Un Pnrr per i lavoratori. Il caso di due filiere produttive nel Bellunese

Matteo Gaddi

Dopo aver pubblicato articoli di analisi e critica del Pnrr, riportiamo qui una serie di riflessioni  scaturite dal lavoro che alcune categorie e strutture locali della Cgil hanno condotto, con il decisivo contributo di delegati di fabbrica e di tanti lavoratori, per elaborare proposte di politiche industriali che si ispirano a logiche diverse da quelle del Governo ma che sono in grado d’intercettare i finanziamenti del Pnrr.

Partiremo dal caso del territorio bellunese, dove prenderemo in considerazione due specializzazioni produttive: quella degli occhiali e quella degli elettrodomestici che, seppur diverse per tipologia di prodotto e per dati economici e occupazionali, presentano comunque diverse affinità; le categorie sindacali che hanno partecipato al lavoro di ricerca, oltre al livello confederale, sono la Filctem (la Federazione dei lavoratori chimici e tessili) e la Fiom (la Federazione dei metalmeccanici).

Uno sguardo ai flussi di import-export dei due settori

I dati relativi alle esportazioni e importazioni sono importanti per fornire indicazioni sull’andamento della produzione e su eventuali processi di sostituzione di volumi produttivi nazionali con importazioni dall’estero. 

Analizziamo innanzitutto i dati relativi alle esportazioni e importazioni di montature e supporti per occhiali, cioè del componente centrale di questo prodotto. Nella parte superiore della Tabella 1 sono riportati i dati di esportazioni e importazioni in termini di peso per gli anni 1995, 2000, 2010 e 2020, mentre nella parte inferiore ci si è focalizzati sugli ultimi cinque anni.

Le esportazioni aumentano nel 2020, del 41,9% rispetto al 1995, ma la crescita delle importazioni è impressionante (706,26%); inoltre, mentre le esportazioni nel 2020 calano del 10,3% rispetto al 2010, le importazioni continuano ad aumentare, seppur a un tasso inferiore (+6,39%) rispetto ai picchi degli anni precedenti. Ne consegue un netto peggioramento dell’indice esportazioni/importazioni, che passa da 7,45 di inizio periodo a 1,31 nel 2020.

Tabella 1. Esportazioni ed importazioni di montature e supporti per occhiali. Periodi 1995-2020 e 2016-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
19952.403.822322.658
20002.667.05610,95632.61896,06
20103.804.22642,642.445.201286,52
20203.411.146-10,332.601.4786,3
Variazione % totale41,9706,26
20164.535.6562.983.816
20174.699.7113,623.370.11712,95
20184.164.255-11,393.466.2172,85
20194.380.3345,193.475.3580,26
20203.411.146-22,132.601.478-25,15
Variazione % totale-24,79-12,81
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Focalizzandoci sugli ultimi 5 anni, possiamo notare che le esportazioni nel 2020 sono calate del 24,79% rispetto al 2016, mentre le importazioni sono calate solo del 12,81%.

In entrambi casi è plausibile ritenere che sia stata la crisi Covid-19 a impattare notevolmente, a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia che hanno prodotto effetti notevoli sul commercio internazionale. 

Da questi dati, quindi, risulta evidente che una quota assai rilevante di montature e supporti utilizzati per la produzione di occhiali in Italia non viene  prodotta a livello nazionale, ma importata dall’estero.

Tabella 2. Importazioni di montature e supporti per occhiali, per paese

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Cina32,22Cina79,61Cina80,75
Austria17,21Slovenia8,12Austria6,68
Francia12,84Germania3,38Slovenia2,47
Germania 11,51Austria2,15Olanda2,43
Slovenia9,48Francia0,91Germania1,39
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Come si può notare, in tutti gli anni considerati (i dati per il 1995 non sono disponibili) la Cina occupa la prima posizione con una crescita impressionante della sua quota che nel 2000 era di poco superiore al 30%,  per poi arrivare attorno all’80% della produzione di componenti.

Invece, dal punto di vista del prodotto finito sono stati elaborati solo i dati degli occhiali da sole.

Tabella 3. Esportazioni ed importazioni di occhiali da sole. Periodi 1995-2020 e 2016-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
19951.199.167453.801
20002.790.031132,661.456.281220,91
20107.680.209175,271.760.44420,89
20206.437.270-16,182.221.27326,18
Variazione % totale436,81389,48
20162.883.884
20179.262.2003.022.8224,82
20188.667.917-6,422.703.831-10,55
20198.683.5360,182.978.79910,17
20206.437.270-25,872.221.273-25,43
Variazione % totale-30,50-22,98
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

In questo caso si nota un andamento diverso rispetto al caso precedente: le esportazioni nel 2020 crescono del 436,81%, mentre le importazioni del 389,48%. 

Anche se in questo caso il divario tra esportazioni e importazioni è di un ordine di grandezza diverso rispetto a quello delle montature, si assiste comunque a un incremento notevole dei quantitativi importati, a testimonianza del fatto che una quota significativa anche di prodotto finito viene realizzata all’estero. 

Tabella 4. Importazioni di occhiali da sole per paese 

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Cina57,81Cina55,22Cina54,96
Irlanda9,66USA10,68USA11,88
Francia9,09Slovenia10,56Portogallo7,2
Austria6,27Francia5,61Irlanda3,84
Altri Asia5,89Altri Asia4,69Olanda3,74
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Anche in questo caso, che riguarda il prodotto finito, è la Cina a occupare la prima posizione, seppur con una percentuale più bassa rispetto al caso delle montature. 

Questa differenza di dati tra montature (prodotto intermedio) e occhiali da sole (prodotto finito) mette in evidenza due cose:

  • l’incremento della produzione in paesi a basso costo del lavoro di input intermedi (che potrebbero essere prodotti in Italia, anche alla luce del fatto che stiamo parlando di prodotti che si fregiano dell’etichetta di Made in Italy);
  • la grande fragilità della catena di produzione dell’occhiale, che dipende in grande misura dalle forniture dall’estero.

Passiamo ora al settore degli elettrodomestici. Qui ci siamo concentrati su un solo prodotto finito (impianti di refrigerazione e congelamento) e un solo prodotto intermedio (compressori). 

