripristinata. È il 1995 quando Riva compra l’Ilva dall’Iri diventando proprietario di Taranto, Cornigliano, Novi Ligure… Bagnoli e Campi chiudono alla fine del ’90. Nel 1984 si fa l’accordo da cui nasce l’anno dopo il Cogea, per garantire la non chiusura dell’area a caldo a Cornigliano, però in mano ai privati. La conseguenza di questo è la chiusura di Bagnoli e di Campi. A Campi avevano speso 400 miliardi di lire per fare la colata in pressione, non sono noccioline… e a Bagnoli 1.000 miliardi per i nuovi laminatoi, per poi mai metterli in funzione. E, infatti, li hanno venduti ai cinesi, smontati, se non fossero stati nuovi i cinesi col c… li volevano! Tra molti miei colleghi sindacalisti c’era ancora l’idea che alla Cina o altri paesi del Terzo mondo ci rifilavi gli impianti obsoleti che chiudevi…

Poi non c’è stata più nessuna logica di politica industriale e di settore. Tutta l’Ilva prodotti piani va ai Riva, la parte dei prodotti lunghi va a Lucchini (Piombino e Lovere). A Piombino, devo dire che fintanto che c’è stato Lucchini lo stabilimento è andato abbastanza bene. Poi è nato un problema economico-finanziario, per il quale i Lucchini non erano più in condizioni di investire e continuare a gestire… Si tennero Lovere e vendettero Piombino ai russi della Severstal. In quel momento si pensava che quella fosse la migliore soluzione. ThyssenKrupp prende invece l’Ast di Terni. L’unica parte della siderurgia a partecipazione statale che passa a un gruppo con una forte caratura ingegneristico-industriale, sono anzi considerati sia in Italia che in Argentina un po’ i padri della siderurgia, è la Dalmine che va al gruppo Techint della famiglia Rocca. Il nonno Agostino Rocca, dirigente dell’Iri, era stato l’artefice della creazione dell’Italsider a Cornigliano. E i Rocca nel dopoguerra si trasferirono in Argentina e con Perón contribuirono a fondare la siderurgia. Sono industriali che certo fanno i loro interessi, ma… (è un po’ come la differenza tra le aziende italiane e gran parte di quelle tedesche) sono realtà aziendali che conservano ancora un orientamento prevalente di tipo ingegneristico e non finanziario, nella gestione sia delle fabbriche, sia delle scelte d’investimento. Viceversa se vai a vedere in Italia nelle aziende privatizzate prevalgono altre logiche. E per quelle che sono rimaste in ambito pubblico, se in una fase ci sono stati i “professori” come Prodi e Reviglio, poi è cominciata l’epoca degli “avvocati” o “banchieri”.

OPM: Hai accennato a una riunione europea, a cui ha partecipato, in cui si dice con grande anticipo che Taranto è fuori dai giochi…

Alioti: Non lo si dice in maniera esplicita, però lo si capisce dai dati elaborati da Syndex su fonte Eurofer (l’associazione delle imprese siderurgiche europee). Mi sembra che fossimo nel 2013, comunque dopo il commissariamento dell’Ilva (che è del 2012). A livello siderurgico europeo, l’associazione di settore è controllata praticamente da ThyssenKrupp e da Arcelor-Mittal, i due gruppi principali. Il terzo gruppo per importanza presente in Europa è la Tata Steel, un gruppo siderurgico indiano. Quanto ad Arcelor-Mittal, è controllata sì da Mittal, un finanziere indiano della City di Londra, ma in realtà è un gruppo franco-lussemburghese che in India non ha nemmeno uno stabilimento. 

In questa riunione del coordinamento sindacale del settore siderurgico in Europa, la relazione introduttiva sullo stato e le prospettive della siderurgia è realizzata da Syndex, un centro di ricerca e studi legato alla Cfdt francese e riferimento sull’acciaio per IndustriAll Europe. In Francia tutti i sindacati hanno da sempre dei centri strutturati a supporto delle politiche industriali, del dialogo sociale e della contrattazione aziendale. Ciascuno di loro finisce per specializzarsi, generalmente, in determinati settori arrivando di fatto a una divisione dei compiti. Per esempio il centro ricerche legato alla Cgt si chiama Groupe Alpha ed è più rivolto al settore aerospaziale e della difesa; mentre la siderurgia è sempre stata un campo di Syndex.

Syndex nelle proprie analisi del settore utilizza i dati di Eurofer, che si avvale delle fonti ufficiali delle associazioni di settore dei diversi paesi (per l’Italia la Federacciai) e delle imprese. Sulla base della relazione di Syndex, la posizione sostenuta in quella riunione da IndustriAll Europe e proposta alla discussione per quanto riguarda la siderurgia europea è questa: nel periodo che va dalla crisi finanziaria del 2007-2008 fino al 2012, in Europa la siderurgia ha perso 90.000 occupati dovuti, soprattutto, alla riduzione della quota europea sul mercato mondiale (secondo dati recenti, la quota europea dell’acciaio nel mondo è arrivata nel 2020 attorno al 10%, si è quasi dimezzata, ha perso tantissimo, ovviamente a favore della Cina, ma altre aree hanno almeno mantenuto le loro quote percentuali). Abbiamo i dati di proiezione del mercato dell’acciaio fino al 2018. Dal 2013 al 2018 ci sarà una ripresa del mercato e una crescita delle produzioni. A questo punto quel che ci dobbiamo porre è non accettare più nessuna riduzione della capacità produttiva dell’acciaio in Europa. Quindi nessuna chiusura di aziende, nessun licenziamento di dipendenti posti in cassa integrazione a zero ore (era un periodo che ce n’erano molti). Insomma si fa un ragionamento “duro” di questo tipo. Nella costruzione di questi dati e nell’impostazione della linea politica da tenere nell’Ue a difesa “corporativa” della siderurgia europea c’era una condivisione di massima anche da parte della Eurofer (e quindi delle imprese del settore più influenti). Ma la capacità produttiva minima di acciaio in Europa al di sotto della quale non si doveva andare (in base alle tabelle presentate) non contabilizzava 10 milioni di tonnellate ancora esistenti, che corrispondevano esattamente alla capacità produttiva di Taranto (nei fatti l’Ilva a Taranto non ha mai prodotto più di 8 o 9 milioni di tonnellate. In genere un impianto non raggiunge mai il massimo della capacità produttiva).

È dunque implicito che i maggiori produttori europei di acciaio, dopo l’intervento della magistratura e il commissariamento di Ilva, avevano già escluso che il centro siderurgico di Taranto fosse messo ambientalmente in sicurezza e rilanciato. Avevano messo in conto che i 10 milioni di tonnellate in meno di capacità produttiva in Europa corrispondessero alla chiusura di Ilva a Taranto. E dove diventa esplicito questo interesse? Lo diventa con l’azione che la Germania avvia contemporaneamente contro l’Italia, per violazione delle norme contro gli aiuti di Stato, per la gestione commissariale dell’Ilva. Immagino che questa azione sia stata promossa su spinta della ThyssenKrupp, e non escluderei anche dei rappresentanti dei lavoratori della ThyssenKrupp, che sono sempre stati filo-aziendalisti. A differenza dei rappresentanti dei lavoratori di Arcelor-Mittal in Germania, o in generale dei rappresentanti sindacali di Ig Metall che, per esempio, hanno rapporti e contatti con la Fiom-Cgil di Genova e con quelli di Lotta comunista. 

Riepilogando: la Germania avvia una procedura contro l’Italia per violazione del divieto di aiuti di Stato. Non lo fa subito, fino a quel momento si pensava che con il commissariamento Taranto uscisse di scena. Quando capiscono che la gestione commissariale assicura la continuità, cioè che lo Stato continua a gestire operativamente tutta l’Ilva – non solo Taranto – per venderla a un produttore siderurgico, avviano questa procedura d’infrazione, che però praticamente non ha nessun esito. E solo a questo punto Arcelor-Mittal manifesta l’intenzione di rilevare Ilva. Teniamo conto che, se si tolgono altri 10 milioni di tonnellate di capacità produttiva, si scende sotto la soglia minima e la siderurgia europea diventa marginale nel contesto mondiale.

