Come nasce un’avanguardia operaia

Benedetta Rizzo

Ti ricordi quel nove luglio

che scappavi come un coniglio

per paura di incontrare

gli operai a scioperare

Recita così uno dei cori che i lavoratori e lavoratrici Gkn e in appalto cantano nei momenti di piazza che li vedono protagonisti indiscussi. Il 9 luglio scorso, infatti, 422 di loro sono stati lasciati a casa dall’azienda con una mail. Chiusura immediata, comunicata in un giorno in cui l’intera fabbrica era in ferie forzate per «calo della produzione». A questi 422 vanno poi aggiunti circa un’ottantina di lavoratori e lavoratrici dei servizi in appalto a cui appunto Gkn non si è nemmeno disturbata di comunicare la decisione presa.

Il management ha chiuso in fretta e furia, facendo finta di nulla, continuando a produrre, a investire su nuovi robot, concedendo ferie, promettendo aumenti e assunzioni, scappando da Firenze e lasciando lo stabilimento in mano a guardie private armate, per paura della risposta conflittuale che gli operai avrebbero potuto mettere in campo.
Risposta che, nonostante tutto, c’è stata: in meno di un’ora i lavoratori si sono radunati davanti ai cancelli e si sono ripresi la fabbrica, dove da quel 9 luglio sono tuttora in assemblea permanente per impedire lo smantellamento del sito produttivo.
Accanto agli operai, un intero territorio: dalla chiesa ai centri sociali, dai circoli Arci ai partiti politici, tutti hanno dimostrato la propria solidarietà a questa lotta, non solo materialmente. Si è infatti costituito il Gruppo di supporto alla vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici Gkn e in appalto che raccoglie le varie anime del movimento fiorentino. 

Da luglio la mobilitazione continua a suscitare un grandissimo clamore ed entusiasmo: non c’è stato un solo appuntamento lanciato dalla fabbrica che non sia stato un successo. Il 28 luglio, in piena estate, un corteo di circa diecimila persone ha attraversato le strade di Capalle, la zona industriale di Campi Bisenzio dove si trova lo stabilimento. L’11 agosto, giorno della liberazione di Firenze dal nazifascismo, il connubio tra la lotta Gkn, le varie componenti del Gruppo di supporto e l’Anpi–Associazione nazionale partigiani italiani, ha portato altrettante persone a sfilare per le strade del centro storico. Il 18 settembre, hanno attraversato la città in quarantamila, prendendosi i viali che non venivano toccati da una manifestazione dai tempi del Social forum del 2001: un corteo sul lavoro che in Italia non si vedeva probabilmente da decenni.
Il 7 ottobre i lavoratori hanno presentato alla Camera la legge anti-delocalizzazioni scritta da loro con l’aiuto dei Giuristi democratici: come dicono loro, «una legge scritta con le nostre teste e non sulle nostre teste». Perché la bozza pensata dai ministri Todde e Orlando non era sufficiente, dato che è bastata una parola di Confindustria per far sì che venisse affossata, e dopo settimane di passerelle istituzionali e vane promesse non c’erano più scuse dietro cui trincerarsi. Lo stesso vale per il piano di riconversione dello stabilimento che sta prendendo vita proprio in queste settimane, nato grazie alla collaborazione con ingegneri, economisti, sociologi, storici: se il destino è la riconversione, i lavoratori Gkn non vogliono stare a guardare mentre istituzioni e imprenditori determinano le sorti della fabbrica. Il 30 ottobre, i lavoratori Gkn decidono di convergere a Roma al corteo contro il G20 lanciato dai movimenti per la giustizia climatica, per la giustizia sociale e per la lotta alla casa, invitando tutti i solidali a partecipare al loro spezzone: dalla fabbrica partono tredici pullman, portando a Roma uno spezzone di classe a cui hanno aderito anche altre vertenze, come quella di Alitalia.

L’obiettivo della mobilitazione è stato chiaro fin da subito: cambiare i rapporti di forza nel paese, non solo per i lavoratori Gkn, ma per tutti quanti. Perché – come affermano i lavoratori – Gkn si salva solo così, cambiando l’esistente, provando a immaginare un futuro diverso per tutte le vertenze nel mondo del lavoro, per i/le precari, per i/le disoccupati, per le scuole e le università.
Allora – ci dicono ancora – quel grido che viene lanciato dalla fabbrica, «Insorgiamo», celebre motto della resistenza fiorentina, deve essere raccolto, allargato, fatto proprio, declinato negli ambiti della vita in cui ci troviamo ad agire, lavorare, studiare. È necessario un’unità di intenti, un fronte unico di classe che comprenda il lavoro, il sistema educativo, la giustizia climatica e sociale, la questione di genere, per opporsi al governo Draghi e alle riforme impopolari che stanno per arrivare. E la via per realizzare questa unità, per gli operai Gkn, è lo sciopero generale e generalizzato.

