Un Pnrr per i lavoratori. Il caso di due filiere produttive nel Bellunese

Matteo Gaddi

Dopo aver pubblicato articoli di analisi e critica del Pnrr, riportiamo qui una serie di riflessioni  scaturite dal lavoro che alcune categorie e strutture locali della Cgil hanno condotto, con il decisivo contributo di delegati di fabbrica e di tanti lavoratori, per elaborare proposte di politiche industriali che si ispirano a logiche diverse da quelle del Governo ma che sono in grado d’intercettare i finanziamenti del Pnrr.

Partiremo dal caso del territorio bellunese, dove prenderemo in considerazione due specializzazioni produttive: quella degli occhiali e quella degli elettrodomestici che, seppur diverse per tipologia di prodotto e per dati economici e occupazionali, presentano comunque diverse affinità; le categorie sindacali che hanno partecipato al lavoro di ricerca, oltre al livello confederale, sono la Filctem (la Federazione dei lavoratori chimici e tessili) e la Fiom (la Federazione dei metalmeccanici).

Uno sguardo ai flussi di import-export dei due settori

I dati relativi alle esportazioni e importazioni sono importanti per fornire indicazioni sull’andamento della produzione e su eventuali processi di sostituzione di volumi produttivi nazionali con importazioni dall’estero. 

Analizziamo innanzitutto i dati relativi alle esportazioni e importazioni di montature e supporti per occhiali, cioè del componente centrale di questo prodotto. Nella parte superiore della Tabella 1 sono riportati i dati di esportazioni e importazioni in termini di peso per gli anni 1995, 2000, 2010 e 2020, mentre nella parte inferiore ci si è focalizzati sugli ultimi cinque anni.

Le esportazioni aumentano nel 2020, del 41,9% rispetto al 1995, ma la crescita delle importazioni è impressionante (706,26%); inoltre, mentre le esportazioni nel 2020 calano del 10,3% rispetto al 2010, le importazioni continuano ad aumentare, seppur a un tasso inferiore (+6,39%) rispetto ai picchi degli anni precedenti. Ne consegue un netto peggioramento dell’indice esportazioni/importazioni, che passa da 7,45 di inizio periodo a 1,31 nel 2020.

Tabella 1. Esportazioni ed importazioni di montature e supporti per occhiali. Periodi 1995-2020 e 2016-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
19952.403.822322.658
20002.667.05610,95632.61896,06
20103.804.22642,642.445.201286,52
20203.411.146-10,332.601.4786,3
Variazione % totale41,9706,26
20164.535.6562.983.816
20174.699.7113,623.370.11712,95
20184.164.255-11,393.466.2172,85
20194.380.3345,193.475.3580,26
20203.411.146-22,132.601.478-25,15
Variazione % totale-24,79-12,81
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Focalizzandoci sugli ultimi 5 anni, possiamo notare che le esportazioni nel 2020 sono calate del 24,79% rispetto al 2016, mentre le importazioni sono calate solo del 12,81%.

In entrambi casi è plausibile ritenere che sia stata la crisi Covid-19 a impattare notevolmente, a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia che hanno prodotto effetti notevoli sul commercio internazionale. 

Da questi dati, quindi, risulta evidente che una quota assai rilevante di montature e supporti utilizzati per la produzione di occhiali in Italia non viene  prodotta a livello nazionale, ma importata dall’estero.

Tabella 2. Importazioni di montature e supporti per occhiali, per paese

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Cina32,22Cina79,61Cina80,75
Austria17,21Slovenia8,12Austria6,68
Francia12,84Germania3,38Slovenia2,47
Germania 11,51Austria2,15Olanda2,43
Slovenia9,48Francia0,91Germania1,39
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Come si può notare, in tutti gli anni considerati (i dati per il 1995 non sono disponibili) la Cina occupa la prima posizione con una crescita impressionante della sua quota che nel 2000 era di poco superiore al 30%,  per poi arrivare attorno all’80% della produzione di componenti.

Invece, dal punto di vista del prodotto finito sono stati elaborati solo i dati degli occhiali da sole.

Tabella 3. Esportazioni ed importazioni di occhiali da sole. Periodi 1995-2020 e 2016-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
19951.199.167453.801
20002.790.031132,661.456.281220,91
20107.680.209175,271.760.44420,89
20206.437.270-16,182.221.27326,18
Variazione % totale436,81389,48
20162.883.884
20179.262.2003.022.8224,82
20188.667.917-6,422.703.831-10,55
20198.683.5360,182.978.79910,17
20206.437.270-25,872.221.273-25,43
Variazione % totale-30,50-22,98
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

In questo caso si nota un andamento diverso rispetto al caso precedente: le esportazioni nel 2020 crescono del 436,81%, mentre le importazioni del 389,48%. 

Anche se in questo caso il divario tra esportazioni e importazioni è di un ordine di grandezza diverso rispetto a quello delle montature, si assiste comunque a un incremento notevole dei quantitativi importati, a testimonianza del fatto che una quota significativa anche di prodotto finito viene realizzata all’estero. 

Tabella 4. Importazioni di occhiali da sole per paese 

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Cina57,81Cina55,22Cina54,96
Irlanda9,66USA10,68USA11,88
Francia9,09Slovenia10,56Portogallo7,2
Austria6,27Francia5,61Irlanda3,84
Altri Asia5,89Altri Asia4,69Olanda3,74
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Anche in questo caso, che riguarda il prodotto finito, è la Cina a occupare la prima posizione, seppur con una percentuale più bassa rispetto al caso delle montature. 

Questa differenza di dati tra montature (prodotto intermedio) e occhiali da sole (prodotto finito) mette in evidenza due cose:

  • l’incremento della produzione in paesi a basso costo del lavoro di input intermedi (che potrebbero essere prodotti in Italia, anche alla luce del fatto che stiamo parlando di prodotti che si fregiano dell’etichetta di Made in Italy);
  • la grande fragilità della catena di produzione dell’occhiale, che dipende in grande misura dalle forniture dall’estero.

Passiamo ora al settore degli elettrodomestici. Qui ci siamo concentrati su un solo prodotto finito (impianti di refrigerazione e congelamento) e un solo prodotto intermedio (compressori). 

Tabella 5. Esportazioni e importazioni di impianti di refrigerazione e congelamento. Periodo 1995-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
1995426.434.08038.367.160
2000526.190.24523,3964.440.50467,96
2010312.443.400-40,62175.630.568172,55
2020283.184.369-9,361.888.011.3457,5
Variazione % totale-33,59392,1
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

In questo caso, mentre le esportazioni del 2020 rispetto a quelle del 1995 calano del 33,59%, le importazioni crescono in maniera molto consistente, del 392,10%. Segno di una evidente sostituzione della produzione nazionale con importazioni dall’estero.

È interessante notare i cambiamenti che sono intervenuti tra i paesi dai quali importiamo il prodotto finito.

Tabella 6. Importazioni per paese di impianti di refrigerazione e congelamento

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Spagna14,02Cina26,32Cina37,16
Francia13,75Turchia12,25Turchia15,94
Germania13,21Polonia11,15Polonia12,79
Corea del Sud8,02Germania8,02Romania7,52
Turchia6,72Ungheria5,81Germania5,48
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Mentre nel 2000 le prime tre posizioni erano occupate da paesi dell’Europa occidentale, nel tempo il cambiamento appare molto significativo: nel 2010 e nel 2020 sono occupate da Cina, Turchia e Polonia, mentre dei due paesi rimanenti solo la Germania si mantiene nei primi cinque. 

In sostanza, nel 2010 e 2020 ben 4 posizioni su 5 sono occupate da paesi a basso costo del lavoro.

I processi di delocalizzazione hanno investito pesantemente il settore degli elettrodomestici: mentre una volta l’Italia era uno dei principali produttori a livello mondiale, nel corso del tempo i volumi sono crollati, soprattutto a seguito del loro spostamento verso i paesi a basso costo del lavoro.

Questa riduzione dei volumi prodotti, provocata dai processi di riorganizzazione delle multinazionali dell’elettrodomestico, ha avuto conseguenze anche sulla produzione di componentistica, come nel caso del compressore.

Tabella 7. Esportazioni e importazioni di compressori, del tipo utilizzato negli impianti di refrigerazione. Periodi 2000-2020. Dati in peso (kg)

AnnoExport valori assolutiVariazione % annualeImport Valori assolutiVariazione % annuale
200083.222.13294.072.096
201053.596.047-35,661.044.681-35,11
202026.801.569-50,0057.724.776-5,44
Variazione % totale-67,79-38,64
Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade.

