Partire dai salari per contrastare la povertà di chi lavora

Anna Soru

Crescita della povertà e dei working poor

Prima della pandemia il 20,3% (oltre un quinto) della popolazione italiana era sotto la soglia di povertà, un dato che la poneva tra i Paesi Europei in cima alla non invidiabile classifica della povertà, preceduta solo dalla Spagna e da alcuni Paesi dell’Est (dati Eurostat del 2018). 

La vulnerabilità al rischio di povertà è maggiore per i disoccupati, ma non ne sono esenti neppure gli occupati. In questo caso si parla di lavoratori poveri o working poor e l’inadeguatezza del loro reddito può derivare da tre elementi: discontinuità lavorativa, orari ridotti e bassi salari (disgiunti o combinati tra loro). Anche in questa classifica, l’Italia è ai primi posti, con un tasso del 12,2% (ogni 100 occupati, oltre 12 sono poveri), preceduta solo da Romania, Lussemburgo e Spagna (sempre dati Eurostat del 2018). Tra di essi non solo lavoratori a bassa qualifica, come solitamente si ritiene, ma anche lavoratori ad alta qualifica, soprattutto appartenenti ai settori legati alla cultura.

Non è possibile al momento misurare come questi indicatori siano cambiati con la pandemia, ma è facile immaginare che siano sensibilmente peggiorati. Dai dati Istat, nel 2020 risulta un aumento della disoccupazione, in particolare tra i dipendenti a termine e i lavoratori autonomi tradizionali, e una riduzione delle ore lavorate, soprattutto tra i freelance (lavoratori autonomi professionisti, con e senza ordine o albo professionale). Sulla base di segnalazioni ricevute, relative alle posizioni lavorative meno tutelate, possiamo ipotizzare che un ulteriore contributo sia venuto da una diminuzione dei compensi. Ed è questo uno dei tasti più dolenti del nostro mercato del lavoro, che rende difficile la sopravvivenza di tanti lavoratori oggi e che farà sentire i suoi effetti anche in prospettiva perché inciderà sulle loro pensioni future.

Gli esclusi dalla contrattazione collettiva non hanno strumenti di difesa del compenso

Eppure la Costituzione italiana, con l’articolo 36 comma 1, sancisce che «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

Lo strumento a cui, nei fatti, è affidato il rispetto di questo articolo della Costituzione è il contratto collettivo, e qui c’è un primo elemento che ne impedisce la piena attuazione: la contrattazione collettiva è riservata ai lavoratori dipendenti.

Ne sono esclusi i lavoratori autonomi che, per un’assurda impostazione europea, sono assimilati a imprese e in quanto tali non possono definire dei minimi contrattuali, che violerebbero la legge antitrust. Proprio questa assenza di minimi contrattuali, unita al fatto che il costo della contribuzione è a carico dei lavoratori, ha favorito il ricorso all’outsourcing anche quando questo non rispondeva all’esigenza di flessibilizzare e/o di acquisire competenze non presenti all’interno dell’azienda. L’obiettivo dell’esternalizzazione non era quello di ridurre i costi fissi a favore di quelli variabili, ma, soprattutto dopo la grande crisi del 2008, di bypassare i vincoli del lavoro dipendente e ridurre i costi tout court. Tutto lascia presagire che la crisi attuale seguirà la stessa via. 

Dalla contrattazione collettiva sono escluse anche le migliaia di stagisti, collaboratori occasionali e creativi in regime di diritto d’autore, le cui attività non sono considerate lavorative (forse sono dei passatempi) e come tali esenti anche da ogni forma di welfare. Ciò significa che non hanno costi contributivi e sono perciò particolarmente attrattive e sempre più (ab)usate dalle imprese alla ricerca di risparmi. Un ulteriore passo verso la riduzione dei costi di cui sopra, pazienza se questi “non-lavoratori” sono esclusi dal welfare. L’applicazione del diritto d’autore in questo senso può essere un buon esempio: la prestazioni che vengono fatte ricadere in questo inquadramento godono di un regime fiscale agevolato, che prevede una deduzione forfettaria del 25% (o del 40% sotto i 35 anni) e poiché non è considerato lavoro, non prevede il versamento di contributi previdenziali. Il cuneo fiscale/contributivo è quindi molto basso. Se facciamo un confronto con il lavoro dipendente, a parità di reddito netto, il costo del lavoro scende all’incirca di un terzo. Di questo vantaggio, che avrebbe dovuto essere a favore del lavoratore, si è spesso appropriato il datore di lavoro. 

