Come nasce un’avanguardia operaia

Benedetta Rizzo

Ti ricordi quel nove luglio

che scappavi come un coniglio

per paura di incontrare

gli operai a scioperare

Recita così uno dei cori che i lavoratori e lavoratrici Gkn e in appalto cantano nei momenti di piazza che li vedono protagonisti indiscussi. Il 9 luglio scorso, infatti, 422 di loro sono stati lasciati a casa dall’azienda con una mail. Chiusura immediata, comunicata in un giorno in cui l’intera fabbrica era in ferie forzate per «calo della produzione». A questi 422 vanno poi aggiunti circa un’ottantina di lavoratori e lavoratrici dei servizi in appalto a cui appunto Gkn non si è nemmeno disturbata di comunicare la decisione presa.

Il management ha chiuso in fretta e furia, facendo finta di nulla, continuando a produrre, a investire su nuovi robot, concedendo ferie, promettendo aumenti e assunzioni, scappando da Firenze e lasciando lo stabilimento in mano a guardie private armate, per paura della risposta conflittuale che gli operai avrebbero potuto mettere in campo.
Risposta che, nonostante tutto, c’è stata: in meno di un’ora i lavoratori si sono radunati davanti ai cancelli e si sono ripresi la fabbrica, dove da quel 9 luglio sono tuttora in assemblea permanente per impedire lo smantellamento del sito produttivo.
Accanto agli operai, un intero territorio: dalla chiesa ai centri sociali, dai circoli Arci ai partiti politici, tutti hanno dimostrato la propria solidarietà a questa lotta, non solo materialmente. Si è infatti costituito il Gruppo di supporto alla vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e in appalto che raccoglie le varie anime del movimento fiorentino. 

Da luglio la mobilitazione continua a suscitare un grandissimo clamore ed entusiasmo: non c’è stato un solo appuntamento lanciato dalla fabbrica che non sia stato un successo. Il 28 luglio, in piena estate, un corteo di circa diecimila persone ha attraversato le strade di Capalle, la zona industriale di Campi Bisenzio dove si trova lo stabilimento. L’11 agosto, giorno della liberazione di Firenze dal nazifascismo, il connubio tra la lotta Gkn, le varie componenti del Gruppo di supporto e l’Anpi–Associazione nazionale partigiani italiani, ha portato altrettante persone a sfilare per le strade del centro storico. Il 18 settembre, hanno attraversato la città in quarantamila, prendendosi i viali che non venivano toccati da una manifestazione dai tempi del Social forum del 2001: un corteo sul lavoro che in Italia non si vedeva probabilmente da decenni.
Il 7 ottobre i lavoratori hanno presentato alla Camera la legge anti-delocalizzazioni scritta da loro con l’aiuto dei Giuristi democratici: come dicono loro, «una legge scritta con le nostre teste e non sulle nostre teste». Perché la bozza pensata dai ministri Todde e Orlando non era sufficiente, dato che è bastata una parola di Confindustria per far sì che venisse affossata, e dopo settimane di passerelle istituzionali e vane promesse non c’erano più scuse dietro cui trincerarsi. Lo stesso vale per il piano di riconversione dello stabilimento che sta prendendo vita proprio in queste settimane, nato grazie alla collaborazione con ingegneri, economisti, sociologi, storici: se il destino è la riconversione, i lavoratori Gkn non vogliono stare a guardare mentre istituzioni e imprenditori determinano le sorti della fabbrica. Il 30 ottobre, i lavoratori Gkn decidono di convergere a Roma al corteo contro il G20 lanciato dai movimenti per la giustizia climatica, per la giustizia sociale e per la lotta alla casa, invitando tutti i solidali a partecipare al loro spezzone: dalla fabbrica partono tredici pullman, portando a Roma uno spezzone di classe a cui hanno aderito anche altre vertenze, come quella di Alitalia.

