Lavoro e conflitto lungo la filiera editoriale.

di Andrea Bottalico e Mattia Cavani

Il disegno è di Arpaia

All’apice dei “dieci anni di Sessantotto” Index (Archivio critico dell’informazione) pubblicò una delle prime inchieste sullo stato dell’editoria libraria in Italia. All’epoca Aie, la Confindustria delle case editrici, non aveva ancora cominciato a pubblicare ponderosi rapporti annuali per indirizzare l’agenda politica e la percezione pubblica del settore. L’inchiesta di Index, scaturita da ambienti di movimento, aveva motivazioni diverse e può essere compresa all’interno delle domande e delle proposte che hanno portato alla costruzione della prima rete distributiva nazionale, la Punti Rossi, che ha avuto come fulcro Primo Moroni, editore di Primo Maggio.

Alcune parti dell’inchiesta Index, come l’enorme importanza delle vendite rateali, sembrano vecchie di secoli, mentre altre analisi ritraggono una situazione non troppo diversa da quella attuale:

Rimane da indicare uno degli effetti più perversi del meccanismo oligopolistico nei confronti dell’editoria minore. Il potenziale produttivo e distributivo spinge i grandi gruppi a saturare la domanda riducendo anche fisicamente lo spazio di mercato degli editori di minore dimensione [che] a loro volta, tendono a sovradimensionare la propria produzione sia per contrastare gli effetti di saturazione prodotti dall’oligopolio sia per raggiungere soglie quantitative tali da forzare le strozzature del circuito distributivo.

Prima dell’arrivo di Internet, chi controllava la distribuzione editoriale svolgeva un ruolo di filtro della produzione culturale che oggi è inimmaginabile. Tra le motivazioni più rilevanti per la creazione della Punti Rossi, infatti, c’era la necessità di far circolare idee e approcci nuovi, figli di un antagonismo radicale, che gli editori e i distributori tradizionali tenevano fuori dal mercato. Se oggi questo problema pare aver cambiato natura, l’oligopolio nella distribuzione e nella produzione editoriale, in mano agli stessi soggetti, si è rafforzato ulteriormente. 

L’importanza della distribuzione libraria

La principale azienda di distribuzione che opera sul mercato italiano è Messaggerie Libri, che distribuisce oltre 600 marchi editoriali raggiungendo circa 4.000 punti vendita tra librerie e cartolibrerie. Questa forza di mercato è anche frutto dell’acquisizione, nel 2014, di Pde (Gruppo Feltrinelli). Messaggerie Libri ha tra i suoi clienti circa 20 reti vendita promozionali e tipologie di editori dalle caratteristiche e dimensioni più varie e copre circa il 40% del mercato. Accanto a Messaggerie il secondo più importante distributore è Mondadori Distribuzione Libri che, oltre agli editori del gruppo, distribuisce più di 10 editori terzi [nel novembre 2021, a pezzo chiuso, Mondadori ha rafforzato la sua posizione prendendo il controllo del distributore Agenzia Libraria International, di DeA Planeta Libri e Libromania N.d.A.], segue poi Giunti Distribuzione. Tra le società che operano a livello nazionale nella distribuzione libraria ricordiamo Cda (Consorzio distributori associati) che, con sede in provincia di Bologna, conta 10 filiali che si appoggiano a distributori locali; distribuisce circa 300 editori di piccole dimensioni. A completare il quadro c’è Fastbook, controllato da Messaggerie, che vale oltre il 50% del mercato dei grossisti, a cui si rivolgono le librerie più piccole.

La logistica è quasi sempre terziarizzata; oltre la metà del mercato è occupato da Ceva logistics che serve, tra gli altri, Messaggerie e Mondadori. Messaggerie affida parte della logistica anche a Geodis.

Questa concentrazione, che riflette quella nella produzione libraria, determina che il costo della distribuzione sul prezzo di copertina del libro si attesti sul 60%, un dato elevato rispetto al resto d’Europa (in Germania, per esempio, vale tra il 40 e il 50% (https://www.informazionesenzafiltro.it/libri-e-distribuzione-monopoli-e-dannazione/).

Nel dettaglio questo costo si compone di un 7-9% per la promozione, 8-14% per la distribuzione fisica dei libri (compresa la logistica) e uno sconto ai rivenditori (soprattutto librerie) che va dal 30 al 45%. È dunque evidente che, oggi come alla fine degli anni Settanta, è impossibile comprendere qualcosa dell’industria libraria senza tenere conto del ruolo della distribuzione. 

Questo è uno dei motivi per cui le redattrici e i redattori di Redacta – gruppo nato all’interno di Acta e dunque concentrato in prima istanza sul lavoro autonomo – hanno cominciato a percorrere la filiera del libro con una serie di incontri con lavoratori e lavoratrici. Il primo è stato “Carta/Lotta. I libri nelle mani di chi li lavora” (https://www.actainrete.it/2021/07/20/una-freelance-nella-giungla-dell-editoria-redacta-testimonianza/) ed è stato organizzato il 14 luglio 2021 insieme alla redazione di OPM e a libreria Calusca-Csoa Cox18-Archivio Primo Moroni. Tra i vari interventi, c’è stato quello di un delegato sindacale Si Cobas e lavoratore della logistica editoriale della Città del Libro di Stradella (Pavia), magazzino da cui passa la stragrande maggioranza dei libri distribuiti in Italia. Prima di riportare la trascrizione integrale del suo intervento riassumiamo brevemente quanto è successo negli ultimi anni nel magazzino di Stradella.

Cronologia delle mobilitazioni alla Città del libro 

2018 – Scioperi e inchiesta per caporalato

Nell’estate del 2018, il sito logistico balza agli onori delle cronache per l’inchiesta giudiziaria «Negotium» della Procura di Pavia. L’inchiesta rivela che le cooperative in subappalto di Ceva (che ha l’appalto principale da parte di Messaggerie), erano la copertura di un gruppo di imprenditori che eludeva il fisco e utilizzava lavoratori tramite un’agenzia di somministrazione romena che retribuiva le missioni ai livelli salariali dell’Est Europa. Le denunce sono partite dalla Camera del lavoro pavese che, dopo una serie di segnalazioni cadute nel vuoto,  decide di bloccare i cancelli del magazzino. Così la magistratura apre un’inchiesta e per diversi giorni 150 finanzieri  bloccano l’impianto e convocano  lavoratori e lavoratrici a testimoniare. Secondo i magistrati, Ceva era consapevole di questo sistema. Così, a pochi mesi dalla sua acquisizione da parte del gigante della logistica Cma Cgm, viene commissariata dal Tribunale di Milano.

Per avere un’idea di come si lavorava nel magazzino all’epoca, sono utili le testimonianze raccolte da il manifesto (https://ilmanifesto.it/la-vita-agra-dei-facchini-delleditoria/):


«Facevo il picker, preparavo gli ordini, il contapassi che indossavo contava tra i 15 e i 20 km al giorno», racconta, quanto una mezza maratona a passo veloce. «Dovevo spostare 10 mila libri per turno, era un lavoro insostenibile. Di notte, il mio compagno mi vedeva piangere sempre perché avevo dolori ovunque, in particolare forti dolori alle braccia e alle gambe. Successivamente sono stata in cura all’ospedale San Matteo per varie patologie», aveva raccontato agli inquirenti una lavoratrice. La produttività era misurata in base alle «righe», vale a dire «il prelievo di due libri al minuto», e un’altra operaia aveva spiegato che doveva eseguire «almeno 130 righe al giorno» per dodici ore di lavoro, «e quando non sono stata più in grado di sostenere questi turni così pesanti, dovendo accudire mia madre disabile, sono stata lasciata a casa».

2020 – Nuove mobilitazioni e fine del commissariamento di Ceva

Nel febbraio 2020 il Si Cobas organizza alcuni giorni di sciopero, in cui vengono bloccati ingressi e uscite della Città del Libro. Tra le altre cose, si chiede che le nuove assunzioni siano gestite direttamente dalla società che gestisce la struttura e non subappaltate a finte cooperative. Si chiedono inoltre un aumento dei buoni pasto e dieci minuti in più di pausa pranzo. Ceva risponde con una nota in cui dice che  «Il confronto avviato con i rappresentanti sindacali ha portato a più di duecento stabilizzazioni a tempo indeterminato e al miglioramento delle condizioni lavorative dei dipendenti, sia dei diretti Ceva sia di coloro che riportano al consorzio, dal punto di vista dell’ambiente di lavoro e retributivo». Il 13 febbraio 2020 il pubblico ministero Paolo Storari presenta al Tribunale di Milano una richiesta di sospensione del commissariamento motivata dal rinnovo dei vertici aziendali, l’aumento degli stipendi del 25 per cento e con gli importanti cambiamenti organizzativi e operativi che dovrebbero impedire di tornare alla precedente giungla lavorativa e retributiva.

2021 – Joint venture Ceva-Messaggerie e nuovo sciopero

Nel dicembre 2020 Messaggerie amplia le funzioni logistiche date in appalto a Ceva e viene creata una joint venture (C&M) che prende direttamente in gestione i magazzini all’inizio di marzo 2021, investendo anche in nuovi nastri di distribuzione. Una delle novità, un macchinario chiamato Shuttle, fa temere ai lavoratori del magazzino, il 43% dei quali iscritti al Si Cobas, che verranno licenziati cento lavoratori.

Così inizia un blocco dell’accesso ai tir. La polizia, in tenuta antisommossa, sgombera il presidio con i lacrimogeni. Come riporta la Provincia Pavese, nella ressa un’operaia di 27 anni e un lavoratore di 33 anni vengono feriti e portati all’ospedale della città per accertamenti. Il sindacato di base ha tre rivendicazioni: la garanzia scritta dei posti di lavoro dopo l’introduzione dello Shuttle; l’integrazione dell’indennità di malattia, fondamentale in un periodo di pandemia e previsto dal contratto nazionale della logistica; l’aumento dei ticket pasti.

Dopo dieci giorni di sciopero con picchetti, che causa notevoli ritardi nella distribuzione nazionale di libri, il Si Cobas firma un accordo con Ceva Logistics, C&M Book Logistics e il consorzio Gsl (comprese le consociate) che pone fine alla protesta. Secondo le dichiarazioni del sindacato, «l’accordo recepisce in toto le richieste dei lavoratori». I punti evidenziati dal Si Cobas sono la garanzia del rientro nel magazzino principale per i lavoratori che sono stati spostati nel sito Mondadori, nessun licenziamento a causa dell’introduzione di nuovi macchinari, il pagamento dal 1° giugno di un ticket mensa di 5,29 euro, l’apertura di un confronto per riconoscere integralmente la malattia. 

L’intervento del delegato sindacale e lavoratore della Città del Libro di Stradella durante Carta/Lotta, registrata il 14 luglio 2021 presso Libreria Calusca-Cox18 a Milano

Gli scioperi di alcune settimane fa sono il risultato di una vertenza che praticamente dura dal 2016, quindi è stato l’ennesimo picchetto, l’ennesimo sciopero alla Ceva di Stradella. Vi dico che la realtà di sfruttamento nel mondo dell’editoria è molto simile in un certo qual modo anche al mondo della distribuzione del cibo e della ristorazione. Anche là ci sono questi tipi di contratti che non prevedono un fisso, che prevedono molte volte un forfettario, che non ti danno alcun tipo di garanzia occupazionale facendoti vivere sul chi va là. Tutti vogliono cercare un’estrema elasticità per andare a ridurre i costi del lavoro. Questo avviene di norma nel lavoro della logistica. 

