Facciate

Margherita Giacobino

Illustrazione di Federico Zenoni

Erbacce ci ha regalato questo bel racconto satirico di Margherita Giacobino. Noi lo condividiamo come buon auspicio per l’anno nuovo.

I politici avevano deciso che per attirare gli investitori esteri e tirare su il morale alla gente provata dalla crisi pandeconomica bisognava rilanciare l’immagine dell’Italia. Fu approvato il progetto Poveri ma Belli che prevedeva vari tipi di bonus per le facciate: 100% per un lifting tipo berlusconiano (zigomi, cornicioni, fondotinta secondo tabella colori comunale), 130% per il modello Lilli Gruber (copertura completa superfici esterne in silicone e botulino), 195% per l’innovativo modello Marina Abramovic (interventi performativi in metallo, resina e body paint).
Era tutto molto semplice e chiaro, bastava leggere le 3000 pagine di istruzioni. I condomini non pagavano niente perché tutto quello che spendevano veniva magicamente trasformato in credito e ceduto alle imprese edili. Le quali a loro volta lo cedevano alle banche, che in cambio gli davano dei soldi veri – perché i mattoni non si comprano mica a credito – cioé quelli dei risparmiatori che tenevano i risparmi sul conto e non li investivano perché avevano paura di perderli, visto che le borse erano più volatili degli uccelli di passo. A questo punto le banche cedevano il credito allo stato, che sarebbe poi andato a esigerlo da se stesso. Tra gli addetti alle casse dello stato i più ansiosi si posero il problema di come pagare il credito, che visto dall’altra parte diventa debito, ma i colleghi più positivi e tiracampà li rassicurarono: i modi c’erano, i fondi europei, gli edifici pubblici di valore, quadri di Caravaggio e statue di Michelangelo, lingotti d’oro, coca, azioni di Cosa Nostra, seggi in parlamento, ministeri e buoni per il bar di Montecitorio.
Ovviamente a ogni passaggio i costi salivano un po’, era normale perché solo per compilare i moduli si era dovuto assumere un esercito di ragionieri, geometri, architetti e nipoti di uscieri dei vari uffici interessati.
I condomini d’Italia risposero entusiasticamente e presto in tutta la penisola si levarono boschi, foreste, giungle di strutture su cui operai lanciavano urla, davano martellate e ascoltavano a volume altissimo radio di tutto il mondo. Nelle vie centrali delle città il traffico era bloccato, le donne murate in casa dai ponteggi avevano ricominciato a calare i panierini ai corrieri di Amazon, e i commercianti esponevano le loro merci sui tubi e gridavano per attirare i clienti. L’atmosfera era di una festa foranea, rallegrata da brindisi e risse all’ora dello spritz.
Anche a ogni passaggio di mattone dalle mani di un muratore polacco a quelle di un manovale tunisino i costi salivano, perché i mattoni non crescono sugli alberi (per fortuna, visto il ritmo di disboscamento) e il cemento e i tubi nemmeno, e quindi si sviluppò un fiorente mercato nero dell’edilizia.
Agli angoli delle strade, nei sottoponteggi più bui, dove trovano rifugio gli homeless e vanno a morire i piccioni, uomini macho dall’aria minacciosa offrivano laterizi a dieci euro al pezzo, fino a cento euro per una singola piastrella firmata Armani fatta a Taiwan.
Ma tutti erano contenti, perché non pagavano. Parole come credito, bonus e facciata erano euforizzanti e comparvero anche in alcune canzoni pop che andarono subito in classifica. Tutti volevano rifarsi la facciata, e così oltre ai condomini vennero impalcate anche le chiese, le caserme, le banche in fallimento, i musei chiusi, gli ospedali dismessi, gli edifici abusivi e perfino alcune scuole, dove gli alunni poterono poi assistere alle lezioni sui ponteggi, visto che gli interni non erano agibili da anni.
E l’Italia andò finalmente in pareggio, perché a fronte di un debito pubblico a pozzo di San Patrizio poteva vantare una smagliante, nuovissima facciata di credito.

Sulla categoria di paternalismo e il caso triestino

Sergio Bologna

18 ottobre 2021

Diverse versioni di questo articolo sono uscite anche su Il Manifesto (18-10-2021) e Il Fatto Quotidiano (19-10-2021).

Chi ha partecipato intensamente ai movimenti di lotta e di protesta degli anni Settanta può portarsi dietro una serie di stereotipi che certe volte gli impediscono di capire i movimenti di oggi. Quello che succede in queste ore a Trieste non è immediatamente decifrabile, soprattutto per chi non è sul posto. Nessuno può negare però che tante categorie con cui si giudicano alcuni comportamenti di massa sono saltate ben prima dei fatti di Trieste, per cui l’esigenza di fare chiarezza è da tempo avvertita come urgente. Questo è un mio piccolo contributo alla chiarezza, maturato nei miei anni di studio e di docenza sulla storia del movimento operaio.

Vorrei parlare della categoria di “paternalismo”.

Che cosa si è inteso con questo termine? (e non a caso uso il passato). Si è inteso un comportamento del datore di lavoro che offre ai suoi dipendenti un trattamento migliore di quello che avrebbero ottenuto o potrebbero ottenere mediante una tradizionale dialettica sindacale. Alla radice del paternalismo c’è sempre l’idea che il sindacato è superfluo. Questo si può tradurre anche nella costituzione in azienda di un sindacato “giallo”. Il paternalismo è sempre di carattere conservatore e non va confuso con forme di politiche sociali del datore di lavoro che in realtà possono essere fortemente innovative. L’esperienza di Adriano Olivetti, per esempio, si può liquidarla come paternalismo? Penso proprio di no.

Ma il paternalismo è un fenomeno proprio di epoche in cui il sindacato è forte e rappresentativo, epoche in cui valgono i contratti nazionali e il datore di lavoro disposto a dare “un qualcosina in più” è uno che riconosce solo contratti aziendali. Non è la nostra epoca. Da noi i contratti nazionali valgono sempre meno, ce ne sono circa 900 registrati presso il Cnel, il sindacato della cosiddetta “triplice” Cgil, Cisl e Uil, vede costantemente erosa la sua presenza sui luoghi di lavoro, nel comparto della logistica rischia addirittura di essere minoranza, il proliferare di accordi aziendali è favorito dalla presenza dei Cobas. Ma soprattutto c’è un altro fattore di carattere strutturale che cambia i connotati del termine “paternalismo”. L’Italia è fatta di aziendine piccole o microscopiche, di artigianato, dove per forza s’instaurano rapporti del tipo “siamo tutti una famiglia”. Nel migliore dei casi. Perché sempre più frequente è la presenza di situazioni dove i più elementari diritti dei lavoratori sono negati, dove si verificano casi di schiavismo, l’Italia è il paese del subappalto, dell’outsourcing, del caporalato, anche in aziende solide (es. caso Grafica Veneta). Un imprenditore che paga i contributi rischia già di essere considerato “paternalista”.

I porti e il caso di Trieste

In questo quadro s’inserisce il problema del porto di Trieste. Quando Zeno D’Agostino è arrivato alla presidenza la situazione del lavoro e in particolare del lavoro occasionale, a chiamata, nel porto di Trieste era la peggiore in Italia. Cooperative fallite, contenziosi a non finire, in breve “il Far West”, per dirla con una ricerca comparativa dell’Isfort su tutti i porti italiani. Per i concessionari dei terminal – diciamolo – avrebbe potuto benissimo continuare così. Invece Zeno D’Agostino, cogliendo al volo la possibilità legale di stabilizzare la forza lavoro offertagli dall’istituzione delle Agenzie del Lavoro da parte del Ministro Del Rio, ha ritenuto di poter porre fine a una situazione che produceva solo danni al porto di Trieste e che era molto simile a quella di migliaia di aziendine che campano eludendo in un modo o nell’altro il pagamento dei contributi e il riconoscimento dei più elementari diritti dei lavoratori. D’Agostino non ha “innovato” nulla, ha ristabilito la legalità. Ma nell’Italia di oggi è stata una scelta anomala, in particolare nel settore pubblico, così incline all’outsourcing.

