L’effetto lockdown sulla scuola

Di Monica Di Barbora

Nota: il testo è stato redatto a conclusione dell’anno scolastico 2019/20; l’impianto dell’articolo è strutturato, quindi, sulla prima esperienza di didattica a distanza nel periodo marzo/giugno. Sono stati, tuttavia, inseriti degli aggiornamenti a novembre a fronte di alcuni recenti studi e importanti novità.

Ne siamo usciti peggiori. Fare un bilancio della didattica emergenziale online che vada oltre la mera valutazione pedagogica ma provi a pensare al sistema dell’istruzione come parte fondamentale di un più ampio contesto sociale non consente un grande ottimismo. Sgombriamo subito il campo da ogni fraintendimento: i/le docenti, nella maggioranza dei casi, si sono messi in gioco con grande disponibilità e creatività. E bambine e bambini, ragazze e ragazzi hanno affrontato, in età critiche e delicate, una situazione complessa per la quale nessuno li aveva preparati. Inoltre, era oggettivamente difficile immaginare un’alternativa plausibile in una situazione così drammatica.

Ciononostante i problemi emersi sono considerevoli e coinvolgono una pluralità di piani, al di là delle valutazioni più strettamente didattiche. In generale, possiamo dire che la chiusura delle scuole ha generato un incremento delle diseguaglianze in diversi ambiti. Il punto è che lo stravolgimento comportato dal confinamento si è innestato su un sistema che dalle disparità trae vantaggio.

Per quanto riguarda, più nello specifico, il settore scolastico, è sotto gli occhi di tutti che si tratta di un contesto in enorme sofferenza. Riforme avviate e abbandonate che si succedono praticamente a ogni avvicendamento ministeriale; strutture fatiscenti; problemi annosi nel sistema di reclutamento del personale; scarso riconoscimento economico e sociale della classe docente (ricorderete gli strali della ministra Gelmini contro la scuola “stipendificio” a fronte di stipendi tra i più bassi d’Europa); contenimento delle spese, quando non veri e propri tagli (si veda il rapporto Ocse 2019 che mette a confronto le scuole dei paesi europei su una pluralità di parametri tra cui gli stipendi della classe docente). Del resto, restando sugli investimenti economici nell’istruzione, mentre la media europea destinata a questo settore copre il 10,2% della spesa pubblica totale, l’Italia si colloca all’ultimo posto, con una spesa che è crollata dal 9,1% del 2008 al 7,9% del 2017. Il nostro paese rimane fanalino di coda anche se consideriamo la spesa in relazione al Pil: a fronte di una media europea intorno al 5% l’Italia investe nell’istruzione il 3,8% del proprio prodotto interno lordo. Ripeto il dato: l’Italia è l’ultimo paese in Europa per spesa nell’istruzione. L’ultimo in Europa. Anche il dato in leggera risalita degli ultimi due anni non ci allontana dalla retroguardia. Del resto, la comunicazione politica e mediatica, nel suo complesso, non considera affatto cultura e educazione come asset prioritari.

Questa panoramica di estrema sintesi fornisce qualche elemento all’interno del quale inquadrare gli effetti che la chiusura delle scuole ha prodotto. Un sistema fragile non poteva che uscire ulteriormente indebolito da questo colpo. Vediamone alcuni aspetti.

Disegno: Diego Miedo

Partiamo dal cuore della scuola: studentesse e studenti. I dati sull’effettiva possibilità di accesso alle lezioni online sono preoccupanti. A fine marzo, secondo i dati forniti dalla ministra Azzolina durante un’interrogazione parlamentare, il 6% degli alunni non partecipava alle lezioni a distanza. Si tratta, grosso modo, di mezzo milione di ragazze e ragazzi. L’11% degli alunni e delle alunne con problemi di apprendimento, inoltre, a quella data, non aveva ricevuto dalle scuole materiali appositamente strutturati per andare incontro alle loro difficoltà. Ancora più preoccupanti i dati forniti, nello stesso periodo, dalla Caritas ambrosiana che rilevava come, in area milanese, uno studente su due non aveva avuto accesso alle lezioni online e uno su cinque non aveva a propria disposizione un dispositivo o una connessione per seguire le ore di scuola da casa. Su scala nazionale, una ricerca dell’Istat pubblicata nel mese di aprile fissava a un terzo le famiglie italiane prive di un computer o un tablet in casa. Al quale aggiungeva un dato forse ancora più sorprendente: due adolescenti su tre (14-17 anni) hanno competenze digitali basse o di base.

Eppure, in teoria, non si sarebbe dovuti partire da zero, la legge 107/2015, cosiddetta “della buona scuola”, aveva, infatti, lanciato il Piano nazionale per la scuola digitale. I mesi di blocco della scuola in presenza avrebbero potuto opportunamente anche essere utilizzati per una valutazione del Piano: cosa ha funzionato e cosa no? A che punto è l’implementazione dei punti previsti? Cosa si può migliorare? Quali modifiche andrebbero apportate alla luce della sperimentazione massiccia della didattica a distanza emergenziale?