Una mobilitazione di questa portata nel mondo del lavoro non si vedeva in Italia da tantissimo tempo: Gkn ha da sempre rappresentato una punta avanzata nel mondo del lavoro e le ragioni sono probabilmente da ricercarsi nell’organizzazione politico-sindacale interna della fabbrica che parte da lontano, ben prima della minaccia della chiusura e del licenziamento collettivo. 

L’organizzazione interna dei lavoratori: oltre la rappresentanza sindacale
La fabbrica di Campi Bisenzio è stata l’oggetto di studio per la mia laurea di tesi magistrale in Scienze Politiche e Sociali sui potenziali effetti di Industria 4.0 sul lavoro in fabbrica e su come la rappresentanza sindacale riesce a intervenire tramite la negoziazione. La ricerca si è svolta tra marzo e giugno 2021 con le interviste a due delegati sindacali e la somministrazione ai lavoratori di un questionario costruito sulla base degli elementi emersi dalle interviste. Durante una cena per la cassa del Collettivo di fabbrica a fine 2019, ho intercettato alcuni membri dell’Rsu e del Collettivo: nel tempo ho costruito con loro un rapporto di fiducia partecipando alle loro iniziative di mobilitazione non solo ai cancelli della loro fabbrica, ma anche quando i lavoratori Gkn portavano la loro solidarietà ad altre vertenze, come quella del Si Cobas alla Textprint di Prato. Ciò mi ha permesso di entrare nello stabilimento a più riprese, di osservare da vicino il lavoro in fabbrica, di svolgere le interviste nella saletta sindacale e distribuire i questionari durante le assemblee dei lavoratori su più turni. L’intenzione iniziale non era quella di svolgere un lavoro etnografico o di partecipazione osservante, ma lo è diventata quando l’Rsu e i lavoratori hanno apprezzato il fatto che ero lì a chiedere l’opinione non della parte aziendale ma di chi è stato realmente coinvolto dal fenomeno delle nuove tecnologie in fabbrica e. Tutte le informazioni contenute in questo articolo sono frutto, dunque, della mia ricerca e del lavoro etnografico svolto.

Lo stabilimento Gkn Driveline di Campi Bisenzio, alle porte di Firenze, produce semiassi per automobili. Il 90% circa della produzione è destinata al gruppo Stellantis/Fca, in particolare per quanto riguarda la componentistica per le utilitarie come la Panda, i mezzi per la logistica come il Ducato e il settore automobilistico di lusso, come per esempio Maserati, Lamborghini, Ferrari. La filiale fiorentina prima apparteneva alla vecchia Fiat, poi nel 1994 è stata acquistata dalla multinazionale inglese. Nel 2018 il gruppo Gkn Automotive è stato acquistato dal fondo finanziario Melrose. I lavoratori dello stabilimento Gkn hanno ereditato la storia sindacale della Fiat di Novoli (quartiere fiorentino dove era ubicata): la maggioranza di loro, infatti, è iscritta alla Fiom, fatto che si riflette anche sulla Rsu, dove 6 delegati su 7 sono Fiom e fanno parte dell’area di opposizione interna alla Cgil, cioè alla corrente “Sindacato è un’altra cosa”.

L’anno cruciale per una svolta nell’organizzazione interna allo stabilimento di Campi Bisenzio è stato il 2007, quando sul piano sindacale ci fu uno scontro generazionale e politico. La direzione aziendale dell’epoca impose alle organizzazioni sindacali interne un cambio dell’orario di lavoro: gli operai avrebbero lavorato anche il sabato e la domenica con un giorno di riposo durante la settimana a rotazione. Soprattutto i più giovani, che stavano iniziando a comprendere e a masticare le problematiche aziendali, non volevano firmare questo accordo: nacque così una polemica durata mesi, che portò alle dimissioni della vecchia Rsu e all’elezione dei lavoratori più giovani all’interno della rappresentanza sindacale. Venendo da una classica gestione litigiosa tra le sigle sindacali, la nuova Rsu aveva un obiettivo chiaro: per restituire il potere decisionale ai lavoratori, al di là della tessera che si aveva in tasca e delle condizioni di lavoro differenti, bisognava agire compatti e uniti contro l’azienda.
Tra il 2007 e il 2008 ha iniziato a prendere forma quello che poi nel 2018 è stato battezzato come Collettivo di fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze, un organismo che ha la finalità di organizzare i lavoratori per coinvolgerli maggiormente sia nelle decisioni sindacali, sia nelle mobilitazioni e vertenze. Ovviamente, per sua natura, il Collettivo di fabbrica mantiene una certa informalità: ha un’area piuttosto importante di simpatizzanti, ma le persone che vi prendono parte costantemente sono circa una trentina, anche se in alcuni particolari momenti si sono tenute assemblee partecipate da circa un centinaio di lavoratori. Per cercare di ridurre questa fluidità, è stata creata la figura del delegato di raccordo che si pone tra l’assemblea dei lavoratori e la Rsu: attualmente sono 12, vengono nominati dalla Rsu, ratificati dall’assemblea dei lavoratori e riconosciuti dall’azienda tramite accordo interno. In questo modo si è delineata una riarticolazione sindacale ramificata in quasi tutti i reparti dell’azienda, dove i delegati di raccordo coadiuvano i membri della Rsu nell’attività sindacale e nel coinvolgimento di tutti i lavoratori. 

