“Dietro le quinte”, una ricerca di Acta sul lavoro nell’audiovisivo

Silvia Gola

Nell’ottobre 2020 Acta ha iniziato a svolgere una ricerca sul settore dell’audiovisivo e dell’editoria in Lombardia e Veneto, in collaborazione con l’Università di Milano e l’Università di Verona. I risultati sono diventati una pubblicazione nella collana “Itinerari di diritto e relazioni di lavoro” della Fondazione Brodolini. In questo approfondimento ci focalizzeremo sulla rappresentanza nel settore audiovisivo.

Animato dall’ingresso di un nuovo tipo di player come Netflix e Amazon Prime, nutrito tanto da politiche regionali e nazionali quanto da una rete di scuole che ogni anno sforna nuovi professionisti, l’audiovisivo è uno dei settori più dinamici e in evoluzione tra quelli culturali e artistici. 

Dire “audiovisivo”, tuttavia, è già dire qualcosa di non perspicuo per chiunque: in primo luogo, il settore risente della vicinanza allo spettacolo dal vivo, e anche in alcune analisi i due campi vengono accorpati, come nel caso del pur importante Vita d’artisti (2017), lo studio promosso dal Sindacato lavoratori della comunicazione, Slc-Cgil, e realizzato dalla Fondazione Di Vittorio.

Se qualcosa, comunque, negli ultimi tempi ha suo malgrado agìto da discrimine tra i due settori, è certamente la pandemia da Covid-19, che più di altri eventi storici ha messo a nudo la fragilità del lavoro e del welfare nella cultura e nell’arte.

Mentre nello spettacolo dal vivo – proprio per lo stop completo delle attività – si è potuto osservare un rinverdito senso di appartenenza alla categoria che ha portato anche a nuovi interventi legislativi, l’audiovisivo – inteso come cinema, pubblicità, televisione, documentario, etc. – non ha subìto la stessa stasi produttiva, anzi: nel 2020 la richiesta di contenuti audiovisivi ha avuto una crescita senza precedenti, perlopiù collegata ai nuovi canali distributivi.

Ovviamente, come viene sottolineato nel rapporto Io sono Cultura 2021 della Fondazione Symbola è vero che: 

L’impatto del Covid-19 non è stato omogeneo in tutto il comparto cinematografico e i vari segmenti della filiera hanno messo in campo rimedi differenti per far fronte alla crisi. I distributori hanno spostato online molti contenuti, vincolati dalla scelta di preservare i titoli già pronti in attesa della riapertura delle sale o di renderli disponibili sulle varie piattaforme; le produzioni provano ad abbattere tempi e costi facendo leva sulle nuove tecnologie, come la realtà aumentata, virtuale, interattiva; l’esercizio e i festival si sono attivati attraverso piattaforme proprietarie o appoggiandosi a servizi specializzati come MyMovies.

Se, quindi, le sale cinematografiche sono quelle ad aver sofferto più a lungo per le misure di contenimento al virus – con un decremento oltre il 71% degli incassi e delle presenze rispetto al 2019 –, i set e le produzioni sono ripartiti in sicurezza dopo il primo lockdown anche grazie all’adozione tempestiva e condivisa di protocolli sanitari, voluti fortemente da Slc-Cgil.

Per quanto riguarda la nostra ricerca, abbiamo ricostruito la fisionomia dei diversi segmenti dell’audiovisivo (in totale sei, tre più autoriali e tre maggiormente commerciali: Film e serie Tv, Format Tv e Videoclip; Pubblicità da agenzia, Video-social content ed Eventi) attraverso due linee di indagine complementari: un livello qualitativo, tramite interviste, analisi desk sul settore e un sondaggio per le professioni a carattere autoriale; e un’analisi delle fonti istituzionali (Istat, Asia-Istat, dati Inps), per ottenere dati quantitativi e avere così una cornice del mercato del lavoro italiano.

Forse però la cosa più difficile è stata orientarsi per avere una panoramica chiara sulle condizioni lavorative, dal momento che in tutti i comparti sussistono situazioni molto variegate in termini di condizioni di lavoro, inquadramento contrattuale e diritti.

Visto che risulterebbe impossibile condensare tutta la ricerca effettuata, in questa sede vogliamo concentrarci sulla vexata quaestio delle differenze tra le professionalità dell’audiovisivo in merito alla rappresentanza; da una parte, le maestranze, le professioni cosiddette “sotto la linea”, caratterizzate da un alto grado di sindacalizzazione e capacità di auto-organizzazione; dall’altra, i professionisti “sopra la linea”, ovvero le figure autoriali che faticano a mettere in rete le problematiche comuni e a far scaturire da esse una coalizione.
In generale la spaccatura tra autoriali e maestranze è evidente anche sotto altri aspetti che vanno dalle fasi di lavorazione – mentre per le maestranze l’unico universo lavorativo è il set, per le professioni creative esistono anche le fasi di pre-produzione e post-produzione che rimangono fuori dal set e vengono con ciò “invisibilizzate” –, ai percorsi professionali, alle modalità contrattuali, ai diritti (in termini di compensi e welfare).

Da una prospettiva psicologico-sociale, tra questi due diversi mo(n)di del lavoro intercorre anche una differenza nella postura rispetto al significato attribuito al proprio lavoro: come scrive Bertram Niessen, le figure con le mansioni a maggior gradiente espressivo hanno iniziato a vivere «inseguendo un sogno di realizzazione personale in un costante equilibrismo tra la ricerca dell’autenticità […] e l’iper-precarizzazione delle condizioni lavorative e di vita». 

È risaputo – e le interviste da noi condotte lo confermano – come i ruoli autoriali vengano più facilmente associati ai concetti di “passione”, “vocazione”, “missione”: svolgendo questi lavori, è più facile risemantizzare il proprio monte ore sotto una grammatica non giuslavorista; è più facile confondere il tempo di vita con il tempo di lavoro; così come è più lunga la gavetta – o quella che viene spacciata per tale – e più accettata la cultura dello sgobbo gratuito per “farsi il nome”. È questo lo scotto che si paga in molti dei lavori artistici e culturali e questo investire la propria professione di una dimensione identitaria e individualista disintegra, in molti casi, le possibilità di coalizione e sindacalizzazione.

Ciò non significa che non esistano realtà di mobilitazione nelle professioni autoriali: noi stessi ne abbiamo intervistati diverse e visto quanto molte di queste si battano, con fortune alterne, per le loro rivendicazioni.

Tuttavia, sempre basandoci sulle testimonianze dirette degli intervistati e delle intervistate, è innegabile come ancora sia dominante l’idea per cui fare un lavoro artistico/autoriale possa, tutto sommato, ricevere il suo riconoscimento fuori dai meccanismi della remunerazione. 

In generale, la percepita desiderabilità sociale di alcuni lavori fa sì che si accettino condizioni che vanno dal becero al grottesco per la paura di essere sostituiti da qualcun altro/a – magari meno problematico, magari più economico.

I cambiamenti tecnologici e le conseguenze sul lavoro

Il mercato del lavoro dell’audiovisivo appare essere un mercato del compratore, in cui l’offerta supera di gran lunga la domanda. Come è successo?

Il passaggio al digitale e la pervasività delle nuove tecnologie hanno favorito una semplificazione delle mansioni, riducendo i tempi di apprendimento tecnico e svalorizzando, in misure diverse, ruoli e competenze – un ruolo lo ha anche avuto il potenziamento delle politiche pubbliche territoriali, in particolare l’istituzione delle Film Commission. E tuttavia questo effetto di “democratizzazione” ha inciso soprattutto sulle figure a maggior contenuto creativo-autoriale. Come riporta un nostro intervistato:

Nella produzione c’è stata una grande innovazione per quanto riguarda l’hardware: quando ho iniziato a lavorare, sette anni fa, non era pensabile prescindere da una macchina che non fosse per il cinema (ammiraglia). Oggi investendo 2.000 euro si possono ottenere prodotti di buona qualità, e ci sono anche persone che girano con iPhone e possono arrivare a social e televisione. È tutto più accessibile per un freelance (Luca, 30 anni, video editor e montatore).

Ad avere maggiore familiarità con le tecnologie digitali sono i più giovani, che spesso cominciano a lavorare durante il percorso di studi, contribuendo ad alimentare un’offerta sempre più ampia. Allo stesso modo, i più giovani sono anche meno preparati dal punto di vista degli inquadramenti e della contrattazione, e questo negli anni ha portato a un uso maggiore della partita Iva (con iscrizione in Gestione Separata) al di fuori della collocazione nel cosiddetto “ex-Enpals”, il Fondo pensione lavoratori dello spettacolo (Fpls). L’inquadramento nel lavoro dello spettacolo imporrebbe, infatti, l’iscrizione al Fpls (confluita in Inps dal 2011) che garantisce al lavoro autonomo alcune tutele che attenuano le tradizionali differenze tra subordinazione e autonomia: in primo luogo, a prescindere dalla natura del rapporto di lavoro, la contribuzione previdenziale ordinaria è pari al 33% della retribuzione lorda (o compenso), di cui il 23,81% a carico del datore di lavoro/committente, e il 9,19% a carico del lavoratore, e con questa vengono coperte le prestazioni di welfare (pensione, maternità, malattia e disoccupazione, come l’Alas, la nuova indennità di disoccupazione destinata ai lavoratori autonomi dello spettacolo).

Ammaliati dal fascino di quel mondo i ragazzi si fanno sfruttare, accettano compensi irrisori. Se lavorano sul set tutti sono assicurati, ma magari sono collocati solo i giorni del set e il resto è pagato fuori busta (Paola, 48 anni, regista documentari e docente).

Le maestranze

Le nuove tecnologie, sempre più accessibili, hanno richiesto un adeguamento a nuovi strumenti, linguaggi e stili di produzione, oltre a rivedere pratiche consolidate e hanno creato nuove esigenze tecniche – come il digital imaging technician e il data manager, ruoli ricoperti in prevalenza da giovani – ma non hanno stravolto il modo di lavorare delle maestranze, le cui professionalità di derivazione artigiana vengono affinate con il lavoro e l’esperienza sul set: sono arredatori, assistenti operatori, attrezziste, costumisti, effettiste, elettricisti, fonici, macchinisti, montatrici, parrucchieri, scenografe, truccatori.