Il processo di svalorizzazione del lavoro interessa anche il lavoro dipendente

Questi processi, come era inevitabile, hanno intaccato anche il lavoro dipendente, sia perché hanno creato una cultura che gradualmente ha svalorizzato il lavoro, creando un sentimento di accettazione che ha reso “normali” se non giuste, pratiche che vent’anni fa sarebbero state considerate di sfruttamento, sia perché il mercato del lavoro, seppur segmentato, rappresenta un’unica arena competitiva. Per esempio, la crescita di stage semi-gratuiti di giovani con elevate competenze influisce sulla dinamica salariale di tutto il lavoro.

La moltiplicazione dei contratti collettivi (ormai intorno al migliaio) e la crescente competizione al ribasso anche tra CCNL stipulati dai principali sindacati, ha creato delle falle entro il perimetro del lavoro dipendente, determinando in molte situazioni una riduzione dei compensi, al di sotto della soglia di povertà. Competizione che ha esiti particolarmente deleteri nelle filiere di appalti, dove il peggioramento delle condizioni contrattuali procede di pari passo con l’allungamento della filiera, dal momento che non esiste il vincolo a mantenere la parità di trattamento. Una situazione che caratterizza soprattutto il settore dei servizi come quelli della pulizia e della vigilanza privata, come descritto dal Fatto quotidiano.

Di tutto ciò è responsabile anche e in misura rilevante la pubblica amministrazione, che, nell’obiettivo di contenere le spese e aggirare il blocco del turnover, ha fatto largo (ab)uso di lavoro autonomo per lavori eterodiretti, anche per settori importantissimi come la sanità, ha spesso emesso bandi con cui ha cercato professionisti a titolo gratuito (specie in ambito artistico, segnaliamo uno dei più recenti del comune di Salerno che cerca restauratori gratis), ha ridimensionato in modo sistematico i compensi per gli appalti, allentando allo stesso tempo tutte le attività di controllo.

Infine, anche la diffusione del welfare aziendale ha contribuito all’abbassamento dei salari, perché spesso i benefit concessi non sono in aggiunta al salario, ma in sostituzione di esso, oltretutto con il doppio svantaggio di minare il welfare di base, dato che la defiscalizzazione dei benefit riduce le risorse a disposizione dello stato.

La Pubblica amministrazione dovrebbe guidare un cambio di rotta

Non è facile invertire la spirale negativa, soprattutto in un periodo di crisi in cui le pressioni al ribasso sono ancora più forti, ma è anche difficile pensare di rilanciare la domanda aggregata senza un cambio di rotta, uscendo da una competizione basata solo sull’abbassamento del costo del lavoro, ma al contrario con azioni volte a ridare valore al lavoro e ad allargare la rete del welfare a chi oggi ne è escluso per garantire una maggiore sicurezza sul futuro.

L’avvio di una nuova fase dovrebbe partire dalla Pubblica amministrazione, in quanto principale datore di lavoro, oltre che erogatore di finanziamenti e committente di molte attività.

La proposta di riforma della Pa contenuta nel nuovo “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale”, che prevede lo sblocco del turnover e un ampio piano di assunzioni può essere un primo passo per il recupero di un corretto ruolo dello Stato come datore di lavoro.

L’azione verso la buona occupazione dovrebbe procedere a vantaggio degli occupati “indiretti” della Pa:

  1. risolvendo il problema della competizione negli appalti. Come suggerisce la giuslavorista Orsola Razzolini, sarebbe sufficiente «ritornare alla regola della parità di trattamento negli “appalti interni” (già prevista dalla legge n. 1369/1960), da intendersi oggi come appalti da eseguirsi nell’ambito del medesimo ciclo produttivo»;
  2. abolendo i bandi gratuiti e definendo parametri equi per i compensi del lavoro autonomo, come previsto dalla legge 81/2017;
  3. controllando le imprese che ricevono commesse pubbliche o destinatarie di finanziamenti pubblici (per esempio editoria, audiovisivo, arte), per verificare il rispetto di contratti e compensi nei confronti di tutti i lavoratori, anche non dipendenti.