L’obiettivo della mobilitazione è stato chiaro fin da subito: cambiare i rapporti di forza nel paese, non solo per i lavoratori Gkn, ma per tutti quanti. Perché – come affermano i lavoratori – Gkn si salva solo così, cambiando l’esistente, provando a immaginare un futuro diverso per tutte le vertenze nel mondo del lavoro, per i/le precari, per i/le disoccupati, per le scuole e le università.
Allora – ci dicono ancora – quel grido che viene lanciato dalla fabbrica, «Insorgiamo», celebre motto della resistenza fiorentina, deve essere raccolto, allargato, fatto proprio, declinato negli ambiti della vita in cui ci troviamo ad agire, lavorare, studiare. È necessario un’unità di intenti, un fronte unico di classe che comprenda il lavoro, il sistema educativo, la giustizia climatica e sociale, la questione di genere, per opporsi al governo Draghi e alle riforme impopolari che stanno per arrivare. E la via per realizzare questa unità, per gli operai Gkn, è lo sciopero generale e generalizzato.

Una mobilitazione di questa portata nel mondo del lavoro non si vedeva in Italia da tantissimo tempo: Gkn ha da sempre rappresentato una punta avanzata nel mondo del lavoro e le ragioni sono probabilmente da ricercarsi nell’organizzazione politico-sindacale interna della fabbrica che parte da lontano, ben prima della minaccia della chiusura e del licenziamento collettivo. 

L’organizzazione interna dei lavoratori: oltre la rappresentanza sindacale
La fabbrica di Campi Bisenzio è stata l’oggetto di studio per la mia laurea di tesi magistrale in Scienze Politiche e Sociali sui potenziali effetti di Industria 4.0 sul lavoro in fabbrica e su come la rappresentanza sindacale riesce a intervenire tramite la negoziazione. La ricerca si è svolta tra marzo e giugno 2021 con le interviste a due delegati sindacali e la somministrazione ai lavoratori di un questionario costruito sulla base degli elementi emersi dalle interviste. Durante una cena per la cassa del Collettivo di fabbrica a fine 2019, ho intercettato alcuni membri dell’Rsu e del Collettivo: nel tempo ho costruito con loro un rapporto di fiducia partecipando alle loro iniziative di mobilitazione non solo ai cancelli della loro fabbrica, ma anche quando i lavoratori Gkn portavano la loro solidarietà ad altre vertenze, come quella del Si Cobas alla Textprint di Prato. Ciò mi ha permesso di entrare nello stabilimento a più riprese, di osservare da vicino il lavoro in fabbrica, di svolgere le interviste nella saletta sindacale e distribuire i questionari durante le assemblee dei lavoratori su più turni. L’intenzione iniziale non era quella di svolgere un lavoro etnografico o di partecipazione osservante, ma lo è diventata quando l’Rsu e i lavoratori hanno apprezzato il fatto che ero lì a chiedere l’opinione non della parte aziendale ma di chi è stato realmente coinvolto dal fenomeno delle nuove tecnologie in fabbrica e. Tutte le informazioni contenute in questo articolo sono frutto, dunque, della mia ricerca e del lavoro etnografico svolto.

Lo stabilimento Gkn Driveline di Campi Bisenzio, alle porte di Firenze, produce semiassi per automobili. Il 90% circa della produzione è destinata al gruppo Stellantis/Fca, in particolare per quanto riguarda la componentistica per le utilitarie come la Panda, i mezzi per la logistica come il Ducato e il settore automobilistico di lusso, come per esempio Maserati, Lamborghini, Ferrari. La filiale fiorentina prima apparteneva alla vecchia Fiat, poi nel 1994 è stata acquistata dalla multinazionale inglese. Nel 2018 il gruppo Gkn Automotive è stato acquistato dal fondo finanziario Melrose. I lavoratori dello stabilimento Gkn hanno ereditato la storia sindacale della Fiat di Novoli (quartiere fiorentino dove era ubicata): la maggioranza di loro, infatti, è iscritta alla Fiom, fatto che si riflette anche sulla Rsu, dove 6 delegati su 7 sono Fiom e fanno parte dell’area di opposizione interna alla Cgil, cioè alla corrente “Sindacato è un’altra cosa”.