Lo ha fatto perché “ha un debole” per i portuali? Lo ha fatto perché, come manager pubblico, ha il mandato di conservare e valorizzare un patrimonio dello Stato e ha capito che il modo migliore per farlo, per far crescere i traffici del porto, per attrarre investimenti, per accrescere l’occupazione, è quello di garantirsi una pace sociale ottenuta non attraverso contrattazioni sottobanco o favoritismi ma riconoscendo ai lavoratori i loro diritti fondamentali. Nel caso specifico del lavoro portuale, limitando la precarietà.

Può essere definito questo “paternalismo”?

Certo, è stata una decisione presa “dall’alto”, non è stata la conseguenza di una lotta dei lavoratori con picchetti, ore di sciopero, veglie notturne, sacrifici di salario e magari conseguenze giudiziarie; come di solito avviene in questi casi, dove il diritto te lo devi conquistare con il sudore e il sangue. Come le lotte dei lavoratori dei magazzini della logistica – tanto per capirci – dove ci lasciano pure la pelle. É stata il risultato di una scelta “manageriale” che – particolare non secondario – si è rivelata giustissima.

Il Clpt (Collettivo dei Lavoratori del Porto di Trieste) continua a ricordare (a rinfacciare) a D’Agostino l’appoggio e la solidarietà che gli ha dimostrato quando una sciagurata sentenza di un’Authority romana lo aveva destituito. Quella è stata una bella pagina nella storia del Clpt, ma credo che con quel gesto i lavoratori del porto difendessero anche se stessi e i diritti che la scelta manageriale di D’Agostino aveva loro concesso, non è che “si spendevano” generosamente per il loro Presidente. Certo, avrebbero potuto starsene a casa e non scendere in piazza, si sarebbero persi una splendida giornata di sole.

Poi le cose sono cambiate, i portuali hanno fatto diverse scelte sindacali, sono entrate in gioco altre dinamiche, in alcuni casi i terminalisti hanno cercato di ristabilire condizioni autoritarie, prontamente rintuzzate da una forza lavoro che ormai si era rafforzata nella solidarietà (ma anche da un deciso atteggiamento da parte della governance del porto), la decisione di Sommariva di accettare la nomina alla Presidenza di La Spezia ha fatto mancare un interlocutore con cui i portuali avevano una forte empatia. Il Clpt ha cominciato a essere riconosciuto come realtà cittadina e si è affrancato dalle pure logiche portuali, è diventato – possiamo dire – un attore della politica triestina. Cambiando le cose, i rapporti con la Presidenza sono cambiati. Ma le cose sono cambiate così come sono cambiate in altri porti, si pensi a Genova, dove una parte dei portuali, per la prima volta dopo settant’anni (!), ha deciso di voltare le spalle alla Cgil. Questo non deve scandalizzare. Se si pensa alla drammatica situazione della formazione del ceto politico nell’Italia di oggi, al fatto che possiamo avere deputati semianalfabeti e Ministri con esperienza zero nella materia su cui dovrebbero governare – c’è da stare contenti che dei lavoratori del porto possano diventare non solo dei sindacalisti sul loro luogo di lavoro ma anche dei “cittadini che fanno politica”.

Però nel momento stesso in cui lo diventano non possono pensare di sottrarsi al giudizio politico degli altri, non possono pensare che i loro comportamenti pubblici debbano sempre essere giudicati bonariamente solo come “azioni di un onesto lavoratore”. In particolare oggi, dove con le problematiche sollevate dal Covid e dalla gestione governativa della pandemia, aggravata da micidiali tentennamenti dell’Oms, la complessità della situazione è aumentata a dismisura, la confusione delle lingue pure, la sistematica deformazione della realtà è un esercizio costante, lo spregio della competenza uno spettacolo televisivo. La complessità di oggi mette a dura prova il politico più “navigato”, figuriamoci tutti gli altri, comprese “le matricole”.

“No al Green Pass” come obbiettivo unificante

Avevo scritto all’inizio che i reduci dei movimenti di protesta degli anni Settanta possono portarsi dietro stereotipi e pregiudizi che impediscono loro di capire la realtà di oggi. É quello che è capitato anche a me. Quando a Trieste il coordinamento del movimento No Green Pass e il Clpt hanno dichiarato il blocco a oltranza del porto ho pensato subito a un’iniziativa neofascista. Trieste da questo punto di vista ha un ricco Cv, non dimentichiamo che è stata la culla di Gladio, come ben ricostruisce Franzinelli nel suo volume sul 1960 e il governo Tambroni. Invece, mi ero sbagliato di grosso (c’è da dire anche che manco da Trieste per ragioni di forza maggiore da almeno tre mesi, agosto compreso). Leggendo su www.infoaut.org la chiara cronistoria, scritta dai protagonisti, di quel movimento che ha visto alla fine migliaia di persone in piazza, ho capito che ero finito fuori strada. Il movimento l’avevano messo in piedi e gestito giovani che stanno nel campo opposto all’estrema destra.

Ma non per questo mi sono tranquillizzato, anzi, le perplessità sono aumentate e con esse gli interrogativi senza risposta. Ne riporto uno solo.

Trovo curioso che proprio sul porto si sia concentrata la protesta, cioè sulla realtà che bene o male funziona meglio. Non c’era proprio a Trieste e dintorni nessun altro simbolo dell’arroganza del potere o dello sfruttamento dei lavoratori da individuare come obbiettivo? É proprio il porto la peggiore immagine dell’Italia di oggi? Tanto da mobilitare gente da tutta Italia e farla accorrere ai varchi? Qualcuno ricorda in Italia un fenomeno del genere per una lotta sindacale? Sì, il precedente c’è: la manifestazione del 18 settembre per la Gkn a Firenze. Ma quella era una manifestazione con l’appoggio della Cgil e di alcuni partiti. Qui sembra spontanea, una cosa a Trieste mai vista per una lotta sindacale in un luogo specifico di lavoro.

E allora il mio pensiero corre a un altro luogo di lavoro, che da lì, da dove c’è tutta quella gente, si vede a occhio nudo: la Fincantieri di Monfalcone, un’azienda pubblica – com’è pubblico un porto – dove il modello dell’organizzazione del lavoro è “leggermente” diverso, si basa sugli appalti e i subappalti, sul reclutamento di forza lavoro straniera proveniente da quegli ambienti che sono considerati l’ultimo girone dell’inferno del lavoro mondiale, dai cimiteri delle navi del Bangladesh. Un modello dove investigatori e magistratura hanno trovato anche corruzione e caporalati. Lì il sindacato ha firmato, proprio sugli appalti, a maggio di quest’anno, accordi che è meglio dimenticare.

Lì è tutto tranquillo, lì l’Amministratore Delegato ing. Bono, può dichiarare alla stampa che assumerebbe volentieri migliaia di giovani italiani ma questi, purtroppo, preferiscono fare i rider…

In realtà il mio interrogativo rimane senza risposta perché parte da un equivoco: quello di considerare la vicenda triestina una lotta sindacale. Ma quella non è una lotta sindacale, come per Gkn, quella è una protesta politica contro la gestione governativa della pandemia e quindi concentra su un unico obbiettivo simbolico – capitato per caso – non solo tutta la rabbia, le frustrazioni, le pulsioni che si sono accumulate in questo anno e mezzo, non solo la protesta studentesca, non solo i lavoratori con le loro famiglie, ma anche tutto il potenziale esplosivo del movimento no vax e la volontà dell’opposizione di Fratelli d’Italia e dei gruppi neonazi che hanno tutto l’interesse a destabilizzare il governo Draghi, sfidando apertamente l’ordine pubblico. Collante di tutto questo è stata la dichiarazione del blocco a oltranza che, dal punto di vista strettamente sindacale, quindi del solo Clpt, è un’idiozia, perché anche un bambino capisce che non avrebbe potuto reggere più di un paio di giorni.

