Pianificazione e controllo dei lavoratori

di Nadia Garbellini

Da decenni ci sentiamo ripetere che lo Stato è pachidermico, inefficiente, impone “lacci e lacciuoli” all’iniziativa privata e ne spiazza gli investimenti. Bisogna quindi limitarne il ruolo alla rimozione degli ostacoli alla libera concorrenza, lasciando al mercato il compito di realizzare felicemente la configurazione di equilibrio in corrispondenza della quale ognuno riceve quanto merita e tutto funziona alla perfezione.

Ciò viene affermato con forza non solo dalle organizzazioni padronali – che dopo tutto fanno il loro lavoro – ma anche dai partiti dell’intero arco costituzionale, che inorridiscono quando sentono parlare di intervento statale. Quando però qualche evento “esogeno” mette a repentaglio i profitti privati, ecco che sono gli imprenditori i primi a invocare l’intervento dello Stato affinché paghi i loro lavoratori, elargisca contributi, rinunci a riscuotere le tasse ecc.

Eppure, è proprio l’assunzione del rischio ciò che, secondo la vulgata, giustifica l’enorme disparità nella distribuzione del valore aggiunto tra profitti e salari. Il lavoratore non rischia nulla, e quindi si deve accontentare di remunerazioni esigue. L’imprenditore invece rischia sulla propria pelle, e quindi è giusto compensare con profitti assai ricchi gli eventuali periodi di magra.

Ma il padrone non si accontenta mai. Dopo aver sfruttato lavoratori e ambiente per il suo massimo profitto, vuole spremere anche le casse dello Stato. Non possiamo sforare i sacri vincoli di Maastricht per rimettere in sicurezza le infrastrutture, far frequentare ai nostri figli scuole che non crollino loro in testa, garantire ai soggetti più deboli un’adeguata assistenza socio-sanitaria. Però bisogna andare a Bruxelles a battere i pugni sul tavolo quando si tratta di difendere i profitti.

Anni e anni di spoliazioni, tagli forsennati, privatizzazioni e liberalizzazioni hanno stremato il nostro Sistema sanitario nazionale (Ssn), ed ecco che ci si accorge che in caso di emergenza i posti letto – e il personale – non sono sufficienti. Per non parlare dello smembramento territoriale del sistema sanitario, che ha portato le relative competenze in capo alle regioni – con la Lombardia che ne ha ampiamente approfittato per drenare risorse dal pubblico e dirottarle verso il privato, meglio se affiliato a Comunione e liberazione – salvo poi lamentarsi della mancanza di coordinamento.

Ma torniamo alle imprese. La tendenza degli ultimi anni, in fatto di modelli gestionali e di business, è la Lean production. Le imprese producono solo ed esclusivamente quel che serve nell’immediato, eliminando scorte di prodotti finiti, semilavorati e componentistica varia, in modo da eliminare le spese di gestione del magazzino ed essere il più flessibili possibile – e, ovviamente, massimizzare il profitto.

L’errore è quello di pensare che un sistema estremamente complesso e interconnesso come quello delle catene globali del lavoro sia in grado di coordinarsi. Il sistema, per sua natura, diventa sempre più instabile. L’utilizzo dei termini di catene globali del lavoro e di produzione è da preferirsi, a mio avviso, a quello più generico ma molto in voga nel mainstream di catene globali del valore. Riferirsi a catene globali del lavoro consente di riferirsi meglio alla materialità dei processi e, soprattutto, di cogliere l’elemento che sta alla base di queste costruzioni che derivano da decisioni politiche delle imprese: decisioni finalizzate, da una parte a riorganizzare la produzione sfruttando i differenziali salariali esistenti tra le diverse aree geografiche, dall’altra a frantumare le classi lavoratrici dei diversi paesi e metterle in competizione tra loro.

La prima grande preoccupazione del
Governo è stata l’approvigionamento
dei beni essenziali

Cosa accade se, per ragioni impreviste, la produzione si blocca? Le imprese si ritrovano nell’impossibilità di evadere gli ordini, che spesso arrivano da altre imprese, che a loro volta si trovano di fronte a un collo di bottiglia che ne blocca l’attività, e così via. È quanto è accaduto agli inizi di marzo, dopo che il Governo ha decretato il lockdown. Sono state settimane frenetiche, soprattutto per chi seguiva le vicende sindacali: finalmente ci si rendeva conto dell’importanza del lavoro operaio, ben lungi dall’essere scomparso, e per una breve quanto intensa finestra temporale le lotte operaie hanno fatto comparire nel dibattito pubblico il tema della pianificazione. Purtroppo, il dibattito è stato come sempre superficiale e del tutto incapace di cogliere le questioni cruciali in un’ottica di classe. Quindi, del tutto irrilevante.

