Il capitalismo flessibile alla Grafica Veneta

di Alfiero Boschiero 

Il disegno è di Arpaia

Nicola Atalmi, cinquant’anni, abita a Treviso, ha alle spalle una lunga esperienza politica, è stato consigliere regionale per i Comunisti unitari ai tempi della “monocrazia” di Galan. Sindacalista della Cgil da una decina d’anni, è responsabile regionale del Sindacato dei lavoratori della comunicazione (Slc), dove la Cgil ha inserito anche un segmento manifatturiero pregiato, la grafica, con una lunga storia veneziana e veneta. Atalmi è uno dei testimoni chiave delle vicende di Grafica Veneta rimbalzate al (dis)onore della cronaca nella calda estate 2021. Una storia di sfruttamento di lavoratori pachistani, al limite della schiavitù, nel magazzino di un’azienda di successo. 

Siamo a Trebaseleghe, un comune padovano sulla Castellana, la direttrice che unisce Mestre-Venezia a Castelfranco, attorno alla quale lavorano migliaia di persone. Aree industriali, traffico pesante, abitazioni, scuole, welfare, municipi: una società messa al lavoro. Lavori a soggettività individuale e senza rappresentanza collettiva. 

Il capitalismo flessibile nel cuore geografico e culturale del Veneto.

Alla Castellana, non più periferia industriale ma piattaforma produttiva globale, manca la città come luogo denso, plurale, conflittuale. Quello di Grafica Veneta appare un capitalismo senza borghesia e senza cultura. Ogni giorno lavoratori, manager e imprenditori bevono il caffè nella stessa piazza. E la piazza non vede le contraddizioni, neppure quelle odiose e razziste, preferisce sognare una comunità che non c’è più, invece che far diventare questi temi discorso pubblico, democrazia partecipata, responsabilità.

Il valore del lavoro e la sua rappresentanza collettiva esigono una rivoluzione culturale, come il futuro di Trebaseleghe e del Veneto.

L’intervista è stata raccolta dall’autore a Mestre, l’8 novembre 2021.

Boschiero: Grafica Veneta è una media azienda veneta o una multinazionale tascabile?

Atalmi: La storia di Grafica Veneta è una storia visceralmente veneta, nasce e cresce nel ventre della pianura padana, con tutta la vitalità e tutte le contraddizioni che caratterizzano il capitalismo flessibile delle nostre terre. In trent’anni, una tipografia con tre dipendenti diventa lo stabilimento di Trebaseleghe, che ha letteralmente ridisegnato un paese di tredicimila abitanti, occupandone un intero quartiere. «Pensi che è lungo un chilometro!», ci spiegano con orgoglio. Occupa trecentonovantaquattro persone tra diretti e indiretti, più un centinaio di addetti in altri siti veneti, e recentemente è sbarcata negli Usa, acquisendo uno stabilimento a Chicago. A ridosso della fabbrica una magnifica villa del Settecento, restaurata a regola d’arte, ricorda gli investimenti e il prestigio dei nobili veneziani nello “stato da tera”.

Un classico esempio di impresa globale “in dialetto” che intreccia l’internazionalizzazione dei mercati di sbocco con la velocità dell’instant book, dall’autobiografia di Mandela a quella di Michelle e Barack Obama. Si pubblicizza come l’azienda in grado di stampare un libro in un giorno. Fece notizia quando il titolare, con la solita esagerazione, dichiarò di aver preso la commessa per stampare gli elenchi telefonici di tutto il Corno d’Africa. 

Boschiero: Chi sono i protagonisti della scena?

Atalmi: Come in tutte le aziende della rude razza padana, ci sono un “paròn”, Fabio Franceschi, e la sua famiglia, e c’è il paese. È la piazza di Trebaseleghe, una piccola patria, con una chiesa troppo grande, il primo specchio della ricchezza e della reputazione, ancor prima dei bilanci aziendali e dei mass media; seppure Franceschi dimostra di saperla usare, la comunicazione pubblica. Al fondo, permane un paternalismo poco incline a concertazioni con il sindacato e del tutto allergico ai conflitti. 

In estate esplode lo scandalo sullo sfruttamento dei lavoratori pachistani, corro a Trebaseleghe. Vedo uscire una Rolls Royce Phantom, una cosa da quattrocentomila euro, alla guida il Franceschi. Era appena finito il Cda, si levavano in volo addirittura due elicotteri. Entro e discuto, animatamente, con iscritti e delegati per capire come fosse potuta succedere una cosa simile. Il titolare, avvisato del mio arrivo, era rientrato e mi voleva incontrare. Le auto di padre e figlio erano parcheggiate all’ingresso, la Rolls e una Ferrari. Entriamo nello spazio produttivo, moderno, tecnologico, gigantesco. E scopro lo stile di Franceschi: quando è in azienda inforca una bicicletta e gira per lo stabilimento, si ferma a parlare con i lavoratori per verificare, controllare, conoscere i problemi…

Non manca l’intreccio con la politica. La sindaca e la giunta comunale sono espresse dalla Lega Nord. Inevitabile la stima ricambiata con il doge Luca Zaia, dopo la delusione patita da Forza Italia nel 2018 per la mancata elezione di Franceschi in Parlamento. Con Zaia il paròn gestisce mirabilmente l’operazione anti Covid nella primavera drammatica del 2020, fornendo milioni di mascherine targate “Regione Veneto”, del tutto inefficaci contro la pandemia finché erano gratis e subito dopo, diventate chirurgiche, un vero business per l’azienda. Qualche uscita nei salotti televisivi per riproporre la difficoltà a reperire manodopera, accusando i giovani di essere indisponibili ai disagi del lavoro operaio e ai turni. Il tutto in un’azienda dove per lungo tempo non si è applicato il contratto nazionale, gli orari erano senza limite, la disciplina molto dura; non a caso, con un alto turn over.

Boschiero: La vicenda dei pachistani percossi, ammanettati e trattati come schiavi, spezza questo incantesimo? Oppure le cose si trascinano come prima? Ad agosto, chi reagisce prontamente sono i Cobas, subito dopo arriva la Fiom, in base al fatto che gli appalti applicano il contratto dei metalmeccanici. Dobbiamo guardare in faccia la Slc, la federazione dei grafici, che in fabbrica è presente da anni e che dovrebbe educare alla libertà e alla solidarietà. I sindacalisti di fabbrica si sono mobilitati? Avevano visto? Perché non sono intervenuti?