Tabella 5. Esportazioni e importazioni di impianti di refrigerazione e congelamento. Periodo 1995-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
1995426.434.08038.367.160
2000526.190.24523,3964.440.50467,96
2010312.443.400-40,62175.630.568172,55
2020283.184.369-9,361.888.011.3457,5
Variazione % totale-33,59392,1
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

In questo caso, mentre le esportazioni del 2020 rispetto a quelle del 1995 calano del 33,59%, le importazioni crescono in maniera molto consistente, del 392,10%. Segno di una evidente sostituzione della produzione nazionale con importazioni dall’estero.

È interessante notare i cambiamenti che sono intervenuti tra i paesi dai quali importiamo il prodotto finito.

Tabella 6. Importazioni per paese di impianti di refrigerazione e congelamento

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Spagna14,02Cina26,32Cina37,16
Francia13,75Turchia12,25Turchia15,94
Germania13,21Polonia11,15Polonia12,79
Corea del Sud8,02Germania8,02Romania7,52
Turchia6,72Ungheria5,81Germania5,48
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Mentre nel 2000 le prime tre posizioni erano occupate da paesi dell’Europa occidentale, nel tempo il cambiamento appare molto significativo: nel 2010 e nel 2020 sono occupate da Cina, Turchia e Polonia, mentre dei due paesi rimanenti solo la Germania si mantiene nei primi cinque. 

In sostanza, nel 2010 e 2020 ben 4 posizioni su 5 sono occupate da paesi a basso costo del lavoro.

I processi di delocalizzazione hanno investito pesantemente il settore degli elettrodomestici: mentre una volta l’Italia era uno dei principali produttori a livello mondiale, nel corso del tempo i volumi sono crollati, soprattutto a seguito del loro spostamento verso i paesi a basso costo del lavoro.

Questa riduzione dei volumi prodotti, provocata dai processi di riorganizzazione delle multinazionali dell’elettrodomestico, ha avuto conseguenze anche sulla produzione di componentistica, come nel caso del compressore.

Tabella 7. Esportazioni e importazioni di compressori, del tipo utilizzato negli impianti di refrigerazione. Periodi 2000-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
200083.222.13294.072.096
201053.596.047-35,661.044.681-35,11
202026.801.569-50,0057.724.776-5,44
Variazione % totale-67,79-38,64
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Le esportazioni nel 2020 sono calate del 67,79% rispetto al 2000, e così pure le importazioni, ma di una percentuale inferiore (38,64%).

In questo caso ci troviamo di fronte a dati diversi rispetto a quelli delle montature per occhiali.

Nel caso delle montature crescevano le esportazioni ed esplodevano le importazioni: la filiera dell’occhiale si è ristrutturata mantenendo una parte di produzione del prodotto finito in Italia (nonostante volumi ingenti di prodotto finito siano andati all’estero) e delocalizzando pesantemente la produzione di input intermedi all’estero.

Nel caso dell’elettrodomestico, invece, il crollo della produzione di prodotto finito in Italia ha avuto l’effetto di penalizzare tanto la produzione interna quanto l’importazione di componentistica.

Tabella 8. Importazioni  per paese di compressori del tipo utilizzato negli impianti di refrigerazione

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Slovacchia20,64Brasile18,36Germania36,87
Brasile10,2Francia13,98Cina21,21
Austria9,06Germania13,2Slovacchia12,12
Spagna8,43Cina11,06Brasile6,89
Belgio8,37Belgio9,65Francia6,78

Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade [Nota: il codice Comtrade utilizzato non consente di distinguere tra compressori utilizzati per grandi impianti e quelli destinati agli elettrodomestici di casa: per quest’ultima tipologia infatti, è la Cina a svolgere un ruolo preponderante come vedremo anche in seguito].

La rete di produzione

In entrambi i settori considerati la produzione è stata riorganizzata attraverso profondi processi di esternalizzazione e, come abbiamo visto, di delocalizzazione.

Nel caso dell’occhialeria il processo produttivo è stato scomposto e diverse fasi sono state affidate a imprese localizzate sia all’estero che sul territorio, queste ultime in genere di dimensioni molto piccole.

La maggior parte delle minuterie e dei semilavorati forniti dall’estero proviene dalla Cina:  a causa di difetti e problemi di qualità, molte volte questo materiale deve essere “ripreso” dai lavoratori degli stabilimenti bellunesi, che in questo modo vedono intensificata la loro prestazione, dovendo, oltre alle mansioni “normali” svolgere anche queste operazioni aggiuntive.

La qualità che garantivano i terzisti del territorio era migliore rispetto a quella delle forniture cinesi: in precedenza c’erano imprese del Bellunese specializzate in una fase in grado di produrre elevati volumi con ottima qualità.

Le grandi imprese dell’occhialeria bellunese hanno sempre fatto ricorso a massicce esternalizzazioni verso piccole o piccolissime imprese del territorio che si muovevano in un contesto di forte concorrenza sui prezzi: le aziende committenti pagavano al pezzo imponendo un continuo abbassamento dei costi e una competizione al ribasso. Ovviamente la concorrenza sui prezzi esercitata dalle produzioni cinesi ha completamente spiazzato i fornitori del territorio, già ampiamente indeboliti da questa corsa al ribasso sui prezzi.  

In genere la decisione di esternalizzare alcune fasi del processo produttivo dell’occhiale dipende da almeno quattro ordini di ragioni:

a) l’abbassamento dei costi di produzione; 

b) i carichi di lavoro, in quanto i picchi di ordini a volte sono tali da non poter essere evasi con la disponibilità di personale e le capacità impiantistiche interne all’azienda;

c) il tipo di lavorazione da svolgere: alcune imprese produttrici di occhiali, infatti, non si sono mai strutturate per realizzare internamente alcune fasi del processo, cioè non hanno mai investito per l’acquisto dei macchinari o l’assunzione di personale specializzato;

d) le decisioni assunte dai brand, cioè dalle grandi imprese che detengono la proprietà dei marchi e che, in quanto tali, assegnando una commessa produttiva decidono quali fasi possono essere esternalizzate e quali devono essere eseguite internamente.

Riorganizzazione della catena gerarchica del ciclo produttivo

Dal punto di vista del processo tecnologico, tutte le fasi possono essere esternalizzate, da quelle iniziali a quelle finali. Per esempio, una volta realizzato lo “scheletro” dell’occhiale, questo può essere affidato a imprese esterne per le lavorazioni di abbellimento. 

In alcuni casi l’esternalizzazione riguarda una fase “ampia” del processo produttivo, per esempio, quando un’azienda esterna si occupa di lavorazioni sulla plastica deve realizzare  necessariamente tutte le fasi che compongono questo processo. 