Il loro lavoro si svolge unicamente sul set e, a livello di percorso professionale, sono remunerati fin dall’inizio, senza lunghi periodi di apprendistato (o prestazioni lavorative di altro genere) gratuiti o semigratuiti, e riescono a lavorare con una certa continuità. A livello di inquadramento, sono tipicamente inseriti con contratti da dipendente e tutelati dai Contratti collettivi nazionali. Per esempio, per tecnici e maestranze del cine-audiovisivo, si applica il Ccnl Troupes, risalente al 1999 e con cui è stato definito un tetto agli straordinari (9 ore + 1 in deroga al giorno, 57+3 ore alla settimana). Come già menzionato sopra, le maestranze hanno elevata sindacalizzazione e una chiara consapevolezza dei propri diritti, difesi negli anni con diverse azioni collettive. Nel perimetro della nostra ricerca, abbiamo parlato con professionisti provenienti dalle maestranze milanesi e lombarde della pubblicità che, grazie ad Apmal (Associazione di professionisti e maestranze dell’audiovisivo in Lombardia), sono riuscite a contrattare compensi più alti che nel resto d’Italia, tanto che in alcuni casi capita che le produzioni vadano altrove in cerca di forza-lavoro più economica (in altre regioni come all’estero).

Più problematica è la situazione di chi lavora per la tv – dove vigono Ccnl differenti –, che subisce fortissime pressioni sui compensi e deve garantire la massima flessibilità. Alcuni hanno saputo organizzarsi, creando cooperative per migliorare la propria condizione di lavoro, mentre in altri territori tradizionalmente meno interessati dalla produzione audiovisiva – dove anche quindi i sindacati fanno fatica a conoscere in modo puntuale il comparto –, tramite la nostra indagine abbiamo intercettato esperienze di auto-organizzazione, partite da una “conta delle teste” e un gruppo Whatsapp, che ha portato poi al contatto con la sezione locale di Slc-Cgil, che ha deciso di sostenere le rivendicazioni dei lavoratori.

In Emilia-Romagna le case di produzione che venivano da Roma proponevano paghe più basse alle troupe oppure non venivano garantiti rimborsi né diarie, oppure si portavano dietro le maestranze da Roma. Ci siamo mobilitati e insieme al sindacato abbiamo ottenuto che nei bandi della Film Commission venissero inseriti dei vincoli che condizionassero l’accesso al ricorso a una certa percentuale di maestranze locali (Marcello, 38 anni assistente operatore).

Quello che è chiaro, nelle parole di tutte le maestranze e i tecnici intervistati, è che l’esigenza di darsi una configurazione collettiva è il grimaldello che in ogni caso ha permesso e permette di sovvertire lo stato delle condizioni di lavoro quando queste non vanno. 

Le professioni autoriali: il «precariato di lusso»

Una voce collettiva che tende a essere più flebile quando si parla di capacità di mobilitazione è quella dei lavoratori/lavoratrici autoriali dell’audiovisivo, le cui professionalità derivano da un mix di formazione universitaria, scuole, corsi e apprendimento sul campo, durante i quali si sviluppano anche soft skills – soprattutto relazionali –, generalmente molto importanti in queste attività: parliamo di registi, soggettisti, sceneggiatrici, attori, comparse, sottotitolatori, doppiatrici, dialoghisti.

Sono considerate, queste, attività emotivamente soddisfacenti o socialmente desiderabili, entrambi aspetti che rappresentano forme di compenso non monetarie. Inoltre, all’interno del macro-settore, ci sono ovviamente ruoli autoriali e ruoli “più-autoriali”; per antonomasia è il cinema il settore più feticizzato – dove l’aspirazione a lavorare è altissima –, e da qualche anno anche la grande fama conosciuta dalle serie tv le ha consacrate a ulteriore “altare dell’autorialità”; così come il documentario – più spesso indipendente –, dove i budget sono spesso assenti e abbondano pratiche di auto-sfruttamento: si porta avanti il proprio progetto a qualunque condizione per motivi di interesse e/o capitale reputazionale.

Ruoli autoriali, come regia e sceneggiatura, nei comparti commerciali – pubblicità, televisione ed eventi – risentono invece di una percezione sociale che assegna loro minori prestigio e valore. Non capita di rado, quindi, che siano proprio questi settori quelli in cui ci si accaparra la “pagnotta” mentre si rincorre il sogno del cinema. Come ha riassunto bene un nostro intervistato: «Uno per la gloria, uno per la pagnotta».

È proprio questa, infatti, una delle strategie per sopravvivere facendo il lavoro desiderato, strategie che per gli autoriali sono quasi più spesso individuali che non collettive.

Accanto agli “slash workers”, che integrano il proprio reddito lavorando in altri settori, c’è d’altro canto chi riesce a fare per anni il regista grazie a una certa provenienza familiare, sia in termini di rete sociale sia per la possibilità di contare su una rendita o un appoggio finanziario quando il lavoro scarseggia o quando si è nel pieno di quelle attività di ideazione e progettazione che non sono ascrivibili al lavoro sul set.

Questi – diversificare i lavori e una inscalfibile serenità economica di partenza – sono i modi con cui chi entra nel mercato del lavoro autoriale dell’audiovisivo può affrontare probabili – se non certi – anni di magra, lavoro intermittente, welfare pressoché assente.

I compensi sono generalmente considerati dignitosi, soprattutto nella pubblicità, ma emergono diverse insoddisfazioni: prima di tutto, i compensi non sono mai di facile definizione perché più componenti concorrono al “prezzo finale” (per registi, sceneggiatori e attori esistono la cessione dei diritti d’autore o di immagine); non sempre esistono dei minimi sindacali e, quando esistono, sono interpretati in maniera piuttosto elastica; inoltre, i compensi vengono considerati non proporzionati alle competenze e alle responsabilità: nella catena del valore, chi è più in basso appare più tutelato e più “solido”, mentre chi ha più responsabilità “di firma” sul prodotto finale guadagna compensi minori. Minori anche perché si deve sempre tenere presente che le fasi di ideazione, concertazione, progettazione – prima e fuori dal set –, non vengono remunerate, e quindi si vive in una continua discontinuità lavorativa (per la quale si sono richiesti interventi di welfare; c’è al momento in discussione un progetto di legge per un’indennità che colmerebbe la strutturale intermittenza). 

Le rivendicazioni degli autoriali: tre esempi

Come scriviamo nel nostro rapporto, si deve riconoscere che «La situazione di mercato in crescita inoltre rende meno urgente un’azione di rappresentanza in un momento in cui tutte le energie sono dirette a cogliere le opportunità di lavoro». Allo stesso tempo, è vero anche quello che ci ha detto uno degli intervistati, ovvero che: «A oggi molti non sanno definirsi e questo presta il fianco a una minore regolamentazione e “coscienza di classe”». 

I nostri colloqui lo confermano: sebbene da parte dei lavoratori autoriali emerga una generica domanda di rappresentanza, non è frequente l’iscrizione a un’associazione e men che meno a un sindacato. Di piattaforme di rivendicazione ed esperienze eterogenee ne esistono in realtà molte, e il numero è decisamente cresciuto durante il primo lockdown che, come abbiamo visto, è stato il momento in cui si è intravista con più forza la fragilità del welfare per molti lavoratori di arte e cultura. Molte sigle che lavorano anche in sinergia ma che faticano nel mettersi in costellazione le une con le altre e che innescano percorsi di rappresentanza variegati, e che in alcuni casi nella diversità dell’approccio non riescono a interagire ottimamente: c’è chi si dichiara sindacato, chi è associazione di categoria, chi si auto-organizza. 

A titolo di esempio, Slc-Cgil sta mettendo a punto il primo Ccnl per figure attoriali, che nelle intenzioni si vorrebbe basare su quello degli attori teatrali – tra i quali c’è un buon livello di consapevolezza e capacità di mobilitazione. O, ancora, la Writers guild Italia (Wgi), il sindacato degli sceneggiatori, da qualche anno si batte per far circolare quanto più possibile un contratto tipo che garantisca agli scrittori “pagamenti certi, cessione dei diritti (e quindi del proprio lavoro) che si perfeziona solo quando tutto il dovuto viene saldato, condivisione dei profitti in caso di successo, limiti temporali e condizioni di lavoro chiari e rispettosi della legge sul diritto d’autore”.

Infine, un ragionamento di stampo più “trasversale” viene portato avanti da 100autori, associazione che racchiude registi, sceneggiatori, soggettisti (cinema, fiction, documentario e animazione) che da circa due anni conduce battaglie per il welfare degli autori, e che ha siglato con Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive digitali) e Apa (Associazione produttori audiovisivi) un accordo tra categorie che riguarda l’equo compenso, dove si riconosce una remunerazione aggiuntiva a favore degli autori dai contributi automatici destinati alle imprese, generati dai risultati artistici ed economici delle opere. 

Bibliografia e Sitografia

S. Fontegher Bologna, A. Soru (a cura di), Dietro le quinte. Indagine sul lavoro autonomo nell’audiovisivo e nell’editoria libraria, Fondazione Giacomo Brodolini, Roma 2022.

Fondazione Symbola, Io Sono Cultura 2021. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi, I Quaderni di Symbola, 4 agosto 2021.

S. Gola, «Vogliamo anche il pane. Una mappatura delle condizioni (e delle mobilitazioni) dei lavoratori dello spettacolo e della cultura», in Treccani-Il Tascabile, 9 ottobre 2020.

B. Niessen, Che cos’è il nuovo lavoro culturale, dal boom dei creativi al crollo del valore, chefare.com, 3 dicembre 2019. 

Sindacato lavoratori della comunicazione, Slc-Cgil, e realizzato dalla Fondazione Di Vittorio, Vita d’artisti, 2017. 

Il lavoro in Veneto. Un’inchiesta di Potere al Popolo!

di Emanuele Caon

Una breve premessa

Durante la fase di maggior emergenza sanitaria PoterealPopolo! (Pap) ha attivato alcune iniziative di solidarietà popolare e un Telefono Rosso: un servizio telefonico di assistenza legale su lavoro e diritti. In Veneto, a fianco di queste attività, da inizio marzo al 4 maggio 2020 si è poi dato vita a un’inchiesta sul lavoro durante l’emergenza. Gli scopi dell’inchiesta erano tre. Innanzitutto tessere relazioni in un momento in cui il lockdown aveva bloccato ogni attività politica di base. Secondo, cercare di capire cosa stesse succedendo, con l’idea di anticipare i tempi: questo a causa dell’impressione che l’emergenza da Covid-19 fosse uno spartiacque tra un prima e un dopo, un vero e proprio evento capace di rimescolare – tanto o poco – le carte in tavola. Infine, le interviste necessarie all’inchiesta si presentavano come un ottimo strumento per agire sulla soggettivazione e la presa di coscienza di lavoratori e lavoratrici.  Un colloquio serrato su argomenti rilevanti e avvertiti come urgenti infatti spinge l’intervistata o l’intervistato a riflettere.

