Epidemiologia e luoghi di lavoro. Intervista a Benedetto Terracini

Sergio Bologna 

Benedetto Terracini, nato nel 1931, emigrato in Argentina tra il 1939 e il 1947 a causa delle leggi razziali, si è laureato in medicina a Torino. Formatosi in anatomia patologica, a partire dagli anni Settanta è stato un pioniere degli studi dei rapporti tra ambiente e salute in Italia. Professore di Epidemiologia dei Tumori e di Statistica Sanitaria all’Università di Torino, è in pensione dal 1999. È stato consulente dell’accusa o del giudice in diversi processi penali relativi a lavoratori affetti da tumori professionali. Direttore di Epidemiologia & Prevenzione dal 2000 al 2010, è Fellow emerito del Collegium Ramazzini.

L’intervista è stata raccolta il 6 ottobre 2021.


Bologna: Benedetto, con questa intervista Officina Primo Maggio intende riproporre alle nuove generazioni esperienze molto significative degli anni Settanta. Sia io che te, io in maniera molto più marginale, abbiamo partecipato a quel movimento che ha visto studiosi, scienziati, medici, biologi, ma anche sociologi, storici, economisti, avvocati, magistrati elaborare conoscenze e idee in un rapporto stretto con il movimento operaio nelle fabbriche, con le lotte sindacali. Ci siamo ritrovati in alcune riviste. Qui vorrei parlare di quelle che ebbero come promotore Giulio Maccacaro, non solo Sapere, la più conosciuta, alla quale arrivai grazie a Giovanni Cesareo, ma anche Epidemiologia & Prevenzione, di cui tu fosti uno dei fondatori. La mia prima domanda quindi è: come nasce Epidemiologia & Prevenzione e che rapporto avevi tu con Giulio Maccacaro?

Terracini: Ho conosciuto Giulio nel 1968, però la nostra amicizia è iniziata quando è caduto Pinelli. Giulio era consulente della famiglia, io ero in Anatomia patologica ed egli mi chiese un’opinione sul protocollo dell’autopsia. E di lì è nato un rapporto buono. Intanto era diventato direttore di Sapere: concepiva la rivista come una sede di incontro tra “accademici” e lavoratori. In quel momento, in Italia, era una novità, e anche poco gradita nell’ambiente accademico, che ovviamente non voleva la contaminante presenza dei lavoratori nelle aule universitarie. Uno dei momenti migliori di Sapere era stato l’incontro con i sette Consigli di fabbrica sull’inchiesta della Fulc (Federazione unitaria dei lavoratori chimici) sugli effetti del cloruro di vinile. Alle riunioni di Sapere partecipavano collaboratori diretti di Maccacaro e alcuni ricercatori come Fiorella De Rosis e come me. Una presenza fissa era quella di Giovanni Cesareo. C’era la sensazione che Sapere potesse contribuire a uscire da quella condizione tipica dell’Italia dove la politica non ha la tradizione di trovare ragioni scientifiche alle sue scelte (lo vediamo anche adesso). Dopo qualche anno è emersa l’esigenza di andare oltre Sapere e di creare anche una rivista di taglio maggiormente scientifico, che combinasse le esigenze di rigore della ricerca con le istanze di conoscenza e di giustizia che emergevano dalle condizioni di lavoro in fabbrica. E di lì è nata Epidemiologia & Prevenzione, ora arrivata al suo quarantacinquesimo anno di esistenza. 

Bologna: Tu allora cosa insegnavi?

Terracini: Era il momento della mia conversione all’epidemiologia. Sono stato assistente in anatomia patologica fino al 1976, quando il mio professore Giacomo Mottura (da non dimenticare per il suo impegno politico e per i suoi studi sulle malattie professionali) è andato in pensione. Nel suo complesso, alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino, l’epidemiologia e la prevenzione interessavano poco, ma il preside era relativamente aperto e interessato. Io avevo cominciato a frequentare il Registro dei tumori del Piemonte, che arrancava in mezzo a molte difficoltà, con gli strumenti limitati che aveva a disposizione. Cominciai quindi a insegnare Epidemiologia dei tumori e smisi di qualificarmi come anatomo-patologo, bensì come epidemiologo. Come tale mi sono auto formato, ma ho avuto la fortuna di attirare giovani motivati sulla prevenzione delle malattie ambientali (avevano “fatto” il Sessantotto). Loro si sono poi formati in epidemiologia altrove, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Più tardi, ho anche avuto la fortuna di trovare un assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Sante Baiardi, consapevole della necessità di conoscere cosa era la misura dei tumori professionali in Piemonte. Infatti, negli anni Settanta, in Piemonte, si sono rese evidenti diverse epidemie di tumori professionali. Nel 1981, la Regione Piemonte ha integrato la mia posizione universitaria con posti di assistente ospedaliero.

Bologna: Il discorso sull’epidemia per Giulio Maccacaro era fondamentale in quanto era un statistico medico. 

Terracini: Beh, il disegno di Maccacaro era qualcosa di più della applicazione della statistica allo studio della salute delle popolazioni. Mi stai chiedendo per quale motivo la statistica è importante nello studio dei fenomeni epidemici.

Bologna: Certo.

Terracini: Senza venire ai tempi attuali e al Covid, direi per diversi motivi. Parliamo di malattie causate dall’inquinamento dell’ambiente generale o lavorativo, ma anche da altri fattori (fumo di tabacco in primis, ma non solo). L’importanza di contare il numero delle vittime e il numero di casi di malattia in eccesso causati da esposizioni ambientali è intuitiva. Contare vuol dire saper contare, definire a priori cosa si conta e cosa non si conta. È poi importante stimare il rischio, e quindi la probabilità che una persona si ammali. C’è poi la questione dell’interpretazione di uno studio epidemiologico, l’opinione pubblica non percepisce l’importanza della potenza statistica dello studio. Senza fare una lezione di statistica adesso, ricordo che la potenza statistica di uno studio è la probabilità che lo studio ha di riconoscere un’associazione, quando questa esiste. È intuitivo che uno studio su lavoratori esposti ad amianto è tanto più informativo quanto più numeroso è il campione studiato e quanti più anni esso viene seguito nel tempo. La stima di una potenza statistica richiede tutta una serie di parametri, che non sto qui a dire. A fronte di uno studio che apparentemente non dimostra alcuna associazione, è importante stabilire se l’associazione non esiste oppure lo studio non era in grado di riconoscerla. Esistono quindi studi “falsi negativi”, che tranquillizzano l’inquinatore e l’opinione pubblica ma beffano le vittime. Determinare la potenza statistica di uno studio è un’importante applicazione della statistica.

Bologna: Ricordo quando è successo l’incidente di Seveso, quando c’è stato lo scoppio all’Icmesa di Seveso e la fuoriuscita di una nube tossica di cui non si conosceva la natura. Allora un ruolo molto importante lo svolse il gruppo di operai e tecnici della Montedison di Castellanza riunito attorno a Luigi Mara. Interrogando gli operai dell’Icmesa – ai quali era stato raccomandato di non parlare con nessuno – riuscirono a ricostruire il ciclo di produzione e a capire che razza di sostanza poteva essere stata emessa con la nube. Arrivarono a capire che era diossina prima dell’inviato dell’Organizzazione mondiale della sanità. 

Terracini: Si è poi scoperto, fino a un certo momento, fino a quando non è avvenuto quello che tu dici, che soltanto la Roche era a conoscenza che c’era di mezzo la 2,3,7,8-tetraclorodibenzodiossina, e che questa è una sostanza tossica. 