Questo doppio processo di esternalizzazione, cioè verso l’estero e/o verso le imprese del territorio, ha conseguenze piuttosto problematiche.

Dal punto di vista delle delocalizzazioni le conseguenze principali riguardano: a) la perdita di posti di lavoro e di volumi di produzione sul territorio; b) problemi di qualità delle forniture; c) rischi di interruzione della catena di fornitura. 

Dal punto di vista delle esternalizzazioni alle imprese del territorio, i principali problemi sono determinati dalla piccola o addirittura piccolissima dimensione delle imprese fornitrici o terziste. Questo determina: a) la loro incapacità di effettuare investimenti (si pensi all’acquisto di macchine Cnc o di macchine per lavorazioni galvaniche); b) la loro debolezza dal punto di vista finanziario, in particolare per quanto concerne l’accesso al credito; c) la fragilità congenita per cui a una situazione di crisi può corrispondere la cessazione dell’attività di impresa; d) la difficoltà a formare il personale o a svolgere attività di ricerca e sviluppo; e) l’estrema dipendenza dagli ordini e dalle condizioni imposte dalla committenza. 

Per quanto concerne il punto e), questo aspetto non riguarda più soltanto le imprese fornitrici o terziste, ma anche i produttori di occhiali. 

La presenza sul mercato dell’occhialeria bellunese di Kering e Lvhm ha cambiato completamente la situazione. Questi grandi gruppi della moda sono i detentori dei marchi la cui produzione, in base ai vari modelli, viene assegnata come commessa alle imprese del territorio, non solo quelle piccole, ma anche a nomi storici come Safilo, De Rigo, Marcolin, ecc., i quali per accaparrarsi le commesse sono costretti ad accettare le condizioni imposte dai grandi gruppi su costi e tempi di consegna. Questo aspetto, ovviamente, sta scatenando una forte concorrenza tra le imprese del territorio e crea delle difficoltà nella programmazione della produzione.

Questa situazione, se da una parte garantisce volumi produttivi alle imprese costruttrici, dall’altra comporta una serie di problematiche: a) debolezza derivante da situazioni di monocommittenza; b) continua pressione sui costi da parte della committenza che si scarica esclusivamente sul fattore lavoro; c) modalità di trasmissione degli ordini di produzione, con i relativi volumi, che obbligano le imprese costruttrici a riformulare continuamente la loro organizzazione produttiva (inclusa la catena di fornitura), limitando la possibilità di pianificazione dei processi.  

In sostanza i grandi gruppi controllano il primo anello (detengono il marchio, e al massimo il disegno di stile) della catena e l’ultimo (la distribuzione commerciale); per il resto – dalla progettazione alla produzione, passando per la logistica – utilizzano le imprese del territorio.

Il terzo grande attore del territorio è Luxottica che ha imposto un sistema in base al quale assegna le commesse ai produttori, i quali stoccano i pezzi prodotti in un magazzino ma vengono pagati solo quando Luxottica preleva dal magazzino il prodotto finito (chiedendo uno sconto) e addossando al fornitore anche il costo del deposito.

Cambiamenti nella filiera dell’elettrodomestico

Vediamo il caso dell’elettrodomestico, ma prima facciamo un passo indietro. 

Negli anni Sessanta la Zanussi avvia un processo di integrazione verticale delle produzioni, realizzando internamente i componenti principali degli elettrodomestici, tra cui i compressori. Nel marzo 1985, a seguito dell’acquisizione da parte di Electrolux, il piano di riorganizzazione del gruppo Zanussi affronta il tema della componentistica prevedendo solo investimenti “difensivi”; nel corso degli anni il disimpegno di Electrolux nei confronti della produzione di componenti si accentua arrivando alla cessione della produzione di compressori.

Si verifica quindi un processo di disintegrazione “verticale” del Gruppo. La cessione a operatori esterni della componentistica e i processi di riorganizzazione internazionale che hanno pesantemente investito anche questo settore finiscono per determinare la situazione attuale, caratterizzata da un elevato livello di fragilità della catena produttiva.  

Questa fragilità investe in particolar modo il compressore, che costituisce il componente chiave degli impianti di refrigerazione: il suo funzionamento governa quello complessivo dell’impianto di refrigerazione e impatta notevolmente sui consumi energetici.

Nei prossimi due anni la produzione di frigoriferi in Europa sembra attestarsi su livelli significativi, come si vede dalla tabella 9. 

Tabella 9. Le previsioni di produzione di frigoriferi in Europa (in pezzi)

Costruttore20212022
Arcelik6.000.0006.000.000
Bosch4.050.0004.100.000
Electrolux2.700.0002.700.000
Liebherr2.000.0002.100.000
Samsung1.500.0001.500.000
Vestel3.400.0003.500.000
Whirpool3.850.0003.850.000
Totale28.100.00028.500.000
Fonte: nostri calcoli sui piani industriali e i bilanci delle imprese.

In Europa nei prossimi anni è prevista una produzione di frigoriferi superiore a 28 milioni di pezzi. A questi si dovrebbero aggiungere anche gli impianti di refrigerazione a uso industriale. 

La domanda è: chi, e da dove, fornirà i compressori necessari a questi frigoriferi?

Il mercato mondiale dei compressori domestici e commerciali vale in totale 170 milioni di pezzi, di cui 140 destinati all’elettrodomestico di casa, e i restanti 30 a uso commerciale (professionali, banchi frigo ecc.).

Il numero di produttori di compressori si è notevolmente abbassato nel corso degli ultimi decenni e la produzione ha conosciuto un processo di concentrazione aziendale e geografica notevole.

In Cina producono Jiaxipera (35 milioni di pezzi), Gmcc (30  milioni), Donper (20 milioni), Wanbao (15 milioni). La giapponese Nidec, grazie a una serie di acquisizioni, produce oltre 35 milioni di pezzi con siti localizzati in Brasile, Cina e Slovacchia. Le coreane Samsung e Lg  e la giapponese Panasonic hanno le produzioni localizzate prevalentemente in Cina, mentre un altro grande produttore è Tee (del gruppo turco Arcelik). Oltre a Secop, la cui produzione è localizzata in Slovacchia e Cina, l’unico produttore europeo di compressori è Acc di Belluno. 

Dei 140 milioni di compressori per frigoriferi domestici prodotti a livello mondiale, solo 12 milioni  (comprendendo anche Russia e Turchia) sono prodotti in Europa, cioè solo l’8,5%.