È necessario fare un doveroso passo indietro, perché sarebbe un peccato venire qua e spiegare solo i motivi dell’ultima vertenza. Dovete sapere cosa c’è dietro l’acquisto di un libro in libreria perché è fondamentale capirlo. Le logistiche da cui vengo io non si occupano né di stampare il libro, né di editarlo. Il libro arriva dalle stamperie già bello che finito, noi ci occupiamo dello smistamento, della lavorazione e della distribuzione del libro in questione. Cosa succede nella maggior parte dei casi, non solo nell’ambito editoriale, ma in tutte le logistiche? C’è un cliente che si rivolge a una committenza e gli consegna l’attività della logistica e della distribuzione di un prodotto, in questo caso parliamo del libro. Solitamente questo committente si occupa del lato prettamente impiegatizio della questione, cioè la gestione degli ordini e di tutto quello che riguarda le fatturazioni e i resi, degli ordini in generale. Poi questo committente subappalta il lavoro fisico, il lavoro reale… non che sia irreale quello impiegatizio, ci mancherebbe, ma io dico il lavoro manuale dell’attività… se va bene questo committente subappalta questo lavoro direttamente a una cooperativa. Nella maggior parte dei casi, come purtroppo anche il nostro, addirittura subappalta questo lavoro a un consorzio, che a sua volta riunisce diverse cooperative. Alla Ceva di Stradella io nel 2010, essendo un italiano medio e non avendo nessun tipo di esperienza a livello di cooperative o a livello sindacale, ogni tanto vedevo le bandiere rosse fuori… sinceramente vi dico anche che ero un po’ dubbioso sul motivo per il quale delle persone protestassero, all’inizio. Quindi per me è stata una sorpresa trovarmi a fare quello che faccio oggi, ringrazio anche il Si Cobas per avermi fatto ricredere che esista un sindacato realmente attivo perché sinceramente avevo perso fiducia nella mia storia personale…

Ritornando al sistema, queste cooperative cosa fanno sostanzialmente? Sfruttano la sezione cooperazione speciale di un contratto per ridurre il costo del lavoro. Perché? Perché questa sezione permette di andare a spostare il pagamento e l’integrazione di alcuni istituti al regolamento interno dello stesso. Quindi che cosa fanno? Aprono le cooperative, fanno l’assemblea dei soci che solitamente sono i soci azionari, stipulano un regolamento interno e offrono un contratto come socio lavoratore, che è molto diverso dall’essere dipendente. Di conseguenza se tu vuoi aderire ed essere socio di una cooperativa devi assolutamente accettare il regolamento interno. Cosa è possibile derogare dal Contratto collettivo nazionale? Il pagamento dell’infortunio, il pagamento della maternità, il pagamento della malattia, la distribuzione delle ferie, i permessi, la tredicesima, la quattordicesima, non sulla base del canone che nel caso della logistica è 168 ore ma sulle ore realmente lavorate. Questo permette ai consorzi di aggiudicarsi le gare di appalto al miglior prezzo, rispetto a una società che realisticamente deve pagare tutto. È quello che avviene oggi. 

Nel 2010 la situazione in Ceva era molto peggio di quello che sto dicendo. Nel 2010 io facevo parte di una delle 24 cooperative che operavano all’interno della Ceva di Stradella. Non solo erano cooperative, e già questo è un male, ma erano cooperative che non rispettavano neanche i vincoli di cui vi ho parlato prima. Erano cooperative che adottavano un contratto che fortunatamente oggi non esiste più, il contratto Unci, e neanche lo rispettavano. Io mi ritrovavo a prendere… peccato non ho portato la prima busta paga, così almeno vi rendete conto di quello che dico… in poche parole mi ritrovavo a fare dalle 280 alle 330 ore di lavoro al mese obbligatorie, e a percepire 6 euro e 40 lordi. Senza straordinari, senza ferie, non maturavo ferie, senza maturazione dei permessi, senza tredicesima, che contrattualmente era prevista, senza la quattordicesima, e senza le festività. Niente di niente. Prendevo 6 euro e 40 lordi. 

Come mi venivano pagati questi 6 euro e 40 lordi? Magari mi fossero messi tutti in busta paga! No, assolutamente, mettevano quello che volevano. Mi davano un foglio che non era niente di quello che avevo fatto, c’erano delle volte che prendevo magari… siccome prendevo il pagamento attraverso due bonifici, magari avevo una busta paga da 400 o 500 euro e poi avevo il resto in un secondo bonifico, che quantificavano loro come meglio credevano fosse il caso. La cosa più assurda è che ero uno dei più fortunati. Perché io almeno avevo una busta paga. C’erano dei miei colleghi, che facevano parte di altre cooperative, che addirittura una volta al mese arrivavano dei personaggi nel parcheggio, e pagavano con assegni post-datati, che poi spesso risultavano vuoti quando andavano a riscuotere, non sempre fortunatamente per loro. E se questi lavoratori chiedevano la busta paga, veniva 80 euro. Perché il lavoratore doveva pagarla, la busta paga. 

Era un lager, non era un posto di lavoro. Ero entrato in una realtà che da cittadino italiano non pensavo che esistesse, e c’era una paura folle di fiatare, perché oltre al fatto che non c’era nessun tipo di garanzia contrattuale, non c’era alcun modo di poter replicare o fare qualche protesta o comunque se tu manifestavi anche solo la volontà di chiedere il perché di questa busta paga, ti lasciavano a casa, funzionava così. Ti chiamava la cooperativa e se rompevi le scatole o litigavi con un responsabile o avevi da dire restavi a casa tre giorni. Così più o meno funzionava. Lavoravi se ti andava bene 12 ore al giorno, perché c’era chi lavorava anche 16 ore al giorno dal lunedì alla domenica, e non potevi rifiutarti di andare un sabato o una domenica perché se ti rifiutavi stavi a casa tre giorni. C’erano i caporali che giravano, perché non erano i responsabili, erano i caporali, se ti vedevano dire buongiorno o buonasera a un collega in una corsia ti facevano timbrare mezz’ora in cui stavi fermo e poi ritimbravi. Capitava che dopo 12 ore al giorno eri anche stanco.

Un episodio che capitò a me… perché è necessario aprire una parentesi: se io sono qua oggi a parlare con voi è perché quando nel 2010 ho iniziato a fare questo tipo di attività ero appena andato a convivere con mia moglie. E quindi sentivo addosso a me una responsabilità, non volevo deludere le aspettative dei genitori di mia moglie dicendo “ho perso il posto di lavoro”. Non avrei retto neanche un mese in magazzino, era una realtà per me… era un incubo entrare a lavorare lì dentro. Però mi sentivo questo carico di responsabilità e quindi mi sono stato zitto e sono andato diversi mesi a lavorare. E un giorno stavo scaricando un camion… voi dovete sapere che di norma scarichi un bancale alla volta, e invece no, lì i disguidi erano all’ordine del giorno e dovevi stare attento, e un giorno ho rovesciato i bancali, e il responsabile mi ha detto: «Adesso timbri», e io gli ho detto: «Perché timbro scusa?» E lui mi fa: «Il bancale te lo metti a posto, ci vorrà un’ora e mezza». Sono 3.300 libri su un bancale, ho dovuto riformulare i due bancali e per un’ora e mezza non sono stato pagato, non hanno messo nessuno ad aiutarmi, funzionava così. Sostanzialmente se stavi zitto avevi la possibilità di passare da un contratto a tempo determinato a un contratto a tempo indeterminato, cioè di prolungare l’agonia a tempo indeterminato. E quindi io l’ho avuta perché per tre mesi ho fatto lo schiavo, e dovevo anche ritenermi fortunato, perché per molti miei colleghi ci sono voluti tre, quattro, cinque anni, prima che potessero avere un indeterminato. Essendo entrato appena aveva aperto il magazzino, avevano bisogno di stabilizzare qualcuno e io sono stato tra i fortunati, chiamiamoli così, a essere stabilizzato. 

Va bene, adesso vi ho descritto più o meno quello che era. Poi è successo che nel 2012, dopo due anni, ho avuto un dibattito molto forte con un responsabile e ho avuto un evento a casa significativo. Si è fatta male una persona mia cara che oggi è ancora viva, è stato mio testimone di nozze, ed è tetraplegico, è successo di venerdì, era in rianimazione al San Raffaele di Milano, sono andato dal capo impianto e gli ho detto: «Guarda che sabato e domenica io non ci sono, ho avuto un episodio molto grave in famiglia e non riesco a venire». Questo mio capo impianto mi rispose… in realtà ebbi una grande litigata con lui, non gli ho detto quello che era successo di preciso perché sono fatti miei, non mi andava di condividere o di fare pietà a nessuno, semplicemente era un mio diritto e lui mi ha detto «Va bene, fai quello che vuoi», dopo un’accesa discussione mi fa «Non so se lunedì tornerai più a lavorare». Gli ho detto «Va bene, vediamo se non torno più a lavorare», perché a quel punto era diventata una questione personale per me, era diventata una cosa che non potevo più tollerare. Dopo due anni vissuti così e dopo quello che mi era successo, la mia testa si era sbilanciata non più nello stare zitto ed evitare problemi, ma volevo affrontare una guerra e sarei andato fino in fondo. 

Cosa è successo? Purtroppo ho sbagliato sindacato. L’italiano medio chi conosce? La Cgil? Mi sono rivolto alla Camera del lavoro di Pavia, mi hanno fatto tante innumerevoli promesse, mi sono esposto perché pensavo di essere nel giusto, ed ero nel giusto. Gli ho raccontato quello che mi facevano, mi han detto di stare tranquillo, mi hanno fatto esporre e tutto quanto, sono diventato Rsa, eravamo circa una ventina di persone che avevo racimolato, erano oltretutto gli ultimi arrivati perché gli altri già lavoravano da Milano ed era impossibile metterli assieme. Non appena arrivata l’iscrizione e soprattutto la mia nomina a Rsa è cambiato tutto, se era già negativa è andata a peggiorare molto, la mia vita. In poche parole lavoravo due settimane al mese perché una settimana lavoravo e una settimana mi lasciavano a casa, così giusto per divertimento. Mi hanno fatto scendere dal mezzo, io sono un operatore qualificato e guido tutti i mezzi, mi davano la scopa e la paletta, lo straccio per la polvere, mi facevano pulire le scaffalature, mi mandavano i colleghi di lavoro a prendermi in giro, passavano delle colleghe dicendo «Vieni a casa mia a pulire quando hai finito”, robe così insomma. Dentro di me pensavo: «Lo stanno facendo apposta, non crollo, ho un indeterminato e a casa non mi possono lasciare». 

Devo essere sincero: l’unica cosa che mi ha lasciato la Cgil è stato farmi conoscere un contatto della Provincia Pavese, e a quel punto sono entrato in fase di guerra, mi lasciavano a casa e mi mettevo in malattia, e andavo alla Provincia Pavese, facevo foto, registravo audio e facevo questa guerra fredda durata un anno e mezzo circa. Me ne hanno combinate di tutti i colori, è stata però una guerra fredda dove ho fatto denunce e non è intervenuto nessuno che ha portato a una resa, non che abbia risolto qualcosa, semplicemente hanno detto «Sei un rompicoglioni, ti rimettiamo sul mezzo però la devi finire». Io non ero ancora soddisfatto, perché alla fine che ho guadagnato? Una parte del rispetto? Ma mi ritrovo ancora con 800 euro al mese, non va bene. Ed è successo un episodio che è stato quello più decisivo, lo ricordo ancora, ci fu uno sciopero del Si Cobas in un altro magazzino, sempre a Stradella, venimmo a sapere che il Si Cobas dopo quattro ore di sciopero aveva risolto tutto, quindi le persone che mi vedevano un po’ come un punto di riferimento, l’unico che ha fatto il sindacato, ero l’unico che aveva alzato la testa, ero l’unico che avevano preso a calci in culo, cominciarono a venire da me e a dire: andiamo dal Si Cobas. Io all’inizio avevo il terrore, avevo appena sistemato la mia condizione, è vero che guadagnavo 800 euro al mese ma quanto meno non mi rompevano più i coglioni e quindi ero titubante, e soprattutto sapevo con chi avevo a che fare, perché dei venti iniziali praticamente alla prima scossa di terremoto sono rimasto solo, onestamente non mi fidavo. Però alla fine mi sono fatto convincere almeno a prendere delle informazioni e conobbi A., che devo dire è stato quello che non sarei mai stato io, e che forse neanche oggi potrei essere stato. È la persona con più pazienza che conosca, che abbia mai conosciuto nella mia vita. Non ho avuto subito un impatto positivo nei suoi confronti, anzi ero un po’ il rompicoglioni delle assemblee, ero la persona che andava sempre contro, e sinceramente una persona così non so se avrei assecondato. E lui invece decise di farmi Rsa, aveva un suo progetto chiaro e successe l’impossibile, quello che io dicevo a lui che era impossibile. Dalle quindici persone che hanno alzato la testa in quel bar dove conobbi A., nel giro di pochi mesi nel 2016, stiamo parlando quando ho conosciuto il Si Cobas, ad agosto, ad ottobre eravamo tante persone e avevamo già firmato il primo accordo. Che per me era un miracolo, cioè da lì ho cominciato a ricredere in un sindacato. Era una cosa ragazzi… non potete capire quanto è cambiata la vita dopo il primo accordo all’interno di quel posto. Cioè da che prima eri in un carcere adesso avevi prima di tutto a livello dell’aspetto economico il rispetto della persona, e poi avevi una busta paga leggibile, dove le tue ore realmente erano nella busta paga, era una cosa assurda, e lì basta, ho capito che il sindacato è vero, le trattative non erano come quelle della Cgil, che mi portavano ed erano finte, poi dopo scoprivo che c’erano accordi sottobanco, che quando chiamavo al telefono non mi rispondevano… Le trattative erano vere, io presenziavo alle trattative, ero un grande rompicoglioni nelle trattative. Diciamo che da lì abbiamo iniziato questo miglioramento negli orari di lavoro, facevamo i turni da otto ore, non mi sembrava vero, sei-due, due-dieci, dieci-sei, un miracolo, prima si faceva sette del mattino sette di sera, o sette del pomeriggio sette di mattina, era inimmaginabile che si iniziassero a fare le otto ore, era uno sconvolgimento talmente grande che non mi sembrava vero, e infatti da lì poi è stata una discesa, quando i lavoratori hanno capito che la cosa era fattibile siamo diventati quasi cinquecento persone e abbiamo iniziato a pretendere tutto quello che prevede il contratto collettivo nazionale, e anche di più. 

