Vertenze sindacali nella logistica emiliana. Intervista a Marco Righi e Federico Leoni

Matteo Gaddi

Marco Righi e Federico Leoni sono rispettivamente segretario provinciale e funzionario della Filt-Cgil di Reggio Emilia. L’intervista è stata registrata online il 27 ottobre 2021.


Gaddi: Inizierei chiedendovi una panoramica generale sul mondo della logistica della zona di Reggio Emilia.

Leoni: Il mondo della logistica è estremamente esteso. In questo momento stiamo lavorando su tre macro aree. La prima è la logistica dei magazzini, siano quelli dei prodotti alimentari o delle aziende metalmeccaniche; inoltre, nella zona di Reggio, molti magazzini sono legati ai marchi della moda. La seconda è tutta l’area – in forte espansione – dei corrieri espresso, raggruppata attorno ai grandi marchi nazionali e internazionali dell’e-commerce: Ups, Dhl, FedEx, Gls, Sda. In questo caso sono comprese sia la figura del magazziniere in filiale, sia il corriere espresso. Infine, il grande mondo, in parte sconosciuto, dell’autotrasporto pesante. Quest’ultimo, rispetto alle altre aree, è molto più frastagliato, perché non c’è un grosso gruppo sul territorio, ma ci sono molte aziende che spesso lavorano per conto terzi. La stessa Transcoop, che è una delle più grosse cooperative di trasporto pesante, sostanzialmente si affida a consorzi, contoterzisti o a propri associati; ognuno di questi è un’impresa, a volte anche individuale. 

Righi: Va aggiunto che anche nella zona di Reggio Emilia sta emergendo tutto l’universo dei ciclofattorini e dei rider con cui è molto difficile relazionarsi, anche perché talvolta sono lavori che si fanno per un periodo. Considera anche che Reggio è la seconda città in Italia in cui Just Eat ha avviato contratti di tipo dipendente, proprio per la rilevanza di questo settore. Ma si tratta appunto di una nebulosa in continua evoluzione. C’è poi una particolarità per le merci che è l’azienda Fagioli, specializzata in trasporti e sollevamenti eccezionali comprensivi della movimentazione di grandi componenti, per esempio gli architravi del ponte di Genova. È una specificità interessante di questo territorio, legata al mondo dei trasporti ma anche all’ingegneria della movimentazione. 

Gaddi: Potete spiegarmi il ruolo delle cooperative?

Leoni: La nostra provincia anche per il lavoro di magazzino si caratterizza ancora oggi per una presenza forte di un soggetto cooperativo, e intendo una cooperativa con la C maiuscola, dove – nonostante una forte conflittualità sui contratti– c’è ancora un certo ristorno e rispetto della vita associativa. Mi riferisco in particolare a Coopservice, con ventimila addetti in tutta Italia, che tra Reggio e Modena aveva oltre mille soci nella sola linea logistica. Di questi attualmente ne sono rimasti circa 600. L’abbandono da parte di Coopservice di molti appalti di logistica ha prima contribuito alla ripresa degli appalti mediante nuove cooperative, a loro volta entrate in crisi, e quindi in parte liquidate e chiuse, in parte sostituite da Srl. Un particolare vanto che ci facciamo in queste zone è che laddove la forma cooperativa era stata imposta al lavoratore con il pagamento della quota sociale obbligatoria e come forma di fiscalità agevolata a vantaggio dell’impresa, siamo riusciti a spingere verso il superamento della forma cooperativa, anche favorendo la loro trasformazione in Srl. Si è cercato quindi di ottenere la restituzione delle quote sociali e di pulire il mercato di forme strane e spesso improprie nell’uso dei soci lavoratori. Inoltre, le cooperative sono diminuite nel territorio anche perché sono venute a mancare, nel senso che hanno chiuso. Penso alla cooperativa Alice, che gestiva il magazzino di Centrale Adriatica. Anche questa provincia ha visto un cambiamento con la crisi nazionale della cooperativa Mr. Job, che gestiva gli appalti della ceramica della provincia di Reggio Emilia. Teniamo conto che Coopservice, che prima qui operava incontrastata, ha dimezzato gli appalti, subendo nel corso degli ultimi anni la concorrenza di altri soggetti. Tendenzialmente il numero delle cooperative e quello dei loro soci vanno diminuendo.

Gaddi: Vorrei che mi raccontaste alcune vertenze che avete seguito in questi anni. Mi interessa sia che entriate nel merito della vertenza, spiegando che cosa c’era in ballo, sia che mi spiegaste l’aspetto organizzativo, cioè le forme che le lotte hanno assunto, dai picchetti al ruolo della partecipazione in assemblea.