Si è venuta a creare così una struttura partecipativa d’avanguardia, altamente democratica – probabilmente unica nel suo genere – che si rifà all’esperienza dei Consigli di fabbrica degli anni Settanta. Un modo di fare sindacato aperto e orizzontale, in cui le decisioni sono prese dall’assemblea dei lavoratori, che è diametralmente opposto a quello classico che conosciamo dei sindacati, piramidale quando non verticistico.

Sulla base di questa organizzazione, tantissime sono state le conquiste strappate con la mobilitazione dei lavoratori ai tavoli di trattativa: dal mantenimento dell’articolo 18 a livello aziendale, all’argine ai contratti in staff-leasing, al rifiuto del Testo unico sulla rappresentanza, così come del Jobs Act e della riforma Fornero. Ancora, sul tema dell’Industria 4.0, la rappresentanza sindacale ha cercato di regolare gli effetti che le nuove tecnologie stanno avendo sul lavoro in fabbrica: hanno ottenuto più ore di formazione di quelle previste dal Ccnl metalmeccanici, hanno cercato di legare la formazione a livelli contrattuali più alti, hanno bloccato un sistema di controllo pervasivo della performance del lavoratore, appellandosi all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che Renzi non è riuscito a modificare fino in fondo, hanno cercato di dimostrare all’azienda l’aumento degli scarti che questo nuovo modo di produrre può generare. 

Ed è proprio in questa organizzazione che vanno ricercate le ragioni della forza di questa lotta, a cui anche altre vertenze rivolgono lo sguardo; questo tuttavia non implica che il modello Gkn sia facilmente replicabile in altri posti di lavoro.
Però i lavoratori Gkn qualcosa lo stanno già dimostrando, il loro modello organizzativo è avanguardia operaia e dimostrazione ne è il successo della loro mobilitazione: dalla proposta di legge anti-delocalizzazioni, passando per i progetti che stanno portando avanti con il gruppo di ingegneri ed economisti solidali per un piano di riconversione dello stabilimento, fino alla cura degli impianti dello stabilimento, del presidio permanente, è tutto frutto della loro capacità organizzativa e di mobilitazione sia interna che esterna alla fabbrica. In ogni caso, la vertenza non può restare solo su un piano meramente sindacale: è necessario che venga affiancata da una mobilitazione che raccolga le varie istanze sociali in grado di mettere alle strette il governo e le istituzioni. Solo così Gkn potrebbe non essere una vertenza come le tante, troppe già viste in passato, costellate di tavoli di trattative e promesse puntualmente disattese, ammortizzatori sociali in attesa di una fantomatica riconversione industriale che non arriva mai.

E se ci riusciranno, non saranno più solo una pagina di giornale, ma una nuova pagina di storia del movimento operaio.

SOMMARIO English version

Shock and awe. This is how Naomi Klein described the effect and intention of “disaster capitalism”. But, as we explained in the Editoriale, we try to overcome the “awe” that the coronavirus pandemic inspires in us by re-reading in a different light the transformations taking place under our eyes. First, we asked the body of Democratic Medicine the questions found in Il costo sanitario della pandemia.  We were still in the “first wave”, and Italy was already leading the ranking in terms of sickness and deaths. Some interviews, collected in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, then explained what were the conditions of safety or rather, of insecurity in the infected workplaces of the Lombardy health system.Moreover, protests and conflicts in the workplace immediately accompanied the first appearance of the pandemic, as we reported in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, both for general lack of preparation and for the employers’ attempts to unload the costs on the workers or, failing to do so, on the community. In Pianificazione e controllo dei lavoratori, the role of the state and workers’ participation in decision-making processes are discussed, drawing inspiration from past experiences. With regard to La logistica della pandemia we look at what happened in one of the key economic sectors, the one that perhaps carried the greatest weight throughout 2020, as Cartoline dal porto di Genova told us. The Italian logistical hub suffered global repercussions and struggles, accounted in chronological order in Emergenza sanitaria, lavoro e catena logistica. However, no other field has perhaps suffered so intensively and extensively as education, of which L’effetto lockdown sulla scuola draws up an initial balance. Naturally, the coronavirus pandemic overlapped with problems and tensions already underway, of which we give a brief overview. Let’s start with the Decreto Rilancio and the regularization of foreign workers without work permit, an “amnesty” that has practically failed in the agricultural sector, as reported by Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Yet European experiences indicate the need, made strategic by the ongoing health emergency, to strengthen internal food self-sufficiency and raise agricultural wage levels, as reported in Salario e diritti nei campi italiani. The urgency of organizing freelance workers especially in creative and cultural sectors – cleared by the lockdown – is reaffirmed in Lavori culturali senza rappresentanza? The “workers’ inquiry” served to reconsider Il lavoro in Veneto, especially from the point of view of temporary workers. Finally, two methods underlining. First, United States today: brief view of class conflict, is useful to reiterate the importance of the historical-political method for understanding the nature and objectives of the “new” American working class struggles. Second, The Weight of the Printed Word. A book by Steve Wright signals the return to consultation of the written sources of one of the greatest connoisseurs of  Italian Operaismo.