Perché abbiamo fatto gli scioperi? Li abbiamo fatti per cercare di portare prima di tutto degli aspetti contrattuali che mancavano, come integrazione dell’infortunio, integrazione della maternità, l’assunzione a tempo indeterminato di almeno trecento persone, perché c’erano più determinati che indeterminati all’interno della logistica, e li abbiamo portati avanti anche per cercare di migliorare l’ambiente nel luogo di lavoro, abbiamo fatto installare delle lampade termo-riscaldanti perché stiamo parlando di un magazzino dove c’erano meno quindici gradi d’inverno e più quarantacinque gradi d’estate. E poi per portare i ticket mensa, per esempio, e l’ultimo sciopero in particolar modo lo abbiamo fatto perché dopo il 2019, che c’è stato… perché poi mi sono dimenticato un particolare molto importante: nel 2019 successe un evento che per me era qualcosa… cioè il completamento della nostra lotta. Durante uno sciopero perché noi non percepivamo lo stipendio e non ne capivamo il motivo… non arrivava lo stipendio, vediamo entrare un sacco di auto della Guardia di finanza, nemmeno la Digos sapeva spiegarsi il motivo. Furono arrestati i vertici del consorzio per 18 milioni di euro di evasione fiscale. Per me è stata fatta giustizia dopo anni e anni di caporalato e di ingiustizie, e di frodi all’interno della Ceva. È entrato questo consorzio dopo dodici ore di riapertura, levandoci alcuni diritti che avevamo acquisito attraverso gli accordi sindacali, approfittando del fatto che c’era questa situazione hanno levato gli altri diritti, tra cui il pagamento della malattia e di conseguenza nell’ultimo sciopero abbiamo rivendicato il pagamento della malattia, abbiamo rivendicato il ticket mensa, ma soprattutto abbiamo rivendicato la stabilità occupazionale. Perché di recente i due più grandi editori che esistono nella Ceva di Stradella, che sono Mondadori e Messaggerie Libri, si sono divisi, i lavoratori di Mondadori sono andati in Mondadori e i lavoratori di Messaggerie sono rimasti alla Ceva di Stradella, e questo è un tipico movimento che porterà in futuro a un trasferimento delle persone e a un licenziamento collettivo. Lo sciopero lo abbiamo fatto per rivendicare la stabilità occupazionale, questo è stato il primo dei motivi, e per portare il ticket mensa da 2 euro e 50 a 5 euro e 29 e per il pagamento della malattia, e devo dire che abbiamo vinto su tutti i punti perché io lo dico sempre ai lavoratori: con l’unità all’interno del luogo di lavoro ho capito per esperienza personale che tutto è possibile. E mi auguro che anche i freelance dell’editoria possano un giorno unirsi per andare a rivendicare i loro diritti. 

Bibliografia e sitografia

R. Ciccarelli, «Città dei libri a Stradella, lo sciopero del Si Cobas ha fermato la distribuzione dei libri in Italia», il manifesto, 13 giugno 2021.

Index (a cura di), «Barriere oligopolistiche nel mercato editoriale italiano», in P. Alferj e G. Mazzone (a cura di), I fiori di Gutenberg, Arcana, Roma 1979.

A. Mastandrea, «La vita agra dei facchini dell’editoria», il manifesto, 23 febbraio 2020.

E. Ranfa, «Il ruolo della distribuzione nella filiera del libro: orientarsi nel dedalo dell’editoria italiana», in AIB studi, 60, n. 1, gennaio-aprile 2020. 

Redacta, «Una freelance nella giungla dell’editoria», actainrete.it, 20 luglio 2021.

A. Violante, «Il magico mondo dell’editoria (4)», machina-deriveapprodi.it, 21 giugno 2021.

S. Zolotti, «Libri e distribuzione, monopoli e dannazione», informazionesenzafiltro.it, 7 dicembre 2019.

La Cgil e il Salario minimo legale. Un dibattito

Da tempo all’interno di Officina Primo Maggio e Acta si discute di Salario minimo legale. Per questo il 30 settembre 2021 abbiamo deciso di organizzare un dibattito in videochiamata tra Tania Scacchetti, referente sul Salario minimo legale per la Segreteria nazionale Cgil, e Andrea Garnero, economista dell’Ocse, attualmente in sabbatico di ricerca, che da tempo svolge un lavoro di ricerca e divulgazione sul tema. Per OPM e Acta hanno partecipato al dibattito anche Emanuele Caon, Mattia Cavani e Anna Soru.

Cavani: Uno dei motivi che ci ha spinto a organizzare questo dibattito è stato chiarire la posizione della Cgil sul Salario minimo legale (Sml). Dunque, la Cgil è favorevole alla sua introduzione?

Scacchetti: È una domanda complessa. Per rispondere cominciamo a capire perché, in un paese con una così ampia copertura contrattuale, abbia preso piede un dibattito del genere. Direi che possiamo individuare quattro ragioni principali: 1. l’aumento delle disuguaglianze e la crescita della povertà di chi lavora, secondo i nostri dati ci sono quasi 9 milioni di lavoratori e lavoratrici “in disagio” per diverse ragioni (part time involontario, bassi salari etc.); 2. la crescente mobilità del lavoro e del capitale che aumenta il rischio del dumping e rende fragile il sistema contrattuale locale che si trova a misurarsi con dinamiche internazionali del sistema delle imprese; 3. la diffusione di forme di lavoro più precario e meno sindacalizzato; 4. l’indebolimento delle rappresentanze associative. Mancano norme che diano attuazione all’articolo 39 della Costituzione regolando la rappresentanza, dando efficacia generale ai Ccnl, e riducendo la proliferazione contrattuale – un pezzo consistente della quale è determinata da nascita di organizzazione sindacali e datoriali non particolarmente rappresentative.

Siamo tra i pochi paesi europei senza un Sml insieme a Svezia, Austria, Danimarca e Cipro ma siamo anche privi di meccanismo generalizzato di efficacia erga omnes dei Ccnl. Ciononostante il tasso di copertura contrattuale è importante e in teoria copre la totalità dei lavoratori dipendenti. Dunque, quando si è aperta la discussione sul Sml la nostra posizione è stata questa: 1. non può essere un meccanismo alternativo alla contrattazione. È la nostra grande preoccupazione: se non fosse accompagnato da una tutela della contrattazione collettiva paradossalmente potrebbe peggiorare la condizione di molti lavoratori italiani. È vero che il valore orario di alcuni contratti è sotto la quota di 9 euro di cui si sente parlare, ma senza la contrattazione collettiva lavoratori e lavoratrici si troverebbero senza una serie di tutele (mensilità differita, ferie e permessi, trattamento di fine rapporto etc.) che qualificano la loro condizione economica; 2. crediamo che invece una proposta di introduzione del Salario minimo legale per quelli “non coperti dalla contrattazione“ sia altrettanto problematica: la contrattazione collettiva copre tutto il lavoro dipendente, quindi se non c’è copertura è per evasione od elusione contrattuale. Non va legittimata quindi la possibile scelta alternativa fra il salario minimo e il contratto; 3. infine abbiamo sempre detto: se con il Slm – uno strumento importante col quale si dovrebbe ricevere una retribuzione equa, dignitosa e “proporzionata alla qualità e alla qualità del lavoro”,  ad attuazione dell’articolo 36 della Costituzione – individuiamo una cifra fissa, potremmo determinare un’alterazione del meccanismo della contrattazione. Per questo abbiamo proposto di trasformare i minimi dei Ccnl nei rispettivi Sml, dandogli efficacia generale. È vero che alcuni di questi Ccnl hanno retribuzioni molto basse determinate da una serie di fattori e non è detto che la semplice introduzione del Sml cambi questa situazione.

Per chi ha una storia contrattuale come quella del nostro Paese non è una discussione semplice all’interno delle organizzazioni sindacali, in cui convivono sul tema anche sensibilità differenti. In fin dei conti è un tema fondamentale per le finalità dell’organizzazione. Nel merito io sono per un approccio laico, che consideri seriamente i problemi che ho elencato ma senza pensare che ci sia una soluzione che vada bene per tutti. Consideriamo che la questione sarà riaccesa dalla direttiva europea sui salari minimi e la contrattazione collettiva. Nel nostro paese il dibattito si è articolato con una serie di proposte di legge con impatti molto diversi, l’unico testo con cui ci siamo confrontati sindacalmente, il più maturo che abbiamo visto, è stato quello proposto dalla ministra Catalfo, che individuava una cifra che doveva fungere da tappeto alla contrattazione, ma prefigurava l’idea di un Sml fortemente legata alla valorizzazione dei Ccnl. Poi quella discussione si è arenata e se dovesse ripartire potrebbe ripartire su basi molto diverse. 

Garnero: Prima di cominciare vorrei mettere a verbale che in questi anni le poche discussioni di sostanza sul Sml le ho avute con i sindacati, anche all’interno del Forum diseguaglianze diversità di Fabrizio Barca. Uno dei problemi del dibattito è che si svolge sui giornali, dove si cerca la polarizzazione e dunque non si approfondisce niente. 

L’idea di un Sml per i lavoratori esclusi dalla contrattazione collettiva ce la portiamo dietro dalla legge delega del Jobs Act. Io non sono un giurista, ma mi sembra che questa dicitura non significhi niente. Come ha detto Tania, l’articolo 36 garantisce che tutti i lavoratori dipendenti siano coperti dai Ccnl; se l’azienda non li applica il lavoratore ha diritto di rivolgersi a un tribunale per fare in modo di essere pagato in modo “proporzionale e sufficiente”. Per determinare questa retribuzione è prassi che il giudice prenda come riferimento il Ccnl del settore. A dire il vero anche noi all’Ocse per molti anni abbiamo detto che a essere coperto dalla contrattazione era l’80% dei lavoratori, una stima frutto di uno studio di qualche anno fa… ma sulla carta è il 100% e la scorsa primavera abbiamo rivisto la stima. Poi, nella pratica, le cose vanno diversamente. Dunque, per quanto riguarda i lavoratori dipendenti la dicitura “Sml per lavoratori esclusi dalla contrattazione” non ha senso, forse anche per questo quella parte del Jobs Act è rimasta lettera morta.

Sull’analisi del problema concordiamo. A quello che dice Tania, aggiungo che in dieci anni il numero di Ccnl è quasi raddoppiato, e che dei 400 Ccnl (su oltre 900 totali) di cui si ha notizia incrociando i dati del Cnel con quelli dell’Inps, metà copre meno di 1000 lavoratori, un quarto meno di 100 lavoratori e alcuni, ma qui entriamo nell’aneddotica, coprono uno o due lavoratori.

Abbiamo contratti con magari sette firmatari e tre lavoratori coperti… Questa polverizzazione danneggia i lavoratori (l’obiettivo di queste stipule è pagare meno dei Ccnl esistenti) ma anche le imprese che applicano i Ccnl di riferimento, una dinamica che scuote alle fondamenta il sistema di contrattazione collettivo. Io vedo il rischio che crolli tutto come è successo in altri paesi.

Sulla direttiva europea: non vi porrei speranze né timori. Se mai passerà, sarà scritta in modo da non applicarsi ai paesi nordici, che sono molto restii a qualunque intervento di legge nel mercato del lavoro. In particolare, temono che la regolazione europea in ambito sociale interferisca col loro sistema, e una serie di passate sentenze della Corte di giustizia europea (Laval e Viking in particolare) li rende cauti e scettici in merito. È una dinamica che crea frizioni anche nella conferenza europea dei sindacati, dove le posizioni sul Sml divergono e sono difficili da spiegare al pubblico. In sintesi, in Italia la copertura dei Ccnl è al 100%, simile ai paesi nordici, dunque la direttiva non si applicherà.

Per affrontare i problemi che ho elencato nel dibattito italiano sono emerse due soluzioni: 1. l’introduzione del Sml, la cui efficacia dipende molto anche dai dettagli della sua applicazione; 2. la via proposta dai sindacati, ovvero dare valore di legge ai Ccnl esistenti.