Tabella 10. Quote di mercato dei compressori in Europa nel 2018 

ProduttoreQuota di mercato in %
Jiaxipera38
Embraco13
Tee9
Secop7
Acc 7
Donper7
Gmcc6
Samsung6
Altri3
Atlant3
Wanbao2
Panasonic1

In sostanza, le produzioni europee di frigoriferi dal punto di vista del compressore dipendono in larghissima misura da forniture localizzate in altre aree del mondo. 

Il venir meno di Acc, che è l’unico produttore europeo, non farebbe che incrementare ulteriormente questa dipendenza. 

La ricostruzione e il rafforzamento delle filiere industriali dell’occhiale e dell’elettrodomestico

In entrambi i casi la produzione del prodotto finito risulta fortemente dipendente da catene di produzione sempre più frammentate e geograficamente disperse.

Questo costituisce indubbiamente un elemento di fragilità in quanto qualsiasi shock (una pandemia, il blocco di importanti canali di trasporto, ecc.) può determinare l’interruzione della catena di produzione. 

La prossimità geografica rispetto alla produzione del prodotto finito, consente di accorciare le filiere, ridurre i tempi di consegna, ridurre i costi economici e ambientali dei trasporti, rafforzare l’intera catena di produzione con possibili ricadute occupazionali.

Nel caso dell’elettrodomestico, oltretutto, i dati sembrano indicare una ripresa significativa di questo prodotto. 

Nel comunicato stampa del febbraio 2021, Applia [Associazione dei produttori di apparecchi elettrici  domestici e professionali, N.d.R.] ha fornito una serie di dati relativi all’andamento del settore: i grandi elettrodomestici hanno chiuso il 2020 con una “sostanziale tenuta”. In Italia si è registrata una crescita in termini di valore dello 0,8%, e in termini di volume dello 0,3%. Le vendite all’estero, in volume, hanno registrato un +2,2%, grazie al forte recupero che ha fatto seguito al crollo dovuto al lockdown. Dal punto di vista della produzione, mentre nei primi due trimestri c’è stata una grande riduzione dei volumi (segnando, rispettivamente, -16,1% e -26,6%), nei due periodi successivi c’è stata una ripresa (+19,6%, +26,3%). Complessivamente nel 2020, nonostante i problemi determinati da pandemia e lockdown, la produzione ha chiuso con un incremento dello 0,4%.  Di assoluto rilievo i numeri registrati per i piccoli elettrodomestici, che confermano anche per quest’anno, in maniera ancora più significativa, una crescita maggiore sia in valore (+19,4%), sia in volume (+13,3%). Le vendite, supportate significativamente dall’online (arrivato a pesare quasi il 40% del totale del mercato), sono proseguite in maniera sostenuta lungo tutto l’anno. 

Questi dati possono essere letti anche alla luce dell’andamento positivo del settore arredamento. L’elettrodomestico, e in particolare il frigorifero, può essere pensato come parte integrante di una filiera, quella dell’arredamento domestico, che costituisce una delle eccellenze del Made in Italy. 

Quindi il settore della refrigerazione e dell’occhiale vanno trattati in termini di filiere produttive Made in Italy e questo consente di formulare alcune proposte in materia di politiche industriali, con uno sguardo rivolto al Pnrr.

Il sostegno dato dal sistema di bonus tanto al settore arredo, quanto a quello degli elettrodomestici, si giustifica in questo senso.

Secondo i dati forniti il 31 agosto 2021 da FederLegnoArredo, nel primo semestre 2021, rispetto al 2020 si è registrato un aumento delle vendite complessive del 56,2% (mercato italiano +65%); rispetto al primo semestre 2019 la crescita è stata del 15,4% per le vendite totali e del 19,5% per le vendite Italia.   

L’investimento 5 della Missione 1, Componente 2 (M1C2) del Pnrr riguarda proprio le “Politiche industriali di filiera e internazionalizzazione” e segnala come criticità delle filiere del Made in Italy «la frammentazione e le ridotte dimensioni (che) hanno portato nel lungo periodo a problemi di competitività, soprattutto nei settori dove sono maggiormente rilevanti le economie di scala e la capacità di investimento».

Questa formulazione sembra indicare nell’aggregazione delle imprese di una stessa filiera una via per aumentare la dimensione media, concentrando risorse in grado di rafforzarle dal punto di vista occupazionale, industriale, finanziario, della ricerca ecc. Si può infatti ipotizzare la creazione di un fondo espressamente dedicato all’aggregazione di queste imprese. 

Questo fondo potrebbe essere integrato con altri strumenti, quali per esempio, il fondo di capitalizzazione delle Pmi già previsto nel Decreto Rilancio la cui gestione è stata affidata a Invitalia. I soggetti pubblici interessati a un’operazione del genere, oltre a Invitalia, potrebbero essere Cassa depositi e prestiti e il Fondo italiano d’investimento (controllato da Cdp) in cui opera il Fondo consolidamento e crescita, dedicato all’acquisizione di partecipazioni dirette nel capitale di piccole e medie imprese italiane con l’obiettivo di favorire i processi di aggregazione all’interno delle rispettive filiere produttive. 

Occorre precisare tuttavia che un’esercitazione di questo tipo ha un minimo di senso solo se è inquadrata all’interno degli strumenti attuativi che il Pnrr prevede, altrimenti resta sospesa nel vuoto. Uno di questi strumenti è il cosiddetto “Contratto di sviluppo”. 

Una volta individuate le imprese con la stessa tipologia di prodotto o con prodotti complementari o parti di prodotti sequenziali, va costruito un progetto di aggregazione/crescita dimensionale che comprenda anche politiche industriali di filiera (cioè che rafforzino il legame tra imprese clienti e aggregazioni/cluster di fornitura), meccanismi a supporto della contrattazione inclusiva di filiera, misure di stabilizzazione dei lavoratori ecc. In questo caso non stiamo parlando di aggregazioni tra imprese che rischierebbero di far emergere possibili sovrapposizioni, con possibili conseguenze sui livelli occupazionali in termini di riduzione della forza lavoro. Al contrario, il rafforzamento derivante da processi di aggregazione costituirebbe l’unica garanzia per mantenere sul territorio significativi volumi di produzione per tutelare, e possibilmente incrementare, i livelli occupazionali. Infatti, spesso  per le piccole e piccolissime imprese della filiera dell’occhiale un momento di crisi coincide con la loro chiusura, ma i loro volumi produttivi non possono essere assorbiti da altre aziende del territorio in quanto la loro ridotta dimensione gli impedisce di realizzare i necessari investimenti per incrementare la capacità produttiva. Questi volumi, quindi, vengono persi dal territorio prendendo la strada dell’estero. Ci si trova di fronte a una sorta di “trappola dimensionale”: le piccole imprese producono su commessa delle grandi solo finché sono in grado di reggere; e la loro debolezza non gli consente di fare investimenti per crescere e rafforzarsi in modo da mantenere produzione e occupazione sul territorio.

