Cuba tra tensioni e sfide nuove: considerazioni per riflettere

Angelo Baracca

Lei lo sa quanti sono i diritti umani identificati dalle organizzazioni internazionali? 61. Lo sa quanti Paesi li rispettano tutti? Lo sa? Glielo dico io: nessuno. Cuba di questi 61 ne rispetta 47. Altri molti meno. Noi ad esempio rispettiamo i diritti umani del garantire la salute a tutti quanti, così come l’istruzione libera e gratuita. Lei trova giusto che una donna guadagni meno di un uomo? Non è anche questo un diritto umano? Potrei farle molti esempi di Paesi che non rispettano questi diritti. Venire qui a parlare di prigionieri politici e di diritti umani non è proprio giusto, è scorretto.

(Raúl Castro, 21 marzo 2016, davanti al presidente degli Stati Uniti Barack Obama)

In questa sede credo non sia necessario spendere molte parole per discutere le peculiarità delle innovazioni sociali e di politica internazionale introdotte dalla Rivoluzione cubana del 1959. Mi sforzerò pertanto di fare un bilancio proiettato verso le prospettive in un mondo in cui lo sconquasso della pandemia sta introducendo trasformazioni epocali che si cominciano appena a intravedere. Cuba naviga in mare aperto, e procelloso, senza “santi in paradiso” dopo la fine dell’Urss, contraddicendo tutte le predizioni dell’imminente crollo del proprio sistema, eppure il futuro riserva incognite impredicibili, per le quali Cuba ha forse carte nuove da giocare ma può incontrare scogli inattesi, se non addirittura cadere in trappole tese ad arte.

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Per un verso, ora come mai nel passato, Cuba conquista una visibilità nelle cronache mondiali, perché ci si accorge che ha realizzato ben cinque candidati vaccinali contro il Covid-19. Ovviamente molti dei “fulminati sulla via di Damasco” non si chiedono, o al più considerano superficialmente, come quest’isoletta (grossomodo un millesimo della popolazione mondiale) abbia potuto realizzare questo risultato, che per Cuba non è poi così eccezionale. I media mondiali dovrebbero indagare una realtà scomoda, poiché dovrebbero spiegare ai loro lettori perché altre potenze capitaliste per definizione “democratiche” non sono in grado di fare altrettanto.

Ovviamente la “democrazia” non è un tema che si possa liquidare in poche righe, né intendo farlo ripetendo semplicemente la convinzione che ho maturato negli scorsi anni, ossia che Fidel e il Pcc abbiano fatto benissimo a non ammettere la formazione di altri partiti politici, che nella loro forma attuale diventano canali di infiltrazioni (anche finanziarie) e di manovre che chiamare poco chiare è un eufemismo. Si potrebbe anche commentare che verosimilmente il gruppo dissidente di San Isidro in moltissimi Paesi “democratici” non sarebbe a piede libero. Ma non credo che si possa negare – anche con una conoscenza superficiale – che i sistemi di democrazia e controllo popolari creati con il trionfo della Rivoluzione abbiano subito un’involuzione burocratica, e che fenomeni di corruzione siano endemici, anche per le restrizioni proibitive e le conseguenti necessità materiali create dal bloqueo.