Per quanto riguarda il minimo salariale, sono due sistemi potenzialmente equivalenti, e non è detto che il Sml sia meglio del minimo della contrattazione. Si potrebbe dire che avendo un minimo chiaro, per i lavoratori sarebbe più semplice capire se si è sottopagati. Il problema si pone in modo forte quando la contrattazione lascia buchi importanti come in Germania e Inghilterra, gli ultimi due paesi a introdurre il Sml. In questi casi il dibattito era molto simile a quello italiano, con le parti sociali non favorevoli. Poi ci si è resi conto che c’erano settori dove, per ragioni diverse (numerosi lavoratori stranieri, assenza dei sindacati, localizzazione in aree povere), c’era il far west, e proprio a partire da questi settori si è introdotto il Sml. In ogni caso le due alternative possono essere anche complementari, e convivono in molti paesi come Belgio, Francia, Spagna, Portogallo e Germania. 

D’altra parte la via della rappresentanza è del tutto legittima, ma si scontra con due problemi, uno politico e uno giuridico-tecnico. 

I sindacati hanno trovato un accordo sui criteri per definire rappresentanza e rappresentatività, ma tra le parti datoriali l’accordo manca e non appare in vista, anzi, ci sono casi di concorrenza tra sigle datoriali (sto parlando di quelle serie, non quelle che mandano al Cnel contratti in cui tutti i firmatari hanno lo stesso indirizzo, succede anche questo…). Ci sono settori in cui Confindustria è in concorrenza con Confcommercio e quest’ultima con Federdistribuzione. Negli anni scorsi tra queste due c’è stato uno scontro, dato che Federdistribuzione ha firmato un accordo da 20 euro in meno pochi mesi dopo Confcommercio. A meno di non voler usare la “forza bruta”, imponendo un accordo dall’esterno, l’accordo fra le parti datoriali è fondamentale per proseguire su questa via.

Veniamo al problema giuridico-tecnico. L’articolo 39 della Costituzione dice che si può estendere l’efficacia obbligatoria solo dei Ccnl dei sindacati “registrati”, ma per ragioni storiche i sindacati non sono e non vogliono esserlo. Questo forse può essere risolto estendendo solo il minimo retributivo e non tutto il Ccnl. Ma il problema principale rimane quello dei perimetri contrattuali. Chi definisce dove si negozia? Al momento, fatto salvo il principio della libertà sindacale (in questo caso mi riferisco a quella delle parti datoriali), ognuno è libero di decidere il proprio campo d’azione. Anche noi qui presenti potremmo trovare un accordo di natura privata che, se rispettasse i termini di legge, sarebbe valido… Il problema sorge se nel nostro ambito c’è già un contratto firmato da qualcun altro e, con le norme attuali, è molto complesso dirimere la questione di quale sia il contratto di riferimento. Nel privato non esistono i comparti come nel pubblico e, sempre per salvaguardare la libertà sindacale, non è scontato che si possano creare. Da non-giurista vedo due proposte: chi dice, come Pietro Ichino e Lucia Valente, che la situazione non può cambiare senza cambiare l’articolo 39; e altri, come Mariella Magnani, che lo ritengono possibile. La mia conclusione è che si tratta comunque di una spada di Damocle. Una volta superati i limiti politici di cui sopra, bisognerebbe comunque passare dalla Corte costituzionale per avere l’ultima parola.

Dunque la via della rappresentanza ha grande dignità ma politicamente e tecnicamente la sua realizzazione non è per nulla scontata.

Cavani: Negli ambiti in cui stiamo lavorando con Acta, parlo soprattutto dei settori culturali, avere dei minimi chiari (come un Sml) molto probabilmente migliorerebbe la situazione. I lavoratori e le lavoratrici che incontriamo spesso non hanno le idee affatto chiare riguardo a quanto sia adeguata la loro retribuzione, e finiscono per essere mal pagati anche per una sorta di assuefazione a compensi ridicoli.

Garnero: Alcuni studi su paesi in via di sviluppo forniscono evidenze in questo senso. C’è una correlazione inversa tra il numero dei minimi salariali e il rispetto degli stessi, meno ce ne sono meglio è. 

Cavani: Tania, un commento su questi problemi della “via della rappresentanza”?

Scacchetti: Quando nel 2016 la Cgil ha cominciato la sua riscrittura dello Statuto dei lavoratori, la Carta dei diritti universali del lavoro, si è posta anche il problema della mancata attuazione dell’articolo 39 e del 46 (sulla partecipazione) della Costituzione e dunque quello relativo alla mancata registrazione delle organizzazioni sindacali. Detto questo non so se si troveranno soluzioni, la regolazione della rappresentanza e la cosiddetta “definizione dei campi da gioco” non riguardano solo i contratti pirata, ma anche la sovrapposizione di perimetri fra stessi soggetti che sottoscrivono contratti che si fanno dumping. 

La discussione in merito è ripartita negli ultimi anni. Anche io credo che la rappresentanza datoriale sia il nodo vero per dare attuazione e sostegno legislativo alle intese pattizie che ci sono state sulla rappresentanza (come il Testo unico che abbiamo sottoscritto con Confindustria nel 2014, e testi analoghi sottoscritti da altre grandi associazioni). Anche in sede Cnel il punto più critico oggi è trovare gli indicatori su cui costruire gli indici di rappresentatività delle associazioni datoriali. Questo è in parte dovuto a una differenza qualitativa nel nostro sistema produttivo, in parte al fatto che i soggetti vogliono la libertà di potersi muovere in autonomia in questo campo. 

Credo sia davvero difficile non provare a mettere qualche punto di regolazione sui temi della rappresentanza e della rappresentatività. Lo dico anche perché ne va dell’autorevolezza dei soggetti sottoscrittori. In una certa fase storica è stato sufficiente il riconoscimento reciproco fra i soggetti… Questi 985 Ccnl che ricordava Andrea sono anche dettati da una crescita esponenziale della frammentazione nel sistema della rappresentanza datoriale, che è una spinta all’individualismo che ha fatto parte del cambiamento sociale, negli ultimi anni si sono allentati i legami ideologici, si parla di società liquida…. Nelle associazioni questo si riflette in un coinvolgimento sempre meno identitario, più legato a interessi, a una concentrazione su attività di servizio più che di rappresentanza politica. Mi pare di poter dire che la consapevolezza dei problemi c’è. Il confronto con le associazioni datoriali al Cnel lo stiamo facendo per individuare alcuni perimetri, è un percorso faticoso ma ineludibile.

Fa parte di questo anche il dibattito tra associazioni sui modi in cui arrivare a una regolazione della rappresentanza. Ci sono opinioni discordanti, e variabili, su un eventuale intervento legislativo. Sui giornali queste misure si trasformano in bandiere ideologiche, in cui si può essere solo a favore o contro senza confrontarsi sui dettagli. 

A quello che dice Andrea sull’Europa vorrei aggiungere questo: il fatto che l’Ue si sia avventurata nella costruzione di una direttiva su questo tema rende l’idea dell’urgenza di fare interventi. Che si parli di Sml o della via della rappresentanza, ci stiamo occupando di una grande questione, la questione salariale in Italia e in Europa, che riguarda il modello di sviluppo e di crescita. C’è un grande problema di redistribuzione della ricchezza che si produce e di condizioni di lavoro, di riconoscibilità e dignità.

Sulla semplificazione che citava Mattia: è un messaggio che non si può banalizzare. Noi facciamo molta fatica a spiegare ai lavoratori come è composta la paga oraria. Per esempio: a cosa riferiamo il valore di questi ipotetici 9 euro? Si guarda al livello più basso di ogni contratto? Al valore mediano? Trasformare un’idea semplificata ma anche immediatamente riconoscibile (e questo è importante) è un problema che si pone alla contrattazione. Lasciando perdere i 985 Ccnl, anche gli oltre 200 firmati dai confederali rendono molto complesso il rapporto con i lavoratori quando questi non sono dentro un sistema “leggibile”. 

Garnero: Io ritengo l’autonomia un valore e un punto di forza delle parti sociali. Ma non può essere un feticcio da tenere sotto una campana di vetro. Se non viene esercitata e si confonde con un “Non si fa niente finché non lo dico io” diventa un problema. Anche nei paesi nordici, dove il codice sul lavoro è “molto sottile” dato che quasi tutto passa dalla contrattazione collettiva, ci sono casi in cui lo Stato mostra il bastone e non solo la carota. Questo avviene spesso quando c’è di mezzo l’interesse pubblico. Se non sbaglio, lo Stato olandese è intervenuto su un accordo che era stato scritto in modo “un po’ allegro” sulla parte pensionistica, a danno delle casse pubbliche. Ci sono dei limiti all’autonomia, sia a quella del fare che a quella del non fare. Poi chiaramente non voglio additare dei colpevoli, sono un economista e sono abituato a ragionare sugli incentivi degli attori. Se le parti datoriali non riescono a trovare un accordo non escluderei per principio un intervento statale.

Legato a questo c’è il rischio di sostituzione della contrattazione collettiva. Se questo rischio è reale, i timori sul Sml sono giustificati, altrimenti è solo uno spauracchio. Su queste preoccupazioni io non ho certezze su quello che potrebbe succedere in Italia. Guardando ad altri paesi vedo due situazioni: 1. Paesi in cui convivono Sml elevati e contrattazione collettiva fortissima, che copre quasi il 100% dei contratti (es. Francia e Belgio). In questi casi i Ccnl sono estesi erga omnes; 2. altri Paesi, la Germania in particolare, dove è prevista l’estensione erga omnes ma di fatto viene usata poco perché le parti hanno un diritto di veto, e gli imprenditori lo esercitano spesso. Qui ci sono anche le cosiddette opening clause, che danno la possibilità di derogare la contrattazione al ribasso. In Germania la copertura della contrattazione collettiva è più bassa, intorno al 54%, ma non è colpa dell’introduzione del Sml, è il contrario: è la constatazione del crollo della copertura che ha spinto a introdurre il Sml.

A me sembra che, con tutte le differenze che conosciamo, il caso tedesco suggerisca che con l’introduzione del Sml le imprese non sono scappate dalla contrattazione collettiva. Credo ricordiamo tutti che anche in anni recenti è stato l’atteggiamento remissivo dei sindacati tedeschi ad aver portato l’allora presidente della Bce Mario Draghi a spronarli a chiedere aumenti più consistenti dei salari (una raccomandazione motivata dall’inflazione stagnante nel periodo pre Covid-19). Dunque le esperienze internazionali recenti ci dicono che il rischio di sostituzione della contrattazione non c’è, poi io non sono un futurologo, e sono consapevole che esportare istituzioni da un paese all’altro non è una cosa banale e quello che funziona sulla carta a volte fallisce nella realtà.

Guardando al dibattito attuale mi sembra evidente che ci troviamo a un’impasse. Per superarlo ho fatto una proposta di metodo, con l’obiettivo di muoverci senza il rischio di fare passi falsi da cui sarebbe difficile tornare indietro. I casi internazionali ci dicono anche che quando si distrugge la contrattazione collettiva si va a perdere un patrimonio di istituzioni, abitudini, legami personali a molti livelli, dunque serve cautela. Ma se non proviamo, non sapremo mai se il Sml può funzionare.

Propongo di cominciare a sperimentare con un Sml in certi ambiti in cui, in Italia, il rischio di fare danni è limitato, dato che la situazione attuale non è proprio rosea, settori in cui le paghe sono molto basse, la contrattazione collettiva non è applicata e i sindacati sono fragili o inesistenti. L’individuazione di questi settori la lascerei comunque alle parti. Cominciamo da qui, con tutti i caveat sottolineati da Tania sulla complessità della busta paga. Su questo: a seconda di quello che si include nel Sml (tredicesima, quattordicesima e tfr, per limitarci alle cose più semplici) le proposte attuali di Sml riguardano dal 6 al 30% dei lavoratori italiani, un dettaglio non da poco! Una volta trovata la cifra monitoriamo gli effetti che ha nel giro di qualche anno, vediamo se distrugge davvero le istituzioni o se diminuisce l’occupazione e combatte la povertà. Mi sembra un modo per migliorare la qualità del dibattito, che adesso ha delle punte parossistiche. Capita di leggere sullo stesso giornale che il Sml distrugge la contrattazione (che, per come lo intendo io, significa che il lavoro viene pagato meno perché le imprese escono dal contratto collettivo) e che aumenta i costi per le imprese… Per questo credo sia importante essere pragmatici, trovare un valore del Sml che abbia un impatto empirico positivo. Ovviamente questo metodo non l’ho inventato io ma, implicitamente, è quello che è successo in Germania, dove nel 1997 è stato fissato un primo minimo (una semplice paga oraria) in alcuni settori estremamente specifici dove le parti sociali non avevano più presa, e da lì si è via via allargato “sperimentando” su altri settori e, infine si è arrivato a un Sml federale. Non ignoro che quest’ultimo passaggio sia avvenuto anche per dinamiche politiche. 

