Editoriale

Marzo 2020

Scrive Sarah Lazare nel numero di In These Times del 12 marzo: «Pensavamo che il nostro sistema fosse caratterizzato da precarietà e senso di paura dei lavoratori, il Coronavirus ci ha fatto capire che è stato costruito così deliberatamente».

È vero. Tutte le caratteristiche negative del nostro tempo, in termini di sistema capitalistico in generale e in termini di sistema-Italia, stanno venendo a galla in maniera più chiara e più comprensibile di quanto abbiano potuto fare le migliaia di analisi e di denunce degli ultimi vent’anni.

Noi cominciamo qui la nostra avventura di Officina Primo Maggio. Eravamo pronti a uscire quando è partita l’emergenza. Far finta di nulla era ridicolo, mettersi a fare grandi analisi, tanti lo facevano, meglio di quanto avremmo potuto fare noi. Vorremmo provare allora a cambiare gioco e a pensare che cosa di positivo potrebbe nascere nella testa della gente, perché se c’è un dato certo è che il “pensiero unico” con il Coronavirus è andato in frantumi, e almeno su un paio di cose dovrebbe avere qualche difficoltà a ricostruire la sua compattezza di prima.

Primo, il ruolo dello stato e del servizio pubblico in generale.

Il problema però non dobbiamo guardarlo solo con l’ottica dell’emergenza: anche il più accanito neoliberale oggi è disposto a invocare uno stato autorevole, un comando centralizzato, una sanità pubblica efficace per combattere un virus. No, dobbiamo ripensare il ruolo dello stato da dove lo avevamo lasciato con Primo Maggio, e precisamente da quando ci siamo posti il problema dello smantellamento del welfare state. Quello che stava accadendo ce lo avevano spiegato Fox Piven e Cloward: non era tanto la demolizione del welfare quanto la sua trasformazione in sistema di regolazione e controllo. Si era in piena stagione dei movimenti di rivolta, Regulating the Poor era il titolo del loro libro e noi trovavamo analogie impressionanti con quanto avveniva in Italia con la cassa integrazione: non era solo un ammortizzatore sociale, era un’arma di pacificazione di massa per ingabbiare le lotte del “lungo autunno”.

Queste cose ce le siamo scordate completamente quando agli inizi del millennio e di fronte al crescere della precarizzazione si è lanciata la parola d’ordine del “reddito garantito” e non si è riflettuto abbastanza che le forme di erogazione di sussidi possono diventare strumenti di marginalizzazione – visto che l’attivazione di politiche del lavoro rimane fine a se stessa – oppure di limitazione della libertà individuale quando occorre. Proprio in Germania, il paese forse più attrezzato per questo, tanti giovani poveri rinunciavano al sussidio pur di non vedersi capitar in casa i controllori a metter le mani negli armadi. Con l’emergenza attuale tutti corrono a chiedere elemosina allo stato, il sussidio (chiamato ipocritamente “incentivo”) rischia di diventare un modello di politica economica. Sono le imprese a sgomitare in prima fila con il cappello in mano, la mano invisibile del mercato se la sono scordata.

Se il governo Renzi si è divertito ad amputare tentacoli piccoli e grandi di stato – dalla soppressione delle province e delle loro competenze sulle tematiche del lavoro, alla soppressione del corpo dei forestali (pochi mesi prima che una bufera eccezionale sradicasse parti importanti e preziose dei nostri boschi), a quella del Magistrato alle Acque di Venezia –, già prima di lui era cominciata la grande svendita dei beni demaniali: aree ed edifici pubblici ceduti ai privati a prezzi di mercato, rinunciando a investire in progetti di impiego sociale o di pubblica utilità. E ancor prima: nel 1997 Bassanini proponeva di trasformare in Spa tante aziende municipalizzate dei servizi essenziali. Quattordici anni dopo per salvare l’acqua pubblica ci vorrà addirittura un referendum. Il risultato fu chiarissimo: no alla privatizzazione. Ma non è bastato. Insomma, è dall’epoca di Mani Pulite e dello yacht Britannia, cioè per tutto il tempo della Seconda Repubblica, che il mestiere dei nostri governi è demolire lo stato dopo averlo logorato o svenduto.