L’anno cruciale per una svolta nell’organizzazione interna allo stabilimento di Campi Bisenzio è stato il 2007, quando sul piano sindacale ci fu uno scontro generazionale e politico. La direzione aziendale dell’epoca impose alle organizzazioni sindacali interne un cambio dell’orario di lavoro: gli operai avrebbero lavorato anche il sabato e la domenica con un giorno di riposo durante la settimana a rotazione. Soprattutto i più giovani, che stavano iniziando a comprendere e a masticare le problematiche aziendali, non volevano firmare questo accordo: nacque così una polemica durata mesi, che portò alle dimissioni della vecchia Rsu e all’elezione dei lavoratori più giovani all’interno della rappresentanza sindacale. Venendo da una classica gestione litigiosa tra le sigle sindacali, la nuova Rsu aveva un obiettivo chiaro: per restituire il potere decisionale ai lavoratori, al di là della tessera che si aveva in tasca e delle condizioni di lavoro differenti, bisognava agire compatti e uniti contro l’azienda.
Tra il 2007 e il 2008 ha iniziato a prendere forma quello che poi nel 2018 è stato battezzato come Collettivo di fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze, un organismo che ha la finalità di organizzare i lavoratori per coinvolgerli maggiormente sia nelle decisioni sindacali, sia nelle mobilitazioni e vertenze. Ovviamente, per sua natura, il Collettivo di fabbrica mantiene una certa informalità: ha un’area piuttosto importante di simpatizzanti, ma le persone che vi prendono parte costantemente sono circa una trentina, anche se in alcuni particolari momenti si sono tenute assemblee partecipate da circa un centinaio di lavoratori. Per cercare di ridurre questa fluidità, è stata creata la figura del delegato di raccordo che si pone tra l’assemblea dei lavoratori e la Rsu: attualmente sono 12, vengono nominati dalla Rsu, ratificati dall’assemblea dei lavoratori e riconosciuti dall’azienda tramite accordo interno. In questo modo si è delineata una riarticolazione sindacale ramificata in quasi tutti i reparti dell’azienda, dove i delegati di raccordo coadiuvano i membri della Rsu nell’attività sindacale e nel coinvolgimento di tutti i lavoratori. 

Si è venuta a creare così una struttura partecipativa d’avanguardia, altamente democratica – probabilmente unica nel suo genere – che si rifà all’esperienza dei Consigli di fabbrica degli anni Settanta. Un modo di fare sindacato aperto e orizzontale, in cui le decisioni sono prese dall’assemblea dei lavoratori, che è diametralmente opposto a quello classico che conosciamo dei sindacati, piramidale quando non verticistico.

Sulla base di questa organizzazione, tantissime sono state le conquiste strappate con la mobilitazione dei lavoratori ai tavoli di trattativa: dal mantenimento dell’articolo 18 a livello aziendale, all’argine ai contratti in staff-leasing, al rifiuto del Testo unico sulla rappresentanza, così come del Jobs Act e della riforma Fornero. Ancora, sul tema dell’Industria 4.0, la rappresentanza sindacale ha cercato di regolare gli effetti che le nuove tecnologie stanno avendo sul lavoro in fabbrica: hanno ottenuto più ore di formazione di quelle previste dal Ccnl metalmeccanici, hanno cercato di legare la formazione a livelli contrattuali più alti, hanno bloccato un sistema di controllo pervasivo della performance del lavoratore, appellandosi all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che Renzi non è riuscito a modificare fino in fondo, hanno cercato di dimostrare all’azienda l’aumento degli scarti che questo nuovo modo di produrre può generare. 

Ed è proprio in questa organizzazione che vanno ricercate le ragioni della forza di questa lotta, a cui anche altre vertenze rivolgono lo sguardo; questo tuttavia non implica che il modello Gkn sia facilmente replicabile in altri posti di lavoro.
Però i lavoratori Gkn qualcosa lo stanno già dimostrando, il loro modello organizzativo è avanguardia operaia e dimostrazione ne è il successo della loro mobilitazione: dalla proposta di legge anti-delocalizzazioni, passando per i progetti che stanno portando avanti con il gruppo di ingegneri ed economisti solidali per un piano di riconversione dello stabilimento, fino alla cura degli impianti dello stabilimento, del presidio permanente, è tutto frutto della loro capacità organizzativa e di mobilitazione sia interna che esterna alla fabbrica. In ogni caso, la vertenza non può restare solo su un piano meramente sindacale: è necessario che venga affiancata da una mobilitazione che raccolga le varie istanze sociali in grado di mettere alle strette il governo e le istituzioni. Solo così Gkn potrebbe non essere una vertenza come le tante, troppe già viste in passato, costellate di tavoli di trattative e promesse puntualmente disattese, ammortizzatori sociali in attesa di una fantomatica riconversione industriale che non arriva mai.

E se ci riusciranno, non saranno più solo una pagina di giornale, ma una nuova pagina di storia del movimento operaio.