Editoriale

Non si può certo dire che dall’inizio dell’“operazione speciale” dei russi in Ucraina siano mancate le analisi approfondite, documentate, sulle cause remote del conflitto, sugli squilibri geopolitici, né che siano mancate le informazioni corrette. Tanto più oscene sono le manifestazioni della canea guerrafondaia dei nostri maggiori organi di stampa, la spudoratezza delle fake news, l’abbandono di ogni ritegno da parte di partiti di sinistra ed ecologisti nel volgere le spalle ai loro valori fondativi. Tanto da non accorgersi nemmeno che il ventre molle dei popoli non vuole saperne di guerra, per non veder disturbati i loro programmi di vacanza, le loro abitudini di consumo, mangiati i loro conti in banca da un’inflazione che s’annuncia devastante.

Si ha la sensazione che per la maggioranza degli italiani tutto quel che succede in Ucraina sia un videogioco oppure un’altra occasione per dividersi in tifoserie, sembra che dimenticare la quaresima della pandemia sia il comportamento prevalente. L’Italia vuol tornare a cullarsi nel suo essere diventata irrimediabilmente paese turistico, del passatempo, dei sistemi effimeri, mentre in quel che resta dello spazio della politica, ridotta la sinistra a sparuto gruppetto, non c’è neanche la soddisfazione di veder nascere una nuova destra, con magari qualche idea originale. Nulla, se non marionette che si divertono a scimmiottare vecchi riti squadristi, grottesche riesumazioni del passato che portò questo Paese a combattere a fianco di uno dei peggiori criminali della storia e a uscirne distrutto.

A fine aprile è uscito il Rapporto intermedio della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia. Ai nostri deputati è bastata la lettura di due tesi di laurea (incredibile, se si pensa alla massa di documentazione disponibile accumulata in quest’ultimo decennio) per sentenziare che la situazione più preoccupante del mercato delle braccia è nel settore della logistica e aggiungere che il caporalato è comune anche in «edilizia, sanità, assistenza, case di cura, call-center, ristorazione, servizi a domicilio, pesca, cantieristica navale». E propongono di rimpolpare il Codice Penale per comprendervi anche fattispecie di reato non previste dallo stesso. Qualcuno ha applaudito, come sempre quando lo stato fa la faccia severa e dice: «Adesso vi sistemo io, bricconi».

In realtà nel nostro mercato del lavoro non è l’illegalità il problema, ma la normalità, quella che ci dicono i numeri dell’Inail, pubblicati negli stessi giorni in cui usciva il Rapporto: tre morti al giorno per infortuni sul lavoro, 47% in più negli ultimi due anni. Sono i salari da working poor, gli stage extracurricolari, la fuga di gente preparata all’estero. La normalità insomma, quella è il vero problema. Quella che le nostre inchieste si sforzano di raccontare.

E ci chiediamo allora su questa normalità quali effetti potranno avere le conseguenze economiche della guerra e quelle, forse ancora più pesanti, delle sanzioni. Basta guardare l’aumento dei prezzi di diverse materie prime, dell’energia e di tanti semilavorati: decine di aziende che chiudono perché la struttura dei costi non regge più (e comprimere ulteriormente il costo del lavoro, quando hai toccato il fondo del barile, non ha margini). Difficoltà negli approvvigionamenti: stesse conseguenze, i nostri articoli sui microchip parlano chiaro. Ma quella che rischia di saltare è l’architrave della resilienza del sistema, il nostro beneamato Pnrr, non solo perché i progetti previsti al suo interno debbono essere riscritti per l’alterazione dei costi ma perché, se le banche centrali sono costrette ad alzare i tassi per frenare l’inflazione, l’indebitamento dell’Italia torna su livelli preoccupanti (vero è che la spirale tradizionale prezzi-salari oggi non sembra verificarsi per l’incapacità negoziale del mondo salariato). Oppure ci si troverà a dover scegliere tra i progetti. Sanità, istruzione, sostenibilità, cultura… le prime a essere sacrificate? Sono tornati in auge i militari, sono i nuovi manager (vedi Fincantieri). E la transizione energetica? Dove andrà a finire? Leggiamo che il mondo dello shipping prevede da solo di consumare energie fossili pari all’intero prodotto delle rinnovabili. Aggiungiamo i disastri che i cambiamenti climatici producono sulla produzione agricola e concludiamo che bisogna prepararsi – al netto dell’Ucraina – a un periodo in cui sconvolgimenti sociali e politici di proporzione e di direzione inimmaginabili sono possibili, l’ordine costituito, quest’ordine fluido, liquido, dell’universo e del metaverso, non può reggere a tutte queste spinte assieme.

La nostra rivista si è mossa sin dall’inizio nello spazio di questa oscena “normalità”, ci siamo abituati ai conflitti, ai cambiamenti e continueremo a cercare, nel mutualismo, nella coalizione, nella resistenza, non solo di salvare la dignità del lavoro ma di costruire con altri territori di convivenza civile, di pensiero, di blochiana speranza.