Righi: Il funzionario sindacale della logistica ha una pratica quotidiana di vertenze. Potrei raccontarti la più clamorosa e vicina a noi: è successa a metà 2018, quando Coopservice – la più grossa cooperativa presente sul territorio – per far fronte a una crisi propria della linea logistica pensò di sostituire il contratto logistica con quello pulizie e multiservizi. Dopo una riunione clandestina dell’azienda con alcuni soggetti apicali della logistica viene preannunciato un cambiamento, dicendo più o meno che era necessario un piccolo sacrificio per assicurare i posti di lavoro. Ai soci lavoratori negli anni erano stati tolti (sia contrattualmente sia dall’assemblea sociale, parliamo, appunto, di una cooperativa) alcuni diritti: i primi tre giorni di malattia pagati, i buoni pasto. Nel 2015, inoltre, nella Coopservice venne firmato il cosiddetto accordo 8 Maggio 2015, con cui si toglievano le Rol [riduzione orario di lavoro, cioè le 72 ore di permessi retribuiti annui, N.d.R.] e si istituiva una banca ore fittizia (che equiparava le ore di straordinario a quelle ordinarie) e un premio di risultato basato sulle Rol stesse (sostanzialmente trasformando salario fisso in variabile). Quindi i lavoratori sentivano di avere già fatto la loro parte, ma continuavano a veder perdere sia magazzini che diritti, quando invece la cooperativa diceva che andava tutto bene. 

Leoni: Ricordo anche che c’era stato un precedente di mobilitazione, cioè una forte partecipazione dei lavoratori agli scioperi di novembre e dicembre 2017 per il rinnovo del contratto nazionale. C’era stata, grazie alla Filt di Reggio Emilia, l’abolizione della banca ore e l’istituzione di un premio di risultato vero. Quindi i lavoratori con questi due episodi hanno visto da una parte un’organizzazione sindacale che ha ripreso a funzionare, dall’altra una cooperativa che continua a muoversi secondo le solite logiche. Quando nel maggio 2018 è arrivata la notizia del tentativo di sostituzione del contratto logistica con quello multiservizi, praticamente non abbiamo fatto in tempo a finire le assemblee che i lavoratori ci hanno chiesto lo sciopero immediato, provocando una reazione a catena. Finita l’assemblea sono partite le prime quattro ore di sciopero. È importante ricordare che la vicenda ha avuto un lieto fine e che noi l’abbiamo vinta perché erano donne, c’è tanto personale femminile in Coopservice. Reggere uno sciopero improvvisato di quattro ore, uscire dalla fabbrica e fare il blocco degli straordinari richiede una grande forza morale e fisica, oltre che di tenuta politica. Ma qui non si è arrivati alle pressioni che può ricevere un lavoratore dai vari team leader o capi magazzino, che sono molto più pesanti e spesso arrivano al livello del ricatto.

Righi: Tornando alla vicenda, per un mese riusciamo a bloccare gli straordinari a Coopservice in piena stagione lavorativa, partono alcuni scioperi intervallati e poi una grande manifestazione sotto la sede, con uno sciopero di otto ore e una grande rilevanza nella stampa cittadina. Anche perché, di fatto, la mobilitazione diventa un sondaggio per la cooperativa, i soci dicono che non ci stanno. Tutto questo a maggio, che è uno dei mesi lavorativi più intensi; dopo sedici ore di sciopero la cooperativa tentenna. La mossa decisiva è stata un’azione inedita rispetto alla vita associativa, per la presenza di alcuni funzionari sindacali che sono anche soci in distacco della cooperativa. Abbiamo presidiato in massa l’assemblea sociale di bilancio, i soci hanno fatto una marea di interventi critici sulle scelte in corso e sulla gestione umana del personale. Due giorni dopo, l’assemblea dei soci Coopservice ci manda una lettera, nella quale in sostanza dicono che non vogliono percorrere scelte che vanno contro la volontà dei soci, anche se lo farebbero per il loro bene. Se ne escono così. Il tentativo quindi non passa, la proposta è ritirata. A questo punto però continuano altre azioni sindacali, perché dopo una trattativa vinta si decide di proseguire verso la riconquista totale del contratto nazionale della logistica. Già in alcuni magazzini di Coopservice i lavoratori avevano acconsentito – inconsapevolmente – ad accettare che il contratto multiservizi fosse applicato ai nuovi assunti o ai nuovi soci, che spesso coincidono. 