Le esportazioni nel 2020 sono calate del 67,79% rispetto al 2000, e così pure le importazioni, ma di una percentuale inferiore (38,64%).

In questo caso ci troviamo di fronte a dati diversi rispetto a quelli delle montature per occhiali.

Nel caso delle montature crescevano le esportazioni ed esplodevano le importazioni: la filiera dell’occhiale si è ristrutturata mantenendo una parte di produzione del prodotto finito in Italia (nonostante volumi ingenti di prodotto finito siano andati all’estero) e delocalizzando pesantemente la produzione di input intermedi all’estero.

Nel caso dell’elettrodomestico, invece, il crollo della produzione di prodotto finito in Italia ha avuto l’effetto di penalizzare tanto la produzione interna quanto l’importazione di componentistica.

Tabella 8. Importazioni  per paese di compressori del tipo utilizzato negli impianti di refrigerazione

2000% sul totale importazioni2010% sul totale importazioni2020% sul totale importazioni
Slovacchia20,64Brasile18,36Germania36,87
Brasile10,2Francia13,98Cina21,21
Austria9,06Germania13,2Slovacchia12,12
Spagna8,43Cina11,06Brasile6,89
Belgio8,37Belgio9,65Francia6,78

Fonte: nostri calcoli su dati Comtrade [Nota: il codice Comtrade utilizzato non consente di distinguere tra compressori utilizzati per grandi impianti e quelli destinati agli elettrodomestici di casa: per quest’ultima tipologia infatti, è la Cina a svolgere un ruolo preponderante come vedremo anche in seguito].

La rete di produzione

In entrambi i settori considerati la produzione è stata riorganizzata attraverso profondi processi di esternalizzazione e, come abbiamo visto, di delocalizzazione.

Nel caso dell’occhialeria il processo produttivo è stato scomposto e diverse fasi sono state affidate a imprese localizzate sia all’estero che sul territorio, queste ultime in genere di dimensioni molto piccole.

La maggior parte delle minuterie e dei semilavorati forniti dall’estero proviene dalla Cina:  a causa di difetti e problemi di qualità, molte volte questo materiale deve essere “ripreso” dai lavoratori degli stabilimenti bellunesi, che in questo modo vedono intensificata la loro prestazione, dovendo, oltre alle mansioni “normali” svolgere anche queste operazioni aggiuntive.

La qualità che garantivano i terzisti del territorio era migliore rispetto a quella delle forniture cinesi: in precedenza c’erano imprese del Bellunese specializzate in una fase in grado di produrre elevati volumi con ottima qualità.

Le grandi imprese dell’occhialeria bellunese hanno sempre fatto ricorso a massicce esternalizzazioni verso piccole o piccolissime imprese del territorio che si muovevano in un contesto di forte concorrenza sui prezzi: le aziende committenti pagavano al pezzo imponendo un continuo abbassamento dei costi e una competizione al ribasso. Ovviamente la concorrenza sui prezzi esercitata dalle produzioni cinesi ha completamente spiazzato i fornitori del territorio, già ampiamente indeboliti da questa corsa al ribasso sui prezzi.  

In genere la decisione di esternalizzare alcune fasi del processo produttivo dell’occhiale dipende da almeno quattro ordini di ragioni:

a) l’abbassamento dei costi di produzione; 

b) i carichi di lavoro, in quanto i picchi di ordini a volte sono tali da non poter essere evasi con la disponibilità di personale e le capacità impiantistiche interne all’azienda;

c) il tipo di lavorazione da svolgere: alcune imprese produttrici di occhiali, infatti, non si sono mai strutturate per realizzare internamente alcune fasi del processo, cioè non hanno mai investito per l’acquisto dei macchinari o l’assunzione di personale specializzato;

d) le decisioni assunte dai brand, cioè dalle grandi imprese che detengono la proprietà dei marchi e che, in quanto tali, assegnando una commessa produttiva decidono quali fasi possono essere esternalizzate e quali devono essere eseguite internamente.

Riorganizzazione della catena gerarchica del ciclo produttivo

Dal punto di vista del processo tecnologico, tutte le fasi possono essere esternalizzate, da quelle iniziali a quelle finali. Per esempio, una volta realizzato lo “scheletro” dell’occhiale, questo può essere affidato a imprese esterne per le lavorazioni di abbellimento. 

In alcuni casi l’esternalizzazione riguarda una fase “ampia” del processo produttivo, per esempio, quando un’azienda esterna si occupa di lavorazioni sulla plastica deve realizzare  necessariamente tutte le fasi che compongono questo processo. 

Questo doppio processo di esternalizzazione, cioè verso l’estero e/o verso le imprese del territorio, ha conseguenze piuttosto problematiche.

Dal punto di vista delle delocalizzazioni le conseguenze principali riguardano: a) la perdita di posti di lavoro e di volumi di produzione sul territorio; b) problemi di qualità delle forniture; c) rischi di interruzione della catena di fornitura. 

Dal punto di vista delle esternalizzazioni alle imprese del territorio, i principali problemi sono determinati dalla piccola o addirittura piccolissima dimensione delle imprese fornitrici o terziste. Questo determina: a) la loro incapacità di effettuare investimenti (si pensi all’acquisto di macchine Cnc o di macchine per lavorazioni galvaniche); b) la loro debolezza dal punto di vista finanziario, in particolare per quanto concerne l’accesso al credito; c) la fragilità congenita per cui a una situazione di crisi può corrispondere la cessazione dell’attività di impresa; d) la difficoltà a formare il personale o a svolgere attività di ricerca e sviluppo; e) l’estrema dipendenza dagli ordini e dalle condizioni imposte dalla committenza. 

Per quanto concerne il punto e), questo aspetto non riguarda più soltanto le imprese fornitrici o terziste, ma anche i produttori di occhiali. 

La presenza sul mercato dell’occhialeria bellunese di Kering e Lvhm ha cambiato completamente la situazione. Questi grandi gruppi della moda sono i detentori dei marchi la cui produzione, in base ai vari modelli, viene assegnata come commessa alle imprese del territorio, non solo quelle piccole, ma anche a nomi storici come Safilo, De Rigo, Marcolin, ecc., i quali per accaparrarsi le commesse sono costretti ad accettare le condizioni imposte dai grandi gruppi su costi e tempi di consegna. Questo aspetto, ovviamente, sta scatenando una forte concorrenza tra le imprese del territorio e crea delle difficoltà nella programmazione della produzione.

Questa situazione, se da una parte garantisce volumi produttivi alle imprese costruttrici, dall’altra comporta una serie di problematiche: a) debolezza derivante da situazioni di monocommittenza; b) continua pressione sui costi da parte della committenza che si scarica esclusivamente sul fattore lavoro; c) modalità di trasmissione degli ordini di produzione, con i relativi volumi, che obbligano le imprese costruttrici a riformulare continuamente la loro organizzazione produttiva (inclusa la catena di fornitura), limitando la possibilità di pianificazione dei processi.  

In sostanza i grandi gruppi controllano il primo anello (detengono il marchio, e al massimo il disegno di stile) della catena e l’ultimo (la distribuzione commerciale); per il resto – dalla progettazione alla produzione, passando per la logistica – utilizzano le imprese del territorio.

Il terzo grande attore del territorio è Luxottica che ha imposto un sistema in base al quale assegna le commesse ai produttori, i quali stoccano i pezzi prodotti in un magazzino ma vengono pagati solo quando Luxottica preleva dal magazzino il prodotto finito (chiedendo uno sconto) e addossando al fornitore anche il costo del deposito.

Cambiamenti nella filiera dell’elettrodomestico

Vediamo il caso dell’elettrodomestico, ma prima facciamo un passo indietro. 

Negli anni Sessanta la Zanussi avvia un processo di integrazione verticale delle produzioni, realizzando internamente i componenti principali degli elettrodomestici, tra cui i compressori. Nel marzo 1985, a seguito dell’acquisizione da parte di Electrolux, il piano di riorganizzazione del gruppo Zanussi affronta il tema della componentistica prevedendo solo investimenti “difensivi”; nel corso degli anni il disimpegno di Electrolux nei confronti della produzione di componenti si accentua arrivando alla cessione della produzione di compressori.