Atalmi: In Grafica Veneta non è mai stato facile fare sindacato. Per anni si è cercato di eludere il problema con la creazione di sigle sindacali di comodo. Famosa nel Padovano è quella ispirata dall’avvocato Emanuele Spata, legale dell’azienda e responsabile delle relazioni sindacali, ma anche animatore di un sindacato “di base” che ha le medesime iniziali del suo studio: lo Studio legale Spata diventa Sindacato lavoro società: stesso acronimo, Sls. Per evitare un plateale conflitto di interessi, a Trebaseleghe viene fatto entrare un “Sindacato della stampa”, con qualche decina di iscritti. Se verifichi in internet trovi una fantomatica sede, a Camposampiero, e le foto dell’unica azienda in cui vanta iscritti, Grafica Veneta, appunto. 

Nonostante tutto, nel 2014 Grafica ha dovuto cedere e riconoscere la rappresentanza della Slc-Cgil; beninteso, dopo una lotta serrata, compresa una denuncia per comportamento antisindacale. In ogni caso, riconosco un ritardo dei nostri iscritti e dei delegati, una sottovalutazione grave, un’incapacità di capire cosa c’era dietro quell’appalto. 

Boschiero: Alla Gkn di Firenze, negli stessi giorni d’agosto, i lavoratori in lotta usano una parola precisa: “Insorgiamo!”, praticano una soggettività forte, consapevoli che la fabbrica è anzitutto lavoro e capacità professionale. A Trebaseleghe non c’è conflitto, si tende a smorzare i toni, prevale l’assuefazione: perché? C’è al fondo una subalternità culturale?

Atalmi: All’esplosione della vicenda, con le testimonianze fotografiche dei maltrattamenti cui erano sottoposti i pachistani del magazzino, ci siamo confrontati aspramente con la rappresentanza aziendale: com’era possibile che nessuno si fosse accorto di queste persone e delle loro condizioni? Gli attivisti della Cgil non dovevano restare indifferenti! Uno di loro, un compagno esperto, mi ha risposto: «Hai ragione, siamo rimasti travolti da questa vicenda e ci sentiamo in colpa per non esserci accorti di nulla. Parlavano poco l’italiano, non erano mai gli stessi, li incrociavamo solo quando portavamo in magazzino la merce da lavorare. Al massimo, ciao ciao». Evidentemente, le violenze e i soprusi avvenivano anche fuori di qui. Abbiamo incontrato i titolari e abbiamo chiesto che questa triste vicenda si chiuda con l’assunzione dei lavoratori interessati.

Boschiero: Avete approfondito le cose dentro l’azienda che gestiva il magazzino? Qualcuno ha ascoltato i pachistani?

Atalmi: Alla Grafica, inizialmente, i pachistani svolgevano mansioni marginali e di fatica, a ridosso dei dipendenti diretti; quando i sindacalisti di fabbrica hanno chiesto di regolarizzare il rapporto con questi lavoratori, come previsto dal Ccnl grafico, la direzione ha deciso di costruire un “bantustan pachistano”, ha recintato cioè uno spazio separato con delle reti termosaldate, all’interno del quale potevano operare solo i lavoratori di Bm Services. Risulta che vi siano state negli anni ben due ispezioni dell’Ispettorato del lavoro, senza che fossero registrate anomalie: cosa inquietante, bastava qualche visura camerale per capire che qualcosa non quadrava. Ma nessuno è intervenuto.

L’utilizzo della Bm Services, come sollevato in più occasioni dalle rappresentanze aziendali, violava quanto previsto dal Ccnl, in merito per esempio al contratto applicato, ma anche alle verifiche preliminari di cui è responsabile il committente, cioè Grafica Veneta. È emerso un quadro impressionante di sfruttamento: per rispondere ai picchi lavorativi in Grafica Veneta, la Bm Services utilizzava migranti pachistani – spesso richiedenti asilo provenienti da centri di accoglienza – che lavoravano fino a dodici ore al giorno, a fronte di salari decisamente inferiori. Non basta! I caporali applicavano ulteriori trattenute sulle buste paga attraverso carte postali che, nelle mani degli sfruttatori, erano strumenti di ricatto.

Per questo motivo fin dall’inizio della vertenza la Slc-Cgil ha rivendicato che Grafica Veneta si assumesse la responsabilità di ciò che è avvenuto in Bm Services e che desse un segnale inequivocabile, assumendo in azienda le persone coinvolte come risarcimento per le violenze subite. Si era avviata una trattativa aziendale, bloccatasi poi quando, al tavolo in Prefettura a Padova, il legale di Grafica Veneta non ha mantenuto gli impegni presi. E Franceschi ha preferito chiedere il rito abbreviato per i due dirigenti indagati, dietro i quali aveva mascherato le sue responsabilità, e pagare una multa. 

Boschiero: La vertenza è ancora aperta? O tutto si chiude così, con una multa ridicola? 

Atalmi: La vicenda penale è chiusa, Grafica Veneta ne è uscita con il patteggiamento, che però, va ricordato, è sempre un’ammissione di colpevolezza. I lavoratori pachistani erano tutti a tempo determinato, alcuni con contratti scaduti, altri hanno problemi con il permesso di soggiorno. Rimane in piedi il processo per caporalato contro la Bm Services, i nostri legali tenteranno di far riconoscere la responsabilità in solido del committente Grafica Veneta. La rappresentanza sindacale interna continua a chiedere che l’azienda assuma i lavoratori. 

Boschiero: Trebaseleghe, il paese e l’opinione pubblica, hanno reagito? Grafica Veneta periodicamente fa notizia sui giornali…

Atalmi: Nel 2012 le cronache segnalarono che un gruppo di mogli dei dipendenti vedevano con sospetto l’assenza prolungata dei mariti a seguito di ripetuti turni notturni; la cosa ovviamente stuzzicò la curiosità giornalistica. Ma, invece che risvolti boccacceschi, emerse semplicemente un uso smodato dei turni e dello straordinario. Un nostro sindacalista, controllando le buste paga, scoprì che lo stipendio mensile lordo era di tremilatrecento euro, con un netto di duemiladuecento. Nel lordo risultavano duecentocinquanta euro di straordinario, quattrocentocinquanta euro di lavoro notturno e ben novecentocinquanta di premio individuale. In quel mese l’operaio aveva lavorato trecento ore!