Avendo avuto responsabilità a livello internazionale, questa cosa l’ho detta in tutte le maniere alle segreterie nazionali dei sindacati metalmeccanici, a chi si occupava di siderurgia: la prima cosa che dovevamo fare era organizzare riunioni con gli altri sindacati dei paesi europei, con i lavoratori organizzati in Arcelor-Mittal in Europa, per capire qual era, o meglio quello che loro pensavano fosse l’intenzione di Arcelor-Mittal. Perché sull’acquisizione di Ilva, stranamente Arcelor-Mittal – che fino a quel momento aveva gestito i rapporti con il comitato aziendale europeo nel rispetto delle regole, delle procedure di informazione preventiva, del coinvolgimento nelle decisioni – ha tagliato proprio fuori il comitato aziendale europeo da quella discussione.

Quando Arcelor-Mittal partecipa alla gara e acquisisce l’Ilva, allora l’antitrust europeo pone il problema che il gruppo rilevando Ilva poteva creare condizioni di monopolio, di dominio, una posizione dominante a livello europeo, e soprattutto nel Sud Europa, nell’area mediterranea. Uno dei più grandi centri siderurgici di Arcelor-Mittal è a Fos-sur-Mer (Marsiglia), tanto che i sindacati francesi erano molto preoccupati per le possibili conseguenze che l’acquisizione di Ilva avrebbe potuto avere su questo sito. Sono loro che prendono contatto con gli uffici internazionali dei sindacati italiani, perché la loro preoccupazione era che automaticamente – come sarebbe stato semmai logico in questa azione dell’antitrust della Ue rivolta a Arcelor-Mittal – con l’acquisizione di Ilva si sarebbe obbligato Arcelor-Mittal a vendere Fos-sur-Mer, per uscire dalla condizione di dominanza nell’area mediterranea. 

Lì scatta, però, quello che spesso avviene per la commistione di interessi tra grandi corporation, come Arcelor-Mittal, e la Commissione europea. Alla fine – con grossi problemi all’interno sia del Comitato aziendale europeo, sia tra i sindacati dei diversi paesi – Arcelor-Mittal per compensare l’acquisizione di Ilva si libera di sei siti siderurgici suoi, che non c’entravano nulla con la produzione di Taranto e la posizione dominante nel Mediterraneo. Hanno così raggiunto due obiettivi: si sono liberati di impianti considerati obsoleti, o comunque di segmenti di attività non più ritenuti interessanti per il gruppo, e hanno messo le mani sull’Ilva.

Cedono un grosso sito in Romania, un altro in Repubblica Ceca. Vendono anche l’ex Magona di Piombino, finita in mano ad Arcelor prima ancora che fosse acquisita da Mittal. La ex Magona fa prodotti laminati piani: la sua cessione è l’unico caso in linea con la difesa della concorrenza, perché in area mediterranea acquisendo Ilva Arcelor-Mittal avrebbe controllato Cornigliano e Novi, che fanno laminazione di prodotti piani. A Piombino una volta, quando me n’ero occupato per le questioni ambientali e dell’amianto, Arcelor aveva un migliaio di dipendenti, in quel momento ne avevano tra 400 e 500, non erano più tanti. Ma a livello europeo Arcelor-Mittal con questa operazione si libera di oltre 16.000 dipendenti del gruppo (più degli occupati di Ilva), facendo una ristrutturazione interna che non è coerente con la logica della concorrenza teorizzata dalla Ue.

Sul reale interesse nei confronti di Ilva uno poteva allora anche crederci, perché Arcelor-Mittal dichiarava certe cose, manifestava interessamento. Adesso ormai a distanza di sei anni s’è capito che Arcelor-Mittal ha acquisito Ilva per sbarrare la strada a un altro soggetto industriale terzo, che poteva diventare in Europa competitore del gruppo. A un certo punto forse ha pensato che potesse diventare vantaggioso doversi far carico dell’Ilva, inglobandola nel proprio gruppo: ma poi si è capito qual era l’obiettivo iniziale, sia dal comportamento che ha avuto, sempre negoziale se non conflittuale dal punto di vista giuridico-formale, sia lasciando gli stabilimenti abbandonati a se stessi. Arcelor-Mittal negli ultimi anni ha invertito la tendenza, se fino a qualche anno fa era un gruppo che faceva acquisizioni e si espandeva, ora ha cominciato a vendere le proprie aziende negli Stati Uniti. Ti faccio vedere le dichiarazioni dei miei amici steelworkers negli Usa, sono contentissimi che ridanno la siderurgia a imprenditori veri, per i rapporti ormai pregiudicati e negativi che avevano con Arcelor-Mittal, e sono contentissimi per la cessione perché è subentrato un gruppo in cui il sindacato è legittimato, riconosciuto, conta. Il loro criterio è la reciprocità: se mi tratti bene e alla fine i tuoi interessi si riflettono sui miei rappresentati, io partecipo, coopero, facciamo le cose insieme; se non rinnovi il contratto, fai politiche antisindacali, butti fuori, ti faccio la guerra. Non ne fanno una questione ideologica. Nell’atteggiamento del sindacalismo americano, ci sono molte somiglianze con la logica sindacale dei portuali non solo genovesi, rispetto agli armatori, al sistema dei traffici… in rapporto all’affare. Se c’è un interesse condiviso in cui i vantaggi sono distribuiti preventivamente allora ti seguo, ci sto, ma se come spesso è avvenuto – e sta avvenendo adesso – al contrario perdo occupazione, perdo potere, allora bisogna imboccare altre strade.

Bibliografia e sitografia

Un contributo eco-sindacale per uscire dal dilemma: “Meglio morire di cancro, che morire di fame”, Documento ufficio ambiente, salute e sicurezza Fim-Cisl, 2008.

L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto (in quattro parti), blog di Gianni Alioti sul sito Fim-Cisl nazionale, ago-set. 2012.

«A Taranto il Comitato europeo della siderurgia “IndustriAll”: dibattito sul futuro dell’Ilva», Cronache Tarantine, novembre 2015.

Gianni Alioti, Salute e sicurezza. Guida al settore siderurgico, Edizioni Lavoro, Roma 2004.

Gianni Alioti, commento all’articolo di Giorgio Pagano, Il caso Ilva e le scelte della sinistra ambientalista, agosto 2012.

Gianni Alioti, Riflessioni sull’ILVA. Un work in progress, gennaio 2013.

Gianni Alioti, Siderurgia: il caso dell’ILVA di Taranto, Intervento all’Università di Urbino, settembre 2016 (presentazione in pdf), pp. 50.

Gianni Alioti, «Uno sguardo operaio sulla siderurgia in Cina», in Bollettino dell’acciaio. Coordinamento europeo dei Consigli di Fabbrica della siderurgia, luglio 2019.

Gianni Alioti, «Acciaio, tra guerre commerciali e interessi di classe», in Bollettino dell’acciaio. Coordinamento europeo dei Consigli di Fabbrica della siderurgia, ott. 2020.

Gianni Alioti, «L’acciaio in Europa, tra obsolescenze e un futuro green», in Sbilanciamoci, 6 ottobre 2020.

Loris Campetti, Una lettura critica di “ILVA Connection”. Inchiesta sulla ragnatela di corruzioni, omissioni, colpevoli negligenze, sui Riva e le istituzioni, Manni editore, Lecce 2013.

Stefano De Pace, «Lavoro e ambiente, l’ultima sfida di Taranto», in Notizie Verdi, 26 febbraio 2009; articolo ripreso il giorno dopo da PeaceLink e integrato con le dichiarazioni di Marco Bentivogli.

Pierluigi Mele, «Il dramma dell’Ilva. Intervista a Gianni Alioti», RaiNews24, 7 ottobre 2012.

Antonella Palermo, «Ilva, “morire di cancro o di lavoro”? Usciamo dal dilemma», Radio Vaticana, 24 ottobre 2012.