Si verifica quindi un processo di disintegrazione “verticale” del Gruppo. La cessione a operatori esterni della componentistica e i processi di riorganizzazione internazionale che hanno pesantemente investito anche questo settore finiscono per determinare la situazione attuale, caratterizzata da un elevato livello di fragilità della catena produttiva.  

Questa fragilità investe in particolar modo il compressore, che costituisce il componente chiave degli impianti di refrigerazione: il suo funzionamento governa quello complessivo dell’impianto di refrigerazione e impatta notevolmente sui consumi energetici.

Nei prossimi due anni la produzione di frigoriferi in Europa sembra attestarsi su livelli significativi, come si vede dalla tabella 9. 

Tabella 9. Le previsioni di produzione di frigoriferi in Europa (in pezzi)

Costruttore20212022
Arcelik6.000.0006.000.000
Bosch4.050.0004.100.000
Electrolux2.700.0002.700.000
Liebherr2.000.0002.100.000
Samsung1.500.0001.500.000
Vestel3.400.0003.500.000
Whirpool3.850.0003.850.000
Totale28.100.00028.500.000
Fonte: nostri calcoli sui piani industriali e i bilanci delle imprese.

In Europa nei prossimi anni è prevista una produzione di frigoriferi superiore a 28 milioni di pezzi. A questi si dovrebbero aggiungere anche gli impianti di refrigerazione a uso industriale. 

La domanda è: chi, e da dove, fornirà i compressori necessari a questi frigoriferi?

Il mercato mondiale dei compressori domestici e commerciali vale in totale 170 milioni di pezzi, di cui 140 destinati all’elettrodomestico di casa, e i restanti 30 a uso commerciale (professionali, banchi frigo ecc.).

Il numero di produttori di compressori si è notevolmente abbassato nel corso degli ultimi decenni e la produzione ha conosciuto un processo di concentrazione aziendale e geografica notevole.

In Cina producono Jiaxipera (35 milioni di pezzi), Gmcc (30  milioni), Donper (20 milioni), Wanbao (15 milioni). La giapponese Nidec, grazie a una serie di acquisizioni, produce oltre 35 milioni di pezzi con siti localizzati in Brasile, Cina e Slovacchia. Le coreane Samsung e Lg  e la giapponese Panasonic hanno le produzioni localizzate prevalentemente in Cina, mentre un altro grande produttore è Tee (del gruppo turco Arcelik). Oltre a Secop, la cui produzione è localizzata in Slovacchia e Cina, l’unico produttore europeo di compressori è Acc di Belluno. 

Dei 140 milioni di compressori per frigoriferi domestici prodotti a livello mondiale, solo 12 milioni  (comprendendo anche Russia e Turchia) sono prodotti in Europa, cioè solo l’8,5%.

Tabella 10. Quote di mercato dei compressori in Europa nel 2018 

ProduttoreQuota di mercato in %
Jiaxipera38
Embraco13
Tee9
Secop7
Acc 7
Donper7
Gmcc6
Samsung6
Altri3
Atlant3
Wanbao2
Panasonic1

In sostanza, le produzioni europee di frigoriferi dal punto di vista del compressore dipendono in larghissima misura da forniture localizzate in altre aree del mondo. 

Il venir meno di Acc, che è l’unico produttore europeo, non farebbe che incrementare ulteriormente questa dipendenza. 

La ricostruzione e il rafforzamento delle filiere industriali dell’occhiale e dell’elettrodomestico

In entrambi i casi la produzione del prodotto finito risulta fortemente dipendente da catene di produzione sempre più frammentate e geograficamente disperse.

Questo costituisce indubbiamente un elemento di fragilità in quanto qualsiasi shock (una pandemia, il blocco di importanti canali di trasporto, ecc.) può determinare l’interruzione della catena di produzione. 

La prossimità geografica rispetto alla produzione del prodotto finito, consente di accorciare le filiere, ridurre i tempi di consegna, ridurre i costi economici e ambientali dei trasporti, rafforzare l’intera catena di produzione con possibili ricadute occupazionali.

Nel caso dell’elettrodomestico, oltretutto, i dati sembrano indicare una ripresa significativa di questo prodotto. 

Nel comunicato stampa del febbraio 2021, Applia [Associazione dei produttori di apparecchi elettrici  domestici e professionali, N.d.R.] ha fornito una serie di dati relativi all’andamento del settore: i grandi elettrodomestici hanno chiuso il 2020 con una “sostanziale tenuta”. In Italia si è registrata una crescita in termini di valore dello 0,8%, e in termini di volume dello 0,3%. Le vendite all’estero, in volume, hanno registrato un +2,2%, grazie al forte recupero che ha fatto seguito al crollo dovuto al lockdown. Dal punto di vista della produzione, mentre nei primi due trimestri c’è stata una grande riduzione dei volumi (segnando, rispettivamente, -16,1% e -26,6%), nei due periodi successivi c’è stata una ripresa (+19,6%, +26,3%). Complessivamente nel 2020, nonostante i problemi determinati da pandemia e lockdown, la produzione ha chiuso con un incremento dello 0,4%.  Di assoluto rilievo i numeri registrati per i piccoli elettrodomestici, che confermano anche per quest’anno, in maniera ancora più significativa, una crescita maggiore sia in valore (+19,4%), sia in volume (+13,3%). Le vendite, supportate significativamente dall’online (arrivato a pesare quasi il 40% del totale del mercato), sono proseguite in maniera sostenuta lungo tutto l’anno. 

Questi dati possono essere letti anche alla luce dell’andamento positivo del settore arredamento. L’elettrodomestico, e in particolare il frigorifero, può essere pensato come parte integrante di una filiera, quella dell’arredamento domestico, che costituisce una delle eccellenze del Made in Italy. 

Quindi il settore della refrigerazione e dell’occhiale vanno trattati in termini di filiere produttive Made in Italy e questo consente di formulare alcune proposte in materia di politiche industriali, con uno sguardo rivolto al Pnrr.

Il sostegno dato dal sistema di bonus tanto al settore arredo, quanto a quello degli elettrodomestici, si giustifica in questo senso.

Secondo i dati forniti il 31 agosto 2021 da FederLegnoArredo, nel primo semestre 2021, rispetto al 2020 si è registrato un aumento delle vendite complessive del 56,2% (mercato italiano +65%); rispetto al primo semestre 2019 la crescita è stata del 15,4% per le vendite totali e del 19,5% per le vendite Italia.   

L’investimento 5 della Missione 1, Componente 2 (M1C2) del Pnrr riguarda proprio le “Politiche industriali di filiera e internazionalizzazione” e segnala come criticità delle filiere del Made in Italy «la frammentazione e le ridotte dimensioni (che) hanno portato nel lungo periodo a problemi di competitività, soprattutto nei settori dove sono maggiormente rilevanti le economie di scala e la capacità di investimento».

Questa formulazione sembra indicare nell’aggregazione delle imprese di una stessa filiera una via per aumentare la dimensione media, concentrando risorse in grado di rafforzarle dal punto di vista occupazionale, industriale, finanziario, della ricerca ecc. Si può infatti ipotizzare la creazione di un fondo espressamente dedicato all’aggregazione di queste imprese. 

Questo fondo potrebbe essere integrato con altri strumenti, quali per esempio, il fondo di capitalizzazione delle Pmi già previsto nel Decreto Rilancio la cui gestione è stata affidata a Invitalia. I soggetti pubblici interessati a un’operazione del genere, oltre a Invitalia, potrebbero essere Cassa depositi e prestiti e il Fondo italiano d’investimento (controllato da Cdp) in cui opera il Fondo consolidamento e crescita, dedicato all’acquisizione di partecipazioni dirette nel capitale di piccole e medie imprese italiane con l’obiettivo di favorire i processi di aggregazione all’interno delle rispettive filiere produttive. 

Occorre precisare tuttavia che un’esercitazione di questo tipo ha un minimo di senso solo se è inquadrata all’interno degli strumenti attuativi che il Pnrr prevede, altrimenti resta sospesa nel vuoto. Uno di questi strumenti è il cosiddetto “Contratto di sviluppo”. 

