Intervista a Silvia Belforte
Questa è la prima di una serie di interviste a cura della redazione torinese di OPM su un passaggio cruciale della storia della classe operaia italiana. L’articolo che presenta il progetto e contiene l’indice con tutti gli articoli che lo compongono si legge qui.
[L’intervista è stata realizzata a Torino il 15 aprile 2026 presso il laboratorio dell’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza. A condurla sono stati Corrado Borsa (CB) e Marco Scavino (MS), e vi è intervenuto inoltre Stefano Musso (SM). La parte tecnica è stata curata da Andrea Spinelli]
Corrado Borsa (CB): Il primo nucleo di temi che abbiamo pensato di proporti riguarda la genesi del tuo libro Il fondo del barile, il contesto in cui nasce. Io mi sono reso conto, quando tu ne hai parlato a noi di recente, che il contesto è particolarissimo per varie ragioni, la genesi è meno lineare, più complessa, più densa e più significativa di quanto magari chi prende il libro in mano non immagina. Il fatto che ci sia la presenza evidente nel libro di Alberto Magnaghi ci fa sospettare che, uno, entri nella sua genesi l’attività che si svolgeva nella Facoltà di architettura di Torino alla fine degli anni Settanta.
Due, che c’entri quella pubblicazione, troppo dimenticata, di cui parleremo relativamente presto, spero, ricordando Alberto Magnaghi, che è “Quaderni del Territorio”.
Tre, tu ci hai portato, molto utilmente, nell’ultimo incontro con me e con Marco Scavino, delle pubblicazioni che avevano in qualche modo, tu spiegavi, anticipato alcuni dei temi del libro. Allora: ad Architettura c’è un gruppo di giovanissimi ricercatori tra i quali ci sei tu, c’è un maestro, un punto di riferimento, un’espressione dell’operaismo che è Magnaghi. L’università era una cosa ben diversa: mi son reso conto del fatto che, almeno in alcune facoltà, o almeno in alcune aree di alcune facoltà, il rapporto con il territorio, nella fattispecie il rapporto con il territorio e con la fabbrica, era molto più intenso, l’osmosi fra università e territorio molto più significativa di quanto oggi non avvenga e non si verifichi. E questa è una ricchezza notevolissima: non solo per le 150 ore, anche se quelle hanno un loro ruolo, in effetti, di apertura. Noi ti chiederemo perciò di partire da quel piccolo nucleo ad Architettura, che poi purtroppo si sfarinerà, evaporerà rapidamente. Quando si forma, da chi è costituito, come ci sei entrata tu, quali attività svolge? Partiamo da questa prima domanda, prima di occuparci della pubblicazione del libro.
Silvia Belforte (SB):
Siamo all’inizio degli anni ’70 e alcuni laureati, provenienti in maggioranza da una delle aggregazioni di studenti di Architettura che, nel periodo della contestazione sessantottina partecipava al gruppo Città fabbrica, intendevano rimanere all’interno dell’istituzione per portare nell’ambito di quella che era considerata “Accademia” l’attenzione speculativa nei confronti di fenomeni interessanti le trasformazioni urbane che superasse l’ottica strettamente corporativa che aveva, fino ad allora, caratterizzato i contenuti didattici e di ricerca della facoltà di Architettura. Ancorché nella condizione di precari, si tentava di praticare quella che veniva definita ricerca militante: cioè una ricerca che tenesse conto di situazioni (demografiche, sociali, culturali, ecc.) per sviluppare, anche per le sollecitazioni degli studenti, ricerche sul territorio e con chi del territorio era direttamente utente. Altri ricercatori affiancavano il nucleo originario di architetti. In particolare frequentava alcune volte le riunioni programmatiche Romano Alquati, che in virtù dell’esperienza operaista maturata negli anni ‘60 in Classe Operaia, supportava con discreti consigli le incertezze e i dubbi che le ricerche intraprese di volta in volta si affrontavano.
A partire dalla considerazione della altissima conflittualità presente sul territorio dell’area metropolitana torinese negli anni immediatamente successivi al 1969, nel ’73 era iniziato un lavoro di analisi delle lotte non soltanto alla Fiat, in quegli anni considerata fulcro della lotta di classe, ma anche nella cosiddetta “medietà produttiva” (nell’area torinese negli anni ’60 e ’70 Mirafiori contava la presenza di circa 60.000 operai e unità produttive anche con parecchie centinaia di addetti venivano considerate medie aziende: es. Pirelli 4000, CEAT 2900, FACIS 2400).
Complessivamente furono considerati, per il triennio 1970-72, circa 6200 episodi di lotta per oltre 500 unità produttive e il totale delle informazioni registrate relativamente a localizzazione, forme organizzative, motivazioni, tempi delle mobilitazioni furono più di 86.000.