Sommario

Shock and awe: così Naomi Klein descriveva l’effetto e l’intenzione del “capitalismo dei disastri”. Ma, come spieghiamo nell’Editoriale, cerchiamo di superare la “soggezione” che ci incute la pandemia da Covid-19 rileggendo sotto luce diversa le trasformazioni già avvenute e che stanno avvenendo sotto i nostri occhi. Per prima cosa, abbiamo posto al collettivo di Medicina Democratica le domande che si ritrovano ne Il costo sanitario della pandemia. Si era ancora nella “prima ondata”, e già l’Italia guidava la terribile classifica dei malati e dei decessi. Alcune interviste, raccolte in Il Covid-19 in Lombardia: casi, esperienze, testimonianze di lavoratori, spiegano poi quali sono state (e rimangono) le condizioni di sicurezza o meglio, di insicurezza sui luoghi di lavoro contagiati della sanità lombarda. Del resto, proteste e conflitti nei luoghi di lavoro hanno accompagnato immediatamente il primo manifestarsi della pandemia, come riferiamo in Lotte operaie nell’emergenza sanitaria, sia per la generale impreparazione, sia per i tentativi padronali di scaricarne i costi sui lavoratori o, non riuscendoci, sulla collettività. In Pianificazione e controllo dei lavoratori si ragiona sul ruolo dello stato e la partecipazione operaia nei processi decisionali traendo spunto dalle esperienze del passato. Con La logistica della pandemia guardiamo a ciò che è accaduto in uno dei settori chiave dell’economia, quello che forse ha sopportato il peso maggiore lungo tutto il 2020, come ci raccontano anche le Cartoline dal porto di Genova.

Nello snodo logistico, in Italia, si sono fatte sentire le ripercussioni mondiali e le proteste e lotte locali, di cui dà conto in modo cronologico Emergenza sanitaria, lavoro e logistica. Ma forse in nessun altro campo la sofferenza è stata tanto intensa ed estesa come in quello della scuola, ne tira un primo bilancio L’effetto lockdown sulla scuola. Naturalmente la pandemia da Covid-19 si è sovrapposta a problemi e tensioni già in atto, di cui diamo una sommaria panoramica. Partiamo dal Decreto Rilancio e dalla regolarizzazione dei lavoratori stranieri privi di permessi, una “sanatoria” in pratica andata a vuoto nel settore agricolo, come riferisce Lavoro agricolo migrante: appunti sulla sanatoria. Eppure le esperienze europee indicano la necessità, resa strategica dalla pandemia, di rafforzare l’autosufficienza alimentare interna e alzare i livelli salariali agricoli, come riportato in Salario e diritti nei campi italiani. L’urgenza di organizzare i lavoratori autonomi soprattutto nei settori creativi e culturali – quelli azzerati dal lockdown – viene ribadita in Lavori culturali senza rappresentanza?, così come in questa fase il metodo dell’inchiesta è servito a riconsiderare Il lavoro in Veneto, soprattutto dal punto di vista dei “precari”. Infine due sottolineature di metodo. La prima, Stati Uniti oggi: breve ragguaglio sulla conflittualità di classe, per ribadire l’importanza del metodo storico-politico per comprendere la natura e gli obiettivi delle lotte della “nuova” classe operaia americana.

La seconda, contenuta in The Weight of the Printed Word. Un libro di Steve Wright, segnala il ritorno alla consultazione delle fonti scritte da parte di uno dei maggiori conoscitori dell’operaismo italiano.

Editoriale

Marzo 2020

Scrive Sarah Lazare nel numero di In These Times del 12 marzo: «Pensavamo che il nostro sistema fosse caratterizzato da precarietà e senso di paura dei lavoratori, il Coronavirus ci ha fatto capire che è stato costruito così deliberatamente».

È vero. Tutte le caratteristiche negative del nostro tempo, in termini di sistema capitalistico in generale e in termini di sistema-Italia, stanno venendo a galla in maniera più chiara e più comprensibile di quanto abbiano potuto fare le migliaia di analisi e di denunce degli ultimi vent’anni.

Noi cominciamo qui la nostra avventura di Officina Primo Maggio. Eravamo pronti a uscire quando è partita l’emergenza. Far finta di nulla era ridicolo, mettersi a fare grandi analisi, tanti lo facevano, meglio di quanto avremmo potuto fare noi. Vorremmo provare allora a cambiare gioco e a pensare che cosa di positivo potrebbe nascere nella testa della gente, perché se c’è un dato certo è che il “pensiero unico” con il Coronavirus è andato in frantumi, e almeno su un paio di cose dovrebbe avere qualche difficoltà a ricostruire la sua compattezza di prima.

Primo, il ruolo dello stato e del servizio pubblico in generale.

