La logistica in Italia. Intervista a Stefano Malorgio

Matteo Gaddi

Stefano Malorgio è segretario generale per la Filt – Cgil. L’intervista è stata registrata il 7 ottobre 2021.


Gaddi: Iniziamo da uno sguardo generale sulla logistica in Italia. Quali sono le tendenze in atto e i principali attori? Quali i problemi più rilevanti per il movimento sindacale e quale rapporto si intrattiene con le istituzioni? 

Malorgio: La pandemia da Covid-19 e la crisi del canale di Suez hanno messo in evidenza quanto sia centrale la logistica, sia per le merci di consumo finale, sia per il funzionamento delle catene di produzione che hanno una dimensione internazionale. Quindi la logistica ha palesato, con queste due crisi tra loro diverse, la sua centralità per l’Italia e per il mondo. La produzione è estremamente frammentata e diffusa capillarmente a livello internazionale, la logistica ne rappresenta il sistema nervoso: connette tutti i nodi dando vita alle supply chain. 

L’opinione pubblica si è resa conto di questa centralità, sui media se ne è parlato tantissimo, eppure il tema non è altrettanto centrale nella discussione politica. O meglio, non lo è per la politica italiana.

Per altri Stati non è così, infatti molti dei grandi attori della logistica internazionale sono proprio degli Stati. Basta pensare alla Cina: questo Paese fa della logistica quello che gli Usa hanno fatto di Hollywood, cioè un elemento di egemonia. Questa strategia comporta grandi investimenti e decisioni strategiche da parte della politica; un esempio chiarissimo è il progetto della Via della Seta. Non si tratta solo di enormi investimenti in infrastrutture, ma significa anche relazioni internazionali e controllo di molti snodi e corridoi decisivi.

Oppure pensiamo al fatto che il 90% delle merci viaggia via mare; questo mercato è in mano ai grandi armatori che sono organizzati in tre grandi alleanze internazionali: una con baricentro europeo, una negli Usa e una in Cina. Cioè nel caso degli armatori siamo di fronte a un vero oligopolio. 

Questi grandi gruppi stanno sviluppando una capacità di penetrazione anche nel mercato di terra. In altre parole controllano tutta la filiera: dalla nave alla banchina (grazie al fatto che acquisiscono il controllo dei terminal portuali) e da lì sviluppano il resto della catena logistica secondo logiche di forte integrazione verticale che mettono assieme nave, banchina e mezzi di terra come i treni. Si tratta di strategie che puntano a ottenere il governo dell’intera filiera. In questo modo un settore così strategico finisce per essere in mano a un oligopolio internazionale. 

Anche l’Europa, che pure è attentissima alla regolazione del mercato e che non perde occasione di agire contro qualsiasi intervento che secondo loro somigli a degli aiuti di Stato o a una distorsione della concorrenza (pensiamo alla vicenda Alitalia), ha applicato per due volte delle deroghe alla normativa anti-trust in presenza di operazioni fatte da armatori, si tratta del regolamento conosciuto come Consortia Block Exemption Regulation

Gaddi: Sul Pnrr hai qualcosa da dirci? Che cosa vi aspettate dal piano di investimenti?

Malorgio: Possiamo usare una metafora e dire che nel Pnrr per la logistica c’è tanto hardware ma poco software. Cioè sono previste tante opere infrastrutturali, ma c’è pochissimo la dimensione della politica industriale. Lo Stato italiano non dispone di leve per farla in questo settore e nemmeno per rapportarsi con i grandi colossi privati. Per esempio, se un armatore decide di non andare più in un porto quel porto chiude. Non essendoci nessun armatore italiano il rischio di non avere peso nelle scelte industriali mi pare oltremodo alto. 

A questo si aggiunge il fatto che le aziende italiane sono fuori dai grandi gruppi della logistica che sono tutte imprese straniere: americane, cinesi, francesi, tedesche, danesi, svizzere. Facciamo qualche esempio: Dhl è delle poste tedesche (Deutsche Post), Brt è a controllo francese, Gls fa parte del gruppo inglese Royal Mail, FedEx nasce da un’operazione fatta tra olandesi e americani, ecc.

Anziché affrontare i temi della logistica da un punto di vista di politica industriale il Pnrr mette tanto hardware, cioè infrastrutture che per certi versi vanno bene, ma lasciano che la logistica italiana rimanga un settore frammentato in tante imprese, alcune molto piccole e con scarsi mezzi. Questo ha pesanti conseguenze, sia in termini di organizzazione del lavoro e della sua qualità, sia in termini di contrattazione: con la bassa marginalità che riescono a fare le piccole imprese italiane ci sono spazi stretti di contrattazione salariale. 