L’azienda fattura attorno ai centotrentacinque milioni di euro, con una crescita continua negli anni, ma non ha mai negoziato un premio aziendale collettivo. Perché dovrebbe sottoscrivere con il sindacato un premio di risultato? Gli strumenti più semplici sono gli straordinari, sempre e comunque, e il controllo individuale sulle persone. Questa enorme disponibilità dei dipendenti è una delle condizioni che garantisce a Grafica Veneta il vantaggio competitivo che l’ha portata al vertice in Italia e nel mondo: consegne veloci, unite ad affidabilità e qualità. Serve una diversa cultura del lavoro, consapevolezza dei propri diritti, orgoglio.

Boschiero: Proprio i brillanti risultati economici dovrebbero aprire lo spazio al sindacato. Al contrario, la Cgil appare timorosa, incerta: la debolezza sui migranti sottoposti a uno sfruttamento feroce fa pensare a una contrattazione aziendale altrettanto incerta, difensiva… Mi spieghi meglio il processo che porta Franceschi a servirsi di (sedicenti) cooperative?

Atalmi: Nel 2015 entrano in Grafica Veneta due ditte in appalto. Una che impiega esclusivamente donne rumene, la So-Giu Scarl, e la (famigerata) Bm Services Sas, di proprietà di due pachistani e con solo lavoratori pachistani. Nella stampa dei libri il finissaggio – apposizione di fascette, adesivi o sovra-copertine, finalizzati a promuovere le vendite – viene eseguito a mano ed è soggetto a picchi lavorativi. Un lavoro povero e discontinuo che può essere appaltato senza troppi problemi. La stessa forma cooperativa è puramente strumentale.

La Bm Services, che si propone come “professionisti del mondo dell’editoria”, ha sede legale a Lavis (Trento), curiosamente come altre aziende del settore concorrenti di Grafica Veneta – Lego, Lego Digit, Esperia, Alcione, Elcograf e la Printer Trento –, opera in diverse di queste aziende, applicando peraltro ai dipendenti, inopinatamente, il contratto metalmeccanico. Sin qui non è emerso a sufficienza che la Bm Services ha appalti con tutte le maggiori ditte del settore, e continua ad acquisirne.

Boschiero: Franceschi ha rilasciato in questi giorni alcune interviste imbarazzanti, dove si lascia andare a considerazioni razziste: «I pachistani sono un po’ così, pulizia e bellezza non è che facciano parte della loro cultura…», e afferma che d’ora in poi non intende più servirsi di loro e che assumerà solo veneti doc: «Il nostro territorio è un po’ traumatizzato da questa presenza. Non ce la sentiamo di assumere gente che non vive qui, perché la nostra è come fosse una famiglia…». 

Atalmi: Franceschi riaccende una polemica culturalmente devastante e danneggia l’immagine della stessa azienda. Anche qui realtà e finzione si rincorrono, perché Grafica Veneta non è e non è mai stata un’azienda “padana”. Dei trecentonovantaquattro dipendenti dello stabilimento di Trebaseleghe, duecentoquarantanove sono italiani, ma centoquarantacinque vengono da Romania, Marocco, Albania, Filippine, Senegal, Bielorussia, Egitto, Ucraina… E neppure è vero che occupa solo lavoratori diretti, vi è una forte presenza di lavoratori interinali.

Ancora un aneddoto. Nell’incontro estivo di cui dicevo, alla nostra richiesta di assumere i pachistani, se non per dovere morale, almeno per evitare campagne di boicottaggio internazionale – erano in corso di stampa i libri di papa Francesco e della Merkel, e già alcuni scrittori italiani avevano diffidato le loro case editrici a servirsi di Grafica –, il patron rispose con disarmante franchezza: «Più che il boicottaggio internazionale io non dormo la notte perché in piazza a Trebaseleghe la gente mi guarda e magari è convinta che sia io ad aver permesso quelle cose in fabbrica». 

L’indagine sul capitalismo flessibile in Veneto di Alfredo Boschiero continua.

Lavoro e conflitto lungo la filiera editoriale.

di Andrea Bottalico e Mattia Cavani

Il disegno è di Arpaia

All’apice dei “dieci anni di Sessantotto” Index (Archivio critico dell’informazione) pubblicò una delle prime inchieste sullo stato dell’editoria libraria in Italia. All’epoca Aie, la Confindustria delle case editrici, non aveva ancora cominciato a pubblicare ponderosi rapporti annuali per indirizzare l’agenda politica e la percezione pubblica del settore. L’inchiesta di Index, scaturita da ambienti di movimento, aveva motivazioni diverse e può essere compresa all’interno delle domande e delle proposte che hanno portato alla costruzione della prima rete distributiva nazionale, la Punti Rossi, che ha avuto come fulcro Primo Moroni, editore di Primo Maggio.

Alcune parti dell’inchiesta Index, come l’enorme importanza delle vendite rateali, sembrano vecchie di secoli, mentre altre analisi ritraggono una situazione non troppo diversa da quella attuale:

Rimane da indicare uno degli effetti più perversi del meccanismo oligopolistico nei confronti dell’editoria minore. Il potenziale produttivo e distributivo spinge i grandi gruppi a saturare la domanda riducendo anche fisicamente lo spazio di mercato degli editori di minore dimensione [che] a loro volta, tendono a sovradimensionare la propria produzione sia per contrastare gli effetti di saturazione prodotti dall’oligopolio sia per raggiungere soglie quantitative tali da forzare le strozzature del circuito distributivo.

