Cronologia logistica (giugno-ottobre 2021)

Andrea Bottalico

«Accusare di omicidio un uomo quaggiù è come fare 

contravvenzioni per eccesso di velocità 

alla 500 Miglia di Indianapolis»

Cpt. Benjamin Willard in Apocalypse Now

Giugno 

Il sindacato di base Si Cobas non molla il colpo su FedEx, contro cui ha avviato una vertenza dall’inizio dell’anno per la riapertura della piattaforma logistica di Piacenza. La mobilitazione principale avviene a San Giuliano Milanese, ma si organizzano picchetti in altri magazzini. Il sindacato comunica che la sera del 7 giugno i lavoratori hanno fermato le piattaforme di Lodi, Bologna, Ancona, Fiano Romano, Firenze e Modena. Viene indetta una manifestazione a Roma per chiedere al ministro dello Sviluppo economico l’apertura di una trattativa nazionale. Nel frattempo  viene avviata una mobilitazione anche nella piattaforma Ceva Logistics di Stradella, provincia di Pavia (su questa vertenza rimandiamo all’articolo «Lavoro e conflitto lungo la filiera editoriale. Il caso della Città del Libro» in questo numero). In un comunicato del sindacato di base si legge:

I lavoratori della logistica in questi anni hanno sperimentato sulla propria pelle che i subappalti servono unicamente ad abbassare al minimo i livelli salariali e le tutele sui luoghi di lavoro, a creare una fitta barriera di intermediari tra i lavoratori e le aziende committenti per aggirare i contratti collettivi nazionali e ad alimentare i volumi d’affari dei caporali e della criminalità organizzata. 

Sulla vertenza FedEx, il sindacato scrive che la società ha 

dapprima chiuso l’hub di Piacenza dalla sera alla mattina buttando per strada 272 famiglie, poi con la complicità di Cgil-Cisl-Uil ha avviato un processo di internalizzazione che cancella tutte le conquiste ottenute dai lavoratori negli ultimi dieci anni, esclude le unità affette da patologie fisiche, introduce nei magazzini un clima di terrore ed estromette il sindacalismo di base dai tavoli di trattativa, sebbene questi ultimi rappresentino la maggioranza dei lavoratori. 

Nella convocazione dello sciopero nazionale previsto per il 18 giugno il sindacato cita il rinnovo del Contratto nazionale Logistica, trasporto merce e spedizione, contestato perché porta 

aumenti di poche decine di euro che non serviranno neanche a compensare la probabile ripresa dell’inflazione e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità: uno schiaffo in pieno volto per quelle centinaia di migliaia di lavoratori del settore che solo un anno fa era stato celebrato dal governo e dai padroni come strategico per far fronte al dilagare della pandemia.

L’11 giugno intorno alle 2 di notte avviene uno scontro fisico davanti ai cancelli della piattaforma logistica FedEx di Tavazzano (Lodi), tra un gruppo di manifestanti che picchettano l’ingresso per protestare contro la chiusura del magazzino di Piacenza e uomini provenienti dall’interno del magazzino. Secondo il Si Cobas si tratta di bodyguard assoldati dai padroni che avrebbero aggredito il presidio esterno con bastoni e frammenti di bancali. Bilancio finale dello scontro: un lavoratore di Piacenza ricoverato con codice rosso, tre feriti lievi e nove contusi. Qualche settimana prima davanti alla piattaforma di San Giuliano Milanese la dinamica era stata simile. Il Si Cobas denuncia l’aggressione da parte di bodyguard vestiti da lavoratori e il mancato intervento delle forze dell’ordine presenti sul posto. 

Il 18 giugno è il giorno di due scioperi: quello nazionale di ventiquattro ore della logistica indetto dal Si Cobas (cui aderiscono Adl Cobas, Usb Logistica e Cub Trasporti) e quello del trasporto aereo di quattro ore proclamato dai sindacati confederali Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti. Un comunicato congiunto diffuso per lo sciopero nazionale della logistica sottolinea come di fronte alla violenza e a un atto cinico come la chiusura del magazzino FedEx di Piacenza con il licenziamento dei lavoratori «l’unica risposta possibile è quella del conflitto e dello sciopero, sulla difesa del diritto e un lavoro degno, all’organizzazione di classe, alla libertà di poter scegliere il sindacato cui aderire e da cui farsi rappresentare». 

La mattina del 18 giugno, durante una manifestazione davanti ai cancelli della piattaforma logistica della Lidl di Biandrate, in provincia di Novara, il conducente di un camion forza il blocco, investe e uccide Adil Belakhdim, coordinatore del sindacato di base Si Cobas, 37 anni, del Marocco, sposato con due figli. Aveva lavorato in Tnt. Dalle prime ricostruzioni emerge che dopo l’investimento l’autista del veicolo ha trascinato Adil per una decina di metri e poi ha proseguito il viaggio, per essere infine fermato dai Carabinieri in un’area di servizio autostradale dopo essersi costituito al 112. È un campano di 25 anni. Finisce prima in carcere e poi agli arresti domiciliari con l’accusa di omicidio stradale e resistenza a pubblico ufficiale. Il Si Cobas denuncia l’omicidio come l’apice di un’escalation di repressione e violenza organizzata fuori dei cancelli dei magazzini: le cariche alla FedEx Tnt di Piacenza, gli arresti, le aggressioni armate a San Giuliano e Lodi, i raid punitivi alla Texprint di Prato. I sindacati confederali si mobilitano per esprimere solidarietà: «Non è possibile morire mentre si esercita il diritto costituzionale a esprimere la propria opinione e non si devono mai mettere lavoratori contro lavoratori», si legge in una nota della Filt Cgil di Novara. «In attesa che la giustizia faccia chiarezza su quanto accaduto, serve un intervento forte, anche a livello istituzionale, per affermare legalità e diritti in un mondo che troppo spesso li ignora». Per l’occasione piovono i proclami ufficiali e istituzionali sulla legalità e il diritto di sciopero in un comparto oggetto di indagini da parte della magistratura, contraddistinto da illegalità diffusa, caporalato e sfruttamento. La Fiom Emilia-Romagna proclama due ore di sciopero a fine turno per la giornata del 23 giugno. Nel comunicato della Fiom si legge:

La morte del sindacalista Adil Belakhdim è un fatto che non solo deve indignarci, ma che deve anche farci riflettere sulle degenerazioni del neo-liberismo e ripensare rispetto all’iniziativa collettiva del sindacato insieme alle lavoratrici e ai lavoratori per rimettere al centro la dignità dell’uomo e del lavoro. Le ragioni delle proteste vanno comprese e sostenute perché sono le stesse nostre che anche in molte aziende e siti metalmeccanici abbiamo dovuto agire negli anni, ponendoci noi tutti davanti ai camion per la difesa delle condizioni e dei posti di lavoro e della continuità produttiva. 