Bologna: Sì la Givaudan, che faceva parte del gruppo La Roche. 

Terracini: Quello ha mostrato un altro aspetto della situazione. Cioè la totale impreparazione sui rischi ambientali da parte delle strutture pubbliche, dell’accademia e della sanità pubblica italiana, la totale ignoranza su quelli che erano i rischi nell’ambiente di lavoro. E anche la sudditanza rispetto alla grande industria.

Bologna: Ed è su questo che poi Epidemiologia & Prevenzione ha focalizzato il suo intervento, mi pare, sia sul tema della formazione degli operatori sul territorio, sia sul tema dei rapporti perversi tra ricerca scientifica e industria farmaceutica.

Terracini: Su questo magari torniamo un po’ più avanti, perché ci serve per le cose più attuali. Anche per collegare quello che tu hai detto di Seveso con Giulio. 

Giulio pubblicava quotidianamente su Il Giorno articoli critici e provocatori. Sottolineava che la struttura sanitaria lombarda reagiva in modo irrazionale, offrendo ogni forma di esame, clinico, ematologico, a tutta la popolazione, indiscriminatamente, senza darsi dei criteri razionali per distinguere tra chi era stato più esposto, meno esposto o non esposto. Era il miglior modo per non riuscire a collegare gli eventuali disturbi con l’esposizione. Mancava un disegno, un’ipotesi di ricerca. La sanità lombarda si voleva presentare come massima efficienza, massima efficacia, dando tutto a tutti. Senza definire perché dava tutto (ammesso che desse tutto), e senza definire chi erano tutti. Effettivamente, a distanza di quarant’anni, non tutti i risultati sono facilmente interpretabili. Lo stesso si può dire delle conoscenze su un altro episodio di intossicazione collettiva di quegli anni: quello dello scoppio all’Enichem di Manfredonia, ingiustamente meno noto e meno ricordato.

Bologna: Proseguiamo con le caratteristiche di Epidemiologia & Prevenzione.

Terracini: Partiamo dall’idea che la salute e l’ambiente, inteso come contesto sociale, sono collegati. È ormai stranoto che la salute dei poveri sia meno buona di quella dei ricchi. Il concetto è stato acquisito dall’opinione pubblica e dai media. Le malattie totalmente scollegate dall’ambiente sono una minoranza. Cosa vuol dire ambiente? Tu dici, giustamente, contesto sociale. Questo comprende, per esempio, lo stile di vita e le abitudini voluttuarie. Qui devo fare una autocritica. A quei tempi, alcuni di noi più giovani (non metterei Giulio di mezzo) hanno preso una posizione un po’ eccessiva, distinguendosi dalle montanti e corrette segnalazioni degli effetti del fumo di tabacco. C’era la sensazione che si volesse far passare l’idea che i comportamenti individuali e, in particolare, il fumo di tabacco, prevalessero sui fattori di rischio strettamente ambientali e quelli occupazionali. Anch’io, in più di una occasione, avevo sottovalutato i rischi da fumo di tabacco: me ne sono successivamente pentito e ne sono ancora pentito. Fondamentalmente per due motivi. Prima di tutto perché, numericamente, i rischi da fumo si sono rivelati effettivamente importanti: in Italia, parliamo di ottanta-novantamila morti all’anno. Ma l’errore che io (e altri) abbiamo allora commesso è stato il non renderci conto che la pressione a fumare è socialmente indotta e che dietro la pressione sociale vi sono loschi interessi economici (allora erano poco noti gli sporchi giochi dei ricercatori asserviti alle multinazionali del tabacco per alterare l’evidenza scientifica). Le disuguaglianze sociali che stanno dietro agli effetti del fumo del tabacco sono tanto inaccettabili come quelle retrostanti le malattie causate dall’ambiente di lavoro. 

Uno dei principi su cui si fonda Epidemiologia & Prevenzione è l’affermazione che la salute si protegge con la prevenzione. Mezzo secolo fa, il principio di precauzione era più nel nostro subcosciente che a fior di pelle. Successivamente, anche attraverso la diffusione di libri seminali come Primavera silenziosa di Rachel Carson, l’importanza del rapporto tra ambiente e salute si è diffusa al di fuori degli addetti ai lavori. Complessivamente, direi che ancora una volta si è dimostrato che i “non esperti” hanno una prospettiva ben più estesa degli esperti, sono più sensibili ai problemi sociali e politici e non sono vincolati da schemi precostituiti. 

Tornando alla tua domanda, i principali destinatari di Epidemiologia & Prevenzione erano gli operatori sanitari. 

Bologna: Operatori sanitari cosa vuol dire?

Terracini: La rivista è stata concepita e avviata negli anni immediatamente precedenti all’approvazione della riforma sanitaria (legge 833) del 1978. Oltre alla creazione del Servizio sanitario nazionale e alla parità di accesso alle strutture sanitarie, la riforma sottintendeva la creazione o il potenziamento delle strutture sanitarie extra-ospedaliere rivolte alla prevenzione (dalle malattie da lavoro ai servizi per le tossicodipendenze, dai servizi di assistenza psichiatrica ai consultori). Da queste strutture ci si aspettava non soltanto l’erogazione di prestazioni, ma anche la capacità di misurare la propria efficacia ed efficienza e di rapportarsi alla popolazione di riferimento. Fondamentale è poi che l’accesso alla prevenzione sia egualitario nella popolazione nonché esaustivo. Era un’importante innovazione nella mentalità della sanità italiana.

Peraltro, anche i medici e gli infermieri che lavorano in ospedale sono operatori sanitari. Anche per gli ospedali e per la medicina di base ci si aspetta(va) una modulazione dell’attività guidata da momenti di valutazione di efficacia e di efficienza. La realtà è stata diversa: ha prevalso una mentalità aziendale, come espresso dalla sostituzione del sostantivo “unità” in “azienda” per definire le unità territoriali di gestione del servizio sanitario. 

Bologna: In quel periodo la medicina del lavoro è forse quella che ha avuto i maggiori sviluppi, secondo te sono stati determinati dal fatto che allora c’era una conflittualità operaia abbastanza vivace?

Terracini: A quei tempi sì, senz’altro. E soprattutto in alcune regioni. Un importante cambiamento è stato il trasferimento di molte funzioni dall’Ispettorato del lavoro alle strutture del Servizio sanitario nazionale (in Piemonte si chiamano Spresal). In teoria, un punto di riferimento ben preciso per gli operai che percepiscono che forse in fabbrica ci sono dei fattori di rischio per la salute. È stata un’occasione di integrazione tra il “sapere operaio” e la “preparazione dei tecnici”. Nella mia expertise da “tecnico”, ha lasciato un segno la collaborazione con il Consiglio delle lavoratrici e dei lavoratori della Montedison di Castellanza nel disegno di studi epidemiologici. La compartecipazione era cruciale per la definizione dei quesiti e dei metodi. 

L’autogestione della salute nell’ambiente di lavoro da parte dei lavoratori stessi attraverso i questionari di gruppo omogeneo e la validazione consensuale trovava delle criticità per quanto riguarda il riconoscimento dei rischi di cancro professionale, dati i tempi di latenza di questa malattia. Gli anni Settanta, in Italia, hanno anche visto la creazione dei primi Registri tumori di popolazione. Questi si sono poi estesi fino a coprire, attualmente, quasi tutta la popolazione italiana. In un convegno a Firenze nella primavera del 1975, Giulio aveva auspicato che i registri di malattia venissero integrati con la registrazione delle esposizioni lavorative. A partire da venti anni più tardi, la proposta si è realizzata per quei tipi di tumori per i quali la proporzione di casi attribuibili alle esposizioni professionali (“frazione eziologica”) è alta. In particolare per i mesoteliomi, la maggior parte dei quali sono causati da esposizione ad amianto, ma anche per i tumori del naso e dei seni paranasali e gli angiosarcomi del fegato. Per i tumori a bassa frazione eziologica per le esposizioni professionali, la sistematica raccolta delle storie lavorative è più complessa. I registri di popolazione poi sono la più attendibile sorgente di casi per studi epidemiologici ad hoc, in quanto non sottoposti a distorsioni da selezione.

