Rent Strike Italia, il diritto all’abitare

di Emanuele Caon

Il disegno è di Arpaia

Stefano Portelli è un antropologo culturale, si è addottorato in urbanistica alla Sapienza Università di Roma e ha lavorato come ricercatore post doc al dipartimento di Geografia dell’università di Leicester. Dal 2002 al 2012 ha vissuto a Barcellona dove ha fatto parte dei movimenti contro sfratti e demolizioni. Attualmente è ricercatore e attivista contro gli sfratti.

L’intervista è stata raccolta il 5 ottobre 2021.

Caon: Come nasce l’idea dello sciopero degli affitti?

Portelli: L’idea del Rent Strike, cioè dello sciopero degli affitti, nasce nel marzo 2020 in diverse parti del mondo. Gruppi di inquiline e inquilini organizzati si accorgono di non essere più in grado di pagare l’affitto; prende quindi vita un movimento di mancato pagamento dell’affitto che però non è percepito come un movimento, ma è piuttosto la somma di migliaia di problematiche individuali. Detto diversamente, in tutto il mondo ci sono migliaia di persone che smettono (del tutto o in parte) di pagare l’affitto, e le organizzazioni che raccolgono queste persone decidono di dare un nome collettivo a un fatto già esistente; nessuno quindi convoca lo sciopero dell’affitto, ma si nomina in questo modo qualcosa che sta già succedendo, trasformando così un deficit individuale in un’azione collettiva finalizzata a trasformare la struttura del mercato immobiliare.

Caon: In Italia come prende piede Rent Strike?

Portelli: In diverse parti d’Italia – a Roma, Venezia, Milano, dalle Marche fino a Messina – molte persone hanno avuto grosse difficoltà a pagare l’affitto; abbiamo quindi iniziato a coordinarci informalmente tra diverse città. Abbiamo creato una chat Telegram, chiamandola Rent Strike Italia, che in pochissimo tempo ha raggiunto settecento persone. Da questo spazio sono poi nati dei rapporti territoriali; probabilmente Roma è la parte d’Italia dove lo sciopero degli affitti ha concretizzato di più, nel senso che siamo riusciti a creare un nucleo di persone abbastanza solido. In ogni caso abbiamo mantenuto rapporti anche con altre parti d’Italia.

Caon: Mi stai dicendo che la cosa è nata spontaneamente?

Portelli: In parte. A Roma stavamo caricando sulla pagina scioperodegliaffitti.noblogs.org le linee guida, strumenti utili per le persone in difficoltà che hanno bisogno di strategie legali, e non, per non rischiare lo sfratto. Eravamo nel periodo in cui non c’era pericolo di sfratti perché erano stati bloccati, noi fornivamo quindi consigli su come negoziare con il proprietario da una posizione che non fosse di debolezza. Sempre in quel momento stavamo anche creando la chat Telegram di cui ti parlavo. E ancora, negli stessi giorni, nel quartiere della Bolognina a Bologna un intero palazzo, abitato perlopiù da studenti, ha smesso di pagare l’affitto. È nato quindi Rent Strike Bologna. Un gruppo di persone che dipendevano tutte dallo stesso proprietario ha smesso di pagare l’affitto, poi si sono autoridotte il canone. Da questa azione è nato un collettivo che ha coagulato intorno a sé diversi movimenti per la casa. Tutto ciò in un momento in cui a Bologna – ma a Roma era lo stesso – i movimenti, anche per una serie di sgomberi, vivevano un momento di stanchezza e spaesamento.

A Roma è successa più o meno la stessa cosa, abbiamo iniziato a riflettere non solo sui nostri scioperi degli affitti in termini individuali, ma ci siamo subito messi in contatto con le realtà che avevano esperienza nella difesa dell’abitare: da Asia-Usb al Movimento per il diritto all’abitare, ai Blocchi precari metropolitani.

Caon: Se non sbaglio la grande novità è avere intercettato l’affitto privato.