Fonti principali di questo tipo di informazione erano i giornali: innanzitutto L’UNITA’, dove, in una sezione speciale venivano pubblicate le informazioni riguardanti i conflitti sindacali, ovviamente riferiti alle unità produttive dove vi fosse un rapporto con tali istituzioni; quando però le lotte assunsero un contenuto che superava gli obiettivi sindacali, le notizie erano diffuse, se pur in chiave antioperaia, da “La Stampa” e in parte ignorate o eluse dal giornale del Partito comunista, rendendo perciò necessaria una lettura comparata degli avvenimenti attraverso più quotidiani.
La catalogazione degli episodi conflittuali aveva comportato la parallela classificazione della realtà produttiva, non soltanto riferita all’ambito del comune di Torino, ma anche alla sua cintura. I risultati sono contenuti in un testo stampato, per mancanza di fondi in una forma tipografica abbastanza povera, dal titolo Metropoli e lotte operaie, nel quale era stata definita una geografia delle lotte e l’esistenza di una relazione tra il comportamento delle avanguardie operaie all’interno della Fiat e altre unità produttive (chiamate Poli di classe) diffuse sul territorio metropolitano: informazioni sui tempi, contenuti e forme delle lotte stesse venivano veicolate e trasferite al territorio, in un processo che partendo dalla Fiat si estendeva ai diversi poli di classe che a loro volta erano assunti dalle unità produttive territorialmente limitrofe.
CB: Io vorrei chiederti una cosa che in parte è legata a un mio ricordo, ma non faccio dell’autobiografia naturalmente. Vorrei chiederti se erano espressione delle attività che svolgevate nel gruppo ad Architettura quelle, chiamiamole impropriamente, planimetrie nelle quali si disegnava in sostanza il comportamento della classe operaia sul territorio, facendo riferimento alle fabbriche e fabbrichette, al modo con cui le lotte partivano in un punto, si diffondevano in punti contigui, raggiungevano punti più lontani. Quando tu parli, d’altra parte, di “polo di classe”, cosa intendi? C’erano poli in queste planimetrie delle lotte e del loro sviluppo sul territorio? I poli di classe avevano una loro relazione con questo sistema che aveva anche una sua rappresentazione grafica di straordinario impatto. Ricordo anche Dario Lanzardo e altri che osservavano e dicevano che era una cosa interessante…
SB: Per ogni episodio conflittuale si mettevano in evidenza durata e tipo (es. numero di giorni o ore di astensione, corteo, blocco, ecc.) e relativi obiettivi (aumenti salariali, mensa, abolizione cottimo, miglioramento ambientale, ecc.). Tali dati venivano trasferiti su planimetrie riferite a 18 zone dell’area metropolitana torinese, che rapportati a una scala temporale permettevano di identificare l’unità produttiva da cui partivano gli episodi conflittuali (polo di classe) e di quantificare il lasso di tempo impiegato da un obiettivo per diffondersi. Qualificavamo anche le lotte: il colore in rosso caratterizzava le lotte di attacco, quelle che esprimevano richieste di migliorare la qualità della vita degli operai. Col nero evidenziavamo le lotte di difesa quelle per il mantenimento del posto di lavoro, in genere situazioni allora minoritarie e riferite a produzioni obsolete. È corretto il tuo ricordo e mi sembra giusto qui citare che l’idea grafica, sicuramente frutto anche della creatività di architetti, era stata di Paolo Morello.
CB: Come si arriva a Quaderni del territorio?
SB: La conclusione di questo lavoro è coincisa praticamente con l’inizio (1976) delle pubblicazioni della rivista “Quaderni del Territorio” nel cui primo numero si dà conto di questo consistente lavoro, anche per supportare la tesi che la ristrutturazione produttiva in atto costituisse la risposta padronale a quello che era stato il picco delle lotte, attuate dal 1970 al 1972, corredata da un’analisi dettagliata dell’uso della Cassa integrazione individuata come indicatore di tale risposta.
La redazione torinese ha poi contribuito con continuità a tutti i numeri successivi (riferiti agli anni 1976-78).
Nel secondo numero, una ricognizione critica sulle forme di governo delle attività produttive e del territorio proposte dalla nuova giunta regionale piemontese formata dai partiti di sinistra che per la prima volta nel 1975 avevano vinto le elezioni regionali, era da supporto per l’individuazione, in alcuni aspetti contraddittori, degli strumenti di costruzione del consenso rispetto a singole e isolate parti sociali.
Nel terzo numero era pubblicata un’indagine sui diplomati delle scuole superiori di Torino che metteva in luce le novità che, dalla metà degli anni ’70, si affacciavano nel mercato del lavoro con i primi preoccupanti fenomeni di una montante disoccupazione giovanile scolarizzata.
