Mario Agostinelli

L’Italia ha assunto l’impegno di dismettere le centrali a carbone entro il 2025. Tuttavia i gestori delle centrali, e in primo luogo Enel, in accordo con il ministero per la Transizione ecologica, si sono orientati verso una soluzione “dal fossile al fossile”, cioè verso una riconversione degli impianti a carbone ancora funzionanti in impianti turbogas. Così, nonostante la compatta opposizione di cittadini e delle amministrazioni locali (Regione Liguria compresa), si è prefigurata una conversione a turbogas per la centrale della Spezia, chiusa – non si sa quanto definitivamente – nel dicembre 2021. E così per le sei centrali a carbone ancora in funzione: quattro gestite da Enel (Fusina, Torrevaldaliga, Brindisi, Portoscuso), una da A2A (Monfalcone) e una dal gruppo ceco Eph (Fiume Santo).

Al turbogas si contava del resto di ricorrere – prima della guerra in Ucraina – per sostenere gran parte della transizione energetica e del cosiddetto capacity market, cioè il “mercato della potenza” in grado di compensare la discontinua produzione di energia delle fonti rinnovabili: una cinquantina di progetti con diverse tecnologie (a ciclo aperto, a ciclo combinato, a generatori con motori a cilindri e pistoni) e distribuiti su tutto il territorio nazionale.

A Civitavecchia invece sta avanzando il progetto “virtuoso” di sostituire il carbone con un mix di eolico galleggiante e fotovoltaico assistito da stoccaggi a idrogeno verde, soluzione per cui si sono mobilitati i Comitati contro i fossili assieme al sindacato, a parlamentari e associazioni locali, oltre ai cittadini che per mesi hanno fatto pressione sui rappresentanti politici e amministrativi. Significativi i due scioperi dei lavoratori della centrale, due ore per turno, indetti da Fiom, Uilm e Usb nel marzo 2021. Così, nello scorso febbraio Enel ha annunciato il ritiro del progetto di riconversione a turbogas della centrale a carbone di Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia, il polo energetico che con le sue emissioni (oltre 8 milioni di tonnellate di CO2 all’anno) è il più inquinante d’Italia.

OPM ha chiesto a Mario Agostinelli, presidente dell’associazione Laudato si’ – un’alleanza per il clima, la terra e la giustizia sociale un breve commento sulla vicenda di Civitavecchia.

L’obiettivo di accedere ai fondi del Pnrr per affrontare il cambiamento climatico è risultato distorto e ritardato da resistenze politiche e procedure burocratiche che hanno complicato la partecipazione delle comunità locali e da difficoltà create dalla carenza di strategie realmente innovative e di portata nazionale per la produzione e il risparmio di energia. Gran parte del “nuovo” non avanza per responsabilità degli enti e delle ex municipalizzate che, con l’eccezione di alcune aperture in Enel, a partire dall’amministratore delegato Storace, reiterano vecchi modelli e soluzioni inadeguate anche a livello economico.

Non ci sono segni evidenti che il modello di produzione e di consumi che caratterizzerà il futuro prossimo, che potrebbe diventare drammatico per la specie umana, contempli i necessari mutamenti profondi e condivisi per rimediare a una rottura con la natura e il resto dei viventi, e anche per la conquista di una maggiore giustizia sociale.

I pochi titoli sui Pnrr che circolano, silenziati dal clamore delle manifestazioni per il green pass, dalla guerra e dalle sanzioni conseguenti, sono sussurrati con pudore e rimbalzano tra capitoli incompatibili con gli allarmi del mondo scientifico sul clima.

Non c’è traccia, per esempio, della qualità dell’occupazione che deriverebbe da uno spostamento dal profitto alla cura dell’orario di vita, con studio e lavoro rivisitati per le nuove generazioni dopo la terribile prova del virus.

Si direbbe, invece, che la strategia del governo punti a non correggere i rapporti di forza che ostacolano le innovazioni necessarie e che, di conseguenza non siano resi agibili né un protagonismo di massa né una dialettica coraggiosamente democratica applicata alle scelte del più ampio piano di intervento pubblico necessario, da mettere a disposizione del paese

Non a caso Carlo Stagnaro e Chicco Testa hanno sostenuto, sul Foglio del 15 ottobre 2021, che c’è stato «l’errore di sacrificare la crescita senza benefici ambientali», senza comprendere che l’errore sta nel non avere puntato abbastanza su un nuovo modello energetico fondato sulle rinnovabili e non nel suo contrario, perché la politica energetica abbandonata al mercato risponde solo alla ricerca del massimo profitto. Per loro il World Energy Outlook 2021 è solo un «difficile esercizio di equilibrio tra l’esigenza (politica) di indicare l’obiettivo della neutralità carbonica, e le spinte della realtà».

Perciò, si dovrebbe rinunciare alla soglia di 1,5 °C, «ricorrere al nucleare ove accettabile, produrre l’idrogeno a bassa impronta di carbonio (verde o blu) e la cattura e stoccaggio della CO2». Una politica energetica conservatrice e regressiva che per di più mantiene l’Italia in una condizione di dipendenza dall’estero, mentre le rinnovabili consentirebbero di aumentare di molto l’autonomia nazionale. In fondo è quanto ripetono più o meno a pappagallo Cingolani, Bonomi, i guru di Nomisma, i dirigenti dell’Eni, i più renitenti conservatori di Enel, le dirigenze delle grandi municipalizzate.

