Il capitalismo flessibile alla Grafica Veneta

di Alfiero Boschiero 

Il disegno è di Arpaia

Nicola Atalmi, cinquant’anni, abita a Treviso, ha alle spalle una lunga esperienza politica, è stato consigliere regionale per i Comunisti unitari ai tempi della “monocrazia” di Galan. Sindacalista della Cgil da una decina d’anni, è responsabile regionale del Sindacato dei lavoratori della comunicazione (Slc), dove la Cgil ha inserito anche un segmento manifatturiero pregiato, la grafica, con una lunga storia veneziana e veneta. Atalmi è uno dei testimoni chiave delle vicende di Grafica Veneta rimbalzate al (dis)onore della cronaca nella calda estate 2021. Una storia di sfruttamento di lavoratori pachistani, al limite della schiavitù, nel magazzino di un’azienda di successo. 

Siamo a Trebaseleghe, un comune padovano sulla Castellana, la direttrice che unisce Mestre-Venezia a Castelfranco, attorno alla quale lavorano migliaia di persone. Aree industriali, traffico pesante, abitazioni, scuole, welfare, municipi: una società messa al lavoro. Lavori a soggettività individuale e senza rappresentanza collettiva. 

Il capitalismo flessibile nel cuore geografico e culturale del Veneto.

Alla Castellana, non più periferia industriale ma piattaforma produttiva globale, manca la città come luogo denso, plurale, conflittuale. Quello di Grafica Veneta appare un capitalismo senza borghesia e senza cultura. Ogni giorno lavoratori, manager e imprenditori bevono il caffè nella stessa piazza. E la piazza non vede le contraddizioni, neppure quelle odiose e razziste, preferisce sognare una comunità che non c’è più, invece che far diventare questi temi discorso pubblico, democrazia partecipata, responsabilità.

Il valore del lavoro e la sua rappresentanza collettiva esigono una rivoluzione culturale, come il futuro di Trebaseleghe e del Veneto.

L’intervista è stata raccolta dall’autore a Mestre, l’8 novembre 2021.

Boschiero: Grafica Veneta è una media azienda veneta o una multinazionale tascabile?

Atalmi: La storia di Grafica Veneta è una storia visceralmente veneta, nasce e cresce nel ventre della pianura padana, con tutta la vitalità e tutte le contraddizioni che caratterizzano il capitalismo flessibile delle nostre terre. In trent’anni, una tipografia con tre dipendenti diventa lo stabilimento di Trebaseleghe, che ha letteralmente ridisegnato un paese di tredicimila abitanti, occupandone un intero quartiere. «Pensi che è lungo un chilometro!», ci spiegano con orgoglio. Occupa trecentonovantaquattro persone tra diretti e indiretti, più un centinaio di addetti in altri siti veneti, e recentemente è sbarcata negli Usa, acquisendo uno stabilimento a Chicago. A ridosso della fabbrica una magnifica villa del Settecento, restaurata a regola d’arte, ricorda gli investimenti e il prestigio dei nobili veneziani nello “stato da tera”.

Un classico esempio di impresa globale “in dialetto” che intreccia l’internazionalizzazione dei mercati di sbocco con la velocità dell’instant book, dall’autobiografia di Mandela a quella di Michelle e Barack Obama. Si pubblicizza come l’azienda in grado di stampare un libro in un giorno. Fece notizia quando il titolare, con la solita esagerazione, dichiarò di aver preso la commessa per stampare gli elenchi telefonici di tutto il Corno d’Africa. 

Boschiero: Chi sono i protagonisti della scena?

Atalmi: Come in tutte le aziende della rude razza padana, ci sono un “paròn”, Fabio Franceschi, e la sua famiglia, e c’è il paese. È la piazza di Trebaseleghe, una piccola patria, con una chiesa troppo grande, il primo specchio della ricchezza e della reputazione, ancor prima dei bilanci aziendali e dei mass media; seppure Franceschi dimostra di saperla usare, la comunicazione pubblica. Al fondo, permane un paternalismo poco incline a concertazioni con il sindacato e del tutto allergico ai conflitti. 

In estate esplode lo scandalo sullo sfruttamento dei lavoratori pachistani, corro a Trebaseleghe. Vedo uscire una Rolls Royce Phantom, una cosa da quattrocentomila euro, alla guida il Franceschi. Era appena finito il Cda, si levavano in volo addirittura due elicotteri. Entro e discuto, animatamente, con iscritti e delegati per capire come fosse potuta succedere una cosa simile. Il titolare, avvisato del mio arrivo, era rientrato e mi voleva incontrare. Le auto di padre e figlio erano parcheggiate all’ingresso, la Rolls e una Ferrari. Entriamo nello spazio produttivo, moderno, tecnologico, gigantesco. E scopro lo stile di Franceschi: quando è in azienda inforca una bicicletta e gira per lo stabilimento, si ferma a parlare con i lavoratori per verificare, controllare, conoscere i problemi…

Non manca l’intreccio con la politica. La sindaca e la giunta comunale sono espresse dalla Lega Nord. Inevitabile la stima ricambiata con il doge Luca Zaia, dopo la delusione patita da Forza Italia nel 2018 per la mancata elezione di Franceschi in Parlamento. Con Zaia il paròn gestisce mirabilmente l’operazione anti Covid nella primavera drammatica del 2020, fornendo milioni di mascherine targate “Regione Veneto”, del tutto inefficaci contro la pandemia finché erano gratis e subito dopo, diventate chirurgiche, un vero business per l’azienda. Qualche uscita nei salotti televisivi per riproporre la difficoltà a reperire manodopera, accusando i giovani di essere indisponibili ai disagi del lavoro operaio e ai turni. Il tutto in un’azienda dove per lungo tempo non si è applicato il contratto nazionale, gli orari erano senza limite, la disciplina molto dura; non a caso, con un alto turn over.

