Come nasce un’avanguardia operaia

Benedetta Rizzo

Ti ricordi quel nove luglio

che scappavi come un coniglio

per paura di incontrare

gli operai a scioperare

Recita così uno dei cori che i lavoratori e lavoratrici Gkn e in appalto cantano nei momenti di piazza che li vedono protagonisti indiscussi. Il 9 luglio scorso, infatti, 422 di loro sono stati lasciati a casa dall’azienda con una mail. Chiusura immediata, comunicata in un giorno in cui l’intera fabbrica era in ferie forzate per «calo della produzione». A questi 422 vanno poi aggiunti circa un’ottantina di lavoratori e lavoratrici dei servizi in appalto a cui appunto Gkn non si è nemmeno disturbata di comunicare la decisione presa.

Il management ha chiuso in fretta e furia, facendo finta di nulla, continuando a produrre, a investire su nuovi robot, concedendo ferie, promettendo aumenti e assunzioni, scappando da Firenze e lasciando lo stabilimento in mano a guardie private armate, per paura della risposta conflittuale che gli operai avrebbero potuto mettere in campo.
Risposta che, nonostante tutto, c’è stata: in meno di un’ora i lavoratori si sono radunati davanti ai cancelli e si sono ripresi la fabbrica, dove da quel 9 luglio sono tuttora in assemblea permanente per impedire lo smantellamento del sito produttivo.
Accanto agli operai, un intero territorio: dalla chiesa ai centri sociali, dai circoli Arci ai partiti politici, tutti hanno dimostrato la propria solidarietà a questa lotta, non solo materialmente. Si è infatti costituito il Gruppo di supporto alla vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e in appalto che raccoglie le varie anime del movimento fiorentino. 

Da luglio la mobilitazione continua a suscitare un grandissimo clamore ed entusiasmo: non c’è stato un solo appuntamento lanciato dalla fabbrica che non sia stato un successo. Il 28 luglio, in piena estate, un corteo di circa diecimila persone ha attraversato le strade di Capalle, la zona industriale di Campi Bisenzio dove si trova lo stabilimento. L’11 agosto, giorno della liberazione di Firenze dal nazifascismo, il connubio tra la lotta Gkn, le varie componenti del Gruppo di supporto e l’Anpi–Associazione nazionale partigiani italiani, ha portato altrettante persone a sfilare per le strade del centro storico. Il 18 settembre, hanno attraversato la città in quarantamila, prendendosi i viali che non venivano toccati da una manifestazione dai tempi del Social forum del 2001: un corteo sul lavoro che in Italia non si vedeva probabilmente da decenni.
Il 7 ottobre i lavoratori hanno presentato alla Camera la legge anti-delocalizzazioni scritta da loro con l’aiuto dei Giuristi democratici: come dicono loro, «una legge scritta con le nostre teste e non sulle nostre teste». Perché la bozza pensata dai ministri Todde e Orlando non era sufficiente, dato che è bastata una parola di Confindustria per far sì che venisse affossata, e dopo settimane di passerelle istituzionali e vane promesse non c’erano più scuse dietro cui trincerarsi. Lo stesso vale per il piano di riconversione dello stabilimento che sta prendendo vita proprio in queste settimane, nato grazie alla collaborazione con ingegneri, economisti, sociologi, storici: se il destino è la riconversione, i lavoratori Gkn non vogliono stare a guardare mentre istituzioni e imprenditori determinano le sorti della fabbrica. Il 30 ottobre, i lavoratori Gkn decidono di convergere a Roma al corteo contro il G20 lanciato dai movimenti per la giustizia climatica, per la giustizia sociale e per la lotta alla casa, invitando tutti i solidali a partecipare al loro spezzone: dalla fabbrica partono tredici pullman, portando a Roma uno spezzone di classe a cui hanno aderito anche altre vertenze, come quella di Alitalia.