Il problema del rinnovamento a Cuba si pone, sul piano economico come su quelli politico e sociale, e lo ha riconosciuto anche Raúl Castro nel discorso di despedida al recente Congresso del Partito Comunista Cubano (Pcc). Il momento attuale potrebbe essere opportuno, pur se reso difficile dall’esasperato inasprimento del bloqueo (che disvela pienamente la sua ratio): infatti anche i dissidenti hanno le armi spuntate di fronte all’attesa salvifica di tutti i cubani per la prossima vaccinazione della popolazione. Anche i sostenitori di Cuba dovrebbero essere più attivi e chiari su questo piano: l’inflessibile sostegno su tutti i piani a Cuba potrebbe essere accompagnato al “fraterno” (si diceva così per i Paesi comunisti) stimolo a promuovere una riforma politica, tanto più complessa perché non può plagiare le forme più comuni, ma dovrebbe risvegliare l’afflato dei primordi della Rivoluzione. Vi è stato anche un modello recente, la discussione capillare della nuova Costituzione di Cuba, che a quanto sappiamo è stata sviscerata e riformulata da centinaia di assemblee a tutti i livelli per arrivare alla forma approvata il 28 febbraio 2019: anche questo un punto di partenza incoraggiante. Nell’isola i vaccini verranno commercializzati, ovviamente senza le speculazioni a cui siamo abituati nei nostri Paesi, e sarebbe opportuno che la popolazione potesse vedere un beneficio anche nella situazione materiale di penuria nelle forniture e nell’aumento dei prezzi dei generi essenziali. Ho l’impressione che le aspettative di molti cubani non considerino appieno le difficoltà che uno Stato bloqueado deve affrontare; e tanto meno le comprendiamo noi in Italia. Cuba non produce tanti generi di prima necessità, e non è autosufficiente neanche per i generi alimentari: le restrizioni per l’accesso a fonti di finanziamento trascina il resto delle materie prime e dei prodotti alimentari, rincara tutto ciò che il Paese acquista all’estero. Ma anche nel frangente eccezionale di affrontare la pandemia Cuba ha dovuto dedicare notevoli risorse per assicurare urgentemente le attrezzature e i materiali necessari per gli ospedali e l’assistenza sanitaria, dovendo ricorrere a mercati lontani e spesso indiretti per acquisire tecnologie soggette ai divieti del bloqueo, anche per l’industria biofarmaceutica.

Come inciso, chi si stupisca dell’accanimento di Washington nell’inasprire il bloqueo dovrebbe conoscere la storia passata, dalla “dottrina Monroe” e l’ideologia del “destino manifesto”, all’intervento degli Stati Uniti nel 1898 nella guerra ispano-cubana (che non a caso è nota come ispano-americana), che il grande patriota e intellettuale cubano José Marti aveva con straordinaria lucidità previsto (a lungo esule a New York, «Ho vissuto nelle viscere del Mostro»): se l’America Latina è per gli Stati Uniti il “giardino di casa”, Cuba è il balconcino, vi sono state forti correnti annessioniste, la Rivoluzione del 1959 è stata un affronto intollerabile!

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D’altra parte, se oggi indubbiamente la stessa situazione internazionale impone a Cuba trasformazioni profonde, anche noi dovremmo rivedere certi concetti. Uno di questi è il controllo statale dell’economia. Molti sono sorpresi, quando non scandalizzati, dal fatto che Cuba stia introducendo forme di imprenditorialità privata. Ma non era stata eccessiva, in qualche modo dogmatica, la statalizzazione di ogni aspetto dell’economia? (E in questo si deve osservare, a mio avviso, un limite di Fidel, senza sminuirne gli enormi meriti). Quando andai a Cuba per la prima volta nel 1995 vi erano ancora grandi empori o laboratori collettivi, per barba e capelli, o per la riparazione delle scarpe, dove non sempre la riparazione era soddisfacente. Il crollo dell’Urss determinò una drammatica caduta del Pil cubano, e Fidel proclamò un período especial in tempo di pace, la popolazione conobbe anni di grandi privazioni. Forse è necessario premettere che nei primi decenni della Rivoluzione Cuba era stata riconosciuta come uno dei Paesi più egualitari del mondo, ma nella nuova emergenza la popolazione cubana affrontò la crisi con grande dignità, sfoderando la sua proverbiale creatività. Nelle ristrettezze del período especial molti problemi vennero al pettine. Per dirne uno, nei ristoranti si mangiava malissimo, perché i condimenti venivano sottratti e venduti. Non si tratta in nessun modo di dire che «il privato è meglio». 

Ma al di là di criteri dogmatici, era stato davvero opportuno seguire alla lettera il modello sovietico? Il negozietto di barbiere, il piccolo ciabattino, tante piccole attività che non arricchivano il proprietario, dovevano per forza essere collettivizzate? Proprio nei primi anni delle mie visite la penuria dei generi di prima necessità rese indilazionabile l’apertura degli agromercati (che Fidel accettò obtorto collo), dei piccoli ristoranti privati chiamati paladar, dei meccanici di biciclette, dei ciabattini. Credo che nessuno di loro si sia arricchito, ma le differenze economiche hanno cominciato ad accentuarsi visibilmente, e hanno anche avuto riflessi sociali. Ho visto con i miei occhi laureati in ingegneria elettronica che avevano lasciato l’università perché lavorando in un pub con le sole mance dei turisti guadagnavano di più. Pullulavano i tassisti in nero, mentre le compagnie di taxi statali erano inefficienti e avevano moltissime vetture ferme per riparazioni inconcludenti.

