Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria

di Francesco Bagnardi e Giuseppe D’Onofrio

Era il 13 maggio 2020 quando, con i contagi da Covid-19 in calo e gli appelli diffusi per tornare alla normalità, il governo annunciava il varo del Decreto Rilancio: un pacchetto di misure economiche straordinarie per affrontare l’impatto socio-economico del lockdown. In quell’occasione la ministra per le Politiche Agricole, Teresa Bellanova, comunicava con parole solenni l’introduzione di un provvedimento temporaneo di regolarizzazione dei migranti senza documenti di soggiorno e la possibilità per loro di far emergere e sanare i rapporti di lavoro irregolari nei settori del lavoro domestico e di cura e in agricoltura.

Da giugno ad agosto la regolarizzazione ha coinvolto 207.542 richiedenti. L’85% delle domande riguarda lavoratori e lavoratrici nel lavoro domestico e di cura e solo 30.694 – cioè il restante 15% – quelli agricoli. Il numero di regolarizzazioni attivate è il più basso nella storia recente delle sanatorie italiane. La “grande regolarizzazione” che accompagnò la legge Bossi-Fini nel 2002-03, per esempio, regolarizzò 700.000 stranieri, mentre nel 2006 e poi ancora nel 2009 furono regolarizzate le posizioni di 350.000 e 300.000 stranieri rispettivamente. Inoltre, i decreti “Immigrazione e Sicurezza” del governo Lega-Movimento 5 Stelle nel 2018 avevano di fatto moltiplicato il numero di stranieri irregolari sul territorio. Secondo le stime dell’Ispi, all’inizio del 2020, infatti, per effetto dei decreti sicurezza gli irregolari in Italia sarebbero stati circa 670.000. La stessa ministra Bellanova, in audizione alla Camera nelle settimane più drammatiche del lockdown, menzionava la presenza sul territorio di circa 600.000 irregolari e un fabbisogno di manodopera tra i 270 e 350.000 lavoratori nel solo comparto agricolo. È evidente quindi che, i trentamila lavoratori agricoli regolarizzati rappresentano un risultato marginale.

In questo articolo offriamo una breve analisi delle filiere agricole italiane e di come il Covid-19 abbia esacerbato le dinamiche di sfruttamento all’interno di esse. Partendo dall’analisi dal basso delle dinamiche di controllo e resistenza nei processi di lavoro nei campi, e usando il comparto del pomodoro da industria della provincia di Foggia come caso critico dell’intero settore, dimostriamo come la regolarizzazione abbia lasciato sostanzialmente intatti i rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori/trici migranti. Questo ha perciò reso la misura inaccessibile proprio a quei lavoratori/trici con minore potere contrattuale individuale a cui la misura proclamava di volersi rivolgere. La nostra analisi si basa sulle interviste raccolte tra lavoratori, sindacalisti, organizzazioni non governative attive sul campo in due periodi diversi. Le interviste che vengono utilizzate per illustrare i meccanismi di sfruttamento e riproduzione delle filiere agricole sono state raccolte sul campo nelle estati del 2017 e del 2018. Le interviste relative agli effetti della sanatoria sono invece state raccolte nell’agosto del 2020, principalmente a distanza.

Le filiere agricole in Italia e nel Tavoliere

Il comparto agricolo è tra i settori dell’economia italiana a maggiore incidenza di lavoro irregolare. Secondo le stime dell’Istat l’irregolarità del lavoro –- misurata come la percentuale di unità di lavoro irregolari sul totale delle unità di lavoro impiegate nel settore – tocca tassi del 24% a livello nazionale con picchi del 30% nel Mezzogiorno. Il peso dell’irregolarità nel settore è cresciuto negli ultimi anni, stabilizzandosi al Sud, e quasi raddoppiando al Nord.

I numeri forniscono una fotografia chiara, per quanto generale, del settore. L’irregolarità del lavoro significa elusione fiscale ma soprattutto sotto-salario, assenza di contratti e protezioni legali e individualizzazione dei rapporti produttivi. L’informalità rimuove i vincoli della legge e dei contratti collettivi e immerge le relazioni tra lavoratori/trici e imprese in un regime di coercizione e arbitrio delle parti in cui il lavoratore-trice non può negoziare i termini della propria attività lavorativa attraverso gli istituti collettivi della contrattazione e della tutela sindacale. Il lavoro nero coincide cioè spesso con un surplus di sfruttamento nei tempi di lavoro e nella remunerazione, nelle occasioni di negoziazione del processo produttivo e nell’accesso al welfare, che in agricoltura è legato alla capacità di accumulare una soglia minima di giornate lavorative formalmente registrate.

