Conflitti,  Lavori

Nella Terza guerra mondiale. Colloquio con Matilde di Connessioni Precarie

Riproponiamo questo articolo già apparso su PuntoCritico.

Nella pubblicistica di questi anni sulla guerra e sulla fase apertasi coi conflitti in Ucraina e a Gaza il volumetto pubblicato da Derive Approdi, Nella terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente, è decisamente un unicum, perché vi è chiaro il tentativo di sottrarsi alla tentazione di ripetere slogan buoni per ogni stagione per cercare piuttosto di sviluppare un’analisi dei fatti e una strategia d’azione. Per Connessioni Precarie, il soggetto collettivo autore del saggio, promotore insieme ad altri della rete Reset against the War, la Terza guerra mondiale è iniziata con l’invasione dell’Ucraina e proseguita col genocidio in Palestina. Il problema è come navigarvi e opporvisi. Il libro si concentra in particolare sulla necessità di sviluppare una battaglia politica contro il ‘campismo’, inteso come un modo di analizzare la guerra che ne identifica i protagonisti in blocchi politici omogenei – NATO e Russia; Israele e Palestina; USA e Cina – ignorando le differenze di classe al loro interno e, dunque, rinunciando preventivamente all’ipotesi di disarticolare il fronte della guerra a partire dalle sue contraddizioni interne e di sviluppare alleanze scavalcando i confini geografici. A Matilde, esponente torinese del gruppo, abbiamo chiesto innanzitutto che cos’è Connessioni Precarie.

Puoi spiegarci brevemente chi siete e cosa fate?

Connessioni Precarie è nato attraverso un lungo percorso post Genova 2001, che è passato anche attraverso la nascita del Coordinamento migranti di Bologna. Oggi, l’intreccio tra patriarcato, sfruttamento e razzismo e il modo in cui incidono sulle condizioni del lavoro contemporaneo sono le ragioni che muovono la nostra lotta e la nostra organizzazione. Da alcuni anni abbiamo avviato anche un piano di intervento transnazionale attraverso la Transnational Social Strike Platform, che ha dato vita a un coordinamento con collettivi di tutta Europa ed è proprio dentro il TSS che è nata l’iniziativa di cui parliamo all’inizio del libro, cioè un’assemblea permanente contro la guerra, che va anche oltre i confini europei e ha coinvolto, ad esempio, attivisti ucraini e russi così come palestinesi e, ad esempio, refusnik israeliani.

Dove nasce l’interesse per il nodo politico che nel libro chiamate campismo?

Quando è scoppiata la guerra in Ucraina ci siamo preoccupati di capirne il significato e l’impatto sia sui fronti di combattimento ma anche aldilà di questi. Quel conflitto ci sembra uno scarto importante nelle dinamiche transnazionali del capitale e del lavoro, perciò abbiamo deciso di creare questa assemblea permanente contro la guerra, ma presto abbiamo riscontrato difficoltà nell’organizzare un’opposizione con l’obiettivo di mettere fine alla guerra.

Quali?

Sono state difficoltà di varia natura ma prevalentemente politiche, legate appunto alle posizioni che definiamo campismo. Campismo per noi significa riprodurre la logica “amico-nemico” adottata dai governi assumendo che i protagonisti dei conflitti siano blocchi omogenei e dunque ignorando le disomogeneità al loro interno e scartando la possibilità di allearsi con chi nel blocco opposto si batte come noi contro la guerra e può essere un alleato. Per fare un esempio concreto all’inizio della guerra alcuni compagni ucraini ci chiedevano di sostenere l’invio di armi, sposando il bellicismo del loro governo, ma anche stendendo un velo di silenzio, ad esempio, sulle proteste contro la legge promossa da Zelenski poco dopo l’invasione russa per deregolamentare i rapporti di lavoro e legittimare lo sfruttamento ulteriore dei lavoratori, o sulla caccia ai renitenti alla leva e alle donne trans, considerate soggetti che si sottraevano al loro dovere maschile di impugnare le armi. Così come, sull’altro versante, lo stesso atteggiamento impediva di valorizzare le le posizioni delle femministe russe schieratesi da subito contro la guerra e contro la retorica delle madri che devono produrre soldati per la Patria e che denunciavano come i primi a essere inviati al fronte fossero gli uomini delle famiglie più povere.

