Radicamento culturale e innovazione nella resistenza alla Gkn

Stefano Bartolini

14 settembre 2021. Chiostro dell’Istituto Ernesto de Martino a Sesto fiorentino, addobbato come sempre dallo striscione rosso con la scritta «Nostra patria è il mondo intero». È una serata particolare. L’Istituto, che da sempre trova la sua ragion d’essere nella volontà di portare avanti «la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario», ospita gli operai della Gkn in lotta, per una serata di incontro con i lavoratori e le lavoratrici della ricerca storico-sociale e della cultura. Non capitava da tempo che i lavoratori in carne e ossa tornassero a incontrare questi ambienti, in queste forme e in questa sede. C’è molta partecipazione, e anche emozione, il chiostro è pieno. La serata combina insieme diversi elementi. C’è il gruppo punk Brigata Valibona, composto tutto da operai e il cui cantante è proprio uno dei lavoratori della Gkn. Ci sono quattro video proiettati su un maxischermo che provano a raccontare momenti diversi della lotta estiva, realizzati dai documentaristi Filippo Maria Gori e Lorenzo Gori. Ci sono gli interventi dei lavoratori e degli “intellettuali”: il sottoscritto, Antonio Fanelli, Bruno Settis, Valerio Strinati. È un’iniziativa di frontiera, che prova a tenere insieme la solidarietà attiva con la lotta e l’approfondimento analitico della vicenda in cui si sono trovati catapultati, loro malgrado, i lavoratori e le lavoratrici dal 9 luglio; con gli strumenti propri della storia orale e dell’osservazione partecipante.

In quel momento la tensione stava salendo. Il 21 settembre scadevano i 75 giorni di preavviso della procedura di licenziamento avviata dall’azienda, dal 22 la cessazione del rapporto di lavoro poteva diventare effettiva in qualsiasi momento. Il 18 si sarebbe svolto un corteo a Firenze, e la sera del 14 ancora si temeva per il maltempo, i lavoratori avevano passato la serata a controllare gli aggiornamenti delle previsioni meteo. Si attendeva anche la decisione del Tribunale di Firenze sul ricorso della Fiom per licenziamento illegittimo, si temeva un rinvio a dopo il 22 settembre che avrebbe esposto i lavoratori a rischi difficilmente calcolabili. La serata si era conclusa con un forte appello alla solidarietà e alla partecipazione a fianco dei lavoratori.

Fortunatamente, a meno di una settimana di distanza, il 20 settembre, è arrivato il pareggio, la prima buona notizia. Il Tribunale di Firenze ha dato ragione alla Fiom, la procedura di licenziamento è illegittima. Il dispositivo ricostruisce nei dettagli il comportamento della proprietà – mosso da logiche speculative finanziarie, e non da politiche industriali, ben esposte in un articolo di Anna Maria Romano su Opencorporationblog. Per il giudice, l’azienda non solo non ha informato – come previsto dalla legge, dal contratto di lavoro e da accordi aziendali – i lavoratori e il sindacato delle proprie intenzioni, ma ha perseguito una strategia per chiudere l’azienda in un giorno di par (permesso annuo retribuito) collettivo, adducendo alle rappresentanze sindacali motivazioni legate alla produzione rivelatesi false e pretestuose, in modo tale da avere la fabbrica vuota al momento dell’invio del licenziamento. Poi ha mandato delle guardie private a presidiarla in sostituzione del servizio normale di portineria, provando a impedire in questo modo il diritto sindacale di assemblea sul luogo di lavoro e chiedendo successivamente alle istituzioni lo sgombero dell’assemblea sindacale permanente. L’azienda ha cioè teso una trappola per realizzare una serrata offensiva. La sentenza del Tribunale su questo è inequivocabile: «L’intento di delegittimare il Sindacato con iniziative volte a elidere o comunque ridurre le possibilità di reazione dello stesso si riscontra anche nelle modalità con le quali è stata attuata la disposta cessazione delle attività».

Con la sentenza si è chiusa una prima fase, durata 74 giorni, che ha annullato i licenziamenti e riportato quasi al punto di partenza la situazione. Quasi, perché in realtà c’è un elemento che continua a fare la differenza. Gli operai non sono tornati a lavorare, anche se ricevono lo stipendio, e l’azienda non ha disposto il riavvio della produzione. L’assemblea permanente continua. I lavoratori sono stati lasciati in un limbo, in cui la voce delle istituzioni, del Governo, è assente.