Questi processi di rafforzamento della filiera:

  • nel caso dell’occhialeria dovrebbero assumere come obiettivi sia l’aggregazione di natura orizzontale (aziende impegnate nelle stesse tipologie di produzione), sia quella verticale (integrazione delle varie fasi della filiera); inoltre, alla luce delle dinamiche descritte in precedenza, appare opportuno che anche imprese di dimensioni rilevanti realizzino processi di aggregazione, soprattutto a fronte della trasformazione di produttori storici in fornitori di Kering e Lvmh;
  • nel caso dell’elettrodomestico, il Contratto di sviluppo dovrebbe essere centrato sul salvataggio di Acc quale produttore del componente principale del frigorifero e sul coinvolgimento delle principali imprese utilizzatrici di questo prodotto con la finalità del rafforzamento della filiera.

Il superamento della fragilità delle filiere di produzione, e del conseguente rischio di una loro interruzione, passa attraverso una riverticalizzazione dei processi di produzione sia tramite processi di in-sourcing che di rilocalizzazione di ciò che prima era stato delocalizzato.

Ovviamente la rilocalizzazione non avverrà spontaneamente, cioè senza un forte intervento di politica industriale.

Questo tema sembra essere stato colto dal governo francese che nel suo Piano di rilancio (settembre 2020) ha messo in evidenza le criticità dell’attuale struttura industriale e previsto alcune misure di intervento. Questo Piano indica chiaramente come la sfida sia quella di sostenere gli investimenti che permetteranno all’economia francese di garantire la sua indipendenza dalle forniture da paesi terzi. Pertanto l’obiettivo del Piano francese è quello di concentrarsi su alcuni settori e catene del valore strategiche per sostenerne gli attori in modo da assicurare gli approvvigionamenti, creare nuove attività e quindi posti di lavoro sul territorio francese.

Oltre alle catene del valore strategiche, il Piano francese prevede come obiettivo generale il supporto ai progetti di localizzazione di attività industriali nei territori, al fine di sostenere questi ecosistemi industriali locali, con il coinvolgimento del braccio pubblico, rappresentato da Bpifrance.  

Nel caso dell’elettrodomestico è possibile avanzare un ulteriore esempio di processo di aggregazione: quello cioè che potrebbe coinvolgere anche i principali attori del settore della refrigerazione industriale. In questo modo si potrebbe: a) dar vita ad un forte soggetto industriale del settore; b) rafforzare ulteriormente la filiera in quanto la produzione di compressori avrebbe come riferimento principale a livello nazionale questo soggetto. Il soggetto industriale risultante da questa aggregazione avrebbe dimensioni rilevanti, come si può notare dalla tabella 11. 

Tabella 11. Un esempio di “campione nazionale” derivante da un processo di aggregazione in termini di valore della produzione (dati dai bilanci aziendali).

ImpresaValore della produzione (2019) – dati in migliaia di euroDipendenti
Ali Group458,911.677
Arneg272,51671
De Rigo Refrigeration54,95276
Epta Costan381,991.920
Rivacold167,93981
Totale1.336,2385.525

Questa aggregazione darebbe vita a un produttore con 1,3 miliardi di valore della produzione e 5.525 dipendenti (contando solo quelli direttamente dipendenti dall’azienda). In questo esempio andrebbe inserito anche il settore professional di Electrolux. 

Ovviamente non esiste nessun automatismo che porterebbe a un rafforzamento della filiera. Se questi processi venissero lasciati al mercato non vi sarebbe nessuna garanzia di tenuta per la filiera di fornitura degli impianti di refrigerazione, a partire dalla produzione del compressore. Si renderebbe necessario, come anticipato, accompagnare questi processi di aggregazione tramite lo strumento del Contratto di sviluppo. 

I riferimenti all’utilizzo di specifici e concreti strumenti di intervento, già esistenti, muovono dalla preoccupazione di costruire ipotesi di politica industriale che siano credibili e fattibili con gli elementi che sono a disposizione di un governo; altrimenti qualsiasi ragionamento si limiterebbe a un esercizio di stile. 

Un nuovo concetto di Made in Italy

In entrambi i casi (occhialeria ed elettrodomestico), si rende necessaria una ridefinizione del marchio Made in Italy, anche per evitare, come nel caso di Smeg, che si consideri fabbricato in Italia un frigorifero realizzato da Beko in Turchia e Spagna, sul quale vengono assemblati in Italia solo porta, tetto e fianchi. Così come non può essere considerato Made in Italy un occhiale che viene realizzato pressoché interamente in Cina e che in Italia è oggetto soltanto di attività di tampografia e abbellimento. Nel caso dell’elettrodomestico si dovrebbe verificare se è compatibile con la filiera dell’arredamento.

In questo senso l’articolo 60 del Codice Doganale dell’UE, al comma 2, prevede una disposizione che sembra fatta apposta per ridicolizzare il concetto di Made in Italy, laddove recita che le merci sono considerate originarie del paese in cui hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale.  

Anche la “Regola del valore aggiunto dell’X%” è poco tutelante, in quanto si limita a indicare una percentuale di valore aggiunto da realizzare per ottenere l’indicazione di origine. Nel caso dell’Italia il valore aggiunto minimo deve essere del 45%: appare abbastanza chiaro come, a occhiali provenienti dalla Cina, basti ben poco per aggiungere questa quota di valore aggiunto.

Per questo appare necessario ridefinire il concetto di “Made in Italy”, per riservare  gli strumenti di sostegno pubblico (in termini di sostegno a R&D e supporto agli investimenti ecc.) solo a produzioni realizzate veramente in Italia.

I canali commerciali e l’internazionalizzazione

Il Pnrr prevede una specifica linea di intervento (sempre alla M1C2, Investimento 5) attraverso il rifinanziamento del Fondo 394/81 gestito da Simest che eroga sostegno finanziario alle imprese, in particolare Pmi, per sostenerne l’internazionalizzazione mediante vari strumenti. 