Prima dell’arrivo di Internet, chi controllava la distribuzione editoriale svolgeva un ruolo di filtro della produzione culturale che oggi è inimmaginabile. Tra le motivazioni più rilevanti per la creazione della Punti Rossi, infatti, c’era la necessità di far circolare idee e approcci nuovi, figli di un antagonismo radicale, che gli editori e i distributori tradizionali tenevano fuori dal mercato. Se oggi questo problema pare aver cambiato natura, l’oligopolio nella distribuzione e nella produzione editoriale, in mano agli stessi soggetti, si è rafforzato ulteriormente. 

L’importanza della distribuzione libraria

La principale azienda di distribuzione che opera sul mercato italiano è Messaggerie Libri, che distribuisce oltre 600 marchi editoriali raggiungendo circa 4.000 punti vendita tra librerie e cartolibrerie. Questa forza di mercato è anche frutto dell’acquisizione, nel 2014, di Pde (Gruppo Feltrinelli). Messaggerie Libri ha tra i suoi clienti circa 20 reti vendita promozionali e tipologie di editori dalle caratteristiche e dimensioni più varie e copre circa il 40% del mercato. Accanto a Messaggerie il secondo più importante distributore è Mondadori Distribuzione Libri che, oltre agli editori del gruppo, distribuisce più di 10 editori terzi [nel novembre 2021, a pezzo chiuso, Mondadori ha rafforzato la sua posizione prendendo il controllo del distributore Agenzia Libraria International, di DeA Planeta Libri e Libromania N.d.A.], segue poi Giunti Distribuzione. Tra le società che operano a livello nazionale nella distribuzione libraria ricordiamo Cda (Consorzio distributori associati) che, con sede in provincia di Bologna, conta 10 filiali che si appoggiano a distributori locali; distribuisce circa 300 editori di piccole dimensioni. A completare il quadro c’è Fastbook, controllato da Messaggerie, che vale oltre il 50% del mercato dei grossisti, a cui si rivolgono le librerie più piccole.

La logistica è quasi sempre terziarizzata; oltre la metà del mercato è occupato da Ceva logistics che serve, tra gli altri, Messaggerie e Mondadori. Messaggerie affida parte della logistica anche a Geodis.

Questa concentrazione, che riflette quella nella produzione libraria, determina che il costo della distribuzione sul prezzo di copertina del libro si attesti sul 60%, un dato elevato rispetto al resto d’Europa (in Germania, per esempio, vale tra il 40 e il 50% (https://www.informazionesenzafiltro.it/libri-e-distribuzione-monopoli-e-dannazione/).

Nel dettaglio questo costo si compone di un 7-9% per la promozione, 8-14% per la distribuzione fisica dei libri (compresa la logistica) e uno sconto ai rivenditori (soprattutto librerie) che va dal 30 al 45%. È dunque evidente che, oggi come alla fine degli anni Settanta, è impossibile comprendere qualcosa dell’industria libraria senza tenere conto del ruolo della distribuzione. 

Questo è uno dei motivi per cui le redattrici e i redattori di Redacta – gruppo nato all’interno di Acta e dunque concentrato in prima istanza sul lavoro autonomo – hanno cominciato a percorrere la filiera del libro con una serie di incontri con lavoratori e lavoratrici. Il primo è stato “Carta/Lotta. I libri nelle mani di chi li lavora” (https://www.actainrete.it/2021/07/20/una-freelance-nella-giungla-dell-editoria-redacta-testimonianza/) ed è stato organizzato il 14 luglio 2021 insieme alla redazione di OPM e a libreria Calusca-Csoa Cox18-Archivio Primo Moroni. Tra i vari interventi, c’è stato quello di un delegato sindacale Si Cobas e lavoratore della logistica editoriale della Città del Libro di Stradella (Pavia), magazzino da cui passa la stragrande maggioranza dei libri distribuiti in Italia. Prima di riportare la trascrizione integrale del suo intervento riassumiamo brevemente quanto è successo negli ultimi anni nel magazzino di Stradella.

Cronologia delle mobilitazioni alla Città del libro 

2018 – Scioperi e inchiesta per caporalato

Nell’estate del 2018, il sito logistico balza agli onori delle cronache per l’inchiesta giudiziaria «Negotium» della Procura di Pavia. L’inchiesta rivela che le cooperative in subappalto di Ceva (che ha l’appalto principale da parte di Messaggerie), erano la copertura di un gruppo di imprenditori che eludeva il fisco e utilizzava lavoratori tramite un’agenzia di somministrazione romena che retribuiva le missioni ai livelli salariali dell’Est Europa. Le denunce sono partite dalla Camera del lavoro pavese che, dopo una serie di segnalazioni cadute nel vuoto,  decide di bloccare i cancelli del magazzino. Così la magistratura apre un’inchiesta e per diversi giorni 150 finanzieri  bloccano l’impianto e convocano  lavoratori e lavoratrici a testimoniare. Secondo i magistrati, Ceva era consapevole di questo sistema. Così, a pochi mesi dalla sua acquisizione da parte del gigante della logistica Cma Cgm, viene commissariata dal Tribunale di Milano.

Per avere un’idea di come si lavorava nel magazzino all’epoca, sono utili le testimonianze raccolte da il manifesto (https://ilmanifesto.it/la-vita-agra-dei-facchini-delleditoria/):


«Facevo il picker, preparavo gli ordini, il contapassi che indossavo contava tra i 15 e i 20 km al giorno», racconta, quanto una mezza maratona a passo veloce. «Dovevo spostare 10 mila libri per turno, era un lavoro insostenibile. Di notte, il mio compagno mi vedeva piangere sempre perché avevo dolori ovunque, in particolare forti dolori alle braccia e alle gambe. Successivamente sono stata in cura all’ospedale San Matteo per varie patologie», aveva raccontato agli inquirenti una lavoratrice. La produttività era misurata in base alle «righe», vale a dire «il prelievo di due libri al minuto», e un’altra operaia aveva spiegato che doveva eseguire «almeno 130 righe al giorno» per dodici ore di lavoro, «e quando non sono stata più in grado di sostenere questi turni così pesanti, dovendo accudire mia madre disabile, sono stata lasciata a casa».