Gaddi: Quali sono state le principali vertenze seguite da Filt nell’ultimo periodo? Spiegaci anche i contenuti delle vertenze, i risultati ottenuti, le forme di iniziativa sindacale e di lotta che sono state adottate…

Malorgio: La Filt si è mossa su tre grandi binari.

Uno è stato il rinnovo del contratto nazionale della logistica che è un contratto di filiera, cioè impone l’applicazione dello stesso Ccnl a tutta la filiera e prevede l’obbligo di clausola sociale in caso di cambio appalto. In questo senso esso copre ciò che la legge lascia scoperto, cioè la regolazione sugli appalti privati. Ovviamente non supplisce a tutti i problemi, ma da questo punto di vista rimedia a un’evidente carenza della legge e tiene assieme un settore che in mancanza di un contratto unico avrebbe visto un ulteriore proliferare di contratti in concorrenza al ribasso.

In questo senso è stato un importante risultato il fatto che sia stato sottoscritto nello stesso momento da tutte le associazioni datoriali del settore (spedizionieri, e-commerce, logistica, autotrasporto, cooperazione dentro e fuori dalla filiera, artigiani) dando così copertura a circa un milione di lavoratori. 

Oltre a questo, come Filt, abbiamo cercato di sindacalizzare e contrattualizzare settori che in precedenza erano scoperti. Citerei due casi: Amazon e i rider. 

Per Amazon siamo di fronte al primo accordo in Europa e forse nel mondo in cui si riconosce un sistema di relazioni, tanto che anche a livello locale si sta dando avvio alle prime contrattazioni e in cui si istituisce un premio di risultato.

Per noi l’obiettivo era quello di entrare in un settore che non era sindacalizzato e che se lasciato scoperto avrebbe contribuito a destrutturare ulteriormente il mondo del lavoro. Amazon infatti è un colosso e quindi rappresenta un modello di organizzazione e regolazione del lavoro che produce effetti più ampi, è un esempio generale che rischia di investire grandi parti del mondo del lavoro.

Per intervenire in Amazon siamo partiti dal punto in cui avevamo maggiore forza, cioè dal settore dei driver che era stato sindacalizzato con buoni risultati e da lì abbiamo progressivamente coinvolto tutto il gruppo. Devo dire che almeno in questa occasione l’intervento della politica è stato positivo. L’impegno del ministro del Lavoro a convocare le parti nel mezzo della vertenza è risultato essere molto importante e ha dato l’idea di uno Stato che poneva a una multinazionale la questione della difesa di un sistema di relazioni del Paese che andavano rispettate. Manca da chiudere l’accordo con le aziende che lavorano in appalto, stiamo provando a realizzarlo proprio in questi giorni. Non tutto è risolto ovviamente, anzi. Oggi però almeno abbiamo un primo strumento di interlocuzione.  

Sempre in questo filone colloco il lavoro svolto con la Cgil sui rider. L’accordo sottoscritto in Just Eat, una delle più grandi e strutturate multinazionali del delivery, riconosce a quei lavoratori il lavoro subordinato e il Ccnl della logistica nel quale, già a partire dal precedente rinnovo, era stata inserita la figura del rider. Anche in questo caso si tratta di dare diritti a quei lavoratori ma anche impedire che avanzino modelli di indebolimento del lavoro. Rimane ancora da fare ma senza dubbio si è smontato il teorema di chi diceva che il contratto e il lavoro subordinato non erano adatti a rappresentare questa nuova frontiera del lavoro. 

Il terzo grande binario sul quale ci siamo mossi è stato quello delle internalizzazioni, di cui la vicenda più nota è quella di FedEx (Tnt). Anche in questo caso si arriva all’accordo a seguito delle lotte che ci sono state e che hanno messo in luce una fragilità sulla quale anche l’azienda non poteva più reggere: la filiera si era talmente allungata che era diventata ingestibile sia da un punto di vista del lavoro che del controllo della produzione. Per cui mettendo in evidenza questo elemento di debolezza abbiamo iniziato a spingere per l’internalizzazione di tutte le fasi che fanno parte del ciclo produttivo di FedEx.

Sempre in questo filone abbiamo le recenti internalizzazioni in Dhl Supply Chain. Insomma siamo di fronte a un possibile cambio di fase. Non pensiamo che tutto sia internalizzabile. Pensiamo però che si debba tornare a una forma in cui l’appalto è un elemento gestionale e non di riduzione di costi del lavoro e dei diritti. Il Ccnl di filiera è stato decisivo in questo ambito avvicinando sempre di più la condizione dei lavoratori diretti a quella degli indiretti, rendendo sempre meno convenienti le esternalizzazioni. Allo stesso tempo erano ormai evidenti le contraddizioni di un sistema che esternalizzava tutto scaricando sulle aziende committenti controlli che non riuscivano più a fare e inficiava la capacità di gestione stessa del ciclo produttivo. Questa è la contraddizione in cui ci siamo inseriti. 