Una volta individuate le imprese con la stessa tipologia di prodotto o con prodotti complementari o parti di prodotti sequenziali, va costruito un progetto di aggregazione/crescita dimensionale che comprenda anche politiche industriali di filiera (cioè che rafforzino il legame tra imprese clienti e aggregazioni/cluster di fornitura), meccanismi a supporto della contrattazione inclusiva di filiera, misure di stabilizzazione dei lavoratori ecc. In questo caso non stiamo parlando di aggregazioni tra imprese che rischierebbero di far emergere possibili sovrapposizioni, con possibili conseguenze sui livelli occupazionali in termini di riduzione della forza lavoro. Al contrario, il rafforzamento derivante da processi di aggregazione costituirebbe l’unica garanzia per mantenere sul territorio significativi volumi di produzione per tutelare, e possibilmente incrementare, i livelli occupazionali. Infatti, spesso  per le piccole e piccolissime imprese della filiera dell’occhiale un momento di crisi coincide con la loro chiusura, ma i loro volumi produttivi non possono essere assorbiti da altre aziende del territorio in quanto la loro ridotta dimensione gli impedisce di realizzare i necessari investimenti per incrementare la capacità produttiva. Questi volumi, quindi, vengono persi dal territorio prendendo la strada dell’estero. Ci si trova di fronte a una sorta di “trappola dimensionale”: le piccole imprese producono su commessa delle grandi solo finché sono in grado di reggere; e la loro debolezza non gli consente di fare investimenti per crescere e rafforzarsi in modo da mantenere produzione e occupazione sul territorio.

Questi processi di rafforzamento della filiera:

  • nel caso dell’occhialeria dovrebbero assumere come obiettivi sia l’aggregazione di natura orizzontale (aziende impegnate nelle stesse tipologie di produzione), sia quella verticale (integrazione delle varie fasi della filiera); inoltre, alla luce delle dinamiche descritte in precedenza, appare opportuno che anche imprese di dimensioni rilevanti realizzino processi di aggregazione, soprattutto a fronte della trasformazione di produttori storici in fornitori di Kering e Lvmh;
  • nel caso dell’elettrodomestico, il Contratto di sviluppo dovrebbe essere centrato sul salvataggio di Acc quale produttore del componente principale del frigorifero e sul coinvolgimento delle principali imprese utilizzatrici di questo prodotto con la finalità del rafforzamento della filiera.

Il superamento della fragilità delle filiere di produzione, e del conseguente rischio di una loro interruzione, passa attraverso una riverticalizzazione dei processi di produzione sia tramite processi di in-sourcing che di rilocalizzazione di ciò che prima era stato delocalizzato.

Ovviamente la rilocalizzazione non avverrà spontaneamente, cioè senza un forte intervento di politica industriale.

Questo tema sembra essere stato colto dal governo francese che nel suo Piano di rilancio (settembre 2020) ha messo in evidenza le criticità dell’attuale struttura industriale e previsto alcune misure di intervento. Questo Piano indica chiaramente come la sfida sia quella di sostenere gli investimenti che permetteranno all’economia francese di garantire la sua indipendenza dalle forniture da paesi terzi. Pertanto l’obiettivo del Piano francese è quello di concentrarsi su alcuni settori e catene del valore strategiche per sostenerne gli attori in modo da assicurare gli approvvigionamenti, creare nuove attività e quindi posti di lavoro sul territorio francese.

Oltre alle catene del valore strategiche, il Piano francese prevede come obiettivo generale il supporto ai progetti di localizzazione di attività industriali nei territori, al fine di sostenere questi ecosistemi industriali locali, con il coinvolgimento del braccio pubblico, rappresentato da Bpifrance.  

Nel caso dell’elettrodomestico è possibile avanzare un ulteriore esempio di processo di aggregazione: quello cioè che potrebbe coinvolgere anche i principali attori del settore della refrigerazione industriale. In questo modo si potrebbe: a) dar vita ad un forte soggetto industriale del settore; b) rafforzare ulteriormente la filiera in quanto la produzione di compressori avrebbe come riferimento principale a livello nazionale questo soggetto. Il soggetto industriale risultante da questa aggregazione avrebbe dimensioni rilevanti, come si può notare dalla tabella 11. 

Tabella 11. Un esempio di “campione nazionale” derivante da un processo di aggregazione in termini di valore della produzione (dati dai bilanci aziendali).

ImpresaValore della produzione (2019) – dati in migliaia di euroDipendenti
Ali Group458,911.677
Arneg272,51671
De Rigo Refrigeration54,95276
Epta Costan381,991.920
Rivacold167,93981
Totale1.336,2385.525

Questa aggregazione darebbe vita a un produttore con 1,3 miliardi di valore della produzione e 5.525 dipendenti (contando solo quelli direttamente dipendenti dall’azienda). In questo esempio andrebbe inserito anche il settore professional di Electrolux. 

Ovviamente non esiste nessun automatismo che porterebbe a un rafforzamento della filiera. Se questi processi venissero lasciati al mercato non vi sarebbe nessuna garanzia di tenuta per la filiera di fornitura degli impianti di refrigerazione, a partire dalla produzione del compressore. Si renderebbe necessario, come anticipato, accompagnare questi processi di aggregazione tramite lo strumento del Contratto di sviluppo. 

I riferimenti all’utilizzo di specifici e concreti strumenti di intervento, già esistenti, muovono dalla preoccupazione di costruire ipotesi di politica industriale che siano credibili e fattibili con gli elementi che sono a disposizione di un governo; altrimenti qualsiasi ragionamento si limiterebbe a un esercizio di stile. 

Un nuovo concetto di Made in Italy

In entrambi i casi (occhialeria ed elettrodomestico), si rende necessaria una ridefinizione del marchio Made in Italy, anche per evitare, come nel caso di Smeg, che si consideri fabbricato in Italia un frigorifero realizzato da Beko in Turchia e Spagna, sul quale vengono assemblati in Italia solo porta, tetto e fianchi. Così come non può essere considerato Made in Italy un occhiale che viene realizzato pressoché interamente in Cina e che in Italia è oggetto soltanto di attività di tampografia e abbellimento. Nel caso dell’elettrodomestico si dovrebbe verificare se è compatibile con la filiera dell’arredamento.

In questo senso l’articolo 60 del Codice Doganale dell’UE, al comma 2, prevede una disposizione che sembra fatta apposta per ridicolizzare il concetto di Made in Italy, laddove recita che le merci sono considerate originarie del paese in cui hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale.  

Anche la “Regola del valore aggiunto dell’X%” è poco tutelante, in quanto si limita a indicare una percentuale di valore aggiunto da realizzare per ottenere l’indicazione di origine. Nel caso dell’Italia il valore aggiunto minimo deve essere del 45%: appare abbastanza chiaro come, a occhiali provenienti dalla Cina, basti ben poco per aggiungere questa quota di valore aggiunto.

Per questo appare necessario ridefinire il concetto di “Made in Italy”, per riservare  gli strumenti di sostegno pubblico (in termini di sostegno a R&D e supporto agli investimenti ecc.) solo a produzioni realizzate veramente in Italia.

I canali commerciali e l’internazionalizzazione

Il Pnrr prevede una specifica linea di intervento (sempre alla M1C2, Investimento 5) attraverso il rifinanziamento del Fondo 394/81 gestito da Simest che eroga sostegno finanziario alle imprese, in particolare Pmi, per sostenerne l’internazionalizzazione mediante vari strumenti. 

L’individuazione di nuovi canali commerciali appare un passaggio obbligato in particolare per l’occhialeria, che si basa in maniera significativa sull’export; al tempo stesso un servizio di logistica centralizzata potrebbe fornire+- un adeguato supporto all’attività del settore. Non si tratta di costituire un unico distributore commerciale, ma piuttosto di fornire un servizio centralizzato di logistica a supporto delle imprese del territorio, a partire da quelle di dimensioni inferiori. 

Il supporto ai processi di internazionalizzazione, tuttavia, non può avvenire a spot o a sportello per ogni singola realtà imprenditoriale, ma deve essere programmato attraverso uno specifico strumento (Accordo di programma ecc.) che assuma come unità minima di intervento l’intero distretto. Anche in questo caso, quindi, parliamo di strumenti concreti esistenti da collocare, tuttavia, in un quadro più ampio di politica industriale, da realizzare con strumenti di programmazione quali appunto gli Accordi di programma. 

Transizione 4.0 

Il Pnrr prevede quasi 19 miliardi di euro per sostenere, tramite agevolazioni fiscali, gli investimenti delle imprese in beni strumentali materiali e immateriali 4.0, nonché attività di R&D&I.