Boschiero: La vicenda dei pachistani percossi, ammanettati e trattati come schiavi, spezza questo incantesimo? Oppure le cose si trascinano come prima? Ad agosto, chi reagisce prontamente sono i Cobas, subito dopo arriva la Fiom, in base al fatto che gli appalti applicano il contratto dei metalmeccanici. Dobbiamo guardare in faccia la Slc, la federazione dei grafici, che in fabbrica è presente da anni e che dovrebbe educare alla libertà e alla solidarietà. I sindacalisti di fabbrica si sono mobilitati? Avevano visto? Perché non sono intervenuti?

Atalmi: In Grafica Veneta non è mai stato facile fare sindacato. Per anni si è cercato di eludere il problema con la creazione di sigle sindacali di comodo. Famosa nel Padovano è quella ispirata dall’avvocato Emanuele Spata, legale dell’azienda e responsabile delle relazioni sindacali, ma anche animatore di un sindacato “di base” che ha le medesime iniziali del suo studio: lo Studio legale Spata diventa Sindacato lavoro società: stesso acronimo, Sls. Per evitare un plateale conflitto di interessi, a Trebaseleghe viene fatto entrare un “Sindacato della stampa”, con qualche decina di iscritti. Se verifichi in internet trovi una fantomatica sede, a Camposampiero, e le foto dell’unica azienda in cui vanta iscritti, Grafica Veneta, appunto. 

Nonostante tutto, nel 2014 Grafica ha dovuto cedere e riconoscere la rappresentanza della Slc-Cgil; beninteso, dopo una lotta serrata, compresa una denuncia per comportamento antisindacale. In ogni caso, riconosco un ritardo dei nostri iscritti e dei delegati, una sottovalutazione grave, un’incapacità di capire cosa c’era dietro quell’appalto. 

Boschiero: Alla Gkn di Firenze, negli stessi giorni d’agosto, i lavoratori in lotta usano una parola precisa: “Insorgiamo!”, praticano una soggettività forte, consapevoli che la fabbrica è anzitutto lavoro e capacità professionale. A Trebaseleghe non c’è conflitto, si tende a smorzare i toni, prevale l’assuefazione: perché? C’è al fondo una subalternità culturale?

Atalmi: All’esplosione della vicenda, con le testimonianze fotografiche dei maltrattamenti cui erano sottoposti i pachistani del magazzino, ci siamo confrontati aspramente con la rappresentanza aziendale: com’era possibile che nessuno si fosse accorto di queste persone e delle loro condizioni? Gli attivisti della Cgil non dovevano restare indifferenti! Uno di loro, un compagno esperto, mi ha risposto: «Hai ragione, siamo rimasti travolti da questa vicenda e ci sentiamo in colpa per non esserci accorti di nulla. Parlavano poco l’italiano, non erano mai gli stessi, li incrociavamo solo quando portavamo in magazzino la merce da lavorare. Al massimo, ciao ciao». Evidentemente, le violenze e i soprusi avvenivano anche fuori di qui. Abbiamo incontrato i titolari e abbiamo chiesto che questa triste vicenda si chiuda con l’assunzione dei lavoratori interessati.

Boschiero: Avete approfondito le cose dentro l’azienda che gestiva il magazzino? Qualcuno ha ascoltato i pachistani?

Atalmi: Alla Grafica, inizialmente, i pachistani svolgevano mansioni marginali e di fatica, a ridosso dei dipendenti diretti; quando i sindacalisti di fabbrica hanno chiesto di regolarizzare il rapporto con questi lavoratori, come previsto dal Ccnl grafico, la direzione ha deciso di costruire un “bantustan pachistano”, ha recintato cioè uno spazio separato con delle reti termosaldate, all’interno del quale potevano operare solo i lavoratori di Bm Services. Risulta che vi siano state negli anni ben due ispezioni dell’Ispettorato del lavoro, senza che fossero registrate anomalie: cosa inquietante, bastava qualche visura camerale per capire che qualcosa non quadrava. Ma nessuno è intervenuto.

L’utilizzo della Bm Services, come sollevato in più occasioni dalle rappresentanze aziendali, violava quanto previsto dal Ccnl, in merito per esempio al contratto applicato, ma anche alle verifiche preliminari di cui è responsabile il committente, cioè Grafica Veneta. È emerso un quadro impressionante di sfruttamento: per rispondere ai picchi lavorativi in Grafica Veneta, la Bm Services utilizzava migranti pachistani – spesso richiedenti asilo provenienti da centri di accoglienza – che lavoravano fino a dodici ore al giorno, a fronte di salari decisamente inferiori. Non basta! I caporali applicavano ulteriori trattenute sulle buste paga attraverso carte postali che, nelle mani degli sfruttatori, erano strumenti di ricatto.

Per questo motivo fin dall’inizio della vertenza la Slc-Cgil ha rivendicato che Grafica Veneta si assumesse la responsabilità di ciò che è avvenuto in Bm Services e che desse un segnale inequivocabile, assumendo in azienda le persone coinvolte come risarcimento per le violenze subite. Si era avviata una trattativa aziendale, bloccatasi poi quando, al tavolo in Prefettura a Padova, il legale di Grafica Veneta non ha mantenuto gli impegni presi. E Franceschi ha preferito chiedere il rito abbreviato per i due dirigenti indagati, dietro i quali aveva mascherato le sue responsabilità, e pagare una multa. 