Per raggiungere questi risultati abbiamo fatto sia conflitto che contrattazione: il settore della logistica è sicuramente caratterizzato da lotte molto forti, con blocco ai cancelli, scioperi, picchetti, ma è anche un settore dove grazie all’organizzazione dei lavoratori si riescono a fare contrattazioni. È un settore molto sindacalizzato e complesso, ci trovi lotte estreme, ma non solo, si fa anche contrattazione.

Gaddi: L’accordo con FedEx sulle internalizzazioni ha suscitato uno scontro fortissimo con il sindacalismo di base, perché? 

Malorgio: Tnt aveva un sistema molto esternalizzato. Quando si fonde con Fedex, la seconda porta una filosofia per cui tutto deve essere gestito internamente, escluse quelle poche cose per cui è quasi obbligatorio fare degli appalti. I due modelli entrano inizialmente in conflitto ma a un certo punto il modello FedEx prevale e si inizia quindi un lavoro di internalizzazione degli appalti. Mentre si sta discutendo l’accordo quadro su tale materia, l’azienda decide di chiudere l’impianto di Piacenza con un impatto su 260 lavoratori. Lì noi siamo poco presenti, se non pochissimo, mentre sono fortemente radicati i Si Cobas. Noi ci siamo trovati quindi incastrati in una situazione in cui da un lato si realizza un risultato storico – cioè si internalizzano i lavoratori – ma dall’altro lato chiudono l’impianto di Piacenza. 

Qui nasce lo scontro con l’azienda che però si riverbera sulla Cgil, tanto che le prime manifestazioni del Si Cobas sono contro la Camera del lavoro di Piacenza, come se fossero state la Cgil o la Filt di Piacenza ad aver firmato un accordo di chiusura dell’impianto di Piacenza. Quella vicenda produce una serie di blocchi in giro per l’Italia, anche in settori che non c’entravano direttamente. Nel mezzo accadono i gravissimi fatti della Lidl di Novara con la morte del sindacalista dei Si Cobas, Adil Belakhdim, in un impianto dove si applica il Ccnl del commercio. Anche quella vicenda viene usata soprattutto contro la Cgil segnando un’ulteriore frattura che però non ha fatto altro che rafforzare l’azienda impedendo di condurre una battaglia assieme. A nulla sono valsi i nostri appelli all’unità del lavoro.  

Qualche giorno fa abbiamo sottoscritto un accordo con FedEx che definisce un certo numero di ricollocazioni e di risorse economiche per chi non accetta la ricollocazione. Un accordo necessario: dopo mesi i lavoratori, anche quelli non iscritti con noi,  ti chiedono che cosa fare. Abbiamo fatto un’assemblea, settanta persone su duecentosessanta si sono presentate e hanno votato a favore. Abbiamo detto a FedEx che quell’accordo è a disposizione di chi lo accetta e non ha valore per tutti, non avendo la maggioranza degli aventi diritto.

Gaddi: Ci sono state (e ci sono) esperienze di cooperazione con altre categorie Cgil per alcune vertenze o temi generali? Penso alla contrattazione di sito o di filiera, alle internalizzazioni.

Malorgio: Amazon è stata un’esperienza di cooperazione. L’azienda infatti applica il contratto merci e logistica in tutta Italia, a parte l’impianto di Piacenza. Abbiamo lavorato soprattutto con Nidil [Nuove Identità di Lavoro, categoria sindacale Cgil che rappresenta i lavoratori atipici (somministrati, collaboratori, autonomi, disoccupati), N.d.R.], questo perché nei magazzini di Amazon – dove ci sono i lavoratori diretti della multinazionale – ci sono soprattutto lavoratori interinali, atipici; e sono rappresentati da Nidil. Qui si annidano anche condizioni di lavoro molto complicate. Con Nidil e con i corrispondenti di Cisl e Uil abbiamo sottoscritto un accordo con Amazon. Adesso dovremo affrontare il tema della precarietà del lavoro lì dentro e ovviamente bisogna provare a unificare sempre più i lavoratori.

Bisognerebbe però compiere un passo avanti sul piano della cultura complessiva della Cgil, come stiamo provando a fare in questa conferenza di organizzazione; voglio dire che per molto tempo la logistica è stata considerata altro dalla produzione, non solo dalle imprese, ma anche da noi. Nel senso che per lungo tempo i metalmeccanici o i lavoratori e le lavoratrici dell’agroalimentare o della grande distribuzione si percepivano altra cosa dai lavoratori e dalle lavoratrici della logistica. Quindi la Cgil, che vuole iniziare a ragionare su forme di contrattazione inclusiva, deve per prima cosa fare in modo che questi lavoratori si parlino e bisogna provare a metterli assieme. L’esempio di Amazon è positivo, non è l’unico: qui c’è una grande funzione confederale che va svolta e organizzata, anche con forme di coordinamento regionale; e questo però è un punto su cui dobbiamo ancora fare tanto.  

