Editoriale. Sull’orlo dell’abisso?

Dicembre 2020 – Gennaio 2021

Sono trascorsi otto mesi dall’uscita del primo numero di Officina Primo Maggio. Un lasso di tempo in cui abbiamo continuato a ragionare collettivamente su alcune questioni dirimenti, che richiedono approfondimento e analisi continue. Se le contingenze ci avevano imposto di esordire in modo imprevisto, tracciando una panoramica della situazione che si andava delineando a seguito dell’emergenza pandemica, oggi ci troviamo nella condizione di poter guardare a ritroso ciò che è accaduto e interrogarci sul futuro. 

In questi mesi abbiamo seguito alcune piste di ricerca focalizzando in particolare la nostra attenzione su salute e lavoro, due degli assi su cui si giocheranno le partite più importanti. Nelle pagine che seguono proponiamo una serie di contributi e inchieste che cercano di comprendere i fenomeni più rilevanti in questa fase: l’emergenza sanitaria vista attraverso le esperienze e le testimonianze del personale medico-infermieristico in Lombardia, l’impatto della pandemia nelle fabbriche e lungo la catena logistica, le ondate di scioperi che hanno investito i luoghi di lavoro in tutta Italia, le condizioni d’impiego nelle microimprese del Veneto, e poi il lavoro nella filiera agro-alimentare, il lavoro culturale, il lavoro nella scuola. Un posto particolare è riservato a una riflessione sul ruolo dello Stato. Abbiamo seguito le tracce del conflitto guardando con interesse alle lotte e alle mobilitazioni in giro per il mondo. Sulla scia dei contributi raccolti nel numero speciale di Primo Maggio del 2018 e nell’opuscolo Uprising/Sollevazione (pubblicato a giugno e disponibile sul sito di OPM) siamo tornati a occuparci degli Stati Uniti alla vigilia della sconfitta elettorale di Trump. Chiude questo numero una nota critica a un volume di Steve Wright di prossima pubblicazione, in cui lo storico australiano dei movimenti riapre con nuovi metodi e fonti il dibattito sull’operaismo. 

La nostra è un’esperienza politico-culturale e, nei limiti imposti dall’emergenza, abbiamo continuato a organizzare incontri e spazi di discussione. Lo scorso settembre a Forte Marghera abbiamo presentato la rivista al direttivo regionale della Fiom-Veneto, mentre a metà ottobre abbiamo promosso un convegno su salute e lavoro a Padova nel quale si sono incontrati diversi comitati, sindacati, associazioni e organizzazioni politiche. A fine novembre, infine, abbiamo presentato Dollari e no di Bruno Cartosio. La crisi pandemica ci ha costretti ad annullare diverse iniziative organizzate insieme a gruppi che in varie città hanno accolto con interesse il nostro sforzo di condivisione e confronto. In ogni caso, è solo un rinvio a tempi migliori, perché crediamo che questa rivista sia un mezzo e non un fine, un pretesto per coltivare relazioni, favorire con perseveranza il dibattito e, in definitiva, organizzare il conflitto come risposta alle sfide che ci aspettano.

E le sfide, al momento, non mancano. L’Italia negli ultimi mesi è stata attraversata da scioperi e mobilitazioni di vario tipo e intensità, nei luoghi di lavoro e nelle piazze (più o meno spurie) di diverse città. C’è stato chi ha rivendicato maggiore sicurezza, chi ha espresso a gran voce la necessità di investire in istruzione e salute – dando priorità alla scuola e alla cura – e chi invece ha solo preteso di poter mantenere aperta la propria attività o, in alternativa, essere ristorato attraverso misure di sostegno.

In un paese stroncato dalla “seconda ondata” e dai relativi lockdown, l’arma finanziaria del Recovery Fund dovrebbe consentire il superamento della crisi economica e sociale facendo perno su due linee di investimento, che vanno sotto il nome di transizione verde e transizione digitale. Nei prossimi numeri valuteremo l’effetto reale di questi provvedimenti, ma guardando la gestione attuale della crisi è meglio non farsi troppe illusioni. Le misure che il Governo ha adottato e sta adottando, limitandosi a mero erogatore di risorse pubbliche alle imprese senza imporre loro alcun vincolo, appaiono del tutto inadeguate. Senza una politica industriale precisa, senza un minimo di programmazione e intervento, nel lungo periodo l’Italia rischia di essere travolta da un divario tecnologico incolmabile, dalla perdita di parti rilevanti di tessuto industriale e da licenziamenti di massa. D’altra parte, non occorre guardare troppo lontano per rendersi conto dell’impoverimento di ampie fasce di lavoratori e lavoratrici aggrappati/e agli ammortizzatori sociali forniti in questi mesi (per non parlare di quelli che ne sono rimasti/e esclusi/e). La cassa integrazione elargita in modo indiscriminato – senza tenere conto dei profitti e senza implicare un allargamento della partecipazione alla governance delle aziende – ha costituito, in poche parole, una socializzazione del rischio d’impresa.

Da parte sua, il capitale ha approfittato della situazione per aumentare gli utili e deteriorare ulteriormente le condizioni di lavoro. La ripresa “pancia a terra” delle attività produttive dopo il primo lockdown ha significato l’imposizione di ritmi e carichi di lavoro sempre più intensi per recuperare i volumi di produzione persi durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria. Allargando lo sguardo al contesto internazionale, la pandemia ha favorito la definitiva ascesa dei giganti del capitalismo digitale, tra cui spicca Amazon i cui utili e il cui valore di capitalizzazione in borsa hanno nettamente superato i concorrenti. 

Siamo davvero sull’orlo dell’abisso? Forse sì, ma deve essere chiaro che nella storia dell’umanità non c’è mai stato un fondo da toccare, un punto più basso oltre il quale si finisce di cadere. Occorre dunque continuare a seguire le faglie del conflitto, sulle quali è possibile individuare le possibilità e gli spazi aperti dalla congiuntura. Tornando ad Amazon, per esempio, la pandemia ha scatenato anche una serie di mobilitazioni su condizioni e organizzazione del lavoro, salute e diritti, che hanno avuto come protagonisti i lavoratori e le lavoratrici in diversi Paesi al mondo. Ne è sorta anche una campagna internazionale, MakeAmazonPay, che può fornire qualche suggerimento per capire le lotte a venire.

Ricucendo nessi con il passato, è impossibile dimenticare che la medicina del lavoro e la prevenzione sono scaturite dalle esperienze nate dalla relazione tra medici, lavoratori e lavoratrici, che hanno avuto il loro apice negli anni Settanta. Il movimento di democratizzazione della medicina ha varcato i cancelli delle fabbriche e ha coinvolto le strutture territoriali portando, nel 1978, alla creazione del Servizio sanitario nazionale. L’istituzionalizzazione non ha rappresentato un traguardo stabile, e man mano che il controllo popolare è venuto meno gran parte di queste conquiste sono state lentamente smantellate sotto il peso delle privatizzazioni. I pazienti sono stati trasformati in clienti, la medicina di base è stata erosa. Oggi in tutta Italia attorno alla salute girano soldi e si costituiscono clientele funzionali al consenso politico. Alla prevenzione si è sostituito, quando va bene, il risarcimento. 

L’emergenza pandemica ha mostrato la fragilità di questo sistema, riaprendo così un dibattito che sembrava archiviato, eppure non si sono viste in campo proposte di riforme in grado di correggere le contraddizioni del nostro sistema sanitario. Neanche per i tamponi – fondamentali per il tracciamento dei contagiati – si è voluta una gestione pienamente pubblica, preferendo lasciare mano libera al profitto privato. Le stesse dinamiche si ritrovano a livello globale, dove decenni di neoliberismo hanno riconfigurato un campo dominato dai colossi dell’industria farmaceutica e un modello di capitalismo in cui il ruolo degli Stati e delle organizzazioni internazionali è ridotto a quello di erogatori di risorse e produttori di regolamentazioni per favorire i profitti. 

In questo contesto si osservano comunque alcune esperienze di autorganizzazione, come l’emergere di forme di coordinamento tra alcune centinaia di medici di base che si scambiano informazioni e concordano misure di prevenzione comunicandosi i risultati sul medio periodo. In alcune occasioni questi gruppi hanno ottenuto ottimi risultati in termini di prevenzione.

Queste e altre esperienze di autorganizzazione ci mostrano che l’attivazione dal basso è fondamentale per farci uscire dall’emergenza – o per non perderci a fissare l’abisso. Dal mutualismo al conflitto (sindacale, sociale), l’attivazione può avere la potenzialità di produrre coalizioni capaci di favorire lo scambio di saperi e la condivisione di obiettivi. Occorre però evitare le scorciatoie e la tendenza a schiacciare la complessità delle contraddizioni sociali. Detto questo, non possiamo accontentarci di forme di attivazione e coalizione che, in quanto nate dal basso, si limitino a “restare in basso”, disarticolate e velleitarie. Se così avessero fatto, le lotte degli anni Settanta non sarebbero arrivate a produrre una riforma del Sistema sanitario nazionale (e di esempi simili la storia ce ne offre anche altri). Il conflitto di classe non può limitarsi a essere esercitato solo a livello di esperienze di base, pur essendo necessariamente radicato in esse. Quanto incide in termini più generali una lotta, anche vincente, confinata sul luogo di lavoro? In che modo un’esperienza di mutualismo limitata ai soli obiettivi solidali sposta gli equilibri? 

Perché è di questo che stiamo parlando. Della possibilità di “alzare il tiro”, di cogliere l’occasione derivante dall’incertezza generata dall’emergenza sanitaria per compiere uno sforzo organizzativo in grado di portare il conflitto a livelli più alti. L’alternativa è accontentarsi di scrutare il fondo dell’abisso, mentre subiamo gli effetti devastanti di un’altra crisi.

Il costo sanitario della pandemia

A cura di Medicina Democratica

Sin dalla preparazione del primo numero, la redazione di OPM ha pensato di aprire un dialogo con il collettivo di Medicina Democratica intorno alla pandemia da Covid-19, le sue ragioni, le sue conseguenze (da questa collaborazione è nato anche uno degli incontri del convegno “Salute e lavoro in Veneto” del 17 ottobre 2020, a Padova). Sono emerse così alcune “domande” che hanno segnato diversi momenti di questo dialogo a distanza, a partire dall’aprile 2020, in piena “prima ondata”. Durante l’estate, cioè ben prima della “seconda ondata”, abbiamo ricevuto da Md anche l’“introduzione” che pubblichiamo qui di seguito e che opportunamente sottolinea come la logica del mercato sia profondamente radicata nella stessa Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ringraziamo Enzo Ferrara, che ha raccolto e editato le risposte dei componenti di Medicina Democratica alle domande di OPM (più avanti in corsivo).

Disegno: Arpaia
Disegno: Arpaia

Lo scorso 11 agosto 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha annunciato la costituzione di una Commissione pan-europea dedicata ai temi della salute e dello sviluppo sostenibile per “ripensare le priorità politiche alla luce della pandemia da Coronavirus”, alla cui presidenza è stato nominato il senatore a vita Mario Monti, già Presidente del Consiglio dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013. Oltre che Presidente dell’Università Bocconi dal 1994, Monti è stato anche Commissario europeo per il mercato interno tra il 1995 e il 1999 nella Commissione Santer e ha rivestito il ruolo di Commissario europeo per la concorrenza fino al 2004 nella Commissione Prodi. Alla luce della pandemia in corso, che ha bruscamente svelato i limiti e le debolezze dei sistemi sanitari improntati esclusivamente sulla medicalizzazione – attenti cioè solo alla cura delle malattie e mai alla loro prevenzione –, questa nomina conferma l’approccio arcaico e a tutela dello “status quo”, più che della salute globale, anche da parte della più importante organizzazione internazionale di difesa della salute, perfino nella gestione di un’emergenza planetaria. Un’ennesima manovra di difesa delle posizioni di dominio economico, patriarcale e conservatore senza una reale volontà di ripensamento culturale del concetto di salute come bene personale e collettivo, di tutti e di ciascuno. Europeista convinto, in economia Monti sostiene il mercato, le liberalizzazioni e il rigore dei conti pubblici. In Italia si è fatto promotore dell’economia sociale di mercato: un modello di sviluppo che subordina la giustizia sociale alla libertà di impresa lasciando allo Stato il solo ruolo suppletivo laddove il mercato stesso fallisca nella sua “funzione sociale”, senza però interferire con i suoi esiti “naturali”. Con Monti a capo della Commissione pan-europea dell’Oms si continua a sostenere il predominio dell’economia anche nel campo della tutela sanitaria – dove sono invece fondamentali tanto le politiche di tutela diffusa della salute e dell’ambiente quanto quelle di educazione preventiva – rendendo impossibile fermare la deriva verso l’insostenibilità dei sistemi sanitari, oggi seconda voce di spesa pubblica in Italia dopo il rimborso del debito, e verso maggiori diseguaglianze sociali anche nelle nazioni più ricche e potenti.

Per ritornare sui temi delle politiche sanitarie con prospettiva sul futuro immediato, per recuperare e ridefinire gli obiettivi principali di intervento con la prevenzione e la partecipazione come pilastri del sistema, non si potrà prescindere dalle lezioni apprese a causa del Covid-19. Proviamo dunque a riprendere il discorso partendo dalle esperienze maturate in piena pandemia da operatori sanitari, lavoratori e cittadini mano a mano che la situazione sanitaria andava uniformandosi, almeno sul piano delle procedure in emergenza, e gli operatori imparavano scambiandosi informazioni pratiche su come trattare i pazienti affetti da Covid-19 nelle diverse condizioni di gravità affrontando anche il problema di come contenere il contagio. 

Dall’insieme emerge la disfatta delle strutture di cura e di protezione sanitaria a partire dalla mancata prevenzione e dalla sottovalutazione del pericolo del Coronavirus di cui sono responsabili in tanti. La débâcle era visibile già nell’informazione mal gestita e confusa su scala internazionale. In Italia se ne occupava la Protezione civile con i dirigenti del Servizio sanitario nazionale (Ssn) e dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che hanno commentato a lungo i dati di contagi, ospedalizzazioni, mortalità e guarigioni senza spiegarne le incongruenze e senza specificarne il valore relativo a seconda delle modalità di conteggio.I numeri di una pandemia di tale portata sono complessi ma c’è il timore che l’incompletezza informativa sia stata e sia ancora funzionale alla volontà di uscirne comunque al più presto. Il 31 luglio 2020 il New York Times dopo una verifica dei dati di mortalità in 28 paesi del cosiddetto “primo mondo” contava almeno 161.000 decessi in eccesso nel 2020 rispetto al numero di vittime ufficiali del Covid-19. Una stima che vede al rialzo il costo umano della crisi sanitaria globale – alla quale l’Oms ha oggettivamente opposto poco più che una resistenza di facciata, passiva – e che include, oltre alle vittime del Coronavirus, anche chi pur essendo colpito da altre patologie non ha potuto accedere alle cure in ospedali e strutture sanitarie quasi totalmente dedicate al contenimento della pandemia.

È chiaro che sulla diffusione e sul numero delle vittime dell’epidemia di Covid-19 in Italia e soprattutto in Lombardia non c’è stata raccolta di dati istituzionale e scientifica. Tutte le decisioni politiche sono state prese sull’onda dei timori e delle pressioni della politica locale e nazionale, a sua volta oscillante tra sottovalutazione e drammatizzazione. I soli studi seri che ci sono capitati sotto gli occhi sono quelli di A. e G. Remuzzi (rispettivamente dell’Università di Bergamo e dell’Istituto M. Negri) e di Grasselli, Pesenti, Cecconi (ricercatori presso il Policlinico di Milano e l’Humanitas di Rozzano). Chi dovrebbe raccogliere i dati epidemici sul campo, e di quali strumenti avrebbe bisogno?

I piani italiani di emergenza per una pandemia, purtroppo datati ancora ai tempi della Sars (2005/2006), non prevedono indicazioni specifiche, ma la gestione della crisi – anche in termini di raccolta e distribuzione dei dati aggregati – spetta agli organi del Ministero della Salute e in particolare al Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie – Ccm.

La raccolta dei dati è stata disordinata soprattutto durante le prime settimane di marzo, quando solo la Protezione civile è riuscita a organizzare un primo servizio specifico. Poi, poco per volta si è tentata una ricostruzione anche di tipo istituzionale e scientifico della situazione, cosa comunque per nulla semplice vista la drammatica portata della pandemia. I dati epidemiologici attendibili si raccolgono, in condizioni non di emergenza, con modalità ben diverse da quelle che abbiamo visto riportate nei media per mesi, cioè attraverso registri ufficiali di diverso genere e verificando ogni minima variazione dei parametri associati a incidenza e mortalità su base cronologica. Per esempio si suddividono le persone per età, genere, località geografica, condizioni di ospedalizzazione, anamnesi delle patologie pregresse e se si riesce si distinguono anche le tipologie socio-economiche dei soggetti coinvolti. 

Purtroppo, l’emergenza ha costretto tutti a cercare informazioni e fare previsioni sui dati di cronaca – perché è questo il livello di analisi ancora attualmente proposto – che sono disordinati e anche incongruenti, ma disponibili in quantità, purtroppo, anche superiore al necessario.

Un esempio di confronto, per quanto approssimativo, sono i dati epidemiologici che si raccolgono quando ci sono ondate di calore che comportano eccessi di ospedalizzazione e soprattutto di decessi, sistematicamente per malattie che interessano anche l’apparato respiratorio. Anche in quel caso, tutti i parametri di distinzione visti prima assumono valore rilevante. 

Comunque, le prime analisi con valore epidemiologico – ricordiamo che sono sempre analisi di confronto – sono state disponibili dalla fine di marzo, quando l’Istat ha diffuso il numero totale dei decessi per alcuni comuni della Lombardia (434 comuni su 1507) e del Veneto (122 comuni su 563) per il periodo dal 1 gennaio al 21 marzo degli anni 2015-2019 e per lo stesso periodo del 2020. I dati continuano a essere incompleti, perché non riguardano tutti i comuni ma appena il 56,5% di quelli lombardi e il 21,8% di quelli veneti. La corrispondenza con i dati di popolazione non è immediata ma si può ricostruire con l’elenco dei comuni. Le prime evidenze indiscutibili, a prescindere dalle cause, sono: un eccesso di mortalità nelle due regioni rispetto al passato e una situazione peggiore in Lombardia, soprattutto in termini di mortalità nei primi 80 giorni del 2020.

Ogni altra deduzione al momento è rischiosa e difficile da confermare. Ciononostante, occorre lavorare su questi dati per capire se le scelte sanitarie in parte diverse fatte in questi due territori portano o meno dei vantaggi in termini di diffusione del contagio e soprattutto di vite salvate. 

Per esempio, occorre capire se abbiano avuto un ruolo le diverse strategie di riconoscimento dei contagiati – la cosiddetta politica dei tamponi – e se la diversa contagiosità e letalità siano legate a diversità nella struttura socio-economica e/o orografica delle due regioni, a una diversa efficacia dei trattamenti in ospedale e in terapia intensiva o, ancora, a diversi livelli di stress del servizio sanitario. Un altro dato importante emerso nel confronto con la Lombardia è la minore frequenza di operatori e operatrici sanitarie infettate rilevata in Veneto, questo può rafforzare l’idea che i pronto soccorso e in generale l’ospedalizzazione con scarsa attenzione alla protezione del personale medico abbiano generato inizialmente più focolai in Lombardia.

Non si può inoltre scordare che la differenza di decessi tra le due regioni, osservabile fin dall’inizio della crisi, avrebbe dovuto essere calcolata tenendo in considerazione anche i tempi di innesco del contagio, che potrebbero esser stati diversi; questo avrebbe dovuto portare a un riallineamento dei dati nelle settimane successive, evento che però non si è verificato, mentre si è al contrario evidenziato un sostanziale e continuo scostamento dei tassi di contagio e mortalità molto più elevati in Lombardia (33% contagi, 45% dei decessi) rispetto a ogni altra regione italiana. 

Come commentare le differenti strategie nei paesi via via interessati dalla pandemia? Tampone generalizzato? Solo nei casi sospetti? Solo ai pazienti ricoverati, per seguirne il decorso?

In realtà l’Oms aveva diffuso delle linee guida già lo scorso anno (Global Preparedness Monitoring Board 2019) e aggiorna di continuo le informazioni che collettivamente tutte le nazioni dovrebbero adottare per fronteggiare la pandemia. Gli stati singoli però hanno aggiornato raramente le proprie strutture e i propri piani di reazione con prontezza. Il 13 agosto 2020 The Guardian ha azzardato una stima secondo cui se l’Italia avesse aggiornato il proprio piano anti-pandemie secondo le linee guida indicate dall’Oms e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), si sarebbero potute salvare 10.000 vite sulle 35.000 finora perse a causa del Covid-19. Purtroppo, oltre ai ritardi nell’opera di prevenzione, in questa pandemia emergono non solo le diverse volontà politiche e le differenti sensibilità democratiche dei paesi, ma anche le enormi differenze in termini di capacità di assistenza sanitaria pubblica e di disponibilità economiche dei singoli.

È paradossale che
proprio il sistema
sanitario regionale
contribuisca alla
diffusione del contagio

Il virus è aerogeno, si diffonde nell’aria e per semplice contatto tra persone e superfici, a differenza di altri virus che hanno solo una trasmissione ematica o attraverso liquidi sierologici, come l’Aids. Il distanziamento, da 1 a 4 metri, e la mancanza di contatti sociali e lavorativi sono ritenuti gli strumenti di prevenzione migliori per impedire al virus di replicarsi nelle cellule umane. Diversamente da altri stati come la Cina e la Corea del Sud, che sono state colpite prima di noi, non abbiamo adottato la disinfezione mediante agenti sterilizzanti con nebulizzazione costante di intere città, metropolitane, uffici, luoghi di lavoro, case, chiese, sale riunioni ecc. concentrandoci solo sull’igiene personale; inoltre si è prescritto di evitare contatti, strette di mano, e di indossare le mascherine senza fornire indicazioni precise sul loro funzionamento. Per quanto riguarda il tampone faringeo inizialmente è stata data indicazione di effettuarlo solo nei casi estremi del paziente sintomatico in ospedale e non all’asintomatico a casa, questo è stato un errore che ha portato inevitabilmente a una sottostima dei casi e a falsare i dati dei positivi e le relative percentuali rispetto ai decessi.

Si è così verificato un paradosso di non poca rilevanza: inizialmente pazienti sintomatici ma in casa hanno solo dovuto attendere il decorrere di 14 giorni di trattamento con antipiretici senza obbligo di fare altri test; terminato questo periodo avrebbero potuto in teoria anche tornare al lavoro se appartenenti a categorie autorizzate. Nemmeno gli eventuali familiari asintomatici erano considerati nella griglia di osservazione; quindi, una persona sintomatica eventualmente positiva aveva la possibilità di contagiare un certo numero di persone in famiglia che a loro volta, inconsapevoli, hanno potuto contagiare altre persone, allargando e ampliando il numero dei contagi. L’eventuale paziente sospetto che avesse avuto un aggravamento dei sintomi poteva infine recarsi all’ospedale per effettuare il tampone, ma così facendo aumentava la concentrazione del virus nei centri di cura, da cui è derivato il 9% dei pazienti contagiati in Italia appartenenti al personale sanitario e i troppi decessi, sempre tra il personale sanitario, con la deduzione dell’Iss che è stato l’ospedale il maggiore centro di contagio nella epidemia. In sostanza, il Ssn era impreparato all’emergenza. In Cina, dove le pandemie sono più comuni, hanno rapidamente separato le strutture di cura per Covid-19 dalle altre. 

Oggi [aprile 2020, N.d.R.] l’Oms scrive che occorre correre dietro al virus e non aspettarlo – questo doveva essere detto e fatto subito – e lancia l’allarme sugli inquietanti livelli di inazione di molti paesi occidentali. Sono necessarie misure coraggiose per rallentare l’infezione. Il lockdown è fondamentale: in Cina il distanziamento sociale ha ridotto la trasmissione del contagio di circa il 60%. Ma il timore è che non appena le misure restrittive saranno rilassate per evitare di fermare l’economia il contagio ricomincerà a diffondersi, per questo c’è anche bisogno di un piano di lungo periodo. 

Il Coronavirus richiede uno sforzo coordinato e transnazionale, non è particolarmente letale, ma è molto contagioso per cui più la società è medicalizzata e centralizzata, più si diffonde. 

Anche a un osservatore non avvertito, il quotidiano bollettino di guariti/infetti/morti sembra soprattutto una misura psicologica per contenere i comportamenti collettivi dentro le misure di prevenzione. Ma questa prevenzione non poteva essere esercitata prima, in modi graduali e meno terroristici? In altre parole: è possibile una reale prevenzione con le malattie virali?

Si poteva fare prevenzione anche senza sovraccaricare le strutture ospedaliere che hanno numeri non infiniti di ventilatori, mascherine, posti letto ecc. così evidenziando drammaticamente le criticità del Ssn che già conoscevamo dagli ultimi trent’anni. Il problema non certo secondario è stato ed è anche come contenere il contagio, oltre che fornire assistenza vitale per un quinto delle persone positive. Su questo aspetto per settimane si sono commessi errori molto gravi pagati a un prezzo enorme da tutti: operatori sanitari, pazienti, addetti esterni nelle strutture di assistenza. Purtroppo abbiamo messo a rischio la vita degli operatori e delle operatrici sanitarie, senza allo stesso tempo combattere sul campo e non nell’ultimo fronte, che è l’ospedale, la battaglia con il virus. È una battaglia che si vince tra le mura domestiche, riducendo il numero dei contagi e intervenendo prima che insorgano, quando possibile, i sintomi gravi di ipossia.

Il perché si sia volutamente ritenuto superfluo non abbattere la carica virale ambientale, sterilizzando anche gli ambienti pubblici, resta un’incognita che ci differenzia da chi ha svolto questa lotta al virus anche dopo di noi, come l’India e diversi paesi africani.

Comunque, dalla prima fase di ignoranza, poco per volta, almeno sul piano dell’assistenza sanitaria e delle procedure in emergenza negli ospedali la situazione si è uniformata, gli operatori e le operatrici si sono scambiati informazioni pratiche su come meglio trattare i pazienti con sindrome Covid-19 nelle diverse condizioni di gravità. 

Qual è lo stato della medicina preventiva, di fronte all’avanzata della sanità privata e delle sue logiche anche nella sanità pubblica?

Quello della prevenzione delle pandemie è un livello di intervento che prevede un’organizzazione sanitaria attiva e coordinata a livello internazionale. La medicina preventiva da molto tempo è una scienza negletta in occidente. Nel nostro paese con questa crisi sono rapidamente emerse le profonde incongruenze della sanità moderna, soprattutto in Lombardia, dove il Sistema sanitario regionale (Ssr) è sostanzialmente basato sulle logiche del privato che, nonostante si sia affermato trionfalmente negli ultimi decenni e sia indicato da molti come esempio pronto a sostituire il Ssn pubblico, si è invece dimostrato inadeguato per la difesa della salute collettiva nell’emergenza da Coronavirus. Anzi, con l’emergenza sono diventate chiare le logiche di fondo del modello sanitario privato le cui contraddizioni – per esempio, le strutture di eccellenza mondiale ma solo per erogare prestazioni non di emergenza, tanto che molti pazienti lombardi gravi sono stati trasportati fino in Germania per trovare posti disponibili nei reparti di terapia intensiva – rivelano una visione della salute in chiave essenzialmente utilitarista e di mercato. 

La deriva è durata decenni, la prima svolta nella configurazione del Ssn, che ha prodotto questo cambiamento deleterio, si è avuta nei primi anni Novanta, con la cosiddetta controriforma sanitaria. Quelle che poi saranno identificate come le principali precondizioni della privatizzazione del Ssn in generale e dei Ssr sono state introdotte già da allora: per esempio l’aziendalizzazione con metodi e strumenti di gestione manageriali tipici delle aziende profit venivano applicati alle strutture pubbliche, l’eccessiva regionalizzazione con misure che consentivano libertà di definizione delle politiche sanitarie a livello regionale e facilitavano quindi il differenziarsi delle finalità e delle politiche nelle diverse parti del paese. 

Prendiamo ancora la Lombardia, considerata artefice del miglior sistema sanitario d’Italia fino a pochi mesi fa. Va precisato che prima della riforma regionale di Formigoni del 1997, consentita in realtà dalla riforma Bindi del 1992 che avviò l’aziendalizzazione della sanità pubblica sul piano nazionale, anche in Lombardia il Servizio sanitario si articolava, come nel resto d’Italia, in strutture locali organizzate in distretti (in Unità socio sanitarie locali – Ussl, inizialmente su base comunale, poi, ridimensionate nel numero e divenute, nei primi anni Novanta, Aziende sanitarie locali – Asl). Strutture che svolgevano direttamente al proprio interno, attraverso le proprie unità organizzative (uffici amministrativi, unità di prevenzione, presidi ospedalieri, ambulatori, consultori, ecc.) anche le funzioni di prevenzione, programmazione, erogazione diretta dei servizi e controllo delle attività svolte. Si trattava di un governo diretto della sanità in tutti i suoi aspetti e in Lombardia si estendeva anche al socio-assistenziale, con un sistema organizzativo regionale che presentava una struttura di tipo modulare, che si ripeteva cioè secondo lo stesso schema nelle diverse aree ma con una gestione strategica regionale unitaria e con l’integrazione delle funzioni di prevenzione, programmazione, erogazione e controllo su una base locale. 

Il frazionamento del Ssn e il decentramento legislativo oltre che amministrativo hanno poi di fatto offerto la possibilità anche di sperimentazioni “creative” riferite ai processi di privatizzazione; per esempio, a metà degli anni Novanta, è stato introdotto un nuovo sistema di pagamento dei servizi sanitari attraverso la definizione a livello regionale di tariffe per le singole prestazioni sanitarie, che ha offerto ai nuovi potenziali entranti privati nel Ssr la possibilità di commisurare l’entità potenziale del business, consentendo loro anche di stimare i compensi futuri. Su questa base normativa nazionale, nel 1997, la Lombardia ha dato una sterzata decisa verso un modello simile a quello scaturito dalla riforma britannica del 1991, che introduceva i quasi-mercati nella sanità di quel paese – cioè la possibilità per il sistema pubblico di pagare prestazioni di servizio erogate dal privato – cambiando consistentemente il modello Beveridge originario, quello che l’economista britannico delineò nel 1942 e che fu la base nel dopoguerra del welfare state laburista.

La giunta Formigoni, al pari dei governi conservatori oltremanica, ha la responsabilità di aver separato fra loro funzioni che prima erano integrate, questo con il solo fine di permettere l’erogazione di servizi a pagamento da parte del privato, puntando ad affidarli – ma solo questi – sempre più a esso. La sanità, da quel momento, programma sempre più dal punto di vista del committente che acquista servizi dai soggetti erogatori pubblici o privati, che diventano nella pratica “aziende” gestite via via in modo sempre più manageriale, impropriamente e pericolosamente definite “autonome” dalla normativa.

In questo quadro, lo spazio dedicato alla prevenzione è andato via via riducendosi, e non potrebbe essere altrimenti visto l’orientamento commerciale e la struttura concorrenziale data al servizio. Ma non basta, per far accogliere questa riforma radicale in senso privatistico con il massimo del consenso dell’opinione pubblica, si è fatto ricorso anche a forme di propaganda e di retorica per legittimare questa scelta, che è stata sostenuta anche da elaborazioni accademiche che si sono rivelate alla fine di pari orientamento ideologico. Si è parlato a lungo di “pariteticità”, mentre si suggeriva la superiorità del modello privato: ora ne vediamo le conseguenze. 