In quei primi 74 giorni tuttavia sono apparsi tanti aspetti che colpiscono l’occhio dello storico del lavoro. Intorno agli operai della Gkn si è fin da subito raccolta una solidarietà e un’adesione che si sono articolate in tante iniziative di supporto. In Toscana forme di mobilitazione solidale delle comunità sul territorio di fronte a crisi come queste non sono sconosciute, ma nemmeno sempre scontate. Tra il 2009 e il 2010 ho avuto modo di documentare, con gli strumenti della storia orale, l’occupazione di un call center a Pistoia, che dista circa 25 km dalla Gkn, l’Answers, 570 dipendenti di cui 494 donne, con una piccola presenza di immigrate dall’Est. In quel caso non eravamo di fronte a un’azienda con una storia di lungo periodo, e nemmeno a una classe lavoratrice con una forte identità di mestiere e una storicità come quella dei metalmeccanici. Anzi, era una classe con un’identità in formazione, che però è riuscita a trovare la necessaria coesione e i repertori d’azione per portare avanti una vittoriosa occupazione di 102 giorni. All’Answers come alla Gkn il territorio si è stretto attorno al mondo del lavoro in lotta con forme di supporto di ogni tipo, che vanno dalla mensa alla presenza ai presidi, alla fornitura delle infrastrutture necessarie a portare avanti un’assemblea permanente, fino all’organizzazione di iniziative di sostegno.

Nel caso della Gkn tuttavia si aggiunge un paesaggio circostante che a uno sguardo superficiale può risultare spiazzante. La fabbrica si trova in uno spazio simbolo della nostra modernità, tra il grande centro commerciale “I Gigli” e un cinema multisala. Contesti che sono stati descritti come «non luoghi» da Marc Augé, che vi ha visto persone a una sola dimensione, quella del consumatore, per dirla con Marcuse, ma che invece sono luoghi concretissimi per chi ci lavora ogni giorno. Colpisce vedere lo striscione di solidarietà dei lavoratori dei “Gigli” appeso di fronte alla fabbrica. Siamo in un luogo dove ogni giorno passano migliaia di persone, che nei fine settimana diventa affollatissimo e che ha fatto sì che la lotta della Gkn nascesse già “in piazza”, davanti agli occhi di tutti. E la misura dell’adesione, il corteo delle ambulanze, la solidarietà immediata del mondo dello spettacolo, a cui ha seguito quella della cultura e poi della comunicazione, tutte raccontate con la felice formula «I lavoratori della Gkn incontrano i lavoratori del…», l’incontro con i rider, l’invito alle feste dell’Unità, gli striscioni delle Rsu di mezza Toscana appesi ai cancelli, il dialogo e le mobilitazioni con gli studenti e con i Fridays for future ecc. … ci parlano della persistenza della subcultura rossa di questi territori, ben descritta da Antonio Fanelli nel suo libro sulle case del popolo della “cintura rossa” attorno a Firenze. Siamo letteralmente in quelle che furono le strade e i campi in cui Benigni ambientò il suo Berlinguer ti voglio bene. Un luogo concreto dunque, dove è ancora presente un attore che si è voluto raccontare come desueto e scomparso, la classe operaia, che attinge a risorse culturali fortemente radicate nel territorio in cui vive.

Entrando nel capannone della Gkn non si sfugge all’impressione che di nuovo il luogo, la sua fisicità, giochi una sua parte. La fabbrica assomiglia a un cubo, è quasi tutta aperta al suo interno, a cose normali gli operai si incrociano, passano da una linea di lavoro all’altra, non sono separati. Gli assunti direttamente dalla Gkn sono tutti uomini, le donne lavorano per le aziende di servizi in appalto, come la mensa, e sono organizzate insieme alle compagne dei lavoratori nel Coordinamento donne. Fra questi operai esistono reti amicali, relazionali, comunitarie. Incontriamo dunque una classe operaia con forti legami al suo interno e compatta, abbastanza giovane (l’età media è 40 anni), nella stragrande maggioranza composta da italiani, elemento che rimanda di nuovo al suo forte radicamento territoriale – per fare un solo esempio esplicativo, uno di loro nel tempo libero allena una squadra di calcio giovanile – e che probabilmente fornisce una forza aggiuntiva rispetto ad altre lotte, come quella della Textprint nella vicina Prato, portata avanti da lavoratori stranieri, pachistani e bengalesi, contro la proprietà cinese. Una classe operaia in questo caso più frammentata al suo interno e soprattutto con deboli legami comunitari col territorio, mancante di un radicamento nella comunità circostante, che infatti non ha fornito la stessa risposta solidale, anche se gli operai della Gkn hanno portato il proprio supporto. Aspetti su cui è importante iniziare a riflettere.