Forse se dall’origine si fossero fatte scelte più equilibrate, la situazione oggi potrebbe essere diversa. Forse ci si potrebbe anche chiedere se e come coloro che sono cresciuti negli impieghi statali, a volte non proprio abituati a criteri di efficienza (la drastica riduzione degli impieghi pubblici si è imposta come una necessità), possono concepire (o trovare) altri impieghi che non siano solo attività di cuentapropista (autonome): dove è insito lo scopo di lucro, magari modesto, ma poi destinato ad aumentare. Ma del senno di poi son piene le fosse.

L’inefficienza è stata descritta con incomparabile senso umoristico coniugato all’altissimo livello artistico nell’ultima opera del 1995 del grande cineasta Tomás Gutiérrez Alea, con Juan Carlos Tabío, Guantanamera. Ricordo sempre un carissimo amico che aveva lasciato il ruolo di insegnante e fra varie occupazioni ne aveva presa una in una compagnia, però lo vedevo spesso a casa e mi rispose ironicamente: «Loro fingono di pagarmi e io fingo di lavorare» (nota: allora gli stipendi erano in moneta nazionale e moltissimi generi in dollari, in questi mesi si sta passando alla moneta unica).

Queste sono solo osservazioni generiche, non mi sogno neppure di cimentarmi sul problema delle riforme attuali e delle prospettive future. Ma credo che anche noi dobbiamo superare certi stereotipi.

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A proposito delle… delizie della “democrazia”, per uscire dai luoghi comuni non mi sembra superfluo richiamare en passant tragedie epocali, limitandomi all’America Latina, dalle quali Cuba è stata esente: e scusate se è un vantaggio da poco! Dall’ondata dei regimi fascisti, alla serie interminabile di colpi di Stato (insanguinati o bianchi) con rovesciamenti di regimi “democratici”, lasciando spesso lunghissimi strascichi che non sono mai veramente conclusi: le vittime, i soprusi, le violenze di ogni genere non si contano! Si sono ammantati di “democrazia” golpe come quello che nel 2009 in Honduras destituì il presidente legittimamente eletto Manuel Zelaya, per non parlare dei tentativi di golpe in Venezuela. Al contrario, Cuba è stata soggetta a un tentativo di esportazione della brillante “democrazia” statunitense con l’invasione del 1961 alla Baia dei Porci, per non parlare degli innumerevoli tentativi di sabotaggio e interferenze di ogni genere.

Proprio dall’Honduras e dal Guatemala, “modelli” di democrazie pluripartitiche, partono grandi carovane di disperati che vorrebbero raggiungere gli Stati Uniti, i quali li sbarrano in tutti i modi, mentre hanno sempre aperto le porte a coloro che uscivano da Cuba. Nessuno dei grandi media sembra essersi accorto che Cuba è il solo Paese dell’America centro-meridionale che non ha conosciuto i grandi movimenti popolari di protesta esplosi negli ultimi anni: difficile pensare che a Cuba il controllo poliziesco sia più duro che in Cile!

Secondo le proiezioni della Commissione economica per l’America Latina (Cepal), la regione registra una contrazione del Pil del 7,7%, il tasso di povertà estrema si attesterà al 12,5% nel 2020 e il tasso di povertà colpirà il 33,7% della popolazione: alla fine del 2020 il numero totale di poveri ha raggiunto i duecentonove milioni, ovvero ventidue milioni in più rispetto all’anno precedente, settantotto milioni di persone sono in estrema povertà, otto milioni in più rispetto al 2019. A Cuba, nonostante la situazione si sia deteriorata, anche un visitatore occasionale vede che non vi è nulla di simile, non esistono favelas, nessuno dorme per strada come sta dilagando negli Stati Uniti, nessuno muore di fame o è privo di cure.

