Cronologia logistica (giugno-ottobre 2021)

Andrea Bottalico

«Accusare di omicidio un uomo quaggiù è come fare 

contravvenzioni per eccesso di velocità 

alla 500 Miglia di Indianapolis»

Cpt. Benjamin Willard in Apocalypse Now

Giugno 

Il sindacato di base Si Cobas non molla il colpo su FedEx, contro cui ha avviato una vertenza dall’inizio dell’anno per la riapertura della piattaforma logistica di Piacenza. La mobilitazione principale avviene a San Giuliano Milanese, ma si organizzano picchetti in altri magazzini. Il sindacato comunica che la sera del 7 giugno i lavoratori hanno fermato le piattaforme di Lodi, Bologna, Ancona, Fiano Romano, Firenze e Modena. Viene indetta una manifestazione a Roma per chiedere al ministro dello Sviluppo economico l’apertura di una trattativa nazionale. Nel frattempo  viene avviata una mobilitazione anche nella piattaforma Ceva Logistics di Stradella, provincia di Pavia (su questa vertenza rimandiamo all’articolo «Lavoro e conflitto lungo la filiera editoriale. Il caso della Città del Libro» in questo numero). In un comunicato del sindacato di base si legge:

I lavoratori della logistica in questi anni hanno sperimentato sulla propria pelle che i subappalti servono unicamente ad abbassare al minimo i livelli salariali e le tutele sui luoghi di lavoro, a creare una fitta barriera di intermediari tra i lavoratori e le aziende committenti per aggirare i contratti collettivi nazionali e ad alimentare i volumi d’affari dei caporali e della criminalità organizzata. 

Sulla vertenza FedEx, il sindacato scrive che la società ha 

dapprima chiuso l’hub di Piacenza dalla sera alla mattina buttando per strada 272 famiglie, poi con la complicità di Cgil-Cisl-Uil ha avviato un processo di internalizzazione che cancella tutte le conquiste ottenute dai lavoratori negli ultimi dieci anni, esclude le unità affette da patologie fisiche, introduce nei magazzini un clima di terrore ed estromette il sindacalismo di base dai tavoli di trattativa, sebbene questi ultimi rappresentino la maggioranza dei lavoratori. 

Nella convocazione dello sciopero nazionale previsto per il 18 giugno il sindacato cita il rinnovo del Contratto nazionale Logistica, trasporto merce e spedizione, contestato perché porta 

aumenti di poche decine di euro che non serviranno neanche a compensare la probabile ripresa dell’inflazione e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità: uno schiaffo in pieno volto per quelle centinaia di migliaia di lavoratori del settore che solo un anno fa era stato celebrato dal governo e dai padroni come strategico per far fronte al dilagare della pandemia.

L’11 giugno intorno alle 2 di notte avviene uno scontro fisico davanti ai cancelli della piattaforma logistica FedEx di Tavazzano (Lodi), tra un gruppo di manifestanti che picchettano l’ingresso per protestare contro la chiusura del magazzino di Piacenza e uomini provenienti dall’interno del magazzino. Secondo il Si Cobas si tratta di bodyguard assoldati dai padroni che avrebbero aggredito il presidio esterno con bastoni e frammenti di bancali. Bilancio finale dello scontro: un lavoratore di Piacenza ricoverato con codice rosso, tre feriti lievi e nove contusi. Qualche settimana prima davanti alla piattaforma di San Giuliano Milanese la dinamica era stata simile. Il Si Cobas denuncia l’aggressione da parte di bodyguard vestiti da lavoratori e il mancato intervento delle forze dell’ordine presenti sul posto. 

Il 18 giugno è il giorno di due scioperi: quello nazionale di ventiquattro ore della logistica indetto dal Si Cobas (cui aderiscono Adl Cobas, Usb Logistica e Cub Trasporti) e quello del trasporto aereo di quattro ore proclamato dai sindacati confederali Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti. Un comunicato congiunto diffuso per lo sciopero nazionale della logistica sottolinea come di fronte alla violenza e a un atto cinico come la chiusura del magazzino FedEx di Piacenza con il licenziamento dei lavoratori «l’unica risposta possibile è quella del conflitto e dello sciopero, sulla difesa del diritto e un lavoro degno, all’organizzazione di classe, alla libertà di poter scegliere il sindacato cui aderire e da cui farsi rappresentare». 

La mattina del 18 giugno, durante una manifestazione davanti ai cancelli della piattaforma logistica della Lidl di Biandrate, in provincia di Novara, il conducente di un camion forza il blocco, investe e uccide Adil Belakhdim, coordinatore del sindacato di base Si Cobas, 37 anni, del Marocco, sposato con due figli. Aveva lavorato in Tnt. Dalle prime ricostruzioni emerge che dopo l’investimento l’autista del veicolo ha trascinato Adil per una decina di metri e poi ha proseguito il viaggio, per essere infine fermato dai Carabinieri in un’area di servizio autostradale dopo essersi costituito al 112. È un campano di 25 anni. Finisce prima in carcere e poi agli arresti domiciliari con l’accusa di omicidio stradale e resistenza a pubblico ufficiale. Il Si Cobas denuncia l’omicidio come l’apice di un’escalation di repressione e violenza organizzata fuori dei cancelli dei magazzini: le cariche alla FedEx Tnt di Piacenza, gli arresti, le aggressioni armate a San Giuliano e Lodi, i raid punitivi alla Texprint di Prato. I sindacati confederali si mobilitano per esprimere solidarietà: «Non è possibile morire mentre si esercita il diritto costituzionale a esprimere la propria opinione e non si devono mai mettere lavoratori contro lavoratori», si legge in una nota della Filt Cgil di Novara. «In attesa che la giustizia faccia chiarezza su quanto accaduto, serve un intervento forte, anche a livello istituzionale, per affermare legalità e diritti in un mondo che troppo spesso li ignora». Per l’occasione piovono i proclami ufficiali e istituzionali sulla legalità e il diritto di sciopero in un comparto oggetto di indagini da parte della magistratura, contraddistinto da illegalità diffusa, caporalato e sfruttamento. La Fiom Emilia-Romagna proclama due ore di sciopero a fine turno per la giornata del 23 giugno. Nel comunicato della Fiom si legge:

La morte del sindacalista Adil Belakhdim è un fatto che non solo deve indignarci, ma che deve anche farci riflettere sulle degenerazioni del neo-liberismo e ripensare rispetto all’iniziativa collettiva del sindacato insieme alle lavoratrici e ai lavoratori per rimettere al centro la dignità dell’uomo e del lavoro. Le ragioni delle proteste vanno comprese e sostenute perché sono le stesse nostre che anche in molte aziende e siti metalmeccanici abbiamo dovuto agire negli anni, ponendoci noi tutti davanti ai camion per la difesa delle condizioni e dei posti di lavoro e della continuità produttiva. 

Scioperano per solidarietà e in ricordo di Adil alla Ferrari di Maranello, alla Emmegi di Soliera, alla Keestrack di Carpi. Mobilitazioni si segnalano in particolare nel modenese, alla Cnh Industrial, alla Cms, alla Centauro, alla Italtractor Itm, alla Mec Track, alla Wam. E poi lavoratori e lavoratrici delle aziende metalmeccaniche della Dinamic Oil, Caprari, Bosch Nonantola, Bosch Pavullo, Costamp Group, Crown, Salami, T-erre, Federal Mogul, Angelo Pò, BMD, 2b box docce, Titan, Tred Carpi, Manitou, Maserati CNC, PFB, B&N, Annovi e Reverberi, Motovario.

Il 22 giugno 2021 il Si Cobas comunica alle associazioni datoriali uno sciopero nazionale di quattro ore nell’intero comparto del trasporto e della logistica. La lettera di proclamazione spiega che lo sciopero è indetto «per denunciare l’intollerabile assassinio del nostro coordinatore provinciale di Novara Adil Belalkhdim e per fermare il clima di violenza contro gli scioperi e le iniziative sindacali». 

FedEx prosegue con la strategia di assunzione del personale nelle sue piattaforme di logistica. Nel magazzino di Calenzano (Firenze), cento persone passano alle dipendenze dirette della multinazionale. Secondo la Filt Cgil questa operazione «segna l’inizio di una nuova fase sindacale nella logistica per un cambio di passo che superi la destrutturazione del settore di questi ultimi vent’anni, tra appalti e false cooperative, portando diritti ai lavoratori, legalità e buona occupazione». Il Si Cobas contesta questa strategia della multinazionale, affermando che ha lo scopo di selezionare i lavoratori, escludendo quelli che aderiscono alla sua sigla. 

Luglio 

I delegati del porto di Genova confermano lo sciopero di ventiquattro ore di tutti i portuali dello scalo ligure indetto per il 19 luglio. I sindacati Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti spiegano che al centro della protesta ci sono «la richiesta di maggior sicurezza per tutti coloro che operano nello scalo genovese e una migliore organizzazione del lavoro che tocca tutte le realtà. Due esempi su tutti: le questioni legate all’utilizzo della Compagnia Unica da parte dei terminalisti e l’organizzazione del lavoro presso Stazioni Marittime». 

Il 15 luglio al porto di Ravenna si registrano due incidenti mortali sul lavoro. Un operaio di 63 anni, dipendente di una ditta esterna, viene schiacciato da una bobina d’acciaio di una tonnellata e mezzo. Il secondo incidente avviene a bordo del cargo Argo I. Il direttore di macchina della nave, un egiziano di 44 anni, rimane vittima di un incidente causato dall’esplosione di un tubo collegato al motore. I sindacati confederali proclamano scioperi per lavoratori portuali e marittimi. «Questi ennesimi incidenti – si legge in una nota – impongono a tutto il Paese una riflessione vera e profonda che possa dare delle risposte non più procrastinabili affinché si ponga fine a questa lunga scia di sangue». 

Gli effetti dell’emergenza sanitaria insistono sull’intera filiera logistica, propagandosi come tanti cerchi concentrici. Uno di questi viene sottolineato da una ricerca del Container Census & Leasing Annual Review and Forecast 2021/22 di Drewry, da cui emerge che negli ultimi dodici mesi il prezzo dei container è raddoppiato (così come il costo del noleggio), raggiungendo il massimo storico. L’impennata dei prezzi è stata innescata dal fermo della produzione in Cina, il principale produttore mondiale di container, durante il confinamento della pandemia da Covid-19 nel 2020. 

Agosto

Il sindacato di base Si Cobas proclama uno sciopero contro il provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato ricevuto il 24 agosto da 45 lavoratori impiegati da cooperative che gestiscono la movimentazione nella piattaforma che serve la logistica Unes a Truccazzano (Milano). La sospensione, secondo il sindacato, «avviene in seguito a una serie di scioperi svolti nel magazzino di Truccazzano per mancanze riscontrate nei salari dei lavoratori». 

Settembre

Il 15 settembre i sindacati confederali, tramite le rappresentanze dei trasporti e dei lavoratori in somministrazione, firmano al ministero del Lavoro il primo contratto nazionale con Amazon, che le sigle sindacali definiscono “storico” e “unico a livello mondiale”. La firma arriva dopo una vertenza culminata lo scorso marzo con una mobilitazione di ventiquattro ore dei lavoratori della filiera Amazon. 

Aumentano le iniziative degli enti locali italiani per affrontare la carenza di autisti di veicoli industriali. La rete di Comuni campani intende contribuire alle spese di conseguimento delle patenti superiori per i giovani che percepiscono il reddito di cittadinanza. L’agenzia per il lavoro Gi Group, in collaborazione con Odm Consulting, Assologistica e l’Osservatorio Contract Logistics Gino Marchet del Politecnico di Milano, pubblica una ricerca in cui si osservano le trasformazioni delle professioni nella filiera logistica. Entro tre-cinque anni, nella logistica conto terzi e nella distribuzione diventerà più importante il 39% dei 101 ruoli analizzati, a fronte di una stabilità del 55% e di un declino del 6%. Le mansioni che cresceranno maggiormente sono quelle connesse alla Comunicazione (100%), Automazione e Digitale (79%), Assistenza alla clientela (75%), seguiti dai ruoli connessi alle funzioni operative, di processo e di pianificazione (69%) e Distribuzione e Consegna a domicilio (69%). Secondo gli analisti, questa trasformazione è guidata dalle richieste del mercato, dall’innovazione tecnologica e dalla ricerca di efficienza di processo e di flessibilità operativa. I fattori che stanno incidendo maggiormente sulle professioni e sulle competenze sono la digitalizzazione e l’automazione nello stoccaggio. Anche la piattaforma digitale Packlink fornisce un’analisi sull’occupazione nella filiera logistica attraverso una ricerca sulle professionalità più richieste. Al primo posto ci sono gli autisti di veicoli industriali. Altre funzioni richieste sono quelle di responsabile della catena di fornitura, analista dati, responsabile di magazzino. «Molte di queste professioni appena dieci anni fa non esistevano nella loro forma attuale», spiega il direttore di Packlink. 

Secondo Trucking Hr Canada, mancano all’appello ventimila camionisti, che entro il 2023 potrebbero diventare ventitremila a causa del progressivo pensionamento dei conducenti attivi. Un problema grave, dal momento che nel Paese nord-americano il novanta percento delle merci viaggia su strada.

Anche la Gran Bretagna è colpita dall’emergenza dei rifornimenti di alimentari e carburanti, a causa della carenza di autisti. Le associazioni degli autotrasportatori e delle imprese chiedono di far rientrare almeno quegli autisti stranieri espatriati all’inizio della pandemia e che non sono potuti ritornare dopo la Brexit. Oltre alla lettera inviata dalla sottosegretaria ai Trasporti a tutti i pensionati in possesso di patenti per tornare al volante, il ministro della Giustizia ha proposto di mettere alla guida dei camion i condannati alle pene alternative, che invece della reclusione prevedono lavori socialmente utili a titolo gratuito.

La carenza di autisti di veicoli industriali riguarda anche l’Italia. Il presidente di Federlogistica e vicepresidente di Conftrasporto, Luigi Merlo, ricorda che complessivamente in Italia mancano almeno ventimila autisti, una cifra che tende all’aumento, spiegando che ormai è impossibile trovarli anche all’Est. «Alcuni nostri associati, ditte e consorzi di trasporto con centinaia di dipendenti, li stanno cercando con affanno e hanno pubblicato un sito internet dove trovare le offerte di lavoro, ma al momento l’emergenza resta». Secondo alcuni operatori, la carenza di autisti sta causando ritardi nell’uscita dei container dal porto di Genova, ritardi che variano da sette a dieci giorni. 

