Epidemiologia e luoghi di lavoro. Intervista a Benedetto Terracini

Sergio Bologna 

Benedetto Terracini, nato nel 1931, emigrato in Argentina tra il 1939 e il 1947 a causa delle leggi razziali, si è laureato in medicina a Torino. Formatosi in anatomia patologica, a partire dagli anni Settanta è stato un pioniere degli studi dei rapporti tra ambiente e salute in Italia. Professore di Epidemiologia dei Tumori e di Statistica Sanitaria all’Università di Torino, è in pensione dal 1999. È stato consulente dell’accusa o del giudice in diversi processi penali relativi a lavoratori affetti da tumori professionali. Direttore di Epidemiologia & Prevenzione dal 2000 al 2010, è Fellow emerito del Collegium Ramazzini.

L’intervista è stata raccolta il 6 ottobre 2021.


Bologna: Benedetto, con questa intervista Officina Primo Maggio intende riproporre alle nuove generazioni esperienze molto significative degli anni Settanta. Sia io che te, io in maniera molto più marginale, abbiamo partecipato a quel movimento che ha visto studiosi, scienziati, medici, biologi, ma anche sociologi, storici, economisti, avvocati, magistrati elaborare conoscenze e idee in un rapporto stretto con il movimento operaio nelle fabbriche, con le lotte sindacali. Ci siamo ritrovati in alcune riviste. Qui vorrei parlare di quelle che ebbero come promotore Giulio Maccacaro, non solo Sapere, la più conosciuta, alla quale arrivai grazie a Giovanni Cesareo, ma anche Epidemiologia & Prevenzione, di cui tu fosti uno dei fondatori. La mia prima domanda quindi è: come nasce Epidemiologia & Prevenzione e che rapporto avevi tu con Giulio Maccacaro?

Terracini: Ho conosciuto Giulio nel 1968, però la nostra amicizia è iniziata quando è caduto Pinelli. Giulio era consulente della famiglia, io ero in Anatomia patologica ed egli mi chiese un’opinione sul protocollo dell’autopsia. E di lì è nato un rapporto buono. Intanto era diventato direttore di Sapere: concepiva la rivista come una sede di incontro tra “accademici” e lavoratori. In quel momento, in Italia, era una novità, e anche poco gradita nell’ambiente accademico, che ovviamente non voleva la contaminante presenza dei lavoratori nelle aule universitarie. Uno dei momenti migliori di Sapere era stato l’incontro con i sette Consigli di fabbrica sull’inchiesta della Fulc (Federazione unitaria dei lavoratori chimici) sugli effetti del cloruro di vinile. Alle riunioni di Sapere partecipavano collaboratori diretti di Maccacaro e alcuni ricercatori come Fiorella De Rosis e come me. Una presenza fissa era quella di Giovanni Cesareo. C’era la sensazione che Sapere potesse contribuire a uscire da quella condizione tipica dell’Italia dove la politica non ha la tradizione di trovare ragioni scientifiche alle sue scelte (lo vediamo anche adesso). Dopo qualche anno è emersa l’esigenza di andare oltre Sapere e di creare anche una rivista di taglio maggiormente scientifico, che combinasse le esigenze di rigore della ricerca con le istanze di conoscenza e di giustizia che emergevano dalle condizioni di lavoro in fabbrica. E di lì è nata Epidemiologia & Prevenzione, ora arrivata al suo quarantacinquesimo anno di esistenza. 

Bologna: Tu allora cosa insegnavi?

Terracini: Era il momento della mia conversione all’epidemiologia. Sono stato assistente in anatomia patologica fino al 1976, quando il mio professore Giacomo Mottura (da non dimenticare per il suo impegno politico e per i suoi studi sulle malattie professionali) è andato in pensione. Nel suo complesso, alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino, l’epidemiologia e la prevenzione interessavano poco, ma il preside era relativamente aperto e interessato. Io avevo cominciato a frequentare il Registro dei tumori del Piemonte, che arrancava in mezzo a molte difficoltà, con gli strumenti limitati che aveva a disposizione. Cominciai quindi a insegnare Epidemiologia dei tumori e smisi di qualificarmi come anatomo-patologo, bensì come epidemiologo. Come tale mi sono auto formato, ma ho avuto la fortuna di attirare giovani motivati sulla prevenzione delle malattie ambientali (avevano “fatto” il Sessantotto). Loro si sono poi formati in epidemiologia altrove, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Più tardi, ho anche avuto la fortuna di trovare un assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Sante Baiardi, consapevole della necessità di conoscere cosa era la misura dei tumori professionali in Piemonte. Infatti, negli anni Settanta, in Piemonte, si sono rese evidenti diverse epidemie di tumori professionali. Nel 1981, la Regione Piemonte ha integrato la mia posizione universitaria con posti di assistente ospedaliero.

Bologna: Il discorso sull’epidemia per Giulio Maccacaro era fondamentale in quanto era un statistico medico. 

Terracini: Beh, il disegno di Maccacaro era qualcosa di più della applicazione della statistica allo studio della salute delle popolazioni. Mi stai chiedendo per quale motivo la statistica è importante nello studio dei fenomeni epidemici.

Bologna: Certo.