Leoni: Oltre a questo, riesce un’altra operazione. In zona c’è il cosiddetto “cantiere” Aven (Area Vasta Emilia Nord), è il magazzino del farmaco che approvvigiona gli ospedali e le farmacie da Piacenza a Reggio Emilia. In questo contesto coesisteva un nucleo di lavoratori anziani, spesso coincidenti con le figure apicali con il contratto del merci-logistica, e tante persone con il contratto del multiservizi. Per tre anni questo cantiere è stato in sofferenza: turnover continuo, malattia continua ecc. La cooperativa capisce che non è abbassando i salari che riuscirà a far funzionare un magazzino, ci muoviamo quindi per far applicare – con un accordo nazionale – a tutti lavoratori il giusto contratto di riferimento, che è quello merci-logistica. Inoltre, l’intenzione è di andare verso l’adozione del contratto della distribuzione del farmaco. Nel giro di ventiquattro mesi da quando arriva quell’accordo, dopo anni in cui il magazzino perdeva centinaia di migliaia di euro, per la prima volta il cantiere di Aven registra alla fine dell’anno un segno positivo. È stata quindi smontata la logica che abbassando i salari e i diritti dei lavoratori non si possano migliorare le performance aziendali. Anzi, è l’esatto contrario. 

Poi andrebbero citate decine di vertenze. Perché nonostante ci sia un contratto nazionale che ci tutela, ogni cambio d’appalto è una battaglia. In ogni caso posso raccontarti un’altra vertenza, non proprio sindacale, ma in cui il sindacato ha esercitato un ruolo importante, anche come lavoro confederale. All’interno di un grosso appalto di prodotti alimentari – relativo alla Parmareggio, per la confezione del parmigiano – operava in maniera non idonea una cooperativa spuria, che non applicava il contratto nazionale. Lì, grazie al lavoro congiunto tra alcuni lavoratori che non accettavano più di subire certe condizioni, è stata fatta una operazione dalla categoria della Flai-Cgil [Federazione lavoratori agro industria, N.d.R.] e della Cgil (la Confederazione nazionale) in collaborazione con l’Ispettorato del lavoro. Si è riusciti a far chiudere l’appalto ottenendo però la reinternalizzazione di tutti i lavoratori coinvolti in quello che era un appalto rivelatosi improprio, e su questo infatti è intervenuto anche l’Ispettorato del lavoro. Quindi i lavoratori sono stati reinternalizzati direttamente dalla committente con il contratto degli alimentaristi a tempo indeterminato fin dal primo giorno di assunzione. Questa operazione è stata importante proprio perché ha visto il coinvolgimento di due categorie sindacali, delle istituzioni (l’Ispettorato), con il contributo dei lavoratori. Non è un caso che l’azione dei lavoratori abbia portato alla buona riuscita della vicenda.

Gaddi: Vorrei continuare su quest’ultimo punto. Ci sono altri esempi di vertenze che hanno visto il coinvolgimento di più categorie sindacali? Ve lo chiedo per approfondire il tema della competizione e della collaborazione tra categorie.

Leoni: Posso raccontarti due vicende in cui si è riusciti a superare diffidenza e competizione interna, questo grazie soprattutto a una regia confederale. Una ha visto il coinvolgimento dei compagni della Filcams-Cgil, ed è la storia che ti ho accennato della battaglia in Aven. Si tratta del contratto che sia Filcams che Filt hanno auspicato per tutti i lavoratori, al di là che siano inquadrati nel contratto multiservizi. La Filcams su questo ha ragionato oltre la sua stessa categoria. Ha cioè deciso di ragionare sul miglior contratto per i lavoratori, che non era quello multiservizi di sua competenza; di converso però la Filt ha cercato di indicare l’orizzonte a cui puntare. Ossia, siamo riusciti a ottenere il contratto merci-logistica, ma il punto di arrivo dovrebbe essere il contratto del farmaco così come applicato in altri magazzini della regione. Detto in altre parole, per quel magazzino consideriamo il contratto merci-logistica una fase di passaggio. Altrove è stato possibile, in particolare con i compagni metalmeccanici, il superamento in alcuni grossi appalti del settore metalmeccanico. Per esempio, in un’azienda – la B810 di Reggio, per assemblaggio di componenti metalmeccanici – che lavora tutta in committenza, noi abbiamo un’ottantina di iscritti e di lavoratori che operando all’interno dei cicli della metalmeccanica sono stati completamente riassorbiti dal contratto dei meccanici, che ancora offre qualche tutela economica in più rispetto a quello merci-logistica. Questa è una lotta che non riguarda solo l’applicazione del contratto corretto o più conveniente. Perché se dei lavoratori sono strutturali all’interno dell’impresa e l’appalto non è secondario, se cioè quei lavoratori sono il tuo core business, non ha senso che siano esternalizzati. Con un’operazione di questo tipo si dà centralità al luogo di lavoro e al lavoro stesso, riconoscendo che tutti sono sotto lo stesso tetto e quindi tutti devono stare sotto lo stesso contratto. Se ci aggiungiamo che è un contratto migliorativo per alcune prestazioni, ancora meglio. Ma c’è anche la necessità di ricreare unità tra i lavoratori senza cercare il protagonismo di questa o quella sigla e quindi questa o quella categoria.