Il Consiglio dei Ministri del 16 settembre approva il Decreto Legge che impone il Green Pass  ai lavoratori del settore pubblico e privato, comprendendo quindi anche l’intera filiera logistica e il trasporto delle merci. 

Ottobre

L’11 ottobre si svolge uno sciopero generale nazionale del sindacalismo di base, proclamato da quindici sigle. Parole d’ordine: opposizione allo sblocco dei licenziamenti, carovita, obbligo del Green Pass sul posto di lavoro, contratti precari. Lo sciopero interessa anche i lavoratori del trasporto merci e della logistica. Nella convocazione i promotori invitano a organizzare «ovunque picchetti e blocchi della produzione, della distribuzione, dei trasporti e dei servizi pubblici e privati». Proseguono gli scioperi nella logistica, tra cui la piattaforma FedEx di Peschiera Borromeo (Milano) e Nexive di Bologna. La Corte di Cassazione intanto respinge il ricorso presentato dal pubblico ministero di Piacenza contro l’annullamento del foglio di via per tredici lavoratori e un sindacalista della piattaforma piacentina.

Per i sindacati confederali Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti la vertenza della piattaforma FedEx di Piacenza si è chiusa il 1° ottobre con l’approvazione da parte dei lavoratori dell’accordo siglato con la società Alba, che gestiva la movimentazione nel magazzino. L’accordo conferma la chiusura e prevede «elementi importanti in termini economici, di ricollocamento e di formazione», come recita una nota delle tre sigle. Al contrario, la vertenza resta ancora aperta per il sindacato di base Si Cobas che dal primo giorno della chiusura di Piacenza, avvenuta a marzo 2021, ha avviato una serie di scioperi a scacchiera in diverse piattaforme FedEx, ancora in corso. Il Si Cobas annuncia di proseguire le azioni di sciopero e di blocco degli accessi, e contesta la legittimità dell’assemblea, sostenendo che vi hanno partecipato solo venticinque lavoratori sugli oltre trecento interessati. 

A pochi giorni dall’introduzione del Green Pass obbligatorio sul luogo di lavoro, da Trieste il Clpt-Coordinamento lavoratori portuali comunica che il 40% dei 950 lavoratori non ha la certificazione e annuncia uno sciopero con blocco del porto per il 15 ottobre se il certificato resterà obbligatorio.

Dal primo turno di lunedì 11 ottobre al Medcenter Container Terminal di Gioia Tauro, controllato dalla compagnia marittima Msc, viene proclamato uno sciopero di ventiquattro ore indetto dal sindacato autonomo Orsa Porti. Il sindacato contesta il 

continuo atteggiamento di indifferenza da parte dell’azienda alle sue richieste di riorganizzare il lavoro, la mancata volontà nel voler porre rimedio alle lacune, i deficit gravi tra cui la pessima qualità della vita lavorativa che incide negativamente sullo stato psico-fisico dei dipendenti, la mancata elezione democratica della Rsu, cestinata per venti anni, solo ed esclusivamente per togliere voce ai lavoratori, favorendo interessi di segreteria sindacale, senza scordare le continue discriminazioni sulla pianificazione del lavoro.

I porti potrebbero essere uno dei nodi critici nell’introduzione dell’obbligo di certificazione verde Covid-19 (Green Pass). Il Governo nega eccezioni. Il ministero dell’Interno dirama una circolare con cui chiede alle imprese portuali di garantire tamponi per i lavoratori in modo gratuito. A questo provvedimento risponde l’associazione datoriale Assiterminal. Nella lettera, l’associazione premette che le attività complesse nei porti rendono difficile l’applicazione dell’obbligo e dei relativi controlli, e che finora le imprese hanno garantito la sicurezza dei lavoratori. Poi chiede ai ministeri di fornire dettagli su chi, nell’ambito di questo sistema complesso, dovrà fornire i tamponi gratuiti ai lavoratori che operano o entrano nei terminal. 

Il 13 ottobre alcune decine di camion bloccano completamente gli accessi al terminal container Psa di Genova Voltri, per una protesta spontanea scatenata dallo sciopero a singhiozzo proclamato all’inizio di ottobre dalla Rsu della società terminalista, nell’ambito della vertenza sul rinnovo del contratto aziendale. Lo sciopero dei portuali viene attuato per un’ora all’inizio e alla fine di ogni turno, rallentando le operazioni di carico e scarico dei veicoli industriali, in un contesto dove gli autotrasportatori lamentano le lunghe attese croniche. L’intasamento raggiunge il casello autostradale. I promotori del fermo sarebbero soprattutto i padroncini esasperati dalle perdite di tempo, e quindi di introiti, causate dalle lunghe attese. Mancando un soggetto organizzatore, non si sa quando potrà terminare la protesta dell’autotrasporto. Al prefetto manca un interlocutore. È facile prevedere che il blocco proseguirà anche il 14 ottobre e si teme un peggioramento della situazione quando il 15 ottobre entrerà in vigore l’obbligo del Green Pass. 

Alla vigilia di questa data crescono le preoccupazioni sull’intera filiera logistica, in particolare nei porti e l’autotrasporto. Da Trieste giungono segnali di allarme. L’associazione datoriale Confetra-Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, sezione del Friuli-Venezia Giulia, comunica che le società portuali che rappresenta forniranno tamponi gratuiti al personale non vaccinato fino al 31 dicembre 2021, a condizione che dal 16 ottobre il porto continui a funzionare regolarmente. La confederazione avverte che l’incertezza sta già deviando le merci su altri porti europei: «Se le operazioni verranno fermate, le merci troveranno altre strade più sicure e non ritorneranno facilmente indietro». Gli operatori si chiedono ansiosi se altri porti si trovano in questa situazione. Secondo il portavoce dei portuali triestini Stefano Puzzer potrebbe fermarsi anche Genova. Si stima che nello scalo ligure il venti percento dei lavoratori non sia vaccinato e l’impresa terminalista Psa annuncia che fornirà i tamponi gratis ai propri dipendenti per due mesi. Ma resta il problema degli esterni, come gli autisti dei camion che trasportano i container. A Livorno e Gioia Tauro i lavoratori hanno chiesto tamponi gratuiti. Più tranquilla appare la situazione a Venezia, Napoli e Salerno, dove le Autorità portuali non prevedono fermi.

Il presidente dell’Autorità portuale di Trieste Zeno D’Agostino minaccia di dimettersi nel caso in cui il blocco dovesse effettivamente andare in scena. «Non trattateci come no vax», ribatte Puzzer ai giornalisti nel corso di un’intervista: «io sono vaccinato e credo nel vaccino. Il Green pass non è una soluzione sanitaria». L’Ancip – Associazione nazionale compagnie e imprese portuali si smarca dai portuali di Trieste in protesta contro l’obbligo del Green Pass nei luoghi di lavoro. «Non è così che si difende il lavoro portuale», dice in una lettera aperta il presidente Luca Grilli. 

Il Gruppo multinazionale Cnh Industrial, che produce macchine agricole e di movimento terra, veicoli industriali e autobus, con una nota diffusa la mattina del 13 ottobre annuncia che chiuderà temporaneamente alcuni impianti europei «in risposta alle interruzioni in corso per l’ambiente di approvvigionamento e la carenza di componenti di base, in particolare semiconduttori». 

La vertenza che contrappone il Si Cobas e la cooperativa Sdg, che gestisce alcune piattaforme logistiche della catena di supermercati Unes, causa il licenziamento dei quaranta lavoratori del magazzino di Truccazzano, in provincia di Milano. La cooperativa annuncia il provvedimento spiegando che la decisione 

è arrivata a valle di uno stato di agitazione proclamato su presunte irregolarità, poi cadute alla verifica dei fatti. Su queste basi assolutamente inconsistenti, alcuni lavoratori hanno bloccato per ben diciotto volte in un mese le piattaforme logistiche di Truccazzano, Vimodrone e Pozzuolo Martesana in provincia di Milano, non permettendo l’entrata e l’uscita di mezzi, merci e persone, e quindi la regolarità delle operazioni commerciali.

Il porto di Trieste rimane l’osservato speciale, con una buona parte dei lavoratori che ha scelto di proclamare uno sciopero a oltranza contro l’obbligo di Green Pass, aderendo allo sciopero generale nazionale, dal 15 al 20 ottobre, proclamato dai sindacati Fisi, Confsafi, Al-Cobas e Soa, confermato nonostante la Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali abbia dichiarato illegittima l’iniziativa.

Anche a Genova prosegue la protesta di chi si oppone al Green Pass davanti ai varchi del ponte Etiopia, a San Benigno e al terminal traghetti. I presidi rallentano ma non interrompono l’attività portuale. Terminata invece la protesta spontanea degli autotrasportatori al terminal container Psa di Voltri, iniziata il 12 ottobre con il blocco degli accessi. 

Dopo tre giorni di presidio davanti al Varco 4 del porto di Trieste contro l’obbligo del Green Pass, la mattina del 18 ottobre la polizia carica i manifestanti dall’interno del porto, usando gli idranti. Il presidio contava alcune centinaia di persone, tra lavoratori portuali e attivisti giunti da altre parti d’Italia. Uno dei portuali ha avuto un malore ed è stato soccorso da un’ambulanza. La protesta è iniziata il 15 ottobre, giorno dell’entrata in vigore del Green Pass, ma il blocco del Varco 4 ha permesso la continuità delle attività portuali durante il fine settimana. Il comitato dei portuali Clpt ha annunciato che lo sciopero proseguirà fino al 21 ottobre.

Il sindacato di base Usb Mare & Porti proclama per il 25 ottobre uno sciopero di 48 ore dei portuali di Genova contro l’obbligo del Green Pass e per ottenere i tamponi gratuitamente. L’inizio della protesta avviene con un presidio al varco Albertazzi. In una nota, il sindacato spiega che 

Usb e il Calp denunciano la gravità di una misura discriminatoria come il Decreto Legge 127/2021 che prevede il Green Pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, dicono no alla volontà di governo e aziende di scaricare sulla classe lavoratrice l’onere di una misura che non tutela la salute pubblica e ribadiscono con forza la richiesta di tamponi antigenici rapidi per tutti i lavoratori, vaccinati e no, il cui costo deve essere interamente a carico delle aziende, come previsto dalla legge.

La Cgil e il Salario minimo legale. Un dibattito

Da tempo all’interno di Officina Primo Maggio e Acta si discute di Salario minimo legale. Per questo il 30 settembre 2021 abbiamo deciso di organizzare un dibattito in videochiamata tra Tania Scacchetti, referente sul Salario minimo legale per la Segreteria nazionale Cgil, e Andrea Garnero, economista dell’Ocse, attualmente in sabbatico di ricerca, che da tempo svolge un lavoro di ricerca e divulgazione sul tema. Per OPM e Acta hanno partecipato al dibattito anche Emanuele Caon, Mattia Cavani e Anna Soru.

Cavani: Uno dei motivi che ci ha spinto a organizzare questo dibattito è stato chiarire la posizione della Cgil sul Salario minimo legale (Sml). Dunque, la Cgil è favorevole alla sua introduzione?

Scacchetti: È una domanda complessa. Per rispondere cominciamo a capire perché, in un paese con una così ampia copertura contrattuale, abbia preso piede un dibattito del genere. Direi che possiamo individuare quattro ragioni principali: 1. l’aumento delle disuguaglianze e la crescita della povertà di chi lavora, secondo i nostri dati ci sono quasi 9 milioni di lavoratori e lavoratrici “in disagio” per diverse ragioni (part time involontario, bassi salari etc.); 2. la crescente mobilità del lavoro e del capitale che aumenta il rischio del dumping e rende fragile il sistema contrattuale locale che si trova a misurarsi con dinamiche internazionali del sistema delle imprese; 3. la diffusione di forme di lavoro più precario e meno sindacalizzato; 4. l’indebolimento delle rappresentanze associative. Mancano norme che diano attuazione all’articolo 39 della Costituzione regolando la rappresentanza, dando efficacia generale ai Ccnl, e riducendo la proliferazione contrattuale – un pezzo consistente della quale è determinata da nascita di organizzazione sindacali e datoriali non particolarmente rappresentative.

Siamo tra i pochi paesi europei senza un Sml insieme a Svezia, Austria, Danimarca e Cipro ma siamo anche privi di meccanismo generalizzato di efficacia erga omnes dei Ccnl. Ciononostante il tasso di copertura contrattuale è importante e in teoria copre la totalità dei lavoratori dipendenti. Dunque, quando si è aperta la discussione sul Sml la nostra posizione è stata questa: 1. non può essere un meccanismo alternativo alla contrattazione. È la nostra grande preoccupazione: se non fosse accompagnato da una tutela della contrattazione collettiva paradossalmente potrebbe peggiorare la condizione di molti lavoratori italiani. È vero che il valore orario di alcuni contratti è sotto la quota di 9 euro di cui si sente parlare, ma senza la contrattazione collettiva lavoratori e lavoratrici si troverebbero senza una serie di tutele (mensilità differita, ferie e permessi, trattamento di fine rapporto etc.) che qualificano la loro condizione economica; 2. crediamo che invece una proposta di introduzione del Salario minimo legale per quelli “non coperti dalla contrattazione“ sia altrettanto problematica: la contrattazione collettiva copre tutto il lavoro dipendente, quindi se non c’è copertura è per evasione od elusione contrattuale. Non va legittimata quindi la possibile scelta alternativa fra il salario minimo e il contratto; 3. infine abbiamo sempre detto: se con il Slm – uno strumento importante col quale si dovrebbe ricevere una retribuzione equa, dignitosa e “proporzionata alla qualità e alla qualità del lavoro”,  ad attuazione dell’articolo 36 della Costituzione – individuiamo una cifra fissa, potremmo determinare un’alterazione del meccanismo della contrattazione. Per questo abbiamo proposto di trasformare i minimi dei Ccnl nei rispettivi Sml, dandogli efficacia generale. È vero che alcuni di questi Ccnl hanno retribuzioni molto basse determinate da una serie di fattori e non è detto che la semplice introduzione del Sml cambi questa situazione.

Per chi ha una storia contrattuale come quella del nostro Paese non è una discussione semplice all’interno delle organizzazioni sindacali, in cui convivono sul tema anche sensibilità differenti. In fin dei conti è un tema fondamentale per le finalità dell’organizzazione. Nel merito io sono per un approccio laico, che consideri seriamente i problemi che ho elencato ma senza pensare che ci sia una soluzione che vada bene per tutti. Consideriamo che la questione sarà riaccesa dalla direttiva europea sui salari minimi e la contrattazione collettiva. Nel nostro paese il dibattito si è articolato con una serie di proposte di legge con impatti molto diversi, l’unico testo con cui ci siamo confrontati sindacalmente, il più maturo che abbiamo visto, è stato quello proposto dalla ministra Catalfo, che individuava una cifra che doveva fungere da tappeto alla contrattazione, ma prefigurava l’idea di un Sml fortemente legata alla valorizzazione dei Ccnl. Poi quella discussione si è arenata e se dovesse ripartire potrebbe ripartire su basi molto diverse. 