Se questo è vero, allora è anche plausibile che il movimento No Green Pass:

a) sia stato generato a Trieste dall’area “antagonista” (detto per brevità);

b) quando è giunto al culmine dell’insperata mobilitazione i lavoratori del porto organizzati in Clpt ci sono saltati dentro e

c) invece di manifestare davanti alla Prefettura – simbolo dello Stato e del governo – sono andati a bloccare il porto e

d) lì hanno servito su un piatto d’argento un bel pranzo a chi non era invitato. A turisti di passaggio, a no vax militanti e neonazi.

Ma perché i portuali sono andati a cacciarsi in una situazione che poteva sfuggire al loro controllo? Non dobbiamo dimenticare varie cose: che il Green Pass è una questione che riguarda specificamente il lavoro e i luoghi di lavoro, che i sindacati di base della logistica avevano dichiarato sciopero generale il 15 ottobre e che la solidarietà dei cittadini con la protesta contro il Green Pass era stata massiccia. Alla fine però a Trieste sembrava che la partita si giocasse tra chi era disposto a concludere questo “tornante” di lotta (e magari riprenderlo più tardi o altrove) e chi pensava di poter continuare il blocco a oltranza rinforzando il picchetto operaio con la massa degli “autoinvitati”.

Non era detto che dovesse finir male. Invece è finita con le cariche della polizia, ma i sostenitori del blocco a oltranza avrebbero dovuto saperlo sin dall’inizio. Di mezzo qualcuno che “voleva” che finisse così ci deve essere stato. In questi frangenti la troppa ingenuità non è ammessa.

Io mi auguro solo che un ceto politico in embrione non perda l’entusiasmo, ma sappia trarre l’insegnamento giusto da questa esperienza. Per questo su un punto vorrei essere chiaro e abbandonare per un momento le vesti di osservatore diversamente imparziale.

Il movimento no vax non può che essere di estrema destra

Conosco bene i dilemmi del vaccinarsi o meno, li ho avuti in famiglia, con mio figlio, sebbene di lieve entità. Per questo distinguo tra il problema individuale e l’appartenenza, la militanza, al movimento mondiale no vax. Uno può essere operaio ma non per questo appartenere al movimento operaio. Considero l’idea di libertà del movimento no vax quanto di più contrario ci possa essere all’idea di solidarietà che sta alla base dell’esistenza stessa del movimento operaio, del sindacato, della sinistra. Ne ho scritto su un testo che circola su Facebook e su diversi siti (tra cui https://www.officinaprimomaggio.eu/interventi/).

Quando è scoppiata la pandemia sono rimasto disorientato come tutti, l’unica voce era quella di un governo fatto di gente alle prime armi, del teatrino televisivo ne ho piene le scatole da tempo. Come orientarmi? Mi sono ricordato che di epidemie ne ho sentito parlare nel 1974-75 da gente che le ha studiate a fondo, da gente con cui ho lavorato, da uomini come Giulio Maccacaro, docente di statistica medica, direttore di “Sapere”, fondatore di “Epidemiologia e Prevenzione”, ispiratore di “Medicina democratica” e di quel movimento di lotta per la salute che ha svelato i danni dell’amianto e di tante altre sostanze tossiche letali o portatrici di malattie degenerative. Che ha anticipato i criteri fondatori del servizio sanitario nazionale, che ha combattuto Big Pharma e la ricerca asservita alle multinazionali, che si è battuto per una medicina territoriale e per una politica di prevenzione basata sulla consapevolezza dei cittadini, che ha pensato alla formazione degli operatori sanitari. Tutto quello che la gestione governativa dell’emergenza non ci ha voluto o saputo dare. É una grande tradizione di conoscenza e di passione civile, è la “mia” cultura alla quale dovevo restare fedele. E questa diceva che la gestione dell’epidemia non si può limitare alle campagne vaccinali. É un problema assai più complesso che va affrontato con diverse strategie, in modo da indirizzare prima di tutto le persone verso un comportamento intelligente e consapevole. Anch’io ho avuto perplessità sul vaccino, ma non sulla necessità di vaccinarsi e quando mi hanno detto “sei una cavia!” ho risposto che ne ero ben consapevole, ma che la vaccinazione ha dato i suoi frutti lo dicevano i numeri. Con quel bel po’ di tradizione alle spalle avrei dovuto correre dietro ai vari guru no vax e andare a braccetto con quel tipo con le corna di bufalo che ha dato l’assalto a Capitol Hill? O con certi personaggi che schiamazzano ai varchi del porto di Trieste?

No grazie.                                   

Non regaliamo all’estrema destra l’idea di libertà!

Sergio Bologna

L’articolo che pubblichiamo qui di seguito è un intervento personale di Sergio Bologna, scritto come documento da utilizzare per stimolare il dibattito interno alla redazione in vista della pubblicazione del numero 4. Accidentalmente è stato reso pubblico, per questo motivo lo rendiamo disponibile alla lettura.

Chi ha seguito con qualche attenzione la fase della presidenza Trump e in particolare, nei mesi della pandemia, la campagna elettorale che ha portato alla sua sconfitta avrà notato con quanta insistenza lui stesso e l’ambiente dei suoi sostenitori dichiaravano di voler difendere la libertà degli individui.

Freedom, libertà, è un mantra nella storia americana, che in certi periodi viene evocato con maggiore enfasi, in altri con una tensione minore. Durante tutto il confronto con il comunismo, per esempio, la parola libertà veniva identificata con è stata usata per identificare tutto ciò che il comunismo non era. Libertà di mercato anzitutto, l’opposto del dirigismo comunista. Il concetto di libertà che la Rivoluzione francese aveva istituito come valore supremo e principio fondamentale dell’essere civile si è tramutato già nel corso dell’Ottocento in un concetto di libertà come essenza di un determinato ordine economico, di un determinato assetto istituzionale. È passato dall’essere valore che ha dato identità a una classe, la classe borghese, a valore che ha dato identità al capitale, mentre le classi subalterne innalzavano il vessillo dov’era scritto “solidarietà”.

Quel che succede oggi è ancora diverso, perché l’idea di libertà che l’estrema destra porta avanti – e Trump appartiene all’area dell’estrema destra – deve potersi tradurre in un comportamento riconosciuto proprio da quella “moltitudine” senza connotati di classe che è il risultato sia della fine della contrapposizione tra modello di democrazia occidentale e modello di regime comunista, poi divenuto genericamente contrapposizione tra “destra” e “sinistra”, sia della dissoluzione della middle class e della frammentazione e scomposizione della working class.