La persistenza e diffusione del lavoro irregolare nel comparto agricolo negli ultimi decenni segnalano quanto l’irregolarità sia una componente ormai strutturale del settore. I dati del “Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo”, che monitora le inchieste della magistratura relative ai reati di sfruttamento e intermediazione illecita di manodopera, confermano che i casi di caporalato e sfruttamento si vanno diffondendo su tutto il territorio nazionale. Il deterioramento delle condizioni di lavoro nelle campagne italiane, difatti, è anche il risultato di un’asimmetria nelle relazioni economiche e di potere tra imprese a capo delle filiere agricole produttive transnazionali e imprese loro fornitrici. La struttura e le caratteristiche della filiera, i rapporti di potere e di autorità tra le aziende al suo interno, l’instabilità e la stagionalità della produzione, e la crescente concorrenza internazionale incentrano l’intero processo produttivo sulla capacità delle aziende fornitrici di comprimere i costi e rendere iper-flessibile il lavoro.

La filiera del pomodoro d’industria, sulla quale concentriamo la nostra analisi, è un esempio tipico di tali dinamiche e una filiera cruciale del comparto agricolo nazionale. L’Italia è il primo produttore in Europa di pomodoro industriale e destina all’export il 60% della produzione nazionale. Nel paese esistono due distretti industriali specializzati nella produzione e trasformazione del pomodoro: il distretto del Nord, ubicato in Emilia-Romagna e il distretto del Sud, diviso tra la produzione che avviene in Capitanata, nella Puglia settentrionale, e la trasformazione che ha luogo nelle imprese dell’Agro Nocerino Sarnese, in Campania. La catena produttiva del pomodoro industriale italiano è una catena diretta dal compratore; in essa, cioè, gli acquirenti del prodotto e non i produttori, definiscono modi, tempi, qualità e prezzi della produzione. Un numero massiccio di industrie di trasformazione, infatti, producono per il mercato delle cosiddette private labels della grande distribuzione organizzata (Gdo), cioè i marchi di emanazione diretta della Gdo. Le grandi catene di supermercati forniscono marchio e il mercato al pomodoro che comprano dai fornitori italiani. Questi fornitori sono industrie di trasformazione localizzate principalmente nelle province di Napoli e Salerno e che lavorano il pomodoro fresco in pelato, polpa e altri prodotti. Nel distretto meridionale, oltre l’80% della produzione avviene per conto delle private labels. Nell’Agro Nocerino Sarnese, infatti, delle settanta imprese di trasformazione presenti solo tre hanno un marchio proprio. Le industrie di trasformazione acquistano il pomodoro dalle cosiddette “organizzazioni di produttori” (Op), le quali a loro volta acquistano il prodotto da imprese agricole di diverse dimensioni localizzate principalmente nell’area della piana di Capitanata. Il ruolo delle Op è stato fortemente contestato in quanto queste organizzazioni agiscono più come intermediari in cerca di rendite che come anello di raccordo tra produzione agricola e industriale. I principali acquirenti del pomodoro da industria a marchio privato, quindi, sono i giganti della Gdo che coprono il mercato domestico e il 70% dell’export nazionale. Nonostante una proposta di legge, ferma in Parlamento, punti a renderle illegali, oggi il pomodoro italiano viene acquistato di frequente attraverso aste a doppio ribasso, il cui fine è quello di comprimere il più possibile il prezzo e quindi innescare una feroce competizione tra trasformatori. Negli ultimi anni, come denunciato da alcuni trasformatori, le aste non vengono convocate dal singolo operatore della Gdo ma dalle cosiddette “alleanze d’acquisto”: cioè da organizzazioni di retailers che coordinano i rapporti di forniture comuni facendo leva sul proprio potere d’acquisto al fine di ottenere prezzi ancora più vantaggiosi. Le relazioni fortemente asimmetriche tra retailers e produttori e la politica dominante dei prezzi si ripercuotono sulle condizioni di lavoro nelle campagne.