L’obiettivo della mobilitazione è stato chiaro fin da subito: cambiare i rapporti di forza nel paese, non solo per i lavoratori Gkn, ma per tutti quanti. Perché – come affermano i lavoratori – Gkn si salva solo così, cambiando l’esistente, provando a immaginare un futuro diverso per tutte le vertenze nel mondo del lavoro, per i/le precari, per i/le disoccupati, per le scuole e le università.
Allora – ci dicono ancora – quel grido che viene lanciato dalla fabbrica, «Insorgiamo», celebre motto della resistenza fiorentina, deve essere raccolto, allargato, fatto proprio, declinato negli ambiti della vita in cui ci troviamo ad agire, lavorare, studiare. È necessario un’unità di intenti, un fronte unico di classe che comprenda il lavoro, il sistema educativo, la giustizia climatica e sociale, la questione di genere, per opporsi al governo Draghi e alle riforme impopolari che stanno per arrivare. E la via per realizzare questa unità, per gli operai Gkn, è lo sciopero generale e generalizzato.

Una mobilitazione di questa portata nel mondo del lavoro non si vedeva in Italia da tantissimo tempo: Gkn ha da sempre rappresentato una punta avanzata nel mondo del lavoro e le ragioni sono probabilmente da ricercarsi nell’organizzazione politico-sindacale interna della fabbrica che parte da lontano, ben prima della minaccia della chiusura e del licenziamento collettivo. 

L’organizzazione interna dei lavoratori: oltre la rappresentanza sindacale
La fabbrica di Campi Bisenzio è stata l’oggetto di studio per la mia laurea di tesi magistrale in Scienze Politiche e Sociali sui potenziali effetti di Industria 4.0 sul lavoro in fabbrica e su come la rappresentanza sindacale riesce a intervenire tramite la negoziazione. La ricerca si è svolta tra marzo e giugno 2021 con le interviste a due delegati sindacali e la somministrazione ai lavoratori di un questionario costruito sulla base degli elementi emersi dalle interviste. Durante una cena per la cassa del Collettivo di fabbrica a fine 2019, ho intercettato alcuni membri dell’Rsu e del Collettivo: nel tempo ho costruito con loro un rapporto di fiducia partecipando alle loro iniziative di mobilitazione non solo ai cancelli della loro fabbrica, ma anche quando i lavoratori Gkn portavano la loro solidarietà ad altre vertenze, come quella del Si Cobas alla Textprint di Prato. Ciò mi ha permesso di entrare nello stabilimento a più riprese, di osservare da vicino il lavoro in fabbrica, di svolgere le interviste nella saletta sindacale e distribuire i questionari durante le assemblee dei lavoratori su più turni. L’intenzione iniziale non era quella di svolgere un lavoro etnografico o di partecipazione osservante, ma lo è diventata quando l’Rsu e i lavoratori hanno apprezzato il fatto che ero lì a chiedere l’opinione non della parte aziendale ma di chi è stato realmente coinvolto dal fenomeno delle nuove tecnologie in fabbrica e. Tutte le informazioni contenute in questo articolo sono frutto, dunque, della mia ricerca e del lavoro etnografico svolto.

Lo stabilimento Gkn Driveline di Campi Bisenzio, alle porte di Firenze, produce semiassi per automobili. Il 90% circa della produzione è destinata al gruppo Stellantis/Fca, in particolare per quanto riguarda la componentistica per le utilitarie come la Panda, i mezzi per la logistica come il Ducato e il settore automobilistico di lusso, come per esempio Maserati, Lamborghini, Ferrari. La filiale fiorentina prima apparteneva alla vecchia Fiat, poi nel 1994 è stata acquistata dalla multinazionale inglese. Nel 2018 il gruppo Gkn Automotive è stato acquistato dal fondo finanziario Melrose. I lavoratori dello stabilimento Gkn hanno ereditato la storia sindacale della Fiat di Novoli (quartiere fiorentino dove era ubicata): la maggioranza di loro, infatti, è iscritta alla Fiom, fatto che si riflette anche sulla Rsu, dove 6 delegati su 7 sono Fiom e fanno parte dell’area di opposizione interna alla Cgil, cioè alla corrente “Sindacato è un’altra cosa”.