Un altro aspetto che emerge con chiarezza dalle ricerche di questi mesi è che scarsi mezzi e scarse competenze tendono ad abbinarsi a una bassa collocazione socio-economica delle famiglie. Un bambino su due inserito nel progetto “Fuoriclasse” dell’associazione Save the children, diretto a famiglie svantaggiate, non ha accesso a Internet. Un istituto comprensivo di Arzano, cintura di Napoli, ha perso per strada il 40% dei propri alunni. Si tratta, molto spesso, di famiglie di recente immigrazione in cui ai problemi economici si aggiungono quelli linguistici.

È drammaticamente evidente come il contesto famigliare abbia, insomma, giocato un ruolo primario nell’accesso più o meno soddisfacente alle lezioni a distanza. Avere alle spalle una famiglia con un’abitazione che consentisse di avere “una stanza tutta per sé” oltre a un computer e una connessione a disposizione di ogni figlio/a e che avesse le risorse culturali per sostenerli nei momenti di difficoltà nell’apprendimento ha fatto la differenza. La classe sociale di appartenenza, che vede stemperate, anche se non annullate, le proprie ricadute sull’apprendimento nella situazione relativamente neutra della scuola pubblica, torna a essere elemento assolutamente discriminante nella scuola “a casa”. Un problema che non affligge solo il nostro paese. In Gran Bretagna ha avuto larga eco un’inchiesta del quotidiano The Guardian che sottolineava come mantenere le scuole chiuse porterà a un incremento delle diseguaglianze sociali.

Conferma il problema anche una recente indagine di un pool di ricercatori delle università di Oxford e Stoccolma, significativamente intitolata Learning Inequality During the Covid-19 Pandemic, che si è concentrata sulla situazione olandese, considerata ideale perché la chiusura è stata limitata a otto settimane e non esistono problemi di connessione e accesso agli strumenti tecnologici. Il quadro è sconfortante: l’inchiesta ha infatti rilevato un “deficit di apprendimento” pari a circa un quinto dell’anno scolastico, grosso modo corrispondente alle settimane di chiusura della scuola. Non solo, per studentesse e studenti provenienti da famiglie con un basso livello di istruzione, la perdita è superiore fino al 55% rispetto a quella media.

A questa situazione già preoccupante si aggiunga che la chiusura di molte attività durante il cosiddetto lockdown ha indebolito la situazione economica anche di famiglie che fino a quel momento erano, sotto questo profilo, solide, allargando la fascia di studentesse e studenti a rischio. Secondo un’indagine condotta da Ipsos nel mese di agosto, una famiglia su dieci temeva di non poter pagare i libri scolastici alla ripresa. Non solo, lo spettro dell’impoverimento e della necessità addirittura di essere costretti, o meglio costrette, a lasciare il lavoro per seguire i figli a casa in caso di nuova chiusura, ha portato l’8% delle famiglie intervistate a riprogrammare la scelta scolastica e a reindirizzare figlie e figli, inizialmente destinati a un liceo, verso un percorso più immediatamente spendibile nel mondo lavoro in un istituto professionale.

La prospettiva di essere obbligate a lasciare il lavoro per seguire figlie e figli a casa, o con orari scolastici differenziati, pesa soprattutto sulle donne. Secondo la già citata ricerca Ipsos per Save the children, tra chi pensa di abbandonare la propria occupazione per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia ci sono il 23% delle madri e il 4% dei padri. Per il nostro paese, il dato non è, purtroppo, una sorpresa. Nell’ultima edizione dell’annuale Gender gap report, l’Italia perde addirittura posizioni mostrando un accrescimento del divario tra donne e uomini. Ancora una volta, i problemi legati all’esplosione pandemica si innestano su una situazione già problematica, rendendone ancora più drammatici gli effetti. Ha confermato questo cupo quadro un’indagine pubblicata nello scorso mese di luglio dall’Università di Milano Bicocca – a cura di Pastori, Mangiatordi, Pagani, Pepe – su un campione di circa settemila genitori. La ricerca ha calcolato, tra l’altro, la media delle ore giornaliere passate da un genitore, nella maggioranza dei casi la madre, ad accompagnare figlie e figli nell’attività scolastica: per la scuola primaria la media è addirittura 3,2 ore al giorno, quasi un part-time che scendono a 2,8 nella secondaria di primo grado e a 2 nella secondaria di secondo grado. Le emozioni collegate all’esperienza sono state, nell’ordine: frustrazione, solitudine, rabbia, ansia, senso di inadeguatezza. Bisogna arrivare al sesto scalino per trovare la prima emozione positiva, la soddisfazione, percepita dal 2,52% delle intervistate (le madri che hanno risposto al questionario sono state il 94%).