Disegno: Arpaia

L’inchiesta si è mossa secondo una direttrice qualitativa. Sono stati elaborati tre questionari diversificati per lavoro dipendente, freelance e piccoli imprenditori; proponendo l’intervista su appuntamento in forma telefonica. L’unico questionario ad aver dato esiti rilevanti è stato quello sul lavoro dipendente.

Il questionario per i dipendenti era composto principalmente da quesiti su salute, sicurezza e condizioni di lavoro. A partire da domande sui rapporti con colleghi e dirigenti, su momenti di rabbia e occasioni di organizzazione si è cercato anche di cogliere eventuali processi di soggettivazione sia individuali che collettivi; allo stesso fine gli intervistati e le intervistate sono stati sollecitati a fornire idee per fronteggiare l’emergenza e le sue conseguenze.

In pieno lockdown, per realizzare l’inchiesta si è partiti dai conoscenti, amiche, amici e familiari. Sono state tutte interviste telefoniche, alla fine di ogni telefonata si chiedeva di avere qualche contatto per continuare l’indagine, avendo la premura che l’intervistato ci presentasse affinché la nostra chiamata non fosse accolta con sospetto. L’inchiesta si è sviluppata tramite passaparola, seguendo il meccanismo del campionamento a valanga. Nota significativa: alcuni e alcune tra gli intervistati sono entrati direttamente a far parte del gruppo che ha condotto l’inchiesta. 

Nel complesso sono state raccolte centocinquanta interviste, la cui durata media è stata di un’ora, contro i venti minuti previsti; segnale di un certo desiderio da parte di lavoratori e lavoratrici di socializzare la propria situazione. Sul sito Seize the time sono stati pubblicati alcuni contributi su aspetti specifici dell’inchiesta, è anche possibile visualizzare le tabelle di riepilogo dei dati.

La maggioranza delle persone intervistate è composta di giovani entro i trentacinque anni. La popolazione intervistata è ben distribuita sotto il profilo del genere, mentre il dieci per cento degli intervistati si è dichiarato di origine straniera. Sono stati coperti tutti i principali settori con prevalenza del settore privato, dell’industria, dei servizi all’industria, dei servizi alla persona. Metà delle persone intervistate lavora in realtà di medie e grandi dimensioni, mentre l’altra metà in piccole o piccolissime imprese in linea con le caratteristiche del contesto regionale. Tra le aziende appaltanti la metà risulta essere un committente pubblico.

La mancata distinzione
fra luogo di lavoro e luogo domestico si è
accompagnata a forme di apparente
autosfruttamento

2. Lockdown e ristrutturazione del lavoro

Chi ha continuato a lavorare ha riscontrato un aumento dei propri carichi di lavoro. Dalla filiera della grande distribuzione alla logistica, dall’industria al comparto sanitario, lavoratrici e lavoratori hanno dovuto adattarsi a orari e turni più intensi e acquisire una maggiore flessibilità: in breve ci si è dovuti adattare alle nuove esigenze dell’azienda. L’aumento sensibile dei carichi di lavoro si è manifestato in una situazione in cui è stato impossibile sottrarvisi, sia in nome del ricatto occupazionale, sia in nome di un bene collettivo a cui si è sentita la necessità di rispondere. Per esempio, le persone che abbiamo intervistato, impiegate nei supermercati o nel settore sanitario, dichiarano di aver fatto ricorso raramente ai permessi o alla malattia per contenere il peggioramento delle loro condizioni di salute, mentale e fisica, anche a fronte del bisogno.

Coloro che hanno svolto il lavoro da casa in regime di smartworking hanno sperimentato a loro volta situazioni di forte stress, alienazione, aumento dei carichi di lavoro, aumento della richiesta di reperibilità. Queste lavoratrici e lavoratori, anche a fronte dei vantaggi di cui può godere il lavoro da casa (meno costi per l’auto, meno tempo per gli spostamenti) hanno sottolineato l’importanza dell’ambiente di lavoro. Lavorare a casa non è un bene per tutti, chi ha figli ha faticato molto a gestire contemporaneamente lavoro ed esigenze familiari nel momento in cui le scuole erano chiuse. La mancata distinzione fra luogo di lavoro e luogo domestico si è accompagnata a forme di apparente autosfruttamento, intensificato dalla pressione da parte dei capi e del management (telefonate, molte riunioni “inutili”, incombenza di nuove scadenze). In generale il lockdown ha fornito un’occasione per sperimentare lo smarworking in modo esteso. Una volta passata la “fase 1” le aziende sembrano aver intrapreso due strade opposte. Da un lato, la fine del lockdown ha implicato la fine dello smartworking, come se la dirigenza sentisse il bisogno di ritornare a un maggior controllo della propria forza lavoro. Dall’altro, si è adottato la smartworking come modalità ordinaria di lavoro, vedendo in questo un’occasione per risparmiare sui costi (affitto, utenze, rimborsi). In questo caso, oltre al rischio alienazione, bisogna riconoscere il pericolo che il passaggio allo smartworking faccia saltare il concetto stesso di contrattazione collettiva, centrata sostanzialmente sulla paga oraria e sulla regolazione di molti aspetti della prestazione lavorativa.

A confermare una condizione di maggiore ricattabilità è la denuncia da parte di molte e molti dell’abuso della cassa integrazione in regime di smartworking. Una persona su dieci ha raccontato di aver continuato a lavorare a tempo pieno nonostante fosse in cassa integrazione, o di aver appreso che era stata attivata solo in un secondo momento. Seppure in molti e molte abbiano bollato la situazione come – letteralmente – una “truffa allo Stato” a opera delle aziende, si sono sentiti comunque in dovere di lavorare. 

3. Salute e lavoro

La crisi sanitaria ha messo in luce il rapporto tra salute e lavoro, rendendo visibili i problemi dell’esposizione al rischio, la questione della vulnerabilità sociale nel suo complesso e la reazione della classe padronale a queste istanze. In particolare, nella prima fase dell’emergenza coloro che si sono ritrovati a lavorare hanno mostrato, anche attraverso scioperi, l’assurdità delle aperture delle fabbriche. Chi lavorava nelle piccole e medie imprese ci raccontava delle speranze con cui si guardava agli scioperi di marzo, augurandosi che ne seguisse una chiusura generalizzata di tutte le aziende. Molte di queste però non sono risultate sindacalizzate, quindi i lavoratori non si sono uniti agli scioperi.

Parimenti, chi si è ritrovato a lavorare in settori essenziali ha rivendicato maggiormente le tutele sui posti di lavoro. Un pezzo del comparto ospedaliero ha rifiutato l’appellativo di “eroi”, pretendendo piuttosto rispetto per le condizioni di lavoro e salute e dimostrando di preferire i finanziamenti del bene pubblico alla retorica dei sacrifici per la patria.

Nelle interviste effettuate, il tema della salute è andato a intrecciarsi alla questione della cura, intesa come capacità di un sistema di farsi carico dei soggetti in condizioni di vulnerabilità, ma anche di presa in cura dell’ambiente sociale e naturale a tutto tondo. Allo stesso modo chi si è trovato a prestare servizio durante l’emergenza (ma anche disoccupati e precari che per assenza di lavoro si ammalano) ha posto la domanda: «chi si prende cura del lavoro?». A tal proposito è significativo come in molte e molti si siano definiti la “carne da macello” per questo sistema. La crisi sanitaria ha sostanzialmente riportato al centro il tema della salute, facendolo avvertire come legato a doppio filo al tema del lavoro. Nello svolgersi stesso dell’inchiesta si è osservato come, con il passare del tempo, la preoccupazione per la salute sia stata messa in secondo piano rispetto a quella per il lavoro: questo ribaltamento va guardato dritto negli occhi.

Per coloro che hanno vissuto il dramma dell’assenza di reddito (in Veneto dal 23 febbraio al 31 maggio si sono registrate sessantunomila posizioni lavorative in meno rispetto allo stesso periodo del 2019) è stato difficile esprimere a parole la trappola in cui ci si è sentiti cadere: una morsa che stringe tra le privazioni materiali e il bisogno di salute, tra un rinnovato desiderio di tornare al lavoro, e quindi alla “normalità”, e i rischi connessi. 

4. Preoccupazioni

Le preoccupazioni che intervistati e intervistate ci hanno raccontato rendono conto dello scenario davanti a cui ci troviamo. Il cinquanta per cento degli intervistati si è dichiarato preoccupato per la situazione familiare sia sotto il profilo economico che sotto quello della salute. È rilevante anche che un terzo degli intervistati mostrava difficoltà e preoccupazione già prima della crisi sanitaria.

A queste preoccupazioni personali si aggiunge la consapevolezza mutuata dalle relazioni di prossimità, per cui si avverte una precarietà diffusa a partire dalla situazione di alcuni familiari, parenti o amici (l’ottanta per cento delle persone intervistate dichiara di conoscere situazioni di difficoltà tra amici e parenti).

Solo la metà delle persone intervistate dichiara di aver retto all’emergenza sanitaria senza disagi economici. La restante parte ha ricorso all’aiuto di amici e parenti (dodici per cento), o ha “stretto la cinghia” (ventitré per cento). Quasi una persona su dieci dichiara di aver rinunciato a delle cure mediche.

5. Desiderio di tornare al lavoro?

È attorno al “desiderio di tornare al lavoro”, “alla normalità”, “alla Milano che non si ferma” che appare utile spendere qualche parola. Sarebbe facile leggere le affermazioni di Confindustria, «la gente vuole tornare a lavorare», come l’effetto di un’alleanza di intenti tra classe padronale e classe lavoratrice. Vista da vicino la situazione appare molto diversa. 

Il precariato e le sue diverse declinazioni rappresentano un buon punto da cui partire per spiegare perché la gente ha sentito la necessità di rientrare al lavoro, anche quando questo ha messo a rischio la salute. 

Innanzitutto, l’universo delle formule contrattuali flessibili e precarie – dal lavoro intermittente alle forme ibride promosse dalle cooperative, il lavoro grigio, le finte partite Iva ma anche molte di quelle vere (l’elenco può essere lungo) – ha messo le lavoratrici e i lavoratori attivi nel mercato del lavoro nelle condizioni di non percepire un reddito né dai datori di lavoro, né mediante gli ammortizzatori sociali, né di usufruire del welfare d’emergenza. 