Scioperano per solidarietà e in ricordo di Adil alla Ferrari di Maranello, alla Emmegi di Soliera, alla Keestrack di Carpi. Mobilitazioni si segnalano in particolare nel modenese, alla Cnh Industrial, alla Cms, alla Centauro, alla Italtractor Itm, alla Mec Track, alla Wam. E poi lavoratori e lavoratrici delle aziende metalmeccaniche della Dinamic Oil, Caprari, Bosch Nonantola, Bosch Pavullo, Costamp Group, Crown, Salami, T-erre, Federal Mogul, Angelo Pò, BMD, 2b box docce, Titan, Tred Carpi, Manitou, Maserati CNC, PFB, B&N, Annovi e Reverberi, Motovario.

Il 22 giugno 2021 il Si Cobas comunica alle associazioni datoriali uno sciopero nazionale di quattro ore nell’intero comparto del trasporto e della logistica. La lettera di proclamazione spiega che lo sciopero è indetto «per denunciare l’intollerabile assassinio del nostro coordinatore provinciale di Novara Adil Belalkhdim e per fermare il clima di violenza contro gli scioperi e le iniziative sindacali». 

FedEx prosegue con la strategia di assunzione del personale nelle sue piattaforme di logistica. Nel magazzino di Calenzano (Firenze), cento persone passano alle dipendenze dirette della multinazionale. Secondo la Filt Cgil questa operazione «segna l’inizio di una nuova fase sindacale nella logistica per un cambio di passo che superi la destrutturazione del settore di questi ultimi vent’anni, tra appalti e false cooperative, portando diritti ai lavoratori, legalità e buona occupazione». Il Si Cobas contesta questa strategia della multinazionale, affermando che ha lo scopo di selezionare i lavoratori, escludendo quelli che aderiscono alla sua sigla. 

Luglio 

I delegati del porto di Genova confermano lo sciopero di ventiquattro ore di tutti i portuali dello scalo ligure indetto per il 19 luglio. I sindacati Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti spiegano che al centro della protesta ci sono «la richiesta di maggior sicurezza per tutti coloro che operano nello scalo genovese e una migliore organizzazione del lavoro che tocca tutte le realtà. Due esempi su tutti: le questioni legate all’utilizzo della Compagnia Unica da parte dei terminalisti e l’organizzazione del lavoro presso Stazioni Marittime». 

Il 15 luglio al porto di Ravenna si registrano due incidenti mortali sul lavoro. Un operaio di 63 anni, dipendente di una ditta esterna, viene schiacciato da una bobina d’acciaio di una tonnellata e mezzo. Il secondo incidente avviene a bordo del cargo Argo I. Il direttore di macchina della nave, un egiziano di 44 anni, rimane vittima di un incidente causato dall’esplosione di un tubo collegato al motore. I sindacati confederali proclamano scioperi per lavoratori portuali e marittimi. «Questi ennesimi incidenti – si legge in una nota – impongono a tutto il Paese una riflessione vera e profonda che possa dare delle risposte non più procrastinabili affinché si ponga fine a questa lunga scia di sangue». 

Gli effetti dell’emergenza sanitaria insistono sull’intera filiera logistica, propagandosi come tanti cerchi concentrici. Uno di questi viene sottolineato da una ricerca del Container Census & Leasing Annual Review and Forecast 2021/22 di Drewry, da cui emerge che negli ultimi dodici mesi il prezzo dei container è raddoppiato (così come il costo del noleggio), raggiungendo il massimo storico. L’impennata dei prezzi è stata innescata dal fermo della produzione in Cina, il principale produttore mondiale di container, durante il confinamento della pandemia da Covid-19 nel 2020. 

Agosto

Il sindacato di base Si Cobas proclama uno sciopero contro il provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato ricevuto il 24 agosto da 45 lavoratori impiegati da cooperative che gestiscono la movimentazione nella piattaforma che serve la logistica Unes a Truccazzano (Milano). La sospensione, secondo il sindacato, «avviene in seguito a una serie di scioperi svolti nel magazzino di Truccazzano per mancanze riscontrate nei salari dei lavoratori». 

Settembre

Il 15 settembre i sindacati confederali, tramite le rappresentanze dei trasporti e dei lavoratori in somministrazione, firmano al ministero del Lavoro il primo contratto nazionale con Amazon, che le sigle sindacali definiscono “storico” e “unico a livello mondiale”. La firma arriva dopo una vertenza culminata lo scorso marzo con una mobilitazione di ventiquattro ore dei lavoratori della filiera Amazon. 

Aumentano le iniziative degli enti locali italiani per affrontare la carenza di autisti di veicoli industriali. La rete di Comuni campani intende contribuire alle spese di conseguimento delle patenti superiori per i giovani che percepiscono il reddito di cittadinanza. L’agenzia per il lavoro Gi Group, in collaborazione con Odm Consulting, Assologistica e l’Osservatorio Contract Logistics Gino Marchet del Politecnico di Milano, pubblica una ricerca in cui si osservano le trasformazioni delle professioni nella filiera logistica. Entro tre-cinque anni, nella logistica conto terzi e nella distribuzione diventerà più importante il 39% dei 101 ruoli analizzati, a fronte di una stabilità del 55% e di un declino del 6%. Le mansioni che cresceranno maggiormente sono quelle connesse alla Comunicazione (100%), Automazione e Digitale (79%), Assistenza alla clientela (75%), seguiti dai ruoli connessi alle funzioni operative, di processo e di pianificazione (69%) e Distribuzione e Consegna a domicilio (69%). Secondo gli analisti, questa trasformazione è guidata dalle richieste del mercato, dall’innovazione tecnologica e dalla ricerca di efficienza di processo e di flessibilità operativa. I fattori che stanno incidendo maggiormente sulle professioni e sulle competenze sono la digitalizzazione e l’automazione nello stoccaggio. Anche la piattaforma digitale Packlink fornisce un’analisi sull’occupazione nella filiera logistica attraverso una ricerca sulle professionalità più richieste. Al primo posto ci sono gli autisti di veicoli industriali. Altre funzioni richieste sono quelle di responsabile della catena di fornitura, analista dati, responsabile di magazzino. «Molte di queste professioni appena dieci anni fa non esistevano nella loro forma attuale», spiega il direttore di Packlink. 

