Lotte operaie nell’emergenza sanitaria

di Matteo Gaddi [1]

Nell’editoriale del numero precedente, scritto di getto nel pieno dell’emergenza Covid-19 e delle lotte operaie, avevamo sottolineato, cogliendolo attraverso il lavoro di inchiesta-lampo, il ruolo dei delegati di fabbrica, cioè di quelle figure capaci, in quella difficilissima situazione, di raccogliere la paura e la rabbia dei lavoratori organizzandola in scioperi, fermate della produzione, rivendicazioni di misure di protezione. I fatti successivi hanno pienamente confermato questa lettura, per certi aspetti rafforzandola e per altri ponendo nuovi problemi.

I delegati sono quindi diventati il punto di riferimento dei lavoratori, con i quali hanno mantenuto un contatto continuo, anche nella difficile situazione segnata dalla sospensione di parte delle attività produttive e successivamente dall’impossibilità, anche con la riapertura delle fabbriche, di tenere assemblee sindacali per evitare gli assembramenti (mentre scriviamo questa prescrizione si è allentata, seppur solo parzialmente, e in parte si riescono a fare assemblee nei luoghi di lavoro).

Disegno: Arpaia

Per garantire una comunicazione continua con i lavoratori, i delegati si sono inventati l’utilizzo di strumenti inusuali, su tutti la creazione di gruppi WhatsApp tramite i quali trasmettere comunicazioni con cadenza quasi giornaliera relative a comunicati sindacali, aggiornamenti del confronto con le imprese, materiali informativi sui diritti dei lavoratori, su cosa fare in determinate situazioni e così via. In questo modo i delegati sono riusciti a tenere assieme i lavoratori e a tentare, pur con tutti i limiti oggettivi del caso, di suscitare forme di partecipazione alla discussione e alla costruzione di iniziative. Sia ben chiaro: l’uso di questi strumenti non potrà mai sostituire l’assemblea di fabbrica o i tanti momenti informali di discussione (in mensa, in pausa, in reparto ecc.): in questo senso la riconquista del diritto di assemblea, che i padroni volevano negare per evitare assembramenti (preoccupazione che nemmeno li sfiora quando si tratta di lavorare in linea, uno di fianco all’altro), è stata una forte richiesta dei delegati e del sindacato. Possono però essere intesi come una forma importante di integrazione degli strumenti classici, per raggiungere una platea più ampia di lavoratori, compresi quelli collocati in smartworking o in cassa integrazione.

In ogni fase di questa crisi, il continuo coinvolgimento dei lavoratori da parte dei delegati è stato un elemento centrale, a partire dalle iniziative assunte per ottenere la sospensione delle attività produttive. Prima ancora che intervenissero i decreti del Governo, diverse fabbriche erano state chiuse dalle lotte operaie: quelle stesse lotte che hanno indotto il Governo ad assumere quei provvedimenti seppur mitigati (per usare un eufemismo) dal meccanismo delle deroghe chiesto a gran voce da Confindustria.

Il ruolo dei delegati è stato fondamentale non solo per organizzare le proteste operaie, ma anche nella fase più delicata, cioè quella di regolamentare le chiusure tramite accordi sindacali sulla cassa integrazione. Su quest’ultimo punto è bene spendere due parole.

Il ricorso alla cassa integrazione, infatti, in questo periodo non ha termini di paragone con gli ultimi 40 anni. Nel periodo gennaio-luglio del 2020 sono state autorizzate oltre 2,7 miliardi di ore; di queste, oltre 2,5 miliardi di ore sono state autorizzate dal 1° aprile al 31 luglio: segno evidente di quanto abbia pesato in questi numeri l’emergenza Covid-19 (solo ad aprile infatti l’Inps ha cominciato a lavorare le autorizzazioni delle misure predisposte a sostegno all’occupazione). 

Per dare un’idea di cosa significhino questi numeri, basti pensare che dalle serie storiche dell’Inps si può vedere che i numeri più alti, dal 1980 a oggi, sono stati registrati nel 2010 (1,1 miliardi), nel 2012 (1,1 miliardi), nel 2013 e nel 2014 con 1 miliardo in ciascun anno: questo significa che anche negli anni peggiori della crisi economica iniziata nel 2009 il livello di cassa integrazione – nel periodo gennaio-luglio – era pari a meno della metà di quello attuale.

Il ricorso a questa massa enorme di cassa integrazione è stato, nei casi previsti dalla normativa, contrattato dalle imprese con i delegati e le organizzazioni sindacali nonostante i peana di chi – il mondo dell’impresa, manco a dirlo – protestava sostenendo che l’accordo sindacale avrebbe allungato i tempi di corresponsione del sostegno economico ai lavoratori.

In ogni fase di questa crisi il continuo
coinvolgimento dei lavoratori da parte
dei delegati è stato un elemento centrale

Strana preoccupazione questa, da parte delle imprese, o meglio, perfettamente comprensibile se si tiene conto della richiesta avanzata da Confindustria in occasione dell’audizione al Senato del 25 marzo, finalizzata a «evitare che in un momento di fortissima contrazione della liquidità siano le imprese a dover far fronte alle anticipazioni per la corresponsione della cassa integrazione ai lavoratori».

Le imprese, quindi, hanno cercato immediatamente di chiamarsi fuori dall’anticipo della cassa integrazione ai lavoratori, costringendoli così ad attendere i tempi dell’Inps, subissata di richieste da esaminare e autorizzare.

Al contrario, con la contrattazione sindacale si è cercato di ottenere l’anticipo della cassa integrazione e in questa direzione sono stati firmati tantissimi accordi anche alla luce del fatto che la posizione di Confindustria è stata facilmente sbugiardata. Per capire se l’allarme di Confindustria fosse fondato o meno, abbiamo analizzato i bilanci delle imprese italiane con più di 50 dipendenti. Dai dati al 31 dicembre 2018, cioè in base all’ultimo bilancio allora depositato, non è stato difficile calcolare che queste imprese complessivamente disponevano di liquidità immediate pari a quasi 140 miliardi di euro, di cui 58 riferiti al settore della manifattura, cioè al settore più interessato dalla conflittualità di quei giorni.

Ancor più nello specifico, ogni volta che un’impresa si ostinava a negare la disponibilità all’anticipo della cassa, il sindacato forniva ai delegati una sintetica analisi di bilancio che dimostrava, dati alla mano, come nella larghissima parte dei casi le risorse ci fossero. Al tempo stesso è stato possibile cercare di ottenere, a carico delle imprese, un’integrazione salariale della cassa integrazione che prevede una decurtazione non indifferente dello stipendio.

Senza contrattazione sindacale niente di questo sarebbe stato ottenuto, così come non sarebbe stato possibile regolamentare l’utilizzo della cassa integrazione, magari attraverso forme di rotazione dei lavoratori in modo da distribuire equamente i sacrifici salariali.   

Con la ripresa delle attività produttive si è reso necessario intervenire anche sulla relazione tra le norme di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e l’attuale organizzazione del lavoro.