Bologna: Quando come Epidemiologia & Prevenzione affrontavate problemi legati all’ambiente di lavoro, lo facevate in collegamento con il sindacato, con i consigli di fabbrica, il vostro interlocutore chi era?

Terracini: Diciamo che la cosa era piuttosto variegata. Tutto questo si svolgeva successivamente alle lotte operaie e, in particolare, ad alcuni esempi come quelli della Fiat e della Montedison di Castellanza. Almeno nella mia esperienza sono stati i primi due modelli di proposta operaia sulla salute con cui sono venuto a contatto. Non so, se vogliamo parlare un attimo di questo, o vogliamo darlo per scontato. 

Bologna: Sì, io direi di sì.

Terracini: Il movimento per la salute dei lavoratori della Fiat degli anni Sessanta si basava su alcuni principi: la definizione dei gruppi omogenei, i quattro gruppi di fattori di rischio valutabili in prima persona da parte dei lavoratori, i principi della non delega e della validazione consensuale. Con il Sessantotto, si sono stabiliti legami tra lavoratori e studenti. I miei studenti, ma anche un po’ io, alla Quinta lega della Fiom di Torino eravamo quasi di casa. Il mio rapporto con il Consiglio di fabbrica di Castellanza è iniziato nel 1972-1973: lì la convergenza culturale si è estesa alla condivisione delle conoscenze scientifiche. Già allora, almeno a Castellanza, era obsoleto il concetto di “comunicazione del rischio”, con un emittente loquace e un ricevente passivo. Nel frattempo era iniziato il progetto di valutazione del rischio cancerogeno creato da singoli agenti ambientali da parte della Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro e condotto da Renzo Tomatis. Renzo era amico di Maccacaro, ha sempre avuto delle strette relazioni con Epidemiologia & Prevenzione e con Luigi Mara. 

Bologna: L’industria chimica ha delle situazioni ambientali di rischio molto diverse dall’industria metalmeccanica, dove i ritmi, l’intensità del lavoro rappresentano un rischio prevalente rispetto ad ambienti impregnati da sostanze tossiche, dove il problema della latenza è più acuto… Ricordo, quando insegnavo a Padova, uno studente lavoratore del Petrolchimico intossicato da piombo com’era ridotto… Castellanza è stata un’esperienza straordinaria, ma anche Marghera…

Terracini: Oh puoi dirlo! Mi è più facile parlare di Castellanza perché sono stato più coinvolto personalmente. Mentre a Marghera sono arrivato venti anni dopo, al momento del grande processo all’inizio di questo secolo. Hai perfettamente ragione. Si potrebbero menzionare anche diversi altri, i portuali di Genova…, non sono state esperienze uniche. All’inizio, ancora nei primi anni Settanta, c’era già il grosso studio organizzato dalla Fulc, Federazione unitaria lavoratori chimici, sul cloruro di vinile. Questo è stato uno studio gestito dai lavoratori. Alcuni tecnici avevano collaborato, non io, ma direi certamente Fiorella De Rosis e alcuni altri.

Bologna: Probabilmente anche Vladimiro Scatturin. Epidemiologia & Prevenzione lavora più sul piano accademico che su quello dei movimenti e si forma una scuola che si dirama nell’Università.

Terracini: Mi piace questa parola “diramare”, anche se allora l’accademia non era molto recettiva a una scienza che coinvolgesse in prima persona i lavoratori (attualmente lo è un po’ di più). Siamo stati prima di tutto allievi di Maccacaro e amici di alcuni allievi di Maccacaro. Ho in mente in particolare Cesare Cislaghi, che certamente ricorderai, laureato in scienze politiche e che oggi è uno degli statistici più competenti che si occupano di Covid. Comunica quasi quotidianamente sul suo blog. Tra gli allievi di Maccacaro, Cesare è senz’altro stato quello che è rimasto più legato alle scelte di Maccacaro: non sono sicuro che questa fedeltà non gli abbia procurato degli ostacoli nella sua carriera universitaria. Non sto qui a ricordare ciascuno degli allievi e collaboratori di Maccacaro che convergevano su Epidemiologia & Prevenzione, sia prima della morte di Maccacaro, sia nella famosa seduta del consiglio di redazione di Epidemiologia & Prevenzione del 17 gennaio 1977, quando Maccacaro è improvvisamente mancato e sia anche successivamente.

L’insegnamento di Maccacaro comunque non si è diramato soltanto nell’università, ma anche nelle strutture del Servizio sanitario nazionale. È vero che il numero di docenti di statistica medica si è più o meno decuplicato dai tempi di Giulio, ma molta epidemiologia ora viene svolta da strutture del Servizio sanitario nazionale. Credo che molti epidemiologi – almeno quelli delle generazioni più vecchie – che lavorano in istituzioni come l’Osservatorio epidemiologico della Regione Lazio o l’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) di Firenze si sentano portavoce dell’insegnamento di Maccacaro, per non parlare di molti operatori dei servizi territoriali per la salute dei lavoratori. L’esperienza dell’Istituto di statistica medica di Milano ha anche significato che a occuparsi di epidemiologia cominciassero a non essere solo medici ma anche statistici, laureati in scienze politiche, in biologia e in altre discipline. 

Bologna: Però poi ci sono tutti i tuoi allievi.

Terracini: A casa ho una placca sulla quale, quando sono andato in pensione, sono state incise le firme di oltre una ventina di miei allievi, quelli che hanno ritenuto che io abbia avuto qualche impatto sulla loro formazione professionale. Per cominciare dall’inizio, la prima esperienza, a partire dai primi anni Settanta, è stata quella dell’Ipca. Questa fabbrica (Industria piemontese di coloranti di anilina) era ubicata a Ciriè, a quindici chilometri da Torino. L’ambiente di lavoro (aerazione degli ambienti, scolo degli scarichi, indumenti di lavoro ecc.) era medievale. Produceva coloranti a base di amine aromatiche notoriamente cancerogene, senza fornire i mezzi di protezione che all’epoca erano considerati adeguati. Infatti, una epidemia di tumori della vescica è emersa alla fine degli anni Sessanta, riconosciuta grazie a due lavoratori intelligenti, bravissimi epidemiologi a piedi scalzi. Albino Stella e Gino Franza avevano lavorato all’Ipca in due periodi diversi e si sono conosciuti casualmente in un tempo successivo. Due uomini giovani, sulla quarantina, ambedue di Cirié, ambedue affetti da un cancro vescicale: scoprire che ambedue avevano lavorato all’Ipca fece accendere una lampadina. Istintivamente, fecero un’indagine tra gli ex lavoratori dell’Ipca di loro conoscenza per capire se vi erano stati altri casi. Questo, in mezzo a grandi difficoltà. Molte vittime non volevano mettere in discussione se stessi e la fabbrica che aveva dato loro un salario per anni. Inoltre, il cancro della vescica veniva considerato una cosa vergognosa, brutta e sporca. Alla fine poi Stella e Franza sono arrivati alla Cisl, hanno fatto le denunce, e di lì la storia è diventata “un caso”, il primo di quel genere in Italia. A partire dal 1950, i deceduti con certificato di morte che indicava il cancro della vescica come prima causa del decesso sono stati cinquantasette. Ma molti altri casi sono stati certificati come morti con cancro della vescica o sono stati attribuiti ad altra causa di morte. Quello dell’Ipca è stato il primo processo in sede penale in Italia per malattia da lavoro. Ha avuto luogo a Torino tra il 1977 e il 1978, si è concluso con la condanna di tutti i direttori e del medico di fabbrica.