Garnero: Prima di cominciare vorrei mettere a verbale che in questi anni le poche discussioni di sostanza sul Sml le ho avute con i sindacati, anche all’interno del Forum diseguaglianze diversità di Fabrizio Barca. Uno dei problemi del dibattito è che si svolge sui giornali, dove si cerca la polarizzazione e dunque non si approfondisce niente. 

L’idea di un Sml per i lavoratori esclusi dalla contrattazione collettiva ce la portiamo dietro dalla legge delega del Jobs Act. Io non sono un giurista, ma mi sembra che questa dicitura non significhi niente. Come ha detto Tania, l’articolo 36 garantisce che tutti i lavoratori dipendenti siano coperti dai Ccnl; se l’azienda non li applica il lavoratore ha diritto di rivolgersi a un tribunale per fare in modo di essere pagato in modo “proporzionale e sufficiente”. Per determinare questa retribuzione è prassi che il giudice prenda come riferimento il Ccnl del settore. A dire il vero anche noi all’Ocse per molti anni abbiamo detto che a essere coperto dalla contrattazione era l’80% dei lavoratori, una stima frutto di uno studio di qualche anno fa… ma sulla carta è il 100% e la scorsa primavera abbiamo rivisto la stima. Poi, nella pratica, le cose vanno diversamente. Dunque, per quanto riguarda i lavoratori dipendenti la dicitura “Sml per lavoratori esclusi dalla contrattazione” non ha senso, forse anche per questo quella parte del Jobs Act è rimasta lettera morta.

Sull’analisi del problema concordiamo. A quello che dice Tania, aggiungo che in dieci anni il numero di Ccnl è quasi raddoppiato, e che dei 400 Ccnl (su oltre 900 totali) di cui si ha notizia incrociando i dati del Cnel con quelli dell’Inps, metà copre meno di 1000 lavoratori, un quarto meno di 100 lavoratori e alcuni, ma qui entriamo nell’aneddotica, coprono uno o due lavoratori.

Abbiamo contratti con magari sette firmatari e tre lavoratori coperti… Questa polverizzazione danneggia i lavoratori (l’obiettivo di queste stipule è pagare meno dei Ccnl esistenti) ma anche le imprese che applicano i Ccnl di riferimento, una dinamica che scuote alle fondamenta il sistema di contrattazione collettivo. Io vedo il rischio che crolli tutto come è successo in altri paesi.

Sulla direttiva europea: non vi porrei speranze né timori. Se mai passerà, sarà scritta in modo da non applicarsi ai paesi nordici, che sono molto restii a qualunque intervento di legge nel mercato del lavoro. In particolare, temono che la regolazione europea in ambito sociale interferisca col loro sistema, e una serie di passate sentenze della Corte di giustizia europea (Laval e Viking in particolare) li rende cauti e scettici in merito. È una dinamica che crea frizioni anche nella conferenza europea dei sindacati, dove le posizioni sul Sml divergono e sono difficili da spiegare al pubblico. In sintesi, in Italia la copertura dei Ccnl è al 100%, simile ai paesi nordici, dunque la direttiva non si applicherà.

Per affrontare i problemi che ho elencato nel dibattito italiano sono emerse due soluzioni: 1. l’introduzione del Sml, la cui efficacia dipende molto anche dai dettagli della sua applicazione; 2. la via proposta dai sindacati, ovvero dare valore di legge ai Ccnl esistenti.

Per quanto riguarda il minimo salariale, sono due sistemi potenzialmente equivalenti, e non è detto che il Sml sia meglio del minimo della contrattazione. Si potrebbe dire che avendo un minimo chiaro, per i lavoratori sarebbe più semplice capire se si è sottopagati. Il problema si pone in modo forte quando la contrattazione lascia buchi importanti come in Germania e Inghilterra, gli ultimi due paesi a introdurre il Sml. In questi casi il dibattito era molto simile a quello italiano, con le parti sociali non favorevoli. Poi ci si è resi conto che c’erano settori dove, per ragioni diverse (numerosi lavoratori stranieri, assenza dei sindacati, localizzazione in aree povere), c’era il far west, e proprio a partire da questi settori si è introdotto il Sml. In ogni caso le due alternative possono essere anche complementari, e convivono in molti paesi come Belgio, Francia, Spagna, Portogallo e Germania. 

D’altra parte la via della rappresentanza è del tutto legittima, ma si scontra con due problemi, uno politico e uno giuridico-tecnico. 

I sindacati hanno trovato un accordo sui criteri per definire rappresentanza e rappresentatività, ma tra le parti datoriali l’accordo manca e non appare in vista, anzi, ci sono casi di concorrenza tra sigle datoriali (sto parlando di quelle serie, non quelle che mandano al Cnel contratti in cui tutti i firmatari hanno lo stesso indirizzo, succede anche questo…). Ci sono settori in cui Confindustria è in concorrenza con Confcommercio e quest’ultima con Federdistribuzione. Negli anni scorsi tra queste due c’è stato uno scontro, dato che Federdistribuzione ha firmato un accordo da 20 euro in meno pochi mesi dopo Confcommercio. A meno di non voler usare la “forza bruta”, imponendo un accordo dall’esterno, l’accordo fra le parti datoriali è fondamentale per proseguire su questa via.

Veniamo al problema giuridico-tecnico. L’articolo 39 della Costituzione dice che si può estendere l’efficacia obbligatoria solo dei Ccnl dei sindacati “registrati”, ma per ragioni storiche i sindacati non sono e non vogliono esserlo. Questo forse può essere risolto estendendo solo il minimo retributivo e non tutto il Ccnl. Ma il problema principale rimane quello dei perimetri contrattuali. Chi definisce dove si negozia? Al momento, fatto salvo il principio della libertà sindacale (in questo caso mi riferisco a quella delle parti datoriali), ognuno è libero di decidere il proprio campo d’azione. Anche noi qui presenti potremmo trovare un accordo di natura privata che, se rispettasse i termini di legge, sarebbe valido… Il problema sorge se nel nostro ambito c’è già un contratto firmato da qualcun altro e, con le norme attuali, è molto complesso dirimere la questione di quale sia il contratto di riferimento. Nel privato non esistono i comparti come nel pubblico e, sempre per salvaguardare la libertà sindacale, non è scontato che si possano creare. Da non-giurista vedo due proposte: chi dice, come Pietro Ichino e Lucia Valente, che la situazione non può cambiare senza cambiare l’articolo 39; e altri, come Mariella Magnani, che lo ritengono possibile. La mia conclusione è che si tratta comunque di una spada di Damocle. Una volta superati i limiti politici di cui sopra, bisognerebbe comunque passare dalla Corte costituzionale per avere l’ultima parola.

Dunque la via della rappresentanza ha grande dignità ma politicamente e tecnicamente la sua realizzazione non è per nulla scontata.

Cavani: Negli ambiti in cui stiamo lavorando con Acta, parlo soprattutto dei settori culturali, avere dei minimi chiari (come un Sml) molto probabilmente migliorerebbe la situazione. I lavoratori e le lavoratrici che incontriamo spesso non hanno le idee affatto chiare riguardo a quanto sia adeguata la loro retribuzione, e finiscono per essere mal pagati anche per una sorta di assuefazione a compensi ridicoli.

Garnero: Alcuni studi su paesi in via di sviluppo forniscono evidenze in questo senso. C’è una correlazione inversa tra il numero dei minimi salariali e il rispetto degli stessi, meno ce ne sono meglio è. 

Cavani: Tania, un commento su questi problemi della “via della rappresentanza”?

Scacchetti: Quando nel 2016 la Cgil ha cominciato la sua riscrittura dello Statuto dei lavoratori, la Carta dei diritti universali del lavoro, si è posta anche il problema della mancata attuazione dell’articolo 39 e del 46 (sulla partecipazione) della Costituzione e dunque quello relativo alla mancata registrazione delle organizzazioni sindacali. Detto questo non so se si troveranno soluzioni, la regolazione della rappresentanza e la cosiddetta “definizione dei campi da gioco” non riguardano solo i contratti pirata, ma anche la sovrapposizione di perimetri fra stessi soggetti che sottoscrivono contratti che si fanno dumping. 

La discussione in merito è ripartita negli ultimi anni. Anche io credo che la rappresentanza datoriale sia il nodo vero per dare attuazione e sostegno legislativo alle intese pattizie che ci sono state sulla rappresentanza (come il Testo unico che abbiamo sottoscritto con Confindustria nel 2014, e testi analoghi sottoscritti da altre grandi associazioni). Anche in sede Cnel il punto più critico oggi è trovare gli indicatori su cui costruire gli indici di rappresentatività delle associazioni datoriali. Questo è in parte dovuto a una differenza qualitativa nel nostro sistema produttivo, in parte al fatto che i soggetti vogliono la libertà di potersi muovere in autonomia in questo campo. 

Credo sia davvero difficile non provare a mettere qualche punto di regolazione sui temi della rappresentanza e della rappresentatività. Lo dico anche perché ne va dell’autorevolezza dei soggetti sottoscrittori. In una certa fase storica è stato sufficiente il riconoscimento reciproco fra i soggetti… Questi 985 Ccnl che ricordava Andrea sono anche dettati da una crescita esponenziale della frammentazione nel sistema della rappresentanza datoriale, che è una spinta all’individualismo che ha fatto parte del cambiamento sociale, negli ultimi anni si sono allentati i legami ideologici, si parla di società liquida…. Nelle associazioni questo si riflette in un coinvolgimento sempre meno identitario, più legato a interessi, a una concentrazione su attività di servizio più che di rappresentanza politica. Mi pare di poter dire che la consapevolezza dei problemi c’è. Il confronto con le associazioni datoriali al Cnel lo stiamo facendo per individuare alcuni perimetri, è un percorso faticoso ma ineludibile.

Fa parte di questo anche il dibattito tra associazioni sui modi in cui arrivare a una regolazione della rappresentanza. Ci sono opinioni discordanti, e variabili, su un eventuale intervento legislativo. Sui giornali queste misure si trasformano in bandiere ideologiche, in cui si può essere solo a favore o contro senza confrontarsi sui dettagli. 

A quello che dice Andrea sull’Europa vorrei aggiungere questo: il fatto che l’Ue si sia avventurata nella costruzione di una direttiva su questo tema rende l’idea dell’urgenza di fare interventi. Che si parli di Sml o della via della rappresentanza, ci stiamo occupando di una grande questione, la questione salariale in Italia e in Europa, che riguarda il modello di sviluppo e di crescita. C’è un grande problema di redistribuzione della ricchezza che si produce e di condizioni di lavoro, di riconoscibilità e dignità.

Sulla semplificazione che citava Mattia: è un messaggio che non si può banalizzare. Noi facciamo molta fatica a spiegare ai lavoratori come è composta la paga oraria. Per esempio: a cosa riferiamo il valore di questi ipotetici 9 euro? Si guarda al livello più basso di ogni contratto? Al valore mediano? Trasformare un’idea semplificata ma anche immediatamente riconoscibile (e questo è importante) è un problema che si pone alla contrattazione. Lasciando perdere i 985 Ccnl, anche gli oltre 200 firmati dai confederali rendono molto complesso il rapporto con i lavoratori quando questi non sono dentro un sistema “leggibile”. 

Garnero: Io ritengo l’autonomia un valore e un punto di forza delle parti sociali. Ma non può essere un feticcio da tenere sotto una campana di vetro. Se non viene esercitata e si confonde con un “Non si fa niente finché non lo dico io” diventa un problema. Anche nei paesi nordici, dove il codice sul lavoro è “molto sottile” dato che quasi tutto passa dalla contrattazione collettiva, ci sono casi in cui lo Stato mostra il bastone e non solo la carota. Questo avviene spesso quando c’è di mezzo l’interesse pubblico. Se non sbaglio, lo Stato olandese è intervenuto su un accordo che era stato scritto in modo “un po’ allegro” sulla parte pensionistica, a danno delle casse pubbliche. Ci sono dei limiti all’autonomia, sia a quella del fare che a quella del non fare. Poi chiaramente non voglio additare dei colpevoli, sono un economista e sono abituato a ragionare sugli incentivi degli attori. Se le parti datoriali non riescono a trovare un accordo non escluderei per principio un intervento statale.

Legato a questo c’è il rischio di sostituzione della contrattazione collettiva. Se questo rischio è reale, i timori sul Sml sono giustificati, altrimenti è solo uno spauracchio. Su queste preoccupazioni io non ho certezze su quello che potrebbe succedere in Italia. Guardando ad altri paesi vedo due situazioni: 1. Paesi in cui convivono Sml elevati e contrattazione collettiva fortissima, che copre quasi il 100% dei contratti (es. Francia e Belgio). In questi casi i Ccnl sono estesi erga omnes; 2. altri Paesi, la Germania in particolare, dove è prevista l’estensione erga omnes ma di fatto viene usata poco perché le parti hanno un diritto di veto, e gli imprenditori lo esercitano spesso. Qui ci sono anche le cosiddette opening clause, che danno la possibilità di derogare la contrattazione al ribasso. In Germania la copertura della contrattazione collettiva è più bassa, intorno al 54%, ma non è colpa dell’introduzione del Sml, è il contrario: è la constatazione del crollo della copertura che ha spinto a introdurre il Sml.

A me sembra che, con tutte le differenze che conosciamo, il caso tedesco suggerisca che con l’introduzione del Sml le imprese non sono scappate dalla contrattazione collettiva. Credo ricordiamo tutti che anche in anni recenti è stato l’atteggiamento remissivo dei sindacati tedeschi ad aver portato l’allora presidente della Bce Mario Draghi a spronarli a chiedere aumenti più consistenti dei salari (una raccomandazione motivata dall’inflazione stagnante nel periodo pre Covid-19). Dunque le esperienze internazionali recenti ci dicono che il rischio di sostituzione della contrattazione non c’è, poi io non sono un futurologo, e sono consapevole che esportare istituzioni da un paese all’altro non è una cosa banale e quello che funziona sulla carta a volte fallisce nella realtà.