Notiamo una sovrapposizione tra “zone rosse” del Covid-19 e alcune delle aree più industrializzate del paese (in Lombardia, Veneto ed Emilia) e dell’area metropolitana milanese, la più centrale nella rete distributiva delle merci e nei collegamenti internazionali. L’apertura delle frontiere e gli intensi passaggi umani impongono misure speciali di controllo, del tipo di quelle che per esempio gli Usa applicano all’importazione di animali e piante?

Bisognerà ragionare molto sul caso della Lombardia, o meglio della Pianura Padana: la vittima perfetta di questo virus. Sicuramente prevalgono le connotazioni socio economiche, il territorio “aperto”, la densità di popolazione, gli scambi commerciali, la logistica ecc. Il contributo in termini di sinergia e concausa nell’incidenza del virus causato dall’inquinamento atmosferico è sotto esame, assieme all’ipotesi tutta da verificare che l’inquinamento abbia funzionato anche da vettore della malattia. Si dovrà capire, tuttavia non è pensabile che misure di controllo speciali possano dare garanzie assolute rispetto a un virus che si è diffuso grazie a persone che o non avevano ancora i sintomi (il periodo di incubazione del Covid-19 può durare fino a 14 giorni, è dunque piuttosto lungo, rispetto a un’influenza che si manifesta in 3 o 4 giorni) oppure che addirittura non li hanno mai avuti, e questi ultimi sono riconoscibili solo attraverso test sistematici che cadano però nel periodo in cui la malattia viene sviluppata in forma asintomatica: un mese circa fra incubazione e decorso. Per cui è difficile pensare a un sistema di sorveglianza efficace. 

È più facile – e avrebbe ora più senso, paradossalmente, se è vero che la sicurezza sanitaria viene al primo posto – pensare a un modello di quarantena sistematica per chi arriva, il cosiddetto “isolamento” come accadeva a Ellis Island a New York nel Novecento o sull’isola della Giudecca e del Lazzaretto vecchio a Venezia. 

Medicina d’urgenza, terapia intensiva, pronto soccorso: questi sembrano essere i settori più carenti nella sanità italiana. Cosa non è stato fatto? E cosa dovremmo fare per recuperare il ritardo con i paesi meglio attrezzati?

I medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, una struttura all’avanguardia con 48 posti di terapia intensiva, nelle prime settimane di marzo 2020 hanno raccontato in una lettera a una rivista scientifica internazionale la situazione grave in cui si sono trovati costretti a operare, ben al di sotto degli standard di cura in uno degli epicentri italiani dell’epidemia, più di Milano e di qualsiasi altro comune nel paese. 

In breve tempo – hanno spiegato – l’ospedale di Bergamo si è altamente contaminato ed è andato oltre il punto del collasso perché più del 70% dei posti in terapia intensiva sono stati occupati da malati gravi di Covid-19 che avevano una ragionevole speranza di sopravvivere. La loro struttura faticava a fornire i servizi essenziali come l’ostetricia e i servizi mortuari, creando ulteriori problemi di salute pubblica. Questo accadeva dentro l’ospedale mentre all’esterno le comunità erano parimenti abbandonate: i programmi di vaccinazione sospesi, i parenti delle vittime del virus senza notizie e strutture istituzionali come le carceri prive di qualsiasi possibilità distanziamento sociale. 

Hanno anche spiegato che i sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti intorno al concetto di patient-centered care [un approccio per cui le decisioni cliniche sono guidate dai bisogni, dalle preferenze e dai valori del paziente, N.d.R.]. Ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un modello di community-centered care, per cui la salute del singolo si difende assieme a quella di tutta la collettività. Stiamo dolorosamente imparando che c’è bisogno di esperti di salute pubblica e di epidemie e che queste conoscenze devono estendersi ben oltre le mura delle strutture sanitarie. Ognuno può e deve fare la propria parte. «A livello nazionale, regionale e di ogni singolo ospedale ancora non ci si è resi conto della necessità di coinvolgere nei processi decisionali chi abbia le competenze appropriate per contenere i comportamenti epidemiologicamente pericolosi» – hanno scritto rivolgendosi ai governi di stati che non avevano ancora preso provvedimenti contro il Covid-19. È paradossale, assurdo, che sia proprio il sistema sanitario regionale l’elemento che contribuisce maggiormente alla diffusione del contagio, a partire dalle ambulanze con i sanitari – portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza – che precipitano anch’essi sotto stress psichico o fisiologico, aumentando ulteriormente le difficoltà e i rischi di chi opera in prima linea.

Questo disastro poteva essere evitato soltanto con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio. Per affrontare la pandemia servono soluzioni per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali. Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigenoterapia precoce, ossimetri da polso, e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna anche creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti facendo affidamento sugli strumenti della telemedicina. Un tale approccio limiterebbe l’ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio, proteggendo i pazienti e il personale sanitario e minimizzando il consumo di equipaggiamenti protettivi. 

Soprattutto, abbiamo bisogno di strutture ospedaliere interamente dedicate all’emergenza, separate dalle aree non contagiate. Questa epidemia non è un fenomeno che riguarda soltanto la terapia intensiva, è una crisi umanitaria e di salute pubblica. Richiede l’intervento di scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e assistenti sociali. Abbiamo urgente bisogno di agenzie umanitarie oltre a quelle scientifiche. 

Quanto può avere contribuito il degrado delle condizioni ambientali al diffondersi dell’epidemia?

La crisi ha messo a nudo tante contraddizioni e superstizioni del mondo moderno, a partire dall’idea che la salute personale e collettiva delle civiltà industriali fossero al riparo dalle malattie pandemiche. La biopolitica contemporanea – l’insieme di azioni non solo sanitarie ma anche sociali e ingegneristiche messe in atto per la sicurezza e l’assistenza intese nel senso più ampio possibile – è elemento costituente di ogni modello sociale occidentale. Il fallimento o il successo di questa offerta di sicurezza e assistenza sono l’argomento cardine per valutare l’assetto sociale e su cui occorre centrare il dibattito per decidere la direzione della sanità del futuro. 

Oggi finalmente si afferma che il nemico andava combattuto anche dentro le mura di casa, adottando disinfezioni a tappeto insieme al distanziamento, perché altrimenti un virus così mutevole e adattabile a tutto non si sconfigge. In questa partita a scacchi stiamo perdendo senza aver compreso i punti deboli del nemico. Ha giocato certamente a nostro favore l’arrivo delle temperature estive che hanno contribuito a sterilizzare l’ambiente, sopperendo all’azione mancata dei disinfettanti, anche con i raggi solari, relegando la catena amminoacidica del virus, che è termolabile, a essere presente solo all’interno della cellula, riducendo il contagio. Ma è una magra consolazione, perché dopo il lockdown abbiamo avuto un periodo di drastica riduzione del contagio durato pochi mesi, poi già ad agosto i numeri dei soggetti positivi al virus sono tornati a preoccupare, è accaduto lo stesso in tutta Europa.

Occorre perciò adottare una prospettiva di più lungo respiro e, intanto, andare a cercare le origini del virus all’interno del sistema ecologico così alterato. Inoltre, occorre rendersi conto che se non sarà possibile ridurre il rischio d’insorgenza anche delle prossime patologie epidemiche attraverso un recupero almeno della salute ecologica globale. Se dovremo infine ammettere il fallimento del nostro potere culturale prima, scientifico e tecnologico poi, allora verranno meno alcune certezze della modernità che si credevano consolidate. Le “malattie del progresso”, le patologie degenerative (tumorali, neurologiche, disfunzionali) diffuse per il degrado ambientale ma non trasmissibili da uomo a uomo, sono state accettate fino a che il sistema che le provocava garantiva però la difesa contro le “malattie epidemiche” – che hanno falcidiato per millenni l’umanità e che si consideravano relegate ai margini della storia. 

Ora, le malattie sono da sempre correlate con il modello socio-economico. Perfino lo sviluppo dell’agricoltura diecimila anni fa comportò problemi sconosciuti fino al neolitico, dovuti a carenze alimentari per una dieta meno ricca e all’insorgere delle zoonosi con la nascita dell’allevamento.

Non ne sappiamo ancora abbastanza, ma se saranno verificate alcune delle ipotesi sull’insorgenza del nuovo virus – favorita dal disboscamento, dalla perdita di biodiversità e dalla mono-dimensione umana della biosfera – sia sulle concause e i vettori della sua diffusione, a partire dalle forme di inquinamento che assieme all’alta industrializzazione correlano la maggior parte dei focolai dell’infezione – allora stiamo assistendo a qualcosa di perfino più nuovo della pandemia. Si tratta di una sinergia mai osservata prima, una nemesi che integra le “malattie del progresso” e le “malattie epidemiche”, con il rischio di rendere le une e le altre più forti e più temibili se non vi sarà un’inversione decisa del modello di sviluppo.

Il nostro dramma è che oggi il mondo della conoscenza è dominato in forma totalitaria dalla dimensione tecnologica mentre la politica delega al mercato la soluzione dei problemi economici a scapito della difesa di ambiente e salute. Come abbiamo visto, non si parla più di prevenzione primaria facendo ricadere sui comportamenti individuali o collettivi – perciò da controllare, reprimere, impedire – la responsabilità della malattia. Partecipazione e libero scambio delle conoscenze restano però i caratteri fondanti della solidarietà fra lavoratori e fra popoli, indispensabili a promuovere il soddisfacimento dei bisogni fondamentali selezionando i processi e i beni in grado di soddisfarli, entro i limiti della natura (sostenibilità), contro lo sfruttamento (eguaglianza e diritti) e l’inquinamento globale (ambiente e clima). Si tratta di un impegno culturale e politico di ampio respiro che ribadisce la connotazione solidaristica della medicina come ricerca e assistenza che necessita di un rigore tanto scientifico quanto etico. 

Il nemico andava
combattuto dentro le
mura di casa, adottando
disinfezioni a tappeto e
distanziamento

Vale anche e soprattutto per la lettura di numeri e dati ai tempi del Coronavirus, la cui “causa delle cause” andrebbe ricercata nei villaggi più poveri e indifesi della Cina interna e lì sanata utilizzando mezzi molto più semplici, democratici e dai costi molto più economici di quelli che ci tocca adesso adottare per bloccare i virus a ogni costo, rinunciando anche a libertà che credevamo irrinunciabili e gratuite. 

Sempre a proposito delle analisi statistiche, ancora confuse, sugli effetti della pandemia in termini di contagi e mortalità, vi sono due aspetti principali su cui gli studi puntano per chiarire le correlazioni possibili. 

Il primo riguarda le condizioni di salute generale di una popolazione esposta in modo continuativo a nocività ambientali. È pacifico che gli elevati livelli di inquinanti atmosferici in situazioni come quelle della Pianura Padana e in particolare nei centri maggiori, determinano un incremento nelle patologie respiratorie e cardiovascolari. Questa associazione è stata evidenziata in molti studi, segnalando l’incremento di morti premature e ricoveri per tali patologie (come pure l’incremento di acquisti di farmaci correlati) in occasione di “picchi” di inquinamento (in particolare per PM10 e PM2,5 e ossidi di azoto, maggiormente monitorati). Non si tratta solo dell’emergere di criticità da parte di soggetti già deboli per età o altri motivi; a ogni episodio e a ogni continuità di esposizione si allarga la platea delle persone sane che si “indeboliscono” sempre più fino a essere interessate dalle patologie potenzialmente fatali. Una popolazione in cui esiste una condizione generalizzata così critica è molto più “sensibile” all’effetto dell’esposizione a un virus che colpisce principalmente le vie respiratorie o comunque è veicolato da queste ultime. La loro condizione ridurrà le difese naturali. Gli studi epidemiologici in corso, con ogni probabilità, evidenzieranno tale condizione sanitaria come un cofattore rispetto alla estensione e agli effetti negativi della pandemia in corrispondenza delle aree più inquinate (e industrializzate) d’Italia.

Il secondo aspetto riguarda l’ipotesi che l’inquinamento in particolare da PM2,5 abbia favorito la veicolazione del virus facilitando e incrementando l’esposizione. Su questo la ricerca è agli inizi e non è comunque agevole stabilire delle correlazioni. L’assunto di base è che il virus sia trasportato e mantenuto in aria per tempi maggiori rispetto a quelli “naturali” grazie alla presenza e alla concentrazione di alcuni inquinanti quali le polveri e l’ammoniaca o, in genere, forme chimiche di particolato tra lo stato solido (polveri) e i condensati (aggregazioni di gas “semi solidi”). Questa ipotesi può essere fondata in situazioni locali specifiche con elevate concentrazioni di tali contaminanti ma è difficile pensare a una proporzionalità diretta tra inquinamento da polveri quali veicoli incrementali e l’esposizione al virus. Il principale dato da verificare è la “emivita” del virus in atmosfera che, solo parzialmente, può essere incrementata da un supporto “fisico” di trasporto come le polveri di piccole dimensioni.

In ogni caso è ragionevole ritenere che l’inquinamento sia un cofattore degli effetti pandemici sulle condizioni di salute collettive, come è altrettanto evidente che la riduzione dell’inquinamento atmosferico (e non solo) è un obiettivo da porsi ben prima e al di là della attuale emergenza. Non c’era bisogno della pandemia per sapere che lo smog fa male.

Nello stato di salute di una società non sono di secondo piano le condizioni del lavoro. Quelle che si stanno generalizzando vanno nel senso di una reperibilità permanente a fronte di una precarietà di fondo, any time any place con conseguente caduta della separazione tra vita lavorativa e vita privata. Come affrontare le emergenze mediche con lavoratori e lavoratrici del “precariato deregolamentato” e luoghi di lavoro “diffusi”?

Prima di parlare di “emergenze mediche” nei confronti delle molteplici forme di precariato occorre tenere conto che – almeno a livello normativo – in tutti i casi in cui la prestazione lavorativa è considerata come lavoro subordinato o equiparato, e lo sono quasi tutti, non vi è differenza nei diritti dei lavoratori e negli obblighi dei datori di lavoro in tema di difesa della salute. Pur tenendo conto delle modalità di lavoro, il diritto alla sicurezza è sancito chiaramente nelle leggi vigenti. Il tema è un altro, la effettiva “esigibilità” di questi diritti da parte di una classe lavoratrice intrinsecamente debole perché frammentata e individualizzata nel rapporto di lavoro; pesano inoltre la inadeguatezza dei servizi di prevenzione delle Usl/Asl (non solo in termini di numero degli operatori ma anche di capacità di approccio a queste nuove forme di lavoro) come pure l’arroganza dei “padroni”, tali, forse anche di più quando sono visibili sotto forma di un algoritmo.

Non a caso le lotte che sono state realizzate e in alcuni casi vinte, hanno interessato principalmente il mondo della logistica dove alla precarietà dei singoli si è sovrapposta l’unione e l’organizzazione di tipo sindacale e/o autorganizzata. Che dire poi del lavoro precario, sottopagato e con ridotti livelli formativi e informativi sulla sicurezza caratteristiche dei “soci” delle “cooperative” che reggono le attività in luoghi come le Residenze sanitarie assistite (Rsa)?

Il primo aspetto
riguarda le condizioni
di salute generale
di una popolazione
esposta alle nocività

Vi sono anche i paradossi: ci sono state iniziative di intervento di prevenzione che riguardano il mondo dell’alta moda (anche chi sfila sulle passerelle è “precario” ancorché ben pagato), mentre per i rider è dovuta intervenire la magistratura per pretendere verifiche puntuali a partire dalle “attrezzature” e dai dispositivi di protezione individuale utilizzati da questi lavoratori altrettanto precari ma con redditi ben differenti. C’è differenza tra rischiare una slogatura per un tacco 12 e rischiare di essere investito da un tram mentre si cerca di consegnare in tutta fretta un prodotto pedalando su una bicicletta scalcagnata. Prima di risolvere le “emergenze mediche” di questi lavoratori va loro garantita una piena dignità.

In che modo l’emergenza porta all’attenzione pubblica certi esperti e non altri? C’è stata una sovrarappresentazione di tipologie specifiche di esperti e forse una sottorappresentazione o forse esclusione di altri? In che maniera tale selezione è anche in parte legata a culture scientifiche o culture pubbliche?

Certamente in Italia dall’insieme emerge la disfatta delle strutture di protezione sanitaria a partire dalla mancata prevenzione, dalla disorganizzazione nella raccolta dei dati, tutto a causa della sottovalutazione del pericolo delle pandemie in generale e del Coronavirus in particolare, di cui siamo responsabili in tanti. In Italia se ne occupa ancora la Protezione civile con i dirigenti del Ssn e dell’Iss, che hanno commentato a lungo i dati di contagi, ospedalizzazioni, mortalità e guarigioni senza spiegarne le incongruenze e senza specificarne il valore relativo a seconda delle modalità di conteggio.

Nelle fabbriche dell’Italia del Nord si è tornato a lottare per la salute, con una mobilitazione proporzionale ai timori. Qual è lo stato attuale della medicina del lavoro e qual è la situazione di Spsal (Servizi per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro) e Spisal (Servizi per la prevenzione igiene e la sicurezza negli ambienti di lavoro)? 

La crisi pandemica ha fatto emergere anche altre debolezze, per esempio quasi tutte le imprese si sono trovate spiazzate dalla necessità di dotarsi di elementari Dispositivi di protezione individuale (Dpi), come le mascherine. Senza entrare nel merito sulle diverse tipologie e la corrispondente efficacia, quello che sorprende è la loro assenza in troppe realtà. È chiaro che vanno privilegiati i sistemi di protezione collettiva e tutto quanto fa prevenzione, i Dpi sono utili esclusivamente per i rischi residui non proteggibili altrimenti. Ma questi rischi, anche in forme limitate o saltuarie, sono presenti in quasi tutte le aziende con attività industriali e artigianali. L’assenza o carenza delle mascherine denota la mancata attuazione di alcuni obblighi di base delle norme di sicurezza e dà conto di quanto poco sia stata efficace l’azione dei lavoratori e delle loro rappresentanze sulla attuazione dei loro diritti. 

Stanno circolando volantini e appelli sindacali intitolati “Prima di tutto la salute” per richiedere interventi di tutela e/o per fermare le produzioni non essenziali, ma anche prima della pandemia, nei luoghi di lavoro, questo principio doveva valere ed essere preteso a gran voce. La richiesta della modifica dei cicli produttivi, eliminando per esempio le sostanze cancerogene, dovrebbe essere in cima alle priorità, invece è di pochi mesi fa una campagna dei sindacati europei per fissare dei limiti di esposizione a cancerogeni, anziché sulle modalità di fuoriuscita da tali produzioni/impieghi. Evidentemente la strage dovuta alla esposizione all’amianto non è stata una lezione sufficiente. 

Un’esperienza che il mondo del lavoro non si aspettava è quella che stiamo vivendo ora: l’esposizione ad agenti biologici in situazioni ove questi non sono né prodotti né utilizzati nei cicli produttivi. È chiaro che in una azienda metalmeccanica non si utilizzano batteri o virus che invece possono essere utilizzati in aziende biotecnologiche, farmaceutiche ed essere presenti negli ospedali: non ci si aspetta che l’attività determini questa esposizione. A dire il vero, rimanendo alle aziende metalmeccaniche, qualche rischio esiste, per esempio il mancato rinnovo dei fluidi lubro-refrigeranti può farli diventare brodo di coltura di batteri ed esporre i lavoratori tramite le nebbie oleose, se non captate idoneamente. Queste situazioni devono essere considerate nei documenti di valutazione di rischio e sono agevolmente riducibili. Meno naturale è considerare il rischio biologico esterno in fabbrica. Questo rischio in realtà può trovare posto nei piani di emergenza che devono essere predisposti per tutte le produzioni. Oltre a eventi connessi all’attività (infortuni, incendi, sversamenti di sostanze pericolose ecc.) vanno infatti anche considerati quelli esterni (alluvioni, terremoti, esplosioni dovute all’azienda vicina ecc.). Tra questi ultimi dovrà essere previsto, d’ora in poi, anche il rischio pandemico per non farsi cogliere impreparati come è accaduto con il Covid-19. 

E l’aumento dei controlli tanto invocato a ogni infortunio mortale dov’è finito? Dove sono finiti i tecnici della prevenzione? Ebbene durante il lockdown sono stati inviati in smartworking forzato o nei call center. È quello che è successo in Lombardia e in Piemonte, dove è stato garantito solo l’intervento in caso di infortuni gravi. Chi obietta a queste decisioni è preso per mentecatto o untore, con tendenze suicide. In Veneto, almeno, è previsto l’utilizzo degli operatori per controlli a campione nelle aziende attive: i lavoratori costretti a operare nelle condizioni attuali di rischio pandemico hanno bisogno di più vigilanza. Il tutto nel rispetto della sicurezza dei tecnici ed elaborando specifici protocolli di intervento utili anche alle aziende. Si è facili profeti affermando che le scelte di allontanamento coatto dei tecnici dall’intervento nelle aziende rinvigorirà le iniziative già in essere per lo smantellamento dei servizi di vigilanza in favore di controlli solo formali. Visto che nel momento di maggior bisogno i servizi di controllo sono latitanti, allora non sono così indispensabili nella normalità. Ma abbiamo imparato che la normalità era il problema e che occorre una sanità pubblica partecipata per superare l’attuale situazione, la si otterrà solo unendo nuovamente le forze anche per l’affermazione piena del diritto alla salute nei luoghi di lavoro.

E i medici di fabbrica dipendenti delle aziende, che ruolo hanno avuto o potrebbero avere, tenendo conto dell’esigua presenza di Rls (Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza) e Rlst (sul territorio) quasi simbolici?

I medici del lavoro e i rappresentanti dei lavoratori possono e devono agire su due livelli di intervento. 

Il primo livello è quello di cui oggi tutti parlano: i Dpi, le attrezzature utilizzate allo scopo di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. In un provvedimento normativo recente, anche le mascherine chirurgiche sono entrate tra queste attrezzature. La protezione individuale, si badi bene, rappresenta l’ultima misura, in ordine di importanza, nella gerarchia della tutela, preceduta dalla prevenzione e dalla protezione collettiva. 

Questo concetto viene oggi ribaltato. Da “qualificate” fonti, scientifiche e istituzionali, sentiamo dire che i Dpi, guanti e mascherine, filtranti o chirurgiche, devono ora essere indossati per proteggere gli altri: una novità assoluta. Per la verità il ragionamento pare non fare una piega: noi diffondiamo il virus tossendo, starnutendo, parlando, ma questo significa che il pericolo siamo noi! C’è di buono che, finalmente, se ne è preso atto 

Ma torniamo alla protezione individuale: dicevamo che è la misura ultima in ordine di importanza, dopo la prevenzione e la protezione collettiva. La prevenzione del rischio infettivo è l’individuazione e la neutralizzazione delle fonti dell’infezione; che, in questo caso, sono i portatori del virus, sintomatici o asintomatici. I tamponi sono lo strumento principale se non unico di indagine. Sono stati fatti? No, o pochissimo per lungo tempo. Quando sono state date indicazioni per la loro esecuzione sistematica, hanno prevalso i problemi di gestione e le carenze di approvvigionamento dei test fin quasi alla fine dell’emergenza. 

La protezione collettiva del rischio infettivo negli ambienti di lavoro è possibile anche con il potenziamento dell’aerazione naturale dei locali per allontanare gli aerosol infettivi o, almeno, ridurne la concentrazione, assieme a ogni altra misura igienica. Negli ambienti di vita questo compito lo possono svolgere solo gli agenti atmosferici, vento, pioggia, riscaldamento del suolo.
E qui entra in gioco il secondo livello di intervento che spetterebbe ai medici del lavoro e ai rappresentanti dei lavoratori. Basta ragionare sul fatto che la riduzione degli inquinanti, da traffico e da industria, può certamente facilitare l’azione “igienizzante” degli agenti atmosferici. È stato fatto? In maniera tardiva e incompleta, eppure bisognerà insistere anche su questi aspetti.

Infine, va detto che la protezione collettiva del rischio infettivo è un argomento ancora più complesso.
Tutte le malattie infettive hanno maggiore incidenza e conseguenze più gravi nelle collettività svantaggiate sul piano economico e sociale; lo vediamo in Africa, dove sono la prima causa di morte. Anche in Italia ci sono ampi strati di popolazione svantaggiati sul piano economico e sociale, le cui difficoltà reddituali, abitative e sanitarie sono state accentuate non tanto dalle conseguenze dell’epidemia quanto dalle misure di contenimento adottate, che stanno indebolendo e impoverendo la popolazione più vulnerabile. 

In questo quadro concettuale, affidarsi interamente alla protezione individuale diventa l’ammissione della rinuncia definitiva alla prevenzione e alla protezione collettiva, un fallimento scientifico e culturale prima che politico. 

Purtroppo, anche in situazioni considerate di “eccellenza”, come in Lombardia, la condizione dei servizi di prevenzione sui luoghi di lavoro (Spal/Spisal) è spesso comatosa nonostante la pubblicistica. Non si tratta solo della riduzione del numero degli operatori per effetto delle politiche di “austerità” che hanno ridotto i dipendenti pubblici non garantendo il turnover, ma anche di un differente approccio alle modalità di utilizzo degli operatori e al modo di “misurare” le prestazioni.

All’interno dei servizi pubblici si sono irrigiditi i rapporti gerarchici che riducono le occasioni di comunicazione e dialogo. Per esempio, il rapporto diretto tra Rls e lavoratori da una parte e tecnici dall’altra è quasi interamente dedicato a espletare gli obblighi formali, mentre l’approccio gerarchico ostacola lo scambio costante di esperienze e di conoscenze tra questi soggetti, che era alla base della nascita “unitaria” degli Smal (Servizi di Medicina degli Ambienti di Lavoro) all’inizio del percorso della riforma sanitaria del 1978. Non a caso questi servizi erano impostati per rispondere all’impellente e imperiosa richiesta del movimento operaio di poter controllare le proprie condizioni di lavoro in fabbrica e di poter disporre di un punto di vista autonomo e scientificamente allo stesso livello di quello offerto dai consulenti del padrone.

La successiva deriva ha svuotato via via la sanità pubblica. La tendenza attuale è quella di far divenire i servizi di prevenzione come dei “consulenti” delle aziende (al di fuori di specifiche attività di carattere giudiziario come gli infortuni, ma qui siamo all’intervento ex post). La retorica della “collaborazione” tra servizi e aziende, di una inesistente “unità di intenti” tra servizio pubblico e interesse privato alla produzione e al profitto, ha tra i suoi effetti un eccesso di attività “formali” degli operatori pubblici rispetto al tempo da dedicare alla vigilanza pratica nei luoghi di lavoro e quindi al confronto nella dialettica tra le parti sociali. Dentro questo quadro i medici competenti risultano schiacciati: se fanno bene il loro lavoro (per esempio denunciando le sospette malattie professionali) rischiano di perderlo, mentre farlo cercando di interpretare la volontà del datore di lavoro significa non svolgere il proprio ruolo in modo corretto e aggiungere ingiustizia a condizioni lavorative pesanti. Per parte nostra, l’unica proposta per uscire da questa impasse è obbligare le aziende a utilizzare medici dei servizi pubblici per la cui attività rispondono direttamente alla Usl/Asl come pure attribuire il riconoscimento delle malattie professionali alla Usl/Asl (come previsto dalla riforma sanitaria del 1978) anziché, come è ancora oggi, allo stesso soggetto che poi deve garantire le prestazioni assicurative, l’Inail. Un palese conflitto di interessi.

Che dire poi del fatto che l’eventuale assenza di Rls o Rlst in un’azienda non è sanzionata? Equivale a un esplicito “liberi tutti” contenuto nella norma attuale, a cui contribuiscono anche i codici disciplinari, per esempio nel pubblico impiego, che fanno scattare sanzioni e licenziamenti se un operatore osa criticare o segnalare pubblicamente criticità riguardanti l’ente o l’azienda dove lavora – come è accaduto durante la pandemia in numerose Rsa. Una condizione accettata dai principali sindacati, che va esattamente nella direzione opposta al diritto, sancito dallo Statuto dei diritti dei lavoratori: «I lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica.» Occorre un ritorno al futuro, anche per questo va evitato il semplice ritorno alla “normalità” ante Coronavirus perché quella normalità è stata la vera fonte della malattia.

Bibliografia-Sitografia

V. Agnoletto, Senza respiro, Un’inchiesta indipendente sulla pandemia Coronavirus, in Lombardia, Italia, Europa. Come ripensare un modello di sanità pubblica, Altreconomia, Milano 2020.

A. Giuffrida, S. Boseley, «Italy’s pandemic plan “old and inadequate”, Covid report finds. Outdated guidelines and lack of protocols may have led to thousands of extra deaths», The Guardian, 13 agosto 2020.

G. Grasselli, A. Pesenti, M. Cecconi, «Critical Care Utilization for the COVID-19 Outbreak in Lombardy, Italy. Early Experience and Forecast During an Emergency Response», JAMA, 13 marzo 2020.

M. Nacoti et Al., «At the Epicenter of the Covid-19 Pandemic and Humanitarian Crises in Italy: Changing Perspectives on Preparation and Mitigation. In a Bergamo hospital deeply strained by the Covid-19 pandemic, exhausted clinicians reflect on how to prepare for the next outbreak». NEJM Catalyst, 21 marzo 2020. Qui tradotto in italiano.

A. e G. Remuzzi, «COVID-19 and Italy: what next?», The Lancet, 12 marzo 2020.

I rapporti annuali del Global Preparedness Monitoring Board sono pubblicati a questo indirizzo: si vedano in particolare A World at Risk, settembre 2019; A World in Disorder, settembre 2020.

Conflitti nel Taylorismo Digitale

Le lotte dei drivers di Amazon a Milano

Riccardo Emilio Chesta

Abstract

Gli scioperi dei corrieri milanesi di Amazon hanno acceso i primi segnali di conflitto in uno dei settori più sconvolti dalla digitalizzazione, il lavoro di consegna a domicilio. L’introduzione degli algoritmi si basa su un vecchissimo imperativo, saturare i tempi di lavoro calcolando automaticamente le rotte di consegna e quindi tempi e distanze: una forma di “taylorismo digitale”. Attraverso un’analisi delle modalità di mobilitazione e dei contenuti di lotta dei corrieri milanesi, si mostra l’evolversi del conflitto in un settore chiave dell’e-commerce.

Introduzione

Introduzione

La mobilitazione dei drivers di Amazon costituisce un caso rilevante nel panorama lavorativo e sindacale contemporaneo attraversato dai nuovi processi di digitalizzazione [1]. Gli scioperi e le azioni di protesta dei corrieri milanesi mettono in luce problematiche e tendenze di un settore, quale quello delle consegne a domicilio, la cui organizzazione è stata ristrutturata dalle innovazioni digitali che hanno permesso l’avvento dell’e-commerce di massa.

Questo contributo parte da una domanda specifica. Che cosa mostrano le lotte dei drivers riguardo alla nuova relazione tra autonomia e controllo sul lavoro allo stadio attuale di riconfigurazione tecnologica? Dalla stessa domanda ne consegue un’altra: questo caso si identifica o si discosta dal modello generale di impresa Amazon, che tiene insieme diversi attori, quali clienti, altre imprese di fornitura e lavoratori (dalla logistica di magazzino a quella delle consegne)? Il modello è definibile come «taylorismo digitale», estensione di alcuni punti del tradizionale taylorismo e riedizione della one best way attraverso le nuove tecnologie digitali che rendono possibile: 1) calcolare e intensificare in maniera automatizzata tempi e ritmi della prestazione di lavoro, 2) ridurre deviazioni e tempi morti dovuti ad autonomia e discrezione nell’espletamento della funzione lavorativa. In ultima, l’applicazione degli algoritmi permette di superare la compresenza spazio-temporale in un luogo e il tramite di un supervisore umano per il monitoraggio. Con le tecnologie digitali l’azienda può aggiornare direttamente le procedure sulla base di conoscenze possedute dal lavoratore – ad es. le strategie di aggiustamento delle rotte di consegna – tramite l’estrazione automatica dei dati.

