Cartoline dal porto di Genova

di Riccardo Degl’Innocenti

Durante il lockdown il Governo ha adottato misure per consentire la continuità degli approvvigionamenti grazie alla deroga concessa alle attività logistiche. Nel porto di Genova sono stati i delegati delle Rsu e Rsa delle imprese concessionarie dei terminal portuali ad assumere un ruolo di sorveglianza sui diritti dei lavoratori affinché si adottassero tempestivamente dei regolamenti efficienti per coniugare l’interesse primario della salute con quello della produzione. Nonostante i richiami da parte delle istituzioni al rispetto delle direttive di sicurezza in circostanze così gravi, i delegati di molte imprese hanno dovuto proclamare stati di agitazione, scioperi e organizzare iniziative di lotta. Chi ha provocato e perché si sono accesi i conflitti? 

Sin dai primi giorni le imprese non sono state capaci di adottare tempestivamente le misure urgenti, dalla consegna dei Dpi alla sanificazione degli ambienti e dei mezzi di lavoro, alla riorganizzazione operativa con la riduzione delle squadre e il distanziamento fisico ecc., e tuttavia hanno preteso la continuità e la resa produttiva. Sono stati i delegati insieme ai lavoratori a resistere, protestare, lottare, e a ottenere quanto necessario e disposto per legge, di fronte all’arroganza e all’inefficienza delle direzioni di impresa che irresponsabilmente, in nome della produttività a ogni costo, pretendevano che si procedesse come se tutto fosse normale o comunque si trattasse di una situazione destinata a durare solo pochi giorni. Poi, con il calo dei traffici segnalato dal fermo delle navi passeggeri e dai blank sailing delle navi portacontenitori, ossia la cancellazione delle toccate in un porto da parte dei servizi di linea, quando si è posta la necessità di ricorrere alla Cassa integrazione guadagni prevista dalle misure del Governo abbiamo dovuto assistere anche all’osceno spettacolo della speculazione da parte delle imprese.

Alcune di esse infatti, giocando artatamente sull’incertezza e l’irregolarità dei traffici e sulla conseguente variabilità della domanda di lavoro  – che nel caso dell’attività portuale sono fisiologiche in misura rilevante anche in tempi normali – hanno pensato di utilizzare i propri lavoratori come fossero temporanei, cioè pagati dall’azienda solo se produttivi; in caso contrario sono stati scaricati sul costo pubblico della Cassa pagata dall’Inps. Inoltre, non contente, le stesse imprese hanno preteso che quando i propri dipendenti lavoravano, essi facessero doppi turni e prolungamenti di orari per soddisfare le esigenze del cliente armatore di accorciare il tempo di sosta della nave, alternandosi con l’impiego della Cassa che di norma esclude la compatibilità con gli straordinari. Così facendo si sono penalizzati anche i lavoratori della Culmv, la storica compagnia dei portuali “a chiamata”, che già intervengono a esclusivo vantaggio della flessibilità delle imprese. Infatti è capitato che, dopo un turno di inattività messo a carico della Cassa integrazione perché la nave era in ritardo, all’arrivo della nave le imprese, invece di servirsi delle prestazioni temporanee dei lavoratori della Culmv previste dall’organizzazione del lavoro portuale proprio per le contingenze dei picchi di attività, hanno preteso  un impegno straordinario in ore di lavoro dei propri dipendenti nei turni successivi. Altre imprese hanno preteso per parte loro di regolare le giornate di inattività utilizzando, oltre alla Cassa integrazione, degli istituti contrattuali non previsti per questo scopo, imponendo le decisioni ai lavoratori senza un’intesa, sfruttando in particolare i lavoratori contrattualmente più deboli perché precari o part time o apprendisti. Con arroganza, sono stati onorati egli accordi quando conveniva alle imprese e la colpa del conflitto è stata scaricata sui lavoratori come se le direzioni aziendali fossero dedite all’interesse generale e non a quello dei propri azionisti.Si sono persino sentiti dei rappresentanti delle imprese rivendicare questo uso speculativo della Cassa sostenendo che essa non sarebbe una forma di assistenzialismo bensì un investimento pubblico perché «i lavoratori esistono solo grazie alle imprese».

Sono stati i delegati a sventare queste manovre, con la loro vigilanza e la mobilitazione, con la minaccia di fare intervenire l’Ispettorato del lavoro e di sporgere denuncia all’Inps per truffa, sino a provocare un intervento di censura senza precedenti a carico delle imprese da parte del Presidente dell’Autorità di sistema portuale , che tuttavia è servito solo a mitigare il fenomeno riportando almeno un certo ordine e una certa trasparenza nell’organizzazione del lavoro e nelle relazioni sindacali: «È necessario che, sia nel caso di modalità lavorative ordinarie sia nel caso di ricorso alla Cig, venga puntualmente verificato il rispetto delle norme che regolano i contratti di lavoro e gli specifici istituti in esso previsti, quali gli orari di lavoro, le prestazioni straordinarie ed i regimi di flessibilità». 

La partita è tuttora aperta, con la crisi che perdura e le difficoltà che continuano anche nel porto di Genova che pure sta recuperando sul piano dei volumi di merce movimentata e sta riguadagnando, sebbene più timidamente, anche i traffici crocieristici. Quello che si teme è che la classe imprenditoriale portuale, alla ricerca della massima flessibilità nella produzione, avendo fatto per la prima volta un’esperienza sistematica di uso della Cassa integrazione e avendone scoperto la profittabilità economica, prosegua a sfruttare il periodo di emergenza per inquinare ulteriormente il rapporto contrattuale con i lavoratori e indebolire le loro tutele in termini di salario e di stabilità occupazionale.