Taranto, la maledizione di essere strategici

Antonella De Palma

«Quell’angolo di mondo

Più d’ogni altro mi sorride»

Quinto Orazio Flacco, Ode a Settimio

Ormai non sappiamo più neanche come chiamarla. Acciaierie d’Italia, ex-Arcelor-Mittal, ex-Ilva; per qualcuno è ancora Italsider o, più semplicemente, “il Siderurgico”. Per la stampa e la TV è l’“Acciaieriapiùgrandedeuropa”.

Quando approdò a Taranto, nel 1960, sembrò la soluzione ai gravi problemi economici che la città stava vivendo. L’industrializzazione di Taranto era cominciata alla fine del XIX secolo quando, data la sua splendida posizione geografica, ne fu decretata l’importanza strategica per la difesa del nuovo Stato italiano. Il bacino del Mar Piccolo, fino ad allora strategico solo per la coltivazione di mitili e ostriche, fu occupato dagli edifici dell’Arsenale militare, a cui negli anni della Prima guerra mondiale si aggiunsero i cantieri navali Franco Tosi, specializzati nella costruzione di sommergibili. Intorno a questi sorsero altre piccole e medie imprese, come le Officine Galilei, la San Giorgio e vari piccoli cantieri, di cui una manciata sopravvive ancora oggi.

Le due guerre mondiali furono momenti di grande espansione demografica e benessere economico, Arsenale e cantieri avevano molte commesse e assumevano tanta manodopera. Con la pace la città entrava in crisi. Dopo il 1945 la situazione divenne catastrofica, a causa dell’incapacità del settore navalmeccanico di riconvertire la produzione. Nel giro di poco più di un decennio precipitarono i livelli di occupazione, aprendo la via all’emigrazione anche di maestranze altamente specializzate, com’erano quelle dell’Arsenale e dei cantieri.

Da una monocoltura a un’altra: l’acciaio fu la risposta. Nell’Italia del boom economico della fine degli anni Cinquanta, il mercato dell’acciaio sembrava destinato a un’espansione senza limiti, l’Iri ipotizzò così la costruzione del quarto centro siderurgico italiano a ciclo integrale, il più grande, che doveva produrre più di Cornigliano, Piombino e Bagnoli. Taranto, sempre grazie alla maledizione della sua ottima posizione geografica, fu reputato il luogo migliore per l’insediamento del nuovo impianto. E tornammo strategici.

Per la costruzione fu scelta un’area a nord della città, fra il porto e la linea ferroviaria. Seicento ettari di terreno agricolo di pregio, su cui sorgevano decine di piccole e medie masserie, acquistati o espropriati ai legittimi proprietari per far posto al progresso. Dopo il raddoppio dello stabilimento, concluso nel 1975, diventarono mille e cinquecento, due volte e mezzo l’estensione di Taranto, situati a cinque chilometri dal centro della città, ma a poche centinaia di metri dai Tamburi, un’area collocata fra la ferrovia e i cantieri Tosi, urbanizzata dai primi del Novecento, con la costruzione di case operaie e per i ferrovieri e di baraccamenti militari.

L’arrivo dell’Ilva (all’inizio si chiamava così) fu salutato con grande entusiasmo dai politici di tutti gli schieramenti, soprattutto dalla Dc e dal Pci, che ne intuirono il potenziale sfruttamento ai fini elettorali, ma anche dalla Chiesa locale, nella persona dell’arcivescovo Guglielmo Motolese, scaltro uomo d’affari che, a capo di una cordata di speculatori, si buttò nella compravendita di terreni nella zona dove si immaginava dovesse sorgere l’acciaieria. Tutti, politici e prelati, si affannarono a promettere assunzioni in cambio di voti o a lode e gloria di Dio e della sua santa Chiesa, a cui fare una congrua offerta. E, nei primi sei anni, di richieste d’assunzione ne arrivarono circa 75.000.