Terracini: Senza venire ai tempi attuali e al Covid, direi per diversi motivi. Parliamo di malattie causate dall’inquinamento dell’ambiente generale o lavorativo, ma anche da altri fattori (fumo di tabacco in primis, ma non solo). L’importanza di contare il numero delle vittime e il numero di casi di malattia in eccesso causati da esposizioni ambientali è intuitiva. Contare vuol dire saper contare, definire a priori cosa si conta e cosa non si conta. È poi importante stimare il rischio, e quindi la probabilità che una persona si ammali. C’è poi la questione dell’interpretazione di uno studio epidemiologico, l’opinione pubblica non percepisce l’importanza della potenza statistica dello studio. Senza fare una lezione di statistica adesso, ricordo che la potenza statistica di uno studio è la probabilità che lo studio ha di riconoscere un’associazione, quando questa esiste. È intuitivo che uno studio su lavoratori esposti ad amianto è tanto più informativo quanto più numeroso è il campione studiato e quanti più anni esso viene seguito nel tempo. La stima di una potenza statistica richiede tutta una serie di parametri, che non sto qui a dire. A fronte di uno studio che apparentemente non dimostra alcuna associazione, è importante stabilire se l’associazione non esiste oppure lo studio non era in grado di riconoscerla. Esistono quindi studi “falsi negativi”, che tranquillizzano l’inquinatore e l’opinione pubblica ma beffano le vittime. Determinare la potenza statistica di uno studio è un’importante applicazione della statistica.

Bologna: Ricordo quando è successo l’incidente di Seveso, quando c’è stato lo scoppio all’Icmesa di Seveso e la fuoriuscita di una nube tossica di cui non si conosceva la natura. Allora un ruolo molto importante lo svolse il gruppo di operai e tecnici della Montedison di Castellanza riunito attorno a Luigi Mara. Interrogando gli operai dell’Icmesa – ai quali era stato raccomandato di non parlare con nessuno – riuscirono a ricostruire il ciclo di produzione e a capire che razza di sostanza poteva essere stata emessa con la nube. Arrivarono a capire che era diossina prima dell’inviato dell’Organizzazione mondiale della sanità. 

Terracini: Si è poi scoperto, fino a un certo momento, fino a quando non è avvenuto quello che tu dici, che soltanto la Roche era a conoscenza che c’era di mezzo la 2,3,7,8-tetraclorodibenzodiossina, e che questa è una sostanza tossica. 

Bologna: Sì la Givaudan, che faceva parte del gruppo La Roche. 

Terracini: Quello ha mostrato un altro aspetto della situazione. Cioè la totale impreparazione sui rischi ambientali da parte delle strutture pubbliche, dell’accademia e della sanità pubblica italiana, la totale ignoranza su quelli che erano i rischi nell’ambiente di lavoro. E anche la sudditanza rispetto alla grande industria.

Bologna: Ed è su questo che poi Epidemiologia & Prevenzione ha focalizzato il suo intervento, mi pare, sia sul tema della formazione degli operatori sul territorio, sia sul tema dei rapporti perversi tra ricerca scientifica e industria farmaceutica.

Terracini: Su questo magari torniamo un po’ più avanti, perché ci serve per le cose più attuali. Anche per collegare quello che tu hai detto di Seveso con Giulio. 

Giulio pubblicava quotidianamente su Il Giorno articoli critici e provocatori. Sottolineava che la struttura sanitaria lombarda reagiva in modo irrazionale, offrendo ogni forma di esame, clinico, ematologico, a tutta la popolazione, indiscriminatamente, senza darsi dei criteri razionali per distinguere tra chi era stato più esposto, meno esposto o non esposto. Era il miglior modo per non riuscire a collegare gli eventuali disturbi con l’esposizione. Mancava un disegno, un’ipotesi di ricerca. La sanità lombarda si voleva presentare come massima efficienza, massima efficacia, dando tutto a tutti. Senza definire perché dava tutto (ammesso che desse tutto), e senza definire chi erano tutti. Effettivamente, a distanza di quarant’anni, non tutti i risultati sono facilmente interpretabili. Lo stesso si può dire delle conoscenze su un altro episodio di intossicazione collettiva di quegli anni: quello dello scoppio all’Enichem di Manfredonia, ingiustamente meno noto e meno ricordato.

Bologna: Proseguiamo con le caratteristiche di Epidemiologia & Prevenzione.

Terracini: Partiamo dall’idea che la salute e l’ambiente, inteso come contesto sociale, sono collegati. È ormai stranoto che la salute dei poveri sia meno buona di quella dei ricchi. Il concetto è stato acquisito dall’opinione pubblica e dai media. Le malattie totalmente scollegate dall’ambiente sono una minoranza. Cosa vuol dire ambiente? Tu dici, giustamente, contesto sociale. Questo comprende, per esempio, lo stile di vita e le abitudini voluttuarie. Qui devo fare una autocritica. A quei tempi, alcuni di noi più giovani (non metterei Giulio di mezzo) hanno preso una posizione un po’ eccessiva, distinguendosi dalle montanti e corrette segnalazioni degli effetti del fumo di tabacco. C’era la sensazione che si volesse far passare l’idea che i comportamenti individuali e, in particolare, il fumo di tabacco, prevalessero sui fattori di rischio strettamente ambientali e quelli occupazionali. Anch’io, in più di una occasione, avevo sottovalutato i rischi da fumo di tabacco: me ne sono successivamente pentito e ne sono ancora pentito. Fondamentalmente per due motivi. Prima di tutto perché, numericamente, i rischi da fumo si sono rivelati effettivamente importanti: in Italia, parliamo di ottanta-novantamila morti all’anno. Ma l’errore che io (e altri) abbiamo allora commesso è stato il non renderci conto che la pressione a fumare è socialmente indotta e che dietro la pressione sociale vi sono loschi interessi economici (allora erano poco noti gli sporchi giochi dei ricercatori asserviti alle multinazionali del tabacco per alterare l’evidenza scientifica). Le disuguaglianze sociali che stanno dietro agli effetti del fumo del tabacco sono tanto inaccettabili come quelle retrostanti le malattie causate dall’ambiente di lavoro. 

Uno dei principi su cui si fonda Epidemiologia & Prevenzione è l’affermazione che la salute si protegge con la prevenzione. Mezzo secolo fa, il principio di precauzione era più nel nostro subcosciente che a fior di pelle. Successivamente, anche attraverso la diffusione di libri seminali come Primavera silenziosa di Rachel Carson, l’importanza del rapporto tra ambiente e salute si è diffusa al di fuori degli addetti ai lavori. Complessivamente, direi che ancora una volta si è dimostrato che i “non esperti” hanno una prospettiva ben più estesa degli esperti, sono più sensibili ai problemi sociali e politici e non sono vincolati da schemi precostituiti. 