Boschiero: La vertenza è ancora aperta? O tutto si chiude così, con una multa ridicola? 

Atalmi: La vicenda penale è chiusa, Grafica Veneta ne è uscita con il patteggiamento, che però, va ricordato, è sempre un’ammissione di colpevolezza. I lavoratori pachistani erano tutti a tempo determinato, alcuni con contratti scaduti, altri hanno problemi con il permesso di soggiorno. Rimane in piedi il processo per caporalato contro la Bm Services, i nostri legali tenteranno di far riconoscere la responsabilità in solido del committente Grafica Veneta. La rappresentanza sindacale interna continua a chiedere che l’azienda assuma i lavoratori. 

Boschiero: Trebaseleghe, il paese e l’opinione pubblica, hanno reagito? Grafica Veneta periodicamente fa notizia sui giornali…

Atalmi: Nel 2012 le cronache segnalarono che un gruppo di mogli dei dipendenti vedevano con sospetto l’assenza prolungata dei mariti a seguito di ripetuti turni notturni; la cosa ovviamente stuzzicò la curiosità giornalistica. Ma, invece che risvolti boccacceschi, emerse semplicemente un uso smodato dei turni e dello straordinario. Un nostro sindacalista, controllando le buste paga, scoprì che lo stipendio mensile lordo era di tremilatrecento euro, con un netto di duemiladuecento. Nel lordo risultavano duecentocinquanta euro di straordinario, quattrocentocinquanta euro di lavoro notturno e ben novecentocinquanta di premio individuale. In quel mese l’operaio aveva lavorato trecento ore!

L’azienda fattura attorno ai centotrentacinque milioni di euro, con una crescita continua negli anni, ma non ha mai negoziato un premio aziendale collettivo. Perché dovrebbe sottoscrivere con il sindacato un premio di risultato? Gli strumenti più semplici sono gli straordinari, sempre e comunque, e il controllo individuale sulle persone. Questa enorme disponibilità dei dipendenti è una delle condizioni che garantisce a Grafica Veneta il vantaggio competitivo che l’ha portata al vertice in Italia e nel mondo: consegne veloci, unite ad affidabilità e qualità. Serve una diversa cultura del lavoro, consapevolezza dei propri diritti, orgoglio.

Boschiero: Proprio i brillanti risultati economici dovrebbero aprire lo spazio al sindacato. Al contrario, la Cgil appare timorosa, incerta: la debolezza sui migranti sottoposti a uno sfruttamento feroce fa pensare a una contrattazione aziendale altrettanto incerta, difensiva… Mi spieghi meglio il processo che porta Franceschi a servirsi di (sedicenti) cooperative?

Atalmi: Nel 2015 entrano in Grafica Veneta due ditte in appalto. Una che impiega esclusivamente donne rumene, la So-Giu Scarl, e la (famigerata) Bm Services Sas, di proprietà di due pachistani e con solo lavoratori pachistani. Nella stampa dei libri il finissaggio – apposizione di fascette, adesivi o sovra-copertine, finalizzati a promuovere le vendite – viene eseguito a mano ed è soggetto a picchi lavorativi. Un lavoro povero e discontinuo che può essere appaltato senza troppi problemi. La stessa forma cooperativa è puramente strumentale.

La Bm Services, che si propone come “professionisti del mondo dell’editoria”, ha sede legale a Lavis (Trento), curiosamente come altre aziende del settore concorrenti di Grafica Veneta – Lego, Lego Digit, Esperia, Alcione, Elcograf e la Printer Trento –, opera in diverse di queste aziende, applicando peraltro ai dipendenti, inopinatamente, il contratto metalmeccanico. Sin qui non è emerso a sufficienza che la Bm Services ha appalti con tutte le maggiori ditte del settore, e continua ad acquisirne.

Boschiero: Franceschi ha rilasciato in questi giorni alcune interviste imbarazzanti, dove si lascia andare a considerazioni razziste: «I pachistani sono un po’ così, pulizia e bellezza non è che facciano parte della loro cultura…», e afferma che d’ora in poi non intende più servirsi di loro e che assumerà solo veneti doc: «Il nostro territorio è un po’ traumatizzato da questa presenza. Non ce la sentiamo di assumere gente che non vive qui, perché la nostra è come fosse una famiglia…». 

Atalmi: Franceschi riaccende una polemica culturalmente devastante e danneggia l’immagine della stessa azienda. Anche qui realtà e finzione si rincorrono, perché Grafica Veneta non è e non è mai stata un’azienda “padana”. Dei trecentonovantaquattro dipendenti dello stabilimento di Trebaseleghe, duecentoquarantanove sono italiani, ma centoquarantacinque vengono da Romania, Marocco, Albania, Filippine, Senegal, Bielorussia, Egitto, Ucraina… E neppure è vero che occupa solo lavoratori diretti, vi è una forte presenza di lavoratori interinali.

Ancora un aneddoto. Nell’incontro estivo di cui dicevo, alla nostra richiesta di assumere i pachistani, se non per dovere morale, almeno per evitare campagne di boicottaggio internazionale – erano in corso di stampa i libri di papa Francesco e della Merkel, e già alcuni scrittori italiani avevano diffidato le loro case editrici a servirsi di Grafica –, il patron rispose con disarmante franchezza: «Più che il boicottaggio internazionale io non dormo la notte perché in piazza a Trebaseleghe la gente mi guarda e magari è convinta che sia io ad aver permesso quelle cose in fabbrica». 