Argomento scottante in anni in cui, per la prima volta dal secondo dopoguerra, il titolo di studio superiore non garantiva più un facile accesso al lavoro dipendente, né nel settore privato, né in quello pubblico, tanto che il coordinamento delle riviste (AUT AUT, PRIMO MAGGIO, QUADERNI DEL TERRITORIO, CRITICA DEL DIRITTO, MARXIANA), promosse un convegno a Milano nel dicembre 1977 su Occupazione giovanile, fabbrica diffusa, inchiesta operaia, i cui atti e relazioni sono stati pubblicate nel numero 4/5. A partire dall’inchiesta di cui si era dato conto nel terzo numero, il contributo torinese metteva in evidenza i problemi connessi al rapporto tra formazione, qualificazione e sbocchi professionali, nonché gli aspetti di complessità determinati dalla pluralità di attori coinvolti a seguito degli interventi legislativi messi in campo, ipotizzando i settori di maggiore possibilità occupazionale soprattutto verso esiti sempre più concreti di forme di lavoro nero e di precariato.
CB: Una domanda è ancora legata alla suggestione, lo confesso, che produce questo modo di lavorare all’università in una prospettiva che con l’accademia, così come la concepiamo convenzionalmente, ha relativamente poco che fare e che punta a sviluppare i momenti in cui accademie, territori, lotte operaie e lotte in genere sociali si coniugano abbastanza strettamente. Il gruppo di lavoro di cui tu parli ad Architettura a Torino e il sistema di punti di riferimento di “Quaderni del Territorio” in alcune città italiane quante persone coinvolge? Quando parliamo di gruppi di persone, intendiamo poche unità? Qualche decina? Non so immaginarlo…
SB: A Torino il gruppo di lavoro iniziale comprendeva quattro/ cinque persone: Enrico Bettini, Adriana Garizio Ferroni, Paolo Morello, Danilo Riva e chi parla. Dopo la pubblicazione del primo numero si sono aggiunti colleghi della Facoltà di Architettura provenienti principalmente dall’area socialista e psiuppina (tra i più attivi: Maurizio Vogliazzo e Alberico Zeppetella).
Furono inoltre attivate proficue collaborazioni in particolare quella con il Centro di ricerca del regionale della CISL, nella figura di Emanuela Merli, che ne era la responsabile, patrocinata per altro dal suo segretario regionale Mario Manfredda (un ex partigiano di area cattolica proveniente dal novarese) e con l’Osservatorio urbanistico regionale, struttura che affiancava dall’esterno l’Assessorato all’Urbanistica, gestito allora dal Prof. Astengo, dove nel frattempo il nostro collega Paolo Morello era diventato collaboratore. Importantissime queste relazioni, perché, era il 1975, le notizie sulla struttura produttiva sul territorio era legata a conoscenze dirette (sindacalisti, militanti di partito, parrocchie ecc.) e le informazioni istituzionali erano molto carenti e scarsamente sistematizzate.
La collaborazione con la CISL fu fondamentale per avere l’accesso ai dati dell’INPS: sia per il lavoro sulla Cassa integrazione, sia per i dati sulle caratteristiche degli assunti in Fiat nel 77/78 e riportati nell’indagine del Fondo del barile.
Rimaneva poi sempre forte la già citata relazione con Romano Alquati, sugli argomenti metodologici e teorici e con l’Istituto Gioele Solari della Facoltà di Scienze politiche per la sperimentazione di trattamenti informatici di database attinenti la ricerca sociale. Lì, infatti, un gruppo di giovani ricercatori (con il patrocinio di UNITO che rendeva accessibile il suo centro di calcolo di via San Massimo di recente istituzione) aveva organizzato una serie di lezioni e di esercitazioni e poi messo a disposizione un programma informatico per processare i dati relativi alla RICERCA SOCIALE.
A livello nazionale la rivista “Quaderni del Territorio” era organizzata con una serie di unità di ricerca, in genere riferite ad un Ateneo; all’inizio erano attive, oltre alla sede di Torino, Milano e Firenze, formate quasi esclusivamente da ricercatori afferenti alle Facoltà di Architettura. In particolare la sede di Firenze, allora tra le più frequentate da studenti di tutta Italia, garantiva attraverso tesi di laurea un’ampia applicazione delle formulazioni teoriche di QdT a diverse regioni (Sud, Sardegna, ecc.). Col procedere delle pubblicazioni vi furono le collaborazioni anche da altri settori disciplinari (filosofia, sociologia, ingegneria…) e quindi altre facoltà, di Venezia, Bari, Bologna, Roma, Napoli, Palermo si aggregarono. In genere si facevano riunioni in cui si ponevano emergenze territoriali oggetto di discussione collettiva che poi ogni sede declinava in modo diverso attuando ricerche in ambiti differenti sia dal punto di vista territoriale, sia dal punto di vista settoriale.
Per rispondere alla tua domanda circa la consistenza numerica dei collaboratori di QdT si può dire che ogni numero vedesse dai 25 ai 35 soggetti partecipati alle discussioni preparatorie e complessivamente posso affermare che, alternandosi i collaboratori, la consistenza delle persone coinvolte possa essere valutata tra le 80 e le 90 unità.