La logistica delle guerre. Dialogo con Carlo Tombola

Nato due anni fa a Genova, The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei è un punto d’incontro tra militanti antimilitaristi, lavoratori dei trasporti ed esperti a vario titolo di logistica, che intende seguire la strada aperta una ventina di anni fa da un pioniere quale Sergio Finardi, scomparso nel 2015. In questo breve periodo, The Weapon Watch ha contribuito ad alcune delle più incisive lotte dei lavoratori portuali contro le guerre, in particolare a Genova, Livorno, Trieste, Ravenna, e si è inserita nel network europeo che coordina le iniziative per limitare la produzione e il commercio di armamenti. Un suo progetto, quello di un atlante europeo dell’industria militare, ha raccolto l’interesse di partner qualificati nel Regno Unito, in Spagna, in Belgio e in Germania, e ha già prodotto una cospicua databank delle aziende italiane coinvolte nel militare, in via di pubblicazione sul web. A suo merito, anche quello di aver fatto conoscere in Italia la Ziviler Hafen, l’iniziativa popolare in corso ad Amburgo per un referendum che escluda l’esportazione di armamenti dal traffico portuale.

OPM ha chiesto a Carlo Tombola di raccontare questa esperienza, dal suo speciale punto di vista come redattore della rivista e come attivista dell’osservatorio.

Il disegno è di Arpaia

OPM: A quando risale l’idea di fondare The Weapon Watch?

Tombola: Si può tornare a un giorno, il 20 maggio 2019, e a un luogo preciso, il porto di Genova, dove i portuali si accorsero che all’imbarco su una nave saudita c’erano merci presentate come “civili” ma in realtà destinate a un corpo militare d’élite, la Guardia nazionale del Regno, impiegato nella guerra in Yemen. Su quelle merci si aprì un duro contenzioso tra alcuni delegati sindacali, che chiedevano chiarimenti, e dall’altra parte il terminalista e l’autorità portuale, che minimizzavano e minacciavano di accollare i danni. Accadde anche che di colpo, all’alba, arrivarono al presidio in porto centinaia di giovani, giornalisti, pacifisti, persino gli scout di Sampierdarena, e che il console della Compagnia unica si spingesse a prevedere lo sciopero su quelle merci. Quando i compagni del Calp-Collettivo autonomo lavoratori portuali mi mandarono le foto e i documenti relativi, scoprii che la ditta romana produttrice di questi shelters (sono centri di comando e telecomunicazioni collocati in speciali container, condizionati e dotati di generatori elettrici) li offriva sul sito web a utilizzatori esplicitamente militari, e che per di più ne aveva richiesto – a norma di legge – l’autorizzazione per esportarli in Arabia Saudita quale materiale militare. Quando i rappresentanti dei lavoratori portarono alla discussione i nuovi dati, la partita si chiuse: il prefetto decise che le merci dovevano rimanere in porto “per accertamenti”, e la nave ripartì. 

Poi questa vicenda fece il giro del mondo, abbiamo ricevuto attestati dai dockers di Oakland e da quelli di Durban, dai sindacati scozzesi… ma per noi fu soprattutto occasione di riflessione. Intanto, l’azione era stata resa possibile dall’allarme internazionale che aveva preceduto l’arrivo in porto della «Bahri Yanbu». Si sapeva cioè che avrebbe dovuto imbarcare a Le Havre degli speciali cannoni a lungo raggio di produzione francese. Quei cannoni giusto poche settimane prima erano stati al centro di un dossier del sito investigativo Disclose, in cui si documentava il loro impiego in Yemen e il fatto che Macron ne fosse a conoscenza, al contrario di ciò che il presidente francese aveva dichiarato in pubblico. In Francia i dockers della Cgt si erano schierati con Amnesty International e i pacifisti cristiani per il boicottaggio della nave. Quando la nave ripartì dopo aver “saltato” Le Havre, a Genova – successivo scalo previsto – c’era un clima battagliero, fiorivano le discussioni, e pesava l’appello alla solidarietà portuale lanciato dalla Cgt e dalle ong francesi. Probabilmente senza quella rete internazionale di informazione e lotta Genova non si sarebbe mossa, e così abbiamo pensato di mettere in qualche modo basi più stabili – informative, legali, di analisi – ad azioni che per loro natura dovevano seguire, anzi anticipare, le navi lungo catene logistiche molto consolidate, “servizi regolari” secondo gli schemi tipici della moderna shipping industry. Azioni che rimangono esemplari (le merci bloccate a Genova qualche settimana dopo andarono via gomma a Marghera, e da lì imbarcate per il porto di destinazione, Jeddah) ma che servono a dare visibilità alla catena e al suo traffico specifico. Oggi si sa tutto della compagnia Bahri, a cui appartengono quelle sei navi gemelle, e ogni volta che una tocca Genova, cioè ogni venti giorni circa, viene accolta dai petardi del Calp e si muovono i giornalisti. I camalli genovesi sono sotto i riflettori, partecipano a convegni e riunioni internazionali, sono andati in tv (vedi la puntata di PresaDiretta andata in onda il 22 marzo scorso). Certo, qualcuno del Calp è finito indagato per associazione a delinquere e attentato alla sicurezza dei trasporti, ma d’altra parte una loro delegazione è stata ricevuta in udienza privata da papa Francesco, che peraltro li ha più volte lodati per il loro coraggio civile.

Insomma si tratta di forme di lotta “mediatica”, difficili, da condursi contemporaneamente a diverse scale geografiche, locale e internazionale, e sempre “in rete” con altre organizzazioni di sensibilità diverse. La decisione di dar vita a The Weapon Watch è stata un po’ la risposta a queste esigenze diverse: un osservatorio in cui fossero fianco a fianco lavoratori, portatori di saperi tecnici nel trasporto e nella logistica, consulenti legali e sindacali che possono suggerire come fare pressione sulle autorità, e naturalmente diverse sensibilità della militanza. 

OPM: Nel programma di The Weapon Watch si dice esplicitamente che è un “osservatorio”, cioè prende a modello l’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia a cui collabori da tempo?

Tombola: Quello di Opal è per me un modello di riferimento, oltre che un’esperienza preziosa per le persone straordinarie che vi ho trovato, determinate a documentare giorno dopo giorno quale sia il ruolo dei grandi produttori del distretto bresciano, a cominciare da Beretta, nella diffusione delle armi leggere e “sportive” fabbricate in Italia, soprattutto nelle aree della violenza endemica urbana e della guerra perpetua. Però nello statuto di The Weapon Watch si fa esplicito richiamo alle battaglie dei portuali e nei porti, non solo al movimento contro la guerra e ai principi della nonviolenza. Inoltre indichiamo come obiettivo di lotta, conoscenza e propaganda la particolare “catena logistica” della guerra, nelle sue varie forme e gradi di attuazione. Non bisogna dimenticare quello che scrive che per l’invasione dell’Iraq del marzo-aprile 2003 l’amministrazione Bush si servì dei big mondiali della logistica, Maersk in testa, e che i primi contratti furono firmati già nell’agosto del 2002, cioè sei mesi prima della sceneggiata di Colin Powell all’Onu. La logistica per la guerra è sempre un gigantesco business, sempre internazionale, anzi direi intergovernativo, e si mette in moto molto prima che i soldati posino i loro boots on the ground. Di qui l’urgenza di una rete che osservi e controlli i porti strategici per l’approvvigionamento militare e che contribuisca a rendere trasparente quello che non lo è, sebbene il commercio di armi e munizioni – anche di quelle utilizzate per commettere gravissimi crimini di guerra contro popolazioni civili – si svolga sotto i nostri occhi, con vettori commerciali e senza particolari misure di sicurezza. Una rete che raccolga e diffonda informazioni relative alla logistica militare può anche contribuire a promuovere forme di lotta adeguate a un “avversario” che ha ed esercita enormi poteri di pressione sull’opinione pubblica – si pensi alle molte aziende “strategiche”, a cui il governo ha permesso di continuare a lavorare anche durante i momenti più gravi della pandemia, nella primavera del 2020 – ma che, secondo le nostre valutazioni, ha un peso tutto sommato limitato quanto a creazione di ricchezza e di posti di lavoro.