Il problema però non dobbiamo guardarlo solo con l’ottica dell’emergenza: anche il più accanito neoliberale oggi è disposto a invocare uno stato autorevole, un comando centralizzato, una sanità pubblica efficace per combattere un virus. No, dobbiamo ripensare il ruolo dello stato da dove lo avevamo lasciato con Primo Maggio, e precisamente da quando ci siamo posti il problema dello smantellamento del welfare state. Quello che stava accadendo ce lo avevano spiegato Fox Piven e Cloward: non era tanto la demolizione del welfare quanto la sua trasformazione in sistema di regolazione e controllo. Si era in piena stagione dei movimenti di rivolta, Regulating the Poor era il titolo del loro libro e noi trovavamo analogie impressionanti con quanto avveniva in Italia con la cassa integrazione: non era solo un ammortizzatore sociale, era un’arma di pacificazione di massa per ingabbiare le lotte del “lungo autunno”.

Queste cose ce le siamo scordate completamente quando agli inizi del millennio e di fronte al crescere della precarizzazione si è lanciata la parola d’ordine del “reddito garantito” e non si è riflettuto abbastanza che le forme di erogazione di sussidi possono diventare strumenti di marginalizzazione – visto che l’attivazione di politiche del lavoro rimane fine a se stessa – oppure di limitazione della libertà individuale quando occorre. Proprio in Germania, il paese forse più attrezzato per questo, tanti giovani poveri rinunciavano al sussidio pur di non vedersi capitar in casa i controllori a metter le mani negli armadi. Con l’emergenza attuale tutti corrono a chiedere elemosina allo stato, il sussidio (chiamato ipocritamente “incentivo”) rischia di diventare un modello di politica economica. Sono le imprese a sgomitare in prima fila con il cappello in mano, la mano invisibile del mercato se la sono scordata.

Se il governo Renzi si è divertito ad amputare tentacoli piccoli e grandi di stato – dalla soppressione delle province e delle loro competenze sulle tematiche del lavoro, alla soppressione del corpo dei forestali (pochi mesi prima che una bufera eccezionale sradicasse parti importanti e preziose dei nostri boschi), a quella del Magistrato alle Acque di Venezia –, già prima di lui era cominciata la grande svendita dei beni demaniali: aree ed edifici pubblici ceduti ai privati a prezzi di mercato, rinunciando a investire in progetti di impiego sociale o di pubblica utilità. E ancor prima: nel 1997 Bassanini proponeva di trasformare in Spa tante aziende municipalizzate dei servizi essenziali. Quattordici anni dopo per salvare l’acqua pubblica ci vorrà addirittura un referendum. Il risultato fu chiarissimo: no alla privatizzazione. Ma non è bastato. Insomma, è dall’epoca di Mani Pulite e dello yacht Britannia, cioè per tutto il tempo della Seconda Repubblica, che il mestiere dei nostri governi è demolire lo stato dopo averlo logorato o svenduto.

Quello che è avvenuto in questi anni non è solo la riduzione dello stato al minimo ma anche la trasformazione di quel minimo in strumento di controllo, selezione e in ultima analisi creazione di diseguaglianza: un apparato burocratico che appare sempre più pesante, parassitario e corrotto.

Sicché non basta dire “torniamo al pubblico” ma occorre andare alle radici per rifondare la cultura, l’etica del servizio pubblico contro l’idea neoliberale della “pura efficienza” dell’apparato, perché questa invocazione dell’efficienza è quella che ha consentito d’introdurre i dettami del mercato nel sistema pubblico. Riscoprire il ruolo dello stato non è possibile senza una rivalutazione del senso etico del funzionario pubblico, di quello che un tempo si chiamava “senso di responsabilità”. Ed è proprio questo che la pandemia da Covid 19 ha dimostrato: la figura simbolo in questa emergenza s’identifica oggi con la professione nella quale vige un vincolo di giuramento a un preciso codice deontologico: la professione sanitaria. E subito dopo il pensiero corre alla figura dell’insegnante. Sanità e scuola, se non poggia su queste fondamenta, ogni discorso sullo stato mostra la corda. In principio c’è la “sostanza umana” della professione, il Beruf weberiano, poi viene la scienza dell’organizzazione, poi le tecnologie – delle quali comunque, come si vede dall’indice, intendiamo occuparci.

Eppure non basta nemmeno questo, non è possibile riscoprire il ruolo dello stato e nello stesso tempo evitarne i poteri di controllo senza uno slancio di reale partecipazione democratica. Per esempio, un aiuto statale, in forma di sussidi per pagare l’affitto, può rivelarsi uno strumento di oppressione: chi avrà diritto a questi incentivi? E nello stesso tempo, in ragione delle regole di mercato, più che alleggerire il problema, può benissimo generare un innalzamento degli affitti. Ben altra partecipazione popolare richiede una reale gestione democratica del diritto all’abitare.