Guardando al dibattito attuale mi sembra evidente che ci troviamo a un’impasse. Per superarlo ho fatto una proposta di metodo, con l’obiettivo di muoverci senza il rischio di fare passi falsi da cui sarebbe difficile tornare indietro. I casi internazionali ci dicono anche che quando si distrugge la contrattazione collettiva si va a perdere un patrimonio di istituzioni, abitudini, legami personali a molti livelli, dunque serve cautela. Ma se non proviamo, non sapremo mai se il Sml può funzionare.

Propongo di cominciare a sperimentare con un Sml in certi ambiti in cui, in Italia, il rischio di fare danni è limitato, dato che la situazione attuale non è proprio rosea, settori in cui le paghe sono molto basse, la contrattazione collettiva non è applicata e i sindacati sono fragili o inesistenti. L’individuazione di questi settori la lascerei comunque alle parti. Cominciamo da qui, con tutti i caveat sottolineati da Tania sulla complessità della busta paga. Su questo: a seconda di quello che si include nel Sml (tredicesima, quattordicesima e tfr, per limitarci alle cose più semplici) le proposte attuali di Sml riguardano dal 6 al 30% dei lavoratori italiani, un dettaglio non da poco! Una volta trovata la cifra monitoriamo gli effetti che ha nel giro di qualche anno, vediamo se distrugge davvero le istituzioni o se diminuisce l’occupazione e combatte la povertà. Mi sembra un modo per migliorare la qualità del dibattito, che adesso ha delle punte parossistiche. Capita di leggere sullo stesso giornale che il Sml distrugge la contrattazione (che, per come lo intendo io, significa che il lavoro viene pagato meno perché le imprese escono dal contratto collettivo) e che aumenta i costi per le imprese… Per questo credo sia importante essere pragmatici, trovare un valore del Sml che abbia un impatto empirico positivo. Ovviamente questo metodo non l’ho inventato io ma, implicitamente, è quello che è successo in Germania, dove nel 1997 è stato fissato un primo minimo (una semplice paga oraria) in alcuni settori estremamente specifici dove le parti sociali non avevano più presa, e da lì si è via via allargato “sperimentando” su altri settori e, infine si è arrivato a un Sml federale. Non ignoro che quest’ultimo passaggio sia avvenuto anche per dinamiche politiche. 

Qualcosa di simile è avvenuto in Inghilterra, che adesso ha un Sml tra i più elevati dell’area Ocse. Tra l’altro negli ultimi anni il Sml è diventato una bandiera dei conservatori: Cameron e Osborne proponevano di alzarlo come contropartita di un taglio dei sussidi statali alle famiglie e anche il cancelliere di Theresa May, Philip Hammond, ha proposto di alzarlo per migliorare la produttività. Sono argomenti dei Tories di oggi, ma quando Blair introdusse il Sml nel 1997 la destra aveva agitato lo spauracchio della perdita di un milione di posti di lavoro…

Il segreto del caso tedesco e di quello britannico credo siano state le commissioni nelle quali sono state coinvolte le parti sociali. Non sono state solo un modo per ridurre, o governare, i conflitti, ma alla fine la decisione sul Sml è stata più informata e partecipata.

Soru: Sono dieci anni che si parla degli effetti del Sml sulla contrattazione e non abbiamo concluso nulla. Capisco che sia una preoccupazione rilevante, ma tantissime persone lavorano per pochi euro l’ora e un intervento è sempre più urgente. Sulla proposta di sperimentazione di Andrea ho un dubbio: considerando la “sportività” italiana sui contratti nel momento in cui decidiamo di sperimentare, per esempio, sul facchinaggio, vedremo i contratti passare al Ccnl delle pulizie, a dispetto della mansione. Questa è una bella differenza con la Germania, dove queste cose sono molto meno frequenti.

Garnero: Non è un appunto sbagliato, abbiamo visto queste dinamiche mettersi in moto anche con il picco di cambi di Ateco dopo l’approvazione dei vari decreti nel periodo del lockdown. Anche rimanendo a un livello più tecnico, quando c’è così tanta pressione e attenzione alla cosa i risultati possono essere sporcati. La mia idea è nata dalla frustrazione per il dibattito italiano. Non possiamo stracciarci le vesti ogni volta che emerge un’inchiesta sulla logistica e poi evitare di arrivare a una proposta concreta. A livello politico, e qui vado un po’ oltre l’ambito del mio “mestiere”, è sempre più urgente. È sempre più difficile spiegare perché il Sml sarebbe peggio di un sistema arzigogolato che io, dopo un po’ di anni, sono riuscito a capire, ma non è detto che sia compreso da tutti. Il rischio che prima o poi qualcuno intervenga, anche a gamba tesa, esiste e questo dovrebbe spingere a prendere l’iniziativa. 

Soru: Come si può fare per contrastare gli effetti negativi dell’introduzione del Sml, quali accortezze possono evitare che indebolisca la contrattazione collettiva?

Garnero: Idealmente ci si può muovere su entrambi i binari: si può avere un Sml e un’estensione dei Ccnl come strumento di tutela universale. Questo sarebbe il percorso ideale, che tuttavia si scontra coi problemi menzionati prima. E rimane il rischio che, estendendo i Ccnl attuali il problema potrebbe rientrare dalla finestra. 

La crescita dei contratti pirata riflette, da una parte, un modo di trovare margini “all’italiana”. Dall’altra alcuni Ccnl sono complicati da applicare da Merano a Lampedusa, giusto per citare la dimensione geografica, che è la più ovvia. Forse, nel loro modo sgraziato, i contratti pirata riflettono un problema esistente. Dunque dando forza di legge ai Ccnl il problema potrebbe tornare in una forma che ancora non immaginiamo. Tra l’altro, dare forza di legge a un accordo stretto tra privati non è un passaggio da niente. Le leggi di solito sono prodotte da degli eletti, in un sistema di pesi e contrappesi e garanzie istituzionali.

Si potrebbero trovare criteri per questa estensione. Un’idea, abbastanza generica, potrebbe essere quella di permettere di aggiustare questa griglia salariale di riferimento al livello locale, che non significa il far west, ma una decentralizzazione organizzata, diversa da quella inglese o australiana dove tutto avviene a livello della singola impresa. Il riferimento sono la Svezia e la Danimarca, dove il Ccnl rimane il riferimento ma viene “aggiustato” a livello locale.

Infine, credo che migliorando la qualità e l’accessibilità dei dati sui rinnovi dei Ccnl avremmo degli strumenti per valutare l’impatto del Sml quasi in tempo reale. Un aggiustamento in questo senso sarebbe importante anche per altri motivi.

Scacchetti: Sul tema dell’autonomia credo che per il sindacato sarebbe un errore mettersi in una posizione difensiva, soprattutto se esercitando l’autonomia non si riesce a risolvere i problemi. È la ragione per cui, come Cgil, non ci siamo mai seduti a un tavolo sul Sml con una opposizione ideologica alle discussioni che si sono aperte. Tuttavia bisogna sempre considerare la fase storica e il livello di interlocuzione politica a cui si fanno queste discussioni, per le quali mi sembra difficile costruire un percorso simile a quello tedesco, caratterizzato da un tragitto lungo ma in un contesto di solidità del processo politico, in particolare rispetto alle parti sociali. Come ho detto, io ho sempre pensato che l’ultimo testo proposto dalla Catalfo dopo una discussione articolata con le parti avesse determinato qualche punto di equilibrio. La retribuzione equa e proporzionata ai sensi dell’art. 36 era individuata nella retribuzione definita dai contratti collettivi nazionali di lavoro e in quella norma la cifra era sostanzialmente un tappeto minimo che si proponeva nella costruzione dei contratti collettivi nazionali.

Lo dico anche in relazione al fatto che con l’introduzione di un minimo più alto non si risolve la questione salariale perché noi abbiamo soprattutto un problema nella costruzione dei salari medi; tant’è che quel minimo di 9 euro, se comprensivo di tredicesima e quattordicesima, come alcuni evidenziavano nella proposta, in realtà sta già dentro la maggior parte dei Ccnl.

Come dice Andrea il tema è anche la forza contrattuale. In mancanza di questa non possiamo pensare che una norma porti a un aumento automatico di 200 o 300 euro all’anno. Tant’è che la discussione della proposta Catalfo si fermò anche in seguito alla richiesta di una parte del mondo delle imprese di compensazioni. 

Sulla sperimentazione anche io ho la preoccupazione che individuava Anna, siamo un paese molto fragile dal punto di vista del rispetto delle norme. Ma anche io credo che si potrebbe favorire una forte relazione con le parti sociali per capire quali equilibri si tengono per affrontare questo tema senza pregiudicare la tenuta del sistema contrattuale anche nei settori più deboli. Anche questa idea di un Ccnl più leggero e della contrattazione collettiva aziendale territoriale forte si scontra con la realtà dei fatti e degli ultimi 15-20 anni, in cui sono stati offerti incentivi fiscali per favorire la contrattazione di secondo livello, che ciononostante non si è allargata in una proporzione utile a determinare un cambio di passo. Infine, in un sistema dalle profonde disuguaglianze territoriali, credo che il Ccnl sia un presidio importante sia a livello economico sia nella costruzione di un sistema di diritti e di tutele. Farei attenzione a indebolirne la validità.

Per le ragioni che abbiamo citato, credo sia difficile che le parti sociali prendano autonomamente l’iniziativa: qualcuno è nettamente contrario, altri sono preoccupati dagli effetti diretti e indiretti sul sistema contrattuale. Credo sia importante capire se c’è la volontà politica di mettere mano alla regolazione del lavoro in un mondo che cambia, ovvero affrontare la questione salariale e occupazionale di petto. Se la politica è convinta di volerlo fare occorre smetterla di ragionare per spot o in base alla fase contingente, occorre un’elaborazione più chiara. Ma anche all’interno dei partiti le posizioni sono diverse e questo non aiuta. 

Per me la questione andrebbe affrontata tenendo insieme il tema della rappresentanza, legando Sml alla dinamica della contrattazione in modo che la rafforzi e la migliori in alcune basi. Ma se si aspetta che siano le parti sociali per prime a proporre questo ragionamento è tutto più complicato, bisognerebbe capire se nel ragionamento politico c’è la volontà di affrontare questi temi nell’insieme, non per singoli punti.

Garnero: Sembra che le due cose si tengano. La parte che potrebbe proporlo, che possiamo chiamare “sinistra”, si trova, usando una parola forte, “ostaggio” o comunque è molto suscettibile alla sensibilità dei sindacati. 

Scacchetti: Guarda Andrea, io all’affinità tra la sinistra e i sindacati negli ultimi dieci anni dedicherei un dibattito a parte…

Garnero: (ride) Possiamo dire che le due cose si tengono e chi prende l’iniziativa conta relativamente. La butto lì, se fossi le parti sociali (che sono tante e diverse, lo comprendo) proverei a rilanciare con una proposta alternativa più forte e “vendibile” di quelle attuali, perché ci sono anche altri rischi e certezze, come il rischio che questa cosa prima o poi si faccia comunque. Potrebbe venire da un politico “di pensiero” o semplicemente da uno che vuole fare una misura che costa quasi zero (per anni è stato detto che non si poteva fare niente perché non c’erano i soldi, mentre oggi piovono miliardi…), con l’eccezione, forse, dei costi indiretti sugli appalti. Sarebbe comunque una soluzione semplice che parla alle persone, che potrebbe arrivare con un decreto. Se fossi il governo darei un ultimatum tipo: “Avete un anno per fare una proposta oppure questa è l’alternativa”. 

Ci troviamo davanti al classico dilemma del prigioniero: le parti hanno interesse a collaborare ma l’interesse immediato le porta a non farlo. Per uscirne forse aiuterebbe sapere che se non si coopera potrebbe arrivare un altro risultato. 

E comunque occorre agire con cautela, non come un elefante in una cristalleria. Il blocco è sempre meno sostenibile, sia a livello intellettuale che pratico, il contatore dei nuovi Ccnl del Cnel si è fermato solo durante la pandemia…

Soru: Aggiungo altri due punti a favore del Sml: sarebbe fondamentale per gli ambiti fuori dal lavoro dipendente in cui la contrattazione collettiva non si applica. Con le collaborazioni occasionali c’è gente che lavora 20 ore al mese per cinquemila euro l’anno, avere un riferimento sarebbe fondamentale.

Poi quando sento che Confcommercio e Confindustria si schierano così pesantemente contro il Sml mi chiedo come faccia il sindacato a stare dalla stessa parte.

Garnero: Sul primo punto abbiamo evidenza chiara sui paesi in via di sviluppo. Il Sml funziona come “faro” (si parla di lighthouse effect) anche per i lavoratori informali che non sono coperti da esso. 

Caon: Provo a dire una serie di cose in sequenza, concedendomi di banalizzare un po’. La prima cosa è che rispetto ai pericoli della contrattazione a me, da profano, sembra che il proliferare dei Ccnl dia anche l’idea di una contrattazione che soffre. Quindi mi pare che un Sml intaccherebbe l’utilità di stipulare nuovi Ccnl per abbassare il costo del lavoro.

Poi recuperando quello che dice Anna, leggendo i giornali le parti datoriali sembrano molto contrarie. Si dice che c’è il rischio che le imprese vadano fuori mercato. Su questo: forse sarebbe un bene se uscisse dal mercato chi riesce a starci solo sfruttando i lavoratori. Mi sembra che questo atteggiamento abbia a che fare anche con un modo in cui le parti datoriali e parte della politica hanno pensato il sistema produttivo italiano, una periferia dove si fa lavoro ad alta intensità e mal pagato, e mi sembra che anche il Pnrr vada in questa direzione.

Infine: il Sml sarebbe anche un modo per costringere il settore pubblico a pagare di più, gare, appalti, anche stage volendo, e questo avrebbe un effetto rilevante anche sul resto del mercato.

Garnero: Sul rafforzamento: il titolo della legge tedesca che introdusse il salario minimo era proprio “Legge per il rafforzamento dell’autonomia della contrattazione collettiva”. Il punto che sollevi è interessante, sicuramente il Sml farebbe pulizia dei contratti pirata, dunque potrebbe anche rafforzare la contrattazione collettiva vera.

Sul secondo punto c’è un paper che fa vedere che in Germania le imprese marginali sono andate fuori mercato ma i lavoratori sono stati riallocati su imprese a maggiore valore aggiunto. In un modello statico l’effetto sull’occupazione c’è, ma a livello dinamico potrebbe cambiare.

Non piace neanche a me quando si dice che il Sml è una panacea contro: bassa produttività, compressione salariale, disagio infantile, crescita limitata etc. Una fava per 90 piccioni non basta. 