Partendo da una prospettiva di “determinismo tecnologico temperato” [2], la lotta dei corrieri è un caso di mobilitazione capace di porre una sfida al modello organizzativo di Amazon. Pur nella sua parzialità settoriale, l’importanza della posta in gioco e le questioni sollevate paiono di interesse generale, in quanto il modello applicato alle consegne è in linea di continuità con il neo-taylorismo algoritmico applicato all’interno dei magazzini.

Per fare ciò, questo contributo è articolato come segue. Dopo aver introdotto alcuni elementi strutturali di economia politica, che guardano all’espansione dell’azienda e al suo modello d’impresa, questo saggio si concentra su una prospettiva agentica, ovvero sul processo di lavoro[3]. Questa prospettiva evita le impasse del «determinismo tecnologico» classico e mostra la funzione critica del lavoro dentro il modello organizzativo definito dall’ordine d’impresa. Mettendo in luce le potenzialità aperte dalle nuove forme di conflitto, suggerisce così nuove possibilità per una contrattazione collettiva in grado di porre limiti alla mercificazione e al controllo del lavoro.

1. L’espansione di Amazon

In quanto multinazionale dell’e-commerce, Amazon ha naturalmente i caratteri dell’azienda innovativa, con una filosofia d’impresa tutta concepita a Seattle e che costantemente ripensa, riaggiorna il proprio modello organizzativo così come i campi di estensione dello stesso[4]. L’impresa nata nel luglio del 1994 per la vendita online di libri si è espansa in venti anni di attività a livello globale arrivando a coprire tutto lo spettro dell’e-commerce e persino a creare dei propri canali video con cui produrre e distribuire serie televisive, film e documentari. Se nel 2004, a dieci anni dalla propria nascita, Amazon aveva un fatturato annuo di 6,92 miliardi di dollari, l’ultimo bilancio disponibile del 2018 chiude a 232,89 miliardi di ricavi netti [5].

La gigantesca crescita del colosso si misura anche nel valore del brand che in assoluto svetta al primo posto su tutte le imprese mondiali con 315,51 miliardi di dollari, in un podio che vede al secondo posto Apple a 309,53 e Google a 309. Seguono appena sotto Microsoft a 251,34 miliardi, il gruppo Visa a 177,92 e poi Facebook a 158,97. Subito dopo queste multinazionali americane c’è The Alibaba Group, la multinazionale dell’e-commerce cinese, il cui valore di brand di 131,25 miliardi di dollari è meno della metà di quello di Amazon [6].

Da impresa che si impone come leader mondiale nell’e-commerce, la multinazionale di Bezos diviene anche un attore direttamente rilevante nel campo dell’informazione con l’acquisto del Washington Post nel 2013 e soprattutto con la fusione con il servizio di Posta federale, lo United States Postal Service (USPS) che parte nel dicembre 2013 da New York e Los Angeles e si estende progressivamente alle aree metropolitane maggiori degli USA[7]. È questa una svolta decisiva, come si legge nelle dichiarazioni della stessa portavoce di Amazon Kelly Cheeseman: «Da ora, ogni giorno può essere un giorno di consegna Amazon» [8].

Se infatti Internet ha eroso una parte consistente del business dei servizi postali, in quanto le lettere di carta sono state sostituite dalle email, i servizi di consegna a domicilio aumentano invece esponenzialmente. Con il servizio di consegna Prime Now, Amazon si propone come operatore che abbatte la frontiera delle consegne durante i festivi. L’entità di questo passaggio eccede il perimetro degli Stati Uniti e riguarda in primis i maggiori paesi occidentali, riscrivendo le modalità di impiego in nome di una flessibilità generale della forza lavoro su cui si fondano i servizi di consegna 24h/24.

La potenza del gigante dell’e-commerce sta nell’imporre il proprio controllo su sempre nuove sfere: mentre copre ormai la quasi totalità delle attività di acquisto e consumo online, ridisegna gli stessi parametri antropologici imponendo una visione accelerazionista dell’immediatezza e della disponibilità di un bene o servizio, così come del lavoro necessario per la fruizione dello stesso. Al contempo, Amazon dispone dei dati dei clienti, gli utilizzatori della piattaforma, essendo così in grado di produrre sia anticipazioni di acquisto, sia modelli algoritmici in grado di suggerire ulteriori prodotti o servizi.

A dispetto di tutto ciò, a livello pubblico non sono disponibili informazioni dettagliate sull’entità dei guadagni di Amazon e sulla sua composizione d’impresa. È questo un caso comune, ma assai paradossale per un’impresa che ha a disposizione la totalità dei dati dei propri clienti. Nei report annuali i pochi dati disponibili riguardano soprattutto la composizione del gruppo. Si tratta però di “dati selezionati” sulla posizione finanziaria e il fatturato, quest’ultimo però indicato genericamente e non scomposto per fonti di guadagno. I dati riguardanti il lavoro sono limitati a una nota («Investment & Job Creation») allegata alla lettera introduttiva del Chief Executor indirizzata agli investitori.

Così, Amazon dichiara di essere una multinazionale capace di impiegare 560.000 lavoratori “Amazzoniani” a livello globale, di cui 130.000 assunti dal 2017. Assai difficile è reperire dati riguardanti le diverse aree del mondo in cui vengono impiegate le diverse tipologie di forza lavoro e le diverse tipologie contrattuali delle stesse.

Per quanto riguarda l’Italia, l‘azienda dichiara di aver investito nel nostro paese 1,6 miliardi di euro e aver creato 5.500 posti di lavoro[9]. Dopo il primo centro di distribuzione aperto nel 2011 a Castel San Giovanni (Piacenza), Amazon ha aperto nel 2015 un centro di distribuzione urbana ad Affori (Milano), nel 2017 a Passo Corese (Rieti) e a Vercelli (Novara). Dal 2017 in poi ha aperto altri depositi di smistamento in Piemonte, Lombardia, Toscana, Veneto, Lazio.

Il caso milanese è rilevante per ragioni che allo stesso tempo potrebbero definirne una eccezionalità rispetto agli altri casi. I dati sono alquanto volatili a causa dell’alta mortalità di imprese che operano in consegna per conto di Amazon. Questo ovviamente si ripercuote in una inevitabile imprecisione nella quantificazione dei volumi di assorbimento e dispersione della forza lavoro del settore. Sarebbero circa 1.500 i lavoratori impiegati in Lombardia, una regione che copre il 18% dell’intero mercato dell’ecommerce italiano, per la maggior parte concentrato nell’area metropolitana milanese. Se Amazon è un attore che entra in scena recentemente, proponendo un modello prepotentemente nuovo nella distribuzione, così è nuova la maggior parte della forza lavoro socializzata alla sua organizzazione del lavoro. Ne consegue che anche l’azione sindacale resta una dimensione tutta da costruire[10]. È questo il quadro dentro il quale nasce e si sviluppa il primo ciclo di mobilitazioni e scioperi dei drivers milanesi.

2. Emersione del conflitto e contenuti di lotta dei drivers milanesi

È il 3 novembre 2015 quando Amazon apre il primo magazzino ad Affori, nell’hinterland di Milano Nord, dedicato al servizio Amazon Prime Now, promettendo un «servizio di consegne in un’ora» attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7[11]. Amazon raddoppia ancora nel 2016 con un altro stabilimento a Porto di Mare in zona Rogoredo.

Tra il 2012 e il 2016 Amazon aumenta i propri dipendenti, apre sempre nel 2016 un altro magazzino a Origgio, al confine tra Varese e Milano e poi nel maggio 2018 a Buccinasco, periferia di Milano Sud. Il posizionamento agli estremi della città permette non solo di operare in punti chiave per la concentrazione e distribuzione di merci, ma anche di attirare manodopera da tutto l’hinterland milanese.

Amazon recluta i cosiddetti drivers, la cui definizione professionale e contrattuale è già oggetto di contenzioso, con contratti d’operatore postale, attraverso società o consorzi che gestiscono il servizio delle consegne in appalto, spesso utilizzando ulteriori subappalti per gestire ordini particolarmente impegnativi. La capacità delle aziende di sostenersi nel tempo e di garantire i servizi è già un tema.

Frammentazione e discontinuità nella domanda di consegne comportano per le aziende numerose difficoltà, motivo ben presente tra gli stessi lavoratori:

La rotta è pagata un tot, 200/210 euro. L’azienda paga la persona, il furgone, la benzina e il resto lo guadagna. Ma siccome il meccanismo è ancora in evoluzione, non ci stanno dentro – secondo me – con le cifre che gli danno. È un’idea che ci siamo fatti. Per questo poi vanno a fare magheggi per rimanere a galla (INT 3) [12].

Le oscillazioni dei volumi di consegna si traducono per molte aziende che stipulano contratti con Amazon in una difficoltà nel sostenere i costi del servizio e del lavoro, spesso causa di cessazione di attività e licenziamenti. Inoltre, Amazon non partecipa a tavoli di concertazione, negando esplicitamente ogni coinvolgimento in questioni di natura sindacale. Questo è esplicitamente indicato in una nota ufficiale dell’azienda sul proprio sito:

Amazon stipula i contratti con i fornitori di servizi di consegna. I fornitori impiegano degli autisti della loro azienda e sono gli unici responsabili del loro personale. Il personale del fornitore non può partecipare a qualsivoglia piano di benefici o ad altri benefici disponibili per i dipendenti Amazon. I fornitori dei servizi di consegna e il relativo personale non hanno l’autorità per obbligare Amazon o qualsivoglia sua affiliata a firmare qualsivoglia contratto o obbligo. (Come potete immaginare, questa risposta è stata scritta dai nostri legali…) [13].

Di conseguenza, le problematiche inerenti al lavoro sono a carico delle aziende che gestiscono le consegne in appalto[14].

I primi scioperi dei corrieri di Amazon Italia si manifestano nel maggio 2017, con un presidio davanti allo stabilimento di Origgio, dove si concentrano e confezionano i pacchi che poi vengono smistati a tutti gli stabilimenti. I lavoratori denunciano la presenza di «orari massacranti e lavoro nero». Secondo i lavoratori, l’azienda impone carichi di lavoro insostenibili che arrivano anche a 14-15 ore al giorno.

Tre sono le richieste sindacali: «Il rispetto del contratto nazionale della logistica, la riduzione della filiera e una maggiore chiarezza sul fronte delle retribuzioni, sia per quanto riguarda gli straordinari sia per la corrispondenza tra i bonifici e le buste paga»[15].

Un’azione che, partita spontaneamente da circa settanta lavoratori, innesca un tentativo di «primo accordo nella pancia del gigante», come commentano in seguito i sindacati – e in particolare    il principale interlocutore dei drivers milanesi, la FILT-CGIL[16], che attraverso la mobilitazione porta a sindacalizzare circa un terzo dei corrieri lombardi.

I fornitori dei servizi di consegna e il relativo personale non hanno l’autorità per obbligare Amazon a firmare qualsivoglia contratto o obbligo

Il 27 giugno un altro evento di protesta si lega allo stabilimento di Affori e Origgio, dove i drivers di alcune società protestano contro un inquadramento contrattuale che li equipara a operatori postali, non riconoscendo le tipologie di mansioni e riducendone così il costo del lavoro[17]. Le rivendicazioni riguardano innanzitutto il riconoscimento della propria professionalità che garantirebbe non solo un incremento salariale ma anche un inquadramento contrattuale stabile, in quanto operatori del trasporto merci.

Nonostante un dialogo si inneschi con le imprese appaltatrici, gli scambi tra lavoratori e i diversi operatori avvengono in totale assenza di Amazon che non si presenta alle trattative, ma risponde solo con dichiarazioni a mezzo stampa. Parallelamente a questi episodi si espandono gli eventi di protesta in altri poli Amazon Italia – come lo sciopero durante il Black Friday del novembre 2017 allo stabilimento di Castel San Giovanni a Piacenza.

Sempre nel Milanese è da ricordare un altro sciopero a Origgio, Affori e la nuova station di Buccinasco nel settembre 2018[18]. A ottobre viene firmato il primo accordo di filiera che garantisce l’inquadramento dei contratti dei corrieri nel CCNL logistica, riconosce il problema dei carichi di lavoro, mette per iscritto i primi diritti di organizzazione sindacale (che tuttavia riguarda solo aziende del servizio di consegna e lavoratori, ma non coinvolge ancora Amazon). L’ondata di scioperi dà l’impressione di crescere, sino a consolidarsi simbolicamente il 24 febbraio 2019 quando è proclamato il primo sciopero regionale in Lombardia, evento che culmina con il comizio di Maurizio Landini, neoeletto segretario generale della CGIL[19].

A seguito di questo ciclo di mobilitazione e di scioperi, il 27 maggio 2019 una nuova ipotesi di accordo[20] viene firmata tra Assoespressi, il rappresentante FEDIT delle imprese aderenti alla filiera dell’e-commerce, i sindacati dei trasporti FILT-CGIL, FIT-CISL, UIL Trasporti e i nuovi Rappresentati Sindacali Aziendali, tra le file dei quali si trovano molti dei protagonisti della mobilitazione, per la maggior parte alla prima esperienza sindacale.

3. L’azione collettiva oltre la frammentazione: il sindacato tra conflitto e riconoscimento

Diverse sono le problematiche che l’azione collettiva dei drivers di Amazon ha contribuito a sollevare. Certo non si può dare a oggi una lettura esaustiva di un fenomeno in continua espansione e trasformazione, sia a livello strutturale – nuovi stabilimenti che sorgono, appalti, accordi e condizioni contrattuali che mutano – sia in termini di forme di azione collettiva e obiettivi sindacali raggiunti[21]. Si può comunque riscontrare come il sindacato sia stato uno strumento che drivers privi di appartenenze ed esperienze sindacali pregresse hanno scoperto come importante collettore di bisogni e rivendicazioni collettive in grado di superare la questione della frammentazione contrattuale.

Questo appare significativo per tre motivi. In primis, perché si impone in un terreno dove in presenza di contratti precari e instabili i costi di mobilitazione sembravano alti.

Secondo, perché i drivers svolgono un’attività lavorativa individualizzata, la cui performance è determinata individualmente dal dispatcher nonché sorvegliata da tecnologie digitali che determinano “le rotte” – i tracciati elaborati da un algoritmo su dati di geolocalizzazione finalizzati all’ottimizzazione dei tempi di consegna degli ordini. Il controllo dei cosiddetti devices che tracciano i movimenti dei lavoratori è stato oggetto di un contenzioso che ha portato alla ridefinizione del controllo escludendo i motivi disciplinari, come descrive uno dei corrieri:

Noi abbiamo il device, che è un braccialetto: sanno tutto. All’inizio ci chiamavano: «Cosa fai fermo al bar?». E come fai a saperlo? Andavano su Google Maps e vedevano dove eri e capivano che eri fermo al bar. Ci controllavano come dei detenuti prima, lo fanno ancora adesso, ma abbiamo fatto un accordo che il gps non può essere usato come disciplinare. Se no controllavano tutto, perché sei fermo lì, perché ci hai messo un quarto d’ora, perché sei lì e perché ti sei spostato di là? Perché hai fatto un’altra strada? (INT 3) [22].

Ti controllano tutto, anche quando vai in bagno. Io, ad esempio, ho due gps sul furgone e uno sul cellulare: capisco la sicurezza e per questo vi voglio bene, ma mi pare un tantino morbosa […] loro vogliono avere il polso della situazione: ti pagano per 9 ore e vogliono che tu non lavori 8 ore e 50 minuti, ma al massimo 9 ore e 10 minuti (INT 5) [23].

Lo scontento legato ai carichi e alla degradazione del lavoro ha innescato una serie di dato il via alle trattative e alla sindacalizzazione

I drivers provengono inoltre da storie lavorative assai diverse. C’è chi è al primo impiego, chi proviene da altri lavori nella logistica o in altri settori a bassa qualifica o chi cerca nel lavoro di corriere la stabilità che non aveva da padroncino. Prevalentemente hanno famiglia a carico e cercano un lavoro stabile in grado di garantire uno stipendio dignitoso. Da poco condividono un’esperienza lavorativa che, oltre all’individualizzazione della prestazione, alla precarietà contrattuale e alla saturazione dei tempi dovuta ai carichi di lavoro, offre pochi momenti di socializzazione, limitati al raduno mattutino per la raccolta ordini e al rientro pomeridiano con il furgone aziendale alla station di riferimento. Al di là di queste condizioni, che teoricamente limiterebbero le opportunità di azione collettiva, lo scontento legato all’insostenibilità dei carichi e alla degradazione del lavoro generata dalle rotte algoritmiche ha innescato una serie di episodi di mobilitazione che hanno dato il via a tavoli di trattative tra Assoespressi e lavoratori, e alla sindacalizzazione del settore. Questi processi hanno portato in un paio di anni a sviluppi sostanziali su diversi fronti, partendo da quello contrattuale – il riconoscimento del Contratto Collettivo Nazionale della Logistica con relative garanzie riguardo a diritti, orari di lavoro e reddito corrispettivo.

Di fronte a una situazione di “tabula rasa” sindacale come quella di Amazon Logistics, lo spazio di azione sindacale si è espanso in parte ricomponendo un ambiente caratterizzato dalla frammentazione determinata dal settore, contraddistinto da bassi standard di regolazione tanto per i lavoratori quanto per le imprese in subappalto. Uno degli aspetti più rilevanti dell’azione collettiva dei lavoratori è stata la critica a retoriche aziendali volte a legittimare al ribasso status professionali e condizioni lavorative:

Dopo quattro mesi che lavoravamo 12 ore al giorno, senza permessi, senza riposi, senza niente… eravamo tornati indietro di 50 anni […] come se non avessimo neanche il passaporto o non fossimo italiani che ci potevano ricattare. All’inizio abbiamo detto: diamo una mano all’azienda, è una start up, diamogli modo di crescere, ma il secondo e il terzo mese ci siamo detti di calmarci perché lavoravamo 12 ore al giorno, dalle 6 di mattina (non si capisce) e ci pagavano 900 euro al mese! […] Loro ci dicevano: è una start up. Stiamo iniziando, diamoci una mano. E ancora adesso, dopo due anni e mezzo, ci dicono che sono una start-up (INT 3) [24]

La protesta è stata uno strumento necessario per essere riconosciuti come soggetto collettivo tanto nei confronti dell’impresa quanto all’esterno, tentando di attirare l’attenzione sia dell’opinione pubblica sia delle istituzioni, in un discorso che sui media e da parte istituzionale privilegiava semplicemente la questione occupazionale ed enfatizzava il prestigio del brand Amazon come fattore automatico di riqualificazione e sviluppo urbano.

Lo spazio sindacale ha fornito un’utile piattaforma a individui privi di appartenenze collettive per aggregare una domanda spontanea e per organizzare così piani di rivendicazione che si sono progressivamente estesi nel tempo. A tal riguardo è utile la spiegazione data da alcuni drivers coinvolti con ruoli di leadership nell’azione collettiva:

Sono entrato per la prima volta con la FILT perché prima non è che avessi questa grande fiducia nel sindacato, anzi, tutt’altro. Oggi secondo me il sindacato non è visto come dovrebbe essere visto. È visto come un partito politico, cosa che, secondo me, se devi tutelare un lavoratore non è corretto. È giusto che tu abbia una tua idea, ma fuori dalle scuole, nei parchetti, nei centri commerciali quando parli di sindacato, si rapportano come ad un partito politico. Non si rapportano più come ad un’istituzione del lavoratore. E questo ti dimostra che in Italia le aziende fanno quel che vogliono. Io mi rifaccio a quello che ha fatto il mio bisnonno: la guerra, i partigiani. Hanno combattuto, hanno fatto l’età del ferro, quindi la Magneti Marelli e lì avevi veramente il sindacato, quello che dovrebbe tornare oggi, soprattutto per governare queste multinazionali che pensano solo ed esclusivamente al loro profitto (INT 5) [25].

Io prima lavoravo per una ditta di consegne, poi ho lavorato come rider per una piattaforma di food-delivery, ma è andata male. Mi sono rivolto al sindacato per risolvere questi problemi e poi reincontrando un ex collega con cui avevo lavorato per una ditta di consegne, lui mi ha mandato da un sindacalista Cgil che mi ha detto che gli serviva una rappresentanza in uno stabilimento e sono andato (INT 2) [26].

Noi delle RSA siamo uniti, non abbiamo colori. Siamo tutti colleghi. Io sono apartitico, un’idea politica ce l’ho, però tra di noi, CISL, UIL o CGIL, per noi è una tutela avere un sindacato che ci possa difendere. Tra RSA siamo uniti, c’è coesione. I problemi li vediamo tutti uguali e insieme (INT 3) [27].

In diverse testimonianze come queste emergono diversi spunti che riguardano il rapporto tra lavoro e azione sindacale. Innanzitutto, nella vertenza specifica che ha portato in circa un anno a riconoscere il passaggio dal contratto di operatore postale al contratto collettivo nazionale di lavoro, il sindacato è stato riconosciuto come un attore importante in quanto «associazione di lavoratori per i lavoratori», capace di incidere direttamente sui bisogni degli stessi.   

Allo stesso tempo però, come emerge dalla prima intervista e da altre testimonianze, questa visione di utilità, capacità di azione e appartenenza collettiva del sindacato non si traduce in una collocazione politica. Anzi, la dimensione politica è investita di una generale sfiducia, viene vista come una sfera distante e poco capace di incidere in maniera rilevante sulle condizioni di lavoro e di vita.

Nella totale assenza di riconoscimento sindacale nella quale si è mossa Amazon a Milano, il sindacato si è costituito come una piattaforma aperta che partiva da bisogni dei lavoratori. Ha utilizzato modalità di azione di protesta e scioperi per poter sollevare questioni lavorative che partendo da bisogni diretti – dai carichi di lavoro, oltre alla proprietà dei dati del lavoro vivo, la vertenza non è ancora arrivata così a incidere sulla “testa” della filiera, da cui conseguono tutti i nodi della questione.

4. I drivers e i conflitti sul lavoro nel capitalismo digitale: alcuni appunti parziali

La propensione ad agire collettivamente o individualmente per ridiscutere e ottenere miglioramenti nelle condizioni di lavoro è spesso descritta come una caratteristica di lavoratori dotati di maggiori competenze professionali. Se indubbiamente la professionalità è una condizione che può facilmente tradursi in maggiore capacità di influenza nella contrattazione, essa tuttavia non è immediatamente una condizione che va da sé, né necessaria né sufficiente. Non solo il cosiddetto “potere dei lavoratori” (worker power) apre a diverse definizioni di competenza e professionalità, ma la conversione delle competenze in potere di controllo sul processo lavorativo, di conflitto e contrattazione con l’impresa è un processo tutt’altro che scontato. È un processo sociale di riconoscimento che si realizza nell’interazione tra lavoratori, nel processo lavorativo e nella dialettica con l’impresa.

Nello specifico, i drivers milanesi dispongono di una professionalità difficilmente riducibile dentro i rigidi tracciati elaborati dalle rotte algoritmiche. Dal suo riconoscimento conseguono diverse implicazioni sindacali:

La ragione per cui siamo forti qui è la professionalità. Ci sono lavoratori che sono forti del loro saper fare e questo costituisce un elemento identitario prima del sindacato e che chiedono al sindacato di rappresentare. Questo è il punto di vertenza aperta con l’algoritmo di Amazon. Il punto è che i lavoratori sanno fare un mestiere laddove c’è un algoritmo che nel migliore dei casi gli dice cosa fare e nel peggiore gli ruba il mestiere. Nel primo caso, l’algoritmo non conosce veramente il territorio – se c’è un portinaio in un palazzo che facilita la consegna, se c’è una signora che può aprire o no ecc. – quella componente umana che il lavoratore è in grado di leggere. Questa relazione con il territorio e con i clienti non viene tenuta in conto dall’algoritmo. Non tenendolo in conto peggiora la qualità del lavoro e del servizio. Nel peggiore dei casi, l’algoritmo ruba il lavoro perché recupera tutta una serie di dati mentre il lavoratore tracciando un nuovo percorso, più rapido perché legato all’esperienza, fornisce informazioni e dati all’algoritmo che le registra. In tal modo, riprocessando non solo si riappropria della conoscenza del lavoratore ma lo rende anche sostituibile, in quanto lo può sostituire anche in futuro non dico con robot, ma semplicemente con altri lavoratori. Tutto questo è professionalità lavorativa che non viene retribuita (INT FILT-CGIL) [28].

Queste problematiche mostrano come la “conoscenza tacita” e il “fattore umano” fondino una professionalità e un saper fare che sono necessari per svolgere una mansione lavorativa apparentemente semplice, come la consegna a domicilio, ma complessa nella sua interazione con il territorio e con la crescente individualizzazione del servizio richiesto dai clienti.

In questo caso, il controllo algoritmico dei carichi e delle rotte è una estensione peggiorativa dei modelli di gestione “scientifica” di stampo taylorista, in quanto occulta dietro “operazioni tecniche” delle scelte organizzative interessate – l’appropriazione di dati derivanti da esperienza professionale e l’eventuale sostituibilità del lavoratore. Così facendo non aumenta solo i carichi, i ritmi di lavoro e i rischi professionali per i lavoratori (stress individuale, rischio incidenti di guida ecc.), ma aumenta la sorveglianza della performance lavorativa riducendo lo spazio di contrattazione. L’unica figura con cui comunicare rimane il dispatcher o una piccola impresa di subappalto il cui potere di negoziazione con Amazon è a sua volta, a causa delle dimensioni e della frammentazione del mercato, assai ridotto.

Ecco qui dunque uno degli aspetti chiave di questo settore del capitalismo digitale. Dietro l’aura dell’innovazione tecnologica che supera i vincoli, accelera i servizi e crea nuove opportunità lavorative, l’organizzazione algoritmica non solo elude la questione dei diritti e del riconoscimento lavorativo, tanto della sua professionalità quanto della sua giusta retribuzione, ma monitora e misura digitalmente in maniera accurata e con precisione analitica solo alcune dimensioni di parte: la performance lavorativa e i tempi delle operazioni lavorative. Il neo-taylorismo digitale delle rotte algoritmiche dei corrieri assume così i tratti di una “linea di montaggio nella testa”, così come era stato definito il potere  delle ICT nella modellizzazione del lavoro da call center[29].

Ciò che la lotta dei corrieri ha riconosciuto è che qualità del lavoro e qualità del servizio sono strettamente legati. L’insostenibilità di una media di 120 stop su una giornata lavorativa di 8 ore e 45 minuti si basa su rotte – non negoziate con lavoratori e sindacati – che propongono una logica efficientista unidimensionalmente definita da protocolli d’impresa decisi a monte da una “testa” (Amazon) che si esclude dalla contrattazione. Questa identifica come valore, da cui dipendono i propri profitti, la velocità di consegna, non considerando rischi individuali per il lavoratore (stress psicofisico e incolumità) e collettivi (incidenti stradali).

Prima di “contrattare l’algoritmo” – usando un’espressione tanto ormai di rito quanto vaga – è da stabilire l’entità del riconoscimento delle competenze dei lavoratori. In seguito sono da definire i limiti dell’algoritmo nel processo lavorativo, non solo in termini di privacy e autonomia del lavoratore, ma soprattutto come strumento programmato dall’azienda Amazon, la vera responsabile delle scelte di fronte ai lavoratori stessi e con cui aprire la contrattazione. Le condizioni di applicazione dell’algoritmo sono infatti tutt’altro che tecnologicamente determinate e dipendono da un insieme di fattori intrinsecamente sociali per cui si accettano o meno a seguito di accordi tra le parti in gioco[30]. Non è certo solo Amazon a rendere possibile il suo modello, ma esso si impone laddove vi sono istituzioni del mondo del lavoro deboli e bassi livelli di regolazione, che specie nel settore della logistica presentano ulteriori dimensioni di opacità quando non di irregolarità[31]. È lì che istituzioni e rappresentanti dei lavoratori dovrebbero agire congiuntamente.

Un’altra dimensione importante risiede nel legame tra cittadino-cliente e lavoratori: la qualità del servizio è infatti inversamente proporzionale alla rapidità della consegna.

Rinegoziare le rotte su basi più sostenibili non andrebbe solo a tutelare lavoratori e clienti, ma anche cittadini che ogni giorno attraversano fisicamente gli spazi urbani. Le rotte tracciate dagli algoritmi non tengono in conto infatti della miriade di imprevisti dovuti alla conformazione umana e sociale della città. Lo spazio urbano e i territori sono dimensioni troppo complesse e imprevedibili per essere gestite con macchine che leggono in astratto rotte e tragitti attraverso analytics, per quanto continuamente aggiornati. In tal senso anche l’apertura di stabilimenti o la loro espansione andrebbe inserita in programmi pubblici di pianificazione urbanistica che ne leggano la complessità territoriale.

In conclusione, tre sono forse le dimensioni cruciali che emergono dalla vertenza dei drivers. In primis, la necessità di legare un sindacalismo tradizionale con un sindacalismo più di movimento tra lavoratori che apra una coalizione con altri soggetti come associazioni di consumatori e comitati territoriali. In secondo luogo, provare a legare le lotte dei corrieri con quelle degli altri lavoratori Amazon soggetti alle forme di controllo neo-taylorista definito dagli algoritmi. In ultima, lavorare a un coordinamento sindacale transnazionale. È infatti assai difficile confrontarsi con un attore multinazionale come Amazon senza un coordinamento tra lavoratori che abbia la stessa scala.


[1] Il presente lavoro è parte di un progetto di ricerca attualmente in corso sulle conseguenze sociali del capitalismo digitale. Il materiale empirico è stato raccolto in tre diversi momenti lungo il 2019. È costituito prevalentemente da un dossier contenente la copertura degli eventi di protesta sui principali media, documenti sindacali e soprattutto materiale da fieldwork composto da tre osservazioni con partecipanti ad assemblee sindacali spontanee di lavoratori e dieci interviste con corrieri aventi un ruolo di rilievo nella mobilitazione. Tali dati sono registrati e sottoposti a lavoro di codifica e analisi. Ringrazio i colleghi Loris Caruso e Lorenzo Cini con cui ho collaborato dal 2018 a oggi e dalle cui discussioni questo lavoro ha beneficiato. Ripetuti confronti con Alfredo Alietti, Luca Carollo, Marco De Seriis, Guglielmo Meardi, e la redazione di Officina Primo Maggio hanno ulteriormente arricchito le seguenti riflessioni. Eventuali errori e sviste sono invece da attribuire esclusivamente all’autore.

[2] W.J. Orlikowski, «The Duality of Technology: Rethinking the Concept of Technology in Organizations», in Organization Science, n. 3 (1992). In linea di continuità con il determinismo tecnologico classico, la prospettiva del soft determinism definisce la tecnologia una forza esterna che gioca un ruolo determinante sugli attori sociali, riconoscendo il maggior peso degli strumenti tecnologici nel rendere possibile il perseguimento di uno scopo (in questo caso, ad esempio, la riduzione dei tempi di spostamento dei corrieri e di consegna). Tuttavia, il soft determinism riconosce agli attori sociali la possibilità di intervenire sugli apparati tecnici e negoziarne l’applicazione. Se, ad esempio, il perseguimento dello scopo è possibile solo grazie alle nuove tecnologie algoritmiche, è comunque sempre l’interesse sociale a definire il senso dello scopo – il profitto legato alla velocità di consegna e alla riduzione dei costi del lavoro. Inoltre, il determinismo temperato introduce l’elemento dell’incertezza intrinseca all’innovazione. Se la tecnologia è mediata da progetti organizzativi determinati da attori sociali portatori di interessi, va anche riconosciuta la limitata capacità degli attori di conoscere in anticipo tutti i potenziali effetti della tecnologia (attesi e inattesi), che rimangono incerti e possono aprire a conseguenze anche disfunzionali rispetto agli scopi dei progettatori.