Certo, ovunque sono stati firmati i Protocolli sulla salute e la sicurezza, ma un conto è quello che c’è scritto sulla carta, altra cosa sono le condizioni concrete di lavoro. Ogni protocollo aziendale ha istituito, come previsto dal Protocollo nazionale del 14 marzo (formalizzato anche con un decreto il 24 aprile), l’istituzione di un Comitato tecnico, con la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori, per definire le misure di sicurezza da implementare e monitorarne l’impatto reale.

Ecco che per i delegati si è aperta una possibilità che negli ultimi anni era completamente chiusa: quella di mettere le mani sull’organizzazione del lavoro, materia tabù per le imprese in quanto considerata indisponibile alla contrattazione e di competenza esclusiva delle direzioni aziendali che in questo modo hanno potuto rafforzare il comando d’impresa sul lavoro.

L’occasione è stata quella di verificare se le misure di salute e sicurezza previste nei protocolli erano compatibili o meno con l’organizzazione del lavoro, dal punto di vista di tempi e metodi, cadenze e intensità del lavoro, organizzazione dei processi produttivi e layout di linee e reparti, pause, riduzioni di orario di lavoro e quant’altro.

L’idea che sta alla base di questo ragionamento è che le principali misure previste dal Procotollo sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro del 24 aprile siano incompatibili con l’attuale organizzazione del lavoro (periodica sanificazione degli ambienti di lavoro, igienizzazioni, mantenimento di distanze interpersonali non inferiori a un metro, utilizzo di dispositivi di protezione individuale (Dpi), misure per evitare assembramenti negli spazi comuni ridefinizione degli spazi di lavoro e delle turnazioni. rimodulazione dei livelli produttivi ecc.). Solo la contrattazione di tutti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro può consentire di applicare concretamente tutte queste misure; al tempo stesso questo intervento costituisce una messa in discussione complessiva di come si lavora nelle fabbriche italiane.

Sono stati organizzati, da diverse strutture territoriali della Fiom, dei corsi di formazione per fornire ai delegati degli strumenti utili alla contrattazione; corsi che si sono trasformati in momenti di discussione collettiva e di inchiesta, utili a costruire una conoscenza comune derivante direttamente dal sapere operaio, cioè di chi lavora.

Siamo partiti dalla lezione degli operai del Consiglio di fabbrica della Fiat degli anni Settanta: ogni delegato ha disegnato la “mappa grezza” del proprio reparto/linea e dell’intero stabilimento. È stata così costruita una prima mappa di riferimento su diverse questioni chiave, tra cui, tra le tante, come sono organizzati i processi di lavoro, dove sono collocati i lavoratori, quali mansioni svolgono, che interazione si svolge fra essi, dove sono ubicati gli impianti e le linee.

Per ogni postazione di lavoro si è cercato di indicare il tempo ciclo assegnato, l’esistenza o meno di macchine/impianti che funzionano secondo un tempo ciclo incorporato (per esempio nel computer di bordo macchina/linea), i carichi di lavoro e l’esposizione ai rischi.

Si è partiti da queste “mappe grezze” [2] per discutere di come “allargare” i tempi ciclo assegnati per ridurre l’intensità e i carichi di lavoro in modo da permettere una maggiore attenzione al rispetto delle norme di sicurezza. I tempi ciclo sono, da sempre, definiti dalle aziende per massimizzare la saturazione di ogni lavoratore e aumentare la produttività/redditività aziendale: da essi dipendono l’intensificazione della prestazione lavorativa e il carico di lavoro. Questo è vero sempre, a maggior ragione lo è in questa fase di emergenza in cui si devono considerare anche le conseguenze sul “sovraccarico mentale”, dovuto sia all’attenzione da prestare al lavoro e alle norme di sicurezza “ordinarie”, sia a quella da prestare alle norme di sicurezza “straordinarie” del Covid-19. 

L’allargamento dei tempi ciclo può essere ottenuto agendo sui fattori di maggiorazione, raggruppabili in tre grandi “famiglie”: fattori di affaticamento (posture, sforzi fisici, frequenze ecc.), fattori ambientali (rumore, temperatura, illuminazione, polveri/odori e altro); fattori tecnico-organizzativi (tra cui gli imprevisti dovuti ai materiali, agli strumenti di lavoro, al processo); a cui si aggiunge la maggiorazione per la fruizione del bisogno fisiologico.

Discutere sulle percentuali di maggiorazione da aggiungere al tempo cronometrato dal tempista (e poi “normalizzato” in base al giudizio di efficienza – il famigerato “passo”), significa discutere l’intera condizione di lavoro e costringere l’impresa a negoziarla con i delegati e il sindacato.

Per esempio, l’utilizzo dei Dpi, come la mascherina, è assolutamente necessario, ma al tempo stesso va riconosciuto che il fatto di indossare una mascherina per otto ore di lavoro comporta un affaticamento maggiore, nonché la necessità periodica di poterla togliere per migliorare la respirazione, per rinfrescarsi, per guadagnare qualche periodo di riposo. Deriva da qui la richiesta di una maggiorazione adeguata che tenga conto di questi aspetti. 

Ovviamente questa richiesta non può arrestarsi di fronte al fatto che le macchine a controllo numerico computerizzato (Cnc) utilizzate nelle fabbriche incorporano il tempo ciclo. Quest’ultimo, infatti, risulta sempre più vincolante per i lavoratori, sia per la continua compressione dello stesso, sia per la sua definizione in automatico e in continuo, tramite gli strumenti di pianificazione e schedulazione della produzione (Erp e Mes di Industria 4.0). I tempi ciclo incorporati nelle macchine non sono “oggettivi”, ma dipendono direttamente dalle decisioni politiche delle imprese.

Ridurre la saturazione, cioè il rapporto tra il “tempo lavorabile” (cioè quanti minuti un operaio è in postazione) e il tempo di durata del turno di lavoro (480 minuti), consente di ridurre i carichi di lavoro. Si deve tener conto dei minuti necessari per garantire l’ingresso e l’uscita dalla fabbrica in maniera scaglionata e in sicurezza: non ci si presenta ai cancelli alle 5,30 se il turno comincia alle 6 per non regalare mezz’ora al padrone e la stessa cosa vale per l’uscita. Così come si deve tener conto di quei minuti necessari a garantire una fruizione sicura degli spazi comuni (come la mensa): tutto ciò contribuisce ad abbassare il “tempo lavorabile”. 

Una ulteriore riduzione del “tempo lavorabile” è costituita dall’intervento sul fattore di maggiorazione per fabbisogno fisiologico, cioè quella percentuale di tempo-turno che deve essere riconosciuta ai lavoratori per andare in bagno. Può sembrare strano parlare di questa cosa nel 2020, ma nelle fabbriche è ancora necessario dare battaglia per vedersi riconosciuto questo diritto: il 6% del tempo-turno di maggiorazione per bisogno fisiologico, pari a 28 minuti, non solo deve essere garantito, ma possibilmente ampliato. Un discorso analogo va fatto per le pause per garantire il necessario riposo agli operatori, aumentandole di numero e ampliandone la durata.