Non deve più rappresentarsi immediatamente come sinonimo di un determinato ordine sociale, economico e istituzionale, ma come sostanza biologica, “naturale”, di una umanità in cerca del puro benessere. Quindi la libertà diventa semplicemente il diritto del singolo individuo di fare ciò che vuole per il proprio utile, non solo al di fuori di ogni regola, ordine e principio istituzionale – ancora Trump, come esempio – ma anche al di fuori della considerazione per l’altro da sé: l’individuo ha il diritto di fare ciò che vuole, senza preoccuparsi se il suo agire può essere di vantaggio o di detrimento di altri. Perché l’altro esiste soltanto se gli si contrappone, alla pari, esercitando lo stesso diritto a proprio vantaggio. Se non è mio pari, prevalgo; se lo è lo combatto, per prevalere. È evidente la regressione: dalla società di Locke, dal contratto sociale di Rousseau e dal liberalismo di Stuart Mills (l’esercizio della mia libertà non può limitare la libertà altrui) all’homo homini lupus di Hobbes e al darwinismo sociale intrinseco alla storia otto-novecentesca del capitalismo prevaricatore, razzista colonialista e neoliberista.

L’idea di libertà sottesa al comportamento e alla propaganda no-vax è di questo genere: faccio quello che voglio; voglio poter fare quello che voglio dove voglio. Per questo riteniamo che il movimento no-vax sia un’espressione di estrema destra (ed è paradossale vedere i neofascisti e neonazisti al suo interno che danno del fascista e del nazista a chi è pro-vax). Riteniamo che esso abbia le idee molto confuse sui vaccini e sulla loro gestione (anche noi non le abbiamo chiarissime e nemmeno l’Oms le ha…); al suo interno sono presenti persone di differenti e anche opposte idee politiche, ma tutte sono fermamente convinte che l’idea giusta di libertà è quella: chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole e nessuno, tanto meno quel dispositivo che chiamiamo stato ha il diritto di impedirglielo.

(Non confondiamo il movimento no vax con la protesta contro il green pass, sono due cose diverse che tratteremo separatamente. Averle mischiate ha consegnato la leadership delle manifestazioni di piazza all’estrema destra. E questo dimostra quanta confusione regna nella testa di tanti compagni, di tanti operai e brave persone…).

È sempre più evidente che il movimento no-vax è essenzialmente un movimento anti-stato. Non è solo, in questo. Si capisce che anche tendenze anarchiche abbiano potuto trovare affinità con quel movimento. Ma non è l’anti-stato anarchico la matrice dominante. Negli Stati Uniti, destra “trumpista” e movimento no-vax hanno avuto, insieme, una grande forza. L’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 ne è stato la rappresentazione più compiuta ed eloquente. Se poi dalla manifestazione no-vax a Roma scaturiscono l’assalto fascista alla sede nazionale della Cgil e il tentativo di arrivare a Palazzo Chigi il cerchio si chiude: dall’’assalto al Campidoglio di Washington il 6 gennaio all’assalto alla Cgil di Roma il 9 ottobre; dal “ci prendiamo Washington” al “ci prendiamo Roma”. In più, a Roma, l’attacco anti-sindacale che non può non ricordare le Camere del lavoro devastate e incendiate dai fascisti cent’anni fa.

Il movimento no-vax non ha connotati di classe, anzi s’inserisce perfettamente nel fenomeno della dissoluzione della middle class e della working class, della crisi dei ceti medi e della trasformazione del mondo del lavoro. Ma proprio qui si svela come movimento che sembra non avere riferimenti in un determinato ordine economico, mentre in realtà ne ha uno preciso: quello del modello neoliberista. Negare lo stato significa negare il servizio pubblico e quindi affermare implicitamente che la gestione della sanità, dell’acqua, della scuola, dei trasporti, dell’assistenza ecc. non deve o può essere pubblica. Perché, se lo è, il sostenerne i costi implica togliere qualcosa a me a beneficio di altri da me. Tutto deve essere consegnato ai privati, e chi non è in grado di pagare, peggio per lui o per lei.

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Dobbiamo liberarci dai prototipi che abbiamo sempre usato per definire l’estrema destra, in particolare dal prototipo del nazismo o del fascismo. Dobbiamo parlare oggi di un “neonazismo senza Hitler”, perché il nazionalsocialismo degli anni Trenta come l’abbiamo conosciuto prima e dopo le sue mostruosità, era tutt’altro che un’ideologia individualista, anzi, si fondava sull’idea di Volksgemeinschaft, di comunità di popolo (certo, del popolo “tedesco”). Oggi l’autoritarismo trumpiano si sposa perfettamente con l’individualismo: è individualismo nella sua proiezione globale, all’altezza di Internet, e poiché l’universo virtuale del web è un universo di individui senza vincoli istituzionali, senza un ordine istituzionale, senza un’autorità regolatoria superiore, si presta a meraviglia come spazio nel quale l’immaginario dell’individuo della moderna “moltitudine” proietta i suoi comportamenti materiali. Nello spazio virtuale del web l’individuo pensa di poter fare ciò che vuole, nessun governo – o istituzione, o “corpo intermedio” – può dettargli le regole, nessun potere può disciplinarlo.

Perfino il capitalismo delle multinazionali, stadio che pensavamo supremo della sua evoluzione, è roba vecchia. L’ordine imposto dai nuovi Leviatani – Google, Amazon, Facebook e pochi altri loro simili, il Big Tech – costituisce un nuovo stadio di sviluppo capitalistico con caratteristiche assai diverse. Una delle sue caratteristiche è proprio la “democratizzazione” dell’accesso alla comunicazione, la possibilità offerta all’individuo di comunicare con il mondo e teoricamente di agire nel mercato. Il vecchio modello capitalistico delle multinazionali conservava i caratteri dichiaratamente gerarchici del comando e manteneva per l’impresa l’esclusiva dell’accesso al mercato. L’esclusiva sulla possibilità di sopravvivenza materiale, economica dell’individuo, restava all’impresa, produttrice di lavoro dipendente, subordinato. Oggi l’inclinazione naturale all’individualismo – in questo senso il freelance è la figura-simbolo della nostra epoca – è enormemente potenziata dalla convinzione che l’accesso al web possa diventare accesso al mercato e dunque alla sopravvivenza, senza la mediazione di alcuna istituzione, senza la mediazione del lavoro subordinato e del salario. Corpi intermedi come quello sindacale sono presentati dalle imprese e percepiti dagli individualisti come intralci alla realizzazione di sé.

Bisogna assolutamente risalire alle radici sociali del comportamento individualistico, per capire la sua predisposizione ad accettare determinate idee di libertà.

Fondare il proprio comportamento sulla convinzione che ciascuno ha diritto di fare ciò che vuole è il modo più radicale per negare tutti i valori su cui è stato costruito il movimento operaio, il socialismo, in una parola “la sinistra”, negare il valore del mutualismo, della solidarietà, della comunità, valori sui quali si sono costruiti tessuto sociale e conflitto sociale. Valori ai quali si ispira la nostra rivista, così, semplicemente, senza tanti fronzoli né bisogno di spiegazioni.

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Detto questo, possiamo anche entrare nel merito delle questioni riguardanti la salute pubblica, questioni che il movimento no-vax risolve con la semplificazione: ciascuno si regola come vuole, la salute pubblica non è un mio problema, io debbo pensare solo alla mia salute, non esiste una scienza della salute, anzi non esiste la scienza, dunque non può esistere un potere regolatore fondato su una presunta maggiore conoscenza di quella che l’individuo già possiede e che è tutta contenuta nell’affermazione della sua libertà individuale.

L’idea che la libertà dell’individuo di pensare da sé e per sé sia conoscenza e per di più conoscenza superiore a quella di presunti “tecnici” – individuati come funzionari o intermediari di un potere statale o come servitori di multinazionali farmaceutiche – equivale a negare valore alla competenza, alla formazione, alla ricerca scientifica. Non significa però tornare all’idea del “buon selvaggio” roussoviano, ma alla condizione di essere alla mercé del mercato. Gli individui che pensano se stessi come entità indipendenti, che non hanno bisogno di nessuno, che non fondano la loro esistenza sulla relazione ma sull’individualismo, sono proprio quelli che perdono maggiormente la loro libertà, in particolare nei rapporti di lavoro: negando la solidarietà, la comunità e il mutualismo, si presentano nella condizione di essere oggetto del più sfrenato sfruttamento, perché si sono posti nella condizione di maggiore debolezza contrattuale sul mercato, quella dell’individuo singolo.