[3] La prospettiva di ricerca del processo lavorativo (labour process theory) si riferisce a un approccio alla sociologia industriale che, all’interno di un determinato modo di produzione, parta dall’elemento critico del lavoro, come fattore d’importanza preminente su cui si poggia l’attività produttiva, il cui funzionamento dipende dall’accettabilità o meno di un modello organizzativo e dalle condizioni che ne conseguono. Per questo, lo studio del processo lavorativo permette di mostrare le condizioni di consenso o conflitto che strutturano o modificano una determinata distribuzione del potere, considerando il luogo di lavoro e produzione come la dimensione preminente di una determinata distribuzione del potere su cui poggia più in generale l’ordine di una società. Per una rassegna del dibattito, si veda D. Knights e H. Willmott (a cura di), Labour Process Theory, MacMillan, London 1990.

[4] N. Berg, M. Knights, Amazon. How the World’s Most Relentless Retailer Will Continue to Revolutionize Commerce, Kogan Page, London 2019.

[5]  Amazon Annual Report, 2018 pubblicato nel gennaio 2019, consultabile al link: www.annualreports.com/Company/amazoncom- inc.

[6] Dati sui 100 brand globali elaborati dal gruppo Kantar Milward Brown, disponibili al link: http://online.pubhtml5.com/bydd/ ksdy/#p=1.

[7] In Italia, il primo accordo tra Poste Italiane e Amazon è siglato nel giugno del 2018.

[8] www.nytimes.com/2013/11/11/business/postal-service-and-ama-zon-strike-deal.html

[9] https://www.aboutamazon.it/centri-di-distribuzione/investimenti-locali/investimenti-locali

[10] Da un’ottica comparata, in Europa Amazon è presente sin dal 1999 quando si insedia in Germania con lo stabilimento di Bad Hersfeld che rimane l’unico fino al 2006, per poi programmare una nuova espansione con l’apertura di altri nove stabilimenti su suo lo tedesco. Anche per ragioni geografiche, la Germania infatti è il principale centro logistico d’Europa. Pur tuttavia, Amazon risulta un’impresa de-sindacalizzata, per lo meno fino al 2011, quando il sindacato tedesco dei servizi VeR.Di inizia la mobilitazione e organizzazione sindacale negli stabilimenti per richiedere l’adesione al contratto collettivo del commercio. Si veda J. Boewe, J. Schulten, The Long Struggle of The Amazon Employees, Rosa LuxemburgStiftung, Brussels 2017; B. Cattero, V. D’Onofrio, «Orfani delle Istituzioni. Lavoratori, Sindacati e le “Fabbriche Terziarie Digitalizzate” di Amazon», in Quaderni Rassegna Sindacale, n. 1 (2018), pp. 7-28.

[11] La Repubblica-Milano, 3 novembre 2015.

[12] Intervista 3, Driver, Milano 18 marzo 2019.

[13] Estratto dalla sezione “Domande frequenti”, alla domanda «Quali sono i rapporti giuridici tra Amazon e corrieri?», indicato dalla stessa azienda sul suo sito ufficiale: https://logistics.amazon.it/

[14] Come riferisce un rappresentante sindacale dei corrieri: «Amazon ha un contratto con queste società e ha dei criteri loro di assegnazione degli appalti e i lavoratori sono esclusivamente dipendenti dalle aziende presso le quali lavorano. Non firmano niente con Amazon. Se ne guarda bene Amazon dal fargli firmare qualcosa. Però stanno dentro degli schemi, nel senso che l’azienda sa quali sono le condizioni di servizio che deve prestare e quindi poi le ribalta sui lavoratori». Intervista Sindacale 8, Milano, 27 settembre 2019.

[15] La Repubblica-Milano, 11 maggio 2017.

[16] La Repubblica-Milano, 12 maggio 2017.

[17] La Repubblica-Milano, 28 giugno 2017.

[18] La Repubblica-Milano, 14 settembre 2018.

[19] La Repubblica-Milano, 25 febbraio 2019.

[20] Il testo completo dell’accordo è disponibile al link: www.startmag.it/wp-content/uploads/IPOTESI-ACCORDO-AMAZON.pdf

[21]  Proprio nel momento in cui l’autore scrive è in atto l’ennesimo sciopero proclamato per 48 ore dal 19 al 20 febbraio 2020, con presidi di corrieri fuori dalle stations lombarde di Buccinasco, Burago e Origgio che chiedono ad Amazon di entrare nella contrattazione, di superare la differenziazione dei trattamenti contrattuali legata alla frammentazione delle imprese di consegna ridefinendo criteri omogenei riguardanti inquadramenti professionali, stipendi e carichi di lavoro.

[22] Intervista 3, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[23] Intervista 5, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[24] Intervista 3, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[25] Intervista 5, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[26] Intervista 2, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[27] Intervista 3, Driver, Milano, 18 marzo 2019.

[28] Intervista a Luca Stanzione, segretario generale Filt-Cgil Lombardia, Milano, 13 marzo 2019.

[29] P. Bain, P. Taylor, «An Assembly Line In The Head? Work and Employee Relations in the Call Centre», in Industrial Relations Journal, vol. 30, n. 2, (1999); J. Woodcock, Working the Phones: Control and Resistance in Call Centres, Pluto Press, London 2017.

[30] P. Edwards, P. Ramirez, «When Should Workers Embrace or Resist New Technology?», in New Technology, Work and Employment, vol. 31, n. 2, (2016).

[31] S. Bologna, S. Curi, «Relazioni industriali e servizi di logistica. Uno studio preliminare», in Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali, n. 161, 1, (2019).

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Industria 4.0 e lavoro operaio

Matteo Gaddi

1. Le parole

Il termine Industria 4.0 è stato coniato in Germania e indica sia un insieme di tecnologie applicate alla produzione industriale per aumentare la produttività, sia una precisa strategia politica del governo tedesco per mantenere e rafforzare la competitività del proprio sistema manifatturiero.

Il progetto di Industria 4.0 si è rapidamente diffuso, diventando in breve tempo un programma di politica industriale per tutti i governi europei. In effetti si tratta di una strategia per la trasformazione del settore manifatturiero, che utilizza un insieme di tecnologie in grado di modificare i processi di produzione, in particolare grazie a strumenti di comunicazione, connettività, raccolta ed elaborazione dati. Indubbiamente anche la robotica e l’automazione di nuova generazione possono essere considerate parte di Industria 4.0, ma i fenomeni di automazione, anche spinta, dei processi produttivi, sono conosciuti e praticati da decenni. La vera novità della trasformazione in corso è la connettività come portato delle Information and Communication Technologies (ICT): se strumenti di lavoro, impianti, stabilimenti e prodotti sono connessi, allora possono comunicare direttamente tra loro e con sistemi centralizzati (questo è il punto fondamentale!) di raccolta ed elaborazione dati, a una velocità tale da poterlo fare in continuo e in tempo reale.

In questo modo i processi produttivi diventano interamente computer-driven.

L’aumento della computerizzazione dei sistemi manifatturieri e l’utilizzo delle tecnologie di rete e ICT consente infatti di integrare tutte le parti del sistema in un network informativo.

Almeno due sono gli elementi che consentono la creazione di questo network. Innanzi tutto esistono dispositivi di diverso tipo, quali micro-processori e micro-computer, molto potenti in grado di comunicare tra loro e di scambiare con il sistema informativo centralizzato una quantità enorme di dati sui processi produttivi e lavorativi mentre si svolgono. Questi dati sono raccolti da altri dispositivi: sensori, radiofrequenze RFID (Radio-Frequency Identification), codici a barre letti da scanner ottici connessi ecc.

L’Internet of Things (IOT) gioca un ruolo decisivo: si riferisce a sistemi IT (Internet Technology) connessi a tutti i sotto-sistemi, i processi, gli oggetti materiali e i fornitori, ciascuno dei quali può comunicare con tutti gli altri e con gli esseri umani. Ne deriva il concetto di Cyber-Physical Systems (CPS), basato sulla possibilità di incorporare software in dispositivi hardware come sensori, processori e apparecchi di comunicazione, a loro volta incorporati negli impianti, negli strumenti di lavoro e nei prodotti stessi (parti, componenti, prodotti finiti). Questi strumenti e questi dispositivi, grazie ai software e alle tecnologie ICT incorporate, possono scambiarsi informazioni e dati, ordinare azioni (cioè interventi e operazioni dei lavoratori), esercitare attività di monitoraggio e di controllo (del processo produttivo e quindi delle prestazioni lavorative, cioè del lavoro).

La principale trasformazione di Industria 4.0, infatti, consiste nella connessione (networking) di elementi del processo produttivo in precedenza isolati: questo avviene tramite RFID, chip, mini transponder e qualsiasi dispositivo di processamento / elaborazione dati in grado di comunicare e ricevere informazioni. Mentre RFID e chip funzionano in genere in oggetti di piccole dimensioni (componenti, prodotti, piccoli strumenti di lavoro), nel caso di macchine, impianti e linee produttive sono in funzione veri e propri calcolatori, cioè computer a bordo macchina/linea. Nel primo caso, le informazioni sono incorporate digitalmente negli oggetti (o nelle distinte di lavoro, nel caso di ordini di lavoro; o nei contenitori di componentistica) e vengono poi acquisite tramite strumenti ICT (scanner ottici, penne ottiche, RFID ecc.), continuamente registrate e condivise lungo l’intero processo di produzione. Per fare un esempio concreto, un componente da installare per effettuare un assemblaggio prima di essere montato può comunicare, tramite la lettura del codice a barre o del chip in esso incorporato, una serie di informazioni all’operatore che lo utilizza: innanzi tutto se si tratta del pezzo corretto o meno, a quale commessa corrisponde, come deve essere montato e attraverso quale sequenza di operazioni, in quali tempi. In generale lo stesso meccanismo si applica anche agli ordini di lavoro: il numero di pezzi da realizzare e/o il numero di operazioni da svolgere (cioè il carico di lavoro complessivo assegnato) spesso viene conosciuto dall’operatore soltanto dopo aver “estratto” queste informazioni  da un codice a barre (tramite lettore ottico o scanner) o da altri strumenti informativi simili situati sull’ordine di lavoro.

A loro volta questi strumenti, oltre che portatori di informazioni, possono essere destinatari di informazioni relative ad esempio alle operazioni di cui sono stati oggetto da parte degli operatori (cioè se sono stati utilizzati correttamente o meno), alla qualità delle operazioni che hanno subito (se l’operazione è stata eseguita secondo i parametri di qualità prescritti o ci sono stati difetti, problemi ecc.) e alla loro localizzazione. Cioè la registrazione delle operazioni svolte consente di introdurre nell’oggetto stesso informazioni relative proprio alle operazioni svolte dal lavoratore. In questo senso, quindi, questi oggetti sono al tempo stesso portatori e destinatari di informazioni.

La possibilità di tracciarne la localizzazione si intreccia strettamente con un’altra informazione decisiva per il “comando d’impresa”, ossia l’informazione di quanto tempo hanno sostato presso ciascuna postazione di lavoro, che si tratti del magazzino logistico, del trasporto in reparto, della preparazione-preassemblaggio o delle vere e proprie operazioni di produzione.

Questi dati vengono raccolti e caricati nel sistema informativo centralizzato tramite la connessione dei dispositivi incorporati negli oggetti e delle unità logiche e di calcolo che governano il funzionamento di macchine, impianti, utensili. Nonostante la retorica sul decentramento dei flussi informativi, in realtà queste tecnologie sono state studiate per centralizzarli al massimo livello possibile.

Senza questa centralizzazione non potrebbe funzionare un’altra delle caratteristiche portanti di Industria 4.0, cioè l’utilizzo in tempo reale di dati e informazioni, attraverso la loro analisi ed elaborazione.

Le informazioni e i dati così generati dal processo produttivo e lavorativo, infatti, possono essere analizzati attraverso gli strumenti dei Big Data e del Cloud Computing per monitorare continuamente e in tempo reale i processi (cioè il lavoro) e consentire interventi immediati in caso di rallentamento del flusso, guasti agli impianti, per superare i “colli di bottiglia”, per sincronizzare un reparto/settore con il resto del processo, per correggere eventuali errori e/o ritardi degli operatori ecc.

Questa centralizzazione delle informazioni non esclude che, in automatico, alcune informazioni possano essere comunque scambiate dalle macchine tra loro e che, di conseguenza, le stesse possano resettarsi senza intervento centralizzato.

Alla Carel Industries di Brugine (PD) sono stati realizzati collegamenti M2M (macchina-macchina) tramite un software che riguarda lo stabilimento nel suo complesso: quando viene introdotta dall’operatore una modifica (su parametri di prodotti e processi) su un’attrezzatura, questa viene subito valutata e certificata da un ente aziendale (centralizzato). Il collegamento di ogni macchina, via sistema computerizzato, avviene con un server che accumula informazioni e si estende anche alle altre linee di produzione che condividono gli stessi parametri: in questo modo la linea successiva assume in automatico la modifica apportata da quella precedente senza che gli operatori della linea (e di quelle successive) se ne accorgano. I lavoratori, quindi, sono esclusi dalla gestione delle informazioni che attengono al processo produttivo. La stessa cosa avviene tra stabilimenti, compresi quelli esteri: grazie alla connessione vengono trasmesse le informazioni sui server nei vari siti e, di conseguenza, anche l’operatore estero si trova revisionato il proprio programma di produzione senza alcuna possibilità di intervento. Il certificato di validazione della modifica, infatti, viene messo in un repository (cioè in un server) dove le macchine attingono in automatico le ricette di lavorazione. Tutti i processi generano dati che vengono raccolti e gestiti secondo diversi step: con lo step 1 i dati sono visibili su monitor; con lo step 2 si verifica che effetto hanno avuto i controlli di processo su processi successivi; con lo step 3 avviene la sincronizzazione dei dati nel loro insieme.

Perciò non si tratta di decentramento: se a una macchina vengono modificati dei parametri di funzionamento, questa può trasmetterli in automatico a quelle successive determinando così il loro conseguente resettaggio. Ma questo processo implica comunque un intervento sulla prima macchina da parte di un livello gerarchico aziendale espressamente incaricato; così come la trasmissione di questi nuovi parametri alle macchine successive avviene attraverso software che rispondono a una programmazione centralizzata dei processi e sulla quale i lavoratori dei reparti (decentralizzati) hanno ben poco potere e possibilità di intervento. Ciò che viene presentato come decentramento informativo in realtà funziona come un potentissimo strumento di resettaggio/riorganizzazione dell’intero processo produttivo in caso di lotti di produzione piccoli e variabili: la flessibilità del sistema, sebbene rigidamente programmata a monte, risponde alla necessità, in caso di cambio lotto, di modificare nel minor tempo possibile parametri e condizioni di produzione per superare i tempi morti dovuti alla necessità di ri-attrezzare e resettare macchine e impianti, o di riprogrammare forniture e organizzazione dei processi.

Questo aspetto si intreccia strettamente con lo SMED (Single-Minute Exchange of Dies): un sistema utilizzato nei modelli di Lean Production per ridurre drasticamente il tempo necessario per completare la sostituzione e l’adeguamento delle apparecchiature di produzione, cioè per resettare e riattrezzare macchine e impianti in caso di cambio prodotto/lotto. L’essenza del sistema SMED è quella di convertire il maggior numero possibile di passaggi di cambiamento (changeover) in “esterni”, cioè eseguiti mentre la macchina è in funzione, e di semplificare e snellire quelli rimanenti.

I lavoratori sono esclusi dalla gestione delle informazioni che attengono al processo produttivo. La stessa cosa avviene tra stabilimenti

Alla Tetra Pak di Rubiera (RE), i comandi della macchina rotativa consentono l’azionamento della linea di tutti i gruppi: inserimento del rotolo, stampaggio, colori, ecc. Il cliché della stampa viene inserito manualmente, in base all’ordine di produzione che indica anche quale impianto del disegno installare. Il tempo di questa operazione è di circa nove minuti; l’azienda ha stabilito delle tempistiche standard, e se ci sono degli sforamenti rispetto a queste compete agli operatori recuperare i tempi; inoltre, in caso di sforamento, l’anomalia va giustificata inserendola a computer (in questo modo viene garantito il controllo in tempo reale dei tempi e dello stato di avanzamento della produzione).

Nello stabilimento Dayco Europe di San Bernardo d’Ivrea (TO), che produce componentistica per l’automotive, una linea di assemblaggio è attrezzata con una tecnologia di comunicazione/controllo Profibus (Process Field Bus). Profibus è uno standard di comunicazione seriale per dispositivi inseriti in reti di automazione per gestione di comunicazioni tra dispositivi “intelligenti” o task riguardanti l’automazione di processo. Ogni PC master è configurato in modo che dopo le fasi iniziali relative alla gestione degli slave (parametrizzazione e configurazione) possa scambiare con ciascuno di essi un certo numero di input e output (byte). Grazie alla parametrazione il master spedisce allo slave i parametri operativi per il funzionamento; mentre con la configurazione il master specifica il numero e il tipo di dati da scambiare in ingresso e in uscita con lo slave. La linea di assemblaggio della Dayco attrezzata con la tecnologia Profibus può essere suddivisa blocchi (una sorta di modularizzazione) e lo spegnimento di uno soltanto di essi per ragioni di manutenzione o di altri interventi consente al resto delle linea di continuare la produzione.

Il carattere centralizzato è evidente quando si considera il significato di Big Data (cioè di grandi masse di dati analizzate mediante algoritmi) in ambito Industria 4.0. La raccolta di dati da una pluralità di fonti (i diversi impianti di produzione, diversi sistemi/reparti/divisioni, diversi stabilimenti ecc.) costituisce la base su cui assumere e attuare decisioni in tempo reale. I Big Data hanno quattro dimensioni: volume, varietà, velocità di generazione e di analisi, valore dei dati. L’analisi dei dati è quella che permette alle direzioni d‘impresa di identificare immediatamente tutte le minacce che possono manifestarsi in tutte le fasi del processo per consentire interventi immediati, finalizzati alla massima velocizzazione e fluidità del ciclo.

Altre tecnologie solitamente associate a Industria 4.0 sono (a) i robot autonomi, (b) gli strumenti di simulazione, (c) i sistemi di integrazione verticale e orizzontale, (d) l’Industrial Internet of Things (IIOT), (e) il Cloud e (f) la realtà aumentata. Vediamo di passarle brevemente in rassegna.

I robot di nuova generazione (a) sono sempre più autonomi, flessibili, cooperativi con gli esseri umani (in quest’ultimo caso si parla di “Cobot”) e in grado di imparare dall’esperienza sul campo. I robot autonomi sono in grado di realizzare in maniera precisa un compito completo nel tempo assegnato grazie alla programmazione del loro funzionamento, realizzata per garantire loro anche le caratteristiche di flessibilità, versatilità, interattività e collaboratività. In questo senso diviene particolarmente importante il ruolo della programmazione del funzionamento del robot, sia per l’assegnazione dei tempi di ciclo per l’esecuzione dei compiti (task), sia per conferire versatilità e flessibilità di esecuzione. Queste due ultime caratteristiche, che giustificano il termine di “autonomo”, dipendono tuttavia da strumenti ICT molto più rigidi di quanto non si creda: la flessibilità, infatti, deve essere “insegnata” e incorporata nel robot grazie al programma che ne governa il funzionamento. Lo stesso algoritmo di apprendimento è frutto di una programmazione, così come il fatto che funzioni  grazie a moduli di processo riconfigurabili velocemente in caso di nuovi compiti attraverso un’interfaccia uomo-macchina. Gli strumenti di simulazione (b) trasformano i dati “fisici” raccolti sul campo in tempo reale in un modello virtuale (in 2D o in 3D), che può includere macchine, prodotti ed esseri umani. Questa virtualizzazione consente di simulare i tempi di ciclo, il funzionamento degli impianti e il flusso di processo anche al fine di intervenire sulla programmazione.

Gli strumenti di simulazione dei processi di produzione possono essere utilizzati per ridurre i tempi di fermo-macchina e di modifica delle impostazioni; per ridurre le interruzioni nel processo di produzione e garantirne lo scorrimento; per aumentare la velocità e la capacità decisionale delle direzioni e delle gerarchie aziendali. Anche in questo caso parliamo di strumenti molto potenti che, sotto l’aspetto di grande efficienza ed efficacia, nascondono in realtà un forte dispositivo di comando d’impresa.

Terzo aspetto (c): Industria 4.0 comporta tre dimensioni di integrazione, ossia quella orizzontale attraverso la messa in rete di tutta la filiera (catena) produttiva, coinvolgendo nel network tutte le unità produttive facenti parte della medesima catena; l’integrazione verticale, cioè il networking di tutte le fasi di processo (elaborazione ordini acquisiti, progettazione, industrializzazione, programmazione, schedulazione, operazioni manifatturiere, logistica ecc.) all’interno di una stessa unità produttiva; l’ingegnerizzazione end-to-end dell’intero ciclo di vita del prodotto. Ovviamente la completa integrazione digitale e l’automazione dei processi produttivi, sia nella loro dimensione verticale che orizzontale, implica anche la necessità di un’automazione della comunicazione e della cooperazione, in particolare attraverso una forte standardizzazione dei processi.

L’Internet of Things (d) indica un network di oggetti che incorporano indirizzi internet connessi tra loro e comunicanti tramite protocolli standard. Un altro termine utilizzato per indicare l’Internet of Things (IOT) è Internet of Everything (IOE), che riunisce Internet of Service (IOS), Internet of Manufacturing Services (IOMS), Internet of People (IOP): cioè un sistema di Integration of Information and Communication Technology (IICT) che funziona grazie ai sistemi di comunicazione incorporati negli oggetti. Questo sistema dovrebbe garantire un’interazione continua tra i nodi del network per consentire una capacità di risposta immediata a fronte di qualsiasi cambiamento e la continua raccolta di informazioni. In questo modo la catena di produzione dovrebbe diventare “intelligente”, agile e in grado di integrare in rete oggetti fisici, esseri umani, macchine e impianti anch’essi “intelligenti”, sensori, dispositivi di raccolta dati, linee e processi produttivi, anche oltre i confini delle singole unità produttive. I dati e i software per la loro elaborazione sono gli elementi chiave per la pianificazione dei processi, la schedulazione dei compiti e il monitoraggio. In questo modo la tracciabilità delle cose e dei processi (lavorativi) diventa molto veloce e precisa, così come la capacità di feedback, ossia quella di retroagire sul sistema sulla scorta delle informazioni ottenute ed elaborate.

Nella gestione dei dati, le piattaforme in Cloud (e) vengono utilizzate come strumento di connessione e comunicazione, il che consente alle imprese di uno stesso Gruppo o della stessa catena produttiva di condividere gli stessi dati praticamente in tempo reale, soprattutto quando diversi dispositivi (macchine, impianti ecc.) condividono informazioni sullo stesso Cloud. Ovviamente al Cloud possono accedere sia macchine di uno stesso stabilimento che di diversi siti, anche geograficamente lontani.

Un sistema “trasparente” nel monitoraggio, agile nel riconfigurarsi, autonomo, integrato e decentrato nell’assumere decisioni basate sull’acquisizione dei dati

Infine (f) la realtà aumentata (augmented reality): grazie a dispositivi quali occhiali o schermi (anche su tablet o simili) si “aumenta” la realtà percepita visivamente attraverso la sovrapposizione di mappe (dello schema di una macchina, ad esempio, o di un reparto o magazzino) su cui compaiono informazioni non disponibili visivamente (cioè caratteristiche interne e non visibili di un oggetto) o altro. Questa tecnologia può essere utilizzata in diverse attività, come la selezione di un prelievo di magazzino o il ricevimento di istruzioni da remoto su devices mobili per compiti di riparazione o installazione ecc. Le imprese, quindi, possono utilizzare questi dispositivi sia per fornire che per  ricevere informazioni dai lavoratori, in tempo reale e da remoto.

Si arriva così al Cyber-Physical System, cioè a un sistema che comprende (virtualmente) tutti quegli oggetti in cui può essere incorporato un software e un dispositivo con capacità di calcolo, elaborazione e comunicazione, connessi tra loro e soprattutto con un sistema centrale. In un impianto produttivo, i software che ne governano il funzionamento sono in grado sia di ricevere che di trasmettere grandi masse di informazioni e dati sfruttando un ampio range di sensori e di attuatori. Nella retorica padronale, un CPS viene presentato come un sistema che sembra vivere di vita propria, cioè in grado di conoscere continuamente il proprio stato, di monitorarne le condizioni, di assumere autonomamente decisioni adeguandosi alle condizioni rilevate (ad es. cambio lotto di produzione in caso di ordini improvvisi, resettaggio delle macchine per adeguare i parametri a nuove condizioni produttive, assunzione di nuove configurazioni ecc.).

Le caratteristiche di questo sistema sono quelle di essere “trasparente”, ossia di mettere a disposizione tutti gli elementi conoscitivi necessari al monitoraggio del processo e di essere chiaro nei suoi meccanismi di funzionamento; agile nel riconfigurarsi, autonomo e decentrato nell’assumere decisioni basate sull’acquisizione dei dati; integrato, cioè capace di garantire la perfetta sincronizzazione di tutte le sue parti. Nonostante la retorica “democratica” che traspare nell’uso di termini quali, appunto, quello di “trasparenza”, la realtà è ben diversa e rimanda ancora una volta al comando d’impresa. La trasparenza, infatti, è al servizio del monitoraggio dei flussi, affinché gli stessi rispettino quanto programmato e pianificato, l’agilità e la flessibilità del sistema servono a velocizzare la riconfigurazione delle condizioni produttive senza gli sprechi dei tempi morti, la capacità di coordinamento e sincronizzazione delle varie parti del processo sono al servizio della realizzazione del flusso teso che aumenta la produttività.

E in effetti è proprio la forte connessione tra modo fisico (quello della produzione) e modo virtuale (quello della visualizzazione, analisi ed elaborazione dei dati, simulazioni comprese) a rafforzare la qualità delle informazioni necessarie per le attività di programmazione, pianificazione e schedulazione delle operazioni, ovvero per la gestione e il governo del ciclo di produzione e delle attività lavorative che lo compongono. Si tenga presente che nelle definizioni più avvedute di Cps si parla espressamente di una stretta integrazione tra sistemi umani e naturali (spazio fisico) e sistemi di calcolo, elaborazione, comunicazione e controllo.

Il controllo e il governo di questi sistemi sono affidati a figure e settori ben definiti in ambito aziendale che non comprendono certo i lavoratori. È bene insistere sul fatto che, per l’impresa, il continuo scambio di informazioni e dati che struttura il CPS è la base portante della possibilità, tramite il monitoraggio in continuo ed in remoto, di decidere in tempo reale sulle operazioni manifatturiere. È l’utilizzo della rete di sensori e di dispositivi di raccolta dati che consente di anticipare i guasti o la necessità di riconfigurare le condizioni produttive senza sprechi di tempo; o di ottimizzare (cioè “saturare”) al massimo livello possibile ogni postazione di lavoro attraverso la definizione “scientifica” dei tempi di ciclo (e quindi dei carichi di lavoro) da assegnare a ciascuna di esse, controllandone il rispetto.

2. Panzieri su tecnologia e inchiesta

Vogliamo partire da una critica netta di ogni idea di neutralità della tecnologia o, peggio ancora, di un presunto carattere progressivo della tecnologia. Basta scorrere la rassegna della letteratura sul tema di Industria 4.0 in generale, e del rapporto tra questa e il lavoro, per rendersi conto di come la stragrande maggioranza dei contributi si collochi su un piano apologetico. Non si tratta soltanto di scritti di autori vicini al mondo imprenditoriale per ragioni di classe, o comunque contigui culturalmente o per convenienza professionale.

A nostro parere questo si deve:

• da una parte a un’accettazione generalizzata del pensiero dominante, divenuto ormai egemone anche in quegli ambienti che si vorrebbero critici. Non siamo nemmeno più a quella cultura diffusa nella sinistra degli anni Cinquanta e Sessanta, che vedeva come positivo e progressivo in sé lo sviluppo della tecnica e della tecnologia anche come elemento di “contraddizione interna al capitale”, siamo a qualcosa di molto peggio, cioè all’assunzione piena del punto di vista del capitale;

• dall’altra al venir meno della capacità (o della volontà) di fare inchiesta sul campo, per far emergere quali sono i caratteri reali di Industria 4.0 e delle sue conseguenze concrete sul lavoro e sui lavoratori. Che si tratti di pigrizia o di una precisa scelta poco cambia: queste posizioni non riescono a costruire una lettura di Industria 4.0 a partire da un chiaro e concreto punto di vista, quello dei lavoratori.

Inutili risultano tutti quegli articoli di apparente critica radicale che, non muovendo da un lavoro di inchiesta sul campo, finiscono per esprimere una critica del tutto superficiale e “libresca” a Industria 4.0, senza coglierne i caratteri centrali e concreti. 

Citazioni e rassegne di letteratura, il più delle volte provenienti da autori che non hanno mai messo piede in un luogo di lavoro, fanno la gioia della parte padronale: gli autori vengono lasciati liberi di sfogare critiche che non intercettano quasi per niente i problemi veri che Industria 4.0 pone al mondo del lavoro e alle sue organizzazioni.

Per Panzieri le trasformazioni tecnologiche non vanno rappresentate in forma pura, ma vanno connesse con l’organizzazione capitalistica

Utilissimo è invece riprendere due contributi centrali del lavoro di Raniero Panzieri.

Il primo è Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, uno scritto fondamentale per chiarire che il problema della tecnologia non si colloca soltanto nell’utilizzo concreto che ne viene fatto, cioè nell’implementazione dei processi produttivi, ma risiede nella stessa concezione, ideazione e progettazione della tecnologia; il resto, tutto il resto, cioè il suo utilizzo concreto, viene da sé.

Secondo Panzieri:

1. L’uso capitalistico delle macchine non è una semplice deviazione o distorsione da uno sviluppo “oggettivo” in sé razionale, ma al contrario è proprio l’uso capitalistico che determina lo sviluppo tecnologico, nel senso che lo decide, cioè lo pensa e lo progetta come deve essere;

2. Citando direttamente Marx, Panzieri sottolinea che «la scienza, le immani forze naturali e il lavoro di massa (…) sono incarnati nel sistema delle macchine e con esso costituiscono il potere del padrone ». Di conseguenza Panzieri sottopone a serrata critica quelle che definisce “ideologie oggettivistiche” del progresso tecnologico, contro le quali bisogna sottolineare che lo sviluppo capitalistico della tecnologia comporta un aumento crescente del controllo capitalistico. Questo aspetto, ossia la possibilità di un crescente controllo capitalistico (che investe sia la singola operazione, sia il processo integrato di un reparto/linea, sia l’unità produttiva nel suo insieme, dalla progettazione alla produzione, e finalmente la filiera produttiva nel suo complesso) è uno dei temi centrali di Industria 4.0, come concretamente emerso dal lavoro di inchiesta sul campo.

Di questo si deve tener conto per comprendere come le possibilità di un uso “alternativo” delle tecnologie 4.0, che indubbiamente esistono, rischiano di essere ridotte se la loro critica si limita alle modalità di utilizzo e non investe anche il momento della loro concezione e progettazione. Con una critica “limitata”, quindi, non si dà nessuna possibilità di trasformare “automaticamente” l’utilizzo delle tecnologie se queste sono state ideate, concepite e progettate per finalità specifiche dettate dal capitale.