Questa linea di intervento è già stata oggetto di un’ampia analisi critica sul numero precedente di OPM. Queste risorse non possono essere elargite alle imprese senza la definizione di precisi vincoli sociali e industriali al loro utilizzo. Andrebbero pertanto definiti strumenti (Contratti o Accordi di programma) in grado di fissare precisi impegni da parte delle imprese che intendono fruire di questi sostegni. A titolo di esempio:

  • il divieto di procedere con licenziamenti o con altre forme di riduzione dell’occupazione per i prossimi dieci anni;
  • il divieto di delocalizzare la produzione o parti di essa, così come di esternalizzare parti del ciclo, di appaltare ecc.;
  • meccanismi premianti per chi intende reinternalizzare, generando incrementi occupazionali, parti del ciclo precedentemente esternalizzate o delocalizzate;
  • l’impegno a garantire il pieno esercizio dei diritti sindacali: la contrattazione di secondo livello; la possibilità di contrattare qualità e volumi degli investimenti e l’organizzazione del lavoro (compresi tempi e metodi); la rappresentanza democratica di tutti i lavoratori coinvolti nel processo produttivo (contrattazione inclusiva ecc.);
  • piani di miglioramento dell’ambiente di lavoro in grado di assicurare condizioni di salute e sicurezza tramite investimenti e interventi adeguati ecc.

Conclusioni

Abbiamo analizzato i settori dell’occhialeria e della refrigerazione, che costituiscono due specializzazioni produttive del territorio bellunese e che sono attraversati da processi di riorganizzazione e di crisi molto significativi. 

La ricostruzione dei cicli di produzione e delle filiere è avvenuta in maniera collettiva, tramite momenti di inchiesta condotti con i delegati e i funzionari sindacali di questi settori. In maniera altrettanto collettiva sono state discusse e definite le ipotesi di politica industriale possibili per questi settori, alla luce degli strumenti già previsti dalla normativa e dal Pnrr. 

Vanno evitate illusioni sul fatto che governo e Confindustria (o le singole imprese) si muoveranno, spontaneamente, nelle direzioni indicate. Non basta, cioè, indicare gli obiettivi giusti e gli strumenti concreti per perseguirli: sarà tutto rimesso al conflitto di classe. Ecco perché la costruzione di un punto di vista autonomo e indipendente delle lavoratrici e dei lavoratori appare come un momento ineludibile per mettere in campo iniziative concrete, che consentano di tracciare e sostenere politiche industriali e forme di intervento pubblico alternative alla logica egemone. 

Facciate

Margherita Giacobino

Illustrazione di Federico Zenoni

Erbacce ci ha regalato questo bel racconto satirico di Margherita Giacobino. Noi lo condividiamo come buon auspicio per l’anno nuovo.

I politici avevano deciso che per attirare gli investitori esteri e tirare su il morale alla gente provata dalla crisi pandeconomica bisognava rilanciare l’immagine dell’Italia. Fu approvato il progetto Poveri ma Belli che prevedeva vari tipi di bonus per le facciate: 100% per un lifting tipo berlusconiano (zigomi, cornicioni, fondotinta secondo tabella colori comunale), 130% per il modello Lilli Gruber (copertura completa superfici esterne in silicone e botulino), 195% per l’innovativo modello Marina Abramovic (interventi performativi in metallo, resina e body paint).
Era tutto molto semplice e chiaro, bastava leggere le 3000 pagine di istruzioni. I condomini non pagavano niente perché tutto quello che spendevano veniva magicamente trasformato in credito e ceduto alle imprese edili. Le quali a loro volta lo cedevano alle banche, che in cambio gli davano dei soldi veri – perché i mattoni non si comprano mica a credito – cioé quelli dei risparmiatori che tenevano i risparmi sul conto e non li investivano perché avevano paura di perderli, visto che le borse erano più volatili degli uccelli di passo. A questo punto le banche cedevano il credito allo stato, che sarebbe poi andato a esigerlo da se stesso. Tra gli addetti alle casse dello stato i più ansiosi si posero il problema di come pagare il credito, che visto dall’altra parte diventa debito, ma i colleghi più positivi e tiracampà li rassicurarono: i modi c’erano, i fondi europei, gli edifici pubblici di valore, quadri di Caravaggio e statue di Michelangelo, lingotti d’oro, coca, azioni di Cosa Nostra, seggi in parlamento, ministeri e buoni per il bar di Montecitorio.
Ovviamente a ogni passaggio i costi salivano un po’, era normale perché solo per compilare i moduli si era dovuto assumere un esercito di ragionieri, geometri, architetti e nipoti di uscieri dei vari uffici interessati.
I condomini d’Italia risposero entusiasticamente e presto in tutta la penisola si levarono boschi, foreste, giungle di strutture su cui operai lanciavano urla, davano martellate e ascoltavano a volume altissimo radio di tutto il mondo. Nelle vie centrali delle città il traffico era bloccato, le donne murate in casa dai ponteggi avevano ricominciato a calare i panierini ai corrieri di Amazon, e i commercianti esponevano le loro merci sui tubi e gridavano per attirare i clienti. L’atmosfera era di una festa foranea, rallegrata da brindisi e risse all’ora dello spritz.
Anche a ogni passaggio di mattone dalle mani di un muratore polacco a quelle di un manovale tunisino i costi salivano, perché i mattoni non crescono sugli alberi (per fortuna, visto il ritmo di disboscamento) e il cemento e i tubi nemmeno, e quindi si sviluppò un fiorente mercato nero dell’edilizia.
Agli angoli delle strade, nei sottoponteggi più bui, dove trovano rifugio gli homeless e vanno a morire i piccioni, uomini macho dall’aria minacciosa offrivano laterizi a dieci euro al pezzo, fino a cento euro per una singola piastrella firmata Armani fatta a Taiwan.
Ma tutti erano contenti, perché non pagavano. Parole come credito, bonus e facciata erano euforizzanti e comparvero anche in alcune canzoni pop che andarono subito in classifica. Tutti volevano rifarsi la facciata, e così oltre ai condomini vennero impalcate anche le chiese, le caserme, le banche in fallimento, i musei chiusi, gli ospedali dismessi, gli edifici abusivi e perfino alcune scuole, dove gli alunni poterono poi assistere alle lezioni sui ponteggi, visto che gli interni non erano agibili da anni.
E l’Italia andò finalmente in pareggio, perché a fronte di un debito pubblico a pozzo di San Patrizio poteva vantare una smagliante, nuovissima facciata di credito.

Sulla categoria di paternalismo e il caso triestino

Sergio Bologna

18 ottobre 2021

Diverse versioni di questo articolo sono uscite anche su Il Manifesto (18-10-2021) e Il Fatto Quotidiano (19-10-2021).

Chi ha partecipato intensamente ai movimenti di lotta e di protesta degli anni Settanta può portarsi dietro una serie di stereotipi che certe volte gli impediscono di capire i movimenti di oggi. Quello che succede in queste ore a Trieste non è immediatamente decifrabile, soprattutto per chi non è sul posto. Nessuno può negare però che tante categorie con cui si giudicano alcuni comportamenti di massa sono saltate ben prima dei fatti di Trieste, per cui l’esigenza di fare chiarezza è da tempo avvertita come urgente. Questo è un mio piccolo contributo alla chiarezza, maturato nei miei anni di studio e di docenza sulla storia del movimento operaio.

Vorrei parlare della categoria di “paternalismo”.

Che cosa si è inteso con questo termine? (e non a caso uso il passato). Si è inteso un comportamento del datore di lavoro che offre ai suoi dipendenti un trattamento migliore di quello che avrebbero ottenuto o potrebbero ottenere mediante una tradizionale dialettica sindacale. Alla radice del paternalismo c’è sempre l’idea che il sindacato è superfluo. Questo si può tradurre anche nella costituzione in azienda di un sindacato “giallo”. Il paternalismo è sempre di carattere conservatore e non va confuso con forme di politiche sociali del datore di lavoro che in realtà possono essere fortemente innovative. L’esperienza di Adriano Olivetti, per esempio, si può liquidarla come paternalismo? Penso proprio di no.