Il fanatico difensore delle proprie libertà individuali, che non riconosce nessuna entità o istituzione regolatrice e quindi nemmeno il welfare state, si affida interamente e incoscientemente al mercato, che non mancherà di stritolarlo condannandolo a un’esistenza precaria da working poor. E il pensarsi liberi e il trovarsi poi deboli di fronte non al vecchio padrone, ma a poteri senza volto e spesso senza nome per i quali l’individuo da solo è nulla facilita la nascita di fantasmi: non le dinamiche intrinseche ai concreti rapporti di potere nella società, ma oscure presenze ostili che cambiano il mondo intorno a me e sono, anzi complottano “contro di me”. Non so chi sono, ma so che ci sono, perché qualcuno dovrà ben essere responsabile del danno che subisco. L’entità superiore più immediatamente riconoscibile, anche se inafferrabile, è lo stato. Ma è qui che scattano anche la diffidenza, l’aggressività, la violenza verso chi è diverso da me, tanto maggiori quanto più lui e lei sono fisicamente vicini, riconoscibili (per il colore della pelle o per la foggia degli abiti o per il profumo della cucina) e socialmente deboli.  

Il movimento no-vax non ha alcuna idea di salute o di igiene pubblica. Perché la dimensione del collettivo gli è completamente estranea, oltre ad essergli estraneo il concetto di servizio pubblico. Per quale ragione, quindi, persone che si richiamano a valori molto diversi da quelli trumpiani, a valori più o meno vagamente “di sinistra”, finiscono per accodarsi a questa banda di irresponsabili? Questo comportamento subalterno è tanto più incomprensibile, in quanto nella nostra tradizione di esperienze, lotte, ragionamenti, ricerche, sia il problema della salute pubblica, sia il problema delle epidemie, è stato lungamente affrontato e sviscerato.

Un solo esempio. È dalla metà degli anni Settanta che esiste la rivista Epidemiologia e prevenzione, espressione di quel “movimento di lotta per la salute” che ha condotto le battaglie politiche e legali che hanno portato al riconoscimento dei rischi per i lavoratori esposti a sostanze tossiche – come l’amianto, il piombo tetraetile, il cloruro di vinile, la betanaftilamina ecc. – e il diritto al risarcimento. Ricordiamo i nomi di Giulio Maccacaro e di Ivar Oddone. La rivista è nata per formare operatori sanitari sul territorio, per combattere l’arroganza delle case farmaceutiche e delle industrie che negano l’evidenza dei danni prodotti dalle loro lavorazioni e che finanziano abbondantemente studi volti a dimostrare l’inesistenza del rischio, per combattere un modello di sanità pubblica fondato solo su grandi centri ospedalieri superspecializzati e su cliniche private, al servizio di chi si può permettere cure costose.

Questo è il grande patrimonio di esperienze e di conoscenze che ci ha lasciato in eredità il movimento di lotte sociali degli anni Settanta, un patrimonio che si rinnova di generazione in generazione. Noi non abbiamo bisogno di ricorrere a confuse teorie del complotto per denunciare certi veri e propri crimini commessi dalle case farmaceutiche, ci basta ricorrere al concetto marxiano di profitto. Né abbiamo bisogno di accodarci all’azione anti-governo di Fratelli d’Italia per denunciare il preoccupante taglio alla spesa sanitaria pubblica del governo Draghi. La battaglia per una sanità al servizio di tutti i cittadini, con un presidio costante del territorio, per una prevenzione basata sul senso di responsabilità verso gli altri, è una nostra battaglia da mezzo secolo, non è roba da apprendisti stregoni

P.S. Dopo l’assalto fascista alla sede Cgil di Roma da più parti si è levata la richiesta di mettere fuori legge Forza Nuova. Da parecchi anni il problema di una rinascita della fede fascista in Italia è un problema serio. La sinistra, la stampa, gran parte delle forze intellettuali, la magistratura, hanno non solo ignorato questo problema ma hanno in certi casi assecondato la peggiore deriva di estrema destra, come nel caso delle foibe. Mettendo fuori legge Forza Nuova pensano magari di aver risolto il problema? Così continueranno a ignorarlo, a far finta che non esista? Prima di metterli fuori legge cominci la polizia a trattarli come tratta gli operai in sciopero. E allora l’assalto alla Cgil non sarebbe riuscito. Non si tratta di metterli fuori legge, ma di metterli fuori gioco politicamente. E questo è affare nostro, è nostra responsabilità creare le premesse perché vengano isolati e sconfitti.

La resistenza delle donne afgane

Intervista alle attiviste di RAWA

RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) è un’organizzazione politico/sociale indipendente fondata a Kabul nel 1977 da donne afgane che lottano per i diritti umani e la giustizia sociale.

Illustrazione di Anna Ciammitti

Rilanciamo l’intervista rilasciata il 20 agosto da RAWA* (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan) a Sonali Kolhatkar, l’intervista è stata pubblicata su Erbacce.

Puoi leggerla qui.

Incontro: Le riviste e l’impegno culturale, una rassegna

Martedì 27 aprile 2021 ore 17, in remoto

OfficinaPrimoMaggio interviene a “Periodicamente – festival digitale delle riviste” a cura del Centro di Documentazione di Pistoia, della Fondazione Valore Lavoro e dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia.

OPM sarà presente all’incontro online intitolato “Le riviste e l’impegno culturale: una rassegna. Motivazioni, modi, formati e pubblico delle riviste di ricerca storiografica”.

Un confronto fra riviste, alcune delle quali “rinate” o che sono in fase di rilancio e ridefinizione identitaria, tutte accomunate dall’intendere l’operazione storiografica come forma di attivismo culturale. La discussione ruoterà intorno a due domande strettamente intrecciate fra loro: che senso ha oggi fare una rivista, anche alla luce delle questioni poste dalla Public History, e come si fa, con che struttura, con quali formati (elettronici o cartacei), a che pubblico ci si rivolge.

Intervengono:

  • Paolo Bagnoli («Rivista storica del socialismo»)
  • Stefano Bartolini («Farestoria»)
  • Andrea Bottalico («Officina Primo Maggio»)
  • Donata Cei (Centro di Documentazione di Pistoia)
  • Francesco Cutolo («Storia locale»)
  • Carlo De Maria («Clionet»)
  • Antonio Fanelli («Il De Martino»)
  • Omar Salani Favaro («Venetica»)
  • Francesca Tacchi («Passato & Presente»)

L’incontro è in modalità telematica, alle ore 17, ed è accompagnato da un servizio di interpretariato in Lingua dei Segni Italiana (LIS).

Per partecipare occorre registrarsi tramite il form sulla pagina dedicata al festival Periodicamente e accedere alla piattaforma di fruizione del Festival.

Informazioni, link al festival e approfondimenti sul sito della Rete REDOP.

Martedì 27 aprile 2021 ore 17

Link per registrarsi.

Link per partecipare.

Crema non volta le spalle a Cuba

La lettera della sindaca Stefania Bonaldi

Illustrazioni di Federico Zenoni

Il 23 marzo l’Italia ha voltato le spalle a Cuba, votando contro una risoluzione presentata al Consiglio per i diritti umani dell’Onu per chiedere lo stop dell’embargo di alcuni paesi tra cui Cuba, sottoposta da 61 anni a blocco economico da parte degli USA.
Il 31 marzo la sindaca di Crema Stefania Bonaldi ha inviato una lettera a Mario Draghi. La rilanciamo qui, in un tam tam con altre riviste amiche,
Erbacce, Figure, Volerelaluna.