Dai caratteri della classe operaia della Gkn scaturiscono elementi per molti inaspettati. Come la spiccata capacità comunicativa. Fin da luglio è stata evidente l’abilità nell’uso dei social network (il Collettivo di fabbrica – di cui parleremo a breve – aveva già delle pagine su Facebook e Instagram) con il ricorso ai selfie per pubblicizzare la lotta e le manifestazioni, scattati ovunque dalle persone solidali con i cartelli in mano e la scritta #insorgiamo: a casa, per strada, al supermercato, al mare, al bar ecc… Lo stesso vale per la produzione e vendita del “merchandising” con il logo del Collettivo, che mette insieme vecchio e nuovo, tradizione e innovazione: il finanziamento della cassa di resistenza necessario a portare avanti l’assemblea permanente, che è al tempo stesso un potente e moderno strumento comunicativo, creatore di solidarietà e identità. Si trova di tutto: magliette, felpe, giacchetti, adesivi, magneti per il frigorifero, accendini, spillette… Non manca la bandiera, rossa con scritta gialla, distribuita in tutta Firenze e nella Piana verso Prato nei giorni precedenti la manifestazione di settembre e la sentenza, invitando a esporla dalla finestra come la bandiera della pace ai tempi delle mobilitazioni contro la guerra di inizio secolo. Ormai si incontra un po’ ovunque, sulle case, agli incroci, sulle rotonde, nei circoli.

Tutto questo deriva dalla cultura di questi lavoratori e dalla loro forte sindacalizzazione, dato peculiare di questa lotta. Non sarebbe possibile comprendere appieno questa mobilitazione senza questo dato, che si intreccia fortemente ai repertori di lotta. Il sindacato che riscuote un’adesione schiacciante, quasi “bulgara”, è la Fiom-Cgil. Ma alla Gkn troviamo una peculiare organizzazione sindacale, che per certi aspetti ricorda quella dei consigli di fabbrica. Si tratta di una struttura che affonda le sue origini tra il 2007 e il 2008 durante un confronto con l’azienda sull’organizzazione dei turni, e che dopo circa dieci anni, nel 2017-2018, è arrivata alla sua configurazione attuale, ancora una volta nel tornante di una contrapposizione con l’azienda che intendeva applicare il “modello Marchionne”, ovvero l’istituzione della figura del team leader tra le linee di produzione, a cui i lavoratori avrebbero dovuto rivolgersi per le loro esigenze, scardinando così il rapporto dal basso dei lavoratori con i loro rappresentanti sindacali. La risposta fu la creazione dei “delegati di raccordo”, ispirandosi ai consigli degli anni Settanta: figure elette dai lavoratori e capaci di arrivare in ogni reparto e in ogni turno di lavoro, che si affiancano alle Rsu e all’Rls. Sono 12 e restano in carica per soli 12 mesi, favorendo così il ricambio, la diffusione della formazione sindacale all’interno del luogo di lavoro e la responsabilizzazione dei lavoratori. Costituiscono un livello intermedio aggiuntivo che allarga le maglie della partecipazione. Alla base di tutto il processo c’è l’assemblea generale dei lavoratori. E poi c’è il Collettivo di fabbrica, una struttura informale che è il cuore della mobilitazione, ma che era già presente. 

Parlando con i lavoratori del Collettivo è difficile separare queste dimensioni, il merchandising dal Collettivo, i repertori dal livello comunitario. Tutto si mischia e sta insieme con coerenza, e se chiedi del merchandising il discorso riparte dal Collettivo e dal suo logo, che non ne è l’atto di nascita ma un passaggio importante, un elemento di riconoscimento, come dice Massimo: «Il Collettivo di fabbrica c’era anche prima però si marca». Perché tutto nasce prima della vertenza e vi entra con naturalezza, come ben si può comprendere da questa intervista collettiva che ho realizzato al presidio in fabbrica subito dopo un’assemblea.