In Capitanata, ancor più che in altri distretti, la forza lavoro agricola è fortemente segmentata lungo le linee della razza, della nazionalità e dello status migratorio. Una buona parte dei braccianti stranieri occupati in provincia vive in insediamenti informali sparsi per il territorio. Questi lavoratori rappresentano le principali riserve di manodopera da cui intermediari e datori di lavoro attingono durante la stagione della raccolta. In queste aree, il controllo del mercato del lavoro è affidato ai caporali che dettano le condizioni di lavoro e di salario dei braccianti per conto delle imprese. Essi soddisfano il bisogno di flessibilità degli agricoltori, fornendo una forza lavoro disponibile, temporanea e a basso costo da impiegare a seconda di picchi e cali di produzione. Losfruttamento lavorativo dei braccianti interessa contratti, salari, orari di lavoro, tempi e modalità di erogazione del salario. Sono tante le storie che in questi anni abbiamo raccolto durante il lavoro di campo delle nostre ricerche. Di seguito alcuni stralci:

Sono arrivato al ghetto di Rignano il 9 aprile 2016. Appena arrivato, mentre cercavo lavoro, ho conosciuto una ragazza che mi ha detto che un amico suo cercava un operaio che sapesse anche guidare il furgone. C’era una squadra di otto persone da accompagnare tutte le mattine nei campi ma non c’era l’autista. Il furgone era di questa persona. Di mattina partivo con altri otto ragazzi e andavo a lavorare. Lavoravo anch’io in campagna con loro. Da ogni ragazzo prendevo cinque euro per il trasporto e poi, a fine serata, davo i soldi al proprietario del furgone. Io non pagavo i miei cinque euro perché guidavo il furgone e per me il trasporto era gratis. Ora lavoro con un altro capo. Il lavoro è molto pesante. Di mattina si inizia alle sei e si finisce alle quattro/quattro e mezza di pomeriggio. La pausa dura una mezz’ora. In campagna non si lavora mai meno di dieci ore perché la paga è di tre euro l’ora. Se lavori dieci ore guadagni trenta euro (Intervista 1, M., bracciante, Foggia, agosto 2017).

A Foggia il lavoro in campagna è molto pesante. Per poter fare questo lavoro devi innanzitutto mangiare bene. Io lavoro anche dieci ore al giorno. La giornata di lavoro è di trentacinque euro per dieci ore di lavoro. C’è chi paga tre euro e cinquanta all’ora e chi, invece, paga quattro euro. Dipende dal capo, ci sono quelli buoni e quelli meno buoni. Però questo non è legale perché il lavoro è molto pesante. Quando torni a casa ti senti molto stanco, per questo devi mangiare bene. Di mattina usciamo alle quattro per andare a lavoro. C’è chi torna alle tre e mezza di pomeriggio, chi alle quattro e mezza e chi ancora più tardi. […] La squadra è composta da venticinque/trenta persone. In un giorno riempiamo anche sette camion, tutto a mano (Intervista 2, O., bracciante, Foggia, settembre 2018).

Io lavoro sempre a cassone perché guadagno di più. In una giornata riesco a fare anche quindici cassoni. Ogni cassone è pagato tre euro e cinquanta centesimi. Lavoro così perché quando arriva il raccolto bisogna approfittare e guadagnare tutto quello che puoi perché la raccolta non dura più di due mesi. Durante la stagione del pomodoro lavoro quasi tutti i giorni. Ogni tanto mi riposo perché il lavoro è molto pesante e mi fa male la schiena (Intervista 3, A., bracciante, Foggia, agosto 2018).

Avevo un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ora è scaduto e sono in attesa del rinnovo. Mi hanno detto che è molto difficile avere il rinnovo senza un contratto di lavoro. Io lavoro a giornata in campagna e solo per pochi mesi all’anno. Lavoro sempre con lo stesso capo ma non ho il contratto. Raccolgo pomodori, asparagi, carciofi, ecc. Guadagno venticinque euro per ogni giornata di lavoro (Intervista 4, T., bracciante, Foggia, agosto 2018).