È evidente come il
contesto famigliare
abbia giocato un
ruolo primario
nell’accesso più o meno
soddisfacente alle
lezioni a distanza

Non che l’Italia sia l’unico paese a riscontrare questa diseguaglianza. In ambito sovranazionale, una serie di inchieste, segnalate da The Guardian e Nature, ha rilevato, per esempio, come la chiusura totale abbia impattato negativamente sulle docenti universitarie che hanno pubblicato meno e attivato un minor numero di progetti di ricerca. Al contrario, gli articoli dei docenti uomini hanno visto un incremento addirittura del 50%. Evidente riflesso di come i compiti di cura e i lavori domestici rimangano fondamentalmente appannaggio delle donne.

Ma l’insegnamento a distanza apre anche un’altra serie di questioni sul ruolo e i diritti delle/dei docenti nelle università, trasversali al genere. La didattica a distanza o blended (che integra teledidattica e insegnamento in presenza) sembra essersi perfettamente inserita all’interno di una tendenza alla digitalizzazione del lavoro docente già in atto nelle università e che risponde quasi esclusivamente a logiche di mercato. Del resto, già nel 2012 un documento della Fondazione Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) definiva lo studente che si immatricola come “un semilavorato pregiato in ingresso” che, dopo la laurea, si trasforma in un “output” del processo formativo universitario. Alle/ai docenti, quindi, spetta il compito di completare “la lavorazione” per ottenere un “prodotto” integrato e socialmente (cioè, di fatto, economicamente) funzionale. Secondo le/i docenti universitari firmatari/e dell’appello “Disintossichiamoci – sapere per il futuro”, scritto proprio per opporsi a questa deriva, la teledidattica attivata dalle università a seguito dell’emergenza non sarebbe, appunto, uno strumento emergenziale, ma la prefigurazione dell’obiettivo finale. Con buona pace dell’autonomia didattica, dei diritti sindacali delle/dei docenti, della garanzia di un lavoro stabile, delle regole minime di privacy di docenti e studentesse/i.

La situazione per il corpo insegnante non è molto migliore nelle scuole primarie e secondarie. Un’indagine su più di mille docenti promossa dalla Flc-Cgil in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Di Vittorio, condotta su un campione di oltre mille docenti e pubblicata nello scorso ottobre, «ha indagato i processi decisionali attuati nei contesti scolastici; l’esperienza pregressa di didattica a distanza e i percorsi formativi per i docenti; gli strumenti a disposizione e le modalità adottate per la didattica; la partecipazione degli studenti ai corsi e le disuguaglianze; il carico di lavoro per i docenti e la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro; le difficoltà incontrate e il giudizio complessivo su questa esperienza». Il termine “diseguaglianze” torna più e più volte anche in questa ricerca, così come l’evidente squilibrio tra impegno personale di gran parte del corpo docente (il 90% del campione ha definito “aumentato” il proprio carico di lavoro che, per l’88%, ha comportato anche difficoltà nella conciliazione dei tempi) e scarso o nullo riconoscimento di questo impegno, in termini professionali e di riscontro economico. Solo il 30,8%, meno di un terzo quindi, è riuscito a raggiungere, con la didattica da casa, la totalità delle      proprie studentesse e studenti, con i problemi maggiori rilevati da docenti del Sud del paese.

La necessità ha portato infatti, tra l’altro, a un utilizzo costante delle piattaforme di insegnamento online (peraltro tutte di proprietà privata, mentre è praticamente sconosciuta la piattaforma completamente gratuita nata dal Consortium Garr, in collaborazione con lo stesso Miur). Questo, a sua volta, ha comportato una serie di aggravi per il corpo docente: formazione e autoformazione in corso d’opera, utilizzo di propri strumenti con conseguente aumento delle spese, accresciuto numero di ore di lavoro, difficoltà a separare il tempo-lavoro dal tempo cosiddetto libero… Un impegno che in molte e molti si sono assunte/i con coscienza ma che non è stato affiancato da alcun riconoscimento di tipo sindacale (nonostante il decreto legge 8 aprile 2020, n. 22, convertito con modificazioni dalla legge 6 giugno 2020, n. 41, prevedesse che le prestazioni a distanza del personale docente dovessero essere regolate mediante un apposito accordo contrattuale integrativo) né economico. Purtroppo, anche in questo caso, ci troviamo su una linea di progressione che era già ben evidente prima della pandemia: il costante aumento delle richieste in termini formativi, di tempo, di incombenze burocratiche non corrisponde a un miglioramento della condizione del corpo insegnante. Ne sono un esempio il recente caso delle modalità di introduzione dell’insegnamento dell’educazione civica o l’ordinanza ministeriale relativa ai corsi di recupero: a partire da questo anno scolastico, 2020/2021, viene introdotto l’insegnamento dell’educazione civica come disciplina a sé stante, ma nessun compenso aggiuntivo è dovuto alle/ai docenti che la insegneranno, mentre può essere valutata dal singolo istituto un’eventuale retribuzione aggiuntiva della coordinatrice o del coordinatore (Legge n. 92 del 20 agosto 2019). È vero che l’inserimento della nuova disciplina non comporta un aumento delle ore di docenza ma è anche vero, come sa qualunque insegnante, che alle ore di lavoro passate in classe vanno aggiunte le ore di formazione (in particolare nel caso dell’inserimento di una nuova disciplina), le ore di preparazione delle lezioni, le ore di stesura e correzione delle verifiche, le ore di riunione e confronto con colleghe e colleghi (in particolare nel caso di un insegnamento trasversale alle diverse materie come questo). In merito ai corsi di recupero lo scorso 26 agosto il ministero ha inviato la nota 1494 ai dirigenti scolastici che stabiliva, contro il parere dei sindacati, che non fossero retribuite le attività di recupero connesse ai Pia (Piani integrazione apprendimenti) e Pai (Piani apprendimento individualizzato), corsi da svolgersi dal 1° settembre alla ripresa delle lezioni.