2020 – Nuove mobilitazioni e fine del commissariamento di Ceva

Nel febbraio 2020 il Si Cobas organizza alcuni giorni di sciopero, in cui vengono bloccati ingressi e uscite della Città del Libro. Tra le altre cose, si chiede che le nuove assunzioni siano gestite direttamente dalla società che gestisce la struttura e non subappaltate a finte cooperative. Si chiedono inoltre un aumento dei buoni pasto e dieci minuti in più di pausa pranzo. Ceva risponde con una nota in cui dice che  «Il confronto avviato con i rappresentanti sindacali ha portato a più di duecento stabilizzazioni a tempo indeterminato e al miglioramento delle condizioni lavorative dei dipendenti, sia dei diretti Ceva sia di coloro che riportano al consorzio, dal punto di vista dell’ambiente di lavoro e retributivo». Il 13 febbraio 2020 il pubblico ministero Paolo Storari presenta al Tribunale di Milano una richiesta di sospensione del commissariamento motivata dal rinnovo dei vertici aziendali, l’aumento degli stipendi del 25 per cento e con gli importanti cambiamenti organizzativi e operativi che dovrebbero impedire di tornare alla precedente giungla lavorativa e retributiva.

2021 – Joint venture Ceva-Messaggerie e nuovo sciopero

Nel dicembre 2020 Messaggerie amplia le funzioni logistiche date in appalto a Ceva e viene creata una joint venture (C&M) che prende direttamente in gestione i magazzini all’inizio di marzo 2021, investendo anche in nuovi nastri di distribuzione. Una delle novità, un macchinario chiamato Shuttle, fa temere ai lavoratori del magazzino, il 43% dei quali iscritti al Si Cobas, che verranno licenziati cento lavoratori.

Così inizia un blocco dell’accesso ai tir. La polizia, in tenuta antisommossa, sgombera il presidio con i lacrimogeni. Come riporta la Provincia Pavese, nella ressa un’operaia di 27 anni e un lavoratore di 33 anni vengono feriti e portati all’ospedale della città per accertamenti. Il sindacato di base ha tre rivendicazioni: la garanzia scritta dei posti di lavoro dopo l’introduzione dello Shuttle; l’integrazione dell’indennità di malattia, fondamentale in un periodo di pandemia e previsto dal contratto nazionale della logistica; l’aumento dei ticket pasti.

Dopo dieci giorni di sciopero con picchetti, che causa notevoli ritardi nella distribuzione nazionale di libri, il Si Cobas firma un accordo con Ceva Logistics, C&M Book Logistics e il consorzio Gsl (comprese le consociate) che pone fine alla protesta. Secondo le dichiarazioni del sindacato, «l’accordo recepisce in toto le richieste dei lavoratori». I punti evidenziati dal Si Cobas sono la garanzia del rientro nel magazzino principale per i lavoratori che sono stati spostati nel sito Mondadori, nessun licenziamento a causa dell’introduzione di nuovi macchinari, il pagamento dal 1° giugno di un ticket mensa di 5,29 euro, l’apertura di un confronto per riconoscere integralmente la malattia. 

L’intervento del delegato sindacale e lavoratore della Città del Libro di Stradella durante Carta/Lotta, registrata il 14 luglio 2021 presso Libreria Calusca-Cox18 a Milano

Gli scioperi di alcune settimane fa sono il risultato di una vertenza che praticamente dura dal 2016, quindi è stato l’ennesimo picchetto, l’ennesimo sciopero alla Ceva di Stradella. Vi dico che la realtà di sfruttamento nel mondo dell’editoria è molto simile in un certo qual modo anche al mondo della distribuzione del cibo e della ristorazione. Anche là ci sono questi tipi di contratti che non prevedono un fisso, che prevedono molte volte un forfettario, che non ti danno alcun tipo di garanzia occupazionale facendoti vivere sul chi va là. Tutti vogliono cercare un’estrema elasticità per andare a ridurre i costi del lavoro. Questo avviene di norma nel lavoro della logistica. 

È necessario fare un doveroso passo indietro, perché sarebbe un peccato venire qua e spiegare solo i motivi dell’ultima vertenza. Dovete sapere cosa c’è dietro l’acquisto di un libro in libreria perché è fondamentale capirlo. Le logistiche da cui vengo io non si occupano né di stampare il libro, né di editarlo. Il libro arriva dalle stamperie già bello che finito, noi ci occupiamo dello smistamento, della lavorazione e della distribuzione del libro in questione. Cosa succede nella maggior parte dei casi, non solo nell’ambito editoriale, ma in tutte le logistiche? C’è un cliente che si rivolge a una committenza e gli consegna l’attività della logistica e della distribuzione di un prodotto, in questo caso parliamo del libro. Solitamente questo committente si occupa del lato prettamente impiegatizio della questione, cioè la gestione degli ordini e di tutto quello che riguarda le fatturazioni e i resi, degli ordini in generale. Poi questo committente subappalta il lavoro fisico, il lavoro reale… non che sia irreale quello impiegatizio, ci mancherebbe, ma io dico il lavoro manuale dell’attività… se va bene questo committente subappalta questo lavoro direttamente a una cooperativa. Nella maggior parte dei casi, come purtroppo anche il nostro, addirittura subappalta questo lavoro a un consorzio, che a sua volta riunisce diverse cooperative. Alla Ceva di Stradella io nel 2010, essendo un italiano medio e non avendo nessun tipo di esperienza a livello di cooperative o a livello sindacale, ogni tanto vedevo le bandiere rosse fuori… sinceramente vi dico anche che ero un po’ dubbioso sul motivo per il quale delle persone protestassero, all’inizio. Quindi per me è stata una sorpresa trovarmi a fare quello che faccio oggi, ringrazio anche il Si Cobas per avermi fatto ricredere che esista un sindacato realmente attivo perché sinceramente avevo perso fiducia nella mia storia personale…

Ritornando al sistema, queste cooperative cosa fanno sostanzialmente? Sfruttano la sezione cooperazione speciale di un contratto per ridurre il costo del lavoro. Perché? Perché questa sezione permette di andare a spostare il pagamento e l’integrazione di alcuni istituti al regolamento interno dello stesso. Quindi che cosa fanno? Aprono le cooperative, fanno l’assemblea dei soci che solitamente sono i soci azionari, stipulano un regolamento interno e offrono un contratto come socio lavoratore, che è molto diverso dall’essere dipendente. Di conseguenza se tu vuoi aderire ed essere socio di una cooperativa devi assolutamente accettare il regolamento interno. Cosa è possibile derogare dal Contratto collettivo nazionale? Il pagamento dell’infortunio, il pagamento della maternità, il pagamento della malattia, la distribuzione delle ferie, i permessi, la tredicesima, la quattordicesima, non sulla base del canone che nel caso della logistica è 168 ore ma sulle ore realmente lavorate. Questo permette ai consorzi di aggiudicarsi le gare di appalto al miglior prezzo, rispetto a una società che realisticamente deve pagare tutto. È quello che avviene oggi. 