Alla riduzione della saturazione concorrono anche i tempi dedicati agli interventi di sanificazione degli ambienti, se fatti durante il turno, e delle igienizzazioni dei posti e degli strumenti di lavoro: questi ultimi, quando sono eseguiti dagli operatori di produzione, devono essere considerati tempo di lavoro, non un regalo all’impresa.

Quindi, dai 480 minuti di turno, dovranno essere sottratti i minuti per la gestione di ingressi e uscite scaglionate; quelli per le pause, o quelli per l’allargamento del fattore fisiologico, quelli per le sanificazioni/igienizzazioni. In questo modo si otterrà un tempo “lavorabile” più basso che in precedenza. Sommando la riduzione della saturazione con l’allargamento dei tempi ciclo grazie all’aumento delle maggiorazioni, il carico di lavoro massimo individuale, assegnabile a ciascun lavoratore, viene abbassato. Si tratta di un doppio strumento di contrattazione in grado di mettere in difficoltà il comando di impresa sul lavoro vivo: ne escono volumi di produzione realizzabili più bassi o, in alternativa, allargamenti dell’organico qualora l’impresa non voglia rinunciare a parte del fatturato.

Contrattare i tempi ciclo, le saturazioni, i carichi di lavoro, i volumi realizzabili e gli organici significa contrattare in concreto le condizioni di lavoro, uscendo dalle fumisterie ideologiche e cominciando a mettere in campo un’idea concreta, e di classe, di organizzazione del lavoro. 

Grazie alle conoscenze dei delegati è stato possibile discutere di tutti questi aspetti, delle diverse condizioni di fabbrica e lavorative per sottoporre a critica l’organizzazione del lavoro imposta dalle imprese. Sono state raccolte informazioni nel modo più dettagliato possibile, sono state ordinate e sistemate per farle diventare patrimonio comune. In questo modo si sono potute definire “griglie di analisi” e costruire collettivamente delle piattaforme rivendicative sia di carattere generale che per situazioni specifiche. I corsi che abbiamo citato, infatti, sono stati momenti collettivi di formazione, di discussione, di analisi critica e di formulazione di una proposta rivendicativa.

Quest’analisi ha messo in luce anche l’incompatibilità di un’organizzazione del lavoro fondata su salute e sicurezza con i pilastri e le tecniche della Lean Production (e di Industria 4.0). È incompatibile innanzitutto la distinzione tra attività a valor aggiunto (Vaa) e attività prive di valore aggiunto (Nvaa): una distinzione finalizzata unicamente a garantire la maggior saturazione possibile dei lavoratori attraverso un’intensificazione della prestazione lavorativa che non ammette “sprechi” (pause e tempi di attesa). O, ancora, che impone la riduzione del numero di postazioni, per risparmiare spazi e personale: meno lavoratori, su meno postazioni, più vicini tra loro per rendere teso il flusso di produzione eliminando ogni possibile porosità del tempo di lavoro.

La crisi da Covid-19 ha evidenziato anche la fragilità del Just in Time sia all’interno che all’esterno della fabbrica. L’azzeramento delle scorte, in ossequio ai principi di minimizzazione di spese e “sprechi”, ha dimostrato come sia sufficiente interrompere, in qualsiasi parte, il flusso teso per mandare in crisi un sistema. In questo senso il virus, con il suo portato di lockdown e confinamenti, è stato devastante nello sbriciolare catene di produzione costruite a livello internazionale in decenni di delocalizzazioni, investimenti diretti esteri, o semplici esternalizzazioni sul territorio.

Poco hanno potuto anche le potenti tecnologie informatiche di Industria 4.0 che avrebbero dovuto realizzare un network perfettamente sincronizzato e monitorato in tempo reale di tutti i nodi della rete produttiva. Noi che abbiamo sempre denunciato con fermezza il famigerato meccanismo delle deroghe prefettizie, che hanno consentito l’apertura di oltre 120.000 imprese (dati del Ministero dell’Interno) durante il lockdown, possiamo porci questo dubbio: quante di esse erano coinvolte in questo meccanismo che combinava esternalizzazione e Just in Time? Al netto dell’inaccettabile posizione di Confindustria, che forniva sostegno attivo affinché più imprese possibili presentassero deroga al prefetto pubblicando sui propri siti i moduli di auto-dichiarazione, quante imprese dovevano per forza produrre parti e componenti perché i magazzini delle imprese delle filiere fondamentali erano vuoti?

Una ripresa dell’iniziativa di classe non può che coinvolgere a pieno titolo il modello di produzione generale (Lean Production, Industria 4.0, esternalizzazioni) costruito dal capitale. Certo, le catene di produzione potranno essere oggetto di pesanti ristrutturazioni. Ma chi sarà a guidare tali processi e con quali obiettivi? Saranno ancora una volta le logiche del capitale o le lotte operaie, magari in grado di determinare un intervento attivo regolatore dello Stato? Ecco quindi la necessità, per il movimento di classe, di comprendere quanto centrale sia il ruolo dei delegati di fabbrica: per quello che hanno fatto durante l’emergenza Covid-19 e, soprattutto, per quello che potrebbero ancora fare.

Disegno: Pat Carra

Cronache di lotte operaie

Fincantieri Le lotte a Marghera sono scoppiate quando gli operai del cantiere, come quelli di tutte le fabbriche italiane, si sono resi conto della contraddizione: ma come, il Governo chiude tutto tranne le fabbriche?

In fabbrica, e a maggior ragione in un cantiere navale, specie quando si lavora a bordo nave dove gli spazi sono ristretti, mantenere le distanze è impossibile; inoltre si formano assembramenti sia in entrata che in uscita (a Marghera le presenze in cantiere si aggirano attorno alle 5.000 unità giornaliere), negli spazi comuni, alle fermate degli autobus e sui mezzi di trasporto dove i lavoratori, in particolare quelli stranieri, viaggiano pigiati uno sull’altro.

La Fiom ha inizialmente segnalato l’impossibilità di garantire la sicurezza in tali condizioni: un focolaio in una situazione simile sarebbe stato devastante, oltretutto rendendo quei lavoratori diffusori del virus sul territorio. La richiesta di chiusura del cantiere è stata documentata con fotografie e filmati mandati direttamente alla Prefettura, ma la direzione aziendale si è dimostrata sorda a tali richieste suscitando così il primo sciopero di due ore, proclamato da Fiom e Fim per verificare il grado di adesione degli operai. Nelle due ore di sciopero il cantiere si è svuotato nonostante le minacce di capi e caporali, e così è stato immediatamente proclamato un ulteriore sciopero di otto ore. Mentre la Uilm pubblicava comunicati di scomunica di queste iniziative, in cantiere si presentavano solo trenta impiegati. 