La “casa grande” – ecco un altro nome che prese l’acciaieria in quei primi anni – assumeva in gran quantità, stavamo uscendo da secoli di «immobilità, abbandono, rassegnazione, miseria», come scrisse Dino Buzzati per un film di propaganda aziendale del 1961. Queste parole accompagnavano immagini di ulivi secolari e masserie antiche, schiantati dalle ruspe per far posto alla modernità, al progresso, al benessere senza fine. Il 15 ottobre 1961 entrò in funzione il primo tubificio; nel 1964 fu avviato il primo altoforno. La capacità produttiva dagli iniziali 3 milioni di tonnellate annue passò a 4,5 nel 1971, per arrivare a 10,5 nel 1975, anno di conclusione dei lavori per il raddoppio dello stabilimento. Rimasta pressoché invariata fino al 2012, quando è esploso il caso Taranto, la produzione oggi è tornata ai livelli iniziali, cioè a circa 3 milioni di tonnellate all’anno. Il personale passò dai circa 6.000 addetti del 1964 ai 13.046 del 1971 e ai 19.527 al termine del raddoppio. L’occupazione massima fu raggiunta nel 1981, quando toccò la punta di 21.791 lavoratori diretti e 11.427 degli appalti, per un totale di 32.218. Oggi sono circa 8.200 i lavoratori diretti e 3.500 quelli degli appalti.

Penso che per capire il rapporto iniziale della città con la fabbrica, possa essere emblematica la storia di Enzo Quazzico, pescatore, nato in città vecchia, che amava stare sul mare e in fabbrica proprio non voleva andare, ma fu costretto dalla famiglia: «Io dicevo: non voglio andare all’Ilva. Non voglio andare all’Ilva. Allora stava succedendo il raddoppio. Tutta l’area vicino al mare. Dopo una settimana mi hanno convinto. Mio fratello mi ha preso, mi ha portato, mi ha fatto fare il colloquio. Ma a me non… Alla fine dissi «Vabbé andiamocene in fabbrica, va’». Il primo stipendio che ho preso io fu 83.000 lire. Tu pensa che gli operai della Cimi [una ditta dell’appalto per cui lavorava Enzo Quazzico, N.d.R.] si fidanzavano tutti. E si sposavano. La prima ragazza che mi ha telefonato, ci siamo dati appuntamento, mi voleva sposare subito. Avevamo 18 anni e mezzo. Anche i trasfertisti. Molti trasfertisti se li sono sposati le ragazze dei Tamburi. Era uno stipendio che uno metteva famiglia su, si sposava».

Non che il miraggio del benessere impedisse di vedere l’altro aspetto, quello degli incidenti sul lavoro, della nocività e della devastazione ambientale, ma la tranquillità economica veniva al primo posto. Le preoccupazioni per la salute e l’ambiente ci furono, e tante, fin dall’inizio. Già nel 1964 il sindaco di Taranto si dichiarava preoccupato per le conseguenze che il centro siderurgico avrebbe potuto avere sulla salute dei suoi concittadini e aveva scritto alla società Italsider (nel frattempo l’azienda aveva cambiato nome) chiedendo rassicurazioni ma – sono sue parole – si era visto opporre «una specie di segreto che se non è quello militare quasi lo raggiunge». Anche l’ufficiale sanitario di Taranto denunciò il possibile inquinamento che metteva a rischio l’ambiente e la salute dei cittadini, ma subì vessazioni e denunce che lo costrinsero a un lungo silenzio.

I pescatori protestarono già nel 1962 contro i danni che le idrovore, che dovevano portare l’acqua del Mar Piccolo agli impianti di raffreddamento, avrebbero potuto provocare alla pesca e alla mitilicoltura. Dieci anni dopo bloccarono la città vecchia per un giorno intero con barricate di barche. Ancora nel 1981 ci fu una nuova protesta, ma questa volta la richiesta fu «se non si riesce più a campare di pesca, allora chiediamo che i pescatori siano assunti nella fabbrica». Parola di sindacato. 

Inchieste e denunce si susseguirono periodicamente a partire dall’inizio degli anni Settanta. Che il quartiere Tamburi fosse altamente a rischio fu ben noto fin dalla fine di quel decennio, quando una ricerca denunciò l’aumento folle della mortalità per mesotelioma nella provincia di Taranto. Le proteste delle donne, che non ne potevano più della polvere nera che s’infilava dappertutto, erano pressoché quotidiane. Tutte denunce cadute nel vuoto.

D’altra parte l’azienda monetizzava tutto, ma proprio tutto. Salvatore Dicorato, ex sindacalista Fiom: «Con l’Ilva pubblica erano furbetti, elargivano grosse somme di denaro. A Taranto sono arrivate a cascata. Quando aveva bisogno di qualcosa la città si rivolgeva all’Italsider e l’Italsider si metteva a disposizione. Elargiva. Quindi, purtroppo, dobbiamo dire che tutti quanti si mettevano le bende sugli occhi e si andava avanti. Anche le Feste dell’Unità erano finanziate così». E ancora: «C’era il problema della sicurezza, però se mi davano dieci lire di più mi prendevo le dieci lire di più, oppure il passaggio di livello e non me ne fotteva niente se il fumaiolo menava».