Portelli: Sì, perché queste realtà avevano lavorato soprattutto sulle occupazioni o sull’edilizia popolare. Con il Rent Strike invece è emerso l’affitto privato come gigantesco problema sociale e quindi come terreno di mobilitazione, e questo ha coinciso con le difficoltà emerse durante la pandemia. Di conseguenza abbiamo cercato di mettere in connessione gli occupanti con gli assegnatari dell’edilizia residenziale pubblica e con gli inquilini privati. In parte ci siamo riusciti, ne è nato un percorso comune, con alti e bassi, momenti in cui eravamo tanti e altri in cui ci siamo sentiti soli; eppure questo ci ha permesso di arrivare pronti al termine del blocco degli sfratti. Il che significa che siamo riusciti a intessere una rete di relazioni che, già a maggio, ci ha messi nelle condizioni di iniziare a fare i primi picchetti antisfratto. Ti posso assicurare che era da qualche anno che non se ne vedevano di così rilevanti. Non ci siamo inventati niente di nuovo; piuttosto abbiamo riattivato diverse forze e le abbiamo messe in relazione tra di loro, oltre che con quello che stava succedendo nel resto del mondo.

Caon: Mi puoi spiegare un po’ meglio questa messa in relazione di cui parli?

Portelli: Nei primi mesi della pandemia c’è stato il blocco degli sfratti; anche se ci sono stati sgomberi di occupazioni o per fine locazione, gli sfratti per morosità erano sospesi. Per certi versi è stato un momento di maggior tranquillità che ci ha permesso di trovare il tempo per formarci. Abbiamo dato vita a cinque forum in cui abbiamo invitato gente da tutta Europa, dai sindacati di Berlino, che sono riusciti a mettere in piedi il referendum sugli espropri delle grandi proprietà immobiliari, ai sindacati inquilini di Barcellona e delle Canarie, fino al geografo urbano Tom Slater che ci ha spiegato il rent control [le forme legislative per calmierare il mercato dell’affitto, come l’“equo canone”, N.d.R.]. Ci siamo quindi formati su una serie di questioni che, a marzo 2021, ci hanno permesso di realizzare un congresso sull’abitare che ha messo insieme lo storico movimento per la casa con queste nuove forme e con persone ed esperienze da tutta Italia. Questi passaggi ci hanno portato a formulare un piano in cinque punti, una nostra proposta di legge per l’abitare. Poi noi lo intendiamo sia come una vera proposta di legge, sia come un orientamento d’azione politica. Sono le cinque cose che vogliamo e che guidano le nostre pratiche: il controllo degli affitti; il blocco degli sfratti; l’inversione della gentrificazione; la tassazione del vuoto edilizio; un piano di nuove case popolari, da realizzare attraverso il recupero dell’esistente e non con altra cementificazione.

Caon: Mi hai parlato della vostra proposta di legge, anche come piano d’azione su cui mobilitarsi. Siete riusciti a dare una cornice politica più ampia anche allo sciopero degli affitti , così da evitare che si riduca a mero strumento di sopravvivenza?

Portelli: Lo sciopero va inteso come uno strumento; come quello degli affitti, anche lo sciopero in fabbrica è uno strumento, l’obiettivo non è non lavorare o non pagare l’affitto. Lo sciopero è il mezzo con cui la parte oppressa cerca di ridurre l’entità dell’oppressione. Per cui lo sciopero degli affitti è una minaccia: se non cambia la struttura ingiusta del sistema abitativo e di detenzione della proprietà, se non vengono tutelati i bisogni abitativi allora lo strumento delle classi più vulnerabili è lo sciopero. Cioè smettere di pagare. Nel momento in cui molte persone smetteranno di pagare l’affitto, privato ma anche pubblico, sarà molto difficile mantenere questo sistema. Chiamare sciopero un insieme di mancati pagamenti individuali serve proprio a costruire un orizzonte di classe: se le persone che sono costrette a pagare affitti ingiusti smettono di pagare l’affitto o se lo autoriducono, si riescono a costruire una serie di rivendicazioni comuni, che sono appunto i cinque punti della proposta di legge di cui ti ho parlato. L’obiettivo è trasformare le relazioni di potere nell’ambito dell’abitare. Perché abitare è un diritto e lo Stato ha il dovere di provvedere; se non provvede, le case già abitate smetteranno di essere dei luoghi in cui i privati fanno profitti e diventeranno case in cui si abita gratis o comunque a prezzi ragionevoli.