Soltanto il 6 novembre scorso, dopo mesi in cui le/i docenti hanno lavorato a distanza e dopo due mesi dalla ripartenza dell’anno scolastico, la Flc-Cgil ha sottoscritto il contratto integrativo sulla Ddi (la dicitura “Didattica digitale integrata” ha sostituito la precedente Dad, “Didattica a distanza”, nella classica euforia da acronimo ministeriale). Il nuovo contratto, che ora passerà al vaglio delle assemblee di lavoratori e lavoratrici, prevede «un confronto costante su tutte le tematiche connesse all’effettività dell’esercizio del diritto allo studio; l’attivazione di un sistema di relazioni sindacali che, in maniera permanente e sistematica, affronti le questioni relative al lavoro di tutto il personale della scuola; il finanziamento della formazione del personale anche in conseguenza dell’applicazione del Ccni sulla didattica digitale integrata. Il Ministero ha garantito altresì il sostegno al lavoro del personale docente e del personale a tempo determinato che non dispone della card per le spese in strumentazione tecnologica per la Ddi, e lo stanziamento delle risorse finanziarie per implementare la connettività delle scuole anche attraverso la dotazione di una piattaforma per la didattica digitale accessibile gratuitamente alle studentesse, agli studenti e al personale. È stata stabilita inoltre l’apertura, entro il mese di novembre, di un confronto sul lavoro svolto in modalità agile da parte del personale amministrativo, tecnico e ausiliario». Un primo passo nella giusta direzione, quindi, che sembrerebbe confermato dalla dichiarazione congiunta di Miur e parti sindacali del 9 novembre scorso, ma ancora tutto da costruire e verificare.

Non solo, proprio le/i docenti hanno anche svolto la funzione di capri espiatori di tutte le difficoltà riscontrate, con un ulteriore indebolimento del loro già scarsissimo riconoscimento sociale.

In conclusione, l’emergenza seguita alla pandemia non ha portato a un cambiamento delle dinamiche ma, semplicemente, a uno scarto nella scala di velocità di un processo che ha radici profonde, non solo all’interno del mondo dell’istruzione ma nella visione economica sociale dominante, e del quale non abbiamo ancora visto tutti gli effetti.

Bibliografia e sitografia

Tutti i siti sono stati consultati l’ultima volta il 10 novembre 2020.

R. Adams, H. Stewart, «Keeping schools closed in England will widen inequalities – study», The Guardian, 18 maggio 2020.

«Caritas ambrosiana: didattica a distanza, escluso un alunno su due», Orizzonte scuola, 31 maggio 2020.

D. Di Nunzio, M. Pedaci, F. Pirro, E. Toscano, «La scuola “restata a casa”. Organizzazione, didattica e lavoro durante il lockdown per la pandemia di Covid-19», Working Paper FDV, Flc-Cgil-Fondazione Giuseppe Di Vittorio, n. 2, 2020.

P. Engzell, A. Frey, M. Verhagen, Learning Inequality During the Covid-19 Pandemic, ottobre 2020.

A. Fazackerley, «Women’s research plummets during lockdown – but articles from men increase», The Guardian, 12 maggio 2020.

Flc-Cgil, Comunicato stampa della Flc-Federazione Lavoratori della Conoscenza-Cgil, novembre 2020.

Fondazione Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane), Caf Università. Il modello europeo di autovalutazione delle performance per le università, maggio 2012.

Fondazione Openpolis, Quanto spendono l’Italia e gli altri paesi Ue nell’educazione dei cittadini, 19 dicembre 2019.

Istat, Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi, 6 aprile 2020.

F. Magni, Formazione iniziale e reclutamento degli insegnanti in Italia. Percorso storico e prospettive pedagogiche, Edizioni Studium, Roma 2019.