La condizione di sfruttamento di molti braccianti agricoli nelle campagne italiane non è sempre riconducibile, come sostengono ministri e policy makers, a una condizione di irregolarità sotto il profilo dello status migratorio. Molti braccianti non comunitari, infatti, pur possedendo un regolare permesso di soggiorno – per protezione sussidiaria o umanitaria, per esempio – sperimentano le stesse violazioni sistematiche dei diritti lavorativi. Nella piana di Capitanata, così come in tante altre aree agricole italiane, ai braccianti stranieri stabilmente residenti sul territorio si aggiungono ogni anno migliaia di lavoratori stranieri provenienti da altre regioni d’Italia che seguono i circuiti stagionali della manodopera agricola, e migliaia di lavoratori europei che restano sul territorio per brevi periodi, solitamente per la durata dei raccolti. Nelle campagne del Foggiano, infatti, la maggioranza dei braccianti è costituita proprio da cittadini europei che non necessitano di uno specifico permesso di soggiorno per muoversi e lavorare in Italia e che però spesso vivono le stesse condizioni lavorative dei migranti extra-comunitari. Non da ultimo, poi, lo sfruttamento concerne anche tanti lavoratori italiani, come i fatti di cronaca spesso drammaticamente ricordano.

Quando la crisi pandemica ha portato alla riduzione drastica della libertà di movimento dei lavoratori stranieri, le fragilità di un settore basato sulla moltiplicazione delle differenze tra lavoratori e sulla frammentazione del lavoro come principale leva competitiva dell’intero comparto, ha richiesto l’azione diretta delle autorità pubbliche. Nei giorni del lockdown, la paura degli scaffali vuoti ha di colpo accresciuto visibilità e potere delle rappresentanze datoriali del settore portando all’intervento governativo.

Disegno: Zolta

Regolarizzazione e rapporti di forza nei luoghi di lavoro

In un settore in cui la forza lavoro è fortemente segmentata lungo la linea della razza, dello status migratorio e dell’accesso differenziale al welfare, l’opportunità di una regolarizzazione rappresenta un cambiamento rilevante del contesto istituzionale e può offrire a una parte dei lavoratori/trici la possibilità di ridurre la propria vulnerabilità nei confronti di datori e intermediari. L’emergere di regimi di lavoro coercitivi, infatti, va per noi compreso come il risultato dei rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori. Con rapporti di forza squilibrati e asimmetrici le occasioni di sfruttamento aumentano e le opportunità per resistervi si riducono. Occorre quindi comprendere in che misura e come la regolarizzazione abbia modificato i rapporti di forza tra lavoratori e imprese. Se, in modo specifico, l’intento annunciato dalla legge era «farsi carico della vita» degli sfruttati – come dichiarato dalla ministra Bellanova il 16 aprile scorso – strappandoli alla criminalità e al caporalato, quale efficacia ha avuto la sanatoria?

La regolarizzazione prevedeva due distinte procedure da attivarsi nel periodo compreso tra il 1° giugno e il 15 agosto, rivolte ai cittadini stranieri che avessero lavorato o trovato nuovo impiego nei settori della cura, del lavoro domestico o dell’agricoltura. Da un lato il cittadino straniero poteva far emergere, con la partecipazione attiva del datore di lavoro alla procedura, un rapporto irregolare nei settori indicati, richiedendo un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. In alternativa, il cittadino straniero con permesso di soggiorno scaduto prima del 31 ottobre 2019, che avesse già lavorato nei settori di interesse prima di quella data e che non avesse lasciato il territorio italiano dopo l’8 marzo, poteva richiedere un permesso di soggiorno temporaneo della durata di sei mesi dalla presentazione dell’istanza. Entro i sei mesi o alla fine della procedura di regolarizzazione il richiedente può trasformare il permesso temporaneo in permesso di lavoro solo se nel frattempo ha trovato lavoro nei settori di interesse.