L’indagine sul capitalismo flessibile in Veneto di Alfredo Boschiero continua.

Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria

di Francesco Bagnardi e Giuseppe D’Onofrio

Era il 13 maggio 2020 quando, con i contagi da Covid-19 in calo e gli appelli diffusi per tornare alla normalità, il governo annunciava il varo del Decreto Rilancio: un pacchetto di misure economiche straordinarie per affrontare l’impatto socio-economico del lockdown. In quell’occasione la ministra per le Politiche Agricole, Teresa Bellanova, comunicava con parole solenni l’introduzione di un provvedimento temporaneo di regolarizzazione dei migranti senza documenti di soggiorno e la possibilità per loro di far emergere e sanare i rapporti di lavoro irregolari nei settori del lavoro domestico e di cura e in agricoltura.

Da giugno ad agosto la regolarizzazione ha coinvolto 207.542 richiedenti. L’85% delle domande riguarda lavoratori e lavoratrici nel lavoro domestico e di cura e solo 30.694 – cioè il restante 15% – quelli agricoli. Il numero di regolarizzazioni attivate è il più basso nella storia recente delle sanatorie italiane. La “grande regolarizzazione” che accompagnò la legge Bossi-Fini nel 2002-03, per esempio, regolarizzò 700.000 stranieri, mentre nel 2006 e poi ancora nel 2009 furono regolarizzate le posizioni di 350.000 e 300.000 stranieri rispettivamente. Inoltre, i decreti “Immigrazione e Sicurezza” del governo Lega-Movimento 5 Stelle nel 2018 avevano di fatto moltiplicato il numero di stranieri irregolari sul territorio. Secondo le stime dell’Ispi, all’inizio del 2020, infatti, per effetto dei decreti sicurezza gli irregolari in Italia sarebbero stati circa 670.000. La stessa ministra Bellanova, in audizione alla Camera nelle settimane più drammatiche del lockdown, menzionava la presenza sul territorio di circa 600.000 irregolari e un fabbisogno di manodopera tra i 270 e 350.000 lavoratori nel solo comparto agricolo. È evidente quindi che, i trentamila lavoratori agricoli regolarizzati rappresentano un risultato marginale.

In questo articolo offriamo una breve analisi delle filiere agricole italiane e di come il Covid-19 abbia esacerbato le dinamiche di sfruttamento all’interno di esse. Partendo dall’analisi dal basso delle dinamiche di controllo e resistenza nei processi di lavoro nei campi, e usando il comparto del pomodoro da industria della provincia di Foggia come caso critico dell’intero settore, dimostriamo come la regolarizzazione abbia lasciato sostanzialmente intatti i rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori/trici migranti. Questo ha perciò reso la misura inaccessibile proprio a quei lavoratori/trici con minore potere contrattuale individuale a cui la misura proclamava di volersi rivolgere. La nostra analisi si basa sulle interviste raccolte tra lavoratori, sindacalisti, organizzazioni non governative attive sul campo in due periodi diversi. Le interviste che vengono utilizzate per illustrare i meccanismi di sfruttamento e riproduzione delle filiere agricole sono state raccolte sul campo nelle estati del 2017 e del 2018. Le interviste relative agli effetti della sanatoria sono invece state raccolte nell’agosto del 2020, principalmente a distanza.

Le filiere agricole in Italia e nel Tavoliere

Il comparto agricolo è tra i settori dell’economia italiana a maggiore incidenza di lavoro irregolare. Secondo le stime dell’Istat l’irregolarità del lavoro –- misurata come la percentuale di unità di lavoro irregolari sul totale delle unità di lavoro impiegate nel settore – tocca tassi del 24% a livello nazionale con picchi del 30% nel Mezzogiorno. Il peso dell’irregolarità nel settore è cresciuto negli ultimi anni, stabilizzandosi al Sud, e quasi raddoppiando al Nord.

I numeri forniscono una fotografia chiara, per quanto generale, del settore. L’irregolarità del lavoro significa elusione fiscale ma soprattutto sotto-salario, assenza di contratti e protezioni legali e individualizzazione dei rapporti produttivi. L’informalità rimuove i vincoli della legge e dei contratti collettivi e immerge le relazioni tra lavoratori/trici e imprese in un regime di coercizione e arbitrio delle parti in cui il lavoratore-trice non può negoziare i termini della propria attività lavorativa attraverso gli istituti collettivi della contrattazione e della tutela sindacale. Il lavoro nero coincide cioè spesso con un surplus di sfruttamento nei tempi di lavoro e nella remunerazione, nelle occasioni di negoziazione del processo produttivo e nell’accesso al welfare, che in agricoltura è legato alla capacità di accumulare una soglia minima di giornate lavorative formalmente registrate.

La persistenza e diffusione del lavoro irregolare nel comparto agricolo negli ultimi decenni segnalano quanto l’irregolarità sia una componente ormai strutturale del settore. I dati del “Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo”, che monitora le inchieste della magistratura relative ai reati di sfruttamento e intermediazione illecita di manodopera, confermano che i casi di caporalato e sfruttamento si vanno diffondendo su tutto il territorio nazionale. Il deterioramento delle condizioni di lavoro nelle campagne italiane, difatti, è anche il risultato di un’asimmetria nelle relazioni economiche e di potere tra imprese a capo delle filiere agricole produttive transnazionali e imprese loro fornitrici. La struttura e le caratteristiche della filiera, i rapporti di potere e di autorità tra le aziende al suo interno, l’instabilità e la stagionalità della produzione, e la crescente concorrenza internazionale incentrano l’intero processo produttivo sulla capacità delle aziende fornitrici di comprimere i costi e rendere iper-flessibile il lavoro.