Miur, Piano nazionale per la scuola digitale.

Oecd, Education at a Glance 2020. OECD Indicators, 8 settembre 2020.

G. Pastori, A. Mangiatordi, V. Pagani, A. Pepe, Che ne pensi? La didattica a distanza dal punto di vista dei genitori, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “R. Massa”, luglio 2020.

M.C. Pievatolo, «Teledidattica: proprietaria e privata o libera e pubblica?», Roars, 8 giugno 2020.

V. Pinto, D. Borrelli, M.C. Pievatolo, F. Bertoni, «Disintossichiamoci. Sapere per il futuro», Roars , febbraio 2020.

V. Pinto, «Didattica blended: una tappa verso l’università delle piattaforme?», Roars, 24 giugno 2020.

Save the children, Progetto Fuoriclasse.

Save the children, La scuola che verrà. Attese, incertezze e sogni all’avvio del nuovo anno scolastico, 4 settembre 2020.

G. Viglione, «Are women publishing less during the pandemic? Here’s what the data say», Nature, 20 maggio 2020.

Worl Economic Forum, Global Gender Gap Report 2020, 2019.

Il lavoro in Veneto. Un’inchiesta di Potere al Popolo!

di Emanuele Caon

Una breve premessa

Durante la fase di maggior emergenza sanitaria PoterealPopolo! (Pap) ha attivato alcune iniziative di solidarietà popolare e un Telefono Rosso: un servizio telefonico di assistenza legale su lavoro e diritti. In Veneto, a fianco di queste attività, da inizio marzo al 4 maggio 2020 si è poi dato vita a un’inchiesta sul lavoro durante l’emergenza. Gli scopi dell’inchiesta erano tre. Innanzitutto tessere relazioni in un momento in cui il lockdown aveva bloccato ogni attività politica di base. Secondo, cercare di capire cosa stesse succedendo, con l’idea di anticipare i tempi: questo a causa dell’impressione che l’emergenza da Covid-19 fosse uno spartiacque tra un prima e un dopo, un vero e proprio evento capace di rimescolare – tanto o poco – le carte in tavola. Infine, le interviste necessarie all’inchiesta si presentavano come un ottimo strumento per agire sulla soggettivazione e la presa di coscienza di lavoratori e lavoratrici.  Un colloquio serrato su argomenti rilevanti e avvertiti come urgenti infatti spinge l’intervistata o l’intervistato a riflettere.

Disegno: Arpaia

L’inchiesta si è mossa secondo una direttrice qualitativa. Sono stati elaborati tre questionari diversificati per lavoro dipendente, freelance e piccoli imprenditori; proponendo l’intervista su appuntamento in forma telefonica. L’unico questionario ad aver dato esiti rilevanti è stato quello sul lavoro dipendente.

Il questionario per i dipendenti era composto principalmente da quesiti su salute, sicurezza e condizioni di lavoro. A partire da domande sui rapporti con colleghi e dirigenti, su momenti di rabbia e occasioni di organizzazione si è cercato anche di cogliere eventuali processi di soggettivazione sia individuali che collettivi; allo stesso fine gli intervistati e le intervistate sono stati sollecitati a fornire idee per fronteggiare l’emergenza e le sue conseguenze.

In pieno lockdown, per realizzare l’inchiesta si è partiti dai conoscenti, amiche, amici e familiari. Sono state tutte interviste telefoniche, alla fine di ogni telefonata si chiedeva di avere qualche contatto per continuare l’indagine, avendo la premura che l’intervistato ci presentasse affinché la nostra chiamata non fosse accolta con sospetto. L’inchiesta si è sviluppata tramite passaparola, seguendo il meccanismo del campionamento a valanga. Nota significativa: alcuni e alcune tra gli intervistati sono entrati direttamente a far parte del gruppo che ha condotto l’inchiesta. 

Nel complesso sono state raccolte centocinquanta interviste, la cui durata media è stata di un’ora, contro i venti minuti previsti; segnale di un certo desiderio da parte di lavoratori e lavoratrici di socializzare la propria situazione. Sul sito Seize the time sono stati pubblicati alcuni contributi su aspetti specifici dell’inchiesta, è anche possibile visualizzare le tabelle di riepilogo dei dati.

La maggioranza delle persone intervistate è composta di giovani entro i trentacinque anni. La popolazione intervistata è ben distribuita sotto il profilo del genere, mentre il dieci per cento degli intervistati si è dichiarato di origine straniera. Sono stati coperti tutti i principali settori con prevalenza del settore privato, dell’industria, dei servizi all’industria, dei servizi alla persona. Metà delle persone intervistate lavora in realtà di medie e grandi dimensioni, mentre l’altra metà in piccole o piccolissime imprese in linea con le caratteristiche del contesto regionale. Tra le aziende appaltanti la metà risulta essere un committente pubblico.