Gaddi: Come sono i rapporti con gli altri sindacati, in particolare con i sindacati di base?

Malorgio: I rapporti con gli altri sindacati confederali sono buoni. Invece, con i sindacati autonomi abbiamo rapporti a macchia di leopardo. Nell’ultima fase, con la vicenda FedEx (Tnt) i rapporti sono stati molto duri. In alcuni casi sono proprio diversi gli obiettivi; la nostra idea è quella di lavorare per dare dignità a quel lavoro, che significa salario, ma anche diritti e garanzie. Dall’altro lato la sfida è quella di spingere molto di più sul salario, in particolare sul salario netto e questo è un punto molto complicato. Spesso alle aziende conviene quest’ultima soluzione, nel senso che chiudere le vertenze, per esempio, pagando di più una trasferta, è molto più semplice che non portarsi a casa le internalizzazioni o l’applicazione corretta del contratto nazionale. Su questo, quando ci furono i fatti di Novara, io lanciai un appello su Repubblica dicendo che era il caso di chiudere questa fase di conflitto tra sindacati confederali e di base, e provare a darci un obiettivo più alto, come quello di riuscire a dare dignità politica a questi lavoratori e a questo lavoro: battiamoci per una legge sugli appalti privati e soprattutto proviamo a evitare di fare una battaglia appalto per appalto per le imprese, ma proviamo a costruire una vertenza generale. Purtroppo quell’appello, a oggi, è rimasto inascoltato, non ha ricevuto dei no, ma nemmeno dei sì.

Il clima, nel momento in cui ti sto parlando, non è di scontro aperto, ma la situazione è molto aleatoria; anche perché il sindacato autonomo della logistica è molto frammentato, diviso tra territori e manca un punto di sintesi. Spesso quindi ogni territorio dà una risposta sua, con qualcuno litighi, con altri collabori, con qualcuno ti guardi un po’, con altri non incroci nemmeno lo sguardo. Non c’è insomma una struttura omogenea di discussione.

Gaddi: Ti chiedo di approfondire il discorso che hai fatto sul possibile valore del contratto nazionale come contratto di filiera. Sempre sulla scia di quello che hai detto e cioè che non basta un contratto di filiera per la logistica, ma serve una dimensione successiva. Come Filt state facendo qualche proposta?

Malorgio: Sì, noi abbiamo fatto una proposta alla segreteria nazionale. Diciamo che la questione è questa: se hai contratti molto larghi, laddove siano impropriamente applicati ed esiste un altro contratto, tu fai la vertenza per la giusta applicazione del contratto di competenza. Lo so che è una contraddizione che la Cgil possa fare vertenze su contratti che lei stessa ha firmato, ma certi contratti, per come sono fatti e per quanto sono larghi, in molti ambiti risultano impropriamente applicati. Il primo elemento di proposta è che quella diventi una strategia confederale. La seconda proposta è la costruzione del coordinamento tra delegati, non tanto di sito (tipo un aeroporto), ma piuttosto per mettere insieme, per fare un esempio, i lavoratori della produzione con i lavoratori della logistica. Il nostro punto di forza nella logistica è stato riuscire a dialogare contemporaneamente con la committenza e con le aziende appaltanti. Se però il committente non è un interlocutore della categoria, per arrivare a lui e migliorare le condizioni di quel lavoro devo avere con me la sua categoria e i rispettivi delegati. Allora l’idea è di costruire dei coordinamenti tra i delegati che insistono sullo stesso impianto vedendo l’insieme della produzione, non solo produzione e vendita, ma anche tutta la filiera della logistica.

Gaddi: Interessante, anche perché ormai buona parte delle logistiche che servono le manifatture sono tutte esternalizzate.


Malorgio: E ormai non si torna più indietro. Ormai le aziende che fanno servizio logistica per le imprese sono colossi, hanno le loro specificità e non li puoi più rimettere dentro un contratto diverso. Il punto allora è garantire che le tariffe permettano l’applicazione di quel contratto, perché altrimenti è il caos totale. Altrimenti succede che l’applicazione del contratto in filiera è reale, perché abbiamo per controparte la committenza corretta che è la mia stessa appaltante. Fuori filiera invece trovi contratti che fanno dumping e la tariffa non riesce a permettere il pagamento del contratto merci e logistica, e quindi le aziende non lo applicano. E allora ti serve da un lato la strategia sindacale e dall’altro serve la battaglia sulla legge per gli appalti privati.