La filiera del pomodoro d’industria, sulla quale concentriamo la nostra analisi, è un esempio tipico di tali dinamiche e una filiera cruciale del comparto agricolo nazionale. L’Italia è il primo produttore in Europa di pomodoro industriale e destina all’export il 60% della produzione nazionale. Nel paese esistono due distretti industriali specializzati nella produzione e trasformazione del pomodoro: il distretto del Nord, ubicato in Emilia-Romagna e il distretto del Sud, diviso tra la produzione che avviene in Capitanata, nella Puglia settentrionale, e la trasformazione che ha luogo nelle imprese dell’Agro Nocerino Sarnese, in Campania. La catena produttiva del pomodoro industriale italiano è una catena diretta dal compratore; in essa, cioè, gli acquirenti del prodotto e non i produttori, definiscono modi, tempi, qualità e prezzi della produzione. Un numero massiccio di industrie di trasformazione, infatti, producono per il mercato delle cosiddette private labels della grande distribuzione organizzata (Gdo), cioè i marchi di emanazione diretta della Gdo. Le grandi catene di supermercati forniscono marchio e il mercato al pomodoro che comprano dai fornitori italiani. Questi fornitori sono industrie di trasformazione localizzate principalmente nelle province di Napoli e Salerno e che lavorano il pomodoro fresco in pelato, polpa e altri prodotti. Nel distretto meridionale, oltre l’80% della produzione avviene per conto delle private labels. Nell’Agro Nocerino Sarnese, infatti, delle settanta imprese di trasformazione presenti solo tre hanno un marchio proprio. Le industrie di trasformazione acquistano il pomodoro dalle cosiddette “organizzazioni di produttori” (Op), le quali a loro volta acquistano il prodotto da imprese agricole di diverse dimensioni localizzate principalmente nell’area della piana di Capitanata. Il ruolo delle Op è stato fortemente contestato in quanto queste organizzazioni agiscono più come intermediari in cerca di rendite che come anello di raccordo tra produzione agricola e industriale. I principali acquirenti del pomodoro da industria a marchio privato, quindi, sono i giganti della Gdo che coprono il mercato domestico e il 70% dell’export nazionale. Nonostante una proposta di legge, ferma in Parlamento, punti a renderle illegali, oggi il pomodoro italiano viene acquistato di frequente attraverso aste a doppio ribasso, il cui fine è quello di comprimere il più possibile il prezzo e quindi innescare una feroce competizione tra trasformatori. Negli ultimi anni, come denunciato da alcuni trasformatori, le aste non vengono convocate dal singolo operatore della Gdo ma dalle cosiddette “alleanze d’acquisto”: cioè da organizzazioni di retailers che coordinano i rapporti di forniture comuni facendo leva sul proprio potere d’acquisto al fine di ottenere prezzi ancora più vantaggiosi. Le relazioni fortemente asimmetriche tra retailers e produttori e la politica dominante dei prezzi si ripercuotono sulle condizioni di lavoro nelle campagne.

In Capitanata, ancor più che in altri distretti, la forza lavoro agricola è fortemente segmentata lungo le linee della razza, della nazionalità e dello status migratorio. Una buona parte dei braccianti stranieri occupati in provincia vive in insediamenti informali sparsi per il territorio. Questi lavoratori rappresentano le principali riserve di manodopera da cui intermediari e datori di lavoro attingono durante la stagione della raccolta. In queste aree, il controllo del mercato del lavoro è affidato ai caporali che dettano le condizioni di lavoro e di salario dei braccianti per conto delle imprese. Essi soddisfano il bisogno di flessibilità degli agricoltori, fornendo una forza lavoro disponibile, temporanea e a basso costo da impiegare a seconda di picchi e cali di produzione. Losfruttamento lavorativo dei braccianti interessa contratti, salari, orari di lavoro, tempi e modalità di erogazione del salario. Sono tante le storie che in questi anni abbiamo raccolto durante il lavoro di campo delle nostre ricerche. Di seguito alcuni stralci:

Sono arrivato al ghetto di Rignano il 9 aprile 2016. Appena arrivato, mentre cercavo lavoro, ho conosciuto una ragazza che mi ha detto che un amico suo cercava un operaio che sapesse anche guidare il furgone. C’era una squadra di otto persone da accompagnare tutte le mattine nei campi ma non c’era l’autista. Il furgone era di questa persona. Di mattina partivo con altri otto ragazzi e andavo a lavorare. Lavoravo anch’io in campagna con loro. Da ogni ragazzo prendevo cinque euro per il trasporto e poi, a fine serata, davo i soldi al proprietario del furgone. Io non pagavo i miei cinque euro perché guidavo il furgone e per me il trasporto era gratis. Ora lavoro con un altro capo. Il lavoro è molto pesante. Di mattina si inizia alle sei e si finisce alle quattro/quattro e mezza di pomeriggio. La pausa dura una mezz’ora. In campagna non si lavora mai meno di dieci ore perché la paga è di tre euro l’ora. Se lavori dieci ore guadagni trenta euro (Intervista 1, M., bracciante, Foggia, agosto 2017).