Ma il paternalismo è un fenomeno proprio di epoche in cui il sindacato è forte e rappresentativo, epoche in cui valgono i contratti nazionali e il datore di lavoro disposto a dare “un qualcosina in più” è uno che riconosce solo contratti aziendali. Non è la nostra epoca. Da noi i contratti nazionali valgono sempre meno, ce ne sono circa 900 registrati presso il Cnel, il sindacato della cosiddetta “triplice” Cgil, Cisl e Uil, vede costantemente erosa la sua presenza sui luoghi di lavoro, nel comparto della logistica rischia addirittura di essere minoranza, il proliferare di accordi aziendali è favorito dalla presenza dei Cobas. Ma soprattutto c’è un altro fattore di carattere strutturale che cambia i connotati del termine “paternalismo”. L’Italia è fatta di aziendine piccole o microscopiche, di artigianato, dove per forza s’instaurano rapporti del tipo “siamo tutti una famiglia”. Nel migliore dei casi. Perché sempre più frequente è la presenza di situazioni dove i più elementari diritti dei lavoratori sono negati, dove si verificano casi di schiavismo, l’Italia è il paese del subappalto, dell’outsourcing, del caporalato, anche in aziende solide (es. caso Grafica Veneta). Un imprenditore che paga i contributi rischia già di essere considerato “paternalista”.

I porti e il caso di Trieste

In questo quadro s’inserisce il problema del porto di Trieste. Quando Zeno D’Agostino è arrivato alla presidenza la situazione del lavoro e in particolare del lavoro occasionale, a chiamata, nel porto di Trieste era la peggiore in Italia. Cooperative fallite, contenziosi a non finire, in breve “il Far West”, per dirla con una ricerca comparativa dell’Isfort su tutti i porti italiani. Per i concessionari dei terminal – diciamolo – avrebbe potuto benissimo continuare così. Invece Zeno D’Agostino, cogliendo al volo la possibilità legale di stabilizzare la forza lavoro offertagli dall’istituzione delle Agenzie del Lavoro da parte del Ministro Del Rio, ha ritenuto di poter porre fine a una situazione che produceva solo danni al porto di Trieste e che era molto simile a quella di migliaia di aziendine che campano eludendo in un modo o nell’altro il pagamento dei contributi e il riconoscimento dei più elementari diritti dei lavoratori. D’Agostino non ha “innovato” nulla, ha ristabilito la legalità. Ma nell’Italia di oggi è stata una scelta anomala, in particolare nel settore pubblico, così incline all’outsourcing.

Lo ha fatto perché “ha un debole” per i portuali? Lo ha fatto perché, come manager pubblico, ha il mandato di conservare e valorizzare un patrimonio dello Stato e ha capito che il modo migliore per farlo, per far crescere i traffici del porto, per attrarre investimenti, per accrescere l’occupazione, è quello di garantirsi una pace sociale ottenuta non attraverso contrattazioni sottobanco o favoritismi ma riconoscendo ai lavoratori i loro diritti fondamentali. Nel caso specifico del lavoro portuale, limitando la precarietà.

Può essere definito questo “paternalismo”?

Certo, è stata una decisione presa “dall’alto”, non è stata la conseguenza di una lotta dei lavoratori con picchetti, ore di sciopero, veglie notturne, sacrifici di salario e magari conseguenze giudiziarie; come di solito avviene in questi casi, dove il diritto te lo devi conquistare con il sudore e il sangue. Come le lotte dei lavoratori dei magazzini della logistica – tanto per capirci – dove ci lasciano pure la pelle. É stata il risultato di una scelta “manageriale” che – particolare non secondario – si è rivelata giustissima.

Il Clpt (Collettivo dei Lavoratori del Porto di Trieste) continua a ricordare (a rinfacciare) a D’Agostino l’appoggio e la solidarietà che gli ha dimostrato quando una sciagurata sentenza di un’Authority romana lo aveva destituito. Quella è stata una bella pagina nella storia del Clpt, ma credo che con quel gesto i lavoratori del porto difendessero anche se stessi e i diritti che la scelta manageriale di D’Agostino aveva loro concesso, non è che “si spendevano” generosamente per il loro Presidente. Certo, avrebbero potuto starsene a casa e non scendere in piazza, si sarebbero persi una splendida giornata di sole.

Poi le cose sono cambiate, i portuali hanno fatto diverse scelte sindacali, sono entrate in gioco altre dinamiche, in alcuni casi i terminalisti hanno cercato di ristabilire condizioni autoritarie, prontamente rintuzzate da una forza lavoro che ormai si era rafforzata nella solidarietà (ma anche da un deciso atteggiamento da parte della governance del porto), la decisione di Sommariva di accettare la nomina alla Presidenza di La Spezia ha fatto mancare un interlocutore con cui i portuali avevano una forte empatia. Il Clpt ha cominciato a essere riconosciuto come realtà cittadina e si è affrancato dalle pure logiche portuali, è diventato – possiamo dire – un attore della politica triestina. Cambiando le cose, i rapporti con la Presidenza sono cambiati. Ma le cose sono cambiate così come sono cambiate in altri porti, si pensi a Genova, dove una parte dei portuali, per la prima volta dopo settant’anni (!), ha deciso di voltare le spalle alla Cgil. Questo non deve scandalizzare. Se si pensa alla drammatica situazione della formazione del ceto politico nell’Italia di oggi, al fatto che possiamo avere deputati semianalfabeti e Ministri con esperienza zero nella materia su cui dovrebbero governare – c’è da stare contenti che dei lavoratori del porto possano diventare non solo dei sindacalisti sul loro luogo di lavoro ma anche dei “cittadini che fanno politica”.

Però nel momento stesso in cui lo diventano non possono pensare di sottrarsi al giudizio politico degli altri, non possono pensare che i loro comportamenti pubblici debbano sempre essere giudicati bonariamente solo come “azioni di un onesto lavoratore”. In particolare oggi, dove con le problematiche sollevate dal Covid e dalla gestione governativa della pandemia, aggravata da micidiali tentennamenti dell’Oms, la complessità della situazione è aumentata a dismisura, la confusione delle lingue pure, la sistematica deformazione della realtà è un esercizio costante, lo spregio della competenza uno spettacolo televisivo. La complessità di oggi mette a dura prova il politico più “navigato”, figuriamoci tutti gli altri, comprese “le matricole”.

“No al Green Pass” come obbiettivo unificante

Avevo scritto all’inizio che i reduci dei movimenti di protesta degli anni Settanta possono portarsi dietro stereotipi e pregiudizi che impediscono loro di capire la realtà di oggi. É quello che è capitato anche a me. Quando a Trieste il coordinamento del movimento No Green Pass e il Clpt hanno dichiarato il blocco a oltranza del porto ho pensato subito a un’iniziativa neofascista. Trieste da questo punto di vista ha un ricco Cv, non dimentichiamo che è stata la culla di Gladio, come ben ricostruisce Franzinelli nel suo volume sul 1960 e il governo Tambroni. Invece, mi ero sbagliato di grosso (c’è da dire anche che manco da Trieste per ragioni di forza maggiore da almeno tre mesi, agosto compreso). Leggendo su www.infoaut.org la chiara cronistoria, scritta dai protagonisti, di quel movimento che ha visto alla fine migliaia di persone in piazza, ho capito che ero finito fuori strada. Il movimento l’avevano messo in piedi e gestito giovani che stanno nel campo opposto all’estrema destra.

Ma non per questo mi sono tranquillizzato, anzi, le perplessità sono aumentate e con esse gli interrogativi senza risposta. Ne riporto uno solo.

Trovo curioso che proprio sul porto si sia concentrata la protesta, cioè sulla realtà che bene o male funziona meglio. Non c’era proprio a Trieste e dintorni nessun altro simbolo dell’arroganza del potere o dello sfruttamento dei lavoratori da individuare come obbiettivo? É proprio il porto la peggiore immagine dell’Italia di oggi? Tanto da mobilitare gente da tutta Italia e farla accorrere ai varchi? Qualcuno ricorda in Italia un fenomeno del genere per una lotta sindacale? Sì, il precedente c’è: la manifestazione del 18 settembre per la Gkn a Firenze. Ma quella era una manifestazione con l’appoggio della Cgil e di alcuni partiti. Qui sembra spontanea, una cosa a Trieste mai vista per una lotta sindacale in un luogo specifico di lavoro.

E allora il mio pensiero corre a un altro luogo di lavoro, che da lì, da dove c’è tutta quella gente, si vede a occhio nudo: la Fincantieri di Monfalcone, un’azienda pubblica – com’è pubblico un porto – dove il modello dell’organizzazione del lavoro è “leggermente” diverso, si basa sugli appalti e i subappalti, sul reclutamento di forza lavoro straniera proveniente da quegli ambienti che sono considerati l’ultimo girone dell’inferno del lavoro mondiale, dai cimiteri delle navi del Bangladesh. Un modello dove investigatori e magistratura hanno trovato anche corruzione e caporalati. Lì il sindacato ha firmato, proprio sugli appalti, a maggio di quest’anno, accordi che è meglio dimenticare.