Eppure, questa crisi dovrebbe aver chiarito un elemento fondamentale: occorre una pianificazione centralizzata delle catene produttive per garantirne il funzionamento, soprattutto in caso di emergenza – individuando canali di fornitura alternativi, provvedendo all’accantonamento di scorte a cui attingere in caso di fermo, e così via. Solo lo Stato è in grado di farlo.

La prima, grande preoccupazione del Governo – che ha giustificato la mancata chiusura di moltissime attività – è stata l’approvvigionamento dei beni essenziali. Dispositivi di protezione per il personale medico, ventilatori polmonari, reagenti per i tamponi: sembrava impossibile reperire anche delle semplici mascherine. Ricordiamo tutti l’episodio della partita bloccata alla dogana tedesca, e lo sfiorato incidente diplomatico. La Germania, nel mese di marzo, cioè nel picco della pandemia, decise di introdurre restrizioni all’esportazione di mascherine, suscitando la reazione di alcuni paesi europei, tra i quali l’Italia: questo mandò nel panico il Governo, incapace di garantire la fornitura di questi dispositivi di protezione essenziali.

Il Governo ha incaricato un commissario di occuparsi degli approvvigionamenti mediante un’agenzia pubblica, garantendo il coordinamento di domanda e offerta. Purtroppo, queste non sono cose che si possono risolvere in poche ore costruendo un sistema di incentivi e attendendo che dispieghi i suoi incerti effetti. Le imprese produttrici di questi beni si muovono esclusivamente in una logica di mercato: vendono i loro prodotti come, dove e quando conviene a loro. Le stesse decisioni produttive (volumi, prodotti ecc.) sono soggette a queste “leggi”, spesso incompatibili con l’interesse generale. Lasciare al mercato queste decisioni non risolve nulla: occorre che un decisore centrale possa impartire direttive alle unità produttive in grado di essere riconvertite per produrre ciò che serve. Non solo: occorre che il decisore centrale possa controllare anche le catene di fornitura di queste unità produttive. Solo un sistema pianificato è in grado di ottenere un simile risultato.

Parlando di pianificazione, non può che venire in mente l’Urss, vero e proprio spauracchio agitato per sottolineare i pericoli di una sanguinaria dittatura. Nessuno si pone mai un altro problema: siamo grado di riprendere quel modello e fare di meglio? La domanda, in realtà, è duplice – o meglio, riguarda due aspetti certamente connessi ma separati. Da un lato, quello tecnologico; dall’altro, quello politico.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la risposta è senza ombra di dubbio sì, possiamo decisamente fare di meglio. Oggi la tecnologia – specialmente nel campo dell’Information Technology – ci metterebbe in grado di operare un controllo estremamente preciso delle catene di fornitura. Le grandi imprese private stanno già investendo ingenti risorse nei cosiddetti software per il supply chain management, specialmente a partire dalla fase di lockdown. Da un punto di vista pratico, quindi, la pianificazione centralizzata è assolutamente possibile.

Rimane il secondo aspetto: un sistema simile è auspicabile? Chi prenderebbe le decisioni, chi eserciterebbe il controllo, con quali strumenti? La prima decisione da prendere riguarda gli obiettivi del piano: cosa, dove, e come produrre. Questa deve necessariamente essere una decisione politica, presa a livello nazionale e collettivo tramite gli strumenti della rappresentanza e della partecipazione democratica. La seconda decisione riguarda invece l’organizzazione della produzione una volta stabiliti gli obiettivi generali, nelle singole unità produttive.

Un tentativo in questo senso è stato compiuto in quella fase dei Consigli di gestione in cui Rodolfo Morandi – esponente del partito socialista e ministro dell’Industria dal 1946 al 1947 – elaborò e presentò il suo disegno di legge, che di fatto si poneva l’obiettivo di assegnare ai Consigli di gestione dei compiti extra-fabbrica, precisamente come elemento fondamentale di partecipazione operaia nella pianificazione economica statale. Era il 1946, e si cercava il modo di dare alla classe lavoratrice un ruolo di responsabilità nella ricostruzione del paese, che non si limitasse a una mera funzione consultiva in subordine alle decisioni padronali, ma che implicasse anche uno sguardo generale sui grandi obiettivi economici quali la piena occupazione, il benessere economico e sociale, le riforme di struttura. Alla classe lavoratrice si riconosceva anche, in questo modo, una sorta di risarcimento per le gravi perdite subite negli anni precedenti.