Inoltre, la scadenza dei contratti a termine e il loro mancato rinnovo e la crisi di alcuni settori (su tutti quello turistico) ha messo in luce un sistema di lavoro soggetto a un forte sfruttamento – il lavoro stagionale – in cui le logiche del ricatto sono all’ordine del giorno. Lo squilibrio di potere a cui espone questo tipo di contratti non solo rappresenta una motivazione fondamentale per la volontà di ritornare al lavoro, ma mostra come il rischio per la salute sia un fattore secondario. Tutto ciò è amplificato per i poverissimi, in particolare i migranti e i giovani provenienti da famiglie povere, che all’interno della fine stratificazione del lavoro occupano le posizioni più basse e senza strumenti alternativi di sussistenza.

Infine, non conta solo la condizione materiale soggettiva, ossia il fatto di passarsela più o meno bene. La diffusione di durissime condizioni contrattuali agisce, disciplinandolo, anche su chi gode di condizioni migliori ma teme di perdere la propria posizione e di cadere o ricadere nel mondo del precariato, dei bassissimi salari o della disoccupazione.  

Non è mai stato corretto quindi affermare che sia esistito un diffuso desiderio di tornare al lavoro anche a discapito della salute. In realtà abbiamo a che fare con il più classico ricatto del salario: la paura della miseria è più grande di quella per la salute. 

6. Preoccupazioni, speranze, possibilità 

Dalla lista dei problemi abbozzati emerge quanto rapidamente la situazione possa volgere in tragedia. L’emergenza sanitaria è diventata in fretta dramma sociale ed economico: tutti gli osservatori prospettano tempi bui. Gran parte delle aspettative della popolazione si rivolge all’azione di governo, senza che sia attribuita una vera responsabilità alle imprese. Il capitalismo italiano mostra il totale rifiuto verso un minimo ripensamento dei proprio presupposti: non c’è stata infatti nessuna richiesta verso una politica industriale all’altezza dei tempi. L’unica formula che è stata avanzata per provare a salvare il paese prevede di fornire liquidità (tanti soldi pubblici) alle imprese, chiedendo per converso a chi lavora due semplici cose: lavorare a testa bassa e ritornare a spendere. 

La retorica è sempre la stessa: per salvare il paese bisogna tutelare l’azienda, cioè il sistema lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi, come se prima del Covid-19 tutto fosse andato per il meglio. Il rischio che tale retorica si imponga è reale, così come il rischio che la rabbia popolare non sia capace di trovare i bersagli e gli obiettivi giusti. Probabilmente i soldi provenienti dal Recovery Fund ci faranno arrancare in un mercato drogato concedendoci un periodo di sospensione, ma sarà la calma prima della tempesta. Anche perché i fondi in questione non rappresentano realmente un cambio di rotta rispetto alle politiche neoliberiste cui siamo stati abituati. Nonostante si tratti di ipotesi ancora aperte, il Consiglio Europeo del 20 luglio 2020 ha prospettato delle condizionalità precise: prestiti in cambio di riforme che vanno dall’allungamento dell’età pensionabile, all’esternalizzazione dei servizi pubblici, all’aumento della forza lavoro.

Eppure, lì dove c’è un rischio ci sono anche possibilità. Vale la pena di focalizzarsi sulle piccole e medie imprese (Pmi), che rappresentano una quota importante del sistema produttivo italiano e veneto. L’inchiesta per certi versi ha dimostrato il già noto: le Pmi sono sguarnite a livello sindacale; inoltre sembra regnare un regime di grande famiglia con rapporti serrati e un buon affiatamento tra dirigenza e forza lavoro (spesso la conduzione è realmente familiare). Eppure, durante le interviste, chi lavora si è dimostrato capace di capire la situazione, nonostante le parole per esprimerla possano talvolta sembrare fumose. Da un lato lavoratori e lavoratrici hanno ribadito con frequenza il legame indissolubile tra le sorti dell’impresa e quelle dei lavoratori. Dall’altro però ci hanno spiegato che nelle Pmi a tirare avanti la carretta sono loro stessi. Si tratta di aziende in cui spesso chi lavora lo fa da anni nello stesso luogo, e sente di essere perfettamente in grado di reggere la complessità del sistema fabbrica cooperando con colleghi e colleghe, anche senza i capi, i paròni. Sono i lavoratori a saper trattare con i clienti, a conoscere le malizie del materiale, a organizzare la logistica. Per alcuni non è stato difficile, ad esempio, riconoscere l’ambiguità della cassa integrazione, uno strumento che con soldi pubblici tutela l’azienda più che il lavoro, e senza pretendere nulla in cambio. Uno strumento che socializza il rischio ma non il profitto. 

Parlando con lavoratori e lavoratrici emerge sicuramente un basso livello di soggettivazione politica e di organizzazione, ma l’impressione che l’indicibile torni pronunciabile è alta, pare possibile osare. Alla fine di ogni intervista venivano infatti avanzate delle ipotesi, con l’obiettivo di capire fino a che punto gli intervistati trovassero sensate, realistiche e giuste alcune rivendicazioni. Perché regalare soldi pubblici alle aziende senza chiedere nulla in cambio? Perché piuttosto non pretendere che siano gli utili incamerati negli anni dalle aziende a essere usati per sostenere i lavoratori? Perché non esercitare all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende che accedono alla Cig o al Fis un controllo pubblico e soprattutto da parte di lavoratrici e lavoratori? Sono solo alcune ipotesi, ma se i “nostri” imprenditori non sono in grado di affrontare la situazione, che si faccia appello all’intelligenza delle persone che quotidianamente lavorano e gestiscono nei fatti il sistema produttivo di questo paese. Dato il basso livello di organizzazione politica di base e la scarsa sindacalizzazione di tantissime realtà lavorative appare concreto il rischio di una serrata corporativa tra forza lavoro e interessi padronali, il tutto magari guidato dalla destra. Svolte di questo tipo sono sempre possibili in seguito a una crisi. 

Eppure, il fatto che gli intervistati abbiano voluto discutere con noi tutta una serie di questioni lavorative e politiche è di per sé significativo, rende immaginabile un salto di qualità nelle rivendicazioni, non solo tutele e welfare, ma anche maggior democrazia nei luoghi di lavoro. 

Bibliografia

M. Gaddi, N. Garbellini, «Le conclusioni del Consiglio Europeo del 20 luglio 2020», in Inchiesta, n. 209, anno XL, luglio-settembre 2020, pp. 20-25.

La “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria

Mattia Cavani

Disegno: Pat Carra

La redazione di OPM ha raccolto la testimonianza di Mattia Cavani, editor freelance e membro di Redacta, un gruppo di professionisti dell’editoria libraria che sta portando avanti un’inchiesta sulle condizioni di lavoro nel settore. Nato all’interno di Acta, l’associazione dei freelance, questo progetto ha raccolto testimonianze e dati da redattori, traduttori, illustratori, grafici e addetti stampa con l’obiettivo di riaprire il dibattito sullo sfruttamento nell’industria culturale.

Com’è nata l’esperienza di Redacta?

Con Acta[1] ci siamo sempre mossi trasversalmente rispetto alle singole professioni, insistendo su temi che riguardano tutti i freelance: fisco, welfare e previdenza. Tuttavia, uno sguardo così ampio non ci consentiva di mettere sufficientemente a fuoco il problema principale di lavoratrici e lavoratori autonomi, quello dei compensi (che ha implicazioni ovvie per la previdenza e, a causa del meccanismo dei minimi contributivi, sull’accesso effettivo al welfare). Così abbiamo provato a concentrarci su un micro-mercato del lavoro, l’editoria libraria.

Per noi di Redacta[2], oltretutto, questo progetto costituisce un groviglio inestricabile con le nostre carriere nell’industria libraria.  Abbiamo  passato il nostro primo lustro da lavoratori e lavoratrici dell’editoria a rafforzare il profilo professionale: formarci, specializzarci – stando allo stesso tempo bene attenti ad ampliare il ventaglio delle nostre specialità –, coltivare contatti, allargare la nostra rete anche al di fuori dell’editoria tradizionale, e perfino imparare a negoziare per spuntare qualche centesimo in più. Tuttavia la competizione al ribasso sui compensi e sulle condizioni di lavoro, esacerbata dagli abusi sugli stage e dalla mancanza di compensi minimi, ha continuato a svalutare le nostre competenze. Constatati i limiti dell’azione individuale abbiamo presto realizzato che l’unica strada per uscire da questo pantano passava per la costruzione di un solido fronte comune.

Un primo passo necessario è stato capire di quali lavoratori e lavoratrici stavamo parlando e di quali condizioni di lavoro, un tema da sempre escluso dai report annuali dell’Associazione Italiana Editori e che era stato affrontato una prima volta nel 2012 dall’indagine realizzata dalla Rete dei Redattori Precari in collaborazione con la Cgil[3]. Così, insieme ad ACTA, l’associazione dei freelance, abbiamo pensato di far partire la nostra inchiesta. Nell’aprile 2019 sono cominciate le riunioni carbonare con colleghi, amici e amici di amici, poi la rete si è progressivamente ampliata grazie a una serie di interviste e a un sondaggio online. I primi dati[4] parziali non ci hanno sorpreso più di tanto: oltre la metà di chi ha compilato dichiara di avere un reddito annuo lordo inferiore a 15.000 euro lavorando per il settore tra le 30 e le 50 ore alla settimana. Lavorano tanto e guadagnano poco. In tantissimi vivono a Milano, dove si concentra la maggior parte degli editori, ma il costo della vita complica molto le cose.

Disegno: Pat Carra

A fine ottobre 2019 abbiamo presentato una piattaforma programmatica[5] che include una proposta di riordino della normativa sugli stage, compensi dignitosi per limitare il dumping tra i professionisti e misure per farli uscire dall’invisibilità; inoltre abbiamo sfruttato l’occasione per denunciare l’istituzionalizzazione di pratiche palesemente illegali su contratti e tempi di pagamento. Negli ultimi mesi abbiamo portato le nostre proposte sulla stampa[6] e alle fiere di settore (Bookcity a Milano e Più Libri Più Liberi a Roma). A partire da gennaio 2020 abbiamo istituito una riunione mensile per dare una continuità alla nostra azione e rispondere alla crescente domanda di partecipazione che riceviamo.

Quali sono state le reazioni più significative e indicative di uno stato d’animo generale che la vostra proposta ha provocato?