Lì è tutto tranquillo, lì l’Amministratore Delegato ing. Bono, può dichiarare alla stampa che assumerebbe volentieri migliaia di giovani italiani ma questi, purtroppo, preferiscono fare i rider…

In realtà il mio interrogativo rimane senza risposta perché parte da un equivoco: quello di considerare la vicenda triestina una lotta sindacale. Ma quella non è una lotta sindacale, come per Gkn, quella è una protesta politica contro la gestione governativa della pandemia e quindi concentra su un unico obbiettivo simbolico – capitato per caso – non solo tutta la rabbia, le frustrazioni, le pulsioni che si sono accumulate in questo anno e mezzo, non solo la protesta studentesca, non solo i lavoratori con le loro famiglie, ma anche tutto il potenziale esplosivo del movimento no vax e la volontà dell’opposizione di Fratelli d’Italia e dei gruppi neonazi che hanno tutto l’interesse a destabilizzare il governo Draghi, sfidando apertamente l’ordine pubblico. Collante di tutto questo è stata la dichiarazione del blocco a oltranza che, dal punto di vista strettamente sindacale, quindi del solo Clpt, è un’idiozia, perché anche un bambino capisce che non avrebbe potuto reggere più di un paio di giorni.

Se questo è vero, allora è anche plausibile che il movimento No Green Pass:

a) sia stato generato a Trieste dall’area “antagonista” (detto per brevità);

b) quando è giunto al culmine dell’insperata mobilitazione i lavoratori del porto organizzati in Clpt ci sono saltati dentro e

c) invece di manifestare davanti alla Prefettura – simbolo dello Stato e del governo – sono andati a bloccare il porto e

d) lì hanno servito su un piatto d’argento un bel pranzo a chi non era invitato. A turisti di passaggio, a no vax militanti e neonazi.

Ma perché i portuali sono andati a cacciarsi in una situazione che poteva sfuggire al loro controllo? Non dobbiamo dimenticare varie cose: che il Green Pass è una questione che riguarda specificamente il lavoro e i luoghi di lavoro, che i sindacati di base della logistica avevano dichiarato sciopero generale il 15 ottobre e che la solidarietà dei cittadini con la protesta contro il Green Pass era stata massiccia. Alla fine però a Trieste sembrava che la partita si giocasse tra chi era disposto a concludere questo “tornante” di lotta (e magari riprenderlo più tardi o altrove) e chi pensava di poter continuare il blocco a oltranza rinforzando il picchetto operaio con la massa degli “autoinvitati”.

Non era detto che dovesse finir male. Invece è finita con le cariche della polizia, ma i sostenitori del blocco a oltranza avrebbero dovuto saperlo sin dall’inizio. Di mezzo qualcuno che “voleva” che finisse così ci deve essere stato. In questi frangenti la troppa ingenuità non è ammessa.

Io mi auguro solo che un ceto politico in embrione non perda l’entusiasmo, ma sappia trarre l’insegnamento giusto da questa esperienza. Per questo su un punto vorrei essere chiaro e abbandonare per un momento le vesti di osservatore diversamente imparziale.

Il movimento no vax non può che essere di estrema destra

Conosco bene i dilemmi del vaccinarsi o meno, li ho avuti in famiglia, con mio figlio, sebbene di lieve entità. Per questo distinguo tra il problema individuale e l’appartenenza, la militanza, al movimento mondiale no vax. Uno può essere operaio ma non per questo appartenere al movimento operaio. Considero l’idea di libertà del movimento no vax quanto di più contrario ci possa essere all’idea di solidarietà che sta alla base dell’esistenza stessa del movimento operaio, del sindacato, della sinistra. Ne ho scritto su un testo che circola su Facebook e su diversi siti (tra cui https://www.officinaprimomaggio.eu/interventi/).

Quando è scoppiata la pandemia sono rimasto disorientato come tutti, l’unica voce era quella di un governo fatto di gente alle prime armi, del teatrino televisivo ne ho piene le scatole da tempo. Come orientarmi? Mi sono ricordato che di epidemie ne ho sentito parlare nel 1974-75 da gente che le ha studiate a fondo, da gente con cui ho lavorato, da uomini come Giulio Maccacaro, docente di statistica medica, direttore di “Sapere”, fondatore di “Epidemiologia e Prevenzione”, ispiratore di “Medicina democratica” e di quel movimento di lotta per la salute che ha svelato i danni dell’amianto e di tante altre sostanze tossiche letali o portatrici di malattie degenerative. Che ha anticipato i criteri fondatori del servizio sanitario nazionale, che ha combattuto Big Pharma e la ricerca asservita alle multinazionali, che si è battuto per una medicina territoriale e per una politica di prevenzione basata sulla consapevolezza dei cittadini, che ha pensato alla formazione degli operatori sanitari. Tutto quello che la gestione governativa dell’emergenza non ci ha voluto o saputo dare. É una grande tradizione di conoscenza e di passione civile, è la “mia” cultura alla quale dovevo restare fedele. E questa diceva che la gestione dell’epidemia non si può limitare alle campagne vaccinali. É un problema assai più complesso che va affrontato con diverse strategie, in modo da indirizzare prima di tutto le persone verso un comportamento intelligente e consapevole. Anch’io ho avuto perplessità sul vaccino, ma non sulla necessità di vaccinarsi e quando mi hanno detto “sei una cavia!” ho risposto che ne ero ben consapevole, ma che la vaccinazione ha dato i suoi frutti lo dicevano i numeri. Con quel bel po’ di tradizione alle spalle avrei dovuto correre dietro ai vari guru no vax e andare a braccetto con quel tipo con le corna di bufalo che ha dato l’assalto a Capitol Hill? O con certi personaggi che schiamazzano ai varchi del porto di Trieste?

No grazie.                                   

Gaming vs mining

Maurizio Coppola

Negli ultimi tempi, il mondo dei videogiochi attraversa una vera e propria crisi. Essa non è dovuta tanto al mondo del gaming in sé, che anzi negli ultimi anni sta vivendo una vera e propria ascesa: il numero dei videogiocatori (i gamers) è aumentato esponenzialmente e il mercato videoludico riesce a smuovere cifre astronomiche. Tuttavia, questo settore si è recentemente trovato di fronte un ostacolo insormontabile che riguarda la penuria di materiale informatico, in particolare processori e schede video. Queste ultime rappresentano il pezzo più ambito per poter accedere ai giochi più moderni, i cosiddetti tripla A, ovvero quelli che per funzionare al meglio hanno bisogno delle piattaforme più performanti e moderne, le uniche capaci di generare la potenza di calcolo necessaria per elaborare gli effetti grafici e far “girare” i videogiochi.

La mancanza di schede video (ma anche di processori, le “Cpu”) è dovuta a molteplici fattori. Uno di questi è la recente espansione dell’informatica che negli ultimi anni ha amplificato la domanda per i prodotti in silicio, costringendo le aziende a ricollocare le proprie catene produttive. A questo si aggiunge l’impatto che la pandemia ha avuto sulla logistica mondiale, provocando ritardi e difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime. Come è stato ben descritto da Xaviet Tabet, il lockdown non ha avuto delle conseguenze solo dal punto di vista sanitario, ma ha anche generato una sovrapposizione tra la sfera pubblica e quella privata dei cittadini. L’obbligo di restare a casa e il telelavoro hanno costretto molti lavoratori a diventare dei veri imprenditori di sé stessi. Una delle conseguenze è stata appunto il dover equipaggiare la casa come il proprio ufficio, dirigendo le spese verso quei prodotti informatici destinati di solito allo “spazio pubblico” del lavoro.

Tuttavia, questo spiega in parte le ragioni della carenza di schede video. Il vero motivo per cui i videogiocatori penano nel trovare questi componenti è dovuto ai nuovi interessi economici che ruotano intorno alle criptovalute. In effetti, è grazie alle schede video che è possibile minare (dall’inglese mining), ovvero estrarre, le monete virtuali come bitcoin o etherum. In sostanza, e senza entrare troppo nel dettaglio di argomentazioni tecniche, una moneta virtuale è il processo di un’operazione di crittografia, una blockchain, un insieme di dati strutturato e immutabile. Diverse schede video collaborano alla produzione di queste catene di dati crittografati e più la moneta virtuale è solida più è esente da contraffazioni. Per questo motivo le schede video si trovano al centro di un contenzioso fra gli interessi dei videogiocatori e quelli dei “minatori”.