Qualcosa di simile è avvenuto in Inghilterra, che adesso ha un Sml tra i più elevati dell’area Ocse. Tra l’altro negli ultimi anni il Sml è diventato una bandiera dei conservatori: Cameron e Osborne proponevano di alzarlo come contropartita di un taglio dei sussidi statali alle famiglie e anche il cancelliere di Theresa May, Philip Hammond, ha proposto di alzarlo per migliorare la produttività. Sono argomenti dei Tories di oggi, ma quando Blair introdusse il Sml nel 1997 la destra aveva agitato lo spauracchio della perdita di un milione di posti di lavoro…

Il segreto del caso tedesco e di quello britannico credo siano state le commissioni nelle quali sono state coinvolte le parti sociali. Non sono state solo un modo per ridurre, o governare, i conflitti, ma alla fine la decisione sul Sml è stata più informata e partecipata.

Soru: Sono dieci anni che si parla degli effetti del Sml sulla contrattazione e non abbiamo concluso nulla. Capisco che sia una preoccupazione rilevante, ma tantissime persone lavorano per pochi euro l’ora e un intervento è sempre più urgente. Sulla proposta di sperimentazione di Andrea ho un dubbio: considerando la “sportività” italiana sui contratti nel momento in cui decidiamo di sperimentare, per esempio, sul facchinaggio, vedremo i contratti passare al Ccnl delle pulizie, a dispetto della mansione. Questa è una bella differenza con la Germania, dove queste cose sono molto meno frequenti.

Garnero: Non è un appunto sbagliato, abbiamo visto queste dinamiche mettersi in moto anche con il picco di cambi di Ateco dopo l’approvazione dei vari decreti nel periodo del lockdown. Anche rimanendo a un livello più tecnico, quando c’è così tanta pressione e attenzione alla cosa i risultati possono essere sporcati. La mia idea è nata dalla frustrazione per il dibattito italiano. Non possiamo stracciarci le vesti ogni volta che emerge un’inchiesta sulla logistica e poi evitare di arrivare a una proposta concreta. A livello politico, e qui vado un po’ oltre l’ambito del mio “mestiere”, è sempre più urgente. È sempre più difficile spiegare perché il Sml sarebbe peggio di un sistema arzigogolato che io, dopo un po’ di anni, sono riuscito a capire, ma non è detto che sia compreso da tutti. Il rischio che prima o poi qualcuno intervenga, anche a gamba tesa, esiste e questo dovrebbe spingere a prendere l’iniziativa. 

Soru: Come si può fare per contrastare gli effetti negativi dell’introduzione del Sml, quali accortezze possono evitare che indebolisca la contrattazione collettiva?

Garnero: Idealmente ci si può muovere su entrambi i binari: si può avere un Sml e un’estensione dei Ccnl come strumento di tutela universale. Questo sarebbe il percorso ideale, che tuttavia si scontra coi problemi menzionati prima. E rimane il rischio che, estendendo i Ccnl attuali il problema potrebbe rientrare dalla finestra. 

La crescita dei contratti pirata riflette, da una parte, un modo di trovare margini “all’italiana”. Dall’altra alcuni Ccnl sono complicati da applicare da Merano a Lampedusa, giusto per citare la dimensione geografica, che è la più ovvia. Forse, nel loro modo sgraziato, i contratti pirata riflettono un problema esistente. Dunque dando forza di legge ai Ccnl il problema potrebbe tornare in una forma che ancora non immaginiamo. Tra l’altro, dare forza di legge a un accordo stretto tra privati non è un passaggio da niente. Le leggi di solito sono prodotte da degli eletti, in un sistema di pesi e contrappesi e garanzie istituzionali.

Si potrebbero trovare criteri per questa estensione. Un’idea, abbastanza generica, potrebbe essere quella di permettere di aggiustare questa griglia salariale di riferimento al livello locale, che non significa il far west, ma una decentralizzazione organizzata, diversa da quella inglese o australiana dove tutto avviene a livello della singola impresa. Il riferimento sono la Svezia e la Danimarca, dove il Ccnl rimane il riferimento ma viene “aggiustato” a livello locale.

Infine, credo che migliorando la qualità e l’accessibilità dei dati sui rinnovi dei Ccnl avremmo degli strumenti per valutare l’impatto del Sml quasi in tempo reale. Un aggiustamento in questo senso sarebbe importante anche per altri motivi.

Scacchetti: Sul tema dell’autonomia credo che per il sindacato sarebbe un errore mettersi in una posizione difensiva, soprattutto se esercitando l’autonomia non si riesce a risolvere i problemi. È la ragione per cui, come Cgil, non ci siamo mai seduti a un tavolo sul Sml con una opposizione ideologica alle discussioni che si sono aperte. Tuttavia bisogna sempre considerare la fase storica e il livello di interlocuzione politica a cui si fanno queste discussioni, per le quali mi sembra difficile costruire un percorso simile a quello tedesco, caratterizzato da un tragitto lungo ma in un contesto di solidità del processo politico, in particolare rispetto alle parti sociali. Come ho detto, io ho sempre pensato che l’ultimo testo proposto dalla Catalfo dopo una discussione articolata con le parti avesse determinato qualche punto di equilibrio. La retribuzione equa e proporzionata ai sensi dell’art. 36 era individuata nella retribuzione definita dai contratti collettivi nazionali di lavoro e in quella norma la cifra era sostanzialmente un tappeto minimo che si proponeva nella costruzione dei contratti collettivi nazionali.

Lo dico anche in relazione al fatto che con l’introduzione di un minimo più alto non si risolve la questione salariale perché noi abbiamo soprattutto un problema nella costruzione dei salari medi; tant’è che quel minimo di 9 euro, se comprensivo di tredicesima e quattordicesima, come alcuni evidenziavano nella proposta, in realtà sta già dentro la maggior parte dei Ccnl.

Come dice Andrea il tema è anche la forza contrattuale. In mancanza di questa non possiamo pensare che una norma porti a un aumento automatico di 200 o 300 euro all’anno. Tant’è che la discussione della proposta Catalfo si fermò anche in seguito alla richiesta di una parte del mondo delle imprese di compensazioni. 

Sulla sperimentazione anche io ho la preoccupazione che individuava Anna, siamo un paese molto fragile dal punto di vista del rispetto delle norme. Ma anche io credo che si potrebbe favorire una forte relazione con le parti sociali per capire quali equilibri si tengono per affrontare questo tema senza pregiudicare la tenuta del sistema contrattuale anche nei settori più deboli. Anche questa idea di un Ccnl più leggero e della contrattazione collettiva aziendale territoriale forte si scontra con la realtà dei fatti e degli ultimi 15-20 anni, in cui sono stati offerti incentivi fiscali per favorire la contrattazione di secondo livello, che ciononostante non si è allargata in una proporzione utile a determinare un cambio di passo. Infine, in un sistema dalle profonde disuguaglianze territoriali, credo che il Ccnl sia un presidio importante sia a livello economico sia nella costruzione di un sistema di diritti e di tutele. Farei attenzione a indebolirne la validità.

Per le ragioni che abbiamo citato, credo sia difficile che le parti sociali prendano autonomamente l’iniziativa: qualcuno è nettamente contrario, altri sono preoccupati dagli effetti diretti e indiretti sul sistema contrattuale. Credo sia importante capire se c’è la volontà politica di mettere mano alla regolazione del lavoro in un mondo che cambia, ovvero affrontare la questione salariale e occupazionale di petto. Se la politica è convinta di volerlo fare occorre smetterla di ragionare per spot o in base alla fase contingente, occorre un’elaborazione più chiara. Ma anche all’interno dei partiti le posizioni sono diverse e questo non aiuta. 

Per me la questione andrebbe affrontata tenendo insieme il tema della rappresentanza, legando Sml alla dinamica della contrattazione in modo che la rafforzi e la migliori in alcune basi. Ma se si aspetta che siano le parti sociali per prime a proporre questo ragionamento è tutto più complicato, bisognerebbe capire se nel ragionamento politico c’è la volontà di affrontare questi temi nell’insieme, non per singoli punti.

Garnero: Sembra che le due cose si tengano. La parte che potrebbe proporlo, che possiamo chiamare “sinistra”, si trova, usando una parola forte, “ostaggio” o comunque è molto suscettibile alla sensibilità dei sindacati. 

Scacchetti: Guarda Andrea, io all’affinità tra la sinistra e i sindacati negli ultimi dieci anni dedicherei un dibattito a parte…

Garnero: (ride) Possiamo dire che le due cose si tengono e chi prende l’iniziativa conta relativamente. La butto lì, se fossi le parti sociali (che sono tante e diverse, lo comprendo) proverei a rilanciare con una proposta alternativa più forte e “vendibile” di quelle attuali, perché ci sono anche altri rischi e certezze, come il rischio che questa cosa prima o poi si faccia comunque. Potrebbe venire da un politico “di pensiero” o semplicemente da uno che vuole fare una misura che costa quasi zero (per anni è stato detto che non si poteva fare niente perché non c’erano i soldi, mentre oggi piovono miliardi…), con l’eccezione, forse, dei costi indiretti sugli appalti. Sarebbe comunque una soluzione semplice che parla alle persone, che potrebbe arrivare con un decreto. Se fossi il governo darei un ultimatum tipo: “Avete un anno per fare una proposta oppure questa è l’alternativa”. 

Ci troviamo davanti al classico dilemma del prigioniero: le parti hanno interesse a collaborare ma l’interesse immediato le porta a non farlo. Per uscirne forse aiuterebbe sapere che se non si coopera potrebbe arrivare un altro risultato. 

E comunque occorre agire con cautela, non come un elefante in una cristalleria. Il blocco è sempre meno sostenibile, sia a livello intellettuale che pratico, il contatore dei nuovi Ccnl del Cnel si è fermato solo durante la pandemia…

Soru: Aggiungo altri due punti a favore del Sml: sarebbe fondamentale per gli ambiti fuori dal lavoro dipendente in cui la contrattazione collettiva non si applica. Con le collaborazioni occasionali c’è gente che lavora 20 ore al mese per cinquemila euro l’anno, avere un riferimento sarebbe fondamentale.

Poi quando sento che Confcommercio e Confindustria si schierano così pesantemente contro il Sml mi chiedo come faccia il sindacato a stare dalla stessa parte.

Garnero: Sul primo punto abbiamo evidenza chiara sui paesi in via di sviluppo. Il Sml funziona come “faro” (si parla di lighthouse effect) anche per i lavoratori informali che non sono coperti da esso. 

Caon: Provo a dire una serie di cose in sequenza, concedendomi di banalizzare un po’. La prima cosa è che rispetto ai pericoli della contrattazione a me, da profano, sembra che il proliferare dei Ccnl dia anche l’idea di una contrattazione che soffre. Quindi mi pare che un Sml intaccherebbe l’utilità di stipulare nuovi Ccnl per abbassare il costo del lavoro.

Poi recuperando quello che dice Anna, leggendo i giornali le parti datoriali sembrano molto contrarie. Si dice che c’è il rischio che le imprese vadano fuori mercato. Su questo: forse sarebbe un bene se uscisse dal mercato chi riesce a starci solo sfruttando i lavoratori. Mi sembra che questo atteggiamento abbia a che fare anche con un modo in cui le parti datoriali e parte della politica hanno pensato il sistema produttivo italiano, una periferia dove si fa lavoro ad alta intensità e mal pagato, e mi sembra che anche il Pnrr vada in questa direzione.

Infine: il Sml sarebbe anche un modo per costringere il settore pubblico a pagare di più, gare, appalti, anche stage volendo, e questo avrebbe un effetto rilevante anche sul resto del mercato.

Garnero: Sul rafforzamento: il titolo della legge tedesca che introdusse il salario minimo era proprio “Legge per il rafforzamento dell’autonomia della contrattazione collettiva”. Il punto che sollevi è interessante, sicuramente il Sml farebbe pulizia dei contratti pirata, dunque potrebbe anche rafforzare la contrattazione collettiva vera.

Sul secondo punto c’è un paper che fa vedere che in Germania le imprese marginali sono andate fuori mercato ma i lavoratori sono stati riallocati su imprese a maggiore valore aggiunto. In un modello statico l’effetto sull’occupazione c’è, ma a livello dinamico potrebbe cambiare.

Non piace neanche a me quando si dice che il Sml è una panacea contro: bassa produttività, compressione salariale, disagio infantile, crescita limitata etc. Una fava per 90 piccioni non basta. 

Sulla Pubblica amministrazione sfondi una porta aperta, è specializzata a offrire salari ridicoli o a zero.

Gli stage non sono contratto di lavoro, dunque il Sml potrebbe essere un riferimento ma non ci sarebbe nessun effetto diretto.

Cavani: Ecco, davanti a tutto questo, forse se la Cgil facesse una proposta concreta invece che chiedere se quelle attuali comprendono tredicesima e quattordicesima forse potrebbe trainare altri ed evitare che si pensi che non si sta ponendo il problema.