Quindi lo sciopero ha questa duplice valenza, da un lato è una pressione politica, dall’altro ha anche una valenza di propaganda con i fatti: nel momento in cui io smetto di pagare l’affitto sto affermando il mio diritto di vivere in una casa sopra il diritto del proprietario di trarne un profitto. Nei fatti sto ristabilendo una giustizia all’interno del sistema economico. Il progetto politico è questo, e guarda che non è un progetto solo italiano, è portato avanti da migliaia di organizzazioni o associazioni che tutelano il diritto all’abitare. Si va dal Brasile agli Stati Uniti, dalla Spagna all’India. 

Caon: Permettimi di fare l’avvocato del diavolo. Ha fatto scalpore il caso di Berlino in cui con un referendum la popolazione berlinese ha deciso di espropriare le grandi proprietà immobiliari. Tutti dicono che qui in Italia la situazione è diversa: nel nostro paese, si dice, quasi tutti sono proprietari e il mercato degli affitti dipende da piccoli proprietari che arrotondano il loro reddito e non, come in altri paesi, da grandi concentrazioni di proprietà immobiliari. Insomma, quella sugli affitti sembra una battaglia tra poveracci e onesti cittadini.

Portelli: Secondo me, non dobbiamo credere troppo a questa versione standard sull’eccezionalità italiana, per cui qui sarebbero tutti proprietari e chi sta in affitto è una parte residuale della popolazione. Questo dato è falso, intanto perché nelle statistiche tra i proprietari rientrano tutte le persone che hanno un mutuo; mi pare tutto da discutere di chi sia la proprietà reale: della banca o di chi sta ancora pagando il muto? In questo fantomatico 68% di proprietari si deve tenere conto di questo, e poi va anche detto che non è vero che in Europa l’Italia è il paese con più proprietari. Ci superano paesi come la Spagna, la Romania, la Grecia, la Bulgaria. Insomma l’Italia non è un’eccezione. E poi quel 30% o 25% di affittuari (dipende poi dalle statistiche) rappresenta le fasce più fragili della popolazione: in affitto ci stanno soprattutto i poveri, e a noi che importa se sono il 30% o il 10%! I diritti devono essere tutelati anche se non riguardano la maggioranza. Pure gli immigrati sono il 10% della popolazione, ma questo non deve giustificare una politica di discriminazione. Se si vanno poi a vedere i dati si vede subito che in affitto ci sono il 10% dei redditi alti, il 20% dei redditi medi e il resto sono i redditi bassi. Tutelare l’affitto quindi significa tutelare i più poveri. Dire che in Italia siamo tutti piccoli proprietari che usano l’affitto per arrotondare è una falsificazione, è la propaganda di Confedilizia che mira a inventare un’enorme classe media. Il risultato è che questa categoria inventata di piccoli proprietari poi va a difendere gli interessi della classe alta, cioè dei banchieri e dei grandi proprietari. Questa retorica è costruita appositamente per separare chi non ha una casa da chi ne ha una o due; ma il vero scarto non è tra queste persone, bensì tra loro e chi ha cento o diecimila case.