L’anno cruciale per una svolta nell’organizzazione interna allo stabilimento di Campi Bisenzio è stato il 2007, quando sul piano sindacale ci fu uno scontro generazionale e politico. La direzione aziendale dell’epoca impose alle organizzazioni sindacali interne un cambio dell’orario di lavoro: gli operai avrebbero lavorato anche il sabato e la domenica con un giorno di riposo durante la settimana a rotazione. Soprattutto i più giovani, che stavano iniziando a comprendere e a masticare le problematiche aziendali, non volevano firmare questo accordo: nacque così una polemica durata mesi, che portò alle dimissioni della vecchia Rsu e all’elezione dei lavoratori più giovani all’interno della rappresentanza sindacale. Venendo da una classica gestione litigiosa tra le sigle sindacali, la nuova Rsu aveva un obiettivo chiaro: per restituire il potere decisionale ai lavoratori, al di là della tessera che si aveva in tasca e delle condizioni di lavoro differenti, bisognava agire compatti e uniti contro l’azienda.
Tra il 2007 e il 2008 ha iniziato a prendere forma quello che poi nel 2018 è stato battezzato come Collettivo di fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze, un organismo che ha la finalità di organizzare i lavoratori per coinvolgerli maggiormente sia nelle decisioni sindacali, sia nelle mobilitazioni e vertenze. Ovviamente, per sua natura, il Collettivo di fabbrica mantiene una certa informalità: ha un’area piuttosto importante di simpatizzanti, ma le persone che vi prendono parte costantemente sono circa una trentina, anche se in alcuni particolari momenti si sono tenute assemblee partecipate da circa un centinaio di lavoratori. Per cercare di ridurre questa fluidità, è stata creata la figura del delegato di raccordo che si pone tra l’assemblea dei lavoratori e la Rsu: attualmente sono 12, vengono nominati dalla Rsu, ratificati dall’assemblea dei lavoratori e riconosciuti dall’azienda tramite accordo interno. In questo modo si è delineata una riarticolazione sindacale ramificata in quasi tutti i reparti dell’azienda, dove i delegati di raccordo coadiuvano i membri della Rsu nell’attività sindacale e nel coinvolgimento di tutti i lavoratori. 

Si è venuta a creare così una struttura partecipativa d’avanguardia, altamente democratica – probabilmente unica nel suo genere – che si rifà all’esperienza dei Consigli di fabbrica degli anni Settanta. Un modo di fare sindacato aperto e orizzontale, in cui le decisioni sono prese dall’assemblea dei lavoratori, che è diametralmente opposto a quello classico che conosciamo dei sindacati, piramidale quando non verticistico.

Sulla base di questa organizzazione, tantissime sono state le conquiste strappate con la mobilitazione dei lavoratori ai tavoli di trattativa: dal mantenimento dell’articolo 18 a livello aziendale, all’argine ai contratti in staff-leasing, al rifiuto del Testo unico sulla rappresentanza, così come del Jobs Act e della riforma Fornero. Ancora, sul tema dell’Industria 4.0, la rappresentanza sindacale ha cercato di regolare gli effetti che le nuove tecnologie stanno avendo sul lavoro in fabbrica: hanno ottenuto più ore di formazione di quelle previste dal Ccnl metalmeccanici, hanno cercato di legare la formazione a livelli contrattuali più alti, hanno bloccato un sistema di controllo pervasivo della performance del lavoratore, appellandosi all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che Renzi non è riuscito a modificare fino in fondo, hanno cercato di dimostrare all’azienda l’aumento degli scarti che questo nuovo modo di produrre può generare. 