Scacchetti: Su questo precisiamo: la Cgil non ha una proposta in merito. Ha proposte su altri temi come la rappresentanza. Poi concordo che piuttosto che un intervento calato dall’alto per una materia che ha tanto a che fare con il ruolo contrattuale delle parti sociali è meglio mettersi nell’ottica di agire. Come abbiamo fatto con la proposta Catalfo, un tavolo che non si è interrotto per volontà sindacale, forse anche per problemi a trovare una mediazione politica o per il cambio di maggioranza. È un tema oggettivamente faticoso. Poi io a leggere la letteratura penso che in certi casi potrebbe essere uno stimolo, come dice Emanuele, alla contrattazione. Ma ciò non toglie che la complessità del nostro sistema e del quadro delle dinamiche dei rapporti di forza nello stesso incida moltissimo. Non si possono alzare i salari del 5% per legge senza aspettarsi conseguenze in un modello dinamico. 

Sicuramente se qualche presunto imprenditore finisse fuori dal mercato farebbe un favore al mercato stesso. 

Sugli appalti concordo che c’è un problema. Nel nostro paese che piaccia o meno c’è una parte consistente del sistema produttivo che ha una competitività basata sulla contrazione dei costi e riduzione dei salari. Questa è la questione politica. Noi, con difficoltà, abbiamo fatto proposte per dare risposte su consolidamento dei contratti, riduzione del dumping contrattuale: una strada oggettivamente più faticosa e, in assenza di un intervento normativo, anche molto lunga. 

Anche io da sindacalista penso che quando i padroni sono contro qualcosa io sono a favore, ma poi nella dinamica relazionale è un po’ semplicistica (ride)

Garnero: Una domanda sulla posizione della Cgil: negli ultimi giorni il tema è tornato improvvisamente sull’agenda. Sembrava che per la prima volta la Cgil, con Landini, avesse fatto un’apertura. È così?

Scacchetti: Partiamo da una certezza: non c’è un documento interno della Cgil sul salario minimo, proprio per le ragioni che dicevi tu all’inizio. Parlare di Sml è complesso. Tra le organizzazioni confederali, con cui abbiamo cercato di tenere una posizione unitaria sul tema, siamo stati quelli meno chiusi nella discussione. Io, ma credo anche la Cgil tutta, pur con sensibilità diverse, quando ho avuto occasione di rappresentare la posizione della Cgil non ho mai detto che il Sml è il male perché crea problemi alla contrattazione o ai sindacati, perché oggi, come abbiamo detto, la debolezza della contrattazione e le altre cose che abbiamo nominato non possono far dire a un sindacalista che il tema non vada affrontato.

Però soluzioni semplicistiche mi spaventano di più dei ragionamenti complessi. Forse una discussione potrebbe partire dall’analisi del perché alcuni sono di fatto esclusi dalla contrattazione collettiva.

Mentre la Cgil non si è mai schierata apertamente a favore del Sml, rimanendo aperta al dialogo, altri sindacati hanno avuto posizioni più rigide. Detto questo, non posso dire che la Cgil è favorevole, alcune preoccupazioni rimangono, in particolare la difesa di un sistema che ha coperto anche i lavoratori più fragili per decenni. Dire che abbiamo bloccato o impedito la riflessione non credo sia appropriato, ma è una discussione molto complessa nella vita democratica dell’organizzazione ed è un tema che oggettivamente non mettiamo tra le priorità delle nostre rivendicazioni. Ma è un tema che esiste  e le persone con cui ci confrontiamo iscritte e non ci sollecitano in questo senso, soprattutto quelli che stanno negli ambiti di contrattazione più deboli.

Garnero: Quando si valutano le posizioni dei sindacati spesso si sottovaluta il peso della loro politica interna. Per essere chiari: le sezioni con molti iscritti che rappresentano settori dove la contrattazione collettiva è forte vedono più rischi nel Sml e non lo ritengono una priorità. Ma non è il momento di pesare le tessere, è il momento di parlare a chi non è rappresentato. Poi, in soldoni, quando si parla di possibilità di danni del Sml per la contrattazione si parla del settore metalmeccanico e chimico, negli altri nel peggiore dei casi non succede niente. 

C’è la possibilità di tenere insieme tutti questi pezzi, anche perché la paura per la fuga dalla contrattazione collettiva c’è già. Ci sono aziende che la evitano per sottopagare, altre che ne escono per motivi diversi, come Fiat e Luxottica. Comunque io non ho la sfera di cristallo ma credo che i danni sarebbero comunque inferiori ai possibili vantaggi. E neanche lo stallo è a rischio zero, anzi…

Cavani: Intervengo per riportare il punto di vista di chi, come noi in Acta e Redacta, prova a creare un’organizzazione da zero in ambiti scoperti dalla contrattazione. Che gli sforzi siano di volontariato o meno, la disponibilità di tempo delle persone è una variabile fondamentale e, ancor di più in settori in cui si lavora a cottimo, questa è direttamente collegata ai compensi. Dunque con un Sml di riferimento capace di alzare le retribuzioni si libererebbe più tempo da dedicare a mobilitazione e rappresentanza con cui si potrebbe arrivare a conquiste più sostanziali.

Scacchetti: Tutta questa discussione ha a che fare con la storia delle organizzazioni tradizionali, che hanno avuto l’apice della propria autorevolezza in epoche in cui il lavoro era configurato in un modo ben preciso. La sfida è mantenere intatto il nostro sistema valoriale rappresentando fasce che non stanno nel sistema fordista. Una questione enorme, di come si evolve la rappresentanza.

Tuttavia, la forza contrattuale non dipende solo dal livello di partecipazione, ma anche da come è costruito il mercato del lavoro. Noi non siamo sempre più forti negli ambiti dove abbiamo una percentuale maggiore di iscritti, ma anche in ambiti dove c’è una storia di relazioni sindacali, mentre nei settori nuovi ci manca riconoscibilità. È un tema in cui si è sempre in ritardo rispetto alle urgenze, ma abbiamo lavorato tanto e abbiamo portato a casa qualche risultato. 

Ma è vero che a volte siamo tarati sul modello industrialista, e questo non è sempre negativo, uno dei nostri obiettivi è rilanciare l’industria… Ma è vero che ci sono modelli sindacali diversi ma non meno forti o riconoscibili. Sul tema mi interrogo molto. 

Concordo che i tempi siano maturi per fare questo salto. Penso ad alcune campagne che abbiamo fatto in questi anni, anche sul lavoro autonomo. Abbiamo accompagnato altre associazioni sul tema dell’equo compenso, per il lavoro autonomo che, a livello di necessità di tutele, ha caratteristiche di dipendenza. 

Parlavate di tirocini: dovrebbero essere un modello di formazione ma stanno cannibalizzando l’ingresso nel mondo del lavoro e vengono spesso usati in modo improprio. Se quello è il livello, se la concorrenza è giocata sul non riconoscere il lavoro come tale, è tutto molto difficile. Insomma la questione salariale ha molti aspetti che interrogano il sindacato e credo che dobbiamo essere aperti a queste discussioni.

Soru: Possiamo concludere che la Cgil non è contraria a Sml?

Scacchetti: Dipende Anna, se ci viene fatta una proposta di Sml che è contraria alla contrattazione…. Capisco la sollecitazione, veramente, su questi argomenti non sono sempre maggioritaria in Cgil. Sono d’accordo che dobbiamo affrontare i temi che stiamo discutendo. Se la domanda è se sono favorevole a una regolazione della rappresentanza e della rappresentatività e, legato a questo, il rafforzamento della contrattazione, allora la risposta è affermativa. Ma la domanda messa così è un po’ troppo semplificata e la risposta non può esserlo allo stesso modo. Me la cavo così!

Soru: Allora provo a riformulare: possiamo dire che la Cgil non è contraria in linea di principio al Sml se questa misura è accompagnata da altri strumenti di rafforzamento della contrattazione?

Scacchetti: Sì, così lo puoi dire.

Soru: Mi sembra un bel passo avanti, fino a qualche anno fa la posizione era diversa.

Scacchetti: Diciamo che è una discussione a cui, se è impostata così, l’organizzazione non si deve sottrarre. D’altra parte può venire un altro che in Cgil ha una storia diversa dalla mia e rispondere di no, perché vede solo i rischi. Se il disegno di legge Catalfo fosse andato avanti sarei stata una di quelle che, nell’organizzazione, avrebbe fatto una riflessione sul sostenerlo.

Soru: La Cgil fa proposte su tutto, ne ha fatte anche sul lavoro autonomo quando ne sapevate molto poco, perché non la fate qui? C’è il rischio che il Sml vi cada sulla testa… 

Scacchetti: Allora il tuo ragionamento è un altro: visto che c’è una discussione sul Sml la 

Cgil deve fare una proposta. Ma visto che questa discussione non c’è, nel senso che ce ne sono centoquaranta diverse… 

Se mi chiedi le dieci priorità della Cgil, il salario minimo non c’è, noi ne vediamo altre. Ma se il dibattito individua alcune proposte che stanno in quell’alveo io credo che, se non è uno strumento di opposizione alla contrattazione collettiva, la Cgil deve sfidare anche se stessa e la propria capacità di fare contrattazione su questi temi. La contrattazione non è che la facciamo da soli…

Soru: Capisco benissimo, siete voi che decidete le vostre priorità. Quello che posso dire da osservatrice esterna è che la posizione sul Sml del sindacato è sempre meno capita. Molti, tra cui noi, non riescono a capire.

Scacchetti: Di questo sono consapevole, per questo credo che i dibattiti servano, perché quando lo schema è sei contro / sei a favore è davvero difficile rispondere se si vuole affrontare la complessità in cui ci troviamo. Se mi chiedi: sei d’accordo che la gente non possa lavorare per meno di 4, 5, 6, anche 7-8 euro/ora viste le condizioni di alcuni… sono d’accordo. Ma la risposta è solo l’introduzione del Sml? Forse, ma io dubito che la risposta sia solo questa, perché non ce lo daranno gratis… nella dinamica della relazione negoziale non è a costo zero. C’è sempre un datore di lavoro che lo deve dare. 

Sarei un po’ cauta. Non posso dire sono a favore del Sml anche perché ci sono tanti modi per farlo, in Europa se ne trovano di ogni tipo. Per me i minimi contrattuali erga omnes possono essere un Sml. Poi, se alcuni di questi sono troppo bassi affrontiamo questo tema e capiamo il perché, ma è un altro tema.  

La lettura che proponi tu: la gente non capisce la posizione della Cgil sul Sml, sembra voglia dire che la gente crede che non vogliamo aumentare i salari o riconoscere un salario dignitoso. Il rischio è che si faccia questa associazione, e così non è.

Soru: La lettura non è solo questa, quanto che la Cgil pensa a proteggere il suo ruolo e non i lavoratori.

Scacchetti: Su questo la tranquillità non ce l’ho, un ruolo lo riesci a difendere se lo riesci ad agire. La condizione di bassi salari, lavoro povero, svilito, non è la migliore per fare i sindacalisti. Se devo difendere un sistema per difenderlo non difendo questo… Poi sulle implicazioni dei cambiamenti c’è il dibattito che abbiamo fatto finora.

Garnero: Interessante questo ultimo scambio. Sono emersi gli equilibri in gioco. Voglio essere ottimista, qualche anno fa la risposta del sindacato non sarebbe stata questa. Non sembra ma il magma sotto la superficie si muove, diciamo così… Il problema è solo quanto tempo c’è da aspettare, è stato così anche in altri paesi e dunque questo non mi stupisce. Il dibattito si sta evolvendo, siamo partiti da posizioni molto semplici come “il Sml deve essere una determinata cifra, 7, 8 o 9 euro e basta” mentre oggi, mi ci metto io per primo, abbiamo una posizione più elaborata. Quindi vedo degli avanzamenti. Certo chi oggi lavora in un settore in cui è pagato 3 euro all’ora di questi avanzamenti intellettuali non se ne fa niente, però guardiamo al bicchiere… un quarto pieno: il dibattito non è fermo a dieci anni fa.

Lavori culturali senza rappresentanza?

di Mattia Cavani e Anna Soru

Negli ultimi anni, complice l’esaurimento dei movimenti dei precari, è emerso un florilegio di pessimismi della ragione e della volontà riguardo le possibilità di mobilitazione dei lavoratori autonomi e “atipici” nei settori creativi e culturali. Mentre tenevano banco le discussioni sulla classe creativa di Richard Florida e la fine del lavoro di Jeremy Rifkin, la condizione di queste professioni continuava a peggiorare e, con l’esplosione dell’emergenza sanitaria, sono diventati molto evidenti problemi già presenti da decenni. Partendo dall’esperienza di Redacta (la sezione di Acta dedicata all’editoria libraria, di cui abbiamo scritto nel primo numero di Officina Primo Maggio) e da alcuni progetti affini a cui abbiamo partecipato nell’ultimo anno (Acta-media, dedicata a chi lavora nella comunicazione e nel giornalismo, e Art Workers Italia, che riunisce le professionalità dell’arte contemporanea), in questo articolo proveremo a tracciare quali sono le problematiche concrete che si incontrano nell’organizzare questi lavoratori e lavoratrici, un passo necessario per misurare le potenzialità di una rappresentanza in grado di emanciparne la condizione, anche oltre l’ottica emergenziale.