Nel 2010 la situazione in Ceva era molto peggio di quello che sto dicendo. Nel 2010 io facevo parte di una delle 24 cooperative che operavano all’interno della Ceva di Stradella. Non solo erano cooperative, e già questo è un male, ma erano cooperative che non rispettavano neanche i vincoli di cui vi ho parlato prima. Erano cooperative che adottavano un contratto che fortunatamente oggi non esiste più, il contratto Unci, e neanche lo rispettavano. Io mi ritrovavo a prendere… peccato non ho portato la prima busta paga, così almeno vi rendete conto di quello che dico… in poche parole mi ritrovavo a fare dalle 280 alle 330 ore di lavoro al mese obbligatorie, e a percepire 6 euro e 40 lordi. Senza straordinari, senza ferie, non maturavo ferie, senza maturazione dei permessi, senza tredicesima, che contrattualmente era prevista, senza la quattordicesima, e senza le festività. Niente di niente. Prendevo 6 euro e 40 lordi. 

Come mi venivano pagati questi 6 euro e 40 lordi? Magari mi fossero messi tutti in busta paga! No, assolutamente, mettevano quello che volevano. Mi davano un foglio che non era niente di quello che avevo fatto, c’erano delle volte che prendevo magari… siccome prendevo il pagamento attraverso due bonifici, magari avevo una busta paga da 400 o 500 euro e poi avevo il resto in un secondo bonifico, che quantificavano loro come meglio credevano fosse il caso. La cosa più assurda è che ero uno dei più fortunati. Perché io almeno avevo una busta paga. C’erano dei miei colleghi, che facevano parte di altre cooperative, che addirittura una volta al mese arrivavano dei personaggi nel parcheggio, e pagavano con assegni post-datati, che poi spesso risultavano vuoti quando andavano a riscuotere, non sempre fortunatamente per loro. E se questi lavoratori chiedevano la busta paga, veniva 80 euro. Perché il lavoratore doveva pagarla, la busta paga. 

Era un lager, non era un posto di lavoro. Ero entrato in una realtà che da cittadino italiano non pensavo che esistesse, e c’era una paura folle di fiatare, perché oltre al fatto che non c’era nessun tipo di garanzia contrattuale, non c’era alcun modo di poter replicare o fare qualche protesta o comunque se tu manifestavi anche solo la volontà di chiedere il perché di questa busta paga, ti lasciavano a casa, funzionava così. Ti chiamava la cooperativa e se rompevi le scatole o litigavi con un responsabile o avevi da dire restavi a casa tre giorni. Così più o meno funzionava. Lavoravi se ti andava bene 12 ore al giorno, perché c’era chi lavorava anche 16 ore al giorno dal lunedì alla domenica, e non potevi rifiutarti di andare un sabato o una domenica perché se ti rifiutavi stavi a casa tre giorni. C’erano i caporali che giravano, perché non erano i responsabili, erano i caporali, se ti vedevano dire buongiorno o buonasera a un collega in una corsia ti facevano timbrare mezz’ora in cui stavi fermo e poi ritimbravi. Capitava che dopo 12 ore al giorno eri anche stanco.

Un episodio che capitò a me… perché è necessario aprire una parentesi: se io sono qua oggi a parlare con voi è perché quando nel 2010 ho iniziato a fare questo tipo di attività ero appena andato a convivere con mia moglie. E quindi sentivo addosso a me una responsabilità, non volevo deludere le aspettative dei genitori di mia moglie dicendo “ho perso il posto di lavoro”. Non avrei retto neanche un mese in magazzino, era una realtà per me… era un incubo entrare a lavorare lì dentro. Però mi sentivo questo carico di responsabilità e quindi mi sono stato zitto e sono andato diversi mesi a lavorare. E un giorno stavo scaricando un camion… voi dovete sapere che di norma scarichi un bancale alla volta, e invece no, lì i disguidi erano all’ordine del giorno e dovevi stare attento, e un giorno ho rovesciato i bancali, e il responsabile mi ha detto: «Adesso timbri», e io gli ho detto: «Perché timbro scusa?» E lui mi fa: «Il bancale te lo metti a posto, ci vorrà un’ora e mezza». Sono 3.300 libri su un bancale, ho dovuto riformulare i due bancali e per un’ora e mezza non sono stato pagato, non hanno messo nessuno ad aiutarmi, funzionava così. Sostanzialmente se stavi zitto avevi la possibilità di passare da un contratto a tempo determinato a un contratto a tempo indeterminato, cioè di prolungare l’agonia a tempo indeterminato. E quindi io l’ho avuta perché per tre mesi ho fatto lo schiavo, e dovevo anche ritenermi fortunato, perché per molti miei colleghi ci sono voluti tre, quattro, cinque anni, prima che potessero avere un indeterminato. Essendo entrato appena aveva aperto il magazzino, avevano bisogno di stabilizzare qualcuno e io sono stato tra i fortunati, chiamiamoli così, a essere stabilizzato. 