Ed è proprio in questa organizzazione che vanno ricercate le ragioni della forza di questa lotta, a cui anche altre vertenze rivolgono lo sguardo; questo tuttavia non implica che il modello Gkn sia facilmente replicabile in altri posti di lavoro.
Però i lavoratori Gkn qualcosa lo stanno già dimostrando, il loro modello organizzativo è avanguardia operaia e dimostrazione ne è il successo della loro mobilitazione: dalla proposta di legge anti-delocalizzazioni, passando per i progetti che stanno portando avanti con il gruppo di ingegneri ed economisti solidali per un piano di riconversione dello stabilimento, fino alla cura degli impianti dello stabilimento, del presidio permanente, è tutto frutto della loro capacità organizzativa e di mobilitazione sia interna che esterna alla fabbrica. In ogni caso, la vertenza non può restare solo su un piano meramente sindacale: è necessario che venga affiancata da una mobilitazione che raccolga le varie istanze sociali in grado di mettere alle strette il governo e le istituzioni. Solo così Gkn potrebbe non essere una vertenza come le tante, troppe già viste in passato, costellate di tavoli di trattative e promesse puntualmente disattese, ammortizzatori sociali in attesa di una fantomatica riconversione industriale che non arriva mai.

E se ci riusciranno, non saranno più solo una pagina di giornale, ma una nuova pagina di storia del movimento operaio.

Lavori culturali senza rappresentanza?

di Mattia Cavani e Anna Soru

Negli ultimi anni, complice l’esaurimento dei movimenti dei precari, è emerso un florilegio di pessimismi della ragione e della volontà riguardo le possibilità di mobilitazione dei lavoratori autonomi e “atipici” nei settori creativi e culturali. Mentre tenevano banco le discussioni sulla classe creativa di Richard Florida e la fine del lavoro di Jeremy Rifkin, la condizione di queste professioni continuava a peggiorare e, con l’esplosione dell’emergenza sanitaria, sono diventati molto evidenti problemi già presenti da decenni. Partendo dall’esperienza di Redacta (la sezione di Acta dedicata all’editoria libraria, di cui abbiamo scritto nel primo numero di Officina Primo Maggio) e da alcuni progetti affini a cui abbiamo partecipato nell’ultimo anno (Acta-media, dedicata a chi lavora nella comunicazione e nel giornalismo, e Art Workers Italia, che riunisce le professionalità dell’arte contemporanea), in questo articolo proveremo a tracciare quali sono le problematiche concrete che si incontrano nell’organizzare questi lavoratori e lavoratrici, un passo necessario per misurare le potenzialità di una rappresentanza in grado di emanciparne la condizione, anche oltre l’ottica emergenziale.

Luoghi di aggregazione 

Il primo passo è trovare questi lavoratori: non esiste un luogo fisico analogo alla fabbrica, dove se ne possono intercettare numerosi. Sono sparpagliati e spesso lavorano da remoto in città differenti. Ciononostante, continuano a proliferare forme di auto-organizzazione all’interno della stessa professione o del settore d’appartenenza. Grazie a un mix di relazioni personali e professionali, le prime aggregazioni si manifestano di solito sul territorio; per un successivo allargamento, sono via via più importanti siti dedicati, blog e social media. Questa è per esempio la modalità impiegata da Redacta e Acta-Media.

La pandemia in corso ha da un lato reso evidente l’estrema debolezza di tanti lavoratori e lavoratrici non dipendenti, spesso senza neppure un contratto, rendendo urgente la necessità di coalizzarsi; dall’altro ha accentuato l’importanza di Internet e dei social, non solo come luoghi di manifestazione del disagio, ma anche come spazi di aggregazione. Da qui è nata Awi, che in due mesi ha raccolto oltre 2500 aderenti e che tra le sue fila conta alcune delle categorie più colpite dal blocco delle attività. Esperienza partita come gruppo Facebook, diversamente dalla maggioranza dei gruppi di mestiere nati sui social è riuscita ad avviare un processo di riflessione critica e di presa di coscienza culminata con la recente costituzione di un’associazione formale.

Identità (professionali?)

È difficile, e come Acta l’abbiamo sperimentato, organizzare alleanze sociali di interessi molto differenti in nome di un fine sociale comune. In particolare, i lavoratori autonomi hanno condizioni eterogenee che spingono a una forte individualizzazione, sono poco abituati ad agire collegialmente e ad assumere un punto di vista collettivo.