Luoghi di aggregazione 

Il primo passo è trovare questi lavoratori: non esiste un luogo fisico analogo alla fabbrica, dove se ne possono intercettare numerosi. Sono sparpagliati e spesso lavorano da remoto in città differenti. Ciononostante, continuano a proliferare forme di auto-organizzazione all’interno della stessa professione o del settore d’appartenenza. Grazie a un mix di relazioni personali e professionali, le prime aggregazioni si manifestano di solito sul territorio; per un successivo allargamento, sono via via più importanti siti dedicati, blog e social media. Questa è per esempio la modalità impiegata da Redacta e Acta-Media.

La pandemia in corso ha da un lato reso evidente l’estrema debolezza di tanti lavoratori e lavoratrici non dipendenti, spesso senza neppure un contratto, rendendo urgente la necessità di coalizzarsi; dall’altro ha accentuato l’importanza di Internet e dei social, non solo come luoghi di manifestazione del disagio, ma anche come spazi di aggregazione. Da qui è nata Awi, che in due mesi ha raccolto oltre 2500 aderenti e che tra le sue fila conta alcune delle categorie più colpite dal blocco delle attività. Esperienza partita come gruppo Facebook, diversamente dalla maggioranza dei gruppi di mestiere nati sui social è riuscita ad avviare un processo di riflessione critica e di presa di coscienza culminata con la recente costituzione di un’associazione formale.

Identità (professionali?)

È difficile, e come Acta l’abbiamo sperimentato, organizzare alleanze sociali di interessi molto differenti in nome di un fine sociale comune. In particolare, i lavoratori autonomi hanno condizioni eterogenee che spingono a una forte individualizzazione, sono poco abituati ad agire collegialmente e ad assumere un punto di vista collettivo.

Aggregare lavoratori che condividono la stessa attività (craft unionism), nella logica dei vecchi sindacati di mestiere è più semplice, perché:

  • c’è, soprattutto nelle professioni più nuove o meno definite, un’esigenza di identificazione professionale, che richiede un processo di ricostruzione di attività frammentate. L’introduzione di un codice Ateco (un codice alfanumerico che indica il settore economico principale nel quale opera il professionista) ad hoc è spesso considerata un primo passo in questa direzione; 
  • ci sono alcuni problemi che sono specifici della professione ed è diffusa una percezione di atipicità (se non unicità) del proprio ambito lavorativo. C’è maggiore disponibilità al confronto con chi si trova nella stessa situazione.

In realtà molti dei principali problemi sono comuni ai diversi “mestieri”, ma la partecipazione diretta, non mediata dalla delega, a un gruppo di “mestiere” aiuta a dare identità e appartenenza, ad acquisire consapevolezza delle condizioni in cui si opera e a creare i presupposti per una coalizione più ampia.

Inchieste e sondaggi online auto-organizzati hanno rappresentato uno strumento prezioso attraverso cui approfondire i problemi, ma soprattutto sono stati dei veri e propri veicoli di coalizione, hanno funzionato come momento seminale per Redacta e Acta-media e sono stati un momento di passaggio importante anche per Awi.

Disegno: Pat Carra

La rappresentanza

Il sindacato ha inizialmente affrontato il proliferare di nuovi lavori cercando di ricondurli all’interno dei confini del lavoro dipendente. Più di recente sembra aver accettato che il lavoro autonomo non solo esiste, ma spesso è scelto dal lavoratore, e che ha alcune sue specificità. Enunciazioni di principio in questo senso (come la Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil) si sono tuttavia rivelate difficili da mettere in pratica. Soltanto in alcuni ambiti, per esempio la sicurezza sul lavoro, c’è stato un effettivo allargamento delle tutele.

Allo stesso tempo però, questo spazio non è stato colto dalle associazioni di tipo professionale, che tipicamente includono lavoratori e datori di lavoro (in genere sotto forma di studi professionali) con interessi che possono essere contrapposti. Quando questo avviene, prevalgono quelli dei committenti, più forti nel mercato ed entro le associazioni. 

Le prime organizzazioni che sono nate per rappresentare il lavoro autonomo di seconda generazione sono organizzazioni non tradizionali, definite quasi-Union, che hanno spesso la configurazione di associazioni, nascono dal basso come auto-organizzazione, sono prevalentemente basate sul lavoro volontario dei propri soci e hanno una membership liquida (non sempre è chiaro chi è socio e chi non lo è). In Italia la prima di queste organizzazioni è stata Acta, l’associazione dei freelance, che corrisponde in pieno a questa definizione.

Il nodo dei compensi

Sul tema dei compensi, che per moltissimi freelance è il problema, tuttavia neanche Acta è stata particolarmente incisiva. La letteratura giuridica ha a lungo dibattuto sulla compatibilità tra contrattazione collettiva e diritto della concorrenza per lavoratori autonomi. Nel lavoro dipendente, in virtù del rapporto di subordinazione, si presuppone che il lavoratore abbia minore potere contrattuale del datore di lavoro, e la contrattazione collettiva serve a riequilibrare il rapporto. Un’analoga presunzione non può essere applicata nel lavoro autonomo, dove il lavoratore potrebbe avere potere contrattuale analogo o superiore a quello del committente e quindi la contrattazione collettiva altererebbe la concorrenza. 

Alcune esperienze sembrano indicare che questo problema di compatibilità giuridica sia in realtà superabile (la contrattazione collettiva è normalmente applicata per gli accordi economici del contratto di agenzia e di rappresentanza commerciale), e sembra che anche la Commissione Europea si stia muovendo in quest’ottica.

È interessante ripercorrere le tappe dell’esperienza per la fissazione dell’equo compenso dei giornalisti freelance. Questo compenso – frutto di un accordo siglato tra il Fnsi, sindacato unitario dei giornalisti, la Fieg, controparte degli editori, il Governo e l’Inpgi, cassa di previdenza dei giornalisti – era equo solo di nome, dato che prevedeva una retribuzione di 20 lordi euro ad articolo; un valore totalmente svincolato dai contratti collettivi dei dipendenti. Il sindacato non è riuscito a tutelare le esigenze dei freelance, privilegiando un approccio che non rischiasse di danneggiare i diritti degli insider. La certificazione di questo fallimento è arrivata con la bocciatura del Consiglio di Stato, che ha giudicato illegittimo distinguere tra giornalisti autonomi e parasubordinati, e ha chiarito che un compenso equo deve essere coerente con quello previsto dai contratti collettivi.

Altrettanto deludente quello che è successo con la norma della riforma Fornero, che indicava per le collaborazioni a progetto la necessità di ancorare la retribuzione del collaboratore alla contrattazione collettiva per figure con analoghi livelli di professionalità, ma questa opportunità non è stata sfruttata e ormai le co.co.pro non esistono più.  

Il sindacato ha inizialmente affrontato
il proliferare di nuovi lavori cercando di
ricondurli all’interno dei confini del lavoro
dipendente

Redacta sta seguendo una strada nuova, su un duplice binario. Da un lato ha fatto un’operazione di trasparenza, raccogliendo su una piattaforma online i tariffari delle maggiori aziende editoriali; dall’altro ha calcolato, per le principali attività, dei parametri di compenso dignitoso. In questo modo fornisce delle indicazioni molto utili a tutti i freelance, in particolare ai più giovani, spesso impreparati a dare il giusto valore ai servizi che offrono.

È presto per dire se questa azione di sensibilizzazione e di coinvolgimento attivo dei lavoratori e delle lavoratrici riuscirà a contrastare le pressioni al ribasso sui compensi, divenute ancora più forti a seguito della pandemia. È possibile che sia propedeutica, laddove ce ne siano le condizioni, a un rilancio della contrattazione collettiva con il coinvolgimento delle associazioni in cui questi lavoratori si riconoscono.

D’altra parte la contrattazione collettiva non è applicabile a tutte le situazioni lavorative, perché non sempre la controparte è individuabile in maniera chiara. Si pensi per esempio a un informatico o a un formatore che lavora con imprese distribuite su molti settori.

Di certo diventa sempre più urgente l’intervento istituzionale per contrastare l’insostenibile concorrenza che proviene dal lavoro gratuito e semi-gratuito, con l’introduzione di un salario minimo legale che rappresenti un riferimento per tutto il lavoro e con il controllo degli stage, spesso abusati, oltre che con l’individuazione di equi compensi, in applicazione della legge finanziaria 2018, il cui rispetto dovrebbe essere garantito nelle attività della pubblica amministrazione e condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione o commessa pubblica. Se i provvedimenti adottati nell’emergenza sono indicativi di una tendenza, possiamo dire che il legislatore è molto lontano da questo approccio. 

Per esempio il Governo ha stanziato 10 milioni di aiuto diretto agli editori di libri classificabili come micro-imprese (considerando il livello di esternalizzazione del lavoro e i fatturati medi, ricadono in questa categoria diversi editori, non solo i più piccoli) e più di 200 milioni per il finanziamento degli acquisti delle biblioteche e di programmi a sostegno della lettura e della domanda di libri (come la 18app).

Nel silenzio delle associazioni professionali del settore, queste misure hanno finanziato direttamente le aziende o progetti che vanno avanti da anni senza ripercussioni apprezzabili sulla remunerazione del lavoro. Redacta aveva proposto, inascoltata, di porre come condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione il rispetto – per tutte le fasi della lavorazione del libro, dalla traduzione alla rilettura delle bozze – dei corretti contratti nazionali ai propri dipendenti e/o dei compensi dignitosi per i lavoratori autonomi coinvolti.

Welfare oltre l’emergenza

Se il tema dei compensi e del sostegno pubblico alle imprese sembrano poter essere affrontati anche da un punto di vista settoriale, il welfare riporta inevitabilmente a coalizioni e approcci ben più ampi. Le misure di sostegno del reddito per i lavoratori autonomi sono state un tabù per anni, ma durante l’emergenza sono state messe in pratica, anche se in modo per molti versi discutibile. Forse il caso più clamoroso è stato il criterio per ricevere i 1.000 euro di maggio: un calo degli incassi del 33% nei mesi di marzo e aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Data la strutturale aleatorietà dei tempi di pagamento dei professionisti, gli aiuti si sono trasformati in lotteria: un professionista in difficoltà potrebbe essere pagato a marzo per un lavoro svolto l’anno precedente, un altro potrebbe non avere problemi eppure avere un mese in cui i pagamenti slittano in avanti.

In altri casi, il Governo ha seguito logiche esplicitamente corporativiste. Ci riferiamo in particolare alla parte del Decreto Rilancio che ha assegnato 5 milioni di euro di un fondo a sostegno dell’intero settore editoriale ai soli traduttori editoriali. Una scelta arbitraria per cui è difficile trovare una ratio convincente, se non la soddisfazione di interessi meramente corporativi.

Oltre a una questione di equità, questo provvedimento ne solleva anche una tattica: è pensabile che la moltitudine di lavoratori e lavoratrici (spesso slash workers, professionisti che svolgono più mestieri) con i più diversi inquadramenti contrattuali e fiscali che compone la forza lavoro attuale riesca a vedersi garantite le tutele fondamentali di welfare organizzandosi per corporazioni? Ci pare irrealistico. L’esito più probabile è un’ulteriore frammentazione tra minoranze di garantiti, in forza di qualche estemporanea manovra parlamentare, e “tutti gli altri”.

Non è più possibile rimandare l’evoluzione verso un welfare che assicuri alcune tutele di base a tutte le tipologie di lavoro, incluse quelle più spurie come la cessione di diritti d’autore, superando discontinuità e frammentazioni contrattuali. Occorre cioè cambiare il nostro sistema di welfare, costruito sul lavoro dipendente, per arrivare a un welfare che tuteli tutto il lavoro, senza le attuali suddivisioni in casse previdenziali, che discriminano i lavoratori non dipendenti e creano difficoltà nelle situazioni di passaggio da un contratto a un altro e nelle situazioni in cui coesistono più incarichi. Per esempio se un lavoratore dipendente diventa autonomo, nei primi mesi di lavoro non sarà coperto da alcuna tutela, perché la protezione da lavoro dipendente si è esaurita con la cessazione del rapporto subordinato, mentre quella da lavoratore autonomo non è ancora attiva perché manca un pregresso contributivo. Se invece consideriamo un lavoratore con più lavori, che afferiscono a diverse casse previdenziali, in caso di malattia o maternità potrà accedere solo alle tutele connesse ad una cassa o addirittura a nessuna tutela se non ha raggiunto i minimi contributivi in una delle casse, perché non è prevista la cumulabilità.