Un ex dirigente, procuratore legale, che intervistai anni addietro, mi raccontò qualcosa di analogo a proposito degli incidenti sul lavoro: «[Ce ne furono] parecchi, tant’è vero che poi io me ne occupavo sia per la difesa penale di quelli imputati di omicidio, colposo naturalmente, sia per la liquidazione delle famiglie. Tante volte, io mi ricordo, andavamo anche, non dico di notte, nei paesi intorno, dove questi qua avevano la famiglia e liquidavamo… Abbiamo avuto, devo dire la verità, in quel periodo anche la collaborazione del tribunale, perché il tribunale ci chiamava e mediava perché diceva“che dobbiamo fare? È inutile mandare in galera…”, perché poi sarebbero state inchieste lunghissime, allora diceva “cercate se ha un fratello, assumete la moglie…”».

L’Italsider delle Partecipazioni statali investì tanto nella cultura industriale: tecnici e anche operai fin da subito furono mandati all’estero (prima in America e poi in Giappone) a imparare l’uso delle tecnologie che avrebbero poi utilizzato in patria; tutti frequentavano corsi di avviamento e di aggiornamento. Fuori dalla fabbrica organizzava stagioni teatrali e musicali di alto livello, mostre d’arte, aveva un circolo velico e uno spazio culturale e sportivo, il Circolo Vaccarella, aperti a tutti. I dipendenti avevano diritto a prezzi ridotti. Mai nella memoria della città abbiamo avuto stagioni culturali così importanti.

E così per anni si nascosero le porcherie sotto il tappeto. Poi però i morti diventarono troppi e la polvere rossa era dappertutto e il cielo un caleidoscopio di colori e le malattie colpivano sempre più duramente. Non si poté più chiudere gli occhi.

Il rapporto della città con la fabbrica inizia a incrinarsi già negli anni Ottanta, quando comincia a sentirsi aria di crisi, e si rompe definitivamente con la cessione dell’azienda (che è tornata a chiamarsi Ilva) al gruppo Riva, nel 1995. Il nuovo padrone si propone come obiettivo la liquidazione del sindacato e del conflitto in fabbrica. E lo fa liberandosi della vecchia classe operaia, grazie ai prepensionamenti e ai riconoscimenti dell’esposizione all’amianto che a Taranto, si dice, vennero concessi con molta prodigalità. Ai nuovi assunti viene imposto abbastanza apertamente il diktat “lavoro in cambio di diritti” e li si invita a non iscriversi al sindacato. Se nel periodo delle Partecipazioni statali il livello di sindacalizzazione era pressoché totale, con i Riva scende al 44%. Poi ci sono i “fiduciari”, oscure figure di controllo, non contemplati nell’organigramma aziendale, che devono instaurare la disciplina voluta dalla nuova gestione. Chi si oppone al volere del padrone può finire mobbizzato nella palazzina Laf, un edificio in disuso in cui per mesi vengono confinati una settantina di dipendenti, per lo più tecnici, laureati, quadri e dirigenti che non accettano la “novazione” (retrocessione di livello a parità di trattamento economico) o sono troppo sindacalizzati. Qualcuno chiede aiuto alla psichiatra Marisa Lieti, che denuncia lo scandalo pubblicamente. Così la questione finisce nelle mani della magistratura, che condanna i dirigenti dell’Ilva e pure Emilio Riva. Il fatto è che questa faccenda all’interno dell’Ilva era nota sia agli altri dipendenti, a cui “quelli della Laf” erano indicati come cattivo esempio, sia ai sindacati, a cui alcuni dei confinati si erano rivolti, inutilmente, per chiedere aiuto. Nel 1996, d’altronde, il gruppo Riva affida la gestione del Circolo Vaccarella ai tre sindacati confederali e gli dà pure un contributo economico, valutato in 9 milioni di euro dal 1996 al 2013. Così, tanto per gradire. 

Abolizione di diritti da un lato, pressoché nessuna manutenzione degli impianti dall’altro: questi i principali elementi che connotano la gestione Riva. Non poteva andare avanti a lungo. Il degrado ambientale, la scarsa sicurezza sul lavoro (36 morti sul lavoro dal 1995 al 2012), l’aggravarsi della situazione sanitaria sono sempre più evidenti. Fra il 2006 e il 2007 si comincia a parlare di diossina derivante dal processo produttivo dell’Ilva. Alessandro Marescotti, fondatore della rete pacifista e ambientalista PeaceLink, ne aveva avuto il sospetto e aveva interpellato in merito Gianni Alioti, che nella Fim-Cisl nazionale si occupava anche di ambiente, salute e sicurezza, il quale aveva verificato che «in effetti, nel processo di agglomerazione del minerale di ferro presente a Taranto (ma non a Cornigliano) erano possibili emissioni di diossina».