Aggregare lavoratori che condividono la stessa attività (craft unionism), nella logica dei vecchi sindacati di mestiere è più semplice, perché:

  • c’è, soprattutto nelle professioni più nuove o meno definite, un’esigenza di identificazione professionale, che richiede un processo di ricostruzione di attività frammentate. L’introduzione di un codice Ateco (un codice alfanumerico che indica il settore economico principale nel quale opera il professionista) ad hoc è spesso considerata un primo passo in questa direzione; 
  • ci sono alcuni problemi che sono specifici della professione ed è diffusa una percezione di atipicità (se non unicità) del proprio ambito lavorativo. C’è maggiore disponibilità al confronto con chi si trova nella stessa situazione.

In realtà molti dei principali problemi sono comuni ai diversi “mestieri”, ma la partecipazione diretta, non mediata dalla delega, a un gruppo di “mestiere” aiuta a dare identità e appartenenza, ad acquisire consapevolezza delle condizioni in cui si opera e a creare i presupposti per una coalizione più ampia.

Inchieste e sondaggi online auto-organizzati hanno rappresentato uno strumento prezioso attraverso cui approfondire i problemi, ma soprattutto sono stati dei veri e propri veicoli di coalizione, hanno funzionato come momento seminale per Redacta e Acta-media e sono stati un momento di passaggio importante anche per Awi.

Disegno: Pat Carra

La rappresentanza

Il sindacato ha inizialmente affrontato il proliferare di nuovi lavori cercando di ricondurli all’interno dei confini del lavoro dipendente. Più di recente sembra aver accettato che il lavoro autonomo non solo esiste, ma spesso è scelto dal lavoratore, e che ha alcune sue specificità. Enunciazioni di principio in questo senso (come la Carta dei diritti universali del lavoro della Cgil) si sono tuttavia rivelate difficili da mettere in pratica. Soltanto in alcuni ambiti, per esempio la sicurezza sul lavoro, c’è stato un effettivo allargamento delle tutele.

Allo stesso tempo però, questo spazio non è stato colto dalle associazioni di tipo professionale, che tipicamente includono lavoratori e datori di lavoro (in genere sotto forma di studi professionali) con interessi che possono essere contrapposti. Quando questo avviene, prevalgono quelli dei committenti, più forti nel mercato ed entro le associazioni. 

Le prime organizzazioni che sono nate per rappresentare il lavoro autonomo di seconda generazione sono organizzazioni non tradizionali, definite quasi-Union, che hanno spesso la configurazione di associazioni, nascono dal basso come auto-organizzazione, sono prevalentemente basate sul lavoro volontario dei propri soci e hanno una membership liquida (non sempre è chiaro chi è socio e chi non lo è). In Italia la prima di queste organizzazioni è stata Acta, l’associazione dei freelance, che corrisponde in pieno a questa definizione.

Il nodo dei compensi

Sul tema dei compensi, che per moltissimi freelance è il problema, tuttavia neanche Acta è stata particolarmente incisiva. La letteratura giuridica ha a lungo dibattuto sulla compatibilità tra contrattazione collettiva e diritto della concorrenza per lavoratori autonomi. Nel lavoro dipendente, in virtù del rapporto di subordinazione, si presuppone che il lavoratore abbia minore potere contrattuale del datore di lavoro, e la contrattazione collettiva serve a riequilibrare il rapporto. Un’analoga presunzione non può essere applicata nel lavoro autonomo, dove il lavoratore potrebbe avere potere contrattuale analogo o superiore a quello del committente e quindi la contrattazione collettiva altererebbe la concorrenza. 

Alcune esperienze sembrano indicare che questo problema di compatibilità giuridica sia in realtà superabile (la contrattazione collettiva è normalmente applicata per gli accordi economici del contratto di agenzia e di rappresentanza commerciale), e sembra che anche la Commissione Europea si stia muovendo in quest’ottica.

È interessante ripercorrere le tappe dell’esperienza per la fissazione dell’equo compenso dei giornalisti freelance. Questo compenso – frutto di un accordo siglato tra il Fnsi, sindacato unitario dei giornalisti, la Fieg, controparte degli editori, il Governo e l’Inpgi, cassa di previdenza dei giornalisti – era equo solo di nome, dato che prevedeva una retribuzione di 20 lordi euro ad articolo; un valore totalmente svincolato dai contratti collettivi dei dipendenti. Il sindacato non è riuscito a tutelare le esigenze dei freelance, privilegiando un approccio che non rischiasse di danneggiare i diritti degli insider. La certificazione di questo fallimento è arrivata con la bocciatura del Consiglio di Stato, che ha giudicato illegittimo distinguere tra giornalisti autonomi e parasubordinati, e ha chiarito che un compenso equo deve essere coerente con quello previsto dai contratti collettivi.