La mancata distinzione
fra luogo di lavoro e luogo domestico si è
accompagnata a forme di apparente
autosfruttamento

2. Lockdown e ristrutturazione del lavoro

Chi ha continuato a lavorare ha riscontrato un aumento dei propri carichi di lavoro. Dalla filiera della grande distribuzione alla logistica, dall’industria al comparto sanitario, lavoratrici e lavoratori hanno dovuto adattarsi a orari e turni più intensi e acquisire una maggiore flessibilità: in breve ci si è dovuti adattare alle nuove esigenze dell’azienda. L’aumento sensibile dei carichi di lavoro si è manifestato in una situazione in cui è stato impossibile sottrarvisi, sia in nome del ricatto occupazionale, sia in nome di un bene collettivo a cui si è sentita la necessità di rispondere. Per esempio, le persone che abbiamo intervistato, impiegate nei supermercati o nel settore sanitario, dichiarano di aver fatto ricorso raramente ai permessi o alla malattia per contenere il peggioramento delle loro condizioni di salute, mentale e fisica, anche a fronte del bisogno.

Coloro che hanno svolto il lavoro da casa in regime di smartworking hanno sperimentato a loro volta situazioni di forte stress, alienazione, aumento dei carichi di lavoro, aumento della richiesta di reperibilità. Queste lavoratrici e lavoratori, anche a fronte dei vantaggi di cui può godere il lavoro da casa (meno costi per l’auto, meno tempo per gli spostamenti) hanno sottolineato l’importanza dell’ambiente di lavoro. Lavorare a casa non è un bene per tutti, chi ha figli ha faticato molto a gestire contemporaneamente lavoro ed esigenze familiari nel momento in cui le scuole erano chiuse. La mancata distinzione fra luogo di lavoro e luogo domestico si è accompagnata a forme di apparente autosfruttamento, intensificato dalla pressione da parte dei capi e del management (telefonate, molte riunioni “inutili”, incombenza di nuove scadenze). In generale il lockdown ha fornito un’occasione per sperimentare lo smarworking in modo esteso. Una volta passata la “fase 1” le aziende sembrano aver intrapreso due strade opposte. Da un lato, la fine del lockdown ha implicato la fine dello smartworking, come se la dirigenza sentisse il bisogno di ritornare a un maggior controllo della propria forza lavoro. Dall’altro, si è adottato la smartworking come modalità ordinaria di lavoro, vedendo in questo un’occasione per risparmiare sui costi (affitto, utenze, rimborsi). In questo caso, oltre al rischio alienazione, bisogna riconoscere il pericolo che il passaggio allo smartworking faccia saltare il concetto stesso di contrattazione collettiva, centrata sostanzialmente sulla paga oraria e sulla regolazione di molti aspetti della prestazione lavorativa.

A confermare una condizione di maggiore ricattabilità è la denuncia da parte di molte e molti dell’abuso della cassa integrazione in regime di smartworking. Una persona su dieci ha raccontato di aver continuato a lavorare a tempo pieno nonostante fosse in cassa integrazione, o di aver appreso che era stata attivata solo in un secondo momento. Seppure in molti e molte abbiano bollato la situazione come – letteralmente – una “truffa allo Stato” a opera delle aziende, si sono sentiti comunque in dovere di lavorare. 

3. Salute e lavoro

La crisi sanitaria ha messo in luce il rapporto tra salute e lavoro, rendendo visibili i problemi dell’esposizione al rischio, la questione della vulnerabilità sociale nel suo complesso e la reazione della classe padronale a queste istanze. In particolare, nella prima fase dell’emergenza coloro che si sono ritrovati a lavorare hanno mostrato, anche attraverso scioperi, l’assurdità delle aperture delle fabbriche. Chi lavorava nelle piccole e medie imprese ci raccontava delle speranze con cui si guardava agli scioperi di marzo, augurandosi che ne seguisse una chiusura generalizzata di tutte le aziende. Molte di queste però non sono risultate sindacalizzate, quindi i lavoratori non si sono uniti agli scioperi.

Parimenti, chi si è ritrovato a lavorare in settori essenziali ha rivendicato maggiormente le tutele sui posti di lavoro. Un pezzo del comparto ospedaliero ha rifiutato l’appellativo di “eroi”, pretendendo piuttosto rispetto per le condizioni di lavoro e salute e dimostrando di preferire i finanziamenti del bene pubblico alla retorica dei sacrifici per la patria.