E non sto esagerando. Proprio in questi giorni sto seguendo una persona sotto sfratto che vive in una casa di Enasarco. Si tratta di un ex fondo pensione degli agenti di commercio, trasformato poi in fondazione, privatizzato negli anni Novanta e progressivamente svenduto a grandi fondi immobiliari. Siamo quindi passati da un fondo tutelato dallo Stato, che aveva lo scopo di calmierare il mercato immobiliare, a un fondo immobiliare di Bnp Paribas. Enasarco ha diciassettemila case a Roma, rendiamoci conto che servono diciassettemila piccoli proprietari per compensare questa concentrazione. Allora è vero che i piccoli proprietari sono tanti, ma la maggior parte delle case in realtà è in mano a una manciata di grandissimi proprietari.

Caon: Questi grandi proprietari chi sono? Ci sono i dati per capire città per città di chi sono le proprietà immobiliari?

Portelli: I grandi proprietari spesso sono banche, fondi immobiliari, la Chiesa e, almeno a Roma, palazzinari storici. Tutto però è strutturato in un sistema di scatole cinesi: capirci qualcosa è difficile e di dati utili ce ne sono pochi. Di statistiche su proprietari e inquilini se ne trovano, ma sulla concentrazione della ricchezza, su quante case possiede ogni proprietario, si trova ben poco. Sembra che l’Istat o il ministero delle Finanze facciano di tutto per non farci capire come e quanto è concentrata la proprietà immobiliare. Ma questi dati dovremmo procurarceli, anche facendoci noi i conti, altrimenti poi ci troviamo a essere vittime della retorica “qui son tutti piccoli proprietari” e questa prospettiva non ti permette di mobilitarti. Proprio per questo abbiamo creato un Osservatorio sulla proprietà, lo si trova sempre nel sito scioperodegliaffitti.noblogs.org

Caon: Rispetto al diritto all’abitare, chi sono gli interlocutori? Cioè a quali istituzioni ci si deve rivolgere? E, in particolare, quali sono gli spazi di manovra di un’amministrazione comunale?

Portelli: Questo è un dialogo aperto e, personalmente, tendo sempre a discostarmi dalle solite pratiche dei movimenti per la casa di Roma. C’è una forte abitudine a contattare l’assessore, organizzare l’incontro con il sindaco o rivolgersi alla propria municipalità. A me pare che nessuno di questi possa essere un vero interlocutore, ma neanche la Regione e temo neanche lo Stato o l’Unione europea. L’unico nostro interlocutore sono le persone che subiscono ingiustizie. Il fine dello sciopero degli affitti o di altri strumenti di difesa non è tanto interloquire con le istituzioni, ma far capire alle persone che hanno dei diritti e che li devono riprendere dalle mani di chi glieli ha strappati. Io penso che l’interlocuzione con le istituzioni debba avvenire a partire dalla ricostruzione di una forza collettiva, altrimenti non serve a nulla garantirsi che nel proprio municipio di riferimento ci sia il candidato che ti promette di far finire gli sfratti, perché non può farlo. Poi metti che sia lo Stato a deciderlo, hai in mente la quantità di ricorsi che farebbe la grande proprietà? La questione riusciremo ad affrontarla quando ricostruiremo una coscienza collettiva capace di pretendere che ci sia un limite all’avidità del capitale immobiliare, questo limite però dipende dalla capacità di resistenza delle persone. Qua ci dicono che no, non si affitta perché c’è paura del blocco degli sfratti; poi però quegli immobili finiscono vuoti o comprati dal solito grande fondo. Se davanti a questo si cominciasse a occupare, vedresti come poi iniziano a rimettere in affitto le case, e a prezzi diversi. Non lo dico io, così, per partito preso. Proprio queste azioni sono state la forza del movimento per la casa di Berlino. Per anni i movimenti sono riusciti a tenere sotto scacco la proprietà privata, poi questa si è riorganizzata sfruttando alcune liberalizzazioni del mercato e in risposta i movimenti hanno proposto di calmierare gli affitti. Proposta bloccata perché giudicata incostituzionale, la contro risposta allora è stata il referendum sull’esproprio della grande proprietà immobiliare. Riassumo così in breve le vicende berlinesi per spiegare che l’interlocuzione con il potere va costruita alzando la posta del conflitto e non andando a cercare una mediazione con chi è nelle condizioni di decidere se schiacciarci o darci un aiutino.