Tornando alla tua domanda, i principali destinatari di Epidemiologia & Prevenzione erano gli operatori sanitari. 

Bologna: Operatori sanitari cosa vuol dire?

Terracini: La rivista è stata concepita e avviata negli anni immediatamente precedenti all’approvazione della riforma sanitaria (legge 833) del 1978. Oltre alla creazione del Servizio sanitario nazionale e alla parità di accesso alle strutture sanitarie, la riforma sottintendeva la creazione o il potenziamento delle strutture sanitarie extra-ospedaliere rivolte alla prevenzione (dalle malattie da lavoro ai servizi per le tossicodipendenze, dai servizi di assistenza psichiatrica ai consultori). Da queste strutture ci si aspettava non soltanto l’erogazione di prestazioni, ma anche la capacità di misurare la propria efficacia ed efficienza e di rapportarsi alla popolazione di riferimento. Fondamentale è poi che l’accesso alla prevenzione sia egualitario nella popolazione nonché esaustivo. Era un’importante innovazione nella mentalità della sanità italiana.

Peraltro, anche i medici e gli infermieri che lavorano in ospedale sono operatori sanitari. Anche per gli ospedali e per la medicina di base ci si aspetta(va) una modulazione dell’attività guidata da momenti di valutazione di efficacia e di efficienza. La realtà è stata diversa: ha prevalso una mentalità aziendale, come espresso dalla sostituzione del sostantivo “unità” in “azienda” per definire le unità territoriali di gestione del servizio sanitario. 

Bologna: In quel periodo la medicina del lavoro è forse quella che ha avuto i maggiori sviluppi, secondo te sono stati determinati dal fatto che allora c’era una conflittualità operaia abbastanza vivace?

Terracini: A quei tempi sì, senz’altro. E soprattutto in alcune regioni. Un importante cambiamento è stato il trasferimento di molte funzioni dall’Ispettorato del lavoro alle strutture del Servizio sanitario nazionale (in Piemonte si chiamano Spresal). In teoria, un punto di riferimento ben preciso per gli operai che percepiscono che forse in fabbrica ci sono dei fattori di rischio per la salute. È stata un’occasione di integrazione tra il “sapere operaio” e la “preparazione dei tecnici”. Nella mia expertise da “tecnico”, ha lasciato un segno la collaborazione con il Consiglio delle lavoratrici e dei lavoratori della Montedison di Castellanza nel disegno di studi epidemiologici. La compartecipazione era cruciale per la definizione dei quesiti e dei metodi. 

L’autogestione della salute nell’ambiente di lavoro da parte dei lavoratori stessi attraverso i questionari di gruppo omogeneo e la validazione consensuale trovava delle criticità per quanto riguarda il riconoscimento dei rischi di cancro professionale, dati i tempi di latenza di questa malattia. Gli anni Settanta, in Italia, hanno anche visto la creazione dei primi Registri tumori di popolazione. Questi si sono poi estesi fino a coprire, attualmente, quasi tutta la popolazione italiana. In un convegno a Firenze nella primavera del 1975, Giulio aveva auspicato che i registri di malattia venissero integrati con la registrazione delle esposizioni lavorative. A partire da venti anni più tardi, la proposta si è realizzata per quei tipi di tumori per i quali la proporzione di casi attribuibili alle esposizioni professionali (“frazione eziologica”) è alta. In particolare per i mesoteliomi, la maggior parte dei quali sono causati da esposizione ad amianto, ma anche per i tumori del naso e dei seni paranasali e gli angiosarcomi del fegato. Per i tumori a bassa frazione eziologica per le esposizioni professionali, la sistematica raccolta delle storie lavorative è più complessa. I registri di popolazione poi sono la più attendibile sorgente di casi per studi epidemiologici ad hoc, in quanto non sottoposti a distorsioni da selezione.

Bologna: Quando come Epidemiologia & Prevenzione affrontavate problemi legati all’ambiente di lavoro, lo facevate in collegamento con il sindacato, con i consigli di fabbrica, il vostro interlocutore chi era?

Terracini: Diciamo che la cosa era piuttosto variegata. Tutto questo si svolgeva successivamente alle lotte operaie e, in particolare, ad alcuni esempi come quelli della Fiat e della Montedison di Castellanza. Almeno nella mia esperienza sono stati i primi due modelli di proposta operaia sulla salute con cui sono venuto a contatto. Non so, se vogliamo parlare un attimo di questo, o vogliamo darlo per scontato. 

Bologna: Sì, io direi di sì.

Terracini: Il movimento per la salute dei lavoratori della Fiat degli anni Sessanta si basava su alcuni principi: la definizione dei gruppi omogenei, i quattro gruppi di fattori di rischio valutabili in prima persona da parte dei lavoratori, i principi della non delega e della validazione consensuale. Con il Sessantotto, si sono stabiliti legami tra lavoratori e studenti. I miei studenti, ma anche un po’ io, alla Quinta lega della Fiom di Torino eravamo quasi di casa. Il mio rapporto con il Consiglio di fabbrica di Castellanza è iniziato nel 1972-1973: lì la convergenza culturale si è estesa alla condivisione delle conoscenze scientifiche. Già allora, almeno a Castellanza, era obsoleto il concetto di “comunicazione del rischio”, con un emittente loquace e un ricevente passivo. Nel frattempo era iniziato il progetto di valutazione del rischio cancerogeno creato da singoli agenti ambientali da parte della Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro e condotto da Renzo Tomatis. Renzo era amico di Maccacaro, ha sempre avuto delle strette relazioni con Epidemiologia & Prevenzione e con Luigi Mara. 