Secondo Trucking Hr Canada, mancano all’appello ventimila camionisti, che entro il 2023 potrebbero diventare ventitremila a causa del progressivo pensionamento dei conducenti attivi. Un problema grave, dal momento che nel Paese nord-americano il novanta percento delle merci viaggia su strada.

Anche la Gran Bretagna è colpita dall’emergenza dei rifornimenti di alimentari e carburanti, a causa della carenza di autisti. Le associazioni degli autotrasportatori e delle imprese chiedono di far rientrare almeno quegli autisti stranieri espatriati all’inizio della pandemia e che non sono potuti ritornare dopo la Brexit. Oltre alla lettera inviata dalla sottosegretaria ai Trasporti a tutti i pensionati in possesso di patenti per tornare al volante, il ministro della Giustizia ha proposto di mettere alla guida dei camion i condannati alle pene alternative, che invece della reclusione prevedono lavori socialmente utili a titolo gratuito.

La carenza di autisti di veicoli industriali riguarda anche l’Italia. Il presidente di Federlogistica e vicepresidente di Conftrasporto, Luigi Merlo, ricorda che complessivamente in Italia mancano almeno ventimila autisti, una cifra che tende all’aumento, spiegando che ormai è impossibile trovarli anche all’Est. «Alcuni nostri associati, ditte e consorzi di trasporto con centinaia di dipendenti, li stanno cercando con affanno e hanno pubblicato un sito internet dove trovare le offerte di lavoro, ma al momento l’emergenza resta». Secondo alcuni operatori, la carenza di autisti sta causando ritardi nell’uscita dei container dal porto di Genova, ritardi che variano da sette a dieci giorni. 

Il Consiglio dei Ministri del 16 settembre approva il Decreto Legge che impone il Green Pass  ai lavoratori del settore pubblico e privato, comprendendo quindi anche l’intera filiera logistica e il trasporto delle merci. 

Ottobre

L’11 ottobre si svolge uno sciopero generale nazionale del sindacalismo di base, proclamato da quindici sigle. Parole d’ordine: opposizione allo sblocco dei licenziamenti, carovita, obbligo del Green Pass sul posto di lavoro, contratti precari. Lo sciopero interessa anche i lavoratori del trasporto merci e della logistica. Nella convocazione i promotori invitano a organizzare «ovunque picchetti e blocchi della produzione, della distribuzione, dei trasporti e dei servizi pubblici e privati». Proseguono gli scioperi nella logistica, tra cui la piattaforma FedEx di Peschiera Borromeo (Milano) e Nexive di Bologna. La Corte di Cassazione intanto respinge il ricorso presentato dal pubblico ministero di Piacenza contro l’annullamento del foglio di via per tredici lavoratori e un sindacalista della piattaforma piacentina.

Per i sindacati confederali Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti la vertenza della piattaforma FedEx di Piacenza si è chiusa il 1° ottobre con l’approvazione da parte dei lavoratori dell’accordo siglato con la società Alba, che gestiva la movimentazione nel magazzino. L’accordo conferma la chiusura e prevede «elementi importanti in termini economici, di ricollocamento e di formazione», come recita una nota delle tre sigle. Al contrario, la vertenza resta ancora aperta per il sindacato di base Si Cobas che dal primo giorno della chiusura di Piacenza, avvenuta a marzo 2021, ha avviato una serie di scioperi a scacchiera in diverse piattaforme FedEx, ancora in corso. Il Si Cobas annuncia di proseguire le azioni di sciopero e di blocco degli accessi, e contesta la legittimità dell’assemblea, sostenendo che vi hanno partecipato solo venticinque lavoratori sugli oltre trecento interessati. 

A pochi giorni dall’introduzione del Green Pass obbligatorio sul luogo di lavoro, da Trieste il Clpt-Coordinamento lavoratori portuali comunica che il 40% dei 950 lavoratori non ha la certificazione e annuncia uno sciopero con blocco del porto per il 15 ottobre se il certificato resterà obbligatorio.

Dal primo turno di lunedì 11 ottobre al Medcenter Container Terminal di Gioia Tauro, controllato dalla compagnia marittima Msc, viene proclamato uno sciopero di ventiquattro ore indetto dal sindacato autonomo Orsa Porti. Il sindacato contesta il 

continuo atteggiamento di indifferenza da parte dell’azienda alle sue richieste di riorganizzare il lavoro, la mancata volontà nel voler porre rimedio alle lacune, i deficit gravi tra cui la pessima qualità della vita lavorativa che incide negativamente sullo stato psico-fisico dei dipendenti, la mancata elezione democratica della Rsu, cestinata per venti anni, solo ed esclusivamente per togliere voce ai lavoratori, favorendo interessi di segreteria sindacale, senza scordare le continue discriminazioni sulla pianificazione del lavoro.

I porti potrebbero essere uno dei nodi critici nell’introduzione dell’obbligo di certificazione verde Covid-19 (Green Pass). Il Governo nega eccezioni. Il ministero dell’Interno dirama una circolare con cui chiede alle imprese portuali di garantire tamponi per i lavoratori in modo gratuito. A questo provvedimento risponde l’associazione datoriale Assiterminal. Nella lettera, l’associazione premette che le attività complesse nei porti rendono difficile l’applicazione dell’obbligo e dei relativi controlli, e che finora le imprese hanno garantito la sicurezza dei lavoratori. Poi chiede ai ministeri di fornire dettagli su chi, nell’ambito di questo sistema complesso, dovrà fornire i tamponi gratuiti ai lavoratori che operano o entrano nei terminal. 