Nel 1979, a seguito degli arresti legati all’operazione 7 aprile-21 dicembre, che colpirono anche il direttore scientifico di Quaderni del Territorio (QdT), la pubblicazione del sesto numero della rivista venne bloccata. Il numero, dedicato alla trasformazione del settore terziario, era già pronto per la stampa e includeva un contributo della redazione torinese che apriva l’analisi a livello europeo. Il clima di repressione e paura diffuso nelle università e nella società provocò lunghe discussioni sul futuro della rivista: alcuni proponevano di pubblicare il materiale come ultimo numero di QdT, altri di rifondare la pubblicazione sotto una nuova forma. Di fronte all’impossibilità di trovare un accordo e al rifiuto di compromessi da parte di Magnaghi, la redazione torinese si fece carico di curare la pubblicazione dei saggi in un volume collettaneo, accompagnato da una prefazione scritta da Magnaghi dal carcere di Rebibbia.
La chiusura di QdT impedì anche la pubblicazione di una nuova inchiesta sui “nuovi assunti” della Fiat di Torino tra il 1977 e il 1978. In quegli anni la Fiat aveva ripreso le assunzioni dopo quattro anni di blocco del turnover, inserendo nelle officine oltre 15.000 nuovi lavoratori, in maggioranza donne e giovani scolarizzati. Assunzioni favorite anche dalla legge del 1977 sulla parità nell’accesso al lavoro. Questi nuovi operai si distinguevano per la scarsa adesione al sindacato e per una diversa forma di politicizzazione: portavano in fabbrica esigenze e valori maturati nel territorio e nella vita sociale, rifiutando il ritorno alle condizioni di lavoro precedenti al 1969. L’inchiesta mostrava che il tentativo della Fiat di ricostruire una forza lavoro più “disciplinata” era destinato al fallimento. Gli eventi successivi — il nuovo blocco delle assunzioni, il licenziamento di 61 delegati operai e la marcia dei 40.000 del 1980 — avviarono infatti il lungo processo di declino delle produzioni Fiat a Torino e delle tradizionali forme di conflittualità operaia.
Quando nel ’78 è stato affrontato il lavoro sulla Fiat, il gruppo torinese aveva cominciato a sfarinarsi. La rilevanza del fenomeno, il contributo di un gruppo di studenti e in particolare di Martino Ciatti (che firma con me il libro, sviluppando soprattutto il tema delle trasformazioni tecnologiche che sarà argomento della sua tesi di laurea) e il supporto del sindacato per il reperimento delle informazioni, mi hanno indotto a proseguire la ricerca che avrebbe dovuto essere l’argomento del settimo numero di QdT.
CB: Tu avevi fatto una comparazione interessante nella chiacchierata preparatoria: pur nelle enormi differenze, il dipartimento che Toni Negri aveva costruito intorno a sé a Padova aveva punti di tangenza con questo modo di concepire il rapporto tra l’accademia, il territorio, le svolte sociali, eccetera.
SB: Penso si tratti di esperienze diverse, noi, forse a causa della nostra formazione didattica, avevamo un approccio decisamente più pragmatico e le riflessioni teoriche emergevano dalla valutazione e interpretazione dei risultati delle ricerche sul campo. due cose diverse, però…
CB: Vorrei dire ancora una cosa, e poi un’altra, prima di chiudere su questo primo punto e passare al secondo. La prima cosa: aveva un ribaltamento sulla didattica tutto questo? Tu hai parlato di un gruppo di lavoro che era costituito da ex studenti, alcuni assistenti, assistenti precari, assistenti a titolo gratuito, altri studenti che avevano attività nell’ambito di Architettura, forse qualcuno era anche operante a Scienze politiche…C’era un ribaltamento sulla didattica o invece no? Era legittimato come contenuto della didattica sia il lavoro sulla disoccupazione giovanile sia quello sui nuovi assunti? Sono stati oggetto di valutazione all’interno del percorso della preparazione per Architettura, erano tempi in cui queste cose erano consentite?
SB: Fino al 1980 gli studenti ad Architettura riuscivano a gestire con una certa autonomia i contenuti dei lavori di gruppo: alcuni temi trattati e ampliati nella rivista prendono proprio spunto da attività svolte con gli studenti nell’ambito di seminari e laboratori e sono stati, dopo opportuni adattamenti, oggetto di valutazione nell’ambito del loro percorso didattico. Anche la trattazione sulle trasformazioni tecnologiche nella produzione delle auto nell’area metropolitana torinese, contenuta ne Il Fondo del barile, è tratta dalla tesi di laurea di Martino Ciatti (coautore del volume).
CB: Una domanda su Magnaghi. Aveva un ruolo determinante?