Caon: So che in alcuni casi di sfratto vi siete rivolti all’Onu. Vorrei sapere perché l’Onu interviene. Non sfiora l’assurdo doversi rivolgere proprio all’Onu perché imponga a un tribunale italiano di bloccare uno sfratto?

Portelli: Sì, è un po’ assurdo. In ogni caso nella Costituzione italiana non è previsto uno specifico diritto all’abitare, però si riconosce l’obbligo di rispettare i trattati internazionali. E l’Italia ha firmato un paio di convenzioni in cui si riconosce il diritto all’abitare come un diritto umano fondamentale. Questa iniziativa l’abbiamo imparata dai sindacati degli inquilini spagnoli, che usano questo strumento da qualche anno. Non lo intendono tanto come uno strumento rivendicativo, ma come una procedura burocratica o amministrativa con cui tutelarsi davanti a uno sfratto. Non è un atto rivoluzionario, ma è possibile fare richiesta a un tribunale superiore perché intervenga. Così abbiamo scoperto che esiste, come ultima istanza, uno strumento rapido e gratuito. Il primo ricorso all’Onu l’ho fatto il 27 maggio 2021, e l’Onu è effettivamente intervenuta chiedendo al tribunale italiano di bloccare lo sfratto. In questo modo una signora senza lavoro con due minori a carico ha potuto rimanere in casa finché non le si trova un’alternativa. Abbiamo quindi iniziato a usare questo strumento, fino ad ora l’abbiamo fatto sette volte. Si tratta di un lavoro grosso e credo che lo dovrebbero utilizzare anche gli assistenti sociali. Davanti a uno sfratto senza alternative l’Onu interviene, perché non è giusto che le persone finiscano per strada. La cosa paradossale, forse, è che dobbiamo essere noi di Rent Strike Roma a rivolgerci all’Onu.

Caon: In questo strumento vedi un possibile valore politico?

Portelli: Si tratta chiaramente di un’azione tampone, come consegnare i pacchi alimentari durante la pandemia. Eppure, anche in questo caso, è un’azione che ci permette di aggregare nuove forze e anche di far capire alle persone che si trovano in gravi difficoltà che esistono dei diritti e la possibilità di rivendicarli. Un gruppo di inquilini che grazie al ricorso all’Onu ha evitato lo sfratto ora viene ai picchetti. Poi, quale sia il futuro di questo strumento è difficile immaginarlo, stiamo però elaborando un vademecum sui modi migliori con cui resistere agli sfratti e una parte sarà dedicata proprio a questo strumento. Mi capita di sentire che il ricorso all’Onu rischierebbe di depotenziare le mobilitazioni, ma non mi pare un rischio reale. Anche quando sgomberano un centro sociale ci si mobilita, ma un avvocato lo si chiama comunque. Si tratta anche di spiegare alle persone che quando qualcuno finisce per strada siamo davanti a una violazione dei diritti umani, che abbia pagato o meno l’affitto è una questione secondaria, nessuno deve finire per strada. Il fatto che non siamo solo noi a dirlo, ma che sia un tribunale a stabilirlo, rafforza molto la legittimità del diritto all’abitare, crea fiducia e può anche dare speranza alle mobilitazioni. 

Caon: Non c’è il rischio che, se questo strumento inizia a essere utilizzato molto, l’Onu smetta di rispondere o l’Italia inizi a non rispettare le direttive dell’Onu?