Sulla Pubblica amministrazione sfondi una porta aperta, è specializzata a offrire salari ridicoli o a zero.

Gli stage non sono contratto di lavoro, dunque il Sml potrebbe essere un riferimento ma non ci sarebbe nessun effetto diretto.

Cavani: Ecco, davanti a tutto questo, forse se la Cgil facesse una proposta concreta invece che chiedere se quelle attuali comprendono tredicesima e quattordicesima forse potrebbe trainare altri ed evitare che si pensi che non si sta ponendo il problema.

Scacchetti: Su questo precisiamo: la Cgil non ha una proposta in merito. Ha proposte su altri temi come la rappresentanza. Poi concordo che piuttosto che un intervento calato dall’alto per una materia che ha tanto a che fare con il ruolo contrattuale delle parti sociali è meglio mettersi nell’ottica di agire. Come abbiamo fatto con la proposta Catalfo, un tavolo che non si è interrotto per volontà sindacale, forse anche per problemi a trovare una mediazione politica o per il cambio di maggioranza. È un tema oggettivamente faticoso. Poi io a leggere la letteratura penso che in certi casi potrebbe essere uno stimolo, come dice Emanuele, alla contrattazione. Ma ciò non toglie che la complessità del nostro sistema e del quadro delle dinamiche dei rapporti di forza nello stesso incida moltissimo. Non si possono alzare i salari del 5% per legge senza aspettarsi conseguenze in un modello dinamico. 

Sicuramente se qualche presunto imprenditore finisse fuori dal mercato farebbe un favore al mercato stesso. 

Sugli appalti concordo che c’è un problema. Nel nostro paese che piaccia o meno c’è una parte consistente del sistema produttivo che ha una competitività basata sulla contrazione dei costi e riduzione dei salari. Questa è la questione politica. Noi, con difficoltà, abbiamo fatto proposte per dare risposte su consolidamento dei contratti, riduzione del dumping contrattuale: una strada oggettivamente più faticosa e, in assenza di un intervento normativo, anche molto lunga. 

Anche io da sindacalista penso che quando i padroni sono contro qualcosa io sono a favore, ma poi nella dinamica relazionale è un po’ semplicistica (ride)

Garnero: Una domanda sulla posizione della Cgil: negli ultimi giorni il tema è tornato improvvisamente sull’agenda. Sembrava che per la prima volta la Cgil, con Landini, avesse fatto un’apertura. È così?

Scacchetti: Partiamo da una certezza: non c’è un documento interno della Cgil sul salario minimo, proprio per le ragioni che dicevi tu all’inizio. Parlare di Sml è complesso. Tra le organizzazioni confederali, con cui abbiamo cercato di tenere una posizione unitaria sul tema, siamo stati quelli meno chiusi nella discussione. Io, ma credo anche la Cgil tutta, pur con sensibilità diverse, quando ho avuto occasione di rappresentare la posizione della Cgil non ho mai detto che il Sml è il male perché crea problemi alla contrattazione o ai sindacati, perché oggi, come abbiamo detto, la debolezza della contrattazione e le altre cose che abbiamo nominato non possono far dire a un sindacalista che il tema non vada affrontato.

Però soluzioni semplicistiche mi spaventano di più dei ragionamenti complessi. Forse una discussione potrebbe partire dall’analisi del perché alcuni sono di fatto esclusi dalla contrattazione collettiva.

Mentre la Cgil non si è mai schierata apertamente a favore del Sml, rimanendo aperta al dialogo, altri sindacati hanno avuto posizioni più rigide. Detto questo, non posso dire che la Cgil è favorevole, alcune preoccupazioni rimangono, in particolare la difesa di un sistema che ha coperto anche i lavoratori più fragili per decenni. Dire che abbiamo bloccato o impedito la riflessione non credo sia appropriato, ma è una discussione molto complessa nella vita democratica dell’organizzazione ed è un tema che oggettivamente non mettiamo tra le priorità delle nostre rivendicazioni. Ma è un tema che esiste  e le persone con cui ci confrontiamo iscritte e non ci sollecitano in questo senso, soprattutto quelli che stanno negli ambiti di contrattazione più deboli.

Garnero: Quando si valutano le posizioni dei sindacati spesso si sottovaluta il peso della loro politica interna. Per essere chiari: le sezioni con molti iscritti che rappresentano settori dove la contrattazione collettiva è forte vedono più rischi nel Sml e non lo ritengono una priorità. Ma non è il momento di pesare le tessere, è il momento di parlare a chi non è rappresentato. Poi, in soldoni, quando si parla di possibilità di danni del Sml per la contrattazione si parla del settore metalmeccanico e chimico, negli altri nel peggiore dei casi non succede niente. 

C’è la possibilità di tenere insieme tutti questi pezzi, anche perché la paura per la fuga dalla contrattazione collettiva c’è già. Ci sono aziende che la evitano per sottopagare, altre che ne escono per motivi diversi, come Fiat e Luxottica. Comunque io non ho la sfera di cristallo ma credo che i danni sarebbero comunque inferiori ai possibili vantaggi. E neanche lo stallo è a rischio zero, anzi…

Cavani: Intervengo per riportare il punto di vista di chi, come noi in Acta e Redacta, prova a creare un’organizzazione da zero in ambiti scoperti dalla contrattazione. Che gli sforzi siano di volontariato o meno, la disponibilità di tempo delle persone è una variabile fondamentale e, ancor di più in settori in cui si lavora a cottimo, questa è direttamente collegata ai compensi. Dunque con un Sml di riferimento capace di alzare le retribuzioni si libererebbe più tempo da dedicare a mobilitazione e rappresentanza con cui si potrebbe arrivare a conquiste più sostanziali.

Scacchetti: Tutta questa discussione ha a che fare con la storia delle organizzazioni tradizionali, che hanno avuto l’apice della propria autorevolezza in epoche in cui il lavoro era configurato in un modo ben preciso. La sfida è mantenere intatto il nostro sistema valoriale rappresentando fasce che non stanno nel sistema fordista. Una questione enorme, di come si evolve la rappresentanza.

Tuttavia, la forza contrattuale non dipende solo dal livello di partecipazione, ma anche da come è costruito il mercato del lavoro. Noi non siamo sempre più forti negli ambiti dove abbiamo una percentuale maggiore di iscritti, ma anche in ambiti dove c’è una storia di relazioni sindacali, mentre nei settori nuovi ci manca riconoscibilità. È un tema in cui si è sempre in ritardo rispetto alle urgenze, ma abbiamo lavorato tanto e abbiamo portato a casa qualche risultato. 

Ma è vero che a volte siamo tarati sul modello industrialista, e questo non è sempre negativo, uno dei nostri obiettivi è rilanciare l’industria… Ma è vero che ci sono modelli sindacali diversi ma non meno forti o riconoscibili. Sul tema mi interrogo molto. 

Concordo che i tempi siano maturi per fare questo salto. Penso ad alcune campagne che abbiamo fatto in questi anni, anche sul lavoro autonomo. Abbiamo accompagnato altre associazioni sul tema dell’equo compenso, per il lavoro autonomo che, a livello di necessità di tutele, ha caratteristiche di dipendenza. 

Parlavate di tirocini: dovrebbero essere un modello di formazione ma stanno cannibalizzando l’ingresso nel mondo del lavoro e vengono spesso usati in modo improprio. Se quello è il livello, se la concorrenza è giocata sul non riconoscere il lavoro come tale, è tutto molto difficile. Insomma la questione salariale ha molti aspetti che interrogano il sindacato e credo che dobbiamo essere aperti a queste discussioni.

Soru: Possiamo concludere che la Cgil non è contraria a Sml?

Scacchetti: Dipende Anna, se ci viene fatta una proposta di Sml che è contraria alla contrattazione…. Capisco la sollecitazione, veramente, su questi argomenti non sono sempre maggioritaria in Cgil. Sono d’accordo che dobbiamo affrontare i temi che stiamo discutendo. Se la domanda è se sono favorevole a una regolazione della rappresentanza e della rappresentatività e, legato a questo, il rafforzamento della contrattazione, allora la risposta è affermativa. Ma la domanda messa così è un po’ troppo semplificata e la risposta non può esserlo allo stesso modo. Me la cavo così!

Soru: Allora provo a riformulare: possiamo dire che la Cgil non è contraria in linea di principio al Sml se questa misura è accompagnata da altri strumenti di rafforzamento della contrattazione?

Scacchetti: Sì, così lo puoi dire.

Soru: Mi sembra un bel passo avanti, fino a qualche anno fa la posizione era diversa.

Scacchetti: Diciamo che è una discussione a cui, se è impostata così, l’organizzazione non si deve sottrarre. D’altra parte può venire un altro che in Cgil ha una storia diversa dalla mia e rispondere di no, perché vede solo i rischi. Se il disegno di legge Catalfo fosse andato avanti sarei stata una di quelle che, nell’organizzazione, avrebbe fatto una riflessione sul sostenerlo.

Soru: La Cgil fa proposte su tutto, ne ha fatte anche sul lavoro autonomo quando ne sapevate molto poco, perché non la fate qui? C’è il rischio che il Sml vi cada sulla testa… 

Scacchetti: Allora il tuo ragionamento è un altro: visto che c’è una discussione sul Sml la 

Cgil deve fare una proposta. Ma visto che questa discussione non c’è, nel senso che ce ne sono centoquaranta diverse… 

Se mi chiedi le dieci priorità della Cgil, il salario minimo non c’è, noi ne vediamo altre. Ma se il dibattito individua alcune proposte che stanno in quell’alveo io credo che, se non è uno strumento di opposizione alla contrattazione collettiva, la Cgil deve sfidare anche se stessa e la propria capacità di fare contrattazione su questi temi. La contrattazione non è che la facciamo da soli…

Soru: Capisco benissimo, siete voi che decidete le vostre priorità. Quello che posso dire da osservatrice esterna è che la posizione sul Sml del sindacato è sempre meno capita. Molti, tra cui noi, non riescono a capire.

Scacchetti: Di questo sono consapevole, per questo credo che i dibattiti servano, perché quando lo schema è sei contro / sei a favore è davvero difficile rispondere se si vuole affrontare la complessità in cui ci troviamo. Se mi chiedi: sei d’accordo che la gente non possa lavorare per meno di 4, 5, 6, anche 7-8 euro/ora viste le condizioni di alcuni… sono d’accordo. Ma la risposta è solo l’introduzione del Sml? Forse, ma io dubito che la risposta sia solo questa, perché non ce lo daranno gratis… nella dinamica della relazione negoziale non è a costo zero. C’è sempre un datore di lavoro che lo deve dare. 

Sarei un po’ cauta. Non posso dire sono a favore del Sml anche perché ci sono tanti modi per farlo, in Europa se ne trovano di ogni tipo. Per me i minimi contrattuali erga omnes possono essere un Sml. Poi, se alcuni di questi sono troppo bassi affrontiamo questo tema e capiamo il perché, ma è un altro tema.  

La lettura che proponi tu: la gente non capisce la posizione della Cgil sul Sml, sembra voglia dire che la gente crede che non vogliamo aumentare i salari o riconoscere un salario dignitoso. Il rischio è che si faccia questa associazione, e così non è.

Soru: La lettura non è solo questa, quanto che la Cgil pensa a proteggere il suo ruolo e non i lavoratori.

Scacchetti: Su questo la tranquillità non ce l’ho, un ruolo lo riesci a difendere se lo riesci ad agire. La condizione di bassi salari, lavoro povero, svilito, non è la migliore per fare i sindacalisti. Se devo difendere un sistema per difenderlo non difendo questo… Poi sulle implicazioni dei cambiamenti c’è il dibattito che abbiamo fatto finora.

Garnero: Interessante questo ultimo scambio. Sono emersi gli equilibri in gioco. Voglio essere ottimista, qualche anno fa la risposta del sindacato non sarebbe stata questa. Non sembra ma il magma sotto la superficie si muove, diciamo così… Il problema è solo quanto tempo c’è da aspettare, è stato così anche in altri paesi e dunque questo non mi stupisce. Il dibattito si sta evolvendo, siamo partiti da posizioni molto semplici come “il Sml deve essere una determinata cifra, 7, 8 o 9 euro e basta” mentre oggi, mi ci metto io per primo, abbiamo una posizione più elaborata. Quindi vedo degli avanzamenti. Certo chi oggi lavora in un settore in cui è pagato 3 euro all’ora di questi avanzamenti intellettuali non se ne fa niente, però guardiamo al bicchiere… un quarto pieno: il dibattito non è fermo a dieci anni fa.

Non regaliamo all’estrema destra l’idea di libertà!

Sergio Bologna

L’articolo che pubblichiamo qui di seguito è un intervento personale di Sergio Bologna, scritto come documento da utilizzare per stimolare il dibattito interno alla redazione in vista della pubblicazione del numero 4. Accidentalmente è stato reso pubblico, per questo motivo lo rendiamo disponibile alla lettura.

Chi ha seguito con qualche attenzione la fase della presidenza Trump e in particolare, nei mesi della pandemia, la campagna elettorale che ha portato alla sua sconfitta avrà notato con quanta insistenza lui stesso e l’ambiente dei suoi sostenitori dichiaravano di voler difendere la libertà degli individui.

Freedom, libertà, è un mantra nella storia americana, che in certi periodi viene evocato con maggiore enfasi, in altri con una tensione minore. Durante tutto il confronto con il comunismo, per esempio, la parola libertà veniva identificata con è stata usata per identificare tutto ciò che il comunismo non era. Libertà di mercato anzitutto, l’opposto del dirigismo comunista. Il concetto di libertà che la Rivoluzione francese aveva istituito come valore supremo e principio fondamentale dell’essere civile si è tramutato già nel corso dell’Ottocento in un concetto di libertà come essenza di un determinato ordine economico, di un determinato assetto istituzionale. È passato dall’essere valore che ha dato identità a una classe, la classe borghese, a valore che ha dato identità al capitale, mentre le classi subalterne innalzavano il vessillo dov’era scritto “solidarietà”.

Quel che succede oggi è ancora diverso, perché l’idea di libertà che l’estrema destra porta avanti – e Trump appartiene all’area dell’estrema destra – deve potersi tradurre in un comportamento riconosciuto proprio da quella “moltitudine” senza connotati di classe che è il risultato sia della fine della contrapposizione tra modello di democrazia occidentale e modello di regime comunista, poi divenuto genericamente contrapposizione tra “destra” e “sinistra”, sia della dissoluzione della middle class e della frammentazione e scomposizione della working class.