Per me, l’Ipca ha segnato una svolta. Avevo studiato in laboratorio quelle stesse sostanze, somministrandole alle cavie. Rendermi conto che a quindici chilometri da casa mia c’erano degli uomini che le producevano, venendone esposti ed ammalandosi, mi ha aperto gli occhi. Ero consulente delle parti civili al processo e ho imparato molto dalle vittime e dalle loro famiglie, dalla lucidità dei loro ragionamenti, dalla solidarietà tra loro e dal rispetto (non privo di giustificata diffidenza) per il mondo della ricerca. In quegli anni iniziavo a insegnare epidemiologia dei tumori, alcuni dei miei allora giovani allievi hanno percepito l’umanità che c’era nella storia dell’Ipca e sono venuti a lavorare con me, consapevoli che non ero un professore che offrisse molti sbocchi professionali. Da questo punto di vista, fortunatamente negli anni successivi, con la riforma sanitaria e l’appoggio dell’assessore Baiardi le cose sono migliorate. 

Bologna: Se posso aggiungere, il mio primo incontro con questi problemi di pesante nocività in fabbrica è avvenuto quando insegnavo a Trento. C’era uno studente, poi diventato docente, il cui padre era stato intossicato o aveva contratto il cancro, non ricordo esattamente, in una fabbrica che produceva antidetonanti per la benzina, credo si trattasse di piombo tetraetile. Il movimento studentesco intervenne con grande efficacia per denunciare la situazione e venne fuori che c’erano state decine di morti silenziose. 

Terracini: La stessa storia l’ho sentita raccontare più volte da Franco Carnevale, successivamente medico del lavoro a Firenze. Credo che lo studente di cui parli sia andato a finire a Verona, in un momento in cui il professore di medicina del lavoro era Massimo Crepet, bravissimo docente e medico. Vi sono due modi di fare ricerca sulle malattie professionali croniche come i tumori. Uno consiste nella raccolta dei documenti pertinenti (libro matricola, cartelle cliniche, dati giacenti presso i registri tumori, certificati di morte), l’applicazione di alcuni metodi statistici e pubblicazione delle stime di rischio in qualche rivista scientifica. L’altro consiste nel fare le stesse cose, ma con l’aggiunta della raccolta delle testimonianze operaie e di un approfondimento del contesto locale e della storia dell’azienda, il contatto con il sindacato e con i lavoratori stessi, una condivisione con loro delle difficoltà e dei limiti della ricerca e dei risultati. Dopo l’esperienza dell’Ipca, noi abbiamo scelto questa seconda strada. A Casale Monferrato, dove la nostra ricerca sugli effetti dell’amianto utilizzato dalla Eternit e il nostro rapporto con l’Associazione famigliari e vittime dell’amianto (Afeva) ci hanno arricchiti. Il nostro è un atteggiamento un po’ diverso da quello della medicina del lavoro italiana. Basti dire che è ancora diffusa l’abitudine di non menzionare nome e cognome delle aziende studiate. Per esempio, nelle pubblicazioni dei medici del lavoro di Torino l’Ipca non è mai nominata in prima persona: diventa regolarmente “un’azienda che produce coloranti nell’Italia nordoccidentale”. Né, ovviamente, gli autori hanno ritenuto di informare la popolazione o il sindaco di Cirié delle dimensioni della tragedia che emerge dalle loro pubblicazioni più recenti. 

Noi abbiamo sempre cercato di seguire la seconda strada, e con noi molta parte degli epidemiologi italiani. Certamente, non tutti trovano il giusto equilibrio tra i risultati disponibili e le possibili prospettive di metodi innovativi nella ricerca epidemiologica (personalmente, trovo talora eccessiva l’attenzione che viene data ai big data, raccolti in modo non omogeneo). 

Bologna: Penso si possa dire che quel grande fermento e quella grande capacità di innovazione forse già verso la fine degli anni Settanta hanno cominciato a spegnersi e il sindacato stesso, che prima aveva appoggiato la lotta sull’ambiente di lavoro, è tornato, come si diceva allora, a monetizzare la salute, in particolare dopo la sconfitta alla Fiat nell’ottobre del 1980. Quando tu prendi la direzione della rivista, nel 1999, il clima è molto cambiato. 

Terracini: Non saprei dire se e quanto vi sia stato un ritorno alla monetizzazione della salute e alle indennità di rischio. Certamente, da parte della rivista, l’attenzione si è estesa dall’ambiente lavorativo a quello extra lavorativo. In questo Maria Luisa Clementi è stata una grande collaboratrice. Sono anche successe diverse cose. Una è lo studio Sentieri, tuttora in corso. svolto dagli epidemiologi dell’Istituto superiore di sanità, il responsabile è stato Pietro Comba fino a quando è andato in pensione. La legge che ha riconosciuto una cinquantina di “siti di interesse nazionale” inquinati in Italia è degli anni Ottanta. I siti complessivamente coprono circa un quinto della popolazione italiana. Sistematicamente, Sentieri monitora i dati delle statistiche sanitarie disponibili, confrontando la frequenza di malattie in ciascun sito con quello che ci si poteva aspettare che succedesse se non ci fossero differenze di esposizione tra i rischi a cui è esposta la popolazione di quel sito e quelli della popolazione della regione dove quel sito è collocato. Dove disponibili, i dati delle statistiche sanitarie sono integrati con i risultati di studi ad hoc. Oramai Sentieri è arrivato al sesto aggiornamento. Ovviamente l’obiettivo non è quello di contare i morti o i ricoverati per causa, bensì quello di bonificare e di quantificare l’efficacia della bonifica in termini di salute. Epidemiologia & Prevenzione pubblica regolarmente questi risultati. La rivista inoltre è attenta ai non pochi processi penali per malattie professionali, agli studi che vengono portati in tribunale e alle sentenze. L’epidemiologia in tribunale trova molte difficoltà, anche perché di fronte a un focolaio di tumori in una fabbrica la giustizia italiana richiede che il rapporto di causa a effetto venga stabilito caso per caso. Ai tempi del processo dell’Ipca, un avvocato della difesa mi chiese: «Ma se le statistiche ci dicono che si sarebbe comunque dovuto verificare un caso, come facciamo a escludere, per ogni lavoratore ammalato che non sia proprio quello che si sarebbe verificato comunque?». Molti procedimenti conclusi con condanna in primo grado o in appello finiscono successivamente con la prescrizione o con l’assoluzione dei possibili colpevoli da parte della Cassazione. Su questo la storia dei processi di amianto è abbastanza esemplare. 

Per continuare con quello che fa la rivista, essa va alla ricerca di quelle situazioni in cui c’è un movimento di popolazione nei confronti della salute. Ce ne sono stati diversi, dalla popolazione che risiede attorno ai ricevitori, ai radiotrasmettitori della televisione, a possibili sorgenti di campi elettromagnetici. Certamente si è omologata un po’ alle riviste di Epidemiologia internazionale. Adesso pubblica anche in inglese, mentre prima pubblicava soltanto in italiano.