Gli scioperi hanno ottenuto il risultato di piegare la volontà aziendale e così il cantiere è stato chiuso, ma ecco la contromossa di Fincantieri: coprire i giorni di chiusura imponendo ai lavoratori l’utilizzo delle ferie del 2020. Il segnale aziendale era chiaro: utilizzate le ferie in marzo e aprile e ve le scordate in luglio e agosto, quando il cantiere dovrà restare aperto per recuperare la produzione perduta. Questa soluzione sarebbe stata pesantissima per i lavoratori degli appalti che, pagati attraverso il famigerato meccanismo della paga globale, avrebbero subito una pesante decurtazione salariale. A Marghera, nonostante il lockdown e l’impossibilità di muoversi, tramite l’utilizzo di strumenti digitali (in particolare WhatsApp) sono state raccolte centinaia di firme tra i lavoratori per scongiurare questa possibilità. Successivamente è stato firmato a livello nazionale un accordo, che ha previsto la sospensione delle attività nei cantieri navali mediante il ricorso alla cassa integrazione con causale Covid-19.

Uno scontro ulteriore si è però registrato al momento della ripresa produttiva, in maggio, in occasione della definizione del Protocollo per la sicurezza, non sottoscritto dalla Fiom in quanto ritenuto un documento punitivo nei confronti dei lavoratori, in particolare di quelli degli appalti. Con questo protocollo, infatti, la responsabilità è stata scaricata sui lavoratori, rei di togliersi la mascherina per cambiarla quando diventa inutilizzabile o mentre fanno la doccia negli spogliatoi. Sono fioccate multe da parte dei guardiani interni da 500 euro a lavoratore, comminate nei confronti delle ditte di appalto, le quali le hanno immediatamente scaricate sull’operaio incriminato con trattenuta diretta in busta paga. In questi casi la vertenza individuale – con l’appoggio della Fiom – scatta immediatamente, ma rende ancor più evidente la necessità di organizzare sindacalmente le migliaia di lavoratori degli appalti, altrimenti in balia di Fincantieri e dei caporali delle loro ditte.

A fine agosto, con presenze giornaliere in cantiere superiori alle quattromila unità, sono stati riscontrati cinque casi di Covid-19, tutti riferibili ai lavoratori degli appalti, alcuni accertati tramite termoscanner ai cancelli d’ingresso. Una situazione molto preoccupante, visto che nel cantiere si lavora a pieno regime e a ritmi forsennati per rispettare la consegna della prossima nave da crociera. Una situazione che rischia di far saltare qualsiasi misura di sicurezza e che obbliga i lavoratori, in particolare quelli degli appalti, a lavorare a ritmi elevatissimi, in spazi ridotti, riducendo il più possibile i tempi delle lavorazioni. Potrebbe non essere casuale il fatto che i casi di Covid-19 rilevati all’ingresso dello stabilimento abbiano interessato i lavoratori degli appalti, stranieri, in condizioni di precarietà assoluta e come tali soggetti al ricatto del lavoro e del salario: per loro, in regime di paga globale, non recarsi in cantiere significa perdere i soldi delle giornate di mancato lavoro e forse il posto stesso.

Il sistema degli appalti, in un’impresa come Fincantieri, ha assunto proporzioni impressionanti, ma è talmente esteso a tutte le aziende che ormai si può parlare dello stesso come di un sistema pienamente connaturato all’organizzazione della produzione industriale di questo paese. Ormai non esiste quasi più un’impresa che non abbia appaltato un numero più o meno rilevante di parti del processo, non solo a livello di logistica o di manutenzioni, ma anche di fasi di produzione. Gli appalti sono stati utilizzati dalle imprese per disarticolare e successivamente riorganizzare i processi produttivi giocando sulla messa in competizione dei lavoratori, sull’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti, sulla frantumazione contrattuale e di condizione, sulla ricattabilità. Riteniamo il tema talmente rilevante che vi torneremo prossimamente per un approfondimento.

Comer – La Comer, azienda reggiana produttrice di componentistica per macchine agricole e a uso industriale (costruzioni, forestali ecc.), in giugno ha dichiarato l’intenzione di chiudere lo stabilimento di Cavriago per trasferirne le produzioni – e i lavoratori – in quello di Reggiolo. Questa scelta è stata ricondotta anche all’emergenza globale dovuta al Covid-19 che starebbe determinando volatilità e imprevedibilità del mercato, rendendo necessarie “efficienze strutturali” per conseguire una maggiore competitività. Nonostante nei comunicati aziendali venga sottolineata la semplice natura di spostamento dell’operazione, senza la dichiarazione di esuberi, immediatamente tra i lavoratori si è diffusa la sensazione che si trattasse, in realtà, di licenziamenti mascherati.

I due stabilimenti, infatti, distano circa 40 km di strada normale, che diventano 56 qualora si scelga di utilizzare l’autostrada. Formalmente l’azienda ha utilizzato un articolo del Contratto nazionale che consente spostamenti entro il raggio di 50 km, sapendo benissimo, tuttavia, che per la maggior parte dei lavoratori dello stabilimento di Cavriago la strada da percorrere sarebbe stata molto più lunga, in quanto residenti nei paesi della parte ovest della provincia o della montagna reggiana: un lavoratore per andare al lavoro parte da casa, non dallo stabilimento in cui era precedentemente impiegato. Questo comporta anche costi non indifferenti di trasporto, visto che per molti significa fare oltre 100 km al giorno in auto. Diversi lavoratori, inoltre, sono gravati da carichi famigliari non indifferenti: non si tratta solo della gestione dei figli, ma anche di genitori anziani e non autosufficienti.

Immediatamente è scattata la protesta operaia per impedire lo spostamento dei lavoratori che, per molti di loro, avrebbe coinciso con l’inevitabile presentazione delle dimissioni. Il sindacato ha dovuto da subito definire una strategia che tenesse conto del fatto che questo stabilimento è stato storicamente il meno sindacalizzato e combattivo del gruppo: assieme ai lavoratori, alle assemblee ai cancelli della fabbrica, è stato costruito un pacchetto di 60 ore di sciopero articolato cercando di colpire l’azienda. Sono state quindi proclamate due ore al giorno e a rotazione per bloccare l’uscita delle merci. In questo modo è stato minimizzato il danno economico per gli scioperanti e massimizzato – nelle condizioni date – il danno all’azienda.

Il presidio ai cancelli, con il supporto della struttura Fiom di Reggio Emilia, è durato quasi un mese, durante il quale è stata organizzata anche un’inchiesta-lampo mediante questionario. Scopo dell’inchiesta-lampo è stato quello di comprendere quali erano i principali svantaggi che la proposta aziendale avrebbe comportato e di capire qual era lo stato d’animo dei lavoratori rispetto ad alcune dichiarazioni aziendali finalizzate a tranquillizzare i lavoratori rispetto a possibili esuberi.

Va sottolineato infatti che l’azienda, da subito, ha cercato di tagliare fuori le organizzazioni sindacali proponendo ai lavoratori l’istituzione di un tavolo di ascolto dei bisogni gestito individualmente: un rapporto diretto, quindi, tra impresa e singolo lavoratore che avrebbe cancellato il ruolo di rappresentanza collettiva delle Rsu e delle organizzazioni sindacali.