Il 13 ottobre alcune decine di camion bloccano completamente gli accessi al terminal container Psa di Genova Voltri, per una protesta spontanea scatenata dallo sciopero a singhiozzo proclamato all’inizio di ottobre dalla Rsu della società terminalista, nell’ambito della vertenza sul rinnovo del contratto aziendale. Lo sciopero dei portuali viene attuato per un’ora all’inizio e alla fine di ogni turno, rallentando le operazioni di carico e scarico dei veicoli industriali, in un contesto dove gli autotrasportatori lamentano le lunghe attese croniche. L’intasamento raggiunge il casello autostradale. I promotori del fermo sarebbero soprattutto i padroncini esasperati dalle perdite di tempo, e quindi di introiti, causate dalle lunghe attese. Mancando un soggetto organizzatore, non si sa quando potrà terminare la protesta dell’autotrasporto. Al prefetto manca un interlocutore. È facile prevedere che il blocco proseguirà anche il 14 ottobre e si teme un peggioramento della situazione quando il 15 ottobre entrerà in vigore l’obbligo del Green Pass. 

Alla vigilia di questa data crescono le preoccupazioni sull’intera filiera logistica, in particolare nei porti e l’autotrasporto. Da Trieste giungono segnali di allarme. L’associazione datoriale Confetra-Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, sezione del Friuli-Venezia Giulia, comunica che le società portuali che rappresenta forniranno tamponi gratuiti al personale non vaccinato fino al 31 dicembre 2021, a condizione che dal 16 ottobre il porto continui a funzionare regolarmente. La confederazione avverte che l’incertezza sta già deviando le merci su altri porti europei: «Se le operazioni verranno fermate, le merci troveranno altre strade più sicure e non ritorneranno facilmente indietro». Gli operatori si chiedono ansiosi se altri porti si trovano in questa situazione. Secondo il portavoce dei portuali triestini Stefano Puzzer potrebbe fermarsi anche Genova. Si stima che nello scalo ligure il venti percento dei lavoratori non sia vaccinato e l’impresa terminalista Psa annuncia che fornirà i tamponi gratis ai propri dipendenti per due mesi. Ma resta il problema degli esterni, come gli autisti dei camion che trasportano i container. A Livorno e Gioia Tauro i lavoratori hanno chiesto tamponi gratuiti. Più tranquilla appare la situazione a Venezia, Napoli e Salerno, dove le Autorità portuali non prevedono fermi.

Il presidente dell’Autorità portuale di Trieste Zeno D’Agostino minaccia di dimettersi nel caso in cui il blocco dovesse effettivamente andare in scena. «Non trattateci come no vax», ribatte Puzzer ai giornalisti nel corso di un’intervista: «io sono vaccinato e credo nel vaccino. Il Green pass non è una soluzione sanitaria». L’Ancip – Associazione nazionale compagnie e imprese portuali si smarca dai portuali di Trieste in protesta contro l’obbligo del Green Pass nei luoghi di lavoro. «Non è così che si difende il lavoro portuale», dice in una lettera aperta il presidente Luca Grilli. 

Il Gruppo multinazionale Cnh Industrial, che produce macchine agricole e di movimento terra, veicoli industriali e autobus, con una nota diffusa la mattina del 13 ottobre annuncia che chiuderà temporaneamente alcuni impianti europei «in risposta alle interruzioni in corso per l’ambiente di approvvigionamento e la carenza di componenti di base, in particolare semiconduttori». 

La vertenza che contrappone il Si Cobas e la cooperativa Sdg, che gestisce alcune piattaforme logistiche della catena di supermercati Unes, causa il licenziamento dei quaranta lavoratori del magazzino di Truccazzano, in provincia di Milano. La cooperativa annuncia il provvedimento spiegando che la decisione 

è arrivata a valle di uno stato di agitazione proclamato su presunte irregolarità, poi cadute alla verifica dei fatti. Su queste basi assolutamente inconsistenti, alcuni lavoratori hanno bloccato per ben diciotto volte in un mese le piattaforme logistiche di Truccazzano, Vimodrone e Pozzuolo Martesana in provincia di Milano, non permettendo l’entrata e l’uscita di mezzi, merci e persone, e quindi la regolarità delle operazioni commerciali.

Il porto di Trieste rimane l’osservato speciale, con una buona parte dei lavoratori che ha scelto di proclamare uno sciopero a oltranza contro l’obbligo di Green Pass, aderendo allo sciopero generale nazionale, dal 15 al 20 ottobre, proclamato dai sindacati Fisi, Confsafi, Al-Cobas e Soa, confermato nonostante la Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali abbia dichiarato illegittima l’iniziativa.

Anche a Genova prosegue la protesta di chi si oppone al Green Pass davanti ai varchi del ponte Etiopia, a San Benigno e al terminal traghetti. I presidi rallentano ma non interrompono l’attività portuale. Terminata invece la protesta spontanea degli autotrasportatori al terminal container Psa di Voltri, iniziata il 12 ottobre con il blocco degli accessi. 

Dopo tre giorni di presidio davanti al Varco 4 del porto di Trieste contro l’obbligo del Green Pass, la mattina del 18 ottobre la polizia carica i manifestanti dall’interno del porto, usando gli idranti. Il presidio contava alcune centinaia di persone, tra lavoratori portuali e attivisti giunti da altre parti d’Italia. Uno dei portuali ha avuto un malore ed è stato soccorso da un’ambulanza. La protesta è iniziata il 15 ottobre, giorno dell’entrata in vigore del Green Pass, ma il blocco del Varco 4 ha permesso la continuità delle attività portuali durante il fine settimana. Il comitato dei portuali Clpt ha annunciato che lo sciopero proseguirà fino al 21 ottobre.

Il sindacato di base Usb Mare & Porti proclama per il 25 ottobre uno sciopero di 48 ore dei portuali di Genova contro l’obbligo del Green Pass e per ottenere i tamponi gratuitamente. L’inizio della protesta avviene con un presidio al varco Albertazzi. In una nota, il sindacato spiega che 

Usb e il Calp denunciano la gravità di una misura discriminatoria come il Decreto Legge 127/2021 che prevede il Green Pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, dicono no alla volontà di governo e aziende di scaricare sulla classe lavoratrice l’onere di una misura che non tutela la salute pubblica e ribadiscono con forza la richiesta di tamponi antigenici rapidi per tutti i lavoratori, vaccinati e no, il cui costo deve essere interamente a carico delle aziende, come previsto dalla legge.