Bologna: L’altra cosa che vi ha caratterizzato è la battaglia contro la ricerca succube delle case farmaceutiche, quindi tutto il discorso sull’etica professionale del ricercatore.

Terracini: Su questo vale la pena di soffermarsi. Il caso del ricercatore assoldato dagli interessi dell’industria non è esclusivo dell’industria farmaceutica, né in Italia, né altrove. In ogni settore della ricerca tra ambiente e malattia lo standard etico della produzione scientifica è radicalmente peggiorato negli ultimi trenta o quarant’anni. Un primo motivo è la quantità di danaro che parte dell’industria inquinante investe per produrre quello che noi chiamiamo “scienza a difesa del prodotto”. Questa mira principalmente a influenzare la normativa sulla produzione e l’utilizzo di sostanze pericolose. Viene anche usata nei tribunali – soprattutto in Italia – per convincere i giudici della fragilità delle conoscenze (e quindi in dubio pro reo). 

La scienza a difesa del prodotto viene creata nei paesi ricchi, ma le prime vittime sono i paesi poveri, privi di competenze utili per contrastare le valutazioni di rischio che le industrie intendono fare passare. Negli Stati Uniti, e anche in Europa, vi sono imprese finanziate dall’industria per finanziare ricerca a difesa del prodotto da parte di ricercatori consenzienti (e ben retribuiti). Mettere in discussione l’evidenza scientifica è lo strumento principale della scienza a difesa del prodotto. L’industria e i suoi consulenti sono consapevoli che l’utilizzo che essi fanno dell’incertezza per sfidare la scienza sfrutta la stessa natura della scienza, in cui la conoscenza si accumula in tempi molto lunghi e la comprensione della conoscenza evolve nel tempo. Gli scienziati non hanno la verità, essi cercano la verità. Abbiamo a che fare non con assolute certezze, bensì con il peso dell’evidenza. Sono parole di David Michaels, che alle strategie (di parte) dell’industria per produrre scienza a difesa del prodotto ha dedicato due libri, Il dubbio è il loro mestiere nel 2008 e, più recentemente Il trionfo del dubbio, che abbiamo presentato l’anno scorso su Epidemiologia & Prevenzione. Il titolo del primo libro è spiegato dallo stesso Michaels, citando un memoriale del 1969 di un anonimo pezzo grosso dell’industria del tabacco, inteso a contrastare la crescente evidenza dei danni alla salute causati dal tabacco: «Il dubbio è il nostro prodotto poiché è il miglior mezzo per competere con le conoscenze che esistono nella mente del pubblico». 

Altra causa del degrado medio della qualità della produzione scientifica su salute e ambiente è stata la conversione, almeno parziale, di molte riviste alla strategia dell’open access, che rende gratuito l’accesso ai singoli articoli. Un risvolto positivo di questa pratica è che essa allarga la fruizione dei contenuti degli articoli ai non addetti ai lavori. Ma c’è un preoccupante risvolto negativo: le spese di pubblicazione degli articoli open access sono a carico degli autori, o meglio delle istituzioni dove essi operano e dei loro “sponsor”. Purtroppo, almeno nel campo della salute, questo ha portato parte dell’editoria scientifica a convertirsi progressivamente in imprese commerciali a fine di lucro, meno rigorose nella valutazione della qualità degli studi sottoposti per pubblicazione e meno attente alla dichiarazione di conflitti di interesse da parte degli autori. 

Bologna: Benedetto, credo che non possiamo chiudere questa intervista senza aver prima accennato alla questione dell’amianto. 

Terracini: L’amianto esemplifica bene le ramificazioni della scienza per la difesa del prodotto, anche se lo stesso si potrebbe dire per il fumo passivo, il glifosato, le emissioni diesel e di tanti altri materiali tipici della nostra società. Una variabile in più: in sessantasette paesi vige il divieto di estrazione, commercio, importazione ed esportazione di amianto o materiali contenenti amianto. Il bando ha una sua logica: tutte le forme di amianto sono cancerogene per l’uomo (lo ha detto quasi mezzo secolo fa l’Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro); non vi è una dose al di sotto della quale non vi sia rischio; l’amianto è un materiale persistente e difficile da smaltire. Al momento del bando del 1992, in Italia erano presenti trenta milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto (mezza tonnellata per italiano). Altri due elementi hanno precipitato i tempi della messa al bando. Da una parte, il riscontro di epidemie di tumori causate dalla contaminazione con amianto dell’ambiente esterno a quello lavorativo (biasimevolmente, una morte “da ambiente” commuove l’opinione pubblica e i media di più di una morte “da lavoro”). Dall’altra parte, da mezzo secolo, negli Stati Uniti le cause civili per danni lavorativi da amianto, promosse dai sindacati, con indennizzi milionari, hanno portato alla bancarotta non solo le imprese che lavoravano l’amianto ma anche le loro compagnie di assicurazione. 

Alcune dozzine di paesi continuano a usare l’amianto, guidati dai principali produttori e consumatori: Russia, Cina, India, Kazakistan, Indonesia. 

La scienza a difesa dell’amianto mira a dare una mano alle autorità dei paesi che non hanno bandito l’amianto e a proteggere i responsabili nei tribunali dai quali le vittime e i loro congiunti aspettano giustizia. Gli argomenti sono ricorrenti; la possibilità di un (inapplicabile) “uso controllato” dell’amianto, il ruolo della suscettibilità individuale nella cancerogenesi da amianto, l’incertezza delle singole diagnosi, la forma del rapporto tra dose ed effetto, la potenza cancerogena relativa delle diverse forme di amianto, le modalità della interazione tra fumo di tabacco e amianto nella produzione di tumori polmonari e altri. Le inevitabili lacune nella conoscenza di tali argomenti vengono di volta in volta usate in modo ambiguo per screditare le evidenze di rischio. Nelle pubblicazioni scientifiche a difesa dell’amianto, i nomi dei committenti e i conflitti di interesse vengono celati, gli strafalcioni vengono corretti con difficoltà e tardivamente. 

Per quanto riguarda l’Italia, non credo che sia realistico pensare a un ritorno all’amianto. È invece preoccupante la difficoltà che le vittime (quasi sempre si tratta di loro congiunti) trovano per ottenere giustizia. Vorrei citare due circostanze, riguardanti rispettivamente i mesoteliomi pleurici e i tumori del polmone causati da amianto (congiuntamente, parliamo di almeno duemilacinquecento morti all’anno). Per i primi, soltanto nei tribunali italiani viene negato il fatto che il rischio di mesotelioma per gli esposti sia proporzionale alla esposizione cumulativa ad amianto e si pretende che venga indicato in quale periodo il tumore si è iniziato ed è evoluto fino alla fase della irreversibilità (date impossibili da determinare). Per i secondi, da mezzo secolo si sa che amianto e fumo di tabacco potenziano reciprocamente il rischio: eppure nei tribunali italiani passa la linea che ogni caso di tumore ha una, e una sola causa: la cultura popolare ha preso coscienza degli effetti del fumo, per cui se il malcapitato fumava, il suo cancro del polmone non può essere stato causato dall’amianto. 

Bibliografia e sitografia

V. Armanni, «“Un giorno di questi scriverò un libro apposta perché sia un altro a prefarlo”. Giulio Maccacaro e la collana “Medicina e potere” di Feltrinelli», Fondazionefeltrinelli.it, 18 marzo 2020. 

Associazione italiana cristallografia, «Vladimiro Scatturin (1922-2008)», cristallografia.org. 