Altrettanto deludente quello che è successo con la norma della riforma Fornero, che indicava per le collaborazioni a progetto la necessità di ancorare la retribuzione del collaboratore alla contrattazione collettiva per figure con analoghi livelli di professionalità, ma questa opportunità non è stata sfruttata e ormai le co.co.pro non esistono più.  

Il sindacato ha inizialmente affrontato
il proliferare di nuovi lavori cercando di
ricondurli all’interno dei confini del lavoro
dipendente

Redacta sta seguendo una strada nuova, su un duplice binario. Da un lato ha fatto un’operazione di trasparenza, raccogliendo su una piattaforma online i tariffari delle maggiori aziende editoriali; dall’altro ha calcolato, per le principali attività, dei parametri di compenso dignitoso. In questo modo fornisce delle indicazioni molto utili a tutti i freelance, in particolare ai più giovani, spesso impreparati a dare il giusto valore ai servizi che offrono.

È presto per dire se questa azione di sensibilizzazione e di coinvolgimento attivo dei lavoratori e delle lavoratrici riuscirà a contrastare le pressioni al ribasso sui compensi, divenute ancora più forti a seguito della pandemia. È possibile che sia propedeutica, laddove ce ne siano le condizioni, a un rilancio della contrattazione collettiva con il coinvolgimento delle associazioni in cui questi lavoratori si riconoscono.

D’altra parte la contrattazione collettiva non è applicabile a tutte le situazioni lavorative, perché non sempre la controparte è individuabile in maniera chiara. Si pensi per esempio a un informatico o a un formatore che lavora con imprese distribuite su molti settori.

Di certo diventa sempre più urgente l’intervento istituzionale per contrastare l’insostenibile concorrenza che proviene dal lavoro gratuito e semi-gratuito, con l’introduzione di un salario minimo legale che rappresenti un riferimento per tutto il lavoro e con il controllo degli stage, spesso abusati, oltre che con l’individuazione di equi compensi, in applicazione della legge finanziaria 2018, il cui rispetto dovrebbe essere garantito nelle attività della pubblica amministrazione e condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione o commessa pubblica. Se i provvedimenti adottati nell’emergenza sono indicativi di una tendenza, possiamo dire che il legislatore è molto lontano da questo approccio. 

Per esempio il Governo ha stanziato 10 milioni di aiuto diretto agli editori di libri classificabili come micro-imprese (considerando il livello di esternalizzazione del lavoro e i fatturati medi, ricadono in questa categoria diversi editori, non solo i più piccoli) e più di 200 milioni per il finanziamento degli acquisti delle biblioteche e di programmi a sostegno della lettura e della domanda di libri (come la 18app).

Nel silenzio delle associazioni professionali del settore, queste misure hanno finanziato direttamente le aziende o progetti che vanno avanti da anni senza ripercussioni apprezzabili sulla remunerazione del lavoro. Redacta aveva proposto, inascoltata, di porre come condizione necessaria per accedere a qualsiasi agevolazione il rispetto – per tutte le fasi della lavorazione del libro, dalla traduzione alla rilettura delle bozze – dei corretti contratti nazionali ai propri dipendenti e/o dei compensi dignitosi per i lavoratori autonomi coinvolti.

Welfare oltre l’emergenza

Se il tema dei compensi e del sostegno pubblico alle imprese sembrano poter essere affrontati anche da un punto di vista settoriale, il welfare riporta inevitabilmente a coalizioni e approcci ben più ampi. Le misure di sostegno del reddito per i lavoratori autonomi sono state un tabù per anni, ma durante l’emergenza sono state messe in pratica, anche se in modo per molti versi discutibile. Forse il caso più clamoroso è stato il criterio per ricevere i 1.000 euro di maggio: un calo degli incassi del 33% nei mesi di marzo e aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Data la strutturale aleatorietà dei tempi di pagamento dei professionisti, gli aiuti si sono trasformati in lotteria: un professionista in difficoltà potrebbe essere pagato a marzo per un lavoro svolto l’anno precedente, un altro potrebbe non avere problemi eppure avere un mese in cui i pagamenti slittano in avanti.