A Foggia il lavoro in campagna è molto pesante. Per poter fare questo lavoro devi innanzitutto mangiare bene. Io lavoro anche dieci ore al giorno. La giornata di lavoro è di trentacinque euro per dieci ore di lavoro. C’è chi paga tre euro e cinquanta all’ora e chi, invece, paga quattro euro. Dipende dal capo, ci sono quelli buoni e quelli meno buoni. Però questo non è legale perché il lavoro è molto pesante. Quando torni a casa ti senti molto stanco, per questo devi mangiare bene. Di mattina usciamo alle quattro per andare a lavoro. C’è chi torna alle tre e mezza di pomeriggio, chi alle quattro e mezza e chi ancora più tardi. […] La squadra è composta da venticinque/trenta persone. In un giorno riempiamo anche sette camion, tutto a mano (Intervista 2, O., bracciante, Foggia, settembre 2018).

Io lavoro sempre a cassone perché guadagno di più. In una giornata riesco a fare anche quindici cassoni. Ogni cassone è pagato tre euro e cinquanta centesimi. Lavoro così perché quando arriva il raccolto bisogna approfittare e guadagnare tutto quello che puoi perché la raccolta non dura più di due mesi. Durante la stagione del pomodoro lavoro quasi tutti i giorni. Ogni tanto mi riposo perché il lavoro è molto pesante e mi fa male la schiena (Intervista 3, A., bracciante, Foggia, agosto 2018).

Avevo un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ora è scaduto e sono in attesa del rinnovo. Mi hanno detto che è molto difficile avere il rinnovo senza un contratto di lavoro. Io lavoro a giornata in campagna e solo per pochi mesi all’anno. Lavoro sempre con lo stesso capo ma non ho il contratto. Raccolgo pomodori, asparagi, carciofi, ecc. Guadagno venticinque euro per ogni giornata di lavoro (Intervista 4, T., bracciante, Foggia, agosto 2018).

La condizione di sfruttamento di molti braccianti agricoli nelle campagne italiane non è sempre riconducibile, come sostengono ministri e policy makers, a una condizione di irregolarità sotto il profilo dello status migratorio. Molti braccianti non comunitari, infatti, pur possedendo un regolare permesso di soggiorno – per protezione sussidiaria o umanitaria, per esempio – sperimentano le stesse violazioni sistematiche dei diritti lavorativi. Nella piana di Capitanata, così come in tante altre aree agricole italiane, ai braccianti stranieri stabilmente residenti sul territorio si aggiungono ogni anno migliaia di lavoratori stranieri provenienti da altre regioni d’Italia che seguono i circuiti stagionali della manodopera agricola, e migliaia di lavoratori europei che restano sul territorio per brevi periodi, solitamente per la durata dei raccolti. Nelle campagne del Foggiano, infatti, la maggioranza dei braccianti è costituita proprio da cittadini europei che non necessitano di uno specifico permesso di soggiorno per muoversi e lavorare in Italia e che però spesso vivono le stesse condizioni lavorative dei migranti extra-comunitari. Non da ultimo, poi, lo sfruttamento concerne anche tanti lavoratori italiani, come i fatti di cronaca spesso drammaticamente ricordano.

Quando la crisi pandemica ha portato alla riduzione drastica della libertà di movimento dei lavoratori stranieri, le fragilità di un settore basato sulla moltiplicazione delle differenze tra lavoratori e sulla frammentazione del lavoro come principale leva competitiva dell’intero comparto, ha richiesto l’azione diretta delle autorità pubbliche. Nei giorni del lockdown, la paura degli scaffali vuoti ha di colpo accresciuto visibilità e potere delle rappresentanze datoriali del settore portando all’intervento governativo.

Disegno: Zolta

Regolarizzazione e rapporti di forza nei luoghi di lavoro

In un settore in cui la forza lavoro è fortemente segmentata lungo la linea della razza, dello status migratorio e dell’accesso differenziale al welfare, l’opportunità di una regolarizzazione rappresenta un cambiamento rilevante del contesto istituzionale e può offrire a una parte dei lavoratori/trici la possibilità di ridurre la propria vulnerabilità nei confronti di datori e intermediari. L’emergere di regimi di lavoro coercitivi, infatti, va per noi compreso come il risultato dei rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori. Con rapporti di forza squilibrati e asimmetrici le occasioni di sfruttamento aumentano e le opportunità per resistervi si riducono. Occorre quindi comprendere in che misura e come la regolarizzazione abbia modificato i rapporti di forza tra lavoratori e imprese. Se, in modo specifico, l’intento annunciato dalla legge era «farsi carico della vita» degli sfruttati – come dichiarato dalla ministra Bellanova il 16 aprile scorso – strappandoli alla criminalità e al caporalato, quale efficacia ha avuto la sanatoria?

La regolarizzazione prevedeva due distinte procedure da attivarsi nel periodo compreso tra il 1° giugno e il 15 agosto, rivolte ai cittadini stranieri che avessero lavorato o trovato nuovo impiego nei settori della cura, del lavoro domestico o dell’agricoltura. Da un lato il cittadino straniero poteva far emergere, con la partecipazione attiva del datore di lavoro alla procedura, un rapporto irregolare nei settori indicati, richiedendo un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. In alternativa, il cittadino straniero con permesso di soggiorno scaduto prima del 31 ottobre 2019, che avesse già lavorato nei settori di interesse prima di quella data e che non avesse lasciato il territorio italiano dopo l’8 marzo, poteva richiedere un permesso di soggiorno temporaneo della durata di sei mesi dalla presentazione dell’istanza. Entro i sei mesi o alla fine della procedura di regolarizzazione il richiedente può trasformare il permesso temporaneo in permesso di lavoro solo se nel frattempo ha trovato lavoro nei settori di interesse.