Bologna: L’industria chimica ha delle situazioni ambientali di rischio molto diverse dall’industria metalmeccanica, dove i ritmi, l’intensità del lavoro rappresentano un rischio prevalente rispetto ad ambienti impregnati da sostanze tossiche, dove il problema della latenza è più acuto… Ricordo, quando insegnavo a Padova, uno studente lavoratore del Petrolchimico intossicato da piombo com’era ridotto… Castellanza è stata un’esperienza straordinaria, ma anche Marghera…

Terracini: Oh puoi dirlo! Mi è più facile parlare di Castellanza perché sono stato più coinvolto personalmente. Mentre a Marghera sono arrivato venti anni dopo, al momento del grande processo all’inizio di questo secolo. Hai perfettamente ragione. Si potrebbero menzionare anche diversi altri, i portuali di Genova…, non sono state esperienze uniche. All’inizio, ancora nei primi anni Settanta, c’era già il grosso studio organizzato dalla Fulc, Federazione unitaria lavoratori chimici, sul cloruro di vinile. Questo è stato uno studio gestito dai lavoratori. Alcuni tecnici avevano collaborato, non io, ma direi certamente Fiorella De Rosis e alcuni altri.

Bologna: Probabilmente anche Vladimiro Scatturin. Epidemiologia & Prevenzione lavora più sul piano accademico che su quello dei movimenti e si forma una scuola che si dirama nell’Università.

Terracini: Mi piace questa parola “diramare”, anche se allora l’accademia non era molto recettiva a una scienza che coinvolgesse in prima persona i lavoratori (attualmente lo è un po’ di più). Siamo stati prima di tutto allievi di Maccacaro e amici di alcuni allievi di Maccacaro. Ho in mente in particolare Cesare Cislaghi, che certamente ricorderai, laureato in scienze politiche e che oggi è uno degli statistici più competenti che si occupano di Covid. Comunica quasi quotidianamente sul suo blog. Tra gli allievi di Maccacaro, Cesare è senz’altro stato quello che è rimasto più legato alle scelte di Maccacaro: non sono sicuro che questa fedeltà non gli abbia procurato degli ostacoli nella sua carriera universitaria. Non sto qui a ricordare ciascuno degli allievi e collaboratori di Maccacaro che convergevano su Epidemiologia & Prevenzione, sia prima della morte di Maccacaro, sia nella famosa seduta del consiglio di redazione di Epidemiologia & Prevenzione del 17 gennaio 1977, quando Maccacaro è improvvisamente mancato e sia anche successivamente.

L’insegnamento di Maccacaro comunque non si è diramato soltanto nell’università, ma anche nelle strutture del Servizio sanitario nazionale. È vero che il numero di docenti di statistica medica si è più o meno decuplicato dai tempi di Giulio, ma molta epidemiologia ora viene svolta da strutture del Servizio sanitario nazionale. Credo che molti epidemiologi – almeno quelli delle generazioni più vecchie – che lavorano in istituzioni come l’Osservatorio epidemiologico della Regione Lazio o l’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (Ispro) di Firenze si sentano portavoce dell’insegnamento di Maccacaro, per non parlare di molti operatori dei servizi territoriali per la salute dei lavoratori. L’esperienza dell’Istituto di statistica medica di Milano ha anche significato che a occuparsi di epidemiologia cominciassero a non essere solo medici ma anche statistici, laureati in scienze politiche, in biologia e in altre discipline. 

Bologna: Però poi ci sono tutti i tuoi allievi.

Terracini: A casa ho una placca sulla quale, quando sono andato in pensione, sono state incise le firme di oltre una ventina di miei allievi, quelli che hanno ritenuto che io abbia avuto qualche impatto sulla loro formazione professionale. Per cominciare dall’inizio, la prima esperienza, a partire dai primi anni Settanta, è stata quella dell’Ipca. Questa fabbrica (Industria piemontese di coloranti di anilina) era ubicata a Ciriè, a quindici chilometri da Torino. L’ambiente di lavoro (aerazione degli ambienti, scolo degli scarichi, indumenti di lavoro ecc.) era medievale. Produceva coloranti a base di amine aromatiche notoriamente cancerogene, senza fornire i mezzi di protezione che all’epoca erano considerati adeguati. Infatti, una epidemia di tumori della vescica è emersa alla fine degli anni Sessanta, riconosciuta grazie a due lavoratori intelligenti, bravissimi epidemiologi a piedi scalzi. Albino Stella e Gino Franza avevano lavorato all’Ipca in due periodi diversi e si sono conosciuti casualmente in un tempo successivo. Due uomini giovani, sulla quarantina, ambedue di Cirié, ambedue affetti da un cancro vescicale: scoprire che ambedue avevano lavorato all’Ipca fece accendere una lampadina. Istintivamente, fecero un’indagine tra gli ex lavoratori dell’Ipca di loro conoscenza per capire se vi erano stati altri casi. Questo, in mezzo a grandi difficoltà. Molte vittime non volevano mettere in discussione se stessi e la fabbrica che aveva dato loro un salario per anni. Inoltre, il cancro della vescica veniva considerato una cosa vergognosa, brutta e sporca. Alla fine poi Stella e Franza sono arrivati alla Cisl, hanno fatto le denunce, e di lì la storia è diventata “un caso”, il primo di quel genere in Italia. A partire dal 1950, i deceduti con certificato di morte che indicava il cancro della vescica come prima causa del decesso sono stati cinquantasette. Ma molti altri casi sono stati certificati come morti con cancro della vescica o sono stati attribuiti ad altra causa di morte. Quello dell’Ipca è stato il primo processo in sede penale in Italia per malattia da lavoro. Ha avuto luogo a Torino tra il 1977 e il 1978, si è concluso con la condanna di tutti i direttori e del medico di fabbrica.