E l’economia? Questo è il terreno sul quale molto probabilmente, superato il virus, il “pensiero unico” può ricomporsi. Bisogna impedirlo. Per ora non ci addentriamo, lo mettiamo però in agenda nel lavoro di Officina Primo Maggio, limitandoci a richiamare l’attenzione su quei testi che sono tornati a parlare di “economia fondamentale”. Ciò che ha costituito la caratteristica del capitalismo degli algoritmi, simboleggiato dal modello Amazon e dalla funzione logistico-distribuiva, è la sua vocazione a soddisfare bisogni non essenziali. Riportare lo stato nella sfera economica significa concentrare le scelte prioritarie sui bisogni essenziali. Ci diranno che è facile a dirsi in situazioni d’emergenza dove qualche regola di mercato può essere sospesa senza troppi ostacoli, ma come farlo passare nel “new normal”? Un modo potrebbe essere prendendo il toro dalle corna digitali, come abbiamo tentato di fare in alcuni nostri articoli. A ben pensare, la rivoluzione digitale intesa come capitalismo delle piattaforme e degli algoritmi si è concentrata soprattutto sulla prestazione di servizi che non rispondono a bisogni essenziali. In questo primo numero abbiamo cercato di guardare in concreto cosa succede nel mondo di Industria 4.0. e di Logistica 4.0. Nel prossimo, se vogliamo parlare di stato, dovremo misurarci con l’Agenda digitale, con la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. È un salto in avanti oppure un modo per congelare lo stato attuale del sistema pubblico e renderne più complessa una riforma sostanziale? Su questo terreno, sul terreno delle reti, l’emergenza ha messo a nudo il ruolo essenziale di Internet – come potrebbe altrimenti una popolazione chiusa in casa comunicare e lo smart working di molte aziende funzionare? – e la sua natura di habitat dal quale non possiamo più uscire. L’art. 82 del decreto Cura Italia è tra quelli meno criticabili.

Se dobbiamo guardare avanti e immaginare che questa emergenza possa riaprire delle partite che ormai sembravano definitivamente chiuse, uno dei terreni a noi più congeniali – avendo messo in testa al nostro programma il conflitto nei rapporti di lavoro – è quello della fabbrica. Sì, quanto è accaduto e sta accadendo in quella specie di sfera residua del paese che si chiama “manifattura”, che si chiama “industria” – tanto residua da far dire ai primi decreti che lì tutto continuava as usual,mentre altrove tutto si poteva e si doveva fermare – riapre un orizzonte di rapporti sociali e di dinamiche organizzative che non dobbiamo chiederci se sono obsolete o meno ma se sono o non sono espressione di bisogni essenziali, senza i quali parlare di democrazia non ha senso.

È nelle fabbriche, infatti, che si è manifestata la prima scossa a un sistema imputridito. Dettata dalla paura, certo (ma perché, la classe operaia deve avere sempre “nobili sentimenti”?). Abbiamo cercato di capire che cosa stava succedendo con un lavoro di inchieste-lampo.

Le agitazioni erano cominciate prima, ma è dopo la conferenza stampa di Conte della sera dell’11 marzo che esplode la protesta, a sentir dire il premier che tutto (o quasi) si poteva chiudere in Italia, tranne le fabbriche. Tale e quale la posizione espressa da Confindustria: la produzione industriale non si doveva assolutamente fermare, una sospensione delle attività avrebbe provocato danni irreparabili al sistema economico, tagliando fuori le aziende italiane dalle catene di produzione internazionali e dalla possibilità di competere. Immediata la reazione degli operai: il giorno dopo scioperi e fermate un po’ ovunque.

Invece di capire al volo che il clima era mutato di colpo, Assolombarda per bocca del suo presidente definiva irresponsabili quei sindacati che avevano dichiarato sciopero, anzi “istigato” allo sciopero. Non aveva capito che erano stati “spinti” e talvolta “costretti” allo sciopero non da chissà quale voglia di protagonismo ma dai loro delegati, pressati, sommersi da una moltitudine operaia che si era sentita come presa in trappola. «Come? Gli impiegati possono lavorare a casa, in smart working, e noi chiusi qua dentro senza misure precauzionali, senza mascherine, senza disinfezione degli ambienti, senza tute protettive, attaccati spesso l’uno all’altro, mentre a tutti gli italiani si chiede di stare almeno a un metro e mezzo di distanza?». E allora di colpo, nel giro di poche ore, è caduto il sipario sulle condizioni igieniche dei nostri luoghi di lavoro, dalla metalmeccanica alle banchine dei porti alla cantieristica. Si è rotta la coltre di silenzio e di omertà che ormai da molti anni impediva di vedere e di dire che in molti luoghi di lavoro non esisteva nemmeno il sapone nei bagni, dove gli interventi di igienizzazione e sanificazione non erano mai stati fatti, dove i dispositivi di protezione individuali non erano mai stati introdotti; mancavano le premesse per una gestione ordinaria dell’igiene, figuriamoci per una situazione d’emergenza. Alla faccia dello Statuto dei Lavoratori, di cui tra poco festeggeremo il cinquantesimo anniversario.