Una parte del nostro sondaggio online riguarda la raccolta dei tariffari dei committenti. Nonostante la garanzia di totale anonimato, nel campo dedicato al nome dell’editore di cui i compilatori fornivano la tariffa abbiamo trovato diverse sorprese: «Campo vuoto, Non posso dirlo, Non si dice il peccatore, Non voglio fare nomi, Pinco Pallo, XXX». Risposte di questo tipo rendono l’idea di quanto sia stata interiorizzata la paura di confrontarsi con gli altri, figuriamoci quindi a che punto siamo con le pretese di “alzare la testa”. Lo stesso timore emerge spesso durante le nostre riunioni: dobbiamo perciò coniugare la massima apertura alla partecipazione con il massimo grado di protezione dell’identità dei partecipanti. Questo vale soprattutto per le numerose “finte partite iVa” che nel settore coprono spesso collaborazioni esclusive e (ne abbiamo conosciute diverse) anche decennali. La stragrande maggioranza del reddito di questi professionisti deriva da un singolo committente, che con un forfait annuale assorbe la quasi totalità del tempo del lavoratore. Lo squilibrio di potere che si viene a creare è notevole anche perché, in un settore relativamente piccolo dove «ci si conosce tutti», passare a vie giudiziarie per sanare la propria posizione costituisce una sorta di harakiri. Così professionisti con grande esperienza e redditi tutto sommato decenti alle riunioni finiscono per essere i più cauti.

Anche i nostri tentativi di ragionare sul tema dei compensi orari hanno scatenato reazioni scomposte. Abbiamo presentato i dati parziali dell’inchiesta in occasione della European Freelancers Week, in un dibattito pubblico a cui partecipava anche un piccolo editore, di quelli di chiara fede progressista. Quando abbiamo mostrato i miseri compensi orari attuali e le nostre proposte per portarli a un livello dignitoso, l’editore è arrivato a sostenere che i nostri dati erano viziati dalla pigrizia dei rispondenti; a suo dire, i cottimisti editoriali, nonostante le tariffe patetiche, se la prenderebbero troppo comoda, esagerando con le pause caffè. In quel momento dal pubblico si sono alzate le mani di tanti che hanno chiesto di intervenire per testimoniare come, in realtà, l’abbassamento delle tariffe delle singole prestazioni sia stato progressivamente accompagnato da un aumento del carico di lavoro previsto per adempiere ciascuna prestazione (non ci sembra un caso che le prime proteste si siano levate quando l’editore ha apostrofato i nostri rispondenti con l’epiteto svilente di «refusisti»). Conoscenti e sconosciuti, freelance e dipendenti, hanno voluto prendere la parola per raccontare la propria verità. Non c’è stato tempo di far parlare tutti, ma è stato un momento importante per noi e per tutti quelli che erano in sala: per la prima volta abbiamo visto la potenza che poteva scatenare una coalizione tra i “cani randagi” di un settore considerato sempre come irriformabile. L’editore che ha scatenato il putiferio si è preso l’ultima parola per precisare, citazione testuale, che lui è «sempre dalla parte dei lavoratori, mica dei padroni»: una chiosa a suo modo perfetta.

Ci sembra che siate riusciti a creare una presa di coscienza. La prima battaglia da condurre è sempre all’interno del soggetto collettivo. Poi in un secondo tempo si affronta il discorso con la controparte. Anche per voi è così?e. Anche per voi è così?

La prospettiva di un confronto con gli editori su compensi e abuso dei tirocini (tanto per cominciare da due temi essenziali) dovrebbe garantirci, di per sé, il sostegno della maggior parte di colleghi e colleghe, ma questo non è affatto scontato. Per esempio, è molto difficile convincere le persone a ragionare sullo stato dell’arte del settore al di là degli schemi preconfezionati dall’Associazione Italiana Editori. Ogni anno il Rapporto sullo stato dell’editoria evidenzia che in Italia si producono troppi libri (siamo vicini alle 80.000 novità all’anno, un 29% in più del dato 2010), una valanga di titoli che crea cortocircuiti logistici e commerciali (denunciati a ogni piè sospinto dalle librerie) e mette in difficoltà persino la promozione. Tra le mille variabili rilevate dal rapporto non c’è mai quella dei compensi; tuttavia un’idea sulla loro evoluzione si può avere dal crollo delle tirature medie (rispetto al 2000 siamo a -47%). In altre parole, il punto di break even per ogni titolo è sempre più basso, dunque lavoro più intenso e meno pagato. Questo banale ragionamento di solito viene accolto con tiepido scetticismo o iperbolica sorpresa (tanti ci chiedono dove abbiamo trovato questi dati, tratti dal più pubblicizzato dossier sullo stato del settore). Sarebbe comprensibile se l’assetto attuale fosse difeso solo dai pochi che, grazie a una rendita di posizione più o meno simbolica, ne traggono ancora qualche vantaggio; ma alle nostre riunioni siamo rimasti basiti quando abbiamo sentito anche alcuni working poor giustificare la propria condizione con varianti dell’adagio: «È il mercato, bellezza».

Disegno: Pat Carra

Dunque prima di pensare a un confronto con   la controparte occorre rimboccarsi le maniche e smontare pazientemente tutto l’immaginario pacificato che è stato costruito intorno al settore; per esempio, spiegare la differenza tra autosfruttamento degli editori (che diventano così gli eroi della situazione) e lo sfruttamento dei lavoratori pagati in gloria o visibilità. Potrebbe sembrare un voler battere sempre sullo stesso tasto, ma occorre restituire la consapevolezza che ogni volta che si lavora per conto terzi esiste un conflitto tra le pretese del professionista e quelle del committente, ovvero uno spazio di negoziazione. Non si può dare niente per scontato, e crediamo che questo valga anche per molti altri settori e per una larga fetta dei lavoratori autonomi.

Ripartire dalle basi non significa, in ogni caso, rinunciare alla fantasia. Durante Bookcity, la settimana di novembre in cui Milano celebra il feticcio del libro e della sua compagnia di giro, abbiamo invaso il passeggio del sabato con una Via Crucis[7]. Dalla Fondazione Feltrinelli al Castello Sforzesco, abbiamo preso come stazioni i luoghi simbolo dell’editoria milanese (tra cui la sede storica del Corriere della Sera in via Solferino, il Laboratorio Formentini e la sede De Agostini a Brera). A ogni tappa un monologo sulla “Passione” di lavoratori e lavoratrici dell’editoria, intesa sia come cammino doloroso, sia come ambigua retorica usata per giustificare la mancanza di scrupoli degli editori. Il successo di questa performance di arte pubblica e delle nostre riunioni, eventi offline e partecipativi, ci fa sospettare di essere sulla buona strada per ripoliticizzare tutto il discorso intorno al libro.


[1] Acta è l’associazione che da quindici anni studia, difende e rappresenta i freelance in Italia.

[2] Per una breve storia del progetto si veda: Redacta libera tutti.

[3] L’indagine Editoria Invisibile, realizzata tra il 2011 e il 2012, è ancora oggi un buon punto di partenza per capire le dinamiche dell’industria editoriale.

[4] Sui primi risultati dell’indagine di Redacta si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Prima parte)

[5] Sulle quattro proposte di Redacta per cambiare il settore editoriale si veda: Il lavoro editoriale: trick or treat? (Seconda parte).

[6] Intervista rilasciata a «Il lavoro culturale» nel dicembre 2019, si veda: La passione editoriale.

[7] Per un resoconto della Via Crucis organizzata durante Bookcity si veda: Che cos’è successo alla nostra passione? .

Editoriale

Marzo 2020

Scrive Sarah Lazare nel numero di In These Times del 12 marzo: «Pensavamo che il nostro sistema fosse caratterizzato da precarietà e senso di paura dei lavoratori, il Coronavirus ci ha fatto capire che è stato costruito così deliberatamente».

È vero. Tutte le caratteristiche negative del nostro tempo, in termini di sistema capitalistico in generale e in termini di sistema-Italia, stanno venendo a galla in maniera più chiara e più comprensibile di quanto abbiano potuto fare le migliaia di analisi e di denunce degli ultimi vent’anni.

Noi cominciamo qui la nostra avventura di Officina Primo Maggio. Eravamo pronti a uscire quando è partita l’emergenza. Far finta di nulla era ridicolo, mettersi a fare grandi analisi, tanti lo facevano, meglio di quanto avremmo potuto fare noi. Vorremmo provare allora a cambiare gioco e a pensare che cosa di positivo potrebbe nascere nella testa della gente, perché se c’è un dato certo è che il “pensiero unico” con il Coronavirus è andato in frantumi, e almeno su un paio di cose dovrebbe avere qualche difficoltà a ricostruire la sua compattezza di prima.

Primo, il ruolo dello stato e del servizio pubblico in generale.

Il problema però non dobbiamo guardarlo solo con l’ottica dell’emergenza: anche il più accanito neoliberale oggi è disposto a invocare uno stato autorevole, un comando centralizzato, una sanità pubblica efficace per combattere un virus. No, dobbiamo ripensare il ruolo dello stato da dove lo avevamo lasciato con Primo Maggio, e precisamente da quando ci siamo posti il problema dello smantellamento del welfare state. Quello che stava accadendo ce lo avevano spiegato Fox Piven e Cloward: non era tanto la demolizione del welfare quanto la sua trasformazione in sistema di regolazione e controllo. Si era in piena stagione dei movimenti di rivolta, Regulating the Poor era il titolo del loro libro e noi trovavamo analogie impressionanti con quanto avveniva in Italia con la cassa integrazione: non era solo un ammortizzatore sociale, era un’arma di pacificazione di massa per ingabbiare le lotte del “lungo autunno”.

Queste cose ce le siamo scordate completamente quando agli inizi del millennio e di fronte al crescere della precarizzazione si è lanciata la parola d’ordine del “reddito garantito” e non si è riflettuto abbastanza che le forme di erogazione di sussidi possono diventare strumenti di marginalizzazione – visto che l’attivazione di politiche del lavoro rimane fine a se stessa – oppure di limitazione della libertà individuale quando occorre. Proprio in Germania, il paese forse più attrezzato per questo, tanti giovani poveri rinunciavano al sussidio pur di non vedersi capitar in casa i controllori a metter le mani negli armadi. Con l’emergenza attuale tutti corrono a chiedere elemosina allo stato, il sussidio (chiamato ipocritamente “incentivo”) rischia di diventare un modello di politica economica. Sono le imprese a sgomitare in prima fila con il cappello in mano, la mano invisibile del mercato se la sono scordata.