È urgente fissare dei paletti nel settore privato 

Ma non basta, occorre intervenire direttamente anche nel settore esclusivamente privato, per contrastare il lavoro gratuito e porre dei minimi che siano validi per tutti. Le proposte ci sono, possono essere discusse e migliorate, ma occorre approvarle velocemente e renderle operative.

Due le strade prioritarie: il controllo degli stage e l’approvazione di un salario minimo legale. 

Per quanto riguarda lo stage, da troppo tempo l’obiettivo dichiarato di favorire l’occupazione giovanile ha consentito o addirittura incentivato (come nei primi tempi di Garanzia giovani) operazioni di vero e proprio sfruttamento. Una proposta interessante, sostenuta dai Giovani democratici, mira a spostare i giovani che entrano nel mercato del lavoro dallo stage all’apprendistato, tutelandoli e contrastando quello che è ormai uno strumento di dumping salariale. L’apprendistato e lo stage hanno lo stesso obiettivo, ma il primo è un vero rapporto di lavoro e come tale è tutelato, oltre che meglio remunerato. Per questo da una parte si vuole rendere meno agevole lo stage con la proposta di: 1) eliminare la distinzione tra stage curriculare ed extra-curriculare, 2) prevedere l’attivazione non oltre 3 mesi dal conseguimento del titolo di studio, 3) limitare la durata a 6 mesi per attività intellettuali e a 3 mesi per attività manuali/esecutive. Dall’altra parte si intende incentivare l’apprendistato, soprattutto con 1) semplificazione dell’attivazione e 2) flessibilizzazione, con l’introduzione di due finestre di uscita (a uno e a due anni dall’attivazione). Per evitare comportamenti opportunistici, sono previste penalizzazioni per l’eventuale uscita e la non conversione in contratto a tempo indeterminato al termine dell’apprendistato. 

Per quanto concerne il salario minimo legale, periodicamente se ne parla, ma puntualmente ogni proposta viene affossata senza neppure una vera discussione. È successo con il Jobs act, che intendeva introdurlo in via sperimentale nei settori non coperti da contrattazione collettiva. Ma la misura è stata presto cancellata per evitare ulteriori scontri coi sindacati. Successivamente molti hanno continuato a proporlo, in maniera trasversale. Nel 2019 erano presenti in parlamento ben 6 progetti di legge presentati da parlamentari di diversi orientamenti (3 del Partito democratico, e uno ciascuno per Movimento 5 stelle, Liberi e uguali e Fratelli d’Italia). Ma l’opposizione congiunta di sindacati e Confindustria, che temono soprattutto la perdita di ruolo del contratto nazionale e quindi in ultima istanza dei propri iscritti, ha sino a ora impedito anche solo l’avvio di un vero dibattito. 

Guardare alle esperienze altrui potrebbe aiutare a superare i legittimi dubbi. L’esperienza estera per noi più interessante è quella della Germania, che ha introdotto il salario minimo legale in un contesto in cui i livelli retributivi minimi erano affidati ai contratti collettivi e in cui perciò la situazione di partenza era comparabile a quella italiana. Nel 2015 è stato introdotto un salario minimo legale pari a 7,5 euro l’ora. Poi è lentamente cresciuto sino a 9,35 euro e recentemente è stato approvato un provvedimento che in quattro tempi aumenterà il salario minimo a 10,45 euro a luglio 2022. Il ministro del Lavoro tedesco, che considera il salario minimo legale una storia di successo, conta di lavorare per alzarlo a 12 euro. 

Sitografia

Acta, «Occupati freelance, dopo il Covid», actainrete.it, 29 marzo 2021.

F. Baraggino, «Lavoro povero, così i contratti nazionali con paga oraria di pochi euro alimentano la concorrenza al ribasso. Anche negli appalti pubblici», ilfattoquotidiano.it, 30 marzo 2021.

O. Razzolini, «Salario minimo: la direttiva non chiude il discorso», lavoce.info, 22 gennaio 2021.

Income and living conditions Overview, ec.europa.eu.

«La Provincia di Salerno cerca restauratori gratis (anzi: che paghino gli interventi!)», finestresullarte.info, 30 marzo 2021. 

Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale, governo.it.Salva lo stagista frust(r)ato, giovanidemocraticimilano.it.

Ma allora i libri chi li fa? La lettera di Redacta al Saggiatore

dalla redazione

Aggiornamento del 02 aprile 2021, la non risposta del Saggiatore e la replica di Redacta.