SB: Alberto Magnaghi si è laureato in Architettura a Torino e aveva iniziato come assistente volontario del professor Mollino; avendo percepito che qui non vi era spazio per le sue ambizioni accademiche preferì trasferirsi a Milano, dove il clima culturale era certamente più aperto e accogliente. Rimanendo ancora però per alcuni anni residente a Torino mantenne le relazioni con studenti e laureati torinesi, prima attraverso la sezione universitaria del PCI, poi con il movimento studentesco torinese, e in particolare con il gruppo “La città fabbrica” nato proprio dalla esperienza di Classe operaia (il cui nome derivava proprio da una definizione di Romano Alquati e promosso oltre che da Franco Audrito, Enzo Bertone , e Paolo Morello, da Magnaghi stesso). Nominato assistente di ruolo presso il POLITECNICO DI Milano, patrocinò il COORDINAMENTO UNIVERSITARIO DOCENTI SUBALTERNI dalla cui attività nascerà il nucleo fondatore di QUADERNI DEL TERRITORIO. La presenza di Magnaghi nell’animare tutte queste iniziative denuncia il suo ruolo determinante che sarà potenziato con le attività di collegamento tra sedi territorialmente differenti, ruolo che diverrà ancora più di peso con la sua adesione a Potere Operaio.
CB: Mi sono voluto soffermare su questa dimensione universitaria perché oggi non si sa più nulla di questa apertura, di queste epifanie che fiorirono negli anni Settanta soprattutto in alcuni luoghi.
SB: Hai ragione, e varrebbe la pena approfondire le origini di alcuni percorsi di ricerca “alternativi”, anche se, da quanto emerge da questa nostra chiacchierata, la loro ricostruzione è tutt’altro che semplice e meriterebbe una indagine e una ricostruzione specifica per restituirne complessità e intrecci relazionali.
Marco Scavino (MS): Posso fare una domanda più specifica? Nelle chiacchierate che abbiamo fatto progettando questa intervista, a proposito della rete di relazioni con cui il gruppo di “Quaderni del Territorio” ha elaborato un po’ il progetto se non la realizzazione vera e propria del volume, tu avevi accennato anche al Club Turati. Puoi dire qualcosa su questo?
SB: Sì. Dopo il 7 aprile c’erano state alcune riunioni promosse, in chiave garantista, dal Club Turati sulla vicenda degli arresti. Da quegli incontri era nata la disponibilità del Club Turati a sponsorizzare i gruppi che si interessavano all’ “inchiesta operaia” a Torino anche a fronte della emergenza e della risonanza dei problemi connessi alla presenza dei nuovi assunti.
In quell’estate 1979 anche la stampa nazionale più ”divulgativa” aveva prestato attenzione al fenomeno nuove assunzioni alla Fiat. Ricordo che nel mese di agosto un settimanale («Panorama» o «L’Espresso»), nell’ambito di un articolo sulla Fiat, aveva pubblicato l’intervista a un sindacalista della Cisl, che citava l’indagine e la sua prossima pubblicazione in un libro, (la cosa mi è rimasta impressa perché nel servizio venivo definita come “sociologa”).
Al Turati partecipavano QdT e il gruppo dei collaboratori torinesi di “Primo Maggio” con Revelli, Mantelli, credo anche Sanna; così, soprattutto da settembre, ci trovavamo con appuntamenti quindicinali per discutere delle prospettive dell’inchiesta operaia. Poi il 9 ottobre la notizia dei licenziamenti dei “61” (61 “avanguardie” accusate di comportamenti incompatibili con la disciplina aziendale); a quel punto le riunioni vertevano più che sull’inchiesta su significato e prospettive della fabbrica e dell’intero comparto di prodizione dell’automobile dopo quei licenziamenti. Di lì a poco gli arresti del 21 dicembre hanno rappresentato una svolta pesantissima e la chiusura totale di tutti i canali di comunicazione.
MS: Questi incontri che il Club Turati ospitava ricordi dove si svolgevano?
SB: Il Club Turati aveva la sede in un ammezzato di Palazzo Carignano che si affacciava sulla omonima piazza, prima sede dell’Unione culturale. Ricordo che Antonicelli teneva le sue comunicazioni in quelle stanze. Dall’ingresso principale si saliva nell’ ammezzato. Questa forma di protezione da parte del PSI si era rafforzata anche con un contatto con Elda Tessore, esponente di spicco di quel partito, da lei sollecitato, nel quale mi aveva chiesto una anticipazione dei risultati dell’inchiesta da far circolare tra i militanti. Anche l’apertura del PSI, ahimè, si interruppe bruscamente col 21 dicembre.
CB: Questo è sintomatico perché era quello che noi ci domandavamo: quanto pesasse la lotta armata, o il fantasma della lotta armata, quanto incidesse sulla rappresentazione dei comportamenti di ricerca radicali.