Quello che è avvenuto in questi anni non è solo la riduzione dello stato al minimo ma anche la trasformazione di quel minimo in strumento di controllo, selezione e in ultima analisi creazione di diseguaglianza: un apparato burocratico che appare sempre più pesante, parassitario e corrotto.

Sicché non basta dire “torniamo al pubblico” ma occorre andare alle radici per rifondare la cultura, l’etica del servizio pubblico contro l’idea neoliberale della “pura efficienza” dell’apparato, perché questa invocazione dell’efficienza è quella che ha consentito d’introdurre i dettami del mercato nel sistema pubblico. Riscoprire il ruolo dello stato non è possibile senza una rivalutazione del senso etico del funzionario pubblico, di quello che un tempo si chiamava “senso di responsabilità”. Ed è proprio questo che la pandemia da Covid 19 ha dimostrato: la figura simbolo in questa emergenza s’identifica oggi con la professione nella quale vige un vincolo di giuramento a un preciso codice deontologico: la professione sanitaria. E subito dopo il pensiero corre alla figura dell’insegnante. Sanità e scuola, se non poggia su queste fondamenta, ogni discorso sullo stato mostra la corda. In principio c’è la “sostanza umana” della professione, il Beruf weberiano, poi viene la scienza dell’organizzazione, poi le tecnologie – delle quali comunque, come si vede dall’indice, intendiamo occuparci.

Eppure non basta nemmeno questo, non è possibile riscoprire il ruolo dello stato e nello stesso tempo evitarne i poteri di controllo senza uno slancio di reale partecipazione democratica. Per esempio, un aiuto statale, in forma di sussidi per pagare l’affitto, può rivelarsi uno strumento di oppressione: chi avrà diritto a questi incentivi? E nello stesso tempo, in ragione delle regole di mercato, più che alleggerire il problema, può benissimo generare un innalzamento degli affitti. Ben altra partecipazione popolare richiede una reale gestione democratica del diritto all’abitare.

E l’economia? Questo è il terreno sul quale molto probabilmente, superato il virus, il “pensiero unico” può ricomporsi. Bisogna impedirlo. Per ora non ci addentriamo, lo mettiamo però in agenda nel lavoro di Officina Primo Maggio, limitandoci a richiamare l’attenzione su quei testi che sono tornati a parlare di “economia fondamentale”. Ciò che ha costituito la caratteristica del capitalismo degli algoritmi, simboleggiato dal modello Amazon e dalla funzione logistico-distribuiva, è la sua vocazione a soddisfare bisogni non essenziali. Riportare lo stato nella sfera economica significa concentrare le scelte prioritarie sui bisogni essenziali. Ci diranno che è facile a dirsi in situazioni d’emergenza dove qualche regola di mercato può essere sospesa senza troppi ostacoli, ma come farlo passare nel “new normal”? Un modo potrebbe essere prendendo il toro dalle corna digitali, come abbiamo tentato di fare in alcuni nostri articoli. A ben pensare, la rivoluzione digitale intesa come capitalismo delle piattaforme e degli algoritmi si è concentrata soprattutto sulla prestazione di servizi che non rispondono a bisogni essenziali. In questo primo numero abbiamo cercato di guardare in concreto cosa succede nel mondo di Industria 4.0. e di Logistica 4.0. Nel prossimo, se vogliamo parlare di stato, dovremo misurarci con l’Agenda digitale, con la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. È un salto in avanti oppure un modo per congelare lo stato attuale del sistema pubblico e renderne più complessa una riforma sostanziale? Su questo terreno, sul terreno delle reti, l’emergenza ha messo a nudo il ruolo essenziale di Internet – come potrebbe altrimenti una popolazione chiusa in casa comunicare e lo smart working di molte aziende funzionare? – e la sua natura di habitat dal quale non possiamo più uscire. L’art. 82 del decreto Cura Italia è tra quelli meno criticabili.

Se dobbiamo guardare avanti e immaginare che questa emergenza possa riaprire delle partite che ormai sembravano definitivamente chiuse, uno dei terreni a noi più congeniali – avendo messo in testa al nostro programma il conflitto nei rapporti di lavoro – è quello della fabbrica. Sì, quanto è accaduto e sta accadendo in quella specie di sfera residua del paese che si chiama “manifattura”, che si chiama “industria” – tanto residua da far dire ai primi decreti che lì tutto continuava as usual,mentre altrove tutto si poteva e si doveva fermare – riapre un orizzonte di rapporti sociali e di dinamiche organizzative che non dobbiamo chiederci se sono obsolete o meno ma se sono o non sono espressione di bisogni essenziali, senza i quali parlare di democrazia non ha senso.