I Consigli di gestione, la cui nascita spontanea nelle fabbriche del Nord venne formalizzata con un decreto del Clnai (Comitato di liberazione nazionale alta Italia), inizialmente, per usare le parole di Morandi, «assicurarono la vita della nostra industria nella fase più delicata del trapasso, quando le colpe o la pavidità di tanti dirigenti o la somma prudenza del capitale la lasciarono abbandonata a sé (…). Nella carenza di autorità furono i Consigli di gestione, costituiti dagli operai e dai tecnici, a salvaguardare gli impianti e a custodire i magazzini (…) principiarono con le loro sole forze a riattare gli impianti e a riprendere, senza nessuna assistenza, il lavoro».

Nelle intenzioni di Morandi i Consigli di gestione dovevano diventare qualcosa di più: oltre al controllo della gestione aziendale, dovevano assumere scopi di portata più generale chiaramente indicati nell’articolo uno del suo disegno di legge: far partecipare i lavoratori all’indirizzo generale dell’impresa, contribuire al miglioramento tecnico e organizzativo dell’impresa, anche trasformandone la produzione e, soprattutto, creare nelle imprese strumenti (dei lavoratori) utili a partecipare alla ricostruzione industriale e alla predisposizione delle programmazioni e dei piani di industria.

Il progetto di Morandi nasceva in un contesto storicamente determinato, e come tale rifletteva le esigenze e i rapporti di forza della società di quell’epoca. Tuttavia, l’idea di utilizzare i Consigli di gestione non solo come organo consultivo o decisionale interno alla singola azienda, ma anche e soprattutto come parte di una struttura organizzata a livello settoriale e geografico – fino ad articolarsi a quello che allora si chiamava ministero dell’Industria – è estremamente attuale.

Sebbene il Piano, infatti, debba necessariamente essere definito al livello nazionale, la sua attuazione non può che essere demandata alle singole unità produttive. Il Piano è un organismo vivo, definito sulla base di stime per loro natura imperfette, e deve quindi essere continuamente aggiustato e rettificato sulla base dell’esperienza concreta e delle nuove informazioni a disposizione. I Consigli di gestione dovrebbero quindi svolgere anche un compito di controllo sul raggiungimento degli obiettivi generali. Nella loro articolazione settoriale (per filiera produttiva) e geografica, dovrebbero discutere gli obiettivi intermedi e confrontarsi sulle eventuali modifiche da introdurre, per poi condividere le conclusioni con il livello centrale.

Naturalmente, l’obiettivo primario della pianificazione dovrebbe essere la piena e buona occupazione. Il controllo operaio su condizioni, tempi e ritmi di lavoro è dunque condizione necessaria perché tale obiettivo sia raggiunto. Se un’azienda pubblica viene gestita secondo i medesimi criteri e standard di una privata, infatti, la sola differenza tra le due è che nella prima è lo Stato, non il padrone, a sfruttare i lavoratori.

Sappiamo tutti, purtroppo, che una prospettiva del genere, alle condizioni date, è ben lungi dal realizzarsi – così come non si realizzò ai tempi di Morandi, il quale dovette a sua volta fare i conti con una situazione politica di certo non propizia. Eppure, di qualche elemento di quel tentativo ci possiamo riappropriare anche oggi, nel campo della rivendicazione politica e sindacale. Per esempio, si potrebbe chiedere di subordinare l’elargizione di aiuti pubblici, in qualsiasi forma e di qualsiasi tipo, alla costituzione di organismi di rappresentanza dei lavoratori dotati dell’autorità di monitorare il comportamento dell’azienda ed eventualmente avviare una procedura d’infrazione. Si fa qui esplicito riferimento ai provvedimenti del cosiddetto Decreto Rilancio, che non affianca ai generosi interventi a favore dell’impresa privata nessuna forma di vincolo sociale.

Il Decreto Liquidità consente alle imprese, tramite una garanzia pubblica per centinaia di miliardi, di ottenere grandi provviste di credito; il Decreto Rilancio, invece, oltre a un ampio novero di contributi, mette a disposizione delle imprese quasi cinquanta miliardi di euro per operazioni di rafforzamento patrimoniale. Le imprese avranno sostanzialmente mano libera nell’utilizzo di questa quantità enorme di risorse pubbliche, senza essere soggette a nessun controllo dal punto di vista degli obiettivi sociali, economici e industriali. La costituzione di organismi dei lavoratori, con finalità analoghe a quelle svolte dai Consigli di gestione potrebbe costituire un valido strumento per l’esercizio del controllo democratico, prefigurando anche un embrione di partecipazione dei lavoratori ai processi di pianificazione. Non si tratta di scrivere a tavolino come dovrà avvenire e come dovrà essere la configurazione della pianificazione, il cui risultato sul piano politico appare ben lontano dall’essere anche solo pronunciato, ma di cominciare a costruire proposte e, possibilmente, esperienze utili a contribuire alla riattivazione dell’iniziativa di classe.

Bibliografia

R. Morandi, Democrazia diretta e ricostruzione capitalistica, Einaudi, Torino 1960.