S. Bologna, «Giovanni Cesareo, un “nobile” della sinistra», it.scribd.com, 18 marzo 2015.

M. Cardiroli, «Luigi Mara, a cinque anni dalla scomparsa», medicinademocratica.org.

R. Carson, Primavera silenziosa (1962), Feltrinelli, Milano 2016. 

«Come sta la sanità? Il blog di Cesare Cislaghi», in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it.

Epidemiologia & Prevenzione. Rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia, epiprev.it. 

“MADE in blog. Interpretare e discutere i dati dell’epidemia di COVID-19”, in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it. 

Scienzainrete.it. 

Sentieri – Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it.

Sezione «Il Sapere collettivo di Maccacaro», sapere.galileonet.it.

B. Terracini, «Renzo Tomatis. Uno scienziato scomodo», in Epidemiologia & Prevenzione, 25 settembre 2007.

B. Terracini «Fiorella De Rosis. Una donna generosa», in Epidemiologia & Prevenzione, anno 32 (4-5), luglio-ottobre 2008. 

B. Terracini, D. Mirabelli, «Asbestos and product defence science», in International Journal of Epidemiology, ottobre 2016. 

B. Terracini «E il dubbio continua a trionfare… anche in Italia», in Epidemiologia & Prevenzione, anno 44 (2-3) marzo-giugno 2020.

Brasile: virus sanitario e virus politico

Lavinia Clara Del Roio e Teresa Isenburg

In questi mesi di marzo e aprile 2021 sulla stampa internazionale escono parecchie notizie sulla grave situazione sanitaria del Brasile, che mettono anche in evidenza come possa diventare una minaccia per l’intero continente, e non solo. I dati non lasciano dubbi: 13,2 milioni di contagiati, 341.000 decessi dal 26 febbraio 2020, quando un cittadino rientrato dall’Italia sviluppava il primo caso nel Paese. Ma il dato che impressiona è il numero di morti nei primi mesi del 2021: con una popolazione di 212 milioni, pari a circa il 3% del totale mondiale, la Federazione totalizza quasi un terzo dei morti. Nel solo giorno del 31 marzo 2021, sul totale di 11.769 morti nel mondo ben 3.869 sono brasiliani. E molti sono giovani. In Brasile si sono raggiunti i 2.000 morti per milione di abitanti, oltre quattrocentomila morti di cui 19.500 con meno di quarant’anni. In totale i bambini con meno di quattro anni deceduti sono stati 464, fra i cinque e i quattordici anni 525, fra i quindici e i ventinove 5.000. Per avere un riferimento quantitativo comparativo in Spagna – un quarto della popolazione del Brasile – dal 10 maggio 2020 al 5 maggio 2021 ci sono stati 1.700 morti per milione di abitanti. In totale ci sono stati 49.000 deceduti, tra questi solo 214 avevano meno di quarant’anni, mentre oltre la metà aveva ottant’anni. I deceduti brasiliani under quaranta sono quasi cento volte quelli spagnoli (Atila Iamarino, biologo, PhD in virologia).

È evidente che qualcosa non quadra. Vorremmo quindi contestualizzare questi numeri in modo da rendere più comprensibili le cause di un quadro così preoccupante. Infatti c’è uno stretto legame fra malgoverno e devastazione, mentre le condizioni economiche e sanitarie del Paese avrebbero permesso di affrontare con minore danno la pandemia.

Proviamo a raccontare qualche cosa sul modo in cui la pandemia si è manifestata in Brasile negli ultimi quattordici mesi (febbraio 2020-aprile 2021), in particolare su come è stata affrontata dai poteri pubblici. Teniamo presente che affrontare non significa necessariamente contenere, ma anche diffondere.

Nella grande Federazione del Brasile, Unione e Stati hanno competenze distinte e operano in cooperazione o competizione a seconda del contesto politico. Fin da febbraio-marzo 2020 è risultata evidente una marcata divergenza fra i diversi livelli amministrativi del Paese. In particolare, senza neppure attendere di capire che cosa stesse succedendo (bisogna sempre ricordare che per diverse settimane nessuno in alcun punto del pianeta aveva idea di quanto stesse accadendo), la massima autorità del Paese ha iniziato una vera e propria campagna negazionista. Nei sistemi presidenziali, e quindi anche in Brasile, il potere e l’influenza del presidente sono enormi. Avendo continuo accesso ai mezzi di comunicazione di massa, come succede per i principali responsabili politici in tutti i Paesi, nel caso specifico il presidente ha iniziato a ripetere che si trattava di una lieve influenza facilmente prevenibile con l’uso di idrossiclorochina, tradizionale medicina per arginare gli effetti della malaria. Tale messaggio ha trovato eco nelle megachiese evangelicali. 

In Brasile soprattutto a partire dagli anni Novanta del secolo scorso si sono molto diffuse chiese pentecostali e neopentecostali simili a quelle degli Stati Uniti (utile per orientarsi sul ruolo degli evangelicali e delle religioni è il sito dell’Iser/Istituto di studi religiosi), che hanno acquisito una crescente influenza e si ritiene che coinvolgano circa 40 milioni di persone. I dirigenti di alcune di queste aggregazioni fanno leva sulle proprie chiese per svolgere un’intensa attività politica nelle istituzioni rappresentative, dai municipi fino al parlamento. In particolare vi è stata una forte adesione al governo di Bolsonaro insediatosi nel 2019 e alcuni ministeri federali importanti sono in mano a pentecostali e neopentecostali. Il negazionismo, antiscientifico, era veicolato in un ben noto linguaggio di estrema destra di disprezzo della morte e di ironia acida e machista verso espressioni di compassione. Questo insieme di messaggi continua a essere ripetuto ancora oggi, in una situazione di estrema gravità in cui tutti gli indicatori sanitari e demografici registrano valori molto preoccupanti.

E a proposito di messaggi, comunicazione, linguaggio, non può passare inosservata una convergenza tra i telegiornali di Brasile, Italia e Francia in questo periodo. Si parla di persone fragili, comprendendo in questa categoria soggetti sanitariamente vulnerabili e gruppi sociali: la parola “poveri” non viene utilizzata, celando l’aspetto sociale della fragilità. Si parla di “aiutare”: aiutare per non cambiare, viene da sospettare. Infatti nulla si dice su giustizia sociale, redistribuzione del reddito o tassazione progressiva, che in questo momento potrebbero essere applicate opportunamente. Si fa appello ininterrotto alla responsabilità individuale (“che ognuno faccia la sua parte”) e non si incentiva alcuna partecipazione di base coordinata e riconosciuta, mentre dall’alto scendono direttive non previamente condivise e quindi tendenzialmente poco seguite dai singoli. Un coro unisono impressionante. Va anche detto che dal basso non salgono proposte elaborate e puntuali: ci sono espressioni estemporanee di un certo ribellismo, ma anche in questo momento che potremmo chiamare estremo, è assente la rigenerante categoria del conflitto, inteso come capacità propositiva. Ma questo mi sembra il problema centrale di diverse democrazie occidentali ormai da un tempo non breve.