La sorprendente ripresa economica di Cuba dopo la perdita di un terzo del Pil all’inizio degli anni Novanta – alla quale il rafforzamento del complesso biofarmaceutico ha dato un contributo determinante che è sopravvissuto al crollo del turismo per la pandemia – trovò una sponda al volgere del secolo con l’affermarsi dei governi di ispirazione socialista in America Latina, per i quali Cuba costituì motivo di ispirazione, e anche un supporto materiale nella cooperazione medica sulla base di uno scambio egualitario. Ma da alcuni anni il vento in America Latina è cambiato (la stabilità di Cuba dovrebbe dirla lunga sulla solidità del suo sistema politico, che come dicevo è insostenibile attribuire a un controllo poliziesco! Chiunque metta un piede a Cuba lo vede in modo lampante), e tuttora i segnali recenti di recupero delle sinistre e dei movimenti popolari sono ancora incerti. Cuba quindi non può contare oggi sul supporto di quei Paesi, anche se prosegue questo tipo scambio con il Venezuela aggirando a fatica le sanzioni statunitensi.

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Credo che anche fra noi si debba uscire da stereotipi di parte. Cuba non è un Paese socialista, anche se la Rivoluzione ha avviato un processo di rinnovamento sociale ed economico di impostazione chiaramente socialista. Il socialismo non esiste in nessun Paese. Come ho ricordato, Cuba è stato fra i Paesi più egualitari al mondo, ha sradicato la povertà estrema che impera ancora oggi in tutta l’America Latina (ma anche negli Stati Uniti): era anche “all’ombra” dell’Urss (a cui peraltro ha portato contributi importanti, per esempio sul piano biofarmaceutico), e con il crollo di questa ha attraversato una gravissima crisi dalla quale si è ripresa proprio puntando sull’industria biotech. Ma le disuguaglianze economiche si sono accentuate: il socialismo non si fa ripartendo la penuria. In particolare sono privilegiati coloro, e sono tanti, che hanno qualche parente che emigrò negli Stati Uniti.

È necessario abbandonare qualsiasi stereotipo se si vuole cercare di capire la realtà.

In Italia conosciamo i corsivi sul Corriere di Panebianco, che denota Cuba come una «prigione a cielo aperto». Pochi fra i critici di Cuba sembrano riflettere che è singolare un sistema totalitario che ha sradicato l’analfabetismo, trasformato seicento caserme in scuole, istituito un sistema d’istruzione moderno e gratuito fino ai livelli più alti, organizzato un sistema di salud pùblica universale e gratuito che ha sradicato le malattie che inflazionano nei Paesi sottosviluppati, realizzando un profilo sanitario della popolazione fra i migliori al mondo (un solo esempio, l’indice di mortalità infantile è inferiore a quello degli Usa, e di alcune regioni italiane). Non mi sembra esagerato chiamarli elementi di socialismo. Realizzazioni che il potente vicino imperiale, che agita di continuo i diritti umani, certo non ha apprezzato (e non ha la minima intenzione di attuare in casa propria), altrimenti avrebbe sollevato il bloqueo, almeno per i beni riguardanti questi settori. Ma la crisi degli anni Novanta ha incrinato questi diritti egualitari, sia per il deterioramento delle attrezzature e la difficoltà di mantenerle e rinnovarle, sia perché, al di là della retorica, conosco direttamente come per ottenere certi servizi le persone debbano fornire qualche “presente”, e diviene comprensibile quando tutti sono necessitati: ma penso che qualsiasi predica mossa dal nostro pulpito sia pura ipocrisia! In ogni caso questa situazione mi rattrista.

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Il problema della perdita della memoria storica è molto grave in tutti i Paesi, ma a Cuba assume aspetti peculiari. Forse si potrebbe dire che i cubani sono abituati male, per decenni non hanno pagato imposte, vivono al di sopra delle loro possibilità, per lo meno attuali. I giovani da un lato sono cresciuti con i benefici attuati dal governo, dall’altro con l’apertura a Internet subiscono le sirene del capitalismo. 