Oltre alle indicazioni a volte poco chiare o addirittura contraddittorie del decreto (circa, per esempio, i criteri patrimoniali o di fatturato del datore), e i ritardi negli ulteriori decreti attuativi (per esempio per quantificare la somma necessaria al datore per sanare i debiti retributivi, contributivi e previdenziali pregressi dei rapporti di lavoro da far emergere), la regolarizzazione presentava alcune problematiche strutturali. Da un lato la regolarizzazione tramite l’emersione di un rapporto lavorativo irregolare lasciava di fatto le sorti del lavoratore nelle mani del datore di lavoro. Solo con l’attiva collaborazione di questi la procedura poteva essere completata. E mentre il lavoratore poteva essere impiegato senza timore di sanzione nei tempi (lunghi) della procedura, se al momento di finalizzare il contratto di soggiorno il datore avesse deciso di non firmare, nessuna sanzione poteva essergli attribuita. Il lavoratore richiedente, quindi, era in una posizione di assoluta subalternità per i lunghi tempi nelle more della procedura dal momento che il buon esito della regolarizzazione dipendeva dall’arbitrio del datore di lavoro.

Inoltre, la regolarizzazione tramite emersione è uno strumento che ha coinvolto – pur con numeri molto limitati – quei lavoratori che per le loro capacità, esperienze e conoscenze avevano già conquistato un potere contrattuale minimo con il loro datore tale da diventare difficilmente sostituibili. Come notava ad agosto Raffaele Falcone, sindacalista della Flai-Cgil di Foggia, la regolarizzazione era accessibile solo ad alcuni lavoratori, quelli che erano già riusciti a emanciparsi dal caporalato:

Ci sono delle imprese che sono disperate perché hanno operai che per anni hanno lavorato con loro e da un giorno all’altro hanno perso il permesso per colpa del decreto sicurezza. Loro [le imprese] avevano interesse a regolarizzarlo perché è uno che ormai conosce tutto [il processo lavorativo]. Per questo ho sentito datori di lavoro disperati per poterli regolarizzare. Poi è chiaro invece che il datore di lavoro che chiama il caporale che vuole trenta, quaranta, cinquanta lavoratori, non gliene frega niente… perché se me ne porti quaranta diversi da quelli che mi hai portato oggi, a me non me ne frega niente (Intervista 5, sindacalista Flai-Cgil, Foggia, agosto 2020).

Lo stesso vale per la regolarizzazione per ricerca di lavoro tramite permesso temporaneo. Come spiegava sempre Falcone:

C’è chi ha lavorato in agricoltura e ha un rapporto diretto con il datore di lavoro ed è riuscito in qualche modo a regolarizzare la posizione. Ci sono centinaia, migliaia di persone invece che o vanno a lavorare con il caporale e per questo neanche conoscono il datore di lavoro, oppure sono in una condizione per cui hanno perso da dieci, quindici, venti anni, il permesso di soggiorno, e molte volte non hanno un lavoro stabile. Cioè se tu dai un permesso a questi che è comunque collegato a un contratto di lavoro, tra un mese, due mesi lo perdono. Perché uno che deve avere un permesso di soggiorno con un contratto di casa e un contratto di lavoro per rinnovarlo, come dice la legge, se vive nel ghetto e lavora a nero… cioè glielo puoi anche dare quel permesso ma tra sei mesi lo ha perso. Perché non riuscirà a trovare, fra sei mesi, un contratto di casa e un contratto di lavoro (Intervista 5, sindacalista Flai-Cgil, Foggia, agosto 2020).

In altri termini, i lavoratori che si erano già svincolati dalla dipendenza dai caporali sono quelli che avevano di fatto maggiori opportunità di accedere alla regolarizzazione, mentre sono rimasti esclusi dalla sanatoria i lavoratori più deboli, perché interscambiabili e dipendenti dai caporali per trovare lavoro. Si deve poi sottolineare che una serie di ulteriori vincoli rendeva altrettanto difficile la regolarizzazione tramite permesso temporaneo – pur non richiedendo la collaborazione del datore di lavoro. In primis, il vincolo temporale che ammetteva alla regolarizzazione solo i lavoratori il cui permesso fosse scaduto dopo il 31 ottobre 2019 non rispondeva ad alcuna logica se non quella di ridurre la platea dei potenziali beneficiari. Altri vincoli si aggiungono a rendere più difficile l’accesso alla regolarizzazione proprio ai lavoratori nelle condizioni più precarie. Per accedere al permesso di soggiorno temporaneo, come spiegava ad agosto Erminia Rizzi – operatrice legale dell’Asgi – il richiedente