Con l’arrivo del 2021 il Saggiatore ha deciso di interrompere le collaborazioni esterne, motivando questa scelta con una riorganizzazione del lavoro della redazione. Nel 2020 la casa editrice ha pubblicato oltre cento titoli e nell’ultimo anno l’industria libraria, nel complesso, non ha registrato perdite. Viene da chiedersi quale sia il reale motivo di questa scelta. Senza i lavoratori e le lavoratrici che in questi anni hanno svolto attività di correzione bozze, impaginazione ma anche di editing e revisione, come farà la casa editrice a tenere alti il livello di produzione e la qualità redazionale? A meno di nuove assunzioni, verrebbe da immaginare che le collaborazioni esterne possano essere sostituite da schiere di stagisti, come da malcostume ormai diffuso. La nostra forse è solo malizia, ma l’impressione è che la direzione editoriale possa aver trovato un modo per risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro, già compresso attraverso l’uso di collaboratori esterni.

Un gruppo di collaboratrici e collaboratori del Saggiatore fa parte da tempo di Redacta e quest’ultima ha deciso di inviare una richiesta di spiegazioni alla direzione editoriale della casa editrice. Un buon modo per verificare le possibilità di conflitto e contrattazione collettiva anche all’interno dell’industria editoriale.

Pubblichiamo qui la lettera di Redacta:

Gentile direzione editoriale del Saggiatore,

scriviamo con l’intenzione di aprire un dialogo tra la casa editrice e un gruppo di vostri collaboratori e collaboratrici, che si sono rivolti a Redacta dopo essersi ritrovati a pagare le conseguenze di scelte maturate in seno alla direzione editoriale. Di queste, oggi, vi chiediamo un chiarimento.

Ci presentiamo. Redacta è una sezione di Acta, l’associazione dei freelance, nata allo scopo di tutelare i professionisti che lavorano nel settore editoriale: redattrici e redattori, grafici e traduttori, ghost writer e editor. Alcuni di loro, che in occasione delle riunioni di Redacta si sono conosciuti e hanno avuto la possibilità di confrontarsi, collaborano o hanno collaborato per anni con la redazione del Saggiatore.

A partire dai primi giorni del 2021 il numero di commissioni affidate dalla redazione ai collaboratori esterni si è rapidamente azzerato. Considerando le riprogrammazioni delle uscite a cui molti editori hanno dovuto far fronte nel 2020 e data anche la natura discontinua della professione del freelance, tutti loro hanno tenuto duro, fiduciosi. La prima spiegazione di quanto stava avvenendo è arrivata verso la fine di febbraio: un’e-mail ha chiarito che a causa di una riorganizzazione gran parte delle fasi del lavoro redazionale non sarebbe stata più affidata ad alcun collaboratore esterno, salvo occasionali eccezioni.

Se comprendere le ricadute sul piano economico è piuttosto immediato, meno scontato è riconoscere il ruolo professionale che i collaboratori del Saggiatore si sono costruiti negli anni: le redattrici e i redattori esterni, da voi appositamente formati tramite stage, si sono occupati di buona parte del processo di lavorazione, dall’impaginazione fino alla correzione di bozze, talvolta di editing e revisioni. Pur senza alcun riconoscimento contrattuale o formale, i collaboratori esterni sono stati, in questo senso, “artefici” dei libri pubblicati dalla casa editrice.

Inutile dire che questa professionalità, che è sempre stata centrale nelle battaglie di Redacta, ne esce completamente svilita. Tanto più se si considera che il numero di redattori e redattrici esterne, da voi impiegati fino a tutto il 2020, supera quello delle redattrici e dei redattori regolarmente assunti: muoversi verso un azzeramento delle collaborazioni esterne equivale a tagliare tout court il lavoro della redazione. Ci sembra quindi legittimo rivolgervi alcune domande.

– L’editoria libraria è stata uno dei pochi settori a ottenere risultati positivi nel 2020. A che tipo di ragioni è riconducibile la scelta del Saggiatore di ridurre così drasticamente i costi di cura editoriale dei suoi libri?