Questa spinta operaia si è rovesciata innanzitutto sui delegati di fabbrica, sulle rappresentanze sindacali aziendali (Rsu), sui rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls), figure che nel corso degli anni erano state ritenute “ridondanti” e poco per volta erano state “sfoltite”, decimate, depotenziate, mentre aumentava a dismisura la produzione normativa sulla sicurezza e il suo delirante corredo burocratico. Il Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 maggio 2014, sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria prevede che il numero dei componenti delle Rsu deve essere di 3 nelle unità produttive che occupano fino a 200 dipendenti; 3 ogni 300 dipendenti nelle unità produttive che occupano fino a 3.000 dipendenti; 3 ogni 500 dipendenti nelle unità produttive di maggiori dimensioni. Nessun criterio viene definito invece sul rapporto numero di dipendenti/responsabili della sicurezza territoriali (Rlst).

E d’improvviso queste figure, questo esile strato di rappresentanza, diventano l’unico filtro, l’unica mediazione, l’unica realtà istituzionale che si frappone tra una rabbia esasperata, mista a sconcerto e paura, e un padronato, un management, incapaci di rendersi conto di quanto sta succedendo. E trovano di nuovo, forse dopo anni, decenni, una loro legittimazione, una loro autorevolezza, che ha consentito di concludere decine di accordi. Là dov’era più forte, il sindacato – in particolare la Fiom – veniva a trovarsi come unico punto di riferimento istituzionale, mentre Confindustria e le rappresentanze padronali sul territorio venivano messe da parte come un inutile ingombro, le multinazionali non le consideravano nemmeno e la maggioranza dei datori di lavoro presto capiva con chi era meglio mettersi a un tavolo. Bisognava trovare la quadratura del cerchio: da un lato chiudere le fabbriche per consentire di adottare le misure minime di sicurezza, ma chiuderle quel tanto che non avrebbe impedito di evadere gli ordini, che in molti casi erano schizzati in alto proprio a causa del virus. Ordini di clienti esteri, che temevano di vedersi arrivare addosso le misure drastiche che l’Italia stava adottando e volevano riempire le scorte. Non tutte le fabbriche si trovavano in questa condizione ovviamente, perché tante erano a corto di ordini da tempo, per queste andava bene poter fare un po’ di Cig. In tutte però il tasso di assenteismo era cresciuto, era al 20-25%, per autodifesa o, soprattutto, per far fronte a obblighi familiari resi difficili dalla chiusura delle scuole. Quindi occorreva trovare soluzioni differenziate. Per averne un’idea, citiamo dal comunicato sindacale della Fiom di Brescia del 12 marzo:

Dopo le aziende in cui è già stata definita la chiusura nei giorni scorsi in misura diversa […] sono aumentate le realtà dove è stata disposta una diversa organizzazione del lavoro, dal turno centrale a turni avvicendati, con riduzione degli orari, oppure riduzione dell’orario pur su un unico turno di lavoro, oppure rotazione delle presenze con utilizzo permessi/ferie per assenti.

Ma là dove il sindacato è più forte, come a Reggio Emilia e in parti della Regione emiliano-romagnola, i provvedimenti sono stati presi in anticipo anche rispetto ai decreti del governo. Grazie alla presenza capillare dei delegati, il sindacato è stato in grado di capire prima dell’autorità sanitaria (le Asl si sono rivelate strutture inconsistenti dopo la falcidia agli organici inflitta loro negli ultimi anni) quali misure di sicurezza assumere e ha redatto un vademecum fatto pervenire alle fabbriche, utilizzando anche una What’sApp cui erano iscritti più di 500 delegati.

Ma anche in Emilia Romagna, come in Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Liguria, interi settori sono sguarniti sindacalmente, la presenza di sindacati di base talvolta compensa l’assenza o l’inconsistenza delle grandi centrali ma spesso c’è il vuoto. Tuttavia anche in questi settori la protesta spontanea di base, pur timidamente, si è manifestata ed è riuscita a smuovere le acque, qualcosa dunque sta cambiando. E poi c’è il resto, il buio delle migliaia di piccole e minuscole realtà da dove non arrivano voci. E poi ci sono le ditte d’appalto che lavorano per le aziende sindacalizzate e non: non hanno diritti, figurarsi protezioni o mascherine. Da loro non è mai entrata la Costituzione (ma grazie a loro siamo leader mondiali nella costruzione di navi da crociera…). E poi ci sono i precari, gli occasionali, i freelance, c’è il mondo brulicante della gig economy, l’universo dove il conflitto non è mai arrivato.