SB: Credo che la lettura degli avvenimenti illustri molto bene il clima di quei mesi: se dopo il 7 aprile qualche spiraglio di garantismo permaneva ancora, con i licenziamenti di ottobre e gli arresti del 21 dicembre ogni porta si chiuse. Ricordo però che fin dall’inizio vi fu chiusura totale da parte del Partito comunista.
MS: Passerei ora ai temi più strettamente legati a Il fondo del barile. Nell’ottobre del 1979 ci fu a Torino un convegno, promosso da «Primo maggio» e da altre riviste della nuova sinistra (tra le quali «Quaderni del territorio»), sul tema Vecchi e nuovi operai nella Fiat che cambia. Gli atti furono pubblicati l’anno seguente dalla rivista «Inchiesta». Tu in quell’occasione tenesti una relazione che forniva già alcune informazioni sui temi affrontati nel libro, vero?
SB: Sì, perché quando si svolse il convegno la ricerca era praticamente completata. Feci un intervento su I nuovi assunti alla Fiat, che compare negli atti pubblicati da «Inchiesta».
MS: Tu prima hai sottolineato il fatto che il libro era nato nell’ambito del collettivo di ricerca attivo ad Architettura e legato a «Quaderni del Territorio». La maggior parte del lavoro però fu opera tua, con il supporto di Martino Ciatti, tant’è vero che il volume comparve con i vostri nomi, come autori.
SB: In effetti il volume di fatto lo preparai io, anche se con l’aiuto determinante di Martino Ciatti, perché nel frattempo il collettivo si era sciolto, sfarinato. Tutta la parte del reperimento e del trattamento dei dati sui nuovi assunti l’ho fatta personalmente. E devo dire che è stato un patrimonio di conoscenze che poi mi è servito molto per la mia attività di ricercatrice.
CB: Un punto che non abbiamo ancora toccato riguarda il titolo del libro, Il fondo del barile. Puoi ricordare che origine aveva?
SB: Sì, è importante. Si trattava di un’espressione usata da Adalberto Minucci (membro della segreteria nazionale del Partito comunista e segretario provinciale a Torino) in una intervista rilasciata a Lietta Tornabuoni e uscita ne «La Stampa» il 13 ottobre del 1979, pochi giorni dopo i 61 licenziamenti alla Fiat. Parlando proprio dei nuovi assunti, in relazione al mercato del lavoro, Minucci disse che si era “raschiato il fondo del barile”, immettendo in fabbrica persone sostanzialmente estranee alla cultura del lavoro operaio. Il suo era un discorso vagamente dispregiativo, ma soprattutto ad Alberto Magnaghi sembrò subito una definizione efficace, in quanto rappresentava un punto di vista ben preciso, e la propose come titolo. Gli esiti della ricerca avevano proprio messo in evidenza che i nuovi assunti, in maggioranza giovanissimi, sia uomini che donne, avevano delle connotazioni assolutamente diverse da quelle degli operai delle generazioni precedenti, quelli a cui si faceva riferimento tradizionalmente nelle lotte. Le operaie erano più femministe che donne in generale. I giovani erano per lo più ex studenti con la prospettiva di non rimanere per sempre alla Fiat, ma di praticare un periodo di tempo di lavoro operaio e poi lasciare la fabbrica. Molti erano ecologisti, avevano una grossa sensibilità per i problemi che riguardavano la qualità della vita, ma la qualità della vita non soltanto dentro la fabbrica ma nella vita sociale in generale. Dato per altro confermato dai risultati delle elezioni della primavera 1979: nei quartieri operai dove il Partito comunista era stato storicamente egemone, il Partito radicale aveva ottenuto dal 7% al 9% dimostrando una disaffezione nei confronti del partito operaio per eccellenza.
Stefano Musso (SM): Una domanda di carattere tecnico. Tu come accertavi questi elementi di identità? Come siete passati dal reperimento dei dati alla loro valutazione e interpretazione?
SB: Il volume presenta una ricerca sulla nuova forza lavoro Fiat svolta tra novembre 1978 e maggio 1979, articolata in due fasi: un’indagine statistica e un’inchiesta diretta. La prima fase ha analizzato circa 11.000 operai avviati dall’Ufficio di collocamento di Torino, distinguendo tra assunti e respinti alla visita medica. Da questo insieme è stato estratto un campione rappresentativo di 800 lavoratori (circa il 12% degli assunti), utilizzato per ricostruire caratteristiche oggettive come origine geografica, anno di migrazione, composizione familiare, residenza, istruzione e mobilità occupazionale. La seconda fase è stata un’indagine qualitativa sui nuovi assunti, condotta tramite interviste e questionari a circa 60 operai, sia in ambito sindacale sia fuori dal sindacato (corsi delle 150 ore), per ridurre possibili distorsioni legate alla sola selezione di lavoratori “politicizzati”. Si era cercato di individuare altre persone attraverso contatti diretti, al bar, alle chiamate del collocamento, che si tenevano in un cinema di terza visione, l’Adriano, nella zona di Mirafiori, per contenere il consistente afflusso di giovani e donne: alla richiesta di lavoro operaio la risposta era apparentemente contraddittoria; se essa proveniva da una piccola fabbrica erano pochi a rispondere; quando invece a chiamare era la Fiat il clima si infuocava come se il lavoro in Fiat apparisse alle nuove generazioni un posto sicuro e garantito.