– Se fino al 2020 la redazione non è stata in grado di sostenere la produzione di oltre 120 titoli all’anno senza ricorrere ai collaboratori esterni, come potrà riuscirci nel 2021? Per poter mantenere la stessa qualità redazionale, è prevista una riduzione del numero dei titoli in uscita o un aumento del numero dei redattori interni?

– Negli ultimi anni il numero di stagisti in redazione è progressivamente aumentato. A quanti stagisti ricorre oggi la redazione del Saggiatore? Quanta parte del lavoro verrà a questo punto affidata loro?

La questione riguarda in ultimo la cura dei libri del Saggiatore, che con il suo catalogo costituisce da più di sessant’anni un pilastro della cultura italiana: se il lavoro verrà affidato ai soli redattori interni già presenti e a stagisti ancora in formazione, come sarà possibile garantire la stessa qualità editoriale?

Si potrebbe obiettare che i collaboratori esterni, a differenza dei dipendenti, non dovrebbero mettere bocca sulle questioni di organizzazione aziendali. Eppure, come messo in luce anche da Redacta, nel settore editoriale il lavoro produttivo è svolto in misura crescente e ormai forse maggioritaria da redattori esterni, dunque le imprese non possono ritenere di dover rendere conto del proprio operato solo ai dipendenti.

Per queste ragioni abbiamo deciso di aprire un dialogo diretto con la direzione editoriale del Saggiatore su una decisione che interessa tutta la sua rete di collaboratori esterni, fiduciosi di ricevere una risposta all’altezza della storia e dei valori incarnati dalla casa editrice.

La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria

Mattia Cavani

Disegno: Pat Carra

La redazione di OPM ha raccolto la testimonianza di Mattia Cavani, editor freelance e membro di Redacta, un gruppo di professionisti dell’editoria libraria che sta portando avanti un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nel settore. Nato all’interno di Acta, l’associazione dei freelance, questo progetto ha raccolto testimonianze e dati da redattori, traduttori, illustratori, grafici e addetti stampa con l’obiettivo di riaprire il dibattito sullo sfruttamento nell’industria culturale.

Com’è nata l’esperienza di Redacta?

Con Acta[1] ci siamo sempre mossi trasversalmente rispetto alle singole professioni, insistendo su temi che riguardano tutti i freelance: fisco, welfare e previdenza. Tuttavia, uno sguardo così ampio non ci consentiva di mettere sufficientemente a fuoco il problema principale di lavoratrici e lavoratori autonomi, quello dei compensi (che ha implicazioni ovvie per la previdenza e, a causa del meccanismo dei minimi contributivi, sull’accesso effettivo al welfare). Così abbiamo provato a concentrarci su un micro-mercato del lavoro, l’editoria libraria.

Per noi di Redacta[2], oltretutto, questo progetto costituisce un groviglio inestricabile con le nostre carriere nell’industria libraria.  Abbiamo  passato il nostro primo lustro da lavoratori e lavoratrici dell’editoria a rafforzare il profilo professionale: formarci, specializzarci – stando allo stesso tempo bene attenti ad ampliare il ventaglio delle nostre specialità –, coltivare contatti, allargare la nostra rete anche al di fuori dell’editoria tradizionale, e perfino imparare a negoziare per spuntare qualche centesimo in più. Tuttavia la competizione al ribasso sui compensi e sulle condizioni di lavoro, esacerbata dagli abusi sugli stage e dalla mancanza di compensi minimi, ha continuato a svalutare le nostre competenze. Constatati i limiti dell’azione individuale abbiamo presto realizzato che l’unica strada per uscire da questo pantano passava per la costruzione di un solido fronte comune.

Un primo passo necessario è stato capire di quali lavoratori e lavoratrici stavamo parlando e di quali condizioni di lavoro, un tema da sempre escluso dai report annuali dell’Associazione Italiana Editori e che era stato affrontato una prima volta nel 2012 dall’indagine realizzata dalla Rete dei Redattori Precari in collaborazione con la Cgil[3]. Così, insieme ad ACTA, l’associazione dei freelance, abbiamo pensato di far partire la nostra inchiesta. Nell’aprile 2019 sono cominciate le riunioni carbonare con colleghi, amici e amici di amici, poi la rete si è progressivamente ampliata grazie a una serie di interviste e a un sondaggio online. I primi dati[4] parziali non ci hanno sorpreso più di tanto: oltre la metà di chi ha compilato dichiara di avere un reddito annuo lordo inferiore a 15.000 euro lavorando per il settore tra le 30 e le 50 ore alla settimana. Lavorano tanto e guadagnano poco. In tantissimi vivono a Milano, dove si concentra la maggior parte degli editori, ma il costo della vita complica molto le cose.