Va bene, adesso vi ho descritto più o meno quello che era. Poi è successo che nel 2012, dopo due anni, ho avuto un dibattito molto forte con un responsabile e ho avuto un evento a casa significativo. Si è fatta male una persona mia cara che oggi è ancora viva, è stato mio testimone di nozze, ed è tetraplegico, è successo di venerdì, era in rianimazione al San Raffaele di Milano, sono andato dal capo impianto e gli ho detto: «Guarda che sabato e domenica io non ci sono, ho avuto un episodio molto grave in famiglia e non riesco a venire». Questo mio capo impianto mi rispose… in realtà ebbi una grande litigata con lui, non gli ho detto quello che era successo di preciso perché sono fatti miei, non mi andava di condividere o di fare pietà a nessuno, semplicemente era un mio diritto e lui mi ha detto «Va bene, fai quello che vuoi», dopo un’accesa discussione mi fa «Non so se lunedì tornerai più a lavorare». Gli ho detto «Va bene, vediamo se non torno più a lavorare», perché a quel punto era diventata una questione personale per me, era diventata una cosa che non potevo più tollerare. Dopo due anni vissuti così e dopo quello che mi era successo, la mia testa si era sbilanciata non più nello stare zitto ed evitare problemi, ma volevo affrontare una guerra e sarei andato fino in fondo. 

Cosa è successo? Purtroppo ho sbagliato sindacato. L’italiano medio chi conosce? La Cgil? Mi sono rivolto alla Camera del lavoro di Pavia, mi hanno fatto tante innumerevoli promesse, mi sono esposto perché pensavo di essere nel giusto, ed ero nel giusto. Gli ho raccontato quello che mi facevano, mi han detto di stare tranquillo, mi hanno fatto esporre e tutto quanto, sono diventato Rsa, eravamo circa una ventina di persone che avevo racimolato, erano oltretutto gli ultimi arrivati perché gli altri già lavoravano da Milano ed era impossibile metterli assieme. Non appena arrivata l’iscrizione e soprattutto la mia nomina a Rsa è cambiato tutto, se era già negativa è andata a peggiorare molto, la mia vita. In poche parole lavoravo due settimane al mese perché una settimana lavoravo e una settimana mi lasciavano a casa, così giusto per divertimento. Mi hanno fatto scendere dal mezzo, io sono un operatore qualificato e guido tutti i mezzi, mi davano la scopa e la paletta, lo straccio per la polvere, mi facevano pulire le scaffalature, mi mandavano i colleghi di lavoro a prendermi in giro, passavano delle colleghe dicendo «Vieni a casa mia a pulire quando hai finito”, robe così insomma. Dentro di me pensavo: «Lo stanno facendo apposta, non crollo, ho un indeterminato e a casa non mi possono lasciare». 

Devo essere sincero: l’unica cosa che mi ha lasciato la Cgil è stato farmi conoscere un contatto della Provincia Pavese, e a quel punto sono entrato in fase di guerra, mi lasciavano a casa e mi mettevo in malattia, e andavo alla Provincia Pavese, facevo foto, registravo audio e facevo questa guerra fredda durata un anno e mezzo circa. Me ne hanno combinate di tutti i colori, è stata però una guerra fredda dove ho fatto denunce e non è intervenuto nessuno che ha portato a una resa, non che abbia risolto qualcosa, semplicemente hanno detto «Sei un rompicoglioni, ti rimettiamo sul mezzo però la devi finire». Io non ero ancora soddisfatto, perché alla fine che ho guadagnato? Una parte del rispetto? Ma mi ritrovo ancora con 800 euro al mese, non va bene. Ed è successo un episodio che è stato quello più decisivo, lo ricordo ancora, ci fu uno sciopero del Si Cobas in un altro magazzino, sempre a Stradella, venimmo a sapere che il Si Cobas dopo quattro ore di sciopero aveva risolto tutto, quindi le persone che mi vedevano un po’ come un punto di riferimento, l’unico che ha fatto il sindacato, ero l’unico che aveva alzato la testa, ero l’unico che avevano preso a calci in culo, cominciarono a venire da me e a dire: andiamo dal Si Cobas. Io all’inizio avevo il terrore, avevo appena sistemato la mia condizione, è vero che guadagnavo 800 euro al mese ma quanto meno non mi rompevano più i coglioni e quindi ero titubante, e soprattutto sapevo con chi avevo a che fare, perché dei venti iniziali praticamente alla prima scossa di terremoto sono rimasto solo, onestamente non mi fidavo. Però alla fine mi sono fatto convincere almeno a prendere delle informazioni e conobbi A., che devo dire è stato quello che non sarei mai stato io, e che forse neanche oggi potrei essere stato. È la persona con più pazienza che conosca, che abbia mai conosciuto nella mia vita. Non ho avuto subito un impatto positivo nei suoi confronti, anzi ero un po’ il rompicoglioni delle assemblee, ero la persona che andava sempre contro, e sinceramente una persona così non so se avrei assecondato. E lui invece decise di farmi Rsa, aveva un suo progetto chiaro e successe l’impossibile, quello che io dicevo a lui che era impossibile. Dalle quindici persone che hanno alzato la testa in quel bar dove conobbi A., nel giro di pochi mesi nel 2016, stiamo parlando quando ho conosciuto il Si Cobas, ad agosto, ad ottobre eravamo tante persone e avevamo già firmato il primo accordo. Che per me era un miracolo, cioè da lì ho cominciato a ricredere in un sindacato. Era una cosa ragazzi… non potete capire quanto è cambiata la vita dopo il primo accordo all’interno di quel posto. Cioè da che prima eri in un carcere adesso avevi prima di tutto a livello dell’aspetto economico il rispetto della persona, e poi avevi una busta paga leggibile, dove le tue ore realmente erano nella busta paga, era una cosa assurda, e lì basta, ho capito che il sindacato è vero, le trattative non erano come quelle della Cgil, che mi portavano ed erano finte, poi dopo scoprivo che c’erano accordi sottobanco, che quando chiamavo al telefono non mi rispondevano… Le trattative erano vere, io presenziavo alle trattative, ero un grande rompicoglioni nelle trattative. Diciamo che da lì abbiamo iniziato questo miglioramento negli orari di lavoro, facevamo i turni da otto ore, non mi sembrava vero, sei-due, due-dieci, dieci-sei, un miracolo, prima si faceva sette del mattino sette di sera, o sette del pomeriggio sette di mattina, era inimmaginabile che si iniziassero a fare le otto ore, era uno sconvolgimento talmente grande che non mi sembrava vero, e infatti da lì poi è stata una discesa, quando i lavoratori hanno capito che la cosa era fattibile siamo diventati quasi cinquecento persone e abbiamo iniziato a pretendere tutto quello che prevede il contratto collettivo nazionale, e anche di più. 