Ci sono luoghi dove le nostre inchieste-lampo non sono arrivate a raccogliere informazioni sufficienti, altri dove abbiamo potuto ascoltare un po’ di voci. Il Veneto è uno di questi. Ed è emerso un quadro variegato, contraddittorio dove paura di ammalarsi e rabbia nel vedersi messi in ferie forzate convivono nella stessa persona. Alcuni padroncini si sarebbero attivati per procurare mezzi di protezione, timorosi di veder arrivare i controlli; ma pochissimi tra operaie e operai ci hanno poi detto di aver veramente visto arrivare i controlli delle delle autorità competenti. Molte microimprese e certe Pmi sono aziende a conduzione famigliare, contesti in cui buona parte del parentado lavora a stretto contatto con i dipendenti, sono aziende subfornitrici che fanno lavorazioni conto terzi. «Non è che i padroni non ci pensano, hanno paura anche loro di ammalarsi. Sono tutto il giorno in fabbrica. Ma se chiudiamo c’è il rischio di perdere i clienti, questi poi si trovano un altro fornitore e non li rivedi più». Aziende fragili, raramente sindacalizzate. In questi casi le aspettative risiedono tutte nell’azione del governo, sono luoghi dove la frustrazione potrebbe esplodere quando verrà chiesto di stringere i denti per risollevare l’Italia. È troppo presto per fare previsioni, chissà, forse tra qualche mese la rabbia che seguirà alle difficoltà economiche potrebbe spingere alla coesione con il piccolo padronato, e rivolgersi direttamente contro la politica, contro lo Stato, reo di non aver elargito sussidi a sufficienza.

Ma eccoci a un secondo atto del dramma. Il 22 marzo, di fronte a una protesta operaia che chiede sicurezza e sospende il lavoro, il governo emana un nuovo Decreto dove si definiscono le attività industriali e commerciali considerate essenziali e autorizzate a funzionare, tutte le altre avrebbero dovuto chiudere. A detta dei sindacati l’elenco delle attività industriali contenute nel Dpcm era troppo ampio e comprendeva settori che con i servizi fondamentali (sanità, agro-alimentare, energia ecc.) avevano ben poco a che fare.

Le dichiarazioni pubbliche di Confindustria che rivendicavano il merito di aver ottenuto un elenco di attività così “ecumenico” hanno riacceso gli animi e si è arrivati a una serie di scioperi dichiarati da intere categorie sindacali, in maniera unitaria (settore metalmeccanico, chimico-tessile-gomma-plastica e carta) con il risultato che il 25 marzo il governo è nuovamente intervenuto modificando, con un Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, il precedente elenco in modo da diminuire il numero di lavoratori chiamati al lavoro. Ad esempio, nel settore metalmeccanico si stima che la sospensione poteva avere effetto sul 90% della forza lavoro. Ma nella norma era stata inserita una scappatoia per le imprese “escluse” che avrebbero potuto, mediante autocertificazione, dichiarare di essere al servizio delle filiere fondamentali e chiedere l’autorizzazione a proseguire l’attività. Affidato ai prefetti, rappresentanti territoriali dello stato, il compito di verificare la veridicità delle autocertificazioni. Clamorosa la deroga che consente le attività dell’industria dell’aerospazio e della difesa, sempre previa autorizzazione dei prefetti. Considerarle attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, al pari del settore sanitario e agroalimentare, è una decisione che non ha bisogno di commenti. La norma, scritta – com’è buona tradizione italica – in maniera imprecisa e ambigua, ha gettato i territori nella più totale confusione. Com’è consolidata tradizione dei paesi dove lo stato è debole, le singole prefetture si sono mosse in maniera difforme, in particolare per quanto riguarda il coinvolgimento del sindacato nel processo di selezione: alcune hanno fornito gli elenchi delle imprese che avevano inoltrato l’autodichiarazione, altre hanno semplicemente comunicato l’elenco delle imprese che avevano già autorizzato a operare, alcune si sono preoccupate di mantenere un rapporto di condivisione con il sindacato avendo un occhio all’ordine pubblico, altre hanno semplicemente manifestato la loro impotenza, travolte dalle richieste e impossibilitate a esaminarle celermente. Sta di fatto però che Confindustria è riuscita a far rientrare dalla finestra quello che era stato cacciato dalla porta. Mentre chiudiamo questo editoriale ci sono segnali che le agitazioni stanno riprendendo, la parola è di nuovo ai territori. Che tenuta avrà questa possibile seconda ondata di scioperi? Quante famiglie ormai cominciano a non avere i soldi per mangiare? La riapertura di molte attività avrà l’effetto di ritardare il superamento dell’emergenza e il ritorno alla normalità? Oltre a tutti i danni che ha prodotto negli ultimi decenni, dovremo ringraziare Confindustria anche di averci fatto pagare un prezzo più alto in termini di contagiati e di morti? Noi del conflitto – del conflitto dentro il rapporto di lavoro – abbiamo fatto un programma, il primo punto di un’agenda culturale, di un’intenzione di ricerca. E riteniamo che il conflitto manchi soprattutto dentro il lavoro intellettuale, creativo, digitale. Non ci facciamo illusioni, il paese, uscito stremato dalla crisi del Coronavirus, chiederà alla gente di lavorare “pancia a terra”, ma forse qualche spinta verso il superamento dell’individualismo e della rassegnazione porterà la gente a guardare con occhi diversi la necessità della coalizione. E quando accadrà, saremo pronti a dare una mano. Non c’interessa fare una rivista, c’interessa fare un’operazione politico-culturale, c’interessa mettere il nostro minuscolo gettone per cambiare le cose.