La crescita delle criptovalute negli ultimi anni è un fenomeno mondiale e il valore di ogni singolo bitcoin ha assunto delle cifre vertiginose: per un bitcoin bisogna sborsare più di quarantacinque mila euro (sebbene tali cifre sono soggette spesso a forti oscillazioni). Alcuni grandi aziende hanno iniziato ad accettare pagamenti in bitcoin (come per esempio il gigante assicurativo Axa o come Paypal) sebbene questo sistema presenta ancora molte criticità (di recente, Elon Musk ha prima confermato e poi annullato il pagamento in bitcoin per le sue Tesla). Tuttavia, si può capire come l’utilizzo delle criptovalute abbia creato una vera e propria nuova fase dell’economia mondiale in cui gli equilibri vengono spostati da chi è in grado di generare più velocemente e in quantità maggiori tale “valuta virtuale”, a fronte di rischi e conseguenze notevoli.

E in effetti, Paesi come la Russia e la Cina hanno investito e stanno investendo in bitcoin, sebbene abbiano da tempo approvato alcune misure restrittive per arginare il fenomeno del mining. In certi casi si parla addirittura di Stati interessati a sfruttare le caratteristiche delle criptovalute per garantirsi delle forme di rendita complementari alle valute classiche. L’obiettivo della Russia, per esempio, è eliminare la dipendenza dal dollaro e permettere una maggiore flessibilità sulle transazioni e sui mercati finanziari. Da questo punto di vista, investire nel mining potrebbe rappresentare un vantaggio per quei Paesi che mirano ad una maggiore autonomia economica, benché il mercato del bitcoin sia ancora una realtà molto più instabile che i mercati finanziari classici. 

Non è raro vedere oggigiorno foto in cui appaiono centinaia di schede video messe insieme per generare criptovaluta. I “minatori” (ma non solo loro) hanno sviluppato recentemente delle tecniche ancora più sofisticate per arrivare a mettere le mani il prima possibile sulle nuove uscite hardware. Il metodo più noto è quello di utilizzare dei bot, ovvero dei programmi in grado di setacciare il web e le piattaforme di vendita online in modo da individuare e ordinare in modo automatico e veloce le schede video sul mercato. Di fronte alle difficoltà del momento e alla voracità dei miner, i due maggiori produttori di schede, le americane Amd e Nvidia hanno cercato di porre dei paletti a questa pratica, senza tuttavia riuscirci. L’unica soluzione resta quella di aumentare la produzione, ma il problema della reperibilità delle componenti hardware perdurerà ancora per molto tempo. Infatti, per sviluppare nuove catene di produzione c’è bisogno di competenze e di risorse che pochi specialisti possiedono, tra cui Taiwan con la fonderia Tsmc.

Come è stato evidenziato da Antonio Casilli, nel nuovo capitalismo, fatto di algoritmi ed apps, l’automazione gioca un ruolo determinante nell’evoluzione del lavoro e delle strutture sociali. Tuttavia, in questa storia, il vero protagonista è il know-how, ovvero la capacità di un’azienda e di una nazione di spostare risorse e tecnologie utili alla produzione. In effetti, il mondo dell’alta tecnologia sta modificando, in modo molto rapido, il peso di alcune nazioni nella politica mondiale, poiché ad uscire vincitori sono quei Paesi che possiedono le risorse (come per esempio un basso costo dell’energia elettrica o una rete internet all’avanguardia) e i saperi necessari allo sviluppo di questa economia altamente specializzata. Proprio per fronteggiare questa nuova sfida globale, il presidente americano Joe Biden ha di recente firmato degli emendamenti per aumentare la produzione di chip in madrepatria, invertendo una rotta che vedeva le aziende americane delocalizzare sempre di più nei Paesi asiatici. L’Unione europea, notevolmente in ritardo rispetto al duopolio produttivo Stati Uniti/Asia, ha dichiarato che il suo obiettivo è quello di portare al 20% la produzione di chip fatti in casa. Recentemente, anche l’Italia ha iniziato a perseguire una politica simile, e il primo ministro Mario Draghi ha attivato il golden power per impedire l’acquisizione da parte di una società cinese della Lpe di Baranzate, specializzata nella produzione di semiconduttori.

È chiaro che la battaglia fra miners e gamers rappresenta soltanto un fenomeno in un processo più ampio in cui la tecnologia è sempre più fondamentale per determinare il futuro dell’economia mondiale: tanto che i semiconduttori ormai assumono un peso notevole nelle politiche internazionali, quasi quanto il petrolio. A ben vedere, dalla disponibilità di semiconduttori possono dipendere alcuni dei settori strategici dell’economia di una nazione: per esempio, l’industria dell’automobile ha subito gli effetti più eclatanti della recente scarsità, con diverse aziende (come il neonato gruppo Stellantis) che hanno dovuto diminuire o reimpostare la loro produzione, mentre altre l’hanno persino interrotta.

A farne le spese maggiori sono i Paesi che letteralmente dipendono dall’importazione delle tecnologie, tra questi ve ne sono molti del vecchio continente, compresa l’Italia. Anzi, proprio il vecchio continente rischia di essere esautorato da questa corsa alla tecnologia da parte di asiatici e americani. Basti pensare all’ultima battaglia che ha visto scontrarsi gli Stati Uniti di Trump contro la Cina per la nuova rete del 5G. La globalizzazione, che ha imposto come imperativi categorici la delocalizzazione e la riduzione del costo del lavoro, sta facendo pagare i conti a quei Paesi, come quelli europei, che hanno abbandonato l’industria informatica ai nuovi Paesi emergenti. E i lavoratori e le lavoratrici, in questo caso, sono quelli che rischiano di più proprio perché, come è stato detto, l’economia di molti Paesi dipende ormai da questi settori produttivi.

In sintesi, è importante sottolineare come nella battaglia fra mining e gaming, la partita ruota attorno a questa particolare configurazione del nuovo capitalismo in cui tuttavia affiorano i vecchi conflitti nazionali e in cui è in gioco la leadership mondiale.

Bibliografia

A. Casilli, Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo?, Feltrinelli, Milano 2020.

C. Marazzi, «I segreti del bitcoin», in Primo maggio, marzo 2018.

A. Narayanan et al., Bitcoin and Cryptocurrency Technologies. A Comprehensive Introduction, Princeton University Press, Princeton 2016.

X. Tabet, Lockdown. Diritto alla vita e biopolitica Ronzani, Dueville (Vi) 2021.

Incontro: Le riviste e l’impegno culturale, una rassegna

Martedì 27 aprile 2021 ore 17, in remoto

OfficinaPrimoMaggio interviene a “Periodicamente – festival digitale delle riviste” a cura del Centro di Documentazione di Pistoia, della Fondazione Valore Lavoro e dell’Istituto Storico della Resistenza di Pistoia.

OPM sarà presente all’incontro online intitolato “Le riviste e l’impegno culturale: una rassegna. Motivazioni, modi, formati e pubblico delle riviste di ricerca storiografica”.

Un confronto fra riviste, alcune delle quali “rinate” o che sono in fase di rilancio e ridefinizione identitaria, tutte accomunate dall’intendere l’operazione storiografica come forma di attivismo culturale. La discussione ruoterà intorno a due domande strettamente intrecciate fra loro: che senso ha oggi fare una rivista, anche alla luce delle questioni poste dalla Public History, e come si fa, con che struttura, con quali formati (elettronici o cartacei), a che pubblico ci si rivolge.

Intervengono:

  • Paolo Bagnoli («Rivista storica del socialismo»)
  • Stefano Bartolini («Farestoria»)
  • Andrea Bottalico («Officina Primo Maggio»)
  • Donata Cei (Centro di Documentazione di Pistoia)
  • Francesco Cutolo («Storia locale»)
  • Carlo De Maria («Clionet»)
  • Antonio Fanelli («Il De Martino»)
  • Omar Salani Favaro («Venetica»)
  • Francesca Tacchi («Passato & Presente»)

L’incontro è in modalità telematica, alle ore 17, ed è accompagnato da un servizio di interpretariato in Lingua dei Segni Italiana (LIS).

Per partecipare occorre registrarsi tramite il form sulla pagina dedicata al festival Periodicamente e accedere alla piattaforma di fruizione del Festival.

Informazioni, link al festival e approfondimenti sul sito della Rete REDOP.

Martedì 27 aprile 2021 ore 17

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