La caparbietà di Marescotti, che presenta prove sempre più inequivocabili sull’inquinamento dei suoli e degli alimenti, ha innescato la miccia; l’indagine della magistratura, che nel luglio 2012 porta al sequestro dell’area a caldo, pur consentendone la facoltà d’uso, ha fatto esplodere la mina. La protesta esplosa a Taranto nell’agosto dello stesso anno contro la fabbrica che uccide, si connota subito anche come protesta nei confronti del sindacato, accusato di connivenza coi padroni. Sul famoso “tre ruote” che irrompe nella piazza della Vittoria gremita di gente il 2 agosto, seminando scompiglio alla manifestazione sindacale e togliendo la parola ai segretari confederali, che restano lì basiti, ci sono anche alcuni esponenti della Fiom locale, che scelgono il terreno della lotta e tagliano i ponti con la loro organizzazione. 

Però dal 2012 a oggi, nonostante il cambio di gestione, poco o nulla è cambiato, se non che sono passati quasi dieci anni e gli impianti sono ancora più decrepiti [per la descrizione del ciclo produttivo, della situazione degli impianti e per le vicende che hanno accompagnato i passaggi di proprietà rimandiamo all’intervista a Gianni Alioti, in questo numero di OPM N.d.R.]. La sensazione che abbiamo è che ormai non sia più possibile rimetterla in sesto, neanche invocando il cambio di tecnologie produttive, e che l’unica soluzione resti la chiusura. Lei è lì, incurante di tutte le proteste e denunce di cittadini e comitati, delle sentenze della magistratura, dei morti e delle devastazioni ambientali; incombe su di noi con le sue puzze e con i suoi fumi. Strategica. 

E non possiamo neanche sperare di sentire, un giorno, nella nostra segreteria telefonica un messaggio che dica più o meno così: «Visto e considerato che la nostra più che decennale collaborazione è andata a farsi fottere […] ho preso una decisione. […] Me ne vado. Di mia spontanea volontà. […] Sono io che voglio scomparire. Ho scoperto che è facile. Da questo momento comincio a cancellarmi. Basta un attimo. Sto già cominciando a non esserci più, sento che perdo rap… mente pe… so e vo… lume…[…]». 

Chiedo scusa ad Andrea Camilleri, ovunque egli sia, per aver copiato il finale di Riccardino.

Bibliografia

M. Balconi, La siderurgia italiana (1945-1990). Tra controllo pubblico e incentivi del mercato, Il Mulino, Bologna 1991.

A. Camilleri, Riccardino, Sellerio, Palermo 2020.

P. Consiglio, F, Lacava, Il caso Taranto. Sviluppo economico, lotte sociali, democrazia in fabbrica, Ediesse, Roma 1985.

A. De Palma, «In nome del profitto. Taranto e la “sua” fabbrica», Il de Martino. Rivista dell’Istituto Ernesto de Martino, nn. 22-23, 2013, pp. 11-33.

A. De Palma, «Taranto. Ilva: la grande disillusione», in Storia. storie di amianto, a cura di Ariella Verrocchio, Ediesse, Roma 2012, pp. 81-90.

G. Leone, «Ilva,Vaccarella. Il circolo inguaia i metalmeccanici», Il Manifesto, 28 maggio 2013.

L. Parise, «Ilva, la rivincita degli emarginati. “Risarciti dopo anni di mobbing”», La Repubblica, 24 settembre 2003.

Ufficio Studi dell’Amministrazione provinciale di Taranto (a cura di), Convegno di studi su “Problemi di medicina sociale in una zona a rapido sviluppo industriale”, Taranto 24-25 ottobre 1964, Lacaita editore, Manduria 1965.

Interviste utilizzate nel testo

Enzo Quazzico, operaio Cimi (ditta dell’appalto Italsider), Taranto 17.01.2006.

Salvatore Dicorato, operaio Italsider, sindacalista Fiom, 12.01.2006.

D. P., dirigente dell’ufficio legale Italsider, 13.11.2006.

Le interviste sono conservate nel Fondo De Palma presso l’archivio sonoro della “Società di mutuo soccorso Ernesto de Martino” di Venezia.