Nonostante l’intransigenza dell’azienda, che avrebbe preteso di essere ringraziata per aver presentato un piano industriale che aumentava la propria competitività, si è giunti a un accordo che prevede uno scivolo al pensionamento per una decina di lavoratori, la messa a disposizione di incentivi all’esodo volontari, il parziale mantenimento di attività produttive a Cavriago, la messa a disposizione di un autobus a spese dell’azienda per il trasporto dei lavoratori trasferiti a Reggiolo.

Non ci interessa valutare il merito dell’accordo, oltretutto approvato a stragrande maggioranza dall’assemblea dei lavoratori. Ci interessa piuttosto raccogliere alcune indicazioni di questa lotta attraverso gli interventi che si sono espressi in assemblea, dove i lavoratori hanno affermato di aver scoperto il valore dell’unità nel corso della lotta, di aver ottenuto il riconoscimento delle rappresentanze sindacali come soggetto legittimato al confronto con l’azienda senza nessuna condizione di subalternità, ma su un piano di pari dignità. Soprattutto è stato riconosciuto il valore del conflitto, come elemento unificante dei lavoratori e capace di produrre una dimensione collettiva del confronto con l’azienda che, altrimenti, sarebbe avvenuto a livello meramente individuale e quindi sicuramente peggiorativo rispetto alle condizioni ottenute.

L’azienda, da subito, ha cercato di tagliare
fuori le organizzazioni sindacali proponendo ai
lavoratori un tavolo di ascolto dei bisogni

Corneliani La crisi della Corneliani di Mantova, una delle prime due-tre griffe nella produzione di abiti da uomo, comincia a manifestarsi nel novembre scorso, quando in occasione della presentazione del piano industriale l’azienda annuncia l’intenzione di procedere con 130 esuberi entro il gennaio del 2020.

Le mobilitazioni operaie conquistano un tavolo di trattativa che, dopo mesi di duro confronto, consente di arrivare a un’intesa che azzera gli esuberi, apre una procedura di Cassa integrazione con la possibilità di attivare scivoli pensionistici e incentivi all’esodo volontari. Ma il giorno prima di siglare ufficialmente l’accordo, le sedi istituzionali in cui si era giocata questa partita (Regione Lombardia e ministero dello Sviluppo economico) chiudono i battenti per il lockdown. Tutto sospeso, quindi, compresa la chiusura dei negozi che rende impossibile la vendita dei capi prodotti e aggrava la situazione finanziaria della Corneliani. Ma anche con i negozi chiusi la Corneliani vorrebbe continuare a produrre e solo gli scioperi consentono di arrivare alla sospensione delle attività nelle settimane più dure di diffusione del virus. Con la riapertura della fabbrica in maggio, cominciano a farsi sentire i colpi delle mancate vendite, un problema comune a tutto il settore del tessile-abbigliamento le cui vendite nel primo semestre dell’anno sono crollate di quasi il 50% rispetto all’anno prima.

A fronte di queste difficoltà finanziarie, l’azienda in un primo momento comunica alla Rsu il ricorso alla cassa integrazione: un campanello d’allarme non indifferente visto che si stava programmando la produzione della stagione autunno-inverno che avrebbe dovuto costituire il momento di ripresa per la Corneliani. E infatti, a strettissimo giro di posta, il consiglio di amministrazione della Corneliani delibera l’attivazione della procedura di concordato preventivo con la chiusura della fabbrica.

Cominciano così i 50 giorni di lotta che avrebbero trasformato i cancelli della Corneliani nello spazio in cui tenere unite le lavoratrici per organizzare tutte le iniziative necessarie a salvare il posto di lavoro. La Filctem-Cgil di Mantova ha cercato innanzitutto di mantenere aggregate le lavoratrici che, con la fabbrica chiusa, avrebbero rischiato di vivere la crisi in una condizione di solitudine e, successivamente, di attivare un percorso che in maniera progressiva mettesse in campo iniziative di lotta. Per questo, il presidio continuo dei cancelli è stato, al tempo stesso, sia la base operativa in cui discutere collettivamente le iniziative da assumere e gli aggiornamenti della lotta, sia il luogo di una serie di momenti di socialità aperti alla città, tra cui, per esempio la proiezione del film “7 minuti” con la presenza di Ottavia Piccolo, cene collettive, colazioni e merende protetti dagli ombrelloni. Soprattutto, il piazzale antistante la fabbrica è diventato il palcoscenico in cui dar voce a quelle lavoratrici che producono abiti da uomo da 1.700 euro, raccontando così il loro lavoro (in gran parte sartoriale) e l’orgoglio di far parte di una comunità operaia che nei giorni del presidio ha costruito legami di solidarietà e di unità.

Nonostante il decreto Salvini sulle manifestazioni e le restrizioni del Covid-19, si è riusciti a organizzare un corteo di magliette rosse che ha invaso il centro di Mantova mettendo al centro la questione operaia e suscitando la solidarietà dell’intera città: un salto di qualità che ha catturato l’attenzione delle istituzioni e della politica. In un crescendo di partecipazione e di lotta si è arrivati all’accordo del 22 luglio presso il Mise, che ha attivato uno degli strumenti previsti dal Decreto Rilancio: cioè il fondo da cento milioni di euro, rifinanziabile, grazie al quale lo Stato può intervenire per la salvaguardia dei livelli occupazionali e della continuità delle imprese titolari di marchi storici di interesse nazionale. Lo Stato, quindi, attraverso questo fondo interviene nel capitale di rischio delle imprese, per guidare operazioni di salvataggio. Ecco perché questo accordo ha suscitato l’indignazione di liberisti come Mario Monti, ma soprattutto ecco spiegata la posizione di Bonomi che vorrebbe confinare la risoluzione delle crisi industriali al ministero del Lavoro.

Se una crisi viene seguita soltanto dal ministero del Lavoro si concluderà, al massimo, con un po’ di cassa integrazione e tante belle promesse di ricollocazione dei lavoratori – quasi mai concretizzate. L’impresa chiude e tanti saluti a chi ci lavora. Se, al contrario, viene previsto anche il coinvolgimento del Mise, rimangono aperte possibilità di intervenire anche sul piano industriale con un ampio ventaglio di strumenti, per individuare soluzioni che consentano la continuità produttiva. Si tratta di possibilità, non di certezze, che tuttavia consentono tentativi di difendere i posti di lavoro, invece di ricorrere semplicemente a forme di assistenza a breve termine. Anche in questo Bonomi è brutale: se un’impresa decide di chiudere, lo Stato non deve intromettersi, ma limitarsi a qualche forma di tamponamento sociale delle conseguenze.

In questo caso l’intervento dello Stato con le risorse pubbliche del decreto Rilancio ha consentito di superare i problemi di liquidità della Corneliani per sbloccare la situazione e consentire la ripresa produttiva il 3 agosto, per terminare la produzione della stagione autunno-inverno, in modo da mandare ai negozi i vestiti per essere venduti e di aprire la produzione del campionario per la prossima stagione primavera-estate. Nel tessile, infatti, il campionario deve essere pronto un anno prima dell’apertura della stagione per acquisire gli ordini e poi nei sei mesi precedenti si produce.