Altro elemento ormai duraturo a livello dell’Unione è l’inoperosità del ministero della Salute. Per divergenze con il presidente della Repubblica, sono stati licenziati in tronco due ministri medici, Luiz Henrique Mandetta, in carica da gennaio 2019 ad aprile 2020, e Nelson Teich, nominato da aprile a maggio 2020: dal 15 giugno 2020 al 23 marzo 2021 è stato posto a capo del dicastero un generale in servizio (cioè non della riserva, quindi espressione diretta delle forze armate), che nulla ha fatto. Non ha predisposto l’acquisto di vaccini né di materiale sanitario, coadiuvato in questa omissione dal ministro degli Esteri Ernesto Araujo e da Bolsonaro, che hanno creato ripetute tensioni diplomatiche con Paesi possibili fornitori, in particolare con la Cina, spesso derisa in interventi televisivi del presidente. Il ministro-generale non ha promosso un comitato di crisi federale, convocato solo il 26 marzo 2021 e senza governatori degli Stati e sindaci delle grandi città, le figure istituzionali con maggiore responsabilità decisionale in loco. A livello dell’Unione non c’è nulla, mentre il ministero dell’Economia blocca i trasferimenti di fondi a Stati e Municipi, imposti dal patto federativo in base a parametri predefiniti, e questo crea crisi di liquidità. Bisogna tenere presente che negli Stati federali e confederali, quindi anche in Brasile, molto del potere amministrativo e decisionale è nei livelli decentrati in mano ai governatori eletti direttamente. Diventa quindi di grande importanza il controllo delle risorse attraverso il prelievo fiscale, che va poi ponderato in rapporto ai diversi livelli economici locali in mondo da mantenere compattezza sociale. Non va dimenticato che nel governo in carica da gennaio 2019 vi è una forte presenza di militari con incarichi esecutivi. Ovviamente le forze armate sanno cosa sia una epidemia e come vada gestita. Tanto è vero che già in aprile 2020 il Centro di studi strategici dell’Esercito illustrava sul proprio sito le linee da seguire per ritornare alla normalità. Ma il documento è sparito rapidamente dalla circolazione e le forze armate sono rimaste silenti e hanno accettato il comportamento omissivo del ministro da loro espresso.

In questo contesto gli Stati hanno agito e agiscono attivando al massimo le competenze di cui sono depositari. Si è formato già il 30 marzo 2020 un Comitato scientifico degli Stati del Nordeste, coordinato dal neuroscienziato Miguel Nicolelis e dal fisico ed ex ministro di Scienza e tecnologia Sérgio Rezende, che ha svolto funzione di indirizzo scientifico per i governatori; lo Stato di San Paolo ha un Centro di contingenza formato da medici e ne segue in buona parte le indicazioni. Altre situazioni precipitano, come lo Stato di Amazonas martoriato, nei primi mesi del 2021, dalla mancanza di ossigeno soprattutto nella capitale Manaus che ospita 2,2 milioni di persone, il 57% della popolazione dello Stato. Perché non è stato fatto dal ministero della Salute un piano di rifornimento di ossigeno. Sono piccole cose, ma se non si pensano in tempo utile diventano nodi scorsoi. Gli ospedali di dimensioni maggiori hanno i grandi serbatoi; ma quando il contagio è capillare ci vogliono bombole per raggiungere località disperse e mezzi di trasporto. Solo a fine marzo 2021 è stato autorizzato l’uso a fini sanitari di gas destinato a impiego industriale soprattutto nel settore delle bevande. Generosamente il Venezuela, tormentato dalle prepotenti sanzioni internazionali, ha mandato camion e bombole con la bandiera bolivariana negli Stati amazzonici di confine.

E veniamo ai vaccini: il governo non ha contratti di acquisto internazionali. È vero che, Europa docet, avere contratti non è una garanzia. Ha sottoscritto una quota pari al 10% della popolazione (avrebbe potuto arrivare fino al 50%) con il programma Onu/Organizzazione Mondiale della Salute Covax perché la politica estera dell’attuale esecutivo, di estrema destra e frutto di un cammino non rispettoso della Costituzione iniziato nel 2016, è avverso a Onu e organismi sovranazionali. Durante i governi di centrosinistra in carica dal 2003 al 2016 era stato costruito un percorso di integrazione regionale per America del Sud e Caraibi attraverso la Unasur, l’Unione delle nazioni sudamericane; uno dei punti qualificanti era il coordinamento per gli acquisti di medicinali e materiale sanitario con l’Istituto sudamericano di Governo della Salute (Isags), in modo da avere maggiore forza contrattuale e una migliore circolazione dell’informazione, mentre si organizzava un sistema logistico integrato. L’ondata variamente attivata che ha portato al potere forze di destra e neoliberiste in diversi Paesi dell’America del Sud ha disattivato gli organismi regionali in fase di costruzione, che avrebbero consentito di gestire la pandemia in modo ben diverso.

In questo contesto il rifornimento di vaccini al momento si basa su due consolidati istituti sieroterapici pubblici nazionali: la Fondazione Oswaldo Cruz a Rio de Janeiro (Fiocruz), che ha un accordo di importazione e produzione in loco con AstraZeneca, e l’istituto Butantan a San Paolo, che ha firmato una collaborazione con trasferimento di tecnologia con la cinese Sinovac per produrre il vaccino Coronavac. Butantan ha in fase avanzata di studio e sperimentazione un ulteriore vaccino che ripete l’impostazione dell’immunizzante anti-influenza, cioè con virus completo inattivato, tecnologia molto sperimentata, a basso costo. Attorno alla collaborazione con la Cina, la presidenza della Repubblica ha ritenuto di avanzare riserve ideologiche espresse pubblicamente in modo rozzo, mentre l’Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria (Anvisa) ha rallentato con motivazioni burocratiche l’autorizzazione all’uso emergenziale provocando ritardi dannosi. Non si può non notare che la stessa Anvisa nel corso del 2019 e del 2020 ha autorizzato in modo rapido, quasi automatico, l’impiego di centinaia di biocidi per agricoltura e allevamento per non contrariare il potente gruppo degli agrari. Al momento Stati come Maranhão e Bahia cercano di stabilire contratti diretti per esempio per Sputnik V (già usato in Argentina, Messico e molti altri Paesi).

Non è facile trovare una spiegazione a questa scelta dell’esecutivo federale di agevolare il contagio invece che combatterlo. Si possono indicare due motivazioni che sembrano avere qualche fondamento. La prima è di ordine ideologico. Il gruppo che al momento occupa le stanze del potere ha una visione negazionista, intendendo con questo termine un metodo generale. Si nega l’esistenza, e quindi l’accettazione, di ciò che non combacia con le proprie idee e affermazioni per imporre una concezione e una pratica unica all’insieme di cittadini/e, a discapito di ogni dialettica che dovrebbe essere linfa di un qualsiasi sistema democratico rappresentativo. E infatti come si nega la gravità della pandemia, così si nega l’incidenza deformante del razzismo strutturale nella cultura del Paese, si nega di riconoscere e assumere la lacerazione prodotta dalla dittatura militare e la conseguente necessità di un percorso di giustizia di transizione, si nega l’enormità del debito sociale che l’élite dell’arretratezza ha nei confronti della maggioranza della popolazione. E si potrebbe continuare con altri e numerosi esempi.

La seconda motivazione è politica e si collega alle relazioni internazionali e alla collocazione sulla scena planetaria del Brasile. I governi di centro sinistra in carica dal 2003 al 2016 avevano costruito una politica estera imperniata su tre assi principali: la formazione di uno spazio regionale sudamericano e latinoamericano, istituzionalizzato attraverso organismi amministrativi e reso duraturo con la realizzazione di reti infrastrutturali; una politica attiva di rafforzamento del Brics (sodalizio Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) per promuovere il multilateralismo e contenere l’indirizzo unipolare; un consistente rafforzamento delle relazioni con i Paesi dell’Africa subsahariana non solo in campo economico ma anche, e molto, in ambito culturale. Contro questo progetto il gruppo di potere dominante dal maggio all’agosto 2016 ha agito con devastante determinazione, riallineandosi agli indirizzi statunitensi a discapito degli interessi nazionali. In questa logica si colloca anche l’avversione ad accordi per vaccini con Cina, Russia ed eventualmente Cuba. In particolare nel caso del Butantan e della collaborazione con Sinovac si aggiunge la competizione elettorale per la prossima scadenza presidenziale del 2022 fra l’attuale presidente della Repubblica e il governatore dello Stato di San Paolo João Doria. La miopia diplomatica ha portato nel luglio 2020 il ministero degli Esteri brasiliano a non prendere parte a un incontro promosso dal ministro Wang Yi e coordinato dal Messico con i cancellieri dell’America Latina, in cui è stata anche presentata una significativa linea di credito.