Non deve più rappresentarsi immediatamente come sinonimo di un determinato ordine sociale, economico e istituzionale, ma come sostanza biologica, “naturale”, di una umanità in cerca del puro benessere. Quindi la libertà diventa semplicemente il diritto del singolo individuo di fare ciò che vuole per il proprio utile, non solo al di fuori di ogni regola, ordine e principio istituzionale – ancora Trump, come esempio – ma anche al di fuori della considerazione per l’altro da sé: l’individuo ha il diritto di fare ciò che vuole, senza preoccuparsi se il suo agire può essere di vantaggio o di detrimento di altri. Perché l’altro esiste soltanto se gli si contrappone, alla pari, esercitando lo stesso diritto a proprio vantaggio. Se non è mio pari, prevalgo; se lo è lo combatto, per prevalere. È evidente la regressione: dalla società di Locke, dal contratto sociale di Rousseau e dal liberalismo di Stuart Mills (l’esercizio della mia libertà non può limitare la libertà altrui) all’homo homini lupus di Hobbes e al darwinismo sociale intrinseco alla storia otto-novecentesca del capitalismo prevaricatore, razzista colonialista e neoliberista.

L’idea di libertà sottesa al comportamento e alla propaganda no-vax è di questo genere: faccio quello che voglio; voglio poter fare quello che voglio dove voglio. Per questo riteniamo che il movimento no-vax sia un’espressione di estrema destra (ed è paradossale vedere i neofascisti e neonazisti al suo interno che danno del fascista e del nazista a chi è pro-vax). Riteniamo che esso abbia le idee molto confuse sui vaccini e sulla loro gestione (anche noi non le abbiamo chiarissime e nemmeno l’Oms le ha…); al suo interno sono presenti persone di differenti e anche opposte idee politiche, ma tutte sono fermamente convinte che l’idea giusta di libertà è quella: chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole e nessuno, tanto meno quel dispositivo che chiamiamo stato ha il diritto di impedirglielo.

(Non confondiamo il movimento no vax con la protesta contro il green pass, sono due cose diverse che tratteremo separatamente. Averle mischiate ha consegnato la leadership delle manifestazioni di piazza all’estrema destra. E questo dimostra quanta confusione regna nella testa di tanti compagni, di tanti operai e brave persone…).

È sempre più evidente che il movimento no-vax è essenzialmente un movimento anti-stato. Non è solo, in questo. Si capisce che anche tendenze anarchiche abbiano potuto trovare affinità con quel movimento. Ma non è l’anti-stato anarchico la matrice dominante. Negli Stati Uniti, destra “trumpista” e movimento no-vax hanno avuto, insieme, una grande forza. L’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 ne è stato la rappresentazione più compiuta ed eloquente. Se poi dalla manifestazione no-vax a Roma scaturiscono l’assalto fascista alla sede nazionale della Cgil e il tentativo di arrivare a Palazzo Chigi il cerchio si chiude: dall’’assalto al Campidoglio di Washington il 6 gennaio all’assalto alla Cgil di Roma il 9 ottobre; dal “ci prendiamo Washington” al “ci prendiamo Roma”. In più, a Roma, l’attacco anti-sindacale che non può non ricordare le Camere del lavoro devastate e incendiate dai fascisti cent’anni fa.

Il movimento no-vax non ha connotati di classe, anzi s’inserisce perfettamente nel fenomeno della dissoluzione della middle class e della working class, della crisi dei ceti medi e della trasformazione del mondo del lavoro. Ma proprio qui si svela come movimento che sembra non avere riferimenti in un determinato ordine economico, mentre in realtà ne ha uno preciso: quello del modello neoliberista. Negare lo stato significa negare il servizio pubblico e quindi affermare implicitamente che la gestione della sanità, dell’acqua, della scuola, dei trasporti, dell’assistenza ecc. non deve o può essere pubblica. Perché, se lo è, il sostenerne i costi implica togliere qualcosa a me a beneficio di altri da me. Tutto deve essere consegnato ai privati, e chi non è in grado di pagare, peggio per lui o per lei.

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Dobbiamo liberarci dai prototipi che abbiamo sempre usato per definire l’estrema destra, in particolare dal prototipo del nazismo o del fascismo. Dobbiamo parlare oggi di un “neonazismo senza Hitler”, perché il nazionalsocialismo degli anni Trenta come l’abbiamo conosciuto prima e dopo le sue mostruosità, era tutt’altro che un’ideologia individualista, anzi, si fondava sull’idea di Volksgemeinschaft, di comunità di popolo (certo, del popolo “tedesco”). Oggi l’autoritarismo trumpiano si sposa perfettamente con l’individualismo: è individualismo nella sua proiezione globale, all’altezza di Internet, e poiché l’universo virtuale del web è un universo di individui senza vincoli istituzionali, senza un ordine istituzionale, senza un’autorità regolatoria superiore, si presta a meraviglia come spazio nel quale l’immaginario dell’individuo della moderna “moltitudine” proietta i suoi comportamenti materiali. Nello spazio virtuale del web l’individuo pensa di poter fare ciò che vuole, nessun governo – o istituzione, o “corpo intermedio” – può dettargli le regole, nessun potere può disciplinarlo.

Perfino il capitalismo delle multinazionali, stadio che pensavamo supremo della sua evoluzione, è roba vecchia. L’ordine imposto dai nuovi Leviatani – Google, Amazon, Facebook e pochi altri loro simili, il Big Tech – costituisce un nuovo stadio di sviluppo capitalistico con caratteristiche assai diverse. Una delle sue caratteristiche è proprio la “democratizzazione” dell’accesso alla comunicazione, la possibilità offerta all’individuo di comunicare con il mondo e teoricamente di agire nel mercato. Il vecchio modello capitalistico delle multinazionali conservava i caratteri dichiaratamente gerarchici del comando e manteneva per l’impresa l’esclusiva dell’accesso al mercato. L’esclusiva sulla possibilità di sopravvivenza materiale, economica dell’individuo, restava all’impresa, produttrice di lavoro dipendente, subordinato. Oggi l’inclinazione naturale all’individualismo – in questo senso il freelance è la figura-simbolo della nostra epoca – è enormemente potenziata dalla convinzione che l’accesso al web possa diventare accesso al mercato e dunque alla sopravvivenza, senza la mediazione di alcuna istituzione, senza la mediazione del lavoro subordinato e del salario. Corpi intermedi come quello sindacale sono presentati dalle imprese e percepiti dagli individualisti come intralci alla realizzazione di sé.

Bisogna assolutamente risalire alle radici sociali del comportamento individualistico, per capire la sua predisposizione ad accettare determinate idee di libertà.

Fondare il proprio comportamento sulla convinzione che ciascuno ha diritto di fare ciò che vuole è il modo più radicale per negare tutti i valori su cui è stato costruito il movimento operaio, il socialismo, in una parola “la sinistra”, negare il valore del mutualismo, della solidarietà, della comunità, valori sui quali si sono costruiti tessuto sociale e conflitto sociale. Valori ai quali si ispira la nostra rivista, così, semplicemente, senza tanti fronzoli né bisogno di spiegazioni.

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Detto questo, possiamo anche entrare nel merito delle questioni riguardanti la salute pubblica, questioni che il movimento no-vax risolve con la semplificazione: ciascuno si regola come vuole, la salute pubblica non è un mio problema, io debbo pensare solo alla mia salute, non esiste una scienza della salute, anzi non esiste la scienza, dunque non può esistere un potere regolatore fondato su una presunta maggiore conoscenza di quella che l’individuo già possiede e che è tutta contenuta nell’affermazione della sua libertà individuale.

L’idea che la libertà dell’individuo di pensare da sé e per sé sia conoscenza e per di più conoscenza superiore a quella di presunti “tecnici” – individuati come funzionari o intermediari di un potere statale o come servitori di multinazionali farmaceutiche – equivale a negare valore alla competenza, alla formazione, alla ricerca scientifica. Non significa però tornare all’idea del “buon selvaggio” roussoviano, ma alla condizione di essere alla mercé del mercato. Gli individui che pensano se stessi come entità indipendenti, che non hanno bisogno di nessuno, che non fondano la loro esistenza sulla relazione ma sull’individualismo, sono proprio quelli che perdono maggiormente la loro libertà, in particolare nei rapporti di lavoro: negando la solidarietà, la comunità e il mutualismo, si presentano nella condizione di essere oggetto del più sfrenato sfruttamento, perché si sono posti nella condizione di maggiore debolezza contrattuale sul mercato, quella dell’individuo singolo.

Il fanatico difensore delle proprie libertà individuali, che non riconosce nessuna entità o istituzione regolatrice e quindi nemmeno il welfare state, si affida interamente e incoscientemente al mercato, che non mancherà di stritolarlo condannandolo a un’esistenza precaria da working poor. E il pensarsi liberi e il trovarsi poi deboli di fronte non al vecchio padrone, ma a poteri senza volto e spesso senza nome per i quali l’individuo da solo è nulla facilita la nascita di fantasmi: non le dinamiche intrinseche ai concreti rapporti di potere nella società, ma oscure presenze ostili che cambiano il mondo intorno a me e sono, anzi complottano “contro di me”. Non so chi sono, ma so che ci sono, perché qualcuno dovrà ben essere responsabile del danno che subisco. L’entità superiore più immediatamente riconoscibile, anche se inafferrabile, è lo stato. Ma è qui che scattano anche la diffidenza, l’aggressività, la violenza verso chi è diverso da me, tanto maggiori quanto più lui e lei sono fisicamente vicini, riconoscibili (per il colore della pelle o per la foggia degli abiti o per il profumo della cucina) e socialmente deboli.  

Il movimento no-vax non ha alcuna idea di salute o di igiene pubblica. Perché la dimensione del collettivo gli è completamente estranea, oltre ad essergli estraneo il concetto di servizio pubblico. Per quale ragione, quindi, persone che si richiamano a valori molto diversi da quelli trumpiani, a valori più o meno vagamente “di sinistra”, finiscono per accodarsi a questa banda di irresponsabili? Questo comportamento subalterno è tanto più incomprensibile, in quanto nella nostra tradizione di esperienze, lotte, ragionamenti, ricerche, sia il problema della salute pubblica, sia il problema delle epidemie, è stato lungamente affrontato e sviscerato.

Un solo esempio. È dalla metà degli anni Settanta che esiste la rivista Epidemiologia e prevenzione, espressione di quel “movimento di lotta per la salute” che ha condotto le battaglie politiche e legali che hanno portato al riconoscimento dei rischi per i lavoratori esposti a sostanze tossiche – come l’amianto, il piombo tetraetile, il cloruro di vinile, la betanaftilamina ecc. – e il diritto al risarcimento. Ricordiamo i nomi di Giulio Maccacaro e di Ivar Oddone. La rivista è nata per formare operatori sanitari sul territorio, per combattere l’arroganza delle case farmaceutiche e delle industrie che negano l’evidenza dei danni prodotti dalle loro lavorazioni e che finanziano abbondantemente studi volti a dimostrare l’inesistenza del rischio, per combattere un modello di sanità pubblica fondato solo su grandi centri ospedalieri superspecializzati e su cliniche private, al servizio di chi si può permettere cure costose.

Questo è il grande patrimonio di esperienze e di conoscenze che ci ha lasciato in eredità il movimento di lotte sociali degli anni Settanta, un patrimonio che si rinnova di generazione in generazione. Noi non abbiamo bisogno di ricorrere a confuse teorie del complotto per denunciare certi veri e propri crimini commessi dalle case farmaceutiche, ci basta ricorrere al concetto marxiano di profitto. Né abbiamo bisogno di accodarci all’azione anti-governo di Fratelli d’Italia per denunciare il preoccupante taglio alla spesa sanitaria pubblica del governo Draghi. La battaglia per una sanità al servizio di tutti i cittadini, con un presidio costante del territorio, per una prevenzione basata sul senso di responsabilità verso gli altri, è una nostra battaglia da mezzo secolo, non è roba da apprendisti stregoni

P.S. Dopo l’assalto fascista alla sede Cgil di Roma da più parti si è levata la richiesta di mettere fuori legge Forza Nuova. Da parecchi anni il problema di una rinascita della fede fascista in Italia è un problema serio. La sinistra, la stampa, gran parte delle forze intellettuali, la magistratura, hanno non solo ignorato questo problema ma hanno in certi casi assecondato la peggiore deriva di estrema destra, come nel caso delle foibe. Mettendo fuori legge Forza Nuova pensano magari di aver risolto il problema? Così continueranno a ignorarlo, a far finta che non esista? Prima di metterli fuori legge cominci la polizia a trattarli come tratta gli operai in sciopero. E allora l’assalto alla Cgil non sarebbe riuscito. Non si tratta di metterli fuori legge, ma di metterli fuori gioco politicamente. E questo è affare nostro, è nostra responsabilità creare le premesse perché vengano isolati e sconfitti.

La variante logistica. Cronache e appunti sui conflitti in corso

di Andrea Bottalico, Francesco Massimo, Alberto Violante

Un anno in cui le lotte non si sono fermate

Mobilitazioni e scioperi di varia intensità hanno investito l’intera filiera logistica nei mesi scorsi. 

Tra giugno e luglio 2020 il centro delle proteste è Peschiera Borromeo, ai margini di Milano, dove la multinazionale FedEx-Tnt ha deciso di licenziare una settantina di facchini sindacalizzati. Nonostante le cariche e gli scontri, lo sciopero va avanti e si espande in altre filiali. Nello stesso periodo al porto di Napoli il SiCobas sciopera bloccando l’accesso al varco. Alla fine del mese tocca al trasporto marittimo. Il fermo di ventiquattro ore è proclamato dai sindacati confederali. 

Nel settore delle consegne a domicilio si alternano mobilitazioni dal basso e manovre di palazzo. In settembre l’associazione datoriale Assodelivery e il sindacato Ugl, dalla dubbia rappresentanza, firmano un vero e proprio Ccnl, un accordo pirata subito sconfessato dalle confederazioni e dai collettivi di rider, nonché dal ministero del Lavoro. Le critiche piovute sull’accordo inducono la piattaforma JustEat a rompere il fronte padronale: in novembre l’azienda esce da Assodelivery e annuncia un piano di assunzione della manodopera nel quadro di rapporti di lavoro dipendente. A marzo arriva l’annuncio di un accordo con i sindacati confederali per l’inquadramento di quattromila fattorini. All’orizzonte potrebbe esserci però il modello, già visto nel Regno Unito, delle agenzie interinali. JustEat ha già un accordo globale con l’agenzia Randstad per la somministrazione di manodopera, che potrebbe essere utilizzato anche in Italia. 