Questa vertenza, quindi, come del resto sta avvenendo anche in molti altri casi (Acc di Belluno, solo a titolo di esempio), indica l’importanza di allargare il perimetro della lotta di classe anche agli strumenti utili ad attivare politiche industriali finalizzate a garantire la continuità produttiva e occupazionale. L’orientamento definito a livello comunitario e assunto da pressoché tutti i governi europei tende a escludere un ruolo attivo dello Stato nei salvataggi delle imprese, qualificandolo come un elemento “distorsivo” della concorrenza, in nome della capacità del mercato di auto-regolarsi e quindi di espellere le imprese inefficienti o considerate decotte. Ovviamente questo approccio prescinde totalmente dalle conseguenze sociali che si determinano nel concreto e lascia mano libera alle imprese nel decidere come “ristrutturarsi” e riorganizzarsi (anche mediante processi di delocalizzazione, di diversa articolazione produttiva ecc.). Prescinde totalmente, inoltre, da ragionamenti più complessivi sulla struttura industriale e occupazionale di un paese, lasciando che siano le forze del mercato, cioè le direzioni delle imprese, a decidere in merito.

Al contrario, mai come oggi, allo Stato va attribuito un ruolo attivo, in particolare attraverso la partecipazione diretta al capitale delle imprese, per realizzare politiche industriali che rompano con l’ortodossia che si è affermata negli ultimi decenni.

Note

[1] I dati esposti sono frutto di nostre elaborazioni sulla base del database Osservatorio cassa integrazione guadagni e fondi di solidarietà – ore autorizzate dell’Inps.

[2] L’esperienza della “mappa grezza” a cui ci si riferisce è quella elaborata e utilizzata dal Consiglio di fabbrica della Fiat degli anni Settanta, in particolare grazie ai contributi scritti di Gianni Marchetto.

[3] Audizione della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati il 21 aprile 2020. Più precisamente in tale occasione la ministra ha fornito i seguenti dati aggiornati alla data del 9 aprile 2020: 125.833 imprese hanno presentato ai prefetti la comunicazione di prosecuzione delle attività in quanto funzionali alla continuità delle filiere produttive essenziali; solo per 1.749 imprese (cioè l’1,3%) è stata disposta la sospensione. Il secondo canale di deroga era previsto per le attività con impianti a ciclo continuo (per esempio quelli siderurgici): in questo caso sono state presentate 1.600 comunicazioni, di cui solo 45 sono state oggetto di sospensione. Infine, il terzo canale riguardava la possibilità di prosecuzione dell’attività per le imprese operanti nei settori dell’aerospazio, difesa e attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale (definizione quanto mai ampia e discrezionale). In questo caso sono state presentate 1.622 richieste di autorizzazione (almeno in questo caso non si trattava di mera comunicazione, ma di richiesta di autorizzazione), di cui solo 184 negate.

Il lavoro in Veneto. Un’inchiesta di Potere al Popolo!

di Emanuele Caon

Una breve premessa

Durante la fase di maggior emergenza sanitaria PoterealPopolo! (Pap) ha attivato alcune iniziative di solidarietà popolare e un Telefono Rosso: un servizio telefonico di assistenza legale su lavoro e diritti. In Veneto, a fianco di queste attività, da inizio marzo al 4 maggio 2020 si è poi dato vita a un’inchiesta sul lavoro durante l’emergenza. Gli scopi dell’inchiesta erano tre. Innanzitutto tessere relazioni in un momento in cui il lockdown aveva bloccato ogni attività politica di base. Secondo, cercare di capire cosa stesse succedendo, con l’idea di anticipare i tempi: questo a causa dell’impressione che l’emergenza da Covid-19 fosse uno spartiacque tra un prima e un dopo, un vero e proprio evento capace di rimescolare – tanto o poco – le carte in tavola. Infine, le interviste necessarie all’inchiesta si presentavano come un ottimo strumento per agire sulla soggettivazione e la presa di coscienza di lavoratori e lavoratrici.  Un colloquio serrato su argomenti rilevanti e avvertiti come urgenti infatti spinge l’intervistata o l’intervistato a riflettere.

Disegno: Arpaia

L’inchiesta si è mossa secondo una direttrice qualitativa. Sono stati elaborati tre questionari diversificati per lavoro dipendente, freelance e piccoli imprenditori; proponendo l’intervista su appuntamento in forma telefonica. L’unico questionario ad aver dato esiti rilevanti è stato quello sul lavoro dipendente.

Il questionario per i dipendenti era composto principalmente da quesiti su salute, sicurezza e condizioni di lavoro. A partire da domande sui rapporti con colleghi e dirigenti, su momenti di rabbia e occasioni di organizzazione si è cercato anche di cogliere eventuali processi di soggettivazione sia individuali che collettivi; allo stesso fine gli intervistati e le intervistate sono stati sollecitati a fornire idee per fronteggiare l’emergenza e le sue conseguenze.

In pieno lockdown, per realizzare l’inchiesta si è partiti dai conoscenti, amiche, amici e familiari. Sono state tutte interviste telefoniche, alla fine di ogni telefonata si chiedeva di avere qualche contatto per continuare l’indagine, avendo la premura che l’intervistato ci presentasse affinché la nostra chiamata non fosse accolta con sospetto. L’inchiesta si è sviluppata tramite passaparola, seguendo il meccanismo del campionamento a valanga. Nota significativa: alcuni e alcune tra gli intervistati sono entrati direttamente a far parte del gruppo che ha condotto l’inchiesta. 

Nel complesso sono state raccolte centocinquanta interviste, la cui durata media è stata di un’ora, contro i venti minuti previsti; segnale di un certo desiderio da parte di lavoratori e lavoratrici di socializzare la propria situazione. Sul sito Seize the time sono stati pubblicati alcuni contributi su aspetti specifici dell’inchiesta, è anche possibile visualizzare le tabelle di riepilogo dei dati.

La maggioranza delle persone intervistate è composta di giovani entro i trentacinque anni. La popolazione intervistata è ben distribuita sotto il profilo del genere, mentre il dieci per cento degli intervistati si è dichiarato di origine straniera. Sono stati coperti tutti i principali settori con prevalenza del settore privato, dell’industria, dei servizi all’industria, dei servizi alla persona. Metà delle persone intervistate lavora in realtà di medie e grandi dimensioni, mentre l’altra metà in piccole o piccolissime imprese in linea con le caratteristiche del contesto regionale. Tra le aziende appaltanti la metà risulta essere un committente pubblico.