In questo senso, penso che la mia presenza, oltre che nella direzione di Opal, anche nella redazione di OPM sia coerente, il progetto della rivista e quello di The Weapon Watch si riferiscono entrambi agli stessi metodi (indagine sul campo, conricerca, interviste, ecc.), alla stessa attenzione al mondo del lavoro, alla stessa contaminazione dei saperi tecnici e delle esperienze di lotta. Del resto anche Andrea Bottalico e Riccardo Degl’Innocenti condividono la mia stessa doppia presenza, in OPM e in The Weapon Watch…

OPM: È chiaro che il settore militare, più ancora che per il suo peso economico, conta perché è immediatamente a contatto con il decisore politico, e perché riguarda l’impiego sul campo delle forze armate e il sistema delle alleanze internazionali.

Tombola: Pensiamo a Leonardo. La maggiore azienda italiana impegnata nel militare è formalmente controllata dal ministero dell’Economia con il 30% delle azioni, ma in realtà i due terzi del capitale sono nelle mani di investitori istituzionali inglesi e americani, assai più vicini ai grandi clienti di Leonardo che al governo di Roma. Leonardo fornisce Boeing, Lockheed Martin, Rolls Royce, Northrop Grumman, Bae Systems ecc., mantiene venti stabilimenti negli USA e ha 7.000 posti di lavoro nel Regno Unito. Voglio dire che Profumo e i manager di Leonardo hanno un canale diretto con il Pentagono e la Casa Bianca, e ne riportano i messaggi a chi in quel momento siede al governo… Qui si aprirebbe anche il tema di cosa sia realmente “militare” o per la difesa, in settori produttivi largamente dual use, cioè che producono sia per il civile che per il militare: le cifre talvolta fornite dalle aziende non sembrano credibili e certo non sono verificabili, dal momento che non c’è alcun obbligo civilistico di specificare il valore della produzione di un singolo impianto, né tanto meno quale parte del fatturato riguardi il militare. Leonardo in Italia ha ben 38 unità produttive dirette, e sono solo una decina quelle esclusivamente o prevalentemente rivolte al militare. Da parte sua, Fincantieri dichiara il 24% del fatturato dal settore difesa nel 2020, Beretta negli ultimi vent’anni non ha mai dichiarato più del 15% …

OPM: Cosa siete riusciti a realizzare in questi due anni?

Tombola: L’associazione The Weapon Watch è nata nel gennaio 2020 e siamo stati subito bloccati dal lockdown, avevamo in corso tre iniziative rilevanti che sono rimaste al palo o che proprio abbiamo dovuto abbandonare. Abbiamo rinunciato al progetto sostenuto dalla Rosa-Luxemburg-Stiftung – la fondazione del partito Die Linke – o meglio abbiamo dovuto rinunciare al loro finanziamento. Però non abbiamo rinunciato al progetto di realizzare un “atlante interattivo” dell’industria italiana della difesa, anzi in qualche modo durante il confinamento abbiamo lavorato più intensamente, raccolto una gigantesca databank collegata alla mappa: se ne può vedere una versione, ancora in bozza e incompleta, all’indirizzo http://sergiofinardi.info/ww/#. Come The Weapon Watch vogliamo contribuire a una seria critica dei dati, perché secondo noi sono troppo appiattiti sulle fonti di Confindustria e delle grandi aziende aderenti ad Aiad-Associazione delle industrie aerospazio e difesa, la lobby italiana delle armi diretta da Guido Crosetto, fondatore ed ex segretario di Fratelli d’Italia. Ne risulta un’opacità complessiva del settore e una carenza – per non dire un’assenza – di analisi indipendenti.

Abbiamo portato avanti anche una seconda iniziativa, almeno in parte: il confronto con i rappresentanti dei lavoratori sui temi del controllo del commercio di armamenti, della riconversione, delle guerre disumane e dei loro effetti sulle società europee. Qui siamo stati facilitati dalla presenza nelle nostre fila di alcuni portuali genovesi protagonisti della lotta contro le navi Bahri e di alcuni tra gli osservatori più attenti al mondo della logistica marittima – peraltro anche presenti nella redazione di OPM, in coerenza con il pionieristico approccio di Primo Maggio e di Sergio Bologna in particolare. Ci manca ancora, perché va costruito con pazienza e senza ideologie o fatalismi, il confronto diretto con i lavoratori delle stesse aziende della difesa e dell’aerospazio, anche qui per riprendere il metodo della conricerca, nonché la tradizione del movimento nonviolento italiano, che in molti storici distretti produttori di armamenti – penso al Bresciano, al Varesotto, all’area fiorentina, alla stessa Genova – conobbe in passato originali esperienze di obiezione di coscienza sul luogo di lavoro. Crediamo che The Weapon Watch possa offrire, anche grazie alla divulgazione delle informazioni e al suo metodo di lavoro, un primo livello di confronto e critica, quello sui dati – sugli incroci delle subforniture, sulla logistica specializzata – che con il contributo di tecnici e operai possono diventare meno opachi e univoci. Per fare un esempio, non mi sembra che qualcuno abbia detto quanto il gruppo Gkn sia implicato nell’aerospace sia civile che militare: hanno come clienti quasi tutti i maggiori produttori mondiali di aeromobili e di motori jet, impiegati anche negli aerei da combattimento di quinta generazione, di cui sono fornitori di “livello 1” con 41 siti di produzione in 13 paesi. Si è messa in relazione la chiusura dello stabilimento di Campi Bisenzio con i cambiamenti nella geografia produttiva dell’automotive e con la fine di Fca, ma si è tralasciato di guardare più in profondità, alla logica dietro le decisioni del fondo Melrose, che chiude a Campi ma non a Brunico, per limitarci all’Italia.

Al terzo punto del progetto The Weapon Watch, l’ho già accennato prima, c’è l’obiettivo di contribuire a costruire una rete tra i porti europei, cioè in concreto tra  lavoratori e lavoratrici,  sindacati, Ong, movimenti pacifisti e religiosi delle città in cui operano le multinazionali della logistica e attraverso cui passano le navi più implicate nell’approvvigionamento militare. Anche qui ci vuole tempo, “a distanza” non si può fare molto, ma siamo impegnati a costruire una trama forte di rapporti e scambi informativi, a organizzare gli osservatori sul campo, a far nascere iniziative comuni in grado di mobilitare l’attenzione: soprattutto laddove la catena logistica militarizzata viene allo scoperto, si rivela, lascia le sue tracce documentali e incontra lavoratori che non sono disposti alla complicità, sia pure indiretta, che comporta maneggiare container di bombe, imbarcare veicoli destinati a massacrare qualche famiglia di abitanti di zone lontane dai nostri occhi e dalle telecamere dei nostri media. Nel maggio scorso, mentre l’esercito israeliano bombardava Gaza, in tre porti italiani sono scattati dei “blocchi preventivi” per non imbarcare esplosivi (cioè bombe e proiettili) diretti a Haifa, azioni promosse da sigle sindacali diverse e sulla base di allerte e messaggi sui social. La forza di queste azioni è stata enorme, pensate che come reazione immediata la sezione dei portuali di Haifa iscritti alla Histadrut – il sindacato unico israeliano – ha minacciato un contro-blocco su tutte le merci italiane in entrata, mettendo subito in moto le diplomazie dei due paesi.

OPM: Recentemente siete stati ad Amburgo per la giornata contro la guerra e alla Friedenskonferenz (la conferenza sulla pace) organizzata dal sindacato ver.di. Come mai questo interesse per l’attivismo pacifista tedesco?

Dei contatti con la fondazione Rosa Luxemburg abbiamo detto. Poi Jackie Anders della redazione di Ausdruck, la rivista di Imi-Informationsstelle Militarisierung di Gottinga, ci ha pubblicato un articolo uscito nello scorso giugno, il che credo abbia contribuito al doppio invito ad Amburgo: Sandro Capuzzo ha rappresentato The Weapon Watch all’Antikriegstag del primo settembre, giorno in ricordo dell’invasione nazista della Polonia; Stefano Odoardi e io siamo intervenuti alla conferenza del 16 settembre. Seguiamo sin dall’origine le faccende tedesche, che per il nostro progetto sono molto rilevanti in tutt’e tre le linee d’azione in cui si articola.