Per me, l’Ipca ha segnato una svolta. Avevo studiato in laboratorio quelle stesse sostanze, somministrandole alle cavie. Rendermi conto che a quindici chilometri da casa mia c’erano degli uomini che le producevano, venendone esposti ed ammalandosi, mi ha aperto gli occhi. Ero consulente delle parti civili al processo e ho imparato molto dalle vittime e dalle loro famiglie, dalla lucidità dei loro ragionamenti, dalla solidarietà tra loro e dal rispetto (non privo di giustificata diffidenza) per il mondo della ricerca. In quegli anni iniziavo a insegnare epidemiologia dei tumori, alcuni dei miei allora giovani allievi hanno percepito l’umanità che c’era nella storia dell’Ipca e sono venuti a lavorare con me, consapevoli che non ero un professore che offrisse molti sbocchi professionali. Da questo punto di vista, fortunatamente negli anni successivi, con la riforma sanitaria e l’appoggio dell’assessore Baiardi le cose sono migliorate. 

Bologna: Se posso aggiungere, il mio primo incontro con questi problemi di pesante nocività in fabbrica è avvenuto quando insegnavo a Trento. C’era uno studente, poi diventato docente, il cui padre era stato intossicato o aveva contratto il cancro, non ricordo esattamente, in una fabbrica che produceva antidetonanti per la benzina, credo si trattasse di piombo tetraetile. Il movimento studentesco intervenne con grande efficacia per denunciare la situazione e venne fuori che c’erano state decine di morti silenziose. 

Terracini: La stessa storia l’ho sentita raccontare più volte da Franco Carnevale, successivamente medico del lavoro a Firenze. Credo che lo studente di cui parli sia andato a finire a Verona, in un momento in cui il professore di medicina del lavoro era Massimo Crepet, bravissimo docente e medico. Vi sono due modi di fare ricerca sulle malattie professionali croniche come i tumori. Uno consiste nella raccolta dei documenti pertinenti (libro matricola, cartelle cliniche, dati giacenti presso i registri tumori, certificati di morte), l’applicazione di alcuni metodi statistici e pubblicazione delle stime di rischio in qualche rivista scientifica. L’altro consiste nel fare le stesse cose, ma con l’aggiunta della raccolta delle testimonianze operaie e di un approfondimento del contesto locale e della storia dell’azienda, il contatto con il sindacato e con i lavoratori stessi, una condivisione con loro delle difficoltà e dei limiti della ricerca e dei risultati. Dopo l’esperienza dell’Ipca, noi abbiamo scelto questa seconda strada. A Casale Monferrato, dove la nostra ricerca sugli effetti dell’amianto utilizzato dalla Eternit e il nostro rapporto con l’Associazione famigliari e vittime dell’amianto (Afeva) ci hanno arricchiti. Il nostro è un atteggiamento un po’ diverso da quello della medicina del lavoro italiana. Basti dire che è ancora diffusa l’abitudine di non menzionare nome e cognome delle aziende studiate. Per esempio, nelle pubblicazioni dei medici del lavoro di Torino l’Ipca non è mai nominata in prima persona: diventa regolarmente “un’azienda che produce coloranti nell’Italia nordoccidentale”. Né, ovviamente, gli autori hanno ritenuto di informare la popolazione o il sindaco di Cirié delle dimensioni della tragedia che emerge dalle loro pubblicazioni più recenti. 

Noi abbiamo sempre cercato di seguire la seconda strada, e con noi molta parte degli epidemiologi italiani. Certamente, non tutti trovano il giusto equilibrio tra i risultati disponibili e le possibili prospettive di metodi innovativi nella ricerca epidemiologica (personalmente, trovo talora eccessiva l’attenzione che viene data ai big data, raccolti in modo non omogeneo). 

Bologna: Penso si possa dire che quel grande fermento e quella grande capacità di innovazione forse già verso la fine degli anni Settanta hanno cominciato a spegnersi e il sindacato stesso, che prima aveva appoggiato la lotta sull’ambiente di lavoro, è tornato, come si diceva allora, a monetizzare la salute, in particolare dopo la sconfitta alla Fiat nell’ottobre del 1980. Quando tu prendi la direzione della rivista, nel 1999, il clima è molto cambiato. 

Terracini: Non saprei dire se e quanto vi sia stato un ritorno alla monetizzazione della salute e alle indennità di rischio. Certamente, da parte della rivista, l’attenzione si è estesa dall’ambiente lavorativo a quello extra lavorativo. In questo Maria Luisa Clementi è stata una grande collaboratrice. Sono anche successe diverse cose. Una è lo studio Sentieri, tuttora in corso. svolto dagli epidemiologi dell’Istituto superiore di sanità, il responsabile è stato Pietro Comba fino a quando è andato in pensione. La legge che ha riconosciuto una cinquantina di “siti di interesse nazionale” inquinati in Italia è degli anni Ottanta. I siti complessivamente coprono circa un quinto della popolazione italiana. Sistematicamente, Sentieri monitora i dati delle statistiche sanitarie disponibili, confrontando la frequenza di malattie in ciascun sito con quello che ci si poteva aspettare che succedesse se non ci fossero differenze di esposizione tra i rischi a cui è esposta la popolazione di quel sito e quelli della popolazione della regione dove quel sito è collocato. Dove disponibili, i dati delle statistiche sanitarie sono integrati con i risultati di studi ad hoc. Oramai Sentieri è arrivato al sesto aggiornamento. Ovviamente l’obiettivo non è quello di contare i morti o i ricoverati per causa, bensì quello di bonificare e di quantificare l’efficacia della bonifica in termini di salute. Epidemiologia & Prevenzione pubblica regolarmente questi risultati. La rivista inoltre è attenta ai non pochi processi penali per malattie professionali, agli studi che vengono portati in tribunale e alle sentenze. L’epidemiologia in tribunale trova molte difficoltà, anche perché di fronte a un focolaio di tumori in una fabbrica la giustizia italiana richiede che il rapporto di causa a effetto venga stabilito caso per caso. Ai tempi del processo dell’Ipca, un avvocato della difesa mi chiese: «Ma se le statistiche ci dicono che si sarebbe comunque dovuto verificare un caso, come facciamo a escludere, per ogni lavoratore ammalato che non sia proprio quello che si sarebbe verificato comunque?». Molti procedimenti conclusi con condanna in primo grado o in appello finiscono successivamente con la prescrizione o con l’assoluzione dei possibili colpevoli da parte della Cassazione. Su questo la storia dei processi di amianto è abbastanza esemplare. 