Oltre alle indicazioni a volte poco chiare o addirittura contraddittorie del decreto (circa, per esempio, i criteri patrimoniali o di fatturato del datore), e i ritardi negli ulteriori decreti attuativi (per esempio per quantificare la somma necessaria al datore per sanare i debiti retributivi, contributivi e previdenziali pregressi dei rapporti di lavoro da far emergere), la regolarizzazione presentava alcune problematiche strutturali. Da un lato la regolarizzazione tramite l’emersione di un rapporto lavorativo irregolare lasciava di fatto le sorti del lavoratore nelle mani del datore di lavoro. Solo con l’attiva collaborazione di questi la procedura poteva essere completata. E mentre il lavoratore poteva essere impiegato senza timore di sanzione nei tempi (lunghi) della procedura, se al momento di finalizzare il contratto di soggiorno il datore avesse deciso di non firmare, nessuna sanzione poteva essergli attribuita. Il lavoratore richiedente, quindi, era in una posizione di assoluta subalternità per i lunghi tempi nelle more della procedura dal momento che il buon esito della regolarizzazione dipendeva dall’arbitrio del datore di lavoro.

Inoltre, la regolarizzazione tramite emersione è uno strumento che ha coinvolto – pur con numeri molto limitati – quei lavoratori che per le loro capacità, esperienze e conoscenze avevano già conquistato un potere contrattuale minimo con il loro datore tale da diventare difficilmente sostituibili. Come notava ad agosto Raffaele Falcone, sindacalista della Flai-Cgil di Foggia, la regolarizzazione era accessibile solo ad alcuni lavoratori, quelli che erano già riusciti a emanciparsi dal caporalato:

Ci sono delle imprese che sono disperate perché hanno operai che per anni hanno lavorato con loro e da un giorno all’altro hanno perso il permesso per colpa del decreto sicurezza. Loro [le imprese] avevano interesse a regolarizzarlo perché è uno che ormai conosce tutto [il processo lavorativo]. Per questo ho sentito datori di lavoro disperati per poterli regolarizzare. Poi è chiaro invece che il datore di lavoro che chiama il caporale che vuole trenta, quaranta, cinquanta lavoratori, non gliene frega niente… perché se me ne porti quaranta diversi da quelli che mi hai portato oggi, a me non me ne frega niente (Intervista 5, sindacalista Flai-Cgil, Foggia, agosto 2020).

Lo stesso vale per la regolarizzazione per ricerca di lavoro tramite permesso temporaneo. Come spiegava sempre Falcone:

C’è chi ha lavorato in agricoltura e ha un rapporto diretto con il datore di lavoro ed è riuscito in qualche modo a regolarizzare la posizione. Ci sono centinaia, migliaia di persone invece che o vanno a lavorare con il caporale e per questo neanche conoscono il datore di lavoro, oppure sono in una condizione per cui hanno perso da dieci, quindici, venti anni, il permesso di soggiorno, e molte volte non hanno un lavoro stabile. Cioè se tu dai un permesso a questi che è comunque collegato a un contratto di lavoro, tra un mese, due mesi lo perdono. Perché uno che deve avere un permesso di soggiorno con un contratto di casa e un contratto di lavoro per rinnovarlo, come dice la legge, se vive nel ghetto e lavora a nero… cioè glielo puoi anche dare quel permesso ma tra sei mesi lo ha perso. Perché non riuscirà a trovare, fra sei mesi, un contratto di casa e un contratto di lavoro (Intervista 5, sindacalista Flai-Cgil, Foggia, agosto 2020).

In altri termini, i lavoratori che si erano già svincolati dalla dipendenza dai caporali sono quelli che avevano di fatto maggiori opportunità di accedere alla regolarizzazione, mentre sono rimasti esclusi dalla sanatoria i lavoratori più deboli, perché interscambiabili e dipendenti dai caporali per trovare lavoro. Si deve poi sottolineare che una serie di ulteriori vincoli rendeva altrettanto difficile la regolarizzazione tramite permesso temporaneo – pur non richiedendo la collaborazione del datore di lavoro. In primis, il vincolo temporale che ammetteva alla regolarizzazione solo i lavoratori il cui permesso fosse scaduto dopo il 31 ottobre 2019 non rispondeva ad alcuna logica se non quella di ridurre la platea dei potenziali beneficiari. Altri vincoli si aggiungono a rendere più difficile l’accesso alla regolarizzazione proprio ai lavoratori nelle condizioni più precarie. Per accedere al permesso di soggiorno temporaneo, come spiegava ad agosto Erminia Rizzi – operatrice legale dell’Asgi – il richiedente

Deve poter dimostrare di aver lavorato nei settori [di interesse]. Ma se è un provvedimento che dovrebbe far emergere lo sfruttamento, io come faccio a dimostrare un lavoro sfruttato, irregolare? E soprattutto perché mi metti su un piano differente la persona che ha avuto il lavoro regolare e la persona che è stato sfruttato? (Intervista 6, operatrice legale Asgi, Foggia, agosto 2020)

In altre parole, proprio i migranti con percorsi lavorativi più problematici, che sono stati impiegati in nero e hanno fatto esperienza diretta e continua delle forme più drammatiche di sfruttamento, avevano maggiore difficoltà a reperire la documentazione per dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro pregresso. E persino qualora questi fossero riusciti a ottenere un permesso temporaneo avrebbero comunque avuto un tempo molto limitato per trasformarlo in un permesso per motivi di lavoro.