Radicamento culturale e innovazione nella resistenza alla Gkn

Stefano Bartolini

14 settembre 2021. Chiostro dell’Istituto Ernesto de Martino a Sesto fiorentino, addobbato come sempre dallo striscione rosso con la scritta «Nostra patria è il mondo intero». È una serata particolare. L’Istituto, che da sempre trova la sua ragion d’essere nella volontà di portare avanti «la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario», ospita gli operai della Gkn in lotta, per una serata di incontro con i lavoratori e le lavoratrici della ricerca storico-sociale e della cultura. Non capitava da tempo che i lavoratori in carne e ossa tornassero a incontrare questi ambienti, in queste forme e in questa sede. C’è molta partecipazione, e anche emozione, il chiostro è pieno. La serata combina insieme diversi elementi. C’è il gruppo punk Brigata Valibona, composto tutto da operai e il cui cantante è proprio uno dei lavoratori della Gkn. Ci sono quattro video proiettati su un maxischermo che provano a raccontare momenti diversi della lotta estiva, realizzati dai documentaristi Filippo Maria Gori e Lorenzo Gori. Ci sono gli interventi dei lavoratori e degli “intellettuali”: il sottoscritto, Antonio Fanelli, Bruno Settis, Valerio Strinati. È un’iniziativa di frontiera, che prova a tenere insieme la solidarietà attiva con la lotta e l’approfondimento analitico della vicenda in cui si sono trovati catapultati, loro malgrado, i lavoratori e le lavoratrici dal 9 luglio; con gli strumenti propri della storia orale e dell’osservazione partecipante.

In quel momento la tensione stava salendo. Il 21 settembre scadevano i 75 giorni di preavviso della procedura di licenziamento avviata dall’azienda, dal 22 la cessazione del rapporto di lavoro poteva diventare effettiva in qualsiasi momento. Il 18 si sarebbe svolto un corteo a Firenze, e la sera del 14 ancora si temeva per il maltempo, i lavoratori avevano passato la serata a controllare gli aggiornamenti delle previsioni meteo. Si attendeva anche la decisione del Tribunale di Firenze sul ricorso della Fiom per licenziamento illegittimo, si temeva un rinvio a dopo il 22 settembre che avrebbe esposto i lavoratori a rischi difficilmente calcolabili. La serata si era conclusa con un forte appello alla solidarietà e alla partecipazione a fianco dei lavoratori.

Fortunatamente, a meno di una settimana di distanza, il 20 settembre, è arrivato il pareggio, la prima buona notizia. Il Tribunale di Firenze ha dato ragione alla Fiom, la procedura di licenziamento è illegittima. Il dispositivo ricostruisce nei dettagli il comportamento della proprietà – mosso da logiche speculative finanziarie, e non da politiche industriali, ben esposte in un articolo di Anna Maria Romano su Opencorporationblog. Per il giudice, l’azienda non solo non ha informato – come previsto dalla legge, dal contratto di lavoro e da accordi aziendali – i lavoratori e il sindacato delle proprie intenzioni, ma ha perseguito una strategia per chiudere l’azienda in un giorno di par (permesso annuo retribuito) collettivo, adducendo alle rappresentanze sindacali motivazioni legate alla produzione rivelatesi false e pretestuose, in modo tale da avere la fabbrica vuota al momento dell’invio del licenziamento. Poi ha mandato delle guardie private a presidiarla in sostituzione del servizio normale di portineria, provando a impedire in questo modo il diritto sindacale di assemblea sul luogo di lavoro e chiedendo successivamente alle istituzioni lo sgombero dell’assemblea sindacale permanente. L’azienda ha cioè teso una trappola per realizzare una serrata offensiva. La sentenza del Tribunale su questo è inequivocabile: «L’intento di delegittimare il Sindacato con iniziative volte a elidere o comunque ridurre le possibilità di reazione dello stesso si riscontra anche nelle modalità con le quali è stata attuata la disposta cessazione delle attività».

Con la sentenza si è chiusa una prima fase, durata 74 giorni, che ha annullato i licenziamenti e riportato quasi al punto di partenza la situazione. Quasi, perché in realtà c’è un elemento che continua a fare la differenza. Gli operai non sono tornati a lavorare, anche se ricevono lo stipendio, e l’azienda non ha disposto il riavvio della produzione. L’assemblea permanente continua. I lavoratori sono stati lasciati in un limbo, in cui la voce delle istituzioni, del Governo, è assente.

In quei primi 74 giorni tuttavia sono apparsi tanti aspetti che colpiscono l’occhio dello storico del lavoro. Intorno agli operai della Gkn si è fin da subito raccolta una solidarietà e un’adesione che si sono articolate in tante iniziative di supporto. In Toscana forme di mobilitazione solidale delle comunità sul territorio di fronte a crisi come queste non sono sconosciute, ma nemmeno sempre scontate. Tra il 2009 e il 2010 ho avuto modo di documentare, con gli strumenti della storia orale, l’occupazione di un call center a Pistoia, che dista circa 25 km dalla Gkn, l’Answers, 570 dipendenti di cui 494 donne, con una piccola presenza di immigrate dall’Est. In quel caso non eravamo di fronte a un’azienda con una storia di lungo periodo, e nemmeno a una classe lavoratrice con una forte identità di mestiere e una storicità come quella dei metalmeccanici. Anzi, era una classe con un’identità in formazione, che però è riuscita a trovare la necessaria coesione e i repertori d’azione per portare avanti una vittoriosa occupazione di 102 giorni. All’Answers come alla Gkn il territorio si è stretto attorno al mondo del lavoro in lotta con forme di supporto di ogni tipo, che vanno dalla mensa alla presenza ai presidi, alla fornitura delle infrastrutture necessarie a portare avanti un’assemblea permanente, fino all’organizzazione di iniziative di sostegno.