Massimo: Un po’ di roba ce l’avevamo da più di un anno, prima s’è fatto lo striscione, poi s’è fatto le magliette.

Matteo: Fare un simbolo del Collettivo di fabbrica per caratterizzarsi anche in officina, loro [i lavoratori] le portavano anche durante l’orario di lavoro le magliette del Collettivo di fabbrica. Il marchio è venuto fuori da un disegno tecnico, e quindi, come si fa a disegnare il semiasse? S’è preso il disegno tecnico di un semiasse, s’è riportato in scala, poi si sono incrociati, e poi ci s’è aggiunto la rota dentata che forse si capisce poco.

Massimo: Sì c’ho lavorato io al marchio. Prima s’era fatto i due semiassi incrociati, poi ci piaceva il giusto perché era proprio una X buttata lì così, s’è aggiunta la ruota dentata, però se era completa, la ruota dentata completa poteva rassomigliare a qualcosa di poco gradevole [si riferisce alla croce celtica] e quindi l’idea è venuta levando un pezzo, forma una C che sta per Collettivo. Ha fatto il suo esordio, quel simbolo, sullo striscione, il logo più scritta rigorosamente font Gagarin, Collettivo di fabbrica, Lavoratori Gkn Firenze sotto. Sullo sciopero del 14 giugno 2019, se vai nella pagina facebook del Collettivo, la foto di testa del profilo è di quello sciopero lì.

Stefano: È interessante questa cosa che l’usavate in fabbrica come segno distintivo, quindi mostravate in qualche modo l’organizzazione.

Massimo: Si, esatto, il Collettivo di fabbrica c’era anche prima però.

Stefano: Ma non sono i delegati il Collettivo, ma in generale chi aderiva…

Matteo: Il Collettivo non sono i delegati, il Collettivo è …

Massimo: È i lavoratori.

Matteo: Sostanzialmente, è un momento di approfondimento, e un’assemblea extralavoro, diciamo così, va bene, quindi i componenti entravano e uscivano dal gruppo a piacere insomma, era sostanzialmente un…

Paolo: È un collettivo.

Matteo: Un gruppo whatsapp che si ritrovava su chiamata – nostra, dei delegati – o a fine turno, e quindi a fine turno però spezzettati, cioè i componenti del Collettivo di fabbrica del primo turno si riuniscono a fine turno, e quindi dalle 14 alle 15, quelli di sera dalle 22 alle 23, e quelli di notte sostanzialmente nella mezz’ora di pausa un pochino più allargata.

Massimo: Oppure prima del turno.

Le Rsu e i delegati di raccordo sono riconosciuti dall’azienda come figure, il Collettivo è informale e senza tessere, però i lavoratori che si riconoscono nel Collettivo si devono riconoscere, far propri, dei principi che abbiamo buttato giù nel lontano 2017, che non è cosa calata dall’alto ma erano tutte cose che già facevamo. 

Stefano: Quindi le magliette e tutte queste cose qui, il logo, erano un simbolo di riconoscimento dell’organizzazione sindacale in azienda, quindi a quel punto voi ce l’avevate pronta quando è iniziata l’assemblea permanente? 

Paolo: Va bè lì poi è stato potenziato.

Massimo: Esatto, sono venuti fuori altri tipi di magliette.

Paolo: È stato potenziato, è stato reso più celere.

Massimo: I giubbotti sono una novità.

Paolo: S’era già fatto anche le borracce, si portavano in stabilimento, per abbattere anche, ci s’avea gli erogatori prima di’ Covid a mensa, invece che compra’ le bottigliette s’andava su a mensa a bere con la borraccia del Collettivo.

Stefano: Però ora non è più una roba solo del Collettivo, è diventata una roba di chi sostiene la mobilitazione, cioè avete scelto di darle anche agli altri.

Matteo: È un autofinanziamento alla lotta.

Paolo: È un autofinanziamento pe’ sostene’ la cassa di resistenza già prima che partisse la bambola.

Massimo: C’era già una cassa di resistenza.

Paolo: Poi ora è partita la bambola, l’hai potenziata hai fatto magliette di varie maglie, anche con la variante Insorgiamo, hai fatto più striscioni, hai fatto la felpa con la zip, hai fatto l’accendini.

Massimo: Prima della vertenza era un pochino più su prenotazione.