È nelle fabbriche, infatti, che si è manifestata la prima scossa a un sistema imputridito. Dettata dalla paura, certo (ma perché, la classe operaia deve avere sempre “nobili sentimenti”?). Abbiamo cercato di capire che cosa stava succedendo con un lavoro di inchieste-lampo.

Le agitazioni erano cominciate prima, ma è dopo la conferenza stampa di Conte della sera dell’11 marzo che esplode la protesta, a sentir dire il premier che tutto (o quasi) si poteva chiudere in Italia, tranne le fabbriche. Tale e quale la posizione espressa da Confindustria: la produzione industriale non si doveva assolutamente fermare, una sospensione delle attività avrebbe provocato danni irreparabili al sistema economico, tagliando fuori le aziende italiane dalle catene di produzione internazionali e dalla possibilità di competere. Immediata la reazione degli operai: il giorno dopo scioperi e fermate un po’ ovunque.

Invece di capire al volo che il clima era mutato di colpo, Assolombarda per bocca del suo presidente definiva irresponsabili quei sindacati che avevano dichiarato sciopero, anzi “istigato” allo sciopero. Non aveva capito che erano stati “spinti” e talvolta “costretti” allo sciopero non da chissà quale voglia di protagonismo ma dai loro delegati, pressati, sommersi da una moltitudine operaia che si era sentita come presa in trappola. «Come? Gli impiegati possono lavorare a casa, in smart working, e noi chiusi qua dentro senza misure precauzionali, senza mascherine, senza disinfezione degli ambienti, senza tute protettive, attaccati spesso l’uno all’altro, mentre a tutti gli italiani si chiede di stare almeno a un metro e mezzo di distanza?». E allora di colpo, nel giro di poche ore, è caduto il sipario sulle condizioni igieniche dei nostri luoghi di lavoro, dalla metalmeccanica alle banchine dei porti alla cantieristica. Si è rotta la coltre di silenzio e di omertà che ormai da molti anni impediva di vedere e di dire che in molti luoghi di lavoro non esisteva nemmeno il sapone nei bagni, dove gli interventi di igienizzazione e sanificazione non erano mai stati fatti, dove i dispositivi di protezione individuali non erano mai stati introdotti; mancavano le premesse per una gestione ordinaria dell’igiene, figuriamoci per una situazione d’emergenza. Alla faccia dello Statuto dei Lavoratori, di cui tra poco festeggeremo il cinquantesimo anniversario.

Questa spinta operaia si è rovesciata innanzitutto sui delegati di fabbrica, sulle rappresentanze sindacali aziendali (Rsu), sui rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls), figure che nel corso degli anni erano state ritenute “ridondanti” e poco per volta erano state “sfoltite”, decimate, depotenziate, mentre aumentava a dismisura la produzione normativa sulla sicurezza e il suo delirante corredo burocratico. Il Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 maggio 2014, sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria prevede che il numero dei componenti delle Rsu deve essere di 3 nelle unità produttive che occupano fino a 200 dipendenti; 3 ogni 300 dipendenti nelle unità produttive che occupano fino a 3.000 dipendenti; 3 ogni 500 dipendenti nelle unità produttive di maggiori dimensioni. Nessun criterio viene definito invece sul rapporto numero di dipendenti/responsabili della sicurezza territoriali (Rlst).