Se il governo Renzi si è divertito ad amputare tentacoli piccoli e grandi di stato – dalla soppressione delle province e delle loro competenze sulle tematiche del lavoro, alla soppressione del corpo dei forestali (pochi mesi prima che una bufera eccezionale sradicasse parti importanti e preziose dei nostri boschi), a quella del Magistrato alle Acque di Venezia –, già prima di lui era cominciata la grande svendita dei beni demaniali: aree ed edifici pubblici ceduti ai privati a prezzi di mercato, rinunciando a investire in progetti di impiego sociale o di pubblica utilità. E ancor prima: nel 1997 Bassanini proponeva di trasformare in Spa tante aziende municipalizzate dei servizi essenziali. Quattordici anni dopo per salvare l’acqua pubblica ci vorrà addirittura un referendum. Il risultato fu chiarissimo: no alla privatizzazione. Ma non è bastato. Insomma, è dall’epoca di Mani Pulite e dello yacht Britannia, cioè per tutto il tempo della Seconda Repubblica, che il mestiere dei nostri governi è demolire lo stato dopo averlo logorato o svenduto.

Quello che è avvenuto in questi anni non è solo la riduzione dello stato al minimo ma anche la trasformazione di quel minimo in strumento di controllo, selezione e in ultima analisi creazione di diseguaglianza: un apparato burocratico che appare sempre più pesante, parassitario e corrotto.

Sicché non basta dire “torniamo al pubblico” ma occorre andare alle radici per rifondare la cultura, l’etica del servizio pubblico contro l’idea neoliberale della “pura efficienza” dell’apparato, perché questa invocazione dell’efficienza è quella che ha consentito d’introdurre i dettami del mercato nel sistema pubblico. Riscoprire il ruolo dello stato non è possibile senza una rivalutazione del senso etico del funzionario pubblico, di quello che un tempo si chiamava “senso di responsabilità”. Ed è proprio questo che la pandemia da Covid 19 ha dimostrato: la figura simbolo in questa emergenza s’identifica oggi con la professione nella quale vige un vincolo di giuramento a un preciso codice deontologico: la professione sanitaria. E subito dopo il pensiero corre alla figura dell’insegnante. Sanità e scuola, se non poggia su queste fondamenta, ogni discorso sullo stato mostra la corda. In principio c’è la “sostanza umana” della professione, il Beruf weberiano, poi viene la scienza dell’organizzazione, poi le tecnologie – delle quali comunque, come si vede dall’indice, intendiamo occuparci.

Eppure non basta nemmeno questo, non è possibile riscoprire il ruolo dello stato e nello stesso tempo evitarne i poteri di controllo senza uno slancio di reale partecipazione democratica. Per esempio, un aiuto statale, in forma di sussidi per pagare l’affitto, può rivelarsi uno strumento di oppressione: chi avrà diritto a questi incentivi? E nello stesso tempo, in ragione delle regole di mercato, più che alleggerire il problema, può benissimo generare un innalzamento degli affitti. Ben altra partecipazione popolare richiede una reale gestione democratica del diritto all’abitare.

E l’economia? Questo è il terreno sul quale molto probabilmente, superato il virus, il “pensiero unico” può ricomporsi. Bisogna impedirlo. Per ora non ci addentriamo, lo mettiamo però in agenda nel lavoro di Officina Primo Maggio, limitandoci a richiamare l’attenzione su quei testi che sono tornati a parlare di “economia fondamentale”. Ciò che ha costituito la caratteristica del capitalismo degli algoritmi, simboleggiato dal modello Amazon e dalla funzione logistico-distribuiva, è la sua vocazione a soddisfare bisogni non essenziali. Riportare lo stato nella sfera economica significa concentrare le scelte prioritarie sui bisogni essenziali. Ci diranno che è facile a dirsi in situazioni d’emergenza dove qualche regola di mercato può essere sospesa senza troppi ostacoli, ma come farlo passare nel “new normal”? Un modo potrebbe essere prendendo il toro dalle corna digitali, come abbiamo tentato di fare in alcuni nostri articoli. A ben pensare, la rivoluzione digitale intesa come capitalismo delle piattaforme e degli algoritmi si è concentrata soprattutto sulla prestazione di servizi che non rispondono a bisogni essenziali. In questo primo numero abbiamo cercato di guardare in concreto cosa succede nel mondo di Industria 4.0. e di Logistica 4.0. Nel prossimo, se vogliamo parlare di stato, dovremo misurarci con l’Agenda digitale, con la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. È un salto in avanti oppure un modo per congelare lo stato attuale del sistema pubblico e renderne più complessa una riforma sostanziale? Su questo terreno, sul terreno delle reti, l’emergenza ha messo a nudo il ruolo essenziale di Internet – come potrebbe altrimenti una popolazione chiusa in casa comunicare e lo smart working di molte aziende funzionare? – e la sua natura di habitat dal quale non possiamo più uscire. L’art. 82 del decreto Cura Italia è tra quelli meno criticabili.

Se dobbiamo guardare avanti e immaginare che questa emergenza possa riaprire delle partite che ormai sembravano definitivamente chiuse, uno dei terreni a noi più congeniali – avendo messo in testa al nostro programma il conflitto nei rapporti di lavoro – è quello della fabbrica. Sì, quanto è accaduto e sta accadendo in quella specie di sfera residua del paese che si chiama “manifattura”, che si chiama “industria” – tanto residua da far dire ai primi decreti che lì tutto continuava as usual,mentre altrove tutto si poteva e si doveva fermare – riapre un orizzonte di rapporti sociali e di dinamiche organizzative che non dobbiamo chiederci se sono obsolete o meno ma se sono o non sono espressione di bisogni essenziali, senza i quali parlare di democrazia non ha senso.

È nelle fabbriche, infatti, che si è manifestata la prima scossa a un sistema imputridito. Dettata dalla paura, certo (ma perché, la classe operaia deve avere sempre “nobili sentimenti”?). Abbiamo cercato di capire che cosa stava succedendo con un lavoro di inchieste-lampo.

Le agitazioni erano cominciate prima, ma è dopo la conferenza stampa di Conte della sera dell’11 marzo che esplode la protesta, a sentir dire il premier che tutto (o quasi) si poteva chiudere in Italia, tranne le fabbriche. Tale e quale la posizione espressa da Confindustria: la produzione industriale non si doveva assolutamente fermare, una sospensione delle attività avrebbe provocato danni irreparabili al sistema economico, tagliando fuori le aziende italiane dalle catene di produzione internazionali e dalla possibilità di competere. Immediata la reazione degli operai: il giorno dopo scioperi e fermate un po’ ovunque.

Invece di capire al volo che il clima era mutato di colpo, Assolombarda per bocca del suo presidente definiva irresponsabili quei sindacati che avevano dichiarato sciopero, anzi “istigato” allo sciopero. Non aveva capito che erano stati “spinti” e talvolta “costretti” allo sciopero non da chissà quale voglia di protagonismo ma dai loro delegati, pressati, sommersi da una moltitudine operaia che si era sentita come presa in trappola. «Come? Gli impiegati possono lavorare a casa, in smart working, e noi chiusi qua dentro senza misure precauzionali, senza mascherine, senza disinfezione degli ambienti, senza tute protettive, attaccati spesso l’uno all’altro, mentre a tutti gli italiani si chiede di stare almeno a un metro e mezzo di distanza?». E allora di colpo, nel giro di poche ore, è caduto il sipario sulle condizioni igieniche dei nostri luoghi di lavoro, dalla metalmeccanica alle banchine dei porti alla cantieristica. Si è rotta la coltre di silenzio e di omertà che ormai da molti anni impediva di vedere e di dire che in molti luoghi di lavoro non esisteva nemmeno il sapone nei bagni, dove gli interventi di igienizzazione e sanificazione non erano mai stati fatti, dove i dispositivi di protezione individuali non erano mai stati introdotti; mancavano le premesse per una gestione ordinaria dell’igiene, figuriamoci per una situazione d’emergenza. Alla faccia dello Statuto dei Lavoratori, di cui tra poco festeggeremo il cinquantesimo anniversario.

Questa spinta operaia si è rovesciata innanzitutto sui delegati di fabbrica, sulle rappresentanze sindacali aziendali (Rsu), sui rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls), figure che nel corso degli anni erano state ritenute “ridondanti” e poco per volta erano state “sfoltite”, decimate, depotenziate, mentre aumentava a dismisura la produzione normativa sulla sicurezza e il suo delirante corredo burocratico. Il Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 maggio 2014, sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria prevede che il numero dei componenti delle Rsu deve essere di 3 nelle unità produttive che occupano fino a 200 dipendenti; 3 ogni 300 dipendenti nelle unità produttive che occupano fino a 3.000 dipendenti; 3 ogni 500 dipendenti nelle unità produttive di maggiori dimensioni. Nessun criterio viene definito invece sul rapporto numero di dipendenti/responsabili della sicurezza territoriali (Rlst).

E d’improvviso queste figure, questo esile strato di rappresentanza, diventano l’unico filtro, l’unica mediazione, l’unica realtà istituzionale che si frappone tra una rabbia esasperata, mista a sconcerto e paura, e un padronato, un management, incapaci di rendersi conto di quanto sta succedendo. E trovano di nuovo, forse dopo anni, decenni, una loro legittimazione, una loro autorevolezza, che ha consentito di concludere decine di accordi. Là dov’era più forte, il sindacato – in particolare la Fiom – veniva a trovarsi come unico punto di riferimento istituzionale, mentre Confindustria e le rappresentanze padronali sul territorio venivano messe da parte come un inutile ingombro, le multinazionali non le consideravano nemmeno e la maggioranza dei datori di lavoro presto capiva con chi era meglio mettersi a un tavolo. Bisognava trovare la quadratura del cerchio: da un lato chiudere le fabbriche per consentire di adottare le misure minime di sicurezza, ma chiuderle quel tanto che non avrebbe impedito di evadere gli ordini, che in molti casi erano schizzati in alto proprio a causa del virus. Ordini di clienti esteri, che temevano di vedersi arrivare addosso le misure drastiche che l’Italia stava adottando e volevano riempire le scorte. Non tutte le fabbriche si trovavano in questa condizione ovviamente, perché tante erano a corto di ordini da tempo, per queste andava bene poter fare un po’ di Cig. In tutte però il tasso di assenteismo era cresciuto, era al 20-25%, per autodifesa o, soprattutto, per far fronte a obblighi familiari resi difficili dalla chiusura delle scuole. Quindi occorreva trovare soluzioni differenziate. Per averne un’idea, citiamo dal comunicato sindacale della Fiom di Brescia del 12 marzo:

Dopo le aziende in cui è già stata definita la chiusura nei giorni scorsi in misura diversa […] sono aumentate le realtà dove è stata disposta una diversa organizzazione del lavoro, dal turno centrale a turni avvicendati, con riduzione degli orari, oppure riduzione dell’orario pur su un unico turno di lavoro, oppure rotazione delle presenze con utilizzo permessi/ferie per assenti.