Caro Presidente del Consiglio
Prof. Mario Draghi,

chi Le scrive è una sindaca di Provincia, che si spende per una comunità di 35mila persone e che può solo immaginare cosa significhi governare un Paese di 60milioni di abitanti, a maggior ragione in un momento così drammatico. Tuttavia, come donna, come madre, come cittadina e, infine, come sindaca, sento di dovere aggiungere un piccolo peso a quelli che già incombono sulla sua figura, perché ritengo che il nostro Paese, pochi giorni fa, abbia violato in modo grave codici di civiltà decisivi, come la riconoscenza, la lealtà, la memoria, la solidarietà.

Un anno fa la Brigata Henry Reeve, con 52 medici ed infermieri cubani, è arrivata in soccorso della mia città, Crema, della mia gente, del nostro Ospedale, aggrediti e quasi piegati dalla prima ondata pandemica.
I sanitari cubani si sono presentati in una notte di marzo dalle temperature rigidissime, in maniche di camicia, infreddoliti ma dignitosi. Avevano attraversato l’Oceano per condividere un dramma che allora ci appariva quasi senza rimedio e le giornate si consumavano in un clima di morte. Anche oggi è così, ma dodici mesi fa il nemico era oscuro e sembrava onnipotente, la scienza non aveva ancora trovato le contromisure. Oggi vediamo la luce, allora eravamo in un racconto dall’esito incerto.
In una sola notte, grazie alla solidarietà dei cremaschi e delle cremasche, li abbiamo vestiti ed equipaggiati. Da quel momento e per oltre due mesi si sono sigillati in un Ospedale da campo, montato di fianco al nostro ospedale, gomito a gomito coi nostri sanitari, per prestare cure e supporto alla popolazione colpita dal virus, generando una risposta di coraggio nelle persone, che in quei mesi si è rivelata decisiva. È stato quello il primo vaccino per noi cremaschi!
E non appena la pressione sull’ospedale è diminuita, gli stessi amici cubani si sono immediatamente convertiti all’intervento sul territorio. La medicina a Cuba si fa casa per casa, una dimensione che noi abbiamo coltivato poco, e le debolezze di questa scelta le abbiamo misurate tutte, durante la pandemia, attraversando strade ostili e non presidiate.
È bastato il suggerimento della Associazione Italia-Cuba al Ministro Roberto Speranza, perché partisse una richiesta di aiuto, e lo Stato di Cuba, in una manciata di giorni, il 21 marzo del 2020, rispondeva inviando a Crema 52 operatori sanitari, mentre altri 39 sarebbero arrivati il 13 aprile successivo a Torino, per svolgere la stessa missione umanitaria, riscrivendo la parola solidarietà nelle vite di molti italiani, abbattendo ogni barriera e depositando un lascito civile e pedagogico, per le nostre comunità ed i nostri figli. Solo allora abbiamo capito che il virus avrebbe perso la sua battaglia, e ancora oggi viviamo di quella rendita, per questo abbiamo meno paura.

Mi rendo conto che esistono “equilibri” internazionali e che vi sono tradizionali posizioni “atlantiste” del nostro Paese, ma quando ci si imbatte nello spirito umanitario dei cubani “situati”, che come ognuno di noi ambiscono a una vita migliore, quando, superati i muri ideologici, ci si trova di fronte ad un altro segmento di umanità, capace di guadagnarsi la gratitudine e la riconoscenza di tanti italiani, si finisce per trovare inqualificabile la posizione assunta dal nostro Paese in seno al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, laddove era in discussione una risoluzione che condannava l’impatto sui diritti umani di sanzioni economiche unilaterali ad alcuni stati, fra cui appunto Cuba.
“La nostra Patria è l’umanità”, con queste parole ci avevano salutato i nostri Hermanos de Cuba arrivando a Crema ed io le chiedo, caro Presidente, qual è la nostra, di Patria, se l’opportunismo e la realpolitik ci impediscono di rispondere in termini di reciprocità ai benefici ricevuti ed alla solidarietà che un Popolo assai più umile, più povero e con molti meno mezzi del nostro, ma ricco di dignità, umanità ed orgoglio, ci ha donato in uno dei momenti più drammatici della nostra storia repubblicana.

Questa presa di posizione dei nostri rappresentanti alle Nazioni Unite, peraltro su un atto dalla forte valenza simbolica, doveva essere diversa, perché era necessario rispondere con maturità politica a un’azione gratuita e generosa, che aveva salvato vite vere di italiani in carne ossa. Mi domando che senso pedagogico e politico possa avere invece avuto il nostro voto contrario. Non è così che si favorisce il cambiamento delle relazioni, persino di quelle internazionali.
Era l’occasione giusta per reagire con un atto di lungimiranza, capace di spezzare posizioni cristallizzate, vecchie di oltre mezzo secolo, proprio per dimostrare il desiderio di affratellarsi con tutte le genti, in un Pianeta in cui i confini e le ideologie appaiono ogni giorno più lontani dallo spirito delle nuove generazioni.

Chiedo a lei, signor Presidente, di fare giungere un positivo gesto istituzionale e un grazie ai nostri fratelli cubani, un atto che, dopo l’improvvida presa di posizione, li rassicuri sul nostro affetto e la nostra vicinanza, che apra la strada a un consolidamento dell’amicizia e che permetta alla democrazia di guadagnarsi una possibilità.

Con stima,

Stefania Bonaldi

Ma allora i libri chi li fa? La lettera di Redacta al Saggiatore

dalla redazione

Aggiornamento del 02 aprile 2021, la non risposta del Saggiatore e la replica di Redacta.

Con l’arrivo del 2021 il Saggiatore ha deciso di interrompere le collaborazioni esterne, motivando questa scelta con una riorganizzazione del lavoro della redazione. Nel 2020 la casa editrice ha pubblicato oltre cento titoli e nell’ultimo anno l’industria libraria, nel complesso, non ha registrato perdite. Viene da chiedersi quale sia il reale motivo di questa scelta. Senza i lavoratori e le lavoratrici che in questi anni hanno svolto attività di correzione bozze, impaginazione ma anche di editing e revisione, come farà la casa editrice a tenere alti il livello di produzione e la qualità redazionale? A meno di nuove assunzioni, verrebbe da immaginare che le collaborazioni esterne possano essere sostituite da schiere di stagisti, come da malcostume ormai diffuso. La nostra forse è solo malizia, ma l’impressione è che la direzione editoriale possa aver trovato un modo per risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro, già compresso attraverso l’uso di collaboratori esterni.

Un gruppo di collaboratrici e collaboratori del Saggiatore fa parte da tempo di Redacta e quest’ultima ha deciso di inviare una richiesta di spiegazioni alla direzione editoriale della casa editrice. Un buon modo per verificare le possibilità di conflitto e contrattazione collettiva anche all’interno dell’industria editoriale.

Pubblichiamo qui la lettera di Redacta:

Gentile direzione editoriale del Saggiatore,

scriviamo con l’intenzione di aprire un dialogo tra la casa editrice e un gruppo di vostri collaboratori e collaboratrici, che si sono rivolti a Redacta dopo essersi ritrovati a pagare le conseguenze di scelte maturate in seno alla direzione editoriale. Di queste, oggi, vi chiediamo un chiarimento.

Ci presentiamo. Redacta è una sezione di Acta, l’associazione dei freelance, nata allo scopo di tutelare i professionisti che lavorano nel settore editoriale: redattrici e redattori, grafici e traduttori, ghost writer e editor. Alcuni di loro, che in occasione delle riunioni di Redacta si sono conosciuti e hanno avuto la possibilità di confrontarsi, collaborano o hanno collaborato per anni con la redazione del Saggiatore.