E d’improvviso queste figure, questo esile strato di rappresentanza, diventano l’unico filtro, l’unica mediazione, l’unica realtà istituzionale che si frappone tra una rabbia esasperata, mista a sconcerto e paura, e un padronato, un management, incapaci di rendersi conto di quanto sta succedendo. E trovano di nuovo, forse dopo anni, decenni, una loro legittimazione, una loro autorevolezza, che ha consentito di concludere decine di accordi. Là dov’era più forte, il sindacato – in particolare la Fiom – veniva a trovarsi come unico punto di riferimento istituzionale, mentre Confindustria e le rappresentanze padronali sul territorio venivano messe da parte come un inutile ingombro, le multinazionali non le consideravano nemmeno e la maggioranza dei datori di lavoro presto capiva con chi era meglio mettersi a un tavolo. Bisognava trovare la quadratura del cerchio: da un lato chiudere le fabbriche per consentire di adottare le misure minime di sicurezza, ma chiuderle quel tanto che non avrebbe impedito di evadere gli ordini, che in molti casi erano schizzati in alto proprio a causa del virus. Ordini di clienti esteri, che temevano di vedersi arrivare addosso le misure drastiche che l’Italia stava adottando e volevano riempire le scorte. Non tutte le fabbriche si trovavano in questa condizione ovviamente, perché tante erano a corto di ordini da tempo, per queste andava bene poter fare un po’ di Cig. In tutte però il tasso di assenteismo era cresciuto, era al 20-25%, per autodifesa o, soprattutto, per far fronte a obblighi familiari resi difficili dalla chiusura delle scuole. Quindi occorreva trovare soluzioni differenziate. Per averne un’idea, citiamo dal comunicato sindacale della Fiom di Brescia del 12 marzo:

Dopo le aziende in cui è già stata definita la chiusura nei giorni scorsi in misura diversa […] sono aumentate le realtà dove è stata disposta una diversa organizzazione del lavoro, dal turno centrale a turni avvicendati, con riduzione degli orari, oppure riduzione dell’orario pur su un unico turno di lavoro, oppure rotazione delle presenze con utilizzo permessi/ferie per assenti.

Ma là dove il sindacato è più forte, come a Reggio Emilia e in parti della Regione emiliano-romagnola, i provvedimenti sono stati presi in anticipo anche rispetto ai decreti del governo. Grazie alla presenza capillare dei delegati, il sindacato è stato in grado di capire prima dell’autorità sanitaria (le Asl si sono rivelate strutture inconsistenti dopo la falcidia agli organici inflitta loro negli ultimi anni) quali misure di sicurezza assumere e ha redatto un vademecum fatto pervenire alle fabbriche, utilizzando anche una What’sApp cui erano iscritti più di 500 delegati.

Ma anche in Emilia Romagna, come in Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Liguria, interi settori sono sguarniti sindacalmente, la presenza di sindacati di base talvolta compensa l’assenza o l’inconsistenza delle grandi centrali ma spesso c’è il vuoto. Tuttavia anche in questi settori la protesta spontanea di base, pur timidamente, si è manifestata ed è riuscita a smuovere le acque, qualcosa dunque sta cambiando. E poi c’è il resto, il buio delle migliaia di piccole e minuscole realtà da dove non arrivano voci. E poi ci sono le ditte d’appalto che lavorano per le aziende sindacalizzate e non: non hanno diritti, figurarsi protezioni o mascherine. Da loro non è mai entrata la Costituzione (ma grazie a loro siamo leader mondiali nella costruzione di navi da crociera…). E poi ci sono i precari, gli occasionali, i freelance, c’è il mondo brulicante della gig economy, l’universo dove il conflitto non è mai arrivato.

Ci sono luoghi dove le nostre inchieste-lampo non sono arrivate a raccogliere informazioni sufficienti, altri dove abbiamo potuto ascoltare un po’ di voci. Il Veneto è uno di questi. Ed è emerso un quadro variegato, contraddittorio dove paura di ammalarsi e rabbia nel vedersi messi in ferie forzate convivono nella stessa persona. Alcuni padroncini si sarebbero attivati per procurare mezzi di protezione, timorosi di veder arrivare i controlli; ma pochissimi tra operaie e operai ci hanno poi detto di aver veramente visto arrivare i controlli delle delle autorità competenti. Molte microimprese e certe Pmi sono aziende a conduzione famigliare, contesti in cui buona parte del parentado lavora a stretto contatto con i dipendenti, sono aziende subfornitrici che fanno lavorazioni conto terzi. «Non è che i padroni non ci pensano, hanno paura anche loro di ammalarsi. Sono tutto il giorno in fabbrica. Ma se chiudiamo c’è il rischio di perdere i clienti, questi poi si trovano un altro fornitore e non li rivedi più». Aziende fragili, raramente sindacalizzate. In questi casi le aspettative risiedono tutte nell’azione del governo, sono luoghi dove la frustrazione potrebbe esplodere quando verrà chiesto di stringere i denti per risollevare l’Italia. È troppo presto per fare previsioni, chissà, forse tra qualche mese la rabbia che seguirà alle difficoltà economiche potrebbe spingere alla coesione con il piccolo padronato, e rivolgersi direttamente contro la politica, contro lo Stato, reo di non aver elargito sussidi a sufficienza.