La dico con una battuta che usiamo tra noi: se la Filt si svuota e perde le tessere, perché dimostriamo che i lavoratori devono essere reinternalizzati ma continuano a essere iscritti alla Cgil, forse abbiamo fatto il nostro dovere, che è quello di dare alle persone le migliori condizioni lavorative.

Gaddi: Come valutate il nuovo Ccnl logistica?

Righi: Innanzitutto, quel contratto è stato ottenuto senza scambi impropri, senza cedimenti dal punto di vista contrattuale. E questo perché nell’aprile 2021 c’è stata una forte mobilitazione dei lavoratori: anche in questa provincia, oltre alla forza storica che abbiamo nei magazzini della logistica, si è aggiunta una potente batteria di fuoco che è il mondo dei corrieri. Ovvero quei lavoratori che sono stati chiamati gli eroi della pandemia, gli stessi che sono stati colpiti nei loro diritti a causa del tentativo padronale di non rinnovare il contratto. Questi lavoratori hanno riempito le piazze di tutta Italia e hanno bloccato per ventiquattro ore l’e-commerce di questo paese e ci hanno dato molta forza. Se io guardo il contratto nazionale, direi innanzitutto che non ci sono stati cedimenti (per esempio nel campo della tutela della malattia e dell’orario di lavoro multiperiodale, cioè flessibile in un periodo di tempo), anche se è vero che non abbiamo avanzato su alcune posizioni di diritto; e in particolare su una miglior definizione del campo di applicazione del contratto logistica. La questione non è secondaria, data la concorrenza che subiamo dal contratto multiservizi da parte delle imprese che lo applicano impropriamente. Intanto devo dire che già la firma del contratto segna un punto importante: il mondo delle cooperative e di alcune sigle dell’autotrasporto che non firmavano mai il contratto nazionale, ma lo recuperavano magari due anni dopo, appena prima della scadenza, quest’anno non ha avuto scampo. O siamo tutti assieme, avevamo detto, o non si firma, e così è stato. Cioè tutte le sigle datoriali hanno sottoscritto quel contratto, così nel nostro territorio, ma in generale in tutta Italia, e questo fa una grande differenza. Il contratto nazionale ha un altro elemento buono, prosegue l’onda lunga di riacquisizione economica fatta dal contratto precedente e alla fine quando si arriverà all’ultima tranche di aumento, un lavoratore della logistica al quinto livello – la figura base, quella più diffusa dell’operaio della logistica – avrà la stessa Ral [retribuzione annua lorda, N.d.R.] di un terzo livello della metalmeccanica. Questo però non significa che abbiamo recuperato una logica di competizione interna rispetto alla Fiom, ma che la logistica non è più considerata la parente povera del lavoro o un tratto marginale non specializzato, piuttosto ambisce alla stessa dignità, anche economica, del principale contratto dell’industria italiana. La logistica allora diventa un’impresa vera, non solo più un luogo di sfruttamento, ma cerca di affrancarsi dal mero facchinaggio all’azienda, così le si riconosce di essere uno dei principali fattori di sviluppo di questo paese, che infatti muove otto punti di Pil. 

Noi però abbiamo un altro problema sul contratto nazionale. Soprattutto per i lavoratori che guidano. Il grande tema delle sanzioni per infrazioni del codice della strada ed eventuali danni, su questo argomento il contratto nazionale non è riuscito a dare una definizione nuova, né a ristabilire nuove regole di ingaggio e di pagamento. Le imprese sfruttano questa mancata definizione per fare pesare certi costi sui propri dipendenti; questa è la grande pecca del nuovo Ccnl.