Paolo: No quando andavi alle manifestazioni te lo chiedevano e quindi comunque glielo davi. 

Massimo: Sì ’uesti scaldacollo hanno fatto l’esordio mi sembra allo sciopero del, che era, il 20 febbraio quello per la Textprint a Prato, si prese il primo scaldacollo e gli avevamo fatti per noi, gli scaldacollo misura unica, gli avevamo un po’ anche lì e ce l’hanno comprati in diversi, piacevano.

Da questa combinazione fra il luogo, le soggettività che vi sono presenti e radicate e le peculiari forme di organizzazione sindacale scaturisce poi un linguaggio di lotta a sua volta non scontato. L’elemento che colpisce sopra a tutti è il forte ricorso alla fraseologia della Resistenza. A partire dallo sciopero generale del 19 luglio e nelle tre manifestazioni successive – 24 luglio intorno alla fabbrica e al centro commerciale a Campi, 11 agosto giorno della Liberazione di Firenze, 18 settembre di nuovo a Firenze, sui viali già scenario della grande manifestazione del Social forum del 2002 – abbiamo visto in piazza una sorta di patriottismo Resistenziale, che ci parla come Di Vittorio della salvezza dell’Italia attraverso il lavoro. Per inciso, quello che viene rivendicato non è il salvataggio del proprio posto di lavoro – come spesso avviene – ma un ragionamento più vasto che parla di «salvare il lavoro», cioè la produzione, il territorio, il Paese. E che cerca di includere anche il mondo del lavoro non operaio.  Dopo anni di attacchi alla Resistenza, una mobilitazione di lavoratori si impone sulla scena aprendo i propri cortei con la bandiera della Brigata partigiana Garibaldi “Senigaglia”, innalzando sul pennone dell’azienda una bandiera italiana al cui centro campeggia una stella rossa e recuperando dichiaratamente lo slogan dell’organizzazione antifascista Giustizia e Libertà «insorgere-risorgere», chiamando a una sollevazione che mira alla difesa del territorio e della produzione, le stesse note che suonò Pertini nel suo proclama radio del 25 aprile 1945: «Per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine».

Infine, mentre già si stava preparando il funerale a forme espressive di lotta e di identità come il canto, alla Gkn riemerge un coro, nato dal basso, sui ritmi di un canto diffuso allo stadio. Non ha un titolo, anche se potremmo chiamarlo come la sua prima parola, Occupiamola, ma è un canto che aggrega, identifica, mobilita, dà forza.

Nel cuore della provincia italiana, a Campi Bisenzio, possiamo dunque osservare all’opera soggetti, parole e temi che evidentemente sono ancora radicati e ancora mobilitano, aggregano, sono capaci di costruire discorso. Osservandoli, viene da chiedersi se la crisi politica della sinistra, più che crisi di una cultura politica che ancora evidentemente sopravvive, non sia da circoscriversi a una dimensione interna ai partiti della sinistra, sempre più separati da un radicamento sociale nelle classi lavoratrici popolari e che, in particolare per quelli di governo, hanno rinunciato a un’eredità culturale e a determinati discorsi politici, fatto salvo per i generici appelli antifascisti alla vigilia delle tornate elettorali. Come nel caso della discussione per una legge contro le delocalizzazioni, che nasce qui, che sul terreno della mobilitazione si incontra con i giuristi mostrando come una lotta operaia sia ancora in grado di trovare ricadute e sbocchi politici più generali, che vanno oltre la propria vertenza e situazione. Nel solco del lungo tracciato della migliore storia e natura del sindacalismo italiano, generale e a vocazione politica.

Bibliografia e sitografia

La registrazione dell’intervista collettiva di Stefano Bartolini con i lavoratori Gkn del 10 novembre 2021 è conservata presso l’Autore.

M. Augé, Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Trento 2010.

A. Fanelli, A casa del popolo. Antropologia e storia dell’associazionismo ricreativo, Donzelli, Roma 2014.

A. Longo, «Un collettivo di fabbrica a prova di democrazia», Il Manifesto, 31 luglio 2021.

A. Patruno, «Operaio Gkn e mister di calcio», nove.firenze.it, 17 novembre 2021. 

Anna Maria Romano, «Gkn, ovvero l’anticamera dell’inferno», Opencorporationsblog.org, 29 luglio 2021.