SM: In effetti negli stabilimenti Fiat i sindacati, attraverso i delegati, erano riusciti a strappare regole sull’organizzazione del lavoro che avevano modificato profondamente tutto il sistema dei tempi. La produzione giornaliera da fare veniva calcolata sulla base delle presenze effettive, e teniamo conto che in media negli anni Settanta l’assenteismo era del 14%! C’era insomma un clima generale che consentiva di lavorare con dei ritmi meno pressanti e logoranti. Secondo te i nuovi assunti come si sono inseriti in questo tipo di clima?
SB: Che negli anni precedenti ci fossero state conquiste importanti è verissimo. Pensiamo a qual era la situazione nel 1969, ricordo un’assemblea operai-studenti tenutasi nei giorni precedenti il 3 luglio, giorno degli scontri di corso Traiano, dove operai di Mirafiori raccontavano la durezza del lavoro alla catena, e in reparti malsani quali la pomiciatura, dove ancora si lavorava con l’acqua alle ginocchia. Poi la situazione, grazie alle lotte e alla contrattazione permanente, sono migliorate, anche attraverso le trasformazioni tecnologiche (come nel caso della verniciatura).
E il clima generale, nella seconda metà degli anni Settanta, era oggettivamente cambiato. Ricordo che nell’autunno del ’79, quando avevamo avuto modo di fare una visita all’interno di Mirafiori, introdotti dai delegati Cisl (c’erano anche Romano Alquati e Alberto Magnaghi), eravamo rimasti molto colpiti proprio dalla sensazione di lentezza nei processi lavorativi. A un certo punto, in un reparto in cui il lavoro si svolgeva alla catena di montaggio, era stato chiesto di fermare il pulmino sul quale ci spostavamo, perché non riuscivamo a capire con quale velocità si muovesse la catena. In effetti gli operai e le operaie riuscivano a fare la produzione richiesta in un numero di ore inferiori a quelle previste, gestendo in maniera relativamente autonoma i propri tempi, e così avevano alcune ore “libere” (diciamo così) verso la fine del turno. Si calcolava che lavorassero quattro ore e mezza, o cinque, invece delle sette e mezza previste. Qua e là vi erano i cosiddetti “spazi di socializzazione”, con tavolini, dove gli operai prendevano il caffè, leggevano i fumetti, o chiacchieravano aspettando la fine del turno.
Naturalmente questo clima, che per i nuovi assunti di fatto era la normalità, si sposava bene con il loro atteggiamento disincantato nei confronti del lavoro, anche se in realtà sappiamo che all’interno dei sindacati e anche tra una parte dei delegati c’era la preoccupazione che quel tipo di comportamenti potesse fornire all’azienda il pretesto per mettere in discussione le conquiste ottenute. Il ragionamento in sostanza era: attenzione, perché se noi facciamo capire al padrone che riusciamo a fare la produzione in meno ore, prima o poi ci dirà che allora dobbiamo ridiscutere tutto; nessuna conquista va data per scontata e intoccabile. Personalmente non credo che queste considerazioni avessero molta presa nella maggioranza dei nuovi assunti, ma comunque va detto che il rapporto con le strutture di base del sindacato, in sostanza con i delegati, in quegli anni continuava a funzionare. Probabilmente parte dei nuovi assunti era diffidente verso il sindacato come istituzione, ma alle lotte in genere partecipavano massicciamente, come ha dimostrato il conflitto per il rinnovo del contratto nazionale nel 1979.
MS: A questo punto puoi dirci qualcosa sull’uscita del libro, che avvenne nel 1980, ma non è ben chiaro in quale periodo dell’anno? E anche della sua ricezione, se suscitò interesse e venne discusso pubblicamente.
SB: A distanza di così tanto tempo mi è difficile ricordare con precisione, e purtroppo il volume non ha l’indicazione di quando fu finita la stampa. A ottobre Magnaghi quando propose per primo, dopo la lettura dell’intervista su La Stampa (13 ottobre 1979) ad Adalberto Minucci, il titolo si pensava ancora a un numero speciale di QdT, senz’altro la pubblicazione è posteriore all’aprile del 1980 perché la sua prefazione porta quella data.
