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La cassiera? Lavora a New York, ma vive a Manila

“Nel frenetico mondo digitale di oggi, le aziende hanno bisogno di soluzioni flessibili, efficienti ed economiche per rimanere competitive. Noi di Filipinos of NY offriamo la soluzione perfetta: cassieri virtuali su Zoom dalle Filippine. I nostri esperti cassieri virtuali sono pronti a sostenere le tue attività aziendali con servizi di cassa professionali e affidabili da remoto”. L’iniziativa, spiegano gli autori dell’inserzione su filipinosofny.com, sito web della comunità di Little Manila, nel Queens, punta ad “aiutare le imprese di New York a trovare dipendenti e insieme aiutare la comunità filippina”.

Il fenomeno dei cassieri filippini che lavorano “da remoto” a New York suscita la curiosità dei media ormai da qualche anno, quando, complice l’esperienza del lavoro da remoto durate la pandemia, a qualcuno è venuto in mente che quello che era stato un espediente temporaneo in futuro potrebbe trovare nuove e più stabili applicazioni. “Al Sansan Chicken nell’East Village di Manhattan, – scriveva un anno fa l’Asian Journal – l’ora di punta del pranzo inizia col bagliore di uno schermo. I clienti si avvicinano a un display fissato sopra la cassa. Appare una donna, con le cuffie in testa, che ci rivolge un saluto ben confezionato. La voce è chiara. L’atteggiamento calmo e sicuro. Dove si trova? A migliaia di chilometri di distanza. Sta nelle Filippine”.

La tecnologia, insomma, più che bruciare posti di lavoro, può trasformarli, il punto è se in meglio o in peggio. Oggi web, IA e digitale vengono utilizzati in modo crescente per mettere in competizione tra loro lavoratori di tutto il mondo, neutralizzare la contrattazione nazionale nei diversi paesi, abbassare i costi e frammentare ulteriormente la forza-lavoro: una ristrutturazione capitalistica, che, a differenza di quella degli anni ‘70-’80, non risponde a un’avanzata del movimento operaio, ma fa leva sul suo arretramento.

“Assumere un cassiere virtuale nelle Filippine ti permette di ridurre in modo significativo i costi generali, inclusi quelli per locali, utenze e benefit per i dipendenti. Grazie al costo della vita delle Filippine, più basso rispetto agli Stati Uniti, puoi accedere a talenti con qualifiche elevati pagando una frazione degli attuali costi. In settori in evoluzione come il commercio al dettaglio e la ristorazione i cassieri virtuali possono fare da apripista, offrendo ai piccoli imprenditori una risposta all’aumento degli affitti commerciali e all’inflazione elevata” spiega ancora Filipinos of New York. “La retribuzione standard del settore per i cassieri virtuali in media va dai 3 ai 6 dollari l’ora, a seconda dell’esperienza e delle competenze, molto sotto il salario minimo pagato nelle principali città americane, che sta tra i 14 e i 16 dollari”.

Talvolta i cassieri virtuali vengono integrati nel food delivery. Happy Cashier, è stata fondata nel 2024 a New York da Chi Zhang, un imprenditore cinese che ammette di essere stato ispirato dalla pandemia e fornisce i propri servizi prevalentemente a ristoranti orientali. I suoi operatori ricevono gli ordini di UberEats per telefono e rispondono alle loro domande, consentendo ai pochi dipendenti dei suoi clienti di concentrarsi sulla preparazione del cibo. “Questa mossa non è solo un modo per testare le applicazioni della tecnologia, ma l’anticipazione di un’industria dei servizi del futuro, in cui le mansioni del personale più che essere soppresse vengono reinventate” scriveva nel 2024 il Manila Bulletin. Gli Stati Uniti non sono i soli a sperimentare le nuove applicazioni e le Filippine non sono l’unico serbatoio di lavoro a basso costo. Nel 2022 il podcast Planet Money, sul sito della radio americana NPR, citava un fast food di Toronto i cui cassieri lavorano online dal Nicaragua. Nel 2025 Lawson, una catena di empori low cost aperti 24 ore su 24 e sette giorni su sette, in Giappone a assunto cassieri giapponesi residenti in America ed Europa, così da sfruttare i vantaggi del fuso orario per coprire i turni. In Europa per ora i grandi marchi della distribuzione preferiscono affidarsi alle casse automatiche, in futuro chissà…

I cassieri virtuali sono semplicemente una delle tante mansioni “reinventate” da un’industria, il BPO, Business Process Outsourcing, che solo nelle Filippine fattura 40 miliardi di dollari l’anno e impiega quasi due milioni di persone. I servizi erogati non si limitano alla ristorazione e al commercio al dettaglio, ma coprono attività ben più rilevanti in termini di importanza e di capitale mobilitato – dal settore finanziario-assicurativo all’assistenza sanitaria (uno dei settore più in crescita), fino ai moderatori dei social e agli assistenti nel campo IT e cybersecurity. Qualunque regione del mondo a basso costo del lavoro ed elevata fame di occupazione può diventare un serbatoio di forza-lavoro per le piattaforme specializzate che arruolano personale anche per conto dei colossi internazionali.