Nelle interviste effettuate, il tema della salute è andato a intrecciarsi alla questione della cura, intesa come capacità di un sistema di farsi carico dei soggetti in condizioni di vulnerabilità, ma anche di presa in cura dell’ambiente sociale e naturale a tutto tondo. Allo stesso modo chi si è trovato a prestare servizio durante l’emergenza (ma anche disoccupati e precari che per assenza di lavoro si ammalano) ha posto la domanda: «chi si prende cura del lavoro?». A tal proposito è significativo come in molte e molti si siano definiti la “carne da macello” per questo sistema. La crisi sanitaria ha sostanzialmente riportato al centro il tema della salute, facendolo avvertire come legato a doppio filo al tema del lavoro. Nello svolgersi stesso dell’inchiesta si è osservato come, con il passare del tempo, la preoccupazione per la salute sia stata messa in secondo piano rispetto a quella per il lavoro: questo ribaltamento va guardato dritto negli occhi.

Per coloro che hanno vissuto il dramma dell’assenza di reddito (in Veneto dal 23 febbraio al 31 maggio si sono registrate sessantunomila posizioni lavorative in meno rispetto allo stesso periodo del 2019) è stato difficile esprimere a parole la trappola in cui ci si è sentiti cadere: una morsa che stringe tra le privazioni materiali e il bisogno di salute, tra un rinnovato desiderio di tornare al lavoro, e quindi alla “normalità”, e i rischi connessi. 

4. Preoccupazioni

Le preoccupazioni che intervistati e intervistate ci hanno raccontato rendono conto dello scenario davanti a cui ci troviamo. Il cinquanta per cento degli intervistati si è dichiarato preoccupato per la situazione familiare sia sotto il profilo economico che sotto quello della salute. È rilevante anche che un terzo degli intervistati mostrava difficoltà e preoccupazione già prima della crisi sanitaria.

A queste preoccupazioni personali si aggiunge la consapevolezza mutuata dalle relazioni di prossimità, per cui si avverte una precarietà diffusa a partire dalla situazione di alcuni familiari, parenti o amici (l’ottanta per cento delle persone intervistate dichiara di conoscere situazioni di difficoltà tra amici e parenti).

Solo la metà delle persone intervistate dichiara di aver retto all’emergenza sanitaria senza disagi economici. La restante parte ha ricorso all’aiuto di amici e parenti (dodici per cento), o ha “stretto la cinghia” (ventitré per cento). Quasi una persona su dieci dichiara di aver rinunciato a delle cure mediche.

5. Desiderio di tornare al lavoro?

È attorno al “desiderio di tornare al lavoro”, “alla normalità”, “alla Milano che non si ferma” che appare utile spendere qualche parola. Sarebbe facile leggere le affermazioni di Confindustria, «la gente vuole tornare a lavorare», come l’effetto di un’alleanza di intenti tra classe padronale e classe lavoratrice. Vista da vicino la situazione appare molto diversa. 

Il precariato e le sue diverse declinazioni rappresentano un buon punto da cui partire per spiegare perché la gente ha sentito la necessità di rientrare al lavoro, anche quando questo ha messo a rischio la salute. 

Innanzitutto, l’universo delle formule contrattuali flessibili e precarie – dal lavoro intermittente alle forme ibride promosse dalle cooperative, il lavoro grigio, le finte partite Iva ma anche molte di quelle vere (l’elenco può essere lungo) – ha messo le lavoratrici e i lavoratori attivi nel mercato del lavoro nelle condizioni di non percepire un reddito né dai datori di lavoro, né mediante gli ammortizzatori sociali, né di usufruire del welfare d’emergenza. 

Inoltre, la scadenza dei contratti a termine e il loro mancato rinnovo e la crisi di alcuni settori (su tutti quello turistico) ha messo in luce un sistema di lavoro soggetto a un forte sfruttamento – il lavoro stagionale – in cui le logiche del ricatto sono all’ordine del giorno. Lo squilibrio di potere a cui espone questo tipo di contratti non solo rappresenta una motivazione fondamentale per la volontà di ritornare al lavoro, ma mostra come il rischio per la salute sia un fattore secondario. Tutto ciò è amplificato per i poverissimi, in particolare i migranti e i giovani provenienti da famiglie povere, che all’interno della fine stratificazione del lavoro occupano le posizioni più basse e senza strumenti alternativi di sussistenza.

Infine, non conta solo la condizione materiale soggettiva, ossia il fatto di passarsela più o meno bene. La diffusione di durissime condizioni contrattuali agisce, disciplinandolo, anche su chi gode di condizioni migliori ma teme di perdere la propria posizione e di cadere o ricadere nel mondo del precariato, dei bassissimi salari o della disoccupazione.  

Non è mai stato corretto quindi affermare che sia esistito un diffuso desiderio di tornare al lavoro anche a discapito della salute. In realtà abbiamo a che fare con il più classico ricatto del salario: la paura della miseria è più grande di quella per la salute. 