Nel caso della Gkn tuttavia si aggiunge un paesaggio circostante che a uno sguardo superficiale può risultare spiazzante. La fabbrica si trova in uno spazio simbolo della nostra modernità, tra il grande centro commerciale “I Gigli” e un cinema multisala. Contesti che sono stati descritti come «non luoghi» da Marc Augé, che vi ha visto persone a una sola dimensione, quella del consumatore, per dirla con Marcuse, ma che invece sono luoghi concretissimi per chi ci lavora ogni giorno. Colpisce vedere lo striscione di solidarietà dei lavoratori dei “Gigli” appeso di fronte alla fabbrica. Siamo in un luogo dove ogni giorno passano migliaia di persone, che nei fine settimana diventa affollatissimo e che ha fatto sì che la lotta della Gkn nascesse già “in piazza”, davanti agli occhi di tutti. E la misura dell’adesione, il corteo delle ambulanze, la solidarietà immediata del mondo dello spettacolo, a cui ha seguito quella della cultura e poi della comunicazione, tutte raccontate con la felice formula «I lavoratori della Gkn incontrano i lavoratori del…», l’incontro con i rider, l’invito alle feste dell’Unità, gli striscioni delle Rsu di mezza Toscana appesi ai cancelli, il dialogo e le mobilitazioni con gli studenti e con i Fridays for future ecc. … ci parlano della persistenza della subcultura rossa di questi territori, ben descritta da Antonio Fanelli nel suo libro sulle case del popolo della “cintura rossa” attorno a Firenze. Siamo letteralmente in quelle che furono le strade e i campi in cui Benigni ambientò il suo Berlinguer ti voglio bene. Un luogo concreto dunque, dove è ancora presente un attore che si è voluto raccontare come desueto e scomparso, la classe operaia, che attinge a risorse culturali fortemente radicate nel territorio in cui vive.

Entrando nel capannone della Gkn non si sfugge all’impressione che di nuovo il luogo, la sua fisicità, giochi una sua parte. La fabbrica assomiglia a un cubo, è quasi tutta aperta al suo interno, a cose normali gli operai si incrociano, passano da una linea di lavoro all’altra, non sono separati. Gli assunti direttamente dalla Gkn sono tutti uomini, le donne lavorano per le aziende di servizi in appalto, come la mensa, e sono organizzate insieme alle compagne dei lavoratori nel Coordinamento donne. Fra questi operai esistono reti amicali, relazionali, comunitarie. Incontriamo dunque una classe operaia con forti legami al suo interno e compatta, abbastanza giovane (l’età media è 40 anni), nella stragrande maggioranza composta da italiani, elemento che rimanda di nuovo al suo forte radicamento territoriale – per fare un solo esempio esplicativo, uno di loro nel tempo libero allena una squadra di calcio giovanile – e che probabilmente fornisce una forza aggiuntiva rispetto ad altre lotte, come quella della Textprint nella vicina Prato, portata avanti da lavoratori stranieri, pachistani e bengalesi, contro la proprietà cinese. Una classe operaia in questo caso più frammentata al suo interno e soprattutto con deboli legami comunitari col territorio, mancante di un radicamento nella comunità circostante, che infatti non ha fornito la stessa risposta solidale, anche se gli operai della Gkn hanno portato il proprio supporto. Aspetti su cui è importante iniziare a riflettere.

Dai caratteri della classe operaia della Gkn scaturiscono elementi per molti inaspettati. Come la spiccata capacità comunicativa. Fin da luglio è stata evidente l’abilità nell’uso dei social network (il Collettivo di fabbrica – di cui parleremo a breve – aveva già delle pagine su Facebook e Instagram) con il ricorso ai selfie per pubblicizzare la lotta e le manifestazioni, scattati ovunque dalle persone solidali con i cartelli in mano e la scritta #insorgiamo: a casa, per strada, al supermercato, al mare, al bar ecc… Lo stesso vale per la produzione e vendita del “merchandising” con il logo del Collettivo, che mette insieme vecchio e nuovo, tradizione e innovazione: il finanziamento della cassa di resistenza necessario a portare avanti l’assemblea permanente, che è al tempo stesso un potente e moderno strumento comunicativo, creatore di solidarietà e identità. Si trova di tutto: magliette, felpe, giacchetti, adesivi, magneti per il frigorifero, accendini, spillette… Non manca la bandiera, rossa con scritta gialla, distribuita in tutta Firenze e nella Piana verso Prato nei giorni precedenti la manifestazione di settembre e la sentenza, invitando a esporla dalla finestra come la bandiera della pace ai tempi delle mobilitazioni contro la guerra di inizio secolo. Ormai si incontra un po’ ovunque, sulle case, agli incroci, sulle rotonde, nei circoli.

Tutto questo deriva dalla cultura di questi lavoratori e dalla loro forte sindacalizzazione, dato peculiare di questa lotta. Non sarebbe possibile comprendere appieno questa mobilitazione senza questo dato, che si intreccia fortemente ai repertori di lotta. Il sindacato che riscuote un’adesione schiacciante, quasi “bulgara”, è la Fiom-Cgil. Ma alla Gkn troviamo una peculiare organizzazione sindacale, che per certi aspetti ricorda quella dei consigli di fabbrica. Si tratta di una struttura che affonda le sue origini tra il 2007 e il 2008 durante un confronto con l’azienda sull’organizzazione dei turni, e che dopo circa dieci anni, nel 2017-2018, è arrivata alla sua configurazione attuale, ancora una volta nel tornante di una contrapposizione con l’azienda che intendeva applicare il “modello Marchionne”, ovvero l’istituzione della figura del team leader tra le linee di produzione, a cui i lavoratori avrebbero dovuto rivolgersi per le loro esigenze, scardinando così il rapporto dal basso dei lavoratori con i loro rappresentanti sindacali. La risposta fu la creazione dei “delegati di raccordo”, ispirandosi ai consigli degli anni Settanta: figure elette dai lavoratori e capaci di arrivare in ogni reparto e in ogni turno di lavoro, che si affiancano alle Rsu e all’Rls. Sono 12 e restano in carica per soli 12 mesi, favorendo così il ricambio, la diffusione della formazione sindacale all’interno del luogo di lavoro e la responsabilizzazione dei lavoratori. Costituiscono un livello intermedio aggiuntivo che allarga le maglie della partecipazione. Alla base di tutto il processo c’è l’assemblea generale dei lavoratori. E poi c’è il Collettivo di fabbrica, una struttura informale che è il cuore della mobilitazione, ma che era già presente. 

Parlando con i lavoratori del Collettivo è difficile separare queste dimensioni, il merchandising dal Collettivo, i repertori dal livello comunitario. Tutto si mischia e sta insieme con coerenza, e se chiedi del merchandising il discorso riparte dal Collettivo e dal suo logo, che non ne è l’atto di nascita ma un passaggio importante, un elemento di riconoscimento, come dice Massimo: «Il Collettivo di fabbrica c’era anche prima però si marca». Perché tutto nasce prima della vertenza e vi entra con naturalezza, come ben si può comprendere da questa intervista collettiva che ho realizzato al presidio in fabbrica subito dopo un’assemblea.