Deve poter dimostrare di aver lavorato nei settori [di interesse]. Ma se è un provvedimento che dovrebbe far emergere lo sfruttamento, io come faccio a dimostrare un lavoro sfruttato, irregolare? E soprattutto perché mi metti su un piano differente la persona che ha avuto il lavoro regolare e la persona che è stato sfruttato? (Intervista 6, operatrice legale Asgi, Foggia, agosto 2020)

In altre parole, proprio i migranti con percorsi lavorativi più problematici, che sono stati impiegati in nero e hanno fatto esperienza diretta e continua delle forme più drammatiche di sfruttamento, avevano maggiore difficoltà a reperire la documentazione per dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro pregresso. E persino qualora questi fossero riusciti a ottenere un permesso temporaneo avrebbero comunque avuto un tempo molto limitato per trasformarlo in un permesso per motivi di lavoro.

La sanatoria, in altre parole, offre l’opportunità di regolarizzare la propria posizione lavorativa e il proprio status migratorio – pur tra numerose problematiche – solo a quei lavoratori che sono già riusciti, autonomamente, a instaurare un rapporto di mutua dipendenza con il proprio datore di lavoro e si sono imposti come figure cruciali nei processi produttivi dell’impresa per cui lavoravano. Esperienza, fiducia reciproca, conoscenza intima degli specifici processi produttivi, affidabilità e skills particolari rendono alcuni braccianti meno sostituibili di altri e solo per questi la sanatoria si è presentata come opportunità di regolarizzazione. Al contrario, ai lavoratori facilmente interscambiabili, quelli sfruttati dai caporali che si muovono da coltura a coltura, da raccolto a raccolto, da datore a datore a seconda delle esigenze produttive del momento, la sanatoria non ha offerto alcuno strumento di emancipazione dalla dipendenza quotidiana da imprese e caporali. 

Conclusioni

Alla fine di agosto, a regolarizzazione chiusa, la ministra Bellanova insisteva nell’affermare che la sanatoria aveva restituito «il diritto degli invisibili ad avere una loro identità». Le identità, tuttavia, non si formano per legge e la sanatoria non ha scalfito i rapporti di forza nelle campagne.

Solo se si guarda il lavoro tenendo a mente il conflitto strutturale nel quale è immerso, si capisce che si può eliminare lo sfruttamento solo facendo in modo che i lavoratori possano resistergli. Occorre quindi ridurre le vulnerabilità dei lavoratori all’interno dei contesti istituzionali in cui sono immersi, provando a limitarne la frammentazione che accresce la corsa al ribasso dei loro diritti. Serve, cioè, attuare politiche che accrescano il potere contrattuale dei lavoratori. Una regolarizzazione generalizzata e slegata dal rapporto di lavoro, come i sindacati (confederali e non) hanno a più riprese richiesto, avrebbe rappresentato un primo passo verso questa direzione. Tuttavia si deve tener conto che il conflitto, che la crisi pandemica ha scoperchiato nel comparto agricolo, risponde a questioni strutturali molteplici e complesse. Non conta solo lo status migratorio dei lavoratori, ma anche l’organizzazione delle filiere di produzione e le asimmetrie di potere al loro interno, le politiche pubbliche nazionali ed europee, la regolazione e il monitoraggio dei rapporti di lavoro nei campi. Così come restano cruciali la frammentazione della forza lavoro sulle linee della razza, del genere, delle condizioni abitative, dell’accesso al welfare e ai contratti collettivi, della sindacalizzazione e dell’organizzazione collettiva dal basso. Tutti questi aspetti vanno presi in considerazione, perché determinano gli spazi di manovra di lavoratori e imprese e danno forma alle loro molteplici strategie di controllo e di resistenza.

Per agire concretamente ed erodere i processi di sfruttamento, c’è quindi una precondizione fondamentale: riconoscere il conflitto tra capitale e lavoro dentro e fuori i luoghi di produzione. Senza questa presa di coscienza, gli attori politici potranno continuare a dividersi su misure spot e prese di posizione magniloquenti, mentre i lavoratori/trici non potranno che contare su se stessi per uscire dalla malora che i luoghi di lavoro sono diventati.

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