Secondo Panzieri, quindi, l’attenzione rivolta alle trasformazioni tecnologiche non deve assolutamente cadere nell’errore di rappresentarle in una forma “pura”, ma le stesse devono essere messe in connessione con gli elementi determinanti dell’organizzazione capitalistica. Tra questi ultimi, aggiungiamo noi, non vanno dimenticati gli aspetti relativi all’organizzazione della produzione in senso generale (filiere di produzione, con le fasi di processo tra loro frammentate e geograficamente disperse ma strettamente sincronizzate e connesse tra loro) e l’organizzazione concreta del lavoro (i modelli di organizzazione del lavoro di derivazione giapponese, i sistemi di definizione dei tempi di lavoro, cioè i vecchi ma sempre attuali “tempi e metodi”).

La stessa critica deve investire anche quelle posizioni che, individuando “oggettive” fragilità del sistema, immaginano la possibilità di attaccarlo “automaticamente” nei suoi anelli deboli: senza tener conto che, come sottolineava Panzieri quasi sessant’anni fa, se la produzione vuole essere integrata, ad essa deve corrispondere un’integrazione del lavoratore da conseguire sia con mezzi sociali (l’ideologia americana delle Human Relations, a cui dovremmo aggiungere la filosofia aziendale dei metodi giapponesi e la partecipazione subalterna teorizzata dal World Class Manufacturing) che con mezzi tecnologici in grado di depotenziare la carica antagonista di una lotta operaia.

Da questo scritto di Panzieri dobbiamo riprendere anche la critica dell’idea che la stessa organizzazione della produzione e del lavoro possa essere intesa come “sublimazione” della struttura tecnologica. Oggi non si sospetta neppure che il capitalismo possa servirsi delle nuove “basi tecniche” offerte dal passaggio dagli stadi precedenti alla meccanizzazione spinta (e all’automazione) per perpetuare e consolidare la struttura autoritaria  dell’organizzazione della fabbrica. Come vedremo, è emerso in maniera evidentissima il rapporto tra le tecnologie 4.0 e i sistemi di organizzazione del lavoro finalizzati all’aumento della produttività attraverso l’inasprimento dello sfruttamento (riduzione dei tempi, intensificazione dei ritmi, drastica riduzione delle “porosità” del tempo attraverso la cancellazione delle cosiddette “attività a non valore aggiunto” ecc.). Per smontare le considerazioni apologetiche di Industria 4.0, vale la pena riprendere anche la critica che Panzieri rivolge alle “deformazioni” del carattere stesso della prestazione lavorativa, cioè alla qualità e ai contenuti del lavoro: da una considerazione “oggettiva” delle trasformazioni tecnologiche e organizzative non può che risultare una lettura del tutto avulsa dalla realtà concreta di fabbrica. Se Lean Production e Industria 4.0 vengono assunte così come presentate dai manuali di tecnici, studiosi e manager al servizio del capitale, ne consegue immancabilmente una lettura della prestazione lavorativa tutta centrata su presunti effetti positivi quali il miglioramento della prestazione stessa (in termini ergonomici, di fatica ecc.), di incremento di contenuti e professionalità, di sviluppo di competenze, di partecipazione attiva. Anche in questo caso è stato attraverso l’inchiesta sul campo che è stato possibile demistificare queste costruzioni “ideologiche” per mettere in evidenza quali sono le conseguenze concrete di queste trasformazioni tecnologico-organizzative in termini di rapporto uomo-macchina, di rapporto uomotecnologia, di contenuti e competenze del lavoro, di condizione di lavoro concreta (ritmi ecc.), di “partecipazione” interamente subalterna, individualizzata e dettata dagli imperativi dell’impresa.

Abbiamo più volte fatto cenno all’inchiesta come strumento per cogliere i caratteri reali (cioè di classe) dei fenomeni di cui stiamo trattando. Qui di nuovo torna utile Panzieri e più in generale l’esperienza di Quaderni Rossi (ma non solo), per il fondamentale riferimento all’inchiesta operaia.

È attraverso l’inchiesta che si costruisce il punto di vista autonomo e indipendente, cioè di classe, del movimento operaio rispetto ai fenomeni della trasformazione tecnologica e organizzativa. Senza l’inchiesta sul campo ci si limita ad “assorbire” le descrizioni che di queste innovazioni vengono fatte dal capitale, finendo per assumerne il punto di vista anche generale. L’inchiesta operaia, quindi, è il principale strumento di indagine e di comprensione dei fenomeni a partire dalle condizioni concrete, dalla descrizione di quello che concretamente avviene, per costruire una capacità di lettura di classe.

Questa autonoma capacità di lettura di classe si lega strettamente a un altro aspetto, quello dell’iniziativa operaia fondata sulla piena autonomia di classe dal capitale. Scriveva infatti Panzieri in Uso socialista dell’inchiesta operaia che «il fatto di trattare la forza lavoro soltanto come elemento del capitale, secondo Marx, provoca in linea di principio, dal punto di vista teorico, una limitazione e anche una deformazione interna al sistema che si costruisce». Ne consegue il rifiuto dell’individuazione della classe operaia a partire dal capitale, cioè l’impossibilità «di risalire dal movimento del capitale automaticamente allo studio della classe operaia: la classe operaia sia che operi come come elemento conflittuale, e quindi capitalistico, sia come elemento antagonistico, e quindi anticapitalistico, esige un’osservazione scientifica assolutamente a parte».

Se così non fosse, avrebbe buon gioco il capitale a sfruttare fino in fondo gli strumenti di integrazione (subalterna) operaia, riducendo l’iniziativa di classe a una serie di interventi di tamponamento o di contrattazione delle mere conseguenze delle trasformazioni tecnologico-organizzative imposte dall’impresa. Il rifiuto di trarre dall’analisi del livello del capitale l’analisi del livello della classe operaia deve essere quindi netto. Se così non fosse avrebbe poco senso parlare di controllo operaio (ma questa è un’altra storia…).

Quindi l’inchiesta va intesa come strumento per l’analisi di quello che concretamente avviene per costruire un punto di vista di classe autonomo e indipendente, e come strumento per un’analisi di classe non derivata dal movimento del capitale.

3. Lean Production e Industria 4.0

È nell’intreccio con i sistemi di organizzazione del lavoro che si ravvisano i caratteri di classe di queste innovazioni.

Dal punto di vista di chi scrive, Industria 4.0 non è comprensibile fino in fondo se non si tiene conto della stretta relazione con i sistemi di Lean Production.

Uno dei due principi strutturanti della Lean Production è il Just in Time, cioè la necessità di produrre la precisa quantità nel momento preciso in cui questa deve essere prodotta. Questo significa la capacità di un sistema produttivo di produrre soltanto nel momento in cui riceve un ordine da un cliente (in modo da produrre il bene soltanto nel momento in cui viene ordinato, non prima e nemmeno dopo). Il concetto di “cliente” viene inserito anche all’interno dell’unità produttiva, facendolo coincidere con i diversi reparti – o le diverse stazioni di lavoro – in cui si suddivide il processo produttivo. Ne consegue che la fase di lavoro che sta a monte deve produrre per quella successiva (il cliente) in modalità Just in Time, cioè deve essere in grado di fornire la precisa quantità di materiale di cui necessita quella successiva (non un pezzo in meno, ma nemmeno un pezzo in più) nel preciso momento in cui questa ne ha bisogno (non un minuto dopo, ma nemmeno un minuto prima). Se i pezzi richiesti arrivassero un minuto dopo, la stazione successiva dovrebbe restare in “attesa” determinando uno spreco di tempo (la vera e propria ossessione dei sistemi Lean), se invece arrivassero un minuto prima si determinerebbe uno stock di materiale non immediatamente utilizzabile, cioè non immediatamente valorizzabile.

Lo stock, infatti, in ottica Lean è un indicatore del “grasso” da eliminare. Dietro lo stock, i teorici della Lean vedono l’utilizzo di risorse (umane e di capitale) che sono state utilizzate per produrre qualcosa che non può essere immediatamente utilizzato anziché essere state impiegate per realizzare qualcosa di immediatamente valorizzabile.

L’obiettivo dei sistemi Lean, infatti, è quello di arrivare alla fabbrica “minima” in termini di risorse umane e di capitale, che devono essere saturate il più possibile; per far fronte a variazioni della produzione si può sempre ricorrere agli appalti esterni (catena di fornitura) o interni (interinali, ditte esterne – soprattutto cooperative – impiegate per determinati periodi di tempo ecc.).

Il principio del Just in Time, che persegue gli obiettivi della fabbrica “minima” e della massima saturazione delle risorse, implica che il ciclo di produzione debba essere rigidamente coordinato e sincronizzato e, ovviamente, monitorato in ogni sua fase affinché venga garantito il rispetto dei tempi pianificati e assegnati. Per ciclo di produzione non si intende soltanto l’insieme delle operazioni manifatturiere, ma tutto il processo che comprende acquisizione ed elaborazione degli ordini, programmazione/ pianificazione della produzione, ingegnerizzazione e industrializzazione, schedulazione delle attività, attività di produzione, logistica, servizi al cliente ecc. Insomma, quella che nel linguaggio 4.0 viene definita come Integrazione Verticale, cioè la stretta interconnessione, attraverso strumenti ICT, di tutte queste fasi.

Per questo obiettivo sono di fondamentale importanza due strumenti ICT che rendono possibile la programmazione/pianificazione del ciclo produttivo e la schedulazione dei singoli compiti. Non si tratta di strumenti nuovi (come del resto buona parte delle tecnologie 4.0), ma gli stessi sono sempre più potenti e integrati con le altre tecnologie del “pacchetto” 4.0.

Il primo di questi è l’ERP (Entreprise Resource Planning), la cui versione commerciale più conosciuta è quella prodotta dalla ditta tedesca SAP. L’ERP è un sistema informatico utilizzato per la gestione delle risorse, sia interne che esterne (assets, risorse finanziarie, materiali, persone), il cui utilizzo viene pianificato in base agli ordini di produzione acquisiti anche facilitando il flusso di informazioni tra diverse divisioni. L’ERP utilizza un database centralizzato e una piattaforma comune che consolida tutte le operazioni, e opera sulla base dei principi di integrazione e automazione.

Infatti, integra i vari processi di una organizzazione per consentirle di rispondere immediatamente a cambiamenti interni ed esterni. Un singolo database opera come piattaforma comune: tutte le applicazioni vi inseriscono dati e ricevono da esso informazioni (ordini). In questo modo tutte le funzioni (manifattura, progettazione, distribuzione, marketing, contabilità, finanza, gestione delle risorse umane ecc.) vengono consolidate in un unico ambiente. Gli ERP di nuova generazione consentono anche l’integrazione tra applicazioni interne ed esterne (cioè con quelle di fornitori e clienti) processando automaticamente le transazioni e le informazioni tra processi/divisioni interne, organizzazioni diverse, clienti/fornitori.

Il principio dell’automazione si estrinseca nella programmazione/pianificazione della produzione, cioè calcolando le risorse necessarie per far fronte agli ordini acquisiti dal punto di vista del fabbisogno di materiali (ordini ai fornitori), della capacità produttiva (quali sono gli impianti necessari e per quante ore), delle risorse umane (di quali e quante figure professionali servono, per quante ore). L’ERP include i vari processi di business: evasione degli ordini, pianificazione della produzione, pianificazione della capacita produttiva, ordine e acquisto materiali (dai fornitori), gestione delle risorse umane, trasporto dei prodotti ai clienti, determinazione dei costi (sulla base del calcolo delle risorse necessarie), pagamenti e ricevute, selezione e gestione dei fornitori ecc.

Chiaramente per la logica del flusso teso della Lean Production, dove ogni passaggio deve essere strettamente sincronizzato con gli altri per evitare gli sprechi di tempo (uno dei sette Muda, termine con cui nel sistema Toyota si indicano le perdite, cioè le attività inutili che non aggiungono valore), uno strumento come l’ERP di nuova generazione è perfetto. Il flusso teso, infatti, implica un processo di regolazione continua che investe tutti gli aspetti: gestione ordini, programmazione, pianificazione, schedulazione, operations, controlli ecc. Tutti questi aspetti devono essere strettamente integrati tra loro. L’ERP opera esattamente in questa direzione, in quanto consente di pianificare nel dettaglio tutto il processo produttivo a partire dalla acquisizione ed elaborazione degli ordini, calcolando le risorse necessarie al processo:

1. intermedi (beni e servizi);

2. utilizzo di macchinari, impianti, strumenti;

3. utilizzo di risorse umane.

Ne consegue che ogni discussione/negoziazione sindacale sugli organici viene esclusa. Mentre in precedenza l’intervento sindacale era in grado di tenere assieme i volumi di produzione impostati dall’impresa e gli organici necessari a farvi fronte, il combinato disposto fra fabbrica “minima” (con possibilità di ricorrere ad appalti esterni e interni) e calcolo automatico delle risorse necessarie si propone di espellere la contrattazione su questi aspetti.

Alcuni esempi, in particolare per quanto concerne gli ordini trasmessi ai fornitori, consentono di chiarire la logica di funzionamento dell’ERP.

La Carpenfer di Reggiolo (RE) produce telai per la Toyota Material Handling Italia di Bologna. Questa fornitura non avviene nemmeno in Just in Time, ma addirittura in Just in Sequence: Toyota, infatti, pianifica la propria sequenza di produzione e, a cascata, trasmette gli ordini di fornitura via kanban elettronico. La Carpenfer deve fornire i telai richiesti secondo l’esatta sequenza di montaggio che avviene alla Toyota. In questo modo in Carpenfer ogni discussione su carichi di lavoro, organici, organizzazione del lavoro risulta estremamente difficile, per non dire impossibile.

Alla Xylem Lowara di Montecchio Maggiore (VI) le forniture di coils avvengono tramite il sistema del Consigment Stock: una forma di fornitura di materie prime o semi-lavorati in conto deposito. Il fornitore invia presso il deposito del cliente la merce, che rimane comunque di sua proprietà finché questa non viene prelevata. Il cliente preleva il quantitativo di merce necessario secondo le sue esigenze, cioè in base ai propri programmi di produzione; il fornitore riceve dai clienti i dati relativi ai prelievi effettuati e, di conseguenza, deve procedere a reintegrare le scorte nel magazzino del cliente. In questo modo il cliente ha un doppio vantaggio: da una parte abbassa i costi di magazzino e differisce il pagamento della merce al momento del suo effettivo utilizzo; dall’altra ha un lead time (tempo di consegna) annullato in quanto la merce è sempre presente e viene continuamente reintegrata ogni volta che viene effettuato un prelievo. I nuovi strumenti 4.0 consentono di registrare immediatamente i prelievi effettuati e di inoltrare, automaticamente, gli ordini di fornitura.

Un sistema simile viene utilizzato anche alla Epta (ex Costan) di Limana (BL): attraverso un kanban elettronico, in prossimità dell’esaurimento dei rotoli di lamiera, è sufficiente premere un pulsante per inoltrare l’ordine di fornitura al centro servizi che deve ottemperarlo entro tre giorni. Ovviamente le conseguenze di questo sistema si scaricano sull’organizzazione del lavoro e sulle condizioni di lavoro degli addetti delle imprese di fornitura.

Basta premere un pulsante per inoltrare l’ordine di fornitura al centro servizi che deve ottemperarlo entro tre giorni, con effetti sul lavoro

La struttura a rete dell’impresa viene ulteriormente rafforzata dalla connessione via ERP. La multinazionale finlandese Kone utilizza le tecnologie 4.0 per decentrare e coordinare le varie fasi del processo produttivo di realizzazione degli ascensori. Nello stabilimento di Milano-Pero si realizzano porte e cabine, mentre le altre parti dell’ascensore vengono prodotte da altre imprese: le guide dalla Monteferro (Milano e Monvalle, VA), il quadro dalla Slimpa (Cadrezzate, VA, del Gruppo Kone), l’argano e la macchina motore dalla casa madre (Kone Oyj, Finlandia); l’arcata dalla Wittur Austria di Scheibbs; le catene di compensazione dal Gruppo italiano Prysmian e dalla tedesca Gustav Wolf di Gütersloh (in Vestfalia).

In precedenza, tutte le parti dell’ascensore convergevano nello stabilimento di Pero, da cui i container ripartivano su gomma fino al luogo dell’installazione. Adesso, invece, il lavoro di raccolta delle varie parti è realizzato dai cosiddetti “terminal”, che per l’Europa sono localizzati a Fara Gera d’Adda (BG), Amburgo (Germania) e Kouvola (Finlandia).

Questo sistema di fornitura su tre terminal funziona secondo il modello del Just in Time. I vari pezzi di cui si compone un ascensore devono arrivare tutti lo stesso giorno, in modo da preparare i container per le spedizioni, quindi i tempi sono decisivi per garantire che al terminal arrivi tutto il necessario. Tutte le fasi del processo produttivo devono quindi essere perfettamente sincronizzate  quando viene ricevuto l’ordine di un ascensore, il customer lo manda in produzione e immediatamente partono gli ordini sia alle fabbriche interne al Gruppo che ai fornitori. L’ordine ricevuto viene gestito con ERP, che programma e monitora non solo la produzione degli stabilimenti Kone, ma anche quella che deve arrivare dai vari fornitori.

I sistemi ERP funzionano anche a livello di Gruppo per connettere tra loro i diversi stabilimenti. In Alstom, ad esempio, è in funzione un unico sistema ERP per tutti gli stabilimenti per promuovere un “real-time collaborative work”, per distribuire i carichi di lavoro e per coordinare le forniture da un plant all’altro.

Per tornare all’esempio della Epta-Costan, che fa parte di un gruppo internazionale, tra gli stabilimenti è stata organizzata una sorta di parziale divisione del lavoro. Nel caso della lastratura, ad esempio, l’impianto più potente e moderno è stato concentrato in un sito che lavora per tutti gli altri; o ancora la macchina che realizza i ripiani si trova in Francia: tramite la connessione via ERP tra stabilimenti, l’invio del kanban elettronico a uno di questi siti coincide con un ordine di produzione. La connessione di gruppo significa per l’impresa anche la possibilità di mettere in competizione i diversi stabilimenti, e quindi i lavoratori. L’ERP consente infatti la condivisione automatica di informazioni tra diverse funzioni e stabilimenti, nonché la registrazione, il monitoraggio e la reportistica automatica dei dati generati. I sistemi consentono quindi di disporre dei dati relativi ai processi produttivi dei diversi stabilimenti in tempo reale, e di compararli immediatamente. Poiché si tratta di dati relativi all’efficienza, alla produttività e ai costi degli stabilimenti, questa comparazione consente di mettere in concorrenza gli stessi lavoratori tra loro, per ottenere le valutazioni migliori, per attivare meccanismi di premialità o addirittura per condizionare le scelte relative a eventuali strategie di sviluppo o ridimensionamento o chiusura degli stabilimenti.

La Cebi Motors di Veggiano (PD) dispone di una connessione tra macchine di analoga tipologia in diversi stabilimenti: in questo modo il sistema informatico può raccogliere ed elaborare i dati di processo per calcolare l’indicatore di efficienza OEE (Overall Equipment Effectiveness), che è uno dei principali KPI (Key Performance Indicators) in ottica Lean. Questo sistema di registrazione dati consente anche di comparare le spese interne a quelle che eventualmente l’impresa dovrebbe sostenere se esternalizzasse alcune funzioni.

La Kosme di Roverbella (MN) registra l’inizio e la fine di ogni fase nell’officina delle lavorazioni meccaniche e attribuisce a ciascuno pezzo un costo in base al tempo impiegato dagli operai per realizzarlo. Così la rilevazione dei tempi consente di tradurli in costi per l’impresa e di compararli a quelli dei fornitori. L’esternalizzazione può avvenire o meno, ma sicuramente questo sistema esercita di per sé una pressione molto forte nei confronti dei lavoratori.

Ecco spiegata in termini di classe la cosiddetta Integrazione Orizzontale.

4. Sottoporre ERP e MES all’analisi di classe

Gli strumenti ERP sono sempre più intrecciati con i MES (Manufacturing Execution Systems). Il Mes consente alle imprese di svolgere le attività di schedulazione, cioè di assegnare a ogni singola fase e postazione i carichi di lavoro della programmazione/ pianificazione complessiva realizzata con l’ERP. Il MES consente alle imprese di monitorare le attività (in tempo reale: ora/minuti) in maniera integrata con la schedulazione, controllando costi, tempi e qualità, controllandone il flusso, eliminando tempi morti e sprechi (Muda).

MES include funzioni per la schedulazione, la gestione delle risorse, la trasmissione di ordini (lavori, lotti di produzione ecc.), raccoglie dati, trasmette documenti come istruzioni, ricette, programmi alle stazioni di lavoro, analizza le performance. Tramite questo strumento, le imprese possono gestire in maniera centralizzata tutte le risorse (macchine, strumenti, profili lavorativi, organici, materiali, impianti), controllandone lo stato in tempo reale.

Dal punto di vista della schedulazione definisce e fornisce per ogni stazione di lavoro le sequenze di lavoro in base alle priorità, e individua le ricette necessarie (cioè i programmi) al funzionamento degli impianti, in modo da associarle ai vari ordini di produzione e calcolare in dettaglio i tempi macchina e di carico e di resettaggio. Il MES è un potente strumento di gestione dei flussi, perché trasmette nella giusta sequenza gli ordini di lavoro (lotti di produzione, commesse, ecc.) alle varie unità e per ogni singola postazione. Tutti i dati sono raccolti da ogni singola postazione in tempo reale e resi immediatamente disponibili alle direzioni aziendali. Questo sistema di controllo in tempo reale e in remoto vale in particolare nei confronti dei lavoratori: il MES, infatti, realizza in automatico report su tempi impiegati nelle singole operazioni, sulle presenze, consente la tracciatura delle attività dirette (operazioni manifatturiere) e indirette (preparazione dei materiali, attrezzaggio).

In questo modo la tracciabilità della produzione è garantita, e la visibilità del processo è garantita in ogni fase: chi sta lavorando con cosa, lo stato dei componenti dei fornitori, lo stato dei lotti, segnalazioni, rework, problemi e anomalie. Dietro la facciata della tracciabilità dei componenti e dei prodotti e della garanzia di qualità di prodotti e processi si nasconde un micidiale strumento di controllo del lavoro, in continuo e in tempo reale.

Tramite le funzioni di analisi della performance, la reportistica aggiornata al minuto consente di comparare i risultati ottenuti sia con il passato che con i risultati attesi stabiliti in sede di pianificazione. Le misurazioni comprendono l’utilizzo delle risorse (cioè il loro livello di saturazione: il rapporto tra tempo passato in reparto e tempo di lavoro effettivo), la disponibilità delle risorse, i tempi impiegati ecc. Tutto questo deve risultare conforme alla schedulazione e agli standard e parametri definiti dalla direzione aziendale. Tramite la schedulazione operata dal MES, i carichi di lavoro assegnati a ciascuna postazione di lavoro sono sottratti alla discussione sindacale e presentati come un dato “oggettivo” o “scientifico”. Mentre in precedenza, in occasione di carichi di lavoro gravosi, l’operaio poteva chiamare il delegato sindacale o comunque attivare una propria contrattazione informale con il capo-linea/reparto, con il MES il tentativo aziendale è quello di impedire, di espellere questa forma di difesa operaia. L’assegnazione degli ordini di lavoro a ciascuna postazione, elaborata tramite MES viene trasmessa via ICT; la lettura (via PC, tablet, scanner ottico) dell’ordine da parte dell’operatore indica, via monitor, i volumi e le operazioni da eseguire. Oltre a precludere la contrattazione sia formale che informale del carico di lavoro, questo comporta conseguenze anche in termini di compressione degli ambiti di autonomia del lavoratore.

In STMicroelectronics Italia di Agrate Brianza (MI) il flusso di processo è guidato da scripts (moduli automatizzati) che, messi assieme, costituiscono il flusso di processo complessivo, chiamato Workstream.

Workstream è un’infrastruttura basata su MES, tramite cui i lavoratori ricevono informazioni e ordini di lavoro presso la loro postazione; il flusso delle ricette (programmi macchina) guida i lavoratori di fase in fase e di macchina in macchina, tenendo traccia dell’intero processo produttivo. Attraverso Workstream, l’operatore svolge un doppio processo: da una parte seguendo gli script sposta il lotto nominale tra le varie macchine; dall’altra tiene traccia del processo di lavoro. Gli script di Workstream forniscono all’operatore soltanto informazioni elementari, limitate al percorso che il lotto deve compiere; le indicazioni degli script compaiono sui computer a bordo macchina.

Per ogni lotto, quindi, sono previsti degli step, e su ciascuna macchina vengono scaricate le ricette che contengono le lavorazioni da compiere. I protocolli di comunicazione FTP (cioè di trasmissione dati) installati sulle macchine consentono di accedere a un server da cui Workstream “pesca” la ricetta necessaria su quel particolare tipo di macchina e per quel particolare tipo di prodotto.

Ciò determina, oltre all’intensificazione della prestazione e a una maggiore saturazione del tempo di lavoro, anche una dequalificazione professionale: prima gli operatori creavano le ricette e quindi conoscevano tutto il processo; ora si limitano a fare il carico e scarico del lotto, che poi procede tra le varie fasi grazie al processamento di Workstream. Workstream consente quindi di tracciare e processare i lotti grazie alle informazioni contenute nel codice a barre, che consentono al sistema di richiamare le “ricette” dal server. Macchina e computer di bordo comunicano con Workstream, che a sua volta le collega al server.

Questa modalità di trasmissione degli ordini di lavoro e di indicazione delle operazioni da compiere consente di demistificare il presunto carattere progressivo delle scelte organizzative e tecnologiche adottate dalle imprese.

La stessa operazione di demistificazione può essere condotta a proposito di strumenti del modello Lean come il Poka Yoke, presentati come un supporto ai lavoratori.

Il sistema Poka Yoke (cioè “a prova di errore”) della Lean Production è finalizzato a guidare l’operatore operazione per operazione evitando che possa commettere errori. Questo sistema, presentato come un ausilio al lavoratore, in realtà ne vincola profondamente la prestazione non consentendogli, ad esempio, di fare riferimento alla propria professionalità ed esperienza per gestire le varie operazioni, anche dal punto di vista della sequenza e della loro esecuzione. Il sistema Poka Yoke, presentato come uno strumento per ridurre l’ansia da errore, è in realtà finalizzato a comprimere i tempi di realizzazione delle operazioni riducendo, se non eliminando, il tempo dedicato a pensare come realizzare un determinato intervento.

In FPT Industrial (Fiat Powertrain) di Pregnana Milanese (MI), la produzione di motori è organizzata in linea, con postazioni in sequenza. La linea dei motori marini è organizzata con le prime tre postazioni (5-10-20), a cui segue la verniciatura, e infine le ultime due postazioni (30 e 40) per montare le ultime parti. Sui lati delle postazioni ci sono due schermi su cui appaiono le istruzioni non appena con il lettore ottico viene aperta la commessa. Per ogni postazione, quindi, vengono prescritte ai lavo  ratori le operazioni da svolgere nell’esatta sequenza in cui queste devono essere realizzate: il risparmio di tempo per l’azienda implica anche il fatto che l’operaio, secondo il vecchio detto taylorista, non sia “pagato per pensare”, ma solo per lavorare. Ovviamente tutte le operazioni svolte vengono registrate e caricate nel sistema informativo.

Anche presso la Lamborghini di Sant’Agata Bolognese (BO) è in funzione un sistema simile per la trasmissione degli ordini di lavoro e per l’indicazione dell’esatta sequenza di operazioni da svolgere: l’ordine di lavoro viene aperto con un lettore ottico e sullo schermo vengono indicati all’operatore tutti i dati della prestazione.

Si osserva lo stesso ribaltamento di prospettiva nel caso dei robot collaborativi progettati per realizzare compiti con i lavoratori nel settore industriale

Nella linea di montaggio, prima della digitalizzazione delle chiavi dinamometriche lungo la linea di assemblaggio e precedentemente alla loro interconnessione wireless, l’operatore utilizzava chiavi dinamometriche automatiche che sceglieva aiutato dalle indicazioni riportate sulla scheda operativa.

L’operatore valutava il tipo e il grado del serraggio dei bulloni basandosi in larga parte sulla propria esperienza e seguendo le indicazioni della scheda operativa. Prima la sequenza delle operazioni era in larga parte stabilita dall’operatore grazie alla sua professionalità ed esperienza; ora, dopo l’introduzione delle chiavi dinamometriche digitalizzate wireless, le sequenze sono indicate sul monitor una volta aperto l’ordine di lavoro e il grado di serraggio del bullone viene verificato in automatico dal sistema informatico. Ma non solo. Le chiavi dinamometriche sono collegate allo schermo di un terminale posto presso la postazione di lavoro, a sua volta collegato a un elaboratore centrale di raccolta dati. Questo sistema consente, quindi, di raccogliere dati su tempi e modalità di svolgimento dell’attività di serraggio attraverso le chiavi dinamometriche. L’utilizzo dei dispositivi di serraggio in altri termini è costantemente tracciato (o per lo meno tracciabile) e visibile in tempo reale.

Se la verifica informatica della correttezza del grado di serraggio dei bulloni rappresenta indubbiamente un ausilio al lavoratore per evitare possibili errori, dall’altra sembra che la rigidità della sequenza sia finalizzata a imporre il “one best way” e che la connessione delle chiavi al sistema costituisca uno strumento di tracciabilità della prestazione e dei tempi.

Lo stesso ribaltamento di prospettiva, non appena si adotti uno sguardo di classe, lo si osserva anche nel caso dei Cobot, i robot collaborativi progettati per realizzare compiti con i lavoratori nel settore industriale. Una delle loro caratteristiche è l’abbattimento del “confinamento”, ovvero della separazione tra l’attività umana e quella della macchina. Uomo e robot, quindi, lavorano in uno spazio condiviso. Secondo la retorica padronale, i Cobot potrebbero realizzare i compiti noiosi e nonergonomici (spostamento carichi pesanti, compiti ripetitivi ecc.), sollevando gli operatori dai compiti più gravosi e supportandoli nella loro attività.

Nelle fabbriche 4.0, inoltre, i dati vengono raccolti in ciascuna fase di produzione, grazie a sensori inseriti nelle macchine o a interfacce digitali, per essere analizzati in modo da ottimizzare i processi anche attraverso l’utilizzo del Cloud, il che consentirebbe di programmare e aggiornare i software dei robot da remoto senza possibilità di controllo da parte degli operatori che li utilizzano.

Nella visione delle aziende, quindi, robot sempre più collaborativi copriranno i compiti routinari, ripetitivi e pesanti, fonti di malattie croniche, mentre i lavoratori si focalizzeranno su compiti diversi, come la gestione dei flussi di produzione, la soluzione di problemi, la supervisione, ecc. I nuovi profili professionali avranno competenze più elevate, saranno meglio pagati, e avranno maggiore autonomia.

Nonostante questo grande ottimismo, la realtà appare ben diversa.

Oltre alla maggior esposizione a rischi fisici (urti, collisioni, schiacciamenti, impigliamenti, lesioni), la stretta cooperazione con un Cobot può comportare indubbiamente il rischio di un’intensificazione della prestazione lavorativa. Se il Cobot, come abbiamo visto, lavora sulla base di un programma informatico che incorpora i tempi ciclo delle operazioni, è il Cobot stesso a dare il ritmo delle operazioni al quale il lavoratore deve adeguarsi. Il controllo del Cobot può essere completamente sottratto al lavoratore se a questo non è consentito nessun intervento sull’interfaccia uomo- macchina; ma anche nel caso in cui questo sia  consentito, ben difficilmente il lavoratore potrebbe intervenire sulle informazioni che governano il funzionamento del Cobot. Lavorare in collaborazione con i robot può significare doverne subire la pressione per mantenere la stessa velocità, cioè i lavoratori sarebbero spinti a soddisfare richieste di efficienza molto elevate, poste loro da un robot per rispettare i tempi assegnati.