A partire dai primi giorni del 2021 il numero di commissioni affidate dalla redazione ai collaboratori esterni si è rapidamente azzerato. Considerando le riprogrammazioni delle uscite a cui molti editori hanno dovuto far fronte nel 2020 e data anche la natura discontinua della professione del freelance, tutti loro hanno tenuto duro, fiduciosi. La prima spiegazione di quanto stava avvenendo è arrivata verso la fine di febbraio: un’e-mail ha chiarito che a causa di una riorganizzazione gran parte delle fasi del lavoro redazionale non sarebbe stata più affidata ad alcun collaboratore esterno, salvo occasionali eccezioni.

Se comprendere le ricadute sul piano economico è piuttosto immediato, meno scontato è riconoscere il ruolo professionale che i collaboratori del Saggiatore si sono costruiti negli anni: le redattrici e i redattori esterni, da voi appositamente formati tramite stage, si sono occupati di buona parte del processo di lavorazione, dall’impaginazione fino alla correzione di bozze, talvolta di editing e revisioni. Pur senza alcun riconoscimento contrattuale o formale, i collaboratori esterni sono stati, in questo senso, “artefici” dei libri pubblicati dalla casa editrice.

Inutile dire che questa professionalità, che è sempre stata centrale nelle battaglie di Redacta, ne esce completamente svilita. Tanto più se si considera che il numero di redattori e redattrici esterne, da voi impiegati fino a tutto il 2020, supera quello delle redattrici e dei redattori regolarmente assunti: muoversi verso un azzeramento delle collaborazioni esterne equivale a tagliare tout court il lavoro della redazione. Ci sembra quindi legittimo rivolgervi alcune domande.

– L’editoria libraria è stata uno dei pochi settori a ottenere risultati positivi nel 2020. A che tipo di ragioni è riconducibile la scelta del Saggiatore di ridurre così drasticamente i costi di cura editoriale dei suoi libri?

– Se fino al 2020 la redazione non è stata in grado di sostenere la produzione di oltre 120 titoli all’anno senza ricorrere ai collaboratori esterni, come potrà riuscirci nel 2021? Per poter mantenere la stessa qualità redazionale, è prevista una riduzione del numero dei titoli in uscita o un aumento del numero dei redattori interni?

– Negli ultimi anni il numero di stagisti in redazione è progressivamente aumentato. A quanti stagisti ricorre oggi la redazione del Saggiatore? Quanta parte del lavoro verrà a questo punto affidata loro?

La questione riguarda in ultimo la cura dei libri del Saggiatore, che con il suo catalogo costituisce da più di sessant’anni un pilastro della cultura italiana: se il lavoro verrà affidato ai soli redattori interni già presenti e a stagisti ancora in formazione, come sarà possibile garantire la stessa qualità editoriale?

Si potrebbe obiettare che i collaboratori esterni, a differenza dei dipendenti, non dovrebbero mettere bocca sulle questioni di organizzazione aziendali. Eppure, come messo in luce anche da Redacta, nel settore editoriale il lavoro produttivo è svolto in misura crescente e ormai forse maggioritaria da redattori esterni, dunque le imprese non possono ritenere di dover rendere conto del proprio operato solo ai dipendenti.

Per queste ragioni abbiamo deciso di aprire un dialogo diretto con la direzione editoriale del Saggiatore su una decisione che interessa tutta la sua rete di collaboratori esterni, fiduciosi di ricevere una risposta all’altezza della storia e dei valori incarnati dalla casa editrice.

Il canale di Suez e i bulli del nuovo Millennio

Di Sergio Bologna

Nel libro “tempesta perfetta sui mari” (2017, alle pp. 170-176) avevo parlato dell’incidente occorso il 3 febbraio 2016 nel canale di accesso al porto di Amburgo a una grossa nave portacontainer da 184 mila tonnellate. A causa di un guasto al timone, si era messa di traverso e si era incagliata, per fortuna non aveva ostruito tutto il passaggio ma era necessario toglierla da dov’era. Ci vollero giorni e furono impiegati 26 mezzi navali. Sarebbe stato più rapido se fosse stato possibile alleggerirla del carico, ma di gru montate su chiatta in grado di raggiungere il top dei container stivati in coperta pare che all’epoca ce ne fosse una sola in Europa.

Mi è venuto subito alla mente questo episodio quando è giunta notizia che la portacontenitori da 240 mila tonnellate “Ever Given” della compagnia taiwanese Evergreen, al mattino del 24 marzo 2021, causa un colpo di vento e, pare, un blackout a bordo, si è messa di traverso nel Canale di Suez ostruendo del tutto il passaggio con i suoi 400 metri di lunghezza. Decine e decine di navi di tutti i tipi che la seguivano in direzione nord e altre che si apprestavano a entrare nel Canale in direzione sud restavano bloccate.

I primi comunicati dell’Autorità del Canale parlavano di una “questione di giorni” per riuscire a spostarla e liberare almeno uno spazio sufficiente al passaggio di altre navi, ma 30 ore dopo l’incidente la società incaricata di affrontare il problema e di trovare una soluzione, la stessa, di nazionalità olandese, che era stata capace di realizzare il capolavoro di raddrizzare la “Costa Concordia” e di permetterle di esser trainata a Genova per la demolizione, faceva sapere che ci sarebbero volute forse “delle settimane” per venirne a capo, precisando che alleggerirla del carico era, allo stato, molto difficile se non impossibile.

Ipotizziamo che ci vogliano due settimane per riuscire a spostarla, significherebbe che circa 700 navi debbono riprogrammare i loro itinerari sconvolgendo intere filiere, creando problemi di approvvigionamento energetico, alimentare e tanto altro, con danni incalcolabili. Molti porti mediterranei con perdite di traffico e di giornate di lavoro superiori al 50%. Il porto di Trieste perderebbe le toccate dei servizi diretti al Molo VII, il VTE a Genova Voltri avrebbe un danno ancora maggiore. Insomma, un disastro che si aggiunge a una situazione caotica nel traffico container che dura dall’inizio della pandemia. Una seconda tempesta perfetta.

Sento dire: “Finalmente il gigantismo navale verrà messo in discussione!” Si spera. La mia opinione sull’argomento ho avuto modo di esprimerla da tempo, anche davanti agli studenti dell’Università di Genova (si veda il mio “Ritorno a Trieste. Scritti over 80, 2017-2019”) e non intendo tornare sull’argomento. Altri, più autorevoli di me, come Olaf Merk dell’OCSE, hanno dimostrato che le presunte economie di scala del gigantismo navale sono più apparenti che reali ma che per contro i costi per la comunità e i rischi che la navigazione di questi behemoth comporta sono tali per cui il gioco non vale la candela.

Ma perché allora le compagnie marittime continuano a gareggiare ordinando navi sempre più grandi? Ormai sembra che anche il limite dei 24 mila TEU di portata non sia considerato sufficiente – la nave arenatasi sull’Elba e quella sul Canale di Suez hanno una portata rispettivamente di 19 mila e di 20 mila TEU.

Che cosa trascina delle proprietà e dei management di alto livello in questa assurda gara?

“It is a question of ego”.

Questa fulminante risposta è stata data da un noto imprenditore marittimo-portuale mediterraneo sei o sette anni fa quando gli chiesero perché la compagnia, di cui aveva deciso di acquisire una consistente quota azionaria, continuava a perseguire il sogno della “nave più grande di quella del vicino”. Strategia alla quale inizialmente s’era opposto ma che negli anni successivi ha finito per accettare.