Nel mondo il BPO fattura 200 miliardi di dollari l’anno (si prevede che nel 2034 arriverà a oltre 350) e impiega 25 milioni di lavoratori, circa quattro volte gli addetti alla siderurgia. Per questo l’interrogativo da porsi è se sia possibile organizzare una forza-lavoro così sui generis e, se sì, in che modo. I sindacati tradizionali finora non sono stati in grado di rispondere. Facendo una rapida ricerca sul web tra le poche iniziative che riesco a trovare c’è un seminario tenutosi lo scorso novembre ad Accra, nel Ghana, organizzato dal locale sindacato delle comunicazioni Communication Workers Union insieme alla confederazione mondiale Uniglobal. Al seminario hanno preso parte 21 lavoratori e lavoratrici del settore, a cui sono stati impartite nozioni di sindacalizzazione, sviluppo della leadership, salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Sul suo sito Uniglobal rivendica il proprio impegno per sindacalizzare l’industria digitale e dei servizi in outsourcing nel continente africano, non solo in Ghana, ma anche in Kenya, Tunisia e Marocco.

In India, il paese dove grazie all’elevata padronanza dell’inglese il BPO vanta il maggior numero di addetti – circa quattro milioni e mezzo – i tentativi di sindacalizzazione sono iniziati alla metà degli anni 2000, al diffondersi delle prime forme di outsourcing digitale, finora – si direbbe – con magri risultati. Gli studi accademici reperibili sul web si fermano a una dozzina di anni fa e questo è di per sé già significativo. Il problema, lamenta chi ci ha provato, è che qui chi lavora nell’outsourcing digitale in media guadagna più che in altri settori. La contropartita, certo, è lavorare come schiavi adattandosi ai ritmi e agli orari richiesti da aziende perlopiù straniere che operano lungo tutti i fusi orari e a cui i governi indiani hanno concesso ampie deroghe alla normativa sul lavoro. Tuttavia un’ampia maggioranza dei lavoratori del BPO, che qui chiamano “agenti” per rimarcare che non sono dipendenti, si adatta, ritiene di non aver bisogno di un sindacato e di poter gestire i problemi direttamente col datore di lavoro. Queste almeno sono le argomentazioni citate negli studi pubblicati dal 2006 al 2013. Ma c’è chi continua a provarci. Nascent Information Technology Employees Senate (NITES), il sindacato indiano dell’IT che organizza anche i lavoratori del BPO, in questi anni per difendere i suoi iscritti ha presentato denunce e inoltrato istanze ai ministeri competenti. Due anni fa nello Stato del Karnataka KITES, sindacato dei lavoratori dell’IT, ha organizzato assemblee dei lavoratori davanti ai cancelli e banchetti lungo le strade per protestare contro l’aumento dell’orario di lavoro da 10 a 14 ore a settimana e proposto degli emendamenti alla legge al governo locale.

Nelle Filippine già da qualche anno opera BIEN Pilipinas, rete di lavoratori del BPO, i cui attivisti si battono per difendere la propria condizione coprendo un ampio spettro di argomenti (salari, licenziamenti, sicurezza sul lavoro, inflazione e politica sociale del governo), raccogliendo denunce provenienti dai posti di lavoro e amplificandole grazie ai media, stringendo relazioni con organizzazioni sindacali più tradizionali anche all’estero. Lo scorso ottobre, dopo il violento terremoto che ha colpito l’arcipelago, gli attivisti di BIEN hanno diffuso le testimonianze di lavoratori fuggiti dalle proprie postazioni per mettersi in salvo e costretti a rientrarvi dalle minacce dei datori di lavoro. A fine anno BIEN ha preso parte alle manifestazioni di protesta contro il governo di Marcos jr in occasione del quarantennale della rivoluzione.

Nel complesso, tuttavia, è chiaro che è un mondo in sostanza ancora privo delle necessarie coperture sindacali e su cui i grandi gruppi internazionali fanno leva allo scopo di smantellare il sistema di tutele e di welfare che protegge i lavoratori europei e americani. Da questo punto di vista l’inerzia della sinistra e del sindacato in Europa e negli Stati Uniti riflette non solo il fatto che l’internazionalismo è un concetto ormai abbandonato in nome una silente complicità con le grandi imprese delle economie avanzate e una scarsa lungimiranza: una scelta che prima o poi si paga o meglio la pagheranno coloro che sinistra e sindacato dovrebbero rappresentare.

Da questo punto di vista la diffusa retorica sulla “disoccupazione tecnologica”, che gli stessi apparati politico-sindacali agitano ormai in modo isterico, è la diretta conseguenza di tale scelta ed è funzionale a nascondere il vero problema: non la tecnologia “cattiva”, che come un moloch sopprime posti di lavoro e a cui opporre una resistenza destinata prima o poi a essere sconfitta (vedi le lotte dei dockers negli USA contro l’automazione delle banchine), ma l’uso capitalistico del digitale che le grandi imprese oggi adoperano non tanto per bruciare il lavoro, quanto piuttosto per trasformarlo, spostarlo come una palla da biliardo da una parte all’altra del mondo in base alle richieste del mercato, infine atomizzare la forza-lavoro. Ma l’uso capitalistico del digitale non è né l’unica possibilità né un destino ineluttabile: poiché aumenta la produttività del lavoro la tecnologia può essere utilizzata anche per ridurre le ore di lavoro, incrementare l’occupazione, rendere il lavoro meno usurante e pericoloso. Per riuscirci o almeno provarci, però, chi rappresenta il mondo del lavoro deve entrare nell’ordine di idee che prima o poi bisognerà rompere con una logica di mera amministrazione dello status quo.