5. Contro l’algoritmo del padrone

Nonostante tutta la retorica di cui si ammanta Industria 4.0 (ma lo stesso vale per la Lean Production), sulla scorta di inchieste personalmente condotte in almeno una novantina di aziende italiane negli ultimi tre-quattro anni, prevalentemente per conto della FIOM-CGIL ma anche per altre categorie CGIL, mi è impossibile affermare che queste innovazioni tecnologiche e organizzative siano state concepite, progettate e implementate per migliorare le condizioni di lavoro.

Quello che emerge è invece il tentativo di rafforzare la struttura del capitale industriale, organizzandola in un unico processo anche quando la produzione è frammentata in filiere (Integrazione Orizzontale) e insieme di incrementare la produttività del lavoro per giungere a una maggiore estrazione di plusvalore (Integrazione Verticale), con ovvie conseguenze sia sui livelli occupazionali (altro imperativo Lean: “fare di più con meno”) che sulle condizioni di lavoro.

Dal punto di vista dei tempi di lavoro (cioè dei tempi assegnati per l’esecuzione degli ordini di lavoro) si assiste a una contrazione degli stessi. Nella stragrande maggioranza delle aziende i tempi non sono contrattati ma imposti unilateralmente dalle imprese, spesso senza nemmeno comunicare ai lavoratori e alle organizzazioni sindacali le metriche e i metodi seguiti. Come visto in precedenza, i tempi sono “oggettivizzati”, cioè incorporati nelle macchine (meglio, nei software che le governano) che dettano il tempo ciclo e negli ordini di lavoro (lettura del codice a barre con il lettore ottico). I tempi, molto spesso, non sono indicati nei cartellini operazionali cartacei che dovrebbero essere posizionati nelle postazioni di lavoro (e quindi controllabili dai lavoratori), ma vengono comunicati via ICT come un fatto “oggettivo” e immodificabile. Sia chiaro che la tecnologia, in questo caso, è uno strumento di “oggettivazione” del tempo finalizzata a sottrarlo alla contrattazione. Però il sistema di costruzione dei tempi assegnati è sempre quello classico, cioè tramite sistema cronometrico (sistema Bedaux) o tabellare (MTM, Methods Time Measurement). Ergo, dietro la tecnologia c’è una decisione sociale, cioè quella dell’impresa, nel determinare i tempi assegnati comprimendoli il più possibile al fine di aumentare la produttività. L’intensificazione della prestazione lavorativa, con un aumento significativo dei ritmi, viene conseguita anche attraverso altre due strategie. La prima consiste nella tecnica dell’“abbinamento”: poiché le nuove macchine sono smart, sempre più intelligenti, automatiche, in grado di resettarsi in automatico ecc., a uno stesso operatore ne vengono assegnate più di una. Ne consegue un carico di lavoro molto più pesante, poiché molti compiti dell’operatore non vengono eliminati: la macchina va caricata e scaricata (e queste due operazioni sono completamente condizionate dal tempo ciclo incorporato nella macchina), va sorvegliata (controllo dei parametri, di eventuali guasti, allarmi ecc.) e spesso va ripristinata (in ossequio al principio dell’auto-manutenzione di derivazione Lean). Si tenga presente, inoltre, che i tempi ciclo delle macchine sono sempre più veloci per esplicita richiesta delle imprese utilizzatrici – come ci hanno ben spiegato gli operai che costruiscono le macchine utensili – e che agli operai che le gestiscono sono rimaste in carico anche diverse lavorazioni ausiliarie sui pezzi prodotti (sbavatura, pulitura ecc.). La seconda strategia è quella che si basa sull’eliminazione, o quantomeno sulla drastica riduzione, delle cosiddette attività senza valore aggiunto (Non Value Added Activities, NVAA), come prescritto dalla Lean Production: si tratta di quelle attività (cercare, contare, andare a prendere, trasportare, verificare ecc.) che se nella logica delle imprese sono da considerarsi “tempi morti” in quanto non producono valore, per i lavoratori rappresentano i momenti in cui si può staccare fisicamente e mentalmente dall’attività produttiva diretta.

Aggiungiamo anche due altri elementi: la pressione esercitata dai clienti per la riduzione dei costi in modo da mantenere l’appalto o la commessa, e il ritorno a forme di incentivo simili al “cottimo” nel caso di imprese di installazione e riparazione di impianti (telefonici in particolare).

L’assegnazione di tempi sempre più compressi e la necessità di garantire la stretta sincronizzazione dell’intero processo implicano la possibilità per le imprese di esercitare un controllo in tempo reale su ogni singola fase (cioè su ogni singolo lavoratore). Da qui nasce l’obiettivo padronale di garantire la tracciabilità (tramite sensori, RFID, barcode, PLC, registrazione di dati su PC, tablet o smartphone ecc.) di ogni operazione e dello stato di avanzamento del processo. Come visto la pianificazione del ciclo, la schedulazione delle operazioni e la verifica dei tempi assegnati vengono gestite da un unico strumento ICT gestionale e tutti i dati raccolti sono disponibili su un’unica piattaforma. Nella manifattura il controllo del lavoratore, oltre ad avvenire con gli strumenti connessi sopra descritti, avviene attraverso un meccanismo molto semplice. Quando viene avviata una fase, il lavoratore deve registrare nel sistema informatico il proprio badge identificativo, l’ordine di lavoro che gli è stato assegnato, gli strumenti che sta utilizzando e spesso anche i componenti utilizzati.

In questo modo viene fatta una associazione tra badge (chi sta facendo), lotto (cosa sta facendo), macchine/strumenti (cosa sta utilizzando). Le registrazioni di inizio e fine operazione vengono immediatamente caricate nei sistemi informatici (i dati vanno immediatamente in ERP-MES) e vengono resi immediatamente visibili alle gerarchie aziendali. A volte, più semplicemente, è sufficiente leggere con il lettore ottico o con una RFID i pezzi che transitano in linea/reparto o che vengono realizzati per tracciare la prestazione e quindi monitorare in tempo reale i tempi impiegati per l’esecuzione delle mansioni assegnate.

Lo stesso funzionamento di macchine e dispositivi genera dati che vengono registrati ed elaborati in tempo reale. Per i lavoratori delle imprese di installazione/riparazione impianti (telefonia, energia ecc.), oltre alla registrazione di inizio/fine degli interventi tramite tablet connessi con il sistema centrale, spesso è in funzione anche un sistema di geo-localizzazione. Non si creda che il controllo dei lavoratori coinvolga solo quelli addetti ad attività manifatturiere: negli uffici vengono utilizzati software di misurazione della produttività che registrano quanti “click” vengono fatti o quante volte vengono utilizzate determinate funzioni ecc.

Anche la presunta miglior qualificazione dei lavoratori indotta da Industria 4.0 va sottoposta a serrata critica. Angelo Dina all’inizio degli anni Ottanta utilizzò l’espressione “fase tecnologica” per indicare che l’uso della tecnologia, oltre a dare impulso ai profitti e alterare gli equilibri di potere, mirava a sostituire l’attività umana nell’elaborazione di una crescente quantità di informazioni. In particolare, tale sostituzione riguarda le comunicazioni dirette uomo-macchina e macchina-macchina.

Questo è quello che concretamente avviene delle fabbriche 4.0 dove la maggior parte dei lavoratori è destinataria di informazioni (in particolare di ordini di lavoro), ma ha ben poca possibilità di intervenire nella gestione delle stesse. Abbiamo visto come i sistemi di comunicazione in tempo reale tra sistemi centralizzati e sistemi periferici escludano completamente gli operatori.

Se è vero che software e programmi (di funzionamento, di reportistica ecc.) sono sempre più complessi ed evoluti, è anche vero che nella stragrande maggioranza delle volte sono sono elaborati da figure diverse rispetto agli utilizzatori. Addirittura, in certi casi, gli autori di software e programmi sono figure esterne all’azienda; si tratta cioè di dipendenti delle imprese fornitrici di macchine, impianti, automazione, strumenti ICT. Per questo l’uso di strumenti avanzati non implica automaticamente che gli utilizzatori posseggano abilità più elevate, anzi spesso si assiste a una perdita di ruolo e di autonomia.

La mancanza di trasparenza degli algoritmi, che non sono noti ai lavoratori, determina pesanti conseguenze. Se i lavoratori non capiscono come funzionano i sistemi, possono avere difficoltà a interagire o interfacciarsi correttamente con loro, riconoscere quando funzionano male e sapere come rispondere in caso di fallimento del sistema. I lavoratori possono anche soffrire di stress e ansia se non sanno cosa sta accadendo, quali dati vengono raccolti e per quali scopi.

Si può parlare anche di “privazione del compito”, in quanto le tecnologie ICT – che consentono di controllare, monitorare e gestire, anche a distanza, la maggior parte dei processi lavorativi – possono impoverire di contenuto i lavori e ridurre l’autonomia lavorativa. Riduzione aggravata dalla mancata valorizzazione delle competenze e delle capacità degli operatori, che ricevono istruzioni dettagliate riguardo alle operazioni da compiere tramite dispositivi digitali.

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Cartoline dal Nordest: Berta si racconta

Emanuele Caon
Disegno: Giada Peterle

Pubblichiamo una testimonianza raccolta da Emanuele Caon, redattore di Officina Primo Maggio e militante della Casetta del Popolo Berta, tra gli attivisti e le attiviste che hanno animato questo laboratorio di mutualismo a Padova: una conversazione collettiva che è anche un tentativo di trarne un bilancio provvisorio e di condividere pratiche e idee che da quell’esperienza sono sorte. L’intervista è nata a dicembre 2019, all’interno dello spazio Catai a Padova, da novembre 2017 sede della sezione locale di Potere al Popolo!.

Il primo maggio 2019 apriva nel quartiere Arcella di Padova la Casetta del Popolo Berta, un luogo di solidarietà e organizzazione popolare. Lo spazio ha ospitato fin da subito moltissime attività, tutte gratuite, la maggior parte delle quali a carattere mutualistico. Il 12 settembre 2019 lo stabile è stato sgomberato.

Un’occupazione non nasce mai dal nulla; che cosa c’è alle spalle di Berta?

Il nostro collettivo, ovviamente, non nasce con Berta: da più di tre anni portiamo avanti il Catai, uno spazio politico e culturale situato nel centro di Padova, città universitaria, e frequentato soprattutto da giovani, in larga parte studenti, per rispondere a bisogni di riflessione, aggregazione e politicizzazione. Il Catai era ed è necessario, ma non sufficiente: per incidere davvero non è possibile limitarsi al contesto studentesco, che pure è fondamentale e che abbiamo sempre cercato di connettere con tutti gli altri ambiti della vita sociale e cittadina. Per la sua collocazione nel centro storico della città e per la composizione di chi lo frequenta, in Catai le attività mutualistiche (uno sportello contro lo sfruttamento sul lavoro, uno di supporto a migranti e richiedenti asilo, un’aula studio) hanno di fatto avuto un ruolo secondario, proprio nel momento stesso in cui ci facevano comprendere la loro importanza in termini generali e ci imponevano l’urgenza di un salto di qualità.

Perché avete scelto proprio il quartiere 2 Nord, comunemente chiamato Arcella?

La Casetta del Popolo Berta si trovava in Arcella, quartiere popoloso e multietnico di Padova, per molti solo un dormitorio. La riflessione che ci ha portati qui (nonostante lo sgombero, non abbiamo smesso le attività) è quasi banale: il nostro soggetto di riferimento vive qui. Chi fa fatica ad arrivare a fine mese, chi fa turni su turni anche i giorni festivi, chi è in cerca di lavoro, chi studia e lavora, nuovi proletari, famiglie immigrate, noi stessi: la classe lavoratrice vive qui, ed è qui che dobbiamo stare.

La Casetta del Popolo Berta nasce in questo contesto, proprio per inserirsi nelle sue contraddizioni e aprire altri orizzonti di vita e socialità. Una Casa del Popolo, uno spazio sociale, è infatti un luogo dove sperimentare forme dello stare assieme che creino comunità contro l’isolamento, che facciano leva sulla cooperazione anziché sulla competizione, che utilizzino ogni mezzo a disposizione per rispondere concretamente ai problemi creati da un sistema fondato sul profitto privato e lo sfruttamento – denunciandoli per quello che sono.

Un’occupazione solleva sempre polemiche, espone a molte critiche e rischia di allontanare una fetta del consenso dalle pratiche che si mettono in campo. Perché occupare?

Occupare per noi non è un fine in sé, bensì un mezzo come tanti altri, da impiegare a seconda delle condizioni in cui ci si trova ad agire. Abbiamo occupato e restituito al quartiere (dopo averlo lungamente e invano chiesto in affitto) uno stabile abbandonato di proprietà dell’ateR e destinato alla vendita: l’occupazione nel nostro caso è un modo per sollevare un nodo politico, ossia la gestione aziendalistica e speculativa del patrimonio edilizio pubblico da parte dell’ente regionale che gestisce le case popolari in Veneto, commissariato per anni e legato in modo clientelare alla Lega.

Spesso il Nordest è raccontato (e si racconta) come una zona produttiva e competitiva, in fin dei conti ricca. Non stona quindi il mutualismo nel bel mezzo del “ricco” Nordest?

Alla luce dei quattro mesi di occupazione, crediamo che il mutualismo abbia senso e valore anche qui. Centinaia di persone sono passate alla Casetta del Popolo, prendendo parte alle diverse attività. E non tanto a quelle culturali, che comunque ne costituivano la parte più piccola, ma soprattutto a quelle mutualistiche.

Dalla prima settimana di occupazione abbiamo attivato:

  • doposcuola, due ore e mezzo per tre pomeriggi a settimana. Al termine dell’anno scolastico risultavano iscritti cinquanta bambini/e e ragazzi/e di elementari e medie, con una frequenza media di venti-venticinque presenze per incontro;
  • sportello psicologico, una volta a settimana. Con la collaborazione di due giovani psicoterapeuti che lavorano nel quartiere abbiamo aperto uno spazio di ascolto, indirizzamento e aiuto psicologico, che è stato frequentato fin dal primo giorno. Lo sportello collaborava anche con alcune cooperative sociali attive nella zona, non aveva quindi l’intenzione di sostituirsi ai servizi esistenti, ma voleva rappresentare piuttosto un punto di osservazione ed elaborazione indipendente, estraneo a ogni logica reificante, disumanizzante e mercificante in tema di salute mentale;
  • distribuzione frutta/verdura e vestiti. Recuperiamo frutta e verdura che al mercato ortofrutticolo verrebbero altrimenti buttate e  allestiamo un banchetto, affiancandolo a uno di indumenti usati. Chiunque passi può prendere ciò che vuole lasciando un’offerta anche simbolica. L’afflusso è variabile ma sempre positivo, alle volte riusciamo a restituire il carico di due macchine. Questa attività continua anche ora;
  • pranzo sociale. Per favorire la vita comunitaria, abbiamo organizzato pranzi popolari cui hanno partecipato fino a cinquanta persone per volta. Il pranzo è un momento di convivialità ma anche di discussione, fondamentale per conoscersi ed entrare in contatto con chi, nel quartiere, cerca forme  di socialità alternativa ed è disponibile a costruirne di nuove. Siamo talmente convinti dell’utilità dello stare insieme che abbiamo allestito anche merende per i bambini e una vera e propria sagra per tutti, con tanto di giochi;
  • sportelli sociali, una volta a settimana ciascuno. Era attivo uno sportello per le problematiche sul lavoro (lettura busta paga, informazioni su contratto e diritti ecc.) e uno per le problematiche del quartiere, che ha visto alcuni accessi soprattutto in tema di sfratti e altre questioni abitative;
  • corsi vari, in base alla disponibilità di persone competenti, abbiamo organizzato un corso di yoga e uno di spagnolo;
  • sportello di salute popolare. Lo sportello è gestito da qualche membro del collettivo insieme a giovani dottori/esse o infermieri/e volontari/e. Svolge funzioni di indirizzamento e orientamento ai servizi presenti sul territorio, di confronto e prevenzione sui temi legati alla salute e all’accesso alle cure, di monitoraggio e inchiesta sui servizi sanitari disponibili. Periodicamente, organizza anche giornate di screening medico di base in vari luoghi del quartiere: alla prima di queste giornate sono passate novanta persone, consentendo un ampio dialogo;
  • corsi di italiano per stranieri sei volte a settimana. Sono stati attivati sei corsi estivi di italiano che hanno avuto luogo in molti momenti diversi, ai quali partecipavano in totale circa quaranta persone non madrelingua, seguite da dieci volontari;
  • attività culturali e politiche: naturalmente anche le attività di discussione politica e culturale hanno avuto la propria parte. Abbiamo ospitato le figlie di Berta Cáceres (attivista honduregna uccisa nel 2016, cui la Casetta è intitolata), dialogato con una delle autrici del volume Femminismo per il 99%[1], discusso collettivamente con lavoratori e lavoratrici di diversi settori, organizzato eventi musicali aperti al quartiere. Una sera a settimana, inoltre, proiettavamo un film – anch’esso gratuitamente, come ogni altra cosa.

Con qualche nostro stupore, nessuna di queste attività è andata male. Nessuno sportello senza utenti – anche quando mal pubblicizzato per difficoltà organizzative –, nessun evento deserto. Rispetto al senso di proporre attività mutualistiche nel Nordest, ci sembra che questo breve resoconto sia sufficiente ad affermarne la potenzialità.

Disegno: Giada Peterle

Chi ha frequentato la Casetta del Popolo Berta? Inoltre, qualcuno vi ha aiutato o il gruppo iniziale si occupato di tutta la gestione delle varie attività? Innanzitutto, alle attività mutualistiche la presenza di persone di origine straniera è solitamente maggiore, in percentuale, rispetto a molti altri contesti cittadini. Le ragioni naturalmente sono varie: si tratta di abitanti del quartiere che come reddito si collocano nelle fasce medio-bassa o bassa, di coloro che più soffrono discriminazioni e barriere sociali (troppo spesso anche istituzionali), e che maggiormente ricercano spazi di socialità per aprire le proprie reti relazionali. D’altra parte, per scalfire l’individualismo connaturato alla società veneta ci sarà bisogno di molto lavoro, e questo è uno dei nostri obiettivi. A esso se ne affianca un altro forse ancor più decisivo: rispondere alla xenofobia e alla guerra tra poveri attraverso lo stare fianco a fianco e l’unirsi intorno a comuni bisogni sociali di persone di nazionalità e origini diverse.

A dare la disponibilità come volontari/e, invece, sono soprattutto giovani studenti/esse e lavoratori/trici di origine italiana, provenienti però in gran parte da fuori provincia. Insieme agli immigrati internazionali sono coloro che hanno meno legami storici con la città e meno reti famigliari, ma dispongono spesso di grandi risorse intellettuali e materiali (specializzazione in un certo campo, professionalità tecnica o artigianale, maggior tempo libero a disposizione, esperienze di ricerca, lavoro o attivismo in altri contesti).

Evidentemente ciò comporta, da una parte, il rischio di chiudersi in cerchie semi-isolate e incapaci di relazionarsi effettivamente con la realtà locale, dall’altra, però, ci sono le potenzialità racchiuse nell’incontro con persone di grande valore pronte a investire tempo ed energie in un progetto condiviso.

Quindi non è stato il gruppo che ha dato vita a Berta a gestire tutte le attività, ma avete chiesto aiuto…

Nessuna delle attività in essere, e tanto meno tutte insieme, sarebbe stata possibile senza che molte altre persone si aggiungessero al gruppo che ha inizialmente dato vita alla Casetta. Ogni attività ha infatti necessità umane, tecniche e logistiche: per il doposcuola non basta una persona, per gli sportelli servono medici, giuristi, psicologi ecc. La risposta in termini di attivazione spontanea e disponibilità a contribuire è uno dei dati più positivi ed essenziali di questa esperienza. È fondamentale tenerne conto sia in quanto è parte integrante del suo senso complessivo, sia poiché troppo spesso – lo diciamo per esperienza diretta – si corre il rischio di non provare neanche ad avviare alcune iniziative perché “mancano le forze”: mai sottovalutare la generosità di chi si riconosce in una prospettiva comune.

Ci sembra particolarmente importante notare come le persone contribuiscano con entusiasmo soprattutto quando è chiaro che cosa possono fare: abbiamo organizzato incontri specifici per ogni attività, preceduti da chiamate per volontari, nei quali era indicato con chiarezza che tipo di contributo era richiesto e a quale scopo. I riscontri hanno superato ogni nostra aspettativa: basta ricordare che gli sportelli medico e psicologico sono potuti partire solo grazie a contributi esterni, dato che fra noi non ci sono né medici né psicoterapeuti formati.

Le attività che avete descritto sembrano rispondere a una logica assistenziale, molto simile al volontariato. Se sull’utilità concreta di queste pratiche non ci sono dubbi, viene però da chiedersi quale sia la loro potenzialità in termini politici.

Disegno: Giada Peterle

Le attività di mutualismo hanno una doppia caratteristica, di fine ma anche di mezzo. Di fine perché rispondono a bisogni concreti, aiutando a migliorare la vita quotidiana delle persone, che possono inoltre incontrarsi, riconoscersi in ciò che ci unisce e affratella, scoprire la forza dell’agire collettivo. Si tratta quindi di un processo di presa di coscienza politica e di costruzione di un potere e un controllo popolari. Ciò vale tanto per chi si rivolge alle attività che la Casa del Popolo organizza, quanto per chi le rende possibili: questa reciprocità costituisce uno spazio di uso comune, la base di una reale comunità e la caratteristica principale di un’autogestione o autogoverno. Di mezzo perché ogni attività mutualistica è un formidabile strumento di conoscenza e politicizzazione: attraverso ognuna di esse – dagli sportelli, ai corsi, ai momenti di socialità – stiamo conoscendo il territorio sempre più a fondo nelle sue problematiche, nei suoi punti di forza e di debolezza dal punto di vista delle classi popolari. Detto altrimenti, mutualismo è anche inchiesta: comprensione della realtà e capacità di individuare i punti critici (e le proposte) intorno a cui organizzare denunce, rivendicazioni e lotte più complessive. Proprio in questo senso, stiamo costruendo un’indagine sulle condizioni di vita e di lavoro da rivolgere al quartiere attraverso questionari e iniziative pubbliche, con l’obiettivo di integrare e sistematizzare le conoscenze raccolte con tutte le attività e, inoltre, di raggiungere un numero sempre maggiore di persone.

Rispetto alla domanda se sia possibile dare a queste attività un carattere politico più generale, la sola risposta adeguata è quella che si mostra nella pratica, alla prova dei fatti, ed è per questo che gli obiettivi non possono rimanere nel vago, bensì devono essere concreti e messi a verifica. Tentiamo dunque di far sì che ciascuna attività abbia una propria progettualità che tenga in considerazione la dimensione collettiva complessiva, e che ogni singola/o volontaria/o (e tendenzialmente ogni persona che frequenta la Casetta del Popolo) sia consapevole del progetto nella sua interezza e con il tempo possa contribuire direttamente alla sua gestione e direzione. I segnali erano buoni, ma lo sgombero è giunto troppo presto: la risposta definitiva rimane aperta, da costruire giorno per giorno.

Il Catai, a vederlo da fuori, sembra aderire alle logiche del movimento: aggregazione giovanile, autoformazione, mobilitazioni. La Casetta del Popolo stravolge questa immagine. Qual è la strategia politica che vi guida?

In Veneto le destre hanno un dominio ideologico e politico fortissimo, nella regione non esiste alcuna opposizione politica istituzionale a questa egemonia. La sinistra radicale è disorientata e impegnata tutt’al più a sopravvivere, ciò anche per via della mancanza di grandi mobilitazioni e, nel caso dei partiti, di una crisi che ha radici lontane. In questo scenario ci pare necessario elaborare e sperimentare una diversa prassi politica, né politicista né esclusivamente movimentista, che immagini la propria azione a partire dal problema del radicamento nei territori e nei bisogni della classe lavoratrice.

Perché usare questo lessico? Perché coglie nel segno: chi sostiene la società sono le lavoratrici e i lavoratori: per se stessi, per i propri figli e per i propri genitori. Noi dobbiamo fornire delle risposte verosimili e verificabili che partano da qui e che misurino la propria tenuta e credibilità con il metro di chi, per vivere, deve lavorare. Non c’è altro modo per contribuire all’affermarsi di un’alternativa alla falsa contrapposizione che caratterizza questa fase storica, quella tra capitalismo neoliberista “progressista” (la dittatura dei mercati finanziari condita però con politiche centrate sui diritti civili e con un antifascismo di facciata) e capitalismo neoliberista reazionario (la finta opposizione alla dittatura dei mercati finanziari imperniata su nazionalismo, razzismo, sessismo).

L’alternativa però non basta immaginarla, cosa di per sé già complessa. Bisogna produrla, almeno in parte, nelle cose. Bisogna costruire degli spazi, anche minimi, in cui siano visibili e tangibili anticipazioni di un altro modo di vivere e gestire le cose, a confronto con cui le forme di socialità individualiste e competitive – in cui il nemico del povero è il più povero – si rivelino come parziali e storiche. Se una cosa è storica vuol dire che è prodotta dall’uomo, si può cambiare. Così, è storica la mancanza di diritti e tutele per chi lavora, ma anche le forme patriarcali e misogine della nostra società, le discriminazioni razziali: tutto si può prendere in mano e cambiare.

Per fare questo serve un’egemonia diversa, che sappia scalzare quella delle destre, così forte nella regione, ma anche nel paese. Per provarci, bisogna proporre contemporaneamente (e concretamente) azione politica, denuncia sociale, riflessione collettiva, forme di mutualismo, aggregazione, organizzazione, una cultura diversa e modi nuovi di relazione fra le persone. Tutto assieme, non si scappa.

Il Catai ha aderito fin da subito a Potere al Popolo!, perché costruire quello che si mostra anche come un partito?

La Casetta del Popolo Berta può pensare nella direzione che abbiamo descritto perché non è e non si concepisce come una singola esperienza, come un’isola felice in Arcella, ma nasce all’interno di una progettualità politica più ampia, che per noi prende il nome di Potere al Popolo!. Tutte le attività di cui sopra non mirano soltanto a rispondere a bisogni immediati o a creare una comunità circoscritta, ma si inseriscono in un orizzonte più complessivo e concorrono a svilupparlo, a concretizzarlo. Una prassi politica che si voglia radicale, materialista e dialettica, cioè che intenda partire dalle condizioni materiali di vita e dalle ideologie sedimentate nel senso comune per provare a cambiare il mondo, deve infatti contrastare a ogni altezza (anche istituzionale) la tendenza alla parcellizzazione e all’isolamento che vige nella società. Occorrono le sperimentazioni locali, situate e radicate, ma occorre anche un orizzonte comune che dia forza e respiro alle molte esperienze sparse nei territori più diversi, affinché a partire da molteplici esperienze di resistenza disseminate in ogni dove si possa, al momento opportuno, passare al contrattacco.

Disegno: Giada Peterle

Non pensiamo di avere alcuna verità in tasca, tranne una, che ci guida a ogni passo: «il pensiero segue le difficoltà e precede l’azione». Ovvero, parafrasando questa frase di Brecht, se non fai non sai, e non fai. Proprio perché non esiste nessuna “ricetta per la rivoluzione”, l’unica possibilità è partire da un punto e mettersi alla prova. Per noi il mutualismo è proprio quel punto, un’azione politica basata sul radicamento e l’inchiesta – sul fare e il conoscere facendo – attraverso cui, a nostro parere, si può provare a tessere le fila per costruire un’altra egemonia a quella delle destre e del pensiero unico neoliberista, anche qui e ora, nel profondo Nordest leghista. Con umiltà e determinazione, senza farsi illusioni ma anche senza scoraggiarsi.

Quali vi sembrano siano state le reazioni allo sgombero? Sia istituzionali, sia dell’opinione pubblica.

La nostra esperienza era illegale, su questo i partiti e i giornali (non solo di destra) ci hanno subito incalzato. Alcuni soggetti appartenenti ai partiti della destra locale avevano immediatamente avviato una raccolta firme per chiedere lo sgombero; la giunta che governa a Padova infatti è di sinistra, formata da una coalizione tra il pD e una lista civica. La raccolta firme per loro è andata malissimo; e dopo i primi mesi istituzioni e giornali hanno dovuto riconoscere la bontà della nostra esperienza, tanto che alcuni militanti leghisti hanno commentato lo sgombero dicendo: «Finalmente ristabilito l’ordine, ora speriamo che Berta continui le sue attività nella legalità». Tutto sommato non male, se a dirlo sono personaggi che pensano che la parola sinistra valga di per sé come un insulto.

In ogni caso gli aspetti più interessanti di questa vicenda sono tre. Innanzitutto, nessun giornale ha potuto fare il solito racconto dei militanti brutti, sporchi e violenti; hanno tutti dovuto riconoscere l’utilità della nostra attività e in alcuni casi hanno persino mosso critiche all’ateR che ha tenuto chiuso uno spazio pubblico per tre anni. Nessuno ha potuto ricondurci ai soliti schemi binari per cui estrema sinistra ed estrema destra si equivalgono in quanto esterne alla società civile. Tale impressione è fissata icasticamente da un abitante del quartiere, leghista anche lui, che il giorno dello sgombero ha dichiarato ai giornali: «Ha fatto più casino la polizia stamattina che loro in quattro mesi».

Il secondo aspetto positivo è la grande solidarietà che abbiamo ricevuto subito dopo lo sgombero, le dimostrazioni di affetto e di rabbia degli stessi abitanti del quartiere. Si è visto che per loro la Casetta Berta era diventata nel tempo un punto di riferimento.

Ultimo rilievo: la stessa amministrazione comunale ha riconosciuto pubblicamente la validità della nostra iniziativa. Certo si tratta di una giunta di sinistra, che in parte ha sposato formalmente la nostra causa per motivi sia di scontro con la destra e l’ATER (leghista), sia interni alla coalizione stessa che governa a Padova; ma in parte la solidarietà è stata reale. Purtroppo non abbiamo ancora ottenuto dal Comune uno spazio e non è certo se lo otterremo o meno; però nel caso di una seconda occupazione per la giunta riuscire a ignorarci politicamente sarà una bella sfida di equilibrismo.

In ogni caso anche dopo lo sgombero non abbiamo smesso le nostre attività, e ora stiamo avviando un’inchiesta popolare nel quartiere, inchiesta che verrà fatta dagli stessi abitanti e sarà uno strumento sia di conoscenza che di organizzazione politica.


[1] C. Arruzza, T. Bhattacharya, N. Fraser, Femminismo per il 99%. Un manifesto, Laterza, Roma-Bari 2019.

Pratiche per l’egemonia: il mutualismo

Emanuele Caon

Negli ultimi decenni in Italia (ma non solo) è stata totalmente egemone la narrazione post-ideologica della società, incarnata dalle soluzioni neoliberiste, dal tramonto delle parole destra e sinistra, e dallo schema del bipolarismo partitico: due grandi formazioni politiche di centro-destra e centro-sinistra che si alternano al potere. Tale narrazione non è del tutto tramontata, ma le contraddizioni sociali esplose nell’ultimo decennio sembrano aver riabilitato le divisioni ideologiche; purtroppo a pieno favore delle destre.

A noi – che vorremmo un mondo non capitalistico, più giusto, equo e anche economicamente democratico – tutto è venuto a mancare. Non abbiamo partiti di massa di riferimento; non abbiamo un movimento che sposti gli equilibri sociali; ci mancano analisi, parole d’ordine, strutture in grado di farle circolare; se riusciamo a produrre idee e materiali non abbiamo il potere mediatico di tv, radio, giornali che le supporti e diffonda, anzi, ci appoggiamo a piattaforme che potrebbero oscurarci e farci tacere al primo conflitto: Google, Facebook, YouTube ecc.