Contro questo schieramento conservatore va sottolineato il successo della popolazione di Civitavecchia che ha conseguito un progetto di fuoriuscita dal fossile al punto da farne il caso nazionale di riferimento.

Sono molti e ragionevoli i motivi per un salto di qualità qui e ora, lontano dalla combustione dei fossili e dai gas climalteranti, in un paese che ha sovrapproduzione di energia elettrica e non usa i pompaggi e nemmeno investe per creare stoccaggi di idrogeno verde laddove già è possibile.

Il progetto che approderà – con il consenso del Comune di Civitavecchia, della Regione Lazio e dell’Enel – sulle coste tirreniche è largamente condiviso sia a livello istituzionale, che politico, sindacale, sociale nel territorio.

Al posto di un turbogas da oltre 1800 MW, verrebbe rivisto il sostegno alla rete dei pompaggi e, soprattutto, verrebbe realizzato un sistema eolico offshore galleggiante, a 30 km dalla costa con caratteristiche corrispondenti al fondale marino e all’intensità dei venti, per una produzione iniziale di 210 MW, da estendere ulteriormente lungo lo stesso braccio di mare. Naturalmente il progetto richiede un ripensamento del modo di consumare energia nel territorio e una riconsiderazione sulla creazione di comunità energetiche e di progetti per la mobilità sostenibile, che andrebbero sostenuti con i fondi del Pnrr e una partecipazione o addirittura un azionariato pubblici.

Nascerebbe nella città laziale un vero e proprio hub del Mediterraneo per l’eolico offshore, dove assemblare i componenti e successivamente organizzare le attività di progettazione e costruzione per altri siti, creando vere opportunità di nuova occupazione e di lavoro di qualità e, naturalmente, una importante domanda di acciaio a basso impatto ambientale, che potrebbe riguardare le crisi che da tempo agitano le prospettive di grandi siti: da Taranto a Terni, a Cremona.

Nel caso specifico di Civitavecchia, le attività portuali conterebbero su un sistema fotovoltaico con accumulo di idrogeno, da impiegare come vettore nei servizi.

Al posto di nuove emissioni e di un calo occupazionale, avremmo indiscutibili vantaggi:

1. Il kWh da nuovi impianti a fonti rinnovabili costerebbe un terzo di quello prodotto dalle centrali a gas esistenti;

2. La crisi del metano rischia di diventare irreversibile sul piano climatico e geopolitico e di rendere costoso e incerto l’impiego di una fonte oggi computata come la più pesantemente climalterante. Non siamo più solo di fronte a una larga opposizione alla etichettatura del gas come energia verde nella tassonomia europea, ma a un atteggiamento dubbioso se non contrario degli investitori, che temono che l’imposizione di limiti severi per raggiungere le emissioni zero metta in difficoltà i capitali investiti nei fossili;

3. Anche al di là dei problemi immediati posti dalle sanzioni al gas russo, sta diventando ormai strutturale la finanziarizzazione del mercato del metano, con l’uso sistematico dei futures, strumenti finanziari il cui utilizzo spregiudicato porta a rafforzare la speculazione sull’aumento dei prezzi. La strategia dei gruppi finanziari, che ricavano ingenti profitti da contratti per le forniture elettriche stipulati in condizioni eccezionali, sta nel far lievitare i prezzi delle materie prime, a partire dal gas e dal carbone fino ad arrivare allo spreco di acqua consumata nelle turbine. Il prezzo del kWh ora diventerà sempre più aleatorio e la battaglia sul contenimento delle bollette energetiche avrà ancora meno frecce al suo arco con il protrarsi delle guerre in corso.

Tutte queste considerazioni fanno di Civitavecchia un esempio di un possibile nuovo indirizzo di politica energetica nazionale. Per questo il governo non può lasciare alle aziende partecipate (Enel, Eni, A2A) spazio per compromettere il futuro finanziario, industriale, oltre che ambientale e climatico del paese.

Quella di Civitavecchia è una vittoria dal basso, popolare, partecipata, basata su un’accurata verifica scientifica e con un serio riscontro industriale. Alla costruzione del progetto di rinnovabili alternative – eolico al largo e fotovoltaico sul porto – hanno contribuito ricercatori e docenti universitari di grande valore, un’opinione pubblica informata e responsabile, le organizzazioni sindacali preoccupate di creare lavoro sufficiente e dignitoso, i comitati locali per la salute e l’ambiente, l’Osservatorio sulla transizione ecologica-Pnrr, gli studenti, le nuove generazioni che hanno partecipato alla mobilitazione.

L’uso che, sia pure come transizione e sotto la pressione delle sanzioni, il governo sta proponendo per un maggior impiego di carbone e di gas da perforazioni sul territorio nazionale o da metanodotti trans-mediterranei non corrisponde a una risposta strutturale, che guarda al futuro. L’urgenza di intervenire sul clima e di cercare una soluzione contro le crescenti diseguaglianze e la divaricazione sociale, impone che, proprio in risposta all’atrocità della guerra in corso, nasca una forte risposta in linea con l’obiettivo dell’ecologia integrale, alla ricerca di un’armonia tra genere umano, viventi e natura, che assicuri benessere e crei condizioni stabili per fare della pace un diritto fondamentale per tutti.