Ai rider, prevede l’accordo, si applicherà il Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione, scaduto il 31 dicembre 2019, e il cui rinnovo rivela un percorso difficile. A tal proposito SiCobas e AdlCobas proclamano uno sciopero nazionale il 23 ottobre, riprendendo la mobilitazione per il rinnovo del contratto nazionale. «Nella logistica abbiamo lavorato, portandoci il contagio a casa in moltissimi magazzini, senza alcun riconoscimento a tutela del salario» si legge in una nota. Il sindacato di base rivendica tra le altre cose la partecipazione alla trattativa per il rinnovo del contratto, la clausola di salvaguardia anche per il personale viaggiante, il superamento definitivo del socio lavoratore nelle cooperative, l’estensione degli aspetti migliorativi ottenuti in alcune società all’intero comparto e gli aumenti salariali. Un altro sciopero nazionale viene proclamato il 18 dicembre. L’adesione è tra le più alte dall’inizio della pandemia. 

Un mese dopo, FedEx presenta il conto dell’assorbimento di Tnt: più di seimila posti di lavoro in meno in Europa. Si fermano le piattaforme FedEx-Tnt di Milano, Bologna, Parma, Piacenza, Roma, Fidenza, Modena e Napoli, per uno sciopero di due giorni dei lavoratori dell’intera filiera iniziato la notte del 18 gennaio 2021. Proteste anche a Liegi, in Belgio.

La mattina del 21 gennaio 2021 si svolge il primo incontro nazionale tra sindacati confederali e Amazon logistica Italia, assistita da Conftrasporto, per discutere delle questioni relative all’intera filiera logistica gestita dal colosso del commercio elettronico. Il 26 gennaio Giuseppe Conte rimette il mandato nelle mani del Capo dello Stato e si aprono le consultazioni.

Il 29 gennaio la filiera logistica subisce disagi e ritardi a causa dello sciopero generale nazionale proclamato dal SiCobas. Nello stesso giorno si svolge il secondo incontro a livello nazionale tra Amazon logistica Italia e i sindacati confederali. 

La tensione aumenta a Piacenza nei primi giorni di febbraio. Nel corso dello sciopero, dopo cinque giorni di picchetto la polizia lancia lacrimogeni sugli scioperanti per disperdere il presidio fuori dal magazzino di Piacenza allo scopo di far uscire una quarantina di veicoli industriali. 

Pochi giorni dopo l’annuncio del piano di ristrutturazione europeo, FedEx illustra alle sigle sindacali Cgil, Cisl, Uil e Ugl l’intenzione di voler tagliare in Italia almeno duecento posti di lavoro. La mobilitazione del SiCobas prosegue, in particolar modo a Piacenza e a Peschiera Borromeo. Il 9 febbraio i rappresentanti del SiCobas raggiungono un accordo con FedEx alla prefettura di Piacenza. Secondo fonti sindacali, la vertenza è costata a FedEx sette milioni in una settimana. L’accordo prevede il riconoscimento di una tantum di duecento euro, cui si aggiungono un buono pasto di sette euro e la disponibilità ad aprire una trattativa su malattia e infortunio. Durante i picchetti davanti all’ingresso della piattaforma avviene una contrapposizione tra facchini mobilitati dal SiCobas e autisti di una cooperativa mobilitati dalla Filt Cgil e dall’Ugl. 

Il 13 febbraio si insedia il governo Draghi: a sostenerlo ci sono Lega, Pd e M5s, oltre a Forza Italia, Italia viva e altre forze di centro. LeU si spacca e la sua delegazione al Senato entra nella nuova maggioranza. Nei giorni immediatamente successivi, a metà febbraio scioperano gli autisti che lavorano per cinque imprese di autotrasporto nella piattaforma Amazon di Vigonza, provincia di Padova. Indetto dalla Filt-Cgil contro i ritmi di lavoro intollerabili, lo sciopero dura per l’intero turno della distribuzione. Il volantino di rivendicazione titola: «Basta Ammazzarci!».

Verso la fine di febbraio i sindacati confederali organizzano uno sciopero degli autisti delle imprese di autotrasporto che lavorano per le piattaforme Amazon di Brandizzo, in provincia di Torino, e di Pisa. L’algoritmo che governa gli autisti li costringerebbe a compiere centoquaranta consegne all’ora. Oltre al problema del lavoro a chiamata per i driver, a Pisa i sindacati denunciano carichi di lavoro insostenibili, fino a duecento pacchi in dieci ore.

Nella tarda serata del 24 febbraio, i sindacati confederali firmano con le associazioni datoriali il rinnovo del Contratto nazionale dei lavoratori portuali. Una sfera di applicazione che interessa circa ventimila persone. Quasi contemporaneamente, i sindacati interrompono le trattative per il rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione, scaduto nel dicembre 2019. «Chiediamo l’immediato ritiro delle pretestuose e inaccettabili richieste delle parti datoriali e qualora l’atteggiamento non venisse modificato saremo costretti a mettere in campo ogni azione utile affinché si proceda al rinnovo del contratto scaduto.» Le associazioni datoriali richiedono la revisione dell’articolo 42 del contratto collettivo nazionale sulla clausola sociale, la riduzione del trattamento economico di malattia, l’ampliamento del lavoro a chiamata, interventi sul regolamento relativo al diritto di sciopero ecc. 

Il mese di marzo inizia con uno sciopero di ventiquattro ore al porto di Genova, dopo la lettera di diffida nei confronti della compagnia portuale Culmv che i terminalisti aderenti a Confindustria hanno presentato all’Autorità portuale. 

Mentre a Roma le trattative stagnano, Piacenza torna a essere l’epicentro del conflitto. La mattina del 10 marzo la polizia esegue perquisizioni nelle abitazioni di ventuno lavoratori e arresta i due coordinatori provinciali del SiCobas con l’accusa di resistenza aggravata a pubblico ufficiale, lesione personale aggravata e violenza privata. La polizia notifica anche sanzioni per violazioni della normativa anti Covid-19 per un totale di circa tredicimila euro e avvia cinque procedimenti per revoca del permesso di soggiorno. Le accuse risalgono allo sciopero contro la FedEx-Tnt tra gennaio e febbraio 2021 nella piattaforma di Piacenza. Lo stesso giorno la procuratrice capo di Piacenza Pradella, dichiara in conferenza stampa, affiancata dal questore e del dirigente locale della Digos: 

Siamo di fronte a condotte particolarmente violente che avevano un trend di pericolosità in crescita, quindi è stato opportuno l’intervento delle forze dell’ordine e anche la risposta sul fronte giudiziario a fronte di comportamenti violenti e privi di ogni valenza sindacale. Tanto è vero che i sindacati che hanno sempre mantenuto un dialogo aperto e leale con la Tnt, come la Cisl, hanno con forza stigmatizzato il comportamento di questi soggetti. 

In pochi condannano questa ingerenza della Procura nell’esercizio delle libertà sindacali. Nel frattempo Fedex-Tnt si prepara a sconfessare l’accordo siglato pochi giorni prima in prefettura e a chiudere l’hub piacentino, che si era “lealmente” impegnata a preservare. Lo stesso giorno i sindacati confederali proclamano uno sciopero nazionale di ventiquattro ore per il 22 marzo 2021 contro Amazon, coinvolgendo per la prima volta tutti i lavoratori della filiera distributiva del colosso americano, comprese tutte le società di fornitura di servizi di logistica, movimentazione e distribuzione delle merci che operano per Amazon logistica e Amazon transport. 

SiCobas e AdlCobas proclamano uno sciopero nazionale del trasporto e della logistica per il 26 marzo. Alla base della protesta, la richiesta di partecipare con una propria piattaforma al rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione. 

I sindacati confederali proclamano lo sciopero nazionale di ventiquattr’ore della logistica per il 29 marzo 2021. «Le associazioni datoriali hanno insistito nel presentare richieste non solo irricevibili ma addirittura mortificanti nei confronti di un mondo del lavoro che tanto ha dato in questi tempi duri di pandemia». La trattativa sul rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione è ancora in stallo. 

In un comunicato FedEx illustra la riorganizzazione della rete italiana, annunciando la chiusura dell’hub di Piacenza. I sindacati di base SiCobas e AdlCobas rilanciano la mobilitazione contro la multinazionale, dopo il lungo sciopero tra gennaio e febbraio 2021, la carica della polizia, e l’accordo in cui FedEx assicurava la salvaguardia dell’occupazione. Il 26 marzo, intanto, il Tribunale del Riesame di Bologna revoca le misure restrittive nei confronti dei due sindacalisti del SiCobas piacentino. 

Dopo l’annuncio della chiusura della piattaforma FedEx di Piacenza, il sindacato di base SiCobas in un incontro alla prefettura ricorda alla controparte l’impegno preso nell’accordo siglato a febbraio scorso. La mobilitazione riprende forma. Ondivago l’atteggiamento dei sindacati confederali. Il SiCobas il 1° aprile proclama uno sciopero nelle piattaforme di San Giuliano Milanese e Parma, con picchetti ai cancelli. La protesta prosegue con la formula dello sciopero a scacchiera. Il 3 aprile si fermano gli impianti di Bologna e di Peschiera Borromeo, poi a Teverola (Napoli) e Fiano Romano (Roma). 

Cresce la tensione tra SiCobas e Filt Cgil, tanto che il SiCobas di Piacenza annuncia una manifestazione davanti alla Camera del lavoro per il 12 aprile. I due schieramenti si fronteggiano davanti alla Camera del lavoro, separati da un cordone di polizia. 

Il prefetto di Piacenza chiede l’istituzione di un tavolo interministeriale sulla vicenda FedEx, che a marzo ha annunciato la chiusura della piattaforma logistica di Piacenza. La decisione della chiusura è irrevocabile. FedEx annuncia un nuovo piano di assunzioni, con l’internalizzazione di 800 lavoratori, di cui 200 nella regione. Non c’è possibilità di ricollocare i 280 lavoratori della piattaforma di Piacenza. Lo sciopero a scacchiera proclamato dal SiCobas contro il piano di ristrutturazione e la chiusura di Piacenza prosegue.

A Padova e Bologna la Filt Cgil firma un accordo con FedEx-Tnt per l’internalizzazione della manodopera. I sindacati di base contestano questi accordi. il 26 aprile il Si Cobas convoca a Bologna un presidio davanti alla Camera del Lavoro. 

Mentre in Italia la stagione delle lotte nella logistica continua, in Germania, malgrado la feroce opposizione delle organizzazioni imprenditoriali, il Parlamento approva il Lieferkettengesetz (“legge sulle catene di fornitura”) che ritiene responsabile l’azienda committente o capofila per qualunque violazione dei diritti umani che possa essere commessa da una delle aziende coinvolte nella filiera di fornitura.

Note a margine del conflitto 

Le contraddizioni che attraversano il settore, tuttavia, rimangono irrisolte. Proviamo ad analizzarle qui, come esito di un dialogo costante e di una riflessione in corso tra gli autori di questi appunti.

Le cronache degli avvenimenti sopra accennati hanno in comune l’appartenenza a ciò che viene convenzionalmente chiamato “logistica”, un comparto destinato alla spedizione e consegna di merci, nonché al loro relativo stoccaggio e manipolazione. La centralità acquisita della logistica è tale che ormai essa è diventata la lente con cui guardare all’intero mondo della produzione, ancor di più in tempo di pandemia. Noi preferiamo guardare la logistica come se fosse un gioco a incastro da montare e smontare, da assemblare e da decifrare con lenti che vanno aggiornate costantemente per poter leggere certi fenomeni eterogenei e in rapida evoluzione. 

Siamo di fronte a dimensioni che appaiono solo apparentemente separate, legate tra loro da molti vasi comunicanti e accomunate da fenomeni come l’internazionalizzazione, la concentrazione del capitale e la conseguente riorganizzazione produttiva. Qualche esempio a nostro avviso emblematico: la concentrazione dei vettori di trasporto navale e le relative pressioni sempre più insostenibili sui terminalisti e sul lavoro portuale (e retroportuale). L’oligopolio nella corrieristica, con pochi grandi vettori in America ed Europa (Ups, FedEx, Dhl, Gls, Depo), che hanno poi cominciato a confrontarsi con il crescente peso dell’aspirante monopolista del commercio online.

Se dalla parte del capitale internazionalizzazione vuol dire concentrazione, dalla parte del lavoro vuol dire estrema frammentazione. Troviamo la frammentazione del lavoro sul ciglio banchina dei porti, nei magazzini tra i facchini di movimentazione, tra gli autisti di consegna, tra i camionisti. 

Nella tradizione delle relazioni industriali, è la contrattazione il luogo di ricomposizione. Il Contratto collettivo nazionale dei porti è stato rinnovato di recente dopo un periodo di trattative estenuanti, mentre quello Logistica, trasporto merci e spedizione è in fase di stallo da tempo. Finora l’occasione del rinnovo contrattuale non è stata interpretata dai sindacati in una modalità “ambiziosa” di filiera, eppure il clima creato dalle mobilitazioni in corso aprirebbe opportunità a questa linea per imporsi. Senza il clima politico creato dalle mobilitazioni dei collettivi dei rider non si sarebbe mai giunti alla sentenza del Tribunale di Milano; senza il movimento dei facchini animato dal sindacalismo di base non si sarebbe mai giunti agli accordi migliorativi. Modalità di partecipazione e delega, pratiche, strutture organizzative, composizione degli iscritti: questi soggetti collettivi portano avanti da tempo strategie sindacali e di mobilitazione alternative a quelle dei sindacati titolari della contrattazione collettiva nazionale. Sarebbe opportuno iniziare a prendere seriamente in considerazione il contributo portato da queste esperienze sindacali in termini di conflitto, negoziazione e miglioramento delle condizioni di lavoro. 