La mancata distinzione
fra luogo di lavoro e luogo domestico si è
accompagnata a forme di apparente
autosfruttamento

2. Lockdown e ristrutturazione del lavoro

Chi ha continuato a lavorare ha riscontrato un aumento dei propri carichi di lavoro. Dalla filiera della grande distribuzione alla logistica, dall’industria al comparto sanitario, lavoratrici e lavoratori hanno dovuto adattarsi a orari e turni più intensi e acquisire una maggiore flessibilità: in breve ci si è dovuti adattare alle nuove esigenze dell’azienda. L’aumento sensibile dei carichi di lavoro si è manifestato in una situazione in cui è stato impossibile sottrarvisi, sia in nome del ricatto occupazionale, sia in nome di un bene collettivo a cui si è sentita la necessità di rispondere. Per esempio, le persone che abbiamo intervistato, impiegate nei supermercati o nel settore sanitario, dichiarano di aver fatto ricorso raramente ai permessi o alla malattia per contenere il peggioramento delle loro condizioni di salute, mentale e fisica, anche a fronte del bisogno.

Coloro che hanno svolto il lavoro da casa in regime di smartworking hanno sperimentato a loro volta situazioni di forte stress, alienazione, aumento dei carichi di lavoro, aumento della richiesta di reperibilità. Queste lavoratrici e lavoratori, anche a fronte dei vantaggi di cui può godere il lavoro da casa (meno costi per l’auto, meno tempo per gli spostamenti) hanno sottolineato l’importanza dell’ambiente di lavoro. Lavorare a casa non è un bene per tutti, chi ha figli ha faticato molto a gestire contemporaneamente lavoro ed esigenze familiari nel momento in cui le scuole erano chiuse. La mancata distinzione fra luogo di lavoro e luogo domestico si è accompagnata a forme di apparente autosfruttamento, intensificato dalla pressione da parte dei capi e del management (telefonate, molte riunioni “inutili”, incombenza di nuove scadenze). In generale il lockdown ha fornito un’occasione per sperimentare lo smarworking in modo esteso. Una volta passata la “fase 1” le aziende sembrano aver intrapreso due strade opposte. Da un lato, la fine del lockdown ha implicato la fine dello smartworking, come se la dirigenza sentisse il bisogno di ritornare a un maggior controllo della propria forza lavoro. Dall’altro, si è adottato la smartworking come modalità ordinaria di lavoro, vedendo in questo un’occasione per risparmiare sui costi (affitto, utenze, rimborsi). In questo caso, oltre al rischio alienazione, bisogna riconoscere il pericolo che il passaggio allo smartworking faccia saltare il concetto stesso di contrattazione collettiva, centrata sostanzialmente sulla paga oraria e sulla regolazione di molti aspetti della prestazione lavorativa.

A confermare una condizione di maggiore ricattabilità è la denuncia da parte di molte e molti dell’abuso della cassa integrazione in regime di smartworking. Una persona su dieci ha raccontato di aver continuato a lavorare a tempo pieno nonostante fosse in cassa integrazione, o di aver appreso che era stata attivata solo in un secondo momento. Seppure in molti e molte abbiano bollato la situazione come – letteralmente – una “truffa allo Stato” a opera delle aziende, si sono sentiti comunque in dovere di lavorare. 

3. Salute e lavoro

La crisi sanitaria ha messo in luce il rapporto tra salute e lavoro, rendendo visibili i problemi dell’esposizione al rischio, la questione della vulnerabilità sociale nel suo complesso e la reazione della classe padronale a queste istanze. In particolare, nella prima fase dell’emergenza coloro che si sono ritrovati a lavorare hanno mostrato, anche attraverso scioperi, l’assurdità delle aperture delle fabbriche. Chi lavorava nelle piccole e medie imprese ci raccontava delle speranze con cui si guardava agli scioperi di marzo, augurandosi che ne seguisse una chiusura generalizzata di tutte le aziende. Molte di queste però non sono risultate sindacalizzate, quindi i lavoratori non si sono uniti agli scioperi.

Parimenti, chi si è ritrovato a lavorare in settori essenziali ha rivendicato maggiormente le tutele sui posti di lavoro. Un pezzo del comparto ospedaliero ha rifiutato l’appellativo di “eroi”, pretendendo piuttosto rispetto per le condizioni di lavoro e salute e dimostrando di preferire i finanziamenti del bene pubblico alla retorica dei sacrifici per la patria.

Nelle interviste effettuate, il tema della salute è andato a intrecciarsi alla questione della cura, intesa come capacità di un sistema di farsi carico dei soggetti in condizioni di vulnerabilità, ma anche di presa in cura dell’ambiente sociale e naturale a tutto tondo. Allo stesso modo chi si è trovato a prestare servizio durante l’emergenza (ma anche disoccupati e precari che per assenza di lavoro si ammalano) ha posto la domanda: «chi si prende cura del lavoro?». A tal proposito è significativo come in molte e molti si siano definiti la “carne da macello” per questo sistema. La crisi sanitaria ha sostanzialmente riportato al centro il tema della salute, facendolo avvertire come legato a doppio filo al tema del lavoro. Nello svolgersi stesso dell’inchiesta si è osservato come, con il passare del tempo, la preoccupazione per la salute sia stata messa in secondo piano rispetto a quella per il lavoro: questo ribaltamento va guardato dritto negli occhi.

Per coloro che hanno vissuto il dramma dell’assenza di reddito (in Veneto dal 23 febbraio al 31 maggio si sono registrate sessantunomila posizioni lavorative in meno rispetto allo stesso periodo del 2019) è stato difficile esprimere a parole la trappola in cui ci si è sentiti cadere: una morsa che stringe tra le privazioni materiali e il bisogno di salute, tra un rinnovato desiderio di tornare al lavoro, e quindi alla “normalità”, e i rischi connessi. 

4. Preoccupazioni

Le preoccupazioni che intervistati e intervistate ci hanno raccontato rendono conto dello scenario davanti a cui ci troviamo. Il cinquanta per cento degli intervistati si è dichiarato preoccupato per la situazione familiare sia sotto il profilo economico che sotto quello della salute. È rilevante anche che un terzo degli intervistati mostrava difficoltà e preoccupazione già prima della crisi sanitaria.

A queste preoccupazioni personali si aggiunge la consapevolezza mutuata dalle relazioni di prossimità, per cui si avverte una precarietà diffusa a partire dalla situazione di alcuni familiari, parenti o amici (l’ottanta per cento delle persone intervistate dichiara di conoscere situazioni di difficoltà tra amici e parenti).

Solo la metà delle persone intervistate dichiara di aver retto all’emergenza sanitaria senza disagi economici. La restante parte ha ricorso all’aiuto di amici e parenti (dodici per cento), o ha “stretto la cinghia” (ventitré per cento). Quasi una persona su dieci dichiara di aver rinunciato a delle cure mediche.

5. Desiderio di tornare al lavoro?

È attorno al “desiderio di tornare al lavoro”, “alla normalità”, “alla Milano che non si ferma” che appare utile spendere qualche parola. Sarebbe facile leggere le affermazioni di Confindustria, «la gente vuole tornare a lavorare», come l’effetto di un’alleanza di intenti tra classe padronale e classe lavoratrice. Vista da vicino la situazione appare molto diversa. 

Il precariato e le sue diverse declinazioni rappresentano un buon punto da cui partire per spiegare perché la gente ha sentito la necessità di rientrare al lavoro, anche quando questo ha messo a rischio la salute. 