Come si sa la pandemia colpisce in modo socialmente differenziato: in generale i settori più poveri sono più esposti alla malattia e alle malattie perché hanno condizioni abitative, alimentari, culturali e complessivamente economiche peggiori. Anche qui i numeri sono inconfutabili: analizzando i dati del ministero della Salute si rileva che fra i vaccinati i bianchi sono quasi il doppio (38%) rispetto ai non-bianchi (21%). Questi ultimi superano il 50% dell’insieme dei brasiliani. Le popolazioni delle Terre indigene – sul sito della Fondazione nazionale di protezione dell’indio si trova una carta delle Terre indigene, localizzate in prevalenza nel Nord – sono state molto esposte al contagio: la presenza di militari di pattuglia e di operatori di imprese minerarie e forestali illegali ha introdotto e disseminato il virus, mentre missionari evangelicali, di nuovo ammessi in queste aree nonostante le disposizioni (anche costituzionali) contrarie, svolgono un’azione perniciosa di dissuasione dall’assumere vaccini diffondendo false notizie. In particolare molto grave è la conseguenza di mesi e mesi di chiusura delle scuole, dal momento che la comunicazione a distanza favorisce famiglie più ricche e istruite. Cinque milioni di bambini e adolescenti fra i nove e i diciassette anni non hanno accesso a Internet e nulla di sistematico è stato fatto al riguardo. Se da un lato la riapertura delle scuole è necessaria, dall’altro anche le organizzazioni degli insegnanti ritengono che in assenza di condizioni di sicurezza i pericoli di contagio siano eccessivi per tutti gli attori: insegnanti e personale scolastico, alunni e famiglie. E la mobilitazione di professori e professoresse della scuola ha ottenuto qualche risultato per riaprire a condizione di vaccinare e organizzare misure di prevenzione. Il confinamento domestico in situazioni abitative precarie e sovraffollate destabilizza le relazioni interpersonali buttando il maggior peso sulle spalle delle madri sole.

I movimenti sociali si occupano soprattutto di queste vaste fasce di popolazione di fatto abbandonata. Gli aiuti federali di emergenza sono infatti quantitativamente limitati, intermittenti, irraggiungibili per molti. In particolare il Movimento dei lavoratori rurali senza terra (Mst), e il Movimento dei lavoratori senza tetto (Mstt) sono attivi soprattutto nelle periferie delle grandi città con distribuzione di alimenti, materiale igienico e lavoro di informazione e sostegno relazionale. Fondato nel 1984 da João Pedro Stedile partendo dagli Stati del Sud, il Mst è oggi organizzato in 25 Stati della Federazione e ha conquistato terre per circa 350.000 famiglie. Oltre a organizzare varie forme di lotta per il riconoscimento degli insediamenti contadini in aree di latifondo, il Mst svolge un lavoro continuativo di educazione e di costruzione di un’agricoltura familiare ecologicamente equilibrata che ormai ha un livello produttivo significativo anche sul piano commerciale. Il Mtst è nato nel 1997 e opera soprattutto nelle città per il diritto all’abitare. Organizza diversi insediamenti informali su terreni abbandonati o in edifici inutilizzati. Tutto questo in una situazione di grande mancanza di disponibilità finanziaria che viene affrontata con raccolta di fondi, difficile in un momento in cui l’impoverimento è di massa e radicale. A queste due organizzazioni maggiori e presenti in quasi tutto il Paese si affiancano gruppi minori come l’Unione nazionale per l’abitazione popolare (Unmp) che ha la chiara parola d’ordine “senza casa e con fame”, la Campagna sfratto zero in difesa della vita in campagna e in città (Campanha despejo zero) per impedire l’espulsione da edifici occupati o campi periurbani messi a coltura. Con il protrarsi della crisi i cui effetti nel tempo si accumulano, nascono Cucine solidali e il progetto Madri delle favelas (Mães das Favelas). Un lavoro di base materiale e politico che si trova a fare i conti con un aumento di interventi repressivi da parte delle forze dell’ordine. L’attenzione internazionale è in questo momento necessaria: da quasi cinque anni il Brasile è in una situazione di incertezza democratica grave e anche questo è un virus patogeno pericoloso per la Federazione, per il continente e oltre.

(San Paolo, aprile 2021)

Bibliografia e sitografia

R. Antunes, Il privilegio della servitù. Il nuovo proletariato dei servizi nell’era digitale, Punto Rosso, Milano 2020. 

R. Antunes, Capitalismo virale. Pandemia e trasformazioni del lavoro, Castelvecchi, Roma 2021.

A. Boito, Riforma e crisi politica in Brasile. I conflitti di classe nei governi del PT, Punto Rosso, Milano 2019.

A. Iamarino, «A real sobre as vacinas», youtube.com,19 maggio 2021.

J. Souza, A elite do atraso. Da escravidão a Lava Jato, Leya, São Paulo 2017.

Indichiamo inoltre alcuni siti e blog interessanti per approfondire il contesto brasiliano. 

Anvisa, Agenzia nazionale di vigilanza sanitaria, gov.br/anvisa.

Brasil 247: è in questo momento forse il blog indipendente più importante, brasil247.com/.

Brasil de Fato: quotidiano on line prossimo all’Mst, segue con molta attenzione i movimenti sociali e territoriali, brasildefato.com.br/.

Campanha despejo zero, Campagna sfratto zero, campanhadespejozero.org/.

Ceeex, Centro di studi strategici dell’Esercito,ebrevistas.eb.mil.br/CEEExAE/index.

ConJur, Consulente legale: accompagna soprattutto le decisioni del potere giudiziario rendendone anche comprensibile il significato e le conseguenze ed è utile dal momento che questo potere condiziona molto il quadro politico, conjur.com.br/.

Comité cientifico do Nordeste (Comitato scientifico del Nord-Est), comitecientifico-ne.com.br. 

Covax, Covid-19 Vaccines Global Access: programma promosso da Oms e Onu, who.int/initiatives/act-accelerator/covax. 

Fiocruz, Fondazione Oswaldo Cruz, Rio de Janeiro, portal.fiocruz.br/. 

Funai, Fondazione nazionale di protezione dell’indio, funai.gov.br/. 

Instituto Butantan, butantan.gov.br.

Iser, Istituto di studi religiosi, iser.org.br/. 

Isags, Istituto sudamericano di governo della salute, isags-unasul.org/.

Latinoamerica-online. Analisi e approfondimenti sull’America Latina: consente di raggiungere in modo continuativo informazioni sull’America Latina e anche sul Brasile, latinoamerica-online.it/. 

Mst, Movimento dei lavoratori rurali senza terra, mst.org.br/.

Mtst, Movimento dei lavoratori senza tetto, mtst.org/.

Mães das Favelas (Madri delle favelas), maesdafavela.com.br/.

The Intercept Brasil: è l’edizione brasiliana della nota testata statunitense, theintercept.com/brasil/. 

Unmp, Unione nazionale per l’abitazione popolare, unmp.org.br/.

Unasur, Unione delle nazioni sudamericane, unasursg.org/es.