Tra l’altro, come ho già detto, l’arresto di Magnaghi a dicembre del ’79 e il conseguente sbandamento di «Quaderni del territorio» avevano creato una situazione difficilissima, anche per i rapporti economici con l’editore e mi sono trovata praticamente da sola a fronteggiare problemi di ogni tipo. Comunque, riflettendoci un po’, sarei portata a dire che il libro uscì dopo l’estate del 1980, forse a settembre.
Naturalmente, nel caso de Il fondo del barile, queste non sono pignolerie fine a sé stesse, perché se parliamo di settembre vuol dire che il libro purtroppo uscì in coincidenza con l’apertura della crisi drammatica della Fiat, quando l’azienda annunciò di voler procedere a oltre 14.000 licenziamenti nel settore dell’auto. E questo potrebbe spiegare, in effetti, perché io stessa non ricordi recensioni o discussioni del libro significative. Forse qualche segnalazione nella stampa locale, a Torino, ma non saprei dire con certezza. In quelle settimane cruciali, tra settembre e ottobre del 1980, a tutto si pensava tranne che a quello, è ovvio. L’unico ricordo che ho, in effetti, riguarda un incontro con un collettivo femminista, avvenuto alla Casa delle donne, in via Vanchiglia, all’Antico Macello. Me lo ricordo perché alle compagne del collettivo interessava soprattutto la parte del libro riguardante le donne, che anche per me era fondamentale. Lì si era discusso di che cosa rappresentava l’ingresso in fabbriche come la Fiat per le donne, soprattutto per alcune di loro, magari non per le giovanissime, ma per chi era già sposata e perlopiù si era dedicata per tutta una fase della propria vita al lavoro classico di riproduzione, e poi a un certo punto aveva deciso di diventare operaia metalmeccanica, grazie anche a tutta una serie di norme entrate in vigore in quegli anni che favorivano la parità nelle assunzioni. Noi le definivamo “le mogli dell’operaio-massa” ed era davvero una questione importante e, come gran parte delle questioni femminili, contraddittorie: da un lato si trattava di un passaggio liberatorio, della conquista di una maggiore autonomia e indipendenza, che però continuava a scontrarsi con un’enorme quantità di pregiudizi, di stereotipi consolidati, anche tra molti compagni maschi. Questioni su cui i movimenti femministi giustamente insistevano molto.
MS: Mi sembra significativa questa difficoltà che tu sottolinei. Si può dire che Il fondo del barile sia stato un libro sfortunato? Concepito e realizzato come un contributo a un certo tipo di discussione all’interno dei movimenti di classe, uscì quando tutto veniva radicalmente messo in discussione dall’offensiva della Fiat. Per fare una battuta, appena uscito poteva essere considerato quasi un libro di storia, che descriveva una realtà spazzata via con la forza. Che ne pensi?
SB: Mah, forse sì. Va da sé che dopo l’autunno dell’’80 alla Fiat sia cambiato quasi tutto, era una sconfitta pesantissima, si discuteva di Cassa integrazione, di liquidazione delle avanguardie di lotta, ecc. Ma tutto sommato io penso che l’analisi fatta delle trasformazioni avvenute nella composizione della classe operaia mantenesse una certa importanza, anche se il contesto Fiat era cambiato così rapidamente e radicalmente.
CB: Su questo credo non ci siano davvero dubbi. Il pregio del tuo libro è di aver analizzato quelle trasformazioni in tempo reale, per così dire. E speriamo che questa nostra chiacchierata possa servire a suscitare ancora qualche interesse su questi temi e, soprattutto, sul punto di svolta decisivo situabile a Torino fra i secondi anni Settanta e l’ottobre 1980, che ci fanno parlare con un po’ di giustificata enfasi di “fine della classe operaia” e che mantengono anche oggi una loro importanza, almeno per chi considera il lavoro operaio (comunque declinato) una chiave di lettura fondamentale per capire la società in cui viviamo. Grazie, Silvia.
Nota biografica
Silvia Belforte: laureata in Architettura, è stata professore associato presso il Politecnico di Torino. Ha partecipato alla fondazione e alla redazione della rivista QUADERNI DEL TERRITORIO diretta da Alberto Magnaghi contribuendo con saggi relativi alla trasformazione industriale torinese, al decentramento produttivo e ai cambiamenti nella composizione del lavoro. È coautrice (con Martino Ciatti) del libro Il fondo del barile: riorganizzazione del ciclo produttivo e composizione operaia alla Fiat dopo le nuove assunzioni, Milano. 1980; curatrice del volume Oltre l’ACNA: identità e risorse per la rinascita della Valle Bormida, Franco Angeli, 1993. Ha svolto, per oltre venti anni, numerose ricerche sulle residenze universitarie pubblicando saggi e articoli e partecipando, in qualità di consulente del Ministero dell’Università e della Ricerca, alla stesura delle norme tecniche per i Collegi universitari.
La foto di copertina è di Mauro Raffini, tutte le informazioni qui https://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-3g080-0000239/