L’individuazione di nuovi canali commerciali appare un passaggio obbligato in particolare per l’occhialeria, che si basa in maniera significativa sull’export; al tempo stesso un servizio di logistica centralizzata potrebbe fornire+- un adeguato supporto all’attività del settore. Non si tratta di costituire un unico distributore commerciale, ma piuttosto di fornire un servizio centralizzato di logistica a supporto delle imprese del territorio, a partire da quelle di dimensioni inferiori. 

Il supporto ai processi di internazionalizzazione, tuttavia, non può avvenire a spot o a sportello per ogni singola realtà imprenditoriale, ma deve essere programmato attraverso uno specifico strumento (Accordo di programma ecc.) che assuma come unità minima di intervento l’intero distretto. Anche in questo caso, quindi, parliamo di strumenti concreti esistenti da collocare, tuttavia, in un quadro più ampio di politica industriale, da realizzare con strumenti di programmazione quali appunto gli Accordi di programma. 

Transizione 4.0 

Il Pnrr prevede quasi 19 miliardi di euro per sostenere, tramite agevolazioni fiscali, gli investimenti delle imprese in beni strumentali materiali e immateriali 4.0, nonché attività di R&D&I.

Questa linea di intervento è già stata oggetto di un’ampia analisi critica sul numero precedente di OPM. Queste risorse non possono essere elargite alle imprese senza la definizione di precisi vincoli sociali e industriali al loro utilizzo. Andrebbero pertanto definiti strumenti (Contratti o Accordi di programma) in grado di fissare precisi impegni da parte delle imprese che intendono fruire di questi sostegni. A titolo di esempio:

  • il divieto di procedere con licenziamenti o con altre forme di riduzione dell’occupazione per i prossimi dieci anni;
  • il divieto di delocalizzare la produzione o parti di essa, così come di esternalizzare parti del ciclo, di appaltare ecc.;
  • meccanismi premianti per chi intende reinternalizzare, generando incrementi occupazionali, parti del ciclo precedentemente esternalizzate o delocalizzate;
  • l’impegno a garantire il pieno esercizio dei diritti sindacali: la contrattazione di secondo livello; la possibilità di contrattare qualità e volumi degli investimenti e l’organizzazione del lavoro (compresi tempi e metodi); la rappresentanza democratica di tutti i lavoratori coinvolti nel processo produttivo (contrattazione inclusiva ecc.);
  • piani di miglioramento dell’ambiente di lavoro in grado di assicurare condizioni di salute e sicurezza tramite investimenti e interventi adeguati ecc.

Conclusioni

Abbiamo analizzato i settori dell’occhialeria e della refrigerazione, che costituiscono due specializzazioni produttive del territorio bellunese e che sono attraversati da processi di riorganizzazione e di crisi molto significativi. 

La ricostruzione dei cicli di produzione e delle filiere è avvenuta in maniera collettiva, tramite momenti di inchiesta condotti con i delegati e i funzionari sindacali di questi settori. In maniera altrettanto collettiva sono state discusse e definite le ipotesi di politica industriale possibili per questi settori, alla luce degli strumenti già previsti dalla normativa e dal Pnrr. 

Vanno evitate illusioni sul fatto che governo e Confindustria (o le singole imprese) si muoveranno, spontaneamente, nelle direzioni indicate. Non basta, cioè, indicare gli obiettivi giusti e gli strumenti concreti per perseguirli: sarà tutto rimesso al conflitto di classe. Ecco perché la costruzione di un punto di vista autonomo e indipendente delle lavoratrici e dei lavoratori appare come un momento ineludibile per mettere in campo iniziative concrete, che consentano di tracciare e sostenere politiche industriali e forme di intervento pubblico alternative alla logica egemone. 

La digitalizzazione secondo il Recovery

Francesco Garibaldo

Matteo Gaddi ha analizzato l’insieme del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Data l’importanza della digitalizzazione, può essere utile un approfondimento specifico di tale strategia applicata alle imprese.

Nel Pnrr la digitalizzazione e l’innovazione sono uno dei tre assi strategici del piano che prevede sei missioni articolate in sedici componenti. Essa informa la Missione 1 dal titolo “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” che a sua volta registra tre componenti: la pubblica amministrazione, le imprese e il turismo. Mi concentrerò sulla seconda componente che viene classificata come “Transizione 4.0”.

Vale la pena riportare per intero la descrizione del compito di “Transizione 4.0”: 

La seconda componente riguarda l’innovazione e la digitalizzazione delle imprese (Transizione 4.0), ivi comprese quelle del comparto editoria e della filiera della stampa, la realizzazione di reti ultraveloci in fibra ottica, 5G ed investimenti per il monitoraggio satellitare. In quest’ottica, gli incentivi fiscali inseriti nel Pnrr sono riservati alle imprese che investono in beni strumentali, materiali e immateriali, necessari a un’effettiva trasformazione digitale dei processi produttivi, nonché alle attività di ricerca e sviluppo connesse a questi investimenti. Si prevedono inoltre progetti per sostenere lo sviluppo e l’innovazione del Made in Italy, delle catene del valore e delle filiere industriali strategiche, nonché la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione delle imprese, anche attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari a leva.

Sotto un’unica voce, quindi, sono ricompresi sia l’obiettivo della digitalizzazione, interpretato come processo innovativo, sia la realizzazione delle infrastrutture necessarie a sfruttare in modo efficace le potenzialità del digitale, avendo come platea tutte le imprese, ma con una particolare attenzione alle catene del valore e alle filiere strategiche. 

La sola componente riservata alle imprese vale 24,3 miliardi cioè quasi il 60% della Missione 1 che a sua volta rappresenta poco più del 21% del totale del Piano. Se si considerano sia i progetti nuovi che quelli in essere, risulta la seconda più rilevante in termini di risorse, dopo la “rivoluzione verde e la transizione ecologica”, delle sei missioni del Piano. D’altra parte, considerando solo i nuovi progetti le prime due risultano equivalenti. 

Questa componente prevede cinque interventi: la vera e propria “Transizione 4.0”, che impegna circa il 60% dei 24,3 miliardi previsti, e poi, in ordine di importanza: “reti ultraveloci”, “politiche industriali di filiera e internazionalizzazione”, “tecnologie satellitari ed economia spaziale”, “investimenti ad alto contenuto tecnologico” (cioè sostanzialmente l’industria dei microprocessori).