Del resto io mi sono trovato spesso discutendo con cubani scontenti a dire loro che non vivevano nel posto peggiore del mondo, e bastava guardare l’America Latina per vedere che c’era enormemente di peggio. E allora vorrei chiudere riportando la conclusione di Lia De Feo in un Omaggio a Fidel, per la sua morte: mi piace citarlo spesso perché l’autrice è grande conoscitrice di Cuba e dei Paesi caraibici, e dichiara chiaramente di non amare i cubani:

E alla fine, è questo: [i cubani; N.d.A.] li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un’elemosina, finisce che non vedi l’ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l’uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. Lo dici al taxista che ti riporta all’Avana e lui è contento, rincara la dose: “È vero, noi ci lamentiamo e ci dimentichiamo del buono, ma è proprio vero. Anche i nostri portatori di handicap, non c’è confronto. E che dire della delinquenza, del narcotraffico? Siamo fortunati, noi.” Sì, sono fortunati, loro. Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi. 

Il sistema sociale, economico e politico cubano è soggetto a tensioni e a sfide nuove, davanti alle quali vengono agitate le stesse critiche di stampo dottrinario, che non aiutano a trovare soluzioni adeguate per una trasformazione positiva, pacifica e condivisa della situazione del Paese, dal momento che chi le muove (in primis gli Stati Uniti) ha solo il chiodo fisso del (adverse) regime change.

Bibliografia e sitografia:

A. Baracca, «60 anni fa il popolo cubano umiliò il tentativo di invasione alla Baia dei Porci», pressenza.com/it, 17 aprile 2021.

A. Baracca, R. Franconi, Cuba: Medicina Scienza e Rivoluzione. Perché il Servizio Sanitario e la Scienza Sono all’Avanguardia, Zambon, Berlin 2020.

A. Baracca, R. Franconi, Subalternity vs. Hegemony, Cuba’s Outstanding Achievements in Science and Biotechnology, 1959-2014, Springer Nature, Berlin 2016.

L. De Feo, «Omaggio a Fidel», contropiano.org, 27 novembre 2016.

C. Re, «Cuba: abbiamo dimostrato che si è potuto, si può e si potrà», intervista a José Luis Rodríguez, strettissimo collaboratore di Fidel Castro e Ministro dell’Economia di Cuba durante gli anni del Período Especial, coniarerivolta.org, 24 aprile 2021.

M.C. Santana Espinosa et al., «Maternal and child health care in Cuba: achievements and challenges», iris.paho.org, aprile 2018.

M. Had, et al., «Women on the Front Lines of Health Care State of the World’s Mothers 2010», Savethechildren.org, maggio 2010.La Costituzione della Repubblica di Cuba può essere letta sul sito Cubadebate.cu, «Descague la Constitución de la República de Cuba», 9 aprile 2019.

Crema non volta le spalle a Cuba

La lettera della sindaca Stefania Bonaldi

Illustrazioni di Federico Zenoni

Il 23 marzo l’Italia ha voltato le spalle a Cuba, votando contro una risoluzione presentata al Consiglio per i diritti umani dell’Onu per chiedere lo stop dell’embargo di alcuni paesi tra cui Cuba, sottoposta da 61 anni a blocco economico da parte degli USA.
Il 31 marzo la sindaca di Crema Stefania Bonaldi ha inviato una lettera a Mario Draghi. La rilanciamo qui, in un tam tam con altre riviste amiche,
Erbacce, Figure, Volerelaluna.

Caro Presidente del Consiglio
Prof. Mario Draghi,

chi Le scrive è una sindaca di Provincia, che si spende per una comunità di 35mila persone e che può solo immaginare cosa significhi governare un Paese di 60milioni di abitanti, a maggior ragione in un momento così drammatico. Tuttavia, come donna, come madre, come cittadina e, infine, come sindaca, sento di dovere aggiungere un piccolo peso a quelli che già incombono sulla sua figura, perché ritengo che il nostro Paese, pochi giorni fa, abbia violato in modo grave codici di civiltà decisivi, come la riconoscenza, la lealtà, la memoria, la solidarietà.