Innanzitutto, l’universo delle formule contrattuali flessibili e precarie – dal lavoro intermittente alle forme ibride promosse dalle cooperative, il lavoro grigio, le finte partite Iva ma anche molte di quelle vere (l’elenco può essere lungo) – ha messo le lavoratrici e i lavoratori attivi nel mercato del lavoro nelle condizioni di non percepire un reddito né dai datori di lavoro, né mediante gli ammortizzatori sociali, né di usufruire del welfare d’emergenza. 

Inoltre, la scadenza dei contratti a termine e il loro mancato rinnovo e la crisi di alcuni settori (su tutti quello turistico) ha messo in luce un sistema di lavoro soggetto a un forte sfruttamento – il lavoro stagionale – in cui le logiche del ricatto sono all’ordine del giorno. Lo squilibrio di potere a cui espone questo tipo di contratti non solo rappresenta una motivazione fondamentale per la volontà di ritornare al lavoro, ma mostra come il rischio per la salute sia un fattore secondario. Tutto ciò è amplificato per i poverissimi, in particolare i migranti e i giovani provenienti da famiglie povere, che all’interno della fine stratificazione del lavoro occupano le posizioni più basse e senza strumenti alternativi di sussistenza.

Infine, non conta solo la condizione materiale soggettiva, ossia il fatto di passarsela più o meno bene. La diffusione di durissime condizioni contrattuali agisce, disciplinandolo, anche su chi gode di condizioni migliori ma teme di perdere la propria posizione e di cadere o ricadere nel mondo del precariato, dei bassissimi salari o della disoccupazione.  

Non è mai stato corretto quindi affermare che sia esistito un diffuso desiderio di tornare al lavoro anche a discapito della salute. In realtà abbiamo a che fare con il più classico ricatto del salario: la paura della miseria è più grande di quella per la salute. 

6. Preoccupazioni, speranze, possibilità 

Dalla lista dei problemi abbozzati emerge quanto rapidamente la situazione possa volgere in tragedia. L’emergenza sanitaria è diventata in fretta dramma sociale ed economico: tutti gli osservatori prospettano tempi bui. Gran parte delle aspettative della popolazione si rivolge all’azione di governo, senza che sia attribuita una vera responsabilità alle imprese. Il capitalismo italiano mostra il totale rifiuto verso un minimo ripensamento dei proprio presupposti: non c’è stata infatti nessuna richiesta verso una politica industriale all’altezza dei tempi. L’unica formula che è stata avanzata per provare a salvare il paese prevede di fornire liquidità (tanti soldi pubblici) alle imprese, chiedendo per converso a chi lavora due semplici cose: lavorare a testa bassa e ritornare a spendere. 

La retorica è sempre la stessa: per salvare il paese bisogna tutelare l’azienda, cioè il sistema lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi, come se prima del Covid-19 tutto fosse andato per il meglio. Il rischio che tale retorica si imponga è reale, così come il rischio che la rabbia popolare non sia capace di trovare i bersagli e gli obiettivi giusti. Probabilmente i soldi provenienti dal Recovery Fund ci faranno arrancare in un mercato drogato concedendoci un periodo di sospensione, ma sarà la calma prima della tempesta. Anche perché i fondi in questione non rappresentano realmente un cambio di rotta rispetto alle politiche neoliberiste cui siamo stati abituati. Nonostante si tratti di ipotesi ancora aperte, il Consiglio Europeo del 20 luglio 2020 ha prospettato delle condizionalità precise: prestiti in cambio di riforme che vanno dall’allungamento dell’età pensionabile, all’esternalizzazione dei servizi pubblici, all’aumento della forza lavoro.

Eppure, lì dove c’è un rischio ci sono anche possibilità. Vale la pena di focalizzarsi sulle piccole e medie imprese (Pmi), che rappresentano una quota importante del sistema produttivo italiano e veneto. L’inchiesta per certi versi ha dimostrato il già noto: le Pmi sono sguarnite a livello sindacale; inoltre sembra regnare un regime di grande famiglia con rapporti serrati e un buon affiatamento tra dirigenza e forza lavoro (spesso la conduzione è realmente familiare). Eppure, durante le interviste, chi lavora si è dimostrato capace di capire la situazione, nonostante le parole per esprimerla possano talvolta sembrare fumose. Da un lato lavoratori e lavoratrici hanno ribadito con frequenza il legame indissolubile tra le sorti dell’impresa e quelle dei lavoratori. Dall’altro però ci hanno spiegato che nelle Pmi a tirare avanti la carretta sono loro stessi. Si tratta di aziende in cui spesso chi lavora lo fa da anni nello stesso luogo, e sente di essere perfettamente in grado di reggere la complessità del sistema fabbrica cooperando con colleghi e colleghe, anche senza i capi, i paròni. Sono i lavoratori a saper trattare con i clienti, a conoscere le malizie del materiale, a organizzare la logistica. Per alcuni non è stato difficile, ad esempio, riconoscere l’ambiguità della cassa integrazione, uno strumento che con soldi pubblici tutela l’azienda più che il lavoro, e senza pretendere nulla in cambio. Uno strumento che socializza il rischio ma non il profitto. 

Parlando con lavoratori e lavoratrici emerge sicuramente un basso livello di soggettivazione politica e di organizzazione, ma l’impressione che l’indicibile torni pronunciabile è alta, pare possibile osare. Alla fine di ogni intervista venivano infatti avanzate delle ipotesi, con l’obiettivo di capire fino a che punto gli intervistati trovassero sensate, realistiche e giuste alcune rivendicazioni. Perché regalare soldi pubblici alle aziende senza chiedere nulla in cambio? Perché piuttosto non pretendere che siano gli utili incamerati negli anni dalle aziende a essere usati per sostenere i lavoratori? Perché non esercitare all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende che accedono alla Cig o al Fis un controllo pubblico e soprattutto da parte di lavoratrici e lavoratori? Sono solo alcune ipotesi, ma se i “nostri” imprenditori non sono in grado di affrontare la situazione, che si faccia appello all’intelligenza delle persone che quotidianamente lavorano e gestiscono nei fatti il sistema produttivo di questo paese. Dato il basso livello di organizzazione politica di base e la scarsa sindacalizzazione di tantissime realtà lavorative appare concreto il rischio di una serrata corporativa tra forza lavoro e interessi padronali, il tutto magari guidato dalla destra. Svolte di questo tipo sono sempre possibili in seguito a una crisi. 

Eppure, il fatto che gli intervistati abbiano voluto discutere con noi tutta una serie di questioni lavorative e politiche è di per sé significativo, rende immaginabile un salto di qualità nelle rivendicazioni, non solo tutele e welfare, ma anche maggior democrazia nei luoghi di lavoro. 

Bibliografia

M. Gaddi, N. Garbellini, «Le conclusioni del Consiglio Europeo del 20 luglio 2020», in Inchiesta, n. 209, anno XL, luglio-settembre 2020, pp. 20-25.