Per continuare con quello che fa la rivista, essa va alla ricerca di quelle situazioni in cui c’è un movimento di popolazione nei confronti della salute. Ce ne sono stati diversi, dalla popolazione che risiede attorno ai ricevitori, ai radiotrasmettitori della televisione, a possibili sorgenti di campi elettromagnetici. Certamente si è omologata un po’ alle riviste di Epidemiologia internazionale. Adesso pubblica anche in inglese, mentre prima pubblicava soltanto in italiano.

Bologna: L’altra cosa che vi ha caratterizzato è la battaglia contro la ricerca succube delle case farmaceutiche, quindi tutto il discorso sull’etica professionale del ricercatore.

Terracini: Su questo vale la pena di soffermarsi. Il caso del ricercatore assoldato dagli interessi dell’industria non è esclusivo dell’industria farmaceutica, né in Italia, né altrove. In ogni settore della ricerca tra ambiente e malattia lo standard etico della produzione scientifica è radicalmente peggiorato negli ultimi trenta o quarant’anni. Un primo motivo è la quantità di danaro che parte dell’industria inquinante investe per produrre quello che noi chiamiamo “scienza a difesa del prodotto”. Questa mira principalmente a influenzare la normativa sulla produzione e l’utilizzo di sostanze pericolose. Viene anche usata nei tribunali – soprattutto in Italia – per convincere i giudici della fragilità delle conoscenze (e quindi in dubio pro reo). 

La scienza a difesa del prodotto viene creata nei paesi ricchi, ma le prime vittime sono i paesi poveri, privi di competenze utili per contrastare le valutazioni di rischio che le industrie intendono fare passare. Negli Stati Uniti, e anche in Europa, vi sono imprese finanziate dall’industria per finanziare ricerca a difesa del prodotto da parte di ricercatori consenzienti (e ben retribuiti). Mettere in discussione l’evidenza scientifica è lo strumento principale della scienza a difesa del prodotto. L’industria e i suoi consulenti sono consapevoli che l’utilizzo che essi fanno dell’incertezza per sfidare la scienza sfrutta la stessa natura della scienza, in cui la conoscenza si accumula in tempi molto lunghi e la comprensione della conoscenza evolve nel tempo. Gli scienziati non hanno la verità, essi cercano la verità. Abbiamo a che fare non con assolute certezze, bensì con il peso dell’evidenza. Sono parole di David Michaels, che alle strategie (di parte) dell’industria per produrre scienza a difesa del prodotto ha dedicato due libri, Il dubbio è il loro mestiere nel 2008 e, più recentemente Il trionfo del dubbio, che abbiamo presentato l’anno scorso su Epidemiologia & Prevenzione. Il titolo del primo libro è spiegato dallo stesso Michaels, citando un memoriale del 1969 di un anonimo pezzo grosso dell’industria del tabacco, inteso a contrastare la crescente evidenza dei danni alla salute causati dal tabacco: «Il dubbio è il nostro prodotto poiché è il miglior mezzo per competere con le conoscenze che esistono nella mente del pubblico». 

Altra causa del degrado medio della qualità della produzione scientifica su salute e ambiente è stata la conversione, almeno parziale, di molte riviste alla strategia dell’open access, che rende gratuito l’accesso ai singoli articoli. Un risvolto positivo di questa pratica è che essa allarga la fruizione dei contenuti degli articoli ai non addetti ai lavori. Ma c’è un preoccupante risvolto negativo: le spese di pubblicazione degli articoli open access sono a carico degli autori, o meglio delle istituzioni dove essi operano e dei loro “sponsor”. Purtroppo, almeno nel campo della salute, questo ha portato parte dell’editoria scientifica a convertirsi progressivamente in imprese commerciali a fine di lucro, meno rigorose nella valutazione della qualità degli studi sottoposti per pubblicazione e meno attente alla dichiarazione di conflitti di interesse da parte degli autori. 

Bologna: Benedetto, credo che non possiamo chiudere questa intervista senza aver prima accennato alla questione dell’amianto. 

Terracini: L’amianto esemplifica bene le ramificazioni della scienza per la difesa del prodotto, anche se lo stesso si potrebbe dire per il fumo passivo, il glifosato, le emissioni diesel e di tanti altri materiali tipici della nostra società. Una variabile in più: in sessantasette paesi vige il divieto di estrazione, commercio, importazione ed esportazione di amianto o materiali contenenti amianto. Il bando ha una sua logica: tutte le forme di amianto sono cancerogene per l’uomo (lo ha detto quasi mezzo secolo fa l’Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro); non vi è una dose al di sotto della quale non vi sia rischio; l’amianto è un materiale persistente e difficile da smaltire. Al momento del bando del 1992, in Italia erano presenti trenta milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto (mezza tonnellata per italiano). Altri due elementi hanno precipitato i tempi della messa al bando. Da una parte, il riscontro di epidemie di tumori causate dalla contaminazione con amianto dell’ambiente esterno a quello lavorativo (biasimevolmente, una morte “da ambiente” commuove l’opinione pubblica e i media di più di una morte “da lavoro”). Dall’altra parte, da mezzo secolo, negli Stati Uniti le cause civili per danni lavorativi da amianto, promosse dai sindacati, con indennizzi milionari, hanno portato alla bancarotta non solo le imprese che lavoravano l’amianto ma anche le loro compagnie di assicurazione. 