Disegno: Pat Carra

A fine ottobre 2019 abbiamo presentato una piattaforma programmatica[5] che include una proposta di riordino della normativa sugli stage, compensi dignitosi per limitare il dumping tra i professionisti e misure per farli uscire dall’invisibilità; inoltre abbiamo sfruttato l’occasione per denunciare l’istituzionalizzazione di pratiche palesemente illegali su contratti e tempi di pagamento. Negli ultimi mesi abbiamo portato le nostre proposte sulla stampa[6] e alle fiere di settore (Bookcity a Milano e Più Libri Più Liberi a Roma). A partire da gennaio 2020 abbiamo istituito una riunione mensile per dare una continuità alla nostra azione e rispondere alla crescente domanda di partecipazione che riceviamo.

Quali sono state le reazioni più significative e indicative di uno stato d’animo generale che la vostra proposta ha provocato?

Una parte del nostro sondaggio online riguarda la raccolta dei tariffari dei committenti. Nonostante la garanzia di totale anonimato, nel campo dedicato al nome dell’editore di cui i compilatori fornivano la tariffa abbiamo trovato diverse sorprese: «Campo vuoto, Non posso dirlo, Non si dice il peccatore, Non voglio fare nomi, Pinco Pallo, XXX». Risposte di questo tipo rendono l’idea di quanto sia stata interiorizzata la paura di confrontarsi con gli altri, figuriamoci quindi a che punto siamo con le pretese di “alzare la testa”. Lo stesso timore emerge spesso durante le nostre riunioni: dobbiamo perciò coniugare la massima apertura alla partecipazione con il massimo grado di protezione dell’identità dei partecipanti. Questo vale soprattutto per le numerose “finte partite iVa” che nel settore coprono spesso collaborazioni esclusive e (ne abbiamo conosciute diverse) anche decennali. La stragrande maggioranza del reddito di questi professionisti deriva da un singolo committente, che con un forfait annuale assorbe la quasi totalità del tempo del lavoratore. Lo squilibrio di potere che si viene a creare è notevole anche perché, in un settore relativamente piccolo dove «ci si conosce tutti», passare a vie giudiziarie per sanare la propria posizione costituisce una sorta di harakiri. Così professionisti con grande esperienza e redditi tutto sommato decenti alle riunioni finiscono per essere i più cauti.

Anche i nostri tentativi di ragionare sul tema dei compensi orari hanno scatenato reazioni scomposte. Abbiamo presentato i dati parziali dell’inchiesta in occasione della European Freelancers Week, in un dibattito pubblico a cui partecipava anche un piccolo editore, di quelli di chiara fede progressista. Quando abbiamo mostrato i miseri compensi orari attuali e le nostre proposte per portarli a un livello dignitoso, l’editore è arrivato a sostenere che i nostri dati erano viziati dalla pigrizia dei rispondenti; a suo dire, i cottimisti editoriali, nonostante le tariffe patetiche, se la prenderebbero troppo comoda, esagerando con le pause caffè. In quel momento dal pubblico si sono alzate le mani di tanti che hanno chiesto di intervenire per testimoniare come, in realtà, l’abbassamento delle tariffe delle singole prestazioni sia stato progressivamente accompagnato da un aumento del carico di lavoro previsto per adempiere ciascuna prestazione (non ci sembra un caso che le prime proteste si siano levate quando l’editore ha apostrofato i nostri rispondenti con l’epiteto svilente di «refusisti»). Conoscenti e sconosciuti, freelance e dipendenti, hanno voluto prendere la parola per raccontare la propria verità. Non c’è stato tempo di far parlare tutti, ma è stato un momento importante per noi e per tutti quelli che erano in sala: per la prima volta abbiamo visto la potenza che poteva scatenare una coalizione tra i “cani randagi” di un settore considerato sempre come irriformabile. L’editore che ha scatenato il putiferio si è preso l’ultima parola per precisare, citazione testuale, che lui è «sempre dalla parte dei lavoratori, mica dei padroni»: una chiosa a suo modo perfetta.