Ma là dove il sindacato è più forte, come a Reggio Emilia e in parti della Regione emiliano-romagnola, i provvedimenti sono stati presi in anticipo anche rispetto ai decreti del governo. Grazie alla presenza capillare dei delegati, il sindacato è stato in grado di capire prima dell’autorità sanitaria (le Asl si sono rivelate strutture inconsistenti dopo la falcidia agli organici inflitta loro negli ultimi anni) quali misure di sicurezza assumere e ha redatto un vademecum fatto pervenire alle fabbriche, utilizzando anche una What’sApp cui erano iscritti più di 500 delegati.

Ma anche in Emilia Romagna, come in Lombardia, Veneto, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Liguria, interi settori sono sguarniti sindacalmente, la presenza di sindacati di base talvolta compensa l’assenza o l’inconsistenza delle grandi centrali ma spesso c’è il vuoto. Tuttavia anche in questi settori la protesta spontanea di base, pur timidamente, si è manifestata ed è riuscita a smuovere le acque, qualcosa dunque sta cambiando. E poi c’è il resto, il buio delle migliaia di piccole e minuscole realtà da dove non arrivano voci. E poi ci sono le ditte d’appalto che lavorano per le aziende sindacalizzate e non: non hanno diritti, figurarsi protezioni o mascherine. Da loro non è mai entrata la Costituzione (ma grazie a loro siamo leader mondiali nella costruzione di navi da crociera…). E poi ci sono i precari, gli occasionali, i freelance, c’è il mondo brulicante della gig economy, l’universo dove il conflitto non è mai arrivato.

Ci sono luoghi dove le nostre inchieste-lampo non sono arrivate a raccogliere informazioni sufficienti, altri dove abbiamo potuto ascoltare un po’ di voci. Il Veneto è uno di questi. Ed è emerso un quadro variegato, contraddittorio dove paura di ammalarsi e rabbia nel vedersi messi in ferie forzate convivono nella stessa persona. Alcuni padroncini si sarebbero attivati per procurare mezzi di protezione, timorosi di veder arrivare i controlli; ma pochissimi tra operaie e operai ci hanno poi detto di aver veramente visto arrivare i controlli delle delle autorità competenti. Molte microimprese e certe Pmi sono aziende a conduzione famigliare, contesti in cui buona parte del parentado lavora a stretto contatto con i dipendenti, sono aziende subfornitrici che fanno lavorazioni conto terzi. «Non è che i padroni non ci pensano, hanno paura anche loro di ammalarsi. Sono tutto il giorno in fabbrica. Ma se chiudiamo c’è il rischio di perdere i clienti, questi poi si trovano un altro fornitore e non li rivedi più». Aziende fragili, raramente sindacalizzate. In questi casi le aspettative risiedono tutte nell’azione del governo, sono luoghi dove la frustrazione potrebbe esplodere quando verrà chiesto di stringere i denti per risollevare l’Italia. È troppo presto per fare previsioni, chissà, forse tra qualche mese la rabbia che seguirà alle difficoltà economiche potrebbe spingere alla coesione con il piccolo padronato, e rivolgersi direttamente contro la politica, contro lo Stato, reo di non aver elargito sussidi a sufficienza.

Ma eccoci a un secondo atto del dramma. Il 22 marzo, di fronte a una protesta operaia che chiede sicurezza e sospende il lavoro, il governo emana un nuovo Decreto dove si definiscono le attività industriali e commerciali considerate essenziali e autorizzate a funzionare, tutte le altre avrebbero dovuto chiudere. A detta dei sindacati l’elenco delle attività industriali contenute nel Dpcm era troppo ampio e comprendeva settori che con i servizi fondamentali (sanità, agro-alimentare, energia ecc.) avevano ben poco a che fare.

Le dichiarazioni pubbliche di Confindustria che rivendicavano il merito di aver ottenuto un elenco di attività così “ecumenico” hanno riacceso gli animi e si è arrivati a una serie di scioperi dichiarati da intere categorie sindacali, in maniera unitaria (settore metalmeccanico, chimico-tessile-gomma-plastica e carta) con il risultato che il 25 marzo il governo è nuovamente intervenuto modificando, con un Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, il precedente elenco in modo da diminuire il numero di lavoratori chiamati al lavoro. Ad esempio, nel settore metalmeccanico si stima che la sospensione poteva avere effetto sul 90% della forza lavoro. Ma nella norma era stata inserita una scappatoia per le imprese “escluse” che avrebbero potuto, mediante autocertificazione, dichiarare di essere al servizio delle filiere fondamentali e chiedere l’autorizzazione a proseguire l’attività. Affidato ai prefetti, rappresentanti territoriali dello stato, il compito di verificare la veridicità delle autocertificazioni. Clamorosa la deroga che consente le attività dell’industria dell’aerospazio e della difesa, sempre previa autorizzazione dei prefetti. Considerarle attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, al pari del settore sanitario e agroalimentare, è una decisione che non ha bisogno di commenti. La norma, scritta – com’è buona tradizione italica – in maniera imprecisa e ambigua, ha gettato i territori nella più totale confusione. Com’è consolidata tradizione dei paesi dove lo stato è debole, le singole prefetture si sono mosse in maniera difforme, in particolare per quanto riguarda il coinvolgimento del sindacato nel processo di selezione: alcune hanno fornito gli elenchi delle imprese che avevano inoltrato l’autodichiarazione, altre hanno semplicemente comunicato l’elenco delle imprese che avevano già autorizzato a operare, alcune si sono preoccupate di mantenere un rapporto di condivisione con il sindacato avendo un occhio all’ordine pubblico, altre hanno semplicemente manifestato la loro impotenza, travolte dalle richieste e impossibilitate a esaminarle celermente. Sta di fatto però che Confindustria è riuscita a far rientrare dalla finestra quello che era stato cacciato dalla porta. Mentre chiudiamo questo editoriale ci sono segnali che le agitazioni stanno riprendendo, la parola è di nuovo ai territori. Che tenuta avrà questa possibile seconda ondata di scioperi? Quante famiglie ormai cominciano a non avere i soldi per mangiare? La riapertura di molte attività avrà l’effetto di ritardare il superamento dell’emergenza e il ritorno alla normalità? Oltre a tutti i danni che ha prodotto negli ultimi decenni, dovremo ringraziare Confindustria anche di averci fatto pagare un prezzo più alto in termini di contagiati e di morti? Noi del conflitto – del conflitto dentro il rapporto di lavoro – abbiamo fatto un programma, il primo punto di un’agenda culturale, di un’intenzione di ricerca. E riteniamo che il conflitto manchi soprattutto dentro il lavoro intellettuale, creativo, digitale. Non ci facciamo illusioni, il paese, uscito stremato dalla crisi del Coronavirus, chiederà alla gente di lavorare “pancia a terra”, ma forse qualche spinta verso il superamento dell’individualismo e della rassegnazione porterà la gente a guardare con occhi diversi la necessità della coalizione. E quando accadrà, saremo pronti a dare una mano. Non c’interessa fare una rivista, c’interessa fare un’operazione politico-culturale, c’interessa mettere il nostro minuscolo gettone per cambiare le cose.

Manifesto – Officina Primo Maggio

Tutto era pronto, il primo numero impacchettato, il manifesto rivisto e limato. Stavamo per andare in stampa e ci siamo ritrovati – come tutta Italia, come mezzo mondo – nel bel mezzo dell’emergenza da Covid-19, con tutte le sue conseguenze sanitarie, economiche, sociali e culturali. Per il primo numero sono stati necessari piccoli ritocchi e qualche aggiustamento. Gli obiettivi e i metodi del progetto, invece, ci sono sembrati ancora più necessari.

Il lavoro capitalistico, il lavoro per conto terzi nelle sue molte forme è ancora il rapporto sociale fondamentale, la base delle disuguaglianze. Non si può parlare di società oggi senza tenere in considerazione lo squilibrio tra chi vende la propria forza lavoro e chi la acquista, senza cogliere le mille forme di sfruttamento, autosfruttamento, diseguaglianza negli interstizi della produzione e della riproduzione sociale. Da qui la necessità di superare questo squilibrio ricorrendo alle forme praticabili di conflitto con molteplici tipologie di coalizione.

Officina Primo Maggio è un progetto politico-culturale di parte, consapevolmente volto a esplorare le condizioni che rendono praticabile il conflitto, inteso come capacità di attivarsi da parte dei soggetti direttamente coinvolti nei processi produttivi, distributivi, insediativi ecc. Pur consapevoli che alcune delle modalità in cui si è espressa la conflittualità sociale nel fordismo sono divenute obsolete, restiamo convinti/e che sul terreno del lavoro molto resti ancora da fare e da sperimentare, se teniamo conto non solo del conflitto dispiegato ma anche di quello tacito, intrinseco, latente, e delle sue possibilità di espressione nell’universo digitale. La domanda a cui tenteremo di volta in volta di rispondere è: come e dove produrre conflitto oggi, in particolare nei rapporti di lavoro e nelle prestazioni di natura tecnico-intellettuale?

A tale domanda non si può rispondere individualmente e unicamente in modo teorico. Chi ha la pretesa di cambiare il mondo che gli si presenta davanti deve inserirsi in un complesso di attività tutte necessarie e nessuna autosufficiente. È per tali ragioni che questo manifesto vuole essere un invito alla partecipazione rivolto a realtà e singoli/e che si ritrovano su questi punti e vogliono unirsi per aprire uno spazio di confronto critico prendendo parte attiva alla costituzione dell’Officina Primo Maggio. Sappiamo che si tratterà di un lavoro lungo: la realtà va analizzata e le idee si devono elaborare, in contemporanea con la mediazione culturale, necessaria per evitare che analisi e concetti finiscano per essere autoreferenziali. E la mediazione deve interagire con azioni politiche e sociali, che a loro volta devono rimodulare e orientare le analisi; fare e sapere o procedono assieme o si riducono a passatempi di cui è già pieno il mondo. Queste fasi (analisi, mediazione, azione) sono tutte necessarie e si interrogano reciprocamente in continuazione, senza una di esse il resto o non serve o viene male.