In quella città, che è uno dei maggiori porti d’Europa nonché la capitale di un piccolo Land, si è messo in moto un complicato iter per ottenere un referendum popolare riservato ai residenti, a cui verrà chiesto di dichiararsi pro o contro il commercio degli armamenti nel porto. È un iter in tre fasi, si è appena conclusa la prima raccolta firme, ora il quesito sarà sottoposto a un parere di tipo costituzionale locale, quindi si dovrà ripetere una ben più impegnativa raccolta firme – 65.000 in un mese. Se tutto andrà secondo gli auspici degli organizzatori, il referendum si potrà tenere nel 2025, ma la cosa rilevante è che ora ha ottenuto anche il sostegno di ver.di, il maggior sindacato tedesco dei servizi e del pubblico impiego, due milioni e mezzo di iscritti,  tra cui i lavoratori della logistica portuale. Insomma, i dockers di Amburgo sono in gran parte iscritti a ver.di e il loro sindacato sta sostenendo un referendum per escludere le merci militari d’esportazione dal traffico portuale: non senza forti resistenze interne, ci hanno detto i dirigenti locali, molti dei quali di origini italiane. Tra l’altro, la nostra visita ha mobilitato le energie dei compagni tedeschi che già stavano lavorando alla redazione di un atlante tedesco dell’industria della difesa, un po’ sul modello di quello di The Weapon Watch, e che potrebbe essere un’altra colonna del progetto di atlante europeo che stiamo proponendo.

OPM: Quello della sensibilità dei lavoratori alle lotte più chiaramente politiche, nascano o meno dalle organizzazioni sindacali, è un tema che sta molto a cuore alla redazione di OPM. Che idea vi siete fatta al proposito?

Tombola: È un terreno molto impervio, segnato tanto in Italia che in Germania da decenni di contrapposizioni, fratture, incomprensioni, sul fondo di un arretramento generalizzato del movimento dei lavoratori e di un mutamento non solo politico-sociale ma direi anche antropologico degli stessi iscritti ai sindacati, più disponibili a difendere l’esistente e meno inclini a esporsi su motivazioni politiche. Tuttavia nello specifico della nostra azione, e nel breve arco di tempo di cui sopra, il quadro non è così nero. A Brema ci hanno detto chiaramente che uno sciopero o un’azione su un tema “politico” non strettamente sindacale è semplicemente impensabile, dal momento che il sindacato siede nel comitato di gestione del porto. Da noi non è così. Ci conforta molto che quando riusciamo ad arrivare di fronte ai lavoratori ci sia attenzione. A Genova, ad esempio, alcuni rls (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, N.d.R.) hanno ripreso gli argomenti circostanziati che abbiamo sollevato sul nostro sito web, dove abbiamo lanciato l’allarme: quando attraccano in porto, le navi Bahri sono cariche di munizioni ed esplosivi di classe 1, e la banchina del terminal è a soli 400 metri dalle case di Sampierdarena, mentre nel raggio di 800 metri troviamo i depositi costieri della Silomar e della Get Oil, oltre all’area “merci esplosive in transito” del terminal Spinelli. Per dare un’idea del rischio, l’esplosione dell’agosto 2020 nel porto di Beirut ha devastato un’area in un raggio di 3.200 metri dall’epicentro.

D’altra parte, la Cgil nazionale è dentro la Rete italiana per la pace e il disarmo, e anche se il sindacalismo di base è stato protagonista delle azioni più clamorose, a Genova e a Livorno, trovo che sia molto significativo quel che è accaduto a Ravenna lo scorso maggio, quando i confederali hanno annunciato lo sciopero unitario appena ricevuta la notizia di un previsto imbarco di esplosivi diretti a Haifa, mentre le forze armate di Israele bombardavano Gaza. Anche se il green pass rischia di aggiungere nuove fratture, continuo a credere che sui temi internazionalisti più “globali” sia possibile non solo l’alleanza dei lavoratori entro i porti e tra i porti italiani, ma anche il sostegno alle loro lotte da parte di importanti componenti culturali e politiche del paese, dalla sinistra critica ai cattolici impegnati, dal movimento ambientalista a quello libertario.

Sitografia

The Weapon Watch weaponwatch.net 

Opal opalbrescia.org 

Rete italiana per la pace e il disarmo retepacedisarmo.org/ 

«The itinerary of a secret shipment», Disclose, 15 aprile 2019. 

C. Tombola, A. Bottalico, «Die Waffenschiffe im Netz der Friedenshäfen»,  IMI-Analyse, 2021/26, 8 giugno 2021

Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori

a cura di Carlo Tombola

«Non pensavo che nel mio lavoro in ospedale avrei dovuto assistere a quello che ho visto durante i mesi più difficili della pandemia».

Durante l’estate, tra luglio e settembre 2020, cioè tra prima e seconda “ondata” della pandemia da Covid-19, abbiamo raccolto alcune interviste-testimonianze tra il personale medico e infermieristico di alcune realtà sanitarie operanti in Lombardia. Non siamo stati guidati da criteri di documentazione storica, né da un ordinato piano d’inchiesta che studiosi ben più esperti hanno peraltro già avviato. Abbiamo invece pensato che fosse importante dar voce ai lavoratori/trici della sanità nella regione che è stata ed è ancora la più colpita dalla pandemia da Covid-19, e assumere il loro punto di vista “a posteriori” su ciò che è avvenuto. 

Abbiamo potuto contattare la maggior parte degli intervistati grazie ai buoni uffici della Cgil-Funzione pubblica della Lombardia, e in particolare della segretaria regionale Manuela Vanoli. Altri ci sono stati invece indicati da reti di amici e conoscenti, per cui i profili professionali sono molto diversificati: una psichiatra, due primari (di cui uno di terapia intensiva), due infermieri specializzati (Is) di cui uno in una Residenza sanitaria assistenziale (Rsa), un medico di pronto soccorso, un neurochirurgo, un medico di base. Solo tre (su otto intervistati) sono sindacalizzati. Le interviste sono state concesse dietro la garanzia dell’anonimato, dal momento che i Contratti collettivi nazionali del settore impongono l’obbligo del dipendente di ottenere esplicita autorizzazione dalle direzioni sanitarie degli ospedali e delle Rsa per poter concedere interviste. Abbiamo così dovuto optare per un resoconto giornalistico di ciò che abbiamo raccolto, riferendo come discorso diretto solo alcune battute delle interviste: un metodo forse poco rispettoso delle regole della storia orale, ma che vediamo complementare alle domande poste da OPM al collettivo di Medicina democratica nel pieno della crisi pandemica.

La frase qui sopra in esergo ci è stata ripetuta, quasi identica, da tutti gli intervistati.

La “prima ondata” a Milano e il caso Trivulzio

Solo per delimitare lo spazio temporale su cui concentreremo l’attenzione, e senza entrare per ora nella grave questione dei dati e della loro attendibilità, secondo la Dashboard Covid-19 pubblicata da Regione Lombardia la curva dei ricoveri si impennò in modo drammatico tra l’ultima settimana del febbraio 2020 (settimana 9) – quando i pazienti ricoverati erano solo 336 – e la settimana 12, la terza di marzo e la peggiore in assoluto con 3.721 ricoveri. Nelle sole due settimane centrali di marzo, nei reparti di terapia intensiva si dovettero ricoverare rispettivamente 373 e a 361 pazienti gravemente ammalati di Covid-19. La curva dei decessi seguì quella dei ricoveri, con un ritardo approssimativo di circa una settimana: nel mese di marzo, infatti, i decessi passarono da 131 (settimana 10) a 812, 2.129 e 2.849 (settimane 11, 12 e 13), per scendere poi lentamente a 2.712, 1.855, 1.539, 1.219 e finalmente 920 alla settimana 18. Caddero al di sotto della soglia dei cento decessi settimanali soltanto alla fine di giugno (69 decessi nella settimana 26).