Portelli: Non credo che l’Italia possa smettere di rispettare le direttive dell’Onu, i paesi europei di solito le rispettano. Dall’altra parte, invece, penso che da parte dell’Onu ci sia l’intenzione di rendere noto questo strumento. L’Onu infatti è da cinque anni che fa delle osservazioni all’Italia sulla mancanza di case popolari, sul pericolo della concentrazione della proprietà immobiliare e sulla necessità di un sistema di calmierazione degli affitti. Non credo che quindi l’Onu restringerà la possibilità di fare ricorso, anzi mi sembra un tentativo di far pressione all’Italia in modo che si adegui al diritto internazionale sugli sfratti. A Barcellona ci sono quasi quattrocento vertenze aperte con l’Onu, segnale che lo strumento forse è pensato proprio come metodo di pressione politica. 

Bibliografia e sitografia

Rent Strike Italy

Proposta di legge

«Senza casa non c’è salute! Per una legge di proposta popolare sull’abitare» change.org.

Per una panoramica europea

Tom Slater, «From displacements to rent control and housing justice», Urban Geography, 2021, vol. 42, n. 5, pp. 701-712.

S. Portelli e M. Peverini, «Dietro lo specchio. Le lotte contro la finanziarizzazione della casa in Europa», in Napoli Monitor, 9 novembre 2021.

Articoli su blocco sfratti e ricorso all’Onu

L. Martellini, «Donna sotto sfratto si appella all’Onu che risponde: “L’Italia sospenda lo sfratto e provveda”», in Corriere della Sera, 5 giugno 2021.

B. Polidori, «Prenestino: sullo sfratto di via di Silvio Latino interviene l’Onu», romatoday.it, 16 settembre 2021. 

«L’emergenza sfratti ormai è materia per l’Onu. Ai picchetti con i Caschi Blu?», contropiano.org, 12 agosto 2021.

S. Portelli, «Cos’è uno sfratto e che c’entrano i diritti umani»,  in Napoli Monitor, 7 giugno 2021. 

Su Enasarco, G. Velardi, «Enasarco, dal Parlamento accuse alle gestione e alle dismissioni immobiliari: due case acquistate da presidente», Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2016.

Crema non volta le spalle a Cuba

La lettera della sindaca Stefania Bonaldi

Illustrazioni di Federico Zenoni

Il 23 marzo l’Italia ha voltato le spalle a Cuba, votando contro una risoluzione presentata al Consiglio per i diritti umani dell’Onu per chiedere lo stop dell’embargo di alcuni paesi tra cui Cuba, sottoposta da 61 anni a blocco economico da parte degli USA.
Il 31 marzo la sindaca di Crema Stefania Bonaldi ha inviato una lettera a Mario Draghi. La rilanciamo qui, in un tam tam con altre riviste amiche,
Erbacce, Figure, Volerelaluna.

Caro Presidente del Consiglio
Prof. Mario Draghi,

chi Le scrive è una sindaca di Provincia, che si spende per una comunità di 35mila persone e che può solo immaginare cosa significhi governare un Paese di 60milioni di abitanti, a maggior ragione in un momento così drammatico. Tuttavia, come donna, come madre, come cittadina e, infine, come sindaca, sento di dovere aggiungere un piccolo peso a quelli che già incombono sulla sua figura, perché ritengo che il nostro Paese, pochi giorni fa, abbia violato in modo grave codici di civiltà decisivi, come la riconoscenza, la lealtà, la memoria, la solidarietà.