La sanatoria, in altre parole, offre l’opportunità di regolarizzare la propria posizione lavorativa e il proprio status migratorio – pur tra numerose problematiche – solo a quei lavoratori che sono già riusciti, autonomamente, a instaurare un rapporto di mutua dipendenza con il proprio datore di lavoro e si sono imposti come figure cruciali nei processi produttivi dell’impresa per cui lavoravano. Esperienza, fiducia reciproca, conoscenza intima degli specifici processi produttivi, affidabilità e skills particolari rendono alcuni braccianti meno sostituibili di altri e solo per questi la sanatoria si è presentata come opportunità di regolarizzazione. Al contrario, ai lavoratori facilmente interscambiabili, quelli sfruttati dai caporali che si muovono da coltura a coltura, da raccolto a raccolto, da datore a datore a seconda delle esigenze produttive del momento, la sanatoria non ha offerto alcuno strumento di emancipazione dalla dipendenza quotidiana da imprese e caporali. 

Conclusioni

Alla fine di agosto, a regolarizzazione chiusa, la ministra Bellanova insisteva nell’affermare che la sanatoria aveva restituito «il diritto degli invisibili ad avere una loro identità». Le identità, tuttavia, non si formano per legge e la sanatoria non ha scalfito i rapporti di forza nelle campagne.

Solo se si guarda il lavoro tenendo a mente il conflitto strutturale nel quale è immerso, si capisce che si può eliminare lo sfruttamento solo facendo in modo che i lavoratori possano resistergli. Occorre quindi ridurre le vulnerabilità dei lavoratori all’interno dei contesti istituzionali in cui sono immersi, provando a limitarne la frammentazione che accresce la corsa al ribasso dei loro diritti. Serve, cioè, attuare politiche che accrescano il potere contrattuale dei lavoratori. Una regolarizzazione generalizzata e slegata dal rapporto di lavoro, come i sindacati (confederali e non) hanno a più riprese richiesto, avrebbe rappresentato un primo passo verso questa direzione. Tuttavia si deve tener conto che il conflitto, che la crisi pandemica ha scoperchiato nel comparto agricolo, risponde a questioni strutturali molteplici e complesse. Non conta solo lo status migratorio dei lavoratori, ma anche l’organizzazione delle filiere di produzione e le asimmetrie di potere al loro interno, le politiche pubbliche nazionali ed europee, la regolazione e il monitoraggio dei rapporti di lavoro nei campi. Così come restano cruciali la frammentazione della forza lavoro sulle linee della razza, del genere, delle condizioni abitative, dell’accesso al welfare e ai contratti collettivi, della sindacalizzazione e dell’organizzazione collettiva dal basso. Tutti questi aspetti vanno presi in considerazione, perché determinano gli spazi di manovra di lavoratori e imprese e danno forma alle loro molteplici strategie di controllo e di resistenza.

Per agire concretamente ed erodere i processi di sfruttamento, c’è quindi una precondizione fondamentale: riconoscere il conflitto tra capitale e lavoro dentro e fuori i luoghi di produzione. Senza questa presa di coscienza, gli attori politici potranno continuare a dividersi su misure spot e prese di posizione magniloquenti, mentre i lavoratori/trici non potranno che contare su se stessi per uscire dalla malora che i luoghi di lavoro sono diventati.

Bibliografia

T. Bellanova, N. Catalfo, intervento alla Camera, Aula, Seduta 327, «Catalfo e Bellanova, informative sull’emergenza coronavirus – Interpellanze urgenti», 16 aprile 2020.

T. Bellanova, intervento alle Camere, «Informativa alle Camere della Ministra Bellanova sulle iniziative in campo per l’agricoltura sull’emergenza Covid-19», 16 aprile 2020.

T. Bellanova, intervista: «Sanatoria migranti, Teresa Bellanova: “Se tornassi indietro rifarei la battaglia con ancor più determinazione”», La7, 4 agosto 2020.

F. Ciconte, S.Liberti, Il grande carrello: chi decide cosa mangiamo, Editori Laterza, Bari 2019.

M. Colucci, «Per una storia del governo dell’immigrazione straniera in Italia: dagli anni sessanta alla crisi delle politiche», in Meridiana, n. 91, 2018, pp. 9-36.

N. Dines, E. Rigo, «Postcolonial citizenships and the ‘refugeeization’ of the workforce: Migrant agricultural labor in the Italian Mezzogiorno», in Postcolonial transitions in Europe: contexts, practices and politics, S. Ponzanesi, G. Colpani (a cura di), Rowman and Littlefield, London 2015, pp. 151-172.

A. Mangano, «La strage silenziosa dei campi, dove italiani e migranti muoiono insieme», L’Espresso, 15 giugno 2018.

A. Mangano, Lo sfruttamento nel piatto. Quello che tutti dovremmo sapere per un consumo consapevole, Editori Laterza, Roma-Bari 2020.

D. Perrotta, «Il lavoro migrante stagionale nelle campagne italiane», in L’arte di spostarsi. Rapporto 2014 sulle migrazioni interne in Italia, a cura di M. Colucci e S. Gallo, Donzelli, Roma 2014, pp. 21-38.

M. Villa, «I nuovi irregolari in Italia», in Ispionline, 18 dicembre 2018.