Altro punto di riferimento importante è il momento in cui, oltre alle voci più o meno allarmate degli specialisti, si alzarono quelle dei lavoratori della sanità lombarda e insieme dei famigliari dei pazienti delle Rsa, a denunciare l’impreparazione, l’assenza di informazioni e in fondo l’arroganza di alcune direzioni sanitarie. «37 e 2», la trasmissione di Vittorio Agnoletto su Radio Popolare, cominciò a parlarne nella puntata del 12 marzo. I delegati sindacali Cgil e Cisl dei lavoratori del Pio Albergo Trivulzio di Milano intervennero sul caso del prof. Bergamaschini, docente all’Università Statale ed ex direttore della scuola di specialità di geriatria, esonerato dalla direzione sanitaria perché nel suo reparto consigliava agli operatori di indossare i Dispositivi di protezione individuale (Dpi), che la direzione proibiva al personale di usare «per non allarmare i pazienti». Al Trivulzio, «le prime mascherine le abbiamo viste il 2 aprile». Nel frattempo le visite dei famigliari erano già state sospese, con evidente apprensione di pazienti e parenti.

Bergamaschini venne reintegrato ai primi di aprile, ma i delegati sindacali decisero di rendere pubblico ciò che stava accadendo al Trivulzio, la maggior struttura geriatrica italiana, in particolare dopo che la direzione sanitaria suggerì via email ai medici di non inviare più pazienti al pronto soccorso senza aver contattato prima gli ospedali, già in crisi.

Questo è in effetti un punto delicato. Le Rsa non sono attrezzate per trattare le fasi acute o le urgenze, l’invio al pronto soccorso è una routine obbligata; ma certo, nelle settimane di marzo tutti i reparti di pronto soccorso della Lombardia erano diventati impraticabili e il rischio per i pazienti anziani altissimo.

In ogni modo, la confusione, le contraddizioni e in particolare la cattiva gestione della comunicazione al pubblico è stata centrale nella prima fase di espansione del virus nelle Rsa, e – com’è noto – non ha riguardato solo le strutture sanitarie ma anche i vertici di Regione Lombardia.

Ciò a cui stavano
assistendo gli operatori del
Trivulzio era qualcosa di
mai accaduto. Alla fine di
aprile si conteranno circa
trecento morti

L’assessore Gallera, a cui i lavoratori del Trivulzio inviarono una mail allarmata il 31 marzo («qui rischiamo la strage»), non pensò di rispondere, ma in un successivo confronto un delegato sindacale si sentì dire dall’assessore regionale alla Sanità e al Welfare «Tanto lei verrà querelato…».

Così il “caso Trivulzio” finì sulla stampa nazionale. Gad Lerner intervistò Piero La Grassa, delegato sindacale Rsu e coordinatore Cgil-Funzione Pubblica, da ventun anni infermiere al Trivulzio, e l’intervista venne pubblicata il 4 aprile su Repubblica sotto il titolo «Coronavirus, l’epidemia insabbiata: al Trivulzio di Milano si indaga su settanta morti». Fu un’aperta denuncia delle gravi responsabilità della direzione sanitaria che, dopo aver interrotto le visite dei famigliari, continuò a diramare bollettini medici “rassicuranti”, in cui si escludeva la presenza del virus nei reparti e soprattutto negava che vi fossero stati decessi in conseguenza del Covid-19. Anche ai lavoratori, che ne avevano fatto richiesta, i dati vennero negati.

Ciò a cui stavano assistendo gli operatori del Trivulzio, invece, era qualcosa di mai accaduto, 12-13-14 morti al giorno, «abbiamo perso pazienti che vivevano da noi da dieci-vent’anni, a cui eravamo affezionati». Alla fine di aprile si conteranno circa trecento morti, un numero che normalmente il Trivulzio registra in dodici mesi, nel periodo gennaio-giugno 2020 saranno complessivamente 430 decessi. A un certo punto 280 operatori erano a casa in malattia, non tutti Covid-19 per fortuna – anche se qualcuno è finito intubato – ma per qualunque genere di assenza il lavoratore doveva poi essere sottoposto a controllo e, in mancanza di tamponi, non potevano rientrare. «Ci siamo sentiti dire, dalla commissione d’inchiesta voluta da Regione e Comune, che c’è stato un assenteismo a livello straordinario durante la pandemia!».

Il Pio Albergo Trivulzio è una delle istituzioni più rappresentative della città di Milano e anche delle più emblematiche della storia recente. Erede della tradizione filantropica del patriziato milanese nell’epoca dell’assolutismo illuminato, la “Baggina” (perché situata sulla via per Baggio) fu nel 1992 al centro delle prime indagini che condussero a Tangentopoli. Ancora nel 2011 tornò alle cronache della corruzione con lo scandalo cosiddetto “affittopoli”, ovvero l’affitto o anche la vendita a prezzi più bassi del mercato di una parte dei circa 3.700 beni immobili (tra cui 1.700 appartamenti d’abitazione) appartenenti al patrimonio dell’ente. Dal 2003 il suo statuto giuridico è quello di ente pubblico operante in ambito socio-sanitario, sociale e educativo sul territorio della Regione Lombardia ma in particolare rivolto alla città di Milano, e ha inglobato i due storici orfanotrofi milanesi dei Martinitt e delle Stelline in una sola “azienda di servizi alla persona” (Asp), denominata Istituti Milanesi Martinitt e Stelline e Pio Albergo Trivulzio. Riunisce tre strutture, il Pio Albergo di via A. T. Trivulzio a Milano, la residenza per anziani Principessa Jolanda di via Sassi (adiacente alla Basilica di S. M. alle Grazie) e l’Istituto Frisia di Merate (Lecco), circa 1.200 posti letto complessivi. Vi lavorano circa 1.200 operatori, specialisti, medici, infermieri compresi, in parte dipendenti e in parte come consulenti a contratto.

L’azienda Pio Albergo Trivulzio è una delle maggiori in Lombardia, ma il complesso di via Trivulzio per dimensioni è forse un caso a sé, anche per il patrimonio edilizio che amministra. Non stupisce che non sia mai sfuggito alle ferree leggi del sottogoverno locale, e che la sua direzione sia sempre stata molto “politicizzata”. Per statuto, peraltro, la sua gestione è responsabilità paritetica di Regione Lombardia e Comune di Milano, e di conseguenza affidata a un direttore generale nominato dalla Regione ma con il parere favorevole del Sindaco di Milano. Oggi il direttore generale del Trivulzio è Giuseppe Calicchio, in carica dal gennaio 2019, classe 1971, laureato a Pavia in Filosofia ma con un lungo curriculum di manager nelle strutture socio-sanitarie lombarde, a partire dal decennio passato al servizio della Caritas diocesana di Vigevano. Lo stesso vale per il Consiglio di indirizzo dell’ente, composto da cinque membri di cui tre nominati dal Comune di Milano, tra cui il presidente. Ricopre questa carica dal 2015 Maurizio Carrara, laurea in architettura, presidente di UniCredit Foundation e prima manager nella società editrice del periodico non-profit Vita. Attuale vicepresidente è Stefania Bartoccetti, giornalista e insegnante di yoga, fondatrice di Telefono Donna, amica personale di Letizia Moratti e candidata (non eletta) nella lista di quest’ultima alle elezioni comunali del 2006. Gli altri componenti del Consiglio d’indirizzo sono: Bettina Campedelli,  commercialista, docente nel corso di economia aziendale all’Università di Verona, membro del Cda di molte società di assicurazione, tra cui la Cattolica di Assicurazione di Verona, nonché presidente del colosso dell’edilizia Icm Spa di Vicenza e vicepresidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena; Elena Airaldi, architetto progettista di strutture ospedaliere, figlia di Luigi, urbanista e docente del Politecnico; e Francesco Triscari Binoni, classe 1946, aiuto e poi primario di Malattie dell’apparato respiratorio presso l’Ospedale di Desio e quindi dell’Azienda ospedaliera di Desio-Vimercate, per anni presente nei Cda di aziende a partecipazione pubblica come Ferrovie Nord Milano, Interporti Lombardi Spa, Aeroporto di Orio al Serio, Malpensa Logistica, Trenord ecc. nonché per tre lustri consigliere comunale a Milano eletto nelle liste di Forza Italia.