A parte vengono trattati gli interventi pubblici infrastrutturali per sviluppare, come viene sottolineato, azioni orizzontali e automatiche in una logica di neutralità tecnologica. Qui lo strumento principe è il credito di imposta, seguito da incentivi mirati, come nei casi delle filiere e dell’internazionalizzazione delle imprese.

Già dai titoli dei capitoli si comprende che il processo viene concepito come un adeguamento in itinere a un modello competitivo le cui caratteristiche fondamentali sono, tuttavia, di fatto già parte di uno standard definito: quello del progetto tedesco Industria 4.0 che, nella sua gestazione, risale al 2011.

Alla base c’è il concetto di sistemi cyber-fisici, che su scala macro sono costituiti da reti globali che incorporano macchinari, sistemi di stoccaggio e siti produttivi attraverso la cosiddetta “Internet delle cose” (Internet of Things, IoT), che collega “oggetti intelligenti” in grado di connettersi a una rete per elaborare dati e scambiare informazioni con altri oggetti. 

 Nella manifattura una delle idee chiave del nuovo standard è stata così riassunta da Hirsch-Kreinsen nel 2014: 

Raggiungere un nuovo livello di automazione che è basato sulla ottimizzazione continua di componenti di sistema decentrati e intelligenti e sulla loro capacità di autoregolarsi rispetto a condizioni esterne che cambiano dinamicamente, per esempio le condizioni dei mercati di sbocco, della produzione e delle catene logistiche, o a richieste in tempo reale dell’ambiente esterno [..], in altre parole i limiti attuali tecnologici ed economici dell’automazione stanno per essere spezzati ed estesi in risposta alle nuove domande poste dalla flessibilità.

Si tratta cioè di conquistare per via tecnologica una flessibilità estrema, in tempo reale, senza dover sacrificare i vantaggi storici della produzione di massa; di qui la teorizzazione del cosiddetto lotto zero o lotto uno, a seconda dei termini che vengono preferiti. 

Di cosa si tratta? La produzione di massa del Novecento si è basata sull’idea di ridurre i costi di produzione con la catena di montaggio e la riduzione di lavori complessi a lavori più semplici, dove possibile elementari. Questo ha funzionato benissimo finché si è trattato di produzione di beni uguali tra loro o con ridottissime differenze. La catena di montaggio, infatti, presuppone di potere programmare quantità significative di produzione per periodi definiti con notevole anticipo: nella programmazione entrano quindi un numero minimo di pezzi da realizzare e la dimensione dei lotti da produrre, che cambia a seconda dei prodotti. 

I pezzi necessari al processo produttivo, o le parti premontate utilizzate nell’assemblaggio finale, vengono fatti affluire alla catena con regolarità e precisione. Il limite di questo sistema produttivo è determinato dal fatto che a ogni cambio significativo di prodotto la catena va riorganizzata anche fisicamente: cambiano le distanze tra le singole postazioni, cambiano i componenti utilizzati, cambiano gli strumenti necessari. 

Questi cambiamenti per l’impresa comportano un doppio costo: da una parte quello costituito dal tempo perso per riattrezzare e risettare la catena, dall’altra la necessità di disporre di nuove attrezzature. Si pensi che nell’industria automobilistica ci sono 20.000 parti dettagliate con circa 1.000 componenti chiave da gestire, il che significa che le possibili configurazioni dei prodotti finali sono, in teoria, milioni; mentre nella realtà concreta della produzione si può comunque parlare di diverse migliaia di prodotti che vengono realizzati e che differiscono in base alle varianti e agli optional.

L’idea di personalizzare in maniera spinta il prodotto con questo modello era quindi irrealizzabile, al massimo la customizzazione poteva avvenire tramite attività di post produzione di tipo estetico o tramite l’aggiunta di parti non funzionali. La possibilità offerta della digitalizzazione consiste nel riuscire a gestire e processare, sulla stessa linea di montaggio, prodotti anche molto differenti tra loro, concepiti e progettati per soddisfare la richiesta di un singolo cliente, senza dovere riattrezzare la linea a ogni cambio di prodotto. Per esempio, una motocicletta personalizzata per un cliente specifico può essere prodotta sulla stessa linea di montaggio dove vengono alternati prodotti diversi, sino al caso estremo in cui vengono inseriti in essa prodotti tutti diversi, avviati alla produzione in modo casuale, cioè senza alcuna pianificazione preventiva, ma semplicemente sulla base degli ordini di produzione che vengono acquisiti.

Sostanzialmente la programmazione della produzione avviene in tempo reale, sulla base delle richieste che pervengono dai singoli clienti. Un esempio personale: ho comprato un’auto nuova e mi è stato comunicato che la “mia auto” con le “mie specifiche” era stata messa in produzione, ovviamente assieme ad altre diverse da essa, ma sulla stessa linea di montaggio. In questo modo il lotto che è possibile realizzare sia tecnicamente che economicamente è il lotto di un solo prodotto: quello che in precedenza è stato indicato come il “lotto uno” o, enfaticamente, il “lotto zero”. Questa riconfigurazione continua e flessibile dei processi produttivi, tramite le innovazioni tecnologiche della digitalizzazione, consente di combinare i vantaggi della produzione di massa, cioè di sfruttare le economie di scala derivanti dai grandi volumi, con quelli di una produzione di tipo “artigianale”, cioè in grado di garantire un prodotto personalizzato.

La seconda idea chiave è costituita dalla riorganizzazione delle catene di subfornitura che, tramite queste nuove tecnologie, verrebbero organicamente integrate nel modello flessibile delle imprese centrali, a costo ovviamente di una oggettiva subordinazione strutturale. Una conseguenza di tale processo è la possibilità di integrare organicamente anche attività geograficamente disperse, arrivando sino al singolo individuo: fenomeno al quale comunemente ci si riferisce con il termine di “economia delle piattaforme”. 

Cosa si intende quando, parlando di nuovo tipo di impresa, si utilizza il termine “piattaforma”? In sostanza si tratta di un’attività economica di intermediazione online; quando questa attività riguarda il lavoro vi è la possibilità di lavorare senza un orario predefinito e senza una sede specifica – come accade oggi per chi lavora da casa – e, cosa molto rilevante, la paga può essere calcolata sulla base di una retribuzione a pezzo per un singolo compito da svolgere o per il singolo bene da produrre. I giganti di questo nuovo settore sono Google, Apple, Facebook, Netflix e Amazon. Queste attività mediate dalla rete consentono alle imprese di esercitare dei livelli molto elevati di controllo sulle prestazioni di chi lavora, e anche sugli utenti, tanto che che questa possibilità ha dato origine ad una nuovo fenomeno definito da alcuni come “capitalismo della sorveglianza”.