Un anno fa la Brigata Henry Reeve, con 52 medici ed infermieri cubani, è arrivata in soccorso della mia città, Crema, della mia gente, del nostro Ospedale, aggrediti e quasi piegati dalla prima ondata pandemica.
I sanitari cubani si sono presentati in una notte di marzo dalle temperature rigidissime, in maniche di camicia, infreddoliti ma dignitosi. Avevano attraversato l’Oceano per condividere un dramma che allora ci appariva quasi senza rimedio e le giornate si consumavano in un clima di morte. Anche oggi è così, ma dodici mesi fa il nemico era oscuro e sembrava onnipotente, la scienza non aveva ancora trovato le contromisure. Oggi vediamo la luce, allora eravamo in un racconto dall’esito incerto.
In una sola notte, grazie alla solidarietà dei cremaschi e delle cremasche, li abbiamo vestiti ed equipaggiati. Da quel momento e per oltre due mesi si sono sigillati in un Ospedale da campo, montato di fianco al nostro ospedale, gomito a gomito coi nostri sanitari, per prestare cure e supporto alla popolazione colpita dal virus, generando una risposta di coraggio nelle persone, che in quei mesi si è rivelata decisiva. È stato quello il primo vaccino per noi cremaschi!
E non appena la pressione sull’ospedale è diminuita, gli stessi amici cubani si sono immediatamente convertiti all’intervento sul territorio. La medicina a Cuba si fa casa per casa, una dimensione che noi abbiamo coltivato poco, e le debolezze di questa scelta le abbiamo misurate tutte, durante la pandemia, attraversando strade ostili e non presidiate.
È bastato il suggerimento della Associazione Italia-Cuba al Ministro Roberto Speranza, perché partisse una richiesta di aiuto, e lo Stato di Cuba, in una manciata di giorni, il 21 marzo del 2020, rispondeva inviando a Crema 52 operatori sanitari, mentre altri 39 sarebbero arrivati il 13 aprile successivo a Torino, per svolgere la stessa missione umanitaria, riscrivendo la parola solidarietà nelle vite di molti italiani, abbattendo ogni barriera e depositando un lascito civile e pedagogico, per le nostre comunità ed i nostri figli. Solo allora abbiamo capito che il virus avrebbe perso la sua battaglia, e ancora oggi viviamo di quella rendita, per questo abbiamo meno paura.

Mi rendo conto che esistono “equilibri” internazionali e che vi sono tradizionali posizioni “atlantiste” del nostro Paese, ma quando ci si imbatte nello spirito umanitario dei cubani “situati”, che come ognuno di noi ambiscono a una vita migliore, quando, superati i muri ideologici, ci si trova di fronte ad un altro segmento di umanità, capace di guadagnarsi la gratitudine e la riconoscenza di tanti italiani, si finisce per trovare inqualificabile la posizione assunta dal nostro Paese in seno al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, laddove era in discussione una risoluzione che condannava l’impatto sui diritti umani di sanzioni economiche unilaterali ad alcuni stati, fra cui appunto Cuba.
“La nostra Patria è l’umanità”, con queste parole ci avevano salutato i nostri Hermanos de Cuba arrivando a Crema ed io le chiedo, caro Presidente, qual è la nostra, di Patria, se l’opportunismo e la realpolitik ci impediscono di rispondere in termini di reciprocità ai benefici ricevuti ed alla solidarietà che un Popolo assai più umile, più povero e con molti meno mezzi del nostro, ma ricco di dignità, umanità ed orgoglio, ci ha donato in uno dei momenti più drammatici della nostra storia repubblicana.

Questa presa di posizione dei nostri rappresentanti alle Nazioni Unite, peraltro su un atto dalla forte valenza simbolica, doveva essere diversa, perché era necessario rispondere con maturità politica a un’azione gratuita e generosa, che aveva salvato vite vere di italiani in carne ossa. Mi domando che senso pedagogico e politico possa avere invece avuto il nostro voto contrario. Non è così che si favorisce il cambiamento delle relazioni, persino di quelle internazionali.
Era l’occasione giusta per reagire con un atto di lungimiranza, capace di spezzare posizioni cristallizzate, vecchie di oltre mezzo secolo, proprio per dimostrare il desiderio di affratellarsi con tutte le genti, in un Pianeta in cui i confini e le ideologie appaiono ogni giorno più lontani dallo spirito delle nuove generazioni.

Chiedo a lei, signor Presidente, di fare giungere un positivo gesto istituzionale e un grazie ai nostri fratelli cubani, un atto che, dopo l’improvvida presa di posizione, li rassicuri sul nostro affetto e la nostra vicinanza, che apra la strada a un consolidamento dell’amicizia e che permetta alla democrazia di guadagnarsi una possibilità.

Con stima,

Stefania Bonaldi