Il direttore socio-sanitario, invece, è nominato dal direttore generale ed è carica attualmente ricoperta da Pierluigi Rossi, classe 1955, laureato in Medicina a Milano e specialista in Terapia fisica e riabilitazione.

Disegno: Malov

Il 10 aprile 2020 Cgil, Cisl e Uil depositarono una denuncia in Procura contro il direttore generale Calicchio, seguita da una decina di denunce di altri dipendenti e soprattutto dei famigliari dei degenti deceduti. L’11 aprile la stampa informò che oltre a Calicchio erano stati iscritti nel registro degli indagati anche i dirigenti di altre Rsa. Le indagini si concentrarono inizialmente su un centinaio di decessi e sul trasferimento di pazienti di altre strutture con sintomi da Covid, e condotte dal procuratore Tiziana Siciliano, che ha ascoltato i lavoratori minacciati perché portavano la mascherina e quelli che hanno assistito i pazienti Covid fino all’ultimo. Quanto alla commissione istituita dalla Regione (7 commissari su 8 della Regione, uno solo per il Comune, Gherardo Colombo), non ha sentito né i dipendenti né i delegati.

In seguito il clima al Trivulzio non migliorò di certo, anzi cominciarono le ritorsioni verso medici e infermieri più esposti, anche minacciati, e verso il comitato dei parenti, i cui famigliari degenti sono stati allontanati dal Trivulzio «in considerazione del fatto che è venuta a mancare la necessaria fiducia tra paziente e Istituto». Durante l’estate è stato persino deciso di spegnere l’aria condizionata nei reparti, come “misura precauzionale” per non diffondere il virus: mentre il termometro nei reparti raggiungeva i 35°, al personale veniva imposto – pena sanzioni interne – di indossare camice e sovracamice, mascherina, guanti.

Ai confini delle “zone rosse”

Al di là di come l’abbiano voluta trasformare i governi regionali guidati da Formigoni, Maroni e Fontana, la sanità lombarda non può essere considerata se non come un organismo sistemico, in cui  il funzionamento di una sua parte (di un servizio territoriale o di una filiera specializzata) influisce su come funzionano le altri componenti del sistema, e ne è da queste condizionato.

Nei mesi successivi al febbraio 2020, di fronte a una pandemia molto seria e a rapida diffusione qual è quella da Covid-19, il sistema lombardo è andato rapidamente in sofferenza e quindi in crisi, e ha potuto tenervi testa solo grazie al sacrificio e all’intelligenza di chi in questo sistema lavora quotidianamente e rende umano e sopportabile che tutta questa grande e complessa macchina, fatta di routine burocratiche più che  di “eccellenze”, sia stata modellata dalla legge del profitto.

Il caso dell’Ospedale Oglio Po di Casalmaggiore (Cremona) è in questo senso significativo. Si tratta di una struttura medio-piccola, con 240 posti letto accreditati, dipendente dall’Asst di Cremona ma posto all’intersezione del confine provinciale con Parma e Mantova. Quando gli ospedali della “zona rossa” di Codogno-Casalpusterlengo-Lodi – una decina di comuni della Bassa lodigiana, i primi a essere isolati per decreto governativo, a partire dal 23 febbraio scorso – non poterono essere più ricettivi, indirizzarono i pazienti verso le zone vicine, appunto Crema, Cremona e, a cascata, Casalmaggiore.

A livello aziendale, l’ospedale Oglio Po entrò in emergenza già il 20 febbraio, inizialmente cercando di sviluppare al suo interno un protocollo basato sulle linee guida internazionali, oltre che  sull’eziologia del virus, per l’utilizzo dei Dpi. Tuttavia la bozza di protocollo diventerà definitiva molto più avanti, dalla metà di aprile, e inoltre circolò in forma cartacea e senza la verifica che fosse stata effettivamente recepita. Era importante – come ha anche sostenuto l’Istituto superiore di sanità (Iss) – che il personale fosse addestrato all’uso dei Dpi contro questo nuovo rischio biologico, «ma secondo noi – ci ha detto uno degli infermieri che, come delegato sindacale, ha tenuto i contatti con la direzione sul problema della sicurezza del lavoro degli operatori –  non c’era la certezza che tutti gli operatori ne fossero a conoscenza. Alcuni eventi formativi, in videoconferenza o in aula magna, ci sono stati, ma secondo noi non son stati sufficienti. Per esempio la vestizione e svestizione sono momenti delicati, in cui il virus potrebbe facilmente contagiare se le regole non sono attentamente rispettate», a partire da quella – banale – dei doppi guanti.

A Casalmaggiore i Dpi non sono mai mancati, anche se in alcuni momenti le scorte si sono drammaticamente assottigliate. «Abbiamo richiesto informazioni sullo stato dell’approvvigionamento dei dispositivi, sulle loro certificazioni che ci parevano non conformi alla normativa. Siamo riusciti a entrare in contatto con lo stesso ente certificatore cinese – oggi riconosciuto da Regione Lombardia, Iss e Protezione civile – e la risposta fu che la certificazione in oggetto era fasulla».

Carenze significative, invece, vi sono state sulle indicazioni interne, come la rilevazione della temperatura corporea – partita con un mese di ritardo – e soprattutto il mancato addestramento ai Dpi di 3a categoria, cioè ai Dpi da utilizzare in caso di esposizione del lavoratore al rischio di morte o di grave danno, Dpi per cui l’addestramento è obbligatorio. Nel caso del virus del Covid, per esempio, la mascherina filtrante diviene un Dpi di 3a categoria: non la mascherina chirurgica, si badi, che protegge solo in uscita, ma il cosiddetto “facciale filtrante” di tipo 2 e 3, che protegge anche in entrata. Inoltre a Casalmaggiore i primi tamponi agli operatori sono stati fatti solo ai primi di marzo, il che ha causato un’ecatombe, con tantissimi contagiati tra medici e infermieri, e di conseguenza si è registrato un “fermo” dell’attività ospedaliera: i contagiati sono entrati in “infortunio”, tenuti a casa in quarantena sorvegliata. I tamponi sono proseguiti fino alla metà di marzo, quando sono stati interrotti perché altrimenti non sarebbe più andato nessuno a lavorare. Fino al 30 aprile il tampone è stato riservato a chi presentava i sintomi, mentre a quella data tutti i dipendenti avevano fatto il test sierologico.

Anche qui, sebbene su scala minore, si sono dunque registrate gravi carenze soprattutto nella circolazione delle informazioni, come le rappresentanze sindacali hanno segnalato alla direzione generale dell’azienda, oltre che al Servizio di prevenzione e protezione. Certo, sono state carenze in qualche modo dovute alle dimensioni dell’emergenza, ma è significativo che le criticità abbiano riguardato soprattutto il punto specifico della protezione della salute sul luogo di lavoro.

Apocalisse bresciana?

Seconda, dopo Milano, per numero di pazienti Covid-19 e per decessi, Brescia è un punto di osservazione privilegiato per indagare la condizione del lavoro ospedaliero durante la pandemia.