Alcune dozzine di paesi continuano a usare l’amianto, guidati dai principali produttori e consumatori: Russia, Cina, India, Kazakistan, Indonesia. 

La scienza a difesa dell’amianto mira a dare una mano alle autorità dei paesi che non hanno bandito l’amianto e a proteggere i responsabili nei tribunali dai quali le vittime e i loro congiunti aspettano giustizia. Gli argomenti sono ricorrenti; la possibilità di un (inapplicabile) “uso controllato” dell’amianto, il ruolo della suscettibilità individuale nella cancerogenesi da amianto, l’incertezza delle singole diagnosi, la forma del rapporto tra dose ed effetto, la potenza cancerogena relativa delle diverse forme di amianto, le modalità della interazione tra fumo di tabacco e amianto nella produzione di tumori polmonari e altri. Le inevitabili lacune nella conoscenza di tali argomenti vengono di volta in volta usate in modo ambiguo per screditare le evidenze di rischio. Nelle pubblicazioni scientifiche a difesa dell’amianto, i nomi dei committenti e i conflitti di interesse vengono celati, gli strafalcioni vengono corretti con difficoltà e tardivamente. 

Per quanto riguarda l’Italia, non credo che sia realistico pensare a un ritorno all’amianto. È invece preoccupante la difficoltà che le vittime (quasi sempre si tratta di loro congiunti) trovano per ottenere giustizia. Vorrei citare due circostanze, riguardanti rispettivamente i mesoteliomi pleurici e i tumori del polmone causati da amianto (congiuntamente, parliamo di almeno duemilacinquecento morti all’anno). Per i primi, soltanto nei tribunali italiani viene negato il fatto che il rischio di mesotelioma per gli esposti sia proporzionale alla esposizione cumulativa ad amianto e si pretende che venga indicato in quale periodo il tumore si è iniziato ed è evoluto fino alla fase della irreversibilità (date impossibili da determinare). Per i secondi, da mezzo secolo si sa che amianto e fumo di tabacco potenziano reciprocamente il rischio: eppure nei tribunali italiani passa la linea che ogni caso di tumore ha una, e una sola causa: la cultura popolare ha preso coscienza degli effetti del fumo, per cui se il malcapitato fumava, il suo cancro del polmone non può essere stato causato dall’amianto. 

Bibliografia e sitografia

V. Armanni, «“Un giorno di questi scriverò un libro apposta perché sia un altro a prefarlo”. Giulio Maccacaro e la collana “Medicina e potere” di Feltrinelli», Fondazionefeltrinelli.it, 18 marzo 2020. 

Associazione italiana cristallografia, «Vladimiro Scatturin (1922-2008)», cristallografia.org. 

S. Bologna, «Giovanni Cesareo, un “nobile” della sinistra», it.scribd.com, 18 marzo 2015.

M. Cardiroli, «Luigi Mara, a cinque anni dalla scomparsa», medicinademocratica.org.

R. Carson, Primavera silenziosa (1962), Feltrinelli, Milano 2016. 

«Come sta la sanità? Il blog di Cesare Cislaghi», in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it.

Epidemiologia & Prevenzione. Rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia, epiprev.it. 

“MADE in blog. Interpretare e discutere i dati dell’epidemia di COVID-19”, in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it. 

Scienzainrete.it. 

Sentieri – Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, in Epidemiologia & Prevenzione, epiprev.it.

Sezione «Il Sapere collettivo di Maccacaro», sapere.galileonet.it.

B. Terracini, «Renzo Tomatis. Uno scienziato scomodo», in Epidemiologia & Prevenzione, 25 settembre 2007.

B. Terracini «Fiorella De Rosis. Una donna generosa», in Epidemiologia & Prevenzione, anno 32 (4-5), luglio-ottobre 2008. 

B. Terracini, D. Mirabelli, «Asbestos and product defence science», in International Journal of Epidemiology, ottobre 2016. 

B. Terracini «E il dubbio continua a trionfare… anche in Italia», in Epidemiologia & Prevenzione, anno 44 (2-3) marzo-giugno 2020.

Editoriale

Il disegno è di Arpaia

Un periodo di pandemia cambia le regole del gioco rispetto a un periodo in cui la pandemia non c’è. Il cambiamento è così forte che le parole assumono valori diversi: i termini libertà, controllo, autoritarismo, diritti mutano il loro significato perché i rapporti sociali cambiano; le relazioni tra le persone si modificano per la presa d’atto del fenomeno del contagio. Essere liberi di rifiutare un trattamento medico in tempi “normali” non è equivalente alla rivendicazione di arbitrio sul vaccinarsi o meno durante una pandemia. 

La prima misura in assoluto che qualunque governo è tenuto a adottare è quella della dichiarazione o meno dello “stato di pandemia” ed è quella spesso per cui la popolazione percepisce che i rapporti interpersonali possono alterarsi. Se a Venezia – città attrezzata per contrastare le epidemie, la prima a istituire i lazzaretti e a prevedere specifiche autorità sanitarie – la peste fu così micidiale nel 1630, fu dovuto alla dichiarazione di non esistenza del morbo da parte di un consiglio dei medici al quale il Senato diede retta malgrado la gente già morisse con i segni evidenti della peste bubbonica. 

Il Governo e i media mainstream hanno da un lato dato grande visibilità al movimento No Green Pass, favorendone l’adesione da parte dei cittadini, dall’altro lo hanno dipinto con tratti fortemente macchiettistici; spingendo sull’irrazionalità e l’irresponsabilità ne hanno fatto un pericolo pubblico, ottenendo una polarizzazione utile alla gestione del potere. Le differenze territoriali della protesta contro il Green Pass, sotto la forza di rappresentazioni stigmatizzanti, nell’opinione pubblica si sono fissate in unico fronte compatto: il movimento No Green Pass. A sinistra sono state tentate analisi più “distaccate” delle piazze e della loro composizione. In sintesi, però, chi approva le manifestazioni (o chi vi vede una speranza) tende a interpretarle come l’espressione di un accumulo di sofferenze dovute soprattutto alla condizione lavorativa (bassi salari, precariato, intensità delle prestazioni, mancanza di sicurezza, ecc.); chi le disapprova invece tende a valutarle come una pura espressione del cosiddetto movimento no-vax e delle sue paranoie.