Perché abbiamo fatto gli scioperi? Li abbiamo fatti per cercare di portare prima di tutto degli aspetti contrattuali che mancavano, come integrazione dell’infortunio, integrazione della maternità, l’assunzione a tempo indeterminato di almeno trecento persone, perché c’erano più determinati che indeterminati all’interno della logistica, e li abbiamo portati avanti anche per cercare di migliorare l’ambiente nel luogo di lavoro, abbiamo fatto installare delle lampade termo-riscaldanti perché stiamo parlando di un magazzino dove c’erano meno quindici gradi d’inverno e più quarantacinque gradi d’estate. E poi per portare i ticket mensa, per esempio, e l’ultimo sciopero in particolar modo lo abbiamo fatto perché dopo il 2019, che c’è stato… perché poi mi sono dimenticato un particolare molto importante: nel 2019 successe un evento che per me era qualcosa… cioè il completamento della nostra lotta. Durante uno sciopero perché noi non percepivamo lo stipendio e non ne capivamo il motivo… non arrivava lo stipendio, vediamo entrare un sacco di auto della Guardia di finanza, nemmeno la Digos sapeva spiegarsi il motivo. Furono arrestati i vertici del consorzio per 18 milioni di euro di evasione fiscale. Per me è stata fatta giustizia dopo anni e anni di caporalato e di ingiustizie, e di frodi all’interno della Ceva. È entrato questo consorzio dopo dodici ore di riapertura, levandoci alcuni diritti che avevamo acquisito attraverso gli accordi sindacali, approfittando del fatto che c’era questa situazione hanno levato gli altri diritti, tra cui il pagamento della malattia e di conseguenza nell’ultimo sciopero abbiamo rivendicato il pagamento della malattia, abbiamo rivendicato il ticket mensa, ma soprattutto abbiamo rivendicato la stabilità occupazionale. Perché di recente i due più grandi editori che esistono nella Ceva di Stradella, che sono Mondadori e Messaggerie Libri, si sono divisi, i lavoratori di Mondadori sono andati in Mondadori e i lavoratori di Messaggerie sono rimasti alla Ceva di Stradella, e questo è un tipico movimento che porterà in futuro a un trasferimento delle persone e a un licenziamento collettivo. Lo sciopero lo abbiamo fatto per rivendicare la stabilità occupazionale, questo è stato il primo dei motivi, e per portare il ticket mensa da 2 euro e 50 a 5 euro e 29 e per il pagamento della malattia, e devo dire che abbiamo vinto su tutti i punti perché io lo dico sempre ai lavoratori: con l’unità all’interno del luogo di lavoro ho capito per esperienza personale che tutto è possibile. E mi auguro che anche i freelance dell’editoria possano un giorno unirsi per andare a rivendicare i loro diritti. 

Bibliografia e sitografia

R. Ciccarelli, «Città dei libri a Stradella, lo sciopero del Si Cobas ha fermato la distribuzione dei libri in Italia», il manifesto, 13 giugno 2021.

Index (a cura di), «Barriere oligopolistiche nel mercato editoriale italiano», in P. Alferj e G. Mazzone (a cura di), I fiori di Gutenberg, Arcana, Roma 1979.

A. Mastandrea, «La vita agra dei facchini dell’editoria», il manifesto, 23 febbraio 2020.

E. Ranfa, «Il ruolo della distribuzione nella filiera del libro: orientarsi nel dedalo dell’editoria italiana», in AIB studi, 60, n. 1, gennaio-aprile 2020. 

Redacta, «Una freelance nella giungla dell’editoria», actainrete.it, 20 luglio 2021.

A. Violante, «Il magico mondo dell’editoria (4)», machina-deriveapprodi.it, 21 giugno 2021.

S. Zolotti, «Libri e distribuzione, monopoli e dannazione», informazionesenzafiltro.it, 7 dicembre 2019.

SOMMARIO English version

Shock and awe. This is how Naomi Klein described the effect and intention of “disaster capitalism”. But, as we explained in the Editoriale, we try to overcome the “awe” that the coronavirus pandemic inspires in us by re-reading in a different light the transformations taking place under our eyes. First, we asked the body of Democratic Medicine the questions found in Il costo sanitario della pandemia.  We were still in the “first wave”, and Italy was already leading the ranking in terms of sickness and deaths. Some interviews, collected in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, then explained what were the conditions of safety or rather, of insecurity in the infected workplaces of the Lombardy health system.Moreover, protests and conflicts in the workplace immediately accompanied the first appearance of the pandemic, as we reported in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, both for general lack of preparation and for the employers’ attempts to unload the costs on the workers or, failing to do so, on the community. In Pianificazione e controllo dei lavoratori, the role of the state and workers’ participation in decision-making processes are discussed, drawing inspiration from past experiences. With regard to La logistica della pandemia we look at what happened in one of the key economic sectors, the one that perhaps carried the greatest weight throughout 2020, as Cartoline dal porto di Genova told us. The Italian logistical hub suffered global repercussions and struggles, accounted in chronological order in Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica. However, no other field has perhaps suffered so intensively and extensively as education, of which L’effetto lockdown sulla scuola draws up an initial balance. Naturally, the coronavirus pandemic overlapped with problems and tensions already underway, of which we give a brief overview. Let’s start with the Decreto Rilancio and the regularization of foreign workers without work permit, an “amnesty” that has practically failed in the agricultural sector, as reported by Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Yet European experiences indicate the need, made strategic by the ongoing health emergency, to strengthen internal food self-sufficiency and raise agricultural wage levels, as reported in Salario e diritti nei campi italiani. The urgency of organizing freelance workers especially in creative and cultural sectors – cleared by the lockdown – is reaffirmed in Lavori culturali senza rappresentanza? The “workers’ inquiry” served to reconsider Il lavoro in Veneto, especially from the point of view of temporary workers. Finally, two methods underlining. First, United States today: brief view of class conflict, is useful to reiterate the importance of the historical-political method for understanding the nature and objectives of the “new” American working class struggles. Second, The Weight of the Printed Word. A book by Steve Wright signals the return to consultation of the written sources of one of the greatest connoisseurs of  Italian Operaismo.