Per parecchie settimane tra marzo e maggio gli Spedali Civili di Brescia – una delle più grandi aziende ospedaliere italiane, con oltre 1.900 posti letto, di cui la metà nel grande complesso cittadino di Mompiano – sono stati praticamente un ospedale “full Covid-19”, quasi tutti i posti disponibili erano occupati da pazienti infetti da Coronavirus: «Probabilmente in quelle settimane eravamo il maggiore ospedale Covid-19 del mondo occidentale». L’articolazione organizzativa è stata sconvolta, l’attività dei reparti specialistici ridotta all’osso e tutto lo sforzo diretto a combattere la pandemia. Per esempio, il reparto di Neurochirurgia è stato dimezzato, e ha operato invece che su due sale chirurgiche su una sola, praticamente occupata a tempo pieno. In effetti non sono stati pochi i casi di anziani affetti da Covid-19 che si sono procurati traumi cranici in seguito a svenimento o caduta accidentale, e in ogni caso si dovevano affrontare le urgenze. «Abbiamo anche effettuato alcuni interventi di neurochirurgia neonatale, quelli non rinviabili. In questi casi, non abbiamo isolato solo il bambino ma anche il genitore che lo accompagnava, come sempre in casi di pazienti così piccoli, e che è dovuto rimanere per tutta la durata del ricovero all’interno della “bolla” allestita in reparto, una misura pesante ma inevitabile».

In ospedale «la
solidarietà del lavoro è
stata fondamentale»,
ma il lato personale e
privato di questo sforzo
è stato pesante

Quanto al pronto soccorso degli Spedali, è diventato una vera “prima linea”. Dal 14 marzo si cominciarono a trasferire i pazienti Covid-19 verso Sondrio e Varese, poi anche più lontano. A quella data c’erano 41 posti in terapia intensiva, più altri 5 in allestimento, ma in breve le disponibilità crebbero, anche per terapia sub-intensiva. Si allestì un “centro triage” di fronte al pronto soccorso, all’aperto sotto alcune tende da campo, persino dotato di Tac, anche se di fatto «il vero triage veniva già effettuato in base ai sintomi più evidenti sulle ambulanze dai barellieri, che si tenevano in contatto telefonico con il pronto soccorso», in modo da sapere subito dove collocare il paziente al suo arrivo. Poi si ricavarono altri posti letto nell’ex lavanderia e nella mensa, tanto che il 4 aprile fece la sua comparsa ai Civili l’assessore regionale Gallera per annunciare l’apertura di un’ala dell’ospedale dedicata all’emergenza Covid-19, con 180 nuovi posti: «Questa degli Spedali Civili è una delle strutture più grandi di Regione Lombardia per il coronavirus e nasce con un modello che prendiamo da Israele», ha dichiarato nella conferenza stampa.

I costi umani sono stati enormi, ma a qualche mese di distanza traspariva anche un certo orgoglio («Se ce l’abbiamo fatta in quella situazione… non potrà esserci nulla che si ripeta in quello stesso modo. Forse potrà ripetersi in altre regioni, che non hanno avuto la “preparazione” che abbiamo avuto a Brescia») e uno sguardo sereno a ciò che avrebbe potuto succedere – e in effetti sta succedendo – in autunno: «La città ha risposto bene, ha imparato la durissima lezione, e oggi [settembre 2020, N.d.R] le misure di distanziamento e di prevenzione come la mascherina in pubblico sono generalmente rispettate. I casi di Covid che abbiamo registrato durante l’estate sono stati tutti importati “da fuori”, cioè conseguenza di viaggi all’estero o spostamenti lavorativi».

In ospedale «la solidarietà del lavoro è stata fondamentale», ma il lato personale e privato di questo enorme sforzo è stato parecchio pesante. Tutto il personale medico e infermieristico è andato al lavoro, per settimane, senza sapere se a fine turno ognuno e ognuna di loro avrebbe potuto tornare in famiglia, tutti praticando l’auto isolamento in casa per preservare i congiunti dal rischio di essere contagiati.

«Ho dovuto “accompagnare” il mio vecchio professore di specialità, 82 anni, arrivato qui già molto sofferente e per il quale non ho potuto fare nulla se non stargli vicino». Ma recuperare la dimensione umana del lavoro medico ha implicato uno sforzo particolare: «Mi sono visto riflesso nel vetro della porta del reparto con camice, sovracamice, stivali, maschera facciale filtrante, occhiali di protezione, doppi guanti, in mano la lista dei trasferimenti giornalieri: cioè il destino delle persone che stavano lì. Ero come un personaggio di Orwell, come il medico del lager. Ho deciso in quel momento che ogni giorno avrei dedicato un po’ di tempo a conoscere i miei pazienti, le loro storie, le loro paure e le speranze, a parlare con loro».

Le bare di Cinisello

Il 28 settembre scorso il Washington Post annunciò in prima pagina il raggiungimento del tragico traguardo di un milione di morti da coronavirus nel mondo. A commento della notizia era un’immagine, scattata esattamente sei mesi prima, il 27 marzo, nel cimitero di Cinisello Balsamo, dove numerose bare provenienti dalla provincia di Bergamo erano in attesa di sepoltura. In quei giorni si era saputo che le camere mortuarie degli ospedali e i cimiteri bergamaschi non erano in grado di “smistare” le spoglie dei deceduti per Covid-19, e che i camion dell’esercito trasportavano le bare nei cimiteri di mezz’Italia.

Per numero assoluto di decessi, anche in proporzione alla popolazione contagiata, l’area bergamasca è stata – insieme a quella lodigiana – il territorio lombardo più colpito dalla prima, violenta ondata della pandemia, inverno-primavera 2020. Ne è stato un testimone privilegiato Bruno Balicco, che ha avuto una lunga carriera prima come medico rianimatore agli Ospedali Riuniti di Bergamo, poi come primario a Clusone e a Zingonia. In pensione dall’aprile 2019, a marzo è tornato in servizio al Policlinico San Marco di Zingonia per dare una mano nel momento di maggior crisi: «La prima notte di guardia a Zingonia… mai visto un’emergenza simile. Arrivano venti pazienti con la polmonite bilaterale interstiziale al pronto soccorso, quando solitamente ne vedevamo sette-otto all’anno». Poi è andato a dirigere il reparto di terapia intensiva al Policlinico San Pietro di Ponte San Pietro, stesso gruppo dell’ospedale di Zingonia, dove il primario era risultato positivo al Covid-19.

Raccogliendo i dati dei due ospedali per uno studio in via di pubblicazione, Balicco ha valutato come «enormemente sottostimate» le cifre globali ufficiali, cioè 11.360 casi accertati con 2.994 decessi in provincia di Bergamo nei soli mesi di marzo e aprile. Ciò si deve al cosiddetto “criterio di attribuzione di caso”, in cui l’attribuzione al Covid-19 come principale causa di morte era fornito dalla positività al tampone. Prendendo invece a riferimento l’aumento della mortalità generale nella provincia di Bergamo di uno studio pubblicato dall’Istat, e incrociando con i dati “sul campo” dei due ospedali bergamaschi, i decessi da Covid-19 nel bimestre sono probabilmente stati circa 6.500, più del doppio della cifra ufficiale.

Balicco tiene a mettere in evidenza che durante la pandemia le strutture del “privato accreditato” hanno dato il meglio di sé per arginare l’orrore della pandemia e, forse per la prima volta nella storia della sanità lombarda, non ci sono state differenze tra ospedali pubblici e ospedali privati. «Certo, forse non si poteva fare altro, a ogni modo le nostre direzioni sanitarie hanno sospeso le procedure chirurgiche – quelle più redditizie – e i 14 posti di terapia intensiva nei due ospedali [di Zingonia e Ponte San Pietro] sono immediatamente diventati Covid-19, con un’intensità di cura paragonabile alle strutture pubbliche. Impossibile però mantenere il rapporto di 2 a 1 tra operatori e pazienti in terapia intensiva, perché questo virus è molto contagioso e ha conseguenze importanti sul 20% dei contagiati, la metà dei quali finisce in terapia intensiva».

Anche dal punto di vista del coordinamento regionale per smistare i pazienti negli ospedali meno affollati, le strutture private si sono pienamente inserite nella rete regionale, gestita dal centro unico del Policlinico di Milano, diretto dal prof. Antonio Pesenti, direttore del dipartimento Anestesia-rianimazione ed Emergenza urgenza. Va detto che questo è avvenuto solo dopo che la Regione Lombardia ha garantito agli ospedali privati – di fatto paralizzati dalla pandemia nella loro attività ordinaria – congrui livelli tariffari per le prestazioni rivolte a pazienti Covid-19, firmando accordi di settore anche in deroga ai tetti di spesa vigenti.