La nuova forma di impresa, intesa come piattaforma, è importante perché non riguarda solo le aziende che dominano la rete, ma diventa il modello di riferimento trasversale a tutti i settori, da quelli industriali tradizionali a quelli puramente finanziari, attraversando anche i servizi e le attività commerciali tradizionali.

Infine, la terza idea chiave è costituita dalla valorizzazione estrema dei prodotti fisici attraverso l’integrazione diretta di servizi a richiesta, i cosiddetti “prodotti intelligenti”, resi tali dall’inserimento di tecnologie digitali ed Ict che consentono loro di ricevere, immagazzinare, elaborare e trasmettere dati e informazioni.

Il punto è che tale processo non è solo e principalmente tecnologico, infatti non è nemmeno omogeneo e lineare; più che di uno standard si tratta di obiettivi perseguiti e ottenuti con percorsi alternativi e da un punto di vista sociale con risultati opposti.

Vale la pena, inoltre, sottolineare che la formula di interventi automatici e orizzontali esclude, in teoria, un ruolo selettivo e di orientamento strategico da parte del potere pubblico, in modo coerente con l’idea di perseguire modelli e standard ben definiti.

Un’analisi anche superficiale di quanto già realizzato da aziende innovative non solo in Germania, ma anche in Italia, evidenzia come la situazione sia tutt’altra.

Il motore trainante non è la tecnologia ma una trasformazione radicale del rapporto tra produzione e mercato, con una preminenza della domanda in tempo reale come criterio fondante dei modelli di impresa e della loro organizzazione; la tecnologia è lo strumento per implementare questo modello. In assenza di condizionamenti sociali importanti, come per esempio i sindacati, la trasformazione è guidata dall’imperativo di eliminare ogni tempo morto e di disciplinare la forza lavoro in modi senza precedenti, grazie alla possibilità di un monitoraggio costante della prestazione lavorativa tramite, appunto, questi dispositivi e le tecnologie della rete. Parallelamente è stato costruito il mondo delle piattaforme logistiche, del crowd-working, dei lavoretti, di quei lavori cioè, legati alle piattaforme online in cui i committenti postano su una bacheca virtuale i lavori disponibili e si rivolgono a chiunque desideri candidarsi a svolgere quel lavoro.

Analogamente i rapporti tra imprese centrali e rete produttiva – specialmente di fornitura, in assenza di poteri pubblici interventisti – spostano il rapporto di potere in maniera radicale a favore delle aziende centrali; in una situazione di reti globali o, nella nuova versione post pandemia, di reti per grandi aree geo-economiche, questi sbilanciamenti di potere si traducono in sentieri di crescita industriale depauperati per i Paesi e le zone satellite.

Non si intende mettere in discussione la necessità di implementare processi di digitalizzazione dei processi produttivi, ma nel perseguirli occorre mettere al centro dei criteri sociali selettivi su come realizzarla, in particolare dal punto di vista del lavoro. Un conto, per esempio, è l’introduzione di strumenti che alleggeriscono, tramite interfacce intelligenti e robot connessi, il carico fisico e mentale di chi lavora, o la capacità di leggere in anticipo i segnali inerenti alla fatica della prestazione lavorativa e/o afferenti il rischio per la salute e sicurezza nelle attività svolte, tanto da individuare gli oggettivi elementi di pericolo. Completamente un altro conto è l’algoritmo che controlla i fattorini di Amazon, o che definisce il taglio dei tempi di lavoro e che viene realizzato grazie a un controllo diffuso e in tempo reale del processo produttivo, teso all’eliminazione di tutti i “tempi morti”, considerando tali anche i tempi fisiologici di recupero tra i compiti lavorativi. 

Ciò richiede un’iniziativa sindacale che non può essere ristretta, come sta accadendo, solo ai punti forti della presenza sindacale. Questo presuppone che vi siano delle linee guida pubbliche, che sia sancito il diritto all’informazione anche nelle aziende minori nel momento dell’introduzione di tali trasformazioni, e che si sviluppi una discussione pubblica nazionale sulle modalità e gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Analogamente serve un intervento di orientamento e sostegno attivo, da parte dei poteri pubblici, sulla riorganizzazione delle catene di fornitura con particolare attenzione alle Pmi e alle microimprese. Questi interventi, per ora insufficienti, hanno bisogno di trovare una spinta nei movimenti sociali, oltre alla sfera del sindacato.

Vi è infine il problema dell’occupazione. È troppo presto per riuscire a trarre conclusioni fondate sugli impatti occupazionali di un esteso processo di digitalizzazione. I risultati oggi disponibili sono inconcludenti e certamente fortemente differenziati da un settore all’altro, ma è certamente prevedibile che tali effetti dipenderanno anche da come si realizzerà il processo e ancora una volta il potere pubblico deve maturare delle opinioni fondate su cosa va incentivato e cosa no, e su un nuovo corso di politiche per la piena occupazione.

Per quanto riguarda gli aspetti infrastrutturali, gli obiettivi sono da raggiungere il più rapidamente possibile poiché costituiscono il presupposto materiale di ogni possibile scelta. Ma anche in questo caso si assiste a un grave ritardo, come nel caso delle rete a banda ultralarga, imputabile in gran parte alla dismissione di un ruolo attivo dello Stato. 

Bibliografia

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F. Garibaldo (a cura di), «Divisione del lavoro, reti di impresa e flessibilità del lavoro: modelli alternativi», in Atti dei convegni dei Lincei 172, Accademia Nazionale di Lincei, Roma, 2001.

F. Garibaldo, «Il capitalismo delle piattaforme», in Lavoro alla spina, welfare à la carte – Lavoro e Stato sociale della gig economy, a cura di A. Somma, Meltemi, Milano 2019.

F. Garibaldo, «Recensione di Il Capitalismo della Sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri», in Quaderni di rassegna Sindacale, n. 1-2, 2020.

F. Garibaldo, «Una nuova fase del capitalismo, una nuova classe operaia. Quali conseguenze politiche?», in Economia& Lavoro, n. 2, 2020.

N. Srnicek, Platform Capitalism, Polity Press, Cambridge 2017.