Ma eccoci a un secondo atto del dramma. Il 22 marzo, di fronte a una protesta operaia che chiede sicurezza e sospende il lavoro, il governo emana un nuovo Decreto dove si definiscono le attività industriali e commerciali considerate essenziali e autorizzate a funzionare, tutte le altre avrebbero dovuto chiudere. A detta dei sindacati l’elenco delle attività industriali contenute nel Dpcm era troppo ampio e comprendeva settori che con i servizi fondamentali (sanità, agro-alimentare, energia ecc.) avevano ben poco a che fare.

Le dichiarazioni pubbliche di Confindustria che rivendicavano il merito di aver ottenuto un elenco di attività così “ecumenico” hanno riacceso gli animi e si è arrivati a una serie di scioperi dichiarati da intere categorie sindacali, in maniera unitaria (settore metalmeccanico, chimico-tessile-gomma-plastica e carta) con il risultato che il 25 marzo il governo è nuovamente intervenuto modificando, con un Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, il precedente elenco in modo da diminuire il numero di lavoratori chiamati al lavoro. Ad esempio, nel settore metalmeccanico si stima che la sospensione poteva avere effetto sul 90% della forza lavoro. Ma nella norma era stata inserita una scappatoia per le imprese “escluse” che avrebbero potuto, mediante autocertificazione, dichiarare di essere al servizio delle filiere fondamentali e chiedere l’autorizzazione a proseguire l’attività. Affidato ai prefetti, rappresentanti territoriali dello stato, il compito di verificare la veridicità delle autocertificazioni. Clamorosa la deroga che consente le attività dell’industria dell’aerospazio e della difesa, sempre previa autorizzazione dei prefetti. Considerarle attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, al pari del settore sanitario e agroalimentare, è una decisione che non ha bisogno di commenti. La norma, scritta – com’è buona tradizione italica – in maniera imprecisa e ambigua, ha gettato i territori nella più totale confusione. Com’è consolidata tradizione dei paesi dove lo stato è debole, le singole prefetture si sono mosse in maniera difforme, in particolare per quanto riguarda il coinvolgimento del sindacato nel processo di selezione: alcune hanno fornito gli elenchi delle imprese che avevano inoltrato l’autodichiarazione, altre hanno semplicemente comunicato l’elenco delle imprese che avevano già autorizzato a operare, alcune si sono preoccupate di mantenere un rapporto di condivisione con il sindacato avendo un occhio all’ordine pubblico, altre hanno semplicemente manifestato la loro impotenza, travolte dalle richieste e impossibilitate a esaminarle celermente. Sta di fatto però che Confindustria è riuscita a far rientrare dalla finestra quello che era stato cacciato dalla porta. Mentre chiudiamo questo editoriale ci sono segnali che le agitazioni stanno riprendendo, la parola è di nuovo ai territori. Che tenuta avrà questa possibile seconda ondata di scioperi? Quante famiglie ormai cominciano a non avere i soldi per mangiare? La riapertura di molte attività avrà l’effetto di ritardare il superamento dell’emergenza e il ritorno alla normalità? Oltre a tutti i danni che ha prodotto negli ultimi decenni, dovremo ringraziare Confindustria anche di averci fatto pagare un prezzo più alto in termini di contagiati e di morti? Noi del conflitto – del conflitto dentro il rapporto di lavoro – abbiamo fatto un programma, il primo punto di un’agenda culturale, di un’intenzione di ricerca. E riteniamo che il conflitto manchi soprattutto dentro il lavoro intellettuale, creativo, digitale. Non ci facciamo illusioni, il paese, uscito stremato dalla crisi del Coronavirus, chiederà alla gente di lavorare “pancia a terra”, ma forse qualche spinta verso il superamento dell’individualismo e della rassegnazione porterà la gente a guardare con occhi diversi la necessità della coalizione. E quando accadrà, saremo pronti a dare una mano. Non c’interessa fare una rivista, c’interessa fare un’operazione politico-culturale, c’interessa mettere il nostro minuscolo gettone per cambiare le cose.