6. Preoccupazioni, speranze, possibilità 

Dalla lista dei problemi abbozzati emerge quanto rapidamente la situazione possa volgere in tragedia. L’emergenza sanitaria è diventata in fretta dramma sociale ed economico: tutti gli osservatori prospettano tempi bui. Gran parte delle aspettative della popolazione si rivolge all’azione di governo, senza che sia attribuita una vera responsabilità alle imprese. Il capitalismo italiano mostra il totale rifiuto verso un minimo ripensamento dei proprio presupposti: non c’è stata infatti nessuna richiesta verso una politica industriale all’altezza dei tempi. L’unica formula che è stata avanzata per provare a salvare il paese prevede di fornire liquidità (tanti soldi pubblici) alle imprese, chiedendo per converso a chi lavora due semplici cose: lavorare a testa bassa e ritornare a spendere. 

La retorica è sempre la stessa: per salvare il paese bisogna tutelare l’azienda, cioè il sistema lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi, come se prima del Covid-19 tutto fosse andato per il meglio. Il rischio che tale retorica si imponga è reale, così come il rischio che la rabbia popolare non sia capace di trovare i bersagli e gli obiettivi giusti. Probabilmente i soldi provenienti dal Recovery Fund ci faranno arrancare in un mercato drogato concedendoci un periodo di sospensione, ma sarà la calma prima della tempesta. Anche perché i fondi in questione non rappresentano realmente un cambio di rotta rispetto alle politiche neoliberiste cui siamo stati abituati. Nonostante si tratti di ipotesi ancora aperte, il Consiglio Europeo del 20 luglio 2020 ha prospettato delle condizionalità precise: prestiti in cambio di riforme che vanno dall’allungamento dell’età pensionabile, all’esternalizzazione dei servizi pubblici, all’aumento della forza lavoro.

Eppure, lì dove c’è un rischio ci sono anche possibilità. Vale la pena di focalizzarsi sulle piccole e medie imprese (Pmi), che rappresentano una quota importante del sistema produttivo italiano e veneto. L’inchiesta per certi versi ha dimostrato il già noto: le Pmi sono sguarnite a livello sindacale; inoltre sembra regnare un regime di grande famiglia con rapporti serrati e un buon affiatamento tra dirigenza e forza lavoro (spesso la conduzione è realmente familiare). Eppure, durante le interviste, chi lavora si è dimostrato capace di capire la situazione, nonostante le parole per esprimerla possano talvolta sembrare fumose. Da un lato lavoratori e lavoratrici hanno ribadito con frequenza il legame indissolubile tra le sorti dell’impresa e quelle dei lavoratori. Dall’altro però ci hanno spiegato che nelle Pmi a tirare avanti la carretta sono loro stessi. Si tratta di aziende in cui spesso chi lavora lo fa da anni nello stesso luogo, e sente di essere perfettamente in grado di reggere la complessità del sistema fabbrica cooperando con colleghi e colleghe, anche senza i capi, i paròni. Sono i lavoratori a saper trattare con i clienti, a conoscere le malizie del materiale, a organizzare la logistica. Per alcuni non è stato difficile, ad esempio, riconoscere l’ambiguità della cassa integrazione, uno strumento che con soldi pubblici tutela l’azienda più che il lavoro, e senza pretendere nulla in cambio. Uno strumento che socializza il rischio ma non il profitto. 

Parlando con lavoratori e lavoratrici emerge sicuramente un basso livello di soggettivazione politica e di organizzazione, ma l’impressione che l’indicibile torni pronunciabile è alta, pare possibile osare. Alla fine di ogni intervista venivano infatti avanzate delle ipotesi, con l’obiettivo di capire fino a che punto gli intervistati trovassero sensate, realistiche e giuste alcune rivendicazioni. Perché regalare soldi pubblici alle aziende senza chiedere nulla in cambio? Perché piuttosto non pretendere che siano gli utili incamerati negli anni dalle aziende a essere usati per sostenere i lavoratori? Perché non esercitare all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende che accedono alla Cig o al Fis un controllo pubblico e soprattutto da parte di lavoratrici e lavoratori? Sono solo alcune ipotesi, ma se i “nostri” imprenditori non sono in grado di affrontare la situazione, che si faccia appello all’intelligenza delle persone che quotidianamente lavorano e gestiscono nei fatti il sistema produttivo di questo paese. Dato il basso livello di organizzazione politica di base e la scarsa sindacalizzazione di tantissime realtà lavorative appare concreto il rischio di una serrata corporativa tra forza lavoro e interessi padronali, il tutto magari guidato dalla destra. Svolte di questo tipo sono sempre possibili in seguito a una crisi. 

Eppure, il fatto che gli intervistati abbiano voluto discutere con noi tutta una serie di questioni lavorative e politiche è di per sé significativo, rende immaginabile un salto di qualità nelle rivendicazioni, non solo tutele e welfare, ma anche maggior democrazia nei luoghi di lavoro. 

Bibliografia

M. Gaddi, N. Garbellini, «Le conclusioni del Consiglio Europeo del 20 luglio 2020», in Inchiesta, n. 209, anno XL, luglio-settembre 2020, pp. 20-25.