Ci sembra che siate riusciti a creare una presa di coscienza. La prima battaglia da condurre è sempre all’interno del soggetto collettivo. Poi in un secondo tempo si affronta il discorso con la controparte. Anche per voi è così?e. Anche per voi è così?

La prospettiva di un confronto con gli editori su compensi e abuso dei tirocini (tanto per cominciare da due temi essenziali) dovrebbe garantirci, di per sé, il sostegno della maggior parte di colleghi e colleghe, ma questo non è affatto scontato. Per esempio, è molto difficile convincere le persone a ragionare sullo stato dell’arte del settore al di là degli schemi preconfezionati dall’Associazione Italiana Editori. Ogni anno il Rapporto sullo stato dell’editoria evidenzia che in Italia si producono troppi libri (siamo vicini alle 80.000 novità all’anno, un 29% in più del dato 2010), una valanga di titoli che crea cortocircuiti logistici e commerciali (denunciati a ogni piè sospinto dalle librerie) e mette in difficoltà persino la promozione. Tra le mille variabili rilevate dal rapporto non c’è mai quella dei compensi; tuttavia un’idea sulla loro evoluzione si può avere dal crollo delle tirature medie (rispetto al 2000 siamo a -47%). In altre parole, il punto di break even per ogni titolo è sempre più basso, dunque lavoro più intenso e meno pagato. Questo banale ragionamento di solito viene accolto con tiepido scetticismo o iperbolica sorpresa (tanti ci chiedono dove abbiamo trovato questi dati, tratti dal più pubblicizzato dossier sullo stato del settore). Sarebbe comprensibile se l’assetto attuale fosse difeso solo dai pochi che, grazie a una rendita di posizione più o meno simbolica, ne traggono ancora qualche vantaggio; ma alle nostre riunioni siamo rimasti basiti quando abbiamo sentito anche alcuni working poor giustificare la propria condizione con varianti dell’adagio: «È il mercato, bellezza».

Disegno: Pat Carra

Dunque prima di pensare a un confronto con   la controparte occorre rimboccarsi le maniche e smontare pazientemente tutto l’immaginario pacificato che è stato costruito intorno al settore; per esempio, spiegare la differenza tra autosfruttamento degli editori (che diventano così gli eroi della situazione) e lo sfruttamento dei lavoratori pagati in gloria o visibilità. Potrebbe sembrare un voler battere sempre sullo stesso tasto, ma occorre restituire la consapevolezza che ogni volta che si lavora per conto terzi esiste un conflitto tra le pretese del professionista e quelle del committente, ovvero uno spazio di negoziazione. Non si può dare niente per scontato, e crediamo che questo valga anche per molti altri settori e per una larga fetta dei lavoratori autonomi.

Ripartire dalle basi non significa, in ogni caso, rinunciare alla fantasia. Durante Bookcity, la settimana di novembre in cui Milano celebra il feticcio del libro e della sua compagnia di giro, abbiamo invaso il passeggio del sabato con una Via Crucis[7]. Dalla Fondazione Feltrinelli al Castello Sforzesco, abbiamo preso come stazioni i luoghi simbolo dell’editoria milanese (tra cui la sede storica del Corriere della Sera in via Solferino, il Laboratorio Formentini e la sede De Agostini a Brera). A ogni tappa un monologo sulla “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria, intesa sia come cammino doloroso, sia come ambigua retorica usata per giustificare la mancanza di scrupoli degli editori. Il successo di questa performance di arte pubblica e delle nostre riunioni, eventi offline e partecipativi, ci fa sospettare di essere sulla buona strada per ripoliticizzare tutto il discorso intorno al libro.


[1] Acta è l’associazione che da quindici anni studia, difende e rappresenta i freelance in Italia.

[2] Per una breve storia del progetto si veda: Redacta libera tutti.

[3] L’indagine Editoria Invisibile, realizzata tra il 2011 e il 2012, è ancora oggi un buon punto di partenza per capire le dinamiche dell’industria editoriale.

[4] Sui primi risultati dell’indagine di Redacta si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Prima parte)

[5] Sulle quattro proposte di Redacta per cambiare il settore editoriale si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Seconda parte).

[6] Intervista rilasciata a «Il lavoro culturale» nel dicembre 2019, si veda: La passione editoriale.

[7] Per un resoconto della Via Crucis organizzata durante Bookcity si veda: Che cos’è successo alla nostra passione? .