Possiamo dire che è l’effetto della cancellazione della questione di classe dall’orizzonte della politica internazionale?

Sì, esatto. Negli ultimi anni la politica identitaria è diventata dominante e questo ha impedito spesso di ragionare aldilà di identità etno-nazionaliste, finendo per fare, per esempio, degli israeliani – anche laddove, certo in numeri troppo limitati, si sono schierati contro l’occupazione e il genocidio – un nemico tout court, e dei palestinesi un popolo che necessariamente si schiera con chi lo governa, Hamas, e con i paesi che lo supportano, il cosiddetto “Asse della resistenza”, ignorando le fratture interne e rendendo più complesso immaginare una resistenza che non ambisse solo alla restaurazione del passato pre-coloniale (non più ripristanibile nella sua forma originaria) ma che fosse piuttosto una liberazione collettiva capace di non mettere in secondo piano il rifiuto del patriarcato, del razzismo e dello sfruttamento.

Parli di difficoltà riscontrate all’inizio del processo. Poi com’è andata? Ci sono stati degli sviluppi sia a livello internazionale che in Italia? Abbiamo visto, ad esempio, che state girando molto per presentare il libro. Che riscontri avete? Perché può capitare che se sostieni queste posizioni ti venga dato del ‘sionista’.

In effetti questo che dici è capitato anche a noi, ma ci pare che dei passi in avanti siano stati fatti. Gli scioperi di settembre e di ottobre lo dimostrano, perché al centro sono state poste questioni nuove. C’è  stata la spinta della Flotilla, che ha sottolineato l’urgenza di fermare il genocidio, ma a noi sembra che sia emerso anche un rifiuto di massa della guerra. E che questo rifiuto arrivi anche dai posti di lavoro – porti, logistica, ospedali – ma anche dalle scuole e dalle università. Perché qui si comincia a ragionare sul fatto che le condizioni di lavoro cambiano a causa della guerra. E l’allargamento del movimento a questi settori ha avuto come conseguenza positiva l’affermarsi di posizioni meno identitarie e resistenziali al suo interno.

Appunto, a noi sembra che oggi la priorità sia intercettare quel po’ di coscienza politica che manifestazioni come quelle di ottobre di regola sedimentano. Sapendo che la tregua a Gaza, almeno finché regge, segnerà inevitabilmente un riflusso. Invece c’è la tentazione diffusa di andare avanti senza una strategia e tornando alle piccole manifestazioni di militanti che si illudono di poter compensare i numeri ridotti assumendo una postura ‘muscolare’.

Sul tentativo di proseguire con approcci di carattere rituale sempre uguali a se stessi, che non si pongono all’altezza della partecipazione allargata vista negli scioperi a settembre-ottobre, pensiamo anche noi che sia una trappola. Noi ci siamo posti il problema di come andare avanti nella rete Reset against the War. L’11 ottobre abbiamo fatto un’ampia assemblea a Bologna, provando a coinvolgere i lavoratori e lavoratrici che avevano scioperato. E sentiamo l’urgenza di continuare il confronto con lavoratori e lavoratrici per discutere come la guerra incide sulle condizioni di lavoro, concentrandoci in particolare su tre assi: innanzitutto le politiche industriali legate al riarmo; poi la scuola, dove  il militarismo si fa sentire sempre di più nelle aule – si pensi alle denunce dell’Osservatorio contro la Militarizzazione della Scuola – e l’università, dove oltre alla riforma Bernini, che intensifica la precarietà ed espelle migliaia di ricercatori precari, c’è la stretta ai soldi pubblici per l’università, mentre quelli dei privati e dell’UE sono sempre più indirizzati al militare e al dual use. Infine crediamo sia irrinunciabile guardare alla guerra anche da una prospettiva femminista e migrante, prospettiva che invece in questi anni è stata ampiamente sacrificata proprio a causa del campismo, ad esempio ignorando le istanze delle donne iraniane e curde all’epoca dell’attacco israeliano all’Iran.

Prossime iniziative?

Con la rete transnazionale di cui parlavo all’inizio ci siamo dati come obiettivo l’organizzazione di un’assemblea europea contro la guerra e in vista di quella    prevediamo di creare degli incontri che vediamo come dei momenti di avvicinamento.