Massimo: Un po’ di roba ce l’avevamo da più di un anno, prima s’è fatto lo striscione, poi s’è fatto le magliette.

Matteo: Fare un simbolo del Collettivo di fabbrica per caratterizzarsi anche in officina, loro [i lavoratori] le portavano anche durante l’orario di lavoro le magliette del Collettivo di fabbrica. Il marchio è venuto fuori da un disegno tecnico, e quindi, come si fa a disegnare il semiasse? S’è preso il disegno tecnico di un semiasse, s’è riportato in scala, poi si sono incrociati, e poi ci s’è aggiunto la rota dentata che forse si capisce poco.

Massimo: Sì c’ho lavorato io al marchio. Prima s’era fatto i due semiassi incrociati, poi ci piaceva il giusto perché era proprio una X buttata lì così, s’è aggiunta la ruota dentata, però se era completa, la ruota dentata completa poteva rassomigliare a qualcosa di poco gradevole [si riferisce alla croce celtica] e quindi l’idea è venuta levando un pezzo, forma una C che sta per Collettivo. Ha fatto il suo esordio, quel simbolo, sullo striscione, il logo più scritta rigorosamente font Gagarin, Collettivo di fabbrica, Lavoratori Gkn Firenze sotto. Sullo sciopero del 14 giugno 2019, se vai nella pagina facebook del Collettivo, la foto di testa del profilo è di quello sciopero lì.

Stefano: È interessante questa cosa che l’usavate in fabbrica come segno distintivo, quindi mostravate in qualche modo l’organizzazione.

Massimo: Si, esatto, il Collettivo di fabbrica c’era anche prima però.

Stefano: Ma non sono i delegati il Collettivo, ma in generale chi aderiva…

Matteo: Il Collettivo non sono i delegati, il Collettivo è …

Massimo: È i lavoratori.

Matteo: Sostanzialmente, è un momento di approfondimento, e un’assemblea extralavoro, diciamo così, va bene, quindi i componenti entravano e uscivano dal gruppo a piacere insomma, era sostanzialmente un…

Paolo: È un collettivo.

Matteo: Un gruppo whatsapp che si ritrovava su chiamata – nostra, dei delegati – o a fine turno, e quindi a fine turno però spezzettati, cioè i componenti del Collettivo di fabbrica del primo turno si riuniscono a fine turno, e quindi dalle 14 alle 15, quelli di sera dalle 22 alle 23, e quelli di notte sostanzialmente nella mezz’ora di pausa un pochino più allargata.

Massimo: Oppure prima del turno.

Le Rsu e i delegati di raccordo sono riconosciuti dall’azienda come figure, il Collettivo è informale e senza tessere, però i lavoratori che si riconoscono nel Collettivo si devono riconoscere, far propri, dei principi che abbiamo buttato giù nel lontano 2017, che non è cosa calata dall’alto ma erano tutte cose che già facevamo. 

Stefano: Quindi le magliette e tutte queste cose qui, il logo, erano un simbolo di riconoscimento dell’organizzazione sindacale in azienda, quindi a quel punto voi ce l’avevate pronta quando è iniziata l’assemblea permanente? 

Paolo: Va bè lì poi è stato potenziato.

Massimo: Esatto, sono venuti fuori altri tipi di magliette.

Paolo: È stato potenziato, è stato reso più celere.

Massimo: I giubbotti sono una novità.

Paolo: S’era già fatto anche le borracce, si portavano in stabilimento, per abbattere anche, ci s’avea gli erogatori prima di’ Covid a mensa, invece che compra’ le bottigliette s’andava su a mensa a bere con la borraccia del Collettivo.

Stefano: Però ora non è più una roba solo del Collettivo, è diventata una roba di chi sostiene la mobilitazione, cioè avete scelto di darle anche agli altri.

Matteo: È un autofinanziamento alla lotta.

Paolo: È un autofinanziamento pe’ sostene’ la cassa di resistenza già prima che partisse la bambola.

Massimo: C’era già una cassa di resistenza.

Paolo: Poi ora è partita la bambola, l’hai potenziata hai fatto magliette di varie maglie, anche con la variante Insorgiamo, hai fatto più striscioni, hai fatto la felpa con la zip, hai fatto l’accendini.

Massimo: Prima della vertenza era un pochino più su prenotazione.

Paolo: No quando andavi alle manifestazioni te lo chiedevano e quindi comunque glielo davi. 

Massimo: Sì ’uesti scaldacollo hanno fatto l’esordio mi sembra allo sciopero del, che era, il 20 febbraio quello per la Textprint a Prato, si prese il primo scaldacollo e gli avevamo fatti per noi, gli scaldacollo misura unica, gli avevamo un po’ anche lì e ce l’hanno comprati in diversi, piacevano.

Da questa combinazione fra il luogo, le soggettività che vi sono presenti e radicate e le peculiari forme di organizzazione sindacale scaturisce poi un linguaggio di lotta a sua volta non scontato. L’elemento che colpisce sopra a tutti è il forte ricorso alla fraseologia della Resistenza. A partire dallo sciopero generale del 19 luglio e nelle tre manifestazioni successive – 24 luglio intorno alla fabbrica e al centro commerciale a Campi, 11 agosto giorno della Liberazione di Firenze, 18 settembre di nuovo a Firenze, sui viali già scenario della grande manifestazione del Social forum del 2002 – abbiamo visto in piazza una sorta di patriottismo Resistenziale, che ci parla come Di Vittorio della salvezza dell’Italia attraverso il lavoro. Per inciso, quello che viene rivendicato non è il salvataggio del proprio posto di lavoro – come spesso avviene – ma un ragionamento più vasto che parla di «salvare il lavoro», cioè la produzione, il territorio, il Paese. E che cerca di includere anche il mondo del lavoro non operaio.  Dopo anni di attacchi alla Resistenza, una mobilitazione di lavoratori si impone sulla scena aprendo i propri cortei con la bandiera della Brigata partigiana Garibaldi “Senigaglia”, innalzando sul pennone dell’azienda una bandiera italiana al cui centro campeggia una stella rossa e recuperando dichiaratamente lo slogan dell’organizzazione antifascista Giustizia e Libertà «insorgere-risorgere», chiamando a una sollevazione che mira alla difesa del territorio e della produzione, le stesse note che suonò Pertini nel suo proclama radio del 25 aprile 1945: «Per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine».