Ci manca uno spazio di convincimento e organizzazione tale da permetterci azioni politiche – istituzionali o meno – in grado di pesare realmente. Siamo quindi ben lontani dalla possibilità di costruire un’egemonia culturale che si sostanzi in potere economico e politico in misura tale da concretizzare, se non la fuoriuscita dal capitalismo, almeno l’opportunità di assestargli qualche duro colpo che ci permetta di negoziare in modo favorevole. In questo contesto ritorna interessante una soluzione che ha il sapore dell’Ottocento: il mutualismo come pratica di solidarietà che si fa strumento di autorganizzazione politica.

Il primo problema che il mutualismo affronta è quello di canalizzare le energie in un progetto concreto capace di fornire risultati tangibili. Il mutualismo dimostra che se si offrono reali possibilità di azione ci sono molte persone disposte a impegnarsi. Si tratta di soggetti che, anche quando politicizzati, non trovano la loro dimensione in una pratica politica diretta: dalla militanza in un partito a quella in un sindacato, fino alla partecipazione   a mobilitazioni, vertenze, assemblee. Spesso però ad attivarsi nel mutualismo sono soggetti restii a riflettere in termini politici, persone a cui le parole uguaglianza, libertà, solidarietà (o antisessismo, antirazzismo, ambientalismo) risultano ideali astratti e irraggiungibili. Soggetti quindi molto lontani da un lessico in vario modo anticapitalista e a cui un’analisi della realtà basata su concetti classici come capitalismo, conflitto di classe, lotta ecc. è totalmente avulsa, se non addirittura allontanante.

Il mutualismo mostra due potenzialità nella capacità di attivare una simile soggettività depoliticizzata. Innanzitutto, prima coinvolgere e dimostrare materialmente, poi fare teoria: vieni, prova, partecipa; ecco questa è solidarietà e quella è la macelleria della competizione liberista. In secondo luogo, a contatto con pratiche quotidiane e con persone povere di coscienza politica, è la stessa sinistra che scopre di dover riformulare la sua analisi e di dover mettere a verifica la propria grammatica della realtà: questa parola la scartiamo, questo termine funziona ancora, questo va usato con moderazione. In un momento in cui tutta la sinistra – da quella più radicale a quella più moderata, e nonostante il movimento delle Sardine – si mostra in crisi, incapace di chiamare le piazze, bloccare le strade o anche solo chiedere un voto, la soluzione migliore pare quella di ripartire dalle pratiche. E quindi scegliere di rieducarci politicamente frequentando il mondo delle cose, riconfermando il vecchio adagio per cui teoria e prassi o marciano insieme o non sono efficaci, cioè utili. È un modo per ricordarci (e imparare) che non solo dobbiamo convincere e persuadere la società della validità dei nostri valori e ideali, ma anche offrire un’alternativa realistica e praticabile al dominio incontrastato del mercato.

Per evitare gli sproloqui, passiamo all’analisi di un caso concreto di mutualismo, in uno dei territory dove apparentemente sembra più difficile da realizzarsi.

Il primo maggio 2019 apriva nel quartiere Arcella di Padova la Casetta del Popolo Berta, un’occasione di solidarietà e organizzazione popolare. Berta si era presentato come un tentativo di intervento sociale, voluto dai militanti di Potere al Popolo! e del Catai, quest’ultimo è un luogo di aggregazione utilizzato soprattutto per attività culturali e politiche. Tale spazio è diventato poi la sede di Potere al Popolo! Padova. Berta ha ospitato fin da subito moltissime attività, tutte gratuite, la maggior parte delle quali a carattere mutualistico.

Mutualismo per noi significa partire dai bisogni e dalle necessità degli abitanti di un territorio e cercare di darvi una risposta collettiva, senza paternalismo né assistenzialismo. Significa darsi una mano a vicenda, riconoscendo che i problemi che ciascuno affronta nella propria vita sono comuni a molti e hanno radici sociali. Significa prendere coscienza, nella pratica, del fatto che se uniamo le forze possiamo tanto migliorare fin da subito le nostre condizioni di vita, quanto organizzarci e fare pressione dal basso perché si produca un cambiamento ai livelli più alti della società [1]

Se in Veneto la disoccupazione ha morso meno che in altre parti d’Italia, il peggioramento delle condizioni di lavoro, l’impoverimento generalizzato e l’incapacità di affrontare collettivamente i problemi sono ugualmente gravi, anche per la mancanza di comunità di riferimento e riconoscimento. Il venir meno del mondo contadino e delle sue forme comunitarie ha riversato l’ideologia del fasso tutto mi nel Veneto della piccola e media impresa, lasciando spazio libero (e terreno fertile) all’individualismo più spinto e orgoglioso, con tutto il suo portato di auto-sfruttamento, auto-colpevolizzazione, solitudine, aggressività. In tempi di crisi tutto ciò presenta il conto, e se vi aggiungiamo la tendenza sempre più drastica alla privatizzazione dei servizi essenziali, sanità e trasporti in primis, otteniamo il quadro di un territorio tutt’altro che idilliaco, caratterizzato piuttosto da numerose tensioni e contraddizioni.

A oggi il dominio ideologico della Lega è pressoché incontrastato. In Veneto d’altronde l’amministrazione leghista riesce bene ad attribuire le colpe dei mali regionali a nemici esterni (meridionali, immigrati, lo Stato centrale, l’Europa dei mercati e delle banche), e contemporaneamente però si presenta come un partito apparentemente moderato, fatto di buoni amministratori (alla Luca Zaia) che si preoccupano degli interessi dei veneti e sprecano poco tempo in chiacchiere. Così facendo la Lega è riuscita a conquistarsi il consenso sia della destra, sia dei moderati – talvolta pure di sinistra.

Se la sinistra riesce ancora a governare in qualche amministrazione comunale (tendenzialmente coalizioni civiche moderate), nessuna delle sue parole d’ordine fa vacillare il feudo leghista. In questo scenario il discorso anticapitalista risulta drammaticamente marginale, non solo per la confusione con cui viene formulato, ma anche per la sostanziale assenza di strutture di trasmissione in grado di condurlo a quei soggetti che dovrebbero accoglierlo. Eppure il Veneto è anche una regione densa di associazioni, gruppi di volontari e volontarie, centri di assistenza che – pur con mille contraddizioni e spesso di area cattolica – sembrano desiderare e alludere a una società fondata su principi di uguaglianza e solidarietà. In un simile contesto un luogo di mutualismo – pur con una bandiera rossa in bella vista – si è presentato immediatamente come qualcosa di familiare e accettabile. La duplicità interessante della Casetta del popolo Berta è stata quella di offrire una possibilità di azione a coscienze in vario modo di sinistra, che hanno potuto sentirsi utili scoprendo che la loro attività era anche politica, e contemporaneamente attirare persone che mai avevano sentito parlare di conflitto con il capitale.


[1] Brano tratto dal manifesto Mutualismo a Nordest di Potere al Popolo! Padova (N.d.R).

Insegnare con le macchine

Le scuole di lingua nell’economia delle piattaforme

Dilettante

Pubblichiamo la testimonianza di un lavoratore della Wall Street English raccolta dalla redazione di OPM sulla piattaforma di rivendicazioni degli e delle insegnanti di inglese per la difesa del lavoro e del salario. Il lavoratore preferisce presentarsi con il suo pseudonimo, Dilettante.

Ci puoi dare un quadro sintetico sulla presenza di WSE in Italia e di come è inquadrato il personale?

Wall Street English (WSE) è un’azienda nata nel 1972 a Milano e vende formazione linguistica per adulti. Attualmente conta una decina di scuole sotto il diretto controllo della proprietà e oltre settanta scuole in franchising. L’azienda inquadra i suoi dipendenti utilizzando il contratto ANINSEI, che regola le condizioni di lavoro di diversi tipi di scuole private (dagli asili ai convitti). Prima del 2012 le e gli insegnanti impiegati erano assunti con contratti a progetto; costretta dalla legge cosiddetta Fornero, WSE siglò un contratto integrativo con i sindacati CGIL-CSIL-UIL-SNALS e assunse tutti gli insegnanti con un contratto part-time a tempo indeterminato inquadrato nel IV livello dell’Area Prima – quella del personale amministrativo. Il CCNL ANINSEI stabilisce che a docenti di scuole private sia invece conferito il V livello nell’Area Seconda, quella dei servizi educativi. È importante sottolineare che nel 2012 non esistevano insegnanti sindacalizzati in WSE e la fotografia che fu scattata sul loro lavoro vide emergere, negli accordi sindacali, un profilo più simile all’assistente di laboratorio che al docente vero e proprio. Ovviamente tale fotografia era truccata e cancellava il lavoro pedagogico reale che gli insegnanti hanno sempre svolto con gli studenti per sviluppare le loro competenze linguistiche.

Per quale ragione vi siete messi in agitazione e cosa avete chiesto? Vi siete auto-organizzati, avete chiesto il sostegno di un sindacato?

Subito dopo la firma del primo accordo integrativo del 2012 ci fu un tentativo auto-organizzato dagli insegnanti – e ne esiste una testimonianza online – di mobilitarsi contro la riduzione salariale che il nuovo inquadramento avrebbe causato; tuttavia quel primo tentativo fallì. L’inquadramento al IV livello del CCNL ANINSEI ha infatti comportato una sensibile contrazione salariale sia rispetto al V livello (9 euro l’ora contro 14), sia rispetto al trattamento economico che gli insegnanti ricevevano precedentemente, quando erano freelance contrattualizzati con un CO.CO.PRO. (che d’altra parte non comprendeva ferie, tredicesime né altri trattamenti differenziali).

La mobilitazione del 2018 è nata proprio per trasformare una condizione contrattuale che non coincideva con il lavoro vivo, le mansioni e responsabilità che venivano richieste ed erogate dagli insegnanti di WSE i quali, fondamentalmente, svolgono un lavoro pedagogico ed educativo non diverso da quello di un insegnante di lingue tradizionale. Il cuore della nostra battaglia è stato dimostrare che la piattaforma di e-learning, attorno a cui è incardinato il progetto di formazione linguistica di WSE e ha giustificato il nostro sotto-inquadramento, richiede il lavoro educativo-pedagogico tradizionale proprio di un insegnante di lingue. Per poter svolgere il ruolo di insegnante in WSE l’azienda richiede infatti una padronanza della lingua inglese pari a quella di un madrelingua, nonché certificazioni peculiari e molto costose, pari a quelle di tutte le altre scuole di lingua. D’altra parte WSE ha implementato un sistema di formazione linguistico standardizzato che fa ampio uso di tecnologia multimediale – video ed esercizi di comprensione accessibili tramite la sua piattaforma proprietaria – che prescrivono un’organizzazione del lavoro seriale e ripetitiva in cui il controllo sull’erogazione dei contenuti linguistici e lo sviluppo delle competenze di linguaggio sono in parte mediati da una macchina, in parte da altro personale amministrativo della scuola. Nel 2018 noi insegnanti di WSE Milano ci siamo rivolti, non senza diffidenze, alla FLC-CGIL a cui abbiamo dato la delega per far partire la nostra vertenza. Al momento siamo riusciti a sindacalizzare insegnanti in cinque scuole del gruppo, tra Milano, Genova e Firenze.

Come ha reagito la controparte, su cosa è disposta a trattare e su cosa non vuole cedere?

Per la prima volta nella sua quarantennale storia Wall Street English ha visto i propri dipendenti sindacalizzarsi: ciò è potuto accadere perché gli insegnanti erano stati assunti con un contratto a tempo indeterminato e potevano effettivamente essere soggetti titolari di diritti sindacali. Per l’azienda tutto questo è stato insieme uno shock e un tradimento: nessuno si aspettava che una forza lavoro poco numerosa ed estremamente fluttuante potesse organizzarsi e agire collettivamente per affermare i propri diritti.

WSE ha in un primo momento cercato di tutelarsi in maniera grottesca, trasformando nel proprio sito internet la parola “insegnante” in “tutor” e sterilizzando ogni comunicazione interna in cui fosse usata la stessa parola insegnante. In seconda battuta l’azienda – che ha un turnover di insegnanti molto intenso – ha cambiato la propria politica delle assunzioni: prima della sindacalizzazione, ai nuovi assunti veniva offerto un contratto della durata di sei mesi poi convertito in indeterminato; successivamente tutti i nuovi insegnanti sono stati assunti con un contratto a progetto o tramite partita IVA. Questo ha bloccato la possibilità di estendere la sindacalizzazione, riducendo anche il monte ore che veniva a noi affidato: di conseguenza, lavorando meno ore, abbiamo ricevuto meno salario; tutti i nuovi corsi sono stati affidati ai nuovi assunti con contratti CO.CO.PRO. e partite IVA insensibili o impossibilitati a qualsiasi forma di sindacalizzazione. L’azienda ha creato un cordone sanitario attorno agli iscritti al sindacato e attraverso l’uso di lavoro precario e senza diritti sindacali ha bloccato l’estensione della mobilitazione degli insegnanti.

Il coordinamento tra insegnanti e sindacato ha prodotto uno sciopero e l’emersione della nostra vicenda su due testate nazionali (grazie anche all’aiuto di Potere al Popolo! Milano)[1].

Tali azioni sono state estremamente efficaci e hanno generato il risultato auspicato: a dicembre 2019 abbiamo aperto un tavolo di trattativa. L’ipotesi di accordo raggiunto riconosce una maggiorazione salariale diretta per tutte le oltre ottanta scuole del gruppo; abbiamo inoltre ottenuto un aumento della quota di salario per ferie e festività, ma questo solo per le e gli insegnanti che dipendono direttamente da WSE e non per le sedi in franchising. Ciò che non siamo riusciti a intaccare è l’organizzazione del nostro impiego, che era e rimane soggetto a un regime di part-time parzialmente involontario e completamente piegato su una flessibilità di cui gli insegnanti pagano il fio, sia in termini economici (se lo studente cancella la sua lezione il giorno prima l’insegnante non viene pagato), che propriamente organizzativi: infatti i nostri turni sono regolati senza limiti attorno a blocchi di ore discontinue e lezioni serali – che arrivano sino alle 21 per cinque giorni su sei.

Quali insegnamenti avete tratto da questa esperienza per quanto riguarda l’impiego di determinate tecnologie?

Apprendere e padroneggiare una lingua straniera è una sfida cognitivamente complessa e la relazione educativa che si stabilisce tra docente e discente è un fattore determinante per lo sviluppo di competenze linguistiche avanzate, specie per un adulto.

Wall Street English ha sviluppato il proprio sistema di apprendimento della lingua attorno a quello che viene denominato paradigma del Blended Learning, ovvero apprendimento misto o ibrido. Nella ricerca educativa tale paradigma si riferisce a un mix di ambienti d’apprendimento che combina il metodo tradizionale frontale in aula (in presenza di insegnanti) integrato con attività mediata dal computer e/o da sistemi mobili (come smartphone, tablet o computer). WSE eroga corsi di lingua inglese basati sul Communicative Method organizzati da una parte sull’utilizzo di una piattaforma di elearning e dall’altro sull’impiego di insegnanti che svolgono lezioni in presenza con gli studenti, non diversamente da altre scuole. Se da un lato il ruolo educativo dell’insegnante all’interno del sistema WSE fornisce un valore  aggiunto  imprescindibile, sia nel programma didattico che nel marketing dell’azienda, è pur vero che tale offerta formative-linguistica è strutturata attorno alla dinamica cliente-prodotto: ma qui il “prodotto” non è il sapere degli insegnanti, bensì il sistema proprietario di WSE attorno a cui è incardinato sia il progetto di studio dello studente che il lavoro dell’insegnante.

Questo ha due effetti principali. Da una parte, all’interno dell’offerta WSE lo studente incontra l’insegnante in una porzione di tempo limitato, dal momento che l’azienda mira a intensificare il contatto tra studente e piattaforma piuttosto che l’interazione frontale con l’insegnante. In tal modo le ore di docenza effettivamente erogate diminuiscono e quindi anche i costi del lavoro vivo per l’impresa.

Dall’altra parte l’insegnante è costretto a operare principalmente dentro i confini del progetto formativo standardizzato di WSE, cioè un insieme di lezioni preconfezionate: il docente infatti deve allinearsi a quello che lo studente svolge sulla piattaforma online, inoltre lavora in presenza con studenti sempre diversi, secondo gli appuntamenti fissati da un manager in base al numero degli studenti attivi sulla piattaforma. Il lavoro diventa ripetitivo e monotono, l’insegnante viene spogliato del suo tradizionale ruolo di maieuta, facilitatore ed educatore perché il suo sapere è stato da una parte sussunto nella piattaforma e dall’altra spezzettato in diverse fasi e ruoli su cui non ha alcun controllo. Questa forma di micro-management del lavoro cognitivo dell’insegnante attrae una forza lavoro precarizzata e socialmente fragile che non profonde nell’insegnamento alcun senso di vocazione e si rende quindi completamente subalterna a un ambiente lavorativo di cui gli sfuggono regole e dinamiche.

Quali difficoltà avete incontrato nel convincere i colleghi ad aderire alla vertenza?

Date queste condizioni oggettive ciò che è accaduto a Milano ha del miracoloso. La maggioranza degli insegnanti ha infatti aderito istantaneamente alla piattaforma di rivendicazioni. Dal momento che eravamo stati inquadrati come tutor, ma tutti in realtà ci percepivamo come insegnanti, il richiamo alla ferita inferta alla nostra professionalità ha generato un riscontro effettivo e dirompente. Il primo ostacolo è stato invece sindacalizzare da zero e farlo in una seconda lingua. Non abbiamo infatti solo dovuto veicolare i contenuti della vertenza; si è trattato di una vera e propria alfabetizzazione sindacale al linguaggio dei diritti sociali, che è naturalmente ostile alla prosa dell’opinione comune nella società in cui viviamo. In più c’è da aggiungere che l’ambiente lavorativo non accoglie nessuna forma di socializzazione tra gli insegnanti che non sia la mera erogazione delle ore lavorative. I centri dell’azienda sono disegnati con stanze dai vetri trasparenti che non permettono alcuna discrezione: si è infatti costantemente esposti allo sguardo dei propri superiori. Tutta la fase preliminare preparatoria e funzionale alla sindacalizzazione è avvenuta in spiragli di tempo e in luoghi improvvisati fuori dall’ufficio.

In questi frangenti si era costretti a spiegare a colleghi e colleghe, con cui fino ad allora si era scambiato solo qualche cenno di saluto, che sarebbe stato necessario iscriversi al sindacato. È stato un processo lungo e faticoso, ma abbiamo creato una comunità di lavoratori più coscienti e consapevoli in un settore abitualmente alieno e ostile alla sindacalizzazione. Ciò che invece non ci è riuscito di fare è stato estendere il nostro messaggio al resto degli insegnanti nelle altre città italiane in cui WSE è presente. Fiumi di email, telefonate, viaggi, non sono serviti a persuadere i colleghi e le colleghe che saremmo stati più forti insieme e ne saremmo usciti tutti in una condizione migliore. Ciò credo sia dovuto a due principali fattori, al netto di quell’atmosfera culturale di cui parlavo più sopra che ci rende tutti “poliziotti di noi stessi”. Il settore della formazione linguistica privata soffre di una intrinseca fragilità e ciò si riflette nella natura intermittente e iper-flessibile del lavoro dell’insegnante privato: per molti questa non è una carriera in cui investire, ma un momento di passaggio verso un’altra meta. E poi c’è il senso di precarietà generalizzato, che è particolarmente destabilizzante per chi insegna in Italia provenendo da altre nazioni: spesso chi fa questo lavoro in un paese straniero è diffidente rispetto a forme di conflitto che vengono percepite come troppo onerose per la propria condizione di “ospite” in un paese diverso dal proprio. Infine, è necessario aggiungere che la dislocazione geografica diffusa di una azienda come questa rende oggettivamente difficile creare legami di solidarietà tra lavoratori che non si conoscono e non vivono nello stesso spazio. Abbiamo imparato che il lavoro sindacale è prima di tutto un’opera di cura e di ascolto che richiede tempo, competenza, studio, responsabilità e auto-disciplina. E questa costellazione esistenziale è sempre più difficile da creare, custodire e nutrire nel tempo che stiamo attraversando.


[1] Si veda: Wall Street English, “noi insegnanti inquadrati come personale amministrativo. E da quando protestiamo ci hanno ridotto le ore di lavoro” ; L’inglese si studia su una app e il prof non serve più.

Lo sguardo del drone su Milano

Sergio Bologna

Demolire il mito del “modello Milano”. Sembrerebbe una buona cosa, se fatta con ragionamenti di spessore in grado di recuperare quella stagione irripetibile di pensiero critico al quale alcuni docenti della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano hanno dato il loro contributo negli anni Settanta con la rivista Quaderni del territorio. Aggredire il “modello Milano” con superficialità fa soltanto il gioco di quelli che hanno governato la città nei suoi periodi più bui. Si viene indotti a queste riflessioni da un lato da certe prese di posizione (v. l’articolo di Lucia Tozzi su Lo stato delle città, n. 3, ottobre 2019), dall’altro da letture come Against Urbanism di Franco La Cecla che, pur mettendo in risalto alcuni percorsi perversi delle politiche urbane e la mitologia degli “archistar”, è ancora largamente insufficiente ad affrontare determinate problematiche tipiche degli spazi metropolitani.

Probabilmente lo sguardo dell’urbanista ha acquistato la valenza di “sguardo generale” alla fine dell’Ottocento, quando i piani regolatori urbani hanno iniziato a fare scuola e quindi i suoi criteri di giudizio si sono poco alla volta imposti come scienza della città e della società che la vive. È indubbio che molte trasformazioni sociali nella città possono essere ricondotte a scelte urbanistiche, è indubbio che la disposizione dell’abitare determina in maniera notevole le stratificazioni sociali ma è altrettanto vero che l’epoca che stiamo attraversando, in particolare l’epoca che ha visto la nascita dell’informatica e di Internet, ha prodotto degli agenti di trasformazione sociale che sembrano assai più potenti del fattore urbanistico nel cambiare le persone e il loro modo di pensare e di agire. Pertanto lo sguardo dell’urbanista sembra essere sempre meno convincente nell’individuare le ragioni che determinano il cambiamento di una città, sembra essere sempre più “specialistico” e aver perso quella capacità (o pretesa) di rappresentare l’intera complessità di una trasformazione urbana. Sembra sempre più lo sguardo di un drone che dall’alto riesce a vedere e distinguere bene i volumi ma sempre meno riesce a vedere e a distinguere gli uomini.

Per tornare a Milano. La facciata ingannevole che nasconde le sua fragilità non può essere demolita con ragionamenti puramente urbanistici, nello spazio ristretto del binomio speculazione-espulsioni. Né una città può essere letta solo attraverso le scelte delle politiche urbanistiche di Giunta. È un’operazione stolida appiattire lo sguardo al punto da mettere sullo stesso piano l’epoca dei Formentini-Albertini-Moratti con il periodo Pisapia-Sala perché nei progetti di Rogoredo o di City Life o dell’Expo c’è stata continuità: è un’operazione improduttiva politicamente ma soprattutto inadeguata a capire quali sono le fragilità vere di Milano che si nascondono sotto la facciata del mito di città “viva, dinamica, innovatrice, efficiente”.

Facciamo un piccolo passo indietro. Per ricordare ai troppi che se lo sono scordato che Milano dagli anni Ottanta a tutto il primo decennio del nuovo secolo, cioè per la bellezza di trent’anni – un periodo più lungo di quello del regime fascista – è stata la città che ha prodotto i fenomeni più deleteri della politica italiana, la città che ha segnato il degrado della nostra vita pubblica come nessun’altra città italiana, la città-laboratorio della crisi della democrazia così com’era stata concepita dai padri costituenti nel 1946. È la città che ha promosso il fenomeno del tardo craxismo, chiamato frivolamente “Milano da bere”, che ha portato all’ascesa di Berlusconi, di Bossi e infine di Salvini. E di Formigoni: Milano è stata la città-laboratorio di Comunione e Liberazione, cioè di un movimento ecclesiale capace di spaccare il mondo cattolico (spunto che Salvini ha ripreso in pieno). Se nel 2011, dopo trent’anni la città ha saputo ritrovare dignità e orgoglio, mettendo in piazza quel movimento plebiscitario che ha portato alla Giunta Pisapia – un movimento molto più ricco di quanto Pisapia sia stato capace di rappresentare istituzionalmente [1] – non possiamo classificare quella svolta come mero episodio elettorale: dobbiamo inserire quel movimento in una sequenza storica che va dalle Cinque Giornate all’insurrezione del 25 aprile 1945 alla lotta degli elettromeccanici del 1960, le grandi date in cui Milano ha saputo scrollarsi di dosso i diversi gioghi che le sono stati imposti. L’entusiasmo, la determinazione di quei cortei, di quelle manifestazioni che invadevano la città, la tensione morale e culturale delle decine di incontri, seminari, dibattiti – quell’atmosfera, quella partecipazione, quel risveglio di un popolo che sembrava ormai narcotizzato per sempre – erano cose che non si vedevano dal 1945. E c’era gioia, non c’era il lutto pesante dei funerali per le vittime di piazza Fontana. Quel movimento è stato lo spartiacque, non l’elezione della nuova Giunta. Quel movimento ha interrotto la sequenza trentennale dell’abbrutimento. Ed è da quel punto alto di democrazia che dobbiamo ripartire. Chi non l’ha vissuto può averne una pallida idea dal film che una cinquantina di registi ha girato in quei giorni: Milano 55.1 Cronaca di una settimana di passioni[2], presentato al Festival di Locarno. Per rispettare il contenuto di quel movimento, per rendere giustizia alla tensione di rinnovamento che esso portava con sé, Pisapia avrebbe dovuto governare chiamando continuamente la piazza a partecipare alle scelte, facendo appello incessante alla democrazia diretta. Invece l’“ordine istituzionale” ha finito per prevalere: cinque anni dopo in occasione dell’elezione di Sala quel movimento s’era imbucato in vari rivoli sotterranei, Sala è stato eletto con le solite alchimie della politica di corridoio, senza entusiasmi. Malgrado ciò, onestamente, si può dire che poteva andar peggio, molto peggio, vista la piega che aveva assunto nel frattempo la politica nazionale: ci siamo già dimenticati dell’atteggiamento di Matteo Renzi e del suo governo? Se non ha sparato a zero contro Pisapia come ha fatto a Roma, cacciando dal Campidoglio il povero e onesto Marino, poco ci è mancato.

Nei tentativi di demolizione del “modello Milano” che sono in circolazione di questo passaggio non c’è traccia: sembra ci sia consapevolezza di cosa sia stato il “modello nero di Milano”, quello dei Craxi, dei Berlusconi, dei Bossi, dei Formigoni. No, se vogliamo togliere la maschera al mito di Milano “città viva, dinamica, efficiente”, se vogliamo mettere il dito sui punti nevralgici, dobbiamo percorrere altre strade, non abbiamo bisogno di quattro architetti che mettono insieme un piano regolatore alternativo, né abbiamo bisogno dei grandi affreschi sulle “espulsioni” alla Saskia Sassen. Dovremmo chiederci semmai com’è nato il mito del “modello Milano”, perché è nato, dove è nato? E perché quel mito ha potuto attecchire? Se pensiamo che quel mito sia pura opera di abili comunicatori, spalleggiati da un po’ di energumeni mediatici che mettono a tacere le voci contrarie, ci sbagliamo di grosso. Un mito non nasce dal nulla. Una Giunta di amministratori pubblici che non pensano solo agli affari propri o a mettersi i soldi in tasca non è fenomeno usuale nel nostro paese. Un’amministrazione di opere pubbliche che rispettano scadenze e costi preventivati è fenomeno ancora più raro. Una rete di trasporti che cresce e che funziona anche come riduzione del rischio d’isolamento delle periferie non è poi un fatto così scontato. Ci sono vari al tri motivi che c’inducono a pensare che Milano la buona fama se la sia guadagnata e che buona parte del merito vada alla gestione del Comune. Ma anche alla lungimiranza di privati. La zona della moda e del design, la cosiddetta “zona Tortona” che durante il Salone del Mobile diventa teatro del cosiddetto “Fuorisalone” [3], oggi esteso anche a Lambrate, è nata da un’operazione condotta da privati che invece di radere al suolo le decine di fabbriche dismesse (era un polo da 25/30.000 operai, tanto per intenderci) e sostituirle con palazzoni e centri commerciali, ha avuto il buon senso di trasformarla in centro di attività terziarie, lasciando intatti parecchi volumi dei grandi stabilimenti abbandonati, dalla CGE, chiamata erroneamente ex Ansaldo, alla Riva Calzoni, alla Richard Ginori, alla Loro Parisini. Gli immobili hanno riacquistato valore, il tessuto urbano è stato rispettato, nuove occasioni di lavoro sono state create, ecco una brillante operazione urbanistica. È un percorso che abbiamo seguito con il documentario di 38’ Oltre il ponte, realizzato nel 2006-07[4]. Avremmo potuto accontentarci e dire «bravi!». Ma a noi non bastava lo sguardo dell’urbanista. Noi ci siamo chiesti: «Ok, tutto bene, ma come si lavora là dentro? Come si lavorava una volta?».

Le trasformazioni urbane derivano dalle scelte di specializzazione produttiva del nostro sistema economico, di cui la speculazione immobiliare è un aspetto

 

Siamo ben consapevoli che quelle che abbiamo chiamato le “fragilità”, le caratteristiche della città che rappresentano un rischio di degrado se non addirittura d’imbarbarimento, sono altrettanto consistenti quanto le caratteristiche positive. Ma se non vengono alla luce non è certo perché si è preferito fare City Life invece di un quartiere di case popolari, le scelte urbanistiche c’entrano pochissimo. Le trasformazioni sono avvenute con processi che hanno coinvolto principalmente il fattore lavoro, declinato in tutte le sue modalità, non soltanto il lavoro industriale rispetto al lavoro nei servizi ma soprattutto il lavoro tecnico-intellettuale, il lavoro professionale, il lavoro con le tecniche digitali: non si è trattato solo di un problema di costi – anche se rimane centrale oggi la questione delle retribuzioni con la proliferazione di working poor – ma si tratta di una partita con una posta in gioco molto più alta, che è quella della modificazione degli assetti mentali, della modificazione del cervello umano – apertamente dichiarata come obiettivo aziendale da giganti come Google, Facebook, Amazon. Si dice che oggi il problema è quello dell’accaparramento delle risorse della natura, in realtà il problema è quello dell’accaparramento of the human brain. È la capacità raziocinante dell’essere autonomo e indipendente, capace di resistere al bombardamento di mistificazioni della realtà, di selezionare l’informazione dalle fake news, è la possibilità di provare ancora sentimenti di solidarietà coi propri simili – sono queste le cose che vogliono estirpare dal nostro DNA, dal nostro sentire, dal nostro agire. La presenza di questi agenti “predatori”, che non  a caso scelgono come primo terreno di conquista  il nostro patrimonio cognitivo, configura uno scenario molto più drammatico di quello che Saskia Sassen ci propone con le sue teorie sulle espulsioni, anche perché l’arena in cui questa partita si gioca non è solo la città o la città globale ma è anche il più sperduto borgo dell’Appennino. Semmai è il vecchio discorso di suo marito Richard Sennett su the corrosion of character a essere più pertinente, più utile per capire come mai tanti giovani newcomers sono disposti ad accettare di lavorare per un euro di meno dei loro colleghi già inseriti nel mercato. Fenomeno questo capace di produrre più working poor di qualunque padrone avido, capace di svalorizzare il cosiddetto “capitale umano” come nessuna crisi economica è capace di fare.