In altri casi, il Governo ha seguito logiche esplicitamente corporativiste. Ci riferiamo in particolare alla parte del Decreto Rilancio che ha assegnato 5 milioni di euro di un fondo a sostegno dell’intero settore editoriale ai soli traduttori editoriali. Una scelta arbitraria per cui è difficile trovare una ratio convincente, se non la soddisfazione di interessi meramente corporativi.

Oltre a una questione di equità, questo provvedimento ne solleva anche una tattica: è pensabile che la moltitudine di lavoratori e lavoratrici (spesso slash workers, professionisti che svolgono più mestieri) con i più diversi inquadramenti contrattuali e fiscali che compone la forza lavoro attuale riesca a vedersi garantite le tutele fondamentali di welfare organizzandosi per corporazioni? Ci pare irrealistico. L’esito più probabile è un’ulteriore frammentazione tra minoranze di garantiti, in forza di qualche estemporanea manovra parlamentare, e “tutti gli altri”.

Non è più possibile rimandare l’evoluzione verso un welfare che assicuri alcune tutele di base a tutte le tipologie di lavoro, incluse quelle più spurie come la cessione di diritti d’autore, superando discontinuità e frammentazioni contrattuali. Occorre cioè cambiare il nostro sistema di welfare, costruito sul lavoro dipendente, per arrivare a un welfare che tuteli tutto il lavoro, senza le attuali suddivisioni in casse previdenziali, che discriminano i lavoratori non dipendenti e creano difficoltà nelle situazioni di passaggio da un contratto a un altro e nelle situazioni in cui coesistono più incarichi. Per esempio se un lavoratore dipendente diventa autonomo, nei primi mesi di lavoro non sarà coperto da alcuna tutela, perché la protezione da lavoro dipendente si è esaurita con la cessazione del rapporto subordinato, mentre quella da lavoratore autonomo non è ancora attiva perché manca un pregresso contributivo. Se invece consideriamo un lavoratore con più lavori, che afferiscono a diverse casse previdenziali, in caso di malattia o maternità potrà accedere solo alle tutele connesse ad una cassa o addirittura a nessuna tutela se non ha raggiunto i minimi contributivi in una delle casse, perché non è prevista la cumulabilità.

Il 28 ottobre Acta ha presentato alla Commissione lavoro della Camera dei deputati una proposta per garantire la copertura di malattia, genitorialità e riduzione involontaria del reddito a tutti lavoratori.

Emerge con forza il nesso fra forme e attori della rappresentanza e capacità di incidere in modo positivo sulla situazione attuale. Se non saremo in grado di inventare nuove forme di conflitto sui compensi e allargare le tutele di welfare a tutti, gran parte dei lavoratori e delle lavoratrici, in molti casi la parte più giovane, rimarrà fragile e preda dei capricci della contingenza e questo continuerà ad avere effetti evidenti anche sul resto del mercato del lavoro. 

Davanti a una contingenza della portata della crisi pandemica è evidente che queste sfide non sono più prorogabili.

Bibliografia

M. Biasi, «Ripensando il rapporto tra il diritto della concorrenza e la contrattazione collettiva relativa al lavoro autonomo all’indomani della l. n. 81 del 2017», Argomenti di Diritto del Lavoro, 2/2018.

S. Bologna, A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, scenari del postfordismo in Italia, Feltrinelli, Milano 1997.

C. Heckscher, F. Carré, «Strength in networks: Employment rights organisations and the problem of coordination», British Journal of Industrial Relations, 44, 4, 2016.

E. Sinibaldi, La rappresentanza del nuovo lavoro autonomo, tesi di dottorato, Università di Pavia, Pavia 2014.