Officina Primo Maggio vuol essere un luogo di confronto e di dialogo come operazione politico-culturale, che parte da esperienze concrete di azione sociale: al di là delle conoscenze del singolo/a e del suo ruolo sociale, è solo il confronto collettivo a permettere un’operazione di pulizia del pensiero e di sua verifica incessante. La redazione, ma anche il multiforme ventaglio di autori e autrici che riusciremo ad attivare, vuol essere una vera officina in cui interagiscono persone che portano con sé esperienze e idee di altri soggetti plurali, rendendosi quindi connettori di una rete. La dichiarazione di voler fare rete è scontata e abusata, bisognerà metterla in pratica. Bisognerà creare uno spazio di partecipazione, ma anche avere l’umiltà di partecipare, senza pretendere che la rete si formi attorno a noi. Senza una rete – sparsa e radicata (anche fisicamente) nei territori – l’affermazione che teoria e prassi devono procedere assieme sarebbe solo un enunciato; così come senza una rete vengono meno le basi materiali su cui fondare la solidarietà e organizzare il conflitto.

Ci siamo ritrovati e ritrovate per la prima volta a Milano sabato 9 febbraio 2019: il gruppo è composto da persone di età, formazione, provenienza geografica, culturale e politica differenti. Ci si è riuniti attorno all’ipotesi di ripensare collettivamente che cosa ha lasciato l’esperienza della rivista Primo Maggio, che cessava le sue pubblicazioni nel 1989. Numerosi segnali spingevano la riflessione in questa direzione anche perché nel 2018 la rivista aveva pubblicato un numero speciale di bilancio e discussione. Durante l’incontro abbiamo dovuto chiederci quale fosse il vero scopo del nostro riunirci. L’ipotesi iniziale di dare continuità a quel progetto editoriale è stata presto accantonata. È infatti emerso che non abbiamo la necessità di riproporre la storica rivista Primo Maggio, i suoi intenti e presupposti. Piuttosto vogliamo provare a capire quello che sta succedendo oggi, sia attraverso gli elementi ancora attuali di quella formidabile elaborazione teorico-politica, sia tramite l’elaborazione di nuove categorie, di un nuovo modo di affrontare la mutata realtà. Ciò è necessario per uscire dall’impasse cui sembra votata la maggior parte dei tentativi di comprensione critica del nostro presente – per non parlare dei tentativi di organizzazione politica a essi frequentemente connessi – vuoi per il pervicace ancoraggio a schemi, metodi e parole d’ordine ormai logori, vuoi, al contrario, per la loro totale e irriflessa dismissione.

Non si tratta ovviamente di criticare quella esperienza in quanto tale, ma di prendere atto dello smottamento che abbiamo vissuto in questi decenni; dunque di ripulire il nostro sguardo dalle incrostazioni che gravano su di esso, per renderlo capace di cogliere ciò che effettivamente viviamo. Si tratta, in sostanza, di portare le nostre intelligenze e le nostre categorie al livello dello scontro che quotidianamente ci è imposto.

Anche per questo motivo l’idea di ricostruire una rivista scioltasi tre decenni fa è stata accantonata: tale atto sarebbe destinato a produrre niente più che un’etichetta comune da apporre a materiali disomogenei e aggregati solo esteriormente. La priorità va data alla creazione di un’officina di pensiero critico radicale capace di dar vita a un confronto collettivo. Intendiamo infatti il dialogo come operazione di pulizia del pensiero, da tradursi anche in lavoro redazionale; solo in questo modo può nascere un progetto politico-culturale capace di essere rilevante. Quel che seguirà sarà lo strumento con cui il gruppo – aperto e in costituzione – deciderà di perseguire i suoi obiettivi. In sintesi si tratta di comporre un nucleo di elaborazione teorica che sia in reciproco scambio con la prassi politica della sinistra e dei movimenti sociali esistenti o potenziali. Di Primo Maggio vogliamo raccogliere e rilanciare la capacità di porsi come zona di discussione franca, perché schierata politicamente senza essere però il megafono di un soggetto politico particolare. Di Primo Maggio vogliamo richiamare la capacità di analisi, il suo fare teoria in maniera sistematica, innovativa e controcorrente ma senza accademismi, il suo sapere fare politica e prendere posizione in senso forte senza cadere però nella agitazione, nella propaganda.

Ma perché oggi? Esiste una congiuntura temporale che rende necessario e urgente tentare tale operazione politico-culturale? Ci pare di sì se pensiamo di trovarci alla vigilia di un nuovo salto tecnologico del sistema capitalistico, quello che va sotto il nome di digitalizzazione. Lavoreremo quindi sul presente a partire da un approccio che si articola nelle due facce della stessa, proverbiale, medaglia. Muovere dall’analisi concreta della realtà e da esperienze di conflitto reali per non restare semplici osservatori – e qui di Primo Maggio ci torna utile la vocazione all’inchiesta; allontanarci nel tempo, seguendo lo sguardo obliquo che Primo Maggio era capace di portare sull’attualità appoggiandosi ad altri tempi e altri luoghi, con un’attenzione alla storia e alla memoria che va sotto il nome di storia militante. Inchiesta, conricerca e ricerca militante sono le chiavi di volta che mettiamo al centro per trasformare i germi dei conflitti presenti in vera e propria strategia.

Per mettersi in contatto con Officina Primo Maggio o essere inseriti e inserite nella mailing list e ricevere la newsletter, è possibile scrivere alla redazione: info@officinaprimomaggio.eu


Capitalist work, or contract work for a third party in its various forms, remains the ubiquitous relationship between worker and employer. Yet it represents the very basis of inequality. We must recognise that at the core of our society there exists an imbalance between those who sell their labour and those who buy it. This exploitation, self-exploitation, and inequality at the interstice of production and social reproduction, take a myriad of forms. The imbalance must be overcome, and it can be done by incorporating realistic forms of conflict using various types of coalition.

Officina Primo Maggio is a partisan cultural and political project, consciously aimed at exploring the conditions that make the conflict practicable. The nature of this conflict is to be understood as the ability to be mobilised by the those directly involved in the processes of production, distribution, settlement, and so on. While it is clear that some of the ways in which social conflict has expressed itself in Fordism have become obsolete, we remain convinced that much still remains to be done and experimented with in the field of labour. We take into account not only the traditional notion of conflict that is being overtly enacted by workers all around the world, but also the tacit conflict, that remains hidden, unconscious, and latent, and its possibilities of expression in the digital universe. From time to time the question we will try to answer is: how and where to inspire conflict today, especially in worker-employer relations and technical-intellectual services?

This question can be addressed neither in isolation nor in a purely theoretical way. Anyone who claims to want to change the world must engage in the necessary activity without cutting themselves off from outside influence. For these reasons this manifesto responds to its call to open up a space for critical engagement by actively taking part in the establishment of Officina Primo Maggio. We know we have a long journey ahead: the reality of our situation must be analyzed and ideas must be developed together with cultural mediation. This is a necessary process as to avoid the analysis, outcomes, and concepts becoming inward looking and self-referential. Moreover, this mediation must interact with the political and the social realm, which in turn will guide the formulation of our analysis. Practical and theoretical work must be conceptualised and carried out in parallel, otherwise we risk indulging in these ideas as if it were merely our pastime.  These steps (analysis, mediation, action) are all necessary and are constantly informing the dialogue. Each element is vital to the next, and to omit one of them would be to render the others pointless.

Officina Primo Maggio aims to be a place of conversation, confrontation, and dialogue as a political and cultural operation, which starts from concrete experiences and social interactions. We seek to go beyond the knowledge of the individual and his particular role in society. Rather it is only via collective debate that we can allow an operation of clarification and verification of our ideas. The editorial staff, but also the multifaceted team of writers will function as the interlocutors of a network. It is within this network that people will be able to contribute and interact in a workshop of ideas and experience. The word ‘network’ is one that has of course been co-opted and abused in recent decades.  However we employ it in its true literal sense: an intersection of people and knowledge that we believe is necessary to move from theory to practice.  We will be creating a space for participation, but also have the will and humility to participate ourselves. Without a network – physically scattered and embedded across regions – the statement that theory and practice must proceed together would remain just that… a statement. Without a network the material basis on which to ground solidarity and organize the conflict is nonexistent.

On Saturday the 9th of February 2019, we met for the first time in Milan. The group was diverse, made up of people of different ages, experiences, and geographical, cultural, and political backgrounds. We gathered around the idea of collectively rethinking the remaining legacy of the magazine Primo Maggio, which ceased its publications in 1989. Several things prompted us, not only because in the last year the magazine had published a one-off commemorative issue. Primarily we asked ourselves what the real purpose of our meeting was. The initial presumption of simply reviving that editorial project was soon dismissed. We realized we do not need to reboot the magazine Primo Maggio: its historical mission and the assumptions that drove its making belong to well-situated political season that is way behind us.

What now needs to be done is to understand our present reality, but drawing on the vital and serviceable remnants of the Primo Maggio movement.  However, we must also create and develop new schemas that are capable of describing and analysing today’s changed world, for it is necessary now for us now to break free from the worn out and obsolete frameworks, vocabularies, and methods, that will inevitably keep us tethered to the past.

The tectonic shift that we have experienced over the course of the last three decades obliges us to liberate ourselves from our proud tradition. That is to say we need to use our intellect and creativity to address the reality of the present conflict head on, and in a way that is not outmoded. Our priority is to create a workshop space of radical critical thinking in which a collective dialogue and perhaps confrontation can take place. The premise that underlines our editorial work is that dialogue will illuminate and refine collective thought. It is through this process that our political and cultural operation will become relevant.

That said Primo Maggio remains our source of inspiration, primarily for its ability to give the floor to any voice and political topic, albeit one that is within the general realm of the movement’s partisan identity. In the same spirit of breadth and accessibility we wish to promote and develop ideas that, whilst systematic, original, and contrarian, are devoid of unnecessary academic jargon. It is our wish to inherit Primo Maggio’s political identity, and along with it its innate ability to take strong and distinctive positions without falling into unthinking propaganda.

But why now? Is there something about our present juncture that makes this precise political and cultural mission particularly urgent and necessary? We are on the brink of a technological leap in the capitalist system: we may call this its digital transition. There will be two sides to our approach. On the one hand there will be the concrete analysis of our lived reality, whilst on the other we will be bearing witness to the conflict as it is experienced. At the same time, we will be careful to avoid the epochal perspective, and replace it with the worker enquire that was so characteristic of Primo Maggio. Likewise, we will be indebted to an approach that is careful to utilise the past as a learning experience. In our path to understanding present struggles we will inform ourselves with the collective memory of our militant history.  Investigation, research, and militant research that we will push to the fore as we transform present conflicts into a future strategy.