Infine, mentre già si stava preparando il funerale a forme espressive di lotta e di identità come il canto, alla Gkn riemerge un coro, nato dal basso, sui ritmi di un canto diffuso allo stadio. Non ha un titolo, anche se potremmo chiamarlo come la sua prima parola, Occupiamola, ma è un canto che aggrega, identifica, mobilita, dà forza.

Nel cuore della provincia italiana, a Campi Bisenzio, possiamo dunque osservare all’opera soggetti, parole e temi che evidentemente sono ancora radicati e ancora mobilitano, aggregano, sono capaci di costruire discorso. Osservandoli, viene da chiedersi se la crisi politica della sinistra, più che crisi di una cultura politica che ancora evidentemente sopravvive, non sia da circoscriversi a una dimensione interna ai partiti della sinistra, sempre più separati da un radicamento sociale nelle classi lavoratrici popolari e che, in particolare per quelli di governo, hanno rinunciato a un’eredità culturale e a determinati discorsi politici, fatto salvo per i generici appelli antifascisti alla vigilia delle tornate elettorali. Come nel caso della discussione per una legge contro le delocalizzazioni, che nasce qui, che sul terreno della mobilitazione si incontra con i giuristi mostrando come una lotta operaia sia ancora in grado di trovare ricadute e sbocchi politici più generali, che vanno oltre la propria vertenza e situazione. Nel solco del lungo tracciato della migliore storia e natura del sindacalismo italiano, generale e a vocazione politica.

Bibliografia e sitografia

La registrazione dell’intervista collettiva di Stefano Bartolini con i lavoratori Gkn del 10 novembre 2021 è conservata presso l’Autore.

M. Augé, Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Trento 2010.

A. Fanelli, A casa del popolo. Antropologia e storia dell’associazionismo ricreativo, Donzelli, Roma 2014.

A. Longo, «Un collettivo di fabbrica a prova di democrazia», Il Manifesto, 31 luglio 2021.

A. Patruno, «Operaio Gkn e mister di calcio», nove.firenze.it, 17 novembre 2021. 

Anna Maria Romano, «Gkn, ovvero l’anticamera dell’inferno», Opencorporationsblog.org, 29 luglio 2021.

Facciate

Margherita Giacobino

Illustrazione di Federico Zenoni

Erbacce ci ha regalato questo bel racconto satirico di Margherita Giacobino. Noi lo condividiamo come buon auspicio per l’anno nuovo.

I politici avevano deciso che per attirare gli investitori esteri e tirare su il morale alla gente provata dalla crisi pandeconomica bisognava rilanciare l’immagine dell’Italia. Fu approvato il progetto Poveri ma Belli che prevedeva vari tipi di bonus per le facciate: 100% per un lifting tipo berlusconiano (zigomi, cornicioni, fondotinta secondo tabella colori comunale), 130% per il modello Lilli Gruber (copertura completa superfici esterne in silicone e botulino), 195% per l’innovativo modello Marina Abramovic (interventi performativi in metallo, resina e body paint).
Era tutto molto semplice e chiaro, bastava leggere le 3000 pagine di istruzioni. I condomini non pagavano niente perché tutto quello che spendevano veniva magicamente trasformato in credito e ceduto alle imprese edili. Le quali a loro volta lo cedevano alle banche, che in cambio gli davano dei soldi veri – perché i mattoni non si comprano mica a credito – cioé quelli dei risparmiatori che tenevano i risparmi sul conto e non li investivano perché avevano paura di perderli, visto che le borse erano più volatili degli uccelli di passo. A questo punto le banche cedevano il credito allo stato, che sarebbe poi andato a esigerlo da se stesso. Tra gli addetti alle casse dello stato i più ansiosi si posero il problema di come pagare il credito, che visto dall’altra parte diventa debito, ma i colleghi più positivi e tiracampà li rassicurarono: i modi c’erano, i fondi europei, gli edifici pubblici di valore, quadri di Caravaggio e statue di Michelangelo, lingotti d’oro, coca, azioni di Cosa Nostra, seggi in parlamento, ministeri e buoni per il bar di Montecitorio.
Ovviamente a ogni passaggio i costi salivano un po’, era normale perché solo per compilare i moduli si era dovuto assumere un esercito di ragionieri, geometri, architetti e nipoti di uscieri dei vari uffici interessati.
I condomini d’Italia risposero entusiasticamente e presto in tutta la penisola si levarono boschi, foreste, giungle di strutture su cui operai lanciavano urla, davano martellate e ascoltavano a volume altissimo radio di tutto il mondo. Nelle vie centrali delle città il traffico era bloccato, le donne murate in casa dai ponteggi avevano ricominciato a calare i panierini ai corrieri di Amazon, e i commercianti esponevano le loro merci sui tubi e gridavano per attirare i clienti. L’atmosfera era di una festa foranea, rallegrata da brindisi e risse all’ora dello spritz.
Anche a ogni passaggio di mattone dalle mani di un muratore polacco a quelle di un manovale tunisino i costi salivano, perché i mattoni non crescono sugli alberi (per fortuna, visto il ritmo di disboscamento) e il cemento e i tubi nemmeno, e quindi si sviluppò un fiorente mercato nero dell’edilizia.
Agli angoli delle strade, nei sottoponteggi più bui, dove trovano rifugio gli homeless e vanno a morire i piccioni, uomini macho dall’aria minacciosa offrivano laterizi a dieci euro al pezzo, fino a cento euro per una singola piastrella firmata Armani fatta a Taiwan.
Ma tutti erano contenti, perché non pagavano. Parole come credito, bonus e facciata erano euforizzanti e comparvero anche in alcune canzoni pop che andarono subito in classifica. Tutti volevano rifarsi la facciata, e così oltre ai condomini vennero impalcate anche le chiese, le caserme, le banche in fallimento, i musei chiusi, gli ospedali dismessi, gli edifici abusivi e perfino alcune scuole, dove gli alunni poterono poi assistere alle lezioni sui ponteggi, visto che gli interni non erano agibili da anni.
E l’Italia andò finalmente in pareggio, perché a fronte di un debito pubblico a pozzo di San Patrizio poteva vantare una smagliante, nuovissima facciata di credito.