Gaddi: Come sono i rapporti con gli altri sindacati? Penso in particolare al sindacalismo di base.

Leoni: Premetto che la situazione di Reggio Emilia è un po’ anomala, perché qui – in particolare negli ultimi tre anni – il sindacato di riferimento è la Filt-Cgil, e questo è dovuto anche alle difficoltà delle altre organizzazioni sindacali. Ma anche dal fatto che questa zona non ha visto una grande espansione del sindacalismo autonomo, perché pur con difficoltà e limiti la Camera del lavoro è sempre stata molto attenta al mondo della logistica. Anche il fatto che ci fosse Coopservice che applicava il contratto nazionale ha aiutato a far sì che non ci fosse un’esplosione di cooperative spurie e quindi un habitat ideale per il sindacato autonomo dell’epoca. 

Venendo però al sindacalismo di base. C’è stata una presenza del Si Cobas nel mondo della chimica in un’azienda che ha chiuso. Vediamo la presenza di un sindacato autonomo all’interno di un gruppo dei corrieri della Gls, dove siamo presenti anche noi, ma per la verità non c’è stata volontà da parte del Si Cobas di trovare forme di scambio o di collaborazione. C’è piuttosto un’atmosfera di competizione, ognuno parla con l’azienda da solo. Mentre con Adl Cobas ci sono stati due importanti episodi di collaborazione. Uno in occasione del cambio appalto per il magazzino di Centrale Adriatica, una lotta molto dura per vedere applicato il contratto nazionale e recuperare le spettanze, anche da cooperativa, cioè la quota sociale che rischiava di andare persa. Lì si è creato un patto, fondamentalmente sul campo, e più tra i lavoratori che tra le organizzazioni. Alla cooperativa Alice abbiamo avuto uno sciopero organizzato dalla Cgil, questo sciopero si è esteso al magazzino dove c’era una presenza molto forte dell’Adl Cobas. Io ho contattato a suo tempo il coordinatore dell’Adl qui a Reggio e gli ho detto che secondo me si trattava di una battaglia di tutti; lui è stato d’accordo, ha aderito quindi allo sciopero totale del magazzino per portare a casa il risultato. Abbiamo chiesto che, dato che si era creata un’unità tra i lavoratori, questa dovesse corrispondere anche all’unità tra le sigle sindacali. Cioè che non sarebbero stati fatti accordi senza chi rappresentava quei lavoratori in magazzino e quindi tutti, compresa la Cisl, ci siamo mossi per il cambio di appalto. L’accordo poi è stato firmato da Cisl, Filt-Cgil e Adl Cobas. Anche il successivo integrativo aziendale ha questa caratteristica, cioè sul campo i lavoratori riconoscono alla Cgil di aver aperto quella lotta, ai Cobas di esserci stati senza puntare a interessi locali; questo crea quindi uno spazio, certo tra i funzionari – sia politicamente che umanamente – ma anche tra i lavoratori. Oggi sarebbe impensabile andare a dire a quei lavoratori, da parte di Adl – come aveva fatto in passato –, «faccio un accordo senza i confederali che stanno dalla parte dei padroni». Né noi potremmo andargli a dire che siamo gli unici legittimati a fare un accordo perché abbiamo firmato il contratto nazionale. La legittimazione alle sigle viene da un percorso che a noi piace particolarmente: si fa la trattativa, e ogni risultato viene messo al voto segreto dei lavoratori. Questo ci sta garantendo un rapporto di leale collaborazione, pur con la competizione sugli iscritti. Stessa cosa è stata fatta dal collega Righi sempre con Adl, negli appalti alimentari, all’interno del fallimento della cooperativa Taddei (a cavallo tra Reggio e Parma), quando un gruppo di lavoratori aveva aderito ad Adl Cobas in magazzini che noi conoscevamo pochissimo. Si è cercato di collaborare, anche lì con un patto, dicendoci che tra organizzazioni un accordo si può trovare, ma che la legittimazione viene dai lavoratori. Bisogna però avere degli interlocutori che questi discorsi li vogliono fare, perché è più facile nascondersi dentro le logiche di organizzazione, e intendo da una parte e dall’altra: tu sei un venduto, sei un moderato; oppure no, tu non puoi esistere perché non hai firmato il contratto nazionale. Quindi delle collaborazioni si riescono a costruire tenendo al centro una pratica non tanto esclusivamente di radicalità, ma di contatto diretto con le persone che rappresentiamo, e questo si fa solo con le vertenze. Da qui si possono costruire relazioni interessanti anche con il sindacato di base.