Un anno fa la Brigata Henry Reeve, con 52 medici ed infermieri cubani, è arrivata in soccorso della mia città, Crema, della mia gente, del nostro Ospedale, aggrediti e quasi piegati dalla prima ondata pandemica.
I sanitari cubani si sono presentati in una notte di marzo dalle temperature rigidissime, in maniche di camicia, infreddoliti ma dignitosi. Avevano attraversato l’Oceano per condividere un dramma che allora ci appariva quasi senza rimedio e le giornate si consumavano in un clima di morte. Anche oggi è così, ma dodici mesi fa il nemico era oscuro e sembrava onnipotente, la scienza non aveva ancora trovato le contromisure. Oggi vediamo la luce, allora eravamo in un racconto dall’esito incerto.
In una sola notte, grazie alla solidarietà dei cremaschi e delle cremasche, li abbiamo vestiti ed equipaggiati. Da quel momento e per oltre due mesi si sono sigillati in un Ospedale da campo, montato di fianco al nostro ospedale, gomito a gomito coi nostri sanitari, per prestare cure e supporto alla popolazione colpita dal virus, generando una risposta di coraggio nelle persone, che in quei mesi si è rivelata decisiva. È stato quello il primo vaccino per noi cremaschi!
E non appena la pressione sull’ospedale è diminuita, gli stessi amici cubani si sono immediatamente convertiti all’intervento sul territorio. La medicina a Cuba si fa casa per casa, una dimensione che noi abbiamo coltivato poco, e le debolezze di questa scelta le abbiamo misurate tutte, durante la pandemia, attraversando strade ostili e non presidiate.
È bastato il suggerimento della Associazione Italia-Cuba al Ministro Roberto Speranza, perché partisse una richiesta di aiuto, e lo Stato di Cuba, in una manciata di giorni, il 21 marzo del 2020, rispondeva inviando a Crema 52 operatori sanitari, mentre altri 39 sarebbero arrivati il 13 aprile successivo a Torino, per svolgere la stessa missione umanitaria, riscrivendo la parola solidarietà nelle vite di molti italiani, abbattendo ogni barriera e depositando un lascito civile e pedagogico, per le nostre comunità ed i nostri figli. Solo allora abbiamo capito che il virus avrebbe perso la sua battaglia, e ancora oggi viviamo di quella rendita, per questo abbiamo meno paura.

Mi rendo conto che esistono “equilibri” internazionali e che vi sono tradizionali posizioni “atlantiste” del nostro Paese, ma quando ci si imbatte nello spirito umanitario dei cubani “situati”, che come ognuno di noi ambiscono a una vita migliore, quando, superati i muri ideologici, ci si trova di fronte ad un altro segmento di umanità, capace di guadagnarsi la gratitudine e la riconoscenza di tanti italiani, si finisce per trovare inqualificabile la posizione assunta dal nostro Paese in seno al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, laddove era in discussione una risoluzione che condannava l’impatto sui diritti umani di sanzioni economiche unilaterali ad alcuni stati, fra cui appunto Cuba.
“La nostra Patria è l’umanità”, con queste parole ci avevano salutato i nostri Hermanos de Cuba arrivando a Crema ed io le chiedo, caro Presidente, qual è la nostra, di Patria, se l’opportunismo e la realpolitik ci impediscono di rispondere in termini di reciprocità ai benefici ricevuti ed alla solidarietà che un Popolo assai più umile, più povero e con molti meno mezzi del nostro, ma ricco di dignità, umanità ed orgoglio, ci ha donato in uno dei momenti più drammatici della nostra storia repubblicana.

Questa presa di posizione dei nostri rappresentanti alle Nazioni Unite, peraltro su un atto dalla forte valenza simbolica, doveva essere diversa, perché era necessario rispondere con maturità politica a un’azione gratuita e generosa, che aveva salvato vite vere di italiani in carne ossa. Mi domando che senso pedagogico e politico possa avere invece avuto il nostro voto contrario. Non è così che si favorisce il cambiamento delle relazioni, persino di quelle internazionali.
Era l’occasione giusta per reagire con un atto di lungimiranza, capace di spezzare posizioni cristallizzate, vecchie di oltre mezzo secolo, proprio per dimostrare il desiderio di affratellarsi con tutte le genti, in un Pianeta in cui i confini e le ideologie appaiono ogni giorno più lontani dallo spirito delle nuove generazioni.

Chiedo a lei, signor Presidente, di fare giungere un positivo gesto istituzionale e un grazie ai nostri fratelli cubani, un atto che, dopo l’improvvida presa di posizione, li rassicuri sul nostro affetto e la nostra vicinanza, che apra la strada a un consolidamento dell’amicizia e che permetta alla democrazia di guadagnarsi una possibilità.

Con stima,

Stefania Bonaldi