Noi vorremmo evitare una presa di partito perché riteniamo che, nella confusione delle lingue ormai dilagante, sia assolutamente indispensabile non perdere d’occhio – e ricordare a tutti e tutte – quelle che sono le “grandi cose da cambiare”, per cui vale la pena lottare proprio oggi, in quanto il Pnrr, con la quantità di risorse di cui dispone, rappresenta forse l’ultima occasione per realizzarle. E sono, a nostro avviso, essenzialmente due: cambiare il modello di sviluppo centrato sul lavoro precario, privo di sicurezza sociale, sulla svalorizzazione delle competenze, sulla gig economy; e cambiare l’organizzazione del sistema sanitario. 

Il tema del lavoro è quello a cui siamo più sensibili, la rivista lo ha dimostrato sin dall’inizio e anche in questo numero vi abbiamo dato centralità: dalle pratiche di lotta maturate in Gkn, al terribile caso di sfruttamento di Grafica Veneta, passando per la logistica fino a una discussione sulla necessità sempre più forte di un salario minimo legale. È infatti necessario che la risvegliata conflittualità di classe degli ultimi anni, che dal settore della logistica si è estesa ad altre componenti del mondo lavorativo e che ormai ha articolato la sua battaglia anche in termini di proposta (per esempio sul mutualismo; o la proposta di legge sulle delocalizzazioni portata avanti dai lavoratori Gkn) non venga sviata dai suoi binari “sindacali” con tutto il loro accumulo di esperienze e di sapere, per correre dietro a neomisticismi di varia natura o ai contorcimenti di nuovi sciamani della geopolitica, rischi sui quali Trieste ci ha detto qualcosa. Certo, il tema del Green Pass introduce aspetti disaggreganti nel martoriato corpo sociale e pone non pochi problemi all’azione sindacale; possiamo sostenere che le piazze contro il Green Pass non siano più recuperabili, che – in altre parole – politicizzarle non basta, che non si può più intervenire per favorire uno sbocco politico che vada oltre la sola protesta.  Risulta  invece più difficile pretendere che anche nei luoghi di lavoro si metta da parte l’argomento per guardare altrove: in diversi contesti infatti si è prodotta una certa conflittualità proprio a partire dal rifiuto del Green Pass. L’intervento politico può anche tracciare delle linee, delimitare un raggio d’azione, fino a qui arrivano i miei, oltre non mi interessa: posso trattare il razzista come un nemico. L’azione sindacale invece deve fare i conti con il fatto che quel lavoratore o lavoratrice, per esempio, è anche razzista. Su questo però il Green Pass ha sollevato spaccature scomode all’interno della classe lavoratrice: che fare quando un gruppo di lavoratrici e lavoratori ti chiedono di intervenire perché rifiutando il vaccino e il tampone non possono più entrare in mensa? O si vedono costretti a casa? Un sindacalista ci diceva: «Sapete, io posso anche pensare che se uno si schianta ubriaco contro un palo sia un idiota, ma se non gli danno la malattia mica posso dirgli “Beh, ti sta bene”». I sindacati confederali hanno deciso di non relazionarsi incisivamente con questa serie di scomodi problemi (o di farlo timidamente, in ordine sparso), in parte per una presa di posizione politica rispetto alla necessità della vaccinazione (il cui obbligo per i lavoratori risale alla prima rivoluzione industriale), e in parte per mantenere un dialogo “responsabile” con il governo d’emergenza. I sindacati di base hanno provato invece a intervenire attraverso posizioni più critiche e radicali, scontrandosi poi con le loro divisioni e contraddizioni interne, venute a galla in occasione dello  sciopero unitario del sindacalismo di base dell’11 ottobre 2021.

Il secondo punto riguarda il sistema sanitario pubblico e al di là di questo la pubblica igiene intesa come insieme di comportamenti collettivi volti alla prevenzione della malattia. Per avviare una riflessione su questo aspetto, oltre ai materiali già pubblicati nei numeri precedenti, riteniamo sia utile ripercorrere l’esperienza di quel movimento di lotta per la salute, che in Italia, dagli anni Settanta in poi, ha prodotto tali e tante esperienze concrete di cui sarebbe follìa non tener conto in un momento come questo. Perché questo movimento ha potuto ottenere tanti risultati positivi? Perché ha ancorato il suo intervento all’organizzazione del lavoro, perché ha tenuto insieme in un legame strettissimo salute e lavoro. L’intervista con Benedetto Terracini, uno dei fondatori di questo movimento, già direttore della rivista Epidemiologia & Prevenzione, è la prima di una serie che intendiamo continuare. 

In questa prospettiva ci sembra che il problema non sia riducibile all’analisi della  decisione di vaccinarsi o meno, ma di interrogarsi  sull’impatto della pandemia sulle disuguaglianze sociali nel lungo termine, su quale sistema e quale organizzazione sanitaria, che tipo di operatori e di presidi sanitari ci vorranno per affrontare una situazione complessa che riguarda pazienti affetti da Covid, pazienti affetti da patologie gravi e tendenzialmente trascurati, persone con obblighi di lavoro, persone con un lavoro precario, mal pagato, oppure senza lavoro.

Finché nelle manifestazioni di protesta si butta dentro solo il disagio collettivo si va alla cieca, se invece vi si inseriscono idee orientate a una direzione politica incisiva, forse qualche risultato si porta a casa e si riesce, dal nostro punto di vista, a cambiare di segno certe pratiche politiche, che oggi sono costrette nel logorante esercizio di distanziarsi da compagni di strada non graditi.