Io purtroppo continuo a credere che avesse dato la risposta giusta allora, sono convinto cioè che nella mentalità del turbocapitalismo del nuovo Millennio ci sia una componente di puro e semplice volgare “bullismo” maschile del tipo… ometto la frase che voi tutti potete immaginare e inizia con “ce l’ho…” ecc. Quel tipo di bullismo idiota che Chaplin ha meravigliosamente immortalato nella celebre scena del barbiere de “Il grande dittatore”.

Sigmund Freud invece in “Totem e tabù” parlava della fascinazione per qualcosa che ha delle dimensioni insolite come un qualcosa di “infantile” (kindisch). Ecco: questi signori che si credono padroni del mondo sono in realtà dei bulli infantili. Ovvero degli irresponsabili.

Mutualismo a Padova. Fare Politica ai tempi del Covid.

Pubblichiamo il documentario sul mutualismo realizzato dalla redazione di Seizethetime. Il filmato non solo prova a rendere conto dell’attivazione che gruppi e organizzazioni politiche hanno messo in piedi per sostenere la popolazione, ma cerca anche di ragionare attorno alla funzione politica che può avere il mutualismo.

Cerchiamo così di osservare e dare spazio alle pratiche di mutualismo e solidarietà, in continuità con quanto fatto nel nostro primo numero:

Pratiche per l’egemonia: il mutualismo

Cartoline dal Nordest: Berta si racconta

Riportiamo qui la presentazione al documentario scritta dalla redazione di Seizethetime.

Primavera 2020: tutto chiuso. Una grande ondata di solidarietà e di attivazione ha attraversato Padova. Singoli, gruppi, spazi, organizzazioni hanno messo a disposizione le proprie energie e risorse per provare a sostenere la popolazione, per prima cosa attraverso distribuzioni di cibo. La sinistra di movimento, in tutto questo, ha dato in città buona prova di sé, ragionando e operando attorno al concetto di mutualismo.

Il comune di Padova, assieme alla Caritas e al CSV, ha provato ad organizzare la solidarietà attorno alla rete Per Padova noi ci siamo. Alcuni hanno aderito, riconoscendo come in una situazione di crisi come quella in corso l’organizzazione e le strutture fossero essenziali. Altri, invece, hanno provato a organizzare autonomamente il mutualismo, rilevando alcune carenze nel progetto comunale – prima fra tutti, la necessità della residenza per ottenere aiuti, che lasciava fuori molti. Ciascuna scelta comportava vantaggi e punti critici, sia politicamente che dal punto di vista dell’efficacia della solidarietà.

La redazione di Seizethetime non è stata a guardare: un po’ perché, individualmente, abbiamo fatto la nostra parte; un po’ perché abbiamo girato, con microfono e videocamera, a vedere alcune delle cose che stavano accadendo. Ne è venuto fuori un documentario di una mezz’ora scarsa, che offriamo come patrimonio comune: Mutualismo a Padova. Fare politica ai tempi del Covid.

Ringraziamo tutti quelli che si sono prestati a farsi intervistare per quello che hanno fatto allora e fanno oggi, tutti i giorni.

Buona visione!

Inaccettabili falsificazioni

Di Sergio Bologna


E’ stata una pessima idea quella del giornalista e saggista Carlo Formenti a voler indottrinare i lettori del suo blog sulla discussione avvenuta in questi ultimi vent’anni sul tema dei knowledge workers e del rapporto tra ruoli professionali e tecnologia, perché ha dimostrato o di averla seguita assai male questa discussione o di non averci capito nulla. Scrive in un suo post intitolato Dalla IBM alla gig economy :


“Con la rivoluzione digitale e gli anni Novanta abbiamo assistito a un potente ritorno di attenzione sul rapporto fra innovazione tecnologica e lotta di classe. Purtroppo nella gran parte dei casi questa attenzione è coincisa con l’esaltazione acritica del presunto potenziale emancipativo delle nuove tecnologie (….) A seguire è subentrata la versione post operaista del sogno hacker: i lavoratori della conoscenza (le classi creative in altre versioni) vennero battezzati come la nuova avanguardia rivoluzionaria, pronta a raccogliere il testimone delle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta. “

Per quanto ne so, la discussione all’interno del pensiero cosiddetto post-operaista, fu lanciata da un volume collettaneo curato dal sottoscritto e da Andrea Fumagalli e pubblicato nel 1997 in coedizione tra Feltrinelli e Shake Editore, una casa editrice che aveva dato molto spazio alla cultura hacker, dal titolo Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia.

Carta canta, come si dice. Ebbene, sfido qualunque lettore a trovare in quel volume un benché minimo accenno a una definizione dei lavoratori della conoscenza “come la nuova avanguardia rivoluzionaria”. In quel volume, ed in particolare nei due saggi scritti dal sottoscritto, si diceva che a) il lavoro indipendente che si stava diffondendo aveva uno stretto rapporto con le nuove tecnologie digitali e con gli strumenti di lavoro che queste tecnologie avevano messo a disposizione, come il personal computer, b) che questa condizione non aveva creato dei lavoratori più “liberi” o più “autonomi” perché essi si trovavano sempre in un rapporto di forza diseguale con il committente, c) che essi dovevano prendere coscienza di questa loro debolezza sul mercato e quindi dovevano pensare a coalizzarsi, a tutelarsi.

Cosa che puntualmente avvenne agli inizi degli anni 2000, sia negli USA con la costituzione della Freelancers Union, sia in Italia con la costituzione di ACTA (www.actainrete.it), sia con la creazione di altre iniziative di carattere sindacale o mutualistico a livello europeo, p.es. la cooperativa SMArt, con sede a Bruxelles e filiali in nove paesi europei. Ossia, si era messo in moto finalmente – forse anche grazie a quella nostra analisi – un processo di coalizione, di riconoscimento della propria identità lavorativa, da parte di lavoratori che fino a quel momento avevano pensato di non essere lavoratori ma imprese, anche perché così li definiva l’Unione Europea, negando loro il diritto a un collective bargaining. Formenti ignora tutto questo, oppure vuole semplicemente oscurare una realtà che smentisce i suoi giudizi?

Questo vero e proprio “risveglio” di una disponibilità alla solidarietà tra lavoratori, che si assomigliano per tutta una serie di condizioni spazio-temporali e di rapporto con le nuove tecnologie, ha impresso una dinamica virtuosa, che sta portando alla luce sempre nuove soluzioni e nuove iniziative. Una di queste è la Tech Workers Coalition, oggi presente anche in Italia. Che cosa ha portato di nuovo rispetto alle esperienze precedenti? Prima di tutto il fatto di rivolgersi ai lavoratori salariati dell’industria high tech, non soltanto a quelli freelance, costruendo in tal modo le premesse per allargare un certo “blocco sociale”. In secondo luogo – com’è chiaramente espresso nel loro sito USA – quello di mettere in piedi non una Union ma una Coalition, cioè una struttura flessibile e trasversale che dialoga e collabora con tutte le Unions o le associazioni professionali che in un modo o nell’altro intendono tutelare i lavoratori che hanno a che fare con le tecnologie digitali latu sensu, quindi programmatori ma anche rider, lavoratori delle piattaforme e così via (we work in solidarity with existing movements towards social justice, workers’ rights, and economic inclusion).

Detto questo, non so se vale la pena, visto che Formenti ha le idee così confuse, ricordare che il pensiero cosiddetto “operaista” in Italia nasce all’interno di una rivista che si chiamava ”Quaderni Rossi” e che uno dei primi testi, se non il primo, su cui si sono formati i partecipanti a quella esperienza era un testo di Raniero Panzieri che negava la presunta “neutralità” della tecnologia (lettura del ’Frammento sulle macchine’ di Marx). Era il 1961.