È invece nella vicenda Amazon che il sindacalismo confederale tenta di assorbire l’esempio di quanto successo negli anni scorsi nella corrieristica, mettendo in campo un approccio “di filiera”. Tuttavia, per quanto ambiziosa e avanzata rispetto alle parallele esperienze europee (si vedano le difficoltà del sindacato tedesco Ver.Di), questa strategia mostra i suoi limiti, sia teorici che pratici. Il sindacato confederale, infatti, ma in realtà principalmente la Cgil, punta a una contrattazione di secondo livello che abbracci non solo i magazzinieri ma anche i driver. Il problema è che le filiere Amazon e di FedEx, così come quelle di Ups, Brt e Sda non sono isolate l’una dall’altra. Eppure, al momento sono in corso due lotte parallele che non convergono: quella in Amazon, che a tre mesi dagli scioperi sembra tornata dormiente, e quella in FedEx, che invece non cessa di inasprirsi. Lo sciopero “di filiera” di Amazon promosso dai confederali è sicuramente un avanzamento, un salto di qualità necessario per pretendere un’interlocuzione con la multinazionale di Seattle. E finora i sindacati italiani, diversamente dai colleghi tedeschi o francesi, sono stati gli unici a teorizzare e a mettere in pratica un approccio di filiera. Ma il perimetro indicato da quello sciopero è in realtà solo la punta dell’iceberg. Non esiste infatti solo la filiera diretta Amazon (grandi hub, come quelli di Piacenza, Rieti e Torino; centri di smistamento, come quello di Piacenza; delivery station, che al momento sono almeno venticinque; stazioni dell’ultimo miglio da dove partono i driver esternalizzati). Questa è la rete di ultima generazione che Amazon ha costruito solo a partire dal 2017. Parallelamente, Amazon si è sempre appoggiata alle reti dei grandi corrieri (Ups, Bartolini, Sda e FedEx-Tnt) che svolgono un numero imprecisato ma rilevante di consegne, e per finire alla rete di Poste italiane – che nel 2019 ha chiuso un accordo con i sindacati confederali per ristrutturare la propria rete e adattarla alle esigenze dell’e-commerce. L’accordo di Poste italiane implica l’aumento dei ritmi di lavoro e l’allungamento della giornata lavorativa. A questo si aggiunge un’ulteriore compressione dell’organico. In effetti, a fronte di quindicimila uscite volontarie o incentivate, si prevedono seimila assunzioni, ma queste unità non corrispondono a un aumento dell’occupazione: saranno in gran parte forme di stabilizzazione da tempo determinato a indeterminato o semplici trasformazioni orarie da tempo parziale a tempo pieno. Se i picchi di lavoro lo richiederanno, inoltre, Poste si rivolgerà alle agenzie di somministrazione. 

Nel gergo del settore questo ricorso alle reti postali da parte delle aziende di e-commerce viene chiamato “Postal injection” ed è una strategia utilizzata da Amazon per ampliare la propria rete anche alle zone più remote, che sono servite solo dalla rete pubblica dei servizi nazionali di posta, non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti e in altri Paesi europei. Ma dall’alto della sua posizione monopolistica/monopsonistica Amazon può imporre le sue condizioni. Questa posizione di vantaggio cresce dal momento in cui l’azienda di Seattle punta a completare la sua rete estendendola all’ultimo miglio. A questo punto Amazon è allo stesso tempo maggior cliente e concorrente dei gruppi di corrieristica. L’impatto sulle condizioni di lavoro è al ribasso, perché Amazon fa dumping: trascina in giù i costi (e quindi il valore del lavoro) dell’insieme del settore delle consegne, come nel caso di Poste italiane.

Da un lato le grandi aziende di corrieristica, nonché Poste italiane, si ritrovano a essere fornitori di Amazon. Ma dall’altro Amazon ha anche la sua rete: l’azienda di Seattle ha scelto di internalizzare una parte delle consegne di ultimo miglio esattamente sulla considerazione che i costi di questo servizio dai corrieri non erano comprimibili all’infinito attraverso il sistema di appalti (di qui la scelta di un modello alternativo alle cooperative: quello delle agenzie interinali, dalla funzione disciplinante ancora più insidiosa rispetto alle cooperative). 

Da questa prospettiva, concentrare gli sforzi su Amazon per migliorare le condizioni di lavoro nella sua rete rischia di essere velleitario se nel frattempo si firmano accordi che deteriorano le condizioni di lavoro nel resto del settore. Inoltre, organizzare uno sciopero di filiera in Amazon (il 22 marzo) e una settimana dopo lo sciopero nazionale di settore (il 29 marzo) è una scelta difficile da comprendere se l’obiettivo è la ricomposizione e non il micro-corporativismo. Separando di fatto le lotte dei driver e dei magazzinieri Amazon da quelle più generali per il rinnovo del contratto della logistica, rende anche la vita più facile ad Amazon dal punto di vista organizzativo: è abbastanza evidente che con un preavviso di 12 giorni l’azienda abbia potuto dirottare gli ordini sui corrieri, così riducendo l’impatto dello sciopero del 22 marzo sulle consegne. 

L’obiettivo dello sciopero del 22 marzo è stato quello di riaprire la trattativa con l’azienda, e i sindacati hanno avuto soddisfazione: il tavolo, convocato dal ministro del Lavoro Orlando, è stato riaperto, ma i tempi sembrano essere lunghi e i contenuti incerti. Uno dei nodi cruciali su cui è maturato lo stallo nelle trattative è stata la condizione dei driver, sui quali Amazon ha un potere di controllo diretto attraverso i software di gestione e il potere di mercato (è Amazon che stabilisce le rotte, è Amazon che stabilisce standard e ritmi), ma verso i quali rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità negoziale, trattandosi di lavoratori in appalto. Il tavolo ministeriale si aggiornerà nei prossimi mesi, e nel frattempo delegazioni sindacali e aziendali sono invitate a trovare un compromesso. Ma intanto Amazon prosegue nella sua espansione e soprattutto nella strategia di “uberizzazione”: stop ai driver con contratti di lavoro dipendenti e via libera a driver reclutati come lavoratori autonomi, ma sempre eterodiretti via algoritmo. Di fronte alla velocità con cui Amazon ristruttura permanentemente la propria filiera, le organizzazioni dei lavoratori possono permettersi di attendere? Più in generale, la proposta dei sindacati confederali di una piattaforma contrattuale di secondo livello per tutta la filiera logistica targata Amazon (che non include i più di mille operatori del call center Amazon di Cagliari) lascia intravedere la volontà di negoziare con l’azienda parte del surplus da monopolio di Amazon, che andrebbe condivisa con i dipendenti, rischiando però di creare una sorta di aristocrazia operaia protetta dal monopolio e isolata rispetto al resto. 

Anche il sindacalismo di base si ritrova ad affrontare la questione delle alleanze e della ricomposizione. Una strategia di allargamento che forse poteva essere già messa in atto il mese scorso, durante lo sciopero Amazon. La questione non è tanto quella di aderire allo sciopero nella rete Amazon, dove il sindacato di base non ha una presenza significativa. Durante lo sciopero del Black friday del 2017 al magazzino Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza) il SiCobas, che è il principale sindacato nei magazzini della provincia (da Tnt a Leroy-Merlin, da Gls a Geodis) ha portato una sua corposa delegazione, che però è rimasta isolata dagli scioperanti di Amazon. Al contrario sarebbe forse più efficace portare in sciopero i lavoratori delle grandi aziende di corrieristica che consegnavano i pacchi per conto di Amazon, e in cui il sindacato di base ha una presenza maggioritaria. A distanza di cinque anni il sindacato di base non è riuscito a espugnare il fortino Amazon, malgrado il suo fantasma si aggiri nei suoi magazzini, ma la sua presenza nel resto del settore si è consolidata. Così il 22 marzo scorso avrebbe comunque potuto aderire allo sciopero dei confederali mobilitando i lavoratori di aziende come FedEx-Tnt, Gls, Brt o Sda, che movimentano una parte importante dei volumi di Amazon. Aprire un fronte nella filiera allargata potrebbe avere una portata politico-strategica di rottura: il sindacato di base potrebbe rendere più efficace lo sciopero in Amazon (che il 22 marzo ha con ogni probabilità dirottato parte dei volumi nella rete di queste aziende partner), mostrare la reale ampiezza della filiera Amazon allargata, contribuire alla sua ricomposizione e così posizionarsi all’avanguardia del movimento nella logistica. Questa occasione non è stata colta e il rischio ora è di scontare questo isolamento sul fronte della vertenza FedEx-Tnt. 

Dalla nostra prospettiva appaiono particolarmente problematici gli accordi stipulati in FedEx che da un lato prevedono l’internalizzazione dei dipendenti delle cooperative ma che dall’altro mettono in difficoltà il sindacato di base e con esso anni di lotte e di conquiste sociali. Tutto questo come se il sindacato di base e le sue pratiche di lotta, che si sono rivelate non solo efficaci ma anche in vari casi riconosciute come legittime dalla giurisprudenza, sorgessero dalla cospirazione di qualche militante di base o dall’indisciplina dei facchini immigrati, e non da un problema strutturale di rappresentanza del sindacato confederale alla periferia del mercato del lavoro. 

È banale ma forse necessario ricordarlo: se il sindacalismo alternativo si è imposto in un settore cruciale come quello della logistica è perché la politica concertativa dei sindacati confederali aveva lasciato uno spazio vuoto, in un assetto che ingabbia il conflitto e non riesce a contrastare precarietà e svalutazione salariale. Nella logistica questo assetto è saltato e non potrà essere ripristinato, se non al prezzo di licenziamenti di massa e repressione poliziesca. Il piano di FedEx è quello di liberarsi del sindacato di base e dei suoi lavoratori iscritti, di abrogare gli accordi migliorativi che il sindacato di base ha strappato in dieci anni di lotte; infine, di superare il sistema di appalti alle cooperative e internalizzare circa metà della manodopera, abbandonando il resto alle agenzie interinali. 

Il modello all’orizzonte è quindi quello di Amazon (un nucleo di manodopera stabile e un esercito di riserva a chiamata, condannato a precarietà e subordinazione e disciplinato dalla possibilità di un lavoro stabile in un’azienda monopolistica) che, a dieci anni dal suo arrivo in Italia, sembra poter indurre gli attori a ridisegnare a sua immagine l’intero comparto. Le altre aziende stanno alla finestra: se il piano di FedEx passa, non è detto che le altre non seguiranno. I costi sociali di questa battaglia saranno altissimi: migliaia di lavoratori verranno licenziati e i rimanenti dovranno accettare condizioni di lavoro peggiori delle attuali. Il rischio di questa strategia è quello di avere non solo costi sociali elevati ma anche effetti paradossali: da un lato il sindacato confederale lotta in Amazon contro il suo modello, e dall’altro promuove la sua estensione in FedEx e, in prospettiva, nel resto del settore. 

Proprio nel resto del settore procedono le trattative per il rinnovo del contratto nazionale e anche i settori di base del sindacato confederale (in particolare nella filiera Ups lombarda) stanno esprimendo insoddisfazione per il modo in cui i vertici stanno conducendo i negoziati. Le prospettive per una ricomposizione dal basso potrebbero quindi allargarsi.

D’altro canto il sindacalismo di base in un solo settore (qualunque esso sia) rischia di rivelarsi insufficiente a rendere durature ed espansive le conquiste ottenute. Se il pendolo continuerà a oscillare tra tentazioni di autosufficienza e progetti effimeri di restaurare una strategia sindacale riformista in assenza di riformismo, la ricomposizione resta lontana e l’azione sindacale rischierà di ritrovarsi in un’impasse, a scapito dei lavoratori. 

Post Scriptum

A un anno e mezzo dalla scadenza, il 18 maggio 2021 i sindacati confederali e ventitré associazioni datoriali hanno firmato la parte economica del rinnovo del Contratto nazionale logistica, trasporto merci e spedizione. L’accordo, per volontà di entrambe le parti, ha riguardato solo la parte economica. Voci insistenti parlavano del tentativo, da parte padronale, di provare a fare entrare l’intero settore del trasporto merci su strada all’interno dei servizi pubblici essenziali regolati dalla L. 146, ai fini del contenimento delle mobilitazioni che si sono concentrate nel settore. L’accordo economico prevede 230€ (all’incirca 10€ al mese netti) di una tantum, da corrispondere in tre rate, per colmare la vacanza contrattuale. L’aumento contrattuale sarà poco meno di 90€ lordi per un V livello (quello più comune nella movimentazione merci), poco più di 100€ per i livelli che prevedono le mansioni di personale viaggiante. A queste soglie di aumento ci si arriverà però solo per gradi dilazionati, l’ultimo scaglione di aumento è previsto solo nel 2024. Il rinnovo è giunto ad articolo già steso e non c’è la possibilità di soffermarci adeguatamente, come faremo in seguito, sul dibattito generato dalle assemblee di ratifica dell’accordo. È una chiusura di contratto che viene dopo quella del dicembre 2017, che era superiore di 70€ nell’una tantum, e di almeno una decina di euro nei minimi tabellari. Va detto che le cifre di aumento non sono insostenibili, dato che il trasporto merci (nello specifico il settore poste e corrieri) secondo le analisi sul fatturato dei servizi è l’unico settore (insieme all’It) che è continuato a crescere nel 2020.

Un aggiornamento ulteriore arriva ancora dalla Procura di Milano, dove i pubblici ministeri Giovanna Cavalleri e Paolo Storari hanno disposto un sequestro preventivo di venti milioni nei confronti di Dhl supply chain nell’ambito di un’indagine su frodi fiscali attuate da un consorzio e ventitré cooperative che hanno lavorato per la multinazionale tedesca. Il sequestro è avvenuto il 7 giugno ed è stato convalidato dal Gip il 21 giugno. Secondo gli inquirenti, la Dhl avrebbe usato i servizi di un consorzio di cooperative come schermo per evitare assunzioni o contratti di somministrazione di manodopera. I pubblici ministeri sostengono che tali contratti di esternalizzazione del lavoro nelle piattaforme logistiche avevano lo scopo di evadere imposte e contributi. Nel testo del verbale di sequestro, i magistrati hanno scritto che «la società committente, azienda leader nell’ambito della logistica abusa dei benefici offerti dal sistema illecito, neutralizzando il proprio cuneo fiscale mediante l’esternalizzazione della manodopera e di tutti gli oneri connessi». I magistrati aggiungono che dall’indagine è emersa «una complessa frode fiscale caratterizzata dall’utilizzo di fatture soggettivamente inesistenti, da parte della multinazionale, e dalla stipula di fittizi contratti di appalto per la somministrazione di manodopera, effettuata in violazione della normativa di settore». L’inchiesta della Procura conferma da un lato l’inquinamento del tessuto imprenditoriale nel settore della logistica e dall’altro la frammentazione e la capacità dei soggetti collettivi organizzati e istituzionalizzati di contrastare l’illegalità strutturale che caratterizza il mondo della logistica. 

Il 18 giugno Adil Belakhdim, sindacalista del Si Cobas, viene travolto da un camion e muore durante uno sciopero davanti a un centro di distribuzione alla Lidl di Biandrate, in provincia di Novara.

Sitografia

«FedEx-Tnt, i corrieri contro il picchetto: “Vogliamo lavorare”», Libertà, 5 febbraio 2021.