Il 28 ottobre Acta ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati una proposta per garantire la copertura di malattia, genitorialità e riduzione involontaria del reddito a tutti lavoratori.

Emerge con forza il nesso fra forme e attori della rappresentanza e capacità di incidere in modo positivo sulla situazione attuale. Se non saremo in grado di inventare nuove forme di conflitto sui compensi e allargare le tutele di welfare a tutti, gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici, in molti casi la parte più giovane, rimarrà fragile e preda dei capricci della contingenza e questo continuerà ad avere effetti evidenti anche sul resto del mercato del lavoro. 

Davanti a una contingenza della portata della crisi pandemica è evidente che queste sfide non sono più prorogabili.

Bibliografia

M. Biasi, «Ripensando il rapporto tra il diritto della concorrenza e la contrattazione collettiva relativa al lavoro autonomo all’indomani della l. n. 81 del 2017», Argomenti di Diritto del Lavoro, 2/2018.

S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.

C. Heckscher, F. Carré, «Strength in networks: Employment rights organisations and the problem of coordination», British Journal of Industrial Relations, 44, 4, 2016.

E. Sinibaldi, La rappresentanza del nuovo lavoro autonomo, tesi di dottorato, Università di Pavia, Pavia 2014.

La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria

Mattia Cavani

Disegno: Pat Carra

La redazione di OPM ha raccolto la testimonianza di Mattia Cavani, editor freelance e membro di Redacta, un gruppo di professionisti dell’editoria libraria che sta portando avanti un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nel settore. Nato all’interno di Acta, l’associazione dei freelance, questo progetto ha raccolto testimonianze e dati da redattori, traduttori, illustratori, grafici e addetti stampa con l’obiettivo di riaprire il dibattito sullo sfruttamento nell’industria culturale.

Com’è nata l’esperienza di Redacta?

Con Acta[1] ci siamo sempre mossi trasversalmente rispetto alle singole professioni, insistendo su temi che riguardano tutti i freelance: fisco, welfare e previdenza. Tuttavia, uno sguardo così ampio non ci consentiva di mettere sufficientemente a fuoco il problema principale di lavoratrici e lavoratori autonomi, quello dei compensi (che ha implicazioni ovvie per la previdenza e, a causa del meccanismo dei minimi contributivi, sull’accesso effettivo al welfare). Così abbiamo provato a concentrarci su un micro-mercato del lavoro, l’editoria libraria.

Per noi di Redacta[2], oltretutto, questo progetto costituisce un groviglio inestricabile con le nostre carriere nell’industria libraria.  Abbiamo  passato il nostro primo lustro da lavoratori e lavoratrici dell’editoria a rafforzare il profilo professionale: formarci, specializzarci – stando allo stesso tempo bene attenti ad ampliare il ventaglio delle nostre specialità –, coltivare contatti, allargare la nostra rete anche al di fuori dell’editoria tradizionale, e perfino imparare a negoziare per spuntare qualche centesimo in più. Tuttavia la competizione al ribasso sui compensi e sulle condizioni di lavoro, esacerbata dagli abusi sugli stage e dalla mancanza di compensi minimi, ha continuato a svalutare le nostre competenze. Constatati i limiti dell’azione individuale abbiamo presto realizzato che l’unica strada per uscire da questo pantano passava per la costruzione di un solido fronte comune.

Un primo passo necessario è stato capire di quali lavoratori e lavoratrici stavamo parlando e di quali condizioni di lavoro, un tema da sempre escluso dai report annuali dell’Associazione Italiana Editori e che era stato affrontato una prima volta nel 2012 dall’indagine realizzata dalla Rete dei Redattori Precari in collaborazione con la Cgil[3]. Così, insieme ad ACTA, l’associazione dei freelance, abbiamo pensato di far partire la nostra inchiesta. Nell’aprile 2019 sono cominciate le riunioni carbonare con colleghi, amici e amici di amici, poi la rete si è progressivamente ampliata grazie a una serie di interviste e a un sondaggio online. I primi dati[4] parziali non ci hanno sorpreso più di tanto: oltre la metà di chi ha compilato dichiara di avere un reddito annuo lordo inferiore a 15.000 euro lavorando per il settore tra le 30 e le 50 ore alla settimana. Lavorano tanto e guadagnano poco. In tantissimi vivono a Milano, dove si concentra la maggior parte degli editori, ma il costo della vita complica molto le cose.

Disegno: Pat Carra

A fine ottobre 2019 abbiamo presentato una piattaforma programmatica[5] che include una proposta di riordino della normativa sugli stage, compensi dignitosi per limitare il dumping tra i professionisti e misure per farli uscire dall’invisibilità; inoltre abbiamo sfruttato l’occasione per denunciare l’istituzionalizzazione di pratiche palesemente illegali su contratti e tempi di pagamento. Negli ultimi mesi abbiamo portato le nostre proposte sulla stampa[6] e alle fiere di settore (Bookcity a Milano e Più Libri Più Liberi a Roma). A partire da gennaio 2020 abbiamo istituito una riunione mensile per dare una continuità alla nostra azione e rispondere alla crescente domanda di partecipazione che riceviamo.

Quali sono state le reazioni più significative e indicative di uno stato d’animo generale che la vostra proposta ha provocato?

Una parte del nostro sondaggio online riguarda la raccolta dei tariffari dei committenti. Nonostante la garanzia di totale anonimato, nel campo dedicato al nome dell’editore di cui i compilatori fornivano la tariffa abbiamo trovato diverse sorprese: «Campo vuoto, Non posso dirlo, Non si dice il peccatore, Non voglio fare nomi, Pinco Pallo, XXX». Risposte di questo tipo rendono l’idea di quanto sia stata interiorizzata la paura di confrontarsi con gli altri, figuriamoci quindi a che punto siamo con le pretese di “alzare la testa”. Lo stesso timore emerge spesso durante le nostre riunioni: dobbiamo perciò coniugare la massima apertura alla partecipazione con il massimo grado di protezione dell’identità dei partecipanti. Questo vale soprattutto per le numerose “finte partite iVa” che nel settore coprono spesso collaborazioni esclusive e (ne abbiamo conosciute diverse) anche decennali. La stragrande maggioranza del reddito di questi professionisti deriva da un singolo committente, che con un forfait annuale assorbe la quasi totalità del tempo del lavoratore. Lo squilibrio di potere che si viene a creare è notevole anche perché, in un settore relativamente piccolo dove «ci si conosce tutti», passare a vie giudiziarie per sanare la propria posizione costituisce una sorta di harakiri. Così professionisti con grande esperienza e redditi tutto sommato decenti alle riunioni finiscono per essere i più cauti.

Anche i nostri tentativi di ragionare sul tema dei compensi orari hanno scatenato reazioni scomposte. Abbiamo presentato i dati parziali dell’inchiesta in occasione della European Freelancers Week, in un dibattito pubblico a cui partecipava anche un piccolo editore, di quelli di chiara fede progressista. Quando abbiamo mostrato i miseri compensi orari attuali e le nostre proposte per portarli a un livello dignitoso, l’editore è arrivato a sostenere che i nostri dati erano viziati dalla pigrizia dei rispondenti; a suo dire, i cottimisti editoriali, nonostante le tariffe patetiche, se la prenderebbero troppo comoda, esagerando con le pause caffè. In quel momento dal pubblico si sono alzate le mani di tanti che hanno chiesto di intervenire per testimoniare come, in realtà, l’abbassamento delle tariffe delle singole prestazioni sia stato progressivamente accompagnato da un aumento del carico di lavoro previsto per adempiere ciascuna prestazione (non ci sembra un caso che le prime proteste si siano levate quando l’editore ha apostrofato i nostri rispondenti con l’epiteto svilente di «refusisti»). Conoscenti e sconosciuti, freelance e dipendenti, hanno voluto prendere la parola per raccontare la propria verità. Non c’è stato tempo di far parlare tutti, ma è stato un momento importante per noi e per tutti quelli che erano in sala: per la prima volta abbiamo visto la potenza che poteva scatenare una coalizione tra i “cani randagi” di un settore considerato sempre come irriformabile. L’editore che ha scatenato il putiferio si è preso l’ultima parola per precisare, citazione testuale, che lui è «sempre dalla parte dei lavoratori, mica dei padroni»: una chiosa a suo modo perfetta.

Ci sembra che siate riusciti a creare una presa di coscienza. La prima battaglia da condurre è sempre all’interno del soggetto collettivo. Poi in un secondo tempo si affronta il discorso con la controparte. Anche per voi è così?e. Anche per voi è così?

La prospettiva di un confronto con gli editori su compensi e abuso dei tirocini (tanto per cominciare da due temi essenziali) dovrebbe garantirci, di per sé, il sostegno della maggior parte di colleghi e colleghe, ma questo non è affatto scontato. Per esempio, è molto difficile convincere le persone a ragionare sullo stato dell’arte del settore al di là degli schemi preconfezionati dall’Associazione Italiana Editori. Ogni anno il Rapporto sullo stato dell’editoria evidenzia che in Italia si producono troppi libri (siamo vicini alle 80.000 novità all’anno, un 29% in più del dato 2010), una valanga di titoli che crea cortocircuiti logistici e commerciali (denunciati a ogni piè sospinto dalle librerie) e mette in difficoltà persino la promozione. Tra le mille variabili rilevate dal rapporto non c’è mai quella dei compensi; tuttavia un’idea sulla loro evoluzione si può avere dal crollo delle tirature medie (rispetto al 2000 siamo a -47%). In altre parole, il punto di break even per ogni titolo è sempre più basso, dunque lavoro più intenso e meno pagato. Questo banale ragionamento di solito viene accolto con tiepido scetticismo o iperbolica sorpresa (tanti ci chiedono dove abbiamo trovato questi dati, tratti dal più pubblicizzato dossier sullo stato del settore). Sarebbe comprensibile se l’assetto attuale fosse difeso solo dai pochi che, grazie a una rendita di posizione più o meno simbolica, ne traggono ancora qualche vantaggio; ma alle nostre riunioni siamo rimasti basiti quando abbiamo sentito anche alcuni working poor giustificare la propria condizione con varianti dell’adagio: «È il mercato, bellezza».

Disegno: Pat Carra

Dunque prima di pensare a un confronto con   la controparte occorre rimboccarsi le maniche e smontare pazientemente tutto l’immaginario pacificato che è stato costruito intorno al settore; per esempio, spiegare la differenza tra autosfruttamento degli editori (che diventano così gli eroi della situazione) e lo sfruttamento dei lavoratori pagati in gloria o visibilità. Potrebbe sembrare un voler battere sempre sullo stesso tasto, ma occorre restituire la consapevolezza che ogni volta che si lavora per conto terzi esiste un conflitto tra le pretese del professionista e quelle del committente, ovvero uno spazio di negoziazione. Non si può dare niente per scontato, e crediamo che questo valga anche per molti altri settori e per una larga fetta dei lavoratori autonomi.

Ripartire dalle basi non significa, in ogni caso, rinunciare alla fantasia. Durante Bookcity, la settimana di novembre in cui Milano celebra il feticcio del libro e della sua compagnia di giro, abbiamo invaso il passeggio del sabato con una Via Crucis[7]. Dalla Fondazione Feltrinelli al Castello Sforzesco, abbiamo preso come stazioni i luoghi simbolo dell’editoria milanese (tra cui la sede storica del Corriere della Sera in via Solferino, il Laboratorio Formentini e la sede De Agostini a Brera). A ogni tappa un monologo sulla “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria, intesa sia come cammino doloroso, sia come ambigua retorica usata per giustificare la mancanza di scrupoli degli editori. Il successo di questa performance di arte pubblica e delle nostre riunioni, eventi offline e partecipativi, ci fa sospettare di essere sulla buona strada per ripoliticizzare tutto il discorso intorno al libro.


[1] Acta è l’associazione che da quindici anni studia, difende e rappresenta i freelance in Italia.

[2] Per una breve storia del progetto si veda: Redacta libera tutti.

[3] L’indagine Editoria Invisibile, realizzata tra il 2011 e il 2012, è ancora oggi un buon punto di partenza per capire le dinamiche dell’industria editoriale.

[4] Sui primi risultati dell’indagine di Redacta si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Prima parte)

[5] Sulle quattro proposte di Redacta per cambiare il settore editoriale si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Seconda parte).

[6] Intervista rilasciata a «Il lavoro culturale» nel dicembre 2019, si veda: La passione editoriale.

[7] Per un resoconto della Via Crucis organizzata durante Bookcity si veda: Che cos’è successo alla nostra passione? .