La costituzione di ACTA, la creazione di reti europee dei freelance e il loro gemellaggio con la Freelancers Union degli Stati Uniti, cioè le attività militanti di organizzazione per arginare l’individualismo esasperato, per rendere consapevoli i lavoratori della conoscenza dei loro diritti, per convincerli a difendere il loro valore di mercato, gli appelli a non lavorare gratis per l’EXPO: sono tutte esperienze con cui abbiamo di fatto attraversato la città con una specie d’inchiesta permanente. Con questo bagaglio di esperienze affrontiamo il nodo del mito ingannevole di Milano, nella speranza di arrivare in tempo a introdurre dei correttivi prima che la prossima scadenza elettorale ci riporti all’epoca buia dei Formentini-Albertini-Moratti.

Oggi il downgrading della città e di certi suoi quartieri lo si legge nel privato, assai più che nel pubblico, le trasformazioni urbane di una città “globale” come Milano sono riconducibili alle scelte di specializzazione produttiva del nostro sistema economico di cui la speculazione immobiliare è solo uno degli aspetti e non dei più devastanti. Sono fenomeni che hanno acquistato una forte accelerazione dopo la crisi del 2008 e che una volta di più ci fanno capire che “la città” come unità concettuale è una pura mistificazione. Milano come entità omogenea non esiste, non può essere trattata come un soggetto, è semplicemente un segmento di uno spazio: qui si ritrovano, magari esaltate, tutte le fragilità del sistema-Italia, le quali hanno il loro punto di coagulo in una classe imprenditoriale e manageriale che, pur di salvare i suoi margini di profitto, ha condannato il paese al declino (qualunque settore si prenda in considerazione, dalla logistica al ciclo dell’auto), un paese che nella transizione verso Industria 4.0 probabilmente si staccherà definitivamente dal novero di quelli cosiddetti “avanzati”.

L’Italia è il paese dove in questi anni si è formata la nuova categoria di ricchi che prosperano sul mercato delle braccia e offrono la loro merce di moderni schiavi alle grandi multinazionali della logistica o ai grandi gruppi partecipati da Cassa Depositi e Prestiti, come Fincantieri. Se ne parla perché magistratura e Guardia di Finanza hanno deciso finalmente di intervenire. Ma questi delinquenti hanno dei cugini non troppo lontani, quelli che prosperano con le loro agenzie d’intermediazione di lavori tecnico-intellettual-creativi di cui Milano è forse la piazza più importante d’Italia. Sono la “faccia pulita” del commercio di forza lavoro qualificata low cost. Essi costituiscono il lato oscuro del “modello Milano” ma per stanarli non possiamo certo ricorrere a parametri urbanistici. E questo vale per Milano come per Napoli, per Firenze come per Torino. Ma se le amministrazioni comunali volessero prendere in mano direttamente l’iniziativa per contrastare il fenomeno mondiale del degrado delle condizioni di lavoro ben venga! Questo ci fa guardare con interesse l’iniziativa Decent Work Cities lanciata un paio d’anni fa dal sindaco di Seul su incoraggiamento dell’ILO e alla quale si stanno aggregando metropoli quali New York, Parigi, Dakar, Bangkok.


[1] Nel 2011 uno degli elementi decisivi per l’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano è stata la straordinaria partecipazione di cittadini e cittadine organizzati nei “Comitati x Pisapia”: dopo la vittoria elettorale si sono trasformati in Comitati x Milano e si prefiggono di proseguire il confronto con l’Amministrazione comunale in collaborazione con associazioni, enti e organismi della cittadinanza attiva.

[2] Si tratta di un film collettivo che racconta il ballottaggio per le elezioni a sindaco di Milano nel 2011, che si conclude il 30 maggio con la vittoria di Giuliano Pisapia contro Letizia Moratti: l’idea è stata proposta da Luca Mosso e Bruno Oliviero, all’indomani del primo turno elettorale, per poter raccontare con il cinema quel vento di cambiamento che stava dando un nuovo volto politico alla città; il progetto ha coinvolto 50 videomaker ed è stato sostenuto da Associazione Filmmaker attraverso una campagna di crowdfunding.

[3] Con il termine “Fuorisalone” si indica l’insieme degli eventi distribuiti in diverse zone di Milano organizzati in corrispondenza del Salone Internazionale del Mobile, la manifestazione per il settore dell’arredo e del design avviata nel 1961. Il Fuorisalone, nato nei primi anni Ottanta per iniziativa di alcune imprese, è stato istituzionalizzato nel 1991 quando la rivista Interni ha creato il logo e promosso la prima guida a tutti gli eventi. Nell’ultimo quindicennio durante la Milano Design Week interi quartieri vengono popolati da esposizioni e attività temporanee e dai numerosissimi visitatori: si tratta spesso di ex aree industriali dismesse che le aziende del design affittano per il periodo e che sono state riconvertite e ripensate per questi usi provvisori. Il quartiere di Porta Genova è uno dei primi esempi del “Design District” sorti intorno al Salone del Mobile.

[4] La casa editrice DeriveApprodi di Roma ha pubblicato negli stessi anni il volume Dalla classe operaia alla creative class. La trasformazione di un quartiere di Milano, che conteneva il DVD del documentario. Il materiale di ricerca, molte ore di registrazione audio e riprese video, che non è stato utilizzato è stato depositato presso la Fondazione Micheletti di Brescia, dove si trova a disposizione del pubblico. Il volume purtroppo è esaurito, copie sono consultabili presso la Biblioteca della Fondazione.

La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria

Mattia Cavani

Disegno: Pat Carra

La redazione di OPM ha raccolto la testimonianza di Mattia Cavani, editor freelance e membro di Redacta, un gruppo di professionisti dell’editoria libraria che sta portando avanti un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nel settore. Nato all’interno di Acta, l’associazione dei freelance, questo progetto ha raccolto testimonianze e dati da redattori, traduttori, illustratori, grafici e addetti stampa con l’obiettivo di riaprire il dibattito sullo sfruttamento nell’industria culturale.

Com’è nata l’esperienza di Redacta?

Con Acta[1] ci siamo sempre mossi trasversalmente rispetto alle singole professioni, insistendo su temi che riguardano tutti i freelance: fisco, welfare e previdenza. Tuttavia, uno sguardo così ampio non ci consentiva di mettere sufficientemente a fuoco il problema principale di lavoratrici e lavoratori autonomi, quello dei compensi (che ha implicazioni ovvie per la previdenza e, a causa del meccanismo dei minimi contributivi, sull’accesso effettivo al welfare). Così abbiamo provato a concentrarci su un micro-mercato del lavoro, l’editoria libraria.

Per noi di Redacta[2], oltretutto, questo progetto costituisce un groviglio inestricabile con le nostre carriere nell’industria libraria.  Abbiamo  passato il nostro primo lustro da lavoratori e lavoratrici dell’editoria a rafforzare il profilo professionale: formarci, specializzarci – stando allo stesso tempo bene attenti ad ampliare il ventaglio delle nostre specialità –, coltivare contatti, allargare la nostra rete anche al di fuori dell’editoria tradizionale, e perfino imparare a negoziare per spuntare qualche centesimo in più. Tuttavia la competizione al ribasso sui compensi e sulle condizioni di lavoro, esacerbata dagli abusi sugli stage e dalla mancanza di compensi minimi, ha continuato a svalutare le nostre competenze. Constatati i limiti dell’azione individuale abbiamo presto realizzato che l’unica strada per uscire da questo pantano passava per la costruzione di un solido fronte comune.

Un primo passo necessario è stato capire di quali lavoratori e lavoratrici stavamo parlando e di quali condizioni di lavoro, un tema da sempre escluso dai report annuali dell’Associazione Italiana Editori e che era stato affrontato una prima volta nel 2012 dall’indagine realizzata dalla Rete dei Redattori Precari in collaborazione con la Cgil[3]. Così, insieme ad ACTA, l’associazione dei freelance, abbiamo pensato di far partire la nostra inchiesta. Nell’aprile 2019 sono cominciate le riunioni carbonare con colleghi, amici e amici di amici, poi la rete si è progressivamente ampliata grazie a una serie di interviste e a un sondaggio online. I primi dati[4] parziali non ci hanno sorpreso più di tanto: oltre la metà di chi ha compilato dichiara di avere un reddito annuo lordo inferiore a 15.000 euro lavorando per il settore tra le 30 e le 50 ore alla settimana. Lavorano tanto e guadagnano poco. In tantissimi vivono a Milano, dove si concentra la maggior parte degli editori, ma il costo della vita complica molto le cose.

Disegno: Pat Carra

A fine ottobre 2019 abbiamo presentato una piattaforma programmatica[5] che include una proposta di riordino della normativa sugli stage, compensi dignitosi per limitare il dumping tra i professionisti e misure per farli uscire dall’invisibilità; inoltre abbiamo sfruttato l’occasione per denunciare l’istituzionalizzazione di pratiche palesemente illegali su contratti e tempi di pagamento. Negli ultimi mesi abbiamo portato le nostre proposte sulla stampa[6] e alle fiere di settore (Bookcity a Milano e Più Libri Più Liberi a Roma). A partire da gennaio 2020 abbiamo istituito una riunione mensile per dare una continuità alla nostra azione e rispondere alla crescente domanda di partecipazione che riceviamo.

Quali sono state le reazioni più significative e indicative di uno stato d’animo generale che la vostra proposta ha provocato?

Una parte del nostro sondaggio online riguarda la raccolta dei tariffari dei committenti. Nonostante la garanzia di totale anonimato, nel campo dedicato al nome dell’editore di cui i compilatori fornivano la tariffa abbiamo trovato diverse sorprese: «Campo vuoto, Non posso dirlo, Non si dice il peccatore, Non voglio fare nomi, Pinco Pallo, XXX». Risposte di questo tipo rendono l’idea di quanto sia stata interiorizzata la paura di confrontarsi con gli altri, figuriamoci quindi a che punto siamo con le pretese di “alzare la testa”. Lo stesso timore emerge spesso durante le nostre riunioni: dobbiamo perciò coniugare la massima apertura alla partecipazione con il massimo grado di protezione dell’identità dei partecipanti. Questo vale soprattutto per le numerose “finte partite iVa” che nel settore coprono spesso collaborazioni esclusive e (ne abbiamo conosciute diverse) anche decennali. La stragrande maggioranza del reddito di questi professionisti deriva da un singolo committente, che con un forfait annuale assorbe la quasi totalità del tempo del lavoratore. Lo squilibrio di potere che si viene a creare è notevole anche perché, in un settore relativamente piccolo dove «ci si conosce tutti», passare a vie giudiziarie per sanare la propria posizione costituisce una sorta di harakiri. Così professionisti con grande esperienza e redditi tutto sommato decenti alle riunioni finiscono per essere i più cauti.

Anche i nostri tentativi di ragionare sul tema dei compensi orari hanno scatenato reazioni scomposte. Abbiamo presentato i dati parziali dell’inchiesta in occasione della European Freelancers Week, in un dibattito pubblico a cui partecipava anche un piccolo editore, di quelli di chiara fede progressista. Quando abbiamo mostrato i miseri compensi orari attuali e le nostre proposte per portarli a un livello dignitoso, l’editore è arrivato a sostenere che i nostri dati erano viziati dalla pigrizia dei rispondenti; a suo dire, i cottimisti editoriali, nonostante le tariffe patetiche, se la prenderebbero troppo comoda, esagerando con le pause caffè. In quel momento dal pubblico si sono alzate le mani di tanti che hanno chiesto di intervenire per testimoniare come, in realtà, l’abbassamento delle tariffe delle singole prestazioni sia stato progressivamente accompagnato da un aumento del carico di lavoro previsto per adempiere ciascuna prestazione (non ci sembra un caso che le prime proteste si siano levate quando l’editore ha apostrofato i nostri rispondenti con l’epiteto svilente di «refusisti»). Conoscenti e sconosciuti, freelance e dipendenti, hanno voluto prendere la parola per raccontare la propria verità. Non c’è stato tempo di far parlare tutti, ma è stato un momento importante per noi e per tutti quelli che erano in sala: per la prima volta abbiamo visto la potenza che poteva scatenare una coalizione tra i “cani randagi” di un settore considerato sempre come irriformabile. L’editore che ha scatenato il putiferio si è preso l’ultima parola per precisare, citazione testuale, che lui è «sempre dalla parte dei lavoratori, mica dei padroni»: una chiosa a suo modo perfetta.

Ci sembra che siate riusciti a creare una presa di coscienza. La prima battaglia da condurre è sempre all’interno del soggetto collettivo. Poi in un secondo tempo si affronta il discorso con la controparte. Anche per voi è così?e. Anche per voi è così?

La prospettiva di un confronto con gli editori su compensi e abuso dei tirocini (tanto per cominciare da due temi essenziali) dovrebbe garantirci, di per sé, il sostegno della maggior parte di colleghi e colleghe, ma questo non è affatto scontato. Per esempio, è molto difficile convincere le persone a ragionare sullo stato dell’arte del settore al di là degli schemi preconfezionati dall’Associazione Italiana Editori. Ogni anno il Rapporto sullo stato dell’editoria evidenzia che in Italia si producono troppi libri (siamo vicini alle 80.000 novità all’anno, un 29% in più del dato 2010), una valanga di titoli che crea cortocircuiti logistici e commerciali (denunciati a ogni piè sospinto dalle librerie) e mette in difficoltà persino la promozione. Tra le mille variabili rilevate dal rapporto non c’è mai quella dei compensi; tuttavia un’idea sulla loro evoluzione si può avere dal crollo delle tirature medie (rispetto al 2000 siamo a -47%). In altre parole, il punto di break even per ogni titolo è sempre più basso, dunque lavoro più intenso e meno pagato. Questo banale ragionamento di solito viene accolto con tiepido scetticismo o iperbolica sorpresa (tanti ci chiedono dove abbiamo trovato questi dati, tratti dal più pubblicizzato dossier sullo stato del settore). Sarebbe comprensibile se l’assetto attuale fosse difeso solo dai pochi che, grazie a una rendita di posizione più o meno simbolica, ne traggono ancora qualche vantaggio; ma alle nostre riunioni siamo rimasti basiti quando abbiamo sentito anche alcuni working poor giustificare la propria condizione con varianti dell’adagio: «È il mercato, bellezza».

Disegno: Pat Carra

Dunque prima di pensare a un confronto con   la controparte occorre rimboccarsi le maniche e smontare pazientemente tutto l’immaginario pacificato che è stato costruito intorno al settore; per esempio, spiegare la differenza tra autosfruttamento degli editori (che diventano così gli eroi della situazione) e lo sfruttamento dei lavoratori pagati in gloria o visibilità. Potrebbe sembrare un voler battere sempre sullo stesso tasto, ma occorre restituire la consapevolezza che ogni volta che si lavora per conto terzi esiste un conflitto tra le pretese del professionista e quelle del committente, ovvero uno spazio di negoziazione. Non si può dare niente per scontato, e crediamo che questo valga anche per molti altri settori e per una larga fetta dei lavoratori autonomi.

Ripartire dalle basi non significa, in ogni caso, rinunciare alla fantasia. Durante Bookcity, la settimana di novembre in cui Milano celebra il feticcio del libro e della sua compagnia di giro, abbiamo invaso il passeggio del sabato con una Via Crucis[7]. Dalla Fondazione Feltrinelli al Castello Sforzesco, abbiamo preso come stazioni i luoghi simbolo dell’editoria milanese (tra cui la sede storica del Corriere della Sera in via Solferino, il Laboratorio Formentini e la sede De Agostini a Brera). A ogni tappa un monologo sulla “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria, intesa sia come cammino doloroso, sia come ambigua retorica usata per giustificare la mancanza di scrupoli degli editori. Il successo di questa performance di arte pubblica e delle nostre riunioni, eventi offline e partecipativi, ci fa sospettare di essere sulla buona strada per ripoliticizzare tutto il discorso intorno al libro.


[1] Acta è l’associazione che da quindici anni studia, difende e rappresenta i freelance in Italia.

[2] Per una breve storia del progetto si veda: Redacta libera tutti.

[3] L’indagine Editoria Invisibile, realizzata tra il 2011 e il 2012, è ancora oggi un buon punto di partenza per capire le dinamiche dell’industria editoriale.

[4] Sui primi risultati dell’indagine di Redacta si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Prima parte)

[5] Sulle quattro proposte di Redacta per cambiare il settore editoriale si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Seconda parte).

[6] Intervista rilasciata a «Il lavoro culturale» nel dicembre 2019, si veda: La passione editoriale.

[7] Per un resoconto della Via Crucis organizzata durante Bookcity si veda: Che cos’è successo alla nostra passione? .

Industria 4.0, modello tedesco. Dove è finito il Lavoro?

Di Sergio Bologna

Dopo aver adottato nel 2013 il Piano Industria 4.0, il governo tedesco avviò nel 2015-16 un processo di consultazione tra i vari attori sociali per conoscere la loro opinione sulle conseguenze che la rivoluzione digitale avrebbe potuto avere sul mercato del lavoro. Fu redatto un Libro Verde a cura del Ministero degli Affari Sociali, retto allora dalla Ministra Andrea Nahles (che sarebbe diventata anche segretaria della SpD), dove si esplicitava una serie di problemi ai quali imprese, associazioni, sindacati, chiese, enti vari avrebbero dovuto dare risposta. Ma il valore dell’iniziativa stava nelle dichiarazioni programmatiche contenute. Il governo non chiedeva il parere degli stakeholders con un atteggiamento passivo o “neutrale”, ma dichiarava apertamente quale ottica avrebbe seguito nell’accompagnare la rivoluzione digitale. Dalla serie di citazioni tratte dal testo si può capire l’orientamento politico ed etico cui erano ispirate.

1. «Non si tratta d’intervenire solo sui fenomeni a margine e sulle conseguenze indesiderate dei processi, anche se è comunque necessario farlo», si tratta di andare oltre e lo stato deve intervenire per “plasmare” il processo secondo il quale la tecnologia possa diventare un mezzo per realizzare le nostre aspirazioni a una vita migliore e a un migliore modo di lavorare.

Questa forte presa di posizione contro un laissez faire, questo non voler lasciare le cose alle forze del mercato si accompagna alla reiterata affermazione che se le macchine debbono sostituire una parte del lavoro umano, «si pone il problema di come distribuire gli incrementi di produttività che ne conseguono».

I due punti fondamentali su cui il Libro Verde chiede di pronunciarsi – ai parr. 3.2 e 3.3 – sono: a) tempo di lavoro e conciliazione tra prestazione e obblighi famigliari, b) giusti salari e sicurezza sociale.

Là dove queste esigenze fondamentali non vengono soddisfatte dal mercato, «lo Stato deve intervenire per apportare dei correttivi». Ma essi non si debbono limitare – questa precisazione è più volte ribadita – agli strati disagiati e sfavoriti (es. disabili), devono intervenire anche sul corpo centrale della forza lavoro dipendente e sui lavoratori autonomi.

«La promessa di una volta “benessere per tutti” è diventata assai incerta […] se guardiamo ai salari reali notiamo una tendenza al declino, benché gli ultimi contratti nazionali sembrino contrastare questa tendenza. La componente di forza lavoro con bassi salari è aumentata sensibilmente negli ultimi quindici anni. Nel 2012 un lavoratore su quattro risultava occupato in settori a bassi salari (31% per le donne, 18% per gli uomini)». Le previsioni dicono che in concomitanza con la digitalizzazione si dovrebbe verificare una crescita di freelance (Solo-Selbständige), si tratta di verificare se sono previsioni azzeccate e, una volta ottenuta una risposta positiva, «pensare a come garantire a queste persone una protezione sociale adeguata e a come finanziarla», ma soprattutto a come «vincolare l’economia internazionale in un sistema di tassazione e di comuni prelievi fiscali».

Uno dei temi su cui le domande si affollano riguarda le misure di accompagnamento di una vita lavorativa, che sempre più prevede un lungo periodo di precariato prima di entrare in un sistema di occupazione “standard”. «Come può una politica attiva del lavoro mettere al riparo dai rischi di una transizione che prevede forme di occupazione atipiche? […] Come possiamo migliorare il passaggio da mini-jobs a forme di lavoro tutelate sul piano della previdenza sociale, da lavori interinali a occupazioni sostenibili? […] Come possono essere garantiti equi compensi e sufficienti tutele ai lavoratori freelance?».

Al par. 3.4 si affronta il problema della formazione: «Il moltiplicarsi di forme di lavoro atipiche indica che le imprese hanno perso interesse a investire nella formazione a lungo termine dei loro dipendenti».

Dal par. 3.5: «Nel dibattito su Industria 4.0. si sono messe in primo piano finora visioni del futuro, problemi di standard tecnici e complesse architetture di processo, ma la questione centrale della creazione di buone condizioni di lavoro è stata trascurata. Se siamo convinti però che una maggior produttività dipende da una migliore collaborazione tra uomini e macchine, dobbiamo pensare diversamente: se Industria 4.0 vuole essere un’operazione di successo, il lavoro deve essere orientato alle esigenze degli occupati. In questa grande sfida della modernizzazione del nostro apparato produttivo non dobbiamo permettere che le visioni degli uni diventino l’incubo degli altri e la nostra società rimanga bloccata […]. Anche i problemi della tutela della salute si pongono in maniera nuova. Se la separazione tra vita lavorativa e vita privata viene annullata al punto di giungere a una reperibilità permanente dell’individuo, dobbiamo chiederci quali conseguenze questo possa avere sulla stabilità psichica delle persone. Il fatto che sia ammesso per i dipendenti l’any time, any place non significa che debba diventare always and everywhere […]. Sull’emergere continuo di nuove forme di lavoro c’è estrema necessità di ricerche empiriche sulle condizioni di vita e di lavoro in Germania, sui redditi di quelli che lavorano in Cloud e in genere su quelli che si offrono tramite piattaforme. Si pone il problema di quali forme di supporto sia possibile e desiderabile mettere a disposizione di questi strati di lavoratori, perché possano organizzarsi e rappresentare i loro interessi […]. Dato questo scenario, come si può realizzare nel xxi secolo la “umanizzazione” del lavoro? Come sarà la fabbrica, come sarà l’ufficio, come sarà il modello di produzione del futuro e cosa porterà agli occupati? Come si può gestire la tecnologia in modo da garantire un lavoro salubre, riducendone il peso sulla psiche dell’individuo? […] Le norme sul diritto del lavoro oggi in vigore avranno la stessa valenza nell’era digitale? […] Quelli che lavorano come autono mi tramite piattaforme online sono veri autonomi o finti? […] Che possibilità ci sono che tramite le nuove tecnologie i consumatori siano meglio informati sulle condizioni di lavoro che consentono di produrre certe merci o di offrire certi servizi?».

Abbiamo riportato integralmente questi passaggi perché ci si possa rendere meglio conto dello spirito che ha animato questa iniziativa di Arbeiten 4.0 (Lavori 4.0).

Il principio fondamentale su cui poggia il diritto del lavoro – ristabilire l’equilibrio in un rapporto asimmetrico – dovrà valere anche nell’economia digitale

Il par. 3.6 è un peana alla Mitbestimmung, che viene considerata, dati alla mano, molto bene accetta dai lavoratori, con buone percentuali sia a Est che a Ovest. Sarebbe il migliore contributo alla cultura d’impresa necessaria ad affrontare il salto digitale. E si conclude con questa annotazione:

«Stiamo assistendo a un rinnovato interesse per forme cooperative d’impresa e per imprese sociali. Possono aiutarci nel rendere sostenibile il nostro tessuto economico?».

Nell’ultimo capitolo vengono affrontate le questioni del quadro istituzionale e normativo. Prima di tutto in una dimensione europea – portabilità delle tutele per l’anzianità, diritto d’impresa e protezione del lavoro (antinfortunistica e non solo). Se ora ci si limita ad analizzare le competenze e il raggio d’azione del Ministero del Lavoro, successivamente, in un dibattito su eventuali riforme da apportare, sarà necessario esaminare anche il ruolo di altre istituzioni governative. Dev’essere chiaro però che il principio fondamentale su cui poggia il diritto del lavoro – ristabilire il più possibile l’equilibrio in un rapporto che è per sua natura asimmetrico – dovrà valere anche nell’economia digitale. Automazione, connettività totale, realtà aumentata… tutte belle cose ma «il compito fondamentale che ci dobbiamo porre è di far in modo che tutto questo sia compatibile con gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori». La previdenza sociale è stata pensata come protezione dai rischi dell’esistenza. Si tratta di capire se con l’emergere di nuove forme di lavoro non scaturiscano anche nuovi rischi per la persona. «Nuove forme di attività possono ancora esser classificate come “occupazione” e come tali possono ancora dare diritto a forme di tutela?». Si pone il problema se la costituzione di un’impresa, così come la costituzione di un nucleo famigliare, non abbia bisogno di misure d’accompagnamento per promuoverla e tutelarla. «Ed è qui che si chiude il cerchio: noi abbiamo bisogno di instaurare un dialogo e poi di creare un nuovo compromesso sociale per capire in quali situazioni scatta il principio di sussidiarietà in base al quale lo Stato interviene a tutela e a promozione di determinati fenomeni – nell’interesse di tutti».

Da qui prendeva le mosse nell’aprile del 2015 la conferenza di lancio di questa grande consultazione secondo lo schema qui delineato:

2. Dopo un anno di consultazioni e d’incontri, viene pubblicato il Libro Bianco. Il primo capitolo è ancora una “summa” dei principali obbiettivi e dei fondamentali valori che il Ministero intende raggiungere e mantenere – in sostanza già espressi nel Libro Verde. Il secondo capitolo contiene le sei domande fondamentali che vengono rivolte agli stakeholders:

  1. Ci sarà occupazione per il numero maggiore di persone possibile anche nel futuro e se sì a quali condizioni?
  2. Nuovi modelli di business basati su piattaforme digitali che effetti avranno sul lavoro?
  3. Se la raccolta e il trattamento di dati diventa sempre più importante, come può essere garantita la sicurezza dei dati riguardanti gli occupati?
  4. Se macchine e uomini in futuro lavoreranno ad ancora più stretto contatto, come possono le macchine contribuire a dare sostegno e a rendere più abile il lavoro umano?
  5. Il lavoro del futuro sarà ancora più flessibile. Quali soluzioni ci sono per migliorare la condizione degli occupati nella loro flessibilità spazio-temporale?
  6. Come sarà l’azienda del futuro? Non somiglierà certo all’immagine classica dell’azienda, ma potrà garantire comunque sicurezza sociale e partecipazione?

Nel terzo capitolo si delineano con più precisione le caratteristiche del “buon lavoro” che la rivoluzione digitale dovrebbe garantire sui pilastri del modello tedesco, quello che da un lato con un welfare molto articolato protegge da certi rischi dell’esistenza, e dall’altro tramite la Mitbestimmung garantisce un livello di partecipazione della forza lavoro ai destini e alle scelte dell’impresa. Nel capitolo quarto si entra più nel merito delle risposte che la consultazione ha dato. Primo: non dovrebbe verificarsi una massiccia sostituzione di lavoro umano con l’automazione, molto più probabile una modificazione delle mansioni, dei ruoli e dei mestieri. Occorre dunque investire in riqualificazione e possibilità di nuovi percorsi di carriera. Occorre però anticipare i fenomeni e non aspettare che le persone vengano espulse dal mercato del lavoro. Quindi l’intero sistema di sostegno alla disoccupazione (Arbeitslosenversicherung) andrebbe riorganizzato come sostegno al lavoro in quanto tale (Arbeitsversicherung), quindi si deve formulare un diritto alla riqualificazione, un diritto alla formazione permanente. Il passaggio all’era digitale deve comportare una maggiore autodeterminazione. Questo significa in concreto maggiore sovranità sul proprio tempo (Zeitsouveränität) mediante l’istituzione di un diritto al tempo parziale. Si dovrebbe quindi arrivare a una vera e propria legge sul tempo di lavoro scelto in autonomia dal soggetto, senza pregiudicare l’insieme della regolamentazione riguardante le prerogative del datore di lavoro. Se le tecnologie digitali consentono una maggiore flessibilità, allora è il momento di gestire e plasmare questa flessibilità come maggiore autodeterminazione del soggetto anche nei tempi di erogazione della sua prestazione. La digitalizzazione non riguarda solo la manifattura (Industria 4.0) ma investe massicciamente il settore dei servizi e della cura. Sarà necessario allargare il campo di validità di un contratto nazionale del settore di cura rendendolo vincolante per tutti (verbindlicher Tarifvertrag) ma lo stato dovrà intervenire con mezzi propri per sostenere questo settore sia nel pubblico che nel privato.

La tematica della sicurezza sul lavoro dovrà essere approfondita secondo un programma di “sicurezza sul lavoro 4.0”. In attesa dell’emanazione delle norme europee sulla protezione dei dati degli occupati, dovrà essere compiuto ogni sforzo perché la parte della normativa lasciata all’autonomia dei singoli paesi possa essere in Germania formulata in modo da garantire la protezione dei dati nella maniera più ampia possibile.

Molta enfasi viene posta sulle risorse della Mitbestimmung e sull’allargamento delle coperture contrattuali, lasciando intendere che non si esclude d’intervenire per via legislativa in modo da conferire maggior potere ai consigli di fabbrica.

La differenza tra lavoro dipendente e lavoro autonomo tende sempre più ad affievolirsi. Sarà necessario lavorare sulle condizioni che possano rendere il più agevole possibile l’apertura di nuove attività d’impresa o di attività individuali. I lavoratori autonomi debbono essere inseriti a pieno titolo nel sistema pensionistico. L’onere derivante allo stato dovrà essere compensato attingendo a risorse di altre gestioni, mentre per quanto riguarda l’assistenza malattia degli autonomi probabilmente sarà necessario ricorrere a formule diverse a seconda dei gruppi professionali. Il problema dell’istituzione di un “conto dell’attività lavorativa” del singolo, che registri tutte le diverse fasi e i diversi cambiamenti del suo percorso, va tenuto presente.

Ma mancano ancora molte informazioni per poter formulare una strategia di lungo termine, perciò si propone l’avvio di una nuova inchiesta nazionale sulle attività lavorative, come preludio a una fase costituente di un nuovo patto sociale.

3. Belle parole, ottimi propositi. Ma come sono stati posti in pratica? Andrea Nahles, Ministra del Lavoro del terzo cancellierato di Angela Merkel, è stata la prima donna a essere nominata alla segreteria del partito socialdemocratico (2009-2013). Assume la guida del dicastero il 17 dicembre 2013 e come primo atto introduce il salario minimo legale ma il 30 gennaio 2015, cedendo alle pressioni dell’UE assediata dai paesi di Visegrad, decide di sospendere i controlli sulle retribuzioni degli autisti stranieri che operano in Germania grazie alle norme sul cabotaggio. Quello che è stato uno dei settori maggiormente devastati dalla concorrenza dei paesi dell’Est viene lasciato di nuovo a se stesso; quando si troverà ad affrontare i massicci scioperi dei ferrovieri e dei lavoratori delle compagnie aeree e degli aeroporti, fa passare una legge che impone in quei settori il riconoscimento di un unico sindacato nelle negoziazioni. I sindacati autonomi, di singole categorie, ormai avevano scavalcato e messo in difficoltà la Lega dei sindacati. La sua immagine di angelo protettore del lavoro viene compromessa. Nahles termina il suo mandato nel settembre 2017 e diventa presidente del partito e capo del gruppo parlamentare, per una donna la prima volta nella storia. Ma alle elezioni politiche la SPD subisce un primo tracollo, alle europee ottiene il peggior risultato di sempre. Il 2 giugno 2019 Nahles si dimette da tutte le cariche e in ottobre lascia il Parlamento in aperta rottura con il partito, accusando i verti ci per il loro atteggiamento discriminatorio verso le donne. Visti i precedenti, si stenta a crederle. È probabile che i vertici abbiano buttato tutta la colpa su di lei per le sconfitte elettorali. Resta da vedere se la SPD intende sbarazzarsi (o si è già sbarazzata) anche dei valori che i due libri Lavori 4.0 avevano propugnato come qualificanti del partito.